FISICA/MENTE

Perché i sospetti sull'11 settembre non sono azzardati? 

 

Lo rivela David Ray Griffin nel suo libro "11 settembre, la nuova Pearl Harbour "(Fazi editore). Da leggere, perché "se subodoriamo il marcio ma taciamo per paura, possiamo dire addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli uomini liberi e la patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia."

Dopo tre anni, qualcosa è cambiato nella ricezione tributata dall'opinione pubblica mondiale alle teorie alternative sull'11 settembre. Il grande successo di alcune indagini indipendenti e l'istituzione di una commissione d'inchiesta da parte del Congresso americano - commissione di fronte alla quale recentemente né George W. Bush né Condoleezza Rice hanno potuto negare l'esistenza di chiari segnali precedenti all'11 settembre - sono le cause prime di questo mutamento: l'idea che "qualcosa non vada" nella ricostruzione ufficiale dell'amministrazione americana è ormai di pubblico dominio.

 Il successo di "11 settembre, la nuova Pearl Harbour" di David Ray Griffin - che negli Stati Uniti ha avuto tre edizioni in un mese, ingresso nella top ten di amazon.com e che in Inghilterra è stato prefato nientemeno che da Michael Meacher, ex ministro della Corona - è il risultato più palese di questo mutamento. Non è scritto da un polemista di professione, bensì dal condirettore del Center for Process Studies che, partendo da una posizione di assoluto scetticismo sulle cosiddette "teorie del complotto", ne vaglia le principali e giunge a trovare in alcune di esse elementi indubitabilmente probanti. Non voglio soffermarmi sugli avvertimenti pre-11 settembre che sono stati ignorati, le indagini prima e dopo che sono state ostacolate, o sulle domande rimaste tuttora senza risposta su quella tragica giornata, tutti argomenti trattati nei minimi dettagli da Griffin. Non è necessario credere ad una pianificazione attiva da parte dell'amministrazione americana negli eventi drammatici di quel giorno. E' però obbligo sospettare - dopo aver letto il libro - ad una specie di "partecipazione passiva", ovvero ad una specie di "lasciar accadere" che è comunque un' accusa molto grave, considerato il numero elevato di vittime.  
Nella "Grande Scacchiera", un libro pubblicato nel 1997 dall'ex consigliere alla Sicurezza Nazionale, Brzezinski (lo stesso che, sul Nouvel Observateur del 15-21 gennaio 1998, alla domanda: "E lei non si pente neanche di aver appoggiato il fondamentalismo islamico, avendo fornito armi e addestramento ai futuri terroristi? rispose, in maniera irresponsabile : Cos'è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?) Ebbene, lo stesso Brzezinski afferma:

 "Il consenso popolare americano sulle questioni di politica estera sarà difficile da ottenere eccetto che nel caso di una minaccia esterna diretta, veramente grande e percepita in modo generalizzato" ed infatti "Il popolo americano sostenne l'impegno americano nella Seconda guerra mondiale in gran parte a causa dell'effetto scioccante dell'attacco giapponese a Pearl Harbour".

Gli attacchi dell'11 settembre, per svariate e giustificate ragioni, sono stati spesso paragonati all'attacco di Pearl Harbour. CBS news riferì che Bush, prima di coricarsi quella sera, aveva annotato sul diario "Oggi abbiamo assistito alla Pearl Harbour del XXI secolo". Un editoriale del Time incitava invece: "Mostriamo la nostra rabbia. Quel che ci occorre è una furia livida, americana, unificata e unificante come quella scatenatasi dopo Pearl Harbour". Subito dopo il discorso che il Presidente tenne alla nazione l'11 settembre 2001, Henry Kissinger scrisse "Al governo si dovrebbe affidare la missione di dare una risposta sistematica che condurrà, si spera, allo stesso risultato di quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour".

Effettivamente, gli attentati dell'11 settembre hanno provocato una risposta analoga: ricorso alla forza militare americana, giustificazione di esorbitanti spese militari, instaurazione di basi americane in paesi stranieri, riduzione delle libertà civili (Oggi con il Patriot Act, mentre durante la II Guerra Mondiale erano i campi di concentramento e la confisca dei beni dei nippo/italo/germano-americani).  Un membro dell'US Army's Institute for Strategic Studies (Istituto per gli Studi Strategici dell'Esercito Americano) riferì che dopo l'11 settembre: "Il sostegno del pubblico all'azione militare è a un livello simile a quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour".

