La
polemica Chomsky/Blankfort
«I
movimenti contro la guerra hanno fallito
completamente»
Tel-Aviv
e Whashington sono associati in Medio Oriente. Questo è un dato di
fatto.
Ma l’importanza di questo legame nella politica coloniale di
Washington
suscita un dibattito nel movimento antimperialista. Secondo il
giornalista
statunitense ebreo antisionista Jeffrey Blankfort, l’influenza
israeliana
è un dato centrale nella politica statunitense e il movimento
contro
la guerra fallisce a causa della sua incapacità a comprendere
l’importanza
di questa lobby. Sviluppando un approccio radicale su questa
questione,
giungendo fino a negare la dimensione energetica della guerra
all’Iraq,
il Sig. Blankford non di meno apre piste interessanti sull’influenza
sionista
negli Stati Uniti. Riproduciamo qui l’intervista che ha accordato alla
giornalista
Silvia Cattori.
Jeffrey
Blankfort è un giornalista statunitense ed produce trasmissioni
radio
per i canali radio KPOO di San Francisco, KZYX di Mendocino, e
KPFT-Pacifica
di Houston. Impegnato nella lotta politica accanto ai
palestinesi
e per la creazione di uno Stato Unico binazionale in
Palestina
fin dagli anni ’70, è diventato una delle bestie nere dei
movimenti
sionisti statunitensi ma si è attirato anche gli attacchi di
una
parte della sinistra statunitense, quella che gravita intorno a
Noam
Chomsky, la quale gli rinfaccia la sua «ossessione della lobby».
Blankfort
è stato redattore presso il Middle
East Labour Bulletin e
cofondatore
del
Labour
Committee of the Middle East.
E’ stato
ugualmente
uno dei membri fondatori della Nov 29 Coalition on
Palestine.
Silvia
Cattori: Washington
e Tel Aviv intensificano le loro minacce
all’Iran.
Secondo lei, Israele ha un preciso interesse nazionale a
indebolire
- o addirittura distruggere - vari paesi arabi vicini? E in
qual
misura riesce a orientare la politica degli USA nella direzione di
nuove
aggressioni in Medio Oriente?.
Jeffrey
Blankfort: La mia
posizione, che d’altronde ho esposto in un
articolo,
è la seguente: la guerra in Iraq non è stata una guerra per il
petrolio,
bensì una guerra a beneficio di Israele concepita dai
neoconservatori
e dalla lobby pro-israeliana degli Stati Uniti. Una
guerra
che mira a porre Israele in posizione dominante in Medio
Oriente,
nel quadro di un piano che punta a completare il controllo
planetario
degli Stati Uniti. A questo si riferiva il documento dal titolo
«Project
for a New American Century» (Progetto per un nuovo secolo
americano)
o in sigla PNAC [1].
Benché un certo numero di
personalità
importanti, sia del mondo della politica sia dell’ambiente
della
difesa, abbia detto che si trattava di una guerra dichiarata e
condotta
al servizio di Israele, il movimento contro la guerra si è
rifiutato
ostinatamente di prendere in considerazione questa
possibilità.
In questo momento stesso, la sola componente della
società
americana che sta premendo affinché la Casa Bianca si
impegni
in un confronto militare con l’Iran, è proprio l’establishment
sionista
- o la lobby, se preferite. Parlo di organizzazioni come
l’AIPAC
(American Israel Public Affairs Committee) [2]
ma anche di
altre
organizzazioni ebraiche – il cui principale obiettivo, da mesi, è
impedire
che l’Iran si possa dotare di armi nucleari.
La
sinistra e il movimento contro la guerra sono così orientati ad
attribuire
tutti i mali all’imperialismo americano, da una parte, e dal
loro
timor panico di provocare quello che essi temono possa essere
«antisemitismo»,
dall’altra, che hanno totalmente liberato Israele da
qualsiasi
implicazione nella guerra; cosa che qualche giornalista della
grande
stampa non ha fatto. E così la lobby, non avendo pagato
alcun
prezzo per aver spinto gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq, -
e
non parlo solo della guerra attuale ma anche della guerra del Golfo
del
1991 - si prepara ora a fare la stessa cosa contro l’Iran. Anche
per
una lobby, questo è un comportamento assolutamente unico,
assolutamente
senza precedenti!
Silvia
Cattori: Lei
sta forse dicendo che gli Stati Uniti sarebbero
diventati
un satellite di Israele e che agirebbero in funzione degli
interessi
di Israele? Questa tesi non è forse l’opposto di quella di
Chomsky
e della sinistra in generale, secondo i quali sono gli Stati
Uniti
che utilizzano Israele, che ci sarebbe convergenza di interessi
tra
gli Stati Uniti e Israele, fungendo quest’ultimo da semplice
poliziotto
nella regione, in cambio dei servizi resi dagli Stati Uniti in
Medio
Oriente?.
Jeffrey
Blankfort: Certamente,
Chomsky ha tendenza a
semplificare
la politica americana, rigettando tutti i torti sulle élites e
su
chiunque si trovi alla Casa Bianca; occulta così il ruolo del
Congresso.Oggi
ci sono 11 membri del Congresso che sono ebrei,
vale
a dire l’11% del totale di 100, eppure solo il 2% della
popolazione
americana è ebraica. Chomsky e i suoi amici agitano,
direttamente
o indirettamente, lo spettro dell’antisemitismo o
l’accusa
di provocare l’antisemitismo, e il risultato è che tutti
chiudono
la bocca. Bisogna sapere che Chomsky, che in gioventù è
stato
sionista, - ha vissuto in Israele, ha degli amici laggiù ed ha
perfino
preso in considerazione di andarci a vivere definitivamente -
ha
riconosciuto nel 1974 che questo fatto poteva influenzare le sue
analisi
e le sue posizioni.
