FISICA/MENTE

 

IL GENOCIDIO CONTINUA

ED IL MONDO LIBERO E DEMOCRATICO SE NE STRAFOTTE

 

Roberto Renzetti

Ancora! Ancora! E come sempre, da tremila anni! Vorrei iniziare ricordando alcune cosette che sono scritte nella Bibbia.

Dalla Genesi apprendiamo le cose che seguono.

Abramo, sbandato con la sua gente tra Babilonia ed Egitto, chiede agli Hittiti, nella cui terra si trovava, di dargli in proprietà un sepolcro per sua moglie Sara che Abramo aveva tentato di prostituire (come già fatto in passato) con  il re Abimelech. Quando glielo danno gratis egli lo vuole pagare e sa il perché: "Così il campo di Efron..., il campo e la caverna che vi si trovava con tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite, passarono in proprietà di Abramo... Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale" (23, 17-20). E su questa proprietà sepolcrale si comincia a compiere la promessa ripetuta infinite volte da Geova, di dare una terra agli eredi di Abramo.

Abimelech però dovette avere un qualche ripensamento con il figlio di Abramo, Isacco. Fece sigillare tutti i pozzi che avevano scavato i servi di Abramo per le sue greggi e intimò ad Isacco di andarsene per il fatto che era diventato più potente dello stesso re (ma Isacco non se ne andò). L'operazione di scavo lo fa litigare anche con altri pastori. Isacco dice che l'acqua è sua. Scavando e litigando arriva fino alla città di Bersabea  dove una notte gli appare Geova che dice: "io sono il dio d'Abramo, tuo padre. Non temere, perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza" (26,24).  Abimelech ed altri lo hanno visto parlare con Geova ed allora vanno verso Isacco per fare pace con lui. 

Giacobbe, figlio di Isacco, a cui era andata truffaldinamente la primogenitura, va in viaggio fino a Sichem e compera in contanti un terreno nelle vicinanze. Altra patria comprata, in analogia con quanto fatto da Abramo.  "Dina, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del Paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l'Eveo, principe di quel paese e la rapì, si unì a lei e le fece violenza" (34,1). Ma il profeta ci dice che però era un bravo ragazzo: "egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto" (34,3) quindi chiese al proprio padre Camor: "prendimi in moglie questa ragazza". Giacobbe, saputo della violenza alla figlia si indigna ed aspetta il ritorno degli 11 figli maschi che: "ne furono addolorati e si indignarono molto ... così non si doveva fare!". Ma arriva Camor (con Sichem) e tenta il matrimonio riparatore. Ma qui viene fuori la doppiezza spietata di Giacobbe. I figli di Giacobbe, parlando con "astuzia" dicono: "Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. Solo a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo" (34,14-16). Un patto all'antica per pacificare due tribù. Sichem ed i suoi accettarono facendosi circoncidere (qui occorre ricordare che nelle istruzioni che Geova aveva dato sulla circoncisione vi era il fatto che essa doveva avvenire all'ottavo giorno di vita, infatti per gli adulti è una operazione fastidiosa e dolorosa). A tre giorni dalla circoncisione, quando tutti i maschi della città di Sichem" erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi [presumibilmente con servi e schiavi armati, n.d.r], fratelli di Dina, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi" (34,25). Poi tutti "i figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la sorella" (34,27). Qui si tratta di un vero atto di terrorismo e barbarie. Perché coinvolgere tutta la città e non prendersela eventualmente con la famiglia dello stupratore? Tant'è! alla fine vi è pure il saccheggio dei beni e degli animali della città con la riduzione in schiavitù degli abitanti. Ma dove era Geova? Tutto bene? Inoltre: ma  che popolo ha eletto tale dio? oppure: ma che dio ha un tale popolo? Assistiamo alla prima strage che il popolo di Geova realizza per impadronirsi di terra "promessa". Poiché manca sia Geova che dio, è Giacobbe che dice qualcosa: "Allora Giacobbe disse a Simone e a Levi: 'Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese ..., mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno, ed io sarò annientato con la mia casa' " (34,30). Quindi nessun ripensamento morale ma solo un calcolo opportunistico al quale i figli rispondono: "Si tratta forse la nostra sorella come una prostituta?" Eh, è proprio ciò che hanno fatto i vari patriarchi incontrati. Prostituivano le mogli spacciandole per sorelle.

La storia biblica continua.

Gli Ebrei, giunti dall'Egitto, trovano Canaan già abitata e pensano di levare l'impiccio nella maniera più semplice: eliminando il problema.
Secondo il libro di Giosuè in tutto vengono sconfitti ed uccisi 31 re e votate allo sterminio le popolazioni di Gerico (tutti: uomini, donne, bambini ed animali eccetto la famiglia di una puttana che aveva nascosto due spie israelite; 12000 fra uomini, donne e bambini). Dopo una dura battaglia uccidono coi loro eserciti Adoni-Zedech, re di Gerusalemme, Oam, re d'Ebron, Piream, re di Iarmut, Iafia, re di Lachis e Debir, re di Eglon; anche le loro città vengono votate allo sterminio. Una sorte analoga capita alle città di Azor, Iobab, Madon, Simron ed Acsaf. Infine Giosuè massacra gli Anachiti, popolo ostile delle montagne di Giuda ed Israele. In definitiva vengono massacrati tutti i popoli e molti animali della terra di Canaan tranne i Gabaoniti, che si sottomisero in semischiavitù.
Anche la rivolta dei Maccabei è una storia esemplare. Infatti nel secondo libro dei Maccabei (non canonico per Protestanti ed Ebrei), capitolo 10, Giuda Maccabeo assedia 9.000 Idumei alleati di Gorgia, stratega del re di Siria. Questi Idumei si rifugiano in "due torri fortificate a regola d'arte e fornite di tutto l'occorente per resistere."(vers. 18) Poiché l'assedio va per le lunghe Giuda Maccabeo "si reca in zone più critiche" e lascia in sede Simone: alcuni suoi uomini si vendono al nemico ma quando Giuda viene a saperlo li cattura, li processa e li fa giustiziare, quindi prende d'assalto i due torrioni. "Essendo riuscito in tutto con le armi in mano, mise a morte nelle due fortezze piu' di 20.000 uomini" (vers. 23) (qui il profeta deve essersi distratto ed ha dato i numeri).

E' solo un cenno a quanto riporta la Bibbia, al fatto che non esiste il diritto di nessun altro. C'è solo il popolo di Israele ben protetto dal suo Dio. Gli stessi soldati ricevono istruzioni dai rabbini e prendono spunto dalla Bibbia prima di attaccare e distruggere tutto ciò che incontrano, strafottendosene di ogni diritto internazionale, diritto sempre rifiutato da Israele che lo ha potuto fare per la presenza vigile degli USA (Vedi: Risoluzioni ONU contro Israele ... MAI RISPETTATE O FATTE RISPETTARE)

Si discute sul fatto che Israele ha il diritto di esistere e che qualcuno nega tale diritto. Perfino Hamas era arrivata alla conclusione che tale diritto doveva essere riconosciuto. Ma, ogni volta (ormai è leggendario) che ci si avvicina ad una conclusione, con i palestinesi sempre più in un angolo (leggi: "campo di concentramento"), accade sempre qualcosa che fa rigettare il tutto. Si passa per stragi varie ad altra stagione di negoziati che vedono i palestinesi sempre più privati di qualcosa. Nessuno osserva una cosa elementare che ormai è scritta in caratteri cubitali con ettolitri di sangue: la soluzione possibile reclamata a più voci è due popoli e due Stati; ebbene un popolo ha il diritto di difendere se stesso ed il proprio Stato e l'altro ? E' proprio perché non ha uno Stato che si avventa contro chi glielo nega! Non è chiarissimo ? Si, si risponde, ma noi siamo democratici e quelli sono terroristi. Idiozie speciose, tipiche della nostra destra, quella esaltata dalla comunità ebraica ufficiale (qualche giorno dopo che gli amici di Fini, quelli di Salò da equiparare ai partigiani, hanno fatto scorribande nel ghetto) ma, attenzione, anche di pretesi sinistri come Fassino, Veltroni (un ecumenico che ormai ha rotto!), per non dir di margheriti come Rutelli e Vernetti (lo sciocco che si avvita sull'idiota). Si bruciano gli interlocutori di Fatah. Arafat è un terrorista, delinquente e ladro. Con lui non si tratta. Si cerca di ucciderlo in tutti i modi. Lo si assedia per settimane nel suo bunker. Poi si appoggia l'infame guerra contro l'Iraq credendo di chiudere la partita con una strage più grande di tutte le altre. Ma questa operazione fa retrocedere tutti i Paesi arabi verso l'integralismo che infetta, insieme all'Iran, anche la Palestina. Da una parte c'è il rifugiarsi dietro ad uno scemo che vede in Israele il nemico principale, dall'altra, nelle elezioni, richieste a gran voce per far diventare la Palestina democratica, vince Hamas. Allora non vale! E' meglio Abu Mazen. Ma quest'ultimo non è del partito di quel delinquente, assassino e terrorista di Arafat ? A chi lo spieghiamo che per il governo di Israele vale sempre tutto ed il suo contrario (come per gli USA), purché serva al fine della distruzione-annientamento del nemico nei padri, mogli e figli (oggi quel galantuomo di Olmert non dice che, prima di sospendere i bombardamenti, deve finire il lavoro ? Come dice quel petroliere-bovaro di Bush sull'Iraq ?). E così si rapisce l'intero governo eletto in libere elezioni volute fortemente dagli esportatori USA di democrazia. Ma poi: chi l'ha rapito quel soldato ? La cosa viene addirittura adombrata da un ferreo filoisraeliano come Bernard Guetta (Repubblica del 18 luglio 2006) ma subito scartata come atto di fede per assegnare ogni colpa alla Siria che, insieme all'Iran è Stato canaglia che deve essere attaccato e demolito. Si crede che da quell'episodio, marginalissimo rispetto alla costituzione dell'altro Stato per avviare la pace (si, per Giove, di questo si tratta!), sia nata la barbara invasione con carri armati verso Gaza, la strage di civili gli ammazzamenti mirati che ammazzano sempre miliziani (è noto che hanno il triangolo giallo sulla manica della giacca! Dice il TG: Israele ha ammazzato 13 palestinesi, 11 dei quali erano miliziani. Stupendo, anche il giornalista che dice queste sciocchezze leggendo le veline del governo di Israele). Non è però così. Come al solito l'informazione non fa il suo dovere ed è al servizio dei potenti di turno. Denunciano infatti John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, José Saramago che "l'ultimo capitolo di questo conflitto è iniziato quando le forze israeliane hanno rapito due civili a Gaza" episodio sconosciuto ai più o passato sotto silenzio(*). E da lì segue il rapimento del soldato, da cui tutto il resto per poter fare il lavoro e passare al genocidio. I palestinesi, dicevo, sono tutti miliziani che vengono ammazzati pure dentro un condominio, buttando giù l'edificio (attenzione: parlo di ammazzare centinaia, migliaia di persone, ... gente come noi che vive disperatissima, poverissima e disgraziatissima da 60 anni). Poi arrivano gli Hezbollah dal Libano per vendicare l'attacco su Gaza che comunque continua ... E gli Hezbollah sono un partito transnazionale, di matrice sciita che si fa forte con l'integralismo che avanza pompato dalla politica sanguinaria degli USA. E nasce non a caso e non in qualunque luogo, ma nel Sud del Libano nel 1982. Allora accadde che Israele insieme ai cristiani maroniti libanesi vollero liquidare definitivamente il problema dei profughi palestinesi che si accalcavano ai confini di Israele. Il metodo è semplice e continua ad essere applicato: eliminazione fisica dell'ingombro. La cosa la fece Sharon (dico la fece fare per evitare sciocche critiche che si appunterebbero su un particolare evitando il problema nel suo complesso). Cristiani maroniti, sotto la supervisione di Sharon, fecero uno dei più grandi massacri della storia contemporanea nei campi profughi di Sabra e Shatila (la Del Ponte e l'Aja giocano a palline quando si tratta di colpire i genocidi amici e così Sharon diventa Presidente del Consiglio in Israele invece di seguire la sorte di un criminale di guerra. Ed Olmert chi è ? Ed il suo governo con i laburisti dentro ? Ma l'Internazionale socialista lo caccia o no quell'individuo che si chiama Shimon Peres ? O è diventata una internazionale nazionalsocialista ?). 

Questo per ciò che riguarda la democrazia e per il terrorismo che dici ? Il terrorismo fa schifo e la cosa è addirittura tautologica e discende dal nome: non si colpisce il nemico in armi ma si spara nel mucchio ammazzando innocenti. Ed allora Israele, per caso, forse, hai visto mai, ... è un Paese terrorista ? E gli USA ? Non allarghiamoci troppo, parliamo di alcuni palestinesi. Si, sono e sono stati terroristi per quella vicenda dei kamikaze. Per il resto le loro sono azioni di guerra con i balordi effetti collaterali, esattamente come Israele. Ma c'è di più. Come nasce Israele ? e qui non parlo della legittimità o meno della cosa che da tempo ho superato in nome dello Stato da assegnare ai palestinesi, non come regalo ma come sacrosanto diritto. Israele nasce con bande terroriste contro tutti (in primis contro gli inglesi e poi contro le popolazioni arabe). Begin, ad esempio, uno dei luminosi banditi alla guida di Israele, era un criminale terrorista. Addirittura gli ebrei Einstein ed Arendt lo denunciarono all'opinione pubblica USA, quando nel 1948 andava a chiedere soldi per costruire bombe. Su queste cose, purtroppo, si gioca molto sul fatto che in questo sfortunato Paese si contano ormai in poche centinaia coloro che hanno memoria e sanno collegare logicamente le notizie.

Si deve poter uscire dal fatto specifico quotidiano, anche se tremendamente drammatico, e guardare la situazione israelo-palestinese nel suo svolgersi da quando è nata almeno dal 1948. Ci si renderà conto che le vie di uscita non vi sono perché le chiude Israele, tutte e sempre. Solo pochi israeliani hanno capito cosa accade ed urlano con quanto fiato hanno in gola, accompagnati da contati ebrei della diaspora che, in queste occasioni, sono sempre richiamati al sacro dovere della difesa della patria Israele. Ho letto Grossman, Lerner ed altri ... davvero penosi. Ho letto con piacere Moni Ovadia, che ha fatto il salto dall'integralismo al pensiero libero.

Ho letto degli sciocchi opportunisti della nostra politica paesana. Il masochismo di Fassino lo porta in una comunità filofascista a fianco di Ferrara, il fallaciano pera e Fini, fischiato lui ed applauditissimi gli altri. Piccoli opportunisti che non riescono a volare alto e che continuano a rotolarsi con Fini, quello che aveva dato il placet, INSISTO, al progetto di legge che equipara repubblichini (quelli che avviavano sui vagoni piombati gli ebrei italiani) a partigiani (non serve che dica chi sono ... o si ?). Gli slogan sono contro la sinistra, contro coloro che considerano criminale la politica israeliana ma, spiacente, non sono e non saranno antisemiti. Addirittura (ed era già accaduto qualche anno fa, quando si attaccò la sede del quotidiano Liberazione) alcuni fascisti ebrei sono andati a provocare la manifestazione per la pace che si svolgeva a Piazza San Marco, ben lontana da quella alle spalle della Sinagoga. Imbecilli che non sapete ciò che fate ! Ottusi ... provocate, provocate ... noi resteremo radicalmente contrari alla politica criminale del governo di Israele ma non riuscirete mai a condurci sulla strada dell'odio per una etnia. L'antisemitismo, come ho più volte scritto, alloggia altrove. Anzi. Saremo sempre noi dalla parte di questa etnia quando gli agnelli tireranno fuori gli artigli ... o credete, come molti vostri antenati entusiasti sostenitori e convinti gerarchi, alla funzione liberatrice del Fascismo ?

Ed ora passo la parola ad altri e non certo a chi ha avuto spazio nell'informazione ad una sola dimensione di giornali e TV (Repubblica ha fatto strage di verità, battendo addirittura i TG che qualche volta qualcosa la facevano filtrare dagli inviati ...Anche il Corriere della Sera ... e così tutta la stampa libera e democratica). Un coro con una sola verità come ai tempi di Mussolini e di Hitler. Pennivendoli e sciocchi ripetitori delle volontà che fanno comodo e vi fanno fare carriera. Ricordiamo anche questo per sbattervelo in faccia domani, quando vi pentirete ... perché lo farete, quando vi converrà.