In un documento del Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano, PNAC, organizzazione che già in era Clinton raggruppava i maggiori think-thank neoconservatori attualmente al potere negli Stati Uniti), intitolato "Rebuilding America's defenses" (Ricostruire le difese dell'America), reso pubblico nel 2000 durante la campagna elettorale per le presidenziali, alcuni membri (fra cui Cheney,
attuale Vice-presidente, Rumsfeld, attuale ministro della difesa e Paul Wolfowitz, sotto-segretario alla difesa) sostenevano che il processo per trasformare gli Stati Uniti nella "forza dominante del domani" si sarebbe prospettato lungo, in "assenza di un evento catastrofico e catalizzante, quale ad esempio una nuova Pearl Harbour". A questo punto, come dice l'ex-ministro della Corona Michael Meacher nella prefazione del libro di Griffin:


"Non è necessario ricorrere ad alcuna teoria del complotto, se loro per primi esplicitano le intenzioni da cui sono animati".

Ma quali sono queste intenzioni esattamente? Anch'esse sono contenute nei documenti del PNAC: collocare più basi militari nel mondo da cui proiettare potenza, determinare cambiamenti di regime nei paesi ostili agli interessi americani, dare un forte impulso alla spesa militare, in particolar modo allo scudo spaziale. Intenzioni concepite esplicitamente non per scoraggiare eventuali aggressioni ma come "requisito indispensabile al mantenimento del primato americano". Il fine è chiarito in modo inequivocabile in un'altro documento intitolato "Vision for 2020" (Prospettiva per il 2020), documento che non si perde affatto in propaganda sentimentale sul bisogno degli Stati Uniti di promuovere la democrazia o servire l'umanità, ma che sostiene:
 


"La globalizzazione dell'economia mondiale proseguirà con un divaricamento tra
"Chi ha" e "Chi non ha" " con conseguente necessità di non far uscire "Chi
 non ha" dai ranghi perché ogni "nuovo arrivato" toglie risorse a "Chi già ha""

teoria questa elaborata nel Massachusetts Institute of Technology (MIT).


Cosa rende "pazzo", allora, chi avanza l'ipotesi di un qualche coinvolgimento dell'amministrazione americana negli eventi dell'11 settembre? Il pensare che un governo possa aver complottato per provocare una simile atrocità sul proprio territorio e a danno dei propri cittadini. Le responsabilità principali del Presidente, del Vice-Presidente, del loro gabinetto, delle agenzie di intelligence e dei dirigenti militari sono infatti quelle di proteggere gli Stati Uniti e i cittadini americani, non il contrario. Dunque, si è convinti, come dice Griffin, a priori che qualsiasi teoria su un simile complotto sia falsa, perché i leader americani non si comporterebbero mai in quel modo.

Eppure precedenti storici "ufficiali" non mancano. Basterebbe ricordare in merito l'operazione Northwoods: nel 1962, venne formulato un piano ora noto perché di recente ne sono stati desecretati i documenti relativi. La CIA aveva preparato "un programma di operazioni contro il regime di Cuba" il cui scopo era sostituire il regime di Castro con un altro "più accettabile per gli Stati Uniti, ma con mezzi che nascondono l'intervento
statunitense". Nel primo foglio del "Memorandum per il capo delle operazioni, Cuba
project" firmato da tutti i capi dello Stato Maggiore riuniti, era scritto:


"La decisione di intervenire rappresenterà l'esito di un periodo di accentuate tensioni Stati Uniti - Cuba, tali da mettere gli Stati Uniti nella posizione di nutrire ben giustificati risentimenti". E' importante che "ne venga camuffato l'obiettivo ultimo". 

  Parte dell'intento era influenzare l'opinione pubblica mondiale e in particolare le Nazioni Unite "diffondendo a livello internazionale la convinzione del governo cubano fosse una compagine avventata e irresponsabile, una minaccia alla pace dell'Occidente". Basterebbe sostituire la parola "Irak" a "Cuba" e si fa un salto dal 1962 ai giorni nostri.
A leggere i piani della CIA, tanti scenari considerati "fantascientifici" smettono, di colpo, di esserlo:

"Potremmo condurre una campagna terroristica di matrice cubana nella zona di Miami, in altre città della Florida e perfino a Washington. Potremmo affondare un'imbarcazione carica di cubani in rotta verso la Florida (sia che siano profughi veri o simulati). E' possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un aereo cubano abbia attaccato e abbattuto un aereo charter civile. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti di college in vacanza".


