FISICA/MENTE

l'Unità 20.08.2004
Denuncia di un settimanale scientifico: 

«Medici militari Usa coinvolti nelle torture»
di red.

Un medico inserì un catetere nel cadavere di un uomo morto sotto tortura per far risultare che era ancora vivo quando arrivò in ospedale. Un medicò certificò come morte naturale il decesso di un prigioniero torturato e poi sospeso al soffitto della sua cella dove morì per strangolamento. Un altro medico, intervenuto perché un prigioniero aveva perso conoscenza durante le torture, lo rianimò e poi consentì ai torturatori di continuare. Sono solo alcuni dei casi, documentati, in cui medici militari americani hanno preso parte ai maltrattamenti sui prigionieri, in violazione sia delle convezioni internazionali che delle norme etiche che devono regolare la professione medica

La complicità dei medici e degli altri operatori sanitari militari statunitensi nelle torture e negli abusi sui prigionieri in Iraq, Afganistan e Guantanamo è denunciata da un articolo e dall’editoriale dell’ultimo numero di The Lancet, prestigioso settimanale britannico di medicina, una delle più accreditate riviste scientifiche del mondo.

«Quasi tre anni ci chiedemmo se il mondo occidentale prendesse ancora sul serio i diritti umani…La risposta alla domanda che ci siamo posti tre anni fa è chiaramente un “no”» sostiene l’editoriale attribuibile al direttore Richard Horton «I diritti umani sono una vittima del disperato tentativo di ottenere dei risultati nella guerra contro il terrorismo. La questione che dobbiamo ora porci è: quanta parte hanno avuto i medici in questi abusi?».

La domanda di Horton non è soltanto retorica, come meticolosamente spiega Steven H. Miles in Abu Ghraib: its legacy for military medicine, Abu Ghraib, la sua eredità per la medicina militare. Il racconto di Miles è basato esclusivamente su documenti ufficiali, che documenta con puntiglio in ben 59 note a pie’ di pagina nelle quali vengono citate relazioni, testimonianze, dichiarazioni ufficiali. Nessuno scandalismo, dunque, ma solo verità documentali.

Il quadro che ne esce è ugualmente terrificante, a cominciare dalla partecipazione di alcuni medici alla definizione e alla messa in pratica di «interrogatori coercitivi dal punto psicologico e fisico». Miles, citando la testimonianza del colonnello dell’Us Army Thomas M. Pappas, riferisce in particolare che «un medico ed uno psichiatra hanno contribuito a mettere a punto, approvare e monitorare gli interrogatori ad Abu Ghraib». Comportamenti contrari all’etica medica e alle regole internazionali che regolano la professione.

Oltre agli episodi citati all’inizio, nell’articolo di The Lancet sono enumerati moltissimi altri episodi raccapriccianti che hanno visto coinvolti medici o personale paramedico. Come nel caso due medici che consentirono alle guardie di suturare direttamente lesioni provocate a dei prigionieri dai pestaggi in carcere. Miles riferisce anche di certificati di morte falsi che attestavano cause di morte naturale quando invece erano evidenti segni di violenza sui cadaveri.

«Abu Ghraib lascia una pesante eredità» conclude l’autore. «La reputazione della medicina militare, delle forze armate americane e degli Stati Uniti è stata danneggiata. Dopo Abu Ghraib, la compromissione della legalità internazionale ha aumentato i rischi per i prigionieri di guerra perché ha diminuito la credibilità degli appelli internazionali in loro favore».


Per leggere in cosa consistono le torture USA, realizzate con l'assistenza teorica di Israele, vedi: http://whatreallyhappened.com/torture_pow.html (in inglese).

R.R.


 

Il manifesto 20 agosto 2004

Piccole colpe di Abu Ghraib


Il più alto in grado tra i responsabili delle torture nel carcere di Baghdad è un colonnello, gli altri sono «mele marce» di piccola taglia. Gli alti gradi e i politici? Erano distratti. Lo dice il rapporto che sarà dato al Congresso la settimana prossima


FRANCO PANTARELLI
NEW YORK


La colpa principale è quella delle «mele marce». La colpa secondaria è quella dei loro superiori che non le hanno controllatre abbastanza, anche se la loro distrazione era giustificata dal «panico» in cui li aveva gettati l'inattesa resistenza irachena dopo la «missione compiuta» annunciata da George Bush. E' questo il contenuto essenziale di un rapporto su Abu Ghraib - la prigione di Baghdad in cui si «preparavano» i detenuti agli interrogatori, si tormentavano i loro corpi, si umiliavano le loro anime e si faceva a pezzi la reputazione degli Stati uniti nel mondo - che è stato redatto dal generale dell'esercito George Fay; che sarà consegnato al Congresso la settimana prossima e del quale nel frattempo sono uscite fuori parecchie indiscrezioni. Ciò che rende subito obbligatoria la seguente precisazione. Le indiscrezioni, dicono i giornali e gli altri media che le hanno raccolte, vengono da persone che hanno avuto modo di vedere le conclusioni del rapporto e che hanno insistito molto nel precisare che si tratta di conclusioni «provvisorie», per cui non bisogna essere malati di dietrologia per sospettare che le indiscrezioni medesime siano state un po' «autorizzate», in modo da fare qualche correzione sulla versione definitiva da presentare al Congresso nel caso in cui la conclusione che salva tutti tranne una ventina di «mele marce» susciti troppa indignazione.

