FISICA/MENTE

ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA

(articoli tratti da l'Unità.it)

08.09.2005
«Io unilateral, tu embedded»
di Toni Fontana

«Dimenticare il Vietnam, cambiare l’immagine degli Stati Uniti nel mondo». In quei lontani giorni del 1991, in un grande hotel di Daharan, (Arabia Saudita, sede del comando Usa) impeccabilili ufficiali americani, con le divise inamidate e l’aria spocchiosa, spiegavano ai giornalisti che osavano mettere in discussione la poderosa macchina progagandistica allestita dal Pentagono, quale era la filosofia della «Desert storm» mediatica.

La guerra, trasformata dalla Cnn in un grande spettacolo televisivo, doveva essere vista e percepita come una veloce, vittoriosa e travolgente azione di polizia internazionale attuata a fin di bene e nell’interesse della collettività, cioè dell’intero pianeta. Una gigantesca «buca delle lettere», simile a quella di un grande condominio, conteneva le fotocopie dei «pool reports», fogli scritti dai primi colleghi embedded, censurati dagli ufficiali del Pentagono e letteralmente venduti a centinaia di cronisti arrivati da ogni parte del mondo.

Per la modica somma di 200 dollari alla settimana, i reporter capitati nella "gabbia" di Daharan, ricevevano ogni giorni la «posta», un pacco di fogli sui quali era possibile vedere ampie cancellature fatte con pennerelli neri. Ci furono proteste e raccolte di firme consegnate all’Onu, ma ogni tentativo di limitare la censura si rivelò inutile.

I giornalisti embedded venivano trasportati con gli elicotteri sulla linea dei fronte (500mila soldati Usa erano schierati ai confini con il Kuwait occupato da Saddam), scrivevano le loro corrispondenze che venivano poi «depurate» dai censori. Si trattava, allora, di un metodo di censura ancora rozzo e soprattutto inefficace perchè, nel grande caos seguito all’attacco terrestre (febbraio 1991) riuscimmo a superare i posti di blocco che circondavano Daharan e a raggiungere Kuwait City.

La «maglia» imposta dal comando Usa riuscì tuttavia ad ostacolare e ritardare la presenza dei giornalisti sui luoghi della battaglia. Solo alcuni mesi dopo si venne a sapere ad esempio che l’esercito americano aveva utilizzato enormi bulldozer per seppellire i fanti iracheni travolti nelle precarie trincee che avevano scavato nel deserto del Kuwait. E ancora oggi non è stata fatta chiarezza sulla «sindrome del Golfo» che ha colpito molti reduci determinando malattie incurabili, nascite di bambini malformi, suicidi. Nascondere, depistare, non far vedere rappresentano gli obiettivi impartiti dal comandi centrali (non solo americani) e quelli che operano sul campo di battaglia. Dodici anni dopo il Pentagono ha reso più sofisticata e soprattutto efficiente la macchina della censura.

Quando, nel mese di febbraio del 2003, sono giunto a Kuwait City con il proposito di seguire e documentare l’assalto Usa all’Iraq, mi sono recato al comando Usa dove sono stato fotografato e «interrogato» per iscritto. Tutti abbiamo dovuto firmare la 50 regole del contratto con il comando Usa, ma, per alcuni, come chi scrive, si è trattato di una scelta obbligata per potere uscire dal Kuwait, mentre per altri ciò ha rappresentato l’accettazione della censura imposta dal Pentagono.

Non essendo l’Unità una delle testate che avevano chiesto di inserire giornalisti tra gli embedded, sono stato classificato unilateral che, liberamente tradotto, vuol dire «indesiderato al seguito delle truppe». In quei giorni circa 600 giornalisti, in stragrande maggioranza americani e inglesi, vennero reclutati e inseriti al seguito delle unità combattenti. Alcuni hanno deciso di vestire l’uniforme delle forze armate americane e di utilizzare mezzi blindati da trasporto simili in tutto e per tutto a quelli in uso ai reparti combattenti.