Ha
voluto che i suoi lettori lo sapessero. Lo ha scritto nel 1974.
Eppure
oggi ben pochi lettori di Chomsky lo sanno. Non sanno che
Chomsky
era sionista, e che aveva perfino preso in considerazione di
andare
a vivere in Israele. Di fatto, per anni, non ha detto una parola
su
Israele, pur denunciando il ruolo degli Stati Uniti in Centro
America
e in Vietnam.. E’ stato un amico comune, il Dottore Israel
Shahak,
che convinse Chomsky a esprimersi pubblicamente riguardo
alla
sorte che Israele riserva ai palestinesi. E interessante notare che
il
libro principale di Chomsky sulla questione israelo-palestinese, The
Fateful
Triangle, inizi di
fatto con una difesa di Israele. Vale a dire
che,
pur riconoscendo tutti i crimini di Israele contro i palestinesi, ne
accusa
principalmente gli Stati Uniti, per aver lasciato fare! Questa,
permettetemi
di dirlo, è una scusa che potrebbe essere usata da
Pinochet,
in Cile, o da qualunque altro dittatore sostenuto dagli Stati
Uniti
ovunque nel mondo, per scaricare le proprie fondamentali
responsabilità
dei loro crimini e di farle ricadere esclusivamente sugli
Stati
Uniti….Ebbene, io, a questo giochetto non ci sto .…E la maggior
parte
delle persone che capiscono la situazione nemmeno ci stanno
quando
analizzano questa manipolazione.
Un
certo numero di miei amici, che sono anche suoi amici, ne hanno
convenuto;
sono d’accordo con me. Il problema è che, direi, in
quanto
colleghi universitari, non se la sentono di criticare Chomsky,
tanto
più che egli viene spesso attaccato da gente di destra. Egli ha
difeso
molte persone che venivano attaccate e, per questo, si è
guadagnato
la loro lealtà. E’ stato anche il mentore di un bel numero
di
universitari e, ironicamente, è stato Chomsky che ha iniziato
all’impegno
politico tante persone… Hanno letto Chomsky, e si sono
entusiasmati
per l’impegno politico. Solo dopo – se hanno fortuna –
scoprono
che Chomsky non si accontenta di aprire delle porte: ma
allo
stesso modo le richiude!
Silvia
Cattori: Ciò
vorrebbe dire che Chomsky accorda alla lobby pro-israeliana
meno importanza di quanto ne abbia in realtà?
Chomsky
avrebbe forse sostenuto opzioni ingiuste nei confronti dei
palestinesi
per preservare Israele, a cui è legato affettivamente? E’
questo
forse l’unico caso in cui Chomsky avrebbe difeso
l’indifendibile?.
Jeffrey
Blankfort: Si,
essenzialmente. Sulla maggior parte degli
altri
argomenti, è più aperto. Ma su questo argomento in particolare,
rifiuta
qualsiasi discussione. Nel 1991, abbiamo avuto uno scambio
che
è stato pubblicato da un giornale di sinistra, di New York, il
National
Guardian, e un amico
di New York ha voluto organizzare un
dibattito
tra Chomsky e me sulla questione della lobby israeliana alla
Conferenza
dei Ricercatori Socialisti (Socialist
Scholars Conference).
Chomsky
ha rifiutato, scrivendo che «il
dibattito non sarebbe stato
utile».
Dopo il suo rifiuto, ho chiesto a un professore in California,
Joel
Benin, che conosco bene e che è sulle stesse posizioni di
Chomsky,
se egli almeno avrebbe accettato di tenere un dibattito con
me.
Ma anche lui ha rifiutato, dandomi esattamente la stessa risposta
«il
dibattito non sarebbe stato utile!».
Silvia
Cattori: E
secondo lei, anche sull’Iran, oggi nel mirino,
Chomsky
minimizza il ruolo della lobby che negli Stati Uniti agisce
nell’interesse
di Israele?.
Jeffrey
Blankfort: Per quanto
riguarda l’Iran, sembra proprio che
Chomsky
e gli altri non vogliano vedere la campagna che la lobby sta
conducendo
per trascinarci in una nuova guerra - una guerra che
sarà
più catastrofica dell’attuale disastro in Iraq. C’è negli Stati Uniti
una
coalizione di dodici organizzazioni femminili ebraiche, che si
autodefinisce
apertamente «Una voce per Israele» (One
Voice for
Israel),
creatasi nel 2002, per rispondere alla pubblicità negativa che
Israele
ha ottenuto dalla distruzione di Jenin. Ogni anno, nel corso di
un’iniziativa
chiamata «Take-5»,
questa coalizione fa in modo che un
milione
di donne ebree chiamino al telefono la Casa Bianca nello
stesso
momento; poi, un altro giorno, chiamano il Congresso. Ogni
volta
sono riuscite a far saltare il centralino del Campidoglio. E’ uno
dei
modi per mostrare la loro forza.
Il
22 febbraio vogliono telefonare al presidente Bush per dirgli la loro
su
quello che lui dovrebbe fare a proposito dell’Iran e del suo
sviluppo
del nucleare, civile o militare. Questo genere di pressione
avviene
di continuo, sempre, ma per il movimento contro la guerra,
per
la sinistra ciò non sembra costituire un problema. Seppure le
sanno
queste cose. Il professore Chomsky mi ha scritto (a me e ad
altri)
che si tratta di una questione che non lo interessa.