La parola va ad altri che hanno scritto cose non come quelle che avete sentito. Va anche a quelli che soffrono tentando di gridare la loro verità.
(*) Intellettuali contro (da il manifesto del 21 luglio 2006)


Le vere vittime sono i palestinesi


L'ultimo capitolo del conflitto fra Israele e Palestina è iniziato quando le forze Israeliane hanno rapito due civili, un dottore e suo fratello, a Gaza. Un incidente per lo più ignorato dai media, ad eccezione della stampa turca.
Il giorno seguente, i palestinesi hanno fatto prigioniero un soldato israeliano e proposto un negoziato per scambiare i prigionieri - ci sono circa 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Che questo «rapimento» sia stato considerato oltraggioso, mentre l'occupazione militare illegale della Cisgiordiana da parte di Israele e l'esproprio sistematico di tutte le sue risorse - in particolare l' acqua - venga considerato spiacevole ma inevitabile è un tipico esempio del doppio standard continuamente impiegato dall'Occidente rispetto a ciò che viene fatto contro ai palestinesi, sulla terra promessa loro dai vari accordi internazionale da settant'anni a questa parte.
Oggi ad oltraggio segue oltraggio: missili artiginali incrociano missili più sofisticati. Questi ultimi in genere cercano il loro obiettivo proprio dove di ammassa la gente più diseredata , ancora in attesa di ciò che un tempo veniva definita giustizia. Entrambe le categorie di missili fanno a pezzi i corpi in maniera orribile. E chi, tranne i comandanti sul campo, può scordarsene anche solo un momento?
Le provocazioni e le controprovocazioni vengono ogni volta contestate o acclamate. Ma tutti gli argomenti a posteriori, accuse e promesse, finiscono col fungere da diversivo per allontanare l'attenzione del mondo da una lunga pratica militare, economica e politica il cui fine non è nient'altro che la liquidazione della nazione palestinese.
Tutto ciò deve essere ribadito chiaramente perché questa pratica, benché spesso dissimulata o nascosta, ultimamente sta andando avanti sempre più rapida. E, secondo noi, va incessantemente ed eternamente riconosciuta e contrastata per quello che è.


John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, José Saramago


 

Israele è sola
Luciana Castellina 

il manifesto 18 luglio 2006


Sono preoccupata - molto - per tutti quegli ebrei di origine assai diversa che hanno deciso di essere israeliani. Condivido l'allarme di questi giorni sulla sorte del paese che hanno creato. Come potrà infatti mai sentirsi sicuro uno stato che ha fatto crescere attorno a sé tanto odio? Come potrà mai legittimare davvero la sua esistenza, non nelle istanze istituzionali dove è più che riconosciuto ma nella coscienza dei milioni di arabi che gli vivono accanto e che per ragioni analoghe a quelle della diaspora ebraica si sentono anche loro fra loro solidali, se non assumendo il problema del popolo che la costituzione del loro stato ha lasciato senza patria né casa? Come potrà il governo di Tel Aviv invocare l'applicazione - sacrosanta - della risoluzione 1559 dell'Onu che ingiunge a Hezbollah di disarmare, quando ha, esso stesso, da mezzo secolo, ignorato ogni altra risoluzione delle Nazioni Unite, a cominciare dalla, fondamentale, 242 che gli ingiungeva di ritirarsi entro i confini del '48? Come potrà rendere convincente la propria voce che si accompagna a quella del suo altrettanto incosciente alleato americano nel rivendicare l'intervento armato contro l'Iran perché pretende di possedere un potenziale nucleare, quando Israele stessa lo possiede in violazione di ogni norma internazionale? Come potranno raccogliere adesione nella denuncia degli orrendi regimi dell'Iran, di Saddam Hussein, dei Talebani, quando intrattengono ottime relazioni con altrettanto orrendi regimi reazionari (a cominciare da quelli del Golfo), e di fronte al disastro cui ha condotto l'intervento «democratizzatore» degli americani? Come potrà chiedere solidarietà contro la minaccia di Ahmadinejad, di Hamas, di Hezbollah, che rifiutano di riconoscere ufficialmente lo stato d'Israele, quando ogni giorno non solo insidia ma rende risibile ogni prospettiva di creare uno stato palestinese, che infatti ancora non c'è, né mai ci potrà essere fino a quando a quel mozzicone di terra che dovrebbe costituirne l'embrione è negato ogni attributo di sovranità, del controllo delle proprie frontiere, economia e risorse, esposto al kidnapping e all'assassinio dei propri rappresentanti democraticamente eletti, ridotto a peggio di un bantustan nell'Africa dell'apartheid? Come potrà ottenere una reale accettazione della propria esistenza e far dimenticare le sofferenze e privazioni inaudite che la creazione di Israele ha imposto a chi ci abitava ed ebreo non era, se non col coraggio di ragionare sulla rispettiva storia e cercare con umiltà un compromesso, non negando con arroganza i diritti degli altri, mariconoscendoli e chiedendo però che anche gli altri riconoscano i propri? Comemai sarà possibile cancellare dalla memoria dei propri vicini le stragi quotidiane di innocenti, l'aver ridotto la Striscia di Gaza a un campo di concentramento esposto alle incursioni, senza acqua, cibo e lavoro? Come potrà sentirsi più forte ora che si è giocato ogni simpatia anche in Libano? Sgomenta in queste ore, ancor più che la sostanziale indifferenza verso le vittime, la cecità e l'incoscienza di chi si pretende amico di Israele e che, pur vivendo altrove, dovrebbe dunque avere il vantaggio della lungimiranza che dà la distanza. E invece scelgono di aggiungere le loro grida alle grida della più irragionevole, furiosa e primitiva reazione, anziché richiamare quel governo alla ragione, farlo riflettere sull'errore tremendo di aver volutamente bruciato l'interlocutore migliore che avrebbe potuto avere, la laica Olp, e di detenere tuttora i suoi uomini più lucidi in galera, così aiutando il popolo israeliano a capire che la vera sicurezza del paese può esser conquistata solo per via politica, creando legami sociali culturali economici con i propri vicini, dando sicurezza e non insicurezza ai palestinesi. E' vero: Israele è sola. Avere dalla sua il paese più potente del mondo, e con esso i suoi vassalli - media governi imprese - non riduce il suo isolamento. A chi sta a cuore salvare questo stato deve smetterla con questa mortifera, pericolosa, cieca solidarietà.

 


Medio Oriente, quei diritti riconosciuti solo a una parte


Giampaolo Calchi Novati

il manifesto  18 luglio 2006


Chi in modo più rozzo, chi più sofisticato, sembrano tutti d'accordo. Il discorso dominante sulla tremenda crisi scoppiata nel Medioriente è una specie di inno all'assunto che Israele ha il diritto di difendersi e che per Israele la difesa non può essere altro che guerra colpo su colpo.
A ogni «incidente», grave o meno grave, e questo che stiamo vivendo è gravissimo per la strategia d'attacco che si indovina sullo sfondo, si torna alla casella zero. La giustificazione dell'«autodifesa» di Israele diventa il perno prioritario e esclusivo che offusca tutti i precedenti, il contesto, la somma di torti e ragioni che si sono accumulati per mezzo secolo di storia in una situazione così complessa.
Il pretesto è sempre la minaccia suprema, il mancato riconoscimento dello stato ebraico. Ma il «rifiuto arabo», un dato di fatto all'atto dell'istituzione di Israele, è stato superato da un pezzo. Ci sono documenti, prassi, accordi applicati o non applicati. Era scontato se mai che il «rifiuto» si sarebbe riproposto persino nelle more del «negoziato di pace» basato sullo schema dei due stati per due popoli se la spartizione non avesse esaudito le premesse minime dell'identità dello stato palestinese e quasi della sua «esistenziabilità».
Non di soli tracciati - i «confini sicuri» di cui parlano i testi diplomatici - vive la pace. E puntualmente l'Intifada del 2000, rilanciando la lotta armata, ha rivelato che l'accettazione dello stato ebraico da parte dei palestinesi può essere precaria. Sotto una certa soglia, quanto più la Palestina sarà un falso stato - menomato nelle prerogative consuete della sovranità, impedito nelle comunicazioni con il mondo esterno, senza un'economia vitale - tanto più è probabile che si autorealizzi la profezia per cui la Palestina, e se del caso il Libano o la Siria, sarà sempre un nido di terroristi e una rampa di lancio per una rivincita araba.
Per il rispetto che Israele ha mostrato in passato e mostra oggi non solo nei confronti del non-stato della Palestina ma anche degli stati costituiti che lo circondano, del resto, una questione di «riconoscimento» dell'esistenza o sovranità altrui riguarda anche la politica di Israele. Gli attacchi partiti da Gaza o dal sud del Libano sono essi stessi atti di guerra e chi li compie è convinto di avere un diritto di difesa o di resistenza di fronte a una storia di occupazione, soprusi e frustrazioni.
I fallimenti della leadership araba si sono spesso tradotti nello scontro per lo scontro. E' accaduto sia nella grande rivolta del 1936 che nell'invasione del 1948 e poi nella provocazione culminata nella guerra del 1967, con altrettante disfatte per gli arabi e il movimento palestinese, e lo stesso potrebbe essere il senso dell'ultimo soprassalto di violenza.
L'assurdo è che il medesimo errore di scambiare la guerra per un fattore di forza e non di debolezza lo commetta Israele, che a suo vantaggio ha tutte le risorse della statualità, della tecnica, della politica e l'appoggio incondizionato dell'unica superpotenza.
Dagli ultimi anni di vita di Arafat in poi il governo israeliano ha avuto come principale obiettivo lo svuotamento dell'autorità palestinese.
La stessa «luna di miele» con Abu Mazen è durata poco spalancando le porte a Hamas. Anche l'abbandono di Gaza è stato attuato con questo spirito e si è visto in seguito che valore avesse quel finto disimpegno.
La guerra, ogni tipo di guerra, istituzionale o informale a seconda dei mezzi a disposizione di ciascuno, la prima o ultima chance non importa, la guerra preventiva o di reazione, è parte del problema, per certi aspetti è il problema, e lo perpetua anche oltre l'eventuale e comunque lontanissima pace (già sul piano concettuale). Se per una volta il pacifismo e il realismo coincidono, dovrebbe essere un motivo in più per non cedere sui principi.
Finché la cosiddetta comunità internazionale non avrà dissolto il dubbio tutt'altro che astratto che i «diritti» riconosciuti e protetti siano tutti da una parte, sarà impossibile arrivare a una soluzione e intanto a una tregua.
Questo solo basterebbe a sollecitare una qualche forma di internazionalizzazione, che purtroppo il governo israeliano ha sempre respinto senza nemmeno accennare a discuterne le condizioni.

Il vero obiettivo, un fantoccio a Beirut


Lo scopo delle operazioni belliche in Libano non è la liberazione dei soldati prigionieri ma un cambio di regime e l'instaurazione di un governo-marionetta
Accadde lo stesso nel 1982. Allora Haig raccomandò a Sharon di dotarsi di «una chiara provocazione», accettabile dal resto del mondo. Oggi è uguale


Uri Avnery

il manifesto  18 luglio 2006


L'obiettivo autentico è il cambio di regime in Libano e l'instaurazione di un governo fantoccio. Era l'obiettivo dell'invasione del Libano dell'82, quella di Sharon. Fallì. Ma Sharon e i suoi discepoli della leadership politica e militare israeliana non si sono mai del tutto arresi.
Come nel 1982, anche l'operazione oggi in corso è stata pianificata e portata avanti in piena coordinazione con gli Stati uniti. Come allora, non ci sono dubbi che sia stata coordinata con una parte dell'elite libanese. Questo è il fatto principale. Il resto non è che rumore e propaganda.
Prima dell'invasione del 1982 il segretario di stato americano Alexander Haig disse a Sharon che sarebbe stato necessario, prima di partire, poter disporre di «una chiara provocazione» in grado di essere accettata dal resto del mondo. La provocazione scattò nel momento più appropriato, quando la banda di terroristi di Abu Nidal tentò di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra. Ciò non aveva alcuna connessione con il Libano, e meno ancora con l'Olp (nemico di Abu Nidal), ma raggiunse ugualmente lo scopo.
Questa volta la necessaria provocazione è stata fornita dalla cattura di due soldati israeliani da parte di Hezbollah. Tutti sanno che non potranno essere liberati se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l'enorme campagna militare approntata da mesi è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un'operazione di salvataggio. (Stranamente, la stessa cosa era avvenuta due settimane prima nella striscia di Gaza. Hamas e i suoi soci catturarono un soldato, cosa che fornì il pretesto per una massiccia operazione preparata molto tempo prima e il cui obiettivo era la distruzione del governo palestinese).
L'obiettivo dichiarato dell'operazione Libano è di spingere Hezbollah fuori dai confini, per rendergli impossibile la cattura di altri soldati e il lancio di razzi sulle città israeliane. Anche l'invasione della striscia di Gaza ha ufficialmente l'obiettivo di sottrarre i paesi di Ashkelon e Sderot al raggio dei missili Qassam. Somiglia all'operazione «Pace in Galilea» del 1982. Allora all'opinione pubblica e al parlamento venne raccontato che l'obiettivo della guerra era quello di «spingere le katiushe a 40 chilometri dal confine».
Era una menzogna deliberata. Per undici mesi prima della guerra non un razzo (non uno) era stato sparato attraverso il confine. Fin dall'inizio, l'obiettivo dell'operazione era di raggiungere Beirut e installarvi un Quisling. Come ho già raccontato parecchie volte, me lo disse lo stesso Sharon nove mesi prima della guerra, e persino lo pubblicai (con il suo consenso, ma senza attribuirglielo).
Certo l'attuale operazione ha anche molti obiettivi secondari, che non includono la liberazione dei prigionieri - che tutti sanno impossibile da raggiungere con mezzi militari. Ma è forse possibile distruggere un po' delle migliaia di missili che Hezbollah ha accumulato negli anni. Per questo fine, i capi delle forze armate sono pronti a rischiare gli abitanti dei paesi israeliani a tiro di razzo. Essi ritengono che il gioco valga la candela, come un gambetto negli scacchi.
Un altro obiettivo secondario è quello di riabilitare il «potere deterrente» dell'esercito. Questa è la parola chiave per restaurare l'orgoglio delle forze armate, profondamente ferito dalle rischiose azioni militari di Hamas nel sud e di Hezbollah nel nord. Ufficialmente il governo israeliano chiede che il governo del Libano disarmi Hezbollah e lo scacci dalle zone di confine. Ciò è chiaramente impossibile nelle condizioni politiche del paese, retto da una delicata trama di comunità etnico-religiose. Il più piccolo choc può far collassare l'intera struttura e gettare il paese nell'anarchia - specialmente dopo che gli americani sono riusciti a far ritirare l'esercito siriano, il solo elemento che per anni ha garantito una qualche stabilità.
L'idea di insediare un Quisling in Libano non è nuova. Nel 1955 David Ben Gurion propose di prendere un «funzionario cristiano» e di installarlo come dittatore. Moshe Sharet dimostrò che questa idea era basata sulla completa ignoranza degli affari libanesi e la silurò. Ma 27 anni dopo, Ariel Sharon cercò ugualmente di attuarla. Bashir Gemayel fu infatti insediato come presidente solo per essere assassinato poco dopo. Il fratello, Amin, gli succedette e firmò un accordo di pace con Israele, ma fu cacciato (lo stesso fratello sostiene oggi pubblicamente l'operazione israeliana).
Il calcolo ora è che se la forza aerea israeliana fa piovere colpi abbastanza pesnti sulla popolazione libanese - paralizzando il mare e gli aeroporti, distruggendo infrastrutture, bombardando i quartieri residenziali, interrompendo l'autostrada Beirut-Damasco eccetera - la gente si infurierà con Hezbollah e premerà sul governo libanese affinché accolga le richieste di Israele. Dal momento he l'attuale governo non può neppure sognarsi di fare una cosa del genere, si installerà una dittatura col sostegno di Israele.
Questa è la logica militare. Io ho i miei dubbi. Si può presumere che la maggior parte dei libanesi reagirà come farebbe tanta altra gente nel mondo: con rabbia e odio verso l'invasore. E' già accaduto nel 1982, quando gli sciiti nel sud del Libano - fino a quel momento docili come uno zerbino - si sollevarono contro gli occupanti israeliani e crearono Hezbollah, che è diventata l'organizzazione più forte del paese. Se l'élite libanese ora si mette a collaborare con Israele sarà spazzata (e poi, i Qassam e i Katiusha hanno spinto la popolazione di Israele a premere sul governo affinché la facesse finita? Tutto il contrario).
La poltica americana è piena di contraddizioni. Il presidente Bush vuole un «cambio di regime» in Medio oriente, ma l'attuale governo libanese è stato insediato sotto pressione americana. Nel frattempo, Bush è riuscito solo a spaccare l'Iraq e provocare una guerra civile (come già detto sopra). Potrebbe provocare la stessa cosa in Libano, se non ferma in tempo l'esercito israeliano. Inoltre un attacco devastante contro Hezbollah potrebbe scatenare la furia e non solo in Iran, ma anche fra gli sciiti in Iraq, sul cui sostegno sono stati costruiti tutti i piani di Bush per un regime filo aamericano.
E dunque, qual è la risposta? Non per caso, Hezbollah ha attuato il suo raid per rapire i soldati nel momento in cui i palestinesi gridavano aiuto. La causa palestinese è popolare in tutto il mondo arabo. Mostrando che essi sono amici nel momento del bisogno, quando gli altri arabi stanno tristemente fallendo, Hezbollah spera di accrescere la propria popolarità. Se un accordo israelo-palestinese fosse stato già raggiunto, Hezbollah non sarebbe altro che un fenomeno locale libanese, irrilevante per la nostra situazione.
Meno di tre mesi dopo la sua formazione, il governo Olmert-Peretz è riuscito a far precipitare Israele in una guerra su due fronti, dagli obiettivi irrealistici e dai risultati imprevedibili. Se Olmert spera di essere visto come Mister Macho-Macho, uno Sharon numero due, resterà deluso. Lo stesso per i disperati tentativi di Peretz di essere preso seriamente come un imponente Mister Sicurezza. Tutti capiscono che questa campagna - sia a Gaza che in Libano - è stata pianificata e dettata dall'esercito. L'uomo che decide oggi in Israele è Dan Halutz. Non è un caso che il lavoro in Libano sia stato affidato all'aviazione.
L'opinione pubblica non è entusiasta della guerra. Vi è rassegnata, in una sorta di stoico fatalismo, perché le viene detto che non c'è alternativa. E in verità, chi puo essere contrario? Chi è che non vuole liberare i «soldati rapiti»? Chi è che non vuole rimuovere i katiusha e ripristinare la deterrenza? Nessun politico osa criticare l'operazione (ad eccezione dei deputati arabi alla Knesset, ignorati dall'opinione pubblica ebrea). Nei media, i generali regnano supremi, e non solo quelli in uniforme. Non c'è quasi nessun ex generale che non venga invitato dai media a commentare, spiegare, giustificare, e tutti parlano con una voce sola.
Un esempio: il più popolare canale tv di Israele mi ha invitato per un'intervista dopo aver sentito che avevo preso parte a una manifestazione contro la guerra. Sono rimasto assai sorpreso. Ma non è durata: un'ora prima della trasmissione, in una telefonata di scuse, un presentatore del talk show mi ha spiegato che c'era stato un terribile sbaglio, in realtà intendevano invitare il professor Shlomo Avineri, ex direttore generale del Foreign Office, su cui si può contare per giustificare qualunque atto del governo, qualunque esso sia, in paludato linguaggio accademico. «Inter arma silent Musa» - quando parlano le armi, le Muse tacciono. O meglio: quando ruggiscono i cannoni, il cervello smette di funzionare.
Infine, giusto un piccolo pensiero: quando lo stato di Israele fu fondato nel mezzo di una guerra crudele, fu attaccato ai muri un manifesto: «Tutto il paese - un fronte! Tutto il popolo - un esercito!» Sono passati 58 anni e quello stesso slogan è valido come lo era allora. Che cosa ci dice questo fatto di un'intera generazione di statisti e generali?