Detto questo, il rapporto dice che i responsabili per ciò che è accaduto sono alcuni membri del servizio segreto delle forze armate, alcuni dipendenti dei due contractors cui la gestione di Abu Ghraib era stata data in appalto e alcuni agenti della Cia, con un capitolo riservato anche ai medici, i quali già a novembre dell'anno scorso aveva avuto «indizi molto seri» di ciò che stava accadendo as Abu Ghraib ma hanno preferito tacere fino a quando, il gennaio successivo, un «traditore» non lo rivelò al mondo . E' a quei signori sopra elencati, dice il rapporto, che si riferiscono gli «esecutori materiali» delle torture attualmente sotto processo quando dicono che stavano solo eseguendo gli ordini dei loro superiori.

La persona di grado più elevato che il rapporto indica fra i colpevoli è il colonnello Thomas Pappas, che della prigione era il comandante. E quelli più in alto? Per loro il rapporto ha parole di biasimo, dicono le indiscrezioni, soprattutto per la loro distrazione o per la loro mancanza di chiarezza nell'impartire gli ordini, cosa che aveva finito per creare una situazione in cui «le incerte direttive sulle modalità di detenzione dei prigionieri e le norme in evoluzione degli interrogatori potevano essere liberamente interpretate e perfino ignorate». In pratica ad Abu Ghraib si stavano «sperimentando nuove tecniche» e «la guida di base era lasciata alla libera interpretazione». Tuttavia, poiché non sono state trovate «precise direttive» emanate dal Pentagono, né «un ordine di abusare dei detenuti» impartito dal generale Ricardo Sanchez, allora comandante delle operazioni in Iraq, non c'è la famosa smoking gun, l'arma fumante, e quindi non si possono suggerire provvedimenti nei loro confronti.

C'è in compenso un «tentativo di spiegazione» per la distrazione e la confusione che comunque viene rimproverata ai gradi alti, ed è che nell'autunno scorso si sono trovati a fronteggiare una «inattesa, tenace attività insurrezionale che ha richiesto tutta la loro attenzione, mentre allo stesso tempo l'inasprirsi delle battaglie generava un aumento enorme del numero dei detenuti, fino al punto di andare molto oltre le capacità di tenerli imprigionati e di interrogarli». In altre parole: si pensava di avere di avere vinto facilmente, come del resto aveva celebrato il presidente in persona mascherato da top gun, e invece quelli continuavano a difendersi e ad attaccare seminando il panico; la gente catturata (in gran parte a casaccio, come a suo tempo è stato documentato) era tanta, non si sapeva più dove metterla e figuriamoci se uno poteva occuparsi dei criteri di detenzione; infine c'era l'angoscia di ottenere al più presto le informazioni per prevenire se possibile il prossimo attacco e non era il caso di stare tanto a guardare da dove e attraverso quali mezzi quelle informazioni arrivavano.

Se il generale Fay avrà il coraggio di mantenere tutto ciò anche nella versione definitiva del rapporto rapporto che consegnerà la settimana prossima non si sa. Ma certo la cosa non finisce qui. A Fort Bragg, in Colorado, il procedimento contro la più nota delle «mele marce», la soldatessa Lynndie England, quella del guinzaglio, è sospeso da giorni perché il giudice che lo preside è tormentato dalla richiesta dell'avvocato difensore di convocare come testimoni il generale Sanchez, il segretario della difesa Donald Rumsfeld e perfino il vice presidente Dick Cheney.

 

il manifesto - 28 Agosto 2004

STATI UNITI
L'ombra democratica dei repubblicani
Politica estera L'illusoria divisione politica dei due candidati alla presidenza
JOHN PILGER


Il 6 maggio scorso, il Congresso degli Stati uniti ha approvato una risoluzione a maggioranza schiacciante (376 favorevoli e 3 contrari) che praticamente autorizza un attacco preventivo contro l'Iran. Impassibili davanti al crescente disastro iracheno, repubblicani e democratici «si sono ancora una volta stretti la mano per affermare le responsabilità del potere americano» ha scritto un commentatore. Nell'illusoria divisione politica che vige negli Stati Uniti quella degli accordi trasversali è una lunga storia. Gli indiani americani sono stati massacrati, le Filippine devastate, Cuba e molti paesi sudamericani sono stati appesi per i piedi con il contributo tanto dei democratici quanto dei repubblicani.

Negli ultimi 60 anni, solo una volta il Congresso ha votato per limitare il «diritto» del presidente a terrorizzare le altre nazioni. Era il 1975 e l'emendamento Clarke fu il risultato del movimento contro la guerra in Vietnam. Questa «aberrazione» fu revocata da Reagan nel 1985 per attaccare i paesi dell'America centrale. Allora voci liberali, come quella del decano delle «colombe» Tom Whicker del New York Times, s'interrogavano seriamente se il povero e minuscolo Nicaragua costituisse una minaccia per gli Usa.

Sin da quando il terrorismo ha preso il posto del «pericolo rosso» nelle ossessioni della Casa bianca, negli Usa è in corso un altro falso dibattito, anche se meno virulento rispetto a quello sulla guerra fredda. Sebbene alcuni elettori liberal abbiano delle illusioni su John Kerry, la loro ansia di sbarazzarsi dell'amministrazione Bush gli sta facendo prendere degli abbagli.

