FISICA/MENTE

 

il manifesto - 13 Ottobre 2004

Fuga nucleare

Un giallo Usa

Iraq, l'Aiea denuncia la sparizione di materiali nucleari e apparecchiature per la loro produzione. I precedenti del centro per la ricerca atomica di Tuwaitha


GIULIANA SGRENA

            Materiali nucleari e strumenti per la loro produzione sono scomparsi in Iraq. L'allarme è stato lanciato da Mohamed el Baradei, direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). Il paradosso è che dopo una guerra lanciata con il pretesto, risultato assolutamente infondato, delle armi di distruzioni di massa in possesso di Saddam, gli ispettori dell'Aiea non hanno più accesso (gli Usa finora l'hanno impedito) all'Iraq per controllare la possibile proliferazione nucleare. I rilevamenti dell'Aiea sono possibili solo attraverso satellite e con il controllo di porti stranieri. Da questi rilievi risulta che edifici che ospitavano le ricerche nucleari, che ai tempi di Saddam erano monitorati dall'Aiea, sono stati smantellati e l'agenzia ha così perso le tracce di apparecchiature ad alta precisione che si trovavano all'interno delle costruzioni. Un arresto nella ricerca - quando si stava studiando un programma per la realizzazione della bomba atomica irachena - era stato imposto nel 1981 dalla distruzione da parte di Israele del reattore nucleare di produzione francese Osirak. Restavano allora due piccoli reattori, uno russo e uno francese, non in grado di sostenere un programma di armamenti nucleari. I reattori si trovavano nel Centro per la ricerca atomica di Tuwaitha, quaranta chilometri a sud di Baghdad, lasciato incustodito dai guardiani e dai ricercatori iracheni, oltre che dagli osservatori dell'Aiea, quando gli americani stavano avanzando. All'interno del magazzino di stoccaggio, chiamato Location C, erano depositati 400 barili di scorie radioattive e uranio arricchito. Nei giorni dei grandi saccheggi gli abitanti di Ishtar, il villaggio di 250 anime adiacente al centro atomico, non erano riusciti a impedire il furto del pericolosissimo materiale. Inutilmente avevano chiesto agli americani di proteggere la zona: «i marine ci dicevano che erano venuti per combattere non per decontaminare la zona e prima di andarsene avevano aperto i cancelli dando via libera ai saccheggiatori», ci aveva raccontato un esponente di un gruppo di monitoraggio ambientale da noi incontrato sul posto (il manifesto, 5 giugno 2003). I saccheggiatori, armati, erano entrati nel magazzino, avevano portato via la polvere gialla pensando che fosse un fertilizzante, avevano svuotato i barili, li avevano lavati, contaminando, e usati per per trasportare acqua - nessuno nel villaggio ha l'acqua corrente - o latte. Il disastro ambientale è facilmente immaginabile.

            L'Aiea, dopo aver sollecitato, sempre inutilmente, che gli americani proteggessero l'area, aveva chiesto l'autorizzazione per una missione. Concessa dopo settimane e iniziata il 23 giugno 2003. La missione aveva accertato che erano stati rubati almeno 10 chili di uranio. Successivamente la Cpa (Autorità provvisoria della coalizione) aveva chiesto la rimozione dei sigilli apposti dall'Aiea al magazzino per poter trasportare il materiale nucleare negli Stati uniti. L'Aiea avrebbe dovuto monitorare il trasferimento.

            Ma ora la denuncia dell'Aiea riguarda la demolizione di edifici e la continua fuga di materiali radioattivi, di pezzi di missili, ritrovati all'estero, in Giordania e persino in Olanda. Gli americani che dovrebbero essere i responsabili dello smantellamento dei siti nucleari non hanno risposto alle denunce dell'Aiea. Mentre il ministro iracheno ad interim della scienza e della tecnologia, Rashid Omar, afferma di non essere al corrente di demolizioni avvenute nel centro nucleare di Tuwaitha, ora trasformato in parco della ricerca. Il ministro ha anche promesso libero accesso a ricercatori dell'Aiea, ma forse non ha tenuto presente che la sua sovranità è limitata e deve avere l'autorizzazione degli Usa.


 il manifesto - 13 Ottobre 2004
USA E TERRORISMO
I prigionieri desaparecidos della Cia
REED BRODY *

            Il prigioniero fu preso nel mezzo della notte, 19 mesi fa. Fu incappucciato e portato in una località sconosciuta. Da allora non se n'è saputo più niente. Coloro che lo interrogavano sembra abbiano usato più volte livelli grduati di forza sul prigioniero, compresa la tecnica dell'immersione nell'acqua - conosciuta in America latina come «il sottomarino», in cui il detenuto viene legato e spinto a forza sott'acqua fin quasi a farlo annegare. Furono presi anche i suoi due figli, di 7 e 9 anni,presumibilmente per indurlo a parlare. L'esercito guatemalteco? I paramilitari colombiani? No, la Cia. Il prigioniero è Khalid Sheikh Mohammed, il principale architetto degli attacchi dell'11/9. «KSM» è uno della dozzina o giù di lì di esponenti di punta di al-Qaeda che sono semplicemente spariti nelle mani degli Stati uniti.

            Subito dopo gli attacchi dell'11/9, nel trattamento dei detenuti di sicurezza l'amministrazione Bush ha violato le più elementari norme legali. Molti sono stati tenuti in prigioni off-shore, di cui la più nota è a Guantanamo. Come adesso noi sappiamo, i prigionieri sospetti di terrorismo - e molti contro cui non esistono prove - sono stati maltrattati, umiliati e torturati. Ma forse nessuna pratica sfida così a fondo le basi del diritto Usa e internazionale quanto la detenzione a lungo e in isolamento in «località segrete» dei sospetti membri di al-Qaeda.

            Queste «sparizioni» possono non essere del tutto uguali a quelle delle «guerre sporche» nelle dittature latino-americane, quando il termine era un eufemismo della morte. Ma tenere prigionieri in segretezza totale sembra sia diventata la tattica centrale degli Usa nella guerra contro il terrorismo.

            Fra i prigionieri «desaparecidos» della Cia ci sono anche Abu Zubaydah, un uomo vicino a Osama bin Laden, Ramzi bin al-Shibh, che avrebbe potuto essere uno degli attentatori dell'11/9, e Abd al-Rahim al-Nashiri, ritenuto la mente dell'attentato alla Cole.

            Secondo la recente commissione Schlesinger sulle operazioni di detenzione, alla Cia è stato consentito «di operare sotto diverse regole». Queste regole scaturiscono in parte da un memorandum del Dipartimento alla giustizia, datato agosto 2002, che diceva che torturare i detenuti di al-Qaeda «può essere giustificato» e che le leggi internazionali contro la tortura «potrebbero essere incostituzionali se applicate agli interrogatori» condotti nella guerra al terrorismo.

            Alcuni dei detenuti, come «KSM» sono stati a quanto si sa effettivamente torturati nella prigionia. Si dice che molti abbiano fornito notizie preziose, notizie che sono servite a sventare complotti e salvare vite. (...) Gli Usa hanno riconosciuto la detenzione di molti ma non di tutti (e) hanno rifiutato di rivelare i luoghi di detenzione e di consentire loro l'accesso di familiari, avvocati o della Croce rossa.

            Questi non sono brave persone, per usare un eufemismo. Perché mai dovremmo preoccuparci di quello che sta loro capitando? Primo perché il trattamento riservato dagli Usa ai loro prigionieri è stato un favore piuttosto che un colpo per al-Qaeda ed ha quindi reso il mondo meno sicuro rispetto al terrorismo. Secondo, la tortura e la «sparizioni» di prigionieri da parte degli Usa sono un invito per i peggiori governi del mondo a fare lo stesso. (...)

            Ma la nostra preoccupazione principale viene, prima e soprattutto, dall'accettazione di metodi che sono antitetici a una democrazia e che tradiscono l'identità degli Usa come un paese del diritto. Se gli Stati uniti riconoscono la tortura e le «sparizioni» dei loro avversari, abbandonano i loro ideali e divengono un paese minore.

*Consigliere legale di Human Rights Watch, autore del rapporto «Scomparsi: i detenuti fantasma degli Stati uniti»


il manifesto - 19 Ottobre 2004

Noam Chomsky svela l'imbroglio delle presidenziali americane/INTERVISTA
Un candidato da marketing
Si chiede di votare per Bush o per Kerry per la faccia che hanno e non per le politiche che propongono. In realtà, la maggioranza degli americani ha opinioni - sull'Iraq come sulla sanità - che non hanno rappresentanza in nessuno dei due candidati. La partecipazione negli Usa si esaurisce nell'atto meccanico di spingere una leva. Atto che coinvolge appena la metà dei cittadini. L'analisi spietata del celebre linguista
PATRICIA LOMBROSO


            «Il fattore che impressiona in queste elezioni presidenziali, più nelle elezioni presidenziali del 2000, anche se non costituisce più una novità, è osservare, ancora una volta, come la volontà espressa dalla maggioranza della popolazione americana - sia nelle tematiche di politica estera sia di politica interna - non sia in accordo con entrambi i partiti, democratici e repubblicani. Quest'anno poi, la gigantesca macchina di propaganda politica - il cui obiettivo è quello di restringere sempre più il margine di partecipazione attiva al processo elettorale per la politica governativa - ha effettuato un salto qualitativo notevole. L'elettore viene chiamato a scegliere Kerry o Bush per le "qualità" mediatiche pubblicitarie di un leader forte e carismatico, oppure di una persona che piacerebbe incontrare al bar. Ecco la triste storia di queste "elezioni"». E' con questa analisi spietatamente lucida di Noam Chomsky che inizia la nostra intervista sulle elezioni presidenziali del prossimo 2 novembre, descritte come «le elezioni più importanti ed epocali» dalla maggior parte della sinistra radicale americana.

Qual è il tono dell'America e come valuta la partecipazione dell'opinione pubblica alla campagna presidenziale del 2004? In cosa diverge dalle elezioni del 2000?

Esiste certamente, questa volta, una maggiore volontà di partecipare; esiste un maggior coinvolgimento in vari settori della popolazione e in alcuni ambiti dell'industria vicini al partito repubblicano ma contrari a Bush. Ma se nei sondaggi tra l'opinione pubblica si pongono i seguenti quesiti alla popolazione: perché opta per Bush o Kerry in relazione al loro programma politico; o alle proposte di piani programmatici per il governo del paese; o alle varie posizioni rispetto diverse tematiche, entrambi i partiti, quello democratico con Kerry, quello repubblicano con Bush, ottengono soltanto il 10 per cento del consenso popolare.

E perché sia Kerry che Bush raccolgono soltanto il 10 per cento?

Perché le tematiche fondamentali che stanno a cuore alla popolazione americana non vengono discusse nei dibattiti recenti, né costituiscono oggetto di confronto fra i due candidati. Per questo motivo, ripeto: il tono di queste ultime settimane è sì di una maggiore partecipazione da parte dell'opinione pubblica, a differenza delle elezioni presidenziali del 2000, ma questa partecipazione è senza volto. Non trova espressione nei candidati Bush e Kerry, i quali invece dovrebbero venir scelti sulla base del programma politico del governo futuro di milioni di americani. Questa campagna elettorale è essenzialmente centrata sulle «qualità» di personalizzazione del candidato. Ma non per le «issues» tematiche rappresentate ed identificate con quel preciso candidato.

Ci fornisca un'esemplificazione di questa volontà e delle tematiche che sono «senza volto».

A marzo di quest'anno, l'elettorato spagnolo doveva esprimersi con il voto sul ritiro dei contingenti militari della Spagna dall'Iraq, a meno che la gestione dei problemi connessi alla sicurezza, in Iraq, fosse sotto il diretto controllo delle Nazioni unite. Si dà il caso che, in quella stessa data, qui negli Stati uniti, circa il 70 o 80 per cento della popolazione americana, si fosse espresso allo stesso modo: spettava alle Nazioni unite e non agli Stati uniti gestire le fasi della ricostruzione economica in Iraq e della transizione del paese verso un nuovo sistema politico.

Dove identifica la differenza per gli Stati uniti?

Negli Stati uniti, questi fatti e dati non li conosce nessuno, a meno che non venga effettuato un apposito progetto di ricerca. In secondo luogo, le posizioni chiaramente espresse dalla maggioranza della popolazione è quasi impossibile vengano alla luce, durante la campagna elettorale per le presidenziali.

E' interessante che questi dati siano opposti a quanto divulgato dai media e politologi sino ad oggi, in relazione al consenso della popolazione americana sul ruolo dell'Onu e non invece su quello unilaterale degli Stati uniti in Iraq. Quali altre tematiche nella sua ricerca presentano un consenso manipolato?

Il ruolo del Tribunale penale internazionale. La popolazione americana ritiene che gli Stati uniti dovrebbero essere obbligati a sottoscrivere le norme di diritto internazionale, come ogni altro paese. Ma nessuno dei due partiti, democratico e repubblicano, prende in considerazione questa volontà della popolazione. Lo stesso discorso vale per il dibattito nel mondo sull'importanza del Trattato di Kyoto. La grande maggioranza della popolazione ha detto che gli Stati uniti devono essere fra i firmatari del Trattato internazionale mentre nessuno dei due partiti ha intenzione di siglarlo. Per quanto riguarda la dottrina della cosiddetta guerra preventiva, vale a dire l'impiego della forza militare, appoggiata dall'establishment politico americano dei due partiti, trova l'opposizione della maggioranza della popolazione americana. E' ferma convinzione che l'impiego della forza militare sia giustificata, a livello internazionale, nei limiti indicati dallo statuto delle Nazioni unite: Cioè, soltanto nel caso in cui un paese membro venga attaccato militarmente o sia sotto minaccia di un attacco di aggressione.

Perché queste posizioni dell'opinione pubblica non hanno la possibilità di emergere?

Perché il tipo di consenso richiesto all'opinione pubblica americana dalle élite politiche non ha nulla a che fare con quel che l'opinione pubblica realmente pensa.

E così, questo consenso «inventato», presentato durante i tre ultimi dibattiti fra Bush e Kerry, è diventato una «realtà politica»?

Certamente. In politica interna, il tema dell'assistenza sanitaria e medica sta a cuore a tutta la popolazione americana. 43 milioni di americani non hanno alcuna assistenza medica. L'80 per cento degli americani ritiene che il governo dovrebbe assicurare l'assistenza sanitaria a tutti, anche se ciò comportasse un aumento delle tasse. Nessuno dei due partiti li ascolta. La partecipazione al processo decisionale per la formazione di un governo viene limitata a quell'atto simbolico in cui l'elettore, ogni quattro anni, viene chiamato a spingere quella leva del seggio. E soprattutto, in questa elezione l'elettore viene chiamato a scegliere le qualità della persona. E' una strategia di propaganda politica, ogni volta con innovazioni tecniche; la partecipazione dell'intera industria delle relazioni pubbliche viene coinvolta per evidenziare più una espressione facciale che una tematica di programmazione politica che corrisponda alla volontà della base popolare. Bush o Kerry? E' una macchina pubblicitaria che questa volta più di altre, consciamente o inconsciamente, si affida alla pubblicizzazione di un Bush «forte che ci salverà» e di un Kerry «persona piacevole», non alla piattaforma programmatica di governo. Di conseguenza, questa volta probabilmente ci sarà una minore astensione dal voto. Ma nessuno dei due candidati, né Kerry né Bush, fa il tentativo di convincere la metà della popolazione americana che non vota (140 milioni), in prevalenza cittadini delle zone rurali, impiegati e operai.