Due
anni fa, quando la stessa persona che lo aveva invitato ad un
dibattito
con me (nel 1991), ha chiesto di nuovo a Chomsky se era
interessato
ad un incontro, egli ha rifiutato nuovamente, invocando la
mia
‘ossessione per la lobby’. Ha perfino scritto che si rifiuta di
leggere
il mio articolo su di lui. Non è certo il tipo di risposta che ci si
aspetterebbe
da un intellettuale. Trovo significativo che accetti di
dibattere
con Alan Dershowitz,
perché è troppo facile, e che poi
invece
si rifiuti di scontrarsi con chiunque a sinistra. Per lo meno non
su
questo argomento… Ed è però di questo che si dovrebbe discutere,
non
di altro!.
Silvia
Cattori: Lei
pensa che in altri paesi vi siano organizzazioni
come
l’AIPAC?.
Jeffrey
Blankfort: l’AIPAC è
qualcosa di veramente particolare. Pur
essendo
una lobby dichiarata e registrata in favore di Israele, non è
tenuta
a registrarsi in quanto lobby straniera. Questo la colloca in
una
posizione assolutamente unica negli Stati Uniti. Ad ogni
audizione
del Congresso che riguardi questioni mediorientali vedrete
che
vi partecipano funzionari dell’AIPAC. Nessuna altra lobby –
soprattutto
se è straniera - gode di un privilegio simile. Sono loro,
perfino,
che scrivono le leggi che poi vengono adottate dal
Congresso.
Così, per esempio, il recente decreto ’Syrian Acountability
and
Lebanese Sovereignty Restoration Act’ (Legge sulla resa dei conti
da
parte della Siria e sulla sovranità libanese) [3],
approvata due
anni
fa, e che ha portato alla situazione attuale in Libano e Siria, è
stata
redatta dall’AIPAC, cosa di cui poi questa lobby ha trovato il
modo
addirittura di vantarsi. Non è un segreto. I soli che pretendono
di
non sapere niente sono quelli della sinistra. Tutto si trova sul sito
web
dell’AIPAC, ma è stato anche stampato sulle sue pubblicazioni.
L’AIPAC
fornisce anche degli stagisti – giovani brillanti studenti ebrei
–
che lavorano negli uffici dei membri del Congresso. I rappresentanti
dell’AIPAC
chiedono di essere ricevuti da un membro del Congresso,
e
gli dicono: «abbiamo
questo bravo giovine che vorrebbe effettuare
uno
stage a Capitol Hill; uno stage di un anno, un lavoro utile nei
vostri
uffici…». Nessun
membro del Congresso si sogna di rifiutare un
segretario
gratis.
L’AIPAC
ha anche una fondazione speciale che organizza viaggi
gratuiti
in Israele per i membri del Congresso. L’anno scorso, più di
cento
membri del Congresso sono andati in questo modo in Israele, a
spese
pagate della fondazione. Deve sapere che e in corso una
polemica
circa i viaggi gratuiti pagati da varie lobby, ma penso che
questa
polemica non causerà danni alle manovre dell’AIPAC. Se il
Congresso
prenderà dei provvedimenti drastici, ci sarà un’eccezione
per
Israele… La cosa curiosa è che noi americani confiniamo con un
paese,
al Sud, che si chiama Messico. Questo paese è molto più
importante
per gli Stati Uniti, per la nostra economia, e poi ci sono in
America
ben più cittadini d’origine messicana che ebrei…
Ci
sono migliaia di messicani e di messicano-americani che lavorano
qui
e che portano avanti l’agricoltura e la raccolta di prodotti agricoli
negli
Stati Uniti. E tuttavia, non ci sono delegazioni di senatori
americani
che visitano il Messico, e il Congresso non parla mai
dell’importanza
fondamentale del Messico [per gli Stati Uniti]… Se dei
parlamentari
americani si recano in Messico è solo per le vacanze.
Qui
negli Stati Uniti l’accento è posto sempre su Israele. Due ne sono
le
cause, molto semplici, i soldi e l’intimidazione. Il Partito
Democratico
per anni ha contato su ricche donazioni di potenti
sponsor
ebrei per la maggior parte dei contributi finanziari che riceve.
Non
è l’AIPAC che sborsa il denaro. No, l’AIPAC si limita a coordinare
il
finanziamento, e dice a chi gli sponsor devono versare.
Supponiamo
che lei sia un donatore ebreo e che lei voglia sostenere
la
causa di Israele; l’AIPAC le indicherà a chi versare il denaro. Così
oggi
negli Stati Uniti abbiamo una quarantina di Comitati d’Azione
Politica (PAC) la cui sola ragion d’essere è convogliare denaro a quei
candidati
che sostengono Israele. Nessuno di questi comitati si
identifica
nel nome con qualcosa che abbia rapporto con Israele. Così
qui
in California abbiamo un «Comitato dei Californiani del nord per il
buon
governo». A Saint Louis, nel Missouri, c’è un comitato di «Saint
Lousisians
for Good government», Il più importante è il PAC
Nazionale,
o NPAC. Poi vi è anche L’ «Hudson Valley Political Action
Committee»,
il «Desert Caucus», eccetera.
Se
ci si attiene al nome di questi comitati, non si riesce a farsi la
minima
idea del loro scopo, mentre, al contrario, le altre lobby
dichiarano
apertamente le loro finalità. Perché non si chiamano,
«Comitato
degli ebrei sostenitori di Israele»? Ma c’è qualcosa di
ancora
più grave, per i Democratici e per una parte dei Repubblicani:
cioè
il denaro che essi ricevono da parte da singole personalità
ebraiche.
