FISICA/MENTE

 

 

 

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=40789 

10.02.2005
Il missile in giardino: in Italia 90 atomiche Usa
di Bruno Marolo

I n Italia ci sono 90 bombe nucleari americane. La loro presenza ha un'importanza militare limitata per gli Stati Uniti, ma risponde anche ad esigenze politiche del governo italiano, che vuole avere voce in capitolo nella Nato. Lo ha rivelato all'Unità Hans Kristensen, uno specialista del Natural Resources Defense Council (NRDC), autore di un rapporto sulle armi atomiche in Europa che sarà pubblicato tra qualche giorno.

 

Secondo il rapporto nelle basi americane in Europa ci sono ben 481 bombe nucleari, dislocate in Germania, Gran Bretagna, Italia, Belgio, Olanda e Turchia. In Italia ve ne sono 50 nella base di Aviano e altre 40 in quella di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. Sono tutte del tipo indicato dal Pentagono come B 61, che non si presta ad essere montato su missili ma può essere sganciato da cacciabombardieri.

«Le ragioni di un arsenale nucleare così grande in Italia - ha spiegato Kristensen all'Unità - sono nebulose e la stessa Nato non ha una strategia chiara. Le atomiche continuano a svolgere il tradizionale ruolo dissuasivo nei confronti della Russia, e in parte servono per eventuali obiettivi in Medio Oriente, come l'Iran. Un'altra ragione è di tipo politico istituzionale. Per l'Italia è importante continuare a fare parte degli organi di pianificazione nucleare della Nato, per non essere isolata in Europa. Altri paesi come la Germania hanno lo stesso atteggiamento».

Le anticipazioni sul rapporto di 102 pagine del NRDC coincidono con la riunione della Nato a Nizza, dove il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld sta cercando di ottenere dai colleghi europei maggiori aiuti in Iraq. Per alcuni paesi la pubblicazione delle cifre è imbarazzante. Secondo il New York Times il comandante della Nato, generale James Jones, ha confidato ai collaboratori di essere favorevole all'eliminazione completa delle bombe nucleari in Europa, ma di aver trovato resistenza da parte di alcuni governi europei. Gli Stati Uniti sono in grado di colpire con missili lanciati dal loro territorio tutti gli obiettivi nel raggio di azione dei bombardieri in Europa. I paesi europei, e in particolare l'Italia, tuttavia insistono per avere un ombrello nucleare.

Il regolamento del Pentagono vieta espressamente di divulgare notizie sugli arsenali nucleari all'estero. Tuttavia un alto ufficiale ha ufficiosamente sostenuto che alla fine della guerra fredda molte bombe sono state ritirate dall'Europa e oggi ne rimangono circa 200. Krinsensten ha ribadito le indicazioni del rapporto. «Al Pentagono - ha dichiarato - non tutti conoscono il quadro completo della situazione. Il numero sarebbe inferiore alle nostre indicazioni soltanto se il presidente Bush avesse ordinato il ritiro di gran parte delle armi nucleari dopo l'attacco dell'11 settembre , ma non ci risulta che questo sia avvenuto».

Tra Italia e Stati Uniti esiste un accordo segreto per la difesa nucleare, rinnovato dopo il 2001. William Arkin, un esperto dell'associazione degli scienziati nucleari, ne ha rivelato recentemente il nome in codice: Stone Ax (Ascia di Pietra). Nel settembre 1991, dopo il crollo del muro di Berlino, il presidente George Bush padre aveva annunciato il ritiro di tutte le testate nucleari montate su missili o su mezzi navali. In Europa erano rimaste 1400 bombe atomiche in dotazione all'aviazione. In dieci anni il numero si è ridotto di circa due terzi. Le bombe nucleari in Italia sono di tre modelli: B 61 -3, B 61 - 4 e B61 - 10. Il primo ha una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all'atomica di Hiroshima, è può essere regolato fino a un minimo di 0,3 kiloton. Il secondo modello ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton. Il governo di George Bush ha ribadito molte volte di non escludere l'opzione nucleare per rispondere ad attacchi con armi biologiche o chimiche. È stata abbandonata la strategia della distruzione reciproca assicurata, che prevedeva armi nucleari sempre più potenti con uno scopo esclusivamente dissuasivo. Ora gli Stati Uniti vogliono produrre bombe atomiche tattiche di potenza limitata, e non escludono di servirsene contro i paesi che considerano terroristi. Almeno due di questi paesi, Siria e Iran, si trovano nel raggio dei bombardieri in Italia.

 

 

il manifesto - 07 Settembre 2005

TERRATERRA


La «bomba al cobalto» di Mexicali


STEPHANE BRUNO


Mexicali, Baja California Norte, sul lato messicano della frontiera. Una notizia sta allarmando la popolazione della grande città messicana, i turisti, quelli che passano la frontiera ogni giorno per fare la spesa o andare a lavorare. E' stato infatti confermato che lo scorso aprile il governo statunitense ha installato nella stazione ferroviaria di Mexicali un modulo che impiega cobalto-60 per la revisione dei vagoni ferroviari e delle auto che entrano negli Usa. Il cobalto-60 è radioattivo, ed è uno dei principali elementi che servono per la elaborazione di bombe atomiche. Inizialmente questa installazione era prevista costruirsi in territorio statunitense, nei pressi della città frontaliera di Calexico (Califonia), poi il Department of Homeland Security ha deciso di investire i 2 milioni di dollari necessari a questa apparecchiatura in pieno territorio messicano. Un dispositivo di controllo analogo era stato installato l'anno scorso nei pressi della stazione ferroviaria di San Isidro, in una zona desertica - questa volta nel lato statunitense della frontiera. Da questo nasce l'allarme a cui ha fatto seguito una brillante e ben documentata campagna informativa di Greenpeace Mexico che ha anche pubblicato una guida informativa per la popolazione locale sui rischi del cobalto-60. Il punto è: perché installare questa «bomba al cobalto», come già la chiama la stampa locale, in zone abitate e centrali, quando negli Stati Uniti hanno installato questi dispositivi in aree disabitate e desertiche? Perchè violare la sovranità nazionale messicana senza avvisare la popolazione o le autorità locali?

