FISICA/MENTE

 

SOPRAVVIVERE SOTTO ASSEDIO

Violazione dei diritti umani dei palestinesi nei territori occupati

Briefing 2006, relativo all'anno 2005 di Amnesty International 

(Il volumetto è in vendita nelle librerie a 4 € e contiene molte più notizie di quante non ne abbia riportate io. Ne consiglio l'acquisto)

 

Introduzione


La spirale di violenza che ha avvolto Israele e i Territori Occupati negli ultimi cinque anni ha procurato sofferenze indicibili alla popolazione civile palestinese e israeliana. Più di 3800 palestinesi (tra cui oltre 600 bambini) sono stati uccisi dai soldati israeliani nel corso di operazioni militari su vasta scala e come "danni collaterali" di esecuzioni mirate. Oltre 1000 israeliani (tra cui più di 100 bambini) sono stati uccisi dai gruppi armati palestinesi, nel corso di sanguinosi attacchi suicidi e altri attentati. Molte delle vittime da ambo le parti erano civili inermi che non stavano prendendo parte a scontri armati. Amnesty International ha ripetutamente condannato questi crimini. Dalla fine del 2001, con l'inizio della seconda intìfada (il termine arabo con cui si definisce la rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana), lo scontro si è profondamente militarizzato. Sin dai primi giorni, l'esercito israeliano ha adottato misure generalmente applicate in contesti di conflitto armato, ricorrendo all'uso eccessivo e sproporzionato della forza contro i civili, a frequenti raid aerei su zone fittamente popolate, a vaste distruzioni di case, terreni e infrastruttrure e all'imposizione di blocchi stradali e coprifuoco prolungati, che hanno reso la popolazione palestinese prigioniera in casa propria. Gli attacchi suicidi dei gruppi armati palestinesi contro i civili israeliani, sporadici prima dell'intifada, hanno conosciuto una notevole escalation e hanno fatto numerose vittime su autobus di linea e in luoghi pubblici e affollati.
Ma il ciclo senza fine di uccisioni non è l'unico scandalo in materia di diritti umani. La crescente militarizzazione del conflitto ha determinato un drammatico deterioramento della situazione dei diritti umani in Cisgiordania e a Gaza (dove il ritiro unilaterale degli israeliani, concluso nell'agosto 2005, lascia un'eredità di distruzione che ipoteca fortemente il futuro della regione e ancora molte restrizioni per la popolazione palestinese), con un livello senza precedenti di povertà, disoccupazione e problemi sanitari.
Le multiple violazioni dei diritti umani commesse dalle forze israeliane nei Territori Occupati hanno conseguenze gravi e di lungo termine per la popolazione palestinese, con un impatto particolarmente negativo sulle donne, i bambini e altre fasce sociali vulnerabili.
Le distruzioni su larga scala di case, terreni e proprietà palestinesi, da parte dell'esercito israeliano, hanno lasciato decine di migliaia di persone indigenti e senza casa. L'imposizione dei coprifuoco e dei blocchi stradali impedisce il movimento di tre milioni e mezzo di palestinesi e restringe il loro accesso al lavoro, all'educazione, all'assistenza sanitaria e ad altri servizi di cruciale importanza. La continua espansione degli insediamenti israeliani e delle infrastrutture ad essi collegate in Cisgiordania priva la popolazione di risorse chiave quali la terra e l'acqua.
La conseguenza di tutto questo è che l'economia palestinese è praticamente a terra, la disoccupazione e la povertà sono cresciute e il diritto all'educazione e alla salute sono fortemente compromessi. Il danno alla "fabbrica sociale" palestinese è particolarmente evidente nel caso delle donne, che sono vittime di una pressione e di una violenza sempre più forti nella famiglia e nella società. Le limitazioni alla libertà di movimento impediscono loro di occuparsi della cura e del benessere dei propri figli, e al contempo è su di loro che ricade la rabbia e la frustrazione dei mariti, esasperati da un conflitto sempre più aspro. Quasi 40 anni di occupazione hanno avuto e stanno avendo un grave impatto su molti aspetti della vita delle donne palestinesi. La maggior parte di esse ha vissuto tutta la vita sotto l'occupazione e non ha conosciuto altro che violenza e discriminazione. Nella lotta per il riconoscimento dei loro diritti umani, esse devono affrontare tre ostacoli: l'occupazione militare israeliana, che controlla ogni aspetto della loro vita, una società locale governata da consuetudini patriarcali e una legislazione profondamente discriminatoria.