Così, per esempio, nel 2002, un israeliano di origine
egiziana,
Haim Saban, venuto negli Stati Uniti e arricchitosi di
miliardi
di dollari con un programma televisivo per bambini in onda il
sabato
mattina, ha donato 12,3 milioni di dollari al Partito
Democratico,
cioè solo un milione e mezzo di quanto avevano dato i
comitati
di azione politica dei fabbricanti di armi, che però avevano
versato
il denaro ai due grandi partiti.
E
questo è solo uno dei donatori. Questo Haim Saban ha anche
fondato
la Saban Institute presso la Brookings Istitute, [4],
ed essa si
occupa
di faccende israeliane. Saban è anche uno dei grandi
sostenitori
dell’AIPAC, e sponsorizza degli eventi a Washington, nel
corso
dei quali l’AIPAC forma degli studenti come propagandisti proisraeliani.
Oggi
i campus universitari sono il terreno d’operazione
principale
per i movimenti ebraici che fanno lobby per Israele; essi si
sono
federati nel Israel Campus Coalition (Coalizione Universitaria
per
Israele) la quale è formata da 28 organizzazioni, tra cui l’AIPAC e
tutti
hanno Israele come prima ed unica preoccupazione.
Oggi,
uno dei principali obiettivi di questa lobby è di ottenere che
nelle
Università americane sia sconfitta la campagna di
disinvestimenti
nei confronti di Israele. I lobbisti pro-israeliani
contano
anche di influenzare la nuova generazione di leaders della
comunità
ebraica, attualmente impegnata negli studi universitari, al
fine
di farne i futuri sostenitori di Israele.
Silvia
Cattori: Per
aiutare i palestinesi ad ottenere giustizia, sarebbe
necessario
che almeno chi li sostiene – o pretende di farlo - dicesse la
verità.
Ma, sembra che accada il contrario e che perfino in questo
campo
la verità venga soffocata. Lei non pensa che negli Stati Uniti,
come
in Europa, il movimento di solidarietà è fallito perché è diretto
da
persone che mettono il freno alla critica di Israele? Lei non ritiene
che
l’influenza di Chomsky svolge questo ruolo?.
Jeffrey
Blankfort: Qui negli
Stati Uniti, il movimento propalestinese
è
totalmente inefficace, e da molto tempo. Questo, per
varie
ragioni. Una di queste ragioni è rappresentata dal fatto che esso
si
rifiuta di riconoscere il ruolo della lobby pro-israeliana. Volendo
usare
una metafora, è come se uno si preparasse a fare una partita
di
calcio, avesse messo le scarpette ma poi, invece di andare allo
stadio,
si recasse al centro commerciale! Se non si è nemmeno sul
campo
di calcio quando viene fischiato l’inizio di gara, come si vuole
vincere
la partita?
E
cosi, da una parte, c’è la lobby più potente negli Stati Uniti e,
dall’altra,
c’è il movimento di solidarietà con i palestinesi che ignora
quella
lobby totalmente, a parte qualche occasionale picchetto di
protesta
davanti alla sede dell’AIPAC…. Una delle ragioni è che il
movimento
di solidarietà coi palestinesi è stato influenzato da gruppi
marxisti,
che arrivano sempre in ritardo: vivono in un’altra epoca, in
un
passato in cui le lobby non avevano un ruolo. Dei militanti politici
mi
dicono spesso che parlare della lobby ebraica «non è marxista», o
«non
è socialista». Io rispondo loro che tuttavia la lobby esiste, che è
una
realtà e che è questo che conta. D’altra parte ad occupare
posizioni
dirigenti nel movimento a favore della Palestina ci sono un
gran
numero di anti-sionisti ebrei, dallo stile inimitabile, i quali vanno
sbraitando
che denunciare la lobby corrisponde a suscitare
l’antisemitismo.
Sono quelli che io personalmente chiamo «ebrei
eccezionalisti»
perché rigettano ogni critica alle azioni compiute
collettivamente
da ebrei, come quello di fare lobby per Israele – e
questo
li rende, nella pratica, difficilmente diversi dai sionisti
patentati!
E
cosa succede? Ve lo dico: sento tutta quella gente negare
l’esistenza
della lobby ebraica e subito citarmi parola a parola il
ritornello
di Chomsky, senza neppure il bisogno di menzionare il suo
nome!
Su costoro, Chomsky ha una tale influenza politica che essi si
sono
ridotti a identificarsi con lui! E così succede che c’è un
movimento
che si rifiuta di riconoscere il principale nemico dei
palestinesi
in America.
Chomsky
si è pronunciato pubblicamente contro il disinvestimento del
MIT
(Massachusetts Institute of Technology) dove insegna, e dove è
riuscito
ad annacquare completamente una risoluzione di
disinvestimento.
Due settimane più tardi, è tornato alla carica,
questa
volta per attaccare il principio stesso del disinvestimento: E’
contrario
a qualsiasi sanzione contro Israele; è contro qualsiasi
disinvestimento;
non ha mai tirato fuori dalla manica qualche asso
concreto
e suscettibile di cambiare le cose se non la proposta di
«scrivere
al capo redattore». Non parla mai del Congresso; non parla
mai
delle commissioni di bilancio. Se qualche volta fa un accenno
all’aiuto
dato a Israele nel Congresso, non dice mai «bisogna
cambiare
questa situazione!». Ne
parla come di una cosa da prendere
o
lasciare, di un fatto naturale, come dire «oggi
piove» o «oggi
è bel
tempo».