Tel Aviv
Corteo contro la guerra

il manifesto  18 luglio 2006


Centinaia di militanti della sinistra radicale israeliana hanno manifestato ieri a Tel Aviv contro la guerra nella striscia di Gaza e in Libano. I militanti se la sono presa in particolare con il ministro della sinistra laburista, con slogan come: «Peretz, Peretz, ministro della difesa, quanti bambini hai ucciso oggi?». Malgrado la grande tensione, la manifestazione si è svolta senza incidenti.

Fermare l'escalation, serve una mediazione


Il rischio Il conflitto può allargarsi in modo imprevedibile. E la guerra al nord «nasconde» quella contro i palestinesi della Striscia

Zvi Schuldiner

il manifesto  16 luglio 2006

Gerusalemme -

Un tranquillo pomeriggio di sabato a Gerusalemme. Quando la tv annuncia che l'aviazione israeliana ha lanciato quattro missili sulla frontiera libanese-siriana la tensione sale. La Siria e Israele si sono affrettati a precisare che sono caduti in territorio libanese e non in quello siriano: ma quei quattro missili hanno fatto temere l'ulteriore conseguenza della demenziale azione del Hezbollah e della sua controparte gemella, il governo israeliano: il fantasma di una guerra che si estende. Hezbollah attacca e il governo israeliano risponde. Israele attacca e Hezbollah risponde. E con ogni nuova morte e distruzione, si fa più difficile vedere una via d'uscita.
Israele vive un nervoso stato di guerra. La popolazione civile non sa dove sarà il prossimo colpo. Finora, gli attacchi Hezbollah erano più o meno circoscritti alla regione vicina alla frontiera nord di Israele: i missili katiusha non erano un grave pericolo per il resto della popolazione. Poi però i primi missili hanno ucciso una donna a Nahariya, alcuni chilometri a sud della «zona di pericolo». Poi nel piccolo centro abitato di Miron, teoricamente più lontano dal raggio di tiro. I missili sono arrivati anche a Haifa e nella mattina di sabato a Tiberiade, sulle rive del lago. Ora un augusto generale avverte: può darsi che cadano anche più a sud. Così tutti si sentono minacciati. Viva l'isteria. Centinaia di migliaia di persone vanno nella parte «protetta» degli edifici (dopo la guerra del Golfo del 1991, ogni nuova casa deve avere almeno una stanza teoricamente resistente ai missili), e la difesa civile vieta il transito nelle strade.
Così, la maggioranza degli israeliani prova sentimenti di vendetta e torna ad auspicare la soluzione più classica: l'uso della forza. E se la forza non basta, ancora più forza. Radere al suolo Beirut, che imparino, non lasciamoci uccidere, l'Olocausto, tutto torna in una miscela ideale perché i nostri dirigenti restino prigionieri della loro stessa retorica e non vedano altra via che quella militare. Di fronte a questa escalation demenziale, che ha fatto decine di morti e distruzioni in Libano, l'unica via d'uscita possibile è l'intervento di terzi che porti Israele, gli Hezbollah e il loro patron siriano a una tregua. Quanto all'Iran, parte della strategia israeliana punta a impedire la fornitura di ulteriori missili iraniani agli Hezbollah.
I paesi arabi moderano le critiche pubbliche a quella che molti chiamano la «provocazione» degli Hezbollah e lanciano dure critiche a Israele, ma sono coscienti del pericolo che le ostilità si estendano. Il presidente egiziano Hosni Mubarak avrebbe tentato, in serata, di premere sul presidente siriano Bashar el Assad perché metta un freno agli Hezbollah, a quanto pare senza successo. Anche i sauditi, che hanno grandi interessi in Libano e in passato hanno avuto qualche influenza sulle posizioni della Siria, seguono la stessa via.
Il fragore della guerra al nord intanto fa dimenticare - ancora una volta - la guerra contro i palestinesi a Gaza, dove la popolazione continua a subire la violenza israeliana. Quando una «colomba» come Amir Peretz diventa ministro della difesa sembra dover dimostrare che sa esercitare la forza. E lo fa in compagnia di un premier che a sua volta deve giustificarsi, per aver appoggiato quel ritiro unilaterale oggi considerato un fallimento della linea «morbida». Così l'opinione pubblica - che loro stessi hanno aizzato - ora gioca un ruolo nella spinta all'escalation.
Il solo modo di interrompere questa guerra demenziale è una mediazione internazionale. Perfino i protagonisti sperano che qualcuno li aiuti a uscire dalla situazione esplosiva in cui hanno messo le rispettive popolazioni.

L'attacco degli Hezbollah? È l'unico atto di solidarietà per Gaza


Tanya Reinhart*

il manifesto  16 luglio 2006


È l'offensiva di Israele a Gaza che ha scatenato la nuova guerra in Libano. Da quando, nel 2000, si era ritirato dal Libano, gli Hezbollah avevano accuratamente evitato di scontrarsi con l'esercito israeliano in territorio di Israele (limitandosi a confronti nell'area di Shaba in Libano, che lo Stato ebraico continua a occupare). Il momento scelto dai guerriglieri sciiti per il primo attacco, e la retorica successiva, indica che la loro intenzione era ridurre la pressione sui palestinesi aprendo un nuovo fronte. La loro azione dunque può essere vista come il primo atto militare di solidarietà con i palestinesi nel mondo arabo. Qualunque cosa si pensi di ciò che hanno fatto gli Hezbollah, è importante capire la natura della guerra di Israele contro i palestinesi a Gaza.
L'offensiva delle forze armate israeliane nella Striscia non riguarda il soldato lì prigioniero. L'esercito preparava un attacco da mesi e premeva per passare all'azione, con lo scopo di distruggere l'infrastruttura di Hamas e il suo governo. Perciò ha avviato l'escalation l'8 giugno, quando ha assassinato Abu Samhadana, membro del governo di Hamas, e ha intensificato i cannoneggiamenti sui civili nella Striscia di Gaza. Già il 12 giugno il governo aveva autorizzato un'azione più ampia, rinviata però a causa delle reazioni internazionali suscitate dall'uccisione di civili palestinesi nei bombardamenti aerei del giorno seguente. Il rapimento del soldato è servito a «togliere la sicura»: l'operazione è cominciata il 28 giugno con la distruzione di infrastrutture a Gaza e la detenzione in massa della dirigenza di Hamas in Cisgiordania, altra cosa che era stata pianificata con settimane di anticipo.
Nel discorso pubblico israeliano, Israele ha messo fine all'occupazione di Gaza quando ha evacuato i suoi coloni dalla Striscia, e il comportamento dei palestinesi sarebbe dunque «da ingrati». Ma nulla è più lontano dalla realtà di questa descrizione. Nei fatti, come era previsto dal Piano di Disimpegno, Gaza è rimasta sotto il totale controllo militare israeliano, dall'esterno. Israele ha impedito l'indipendenza economica della Striscia, e non ha mai applicato neppure una delle clausole degli accordi sui valichi di frontiera del novembre 2005. Ha semplicemente sostituito la costosa occupazione di Gaza con un'occupazione più economica, che dal suo punto di vista lo esenta dalla responsabilità dell'occupante a garantire la sopravvivenza del milione e mezzo di residenti della Striscia, come dettato dalla quarta Convenzione di Ginevra.
Israele non ha bisogno di questo pezzo di terra, uno dei più densamente popolati al mondo e sprovvisto di risorse naturali. Il problema è che non può lasciar andare Gaza se vuole mantenere la Cisgiordania. Un terzo dei palestinesi sotto occupazione vive nella Striscia di Gaza. Se liberi, diverranno il centro della lotta di liberazione palestinese, con libero accesso al mondo arabo e a quello occidentale. Per controllare la Cisgiordania, Israele ha bisogno del pieno controllo di Gaza. E la nuova forma di sottomissione che ha ideato è trasformare l'intera Striscia in un campo di prigionia isolato dal mondo. Persone occupate e assediate, con nulla in cui sperare, e nessun mezzo alternativo di lotta politica, cercheranno sempre di combattere il loro oppressore. I palestinesi prigionieri a Gaza hanno trovato un modo per disturbare la vita degli israeliani nelle vicinanze della Striscia lanciando missili artigianali Qassam contro le città israeliane che circondano la Striscia. Questi razzi rudimentali non hanno la precisione necessaria a colpire un obiettivo, e di rado hanno fatto vittime israeliane; causano però danni fisici e psicologici e disturbano la vita dei quartieri israeliani su cui si abbattono. Agli occhi di molti palestinesi, i Qassam sono una risposta alla guerra che Israele ha dichiarato loro. Come ha detto uno studente di Gaza al New York Times, «Perché dobbiamo essere solo noi a vivere nella paura? Con questi missili anche Israele ha paura. Dobbiamo vivere in pace insieme, o vivere insieme nella paura» (Nyt, 9 luglio 2006).
L'esercito più potente del Medio Oriente non ha risposte militari a questi razzi fatti in casa. Una risposta possibile è quella che Hamas ha sempre proposto, e il suo premier Haniyeh ha ripetuto questa settimana: un cessate il fuoco complessivo. Nei 17 mesi trascorsi da quando ha annunciato la decisione di abbandonare la lotta armata a favore della lotta politica, e dichiarato un cessate-il-fuoco unilaterale (tahdiya, calma), Hamas non ha preso parte al lancio dei Qassam, salvo sotto grave provocazione israeliana come nell'escalation di giugno. Hamas però continua a lottare contro l'occupazione di Gaza e Cisgiordania. Dal punto di vista di Israele, il risultato delle elezioni palestinesi è un disastro, perché per la prima volta hanno dei dirigenti che insistono nel rappresentare gli interessi palestinesi invece di limitarsi a collaborare con le richieste israeliane. Poiché finire l'occupazione è la cosa che Israele non vuole considerare, l'opzione seguita dall'esercito è spezzare i palestinesi con una forza devastante. Devono essere affamati, bombardati, terrorizzati con ordigni assordanti per mesi, finché capiranno che ribellarsi è futile e accettare la prigione a vita è la loro unica speranza di vita. Il loro sistema politico eletto, istituzioni e polizia vanno distrutte. Per Israele, Gaza dovrebbe essere governata da gangs che collaborano con i secondini della prigione.
L'esercito israeliano ha sete di guerra. Non si lascerà fermare da preoccupazioni per i soldati rapiti. Dal 2002 i militari sostengono che anche a Gaza è necessaria un'operazione tipo lo «Scudo difensivo» di Jenin. Esattamente un anno fa, il 15 luglio (prima del Disimpegno da Gaza), l'esercito aveva concentrato le forze sul confine della Striscia per procedere a un'offensiva di quel tipo a Gaza. Gli Stati uniti però opposero il veto. Il segretario di stato Usa Rice arrivò per una visita d'emergenza descritta come acrimoniosa e tempestosa, e l'esercito fu costretto a ritirarsi. Ora finalmente il suo momento è arrivato. Con l'islamofobia nell'amministrazione Bush giunta all'acme, sembra che gli Usa siano pronti ad autorizzare l'operazione, a condizione che non provochi l'indignazione globale con attacchi troppo pubblicizzati ai civili (sulla posizione attuale dell'amministrazione Usa vedi Ori Nir, «Us Seen Backing Israeli Moves to Topple Hamas», The Forward, 7 luglio 2006, www.forward.com/articles/8063).
Ricevuto il via libera alla sua offensiva, l'unica preoccupazione dell'esercito è l'immagine pubblica. Fishman ha riferito martedì scorso che per l'esercito «ciò che rischia di far deragliare questo imponente sforzo militare e diplomatico» sono le notizie di crisi umanitarie a Gaza. Perciò, avrà cura di lasciar entrare del cibo a Gaza. E' necessario nutrire i palestinesi perché sia possibile continuare indisturbati a ucciderli.


* Docente di linguistica alle università di Tel Aviv e di Utrecht, ha pubblicato per Marco Tropea «Distruggere la Palestina».


Libano, un trionfo fino alla morte


Tariq Ali

il manifesto  19 luglio 2006

 


Nella sua ultima intervista - dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967 - lo storico di sinistra Isaac Deutscher, il cui parente più prossimo era morto in un lager e quelli sopravvissuti vivevano in Israele, disse: «Giustificare o perdonare la guerra di Israele contro gli arabi significa in realtà rendere a Israele un pessimo servizio e compromettere i suoi interessi futuri». Poi avvertì:« I tedeschi hanno riassunto la loro esperienza nella frase amara 'Man kann sich totseigen!', puoi portare il tuo trionfo fino alla morte. Questo è quello che hanno fatto gli israeliani. Hanno morso più di quanto possano inghiottire.». Nell'azione di Israele oggi possiamo individuare molti elementi di alterigia: un'arroganza imperiale, una distorsione sistematica della realtà, una coscienza della propria superiorità militare (con tanto di armi di distruzione di massa come ultima risorsa), la presunzione con la quale spezzano le infrastrutture sociali degli altri paesi, e la convinzione della propria superiorità razziale. Gli arabi sono untermenschen. Tutte le vittime civili di Gaza e del Libano non valgono quanto la morte di un solo soldato israeliano. Ein questo, i sovrani del mondo appoggiano Israele. L'offensiva contro Gaza è stata pianificata per distruggere Hamas, per aver osato vincere le elezioni. La «comunità internazionale» è rimasta lì a guardare Gaza in agonia. Sono morte dozzine di civili. Tutto ciò non ha significato niente per i leader del G8. Subdole parole come «sproporzionato » sono state occasionalmente tirate fuori. Ma nulla è stato fatto. Per dissolvere ogni dubbio, Condoleeza Rice ha chiarito la posizione di Washington su Fox Tv suggerendo che «l'offensiva venga prolungata». La spregiudicatezza di Israele ottiene sempre il semaforo verde da Washington. In quest'ultimo caso, gli interessi coincidono: vogliono isolare e rovesciare il regime siriano assicurandosi il Libano come protettorato israelo-americano. Il Libano contemporaneo, è vero, è rimasto in larga misura la creatura artificiale del colonialismo francese di sempre. La scacchiera confessionale del paese non ha mai permesso un censimento accurato, per il terrore di rivelare che una maggioranza sostanzialmente musulmana - forse ora come ora persino sciita - è preclusa da una adeguata rappresentanza nel sistema politico. Tensioni settarie, incalzate dalle condizioni in cui versano i profughi palestinesi, sono esplose negli anni '70 nella guerra civile, fornendo la scusa per l'ingresso e permanenza delle truppe siriane nel Libano col tacito benestare degli Stati uniti - col ruolo pretestuoso di tampone fra le comunità in guerra e deterrente contro l'avanzata totale di Israele, una possibilità emersa con le invasioni israeliane del 1978 e del 1982, quando ancora Hezbollah non esisteva. L'uccisione del corrotto Hariri ha provocato vaste proteste della media borghesia che ha chiesto l'espulsione delle truppe e della polizia siriana. L'impeto è stato sufficiente a forzare il ritiro siriano ma Hezbollah non è stato disarmato e la Sirianon è caduta. Questa offensiva israeliana è designata per la presa del castello. Funzionerà? Una lunga guerra coloniale è in vista dal momento che Hezbollah,comeHamas, gode del supporto delle masse. Non possono essere liquidati come «terroristi», esattamente come l'Olp o l'Anc o la Fnl algerina o i MauMau. Nel mondo arabo sono percepiti come combattenti per la libertà che combattono la più lunga occupazione coloniale del ventesimo secolo. Ci sono 7000 prigionieri politici arabi nei gulag israeliani. E' per questo che vengono catturati i soldati israeliani e che, in passato, vi sono stati scambi di prigionieri. Incolpare Iran e Siria dell'ultima offensiva in Libano è semplicemente ridicolo. Finché la questione palestinese non verrà risolta, l'occupazione in Iraq conclusa, non ci sarà pace in tutta la regione mediorientale.