Nella sua analisi, c'è una differenza fra i due candidati sul modo di uscire dall'Iraq?

In merito alla disastrosa politica americana in Iraq, non esiste una strategia per uscirne, se si analizzano le varie posizioni espresse durante i tre dibattiti presidenziali. Esiste certamente una forte critica di Kerry alla politica di Bush in Iraq, ma la critica è incardinata dentro margini molto limitati e circoscritti. Nessuno però sostiene che condurre una guerra di aggressione in Iraq da parte degli Usa sia sbagliato. La critica verte sul fatto che l'occupazione e l'invasione dell'Iraq non funzionano, oppure viene messo in risalto l'esorbitante costo in termini economici e politici. Ha forse sentito dire da qualche leader politico o governo - anche in Europa - che invadere un altro paese, come l'Iraq, costituisce il «crimine supremo» condannato dal Tribunale di Norimberga? Eppure, il testo precisa che l'aggressione militare costituisce la somma di tutti i crimini che possano essere commessi. Non fu questo il il crimine per cui è stata condannata la leadership nazista?

Ma esiste allarme mondiale per la degenerazione dell'invasione in Iraq. Preoccupa alcuni settori americani?

Alcuni settori della leadership industriale. Ma perché la situazione in Iraq urta contro i loro interessi.

Ciò non influirà sul ritiro dei contingenti Usa dall'Iraq, neppure se gli americani vi fossero costretti dal deteriorarsi dell'intero Medio Oriente?

Come possono farlo, gli Stati uniti? Mollare il controllo delle risorse energetiche del resto del mondo? E' questa un leva fondamentale per il controllo egemonico dell'intero pianeta.

Donald Rumsfeld ha accennato al ritiro Usa e poi ha ritrattato...

Immaginiamo che l'Iraq possa diventare un paese indipendente, parzialmente democratico: quale sarebbe poi la sua politica? Se diventasse interamente democratico, avrebbe una maggioranza sciita. Questo governo ristabilirebbe le relazioni con l'Iran. Cercherebbero di ristabilire la loro leadership nel mondo arabo. Questo vorrebbe dire un confronto col maggior nemico: Israele e l'occupazione militare. Ciò implicherebbe un riarmo militare con anche armi di distruzione di massa. Ciò potrebbe provocare una rivolta nell'area sciita dell'Arabia saudita. E' qui la maggior concentrazione di petrolio. Potrebbero gli Stati uniti permettere che tutto ciò avvenga? No. Allora come possono ritirarsi dall'Iraq? Gli americani già sapevano che l'invasione dell'Iraq avrebbe aumentato il terrorismo. Era tutto previsto. Per la leadership americana non ha importanza. Nel mondo arabo, le leadership sono mantenuta al potere dalla leadership Usa.


La legge marziale in Iraq cambia la missione italiana.
09/11/2004 di Toni Fontana (unita.it)
www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=39014
Il provvedimento permette da ieri arresti arbitrari e sequestri di beni e proprietà.

            La guerra riesplode nell’Iraq da ieri in stato di assedio e con essa riemergono le contraddizioni e le ambiguità che, fin dal 2003, accompagnano la missione italiana A Nassiriya. Da ieri nel paese vige la legge marziale che limita spostamenti, attività economiche, abolisce nei fatti i diritti e le libertà che, molto timidamente e spesso solo sulla carta, erano stati introdotti dopo la caduta del regime di Saddam. Il provvedimento permette da ieri arresti arbitrari e sequestri di beni e proprietà. Su questa drammatica svolta, che ha coinciso con l’inizio dell’attacco americano contro le roccaforti sunnite, il ministro della Difesa, Antonio Martino, intervenendo ieri all’inaugurazione dell’anno accademico al Casd (il centro alti studi delle forze armate) non ha speso neppure una parola preferendo invece esprimere entusiastici commenti sulla nuova fiammata della guerra («Falluja è uno snodo essenziale, siamo in dirittura d’arrivo). Non un accenno ai rischi e alla nuova situazione nella quale si trova ad operare il contingente italiano. Di queste preoccupazioni si fanno interpreti alcuni parlamentari Ds (primo firmatario Minniti, Ruzzante, Pisa, Pinotti, Angioni, De Brasi, Lumia, Luongo, Rotundo) che hanno presentato un’interrogazione a risposta immediata alla commissione Difesa per conoscere la posizione che il Ministro Martino ha evitato di prendere ieri. I parlamentari, dopo aver ricordato le misure che accompagnano la proclamazione dello stato d’assedio in Iraq, sottolineano che, con questa iniziativa, «si da vita ad un quadro giuridico che mette le forze militari presenti sul territorio iracheno in condizioni di operare al di sopra e al di fuori di qualunque elemento minimo di rispetto dei diritti umani ed il governo provvisorio in grado di controllare, anche con la forza, l’intera fase che precederà le elezioni». I firmatari dell’interrogazione chiedono «come sia compatibile lo stato di emergenza con il rispetto della risoluzione approvata dalle Nazioni Unite e con il diritto internazionale» e poi ancora «quali conseguenze comportano l’entrata in vigore delle misure eccezionali varate dal governo ad interim sulle attività del nostro contingente e sulle regole d’ingaggio cui è sottoposto». Da questo discende la richiesta rivolta al titolare della Difesa affinché spieghi «quali misure intende adottare di fronte ad una situazione che sempre più evidenzia l’incompatibilità tra i compiti assegnati dal Parlamento al contingente italiano e la realtà in cui si trova ad operare». Commentando l’iniziativa presa alla commissione Difesa, il capogruppo Ds, Marco Minniti ha tra l’altro osservato che «con l’introduzione della legge marziale, c’è un elemento di sostanziale novità nel quadro dell’impegno italiano in Iraq e cambia anche il dibattito che finora si è svolto in Parlamento sugli obiettivi della missione». Di queste preoccupazioni sulla missione italiana in Iraq non vi è appunto traccia nelle parole pronunciate ieri da Martino in occasione della cerimonia al Casd. Nel giorno dell’offensiva americana contro Falluja (che Annan ha cercato di evitare) il ministro Martino ha invece nuovamente attaccato l’Onu. Intervenendo alla cerimonia di apertura dell’anno accademico 2004-2005 del Centro Alti studi per la Difesa, il ministro ha tra l’altro detto che «l’Italia attribuisce all’Onu una fondamentale importanza» ma tuttavia «pare azzardato considerare il consiglio di sicurezza alla stregua del tribunale supremo dell’umanità». Questa considerazione è stata espressa mentre il governo ed in special modo la Farnesina (per la quale Martino era stato indicato tra i papabili in alternativa a Fini) stanno rivendicando a gran voce un posto per l’Italia nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Secondo il titolare della Difesa tuttavia neppure «dopo la riforma» le Nazioni Unite potranno assumere un peso diverso nel mondo perché «condannate a rimanere una conferenza permanente sulle cose del mondo». Anche sulle prospettive della missione in Iraq Martino è rimasto ieri sul vago ripetendo quanto aveva già detto in precedenti occasioni: «Non siamo in Iraq per rimanervi - ha osservato il titolare della Difesa - nè a lungo nè per sempre. Ci siamo andati per aiutare quel paese a rialzarsi, non per occuparlo. Con un governo iracheno legittimo ed autorevole, dotato di sufficienti capacità militari e di polizia, valuteremo i tempi ed i modi del nostro sganciamento».

 

il manifesto - 09 Novembre 2004

IRAQ
Ordigni tricolore
MANLIO DINUCCI


            «La bomba Jdam da 500 libbre è perfetta per la guerra urbana in corso in Iraq»: lo assicura il cap. Dave Dunaway, responsabile del programma Jdam della marina Usa. Si tratta di una bomba «stupida», a caduta inerziale, la quale diventa «intelligente» grazie a un kit fabbricato dalla Boeing: una nuova sezione di coda, che la guida attraverso il sistema satellitare di posizionamento globale (Gps), abbinato al sistema di navigazione inerziale (Ins). Il primo test dal vivo della bomba Jdam è avvenuto nel 1999, quando ne sono state sganciate 700 sulla Jugoslavia. Soddisfatto, il Pentagono ne ha ordinato un primo lotto di circa 30mila, che ha usato in Afghanistan e Iraq. Nel frattempo la Boeing, per migliorare le prestazioni delle bombe Jdam, si è fatta aiutare dalla joint-venture italo-inglese Alenia Marconi Systems. Questa ha sviluppato una nuova sezione di coda, denominata Diamond Back dalla forma a diamante che assume dopo che la bomba è sganciata. Il nuovo sistema di guida permette all'aereo di sganciare le bombe, simultaneamente contro più obiettivi, non più da 18 ma da 65 km di distanza.

            L'invenzione della bomba Jdam-Er (Jdam a raggio d'azione esteso) ha fruttato alla Alenia Marconi Systems un ottimo contratto con la Boeing. Esso stabilisce che «l'Alenia commercializza le Jdam in gran parte dell'Europa e del Medio Oriente » (Boeing News Release, 18 luglio 2001). Il primo cliente estero delle Jdam è stato Israele, che ha acquistato kit di modifica per bombe da 900 kg, di cui sono armati i suoi F-16.

            Il mercato è promettente: le Jdam hanno infatti il marchio di qualità «combat-proven», «provate in combattimento». Oltre che sugli aerei Usa e israeliani, informa sempre la Boeing, «sono state installate anche su aerei italiani». In Iraq, le bombe Jdam vengono usate dai 70 caccia della portaerei John F. Kennedy che, informa un comunicato ufficiale, «è arrivata il 10 luglio nel teatro bellico, col suo gruppo di battaglia, per sostenere la Forza multinazionale che combatte contro gli insorti anti-iracheni, assicurando stabilità al governo sovrano dell'Iraq».

            L'Italia ha dunque di che essere fiera: non solo è in Iraq con proprie truppe, ma le bombe ad alto potenziale che gli aerei Usa stanno sganciando sugli abitanti di Falluja, quelle di cui il cap. Dunaway loda «l'affidabilità e l'accuratezza», sono frutto dell'italico ingegno.


Il presidente spopola tra coloro che credono "nei valori morali"
Ha aumentato i consensi tra ispanici, ebrei e cattolici

Donne, cristiani e nuovi elettori
Ecco chi ha votato per Bush


ROMA - Ha accresciuto i suoi consensi nell'elettorato ispanico, in quello urbano, tra gli ebrei, i cattolici e le donne. Ha perso il New Hampshire - che aveva vinto nel 2000 - ma è quasi certo che gli sarà assegnato il New Mexico, che quattro anni fa votò democratico. E
anche se i dati definitivi non sono ancora disponibili quel che è certo è che George W. Bush ha superato John Kerry di oltre 3 milioni e mezzo di voti. Nel 2000
ne aveva ottenuto circa mezzo milione in meno del democratico Al Gore. Si tratta di un dato che cambia la geografia politica dell'elettorato statunitense e la Cnn ha fornito le prime indicazioni sui flussi, indicazioni fornite dagli exit poll.

Quei dieci milioni di elettori americani in più, che hanno fatto parlare di un netto aumento di affluenza alle urne, non hanno votato tutti o quasi tutti per John Kerry, come avevano previsto gli esperti e i sondaggisti. Non solo. Le proiezioni dicono che Bush ha prevalso in Arizona, Colorado, Texas, Nevada e Florida. Sono Stati che Bush si era già aggiudicato nel 2000 ma dove la popolazione intanto è cresciuta. Quest'anno disponevano di 9 "grandi elettori" in più.

E ancora, il presidente ha conquistato una quota dell'elettorato femminile ben più alta rispetto a quella di quattro anni fa: circa il 47%, che significano quattro punti percentuali in più. In crescita anche i voti raccolti da Bush tra gli elettori urbani, il 43% (+8%), tra i cattolici con un più 4% e tra gli ebrei (+5%).

George W.Bush ha ottenuto il 21% dei voti in più tra i cristiani praticanti (che vanno a messa almeno una volta alla settimana) e gli exit poll segnalano che c'è un 22 per cento degli elettori che ritiene i "valori morali" più importanti di temi come l'economia, il terrorismo o la guerra in Iraq. Ebbene, in questo gruppo il 79% ha votato per Bush e solo il 18% per Kerry.

Altissima anche la percentuale di voto per il presidente tra il 19% degli elettori che mettono la lotta al terrorismo in cima alla lista delle loro preoccupazioni.
Più in generale, i sostenitori di Bush hanno un'opinione positiva sulla situazione economica del Paese e sull'andamento della guerra in Iraq, mentre quelli più pessimisti su entrambi i temi hanno votato a grande maggioranza per Kerry. Due dati, in parte contraddittori: il 57% degli elettori afferma che il presidente Bush è più attento alle esigenze delle grandi aziende che dei cittadini comuni, ma circa il 54% giudica che Kerry dica "ciò che la gente vuole sentirsi dire" e non quello che realmente pensa.

Quale che sia il risultato dello scrutinio in Ohio, Iowa e New Messico queste elezioni mostrano che la maggioranza degli statunitensi appoggia la politica del presidente. Una vittoria confermata anche dal risultato per le elezioni di Camera e Senato, dove i repubblicani hanno rafforzato la morsa. Tuttavia, nel secondo mandato
alla Casa Bianca, Bush si troverà a dover affrontare un 51% di elettori americani che si dicono "arrabbiati" o "scontenti" con la politica della sua amministrazione.

( 3 novembre 2004 )

 

il manifesto - 10 Novembre 2004

UN SITO PER CHIEDERE SCUSA


È stato preso d'assalto un sito Internet attraverso il quale è possibile agli americani che hanno votato contro Bush chiedere scusa al resto del mondo per la rielezione del presidente più antipatico al resto del mondo. Migliaia di americani hanno lasciato sul sito www.sorryeverybody.com (cioè scusa a tutti) pensieri, fotografie e messaggi. «Uno dei 55 milioni di americani che ha votato contro Bush chiede scusa per i 59 milioni di idioti che hanno votato per lui» recita uno dei messaggi, quasi tutti mostrati dagli stessi autori immortalati in fotografie pubblicate sul sito. Moltissime le richieste di scuse che arrivano dal Texas, dove Bush ha, naturalmente, stravinto.