Secondo gli esperti citati da Greenpeace, una capsula di cobalto-60 di questo tipo libera 37 milioni di raggi gamma per secondo, altamente nocivi per la salute di chi transita nei pressi di quell'aggeggio. Del resto è ben conosciuto che i raggi gamma sono accumulativi, provocano danni genetici alle persone e non possono essere eliminati dal corpo umano, oltre al fatto che possono crearsi addirittura dei gas radioattivi intorno all'installazione.

Secondo le stesse norme di sicurezza dell'impresa costruttrice e del Cbp (Customs and Border Protection), questo apparecchio deve limitare il proprio campo operativo in una zona tampone il cui perimetro è definito dal non superamento di una dose di 0.05 mrem/ora. Ora, dalle misurazioni fatte dagli stessi agenti doganali, nella zona pedonale nelle vicinanze dell'apparecchio installato a Mexicali si riscontrano dosi addirittura di 20 mrem /ora, di circa 400 volte superiori ai limiti permessi. Quanta radioattività accumulano nel proprio organismo gli ignari cittadini, migliaia di persone che transitano ogni giorno per quella frontiera e sono sottoposti a questo intenso campo radioattivo? Ma nella paranoia della «lotta al terrorismo» e della protezione alle proprie frontiere, tutto è giustificato e giustificabile per l'amministrazione Bush. Così, quando la notizia delle «bombe al cobalto» è divenuta pubblica, l'amministrazione Usa ha cominciato una controcampagna semiscientifica nella quale, con un discutibile balletto di dati fisici, tentano dimostrare che anche i raggi X, l'esposizione solare intensa o i viaggi aerei intercontinentali provocano esposizioni analoghe ai raggi gamma. Tutto questo in una zona frontaliera sempre più militarizzata: nei pressi di San Diego i marines hanno cominciato a costruire un muro di metallo alto più di 3 metri, i vigilantes razzisti del Minuteman (2.000 volontari fra expolizziotti, piloti e agenti migratori) hanno cominciato la caccia agli indocumentados in Arizona; e a Pearsall, nei pressi di San Antonio, la scorsa settimana è stato inaugurato il maggior centro di detenzione di emigranti (Sdtc) che raggrupperà, prima della definitiva espulsione o incarceramento, i clandestini catturati in 53 cittadine del Sud del Texas...


il manifesto - 04 Settembre 2005

Il giallo del pc nucleare


Pm a caccia del computer rubato a tecnico Ue
CINZIA GUBBINI


ROMA
La vicenda è degna di una spy story, con tutti gli elementi al posto giusto per scatenare il panico nell'era del terrorismo globalizzato: uno scienziato, due arabi, un segreto nucleare. La scena si svolge alla stazione Termini, il 14 luglio scorso (anniversario della presa della Bastiglia). Uno scienziato tedesco sta viaggiando dalla Svizzera alla Calabria: deve partecipare a un importante convegno. Ma alla stazione dei treni di Roma viene scippato della sua ventiquattrore - in cui tiene il pc - da «due arabi». Quel computer però è molto più importante del suo valore commerciale: al suo interno sono custoditi «segreti nucleari». L'anonimo scienziato tedesco, infatti, sarebbe niente meno che un consulente dell'Unione europea e starebbe collaborando a un programma di cooperazione per la sicurezza. Lo scippo si è effettivamente verificato alla stazione Termini il 14 luglio scorso. A darne notizia era ieri il quotidiano Il Messaggero, che informava dell'avvenuto interrogatorio da parte dei pm dell'unico sospettato per il furto: un marocchino di 28 anni, M. R., da un mese e mezzo rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Lo scienziato lo ha riconosciuto: è lui ad avergli rubato il pc, ma si sono perse le tracce del complice. M. R., invece, nega tutto: dice di non aver mai rubato un computer, di non aver mai visto lo scienziato e soprattutto di non sapere un bel niente di segreti nucleari.

Ma a ridimensionare la vicenda sono anche i carabinieri della compagnia Roma centro che hanno ricevuto la denuncia del furto. Il dirigente della compagnia, il capitano Pappalardo, dice di ricordarsi precisamente dell'accaduto: «La persona che è stata scippata non ha mai parlato di segreti nucleari, o di cose del genere. Se lo avesse fatto non avrei certo seguito la procedura ordinaria di trasmissione degli atti al tribunale, ma avrei fatto pervenire l'incartamento al pool antiterrorismo».

Insomma, quel 14 luglio il viaggiatore tedesco denunciò semplicemente un furto, senza particolare foga. Un furto di basso livello. Pochi giorni dopo i carabinieri, in base all'identikit fornito dallo scippato, fermarono il giovane marocchino. Da lì è partita l'indagine, in mano al pm Maria Teresa Gregori che l'altro ieri ha interrogato il sospettato. Nel frattempo lo scienziato, dal giorno del furto, ha cambiato versione raccontando di aver bisogno di quel computer per questioni molto serie. Sarà vero? L'unico indizio, per ora, è che se i pm avessero elementi che accreditano la versione dello scienziato tedesco, avrebbero probabilmente già coinvolto il pool antiterrorismo.