Le carte dei nemici
Nasrallah asso di quadri

il manifesto  19 luglio 2006

 


Lo sceicco Hassan Nasrallah è l'asso di quadri nelle carte da gioco dei ricercati Hezbollah pubblicate ieri da Maariv, che evoca così le carte da gioco con l'organigramma dei vertici baathisti di Saddam Hussein distribuite ai marines americani in Iraq. Il re di cuori è Imad Mughnyeh, un palestinese sciita sospettato di aver partecipato agli attentati dell'11 settembre negli Stati uniti ed indicato in Israele come il responsabile del rapimento di due soldati, avvenuto una settimana fa. La sua immagine proposta da Maariv è probabilmente molto antica, in quanto Mughnyeh dovrebbe essersi sottoposto a plastica facciale. Il re di picche è il vice segretario generale di Hezbollah, sceicco Naim Kassem. Lo schema di Maariv è probabilmente basato su informazioni di intelligence e diventa più interessante quando offre un volto, o almeno un nome, ai «fanti» che compongono
lo stato maggiore dei guerriglieri Hezbollah.


Libano
Quella «fascia» che Israele vuole
Stefano Chiarini

il manifesto  19 luglio 2006

 


L'esercito israeliano ha cominciato a spianare una fascia di terreno di un chilometro di profondità sul versante libanese del confine distruggendo case, campi, qualunque cosa, mentre il ministro della difesa il laburista Amir Peretz ha dichiarato che Israele vuole tornare a controllare una «fascia di sicurezza» all'interno del Libano. Per realizzarla l'esercito di Tel Aviv sta già procedendo alla distruzione dei villaggi al di là del confine sbriciolandoli con l'artiglieria, gli elicotteri e le bombe degli F16.
Drammatiche le notizie sulle vittime civili dei bombardamenti, i morti accertati sarebbero centinaia, ma molti corpi sarebbero ancora sotto le macerie, i profughi oltre mezzo milione (i dati sono delle Nazioni unite).
E' una vera e propria guerra, quella contro la popolazione sciita delle zone montuose del sud del Libano, le stesse zone che Israele ha occupato dal '78 al 2000 prima di essere costretto al ritiro dalla resistenza sciita degli Hezbollah. Un movimento che da allora continua la sua lotta contro l'esercito israeliano per la liberazione delle fattorie di Sheba, enclave libanese alle pendici del monte Hermon, ma anche del Golan e dei territori occupati di Palestina.
L'intervento israeliano nel sud del Libano, giustificato ora con la presenza della resistenza sciita libanese degli Hezbollah , in realtà è antecedente non solo alla nascita di questa organizzazione ma anche allo stesso stato di Israele. Il sud del Libano ed in particolare le colline nell'entroterra di Tiro, il Jebel Amel, grazie alla loro posizione strategica e alla ricchezza d'acqua (i fiumi Litani, Hasbani, Wazani, e Awali) sono sempre state nel mirino dei dirigenti israeliani: Theodor Hertzl sosteneva la necessità di questa regione per lo sviluppo del nuovo stato ebraico mentre altri importanti esponenti del movimento, come David Ben Gurion, Yithak Ben Zvi, o Chaim Weizman ritenevano che il monte Libano dovesse essere la frontiera nord di Israele. A tal fine lo stesso Weizman scrisse nel 1919 al premier britannico Loyd George chiedendo che la frontiera nord della Palestina comprendesse al suo interno la valle del fiume Litani così come il fianco ovest e sud del monte Hermon.
Ma lo shock che avrebbe portato ad una permanente ostilità delle popolazioni del jebel Amel nei confronti delle pretese e delle minacce israeliane sarebbe venuto con la guerra del 1948 quando l'Haganah occupò con un colpo di mano sette villaggi libanesi della zona massacrando a Salha e a Houla 174 contadini disarmati. Il cessate il fuoco del 1949 non portò certo alla pace che gli abitanti di queste colline e altopiani coltivati a tabacco avrebbero sperato: dal 1949 al 1964 il Libano subì 140 aggressioni israeliane e dal 1968 al '74 oltre 3.000 attacchi dell'esercito di Tel Aviv. Senza contare che nel corso della guerra del 1967, Israele violando la neutralità del Libano, occupò con un colpo di mano l'area delle fattorie di Sheba e alcune zone del fianco occidentale e meridionale del monte Hermon.
Dopo la cacciata del movimento di liberazione palestinese dalla Giordania con i massacri del settembre nero del 1970 e il suo trasferimento nella repubblica dei cedri, il sud Libano tornò di nuovo in prima linea e pagò un prezzo altissimo per le rappresaglie israeliane contro la presenza dell'Olp. Nel corso della guerra civile libanese (1975-90) i dirigenti di Tel Aviv operarono per insediare a Beirut un governo di destra cristiano maronita loro alleato e per annettersi la zona a sud del fiume Litani. Un pensiero che probabilmente fu alla base del progetto di Shimon Peres, era l'anno 1976, di creare una milizia fantoccio di criminali comuni e torturatori politici sotto la guida di un maggiore libanese rinnegato, Saad Haddad. Era l'Armata del Libano Libero, e aveva il compito di controllare la «fascia di sicurezza» a ridosso del confine che sarebbe poi stata allargata a 800 chilometri quadrati due anni dopo il 15 marzo del 1978. Quel giorno scattò la prima invasione in grande stile del Libano da parte di Israele, la «Operazione Litani», che provocò la morte di 1.186 civili, 285.000 profughi, 82 villaggi disastrati e sei completamente rasi al suolo.
La successiva invasione del 1982, «Operazione Pace in Galilea» con oltre 20.000 morti, 32.00 feriti, 2206 invalidi permanenti, 500.000 profughi, la distruzione dei campi palestinesi, l'assedio di Beirut, i massacri dell'esercito israeliano e dei suoi alleati locali, avrebbero si portato all'uscita dal Libano dei combattenti palestinesi ma allo stesso tempo alla nascita di un nuovo e ancora più incisivo movimento di resistenza contro l'occupazione israeliana, gli Hezbollah, che sarebbe riuscito a costringere al ritiro il potente esercito di Tel Aviv nel maggio del 2000. Un successo militare, questo, il cui segreto sta soprattutto nel fatto che i suoi militanti non sono altro che i figli, i nipoti o anche i padri dei contadini del Jebel Amel.


Medio Oriente, un uso sproporzionato della menzogna


Tommaso Di Francesco


Non se ne può più dell'uso sproporzionato della menzogna. Adesso tutti cadono dalle nuvole e Bush ha la faccia tosta di dire dal caso del G8 che «tutto andava bene, eravamo applicati alla pace, studiavamo la road map...», ripetendo l'intercalare di bugie che ci vengono propinate sul conflitto israelo palestinese, a cominciare dalla tempistica che mette dopo quel che invece è accaduto prima: parliamo del terrorismo di stato che dall'alto degli aerei F-16 bombarda spiagge e case civili nel centro di Gaza City uccidendo decine di bambini e alla fine, dopo, l'attacco hezbollah sulla frontiera libanese. Una escalation chiama l'altra e non viceversa. L'aggravamento e la nuova internazionalizzazione della crisi mediorientale avvengono non a freddo, ma dentro una strategia che vede Israele impegnata a distruggere Hamas e la sua leadership uscita democraticamente vincente dalle elezioni palestinesi soltanto sei mesi fa e intenzionata a portare avanti con Olmert quello che Sharon aveva già deciso: il ritiro unilaterale - vuol dire come e dove vuole Israele senza contrattare nulla con i palestinesi, altro che chiacchiere sulla road map - solo da Gaza, lasciando le colonie più importanti in Cisgiordania (protette dall'esercito), con l'occupazione di Gerusalemme est, senza liberare i quasi diecimila prigionieri palestinesi, senza possibilità di rientro degli ormai 3 milioni e mezzo di profughi palestinesi sparsi per il Medio Oriente, e con la continuazione del Muro che strappa terre ai palestinesi e impedisce con gli insediamenti «legali» una qualche continuità territoriale all'eventuale Stato di Palestina. Così stanno le cose. E' vero, Hamas non riconosce lo stato d'Israele - esplicitamente, perché accettando una recente risoluzione dell'Anp sul ritiro israeliano entro i confini del '67, di fatto va anche oltre - ma possiamo forse dire che il governo israeliano riconosce la possibilità, nei fatti, che esista lo stato palestinese? E quando riaffermiamo la convinzione nei due popoli due stati, sappiamo o no che uno stato esiste ed è forte e internazionalmente riconosciuto, l'altro, quello palestinese, non c'è, ed è appeso ad un mucchietto di pezzi di carta?
Questa condizione di «normalità» si è consumata con la morte di Arafat, deriso di fronte al suo popolo mentre veniva relegato in un angolo di una stanza della Muqata, nel dicembre 2004 e si è aggravata poi con l'avvento del governo di Hamas. L'unica novità, se così si può dire, è stato il più che totale abbandono dei palestinesi da parte dell'Unione europea. Ma abbandono è dire poco, l'Ue ha partecipato delle sanzioni indiscriminate del mondo contro i palestinesi colpevoli di avere scelto un movimento integralista pulito a forze nazionaliste impotenti quando non apertamente corrotte. Così in un grande campionato mondiale di menzogne, invece di aiutarli i palestinesi, li abbiamo affamati dentro le prigioni collettive di Gaza e Cisgiordania, aiutando invece con trattati militari Israele. Ora ci rammarichiamo che altri che non ci piacciono siano arrivati in soccorso a rompere l'isolamento palestinese.
La crisi torna ad internazionalizzarsi nel modo peggiore con una azione e armata degli hezbollah libanesi. Attenzione, perché non è mai stato un bene per i palestinesi, costretti, di fronte all'abbandono dell'Occidente, ad aggrapparsi a regimi arabi che quando hanno potuto li hanno massacrati come e più degli israeliani. Ma sarebbe altrettanto giusto ricordarsi che la crisi mediorientale nasce da un processo di internazionalizzazione, la cacciata dei palestinesi dalla loro terra (la Nakba) ad opera dell'esercito e delle milizie israeliane - con metodi che Albert Einstein e Annah Harendt e decine di personalità religiose e intellettuali dell'ebraismo definirono apertamente «fascisti» in un appello sul New York Times del 1948. Una cacciata che a partire dal 1948 porta i nuovi profughi in molti degli altri paesi arabi che da quel momento in poi saranno condizionati e trasformati indirettamente e direttamente da quella nuova presenza, come il Libano, la Giordania, la Siria. Una internazionalizzazione confermata da due risoluzioni delle Nazioni unite che chiedono da 35 anni a Israele di ritirarsi dai territori occupati militarmente con la guerra del '67, misconosciute come quelle che chiedono il ritiro dalle alture del Golan siriano occupato. Risoluzioni che Israele disprezza e non rispetta, mentre invece il premier israeliano Olmert chiede in queste ore il riconoscimento della risoluzione che impone al governo di Beirut di disarmare le milizie hezbollah. Ma come, senza un impegno per una pace generale in Medio Oriente, anche con la Siria che chiede la liberazione del Golan e a partire da quel grande territorio occupato rappresentato dall'Iraq? Inoltre è giusto non dimenticare che, dopo l'11 settembre e le due guerre che ne sono seguite in Afghanistan e Iraq, il fuoco della crisi mediorientale non ha confini territoriali riducibili al Muro israeliano. Al contrario si diparte dal nodo irrisolto della Palestina e da quello incendia tutta l'area, perché la non soluzione di quel problema costituisce la base e l'alimento di ogni agire politico, compreso il terrorismo islamico nell'area. In uno straordinario libro uscito in questi giorni di Paolo Barnard (Perché ci odiano, Rizzoli ed.) si riporta il testo di un messaggio di Osama bin Laden del 2004, accreditato dalla Cia proprio per l'ossessione al riferimento «libanese», che dice: «Gli eventi che ebbero influenza diretta su di me si svolsero nel 1982 e poi successivamente quando gli Usa permisero a Israele di invadere il Libano con l'aiuto della sesta flotta. Cominciarono a bombardare e tanti morirono altri dovettero fuggire terrorizzati. Ancora ricordo quelle scene commoventi - sangue, corpi dilaniati, donne e bambini morti; case sventrate ovunque e inetri palazzi che furono fatti crollare sui loro residenti...Tutto il mondo vide e sentì, ma non fece nulla. In quei momenti critici fui sopraffatto da idee che non posso neppure descrivere, ma esse svegliarono in me un impulso potente a ribellarmi all'ingiustizia e fecero nascere in me la ferma determinazione a punire l'oppressore». Attenti all'uso sproporzionato della menzogna.


Aridatece er puzzone!

R.R.

Andreotti
Primo, lo stato palestinese
«In italiano equivicinanza non esiste»


Nel dibattito al senato Giulio Andreotti mattatore. Rilanciando la politica estera della Dc il senatore a vita è stato più che esplicito sulla crisi in Medio Oriente: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da 50 anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista», ha detto Andreotti nel dibattito in senato. La linea italiana di politica estera, insiste, «prescinde dal carattere strutturale del governo», è «nata nel '70 a Venezia quando per la prima volta si parlò della necessità di dialogo tra israeliani e palestinesi». Ma Andreotti va oltre per l'Italia di oggi, ricordando che «nel '48 l'Onu ha creato lo stato di Israele e lo stato arabo. Lo stato di Israele esiste, lo stato arabo no». L'«equivicinanza»? «Non esiste nemmeno nel vocabolario». «E' importantissimo che ci si dedichi ai taxi e ai notai ma non dobbiamo togliere dal nostro ordine del giorno, prima di tutto morale, il problema della Palestina, su cui anzi dovremmo tutti impegnarci di più. quando erano gli ebrei gli ammalati, chi non era al loro fianco mancava ai propri doveri morali, ma oggi è certamente più malato il mondo palestinese».


La democrazia d’Israele

di Ezechiele Levini

C'è uno Stato al mondo che ha violato 72 risoluzioni ONU e mai nessuna superpotenza o nessuna coalizione internazionale è intervenuta per obbligarlo a rispettarle.

Questo stato è Israele.

C'è uno Stato che ha invaso territori da cui non si è mai ritirato, che ha sradicato popolazioni autoctone, sostituendole con altre appartenenti ad una sola nazionalità religiosa, provenienti da parti lontanissime del mondo, senza che nessuno abbia osato parlare di pulizia etnica.

Questo stato è Israele.

C'è uno Stato al mondo che fa della lotta la terrorismo il pretesto per esercitare uno spietato terrorismo di Stato e una politica di spopolamento portata avanti a marce forzate e senza che nessuno intervenga.

Martin van Creveld, noto docente di storia militare all'università ebraica di Gerusalemme ha evidenziato che ciò corrisponde ad una strategia precisa, perché «se dovesse protrarsi a lungo, il governo potrebbe perdere il controllo del popolo. In campagne come questa le forze antiterrorismo perdono perché non riescono a vincere e i ribelli vincono perché riescono a non perdere. Considero inevitabile la disfatta totale di Israele. Ciò significherebbe il crollo dello Stato e della società israeliani. Distruggeremmo noi stessi».

E in questa situazione, proseguiva, sempre più israeliani finiscono per considerare il «trasferimento» dei palestinesi (cioè la loro deportazione negli Stati limitrofi nda) l'unica salvezza.

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato al mondo che ha violato il trattato di non proliferazione nucleare e contro il quale non è mai stata presa alcuna forma o anche solo minaccia di sanzione.

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato al mondo dove un suo scienziato di nome Mordechai Vanunu, che aveva collaborato alla realizzazione di quel progetto atomico, nel 1986 mostrò al giornale britannico

Sunday Times fotografie degli impianti nucleari di Dimona, nella regione settentrionale del deserto del Negev, affermando che lì erano stivate ben 200 testate atomiche.

Prima che la notizia venisse pubblicata, i servizi segreti di quel Paese, il Mossad, rapirono a Roma quello scienziato, riportandolo a forza in patria e condannandolo a 18 anni di carcere dopo un processo segreto.

Quello scienziato ha scontato i primi 11 anni e mezzo in isolamento.

Quello Stato è Israele.