2004, FUGA DAGLI USA


Nelle ore e nei giorni successivi alla rielezione del presidente Usa, George W. Bush, molti americani hanno preso in considerazione l'ipotesi di trasferirsi altrove, con una particolare predilezione per i Paesi del Commonwealth dove si parla inglese. Secondo quanto riporta il quotidiano inglese Daily Telegraph, sono 10.300 gli americani che nel giorno della rielezione di Bush si sono collegati al sito Internet del servizio immigrazione di Wellington, quattro volte rispetto all'afflusso normale. neozelandese. Un gran numero degli interessati proviene da San Francisco e Los Angeles, dove la percentuale di elettori democratici è particolarmente alta. Tra gli altri, anche Robert Redford ha espresso il desiderio di trasferirisi in Gran Bretagna. Molti scelgono il più vicino Canada: il giorno dopo le elezioni, il sito Internet del servizio immigrazione canadese ha registrato un record di visitatori, 179.000 in 24 ore, il 64% dei quali era americano. Con iranonia, il sito canadese www.marryanamerican.ca (Sposa un americano) chiede ai visitatori di salvare con un matrimonio in Canada «un americano progressista da altri quattro anni sotto George W. Bush».

 

il manifesto - 10 Novembre 2004

il manifesto - 13 Novembre 2004

il manifesto - 17 Novembre 2004

La lunga marcia a destra di dio
Egemonia E' stata, fin dagli anni `60, l'obiettivo di un padronato che crede nella lotta di classe e la pratica finanziando la destra
Fondazioni Sono il cuore pulsante che sostiene le sette religiose e tutte le campagne contro i diritti civili e sociali

MARCO D'ERAMO, INVIATO A NEW YORK

            Da banda di bigotti ultrareazionari, la destra conservatrice è diventata egemonica, nel senso gramsciano, nella società americana. Il segnale più chiaro di questa vera e propria controrivoluzione è la contrizione in cui sono piombati i leader del partito democratico per non essere stati abbastanza religiosi, abbastanza «all'ascolto dell'anima profonda dell'America» nella campagna elettorale. E poiché gli Stati uniti sono egemonici sul resto del mondo, non mancherà molto prima che la sinistra italiana si strappi i capelli per non aver fatto abbastanza pellegrinaggi al santuario di Padre Pio e per non aver regalato abbastanza detrazioni fiscali ai miliardari. Ancora nel 1964 le idee ultrareazionarie professate oggi da George W. Bush furono massicciamente sconfessate dall'elettorato americano quando a brandirle era Barry Goldwater, sconfitto da Lyndon Johnson col 61% dei voti. Come è successo che in 40 anni quello che appariva all'opinione pubblica Usa un insopportabile estremismo reazionario sia diventato senso comune della maggioranza dei votanti, se non dei cittadini? Nel 1964 scriveva John Kenneth Galbraith che «quasi tutti si definiscono liberal». Quaranta anni dopo la parola liberal è diventata addirittura un'ingiuria e si dice che John Kerry ha perso perché troppo liberal. Oggi la discussione non è tra «più stato» o «meno stato», ma fra «meno stato» e «niente stato». Sta diventando senso comune che la sanità debba essere privatizzata, che le pensioni siano private e che privata sia la scuola. Ora, questa «rivoluzione conservatrice» (così fu chiamata quella che maturò nella repubblica di Weimar negli anni `20 del '900) non è avvenuta per caso, ma è stata concepita a tavolino, come una strategia bellica decisa dallo stato maggiore.

            Nel 1970 il giudice della Corte suprema Lewis Powell scrisse alla Camera nazionale di Commercio un memorandum profetico, in cui sosteneva che a causa della guerra del Vietnam i migliori studenti statunitensi stavano diventando anticapitalisti e che bisognava fare qualcosa per contrare questa tendenza. Powell proponeva che i ricchi conservatori finanziassero, dentro e fuori le università, istituti in cui intellettuali potessero scrivere libri da una prospettiva conservatrice. Il suo appello fu raccolto da un pugno di famiglie ricchissime e di fondazioni che decisero di finanziare a lungo termine la promozione, a livello di élite e di massa, di una cultura e di un pensiero ultraliberista e tradizionalista. A differenza delle grande famiglie capitalistiche italiane che finanziano squadre di calcio come Juventus e Milan, negli Usa in 30 anni un nucleo di capitalisti ha sborsato miliardi di dollari per, direbbe Antonio Gramsci, «conquistare l'egemonia».

            Sono otto le famiglie che hanno plasmato l'odierna cultura politica americana: la famiglia Bradley, quella Mellon Scaife, gli Smith Richardson, i Coors, gli Olin, i McKenna, gli Earhart e i Koch.

            La più ricca delle fondazioni (nel 2001 disponeva di 584 milioni di dollari) è la Lynde e Harry Bradley (i due fratelli fondatori dell'omonima compagnia di componentistica elettrica industriale), fondata nel 1943, ma divenuta potentissima solo nel 1985 perché i Bradley vi versarono buona parte dei proventi ricavati dalla vendita dell'azienda di famiglia alla Rockwell. Seconda in ordine di ricchezza viene la fondazione della famiglia Smith Richardson (494 milioni di dollari) quella del Vix Vaporub. Segue la famiglia Mellon Scaife le cui quattro fondazioni (Scaife Family, Sarah Scaife, Carthage, e Allegheny) ammontavano nel 2001 a 478,4 milioni di dollari: i Mellon sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell'Alcoa (alluminio), potenti nell'uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è «nientemeno che l'arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore». Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gringrich (che negli anni `90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gringrich stesso definisce Scaife come una delle persone «che hanno davvero creato il moderno conservatorismo».

            Dal 1873 la famiglia Coors produce in Colorado quella che secondo l'attore Paul Newman è «la migliore birra americana» (sia consentito dissentire), ma dalle sue casse scorre anche un fiume di denaro che da 30 anni irriga l'estrema destra: la Fondazione Aldolf Coors fu fondata nel 1975 e nel 1993 fu affiancata dalla fondazione Castle Rock (una marca della Coors, assets per 50 milioni di dollari). Ecco come suonava il necrologio di Joe Coors: «Fu la sua fede in principi conservatori di stato limitato e di libertà economica che lo portò, a partire dagli anni `60, a sostenere un politico californiano di nome Ronald Reagan. Per tutti gli anni `70 Reagan visitò spesso la casa di Joe, finendo per discutere per lo più in cucina (kitchen). Quando Reagan fu eletto, Joe divenne membro del suo Kitchen Cabinet. Il suo contributo più importante fu nell'area della difesa strategica missilistica (le cosiddette 'guerre stellari', ndr). Come Reagan, Joe Coors conosceva da tempo il fisico nucleare Edward Teller che sottolineava la vulnerabilità americana in caso di attacco nucleare. Quando Reagan entrò alla casa bianca, Joe fece parte di un piccolo gruppo riunito da Teller che si chiamava High Frontier (alta frontiera)».

            Altra grande fondazione è la John M. Olin, dal nome dell'industria di famiglia, che è cresciuta moltissimo nelgi ultimi 20 anni e ora ha risorse per 71 milioni di dollari. Il direttore esecutivo della Olin Foundation, James Piereson ha detto: «Noi abbiamo investito al vertice della società, nei think tanks di Washington e nelle migliori università per avere il massimo impatto possibile perché questi sono i posti più influenti». La famiglia Olin cerca di dissuadere gli altri capitalisti americani dal finanziare le università liberal, perché così «finanziano la propria distruzione». «Perché il padronato dovrebbe finanziare intellettuali di sinistra e istituzioni che sposano proprio le cause contrarie a quelle in cui crediamo?»

            I fratelli Dave e Charles Koch sono altre due stelle di prima grandezza nel firmamento reazionario: possiedono le Industrie Koch, un'azienda petrolifera, di gas naturale e di gestione del territorio che è la seconda più grande compagnia americana a proprietà familiare. A differenza delle altre fondazioni che finanziano un largo arco di iniziative su una varietà di temi, le tre fondazioni della famiglia (Charles G. Koch, David H. Koch and Claude R. Lambe Charitable Foundations, assets per 68 milioni di dollari) si concentrano esclusivamente sulla promozione del libero mercato. «Il mio scopo principale, disse David Koch, è minimizzare il ruolo dello stato e massimizzare il ruolo dell'economia privata e della libertà personale».

            Ma oltre a queste grandi famiglie ci sono numerosi altri mecenati delle cause reazionarie, come la fondazione J. M (25 milioni di dollari), il Rockwell International Corporation Trust e il Ford Motor. E altri industriali e banchieri hanno contribuito alle cause della destra religiosa: per esempio la famiglia DeVos, cofondatori del circuito di distribuzione Amway (che fattura più di 5 miliardi di dollari l'anno), regalò nel 1994 2,5 milioni di dollari ai repubblicani per costruire uno studio televisivo per produrre un programma di partito, e in genere finanzia tutta una serie di fondazioni e istituti dell'estrema destra: la Free Congress Foundation, la Federalist Society for Law and Public Policy Studies, il National Legal Center, e il Council for National Policy.

            In Michigan, Tom Monaghan, fondatore e amministratore delegato della Domino's Pizza ha versato lauti contributi a gruppi antiabortisti come Operation Rescue e il Committee to End State-Funded Abortions in Michigan. Nel 1987 creò la Domino's Foundatio per finanziare organizzazioni cattoliche di estrema. Monaghan è anche fondatore di Legatus, un gruppo di dirigenti d'impresa cattolici.

            A Washington, la stampa ha definito Robert Krieble come «il nonno che dà le caramelle alla destra». I seminari che organizza sono trasmessi in tutto il paese via satellite e gli oratori includono Paul Weyrich, presidente della Free Congress Association, Tanya Metaska, lobbista per l'associazione dei costruttori di armi, la National Rifle Association e R. Marc Nuttle, vicepresidente per le questioni politiche della National Federation of Independent Business, Inc., che nel 188 fu manager di campagna elettorale per l'ultraconservatore Pat Robertson.

            Il ritratto che ne emerge è quello di un padronato che crede fermamente nella lotta di classe e che ha una forte coscienza di classe. Solo negli anni `90 queste fondazioni hanno profuso più di un miliardo di dollari nella macchina da guerra ideologica dell'estrema destra e dei conservatori cristiani: come si sa le vie del signore sono infinite. Il modo in cui è stata spesa questa montagna di denaro è il tema della prossima puntata di quest'inchiesta, ma per capire il modo di procedere delle fondazioni ecco, come assaggio, un esempio minuscolo della Bradley: tra le altre iniziative finanziate, la fondazione ha lanciato una casa edistrice conservatrice, Encounter Books, diretta da Peter Collier e ha finanziato cosiddetti «esperti in razzismo», in realtà fomentatori di idee razziste come Dinesh D'Souza (autore di The End of Racism) e Charles Murray che in The Bell Curve sostiene che l'intelligenza dipende dalla razza e che quindi i neri sono meno intelligenti dei bianchi. In Losing Ground Murray argomenta la necessità di abolire tutti i programmi sociali. Murray scriveva questi libri lavorando nel centro di ricerca conservatore Manhattan Institute a cui la fondazione Bradley versò in quegli anni più di un milione di dollari. A Murray andarono dal 1986 al 1989 90.000 dollari l'anno della Bradley. Ma la posizione di Losing Ground era così estrema che perfino il Manhattan Institute gli chiese di dimettersi. La fondazione Bradley però appoggiò Murray e gli aumentò la borsa di studio a 163.000 dollari. Tutti i dettagli, per quanto piccoli vengono considerati nevralgici per le fondazioni conservatrici: quando il giudice nero di estrema destra Clarence Thomas fu candidato dai repubblicani a entrare nella Corte suprema e Anita Hill lo accusò di molestie sessuali, la fondazione Bradley finanziò con 11.850 dollari David Brook perché scrivesse un libro, The Real Anita Hill: The Untold Story in cui screditava la versione della donna. Anche così si conquista l'egemonia.

I serbatoi d'odio fanno il pieno

Milioni di dollari per finanziare le fondazioni che hanno costruito la supremazia reazionaria negli Usa: la lunga marcia americana alla destra di dio. Seconda puntata
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK


Nel 1964 il 62% degli americani riteneva che lo stato facesse le cose giuste. Trenta anni dopo, nel 1994, questa percentuale si era ridotta al 19%. Ormai è diventato senso comune (e non solo negli Stati uniti) che «pubblico» è sinonimo di inefficienza e che solo «privato» è efficiente, che lo stato costituisce il problema, non la soluzione, che il contratto sociale è lettera morta e che il libero mercato è la risposta a tutto. Questo gigantesco ripensamento collettivo dimostra lo straordinario successo che ha avuto la macchina da guerra repubblicana, che nel giro di 30 anni è riuscita a divenire dominante nel mercato delle idee politiche grazie a ingenti capitali, un'abile confezione della merce (messaggi chiari e semplici), una martellante campagna pubblicitaria e una capillare rete di vendita. Il venture capital iniziale è stato fornito da grandi famiglie miliardarie, seppure di provincia (vedi la prima puntata di quest'inchiesta, pubblicata il 5 novembre): Lynde e Harry Bradley di Milwaukee (Wisconsin), Richard Mellon Scaife di Pittsburgh, gli Smith Richardson in North Carolina, Joseph Coors a Denver (Colorado), i fratelli David e Charles Koch a Wichita (Kansas). Insieme ad altri capitalisti, dai primi anni `70 queste famiglie hanno infuso circa 3 miliardi di dollari nell'apparato educativo e mass-mediatico americano, hanno finanziato borse di studio, corsi universitari, inviti a professori stranieri, libri, giornali, settimanali, canali televisivi, stazioni radio, film. Per esempio, da queste fondazioni nel 2001 la George Mason University ha ricevuto 7 milioni di dollari, Harvard 6 milioni, Yale 4, Stanford 3, l'University of Chicago 5 milioni, l'Intercollegiate Studies Institute 5,8 (una parte delle cifre che compaiono in quest'inchiesta provengono da un curioso studio compiuto da un consulente democratico, Robert Stein, che nel 2004 ha mostrato in giro negli Stati uniti una serie di 52 diapositive che descrivono la «macchina da guerra della propaganda repubblicana»: Stein le diapositive se le tiene strette e non ha risposto a una richiesta d'intervista, ma alcune sono state pubblicate a settembre in un lungo articolo dedicato di Harper's, e altre sue cifre erano state riprese ad agosto dal Magazine domenicale del New York Times).

Nel 1971 la Camera di Commercio degli Stati uniti aveva fatto circolare il manifesto Confidential Memorandum: Attack on the American Free Enterprise System in cui l'avvocato, e in seguito giudice della Corte suprema, Lewis Powell scriveva: «La sopravvivenza di quel che chiamiamo il sistema della libera impresa sta nell'organizzazione, nella pianificazione e messa in pratica a lungo termine, nella coerenza di azione per un numero indefinito di anni, in una dimensione finanziaria conseguibile solo attraverso uno sforzo comune, e nel potere politico conseguibile solo attraverso un'azione unitaria e organizzazioni nazionali».