Nel presentare in Inghilterra la prossima tornata elettorale di novembre, il Guardian l'ha definita «eccezionale»: «I difetti e i limiti di Kerry sono evidenti, ma sono messi in ombra dall'agenda dei neoconservatori e dalla catastrofica guerra di Bush. Queste sono delle elezioni in cui il mondo intero tirerà un sospiro di sollievo se il presidente uscente verrà sconfitto».

Il mondo intero potrà pure tirare un sospiro di sollievo perché il governo Bush è ritenuto tanto pericoloso quanto universalmente ripugnante, ma non è questo il punto.

Il multilateralismo «muscolare» che Kerry offre in alternativa all'unilateralismo di Bush è visto come una speranza solo da inguaribili anime belle. In realtà genererà altri pericoli. Dopo avere portato il paese nel più grande disastro della sua storia dopo il Vietnam, Bush «è sempre intenzionato a continuare nella distruzione del sistema di alleanze che è fondamentale per il potere americano - scrive lo storico Gabriel Kolko - Non dobbiamo sperare nel meno peggio, ma è necessario comunque analizzare seriamente le conseguenze che il rinnovo del mandato a Bush potrebbe avere sulla nostra politica estera. Sia pur pericolosa, la sua rielezione potrebbe essere meglio di quanto si creda». Riavviato il treno della Nato con la presidenza Kerry, con Francia e Germania di nuovo compiacenti, le ambizioni americane continueranno infatti a crescere senza le pretese napoleoniche della banda di Bush.

Nel frattempo, molti rimpiangono Clinton. Si dice che fosse un politico pieno di difetti, ma illuminato. Gli anni della sua presidenza sono stati tuttavia molto più violenti di quelli di Bush, mentre i suoi progetti erano gli stessi: «L'integrazione degli stati nella comunità del libero mercato mondiale promossa da Clinton - ha scritto il New York Times - ha spinto gli Stati uniti ad interferire e a cingere d'assedio la politica interna di molti paesi in modo più pesante rispetto al passato». L'idea del Pentagono della full spectrum dominance non è farina del sacco dei neoconservatori, ma del liberale Clinton. Secondo il Guardian, John Kerry ci invia «forti stimoli progressisti». E' giunto il momento di smetterla con queste scempiaggini. Nell'era moderna quasi tutte le guerre statunitensi sono state fatte dai presidenti democratici: Truman in Corea, Kennedy e Johnson in Vietnam, Carter in Afghanistan. La favola del «gap missilistico» è stata inventata da Kennedy come giustificazione per continuare la guerra fredda. Nel 1964, un congresso dominato dai democratici diede al presidente Johnson l'autorizzazione ad attaccare il Vietnam, una nazione agricola che non costituiva una minaccia per gli Stati uniti.

Facendosi largo seminando ovunque strage, una nuova generazione di storici alla moda, giornalisti sul libro paga dei padroni dei giornali più ricchi, ha raccontato il mito eroico dell'«Americanismo» che, a forza di pubblicità e di pubbliche relazioni, è stato riconosciuto come l'ideologia che ha accomunato i conservatori e i liberali nel XX secolo.

La «supremazia americana» è la sua idea fondamentale. Nel 1976, il democratico Jimmy Carter annunciava «una politica estera che rispetta i diritti umani». In segreto appoggiava il genocidio indonesiano a Timor Est; creava l'organizzazione terroristica dei muhajideen in Afghanistan per combattere l'Unione sovietica, da cui poi sono nati i Talebani e Al Qaeda.

E' stato il liberale Carter, e non Reagan, ad avere preparato il terreno per Bush. L'anno scorso ho intervistato i padroni della sua politica estera, il consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brezinski e il segretario della difesa James Schlesinger. Nessun altro piano per un nuovo imperialismo è stato più rispettato di quello progettato da Brezinski. Il suo libro La grande scacchiera. La supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici, pubblicato nel 1997, è stato investito di un'autorità divina dalla banda di Bush perché ha chiaramente fissato le priorità degli Stati uniti: battere economicamente l'Unione sovietica ed estendere il loro controllo sull'Asia centrale e sul Medioriente.

L'analisi di Brezinski sostiene che le «guerre locali» non sono altro che l'inizio del conflitto finale che porterà all'inesorabile affermazione del potere mondiale degli Stati Uniti. «Tanto per usare una terminologia che ricorda l'epoca brutale degli antichi imperi - scrive - i tre grandi imperativi di una geostrategia imperiale sono quelli di alimentare la richiesta di sicurezza dei vassalli; accontantare i tributari con qualhe garanzia di protezione; cacciare i barbari».

Una volta era facile liquidare quello di Brezinski come un messaggio venuto dalla luna. Ma oggi Brezinski fa opinione. Tra i suoi allievi più diligenti c'è Madeleine Albright, il Segretario di stato di Clinton, quella che definì la morte di mezzo milione di bambini durante l'embargo americano dell'Iraq come «un prezzo che vale la pena di pagare»; e John Negroponte, il regista della guerra condotta da Reagan in America centrale, oggi «ambasciatore» a Bagdad.