L'8 luglio 2004, secondo quanto riferito dalle agenzie AGI e Reuters, «le autorità israeliane hanno detto al direttore dell'AIEA El Baradei che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia per Israele. E certamente, se si vuole seriamente avviare una prospettiva di disarmo in Medio Oriente, occorre partire dalle dittature fanatiche e sostenitrici del terrorismo che non nascondono neppure i loro propositi genocidi, non da una democrazia costretta a difendersi per sopravvivere».

Peccato che molti anni prima un suo ex ministro della Difesa, Moshè Dayan avesse affermato:

«Israele dev'essere come un cane rabbioso, troppo pericoloso per darsi pensiero. Ritengo che a questo punto non ci sia più speranza. Dovremo cercare di evitare che si arrivi a quel punto, se è ancora possibile. Le nostre forze armate, però, non sono al trentesimo posto nel mondo, bensì al secondo o al terzo. Abbiamo la capacità di trascinare il mondo intero nella nostra rovina. E vi assicuro che accadrà, prima che Israele affondi».

Questo Stato è Israele.

C'è uno stato al mondo che per anni ha collaborato con il Sudafrica dell'apartheid per ottenere la fornitura di circa 550 tonnellate di uranio per l'impianto di Dimona e che nel settembre 1979 tenne con il regime di Pretoria un test nucleare congiunto nell'Oceano Indiano.

Secondo il quotidiano ebraico Ha'aretz del 20 aprile 1997 all'inizio degli anni Ottanta questo Stato avrebbe aiutato il governo del Sudafrica a sviluppare armi nucleari.

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato al mondo dove ancora l'apartheid è «il principio primo di tutto il suo sistema legale, oltre che la dimensione evidente e verificabile ad ogni livello sociale, residenziale, del viver quotidiano. Tuttavia, la maggior parte delle leggi approvate dal parlamento, non sembrano discriminatorie, almeno nella forma. Se si analizzano con un po' di attenzione, si vede subito che, alla base dì tutte c'è la discriminazione tra 'ebrei' e 'non ebrei'».

Questo stato è Israele.

Chi afferma ciò non è un pericoloso antisemita, ma Israel Shahak, ebreo, internato nel campo di concentramento nazionalsocialista di Bergen Belsen e dal 1945 stabilitosi in Israele.

Secondo la legge - prosegue Shahak - «in questo Stato deve considerarsi 'ebreo' chi ha avuto una madre, una nonna, una bisnonna e una trisavola ebrea, di religione ebraica, oppure perché si è convertito al giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità d'Israele.

Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra religione non è più considerato 'ebreo'».

Questo Stato è Israele.

In questo Stato «vi è una legislazione discriminatoria nei confronti dei non ebrei, che favorisce esclusivamente gli ebrei in molti aspetti della vita».

Pochi sanno - afferma Shahak - che il diritto di residenza, si fonda «sul fatto che, in Israele, il 92% della terra è proprietà dello Stato ed è amministrato dalla Israel Land Authority secondo i criteri del Jewish National Fund (JNF), affiliato all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist Organization). Sono regole fondamentali del JNF la proibizione a chi non è 'ebreo' di stabilire la propria residenza, di esercitare attività commerciali, di rivendicare il proprio diritto al lavoro e questo soltanto perché non è ebreo. Al contrario, agli ebrei non è in nessun caso proibito stabilire la propria residenza o aprire attività commerciali in qualsiasi località d'Israele […]. Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si proibisce ufficialmente di lavorare le terre amministrate dalla Israel Land Authority. […]. E' severamente proibito agli ebrei insediati sulla National Land subaffittare anche una parte delle loro terre agli arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in pesantissime multe. Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di non ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei».

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato che pratica l'apartheid e non subisce sanzioni né reprimende dal consesso internazionale.

C'è un legge in quello Stato, la Legge dell'Ingresso del 1952, secondo cui «chi non è in possesso di un visto o di un certificato d'immigrazione sarà immediatamente deportato e non potrà più chiedere il rilascio del visto».

Sembra una legge neutrale, precisa Shahak.

Peccato che la definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto d'immigrazione si trova nella parallela Legge del Ritorno: solo «gli ebrei».

Spiega Shahak che «la clausola della deportazione degli 'stranieri' è applicabile solo ai 'non ebrei'.

Il Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a un ebreo, anche se ha precedenti penali e può costituire un pericolo per la società, di esercitare il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso, ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini d'Israele: il 'certificato d'immigrazione' conferisce automaticamente la cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti anche se non conoscono una sola parola di ebraico. Il 'certificato d'immigrazione' dà diritto immediato alla 'cittadinanza' in virtù del ritorno nella 'terra madre d'Israele' e a molti benefici finanziari che variano a seconda della nazione da cui provengono gli 'ebrei'.

Per esempio, quelli che provengono dall'ex URSS ricevono subito una 'gratifica complessiva' di $ 20.000 per famiglia. Le leggi sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai menzionare 'ebrei' e 'non ebrei', sono il fondamento primo dell'apartheid, insieme alle leggi sull'istruzione pubblica, alle norme della Israel Land Authority, che garantiscono la segregazione delle terre e le leggi matrimoniali religiose che sono mantenute separate dal codice matrimoniale civile».

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato dove «nei documenti d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé e ad esibire in qualsiasi momento, sotto la dicitura 'nazionalità' figurano le seguenti categorie: 'ebreo', 'arabo', 'druso', 'circasso', 'samarita', 'caraita' o 'straniero'. Dal documento d'identità i funzionari dello Stato sanno subito a quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli pressioni, il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare la dicitura 'nazionalità israeliana'.

Sembra una beffa, ma a quelli che l'hanno richiesto, viene risposto su carta intestata 'Stato d'Israele' che 'si è deciso di non riconoscere una nazionalità israeliana'».

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato che impedisce a una parte dei propri cittadini di entrare nell'esercito, riservando ad una «nazionalità» solo, quella ebraica, il monopolio dell'uso della forza militare: «la legge sulla coscrizione militare del 1986 non sembra discriminatoria perché usa l'espressione 'giovani di leva arruolati' come termine universale e riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In realtà contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro dell'apartheid: è la figura dell'enumerator, autorizzato a chiamare i giovani ad iscriversi nelle liste di leva, a convocarli al distretto con uno specifico richiamo alle armi. Nella legge si fa uso del termine 'autorizzato', il che implicitamente lascia all'enumerator la facoltà di chiamare, o di non chiamare alle armi, i giovani in età di leva. Quelli che non ricevono la chiamata sono automaticamente esentati dal servizio militare. E' semplicissimo: quelli che dai documenti d'identità risultano appartenenti al 'settore arabo' non vengono chiamati». (1)

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato dove oltre 100 palestinesi, tra cui oltre 30 bambini, sono stati uccisi dall'inizio dell'anno dalle forze armate e dove perfino Amnesty International ha denunciato l'uso sproporzionato della forza contro i civili palestinesi.

Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato in cui esistono due tipi di targhe d'auto, immediatamente riconoscibili dal colore, giallo e azzurro: uno per i cittadini israeliani ebrei, e l'altro per i cittadini israeliani arabi.

Questo Stato è Israele.

C'è uno stato in cui - come riferisce il quotidiano di Gerusalemme Haaretz - una neonata è stata trattenuta per due mesi in un ospedale di Gerusalemme Est in attesa che i genitori pagassero il costo del parto.

Quella bambina era la terza di tre gemelli e la clinica ha dimesso solo 2 fratellini in attesa del saldo del conto.

Quella bambina è figlia di genitori che sono sì cittadini israeliani, ma di «nazionalità araba».

Questo Stato è Israele.

Allora diciamolo: se deve essere, sia per tutti.

Esportiamo la democrazia.

In Israele.

Note

1) Le affermazioni di Shahak sono contenute nel volume Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997.


 

PROTEGGERE ISRAELE: IL METODO CHOMSKY


 di GHALI HASSAN


Nel 1953, dopo la fondazione di Israele passai diversi mesi molto felici lavorando in un Kibbutz, e per alcuni anni pensai davvero di ritornare definitivamente. Alcuni dei miei amici più intimi, incluso quelli che, durante gli anni, avevano avuto un’influenza significativa sull’idea che mi ero fatto, vivono ancora oggi nei Kibbuz o in altri posti in Israele. Con loro mantengo dei rapporti molto buoni, assolutamente al di là da ogni giudizio o posizione politica” 

 Noam Chomsky [1]



Leggendo gli attacchi più recenti volti a screditare l'analisi, in realtà molto lucida e attendibile, dei professori John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby ebraica pro-Israele presente negli Stati Uniti, viene da domandarsi perché tante persone difendano in modo così semplicistico Israele. Sembra evidente che i critici siano più interessati a proteggere Israele e a rafforzare le loro posizioni, piuttosto che difendere la "libertà di parola", la democrazia o i diritti del popolo palestinese.

Tra coloro che hanno avanzato questi attacchi, figura l’americano Noam Chomsky, “celebre” linguista e critico specialista di politica statunitense. La condanna dei due illustri professori perpetrata da Chomsky, a causa della quale i due vengono ora accusati di “anti-semitismo”, ed hanno perso il sostegno dell’Università di Harvard, rappresenta un tradimento alla libertà accademica. Fin da giovane, proteggere Israele e il Sionismo è stato per Chomsky un obbligo morale. Egli nega pubblicamente l’esistenza di una lobby pro-Israele negli Stati Uniti e sembra che non abbia tempo da perdere nel valutare il ruolo del Congresso sulla politica americana, dove 11 dei cento membri che ne fanno parte sono, senza alcun dubbio, Ebrei a favore di Israele.

La sua critica, spesso diretta contro la Casa Bianca e la sua presidenza, ignora completamente il potere del Congresso.

Chomsky è stato definito un “Ebreo che si odia da solo”, un “radicale di sinistra” e, recentemente, "il più importante intellettuale vivente". È inoltre apprezzato da moltissime persone in tutto il mondo. La protezione di Israele da parte sua è spesso fraintesa e incautamente attribuita a credibilità e cultura. Ma una lettura attenta dei volumi veri e propri del lavoro ripetitivo di Chomsky (libri, articoli, interviste e discorsi), rivela l’opposto di ciò che i suoi amici e i suoi “avversari” sono soliti seguire con venerazione. Se da una parte, infatti, Chomsky offre alle persone uno strumento per vedere al di là della politica estera degli USA, dall’altra le costringe ad assumere una forma di pensiero molto precisa; una sorta di lavaggio del cervello, come succede in certe sette religiose o al seguito di certi guru. I sostenitori e i fedeli di Chomsky controllano diverse emittenti e case editrici in cui criticarlo è considerato alla stregua della blasfemia e dell’”anti-semitismo”.

Chomsky non teme di muovere delle critiche a Israele (anzi, è un dovere farlo) e spesso definisce Israele uno “stato terrorista” per l’efferatezza con cui tratta il popolo palestinese. Ma la responsabilità di tutti i crimini perpetrati da Israele la attribuisce agli Stati Uniti, sostenendo che a commetterli siano proprio loro e non Israele, che in questo conflitto sarebbe solo un astante innocente. Si potrebbe dire la stessa cosa per tutti quei dittatori sparsi nel mondo che godono della protezione degli Stati Uniti: dall’Arabia Saudita all’Egitto, fino alla dittatura cilena sotto Pinochet.

Deviare la responsabilità principale sugli Stati Uniti è una tattica per poter fornire a Israele aiuti e armi. Fa parte della propaganda e fornisce alle persone qualcosa che le fa stare bene. È antiamericanismo e questo alla gente piace. Gran parte del movimento pacifista è antiamericanista e non ha nulla a che vedere con l’opposizione contro la guerra USA in Iraq.

Chomsky sostiene, essenzialmente, la teoria secondo la quale gli Stati Uniti appoggerebbero Israele – incluso la lotta che questi conduce contro il "nazionalismo radicale” degli Arabi - per incrementare i propri interessi strategici e non per le pressioni esercitate dalla lobby pro-Israele. In altre parole, Israele sarebbe una "risorsa strategica” degli Stati Uniti. Tuttavia, questa teoria si è rivelata essere la meno plausibile, ed è, al massimo, una vecchia propaganda sionista che aveva come obiettivo la manipolazione dell'opinione pubblica e, in particolare, di quella americana. È stata infatti sostenuta dai leader israeliani e dalla lobby pro-Israele per decenni.

La prova fornita da Chomsky a sostegno della sua teoria è poco chiara e, a dire il vero, non è credibile quando la si compara con la realtà. Ad esempio, se gli Stati Uniti avessero appoggiato gli oltre 300 milioni di Arabi – che detengono le risorse energetiche più importanti del mondo – e non i pochi milioni di coloni israeliani della Palestina, oggi sarebbero molto più potenti e benvoluti. Questo è interessante perché, eccetto l'Iraq, tutti i governi arabi sono contro posizioni nazionaliste. Chomsky non sa spiegare come Israele non fu in grado di preannunciare la caduta dello Shah in Iran e altre gravi crisi.

Nel 1991, l’amministrazione statunitense di George H. Bush (padre dell’attuale presidente), è stata l’unica ad aver opposto resistenza alla lobby ebraica. Conoscendo il sostegno che il popolo americano avrebbe dato a una soluzione di pace, l’amministrazione Bush avviò il “piano Baker” per la pace. Secondo il precedente Segretario di Stato, la pace con i Palestinesi e la sicurezza di Israele “può essere favorita con un accordo basato sulla Risoluzione 242”. Il 2 novembre 1967, subito dopo la guerra del ’67, la Risoluzione 242 dell’ONU venne adottata dal Consiglio di Sicurezza con un consenso pressoché unanime. Essa prevede il “il ritiro delle forze armate Israeliane da (tutti) i territori occupati durante l’ultimo conflitto” e la “[f]ine di ogni rivendicazione o di stati di belligeranza”. A questo punto è importante menzionare che Chomsky, come molti dei leader Israeliani, reputa la Risoluzione 242 dell'ONU “in linea con il fronte del rifiuto” e appoggia il dissenso espresso da Israele.

Israele e la lobby ebraica, di fatto, rifiutarono la negoziazione basata sulla 242. Bush reagì seccato alla lobby pro-Israele. In una conferenza stampa del 12 settembre 1991, Bush confermò ancora una volta la sua opposizione all’interferenza della lobby nella politica americana: “Ci opponiamo di fronte a certe forze politiche … Gruppi molto attivi e potenti che salgono fino al Campidoglio... Abbiamo un solo leader qui attorno… [Ma] ho intenzione di lottare per ciò in cui credo. Da un punto di vista politico potrebbe essere popolare, o forse no... La domanda non è se questo sia giusto per la politica del 1992. Ciò che è importante è che in questo modo noi diamo una possibilità al processo di pace e non mi interessa se prenderò un solo voto… Credo che gli americani saranno con me” [2]. Non contenti di Bush, i senatori americani e le organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti, guidati dalla potente Commissione Israelo-Americana per gli Affari Pubblici (AIPAC) mobilitarono, con ottimi risultati, una feroce campagna per sconfiggere Bush che, come previsto, perse le elezioni del 1992 contro Bill Clinton, con un margine di voti sottilissimo. Gli Israeliani trionfarono ancora una volta.

L’AIPAC, semplicemente, è “un rappresentante de facto di un governo straniero” e gode di uno stato di esenzione dalle tasse di cui nessun’altra organizzazione straniera beneficia. Grazie ai circa 100.000 membri molto potenti di cui ne fanno parte e a un enorme capitale, questa organizzazione costituisce un unico gruppo etnico e ha una potere formidabile all’interno della politica statunitense.
Così scrivono i professori Mearsheimer e Walt: “Il successo dell’AIPAC è dovuto alla capacità di premiare quei legislatori e quei candidati al Congresso che appoggiano la sua agenda, e di penalizzare coloro che, invece, osano sfidarla”.

Appoggiata dalle maggiori reti televisive americane, dal gruppo di informazione a mezzo stampa più grande del paese e dall’unico giornale con la più forte capacità di influenza, il New York Times, l’Aipac ha messo fuori gioco chiunque non segua la sua agenda pro-Israele. Nel 1982, l’AIPAC guidò una campagna di grande successo per sconfiggere il senatore Paul Findley, di Springfield, nell’Illinois. E quando nel 1984 il senatore Charles Percy Chairman della Commissione del Senato per le Relazioni Estere venne messo da parte, il messaggio fu chiaro per tutti.

Chomsky commette inoltre un errore nell’analisi sul ruolo che la lobby pro-Israele, in particolare l’AIPAC, ha nel finanziamento e nell’elezione dei candidati pro-Israele, avvalendosi del suo formidabile strumento - l’”antisemitismo” - per intimorire e minacciare chiunque non sia d’accordo con la sua agenda Sionista.
A Chomsky, lui stesso un dissidente a favore della democrazia, non interessa che la lobby pro-Israele sia diventata la forza più antidemocratica presente negli Stati Uniti. La sua condanna dei professori Mearsheimer e Walt è un tradimento alla libertà accademica e aiuta solo la lobby ebraica a rafforzare il proprio potere.