 

L'impatto dei blocchi e dei coprifuoco


La libertà di movimento dei palestinesi è stata impedita con diverse misure fin dal 1967, anno dell'occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Ma è negli ultimi anni che l'esercito israeliano ha innalzato a un livello senza precedenti le restrizioni nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati, privando tre milioni e mezzo di persone dei diritti alla libertà di movimento, al lavoro, alla salute e all'educazione. Il diritto internazionale umanitario, che si applica nel contesto dell'occupazione dei Territori palestinesi, chiede agli Stati di rispettare i diritti fondamentali della popolazione di un territorio occupato. L'idea sottesa è che un'occupazione militare sia un evento transitorio e che in questo periodo di tempo limitato la popolazione di un territorio occupato viva una vita per quanto possibile "normale".
Israele nega sistematicamente di avere l'obbligo di applicare in Cisgiordania i trattati delle Nazioni Unite in materia di diritti umani ratificati dal governo e ha ripetutamente smentito l'applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra, relativa ai conflitti armati non internazionali. Ma si tratta di un'interpre-tazione che non trova riscontro nelle dichiarazioni degli organi internazionali in materia diritti umani.
Israele ha il diritto e il dovere di proteggere i suoi cittadini da attacchi suicidi e altri attentati da parte di gruppi armati palestinesi provenienti dai Territori Occupati, se necessario controllando l'accesso al proprio territorio. Ma le restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi sono sproporzionate e discriminatorie: sono punizioni collettive imposte a tutti i palestinesi in quanto palestinesi, che infatti non si applicano nei confronti dei 380.000 coloni israeliani che vivono illegalmente nei Territori Occupati.
Si tratta, in definitiva, di restrizioni che non hanno per obiettivo una persona o un gruppo di persone determinate che si ritiene costituiscano una minaccia; sono misure che, per la loro ampiezza e il carattere indiscriminato, sono illegali e che hanno
un impatto fortemente negativo sulla vita di milioni di palestinesi che non sono colpevoli di alcun reato. Un sistema sempre più sofisticato di chiusure - termine che comprende tutta una serie di proibizioni di muoversi tra città e villaggi palestinesi nei Territori Occupati, per mezzo di posti di blocco e altri ostacoli - significa confinare di fatto tre milioni e mezzo di persone agli arresti domiciliari. Le chiusure sono la causa principale della distruzione dell'economia palestinese e di vertiginosi livelli di povertà e disoccupazione, dato che sempre più spesso i palestinesi vengono isolati dal lavoro, dalla terra, dall'assistenza sanitaria, dall'educazione e da altri servizi fondamentali.
Le città e i villaggi della Cisgiordania sono intrappolati in un "cordone" fatto di posti di blocco e divieti d'accesso; per superarli, la popolazione palestinese ha bisogno di permessi speciali, che devono essere concessi dall'esercito israeliano e che molto spesso vengono arbitrariamente negati. Persino un breve tragitto di pochi chilometri, quando si riesce a farlo, costa ore di tempo e percorsi faticosi per non passare vicino agli insediamenti israeliani o alle strade loro riservate.
Per far rispettare le chiusure e i coprifuoco, spesso i militari israeliani sparano colpi a casaccio, lanciano gas lacrimogeni oppure granate stordenti, picchiano e trattengono persone, sequestrano veicoli o documenti d'identità. Attività normali come andare a lavorare o andare a scuola, portare un bambino a fare una vaccinazione, andare a un funerale o a un matrimonio, espongono la popolazione a forti rischi. Per questo, molte persone escono di casa solamente per motivi essenziali alla sopravvivenza.
Con l'aumento degli insediamenti israeliani e delle relative infrastrutture in Cisgiordania, le aree proibite ai palestinesi si sono moltiplicate. La costruzione di un muro (o barriera di sicurezza, nella definizione israeliana) di oltre 600 chilometri, avviata nel 2002, penetrando profondamente in Cisgiordania, ha ulteriormente pregiudicato la libertà di movimento della popolazione palestinese. Sebbene le autorità israeliane affermino che la finalità della barriera di sicurezza è di impedire a potenziali attentatori palestinesi di entrare in Israele dalla Cisgiordania, la maggior parte - circa l'80% - è costruita all'interno dei territori palestinesi (come ha fatto notare anche la Corte suprema israeliana, chiedendo peraltro minimi aggiustamenti) e non tra questi e Israele. Il muro circonda città e villaggi palestinesi, isola famiglie e comunità le une dalle altre, separa i contadini dalle loro terre e dai posti di lavoro e pregiudica l'accesso ai servizi educativi e sanitari. Israele ha proseguito la costruzione del muro o barriera di sicurezza in spregio di un'Opinione consultiva espressa dalla Corte internazionale di giustizia nel luglio 2004. Anche nel corso del 2005, ampie zone di terreno fertile, case o interi gruppi di abitazioni hanno continuato a venire distrutte o ad essere rese inaccessibili ai palestinesi, per essere, in parte, destinate ai coloni. Nel mese di aprile, ad esempio, i militari israeliani hanno distrutto la casa della famiglia Zaatreh, per consentire alla barriera di passare per 'Izarieh, un sobborgo di Gerusalemme Est: 29 persone, tra cui 16 bambini, sono rimaste senza tetto. A luglio l'esercito israeliano ha distrutto l'intero abitato di Khirbet Tana, in un'area della Valle del Giordano circondata da insediamenti israeliani; almeno 20 tra case e stalle e una scuola costruita sei anni fa per i bambini del villaggio, sono state ridotte in polvere, lasciando senza tetto 150 persone. Quando il muro sarà completato, sottrarrà il 15% del territorio della Cisgiordania, "intrappolando" circa 270.000 palestinesi nelle aree tra la Linea Verde e il muro o all'interno di enclavi da esso circondate. Più di 200.000 palestinesi residenti a Gerusalemme Est saranno scollegati dalla Cisgiordania. Come ammesso anche dalla Banca Mondiale nel rapporto Four Years — Intìfada, Closures and Palestinian Economie Crisis — An Assessment, pubblicato nell'ottobre 2004, queste restrizioni alla libertà di movimento stanno avendo un impatto devastante per i palestinesi dei Territori Occupati. Più di metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e molte persone devono fare affidamento unicamente su aiuti e assistenza di carattere umanitario.