Le prime pagine dei giornali americani sono piene di notizie che vengono dall'Iraq ed ignorano quello che succede nel mondo, in Africa ad esempio. Il vero dibattito da fare è quello sull'assoggettamento delle economie nazionali di questo continente ad un sistema che continua a dividere l'umanità come mai prima nella storia, mietendo 24 mila vittime al giorno per fame. Il vero dibattito è quello sulla sovversione del linguaggio della politica, del dibattito stesso e forse, alla fine dei conti, sulla nostra stessa dignità.

Traduzione di Roberto Ciccarelli



Dicembre 2002
ZNet The Indipendent

Ci stanno preparando alla guerra con l'Iraq

Robert Fisk

Nel North Carolina lo scorso mese, una donna che stava assistendo ad una mia conferenza mi chiese quando l'America sarebbe entrata in guerra con l'Iraq. Le risposi di tenere d'occhio la pagine principali del New York Times e del Washington Post e di aspettare che cominciassero le campagne diffamatorie contro gli ispettori dell'ONU. E, bingo!, puntualmente le calunnie sono cominciate. Uno degli ispettori ONU - un uomo nominato per ordine del Dipartimento di Stato - si dice ora che sia coinvolto in storie di pornografia. Di un altro funzionario di alto grado - anche lui nominato per espressa raccomandazione del Dipartimento di Stato - ci raccontano ora che fu in passato licenziato dal suo lavoro perché a capo di un'agenzia di sicurezza nucleare. Perché, mi chiedo, gli americani hanno voluto questi uomini nella squadra degli ispettori? Per poterli poi infangare in un secondo momento? 

In realtà, lo screditamento degli ispettori ONU era già cominciato a Settembre, quando il New York Times annunciò, a firma di Judith Miller, che alla squadra originale di ispettori era stata probabilmente affidata una "missione impossibile". A dirlo erano "alcuni funzionari (sic) e precedenti ispettori" ONU. Ora il presidente Bush sta ancora insistendo sulle difese antiaeree irachene che hanno aperto il fuoco su piloti americani e inglesi - anche se le no-fly zonenon hanno nulla a che vedere con gli ispettori ONU, ne hanno qualcosa a che vedere con l'ONU in generale. L'ispezione sembra che stia procedendo senza ostacoli a Baghdad. E cosa ci dice George Bush? "Finora non vi sono segnali incoraggianti".

Che significa questo? Semplicemente che l'America prevede di entrare in guerra qualunque cosa trovino gli ispettori ONU. Il New York Times - che ora serve a poco più che a dar voce a una quantità di anonimi "funzionari" ONU - si è persuaso che gli arabi, i vicini dell'Iraq, "sembrano pronti a supportare una campagna militare americana". A dispetto di tutti gli avvertimenti da parte dei leader arabi, ripetuti più e più volte, mese dopo mese, per raccomandare all'America di non entrare in guerra, questo è il tipo di assurdità che vengono spacciate negli Stati Uniti.

E ora il governo britannico ha proposto un altro dei suoi famosi "dossier" sugli abusi dei diritti umani di Saddam Hussein. Si, di nuovo, lo sappiamo tutti quanto sia brutale Saddam. Sapevamo delle stanze adibite alla violenza sessuale, e sapevamo delle sue esecuzioni e delle sue torture quando supportammo con entusiasmo la sua invasione dell'Iran nel 1980. Allora perché ce lo continuano a ripetere ancora una volta?

Andiamo a leggere solo una piccola parte dell'ultimo "dossier" inglese. Si rivela che un certo Aziz Saleh Ahmed, un "combattente nell'esercito popolare", aveva il ruolo di "violatore dell'onore delle donne". Ma io me lo ricordo questo nome! Non era lo stesso Aziz Saleh Ahmed che saltava fuori a pagina 278 di un libro pubblicato nel 1993 da Kanan Makiya, e che prima si faceva chiamare Samir al-Khalil? Guarda un pò, è proprio lui. Aziz Saleh Ahmed viene citato come un "combattente nell'esercito popolare" e - avete indovinato - "violatore dell'onore delle donne".

C'era stata una controversia circa la traduzione, ai tempi, ma io non ho dubbi che ci siano queste stanze per la violenza sessuale nell'Iraq di Saddam. Ci sono entrato una volta, nella città del nord di Dohuk nel 1991, c'era della biancheria intima femminile ancora per terra. Ma la questione è, cosa stiamo facendo nel momento in cui ci mettiamo a rimestare la storia di Aziz Saleh Ahmad ancora una volta, come se l'avessimo appena scoperta, quando è vecchia almeno di otto anni e - secondo Makiya - era successo la prima volta più di dieci anni fa?

E inoltre, ancora una volta, gli americani stanno provando a stabilire collegamenti tra Osama Bin Laden e Saddam Hussein, in un disperato tentativo di attaccare l'etichetta di "guerra al terrore" alla guerra per il petrolio (che ovviamente è tutto ciò che c'è da dire sulla crisi irachena). Il vice presidente Cheney ha ripetuto come un pappagallo sempre le stesse assurdità sui leader "terroristi" e su Saddam, anche se Osama Bin Laden detesta il leader iracheno. Nessuno - assolutamente nessuno - ha prodotto la benché minima evidenza che Saddam abbia qualcosa a che fare con i crimini internazionali contro l'umanità dell'11 settembre. Ma di nuovo siamo costretti ad ascoltare questo pattume.