Con i sei colleghi con i quali sono stato successivamente catturato dalle milizie di Saddam il 28 marzo 2003 ho potuto constatare che, con i lasciapassare unilateral (senza il quale non si poteva uscire dal Kuwait) non si veniva accettati negli accampamenti delle truppe combattenti ed i rischi si moltiplicavano enormemente. Quando, dopo 13 giorni nelle mani degli iracheni, sono tornato in libertà ho visto a Baghdad l’arrivo dei colleghi embedded, quasi tutti vestiti come i soldati americani. Non è esagerato affermare che, prima e nel corso della guerra in Iraq, una parte della stampa è stata letteralmente reclutata. Ciò è accaduto perchè una parte dei direttori e degli editori ha deciso di spedire i propri reporter al fronte allo scopo di dimostrare che quella voluta da Bush era una «bella guerra», asettica, indolore, veloce e, ancora una volta, combattuta a fin di bene per portare pace e prosperità.

L’abbattimento della statua di Saddam alla quale ho assistito il 9 aprile del 2003, è stato «sincronizzato» con i telegiornali americani del mattino. Nella «guerra spettacolo» non vi sono nè morti, nè feriti, nè sofferenze, nè distruzioni. Fortunatamente molti giornalisti, anche al prezzo della vita, hanno documentato il disastro iracheno, il fallimento della «guerra preventiva» che ha causato la morte di decine di migliaia di persone.

 

 

09.09.2005
Il tormento delle notizie
di Robert Fisk

Alla affermazione del vicesegretario alla Difesa americano, Paul Wolfowitz, secondo cui al Jazira «incita alla violenza» e di conseguenza «mette a rischio la vita dei militari americani di stanza in Iraq», il direttore della sede di Baghdad dell’emittente televisiva ha prontamente risposto con una recisa nota indirizzata all’Amministrazione americana, lamentando che il mese scorso la sede dell’emittente è stata bersagliata da colpi di mitra, i suoi dipendenti sono stati minacciati di morte, è stato sequestrato materiale giornalistico, per non parlare di numerosi fermi e arresti, tutti eseguiti da militari americani. La disputa tra l’autorità di occupazione anglo-americana, il cui compito sarebbe quello di operare in favore della «democrazia» in Iraq, e l’emittente araba che un tempo godeva dei favori di Washington per la sua scelta di «libertà» in un contesto mediorientale, è inattesa.

