FISICA/MENTE

 

 

 

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=40789 

10.02.2005
Il missile in giardino: in Italia 90 atomiche Usa
di Bruno Marolo

I n Italia ci sono 90 bombe nucleari americane. La loro presenza ha un'importanza militare limitata per gli Stati Uniti, ma risponde anche ad esigenze politiche del governo italiano, che vuole avere voce in capitolo nella Nato. Lo ha rivelato all'Unità Hans Kristensen, uno specialista del Natural Resources Defense Council (NRDC), autore di un rapporto sulle armi atomiche in Europa che sarà pubblicato tra qualche giorno.

 

Secondo il rapporto nelle basi americane in Europa ci sono ben 481 bombe nucleari, dislocate in Germania, Gran Bretagna, Italia, Belgio, Olanda e Turchia. In Italia ve ne sono 50 nella base di Aviano e altre 40 in quella di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. Sono tutte del tipo indicato dal Pentagono come B 61, che non si presta ad essere montato su missili ma può essere sganciato da cacciabombardieri.

«Le ragioni di un arsenale nucleare così grande in Italia - ha spiegato Kristensen all'Unità - sono nebulose e la stessa Nato non ha una strategia chiara. Le atomiche continuano a svolgere il tradizionale ruolo dissuasivo nei confronti della Russia, e in parte servono per eventuali obiettivi in Medio Oriente, come l'Iran. Un'altra ragione è di tipo politico istituzionale. Per l'Italia è importante continuare a fare parte degli organi di pianificazione nucleare della Nato, per non essere isolata in Europa. Altri paesi come la Germania hanno lo stesso atteggiamento».

Le anticipazioni sul rapporto di 102 pagine del NRDC coincidono con la riunione della Nato a Nizza, dove il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld sta cercando di ottenere dai colleghi europei maggiori aiuti in Iraq. Per alcuni paesi la pubblicazione delle cifre è imbarazzante. Secondo il New York Times il comandante della Nato, generale James Jones, ha confidato ai collaboratori di essere favorevole all'eliminazione completa delle bombe nucleari in Europa, ma di aver trovato resistenza da parte di alcuni governi europei. Gli Stati Uniti sono in grado di colpire con missili lanciati dal loro territorio tutti gli obiettivi nel raggio di azione dei bombardieri in Europa. I paesi europei, e in particolare l'Italia, tuttavia insistono per avere un ombrello nucleare.

Il regolamento del Pentagono vieta espressamente di divulgare notizie sugli arsenali nucleari all'estero. Tuttavia un alto ufficiale ha ufficiosamente sostenuto che alla fine della guerra fredda molte bombe sono state ritirate dall'Europa e oggi ne rimangono circa 200. Krinsensten ha ribadito le indicazioni del rapporto. «Al Pentagono - ha dichiarato - non tutti conoscono il quadro completo della situazione. Il numero sarebbe inferiore alle nostre indicazioni soltanto se il presidente Bush avesse ordinato il ritiro di gran parte delle armi nucleari dopo l'attacco dell'11 settembre , ma non ci risulta che questo sia avvenuto».

Tra Italia e Stati Uniti esiste un accordo segreto per la difesa nucleare, rinnovato dopo il 2001. William Arkin, un esperto dell'associazione degli scienziati nucleari, ne ha rivelato recentemente il nome in codice: Stone Ax (Ascia di Pietra). Nel settembre 1991, dopo il crollo del muro di Berlino, il presidente George Bush padre aveva annunciato il ritiro di tutte le testate nucleari montate su missili o su mezzi navali. In Europa erano rimaste 1400 bombe atomiche in dotazione all'aviazione. In dieci anni il numero si è ridotto di circa due terzi. Le bombe nucleari in Italia sono di tre modelli: B 61 -3, B 61 - 4 e B61 - 10. Il primo ha una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all'atomica di Hiroshima, è può essere regolato fino a un minimo di 0,3 kiloton. Il secondo modello ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton. Il governo di George Bush ha ribadito molte volte di non escludere l'opzione nucleare per rispondere ad attacchi con armi biologiche o chimiche. È stata abbandonata la strategia della distruzione reciproca assicurata, che prevedeva armi nucleari sempre più potenti con uno scopo esclusivamente dissuasivo. Ora gli Stati Uniti vogliono produrre bombe atomiche tattiche di potenza limitata, e non escludono di servirsene contro i paesi che considerano terroristi. Almeno due di questi paesi, Siria e Iran, si trovano nel raggio dei bombardieri in Italia.