Proprio quest'ultima ipotesi avvalora le tesi più inverosimili di chi crede in un coinvolgimento degli Usa a fianco di Bin Laden:

 "Nella base aerea di Elgin un aereo verrebbe dipinto e numerato per essere l'esatta copia di  un volo civile appartenente a una compagnia gestita dalla CIA che opera nell'aria di Miami. A un'ora prefissata la copia si sostituirebbe al vero aereo civile e al suo interno verrebbero fatti salire i passeggeri già scelti in precedenza, tutti registrati con pseudonimi appositamente preparati. Il vero aereo civile verrebbe quindi trasformato in un drone (apparecchio automaticamente controllato a distanza). Le ore di partenza dell'aereo drone e del vero apparecchio verrebbero quindi calcolate in  modo da permettere un rendez-vous nel sud della Florida. Subito dopo aver raggiunto il punto di rendez-vous l'aereo con a bordo i passeggeri scenderà a una quota minima e poi si dirigerà verso la pista ausiliaria della base di Elgin, dove i passeggeri saranno evacuati e l'aereo tornerà alle sue condizioni originali. L'aereo drone nel frattempo continuerà a seguire il piano di voto prestabilito. Quando si troverà sopra Cuba il drone trasmetterà sulle frequenze internazionali di emergenza un messaggio "May day", dichiarando di trovarsi sotto attacco di un MIG cubano. La trasmissione si interromperà con la distruzione dell'aereo comandata da un segnale radio".

Quanto riportato sopra non è un piano escogitato da extra-terrestri e importato da Marte, ma un documento ufficiale della CIA con tanto di firme di capi dello Stato Maggiore e di timbro Top secret. In questo - come in altri piani - anche se fossero apparsi sui giornali gli elenchi delle vittime per "provocare un'ondata di sdegno nazionale", lo stratagemma non avrebbe comportato l'effettiva perdita di vite umane. Ma ciò non valeva nel caso in cui si prevedeva di "affondare un'imbarcazione carica di cubani" o quando si è detto

  "Potremmo far esplodere una nave americana alla fonda nella Baia di Guantanamo e poi incolpare Cuba dell'incidente". 

Ecco perché i sospetti sull'11 settembre non sono azzardati. E come dice Griffin, se subodoriamo il marcio ma taciamo per paura, possiamo dire addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli uomini liberi e la patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia. Forse dobbiamo semplicemente affrontare i discorsi che preferiamo evitare, al posto di scatenare campagne mediatiche atte a criminalizzare e a dipingere come "pazzo" chiunque dubiti dell'affidabilità delle "versioni ufficiali".

Questo impegno deve essere un dovere, una missione da intraprendere, costi quel che costi, visto che c'è il sospetto - come dice Griffin - che qualcuno si stia servendo delle versioni ufficiali per scopi nefandi, all'interno degli Stati Uniti e nel resto del mondo. Che nelle intenzioni dell'amministrazione Bush ci fosse già l'intenzione di usare "la guerra al
terrorismo" come pretesto ad attaccare altri paesi non è un mistero. Un articolo del Newsweek riporta una notizia in base alla quale, prima di andare in Irak, alcuni consiglieri di Bush patrocinavano anche azioni contro l'Iran, la Corea del Nord, la Siria e l'Egitto. Molti analisti sostengono, a ragione, che gli obiettivi di questa guerra sono quelli di condizionare lo sviluppo politico ed economico dell'Europa e della Cina.

A rendere ancora più preoccupante questa visione di "guerra globale" e ad avvicinarla - piaccia o meno - ai folli piani di Hitler, basta leggere le parole di Richard Perle - membro fondatore del PNAC e consigliere fino al febbraio del 2004 del Pentagono - che in un'occasione descrisse la "guerra al terrorismo" in questi termini: 
 

"Si tratta di una guerra totale. La combattiamo contro nemici di ogni risma. Quanti ce ne sono in giro! Non si fa che parlare di andare prima in Afghanistan, poi in Irak [...]. Questo modo di affrontare la faccenda è del tutto sbagliato. Basta far sì che la nostra visione del mondo si diffonda [...] ingaggiando una guerra totale [...] e tra qualche tempo i nostri figli intoneranno inni sulle nostre imprese"

DAVID RAY GRIFFIN

 


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