Il diritto al lavoro


Israele ha l'obbligo, sulla base degli articoli 6, 7 e 8 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, di garantire il diritto al lavoro in condizioni eque. Tuttavia, centinaia di migliaia di palestinesi dei Territori Occupati sono effettivamente privati dei mezzi di sussistenza e si vedono negato il diritto ad avere un impiego, poiché è loro impedito di raggiungere i posti di lavoro o le terre coltivate oppure perché queste ultime e altre proprietà sono state confiscate o distrutte dall'esercito israeliano.
I blocchi e i coprifuoco impediscono anche la distribuzione dei prodotti locali, sia sul mercato nazionale che sui mercati esteri. Le fabbriche e le fattorie sono costrette a chiudere anche per i vertiginosi aumenti delle spese e dei tempi di trasporto. Con un declino così rapido degli standard di vita e con una disoccupazione oltre il 50%, la malnutrizione e molte malattie sono in aumento.In un rapporto intitolato The situation ofworkers in the occupied Arab terrìtories, presentato alla 92esima sessione della Conferenza internazionale del lavoro, nel giugno 2004, il direttore generale dell'Ufficio internazionale del lavoro ha denunciato: "La povertà continua a dominare le comunità palestinesi, alleviata solo dall'assistenza internazionale su vasta scala. [...] Mentre la comunità internazionale dichiara di voler ridurre l'incidenza della povertà entro il 2015, questa nei territori occupati è triplicata in termini percentuali nello spazio di quattro anni". Il drammatico aumento della disoccupazione e della perdita di reddito da parte della forza lavoro maschile ha scaricato una forte pressione sulle donne e sui bambini, spesso costretti a cercare qualche forma di lavoro retribuito. Di conseguenza, molte donne devono trovare un impiego nei settori informali o come collaboratrici domestiche, in contesti che le espongono a violenza e soprusi da parte dei datori di lavoro.