Sarà prima di Natale o dopo? Non lo so, io credo che la prima divisione di fanteria statunitense attraverserà i ponti sul fiume Tigri verso Baghdad entro una settimana dall'invasione. Le prime foto mostreranno iracheni che fanno il segno di vittoria vicino ai tank americani. Il secondo gruppo di foto mostrerà membri del partito Baath impiccati ai lampioni da quel popolo che hanno oppresso per così tanti anni.

Useremo presumibilmente munizioni a base di uranio impoverito contro i mezzi militari iracheni - lo stesso uranio impoverito che fu usato 11 anni fa nei deserti a sud dell'Iraq , dove i bambini sono ora devastati da tumori rari e inspiegabili. E soprattutto - che sia ripetuto cento volte - non nomineremo mai il petrolio.

Il massimo che l'esercito iracheno farà in risposta ad un'invasione - sempre assumendo che non abbiano armi nucleari o chimiche - sarà centrare per puro caso un bombardiere invisibile statunitense. Chi, è il caso di chiedere, conosce oggi il nome del sergente Zoltan Bercik, lo slavo di etnia ungherese di Vojvodina che da solo lanciò un missile Neva a combustibile liquido contro un bombardiere invisibile americano in Serbia in 27 il Marzo 1999? Il solo uomo che sia riuscito a buttare giù un bombardiere invisibile - e il suo nome non è stato mai reso pubblico,la sua storia rimane sconosciuta. Ma qui stiamo ricordando un'altra guerra, la cui causa del conflitto - la pulizia etnica degli Albanesi in Kosovo - cambiò forma in modo subdolo una volta cominciata la guerra e con la pulizia etnica in corso.

Nel frattempo, i consulenti di politica estera di Bush si stanno dando da fare per ritirare fuori il conflitto di civiltà. Prendete Kenneth Adelman, che collabora al Defense Policy Board del Pentagono. Sta continuando a dire che per Bush chiamare l'Islam una religione pacifica è "un argomento sempre più difficile da sostenere". L'Islam è "militarista" agli occhi di Mr Adelman. "Dopo tutto il suo profeta, Maometto, era un guerriero, non un sostenitore della pace come Gesù Cristo".

E poi c'è Eliot Cohen, della Scuola di Studi Internazionali Johns Hopkins, che fa parte anche lui del Defense Policy Board. Lui ora sostiene che il nemico degli Stati Uniti non è il terrorismo, ma l'"Islam militante". Mr Adelman and Mr Cohen non hanno voluto privilegiare la propria religione, ma chiaramente prendere di mira l'Islam.

Pat Robertson, il radiocronista notoriamente religioso - in passato conduttore di una spregevole stazione radiofonica nel sud del Libano che trasmetteva minacce contro gli abitanti dei villaggi mussulmani e le truppe dell'ONU - dice che "Adolf Hitler era cattivo, ma quello che i mussulmani vogliono fare agli ebrei è peggio". Jerry Falwell, uno spregevole individuo della destra religiosa, ha chiamato il Profeta "terrorista", mentre Franklin Graham, figlio del medesimo Billy Graham che fece quelle affermazioni antisemite in alcune registrazioni di Nixon, ha chiamato l'Islam "il male". E ricordo che Graham parlò in occasione dell'inaugurazione di Bush.

Noi non sappiamo nulla di tutta questa pericolosa retorica a nostro rischio e pericolo. Ma Mr Blair ne sa qualcosa? E' al corrente del fatto che ci sono degli individui alquanto scellerati che si aggirano intorno a Bush? Pensa veramente che questi "dossier" e il riproponimento costante dei crimini di Saddam siano sufficienti ad esaltare gli inglesi al punto da sostenere la guerra? Non vogliamo che gli ispettori ONU facciano il loro lavoro?

No, io penso piuttosto che ci stanno preparando alla guerra, che l'Inghilterra si unirà all'America nell'invasione dell'Iraq, qualunque cosa scoprano gli ispettori. In realtà, ci stanno preparando alla terribile, incredibile, indicibile possibilità che gli ispettori ONU non trovino la minima traccia di armi di distruzione di massa in Iraq. Il che ci lascerà una sola conclusione: che non erano in grado di fare il loro lavoro. Avrebbero dovuto buttarsi nel business del petrolio.


 

Iraq: Una Tragedia che si va profondamente aggravando

David McReynolds - trad. Melektro

Fonte: www.altpr.org 

29 aprile 2004


Amici mi hanno sentito dire che non potevo credere che l'amministrazione Bush avrebbe veramente lanciato la guerra in Iraq - fino al momento in cui lo "shock and awe" ha alla fine illuminato il cielo notturno di Baghdad. Il mio ragionamento non aveva niente a che fare con il fatto che le azioni degli Stati Uniti avrebbero violato il diritto internazionale (sarebbero, infatti, criminali) ma piuttosto con la mia convinzione che la guerra sarebbe stato un atto di stupidità quasi senza eguali.