E giunge proprio nel momento in cui l’amministrazione americana dà l’impressione di voler porre fine ai servizi della stessa emittente in Iraq ­ come del resto a quelli del canale Arabia ­ con la scusa di un presunto «incitamento alla violenza». In effetti, il governatore americano dell’Iraq, Paul Bremer, ha dichiarato formalmente che avrebbe fatto chiudere i giornali e le emittenti Tv che se ne fossero resi colpevoli\, senza precisare, ovviamente, cosa si intenda esattamente con quella frase. Paul Wolfowitz, ideologo di destra e fervente sostenitore di Israele, fa parte di quella cricca di consiglieri che hanno spinto l’amministrazione Usa a dichiarare guerra all’Iraq giustificandola con il fatto che Saddam Hussein avrebbe posseduto armi di distruzione di massa, e che l’abbattimento del suo regime avrebbe spianato la strada all’avvento della democrazia nel Medio Oriente. Lanciava le sue accuse ­ molte evidentemente false ­ dall’altrettanto destrorso Fox Channel, di proprietà di Rupert Murdoch. Tra le tante, quella secondo cui i giornalisti di al Jazira «sono bravissimi nel presentare chi vogliono in una giusta luce ­ vedi, in passato, Saddam Hussein ­ e nel manipolare le notizie in maniera incredibile...\, ed ora, non appena possono spargono semi di odio e violenza in Iraq». In realtà, come puntualizza nella sua lettera indirizzata a Paul Bremer ­ di cui The Independent è riuscito ad avere copia ­ il direttore della sede di Baghdad dell’emittente sotto accusa, «al Jazira non parlava con favore di Saddam. E infatti, sia Yasser Abu Hilala, uno dei principali corrispondenti dell’emittente, che io siamo stati espulsi da Baghdad dal passato regime. La sede di Baghdad è stata chiusa due volte dall’ex ministro dell’Informazione per essersi espressa criticamente\, e una volta dalla stessa al Jazira, in protesta contro i tentativi di censura. Alcuni giornalisti di al Jazira sono stati persino aggrediti fisicamente in Iraq dall’ex ministro dell'Informazione Mohamed Saeed as-Sahaf, per aver osato trasmettere servizi che gettavano una cattiva luce sul regime». La disputa tra l’emittente e le autorità Usa ha già superato la soglia verbale: i militari americani hanno fatto incursione nella sede di Ramadi e hanno arrestato alcuni reporter, adducendo il colonnello Teeples del Terzo Reggimento cavalleria corazzata a giustificazione dell'iniziativa il fatto che al Jazira sarebbe preavvertita degli attacchi contro le truppe americane. La verità è che a volte alla reception dell’emittente vengono consegnate, da parte di persone non meglio identificate, videocassette in cui sono filmate le varie fasi delle imboscate tese ai convogli Usa. In molti casi, al Jazira ha preferito non mandare i nastri in trasmissione ­ ma gli americani sembrano non dare alcun peso a questo particolare. Gli inizi di questo feroce antagonismo fra Washington e al Jazira risalgono all’epoca dei bombardamenti sull’Afghanistan, nel 2001, ovverosia a quando un missile Cruise americano colpì in pieno la sede di Kabul dell’emittente, dopo che questa aveva trasmesso un video di Osama bin Laden. Inimicizia rinverdita negli ultimi giorni della guerra irachena, quando al Jazira trasmise immagini di cittadini iracheni mutilati dalle incursioni aeree americane, e un nastro che mostrava i prigionieri americani nelle mani degli iracheni: per tutta risposta un jet americano colpì la sede di Baghdad dell’emittente, uccidendo uno dei suoi migliori reporter. Pensare che era stata la stessa al Jazira a fornire a Washington le coordinate della propria