Il diritto all'educazione


I posti di blocco, i coprifuoco e gli altri provvedimenti che limitano la libertà di movimento pregiudicano fortemente l'accesso all'educazione. Per gli studenti che risiedono al di fuori delle città universitarie, i costi sono diventati insostenibili. Molti hanno scelto di vivere nelle città in cui studiano, da parenti o in affitto. Chi fa il pendolare deve affrontare costi incrementati fino al 500%, in quanto il viaggio può durare diverse ore e prevedere il trasbordo su più mezzi di trasporto, oltre all'incertezza sulla possibilità di fare quotidianamente rientro a casa. A causa del peggioramento della situazione economica e della crescente povertà, un numero sempre maggiore di genitori non può pagare gli studi per tutti i figli e tende a privilegiare la carriera scolastica dei ragazzi, poiché è previsto che siano loro, una volta sposati, ad avere più possibilità di sostenere economicamente la famiglia. Inoltre, molti genitori sono riluttanti a lasciar andare le figlie a scuola o all'università, a causa dei pericoli del viaggio e dell'elevata probabilità che il rientro a casa avvenga a notte fonda, cosa che accade normalmente alle persone che hanno necessità di spostarsi durante il giorno.

Le conseguenze delle demolizioni delle case


Negli ultimi cinque anni, l'esercito israeliano ha distrutto oltre 4000 case, centinaia tra edifici pubblici e proprietà private a uso commerciale, nonché vaste aree di terreno coltivabile all'interno dei Territori Occupati. Decine di migliaia di persone sono rimaste senza casa, ridotte in stato di indigenza. Le vittime sono spesso tra le più povere e svantaggiate della società palestinese: molte delle case distrutte, infatti, erano abitate da famiglie di rifugiati espulsi da Israele o che erano fuggite nel corso della guerra che seguì alla creazione dello Stato ebraico nel 1948. Migliaia di abitazioni sono state danneggiate, molte in modo irreparabile e altre migliaia ancora sono a rischio di demolizione. Spesso le famiglie le cui case sono state distrutte non hanno i mezzi per trovare una nuova abitazione e rimediano ospitalità presso parenti, in condizioni di vivibilità assai precarie. Anche questo fenomeno, conseguenza diretta dell'occupazione e della militarizzazione del conflitto, è alla base dell'aumento della violenza all'interno delle famiglie palestinesi. Le distruzioni sono condotte solitamente senza preavviso, spesso di notte, e a chi vi abita viene concesso pochissimo tempo — talvolta solo alcuni minuti — per allontanarsi. Le autorità militari israeliane giustificano in molti casi queste operazioni adducen-do "necessità militari" o "di sicurezza" o col pretesto dell'assenza di una licenza edilizia; in altri, si tratta di punizioni collettive nei confronti di famiglie di palestinesi coinvolti, o che si ritiene siano stati coinvolti, in attacchi contro Israele. Non è raro che le distruzioni provochino danni, anche mortali, agli abitanti. Il 6 aprile 2002, a Nablus, Nabila al Shu'bi, al settimo mese di gravidanza, i suoi tre figli, suo marito, il padre e due sorelle di quest'ultimo sono morti sotto le macerie della propria casa. Due parenti, rimasti intrappolati per una settimana, sono sopravvissuti. Il 3 marzo 2003, in un campo profughi della Striscia di Gaza, Noha Maqadmeh, madre di dieci figli è rimasta schiacciata nel crollo della propria abitazione mentre l'esercito israeliano faceva saltare in aria quella vicina.