Il difensore di M. R. intanto annuncia di avere intenzione di presentare istanza di scarcerazione entro la prossima settimana: «Lo scienziato non l'ho mai incontrato - spiega Domenico Naccari - ma il mio assistito nega di aver commesso un furto. E comunque è accusato soltanto di questo, non certo di essere a conoscenza del contenuto dei files custoditi nel computer, semmai fosse vera la storia dei piani `top secret'». In attesa di capire se la versione dello scienziato è credibile viene spontaneo chiedersi: a quali piani nucleari sta lavorando l'Unione europea?

 

 

La Procura di Milano indaga e decide sui mandati d'arresto
Nel 2003 la missione clandestina per catturare Abu Omar
Cia sotto inchiesta in Italia: rapì e torturò un egiziano
di CARLO BONINI, GIUSEPPE D'AVANZO E FERRUCCIO SANSA
Il commando Usa ha lasciato parecchie tracce
Che cosa sapevano il governo italiano o l'intelligence?



Prigione del Cairo



MILANO - Almeno una dozzina di uomini della Cia hanno condotto un'operazione "antiterrorismo" clandestina a Milano. Il 17 febbraio del 2003, in pieno giorno, in via Guerzoni, a poche centinaia di metri dall'istituto islamico di viale Jenner, hanno sequestrato un egiziano di 42 anni, Hassan Mustafa Osama Nasr, da tutti chiamato Abu Omar. Quello stesso giorno, lo hanno trasferito nella base militare americana di Aviano, dove Omar è stato interrogato e picchiato per sette ore. Prima di essere consegnato, la mattina del 18 febbraio, all'Egitto, dove ha conosciuto le torture delle carceri speciali e dove ancora oggi è detenuto. Abu Omar ha perso parzialmente l'uso delle gambe e dell'udito. La Procura di Milano conosce le foto e l'identità (forse vera, forse falsa) degli agenti americani che hanno condotto l'operazione e sta valutando se chiederne l'arresto per sequestro di persona. Ecco che cosa è accaduto.

Innanzitutto, chi è Abu Omar? All'uomo piace chiacchierare, forse troppo. Fin dal suo arrivo a Milano, accende qualche curiosità. Ha alle spalle una storia controversa. E' nato il 18 marzo del 1963 ad Alessandria d'Egitto e ha lasciato il Paese all'inizio degli anni '90. Gli archivi spionistici (americani, italiani, egiziani) lo definiscono "combattente in Afghanistan e in Bosnia". Nel 1996 è in Albania, dove sposa Marsela Glina. Mette al mondo un figlio. Finisce nei guai. Lo accusano di aver progettato l'assassinio del ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana. Lascia in tutta fretta il Paese e, dopo una sosta a Monaco di Baviera, riappare a Bari il primo maggio del 1997. Nel '99, la questura di Roma gli riconosce lo status di rifugiato. Ottiene un permesso di soggiorno.

Nell'estate del 2000 è a Milano. Lo accoglie l'appartamento di via Conteverde 18, "una nostra casa di passaggio" - spiegano all'istituto islamico di viale Jenner - "per chi arriva in città senza soldi". Via Conteverde non è un indirizzo anonimo. Ci ha abitato qualche latitante eccellente delle prime inchieste milanesi sulle "cellule in sonno di Al Qaeda".

Quella casa è, dunque, "un indizio di appartenenza" per la Digos di Milano. Il telefono di Abu Omar finisce sotto controllo, come i suoi amici, i suoi incontri, i suoi passi. La curiosità non sembra inutile. L'uomo si dà arie da "pezzo grosso". Scrive e pronuncia discorsi infiammati. Appare ai poliziotti "una testa calda". Ai suoi compagni sembra un impostore, un po' narciso. Agli uomini dell'intelligence sembra un uomo su cui lavorare. Ne hanno una conferma quando un tizio (ammesso che non sia una spia) saggia la sua disponibilità a darsi da fare per rafforzare un nuovo network del terrore pronto in Europa. Abu Omar si mostra disponibile.

                                                                    * * *

In quel 2002, George Tenet non fa mistero del possibile destino di tipi come Abu Omar. Il 17 ottobre, l'allora direttore della Cia testimonia dinanzi alla commissione di inchiesta di Congresso e Senato sui fatti dell'11 settembre. Racconta: "Dopo l'attacco alle Torri, la Cia, con la cooperazione del Fbi, ha restituito alla giustizia mondiale 70 terroristi". La pratica ha un nome: extraordinary rendition, "consegna straordinaria". E' un metodo che non si cura della sovranità degli Stati in cui i "pacchi" da consegnare vengono prelevati. Né si preoccupa della loro sorte una volta giunti a destinazione. "La Cia e l'Fbi hanno perseguito all'estero una politica aggressiva finalizzata alla distruzione di Al Qaeda, delle sue risorse umane e tecniche - dice Tenet - Abbiamo identificato anche 36 fiancheggiatori del Terrore e condotto operazioni nei loro confronti in 50 Paesi. Ventuno di queste operazioni hanno avuto successo e mi riferisco ad arresti, carcerazioni, attività di sorveglianza, consegne e approcci diretti".

 

Milano, preghiera del venerdì
alla moschea di viale Jenner


La prassi della "consegna straordinaria" è stata battezzata nella seconda metà degli anni '80 ed è diventata routine dopo l'11 settembre. I "pacchi" viaggiano sempre con gli stessi aerei. Nel novembre del 2004, un'inchiesta del Sunday Times individua almeno due dei mezzi con cui la Cia consegna i suoi "prigionieri clandestini". Sono un piccolo Gulfstream 5 da 14 posti con codice N379P e un Boeing 737 senza insegna da 52 posti con codice N313P. Li possiede la società Premier Executive transports services del Massachusetts. Volano da Washington verso 49 destinazioni estere: Giordania, Marocco, Iraq, Afghanistan, Libia, Uzbekistan e, frequentemente, Egitto.