 

 

La Procura di Milano indaga e decide sui mandati d'arresto
Nel 2003 la missione clandestina per catturare Abu Omar
Cia sotto inchiesta in Italia: rapì e torturò un egiziano
di CARLO BONINI, GIUSEPPE D'AVANZO E FERRUCCIO SANSA
Il commando Usa ha lasciato parecchie tracce
Che cosa sapevano il governo italiano o l'intelligence?



Prigione del Cairo



MILANO - Almeno una dozzina di uomini della Cia hanno condotto un'operazione "antiterrorismo" clandestina a Milano. Il 17 febbraio del 2003, in pieno giorno, in via Guerzoni, a poche centinaia di metri dall'istituto islamico di viale Jenner, hanno sequestrato un egiziano di 42 anni, Hassan Mustafa Osama Nasr, da tutti chiamato Abu Omar. Quello stesso giorno, lo hanno trasferito nella base militare americana di Aviano, dove Omar è stato interrogato e picchiato per sette ore. Prima di essere consegnato, la mattina del 18 febbraio, all'Egitto, dove ha conosciuto le torture delle carceri speciali e dove ancora oggi è detenuto. Abu Omar ha perso parzialmente l'uso delle gambe e dell'udito. La Procura di Milano conosce le foto e l'identità (forse vera, forse falsa) degli agenti americani che hanno condotto l'operazione e sta valutando se chiederne l'arresto per sequestro di persona. Ecco che cosa è accaduto.

Innanzitutto, chi è Abu Omar? All'uomo piace chiacchierare, forse troppo. Fin dal suo arrivo a Milano, accende qualche curiosità. Ha alle spalle una storia controversa. E' nato il 18 marzo del 1963 ad Alessandria d'Egitto e ha lasciato il Paese all'inizio degli anni '90. Gli archivi spionistici (americani, italiani, egiziani) lo definiscono "combattente in Afghanistan e in Bosnia". Nel 1996 è in Albania, dove sposa Marsela Glina. Mette al mondo un figlio. Finisce nei guai. Lo accusano di aver progettato l'assassinio del ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana. Lascia in tutta fretta il Paese e, dopo una sosta a Monaco di Baviera, riappare a Bari il primo maggio del 1997. Nel '99, la questura di Roma gli riconosce lo status di rifugiato. Ottiene un permesso di soggiorno.

Nell'estate del 2000 è a Milano. Lo accoglie l'appartamento di via Conteverde 18, "una nostra casa di passaggio" - spiegano all'istituto islamico di viale Jenner - "per chi arriva in città senza soldi". Via Conteverde non è un indirizzo anonimo. Ci ha abitato qualche latitante eccellente delle prime inchieste milanesi sulle "cellule in sonno di Al Qaeda".

Quella casa è, dunque, "un indizio di appartenenza" per la Digos di Milano. Il telefono di Abu Omar finisce sotto controllo, come i suoi amici, i suoi incontri, i suoi passi. La curiosità non sembra inutile. L'uomo si dà arie da "pezzo grosso". Scrive e pronuncia discorsi infiammati. Appare ai poliziotti "una testa calda". Ai suoi compagni sembra un impostore, un po' narciso. Agli uomini dell'intelligence sembra un uomo su cui lavorare. Ne hanno una conferma quando un tizio (ammesso che non sia una spia) saggia la sua disponibilità a darsi da fare per rafforzare un nuovo network del terrore pronto in Europa. Abu Omar si mostra disponibile.