Legislazione discriminatoria sulla riunificazione delle famiglie


II 27 luglio 2005 la Knesset (il parlamento israeliano) ha adottato la Legge sulla cittadinanza e l'ingresso in Israele (conosciuta anche come Legge sulla riunificazione delle famiglie). Il testo, che era entrato provvisoriamente in vigore grazie a un'Ordinanza temporanea del 31 luglio 2003 via via rinnovata, proibisce l'unione familiare degli uomini israeliani sposati con donne palestinesi di età inferiore a 26 anni e delle donne israeliane sposate con uomini palestinesi di età inferiore a 36 anni. Va sottolineato che la maggior parte delle coppie si sposa, per l'appunto, al di sotto di queste soglie di età. Anche nei casi in cui questi limiti di età siano rispettati, l'unione familiare può essere rifiutata se le autorità israeliane ravvedono in uno o in entrambi i congiunti un "rischio per la sicurezza".
La legge ufficializza una prassi discriminatoria già diffusa dall'inizio del 2002, penalizzando anche i palestinesi con cittadinanza israeliana (il 20% della popolazione di Israele) e quelli residenti a Gerusalemme (circa 230.000), poiché sono spesso loro a contrarre matrimonio con donne palestinesi residenti nei Territori Occupati. Ne hanno fatto e ne faranno le spese migliaia di coppie, cui verrà negato il diritto a una normale vita familiare. Molti cittadini israeliani saranno costretti a vivere insieme ai propri compagni o sposi in clandestinità o all'estero, oppure a essere separati. Le donne palestinesi che risiedono con i propri mariti in territorio israeliano o a Gerusalemme e che, in base alla legge, non avranno il diritto all'unione della famiglia si troveranno così a vivere barricate in casa, nel timore di essere arrestate ed espulse e quindi separate dai propri congiunti e dai figli. La legge, in pratica, istituzionalizza una forma di discriminazione razziale basata sull'etnia. Pertanto, costituisce una violazione del divieto assoluto di discriminazione sancito da numerosi trattati internazionali ratificati da Israele, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale e la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia. Invano, il Comitato delle Nazioni Unite sull'eliminazione della discriminazione razziale ne aveva chiesto l'abrogazione.
Israele ha ufficialmente giustificato l'adozione della legge con motivi di sicurezza, ovvero con la necessità che palestinesi considerati pericolosi non risiedano in Israele. Tuttavia, recenti dichiarazioni del primo ministro Arici Sharon e di altri ministri e funzionari israeliani lasciano supporre che la nuova legge sia stata dettata anche da considerazioni di natura demografica. Un articolo del quotidiano israeliano Ha'aretz, non smentito dal governo, ha reso pubblici i contenuti di una riunione di governo del 4 aprile 2005, in cui il primo ministro Sharon ha dichiarato: "Non c'è bisogno di nascondersi dietro gli argomenti della sicurezza. Ne abbiamo bisogno per l'esistenza di uno stato ebraico". Il ministro delle Finanze Netanyahu, a sua volta, ha commentato: "Invece di
rendere le cose più facili per i palestinesi che vogliono prendere la cittadinanza [israeliana], dobbiamo rendere la procedura molto più difficile, per garantire la sicurezza di Israele e una maggioranza ebraica in Israele". Secondo un comunicato diffuso dall'ufficio stampa del premier il 15 maggio 2005, "il Primo Ministro Sharon ha detto che la natura ebraica di Israele dev'essere preservata e che la posta in gioco riguarda l'esistenza di Israele...".


La nuova Legge sulla responsabilità civile dello Stato

 
Lo stesso giorno in cui la Knesset approvava la Legge sulla riunificazione delle famiglie, entrava in vigore anche una nuova Legge sulla responsabilità civile dello Stato. In base a quest'ultima, che si applica retroattivamente a partire dal settembre 2000 e non riguarda i coloni israeliani, i 3.500.000 palestinesi dei Territori Occupati sono considerati "residenti di una zona di conflitto" e non hanno diritto a chiedere un risarcimento per decesso, ferita o danno alla proprietà causati dalle forze israeliane.
In questo modo, decine di migliaia di palestinesi che, loro malgrado, sono rimasti feriti o le cui proprietà sono state danneggiate o distrutte o ancora i cui parenti sono stati uccisi a seguito di azioni illegali dell'esercito israeliano nei Territori Occupati, non riceveranno alcun risarcimento. Del resto, nella gran parte dei casi, le autorità israeliane non hanno aperto indagini e non hanno portato di fronte alla giustizia i militari responsabili di uccisioni e di altre violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi.

 

La detenzione amministrativa


Dal 2000, migliaia di palestinesi (oltre a quattro israeliani) sono stati sottoposti a periodi di detenzione amministrativa. Questa sanzione è un aggiramento del diritto a un processo equo, poiché la privazione della libertà personale non viene sottoposta all'accertamento di un giudice e a un'adeguata e tempestiva forma di ricorso. Le ordinanze di detenzione amministrativa sono emesse dall'esecutivo nei confronti di chiunque sia ritenuto costituire, sulla base di prove che non vengono rese note, una "minaccia per la sicurezza" e vengono rinnovate di sei mesi in sei mesi fino a raggiungere, in alcuni casi, la durata di tre anni. Amnesty International sollecita regolarmente il governo israeliano a rilasciare tutte le persone che si trovano in detenzione amministrativa a meno che non vengano immediatamente portate di fronte a un giudice, incriminate per un reato accertato e sottoposte a un processo equo.