                                                                 * * *

Ritorniamo a Milano. E' il 17 febbraio 2003. E' un lunedì. Accade tutto tra le 12 e le 12 e 15. Abu Omar esce dal cancello verde della sua abitazione in via Conteverde 18. "Vado in moschea", dice alla moglie. La moschea di viale Jenner, neppure un chilometro in linea d'aria. Abu Omar percorre a piedi via Conteverde, in senso opposto a quello di marcia delle auto e nota un furgone bianco che lo incrocia rallentando. Abu Omar accelera il passo e infila via Ciaia. Intanto il furgone ha girato intorno all'isolato e lo aspetta in via Guerzoni, una strada a doppio senso di marcia, chiusa sui due lati dai giardini pubblici e dal centro di raccolta della Croce Viola. Deve essere apparso il posto giusto per "prendere il pacco". La zona può essere facilmente isolata dal traffico. Due auto che goffamente armeggiano per parcheggiare all'incrocio con viale Jenner e sullo slargo di via Ciaia sono sufficienti per lo scopo. Gli uomini (due) nel furgone bianco "lavorano" con tranquillità mentre gli altri su due auto, prese a nolo, bloccano le due estremità della strada. Sono almeno dodici. Sono americani.

Comunicano tra di loro con telefoni cellulari e lavorano al "prelevamento" da almeno una settimana. Ora, gli uomini vedono Abu Omar. Abu Omar si accorge subito dell'uomo che lo attende, accanto al furgone con il portellone posteriore spalancato, all'altezza del civico 23 di via Guerzoni. Lo sconosciuto parla italiano. Si qualifica come "poliziotto". Chiede un documento di identità. E' questione di attimi. Abu Omar viene sopraffatto. E' vero, è corpulento, ma il suo metro e 65 non riesce a opporsi alla forza con cui viene scaraventato nel vano di carico del furgone, dopo essere stato investito da una sostanza spray sul volto.

Non ci sono auto in via Guerzoni. Nessuno dovrebbe vedere. Dovrebbe. Una giovane donna egiziana, appena uscita dai giardini pubblici con i suoi bambini, risale a ritroso la strada di Abu Omar. Nota quei due in piedi che parlottano. Li sorpassa, coglie alle sue spalle gli indizi di una colluttazione. Sente il portellone di un furgone chiudersi rumorosamente e lo sente partire a tutta velocità. Abu Omar è sparito. Dov'è Abu Omar? La donna racconta quel che ha visto al marito, che frequenta l'istituto islamico di Viale Jenner. Il diavolo ci ha messo la coda (anche se la donna, dinanzi alla polizia, farà scena muta, per poi scomparire dall'Italia).

                                                          * * *

Dov'è Abu Omar? Il 3 marzo, a due settimane dalla sua scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti. Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un'informazione storta. Nessuno in quel momento è in grado di verificarla. La storia sembra dover morire lì.

Chi può sapere? La risposta arriva da Abu Omar. Accade il 20 aprile del 2004. Quel giorno, la moglie dell'uomo, Nabila - documenta un'informativa trasmessa al Viminale e pubblicata dai giornali italiani - è al telefono con il marito. La chiamata proviene dal "distretto di Alessandria d'Egitto". La conversazione è intercettata. Abu Omar rassicura la moglie, chiede di mandargli 200 euro e le ordina di non aprire più bocca con la stampa, ma di avvisare soltanto i fratelli.

Le parole di Abu Omar dicono solo che è vivo. Lo stesso giorno il telefono squilla di nuovo. Nella casa di Mohammed Ridha. E' l'imam della moschea di via Quaranta. Egiziano come Abu Omar, suo amico personale. I due si sentono una prima volta il pomeriggio del primo maggio. Abu Omar dà un nuovo appuntamento telefonico per l'8 maggio. E quel giorno racconta, cominciando proprio dal momento in cui il portellone del furgone bianco si chiude alle sue spalle in via Guerzoni. Questo è quel che dice.

                                                           * * *

Abu Omar. "I due che mi hanno sequestrato sembravano italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa cinque, sei ore. Quando il furgone si è fermato e hanno aperto il portellone era l'ora del tramonto, tra le cinque e le sei. Ho avuto la sensazione di essere in una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano, ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi l'odio contro gli americani. E' vero? E' vero che recluti combattenti da mandare in Iraq?" Io rispondevo di no, che non era vero, e loro ripetevano le domande. A un certo punto mi hanno mostrato anche un manifesto che avevo scritto in cui denunciavo i misfatti dell'Italia in Libia e Somalia. Poi sono cominciate le botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana. Credo fosse una base nel Mar Rosso".

E' uno scalo tecnico. L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24 ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi"". Abu Omar si rifiuta e scrive il suo destino. Quello stesso 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora, il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove "esiste sempre un girone peggiore di quello in cui sei finito".

Abu Omar: "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo, doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non sentire più una parte della schiena".

Cosa vogliono gli egiziani da Abu Omar? Per quello che lui riferisce all'imam di via Quaranta "le domande sono inutili - "Sei stato in Bosnia, sei stato in Afghanistan?" - servono soltanto a dare una parvenza di senso alla tortura". In realtà quel che sembra vogliano da lui è un'altra cosa. E lui la confida all'amico di via Quaranta, quasi con orgoglio: "Mi hanno mostrato una lista con dei nomi. In cima c'era il tuo, Mohammed Ridha, poi quello dell'imam di viale Jenner, Abu Emad. Il mio era il terzo. Mi hanno detto che se volevo uscire dovevo consegnarvi a loro".