Sapevamo che i "Vulcan" - quella dubbiosa coalizione di neoconservatori che drena la propria forza da gruppi quasi uguali di ex Trotzkisti, Ebrei Americani acutamente pro Israele come per esempio Paul Wolfowitz e Richard Perle (che farebbero qualunque cosa per Israele tranne che andarci a vivere) e un gruppo di Cristiani evangelici, spesso privatamente anti-Semiti, guidati da personaggi della risma di Pat Robertson - erano stati in controllo della Amministrazione dal momento della nomina di Bush da parte della Corte Suprema nel 2001. Li abbiamo visti impossessarsi della tragedia dell'11 Settembre come la giustificazione per tagliare le nostre libertà civili e per mettere la nazione sul piede di guerra, allo scopo di invadere l'Afghanistan.

Ma l'idea che gli Stati Uniti avrebbero realmente attaccato l'Iraq, e che l'invasione sarebbe stata sostenuta da Tony Blair, Primo Ministro Inglese, e che avrebbe pensato che le sue truppe Cristiane in qualche maniera sarebbero state accolte come liberatrici da una nazione profondamente Islamica.questa era una follia talmente evidente che continuavo a pensare che un qualche comitato di astuti banchieri di Wall Street avrebbe richiamato Rumsfeld all'ordine dandogli un colpetto sulla spalla per dirgli "Ci spiace, Rumfeld - ma in nessuna maniera tutto questo è giustificabile. Saddam è un uomo disgustoso, ma là in Iraq non ci sono armi di distruzione di massa, e nessun collegamento al terrorismo - se scatenata questa guerra sarebbe genuinamente pazzesca".

(Che non si dimentichi l'ondata di massicce dimostrazioni intorno al mondo del Febbraio 2003 - dimostrazioni su una scala mai vista prima. E gli sforzi urgenti dei leader politici di quasi ogni nazione - Israele esclusa - per dissuadere Bush. E le misure straordinarie prese dal Papa per usare la sua forza morale - inviando persino uno speciale rappresentante Papale ad incontrare Bush).

L'Iraq di Babilonia e di Baghdad, dell'Eufrate e del Tigri, la culla dalla quale la civilizzazione Occidentale è scaturita, una nazione che agli inizi del ventesimo secolo ha sconfitto gli Inglesi - a quel tempo l'Impero più potente al mondo. Gli Stati Uniti hanno pensato veramente che sarebbero stati accolti favorevolmente con i fiori? Che sarebbero stati visti come liberatori? Dopo che, per dieci anni, avevano causato sofferenze enormi alla popolazione civile dell'Iraq a causa delle sue sanzioni economiche?

Con altri, sono rimasto sorpreso alla relativa facilità della prima fase - la conquista militare delle forze di Saddam. Avevo presupposto che ci sarebbero state intensissime battaglie nelle città, che la perdita di vita civile là in Iraq potesse indurre il mondo a richiedere il ritiro degli Stati Uniti. Ma con l'Occupazione Statunitense abbiamo visto l'inizio di una "doppia realtà" - "la realtà dell'Iraq" come è vista dalla Casa Bianca e come viene trasmessa dai media degli Stati Uniti e "la realtà dell'Iraq" come è vista dalle fonti di informazione straniere, che ci raggiungono negli USA attraverso la BBC o attraverso Internet. (per dovere di imparzialità, gran parte della verità era là sul New York Times, il Washington Post, e su altri giornali - ma non su quella parte dei media che modella la maggior parte dell'opinione pubblica - il mondo di "Fox News").

È possibile che quelli che attorniano Bush abbiano creduto alle proprie fonti di notizie. Si dice che Aprile va ad essere il mese più crudele - per molte famiglie Americane ed Irachene questo è stato un mese insolitamente crudele e sanguinante. Aprile ha chiaramente colto di sorpresa il Pentagono. Anche Rumsfeld ha ammesso che non si aspettava che le cose potessero essere tanto difficili un anno dopo "la vittoria".

Ascoltando stasera David Burns, del New York Times, mentre riportava da Baghdad, risultava chiaro che c'è stato un crollo dell'Occupazione. Come precisato da Burns (e lui non è un reporter alterato dall'ideologia - solo un giornalista che fa il suo lavoro), viaggiare è adesso estremamente difficile e pericoloso in Iraq, la maggior parte delle strade sono chiuse, non ci sono voli aerei commerciali e perfino a Baghdad le cose non sono sicure. Ha ammesso che era quasi impossibile sapere che cosa stava accadendo "sul terreno" in qualunque città dell'Iraq fuori da Baghdad.

Gli Americani in Iraq raramente si avventurano al di fuori della "zona verde" a
Bagdad, che è sicura tanto quanto può permettere la tecnologia moderna. Paul Bremer risiede nei palazzi e negli edifici che Saddam aveva costruito, cammina a grandi passi per gli uffici imperiali in stivali da combattimento, dando ordini che sono difettosi (come quello riguardante la dissoluzione dell'esercito Iracheno - che ha immediatamente portato alla disoccupazione decine di migliaia di soldati!).

Questo mese le udienze a Washington DC, e il 'fiume' di libri che sono stati pubblicati, hanno definito la realtà per quella che è ossia che non ci sono mai state armi di distruzione di massa in Iraq, che non c'è mai stato alcun collegamento con Al Queda, che non c'è neppure mai stato un qualunque piano per l'Iraq del "Post - invasione" e - il più devastante di tutti - che Bush e i "Vulcan" hanno usato l'11 Settembre come la base per la loro pianificazione di guerra, deviando persino fondi dall'Afghanistan e dalla caccia a Osama Bin Laden per complottare la guerra in Iraq.