Gli ho scritto una lettera su questo punto e la sua risposta
non
è stata particolarmente amichevole.
Dal
1988 al 1995 ho pubblicato una rivista, il Middle East Labor
Bulletin,
a cui Chomsky si era abbonato. Io vi scrivevo una rubrica
speciale
dedicata alla lobby ebraica al Congresso: vi rivelavo i nomi
dei
membri del Congresso legati alla lobby, e pubblicavo le fonti, per
lo
più la stessa stampa sionista. In questo modo i lettori disponevano
delle
numerose prove riguardanti il controllo del Congresso degli Stati
Uniti
da parte della lobby israeliana. Ho riletto recentemente alcuni
numeri
di quella rivista di vent’anni fa: avrebbero potuto essere stati
scritti
oggi! Chomsky quindi non può fingere di non sapere.
Semplicemente
penso che le lezioni precoci di catechismo sionista da
lui
ricevute e le sue paure sull’avvenire degli ebrei pesano talmente
sul
suo spirito che è giunto a comportarsi come un bambino che
rifiuta
di ammettere la verità. E’ una cosa penosa.
Ormai
appartiene a quella categoria di persone che in America
chiamiamo
i «gatekeeper», i guardiani del serraglio; ed egli lo è
anche
su un altro argomento fondamentale: gli eventi dell’11 settembre
2001. Egli semplicemente respinge le domande che in
tanti
hanno sollevato sulla versione ufficiale di Bush riguardo agli
attentati
contro il World Trade Centre. Chomsky sostiene che non c’è
alcuna
ragione seria per mettere in dubbio la versione di Bush. Per
questo
la maggior parte delle critiche che gli sono rivolte provengono
da
persone che hanno effettuato ricerche sugli attentati dell’11
settembre,
mentre egli si ostina a ripetere il ritornello che «ciò
che ci
ha
raccontato l’amministrazione Bush è la verità». In
questo modo, il
ruolo
svolto oggi da Chomsky sulla scena internazionale è, a mio
avviso,
un ruolo reazionario.
D’altra
parte, dice ancora molte cose giuste, con cui io sono
d’accordo
e, lo ripeto, molte persone affermano di essere stati
introdotti
alla politica da Chomsky. Ha effettivamente avvicinato
molta
gente alla politica. Ma oggi – sarà un fatto dialettico – ne sta
allontanando
molte altre, o, per lo meno, le sta orientando nella
direzione
sbagliata.
Silvia
Cattori: La
denuncia che lei fa delle tesi di Chomsky – tesi che
ignorano
l’influenza che l’AIPAC e altre organizzazioni simili
esercitano
nelle decisioni riguardo alle guerre americane in Medio
Oriente
e il loro impatto negativo sui movimenti di solidarietà – è
condivisa
nel suo paese da molti altri intellettuali?.
Jeffrey
Blankfort: Appartengo a
una minoranza, ma ho una lista di
corrispondenti
consistente, e intervengo su questo tema su una
stazione
radio, anzi due. E una di queste due si trova per fortuna in
una
regione che non è Territorio Occupato da Israele e dove posso
parlare
della lobby; posso parlare di Israele come lo sto facendo ora.
I
sionisti hanno cercato di farmi tacere, ma non ci sono riusciti. Uno
dei
metodi d’intimidazione che usano consiste nel fare appello alle
diverse
organizzazioni ebraiche. Ciascuna ha un compito particolare.
Particolarmente
importante, tra queste associazioni, è l’Anti-Defamation
League (ADL), la cui missione principale è diffamare,
intimidire
e spiare le persone che criticano Israele. Sono stato una
vittima
del loro spionaggio, so dunque quello che dico.
Un
loro agente aveva infiltrato la nostra organizzazione, la
Commissione
del Lavoro per il Medio Oriente (Labour
Committee on
the
Middle East) di cui
ero uno dei co-fondatori. Ciò avveniva nel
1987.
Poi abbiamo appreso che spiavano centinaia di associazioni
appartenenti
a tutto lo spettro politico, ed anche migliaia di singoli
individui.
Per essere precisi: 600 associazioni e non meno di 12 mila
privati!
Sono
riuscito a mettere le mani sul dossier che stavano montando
contro
di me, ho constatato che mi spiavano illegalmente, e perciò li
ho
denunciati. Sono andato in tribunale con altri due altri militanti e,
dopo
dieci anni, i tizi dell’ADL hanno accettato una composizione
bonaria
senza che io dovessi sottoscrivere ad alcun impegno di
riservatezza.
Così posso continuare a parlare di questa
organizzazione.
Il
tizio che mi spiava per conto dell’ADL lavorava
contemporaneamente
anche per i servizi segreti sudafricani. C’era
allora
un enorme movimento contro l’apartheid negli Stati Uniti. In
pratica
la lobby israeliana e il Sudafrica erano sulla stessa onda.
Erano
alleati strettissimi. Erano alleati a tutti i livelli: sociale,
culturale
e militare. Questa cosa è un fatto che, sfortunatamente, il
movimento
anti-apartheid ha rifiutato di prendere in debito conto a
causa
di pressioni sioniste.
Sono
propenso a dire che il problema da superare per un vero
movimento
politico negli Stati Uniti è che fin dall’inizio esso non deve
farsi
bloccare né dai sionisti né dal rifiuto, come fa Chomsky, di
parlare
apertamente del sionismo e del ruolo che esso svolge, qui,
negli
Stati Uniti.