* * *



In quel 2002, George Tenet non fa mistero del possibile destino di tipi come Abu Omar. Il 17 ottobre, l'allora direttore della Cia testimonia dinanzi alla commissione di inchiesta di Congresso e Senato sui fatti dell'11 settembre. Racconta: "Dopo l'attacco alle Torri, la Cia, con la cooperazione del Fbi, ha restituito alla giustizia mondiale 70 terroristi". La pratica ha un nome: extraordinary rendition, "consegna straordinaria". E' un metodo che non si cura della sovranità degli Stati in cui i "pacchi" da consegnare vengono prelevati. Né si preoccupa della loro sorte una volta giunti a destinazione. "La Cia e l'Fbi hanno perseguito all'estero una politica aggressiva finalizzata alla distruzione di Al Qaeda, delle sue risorse umane e tecniche - dice Tenet - Abbiamo identificato anche 36 fiancheggiatori del Terrore e condotto operazioni nei loro confronti in 50 Paesi. Ventuno di queste operazioni hanno avuto successo e mi riferisco ad arresti, carcerazioni, attività di sorveglianza, consegne e approcci diretti".

 

Milano, preghiera del venerdì
alla moschea di viale Jenner


La prassi della "consegna straordinaria" è stata battezzata nella seconda metà degli anni '80 ed è diventata routine dopo l'11 settembre. I "pacchi" viaggiano sempre con gli stessi aerei. Nel novembre del 2004, un'inchiesta del Sunday Times individua almeno due dei mezzi con cui la Cia consegna i suoi "prigionieri clandestini". Sono un piccolo Gulfstream 5 da 14 posti con codice N379P e un Boeing 737 senza insegna da 52 posti con codice N313P. Li possiede la società Premier Executive transports services del Massachusetts. Volano da Washington verso 49 destinazioni estere: Giordania, Marocco, Iraq, Afghanistan, Libia, Uzbekistan e, frequentemente, Egitto.



* * *

Ritorniamo a Milano. E' il 17 febbraio 2003. E' un lunedì. Accade tutto tra le 12 e le 12 e 15. Abu Omar esce dal cancello verde della sua abitazione in via Conteverde 18. "Vado in moschea", dice alla moglie. La moschea di viale Jenner, neppure un chilometro in linea d'aria. Abu Omar percorre a piedi via Conteverde, in senso opposto a quello di marcia delle auto e nota un furgone bianco che lo incrocia rallentando. Abu Omar accelera il passo e infila via Ciaia. Intanto il furgone ha girato intorno all'isolato e lo aspetta in via Guerzoni, una strada a doppio senso di marcia, chiusa sui due lati dai giardini pubblici e dal centro di raccolta della Croce Viola. Deve essere apparso il posto giusto per "prendere il pacco". La zona può essere facilmente isolata dal traffico. Due auto che goffamente armeggiano per parcheggiare all'incrocio con viale Jenner e sullo slargo di via Ciaia sono sufficienti per lo scopo. Gli uomini (due) nel furgone bianco "lavorano" con tranquillità mentre gli altri su due auto, prese a nolo, bloccano le due estremità della strada. Sono almeno dodici. Sono americani.

Comunicano tra di loro con telefoni cellulari e lavorano al "prelevamento" da almeno una settimana. Ora, gli uomini vedono Abu Omar. Abu Omar si accorge subito dell'uomo che lo attende, accanto al furgone con il portellone posteriore spalancato, all'altezza del civico 23 di via Guerzoni. Lo sconosciuto parla italiano. Si qualifica come "poliziotto". Chiede un documento di identità. E' questione di attimi. Abu Omar viene sopraffatto. E' vero, è corpulento, ma il suo metro e 65 non riesce a opporsi alla forza con cui viene scaraventato nel vano di carico del furgone, dopo essere stato investito da una sostanza spray sul volto.

Non ci sono auto in via Guerzoni. Nessuno dovrebbe vedere. Dovrebbe. Una giovane donna egiziana, appena uscita dai giardini pubblici con i suoi bambini, risale a ritroso la strada di Abu Omar. Nota quei due in piedi che parlottano. Li sorpassa, coglie alle sue spalle gli indizi di una colluttazione. Sente il portellone di un furgone chiudersi rumorosamente e lo sente partire a tutta velocità. Abu Omar è sparito. Dov'è Abu Omar? La donna racconta quel che ha visto al marito, che frequenta l'istituto islamico di Viale Jenner. Il diavolo ci ha messo la coda (anche se la donna, dinanzi alla polizia, farà scena muta, per poi scomparire dall'Italia).



* * *

Dov'è Abu Omar? Il 3 marzo, a due settimane dalla sua scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti. Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un'informazione storta. Nessuno in quel momento è in grado di verificarla. La storia sembra dover morire lì.