E così eccoci qui, un anno dopo l'invasione. Quelli di noi che si sono opposti all'invasione sono ora le Cassandre, come lo eravamo negli anni 60 quando mettemmo in guardia contro l'allargarsi della partecipazione degli Stati Uniti nella guerra in Indocina.

Siamo nel mezzo di un disastro - uno di quelli a cui gli Stati Uniti non sono in grado di mettere mano o di riportare nella giusta direzione. Quali possibilità sono a nostra disposizione, a quella degli Iracheni o della comunità delle nazioni? Posso persino chiedere quali possibilità potrebbero essere a disposizione della leadership degli Stati Uniti nel caso che tornasse con i piedi per terra con la stessa facilità con la quale un anno fa ha perduto ogni contatto con la realtà.

In primo luogo, la possibilità principale che è nelle mani della Amministrazione - l'unica rotta possibile - dovrebbe essere quella di affidare l'intera questione alle Nazioni Unite, sottintendendo con questo che tutte le forze degli Stati Uniti e della Gran Bretagna verrebbero ritirate entro 90 giorni, che forze di pace delle Nazioni Unite, a cui contribuirebbero principalmente i paesi Islamici, Arabi e quelli neutrali (che potrebbero includere l'Egitto, l'Indonesia, il Pakistan, la Finlandia, la Svezia, ecc.) verrebbero dispiegate per un periodo non superiore di sei mesi, per permettere l'organizzazione di elezioni nazionali, e che tali forze dell'ONU comincerebbero immediatamente ad aprire il dialogo con tutti i partiti in Iraq - con l'esclusione del corrente consiglio governante, nominato dagli Stati Uniti.

Tuttavia, questo non succederà. La questione non è semplicemente che le Nazioni Unite potrebbero non volere sobbarcarsi un compito tanto difficile - infatti potrebbero completamente non essere in grado di portarlo a termine. Il fatto è piuttosto che gli Stati Uniti non considereranno per un solo istante di "girare la coda e scappare via". E perché dovrebbero? Bush potrebbe ancora vincere la
rielezione come presidente di guerra. John Kerry non sta esercitando pressione per il ritiro. Coloro che governano questo paese non hanno figli e figlie che sono in servizio in Iraq - anzi per la maggior parte i "Vulcan" sono composti di chi ha fatto di tutto per evitare il servizio militare durante il periodo del Vietnam (o, come nel caso di Bush, di uomini che erano AWOL). Coloro che sono morti questo Aprile e moriranno a Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e nei tristi mesi dell'autunno e dell'inverno di quest'anno, sono giovani della classe lavoratrice, in molti casi provenienti dalle comunità di colore. Una manciata di loro ha già cominciato a resistere, a disertare, a fare domanda per la condizione di Obiettori di Coscienza, ma questi sono ancora soltanto un piccolo gruppo (benché meritino il nostro appoggio totale). Nella guerra del Vietnam la resistenza dei militari non cominciò ad assumere una seria dimensione se non abbastanza in ritardo.

Ironicamente, se gli Stati Uniti desiderassero negoziare la loro via d'uscita dall'Iraq, non avrebbero nessuno con cui negoziare, rendendo qualunque potenziale ritiro doppiamente imbarazzante. Il "Consiglio Governante", messo a punto dagli Stati Uniti, non è nella posizione di negoziare per la gente dell'Iraq.

In India, nel 1947, quando la Gran Bretagna si ritirò ebbe di fronte il Partito del Congresso con cui negoziare una onorabile partenza. I Francesi, sia in Indocina che in Algeria, avevano forze organizzate di opposizione con le quali poter negoziare la conclusione della lotta. Gli Stati Uniti, rifiutarono tristemente la possibilità di negoziare la loro uscita dal Vietnam ma avrebbero potuto farlo in qualunque momento. (Ci sono altri due rilevanti rifiuti di negoziato quando le trattative erano possibili - i Russi hanno distrutto la Cecenia ma ancora non possono controllarla, mentre Israele ha rifiutato le trattative che avrebbe potuto avere con l'OLP).

Che cosa abbiamo è una guerra che a breve termine è senza via d'uscita. Molti, specialmente nella comunità liberale, sosterranno che se è stato sbagliato andare in Iraq, "adesso non possiamo semplicemente lasciate tutto". Il loro sentire non può essere ignorato sconsideratamente. C'è un pericolo di guerra civile - anche se al momento l'Occupazione Statunitense sembra piuttosto avere avvicinato maggiormente fra loro le diverse fazioni religiose che sono attive nella resistenza. C'è il pericolo che un rigido governo islamico vada al potere, uno di quelli che strapperebbe le donne delle libertà di cui hanno goduto sotto Saddam e che gli Stati Uniti si dicono impegnati a garantire. (Ironico che per quanto il regime di Saddam sia stato brutale, per le donne esisteva una ben maggiore libertà di quella concessa dal presente regime dell'Arabia Saudita, l'alleato più vicino a Bush nel mondo Arabo).