Erano passati solo due anni e Joseph Coors iniziava a mettere in pratica la dottrina Powell: nel 1973 infatti con soli 250.000 dollari finanziò il varo della Heritage Foundation, alla cui testa pose Paul Weyrich. Negli anni successivi le risorse della Heritage Foundation ammontarono a 900.000 dollari, grazie a una donazione di Richard Mellon Scaife, tanto che nel 1981 l'Heritage consegnò a Reagan il suo Mandate for Leadership noto come dottrina Reagan. e poi il suo bilancio è continuato a crescere ininterrottamente: 1,7 milioni di dollari nel 1981, 14,6 milioni di dollari nel 1988, 33 milioni di dollari nel 2001. Tra i finanziatori della Heritage figurano la fondazione Bradley, tre fondazioni Scaife, la fondazione Castle Rock (Coors), la fondazione Charles Koch, la fondazione Philip McKenna, la John Olin, la JM, la Claude Lambe Charitable. Negli anni `80 Heritage fu finanziata anche dalla Corea (su pressione della Cia) e sostenne con forza presso i servizi Usa la causa della guerriglia contra (antisandinista) in Nicaragua e di Jonas Savimbi in Angola.

Sempre negli anni `70 l'American Enterprise Institute (Aei, fondato nel 1943) veniva rivitalizzato da una donazione di 6 milioni di dollari del Howard Pew Freedom Trust (della compagnia petrolifera Sun Oil fondata dalla famiglia Pew): ed è interessante notare che nel 1986 le fondazioni Olin e Smith Richardson ritirarono il loro appoggio perché a loro avviso l'Aei era diventato troppo centrista e troppo poco conservatore. Il suo direttore si dovette dimettere, l'Aei virò a destra e il rubinetto di denaro fu riaperto.

Tra il 1985 e il 2001 l'Aei ha ricevuto 29,6 milioni di dollari immaginate da quali fondazioni? Da: le quattro fondazioni Scaife, la Castle Rock, la Earhart, la John Olin, Lynde e Harry Bradley, Smith Richardson. I doni della Coors non sono inclusi. Altro denaro è venuto all'Aei da Amoca, Kraft Foundation, Procter & Gamble Found. Nel 2001 il bilancio dell'Aei è stato di 25 milioni di dollari.

Nel 1977 la famiglia Koch dette 500.000 dollari al Cato Istitute, di tendenza libertaria, cioè totalmente antistatalista. Nel 2001 il suo bilancio è stato di 17,6 milioni di dollari e tra il 1985 e il 2001 ha ricevuto 15,6 milioni di dollari immaginate da chi? Da Castle Rock Foundation, Charles Koch, Earhart, JM, John Olin, Lynde and Bradley, Claude Lambe e da tre fondazioni Scaife. Oggi però la maggior parte dei suoi fondi viene dalla grande finanza (American Express, Chase Manhattan Bank, Chemical Bank, Citicorp/Citibank, Commonwealth Fund, Prudential Securities e Salomon Brothers), corporations dell'energia (Chevron Companies, Exxon Company, Shell Oil Company, Tenneco Gas, American Petroleum Institute, Amoco Foundation e Atlantic Richfield Foundation) e farmaceutiche (tra cui Eli Lilly & Company, Merck & Company and Pfizer, Inc.). Ha fatto parte del consiglio di amministrazione del Cato Institute Rupert Murdoch, il magnate televisivo (in Italia possiede Sky tv) il cui Fox New Channel è il più aggressivo e fazioso mass medium della destra.

Istituti come Heritage Foundation e Cato Institute si chiamano negli Usa think-tanks, «serbatoi di pensiero», sono cioè centri che producono ricerche mirate a dimostrare che è indispensabile privatizzare la Social Security, che il sistema sanitario canadese (qui invidiato da tutti) è un disastro, che mangiare cibi geneticamente modificati fa bene alla salute, che i neri sono più stupidi dei bianchi, che il sussidio disoccupazione è un incitamento alla pigrizia e dunque un fattore d'impoverimento (tutti esempi veri), che la scuola pubblica è un fattore d'ignoranza....

Attraverso i think-tank sono stati finanziati alcuni dei libri che hanno più influenzato il riposizionamento della cultura americana: Free to Choose di Milton Friedman («Liberi di scegliere», finanziato dalle fondazioni Scaife e Olin), The Naked Puglic Square di Richard John Neuhaus («La denudata piazza pubblica», finanziato da Bradley e Olin Foundations, Lilly Endowment), The Dream and the Nightmare di Myron Magnet («Il sogno e l'incubo», Scaife), Losing Ground di Charles Murray («Arretrando», Bradley, Olin e Smith Richardson), The Clash of Civilizations di Samuel Hungtington («Scontro di civiltà», Bradley e Smith Richardson), Illiberal Education di Dinesh D'Souza («Istruzione illiberale», Olin), Politics, Markets & American Schools si John E. Chubb e Terry M. Moe («Politica, mercati e scuole americane», Olin), The Tragedy of American Compassion si Marvin Olasky («La tragedia della solidarietà americana», Bradley).

Attraverso libri, studi, rapporti, questi centri producono perciò pezze d'appoggio alle campagne politiche e ideologiche della destra, forniscono argomenti «scientifici» di cui si servono i parlamentari quando devono introdurre un emendamento. Più che ricerca scientifica, questi centri sono classici esempi di «pesudoscienza», di affermazioni incontrollate bardate degli orpelli della serietà, tabelle, grafici, note, bibliografie. A colpi di tabulati questi «serbatoi» immagazzinano rancore, astio verso ogni idea di uguaglianza. Sono serbatoi sì, ma di odio, non di pensiero. E la loro influenza cresce di anno in anno.

Ricercatori e dirigenti dei think-tanks vengono chiamati in televisione come esperti, intervistati dai giornali. E infatti l'influenza di questi centri studi è misurata nel numero di citazioni che i loro studi e i loro rapporti ricevono da parte dei maggiori giornali, delle radio nazionali e delle tv, citazioni contate dal Think Tank Monitor nel suo sito web. Nel corso degli anni le citazioni sono diventate sempre più numerose: nel 1997 erano 14.600, nel 2001 25.823, nel 2003 29.490: più che raddoppiate in sei anni. La percentuale delle citazioni ottenute dai think-tank progressisti è scesa dal 16 al 12% (cioè è aumentata in assoluto, ma di poco), quelle dei think-tank conservatori sono passate dal 54% al 47%, diminuite di poco in percentuale ma quasi raddoppiate in assoluto. Ma questa ricerca inserisce molti centri studi di destra nella categoria «di centro» e quindi è viziata e tende a diminuire il peso dei conservatori. Comunque, nel 2003 la sola Heritage Foundation è stata citata 3.141 volte dai media, con un aumento del 33% rispetto all'anno prima (2.356 citazioni). L'American Enterprise Institute ha avuto un aumento del 42% delle citazioni e Hoover Institute del 45%. Il rapporto annuo di Heritage sul 2002 sottolinea che in quell'anno sono comparsi in tv nazionali più suoi esperti che in tutti gli anni `90: sono apparsi in più di 600 programmi di tv nazionali e internazionali, in più di 1.000 trasmissioni radiofoniche e in circa 8.000 articoli di giornali e magazine.

La crescita dell'influenza reazionaria è dovuta anche al fatto che la sua cassa di risonanza - cioè il sistema dei mass-media - si è anch'essa spostata a destra: il messaggio conservatore viene diffuso, ad esempio, dai siti web AnnCoulter.com e Townnhall.com, dai quotidiani Washington Times e Wall Street Journal (la cui pagina di editoriali e commenti segue da decenni una linea di estrema destra, slegata dal resto del giornale), dalla casa editrice Eagle Publishing, dalla Radio America e dalle trasmissioni radio The Cal Thomas Commentary e The Rush Limbaugh Show, dal canale tv Fox News Channel, dal Pat Robertson's 700 Club (Robertson era stato uno dei promotori della «maggioranza morale» che nel 1980 aveva portato a Reagan l'appoggio dei conservatori cristiani), e da programmi tv come MSNBC Scarborough Country od Oliver North War Stories (Oliver North è il colonnello messo sotto accusa per lo scandalo Iran-Contras).

Si delinea così una rete di sinergie tra fondazioni, think-tanks, media, parlamentari, lobbies industriali in cui ogni componente accresce il peso dell'altro. Ma il capolavoro conseguito da questa macchina da guerra conservatrice è stato quello di portare i cristiani conservatori, gli integralisti protestanti a fare fronte comune con il gran capitale: è il tema della prossima puntata.

In nome del padre, del figlio e del conto corrente
Nell'America di Bush alla radio e in tv s'alternano un predicatore dopo l'altro. Ma ormai i cristiani conservatori mandano direttamente in parlamento i loro rappresentanti, grazie alle ricche famiglie bigotte. Dinastie che sostengono anche i think tank reazionari
La lunga marcia alla destra di dio/3 Secondo i sondaggi Gallup, il 48% degli americani crede nel creazionismo e il 28% nell'evoluzione. Il 68% è convinto che il diavolo esista davvero

MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK


Sulla parete del vagone della metropolitana spicca la scritta: «Se vuoi nutrire la tua anima, il nostro è un grande menù». Con un colpo di genio questa pubblicità di una setta religiosa associa le due più profonde passioni della società americana: da un lato un'inesauribile bulimia collettiva che va in crisi d'astinenza se non ha qualcosa da masticare, deglutire, ingerire sul marciapiede, in ascensore, in auto, a letto, al cinema, e dall'altro un'intensissima vocazione religiosa che risale alle fondazioni stesse di questa nazione, a quei Padri Pellegrini del Mayflower che qui erano sbarcati nel 1620 per poter esercitare in pace il proprio integralismo puritano. A un europeo pare più balzano che alla Casa bianca ci siano collettive sedute mattutine di preghiera. Perché a prima vista la religiosità Usa risulta invisibile. La cultura americana esportata nel mondo - film, serial televisivi e canzoni - è laica, consumista, edonista, con solo qualche sfondamento nel soprannaturale (X-files). D'altronde, per la strada, la fede è altrettanto discreta: a differenza dell'Europa letteralmente infestata da chiese monumentali, qui gli edifici più imponenti sono grattacieli di grandi corporations, centri finanziari (World Trade Center), e non cattedrali o duomi.

Ma la percezione cambia quando lo zapping fa inciampare in un telepredicatore dopo l'altro. E nelle lunghe ore di guida che scandiscono la giornata statunitense, è quasi impossibile non ascoltare prediche radio. Secondo i sondaggi Gallup, il 48% degli americani crede nel creazionismo (cioè che la Bibbia dica la verità in senso letterale e che la terra è stata creata solo 6.000 anni fa) e solo il 28% nell'evoluzione (gli altri non sono sicuri o pendono per il creazionismo). E a credere nel diavolo è il 68%, cioè più del doppio di quanti credono nell'evoluzione: quando George W. Bush dice (come già Ronald Reagan), di non essere ancora convinto dall'evoluzione, rispecchia un'opinione diffusa negli Usa e non solo l'eccentricità di una banda di sciroccati.

Sempre secondo Gallup, il 42% degli americani si definisce evangelico, cioè cristiano intento a evangelizzare gli altri, o born again, «rinato», ha cioè conosciuto una rinascita interiore attraverso l'esperienza diretta di dio: già quest'espressione, «rinato», così comune negli Usa, e così bizzarra in Europa, mostra l'abisso culturale che separa le due rive dell'Atlantico (ma negli Usa pare stravagante l'importanza data alle stigmate di un Padre Pio). Va detto infine che questi sondaggi vanno presi con le molle, non fosse altro perché il padrone di Gallup, George Gallup jr. è lui stesso un evangelico che considera il proprio lavoro «una sorta di ministero».

La fede in prima pagina

Non sono percentuali nuove, quel che è invece inedita è l'ostentazione pubblica della propria fede: la copertina del magazine del New York Times di domenica 31 ottobre era dedicata alla fede esercitata sul luogo di lavoro, al banchiere evangelico che prega con il cliente che gli va a chiedere un mutuo, alle associazioni di imprenditori che si riuniscono per esercizi spirituali. Un fenomeno che fa venire un brivido perché sa tanto di Taliban Spa. Sono ormai migliaia le imprese in cui si prega in fabbrica o in ufficio, in cui - secondo l'espressione dell'American Chamber of Christian in Business - «Gesù siede nel consiglio di amministrazione».

La pubblicità della propria devozione contrasta con quel che era considerato un caposaldo della separazione tra Stato e Chiesa: che l'esperienza religiosa fosse un fatto interiore e privato.

L'invasione della sfera pubblica da parte di molteplici, reciprocamente intolleranti, interpellazioni del divino ha assunto molte forme. La più importante, e densa di conseguenze, è la militanza politica dei cristiani conservatori.

Il fondamentalismo protestante ha sempre inciso sulla vita politica americana, ma per vie traverse (negli anni '20 del `900 fu decisivo nell'imporre agli Stati uniti il proibizionismo alcolico) e senza schierarsi in blocco. Vi fu anche un integralismo cristiano di sinistra che appoggiò il New Deal. Ma la mobilitazione politica dei cristiani conservatori è avvenuta in due tappe, come reazione la prima al «pericolo comunista», la seconda ai movimenti degli anni `60.

Il padre del moderno integralismo conservatore è Billy Graham che alla fine degli anni `40 lanciò le sue «crociate» in varie città degli Stati uniti, divenendo famoso grazie all'enorme battage che ne fecero i giornali del magnate Randolph Hearst. La sua Evangelical Foreign Missions Association fu un efficace strumento di guerra fredda. Graham fondò il maggior periodico evangelico, Christianity Today, le Urban Missionary Conferences, e fu poi uno dei più intimi confidenti del presidente Richard Nixon.

Nel 1953 un'altra organizzazione, assai più discreta e riservata, nota come «la Famiglia», iniziava - attraverso la sua Fellowship Foundation - la tradizione dell'annuale National Prayer Breakfast, sponsorizzato dal Congresso, diventato un'istituzione nazionale, con 3.000 ospiti da tutto il mondo (al prezzo di 425 dollari a persona), e a cui ogni presidente ha partecipato almeno una volta nel suo mandato. Ma la Fellowship, di cui fanno parte almeno otto senatori e sei deputati, nel corso della guerra fredda ha fatto ben altro. Negli anni `80 ha organizzato incontri a Washington tra il governo Usa e l'ex generale salvadoregno Carlo Eugenio Vides Casanova, invitato nel 1984 a un Prayer Breakfast e condannato nel giugno di quest'anno da un tribunale della Florida per la tortura di migliaia di cittadini negli anni `80. In quell'occasione fu invitato anche il generale honduregno Gustavo Alvarez Martinez, collegato alla Cia e a squadroni della morte, che più tardi divenne un missionario evangelico prima di essere assassinato nel 1989.