Chi può sapere? La risposta arriva da Abu Omar. Accade il 20 aprile del 2004. Quel giorno, la moglie dell'uomo, Nabila - documenta un'informativa trasmessa al Viminale e pubblicata dai giornali italiani - è al telefono con il marito. La chiamata proviene dal "distretto di Alessandria d'Egitto". La conversazione è intercettata. Abu Omar rassicura la moglie, chiede di mandargli 200 euro e le ordina di non aprire più bocca con la stampa, ma di avvisare soltanto i fratelli.

Le parole di Abu Omar dicono solo che è vivo. Lo stesso giorno il telefono squilla di nuovo. Nella casa di Mohammed Ridha. E' l'imam della moschea di via Quaranta. Egiziano come Abu Omar, suo amico personale. I due si sentono una prima volta il pomeriggio del primo maggio. Abu Omar dà un nuovo appuntamento telefonico per l'8 maggio. E quel giorno racconta, cominciando proprio dal momento in cui il portellone del furgone bianco si chiude alle sue spalle in via Guerzoni. Questo è quel che dice.



* * *

Abu Omar. "I due che mi hanno sequestrato sembravano italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa cinque, sei ore. Quando il furgone si è fermato e hanno aperto il portellone era l'ora del tramonto, tra le cinque e le sei. Ho avuto la sensazione di essere in una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano, ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi l'odio contro gli americani. E' vero? E' vero che recluti combattenti da mandare in Iraq?" Io rispondevo di no, che non era vero, e loro ripetevano le domande. A un certo punto mi hanno mostrato anche un manifesto che avevo scritto in cui denunciavo i misfatti dell'Italia in Libia e Somalia. Poi sono cominciate le botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana. Credo fosse una base nel Mar Rosso".

E' uno scalo tecnico. L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24 ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi"". Abu Omar si rifiuta e scrive il suo destino. Quello stesso 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora, il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove "esiste sempre un girone peggiore di quello in cui sei finito".

Abu Omar: "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo, doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non sentire più una parte della schiena".

Cosa vogliono gli egiziani da Abu Omar? Per quello che lui riferisce all'imam di via Quaranta "le domande sono inutili - "Sei stato in Bosnia, sei stato in Afghanistan?" - servono soltanto a dare una parvenza di senso alla tortura". In realtà quel che sembra vogliano da lui è un'altra cosa. E lui la confida all'amico di via Quaranta, quasi con orgoglio: "Mi hanno mostrato una lista con dei nomi. In cima c'era il tuo, Mohammed Ridha, poi quello dell'imam di viale Jenner, Abu Emad. Il mio era il terzo. Mi hanno detto che se volevo uscire dovevo consegnarvi a loro".

Abu Omar resta a Tora quattordici mesi. Finché non gli comunicano che è un uomo libero. A un patto: "Se vuoi uscire con le tue gambe e non in una cassa da morto, non raccontare quello che ti è successo. Dovrai dire che sei venuto in Egitto di tua spontanea volontà con un biglietto comprato in Italia". Abu Omar firma l'impegno. Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, gli riaprono le porte della galera. Il 12 maggio i servizi egiziani lo prelevano nella sua casa di Alessandria d'Egitto e da allora di lui nulla più si sa. Che ne è di lui? Ha raccontato la verità?



* * *

Quel che è documentato non è la verità di Abu Omar, ma le misteriose presenze intorno a lui in quel 17 febbraio di due anni fa. La "squadra operativa" della Cia e dell'Fbi ha pasticciato parecchio lasciando tracce dovunque. Lo stesso gruppo di cellulari, secondo le indagini dal procuratore di Milano Armando Spataro, sono in via Guerzoni intorno alle dodici. Gli stessi cellulari "si muovono" verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia (la Cia ha la sua sede centrale a Langley). Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno dopo (probabilmente accanto ad Abu Omar). Dai cellulari (italiani), gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto dell'operazione.