Sul "diritto al ritorno” dei Palestinesi alla loro terra, un diritto gelosamente custodito nella Risoluzione dell’ONU 194 (III) e riconosciuto dalla più vasta maggioranza della comunità mondiale, Chomsky non fu del tutto onesto: “(N)on sembra esserci alcuna intenzione a un appoggio internazionale e, date le (virtualmente inimmaginabili) circostanze che un tale appoggio svilupperebbe, è molto probabile che Israele, pur di prevenire una situazione simile, ricorrerebbe alla sua ultima arma, arrivando addirittura a sfidare apertamente il capo del governo. A questo riguardo, non c'è molto su cui discutere. I fatti sono ripugnanti, ma non per questo sono meno reali. La mia opinione è che sia improprio tenere vive delle speranze molto lontane a persone che soffrono nella miseria e nell’oppressione. Piuttosto, dovrebbero essere sostenuti degli sforzi costruttivi per affievolire la loro sofferenza e per affrontare i loro problemi nel mondo reale”. In altre parole, non fate arrabbiare i coloni illegali Ebrei con la storia dei profughi Palestinesi.

Uno stato unico, democratico e laico in cui convivano Ebrei e Palestinesi (Mussulmani e Cristiani), per Chomsky non è negoziabile:

“Non c’è mai stata una proposta legittima di uno stato laico e democratico da parte di un gruppo significativo palestinese (o naturalmente israeliano). Si può discutere, in astratto, se ciò sia “auspicabile”, ma non ha alcun fondamento nella realtà. Non si vede un sostegno internazionale significativo alla sua realizzazione e, all’interno di Israele, l’opposizione è pressoché universale. Si ha la percezione che potrebbe diventare presto uno stato Palestinese con una minoranza Ebrea e con nessuna garanzia né per la democrazia né per il laicismo (anche se è probabile che verrebbe accettato lo status di minoranza). Coloro che reclamano uno stato laico democratico, credo che, in effetti, forniscano un pretesto alle frange più estreme e violente, presenti sia in Israele sia negli Stati Uniti, per continuare la loro lotta”. Naturalmente, Chomsky non chiarisce questo enigma.

Nei primi anni del 1970, la maggior parte dei Palestinesi appoggiava l’idea di un unico stato democratico dove Palestinesi e Ebrei potessero vivere insieme, come è stato per secoli. Oggi, per molti Palestinesi è possibile convivere con gli Ebrei in una Palestina fondata su giusti principi di uguaglianza e democrazia: una soluzione che appare equa e autentica. Sono gli Israeliani a non riconoscere i Palestinesi. Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz del 22 marzo 2006, più del 68 per cento di Ebrei israeliani si rifiuta di vivere con cittadini palestinesi di Israele nello stesso edificio. Chomsky è a favore di uno “stato di soli Ebrei” dominante. Ritiene che gli Ebrei come “minoranza” in una Palestina democratica, dove i diritti sono equiparati, sia inaccettabile. Sembra proprio che Chomsky sia convinto che gli Ebrei siano una “razza superiore”. Come sostiene Virginia Tilley, un unico stato che protegga tutti i suoi cittadini “contro la discriminazione etnica, è l’unica scelta possibile”.

È importante ricordare che Chomsky guida il gruppo che sostiene la cosiddetta opzione dei “due stati”, ovvero l’accordo di Ginevra. L’opzione dei “due stati” per i Palestinesi è una trappola e questo, Chomsky, lo sa molto bene. Secondo l’accordo di Ginevra, i Palestinesi verranno confinati in ghetti simili a prigioni, irraggiungibili a causa degli insediamenti illegali e delle strade per soli Ebrei. Ai Palestinesi, dunque, verrà continuato a essere negato il diritto all’autodeterminazione e alla libera circolazione. I nuovi ghetti saranno separati uno dall’altro, senza una sovranità significativa, senza un vero autosostentamento, senza un’economia indipendente o un esercito in grado di difendere la popolazione. I quattro milioni di profughi Palestinesi perderanno il “diritto al ritorno”. È il riconoscimento della legalità della Nakbah del 1948 – la “catastrofe” dell’esproprio e dell’espulsione. Legittimerà la rivendicazione di Israele sulla Palestina e rinforzerà le leggi dei coloni israeliani, come Amram Mitzna, membro laburista della Knesset, ha rivelato nel suo articolo su Ha’aretz. Assomiglia al “Processo di pace di Oslo”: un gioco studiato per proseguire il genocidio palestinese. L’opzione dei “Due stati” non fu mai una strada percorribile dal momento in cui si appoggiava il terrore perpetrato da Israele nei confronti dei Palestinesi.

Israele vuole continuare a dividere la terra della Palestina in ghetti separati attraverso il Muro dell’apartheid, soggiogati da un sistema brutale di occupazione e discriminazione. Recentemente, il sistema è stato reputato da Ebrei liberali e giornalisti israeliani peggiore di quello praticato in Sud Africa trent’anni fa [3]. Si dovrebbe notare che l’efficacia del sistema sta nel mantenere la forza militare israeliana (le forze di occupazione) in una posizione politicamente molto forte. La società israeliana funziona come una società militarizzata, con una forma di democrazia simile a quella degli Stati Uniti.

Poiché Israele è fortemente dipendente dall’aiuto massiccio che riceve dai contribuenti americani, qualsiasi sanzione economica potrebbe costringere il suo governo a cercare una risoluzione di pace con i Palestinesi. Secondo Chomsky è ipocrita sanzionare Israele con lo scopo di obbligarlo a una risoluzione di pace, come accadde per il Sud Africa affinché l’apartheid venisse smantellata o in Iraq perché rinunciasse a costruire armi di distruzione di massa. Nel marzo 2004, per conto del Journal of South African and American Comparative Studies (Safundi), il professor Christopher Lee dell’Università di Harvard intervistò Chomsky riguardo al muro dell’apartheid e alle sanzioni. “L’apartheid era un sistema particolare e una situazione particolarmente abietta”. Per usare il termine per descrivere Israele: “È proprio come sventolare una bandiera rossa, quando semplicemente basta descrivere la situazione. Ma devo dire che questo è del tutto diverso dai Territori occupati” [4].

Quando a Chomsky fu chiesto se vedeva le sanzioni contro Israele come una possibilità, egli rispose : “No. Infatti sono fortemente contro le sanzioni nel caso di Israele. Per molti motivi. Per uno in particolare credo che, anche nel caso del Sud Africa, le sanzioni siano una tattica discutibile. Penso anche, però, che per il Sud Africa fossero legittimate [in definitiva] dal grande consenso suscitato nella popolazione”, e aggiunse: “Le sanzioni nuocciono alla popolazione. Non le si può imporre a meno che non sia la popolazione stessa a richiederne l’applicazione. Questa è la questione morale. Quindi, il primo punto nel caso di Israele è: la popolazione le vuole? Beh, ovviamente no”. Il popolo palestinese ha sulle spalle anni di sanzioni, imposte loro con lunghi embarghi e con le restrizioni della libera circolazione. Anzi, i Palestinesi hanno da tempo richiesto ancora che si intervenisse con le sanzioni contro Israele.

Sappiamo che Chomsky era dietro l'ultima risoluzione di embargo, a dir la verità molto all’acqua di rose, al MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove è professore emerito ed esercita una formidabile influenza sull’attivismo studentesco. Chomsky denunciò la campagna e votò contro le sanzioni politiche ed economiche contro Israele. Molte persone e molte organizzazioni sparse per il mondo, inclusi importanti intellettuali e politici Palestinesi, hanno richiesto sanzioni economiche e politiche contro Israele, e i Palestinesi sono rimasti molto sorpresi nel vedere come Chomsky avesse tradito la loro causa. Egli ha preferito l’inganno alla difesa dei Palestinesi.

Secondo Francis Boyle, professore di Diritto Internazionale all’Università dell’Illinois: “[Una] lcampagna per le sanzioni economiche e politiche contro Israele può produrre una riconciliazione storica tra Palestinesi e Israeliani – proprio come successe tra i bianchi e i neri del Sud Africa. Questa nuova campagna di sanzioni politiche ed economiche deve fornire ai Palestinesi un sufficiente potere economico e politico, necessario per negoziare una risoluzione giusta ed esauriente con gli Israeliani – proprio come accadde per i neri del Sud Africa". Considerando la dipendenza di Israele dal sostanzioso aiuto americano, ogni forma di sanzione economica dovrebbe costringere quel paese a trovare una risoluzione per la pace.

La Palestina sta diventando un percorso, non è più una comunità terrorizzata. Accademici e intellettuali hanno utilizzato il popolo martoriato dei Palestinesi per aumentare i loro propri interessi e per dirottare le attenzioni su se stessi. Esattamente come quelli che stanno facendo carriera attaccando l’Islam e i mussulmani.

Riguardo alla guerra in Iraq, Chomsky come molti altri è d’accordo che le ragioni degli Stati Uniti siano il controllo sulle risorse petrolifere e la politica imperialista americana. Sebbene, in parte, ciò sia vero, la protezione dello stato di Israele e l’espansione dell’ideologia sionista rimangono le cause maggiori. Nessuno toglie dalla testa degli americani che Israele e la lobby pro-Israele negli Stati Uniti siano le cause principali della guerra in Iraq. Anzi, la cosiddetta “Guerra del Petrolio” fu una creazione della lobby pro-Israele e fu diffusa dagli intellettuali ebrei e dai loro agenti operativi nel governo degli Stati Uniti e nei media convenzionali sionisti. Addirittura Chomsky rifiuta di riconoscere che fu il gruppo della “cabal” sionista o i neocon, compresi Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Richard Perle, ‘Scooter’ Libby, Elliot Abrams e altri a stabilire la politica e a prendere la decisione di scendere in guerra.
Chomsky sa forse chi spinge per la guerra in Iran?

Chomsky criticò gli Stati Uniti per aver violato il diritto internazionale, la Carta dell’ONU e aver commesso crimini contro l’Iraq. La guerra fu un atto illegale di aggressione e l’occupazione dell’Iraq è, di fatto, un’azione contro la maggioranza del popolo iracheno. Tuttavia, Chomsky approvò l’invasione per aver “spodestato Saddam e messo fine all’embargo”. Come sappiamo, questo rispecchia lo stesso punto di vista di Bush e Blair. Sotto ogni aspetto, l’Iraq sta molto peggio oggi che prima dell’invasione. Riguardo all’occupazione in sé, Chomsky è in linea con il suo esercito di fedeli; è molto sorpreso che la tattica non abbia funzionato. Definisce la distruzione premeditata e deliberata dell’Iraq una “incompetenza americana”. Ciò che è peggio è che Chomsky ha definito “democratiche” le elezioni organizzate dagli USA. Elezioni che si svolgono sotto una occupazione straniera sono propaganda illegittima e imperialista. Le elezioni irachene sono state elezioni false, studiate per legittimare l’occupazione imperialista e consolidare il conflitto sociale e la guerra civile.

Riguardo al diritto degli iracheni all’autodeterminazione e all‘indipendenza nazionale, Chomsky parla chiaro. Definisce i sostenitori della resistenza irachena dei “lanciatori di bombe” e segue la linea Bush-Blair nell’etichettare come “terrorista” chiunque si opponga al terrorismo statunitense. Chomsky ha detto che la guerra americana in Iraq sta “creando molti più terroristi”. Sulla resistenza irachena è risoluto. Ha sostenuto che “si tratta di una “insurrezione violenta”. Sembra inconsapevole delle centinaia di migliaia di bambini, donne, uomini innocenti massacrati inutilmente da mercenari e da militari americani violenti con il grilletto facile. Gli arresti in massa illegali, senza alcun motivo, la tortura, gli abusi e l’umiliazione sessuale di civili iracheni non sono le violazioni più evidenti dei diritti umani. Il bombardamento quotidiano – con le bombe cluster, il napalm, le bombe chimiche e quelle al fosforo – e la distruzione delle città irachene non sono i crimini di guerra più atroci della storia.
Per quanto tempo gli Americani rimarranno in silenzio di fronte all’ingiustizia, ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità commessi in loro nome?

Alla fine, l’analisi di Chomsky del Medio Oriente tende a demonizzare gli Arabi, mentre velatamente difende il suo ceppo etnico. Le sue posizioni originarie non sono molto cambiate rispetto a quelle che ha oggi e le persone in possesso di una coscienza morale e di mentalità aperta non dovrebbero cadere nella sua trappola.

Ghali Hassan
Fonte: http://www.countercurrents.org 
Link: http://www.countercurrents.org/hassan050406.htm 
05.04.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org  di FABRIZIO LENCIONI

Note:

[1] Chomsky, Noam.
(1974). Peace in the Middle East. Vintage: London, (pp. 49-51).

[2] Arens, Moshe. (1995). Broken Covenant, Simon & Schuster: New York.

[3] McGreal, Chris (2006). Worlds Apart.
The Guardian, 06 February. Gideon Levi (2006). Una nazione razzista. Ha’aretz, 27 marzo 2006.

[4] Lee, Christopher J. (2004). South Africa, Israel-Palestine, and the Contours of the Contemporary World Order: Un'intervista con Noam Chomsky. Safundi, 13-14.

 

COSA STA ACCADENDO IN MEDIO ORIENTE

 di Cesare Stradaioli

La politica in Medio Oriente sembra essere un pozzo dove le atrocità e le coperture sembrano non avere mai fondo.

Credo sia ora di dirlo, forte e chiaro: lo Stato di Israele si è posto, oggi come non mai, fuori dal consorzio delle società civili, fuori dalla legge internazionale – se possiamo pensare che ve ne sia una – e decisamente in una posizione dalla quale non ha più diritto di pretendere nulla.

Con tutto quello che noi possiamo pensare su Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, vale a dire che si tratta di movimenti essenzialmente basati su un richiamo integralista alla religione e, dunque, fuori da quello che per molti di noi è un terreno di dialogo comune, quanto sta accadendo in questi giorni in quelle terre va oltre ogni peggiore aspettativa e, lo ribadisco con forza, ogni legittima tolleranza.

Nel nome di un non meglio precisato diritto di ritorsione contro ben determinati obbiettivi politici e militari, l’esercito di Israele ha praticamente distrutto la già fragile economia nella Striscia di Gaza, uccidendo quasi esclusivamente civili inermi; ha spianato case, scuole, aranceti e uliveti. A nord, in Libano, a fronte di lanci di artiglieria – che paragonati alla forza militare israeliana che viene sistematicamente usata sono battiti di ali – ancora una volta sono civili le vittime. Perfino le Cancellerie europee, notoriamente prudentissime quando si tratta di Tel Aviv, hanno detto che, insomma, ci stanno andando un po’ pesanti. Con estrema fatica è stato usato il termine ‘sproporzione’, fra il sequestro di due soldati israeliani e la distruzione e la morte seminate a tappeto. Quando si dice la metafora. Si è mosso anche Putin: il capo del Cremlino, che non ha esitato negli ultimi anni ad allacciare forti rapporti diplomatici con Israele, forse in vista del G8, forse per opportunità politica, ha avuto parole di condanna per quanto sta avvenendo.

La classe politica israeliana dimostra, in questi frangenti, tutta la propria incapacità di concepire e gestire una politica che non sia di guerra. Concetti come mediazione, diplomazia, tolleranza, comprensione, sono del tutto estranei ad un ceto politico che ha clamorosamente fallito su tutta la linea. Allora, la dico tutta: a questo punto, io arrivo ad augurarmi l’ascesa – il ritorno – al potere di un militare: un Moshe Dayan, perfino un assassino come Ariel Sharon sarebbero in grado, proprio perché militari, di capire quando è il momento di riporre le armi. Non fosse altro, a scopi utilitaristici, per non rischiare di peggiorare la propria immagine a livello di opinione pubblica internazionale.

Grande parte nel fallimento della politica israeliana sta nelle sue basi culturali e, in questo senso, attribuisco la maggiore responsabilità agli intellettuali ebrei. Ancora oggi, lo scrittore e sedicente pacifista David Grossman scrive su Repubblica un articolo in cui, tornando e ritornando su temi consueti come il diritto di Israele all’autodifesa, all’esistenza, alla necessità che ne venga riconosciuta la legittimazione ad esistere, con tutto quello che sta succedendo nei Territori e in Libano, riesce a non avere una sola parola di compassione per i civili assassinati, per i popoli umiliati e una frase non dico di condanna, ma per lo meno di critica, nei confronti dell’apparato politico che dimostra, una volta di più, di essere solo in grado di sparare.

Sulle famiglie, preferibilmente.

Ed ancora, qualche giorno fa, Abraham Yehoshua arriva a dire che i palestinesi mancano di classe dirigente e fino a quando non ne avranno una all’altezza, non sarà possibile il dialogo. C’è da rimanere sbalorditi: da venti anni, da quando cominciò la prima Intifada, Israele scientificamente, sistematicamente distrugge oltre che case e ospedali, le scuole. Al di là dell’atrocità del gesto in sé – la distruzione di una scuola è quanto di più spregevole ed arrogante si possa fare nei confronti di una popolazione – come può uno scrittore, come possono delle persone che hanno fatto dello studio e della comunicazione, del dialogo, la loro caratterizzazione, andare a blaterare di classe dirigente palestinese? E dove dovrebbe formarsi, secondo loro? In mezzo alle macerie di una scuola elementare? E studiare dove, se le case vengono spianate dal bulldozer?