Abu Omar resta a Tora quattordici mesi. Finché non gli comunicano che è un uomo libero. A un patto: "Se vuoi uscire con le tue gambe e non in una cassa da morto, non raccontare quello che ti è successo. Dovrai dire che sei venuto in Egitto di tua spontanea volontà con un biglietto comprato in Italia". Abu Omar firma l'impegno. Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, gli riaprono le porte della galera. Il 12 maggio i servizi egiziani lo prelevano nella sua casa di Alessandria d'Egitto e da allora di lui nulla più si sa. Che ne è di lui? Ha raccontato la verità?

                                                                      * * *

Quel che è documentato non è la verità di Abu Omar, ma le misteriose presenze intorno a lui in quel 17 febbraio di due anni fa. La "squadra operativa" della Cia e dell'Fbi ha pasticciato parecchio lasciando tracce dovunque. Lo stesso gruppo di cellulari, secondo le indagini dal procuratore di Milano Armando Spataro, sono in via Guerzoni intorno alle dodici. Gli stessi cellulari "si muovono" verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia (la Cia ha la sua sede centrale a Langley). Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno dopo (probabilmente accanto ad Abu Omar). Dai cellulari (italiani), gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto dell'operazione.

Con tracciati telefonici, note d'albergo, foto, contratti di noleggio auto, l'inchiesta può dirsi quindi conclusa. Ma qui cominciano le domande e, con le domande, i guai e le polemiche. Possono essere arrestati, per sequestro di persona, una dozzina di agenti della Cia in missione speciale antiterrorismo? Si può chiedere a Washington la loro estradizione? Che cosa ha saputo Roma dell'extraordinary rendition di via Guerzoni e che cosa il governo o l'intelligence italiana ha saputo dopo?
( 17 febbraio 2005 )

 

 

manifesto 22/10/04
Noi non abbiamo paura della bomba
Documento segreto degli Usa: in Italia ordigni "poco sicuri"

- ANGELO MASTRANDREA -



            Sarebbero al massimo 28 le bombe B-61 statunitensi in Italia, divise tra le basi di Aviano e Ghedi-Torre. La previsione è stata fatta dagli esperti in base ai "buchi", dei depositi in cui verrebbero piazzate le bombe. I "buchi" sarebbero infatti trenta, anche se non si conosce la loro esatta posizione e, se si considera che almeno due o tre vengono lasciati in "stato di attesa", vale a dire vuoti, per permettere di spostarvi le bombe quando vengono effettuati impianti di manutenzione agli altri "buchi", ecco che le atomiche italiane vengono stimate in ventisette-ventotto.

            In realtà, non si ha nessuna certezza che i "buchi" siano pieni di bombe. Ma le probabilità sono molto alte, stando allo studio di Robert Norris pubblicato ieri sul Bollettino degli scienziati atomici e da quanto si intuisce in un documento del Dipartimento della difesa americano, di cui "il manifesto" è riuscito a entrare in possesso. Lo scritto, ottenuto in base al Freedom act dal Landau network di Como, porta la data del 28 luglio 1998 e riferisce dei risultati di alcune ispezioni agli ordigni atomici nella base di Aviano. In particolare di quelle condotte, tra il 16 e il 19 gennaio del '96, per accertare la sicurezza degli ordigni. E' evidente che condizione necessaria per le ispezioni è che ci sia qualcosa da ispezionare, vale a dire un certo numero di testate
atomiche.

            Bombe di nuova generazione B-61 a uranio arricchito con deuterio, da montare su Tornado e F-16, e a tecnologia così avanzata che il pilota ne può regolare la potenza in base all'obiettivo da colpire. Si va da pochi chilotoni, più o meno la potenza della bomba che devastò Hiroshima, a una capacità di distruzione anche dieci volte maggiore. Due terzi di queste bombe sono ad Aviano, il restante a Ghedi. Pronte ad essere utilizzate, ma nemmeno tanto. Il documento in nostro possesso testimonia, infatti, come gli ispettori non abbiano trovato "soddisfacenti" i livelli di sicurezza degli ordigni in almeno la metà delle dodici "aree" visionate. Sicurezza che, va precisato, non concerne un eventuale rischio ambientale o la situazione più o meno di degrado in cui verserebbe la base, ma soprattutto i controlli contro i rischi di attentato o di furto e le procedure di dismissione.

Le bombe della Nato

            A vincolare i paesi della Nato all'accettazione del nucleare militare non è, come potrebbe sembrare, chissà quale antico trattato, ma il recente accordo del 24 aprile del '99. L'articolo 62 parla, infatti, di "pianificazione nucleare collettiva", "stanziamento di forze nucleari in tempo di pace" e "accordi di consultazione", tutti termini che hanno caratterizzato il dibattito sul nucleare in seno alla Nato fin dalla sua creazione. Più avanti
si legge: "l'Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa. Queste forze devono avere le caratteristiche necessarie di flessibilità e capacità di sopravvivenza appropriate, per essere percepite come un elemento credibile ed efficace della strategia atlantica di prevenzione dei conflitti". Una precisa dichiarazione di volontà politica, per niente segreta, checché ne dicano oggi, a bubbone scoppiato, i governi che vi hanno aderito. Recedere dal nucleare significherebbe dunque sconfessare quanto si era voluto pochi mesi fa, in piena guerra del Kosovo. Il lato che rimane oscuro, invece, riguarda i numerosi e complessi trattati bilaterali sulle procedure operative ("first strike", "doppia chiave", ecc.). Questi accordi sono, e rimangono, vincolati dal segreto militare.