Con tracciati telefonici, note d'albergo, foto, contratti di noleggio auto, l'inchiesta può dirsi quindi conclusa. Ma qui cominciano le domande e, con le domande, i guai e le polemiche. Possono essere arrestati, per sequestro di persona, una dozzina di agenti della Cia in missione speciale antiterrorismo? Si può chiedere a Washington la loro estradizione? Che cosa ha saputo Roma dell'extraordinary rendition di via Guerzoni e che cosa il governo o l'intelligence italiana ha saputo dopo?
( 17 febbraio 2005 )

manifesto 22/10
Noi non abbiamo paura della bomba
Documento segreto degli Usa: in Italia ordigni "poco sicuri"
- ANGELO MASTRANDREA -



Sarebbero al massimo 28 le bombe B-61 statunitensi in Italia, divise tra le basi di Aviano e Ghedi-Torre. La previsione è stata fatta dagli esperti in base ai "buchi", dei depositi in cui verrebbero piazzate le bombe. I "buchi" sarebbero infatti trenta, anche se non si conosce la loro esatta posizione e, se si considera che almeno due o tre vengono lasciati in "stato di attesa", vale a dire vuoti, per permettere di spostarvi le bombe quando vengono effettuati impianti di manutenzione agli altri "buchi", ecco che le atomiche italiane vengono stimate in ventisette-ventotto.

In realtà, non si ha nessuna certezza che i "buchi" siano pieni di bombe. Ma le probabilità sono molto alte, stando allo studio di Robert Norris pubblicato ieri sul Bollettino degli scienziati atomici e da quanto si intuisce in un documento del Dipartimento della difesa americano, di cui "il manifesto" è riuscito a entrare in possesso. Lo scritto, ottenuto in base al Freedom act dal Landau network di Como, porta la data del 28 luglio 1998 e riferisce dei risultati di alcune ispezioni agli ordigni atomici nella base di Aviano. In particolare di quelle condotte, tra il 16 e il 19 gennaio del '96, per accertare la sicurezza degli ordigni. E' evidente che condizione necessaria per le ispezioni è che ci sia qualcosa da ispezionare, vale a dire un certo numero di testate atomiche.

Bombe di nuova generazione B-61 a uranio arricchito con eleuterio, da montare su Tornado e F-16, e a tecnologia così avanzata che il pilota ne può regolare la potenza in base all'obiettivo da colpire. Si va da pochi chilotoni, più o meno la potenza della bomba che devastò Hiroshima, a una capacità di distruzione anche dieci volte maggiore. Due terzi di queste bombe sono ad Aviano, il restante a Ghedi. Pronte ad essere utilizzate, ma
nemmeno tanto. Il documento in nostro possesso testimonia, infatti, come gli ispettori non abbiano trovato "soddisfacenti" i livelli di sicurezza degli ordigni in almeno la metà delle dodici "aree" visionate. Sicurezza che, va precisato, non concerne un eventuale rischio ambientale o la situazione più o meno di degrado in cui verserebbe la base, ma soprattutto i controlli contro i rischi di attentato o di furto e le procedure di dismissione.

Le bombe della Nato


A vincolare i paesi della Nato all'accettazione del nucleare militare non è, come potrebbe sembrare, chissà quale antico trattato, ma il recente accordo del 24 aprile del '99. L'articolo 62 parla, infatti, di "pianificazione nucleare collettiva", "stanziamento di forze nucleari in tempo di pace" e "accordi di consultazione", tutti termini che hanno caratterizzato il dibattito sul nucleare in seno alla Nato fin dalla sua creazione. Più avanti
si legge: "l'Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa. Queste forze devono avere le caratteristiche necessarie di flessibilità e capacità di sopravvivenza appropriate, per essere percepite come un elemento credibile ed efficace della strategia atlantica di prevenzione dei conflitti". Una precisa dichiarazione di volontà politica, per niente segreta, checché ne dicano oggi, a bubbone scoppiato, i governi che vi hanno aderito. Recedere dal nucleare significherebbe dunque sconfessare quanto si era voluto pochi mesi fa, in piena guerra del Kosovo. Il lato che rimane oscuro, invece, riguarda i numerosi e complessi trattati bilaterali sulle procedure operative ("first strike", "doppia chiave", ecc.). Questi accordi sono, e rimangono, vincolati dal segreto militare.

Mentre non varrebbero, nel caso dell'Italia, le norme del Trattato di non proliferazione nucleare, adottato dal nostro paese, semplicemente perché queste bombe non sono italiane, ma della Nato. E allora le vie d'uscita si riducono a due: tenersi le bombe e restare nella Nato o, viceversa, rifiutare le bombe e uscire dalla Nato. Tertium non datur, o almeno così sembra.