Ma
torniamo indietro. Nel 1988, all’inizio della prima Intifada, quando
il
movimento rifiutava di sostenere la fine necessaria dell’occupazione
del
territorio palestinese da parte di Israele, un indiano d’America, un
leader
degli indigeni americani, mi disse che il problema principale
del
movimento in America era che al suo interno vi erano troppi
sionisti
di sinistra. Ed è vero. Non cito mai il nome di questo
amerindio,
perché, se lo rendessi pubblico, egli verrebbe
immediatamente
tacciato di antisemitismo.
Io
stesso sono stato tacciato di essere un ebreo che «odia se stesso»,
un
antisemita. Ma non m’importa, perché penso che l’accusa di
antisemitismo
è il primo rifugio dei farabutti. Il patriottismo è l’ultimo
rifugio
dei farabutti, ma l’antisemitismo è il primo. In questo Paese, è
stato
usato per ridurre al silenzio tante persone oneste! Questa è una
delle
ragioni per cui sono contro tutte le organizzazioni
specificamente
ebraiche che si dichiarano all’avanguardia nella lotta a
fianco
della Palestina. Sapete cosa succede? Ci sono tanti ebrei
antisionisti,
o che pretendono di essere tali, i quali dicono: «Noi,
in
quanto
ebrei antisionisti, dobbiamo prendere la direzione del
movimento
affinché gli altri vedano che non tutti gli ebrei sostengono
Israele».
Sono
totalmente contro questo modo di fare, perché, tutti i
contribuenti
americani pagano le imposte, e quindi tutti sostengono
Israele!
E’ un problema di tutti gli americani! Sostenendo che è
assolutamente
necessario che i leaders del movimento siano ebrei,
che
ci sono degli ebrei antisionisti, dicendo che gli ebrei fanno
questo,
fanno quello, in realtà, che cosa significa questo per i nonebrei?
Questi ultimi
concludono: «Voi, se
vi potete permettere di fare
ciò,
è perché siete ebrei».
E’ una cosa che viene fatta da tanto
tempo,
e francamente non funziona!
Per
questo, quando io, Jeff Blankfort, parlo, non mi esprimo in
quanto
ebreo, ma in quanto essere umano. Questa è la ragione per
cui
nel 1970, quando sono andato per la prima volta in Medio Oriente
(in
Libano e in Giordania), non ho detto alla gente che ero ebreo. Non
ci
sono andato come ebreo, ma come giornalista.
Non
era necessario essere sud-africano per lottare contro l’apartheid.
Non
era necessario essere nicaraguese per combattere i Contras, né
essere
vietnamita per essere contrario alla guerra del Vietnam. Cosa
c’entra
essere ebrei o meno con il fatto di denunciare ciò che gli
israeliani
fanno subire ai palestinesi? In realtà, gli ebrei dovrebbero
essere
estremamente prudenti in relazione al ruolo di leadership. Non
sono
ruoli che spettano a quegli ebrei che si identificano come ebrei.
L’ironia
è che le persone di cui più si parla, quelle che si esprimono
più
di altri su questa questione negli Stati Uniti, sono tutti ebrei, i
quali
in fondo, vogliono proteggere Israele.
Chomsky,
beninteso, è il più importante fra questi. Essi criticano
Israele,
perché è importante, è qualcosa di cui non si può fare a
meno.
Ma poi stornano la responsabilità principale sugli Stati Uniti e
con
ciò, pur non assolvendo Israele, riescono a proteggerlo contro
ogni
tipo di ritorsione, sotto forma di sanzioni, di boicottaggi e di
disinvestimenti.
Silvia
Cattori: Ha
appena detto che anche lei è stato accusato di
antisemitismo.
Il presidente venezuelano Hugo Chavez, è stato
recentemente
accusato dai quotidiani francesi Libération e Le Monde
di
aver fatto dichiarazioni «antisemite». Non crede che quest’accusa
è
diventata più difficile da sfruttare presso un’opinione pubblica che
ha
ormai scoperto che è una manipolazione a fini politici?.
Jeffrey
Blankfort: Si, la gente
lo capisce, ma ha paura di parlarne.
Perché
il prezzo che si paga negli Stati Uniti quando si criticano gli
ebrei
in quanto ebrei è molto elevato. Ma questo accade anche in
Francia,
in Germania, in Canada, in Austria, e così via. Si può
criticare
qualsiasi altra comunità nazionale, ma criticare gli ebrei
collettivamente,
non singoli ebrei in quanto ebrei, ma proprio l’intero
establishment
ebraico, vuol dire danneggiare la propria carriera.
Così
anche se la gente dice qualcosa al riguardo in privato, siate ben
certi
che non lo dirà mai in pubblico. Di tanto in tanto riesco a
organizzare
delle interviste di palestinesi o di israeliani progressisti su
alcuni
media della regione della grande San Francisco. La situazione
era
più facile, direi, e più libera qualche anno fa sulle radio più
ascoltate
di quanto non succeda oggi. Nel 1982 sono riuscito a far
intervistare
un soldato israeliano, un riservista, che si rifiutava di
andare
in Libano, nel più grande talk-show di San Francisco. Ha detto
la
verità sulla guerra in Libano, che cioè non erano i palestinesi a
bombardare
quel paese. Nella seconda ora della trasmissione, che
veniva
diffusa in tutti gli Stati Uniti, un ascoltatore con forte accento
straniero,
ha chiamato la stazione. Ha domandato: «chi
è il
responsabile
che lascia parlare questo comunista in diretta?».