sede di Baghdad, per evitare di essere colpita accidentalmente in qualche bombardamento. Questi fatti tremendi, da molti giornalisti stranieri presenti a Baghdad interpretati come un deliberato tentativo da parte americana di togliere di mezzo fisicamente l’intero staff di al Jazira, ci fanno capire come i suoi giornalisti non se la sentano più tanto di scommettere sulla propria vita, sotto la spada di Damocle di un’ipotetica offesa agli americani. Un’altra accusa mossa da Wolfowitz riguarda la presunta censura applicata dall’emittente ad un incidente occorso nella città sciita di Najaf. «Al Jazira ha diffuso una dichiarazione, destituita di ogni fondamento, secondo cui le truppe americane si sarebbero ritirate, trattenendo però con sé Muqtad As-Sadr, uno dei più importanti imam della città santa», ha sostenuto. «Pur essendo la notizia assolutamente falsa, l’hanno mandata senza pensarci due volte». La risposta articolata data da Wadah Khanfar ­ e il suo senso di frustrazione ­ sono ben noti ad ogni editore di quotidiano dell’Occidente. «Al Jazira non ha mai detto che Muqtad As-Sadr si trovasse in stato di detenzione», scriveva. «Il nostro corrispondente Yasser Abu Hilala, reporter tra i migliori, con tredici anni di esperienza in questioni mediorientali, ha dichiarato di aver ricevuto delle telefonate dal segretario di Muqtad As-Sadr e da un paio di suoi assistenti con le quali gli si comunicava che, avendo egli costituito l’Islamic Army, si trovava la casa circondata da militari Usa. Le telefonate non erano state fatte soltanto alla nostra sede, bensì a tutte le sedi di quanti a Baghdad erano seguaci di Muqtad As-Sadr\, il che ha portato nel tempo di tre quarti d’ora a una massiccia dimostrazione dinanzi al Palazzo della Repubblica, di cui abbiamo parlato sia noi che il New York Times, la Cnn e innumerevoli altri». Sempre secondo Khanfar, quando Abu Hilala aveva cercato di porsi in contatto con il centro informativo militare americano, aveva scoperto che non erano nemmeno al corrente della dimostrazione in corso sotto il loro naso, ancor meno di ciò che stava succedendo a Najaf. «Quando gli americani 24 ore più tardi hanno negato l’assedio all’abitazione di As-Sadr, ci siamo decisi a parlarne», ha soggiunto. Il direttore di al Jazira teme che alla base delle «mezze verità e delle falsità... che circolano a Washington, Baghdad e altrove» ci siano delle imperfezioni nelle traduzioni delle notizie stampa. Certamente ricordando gli attacchi missilistici americani contro la sede dell’emittente, Khanfar fa presente nella sua lettera a Bremer che «equivocando le notizie da noi diffuse, il signor Wolfowitz e chi come lui non fanno che incitare alla violenza nei confronti di al Jazira, la prima emittente araba a praticare un giornalismo professionale di stile occidentale, libero dalle censure che così frequentemente si riscontrano in Medio Oriente nel campo dell¹informazione». E chiede a Wolfowitz di ritrattare quanto dichiarato e rendere pubbliche scuse. La vera causa per cui gli americani ce l’hanno così pesantemente con al Jazira è la difesa strenua che l’emittente fa della popolazione araba e musulmana, il fatto che ponga in evidenza le sue sofferenze ­ e che questi messaggi entrino in milioni di case di tutto il Medio Oriente. Tenuto presente che il governo americano mai ha dato spiegazioni né tantomeno si è scusato per il deliberato bombardamento delle sedi di Kabul e Baghdad dell’emittente, l’eventualità che ora Paul Wolfowitz chieda scusa per le proprie asserzioni più che remota, è nulla.