L'Alta corte di Israele vieta l'uso degli "scudi umani"


L'8 ottobre 2005 l'Alta corte di Israele ha finalmente dato un segnale positivo alla campagna lanciata nel 2002 dalle organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane per porre fine all'uso dei palestinesi come "scudi umani" nel corso delle operazioni militari nei Territori Occupati: un comportamento che mette a rischio la vita delle persone coinvolte e costituisce una violazione del diritto internazionale, in particolare dell'ari. 51 della Quarta Convenzione di Ginevra.
Negli ultimi anni, Amnesty International aveva denunciato decine di casi in cui i soldati israeliani avevano usato palestinesi, anche bambini, come "scudi umani". I civili palestinesi venivano obbligati a camminare davanti ai militari che a volte, riparandosi dietro gli "scudi umani", sparavano contro chi avevano di fronte. Gli "scudi umani" erano costretti a entrare per primi nelle case da sottoporre a perquisizione, in cui i soldati israeliani ritenevano si nascondessero uomini armati o vi fossero esplosivi; dovevano rimanere all'interno dell'edificio, sollecitando tutte le persone presenti ad arrendersi. A volte, venivano portati sui tetti delle abitazioni, per riparare i cecchini israeliani.
Nei tre anni intercorsi tra l'avvio della campagna e la sentenza dell'Alta corte, l'esercito israeliano ha continuato a servirsi degli "scudi umani". Portavoce militari, in questo periodo, hanno più volte giustificato questa pratica affermando che i palestinesi venivano impiegati solo in compiti da essi stessi accettati o che i comandanti militari ritenevano sicuri. Con una certa fantasia, la pratica è stata chiamata inizialmente "procedura di vicinato" e, in seguito, "procedura di pre-allarme". Amnesty International e le organizzazioni locali per i diritti umani avevano replicato che, nel contesto dell'occupazione militare, sarebbe stato difficile per un palestinese poter dare il proprio consenso informato a un impiego del genere, anche perché un eventuale rifiuto avrebbe potuto dar luogo a punizioni e rappresaglie.
Con la sentenza dell'8 ottobre 2005, l'Alta corte ha riconosciuto un caposaldo del diritto umanitario: i civili non possono essere impiegati in operazioni militari.


Il futuro incerto di Gaza


Il 22 agosto 2005 Israele ha ufficialmente completato il ritiro da Gaza, lasciandosi alle spalle un sentiero di distruzione. La decisione del governo israeliano di ritirare i coloni dalla Striscia di Gaza - nota anche come "piano di disimpegno" - è stata negli ultimi mesi al centro dell'attenzione mondiale. I coloni israeliani hanno vissuto a Gaza per anni in violazione del diritto internazionale, che vieta a una potenza occupante di insediare la propria popolazione in un territorio occupato. Mentre 8000 coloni israeliani hanno avuto l'uso esclusivo di un terzo di Gaza, un milione e mezzo di palestinesi è stato confinato in una delle zone più densamente popolate del pianeta, in un isolamento che è terminato solo il 25 novembre 2005, con l'apertura della frontiera con l'Egitto.
La presenza degli insediamenti è stata causa di gravi violazioni dei diritti umani della popolazione palestinese. A partire dal 2000, l'esercito israeliano ha distrutto migliaia di case, ampie porzioni di terre coltivabili e di infrastrutture per creare zone-cuscinetto intorno agli insediamenti israeliani e lungo le speciali strade costruite per i coloni. 
Occorre, ora, che il ritiro sia effettivo e completo e che dia la possibilità ai palestinesi di condurre una vita normale, spostarsi e commerciare liberamente, cosa attualmente improbabile viste le difficoltà ai valichi e l'impossibilità di utilizzare l'aeroporto di Gaza e i porti della Striscia.
Ci vorranno anni di lavoro e ingenti aiuti internazionali per ricostruire Gaza e migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, la maggior parte della quale vive sotto la soglia di povertà. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) e la società civile locale dovranno affrontare anche l'impegnativo compito di mettere in piedi istituzioni trasparenti e meccanismi efficaci per stabilire il primato della legge, assicurare il rispetto dei diritti umani e amministrare in modo equo la giustizia. L'Anp dovrà prendere misure concrete per porre fine a una radicata cultura di impunità, alla progressiva assenza di legalità e ai sempre più frequenti scontri tra fazioni politiche e gruppi armati rivali, che mettono a rischio la sicurezza della popolazione civile. La comunità internazionale dovrà assicurare che l'Anp soddisfi questi impegni ma dovrà anche garantire che il
"piano di disimpegno" non distolga l'attenzione dall'azione  Israele nella Cisgiordania occupata e in particolare dall'espansione degli insediamenti, nonché dalla costruzione del muro o barriera di sicurezza.


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