Il
conduttore ha risposto che era lui anche se in realtà il produttore
della
trasmissione era il vero responsabile. Poco tempo dopo, il
conduttore,
tra i più popolari presso le radio di San Francisco, è stato
sostituito
da un sionista che conserva ancora il suo posto. Un tizio
tanto
sionista che, ogni anno, il giorno della commemorazione della
festa
nazionale israeliana a San Francisco, egli funge da maestro
delle
cerimonie. In onda nelle principali stazioni radio troverete, fra i
proprietari
o i dirigenti, dei personaggi che sono apertamente sionisti.
Tanto
per fare un esempio, il presidente del giornale radio della CBS,
Leslie
Moonves, è un pronipote di Ben-Gurion.
La
maggior parte delle persone non riescono (o non vogliono)
credermi,
quando parlo dell’influenza sionista nei media. Io leggo la
stampa
ebraica, ed è piena di informazioni al riguardo, che non sono
pubblicate
sui grandi giornali. Si, è nella stampa ebraica che io trovo
la
maggior parte delle mie informazioni, e dopo una verifica, mi
accorgo
che questa stampa è credibile. C’è una pubblicazione che, al
riguardo,
è particolarmente utile: si tratta di Forward,
un settimanale
ebraico
per gli ebrei che equivale al Wall
Street Journal; esso
contiene
molte informazioni che non si trovano da nessun altra parte.
E’
particolarmente interessante che la maggior parte della gente che
conosco,
che si batte per i palestinesi negli Stati Uniti, non abbia mai
letto
la stampa ebraica! Secondo me, se non si legge la stampa
ebraica
sionista, non si è seri. In effetti in questo paese non
possiamo
fare nulla per ciò che avviene in Palestina, in modo diretto.
Ma
ciò che possiamo, invece, fare è lottare contro il sostegno di cui
gode
Israele negli Stati Uniti, denunciare la lobby israeliana e minare
le
sue posizioni qui, nel nostro paese. Solo indebolendo il sostegno a
Israele
da noi, negli Stati Uniti, potremo rafforzare la posizione del
popolo
palestinese.
Silvia
Cattori: Ma
non sono forse numerosi coloro che, colpiti dalla
sventura
dei palestinesi e degli iracheni, diventano sempre più
consapevoli
delle menzogne dei media?.
Jeffrey
Blankfort: Oh sì,
certamente, i giornali ci mentono, ma
anche
se ci sono più informazioni su internet, queste non sono
sempre
affidabili – anche quando provengono da parte nostra – e
dobbiamo
stare attenti a non berci tutto quello che leggiamo su
internet,
solo perché corrisponde a quello che ci piace credere.
Qui
nella Baia di San Francisco avevano, non molto tempo fa, sette o
otto
quotidiani. Ora ne sono rimasti appena due e mezzo! E questi
giornali
sono diventati delle specie di tabloid del livello di alcuni
giornalacci
britannici: la loro sola ambizione è di restare a galla, non
affondare
a causa della TV. Al contrario dell’Europa, la televisione
negli
Stati Uniti è di una qualità deplorevole, e gli americani sono
realmente
dei drogati del piccolo schermo. Sono anche
tossicodipendenti
dai gadgets elettronici portatili, come i walkman, i
CD,
gli MP3, e, da un paio d’anni, dai famosi iPod. Ciò non fa
presagire
niente di buono.
Inoltre,
l’arena politica americana è completamente irreggimentata;
non
lascia alcuna opportunità. Abbiamo due partiti, che sono
praticamente
uguali in tutto: sono le due ali del Partito Capitalista!
L’uno
addormenta la gente: è il Partito Democratico: L’altro li
massacra
in guerra: è il Partito Repubblicano. Si scontrano (più
esattamente:
fanno finta di scontrarsi) sulle questioni interne, ma
non
appena si parla di Israele, si abbracciano vicendevolmente. E
così,
per esempio, si possono trovare donne membri del Congresso,
che
lottano per il diritto all’aborto. Ma non appena si tratta di
sostenere
Israele, esse si uniscono alle donne del Congresso che
stanno
alla destra più estrema, le più fiere oppositrici dell’aborto!
Nella
sinistra, l’argomento Israele non è mai affrontato, neanche
evocato!
E’ una cosa assai deprimente perché non vedo evoluzione,
anche
se c’è stata qualche protesta in occasione di riunioni locali
dell’AIPAC. Ma non si stabilisce un legame chiaro tra la lobby
israeliana
e il Congresso da una parte e quello che succede in
Israele/Palestina
dall’altra. Non vedo cosa possa migliorare la
situazione.
Ad un certo punto ci sarà un’inversione rapida di
tendenza, ma non so in che modo questa possa avvenire. Al
momento,
non vedo un futuro molto brillante.
Silvia
Cattori: Ma
allora se l’orientamento dei media non cambia, se
l’influenza
delle lobby pro-israeliane nei nostri paesi continua senza
che
la sinistra la denunci, lei non crede che Israele avrà le mani
libere
per continuare a fomentare guerre contro l’Iran, la Siria la
Palestina?.
Jeffrey
Blankfort: I
neoconservatori che per lo più sono ebrei e la
lobby
pro-israeliana hanno trascinato gli Stati Uniti nella guerra in
Iraq.