© Copyright: The Independent. Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo

 

09.09.2005
Giornalismo d'albergo
di Robert Fisk

«Giornalismo d’albergo»: come altro definirlo? Sempre più i giornalisti occidentali presenti a Baghdad scrivono i servizi dall’albergo invece di andare per le strade delle città e delle cittadine dell’Iraq. Alcuni vengono accompagnati dappertutto da mercenari occidentali armati fino ai denti. Altri vivono in uffici del luogo dai quali i loro direttori non gli permettono di uscire. La maggior parte si servono di “corrispondenti” iracheni – giornalisti part-time che rischiano la vita per realizzare interviste per i giornali americani e britannici – e nessuno può pensare di avventurarsi fuori della capitale senza giorni di preparazione a meno di muoversi “al seguito” delle forze americane o britanniche.

Raramente, per non dire mai, una guerra è stata coperta dai giornalisti in maniera così limitata e remota dai luoghi degli scontri. I corrispondenti del New York Times vivono a Baghdad al riparo di una palizzata con quattro torri di guardia, protetti da addetti alla sicurezza ingaggiati sul posto, armati di fucile con indosso una T-shirt con la scritta «Nyt». I giornalisti della rete televisiva americana Nbc sono rintanati in un albergo con una inferriata di ferro alla porta, impediti dai consiglieri della sicurezza di andare in piscina o al ristorante, «per non parlare del resto di Baghdad», per evitare di essere attaccati. Diversi giornalisti occidentali durante tutta la loro permanenza a Baghdad non escono mai dalla stanza dell’albergo. Talmente pesanti sono le minacce nei confronti dei giornalisti occidentali che alcune emittenti televisive stanno pensando di far rientrare in patria giornalisti e troupe. In presenza di una insurrezione che comporta il rapimento e l’uccisione di occidentali – e anche di molti arabi e di altri stranieri – il compito della copertura giornalistica della guerra è diventato quasi impossibile. L’assassinio di un corrispondente italiano, l’uccisione a sangue freddo di uno dei più noti giornalisti polacchi e del suo cameraman bulgaro e la sanguinosa aggressione di un giornalista giapponese sulla malfamata Autostrada 8 a sud di Baghdad l’anno passato, hanno convinto molti giornalisti che una notevole dose di prudenza è la parte migliore del coraggio. L’Independent, unitamente ad alcuni quotidiani britannici e americani, continua ancora ad effettuare dei servizi a Baghdad con giornalisti che si spostano di persona con esitazione – per non dire trepidazione – per le strade di una città che sta lentamente cadendo in mano agli insorti. Appena sei mesi fa era ancora possibile partire da Baghdad al mattino, andare in auto a Mosul o a Najaf per effettuare un servizio e ritornare la sera. Ad agosto ci ho messo due settimane per negoziare la mia incerta sicurezza per un viaggio di appena 80 miglia fuori Baghdad. Lungo le autostrade i posti di blocco militari erano deserti mentre ai lati della strada si vedevano i camion americani distrutti e i veicoli della polizia dati alle fiamme. Oggi è quasi impossibile. Autisti e interpreti che lavorano per i giornali e le emittenti televisive ricevono minacce di morte. Diversi hanno chiesto di essere esonerati dal lavoro il 30 gennaio per non essere riconosciuti in strada durante le elezioni in Iraq. Nel corso del brutale conflitto che ebbe per teatro l’Algeria negli anni ‘90, almeno 42 giornalisti locali furono assassinati e un cameraman francese fu ucciso a colpi d’arma da fuoco nella casbah di Algeri. Ma le forze di sicurezza algerine erano in grado di garantire un livello minimo di protezione ai giornalisti. In Iraq non riescono a proteggere nemmeno se stessi. La polizia e la Guardia Nazionale Irachena – sbandierata ai quattro venti dagli americani come il corpo che assumerà il controllo delle operazioni dopo il ritiro americano – sono pesantemente infiltrate dagli insorti. Sarà pur vero che i posti di blocco sono presidiati dagli agenti, ma non è chiaro per chi lavorano i poliziotti. Le truppe americane che operano a Baghdad e dintorni sono evitate dai giornalisti occidentali, a meno che non si tratti di giornalisti “al seguito”, nonché dagli iracheni per l’indisciplina con cui aprono il fuoco contro i civili al minimo sospetto. Sorgono quindi spontanee delle domande. Quanto vale la vita di un giornalista? Vale la pena rischiare la vita per fare un servizio? E – in questo caso si tratta di un interrogativo più serio da un punto di vista etico – per quale ragione un maggior numero di giornalisti non parla delle restrizioni cui è sottoposto il loro lavoro? Durante l’invasione anglo-americana del 2003 i direttori spesso insistevano affinché i servizi dei giornalisti provenienti dall’Iraq di Saddam fossero preceduti da una nota riguardante le restrizioni in presenza delle quali erano costretti ad operare. Ma oggi – pur essendo i nostri movimenti molto più limitati – i servizi giornalistici non sono accompagnati da un così “saggio avvertimento”. In molti casi viene data ai telespettatori e ai lettori l’impressione che il giornalista sia libero di viaggiare per l’Iraq per verificare di persona le informazioni che fornisce di giorno in giorno. Non è così. «I militari americani non potrebbero essere più contenti di questa situazione», dice un anziano corrispondente da Baghdad. «Sanno che se bombardano una casa di persone innocenti possono dire che era una “base” di terroristi e cavarsela a buon mercato. Non vogliono che giriamo per l’Iraq e quindi per loro la minaccia “terrorista” è la benvenuta. Possono affermare di aver ucciso 600 o 1.000 insorti e non abbiamo modo di verificare perché non possiamo andare al cimitero o negli ospedali in quanto non vogliamo che ci rapiscano o ci taglino la gola». Quindi molti giornalisti sono ridotti ormai a telefonare dalle loro stanze d’albergo ai militari americani o al governo “provvisorio” iracheno per avere qualche “notizia” da uomini e donne che - vivendo nella “Zona Verde” intorno all’ex palazzo repubblicano di Saddam Hussein – sono più isolati dall’Iraq persino dei giornalisti. Oppure ricavano le informazioni dai loro corrispondenti “al seguito” delle truppe americane e quindi riescono a conoscere solo la versione americana degli avvenimenti. Sì, è ancora possibile fare il lavoro di giornalista aggirandosi per le strade di Baghdad. Ma siamo sempre meno quelli che lo facciamo e verrà il momento in cui dovremo mettere sui piatti della bilancia l’importanza delle nostre corrispondenze e il rischio di lasciarci la pelle. Non siamo ancora arrivati a quel punto. Finora riusciamo ancora a vedere del Paese qualcosa di più di coloro che affermano di governarlo.

© The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto


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