Nasce la John Birch Society

Se la «Famiglia» rappresenta in qualche modo l'equivalente protestante dell'Opus Dei e di una teocrazia finanziaria, nel 1959 nasceva la John Birch Society (dal nome di un pastore fondamentalista ucciso in Cina nel 1945), finanziata da Fred Koch (della famiglia di petrolieri del Kansas) e da Harry Bradley (della famiglia dei Bradley che danno il nome all'autoblindo militare più famosa nel mondo), due famiglie che con le loro fondazioni sono state decisive nell'instaurare un'egemonia conservatrice sulla società Usa (vedi le due puntate precedenti di quest'inchiesta). Bradley e Koch si rivelano così fin dall'inizio famiglie bigotte (come lo è d'altronde la dinastia Coors della birra, altra grande finanziatrice della cultura di destra) e la storia dei loro finanziamenti agli estremismi religiosi s'intreccia con quella dei loro doni ai centri studi reazionari. La John Birch Society fu fin dall'inizio un covo di fanatici antisemiti, razzisti e paranoici anticomunisti, tanto che accusò il presidente Dwight D. Eisenhower e il capo della Cia Allen Dulles di essere delle spie comuniste infiltrate e ha sostenuto per decenni che John Rockfeller era membro della misteriosa setta massonica degli Illuminati. La John Birch conobbe il suo massimo splendore nel 1964, con la candidatura repubblicana di Barry Goldwater alle presidenziali: la sua sconfitta segnò anche il declino di quest'organizzazione sempre più screditata dalle sue paranoie.

Ma è dalle sue file che uscirono negli anni `70 molti leader della rivoluzione cristiana conservatrice che iniziò negli anni `70, prese il potere con Reagan negli anni `80 e oggi passa all'incasso con il rieletto presidente Bush: un tipico esempio è l'intervento sul Los Angeles Times riprodotto qui accanto. È dalla John Birch che esce Tim LaHaye la cui serie di romanzi Left Behind ha venduto più di 50 milioni di copie (non a caso in questi romanzi l'Anticristo è un signore che somiglia a Robert Redford ed è Segretario generale dell'Onu).

Il primo fattore che contribuì alla nascita di questo movimento fu la rapidità con cui riuscì a impadronirsi del medium televisivo. Nel 1960 Pat Robertson fondò il Christian Broadcasting Network (Cbn) che oggi è visto in più di 200 paesi e in 70 lingue. La sua trasmissione, il 700 Club, è visto da un milione di persone. Robertson ha fondato anche l'International Family Entertainment Inc., un canale via satellite con 63 milioni di abbonati, venduto nel 1997 a Fox Kid Worldwide per 1,9 milioni di dollari. Robertson ha lanciato anche la Regent University, l'Operation Blessing International Relief and Development Corporation e l'American Center for Law and Justice.

Un altro telepredicatore, il pastore battista Jerry Falwell, fondò nel 1979 e guidò fino al 1987 la Moral Majority, movimento antiabortista, antigay, antifemminista, creazionista, contrario ai negoziati Salt con l'Urss, favorevole alla censura sui media, decisivo nel portare a Reagan alla Casa bianca nel 1980. Nel 1989 la Moral Majority si dissolse e confluì nella Christian Coalition di Robertson.

Il cambio di rotta

La fine della guerra fredda e l'11 settembre hanno fatto cambiare rotta ai conservatori cristiani. Sempre antisemiti sono, ma se prima il loro antisemitismo era diretto contro gli ebrei, ora si manifesta contro gli arabi. Per Robertson l'Islam è una religione che vuole distruggere le altre; per l'ex presidente della Southern Baptist Convention, Jerry Vines, Maometto era un «pedofilo posseduto dal demonio» e per Franklin Graham (figlio ed erede di Billy), «l'Islam è una religione malvagia e perversa». Nel gennaio 2001 Franklin Graham aveva tenuto l'orazione introduttiva all'insediamento di Bush alla Casa bianca.

Ma la vera novità è che ormai i cristiani conservatori mandano direttamente in parlamento i loro rappresentanti, sempre grazie all'aiuto delle ricche famiglie bigotte: fu sempre il cruciale appoggio dei Koch che nel 1996 fece diventare senatore Sam Brownback secondo cui la causa della povertà è spirituale e non «meccanica», e che appena arrivato in Campidoglio cominciò subito a denunciare il gangsta rap, a inveire contro la ricerca sulle cellule staminali e a proporre che il senato Usa creasse una commissione per indagare sul «declino culturale americano».

C'è da chiedersi perché i grandi capitalisti abbiano una passione sviscerata per i fondamentalisti (gli Usa si sentono a loro agio più con Begin che con Rabin, più con l'integralista Zia Ulaq che con i laici Gandhi). Una ragione è che il libero mercato è una vera e propria fede, con i suoi missionari, i suoi apostoli. Nel libero mercato e nella mano invisibile ci si crede, come si crede nella trinità o nella doppia natura umana e divina di Gesù. È sul terreno della fede che i grandi centri studi «laici», i think-tank conservatori di Washington si connettono con i mistici invasati pentacostali. Come dice un membro del conservatore Istituto Ludwig von Mises: «Noi commerciamo in assoluti».

(3-fine)




il manifesto - 10 Novembre 2004

Guerra infinita
TOMMASO DI FRANCESCO


            Altro che Bush dal volto nuovo dopo la schiacciante vittoria elettorale. Perfino la «colomba» Colin Powell ci fa sapere che «il presidente continuerà con la sua politica estera aggressiva». Riparte la guerra preventiva dunque. L'attacco a Falluja è il primo atto del «secondo mandato». Divino. Prima hanno pregato, hanno sentito messa, si sono confortati perché «lì c'è Satana». Poi hanno scatenato l'inferno di fuoco su un centro urbano dove, nonostante due terzi della popolazione sia fuggita, restano almeno centomila persone. I raid aerei sono stati senza sosta per sei mesi, ma da due giorni a Falluja non c'è minuto che non sia rotto dallo schianto dei missili che piovono tra le case dal cielo e, ora, anche con i cannoni da terra. I carri armati sono entrati da 48 ore e sventrano palazzi, ospedali, cliniche. Gli assedianti hanno «modernamente» tagliato acqua e luce. Si combatte porta a porta: è il tiro al piccione. Sono 20mila i soldati americani all'assalto della città sunnita ribelle che resiste, duemila per l'intelligence Usa i rivoltosi asserragliati - ma la stessa intelligence teme che diecimila abitanti stiano in queste ore imbracciando le armi per difendere la loro città. C'è Zarqawi, l'uomo di Al Qaeda, laddentro hanno insistito i comandi Usa, e Zarqawi, come da protocollo, rivendica e incita alla Jihad. Ma ieri sera Zarqawi è «fuggito». In questi giorni le poche immagini che arrivavano tra le macerie della città sunnita mostravano donne che portavano bambini feriti e che maledicevano Bush indicando i corpicini insanguinati, al grido: «E' forse Zarqawi questo bambino?». Il consiglio degli ulema della città invita tutti i giornalisti del mondo ad andare a vedere che lì non c'è mai stato «nessun Zarqawi». Probabilmente è proprio così, nonostante l'Iraq sia diventato con la guerra davvero crocevia terrorista e nove mujaheddin arabi vengano mostrati dalle tv Usa come trofei «catturati in città» - ma il Pentagono in Afghanistan e in Bosnia ne portò a migliaia di mujaheddin. Quel che è in ballo con l'attacco a Falluja è la volontà di farla finita con il simbolo della resistenza all'occupazione militare, fin dall'aprile 2003 quando le autorità offrirono le chiavi della città alle truppe Usa, ma poi manifestanti che protestavano per il comportamento dei soldati americani, vennero falciati a decine dalle mitargliatrici dei «liberatori». Allora la musica cambiò: 4 contractors vennero letteralmente fatti a pezzi un anno dopo. Una città che contesta la legittimità del governo Allawi nominato dagli Usa. Non a caso Allawi è corso dagli avamposti di Falluja a rincuorare i suoi militari, chiedendo loro di «non fare prigionieri». Subito dopo aver decretato per tutto l'Iraq la legge marziale fino alle «elezioni di gennaio». Ora le truppe italiane in Iraq «non in guerra» e «umanitarie» secondo il nostro governo ma subalterne ai comandi alleati, applicheranno la legge marziale. Siamo «finalmente» in guerra e il servilismo di Allawi straccia il velo del servilismo di Berlusconi che, col ministro Martino, plaude all'«attacco necessario» su Falluja. La parola è alla armi, e gli assedi ai rivoltosi saranno «lunghi e difficili». Altro che «magnifiche sorti» della Conferenza internazionale e delle elezioni. Assediano Falluja e i ribelli attaccano Samarra, Ramadi, Baquba e Baghdad. Mentre i media ufficiali americani cercano di dare l'impressione di un'operazione condotta «fianco a fianco», marine e iracheni insieme, già si segnalano diserzioni nel «nuovo» esercito iracheno dopo l'appello degli ulema da Baghdad.

            Ha chiesto di non attaccare Falluja il solo Kofi Annnan, residuo di quella legittimità delle Nazioni unite che Bush ha stracciato con la sua guerra illegale, bugiarda quanto distruttiva. Nessun altro. Le altre potenze regionali - Francia e Cina - si dicono timidamente «preoccupate». La «potenza mondiale» dei pacifisti infatti non occupa più le piazze. Quella volontà non solo è stata disattesa, è stata sconfitta dalla volontà di guerra del presidente americano supervotato dai cittadini dell'impero. Ma quella guerra non è diventata più legittima e meno crudele perché gli americani in maggioranza hanno votato per Bush. In più, stavolta, per l'attacco sferrato contro le città sunnite ribelli, c'è la novità che è proprio «dio che lo vuole», se è vero il peso di confraternite e sette religiose cattoliche nei risultati elettorali americani.

            C'è da chiedersi che rimarrà delle ragioni sconfitte della pace, e quanta di quella partecipazione e solidarietà per i disastri causati dal terrorismo rischi invece ora di tramutarsi in legittima quanto pericolosa indifferenza verso le sorti di un'America colpita da un nuovo 11 settembre. E c'è da interrogarsi sulla sorte di un popolo - quello iracheno, ma il pensiero va ai palestinesi mentre muore Arafat - massacrato e ridotto alle ragioni dei vincitori. Che conquistano con la violenza non la sicurezza di cui hanno bisogno, ma la condizione di guerra civile endemica per sé e per tutto il mondo. Una voragine s'allarga dalla ferita aperta a Falluja.

Messaggio in un forum: "Produzione e arricchimento di uranio
non sono più solo appannaggio dei crociati tiranni del mondo"
Al Qaeda, annuncio sul web
"Abbiamo bombe nucleari"

ROMA - "Informiamo la nazione islamica che la produzione e l'arricchimento di uranio per quanto concerne la fabbricazione di bombe nucleari non sono più appannaggio solo dei crociati tiranni del mondo. I nostri tentativi di creare piccole bombe con grande potenza distruttiva sono riusciti". L'inquietante annuncio è contenuto in un comunicato firmato da Al Qaeda apparso su Internet in un nuovo forum islamico. Il documento, che porta la data di due giorni fa, è indirizzato in particolare al popolo americano.

Il sito contenente la nuova minaccia attribuita ad Al Qaeda è stato trovato dall'agenzia Adnkronos International. L'annuncio sulla bomba atomica è corredato da altre informazioni su Al Qaeda che dovrebbero servire a corroborarne la credibilità.

"Sappiate che noi di Al Qaeda", si legge ancora nel documento, "risponderemo con un'azione dolorosa al vostro rifiuto nei confronti del consiglio che vi è stato offerto dallo sceicco Osama Bin Laden attraverso il suo ultimo discorso nel quale vi ha chiesto di non eleggere lo sciocco Bush alle ultime elezioni. Vi diciamo allora che questo rifiuto vi costerà la collera divina. E Allah vi renderà il primo obiettivo che sarà colpito nel cuore dell'America".

Il messaggio è pubblicato su un nuovo forum islamico dal titolo: "Forum jihadista della fossa dei leoni", e si apre con il versetto 60 della sura Al-Anfal del Corano. Il comunicato si conclude con una nota nella quale si avvisa che le modalità scelte per diffondere questo documento sono anomale e del tutto eccezionali.

(11 novembre 2004 )

 

LE MONDE diplomatique - Settembre 2004

La guerra dei mille anni


«Barbarie» e «civiltà», «miscredenti» e «credenti», George W. Bush e Osama bin Laden vorrebbero far credere che il mondo è diviso in due, tra «loro» e «noi». Con il pretesto della guerra contro il terrorismo, l'Occidente sembra pronto a impegnarsi in un conflitto planetario. Eppure, sebbene al Qaeda sia un pericolo reale (si veda alle pagine 10 e 11), non costituisce certo una «minaccia strategica», politico-militare della stessa natura del comunismo. La visione di uno «scontro di civiltà» serve a mobilitare le opinioni contro l'Altro, a giustificare il disordine stabilito; essa permette di legittimare le disuguaglianze e le ingiustizie in forza di un pericolo multiforme. Già alla fine del 19mo secolo, il terrorismo anarchico era servito da spettro ai dominanti per tentare di sedare le rivolte operaie (pagine 12 e 13). Dai tempi di Herbert George Wells - e anche prima - rifiutando questi schemi o rendendoli paradossali, certe opere di fiction permettono di comprendere meglio il mondo in cui viviamo e aiutano a rifiutare la logica di una guerra dei mille anni.