Andiamo ora a vedere quali sono queste forze nucleari che rappresentano il cuore del programma di "difesa nucleare collettiva". In sette paesi europei sarebbero dislocate circa 180 bombe per aereo, destinate ai cacciabombardieri F-16 o ai Tornado (gli stessi utilizzati nella guerra in Kosovo) e di potenza variabile, come abbiamo spiegato prima. Recentemente è stato portato a termine, inoltre, un programma per la costruzione di nuovi depositi di armi nucleari in Europa, detto Ws3. Con strutture che servirebbero a "ospitare le armi tattiche all'interno dei rifugi antiaerei protetti per innalzare il livello di sopravvivenza, di sicurezza e di difesa delle armi".

Il paese col più alto numero di bombe è la Germania (55 a Ramstein, 11 a Buechel), seguita dalle 33 testate britanniche di Lakenheath. 25 ordigni sarebbero anche nella base strategica di Incirlik, da dove partono quasi quotidianamente aerei Usa e inglesi per colpire l'Iraq. Delle atomiche "italiane" abbiamo già detto. 11 bombe a testa anche al Belgio (Kleine Brogel) e all'Olanda (Volkel). Fanalino di coda la Grecia, con sei bombe ad
Araxos (ma la notizia è stata smentita ufficialmente, ieri, dal governo di Atene).

In queste basi il personale militare americano e del paese ospitante verrebbe addestrato all'uso delle bombe nucleari durante azioni belliche simulate. Lo sottolinea il rapporto sulla "Nato e le armi nucleari americane in Europa", opera degli esperti Paolo Cotta-Ramusino e Maurizio Martellini. Mentre il giornalista statunitense William Arkin aveva reso noto, nel numero di novembre-dicembre '98 del Bollettino degli scienziati atomici, che la nuova dottrina dell'aviazione americana del 31 marzo '98 ("Operazioni
nucleari") ricorda che gli obiettivi dei bombardamenti nucleari devono includere "porti, centri industriali e oleodotti".




 

New York Times: 

Ventisei detenuti iracheni uccisi nelle carceri Usa
di red



 

La scorsa settimana il Pentagono l’aveva ammesso a denti stretti: sei detenuti iracheni sono stati uccisi da soldati Usa. La notizia aveva immediatamente suscitato le proteste delle organizzazioni per i diritti umani. Ora un’inchiesta condotta dalle forze armate americane rivela che i casi sono stati molti di più: sono 26 gli afgahani e gli iracheni uccisi dal 2002 ad oggi, una cifra molto al di sopra delle peggiori stime dell’esercito statunitense. A rivelarlo è il New York Times.

Per diciotto dei 26 casi l’indagine si è conclusa, in altri 8 casi l’accusa è comunque di “criminal homicides”, “omicidio criminale”. Solo uno dei 26 omicidi è avvenuto ad Abu Ghraib, gli altri in diversi centri di detenzione. Fra gli accusati anche quattro funzionari della Cia. Tra questi David Pizarro, già sotto processo di fronte a una corte federale della Carolina del Nord.

Oltre ai 26 casi di “omicidio criminale” ce ne sono altri 11 classificati come “omicidio giustificato”. I detenuti uccisi per sedare scontri fra prigionieri nelle carceri rientrano in questa categoria. Altri uomini, un numero imprecisato, sono morti in carcere per "cause naturali".

Il portavoce del Pentagono Lawrance De Rita prende le distanze dall'inchiesta: «Un solo caso di abuso, è inaccettabile», spiega. Però, «non ho mai visto i numeri che mi vengono riferiti». E poi, aggiunge, negli ultimi tre anni i detenuti afghani o iracheni passati dai centri di detenzione americani sono ben 50mila


 

Cinquant'anni fa l'H2N2 ("asiatica") uccise un milione di persone
Ora i kit sono stati inviati in 4.000 laboratori da una società americana


L'Oms lancia l'allarme
"Virus letale spedito per errore"


E' arrivato anche in Italia alla base Usa di Camp Ederle (Vicenza)
"I campioni vanno subito distrutti". Interogazione parlamentare
di ARTURO ZAMPAGLIONE