Il padre dell’attuale presidente, il primo Gorge Bush era contro
questa
guerra, ed anche le compagnie petrolifere. E nonostante
questa
guerra sia catastrofica, in ogni senso, i neoconservatori non
hanno
dovuto pagare alcun prezzo politico, e questo esclusivamente
perché
solo qualche editorialista isolato ha scritto articoli di denuncia
delle
loro responsabilità. Tra costoro vi è stata solo una piccola
minoranza
di giornalisti di sinistra e nessun rappresentante del
movimento
contro la guerra. Ecco perché oggi le stesse forze che
hanno
voluto la guerra in Iraq sono all’opera per spingere gli Stati
Uniti
allo scontro con l’Iran. Penso che non succederà, ma solo per il
fatto
che gli Stati Uniti oggi sono impantanati in Iraq. Oltretutto se
attaccassimo
l’Iran, le truppe irachene addestrate dagli Stati Uniti,
che
sono decisamente pro-iraniane, e legate ai due partiti SCIRI e al-Da’wa
(entrambi fondati in Iran nel 1982 ed entrambi hanno
combattuto
contro Saddam a fianco dell’Iran) reagirebbero
sicuramente,
e il caos in Iraq aumenterebbe ancora più di oggi. Per
questo
penso che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran, anche se
tutti
qui, in America, sembrano essere convinti che lo faranno. Ma se
lo
fanno, sarà la prova definitiva che la lobby sionista esercita un
controllo
totale sulla politica americana, e non penso che al momento
le
cose siano giunte fino a questo punto. Quello che sta accadendo è
molto
interessante: Bush è debole in questo momento, i Repubblicani
lo
stanno abbandonando, ha perso molti sostenitori al Congresso;
otterrà
la nomina del suo pupillo, Alito, alla Corte Suprema, ma
l’AIPAC
lo ha criticato perché lo ritiene troppo molle contro l’Iran.
L’AIPAC
lo ha criticato pubblicamente e lo accusa di essere stato
incapace
di trascinare l’Iran davanti al Consiglio di Sicurezza
dell’ONU,
pur sapendo molto bene che se gli Stati Uniti fossero
riusciti
a far comparire l’Iran davanti al Consiglio di Sicurezza, non
sarebbero
stati in grado comunque di ottenere una maggioranza
contro
questo paese. Circolano numerose voci secondo cui sarà
Israele
ad attaccare l’Iran, anche se gli Stati Uniti esitano, perché è
un
anno elettorale qui da noi, e Israele sa bene – come pure la lobby
israeliana
negli Stati Uniti - che qualunque cosa faccia Israele, in
questa
situazione, il Congresso intero lo applaudirà. Quindi rischiamo
di
ritrovarci con lo stesso scenario dell’Iraq.
E'
interessante notare che i giornali, le radio e i network televisivi
dicono
apertamente che mai i membri del Congresso oseranno
criticare
Israele in un anno elettorale, ma naturalmente senza mai
spiegare
perché. La sinistra, guidata da Chomsky, finge di non essere
al
corrente dell’esistenza del problema. L’ironia della sorte è che, se
si
legge la grande stampa, si trovano molte più informazioni sulla
lobby
che se si legge la stampa di sinistra, nello stato lamentevole in
cui
si trova attualmente. Il quotidiano Forward
rappresenta una fonte
fondamentale,
perché spiega cosa succede nella lobby. Così,
recentemente,
questo giornale ha seguito l’inchiesta sul caso di
spionaggio
che coinvolge l’AIPAC [l’incriminazione del funzionario del
Pentagono
Larry Franklin e di due membri della lobby ebraica per
spionaggio
a favore di Israele; il Franklin è accusato di fornire
informazioni
secretate sull’Iran, ndt.] Mentre la sinistra ignora il caso,
deliberatamente.
Qualcuno pone questa domanda: «Se
l’AIPAC fosse
veramente
così forte come dite, perché mai è stata messa sotto
inchiesta?»
La mia risposta è
che ci sono persone, a Washington, nei
servizi
segreti, che, per ragioni loro, sono estremamente preoccupate
dell’“israelizzazione” della politica estera degli Stati Uniti. Queste
persone
che lavorano o hanno lavorato a Washington, affrontano la
lobby
israeliana da parecchio tempo. La sinistra, ancora una volta,
sfortunatamente
non partecipa a questa lotta. Ci sono quindi tante
persone
che sanno cosa Israele vada tramando a Washington, sanno
cosa
complotta la lobby ebraica, e vogliono mettere fine a tutto
questo.
Silvia
Cattori: Per
tornare a ciò che vi separa da Chomsky sulla
questione
palestinese, possiamo dire che volete che i Palestinesi
vincano
mentre Chomsky, da parte sua, vuole che gli israeliani non
perdano?.
Jeffrey
Blankfort: Non la
metterei in questi termini, ma penso che
tocchi
ai palestinesi decidere dell’avvenire in Israele e in Palestina, e
che
Chomsky è più preoccupato del futuro di Israele e del benessere
degli
ebrei. Si oppone alla soluzione di un solo stato. Per me, invece,
uno
stato unico è l’unica soluzione possibile. Ma io non svilupperò qui
la
mia argomentazione, perché non appartiene a noi di decidere. Io
dò
sicuramente la priorità ai palestinesi e lui incontestabilmente la dà
agli
israeliani.
Questa
è la differenza tra di noi.
Tradotto
dal francese in italiano da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la
rete
di traduttori per la diversità linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es).
[1]
Vedi a questo riguardo « «L’Institut
américain de l’entreprise à la Maison
Blanche»
», Voltaire,
21 giugno 2004.
[2]
Vedi a questo riguardo « «Les
fondamentalistes pour la guerre »,
Thom Saint-Pierre, Voltaire,
3 aprile 2003
[3]
« Le Syria
Accountability Act»,Voltaire,
19 settembre 2003
[4]
Vedi su questo argomento « La
Brookings Institution, think tank des bons
sentiments », Voltaire
, 30 giugno 2004
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