Alain Gresh


            L'Iraq brucia. Le conseguenze dell'arroganza della grande potenza Usa e della sua ignoranza di quanto riguarda quel territorio sono ormai sotto gli occhi di tutti: Falluja somiglia ben poco a una città del Texas, e meno ancora a Marsiglia o Tolone nel 1944, al momento della liberazione. Ma a un livello più profondo, questo smacco è la conseguenza diretta del concetto di «guerra contro il terrorismo» lanciato dal presidente George W. Bush l'indomani dell'11 settembre 2001.
Nel quadro di quel ragionamento, ciascuno degli incidenti iracheni sembra rientrare in un ordine logico: gli attacchi nel «triangolo sunnita» non possono provenire che dai nostalgici del regime di Saddam Hussein, o da terroristi internazionali legati ad al Qaeda; la resistenza di Moqtada al Sadr può essere solo il risultato dell'influenza iraniana, cioè di uno stato appartenente all'Asse del male; e qualunque azione armata è solo un'altra prova del fatto che «quelli» odiano i valori occidentali. Come ha ingenuamente spiegato un caporale americano in Iraq: «Dobbiamo uccidere i cattivi (1)» Ma il guaio è che più cattivi uccidono, e più ne spuntano da ogni casa distrutta dalle bombe, da ogni villaggio colpito da sistematici rastrellamenti.
Il dramma iracheno si può però interpretare anche in maniera diversa e molto più semplice. Contenti di vedere la fine di una dittatura particolarmente odiosa e quella delle sanzioni che per tredici anni avevano dissanguato il paese, gli iracheni aspiravano semplicemente a vivere meglio, liberi e indipendenti. Ma nessuna delle promesse della ricostruzione è stata mantenuta: l'insicurezza permane, continuano le frequenti interruzioni della corrente elettrica, e la miseria si estende. Le truppe americane hanno lasciato che i ministeri andassero a fuoco e l'esercito si dissolvesse, dando così l'ultimo colpo d'ariete a uno stato già indebolito dalle molteplici forme di embargo, secondo un modello già applicato nel 1945... in Giappone. D'altra parte, gli iracheni non vogliono vivere sotto il giogo di una potenza occupante sospettata di perseguire solo i propri interessi petroliferi e strategici.
La colonizzazione ha ormai fatto il suo tempo. In Iraq, la rivolta degli anni 1920 contro l'occupante britannico, celebrata da decenni, si è impressa nella memoria di tutti in maniera non meno indelebile della Resistenza o della Liberazione in Francia. Quest'aspirazione all'indipendenza, gli iracheni la condividono con gli altri popoli, e per spiegarla non c'è alcun bisogno di sondare la loro «psicologia» o la loro «anima», né di sottoporre il Corano e l'islam a complesse esegesi; e neppure di vedere in questo paese una postazione avanzata della crociata contro il «terrorismo internazionale». Il comportamento degli iracheni è del tutto razionale, e la sola soluzione è un rapido ritiro delle truppe americane per restituire al paese la sua piena sovranità.
A fronte degli eventi nelle varie regioni del mondo, le scelte strategiche e diplomatiche di una grande potenza sono determinate dal modo in cui li intendono i suoi dirigenti: quali vantaggi potremo ricavarne?
Cosa faranno i nostri nemici? Chi sono i nostri alleati? Per vari decenni, la «guerra fredda» è servita da paradigma per spiegare gli sviluppi planetari. A ogni cambiamento sopravvenuto in qualche lontano paese, gli strateghi dei due schieramenti, e con loro i ricercatori e i giornalisti, si chiedevano: è un vantaggio per l'Urss? È un bene per gli Stati uniti?
Le conseguenze di questa visione in bianco e nero sono emerse chiaramente in occasione di due conflitti degli anni 1970-1980, in Nicaragua e in Afghanistan. Nel luglio 1979, dopo una lunga lotta armata, i sandinisti prendono il potere a Managua, ponendo fine alla dittatura della famiglia Somoza. E lanciano un programma di ardite riforme sociali, in particolare in campo agricolo, rispettando le libertà fondamentali e i partiti d'opposizione. Si apre così una possibilità per far uscire il paese dall'indigenza e dal sottosviluppo. Ma l'amministrazione statunitense non ci sente da quell'orecchio: per il governo Usa, questa sconfitta di uno dei suoi alleati equivale a un'avanzata del comunismo e dell'Urss nella sua «riserva di caccia» centroamericana.
La Cia arma gruppi di ex membri della guardia somozista. Dall'Honduras quei «combattenti per la libertà» scatenano una guerra a oltranza e non esitano a ricorrere al terrorismo contro il regime, mentre Washington tenta di mobilitare l'opinione pubblica e i suoi alleati contro il pericolo totalitario nell'America centrale. Al tempo stesso L'Avana e anche Mosca, seppure in misura minore, intensificano i loro aiuti ai sandinisti. Il Nicaragua è ormai preso nella trappola Est-Ovest. La pressione permanente degli Stati uniti e l'impoverimento del paese, colpito da sanzioni economiche, portano infine alla sconfitta dei sandinisti, battuti alle elezioni del 25 febbraio 1990. Da un giorno all'altro, Washington si disinteressa del Nicaragua e molla i suoi protetti. Il paese sprofonda nella miseria; ma non sarà mai «comunista».
Il caso dell'Afghanistan è ancora più emblematico. Nell'aprile 1978 il regime, benché alleato dell'Urss, è rovesciato da un colpo di stato comunista. In quel paese conservatore, il nuovo potere impone brutalmente riforme radicali, scontrandosi con una forte opposizione, soprattutto nelle campagne. Washington incomincia ad armare i mujaiddin.
Nel dicembre 1979. l'esercito sovietico invade l'Afghanistan e cambia la guida del paese, con un'operazione di tipo coloniale condannata dalla comunità internazionale. Ma gli Stati uniti e l'Occidente vogliono interpretarla come una prova della volontà egemonica dei sovietici, e una conferma della secolare aspirazione del Cremino a proiettarsi verso i «mari caldi», quelli del Golfo. Per la nuova amministrazione Reagan è un'occasione per «far sanguinare» l'Armata rossa, anche a costo di allearsi col diavolo. Con l'aiuto dei servizi segreti pakistani e sauditi, gli Usa decidono di armare i fondamentalisti più estremi, a tutto danno dell'opposizione moderata. E si oppongono a ogni tentativo di composizione politica e diplomatica sotto il patrocinio delle Nazioni unite, prolungando deliberatamente il conflitto (2). Il risultato è noto. I sovietici decidono di ritirarsi dall'Afghanistan.
Ma una volta riportata questa vittoria, gli Usa si disinteressano delle sorti del paese - e delle reti islamiste radicali che hanno contribuito a creare, con l'aiuto di un certo Osama bin Laden. Abbandonato, l'Afghanistan sprofonda in un primo tempo nella guerra civile, e nel 1996 cade nelle mani dei talibani.
Oggi si sa che la decisione sovietica di intervenire in Afghanistan, lungi dal corrispondere a un vasto piano di espansione, fu presa da una direzione politica divisa, preoccupata innanzitutto di evitare che un paese confinante, tradizionalmente alleato, cadesse nelle mani di islamisti estremisti. Ed è altrettanto noto che nonostante l'apparenza di una grande potenza militare, l'Urss non era affatto in condizioni di costituire una minaccia per il mondo, e meno ancora di dominarlo. Ma intanto, in Occidente lo spauracchio della minaccia sovietica veniva agitato incessantemente per mobilitare l'opinione pubblica. Nel 1983, due anni prima dell'avvento al potere di Mikhail Gorbaciov, Jean-François Revel preannunciava, con la sua consueta perspicacia, la prossima fine delle democrazie imbelli nella lotta contro «il più temibile dei suoi nemici esterni, il comunismo, variante attuale e modello compiuto del totalitarismo (3)»... Quel «modello compiuto» era oramai a pochi anni dalla sua fine.
Gli Usa in cerca di nemico Certo, la griglia di lettura Est-Ovest aveva una sua pertinenza.
Tanto gli Stati uniti quanto l'Urss difendevano i loro interessi di grandi potenze; ma la vita politica dei singoli paesi non poteva essere ridotta alle caselle del grande scacchiere su cui si affrontavano la Casa bianca e il Cremlino - la prima con il suo cinico sostegno alle dittature latinoamericane e all'Indonesia di Suharto, la seconda con i brutali interventi in Ungheria (1956) o in Cecoslovacchia (1968). Quella visione semplicistica ha portato a sottovalutare le realtà nazionali, che non si possono inquadrare tanto facilmente, e a sminuire le altre sfide con cui l'umanità deve confrontarsi: il deterioramento dell'ambiente, la povertà cronica, la diffusione di nuove malattie (in particolare l'aids) ecc. Il mondo è finalmente uscito dalla guerra fredda, gli Stati uniti hanno vinto, ma le sfide restano. E restano le cause dell'instabilità.
La fine dell'Unione sovietica ha lasciato orfani non solo i militari e i servizi di intelligence americani (e in senso più lato occidentali), privati di un nemico che giustificava la loro esistenza e i loro budget sconfinati, ma anche i vari centri di ricerca strategica che avevano teorizzato la gravità dei rischi della superiorità strategica di Mosca, o addirittura pronosticato un'invasione sovietica dell'Europa occidentale. Ma come sostituire l'«impero del male»?
All'inizio degli anni 1990, la teoria della «fine della storia», lanciata dall'universitario americano Francis Fukuyama, che proclama a gran voce la vittoria definitiva del liberismo occidentale, condannato ad espandersi nell'intero pianeta, riporta un puro e semplice successo di stima. Una frazione della destra conservatrice - quella stessa che si era opposta alla distensione nei confronti dell'Urss e a qualsiasi intesa con Mikhail Gorbaciov, e cercava ora «un nuovo nemico strategico» - annuncia che gli Stati uniti, seppure senza rivali, sarebbero oramai minacciati da forze oscure, più pericolose ancora del comunismo: il terrorismo, gli stati canaglia, le armi di distruzione di massa.
Parallelamente, pensatori e giornalisti sempre più numerosi diagnosticano la potenza crescente di un nuovo avversario, l'islam, che dispone a un tempo di un'«ideologia forte» e di una base potenziale di più di un miliardo di esseri umani.
Nel 1993, Samuel Huntington divulga la formula dello «scontro tra civiltà (4)» (leggere l'articolo in questa pagina). «La mia ipotesi - scrive il docente americano - è che nel mondo nuovo i conflitti non saranno originati essenzialmente dall'ideologia o dall'economia.
Le grandi cause di divisione dell'umanità e le fonti principali dei dissidi saranno culturali. Gli stati-nazione continueranno a giocare un ruolo primario negli affari internazionali, ma i principali conflitti politici mondiali metteranno a confronto nazioni e gruppi appartenenti a civiltà diverse. Lo scontro tra civiltà dominerà la politica mondiale».
Metafisica del termine «terrorismo» Tutto ciò rimaneva comunque nel campo della speculazione; nessuna di queste dottrine aveva riscosso il consenso delle élite. Si è dovuto attendere l'11 settembre per far attecchire l'idea che l'Occidente fosse di nuovo impegnato in una guerra mondiale, succeduta alla guerra fredda e alla seconda guerra mondiale. Traumatizzata dagli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono, l'opinione pubblica americana ha abbracciato il concetto di «guerra al terrorismo» - una guerra in cui «chi non è con noi è contro di noi». Ma chi è mai questo nuovo nemico che ha preso il posto del comunismo e del nazismo?
Il terrorismo non è un'ideologia, è semplicemente un metodo d'azione.
E si fa fatica a vedere cosa possano avere in comune con al Qaeda gli indipendentisti còrsi o quelli dell'Ira. Quanto ad al Qaeda, la lotta contro questa pericolosa organizzazione dovrebbe comportare la mobilitazione dei servizi di polizia, non di un apparato bellico (leggere, alle pagg. 10-11 l'articolo di Olivier Roy). E gli stati canaglia? Se è abusivo inserire allo stesso titolo nel cosiddetto Asse del male la Corea del Nord e l'Iran, è altrettanto difficile capire come si possano porre sullo stesso piano le minacce regionali di taluni stati e quelle a suo tempo attribuite all'Unione sovietica.
Eppure, quello che si delinea ogni giorno di più attraverso i bersagli designati e le compagne ideologiche è uno scontro tra civiltà - tra Islam e Occidente. Ad eccezione della Corea del Nord e di Cuba, i paesi nel mirino degli Stati uniti - Iraq, Iran, Siria, Sudan - sono tutti musulmani. Un partito preso, confermato dall'aiuto incondizionato di Washington al governo di Ariel Sharon. La «civiltà» è in guerra contro la «barbarie», ha proclamato il presidente Bush. «Il mondo si è scisso in due campi, ribatte Osama bin Laden, uno sotto l'insegna della croce, come ha detto il capo dei miscredenti Bush, l'altro sotto l'insegna dell'Islam». Se questa teoria fosse vera, nessuna composizione sarebbe mai possibile, dato che «quelli» ci odiano; e non per le nostre azioni, ma perché respingono i nostri ideali di libertà e democrazia. È dunque inutile attribuire una priorità alla soluzione di questa o quella ingiustizia che colpisce il mondo musulmano. D'altra parte, questa concezione induce a una strategia di guerra, poiché porta a inquadrare ogni conflitto nella formula dello scontro tra civiltà, cioè in una guerra eterna e senza soluzione. Tutto, dalla lotta dei palestinesi all'attentato terroristico a Giava, alla resistenza in Iraq, a un incidente antisemita in un liceo parigino o una qualche sommossa in una banlieue, è percepito come elemento di un'offensiva generale dell'islamismo. Siamo impegnati su tutti i fronti, compreso quello interno, in una guerra mondiale.
Il generale William G. «Jerry» Boykin, veterano delle forze Delta (unità d'intervento anti-terrorismo dell'esercito americano) cristiano evangelico, nominato nel 2003 sottosegretario aggiunto alla difesa e preposto all'intelligence degli Stati uniti, ha dichiarato, in un discorso tenuto nell'Oregon, che i radicali islamici odiano gli Stati uniti «perché noi siamo una nazione cristiana, perché le nostre fondazioni e le nostre radici sono giudeo- cristiane. E il nemico è un tizio che si chiama Satana (5)». In un'altra occasione aveva proclamato: «Noi, l'armata di Dio, nella casa di Dio, nel regno di Dio, siamo stati allevati per questa missione»; e a proposito delle operazioni belliche in Somalia contro i signori della guerra musulmani: «Sapevo che il mio Dio era più grande del loro; sapevo che il mio era un Dio vero, e il loro un idolo (6)». Fatte queste rivelazioni, il generale ha lasciato cadere a fatica qualche parola di scusa, e ha conservato la sua carica; per cui ha avuto la possibilità di esercitare il suo talento «esportando» in Iraq il sistema carcerario istituito a Guantanamo, con i risultati ormai ben noti, grazie ai resoconti sulle torture (7). Almeno in un primo tempo, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha preso le sue difese, mentre Condoleezza Rice, consigliere nazionale alla Sicurezza, ha tenuto a precisare: «Questa non è una guerra tra religioni». Una dichiarazione che però lascia qualche dubbio in chi abbia letto le testimonianze delle vittime delle torture in Iraq, costrette ad abiurare alla loro religione o a mangiare carne di maiale (8).
Altre perplessità sorgono ascoltando numerosi media americani, e talora europei, che non tentano neppure di dissimulare l'islamofobia.
Ann Coulter, una delle più popolari commentatrici della destra americana, autrice di una serie di best-sellers, è regolarmente invitata dalle grandi reti d'informazione televisiva e radiofonica, da Good Morning America a The O'Reilly Factor. Secondo lei, entro dieci anni i musulmani avranno preso il potere in Francia. «Quando combattevamo il comunismo - spiega - ok, quelli avevano i massacratori di massa e i gulag, ma erano bianchi e sani di mente. Ora siamo in guerra contro veri selvaggi». E precisa poi: «Da vent'anni subiamo gli attacchi di musulmani selvaggi e fanatici. Non è stata al Qaeda a prendere i nostri ostaggi in Iran? Non era di al Qaeda la bomba alla discoteca a Berlino Ovest - che poi ha indotto Ronald Reagan a bombardare la Libia?» Ma la Libia non è islamista. «Usate pure quest'argomento, ma io continuo a vedere musulmani che ammazzano gente (9)». «Dovremmo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà; asseriva gioioso, il 26 settembre 2001, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. (...) un sistema di valori ha portato a tutti i paesi ove è stato adottato una vasta prosperità che garantisce il rispetto dei diritti umani e delle libertà religiose». Il presidente del Consiglio italiano ha poi sostenuto che in ragione della «superiorità dei valori occidentali», questi ultimi avrebbero «conquistato nuovi popoli», precisando che ciò «si è già verificato nel mondo comunista e in parte del mondo islamico, mentre purtroppo un'altra parte di quest'ultimo è rimasta indietro di 1400 anni (10)».
L'ossessione americana Nel suo libro L'Obsession anti-américaine, Jean- François Revel si rallegra del fatto che dopo l'11 settembre George W. Bush e vari dirigenti europei si siano recati in diverse moschee, appunto per evitare che negli Stati uniti gli arabo-americani divengano bersagli di «rappresaglie indegne»; poi però afferma: «Questo scrupolo democratico fa onore tanto agli americani quanto agli europei, ma non deve renderli ciechi all'odio anti-occidentale della maggioranza dei musulmani che vivono tra noi (11)». Lo ha scritto a tutte lettere: la «maggioranza dei musulmani». Non è dato sapere se il filosofo abbia anche proposto di espellerli...
Queste dichiarazioni incontrano un'eco nell'opinione pubblica. La guerra fredda, soprattutto negli anni 1980, non aveva più un grande potere di mobilitazione; era più che altro questione di stati maggiori.
Il comunismo aveva ormai perduto gran parte della sua forza d'attrazione, e lo spauracchio rosso aveva cessato di suscitare grandi cacce alle streghe. La guerra contro il terrorismo desta ben altre risonanze: una parte dell'opinione occidentale e musulmana è disposta a credere che gli attuali conflitti vadano interpretati come uno scontro di civiltà. La linea divisoria allora non passerebbe più tra deboli e potenti, diseredati e benestanti, poveri e ricchi, bensì tra «quelli» e «noialtri». Ogni paese occidentale rinuncerebbe al logoro concetto di «lotta di classe» per schierarsi dietro l'insegna della «lotta contro l'Altro», il diverso. Si aprirebbe così una guerra di mille anni, il cui risultato potrebbe essere solo quello di confortare il disordine costituito.



note:


(1) Citato in «GI's in Iraq are asking: Why are we here?», International Herald Tribune, 12 agosto 2004.