NEW YORK - Propagatosi dalla Cina al resto del mondo, il virus dell'influenza asiatica uccise nel 1957-58 più di un milione di persone (qualche stima parla addirittura di quattro milioni), prima di essere isolato e debellato. In Italia le scuole cominciarono un mese in ritardo. Nessuno, allora, pensava che quel virus, conosciuto nel mondo scientifico con la sigla H2N2, potesse essere usato da bioterroristi. Ma i tempi sono cambiati. E quando due settimane fa l'Oms, l'organizzazione dell'Onu che si occupa della salute, è stata informata della scoperta dello stesso virus in un laboratorio canadese, si è temuto un attacco batteriologico come quello descritto da Judith Miller nel bestseller Germ o in tanti altri film di Hollywood. In realtà, si trattava di un errore: un disguido banale, ma non per questo meno inquietante.

"Il ceppo della asiatica è stato mandato per sbaglio a più di 4mila laboratori in 18 paesi", ha spiegato Klaus Stohr, responsabile del settore "influenza" all'Oms. Tra questi, anche il laboratorio della caserma americana "Ederle" a Vicenza, sede della 173ma brigata aerotrasportata. "Abbiamo subito avvertito le autorità sanitarie dei vari paesi", ha aggiunto Stohr, "mentre è stato chiesto ai centri di ricerca di distruggere i campioni ricevuti".

I tecnici si sono messi al lavoro e ieri il Cdc (Center for disease control), l'agenzia federale di Atlanta che si occupa di malattie infettive, ha cercato di tranquillizzare l'opinione pubblica. "Anche se i rischi sono molto bassi, stiamo facendo tutto il possibile per circoscrivere l'incidente e minimizzare i pericoli", ha spiegato in una conferenza stampa convocata in tutta fretta il direttore del Cdc, Julie Serberding. La quale ha ricordato che l'ultimo caso di asiatica si ebbe nel 1968 e da allora nessuno, negli Stati Uniti, è stato più esposto al virus. Anche i vaccini influenzali usati oggi non contengono il ceppo dell'asiatica. Come dire: la popolazione è molto vulnerabile.
All'origine dell'incidente c'è la vecchia prassi del College of american pathologist di inviare a scadenze regolari alcuni ceppi di influenza a laboratori di tutto il mondo per verificare le loro capacità di individuazione dei virus. Di solito vengono mandati campioni dei ceppi di influenza più noti e diffusi, ma a settembre dell'anno scorso - per motivi ancora non chiari - la società Meridian Bioscience di Cincinnati, che agisce per conto del College of american pathologist, ha incluso nel kit di agenti patogeni anche l'H2N2.

La maggioranza di questi "pacchi-bomba" è finita nei laboratori degli States. Ma quattordici campioni sono stati consegnati in Canada (ed è lì, nel laboratorio nazionale di microbiologia di Winnipeg che è stato scoperto per la prima volta l'errore) e altri 61 kit sono stati inviati in vari paesi, tra cui l'Italia. In teoria i tecnici di laboratorio dovevano usare ogni cautela possibile nell'analizzare i campioni. "Ma la prudenza non è mai troppa", ha insistito ieri la Serberding: tanto che la Cdc ha ordinato ai laboratori di mandare una conferma scritta, per fax, dell'avvenuta distruzione dei ceppi dell'asiatica e ha chiesto di controllare da vicino la salute dei dipendenti. E ogni starnuto sospetto farà scattare l'allarme.

Anche George W. Bush, ieri, è uscito allo scoperto sull'incidente del virus, facendo dire al suo portavoce, Scott McClellan, che la Casa Bianca segue da vicino il problema e attribuisce una "alta priorità" strategica alla distruzione dei ceppi.

In Italia il deputato ds Grazia Labate ha chiesto al governo di riferire immediatamente sull'allarme del Oms e sulle misure prese per arginare il problema. "L'errore è grave", ha commentato la diessina, "perché potrebbe scatenare una nuova epidemia". Una ipotesi, ovviamente, è che il ceppo finisca nelle mani di criminali o terroristi, che lo potrebbero utilizzare per ricattare l'opinione pubblica o come arma di sterminio, provocando uno scenario apocalittico come quello di "Andromeda", "Virus letale" e altri film di Hollywood.

(
14 aprile 2005)