FISICA/MENTE

I FRUTTI DELLA GUERRA


I conti degli investimenti militari degli USA fatti da John Stiglitz

Una risposta ad Antonio Pagliarone

di
ENZO MODUGNO


Il Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz (www.josephstiglitz.com) finalmente interviene sulle spese per la guerra: non 200 miliardi di dollari come previsto dall'amministrazione Usa, ma 2000. Dieci volte di più. Stiglitz, commentava ieri il quotidiano inglese «Guardian», non spiega se le cifre fornita dalla Casa Bianca siano dovute a incompetenza o se siano frutto per fuorviare deliberatamente l'opinione pubblica. Questo valga anche per coloro che prendono i budget ufficiali del Pentagono come «dati empirici» - l'empiria ha sempre giocato brutti scherzi, soprattutto in economia - per concludere che erano troppo modesti per giustificare l'interpretazione di «keynesismo militare» più volte discussa su questo giornale.

Si tratta in realtà del militarismo degli Stati uniti, considerato come «formula» per la sopravvivenza del capitalismo Usa. Cioè una sinergia tra le spese militari come spesa pubblica per rilanciare l'economia, e le armi così prodotte per dominare mercati, campi d'investimento, risorse.

In qualche caso l'iconoclastia antikeynesiana ha portato a salti logici. All'affermarsi del neoliberismo infatti, non consegue necessariamente che le pratiche keynesiane siano state irreali o prive di una sia pur effimera efficacia, al punto che il neoliberismo le abbia davvero abbandonate.

Eppure, superando le certezze dei dati ufficiali Usa, sono stati in molti ad inoltrarsi sull'incerto terreno del pensiero critico, scoprendo che le spese militari non potevano non essere sottostimate. Per esempio, Samir Amin ha sostenuto più volte che, malgrado il rifiuto assoluto di Keynes da parte degli economisti puri della nostra epoca, la gestione della domanda globale è rimasta in realtà al centro delle politiche economiche delle amministrazioni Usa. Anche di quelle dichiaratamente neoliberiste, che hanno semplicemente indirizzato la spesa pubblica verso la spesa militare. Per la quale Washington ha trovato nuove legittimazioni: «L'anticomunismo vi era piaciuto? L'antislamismo vi entusiasmerà», ha commentato Ignacio Ramonet. Perfino l'allora governatore della Banca d'Italia - maggio 2004 - ha attribuito la ripresa dell'economia Usa alla «politica di stampo keynesiano condotta dal 2001», che è un altro modo per dire che la guerra ha salvato gli Stati uniti.

Paul Mattick poi, aveva già scritto in un saggio del 1940 («La guerra permanente»): «La permanenza della guerra deriva dalla permanenza della depressione, la crisi non può essere superata se non dai soldati stessi, da quelli che stanno al fronte e da quelli che stanno nelle fabbriche». Una lucida previsione perché la «guerra permanente» è poi andata avanti come Guerra fredda ed ora come «guerra al terrorismo» che, secondo l'amministrazione Usa, durerà altri trent'anni.

I recenti dati di Stiglitz confermano le valutazioni contenute nel volume Escalation (DeriveApprodi, nei saggi di Manlio Dinucci e di Wladimiro Giacché) recensito su questo giornale (7 giugno 2005).

Ora davvero non ci si può più accontentare delle spiegazioni sovrastrutturali da più parti avanzate.


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