(2) Leggere Diego Cordovez, Selig S. Harrison, Out of Afghanistan.
The Inside Story of the Soviet Withdrawal, Oxford University Press, Oxford, 1995.

(3) Jean-François Revel, Comment les démocraties finissent, Grasset, 1983.

(4) Samuel Huntington, «The Clash of Civilizations», Foreign Affairs, vol. 72, n° 3, 1993.

(5) Los Angeles Times, 16 ottobre 2003.

(6) Ibidem.

(7) Leggere Sidney Blumenthal, «The religious warrior of Abu Ghraib», The Guardian, Londres, 20 maggio 2004.

(8) Leggere «New images amplify abuse at Iraq prison», Reuters, 21 maggio 2004.

(9) The Independent, Londra, 16 agosto 2004.

(10) Le Monde, 28 settembre 2001.

(11) Jean-François Revel, L'Obsession anti-américaine, Plon, 2002, p. 129.
(Traduzione di E.H.)

 

 

LE MONDE diplomatique - Ottobre 2004

Elezioni negli Stati Uniti
Il popolino di George W. Bush


Continua serrata la corsa dei due candidati alle elezioni del 2 novembre, nonostante il sanguinoso pantano iracheno e in presenza di indicatori economici e finanziari poco soddisfacenti. Per un paradosso, la popolarità di Bush è spesso più forte negli stati più poveri, anche se la politica del presidente nel corso del quadriennio è stata particolarmente favorevole ai ricchi. Perfino tradizionali punti di forza democratici e sindacali non sono insensibili ai discorsi repubblicani, in attesa dell'esito dei dibattiti alla televisione che invertiranno - forse - la tendenza.