La protervia di Israele ha passato ogni tollerabile limite. Per decenni, Tel Aviv si è beatamente infischiata delle Risoluzioni dell’ONU, rifiuta ogni controllo da parte della Comunità Internazionale sulla propria politica di occupazione e mette in atto un vero e proprio sterminio, anche culturale, di un’intero popolo.

Qui non si tratta del diritto ad esistere, da parte di Israele. Come ci può essere rivolta una simile domanda, se chi la pone, se chi esige un riconoscimento, per primo lui lo nega all’avversario? Ogni volta che un leader palestinese si propone, o viene esiliato o rinchiuso, oppure viene ucciso.

A tutt’oggi, ministri di Hamas e membri di Hezbollah del governo libanese sono detenuti: senza accuse, senza processo, senza che possano avvenire dei controlli. Cose da pazzi, si direbbe, inconcepibili in una democrazia. Eppure, sono cose che avvengono, nel silenzio e nell’imbarazzo più totali dei politici europei. L’aviazione israeliana sorvola il Palazzo presidenziale siriano come atto di avvertimento rispetto ad un dirigente di Hamas che ivi si trova: c’è da chiedersi cosa sia necessario, più di questo, per definire ‘terrorista’ o ‘canaglia’, uno Stato, per seguire una nomenclatura cara agli USA e alle loro truppe cammellate.

Ora che dietro il sequestro dei soldati israeliani e dietro i lanci di missili ci sia la Siria o l’Iran, che tramite i loro bracci armati stanno cercando di forzare la situazione per poi trattare ad alti livelli, è cosa per il momento di secondaria importanza: in queste ore, discutere chi e cosa ci sia dietro, mentre continuano le operazioni militari quasi esclusivamente a danno di civili, è come argomentare sul corretto diametro delle tazze da tè mentre il Titanic affonda.

Per quanto mi sia possibile immedesimarmi in un cittadino israeliano che non sia soggetto ai fanatismi dei partiti integralisti religiosi, non credo che mi farebbe piacere l’immagine che di sé, di me stesso, sta dando lo Stato di Israele. E su un autobus, al ristorante, in qualsiasi luogo, non mi sentirei più sicuro adesso che il mio esercito sta mostrando i muscoli. Israele ha intrapreso una brutta strada, un’escalation che sta percorrendo una strada senza ritorno e senza una prospettiva. A questo punto del discorso, si era soliti dire che occorre una mobilitazione. Si fatica a vedere come, dove, quando.


Un’aragosta per l’Iran

Israel Shamir

 

Tradotto dall'inglese in italiano da Manno Mauro. Questa traduzione è in Copyleft.

 

“L’Iran è la più grande minaccia dal tempo dei nazisti,” ha dichiarato il Ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, secondo il Guardian; “il mondo non deve aspettare! Dai tempi di Hitler noi ebrei non abbiamo mai subito una simile minaccia” come quella rappresentata da Mahamoud Ahmadinejad, il quale “ha ulteriormente scatenato lo sdegno internazionale chiedendo che gli ebrei di Israele fossero riportati in Europa” (...così il Guardian).

Questa gente è difficile da accontentare! Negli anni ’30 Hitler chiese che gli ebrei fossero costretti a stabilirsi fuori dall’Europa, ed essi gli dichiararono guerra. Ora Ahmadinejad chiede che gli ebrei siano riportati in Europa, e gli ebrei ancora una volta levano gridi di guerra. Così stanno le cose, a meno che il Guardian non abbia preso fischi per fiaschi,col suo articolo, e lo sdegno provenga dagli europei i quali hanno preferito che i palestinesi fossero costretti con riluttanza ad accogliere questi ospiti difficili.

Tuttavia mi permetto di non essere d’accordo: il presidente Ahmadinejad è la più grande minaccia da quando Gerard de Nerval, uno sgargiante poeta francese, portò a passeggio un’aragosta con un guinzaglio costituito da un nastrino blu, proprio come uno addestra un cane, per i giardini del Palais Royal al fine di épater le bourgeois. Un’anima veramente poetica, un enfant terrible semmai c’è ne stato uno, Ahmadinejad parla al fine di risvegliarci dal nostro troppo lungo pisolino pomeridiano. Cosa può fare l’iraniano se « ebreo » è l’unica parola magica che ci sveglia da questo torpore? Allusioni sessuali non scuoterebbero nemmeno un ragazzino che ha appena seguito la sua brava lezione di consapevolezza dei rischi dell’AIDS. Un attacco alla cristianità muoverebbe i calorosi applausi degli innegabili maestri delle menti europee, i Signori Sauer Kraut e Finkelrot. In questa epoca post-moderna, quando i Monologhi della Vagina sono entrati nel nostro repertorio del Matinée , non è più tanto facile épater una borghesia sempre più blasé. Se Ahmadinejad avesse chiesto che siano portati fuori dall’Europa i sei milioni di musulmani europei, nessuno avrebbe sollevato un sopracciglio , con l’eccezione forse di Oriana Fallaci e del sig. Le Pen, i quali potrebbero accusarlo di plagio. Se egli avesse chiesto la cancellazione della Francia dalla mappa geografica, i francesi non si sarebbero levati sulle loro sedie e mostrato attenzione: pensano che c’è già una direttiva di Bruxelles che ha questo effetto!

Io ammiro Ahmadinejad. Non come politico: lasciamo che gli iraniani lo giudichino da questo punto di vista. Non come teologo: lascio questo compito ai musulmani. Ma come vero poeta che ha messo a nudo la nostra ipocrisia e ha macellato l’ultima vacca sacra. Questa è l’unica possibile spiegazione del suo agire e del suo parlare: l’iraniani non hanno assolutamente alcuna ragione di curarsi dell’Olocausto ebraico, in un modo o nell’altro. Nessuno li accusa, neppure il sig. Yehuda Bauer dell’istituto per la commemorazione dell’Olocausto, di Gerusalemme, il quale è incline ad accusare il mondo intero e la sua nipotina per non aver salvato gli ebrei. I persiani, da Ciro a Cosroe, a Mohammad Reza Shah, sono sempre stati buoni con gli ebrei, ed anche in questi giorni folli, c’è una numerosa e fiorente comunità ebraica in Iran. Ahmadinejad ha parlato dell’Olocausto come Hillary ha conquistato l’Everest – perché rappresentava una sfida!

Gli innocenti storici revisionisti erano così emozionati quando egli giocava con un’idea, quella di “scoprire finalmente la verità”. Hanno preparato i loro sudici libri e i loro diagrammi sul consumo di gas e calore corporeo. Ma Ahmadinejad è interessato ai duri fatti della seconda guerra mondiale non più di quanto Nerval era interessato ad addestrare la sua aragosta. L’accettazione del dogma dell’Olocausto è un segno di sottomissione all’Asse Tel Aviv-New York, un segno del nuovo colonialismo. Ahmadinejad lo ha rifiutato proprio come San Paolo si rifiutò di accettare le leggi dei tempi di Noé: certo non perché desiderava prendere parte ai sacrifici pagani, ma perché non voleva prendere i suoi ordini dagli ebrei.

I dirigenti europei, docili sostenitori di criminali di guerra manifesti, come George W. Bush, l’assassino di tanti iracheni, di tanti afgani e di vari altri arabi, come Shaul Mofaz, l’assassino di una ragazzina di otto anni (tra centinaia di altri) che egli ha ucciso la settimana scorsa in Gaza assediata, si sono seduti intorno ad un tavolo ed hanno espresso il loro sdegno. Non hanno fatto obiezioni quando i politici israeliani hanno mitragliato a bassa quota e hanno bombardato i cittadini indifesi di Gaza. Quando i politici israeliani hanno minacciato di trasformare l’Iran in un “deserto radioattivo”, non hanno descritto queste parole come “una invocazione al genocidio”. Con la sua sfida, il presidente Ahmadinejad ha salvato l’onore della razza umana, come soltanto un poeta sa fare.

Ammiro l’Iran, per il rosso intenso dei suoi giardini di rose e per l’azzurro delle sue antiche moschee, per l’incantevole bellezza delle sue donne, le cui nere ciglia mettono ancora più in rilievo il biancore della loro pelle che brilla attraverso i loro chador neri. Ammiro l’Iran per la sua meravigliosa pittura che riuscì a vincere le devastazioni iconoclastiche. Ammiro l’Iran per la raffinatezza spirituale dei suoi poeti, che fusero il loro amore per le donne con l’adorazione di Dio in un canto indiviso proprio come aveva fatto il Cantico dei Cantici. I suoi Rumi e Jami, Sa’adi e Ferdusi, Hafiz e Kayyam sono stati tra i poeti più coraggiosi e sinceri c tra quelli che hanno portato grazia al nostro pianeta. Ahmadinejad è l’erede della loro tradizione, un coraggioso sbeffeggiatore della nostra ipocrisia, un ragazzo che ebbe il coraggio di denunciare la nudità dell’imperatore. Anche se il maldestro yankee dovesse schiacciare questo temerario, e bruciare i giardini di rose di Shiraz, proprio come un tempo ha ridotto in cenere i boccioli di Nagasaki, noi possiamo essere fieri di Ahmadinejad, il nostro contemporaneo che ha osato calpestare la coda della tigre.


II

 

La reazione degli europei e degli americani al programma nucleare dell’Iran è stata la stessa del proprietario di schiavi di Zio Tom, Simon Legree, quando apprese della fuga di uno schiavo. Ma come si permette questo nero di toccare i giocattoli del suo padrone bianco? Il loro parlare a vanvera della “minaccia iraniana” è fatto per gli ignoranti: l’Iran non ha mai, proprio mai, attaccato una nazione europea dal 5° secolo avanti Cristo quando ci furono le guerre per conquistare l’Anatolia; sono stato invece gli imperialisti europei che hanno ripetutamente occupato e controllato l’Iran, e ancora non molto tempo fa nel 1942, o per interposta persona nel 1953, quando fecero deporre il governo democraticamente eletto di Mosaddeq e tornarono a dominare questa antica nazione.

Si, certo, il vecchio colonialismo è morto. L’Inghilterra non può più regnare sull’Iraq, né i francesi sull’Algeria, ma il nuovo imperialismo collettivo, quello del nocciolo imperialista delle nazioni occidentali altamente industrializzate, sul resto del mondo non è certo meglio. I vecchi padroni hanno deciso di unire insieme le loro risorse e il loro potere per regnare insieme sui loro antichi schiavi. Sono passati dal modello ateniese, in cui un cittadino aveva il suo schiavo, al modello spartano, in cui gli schiavi appartenevano a tutti gli spartani. In questo nuovo universo imperialistico collettivo, gli Stati Uniti sono il braccio, coloro che applicano questo nuovo imperialismo, mentre la mente, l’ideologia è fornita da una vasta catena di mezzi di comunicazione di massa che unisce e coordina la maggioranza dei giornali e reti televisive sia di destra che di sinistra, da Madrid a Mosca e dal Texas a Timbuctu, e ciò malgrado le loro pretese di competizione e rivalità.

Questo cartello dei media è la vera base del potere di quello che due professori universitari americani, John Mearsheimer di Chicago e Stephen Walt of Harvard (in breve M&W) hanno chiamato per educazione la ‘Lobby israeliana negli USA’, sebbene questo cartello ha altri compiti da svolgere, semmai più importanti di quelli riguardanti gli interessi dello stato di Israele. Noi approviamo totalmente l’impresa di M&W, ma ci sentiamo in dovere di aggiungere: essi hanno minimizzato e non esagerato il problema, perché si tratta di un fenomeno globale anziché locale (Stati Uniti). La spaventosa AIPAC è solo la punta visibile dell’iceberg sotto la quale vi sono chilometri e chilometri di solido ghiaccio: I signori dei media, i capi redazione, i loro sapientoni, in breve i Signori del Discorso. Come se con una bacchetta magica, la crisi iraniana lo ha reso evidente all’occhio nudo: tutti si sono messi a gridare con una voce potente come la legione di demoni nella sinagoga di Cafarnao in risposta alle parole di Gesù.

Nel suo discorso che stimola il pensiero Ahmadinejad ha affermato: “La vasta rete sionista di comunicazione è stata al servizio degli imperialisti per decenni.” Questa affermazione può essere discussa; bisogna capire bene se la rete di comunicazione sionista è al servizio dell’imperialismo o gli imperialisti al servizio di questa rete. Si tratta di un esempio di rivoluzione manageriale: gli ebrei sono stati i managers degli imperialisti, finché non hanno preso in mano le briglie, direbbero alcuni. Oh no, sono rimasti i docili strumenti dei loro padroni imperialisti, sostengono altri. Qualsiasi sia la posizione che uno prende, è certo che i sionisti e gli imperialisti sono integrati e accoppiati, e se si accetta l’idea che c’è una minaccia iraniana ad Israele e non l’inverso, allora ci si affilia a questa rete demoniaca.

Le nazioni che rifiutano i Signori del Discorso vengono soggiogate con la forza. Un’arma nucleare funge da grande equilibratore, come avvenne con la pistola Colt nel selvaggio West, quando si usava dire che “La Dichiarazione di Indipendenza affermò che tutti gli uomini sono stati creati uguali, ma fu il Colonnello Colt che li rese veramente tali”. Per impedire che ci fosse troppo equilibrio, i pionieri americani stettero ben attenti a tenere le pistole lontano dalle mani dei nativi. La stessa politica ora spinge l’Occidente nei suoi tentativi di tenere le armi nucleari fuori dalla portata degli iraniani.

Alcuni giorni fa, sono stato invitato a un dibattito in diretta sul canale televisivo russo Channel One, nel corso della quale il capo redattore della BBC di Mosca chiese retoricamente perché mai un Iran pacifico avrebbe bisogno di missili balistici, e fece la lista dell’arsenale missilistico iraniano. Non fu però in grado di rispondere alla domanda perché una Gran Bretagna pacifica avrebbe bisogno di missili balistici e armi nucleari! In realtà, perché dovrebbe averne bisogno chicchessia? Ma se Inghilterra, con la sua lunga e sanguinosa storia nel corso della quale ha sottomesso il Terzo Mondo, dall’Irlanda al Giappone, può avere questi giocattoli, allora è ugualmente doveroso procurarsene per un paese importante il quale desideri proteggere la sua gente dai capricci dei padroni occidentali.

Si, l’Iran è ancora impegnato in un programma di utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, ma se e quando quel paese deciderà di costruire la bomba, noi possiamo sostenere quella decisione, dal momento che essa sarà favorevole alla pace e non alla guerra. In realtà, poche persone hanno fatto di più per la causa della pace mondiale di quanto abbiano fatto Julius e Ethel Rosenberg e i loro compagni Harry Gold e Klaus Fuchs. Queste persone meravigliose passarono alla Russia i segreti delle armi nucleari costruite dagli americani e così salvarono Mosca e San Pietroburgo dal subire il fato di Hiroshima. Senza la loro eroica azione, i signori colonialisti avrebbero trasformato la Russia in un deserto radioattivo. Giuseppe Stalin passò le necessarie conoscenze all’emergente Cina, e questo fu un fatto molto positivo – altrimenti gli Americani non avrebbero esitato di colpire con l’atomica il Vietnam, come avevano fatto con il Giappone.

Lo scudo nucleare russo è l’unica cosa che Gorbaciov e Yeltsin non hanno smantellato nell’opera di distruzione dell’Unione Sovietica, probabilmente perché non si aspettavano che le forze patriottiche ritornassero al potere a Mosca. Questo scudo permette ai Russi di passare sopra alla petulanza di Frau Merkel, e dà loro la libertà di scelta: di vendere il loro petrolio e il loro gas all’Europa o di orientare il flusso verso la Cina. Permette al popolo di Bielorussia di tenersi il presidente che hanno eletto con ampia maggioranza: Senza ciò, Lukascenco seguirebbe il fato di Noriega e Milosevic per il suo deciso rifiuto di vendere le ricchezze del paese a George Soros. Che gli iraniani, anch’essi, conservino questa libertà di scelta, e riportino l’equilibrio nella regione.

La triste storia dell’Iraq è la prova migliore che il disarmo e l’acquiescenza non sono un’opzione. Saddam Hussein permise agli avvoltoi dell’AIEA di svuotargli le tasche, ed è finito in prigione,col suo paese distrutto per decenni. Ahmadinegiad se l’é cavata meglio: ha risposto all’ordine di disarmare rivoltogli da America e Israele proprio come fece il capitano della guardia francese sul campo di Waterloo. “Buttate le armi, coraggiosi soldati” disse il generale inglese. E Cambronne gli rispose. “Merda!”

A tutti coloro che desiderano il bene di noi israeliani, io voglio dire: l’Iran non è un pericolo. Nessuno ci vuole uccidere. La verità è un’altra, gli ebrei potrebbero vivere estremamente bene in Palestina. Facendo la pace con gli abitanti nativi nel 1948, avremmo fatto della nostra casa comune, la Palestina il fulcro del Medio Oriente con il petrolio Iracheno che scorreva fino alle raffinerie di Haifa e i treni da Bagdad per il Cairo che passavano veloci da Lydda a Jaffa, con i pellegrini musulmani che giungevano ad al Quds (Gerusalemme, ndt) sulla via della Mecca, con i cristiani che camminavano sulle orme di Cristo da Betlemme a Nazaret e gli ebrei che facevano la loro aliya (questa parola indicava il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme come l’Haji dei musulmani alla Mecca, piuttosto che l’immigrazione permanente in Palestina secondo l’uso sionista). Tutti noi prospereremmo al di là dei nostri desideri più folli, proprio come ce lo promisero i profeti, se solo cacciassimo a pedate l’oscena vecchia abitudine di esclusivismo e dominio.