            Mentre non varrebbero, nel caso dell'Italia, le norme del Trattato di non proliferazione nucleare, adottato dal nostro paese, semplicemente perché queste bombe non sono italiane, ma della Nato. E allora le vie d'uscita si riducono a due: tenersi le bombe e restare nella Nato o, viceversa, rifiutare le bombe e uscire dalla Nato. Tertium non datur, o almeno così sembra.

            Andiamo ora a vedere quali sono queste forze nucleari che rappresentano il
cuore del programma di "difesa nucleare collettiva". In sette paesi europei sarebbero dislocate circa 180 bombe per aereo, destinate ai cacciabombardieri F-16 o ai Tornado (gli stessi utilizzati nella guerra in Kosovo) e di potenza variabile, come abbiamo spiegato prima. Recentemente è stato portato a termine, inoltre, un programma per la costruzione di nuovi depositi di armi nucleari in Europa, detto Ws3. Con strutture che servirebbero a "ospitare le armi tattiche all'interno dei rifugi antiaerei protetti per innalzare il livello di sopravvivenza, di sicurezza e di difesa delle armi".

            Il paese col più alto numero di bombe è la Germania (55 a Ramstein, 11 a Buechel), seguita dalle 33 testate britanniche di Lakenheath. 25 ordigni sarebbero anche nella base strategica di Incirlik, da dove partono quasi quotidianamente aerei Usa e inglesi per colpire l'Iraq. Delle atomiche "italiane" abbiamo già detto. 11 bombe a testa anche al Belgio (Kleine Brogel) e all'Olanda (Volkel). Fanalino di coda la Grecia, con sei bombe ad Araxos (ma la notizia è stata smentita ufficialmente, ieri, dal governo di Atene).

            In queste basi il personale militare americano e del paese ospitante verrebbe addestrato all'uso delle bombe nucleari durante azioni belliche simulate. Lo sottolinea il rapporto sulla "Nato e le armi nucleari americane in Europa", opera degli esperti Paolo Cotta-Ramusino e Maurizio Martellini. Mentre il giornalista statunitense William Arkin aveva reso noto, nel numero di novembre-dicembre '98 del Bollettino degli scienziati atomici, che la nuova dottrina dell'aviazione americana del 31 marzo '98 ("Operazioni
nucleari") ricorda che gli obiettivi dei bombardamenti nucleari devono includere "porti, centri industriali e oleodotti".

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L'AGGRESSIONE ALLA JUGOSLAVIA

 

Mentre a noi cacciano le balle umanitarie a casa loro parlano chiaro New York Times - 28 marzo 1999 Firmato: Thomas Friedman, consigliere di Madeleine Albright. Washington sa che, senza la sua egemonia militare, l'America non puo' costringere il mondo a finanziare il suo deficit di risparmio, condizione essenziale per il mantenimento artificiale della propria posizione economica. Lo strumento per imporre questa egemonia e' dunque militare. Il principale strumento al servizio della strategia di Washington e' la Nato, ossia la sua capacita' di sopravvivere al collasso dell'avversario che era la sua ragion d'essere. Nei dibattiti negli Usa sulla strategia globale i diritti umani o alla democrazia sono invocati solo quando tornano utili per il funzionamento della stessa strategia globale. Lo scopo dichiarato della strategia americana e' non tollerare l'esistenza di alcun potere in grado di resistere agli ordini di Washington, e di conseguenza smantellare tutti quei paesi considerati "troppo grandi" e allo stesso tempo creare il maggior numero possibile di stati-pedina, facile preda per l'insediamento di basi americani che ne garantiscano la "protezione". Solo uno stato ha il diritto di essere "grande": gli Stati uniti. Il metodo praticato, tuttavia, non si limita a brandire il randello e manipolare i media. Prova a chiudere i popoli in alternative immediate e inaccettabili: piegarsi all'oppressore, sparire, mettersi sotto il protettorato Usa. Perche' questo accada, e' necessario stendere un velo di silenzio sulle politiche che hanno creato la tragedia. L'allineamento con la strategia degli Usa e della subalterna Nato ha conseguenze drammatiche. La forza e' eretta a principio supremo, a totale detrimento del diritto internazionale, al quale il discorso dominante ha sostituito un singolare "diritto di intervento", che fastidiosamente ricorda la "missione civilizzatrice" dell'imperialismo del 19mo secolo. Ogni lotta per una vera democrazia non e' separabile da quella contro l'egemonia di Washington. Samir Amin