Serge Halimi


Nei villaggi più sperduti della Virginia occidentale, sulle facciate di case più che modeste, grandi manifesti inneggiano a Bush e Cheney.
Eppure la gente che le abita non aspira certo a nuovi tagli delle imposte sulle plusvalenze. Molti anche i cartelli con la scritta «We support our troops» (Noi sosteniamo i nostri soldati). A Charleston, una libraia ci parla di suo fratello che ha scelto di votare repubblicano «per motivi religiosi». Eppure è un insegnante, e non ha un'assicurazione di malattia.
Nella Virginia occidentale la dominante è il carbone. Tra strada e fiume, tra monti e ferrovia ci si imbatte spesso nelle miniere, segnalate dai grandi montacarichi a cisterna. Qui non c'è il culto del libero scambio, ma neppure dell'ecologia. Gli ambientalisti sono visti come un pericolo per i pochi posti di lavoro industriali non ancora spazzati via dalle delocalizzazioni e dalla chiusura dei pozzi.
C'è poi la questione delle armi da fuoco, che favorisce i candidati più reazionari. Ai primi di novembre le scuole chiudono in occasione della riapertura della caccia al cervo; e fin dalle prime ore varie centinaia di animali sono abbattuti. «Ma che vuole... da queste parti i cervi sono numerosi come i piccioni».
Devozione e patria, carabina e carbone: questi i punti chiave per i due principali candidati alla Casa bianca, che dal gennaio scorso hanno già percorso la Virginia occidentale una mezza dozzina di volte e non mancheranno tornarci. Questo stato è ancora più povero del Mississippi e della Louisiana. Il 2 novembre prossimo designerà solo 5 (su 538) dei grandi elettori che a loro volta eleggeranno il futuro inquilino della Casa bianca. Ma l'incertezza sui risultati in questa regione degli Appalachi ha fatto della Virginia uno dei dieci stati più disputati del paese.
Dotato di una ricchissima storia sociale, lo stato della Virginia occidentale è un feudo del sindacato dei minatori. Qui, all'inizio del secolo scorso e per quasi un ventennio, «Mother Jones» è stata l'anima delle «dure lotte che contrapponevano gli schiavi dell'industria ai loro padroni» (1). In seguito la Virginia occidentale divenne un bastione del New Deal, che salvò dalla fame buon parte dei suoi abitanti più indigenti. Nel 1960 servì da rampa di lancio alla candidatura di John F. Kennedy alla Casa bianca. Vent'anni dopo, fu uno dei pochi stati (6 su 50) che dissero no a Ronald Reagan. Ma in questo bastione democratico (il governatore, quattro dei cinque parlamentari, il 70% degli eletti locali, due elettori iscritti su tre sono democratici) alle ultime elezioni presidenziali è accaduto l'impensabile: ha vinto il candidato repubblicano (2). La storia degli Usa sarebbe stata diversa se quel giorno la Virginia occidentale non avesse rotto con le sue tradizioni.
«Com'è possibile che chi lavora alle dipendenze di qualcun altro voti per il partito repubblicano, cioè contro i propri interessi?» si chiede incredulo Thomas Frank, autore di un inatteso bestseller nel quale cerca appunto di decifrare i motivi di una simile «insania» (3) Che si tratti o meno di alienazione mentale, ormai il partito di Bush controlla, anche grazie al sostegno dell'elettorato popolare, i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, nonché la maggioranza dei posti di governatore. Il senatore Kerry si fa consigliare da Clinton, ma farebbe bene a tener presente che il mix di liberismo economico e di pseudo-progressismo sociale dell'ex presidente ha mandato in minoranza il suo partito negli Stati uniti. Qualora lo dimenticasse, potrebbe rammentarglielo la sua campagna negli Appalachi. Di fatto, nessuna regione è più lontana dal clima della «borghesia bohème» di New York, Boston e San Francisco, o dalle professioni di fede degli uffici redazionali e dei salotti intellettuali.
Qui i due principali partiti rivaleggiano in devozione e protezionismo e si proclamano favorevoli alla caccia, al carbone e alla politica industriale, oltre che difensori delle «virtù» del buon tempo antico.
Assistere a un meeting del presidente Bush nella Virginia occidentale può essere un'esperienza rivelatrice, e spiegare almeno in parte il mistero di una popolarità che non sembra scalfita né dai disastri della guerra in Iraq, né dagli insuccessi sul fronte economico e sociale. Benché non abbia il carisma manipolatore di un Reagan o di un Clinton, l'uomo sa colpire nel segno. Anche perché il suo anti-intellettualismo, il suo culto dell'uomo qualunque vanno incontro alle attese e alle impazienze dei meno agiati tra i suoi sostenitori.
Alla fine d'agosto è stato accolto a Wheeling da una folla di diecimila persone accalcate in una sala elettrizzata. Dieci giorni dopo era a Huntington. In questa regione povera come poche altre, dovunque si percepisce la stessa atmosfera, e il discorso non cambia di una virgola.
«Sono qui a caccia di voti» A Wheeling, gli striscioni esibiti in prima fila proclamano: «Metallurgici per Bush» e «W come West Virginia». Con poche frasi calorose, un operaio detto Rick presenta «l'uomo che ha salvato l'acciaio, un uomo d'acciaio, il nostro presidente George W. Bush». Segue un lungo discorso, dettagliato, praticamente invariabile. Istruzione, protezione sociale, carbone, antiterrorismo, Iraq, acciaio. Non manca nulla.
C'è una frase, pronunciata per la centesima volta, che scatena un'ovazione più insistita: «Non abbandonerò mai ad altri paesi il compito di garantire la nostra sicurezza». Sicurezza militare, ma anche energetica.
In uno stato povero dove le industrie tradizionali e più a rischio hanno grande importanza, il presidente cammina sul velluto. La «comunità internazionale» qui non è vista di buon occhio, soprattutto quando è incarnata dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che pretende di vietare agli Stati uniti di proteggere la siderurgia degli Appalachi. Qui, come in altri stati che presentano un alto grado di incertezza (Ohio, Pennsylvania, Michigan) e sono quindi nel mirino degli strateghi elettorali, il liberismo commerciale non favorisce i leader democratici.
Chiaramente Bush è schierato, come il suo partito, per il libero scambio, e non ha «salvato l'acciaio»; ma fa almeno finta di preoccuparsene (4). Inoltre, come ha dimostrato con la guerra all'Iraq, l'unilateralismo non gli fa paura. Non invoca mai la globalizzazione per teorizzare la propria impotenza, anzi proclama che nel nuovo ordine mondiale (strategico e commerciale) sarà l'America a stabilire la maggior parte delle regole. Con Bush tutto è semplice e netto, mentre con Kerry ogni cosa è complicata e nessuno riesce a prevedere cosa farebbe, ad esempio, in Iraq. Dipende dai giorni e dai sondaggi. Ma c'è dell'altro.
Pur essendo un facoltoso patrizio, il presidente in carica non esibisce i suoi privilegi con l'ostentazione del suo ricchissimo concorrente (grande famiglia della East Coast, studi privati in Svizzera, matrimonio con una miliardaria, cinque residenze e un aereo privato per fare la spola dall'una all'altra, snow board d'inverno e wind surf d'estate, una bicicletta che da sola è costata 8.000 dollari ...). Nel caso di Bush il denaro si nota meno. Fiero del suo paese, persino arrogante, si mostra in compenso molto umile davanti ai suoi abitanti: «Grazie ai metallurgici che mi sostengono. Grazie a tutti... È bello essere di nuovo qui con voi. Grazie della vostra ospitalità. Sapete, non è la prima volta che vengo qui (applausi). Mi sono sempre trovato bene con voi (applausi). Perché qui la gente è ragionevole, onesta, laboriosa. È gente che come me ama l'America (applausi). Vengo a chiedervi di votare per me. E voglio farvi sapere che sono disposto ad andare a trovare le persone per dire loro: ho bisogno del vostro voto, è importante». E il pubblico scandisce: «Four more years!» (altri quattro anni!).
Alcuni giorni dopo, a Huntington, la sbandierata umiltà si apparenta a un tema che quattro anni prima aveva contribuito alla vittoria di Bush nella Virginia occidentale: «Sono qui perché amo la caccia e la pesca (applausi). So che alcuni di voi sono appassionati di caccia (applausi). Io non riesco mai ad andare a caccia quanto vorrei, ma sono qui a caccia di voti». Aborrita dagli intellettuali e dagli artisti, la potente lobby dei detentori di armi da fuoco sostiene i repubblicani, i quali in cambio le concedono tutto ciò che vuole.
E si tratta di un movimento di massa, attivo, popolare e molto vitale.
Bush spinge su quella leva: «Sapete, giorni fa è venuta fuori una delle differenze più notevoli tra me e il mio avversario, quando ha detto che si poteva trovare il cuore e l'anima dell'America a Hollywood (ululato della folla). Io invece credo che il cuore e l'anima dell'America vanno cercati qui, nella Virginia Occidentale (applausi)».
Certo, questo presidente non ha mai smesso di arricchire i ricchi, più scopertamente ancora dei suoi predecessori. Ma in compenso commette errori di sintassi e di vocabolario, è semplice, dedica una parte delle sue vacanze a disboscare il suo ranch calzando stivali da lavoro.
E queste cose contano, che lo si voglia o no. Durante la Convention repubblicana è stato proiettato un film di presentazione del candidato alla Casa bianca, tutto imperniato sull'11 settembre, che conteneva il seguente passaggio, letto dal narratore: «Ci sono aspetti nel carattere di George Bush che tutti conoscono. Ad esempio, la sua genuinità». Serve una prova? Lo vediamo in un ospedale militare, a colloquio con un soldato che ha perso una gamba in Iraq, mentre lo invita a venire a fare jogging alla Casa bianca con la sua protesi.
Tutti hanno cura di insistere sui «valori della famiglia», ma nel suo caso questo tema è personalizzato in toni affabili e mai minacciosi.
George W. Bush fa le lodi di «Laura», e questo gli consente di ricordare anche che un tempo c'era stata «Monica»: «In aereo, Zell (si tratta di Zell Miller, senatore democratico che sostiene l'attuale presidente) mi ha detto: peccato che non sia venuta anche Laura. E ha perfettamente ragione (risate). Dovete sapere che quando ho chiesto a Laura di sposarmi, lei mi ha risposto: d'accordo, ma devi promettermi che non mi chiederai mai di fare discorsi politici. Lei lavorava come bibliotecaria presso una scuola pubblica, e non si è mai occupata di politica. Ho accettato. Io le voglio molto bene (applausi). Forse per voi una delle migliori ragioni per rieleggermi è di avere Laura come first lady per altri quattro anni». Chiude la manifestazione un motivetto di country music che evoca l'eterna storia degli innamorati: «Non uso parole complicate, ma tutti capiscono cosa ho da dire. Il mio carattere è un po' ruvido, ma credo proprio di essere quello che fa per te»...
La bellezza naturale nasconde la povertà Un ex elettore democratico, oggi militante repubblicano, incontrato a Charleston, capitale della Virginia Occidentale, è emozionantissimo per aver assistito in un'altra città a una riunione dello stesso tipo. «Bush è un personaggio autentico: basta vedere le sue foto nel suo ranch del Texas, in jeans e capello da cow-boy. Ero a Beckley quando è venuto, due settimane fa. C'erano almeno 4.000 persone, tutte in adorazione per lui. Bisognava esserci per capirlo. Quella spontaneità non può essere artefatta, è impossibile fingerla. Ecco perché lo amano. Con lui hanno contatto, si sentono compresi - e anch'io penso che mi capisca».
Beckley è situata in un bacino carbonifero. L'inquinamento si sente.
Fu dopo aver scoperto, nelle zone rurali di questa regione diseredata, lontano dai sentieri battuti, la «povertà meglio vestita del mondo» che alla fine degli anni cinquanta Michael Harrington ebbe l'idea di scrivere L'altra America, in un periodo in cui tutti preferivano celebrare la «società dell'abbondanza», preludio alla fine del politico.
Il libro ebbe una vasta eco, tanto da contribuire al potenziamento dei programmi federale di lotta contro la miseria. Ma cosa rimane di tutto questo, quando il governatore democratico della Virginia Occidentale decide di ridurre del 25% gli stanziamenti per gli assegni sociali, passati dal 1° agosto scorso da 453 a 340 dollari al mese per una famiglia di tre persone? E quando i contributi ai matrimoni (100 dollari), sono semplicemente soppressi? Oltre tutto, nello stesso momento, approfittando del fatto che le casse dello stato erano piene, l'assemblea locale a maggioranza democratica ha concesso una sovvenzione di 750.000 dollari a un torneo di golf.
«La povertà è dissimulata dalla bellezza naturale e dai miti» scriveva Harrington. Il viaggiatore che attraversa gli Appalachi nella bella stagione ammira le montagne, i boschi, i fiumi, ma non vede i poveri. (5) Di fatto, bisogna lasciare l'autostrada e svoltare per vie più strette (ma molto ben tenute, grazie all'influenza di cui gode a Washington uno dei due senatori) per veder proliferare i mobile homes e numerose piccole chiese battiste molto dimesse. La popolazione (con i suoi 1.810.000 abitanti la Virginia è meno popolata di vent'anni fa) è tutta raccolta al centro di vallate scoscese. Nel villaggio di Mullens (1.800 abitanti) metà delle case e dei negozi sembrano abbandonati da tempo. L'apparizione di Bush a Beckley (mai visitata prima da un presidente degli Stati uniti) ha costituito un evento di cui ancora si parla: «La gente di qui - ci spiegano - era piena d'entusiasmo. Bush è a favore del carbone, vuole che si continui a estrarre il carbone della Virginia Occidentale e si proibiscano le importazioni».
Il giornale locale dedica la sua prima pagina al ritorno in licenza del soldato Adam T. Johnson detto «Lattie». Un articolo commenta: «Quando è entrato a far parte della guardia nazionale, al suo ultimo anno di liceo, Adam non si sognava di poter essere un giorno inviato in Iraq per difendere la libertà. "Pensavo che sarebbe stata questione di qualche week-end, e in cambio avrei potuto guadagnare abbastanza per iscrivermi all'università"». (6) La sua borsa di studio rischia di costargli più cara del previsto. Non lontano da lì, a Justice (500 abitanti), sopra la porta della Gwens Country Kitchen, un piccolo ristorante che serve piatti sostanziosi e una fetta di torta a un dollaro la porzione, un cartello con la scritta «Support our troops» capeggia accanto alla targa del pastore.
Per la cameriera, il voto democratico, tuttora maggioritario nella regione, è una stranezza ereditata dai genitori: «Quando la gente si è messa un'idea in testa, quello che fa il presidente non importa nulla. Per me, Bush ha lavorato bene, e mi piace soprattutto perché è contro all'aborto. E poi, Gore era per la difesa dell'ambiente, e questo lo ha danneggiato, in uno stato come il nostro. Era anche contro lo sfruttamento delle foreste. In ogni modo, se uno è contro le miniere di carbone non ce la potrà mai fare qui a Logan [il nome della contea]». Quella ragazza non aveva mai sentito parlare del film Matewan, ispirato a un sanguinoso sciopero che nel 1920 segnò la storia di questo stato. Eppure, è forse dall'epoca di quelle lotte che la gente si è «messa in testa» di non votare i candidati dei padroni. E Matewan dista appena una ventina di chilometri da Justice.
Con il loro pseudo-populismo e il perenne ricorso a temi legati all'identità culturale (religione, caccia, tradizioni), i repubblicani approfittano dei vuoti di memoria sociale. Kenny Perdue, tesoriere dell'Afl-Cio locale, rammenta con noi la forte tradizione di lotte di classe della Virginia Occidentale. I 12.000 minatori di oggi sono in maggioranza iscritti al sindacato, ed è alla sua azione che devono i loro salari, molto migliori di quelli, ad esempio, degli impiegati - o per dir meglio, degli «associati» - di Wal-Mart, divenuto il principale datore di lavoro dello stato. A loro la lotta ha dato i suoi frutti, e all'epoca è stata tanto più indispensabile in quanto si trovavano ad affrontare la guardia nazionale e gli scagnozzi di un padronato spesso più preoccupato di proteggere la vita dei muli che quella degli uomini (3.242 morti nelle miniere in un solo anno, il 1907, con un tasso di incidenti sul lavoro quadruplo rispetto alla Francia dello stesso periodo).
«Abbiamo una storia sociale formidabile. Cerchiamo di farla inserire nei programmi scolastici; ma è un'impresa difficilissima», deplora Kenny Perdue. I sindacati hanno redatto un libro di testo intitolato Labor History Class, pedagogico e al tempo stesso appassionante (con citazioni da lettere di minatori, vecchi ritagli di stampa e temi degli alunni). L'obiettivo si riassume in una frase. «Durante i miei dodici anni di scuola nella Virginia Occidentale - dice il narratore fittizio - un giornalista che ha curato gli aspetti di attualità sociale, non avevo mai sentito parlare delle grandi lotte della miniera».
Ma questo testo non è stato adottato dalle scuole, più propense a promuovere marche commerciali che la conoscenza delle lotte operaie e della storia popolare.
Un presidente decisionista La questione sociale e quella dell'ambiente sono legate tra loro.
Ma spesso i minatori si identificano con gli interessi del padronato, che ha fondato un'associazione per la difesa del carbone, «Friends of coal», e sponsorizza attività civiche e incontri sportivi sotto la leadership di un divo locale del football; e quindi non vedono di buon occhio gli ecologisti che cercano di difenderli dagli incidenti sul lavoro e dall'inquinamento dei fiumi e dell'acqua potabile. C'è chi pensa che far saltare con la dinamite le cime delle montagne e riversare i detriti e l'arsenico nelle valli e nei fiumi sia l'ultima possibilità di salvare posti di lavoro. La politica dell'amministrazione Bush ha favorito questo genere di tecniche d'estrazione («mountain top removal»), e più in generale, ha lasciato fare al padronato tutto ciò che voleva, compresa una maggiore elasticità in materia di tutela della salute (ogni anno qui la silicosi fa ancora varie centinaia di vittime tra i minatori).
Ma contro quest'argomento i repubblicani hanno una risposta bell'e pronta, che ci viene propinata con convinzione da Kris Warner, presidente esecutivo del partito nella Virginia Occidentale: «La regione Sud dello stato è molto accidentata. Il suo sviluppo sarebbe impensabile se non si aggredissero le cime delle montagne per estrarne il carbone.
Siamo già tartassati da processi che si prolungano all'infinito e dalle tasse. Bisogna pure che la gente lavori; altrimenti nella regione non resterà più nessuno! L'esistenza delle imprese è minacciata.
Se domani, ad esempio, Massey Energy lasciasse la Virginia Occidentale, sarebbe la fine di ogni speranza. Oltre tutto, i suoi dirigenti sono ottimi cittadini: non solo rispettano i regolamenti federali, ma costruiscono campi sportivi per i ragazzi e organizzano feste. Senza di loro la vita diverrebbe più difficile».
Si può intuire quanto sia dura la vita degli ecologisti in uno stato ove parte dell'elettorato popolare si schiera con i repubblicani per la loro politica ambientale... E certo non sono aiutati dai media.
I procedimenti giudiziari intentati contro i proprietari delle miniere per danni all'ambiente vengono regolarmente presentati come nuove minacce di disoccupazione. Ce ne fornisce un esempio Anna Sale, fresca di laurea all'università di Berkeley, che lavora al Sierra Club, un'organizzazione ecologista: «Nel giugno del 2004 i giudici hanno accolto la nostra tesi: è stata per noi una grande vittoria. I giornalisti della tv locale ci hanno contattati, e noi ovviamente eravamo ben lieti di poter esprimere la nostra soddisfazione. Ma ecco come hanno titolato il servizio: "La sentenza del tribunale comporterà la soppressione di centinaia di posti di lavoro: gli ecologisti cantano vittoria"».
Ma la causa ambientalista fa dei passi avanti perfino nella Virginia occidentale tanto che la stessa Anna Sale si lascia scappare che: «I minatori rappresentano ormai solo il 2% della popolazione attiva.
Bisognerebbe fare un raffronto tra il danno rappresentato dalla perdita di posti di lavoro in caso di chiusura delle miniere e quello della distruzione dei fiumi in conseguenza di quell'attività». Il Sierra Club invita a votare per Kerry - il quale però sta bene attento a non associare la sua immagine all'«estremismo ecologico» di cui Albert Gore fu rimproverato quattro anni fa. Robert Byrd, influente senatore democratico dello stato (che votò a suo tempo contro la ratifica del protocollo di Kyoto) non gli fa mancare i suoi consigli. «Gore e l'amministrazione Clinton hanno ecceduto su questa faccenda dell'ambiente, soprattutto per quanto riguarda il carbone. John Kerry è già venuto diverse volte nella Virginia Occidentale. Basterà che si spalmi un po' di carbone sul muso e sui capelli e andrà benissimo». Durante la Convention democratica di Boston, nel luglio 2004, il capo della delegazione della Virginia Occidentale era Nick Casey, uomo di sinistra, vicino ai sindacati. Buon conoscitore della storia sociale del suo stato, poco sensibile alle mode intellettuali e riservato in materia di globalizzazione, è contrario alla guerra in Iraq, come la stragrande maggioranza dei delegati di Boston. All'inizio il suo candidato preferito non era John Kerry, ma da buon soldato gli ha predetto una vittoria «60/40» nella Virginia Occidentale. Benché aborrisca il cinismo dell'attuale presidente, gli riconosce un talento politico. Diversamente da Michael Moore e da molti progressisti americani, si guarda bene dal dipingere George W. Bush come un imbecille manipolato dalla sua cerchia, o un predicatore illuminato che sconta l'Apocalisse per affrettare il regno del Signore in terra. «Bush è perfettamente a suo agio tra la gente. Sa come far passare il suo messaggio. Purtroppo i suoi modi da cowboy in America piacciono molto. Il suo registro è del tipo "se uno mi aggredisce gli rendo colpo su colpo". Manca di saggezza, ma è capace di prendere decisioni - anche se sono stupide.
Politicamente non è un avversario da prendere sottogamba».
Dopo l'11 settembre e lo spavento degli attentati ricordato incessantemente (anche attraverso i continui allarmi) la maggioranza degli americani è sensibile a un linguaggio del genere, e vuole un presidente decisionista.
Su questo terreno il contrasto non favorisce certo il senatore del Massachussetts. Senza alcun dubbio, la politica di Bush in Iraq non ha vie d'uscita - ormai lo ammettono persino alcuni repubblicani (7) - ma il modo in cui viene presentata ha una sua costanza e coerenza.
La faccenda delle bugie finalizzate a giustificare l'invasione è stata abilmente riformulata: il concetto è che quando un pugno di uomini armati di coltelli può far crollare due torri di Manhattan e un'ala del Pentagono, anche la sola esistenza di un dittatore antiamericano è di per sé un'arma di distruzione di massa.
A Huntington, Bush parla a un pubblico già convinto, in quanto opportunamente filtrato, e spiega: «Saddam Hussein non ha voluto rispettare le decisioni delle Nazioni unite. Io sono stato costretto a scegliere: dovevo fidarmi della parola di un pazzo dimenticando la lezione dell'11 settembre, o agire per difendere l'America? Davanti a un'alternativa del genere deciderò sempre di difendere l'America! (applausi e grida di Usa! Usa!) Perché abbiamo agito, perché ci siamo difesi, perché l'obbligo più solenne di uno stato è quello di difendere la sicurezza del suo popolo. Ora altri 50 milioni di persone, in Afghanistan e in Iraq, conoscono la libertà».
Gli europei, gli intellettuali e gli artisti possono argomentare quanto vogliono sull'esagerazione della minaccia, sui saccheggi o sulle torture di Abu Ghraib: il loro credito presso il popolino conservatore è a zero. E i repubblicani sono maestri nel presentarsi come assediati e perseguitati da una «élite progressista» (liberal elite) fatta di avvocati, universitari spocchiosi, media immorali, attori saccenti.
Peraltro l'accusa non è del tutto infondata. L'isolamento sociale della maggior parte degli intellettuali e degli «esperti», l' individualismo, il narcisismo, il disdegno che professano per le tradizioni popolari, il disprezzo per quei buzzurri dell'America profonda che continuano a sostenere Bush provocano un risentimento di cui Fox News e i repubblicani non mancano di approfittare. Di fatto, come dimostra abbastanza chiaramente il caso dei Monti Appalachi, il populismo della destra americana oggi non si nutre tanto di xenofobia, di odio per il diverso o di forme magari velate di razzismo (peraltro, al momento della guerra di secessione la Virginia Occidentale si era schierata contro i difensori dello schiavismo), quanto del rancore contro l'alterigia troppo evidente di chi sta «in alto loco». Oggi il populismo se la prende soprattutto con le élite culturali, e molto meno con quelle del denaro. Se si è arrivati a questo, è perché la sufficienza di «color che sanno» è divenuta più insopportabile dell'insolenza dei possidenti.


note:


(1) Autobiografia di mamma Jones, a cura di Peppino Ortoleva, Einuadi, 1977.

(2) George W. Bush ha ottenuto il 51,92% dei suffragi, contro il 45,59% di Albert Gore, l'1,65% di Ralph Nader e lo 0,49% di Patrick Buchanan.

(3) Thomas Frank, What's the Matter with Kansas? Leggere inoltre il suo articolo «Cette Amérique qui votera républicain», Manière de voir, n° 77, «Les Etats-Unis en campagnes», ottobre-novembre 2004.

(4) Nel 2003, il presidente Bush ha istituito tariffe doganali destinate e ridurre il volume delle importazioni d'acciaio, ma le ha abolite pochi mesi dopo, in seguito a una decisione del Wto.

(5) Michael Harrington, The Other America/Poverty in the United States, Simon & Schuster, New York, 1962, p. 3. Edizione italiana, La povertà negli Stati uniti, Il Saggiatore, 1963.
(6) «Lattie Home from Iraq for R&R», The Mullens Advocate, Mullens, 4 agosto 2004.

(7) Bill O'Reilly, il presentatore «tradizionalista» della trasmissione più popolare di Fox News, ha ammesso, il 9 agosto scorso: «La guerra contro l'Iraq è un grosso flop, lo sanno tutti». (Traduzione di E. H.)

 

Torna alla pagina principale