FISICA/MENTE

 

LE MONDE diplomatique - Giugno 2004

Immagini e carnefici


Ignacio Ramonet


        « Gli Stati uniti sono impegnati nell'abolizione della tortura in tutto il mondo.         Noi ci poniamo alla testa di questa lotta attraverso l'esempio.
          Faccio appello a tutti i governi affinché si uniscano agli Stati Uniti ed alla comunità degli Stati di diritto per vietare, perseguire e punire tutti gli atti di tortura, e per impedire altre punizioni crudeli e abnormi.
»

George W. Bush The Washington Post, 27 giugno 2003.

La trappola della guerra coloniale si richiude sugli invasori dell'Iraq.
Non diversamente dalle truppe francesi impantanate a suo tempo in Algeria, o dai britannici in Kenya, dai belgi in Congo, dai portoghesi in Guinea-Bissau (per non parlare degli israeliani oggi a Gaza), le forze americane sono costrette a constatare che la loro schiacciante superiorità non basta a proteggerli dai rapimenti, dalle imboscate e da altre aggressioni mortali. Per quei soldati, l'occupazione dell'Iraq si trasforma sempre più in una discesa agli inferi.
Un conflitto coloniale è sempre caratterizzato dall'arroganza degli occupanti, convinti di far parte di una categoria superiore (più «civilizzata», più «progredita») e dal loro disprezzo per i colonizzati, tanto che a volte arrivano addirittura a considerarli come non appartenenti al genere umano (1). Questa «fatuità coloniale» induce naturalmente l'occupante, in nome di una «missione superiore e sacra» (difendere il Bene contro il Male, proteggere la civiltà, instaurare la democrazia) a un uso sproporzionato della sua forza. A Falluja, per punire i responsabili di un'abbietta profanazione dei cadaveri di quattro guardie del corpo private uccise in un attentato, le forze americane non hanno esitato a bombardare, all'inizio di aprile, le case di interi quartieri, causando circa 600 morti tra i civili. È in questo contesto melmoso che il 28 aprile scorso, nella sua trasmissione «Sixty Minutes II», il canale Cbs ha rotto una sorta di omertà mediatica mostrando le prime fotografie delle sevizie inflitte ai prigionieri iracheni dai carcerieri americani di Abu Ghraib. Il mondo intero è rimasto esterrefatto davanti a quelle immagini-trofeo. Il servizio della Cbs che provava la realtà delle torture in Iraq era pronto fin dall'inizio del mese, ma le pressioni del Pentagono ne hanno ritardato la diffusione di circa tre settimane. Il generale Richard Myers, capo di stato maggiore interarmi, è intervenuto di persona presso il produttore Dan Rather per chiedergli di differire la trasmissione...
Dopo aver appreso che anche il giornalista Seymour Hersch (2), del New Yorker, si apprestava a diffondere una nuova serie di fotografie e alcuni stralci del devastante rapporto del generale Antonio Tabuga (3), la Cbs ha deciso di trasmettere il servizio. In un primo tempo, i grandi media che già si erano piegati al divieto governativo di diffondere le immagini dei soldati americani morti in Iraq (4) hanno censurato quelle foto, considerate «poco patriottiche». L'animatore dell'emittente Fox News, Bill O'Reilly ha dichiarato ad esempio: «Diffondendo quelle immagini di torture, la Cbs ha fornito ai nemici dell'America un'arma potente; è un atto sconcertante».
Anche il presidente si è detto sconcertato. Dal canto suo, Donald Rumsfeld ha negato di essere a conoscenza degli abusi. Entrambi hanno attribuito quelle atrocità a poche «mele marce». Ma mentivano, così come avevano mentito sulle armi di distruzione di massa e sui rapporti tra Saddam Hussein e Osama bin Laden.
La pratica delle sevizie inflitte ai prigionieri era cosa nota. Le relazioni del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) e di Amnesty International, per non parlare di quello del generale Tabula, in circolazione da mesi, denunciavano il carattere sistematico di quelle atrocità. Peraltro, fin dal dicembre 2002, un'inchiesta del Washington Post (5) aveva rivelato che in Afghanistan, i prigionieri accusati di appartenere alla rete di al Qaeda erano detenuti dalla Cia nel penitenziario di Bagram in condizioni disumane e sottoposti a torture. Nel mese di aprile, Le Monde diplomatique (6) ha pubblicato un rapporto di Human Rights Watch che ne dava conto. Altri arrestati erano stati trasferiti nelle prigioni segrete dell'isola Diego García, o consegnati ai servizi speciali di «paesi amici» (Egitto, Giordania) nei quali la pratica della tortura è notoria. Circa 600 prigionieri, di cui si ignora tuttora l'identità, sono stati deportati nel campo di Guantanamo, al quale gli ispettori della Croce rossa non hanno accesso, e dove sono state sperimentate le tecniche poi generalizzate nell'Iraq occupato.
Fin da allora, uno degli ufficiali incaricati della sorveglianza dei detenuti aveva dichiarato: «Chi non vìola ogni tanto i diritti umani di qualcuno probabilmente non fa il lavoro a dovere». Sempre sul tema del trattamento inflitto ai prigionieri, Cofer Black, capo del Centro antiterrorismo della Cia, ha ammesso: «C'è stato un prima e un dopo l'11 settembre. Dall'11 settembre in poi ci siamo tolti i guanti».
Questo sentirsi legittimati, questa certezza di impunità ha favorito la generalizzazione delle sevizie contro i prigionieri iracheni.
Torturare per una giusta causa: questa la sinistra impresa che meritava qualche foto ricordo. Tanto per non dimenticare che una guerra coloniale è sempre una guerra immorale.




note:


(1) Donald Rumsfeld ha però ammesso recentemente che «gli iracheni sono esseri umani».

(2) Seymour Hersch è il celebre giornalista che nel novembre 1969 rivelò i massacri commessi in Vietnam il 16 marzo 1968 a My Lai, dove 300 civili, tra cui molte donne, bambini e anziani, furono uccisi dalla compagnia Charlie, dell'11° brigata dell'esercito americano, al comando del luogotenente Calley e del capitano Medina.

(3) Leggere il testo integrale del rapporto sul sito: www.agonist.org/annex/taguba.htm
(4) Il tabù è stato rotto il 18 aprile da Tami Silicio, un'impiegata dell'impresa di trasporti Maytag Aircraft Corporation (poi licenziata), che ha diffuso tramite The Seattle Times alcune foto di una serie di bare di soldati americani uccisi in Iraq e riportati con un cargo negli Stati uniti.

(5) Dana Priest et Barton Gellman, «US Decries Abuse but Defends Interrogations», The Washington Post, 26 dicembre 2002.

(6) Le Monde diplomatique/ilmanifesto, aprile 2004: «Morti sospette e torture nell'Afghanistan occupato».

 


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