Il 25 marzo 1999 l'Alleanza dei 19 paesi piu' ricchi e piu' evoluti dell'Occidente (Nato) ha deciso di procedere al bombardamento di cio' che restava della Federazione Jugoslava. Una guerra non dichiarata e illegale che fa carta straccia del diritto nazionale e internazionale. L'imperiale utilizzo dei "fini umanitari"... Sul finire della prima guerra mondiale, Max von Baden, che diverra' cancelliere del Reich, fonda il concetto di "interventismo democratico" e persino di "imperialismo etico". "Se vuol resistere alle tempeste della democrazia e alla sua rivendicazione di un miglioramento del mondo, l'imperialismo tedesco deve darsi un fondamento etico. Ora possiamo tranquillamente scrivere sulle nostre bandiere: Il diritto e' con noi". Alla vigilia della seconda guerra mondiale, nella Cecoslovacchia di Masaryk e Benes c'era il problema delle minoranze nazionali, i cui diritti non sempre erano rispettati ed erano talvolta gravemente violati: di qui l'agitazione degli ungheresi, dei ruteni, soprattutto dei tedeschi, i Sudeti. Hitler impose lo smembramento della Cecoslovacchia dicendo che andava a difendere i diritti conculcati dei Sudeti. Nello scatenare la sua guerra di sterminio contro l'Etiopia, lo stesso Mussolini dopo aver bollato il negus Haile' Selassie' come carnefice e "negriero", si atteggia a campione della causa della liberazione degli infelici schiavi vittime dell'oppressione. In effetti, una qualche forma di schiavitu' sussisteva in Etiopia, ma ben altri erano in ogni modo le finalita' imperiali che si proponeva. ...Che si tirano fuori solo la' dove si hanno altri interessi. "In Kurdistan c'e' stato un numero di morti infinitamente superiore a quelli registrati nei Balcani e gli Usa si sono guardati bene dall'intervenire" (Kissinger, 1999). Anzi sono intervenuti e intervengono, ma per sostenere politicamente e militarmente il regime turco responsabile di orribili crimini. E ora questo regime viene persino chiamato ad appoggiare sul piano diplomatico e logistico, domani forse anche sul piano piu' direttamente militare l'ingerenza umanitaria in Jugoslavia! E che dire degli affari che quotidianamente l'Occidente, Italia non esclusa, porta a termine con autentici campioni di democrazia e diritti umani quali Suharto ieri e Wiranto oggi in Indonesia, i Talebani in Afghanistan, Savimbi in Angola, Ecevit in Turchia, Netanyahu in Israele etc.? Quello stesso Occidente che fino a ieri finanziava i Pinochet, gli Stroessner, i signori dell'apartheid. E dov'era la passione umanitaria dell'Occidente quando si e' perpetrato il genocidio in Rwanda? Tutte le guerre innescano orrori disumani. Non esiste popolo e nazione, per evoluta che sia, che si possa dichiararsene esente. Le nefandezze italiane in Etiopia hanno fatto giustizia del mito degli "italiani brava gente" e la barbarie americana sui poveri villaggi vietnamiti ha cancellato l'epopea dell'"arrivano i nostri". Anche il civilissimo Giappone sta ancora facendo i conti con le piu' di 100.000 donne cinesi che sequestro' come carne da sfogo sessuale per le proprie truppe di invasione. Non si puo' scatenare guerre e poi piangere sulle vittime. L'Occidente e' responsabile del disastro umanitario esploso nei Balcani. Che i Balcani rappresentassero un vulcano di antiche tensioni etniche, con soprusi e violenze disseminate lungo la storia da tutte le parti in causa, era noto a tutti. Ma vale la pena di ricordare che dopo la seconda guerra mondiale un tentativo di farle convivere era pur in atto: e per quasi 40 anni la crescita del Pil e' stato in media del 6,1%, le cure sanitarie erano gratuite, con un medico ogni 550 persone, il tasso di alfabetizzazione si attestava sul 91 % e l'aspettativa di vita era di 72 anni. L'intervento destabilizzante del Fondo Monetario Internazionale. All'affacciarsi in Jugoslavia della crisi economica indotta dalla globalizzazione il Fondo Monetario Internazionale ha iniziato il suo ruolo destabilizzante applicando brutalmente le ricette neoliberiste. Come sempre i prestiti concessi dal fondo imponevano drastiche misure di austerita', causando un pesante calo del tasso di crescita dell'economia. Come contropartita, la Jugoslavia era costretta ad attuare un pacchetto di restrizione fiscale tale da obbligarla a sospendere le spese per trasferimenti alle repubbliche ed alle regioni autonome per consacrarle invece al rimborso del debito estero. Cio' contribui' a far esplodere una situazione diffusa di poverta' che, indebolendo le istituzioni federali nei confronti delle singole repubbliche, ha fatto nascere pesanti tensioni tra le regioni piu' ricche (Slovenia e Croazia) e le altre. Il "peccato originale" dell'0ccidente Su queste tensioni si buttano i partiti nazionalisti etnici che, proclamandosi "anticomunisti", sono fortemente appoggiati e finanziati dall'Occidente. Di fronte al rischi di deflagrazione della Confederazione Jugoslava, dove ormai tutte le Repubbliche erano attraversate da maggioranze e minoranze etniche, nel dicembre del 1991 i ministri degli esteri d'Europa decidono di non accettare indipendenze autoproclamate. Nasce addirittura la commissione Badinter che definisce un codice: non si accettano indipendenze proclamate contro le minoranze interne. Dopo solo due settimane la Germania e il Vaticano riconoscono Slovenia e Croazia, che si sono proclamate indipendenti sulla base di principi etnici, la "slovenicita" e la "croaticita". Zagabria mettera' nel preambolo alla sua Costituzione che "la Croazia e' la patria di tutti i croati": dichiarando cosi' "non cittadini" le minoranze serbe e mussulmane. Gli altri paesi europei si precipiteranno a riconoscere i nuovi "stati", per non esser secondi alla Germania e indifferenti alla "moralita" degli interessi della Chiesa cattolica. Cosi' L'Europa si e' assunta la responsabilita' di fomentare, nel punto piu' delicato d'Europa, i Balcani, la frammentazione etnica. Questo errore non e' storicamente rimediabile. Se si riconosce il diritto a una etnia di proclamarsi stato, non e' possibile negarlo ad un'altra. In tutte le repubbliche jugoslave i leader nazionalisti non aspettavano altro. I massacri e le pulizie etniche si susseguono da ogni parte. E le potenze occidentali vi mettono mano non per tutelare i massacrati di turno ma per portare avanti il loro progetti strategici di insediamento nell'area. All'ombra dei bombardamenti Nato per fermare il massacro di Sarajevo, i croati scatenano impunemente l'operazione "Tempesta" contro la minoranza serba in Krajna, dalla quale saranno cacciati circa 300.000 serbi: 16 mila morti e un'operazione di pulizia etnica considerata ormai come la piu' rapida e grande di tutta la guerra. Tre mesi dopo la "pace" di Dayton, nel silenzio generale, circa 120.000 serbi di Sarajevo, di cui nessuno ha mai parlato, fuggono dalla citta' in preda al terrore seminato dalle milizie musulmane. Nessuno ricorda piu' l'intrigo del Bosniagate, una triangolazione di armi con l'Iran, favorita da Bill Clinton, a favore dell'esercito musulmano-bosniaco. Nel caso del Kossovo, si dice, si e' tentato fino all'ultimo la soluzione politica. Belgrado non voluto firmare gli accordi di Rambouillet. Mentre sembra dimenticato l'enorme contributo di lotta e di sangue dato dal popolo serbo contro il nazifascismo, l'intervento Nato viene paragonato a quello alleato a fianco dei partigiani. Che in questo caso sarebbero l'Esercito di Liberazione del Kossovo (Uck). L'esercito di liberazione del Kosovo (Klao Uck) viene appoggiato come un serio movimento nazionalista che lotta per i diritti dell'etnia Albanese. La verita' e' che l'Uck e' sostenuto dalla criminalita' organizzata con la tacita approvazione degli USA e dei loro alleati. Mentre i leaders dell'Uck stringevano la mano del Segretario di Stato USA Madeleine Albright a Rambouillet, Europol l'organismo di polizia europea con sede a L'Aja stava "preparando un rapporto per i ministri dell'interno e della giustizia europei sul collegamento tra Uck e gangs albanesi della droga". Solo due mesi prima di Rambouillet, il Dipartimento di Stato USA aveva riconosciuto sulla base di rapporti degli osservatori Usa il ruolo dell'Uck nel terrorizzare e sradicare gli albanesi: "L'Uck minaccia o rapisce chiunque abbia contatti con la polizia jugoslava, rappresentanti dell'Uck hanno minacciato di uccidere abitanti dei villaggi, bruciare le loro case se non si uniscono all'Uck. Le minacce dell'Uck hanno raggiunto tale intensita' che i residenti di sei villaggi della regione di Stirnlje sono pronti ad andarsene". Ricordate Oliver North e i Contras? Lo schema in Kosovo e' simile ad altre operazioni segrete della Cia in America centrale, Haiti ed Afghanistan, dove "combattenti per la liberta" erano finanziati tramite il riciclaggio dei denaro sporco proveniente dal traffico di droga. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico illegale di narcotici. Caso dopo caso, il denaro, ripulito nel sistema bancario internazionale, ha finanziato operazioni segrete. Secondo l'analista di questioni di "intelligence" John Whitley, l'appoggio occulto ai ribelli del Kosovo fu stabilito come impresa comune tra Cia e la tedesca Bundes Nachrichten Dienst (Bnd). L'agenda nascosta di Bonn e Washington prevedeva di scatenare i movimenti nazionalisti di liberazione in Bosnia e Kosovo col fine ultimo di destabilizzare la Jugoslavia. Istruttori tedeschi, turchi e afghani avrebbero addestrato l'Uck nella guerriglia e nella tattica di diversione. Nelle parole di un rapporto del 1994 dei Geopolitical Drug Watch si dice: "il traffico (di droga e armi) viene giudicato in base alle sue implicazioni strategiche (in Kosovo droga e armi alimentano speranze e timori geopolitici)". Per questo c'e' stato silenzio totale da parte dei media internazionali sul traffico di armi e droga in Kosovo. La Nato sapeva benissimo che i "combattenti per la liberta" furono messi sul posto con l'obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani. Si spiega cosi' l'irresistibile ascesa dell'Uck: "siamo di fronte al primo caso nella storia di un piccolo e sconosciuto gruppo di ribelli che in un solo anno di lotta e' stato capace di sedere a un tavolo di trattative della comunita' internazionale" (Monici, 1999). Solo due mesi prima della guerra, Dini dichiarava: "Mentre Belgrado rispetta gli accordi firmati con il mediatore americano Holbrooke, la guerriglia dell'Uck ha sfruttato il ritiro delle milizie serbe (sotto gli occhi degli osservatori Osce, ndr) per tornare nelle campagne, rientrare nelle citta' e guadagnare cosi' terreno, anche grazie alle armi che passano attraverso l'Albania. L'Uck si illude se spera di fomentare la guerra per spingere la NATO all'attacco contro la Serbia" (Il Manifesto 16.1.1999)