Ma non è troppo tardi nemmeno ora, sessant’anni dopo e molte morti. A questo scopo, dovremmo accettare il consiglio di Ahmadinejad: Che lo stato esclusivista di Israele sia cancellato dalla carta geografica e al suo posto sorga uno stato di tutti i cittadini di questa terra, ebrei o non ebrei. “Il diritto di governo appartiene a tutta la gente della Palestina, sia essa musulmana, cristiana o ebrea” ha affermato Ahmadinejad, e per Giove, solo un ebreo egemonista può contraddire le sue parole.

Quando dissi queste cose al dibattito televisivo di Mosca, fui attaccato dal Presidente del Congresso Ebraico Russo, nonché direttore di un istituto sionista per il Medio Oriente, un prepotente grasso e foruncoloso con una pancia trasbordante, un vero personaggio del cartone animato Der Sturmer, con il più il cognome azzeccato di Satanovsky. “Stai attento – mi disse Satanovsky dopo il dibattito – evidentemente tu non sei mai stato picchiato per bene. Qui a Mosca non abbiamo limitazioni della democrazia, i mie giovanotti ebrei ti staccheranno i coglioni come hanno già fatto a diversi tipi come te. Israele deve restare uno stato ebraico per sempre”. Simili mafiosi ebraici sono i veri dirigenti della lobby ebraica e i principali sostenitori dello stato ebraico all’estero. Questa sorta di gente guida le organizzazioni ebraiche in Russia, in America e ovunque. Hanno bisogno di uno stato ebraico per fuggire dal loro paese nell’ora della collera, ma noi, cittadini comuni di Israele, non ne abbiamo bisogno.

Tuttavia, la mafia non può dominare per sempre. Trovo incoraggiamento nelle parole di Ahmadinejad: “l’alberello giovane della resistenza in Palestina sta fiorendo e boccioli di fede e desiderio di libertà stanno sbocciando. Il regime sionista è un albero vecchio e cadente, che crollerà al primo temporale. (Ricordate la parabola dell’albero spoglio? – ISH). La Palestina è il luogo dove giusto e sbagliato si incontrano. Il destino della regione sarà deciso nella terra di al Quds e sarà un grande onore prendere parte alla vittoria della Palestina”. La vittoria della Palestina sarà la nostra vittoria e noi saremo felici di partecipare ad essa.

“Ora, ci sarà una guerra?” uno si sente spesso chiedere. Io non ho molta fiducia in George Bush, e inoltre egli non mi rende partecipe dei suoi piani. Ma mentre i guardiani della sinistra dicono che il petrolio è la ragione della guerra, a mio modo di vedere, il petrolio può essere la ragione della pace. Mentre il prezzo del petrolio ha ormai superato i 70 dollari, il presidente Bush deve decidere se sopravviverà all’impennata del prezzo oltre i 120 dollari – deve decidere se i votanti degli stati rossi (repubblicani, ndr) accetteranno contenti il consiglio di un sapientone ebreo americano nonché direttore dell’Ufficio Israele/Medio Oriente, un tale Eran Lerman (che prima lavorava nei servizi segreti israeliani) di riporre in garage le automobili un giorno su due. Bush ha il potere di portare la politica americana lontano da questa direzione pericolosa, e di dire al Congresso ebraico di smetterla.

Ed ora ai miei compatrioti israeliani: a voi ricorderò della vostra lunghissima tradizione di amicizia con l’Iran. 2 000 anni fa, un’immagine della capitale iraniana, Susa, fu portata ed esposta alla porta orientale del tempio di Gerusalemme. Mishna (Berakot 9) chiese che si fosse particolarmente cauti nei confronti di essa: “non mostrate mai disprezzo verso la porta orientale!” Secondo Rambam, questo fu fatto perché avessero timore del re di Persia. Vale la pena di ricordare e conservare attentamente questa tradizione.


Libano, la piccola guerra non è più tanto piccola


Zvi Schuldiner

il manifesto  22 luglio 2006


Negli ultimi giorni era già chiaro che la guerra israeliana in Libano non si svolgeva solo da comodi aerei o navi da guerra. Sapevamo che al di là delle dichiarazioni del governo israeliano alcune unità avevano iniziato a combattere oltre la frontiera israeliana. Adesso è già ufficiale che il governo ha inviato truppe terresti e che inizia un nuovo ed ancor più pericoloso capitolo.
Come se tutto ciò non bastasse, adesso è chiaro che gli americani cercano di evitare un rapido cessate il fuoco, giacché la nostra guerra, i nostri morti, possono essere un buono strumento per far avanzare i loro oscuri interessi imperialistici. Se in un passato vicino dubitarono su un attacco alla Siria che estendesse la guerra in Iraq, adesso si possono permettere i colpi a Hezbollah, che potrebbero portare a un colpo ancor peggiore ad Assad a Damasco. Quando si sa che oltre 300 persone sono morte in Libano, decine a Gaza, che in entrambi i luoghi la distruzione è enorme e che tutto ciò non è una buona ragione per avanzare dubbi o critiche verso il governo israeliano. Ma nelle ultime ore è differente: si sentono i monotoni e luttuosi annunci della radio israeliana sui nomi dei soldati caduti, il luogo e l'ora della sepoltura, i familiari vengono intervistati e in tutti i casi è chiaro anche agli israeliani che il morto aveva un nome, una vita ed una vita da vivere. Ora la guerra non è solo un'enorme vendetta, o una redistrubuzione delle forze politiche nella regione, o regolamento di contri tra criminali. Di colpo acquista realismo, ha un prezzo, cadono i nostri giovani.

Bombardiamo il nostro futuro
La verità è che il prezzo è molto più alto: al di là delle vittima dirette, delle vite troncate, dei danni materiali, la vera domanda è qual è il senso della nostra vita adesso, qui e nel futuro. Come potremo sopravvivere alla vergogna? Non basta l'analisi politica e morale, chi vince, chi perde. E' in queste ore che le nazioni devono interrogare le loro coscienze, le loro anime, il loro futuro, la vita che preparano per le loro società. Più in là dei morti e della distruzione che seminano le nostre truppe a Gaza ed in Libano, mi terrorizza il fatto di essere arrivati ad un punto in cui praticamente tutta la nostra vita si sviluppa sotto la logica della forza, della guerra, della morte. Siamo arrivati ad un grado di enorme ipocrisia e cinismo e ormai sono poche le voci che parlano della responsabilità di un popolo. La vecchia retorica della minaccia all'esistenza, il cattivo uso e l'abuso dell'Olocausto, ci fanno tornare a una filosofia puramente barbara: la lotta per la sopravvivenza - più supposta che reale, in Medio Oriente Israele è ancora una minipotenza - giustifica tutto, incluso la condotta animalesca e brutale. E guidata da questo spirito barbaro, dalle menzogne e da generali ciechi alla realtà ed al futuro, la nazione israeliana semina morte e distruzione e forgia per sé stessa un oscuro futuro. Già non ci sono limiti né dubbi sull'uso della forza, le poche voci che si oppongono alla demenziale linea dei nostri dirigenti, sono ancora poche. Alcuni intellettuali, i nostri «intellettuali pacifisti di professione», già sono saliti sul carro dei presunti vincitori, del partito della «guerra giusta...ci hanno attaccato...».
Poco dopo la guerra del 1967, il professore Yeshaiu Leibovitz, un saggio religioso, medico e studioso della Bibbia, avvisò del cancro dell'occupazione per l'anima del popolo, avvisò anche che se non si trovava la via per la pace tra israeliani e palestinesi, nel futuro ci saremmo trovati di fronte tutto il mondo islamico. I nostri saggi leader, presi della logica della forza, con una linea che nulla ha a che vedere con la legittima difesa o la lotta per la pace ci portano nuovamente a un vicolo cieco senza uscita e rispondono con una violenza da bullo di quartiere.

Hezbollah, all'attacco.
Hezbollah non deve sollevare simpatie. Essere attaccato dall'esercito israeliano non migliora le sue caratteristiche criminali. Hezbollah non sempre si è accontentato di «azioni liberatrici» nel sud-Libano, è stato anche coautore con l'Iran di attacchi puramente criminali come i due contro la comunità ebraica in Argentina in cui furono assassinate quasi 200 persone per il semplice fatto di essere ebrei o di passare vicino all'edificio dell'ambasciata israeliana e della Comunità ebraica locale. Hezbollah è asservito agli interessi di regimi totalitari e criminali che opprimono i loro popoli, ma che possono relativamente occultare la pressione con una politica attiva in ambito internazionale. E ciò vale soprattutto per l'Iran. Le relazioni di forza nel Libano dopo l'assassinio di Hariri hanno indebolito Hezbollah, siriani e iraniani. Assad ha già visto la sua poltrona in pericolo quando ha esagerato un po' con l'Iraq. Il presidente iraniano si trovava di fronte al G8 che avrebbe potuto portare ad una maggiore pressione internazionale sul suo paese. L'attacco di Hezbollah è arrivato in un'ora ideale per neutralizzare il G8. Se hanno considerato o meno che la reazione sarebbe stata forte, non aveva importanza: in ogni caso l'idea era che sarebbero usciti rafforzati dallo scontro militare. I morti e la distruzione nel Libano sono considerati come passi che potrebbero far loro recuperare una posizione egemonica e, chissà, addirittura facilitare il ritorno delle truppe siriane, ritiratesi dopo la crisi Hariri.

Usa e Europa
Gli Stati uniti hanno detto che si oppongono alla richiesta di un cessate il fuoco avanzata nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Bush e Cheney vedono con piacere un esercito israeliano che sta facendo cose che loro vorrebbero fare, ma che non possono. La demenziale politica Usa in Iraq ed Afghanistan ed il prezzo che fa pagare anche in termini di vite americane, ha infatti già dettato i limiti dell'uso immediato della forza.
Il peggior pericolo di questa politica di appoggio alla linea israeliana è dato da una escalation che potrebbe toccare il vertice con un attacco alla Siria. Ciò potrebbe essere un buon prologo per portare l'Iran a difendere la Siria ed aprire così tutti i peggiori scenari possibili.
L'Europa, un po' più cosciente degli esplosivi pericoli della situazione, ha iniziato a cercare alcune soluzioni che limitino le ostilità ed anche i paesi arabi hanno iniziato nelle ultime ore a provare ad influire sugli Usa perché capiscano che stanno giocando con il fuoco. Questo punto potrebbe essere cruciale visto che i nordamericani capiscono che il limite all'uso della forza israeliana passa attraverso gli interessi degli alleati arabi di Washington. Quest'ultima non si lamenta per un po' di colpi a Hezbollah, ma teme il momento in cui la guerra possa rivelarsi un fiasco o attuare come un boomerang sui loro regimi.
La presente relazione di forze nella regione, l'appoggio internazionale alla «guerra difensiva», gli interessi Usa in gioco, tutto ciò rende chiaro che una rapida reazione internazionale, in questo caso europea, potrebbe essere il freno reale a ciò che sta succedendo. Il governo Prodi può essere - dovrebbe essere - chiave per un'uscita diplomatica alla presente situazione.

Amos Oz e Yeoshua
Di fronte alla paralisi imposta fino ad ora dagli americani a possibili vere iniziative diplomatiche nonostante l'annuncio della «missione» della Rice, si fa più grave l'escalation delle ultime ore con Israele che convoca forze di riserve per la guerra terrestre in Libano. I nostri generali hanno dimenticato tutti gli errori ed orrori che ci hanno impantanato in Libano per 18 anni e parte del pacifismo ha dimenticato la necessità di svelare da subito le menzogne della guerra. Mentre Amos Oz e Yeoshua già parlano di guerra giusta, il primo soldato di riserva si rifiuta di servire nell'esercito, ma in Ometz Lesarev (gruppo che si rifiuta di servire nei territori occupati), anche lì, c'è chi parla di guerra difensiva. In quanti saranno oggi alla manifestazione dei pacifisti a Tel Aviv? Questo è difficile da valutare. Anche nel 1982 un'immensa maggioranza appoggiava la guerra nei primi giorni (oltre il 95%!) e solo il sangue (israeliano) versato e la coscienza che Sabra e Chatila erano un crimine terribile, solo quello fece crescere l'opposizione. Il governo israeliano è tornato alla politica degli anni '70 e '80, in cui, con la guerra iniziata da Sharon, si cercò di stabilire un regime «amico» a Beirut. La cecità dei generali e dei politici ha impedito loro di vedere che non solo stanno seminando distruzione e morte, ma che stanno anche creando un odio sufficiente per rendere sempre più difficile l'idea di pace nella regione.
Tutto ciò non può farci dimenticare uno dei principali risultati di questo processo iniziato con la provocazione di Hezbollah: in tutta la Striscia di Gaza si sentono i cannoni israeliani. Volano aerei ed elicotteri e ogni giorno aumentano i morti palestinesi. Sequestrare un soldato può essere un errore politico da parte di Hamas. Può essere criminale dal punto di vista della vita dei due giovani soldati morti e di uno sequestrato. Che ognuno lo critichi o lo difenda come crede, ma ciò non può servire come giustificazione per la tremenda offensiva che continua a Gaza, nascosta ora agli occhi di tutti grazie al rumore della guerra in Libano. Un milione e 400 mila palestinesi sono assediati da un esercito che impedisce loro ogni forma di vita normale, dimenticati dalla comunità internazionale.


(traduzione di Alberto D'Argenzio)


La muta guerra di Israele

il manifesto  22 luglio 2006


Si era fermato per assolvere al suo dovere di medico: venire in soccorso di tre manifestanti feriti rimasti in scontri con i soldati. È stato ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalle fila dell'esercito. È successo ieri a Nablus, in Cisgiordania, dove un medico palestinese è stato freddato «nell'esercizio delle sue funzioni». Tutto è accaduto rapidamente: i dimostranti palestinesi hanno lanciato rocce e bottiglie molotov contro i soldati; la risposta non è tardata ad arrivare e alcuni manifestanti sono rimasti feriti. A quel punto è entrato in scena il dottore, che passava di lì. Testimoni oculari hanno raccontato ad Haaretz che il medico si è accasciato poco dopo essersi avvicinato al gruppo di feriti.
Il portavoce delle forze di sicurezza israeliane ha dichiarato che le truppe dello stato ebraico hanno fatto fuoco contro i dimostranti che lanciavano sassi e molotov contro i militari israeliani ma che non è stata usata l'artiglieria. Le forze israeliane hanno eseguito numerosi raid questa settimana a Nablus per catturare 30 militanti che si erano rifugiati nel complesso di edifici dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). Gli israeliani ne hanno catturati circa la metà per poi distruggere con i bulldozer l'edificio nel quale si erano arroccati gli altri. La manifestazione di protesta nella quale ha perso la vita il medico palestinese era nata in risposta a questa azione militare israeliana.
Nello stesso tempo a Gaza proseguono le manovre contro Hamas. Ieri nell'ennesimo episodio di «omicidio mirato» un militante del «movimento di resistenza islamico» oggi al governo in Palestina è stato ucciso con buona parte della sua famiglia - la madre, due nipoti della donna e un altro parente. La loro casa è stata presa di mira da un cannone israeliano. Nella stessa giornata di ieri i carri armati e le truppe israeliane si sono ritirati dal campo dei rifugiati palestinesi di Mughazi, nella striscia di Gaza, dopo un assedio durato tre giorni che ha provocato la morte di 15 tra miliziani e civili. A quanto scrive il sito on-line di Haaretz, il campo è stato in gran parte raso al suolo; le condutture d'acqua distrutte e i cavi elettrici divelti. Alcuni tra i 22mila abitanti del campo sono rimasti intrappolati nelle proprie case a causa di trincee rialzate costruite dai soldati israeliani.
Altri testimoni citati dall'agenzia Reuters hanno riferito che le forze israeliane abbandonando l'accampamento di Mughazi, si stavano concentrando per una possibile nuova incursione contro il vicino accampamento di rifugiati di Bureij, una roccaforte dei militanti di Hamas. A Gaza City, i militari israeliani hanno avvertito la popolazione con appositi volantini che «attaccheranno tutte le case in cui i palestinesi nascondono armi per i militanti». Una strategia confermata da un ufficiale militare all'Associated press: la politica è colpire case di civili che collaborano con il nemico.
Insomma, la guerra su Gaza continua, grazie anche alla «distrazione» provocata dalle operazioni in Libano, su cui è concentrata l'attenzione del mondo intero. I due fronti appaiono collegati. A dimostrarlo, la manifestazione che si è tenuta ieri a Nablus, dove circa 4000 dimostranti hanno intonato slogan in sostegno al leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. «Nasrallah, carissimo, colpisci Tel Aviv», ha scandito la folla.


Vi è un'unica parziale (in senso temporale) conclusione possibile.

Diceva Samuel Johnson:

"Signore io le posso spiegare ... ma non posso capire per lei".

Roberto Renzetti


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