Presenze poco umanitarie Il dramma dei profughi del Kossovo e gli orrori che li' vi avvengono non possono essere giustificati. Ma chi ha scatenato questa sporca guerra li ha messi cinicamente in conto come arma da godere per ottenere il consenso di massa. E non si puo' dimenticare che coi massacri ci sanno giocare: Per screditare Ceausescu, nel 1989 vennero mostrati a tutto il mondo le vittime del massacro perpetrato dalla "Securitate" a Timsoara in Romania. Solo mesi piu' tardi si venne a sapere che la scenografia era stata creata artificialmente riesumando i corpi del vicino cimitero e mettendoli suo tavolacci dell'obitorio. Per appassionare l'opinione pubblica all'intervento armato in Irak, nel 1990 furono mostrate le immagini di un videoamatore che ritraeva i cingolati irakeni che entravano in Kuwait City. Quelle immagini erano state girate in studi cinematografici Usa a scopo propagandistico. Alcuni funzionari croati hanno ammesso che nel 1993 essi stessi avevano inscenato un "bombardamento serbo" della citta' costiera di Sibenik a beneficio della televisione locale. A sostegno della finalita' umanitaria di questa guerra si dice in giro che in questa guerra Stati Uniti e Europa non hanno interessi economici da difendere. Basta questo articolo de "Il Sole 24 ore" (gente che se ne intende) per chiarire le idee.

 

 


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