Nessuno nel movimento per la giustizia e la pace dovrebbe farsi illusioni circa il genere di fondamentalismo islamico che l'invasione degli Stati Uniti ha contribuito a dare nuova vita - e che potrebbe facilmente vincere la prima elezione "libera" dell'Iraq. La tragedia è che per quanto questi problemi siano seri, gli Stati Uniti non possono risolverli. Il nostro governo ha compiuto una grande malvagità nella sua aggressione e se il diritto internazionale avesse forza, non staremmo discutendo su che cosa gli USA dovrebbero fare, ma piuttosto su che cosa il mondo dovrebbe fare per mettere a punto processi per i crimini di guerra per i leader degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, responsabili di avere aperto i cancelli di questo particolare inferno, e per decidere le riparazioni che queste due nazioni devono pagare all'Iraq.

Ma comunque il diritto internazionale è debole - come Bush e Blair hanno dimostrato attraverso le loro azioni di un anno fa. La comunità internazionale potrebbe sperare che Bush conceda che le sue azioni sono state un enorme calcolo errato, e che quindi affidasse la questione alle Nazioni Unite, ma non lo farà. La perdita di quel bacino di petrolio, la perdita dei fondi monetari a disposizione di multinazionali private e che si originano dai fondi pubblici destinati alla "ricostruzione" di un Iraq che abbiamo distrutto, e l'umiliazione di ammettere l'errore compiuto - tutto questo è troppo da chiedere.

Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Per ogni giorno che l'Occupazione continua, così farà la violenza e come la violenza continua, diverrà legittimata agli occhi della gente dell'Iraq. La resistenza può non rappresentare una maggioranza degli Iracheni, ma neppure la resistenza Francese rappresentò veramente la maggioranza in Francia. Tuttavia era una resistenza reale ed onorata. Con ogni giorno che passa, questo è esattamente cosa gli Stati Uniti stanno generando in Iraq - una resistenza che è moralmente legittimata. Capisco coloro che ritengono che sarebbe irresponsabile "girarsi e correre via". Ma pensare che gli Stati Uniti possano adesso sistemare le cose è come pensare che un violentatore sia la persona ideale per rimanere e fornire la vittima della necessaria terapia. È possibile che la nostra pressione, unita alla realtà militare in Iraq, indurrà l'amministrazione a seguire una linea di condotta drasticamente differente. E in caso affermativo, tutto ciò sarebbe molto positivo. Se conclude le azioni militari, se annuncia piani per il ritiro, se comincia trattative direttamente con i leader religiosi Sciiti e Sunniti, il tutto sarebbe positivo.

Ma che cosa dobbiamo richiedere è il ritiro. Il ritiro incondizionato. A coloro che dicono che non stiamo sostenendo le nostre truppe, rispondiamo che stiamo dando loro molto più sostegno di ciò che fanno Bush e Cheney, che li hanno per primi mandati là. A coloro che dicono che la nostra richiesta contribuirebbe a indebolire l'influenza Americana, noi rispondiamo che questo speriamo sia proprio il caso - gli Stati Uniti devono imparare l'umiltà, come l'hanno imparata brevemente dopo la guerra in Indocina (una guerra che non si concluse fino a che non furono uccisi oltre tre milioni di Vietnamiti).

Le azioni del governo degli Stati Uniti sono state non soltanto insensate ed arroganti, ma si qualificano anche come malvagie, poiché le guerre di aggressione sono, attraverso la definizione data dal diritto internazionale, una malvagità. Non si può sostenere che scatenare una guerra tale sia stato sbagliato ma che avendola scatenata è ora doveroso "persistere nella rotta seguita" - ma quale rotta stiamo seguendo? E quale scopo sta servendo? Quando sentiamo Bush ora parlare delle malvagità di Saddam, come tempo fa ha parlato con tale certezza dei pericoli delle armi di distruzione di massa, quelli di noi dotati di memoria non si mettono a giocare con le malvagità del brutale dittatore, ma vogliono piuttosto sapere perché Rumsfeld e gli altri hanno scelto di fare del business con Saddam anche dopo che lui aveva fatto uso dei gas velenosi. Ma quand'è che questi uomini hanno imparato la moralità? E chi può credere che possano insegnare al mondo - o agli uomini e alle donne dell'Iraq - la moralità, o la democrazia? Queste sono parole e concetti profondamente macchiati dalla amministrazione Bush.

A casa le truppe.

Adesso.

Note:

Tradotto da Melektro a cura di Peacelink

 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/22/22A20011103.html

La sinistra e la guerra. Usa

UNA MINORANZA IN DIFFICOLTÀ
Joseph A. Buttigieg  

           

Gli attentati che hanno colpito New York e Washington non hanno provocato soltanto un massacro che lascia senza parole e un dolore inimmaginabile, ma anche un grande senso di confusione. Non mi riferisco alla confusione e allo scombussolamento della popolazione delle due città colpite e di tutti gli Stati Uniti, dove per qualche giorno è sembrato che la vita si paralizzasse, ma intendo invece la confusione mentale e psicologica nella quale la popolazione è precipitata – uno stato di confusione così profondo e debilitante che l’unico modo in cui si può descrivere è: il puro panico. È stato quel genere di smarrimento, di paura destabilizzante, che prende tutti coloro che vedono crollare la propria capacità di comprensione della realtà, del mondo come lo conoscono normalmente, e restano a contemplare una devastazione (simbolica, oltre che fisica) che sfugge a ogni spiegazione, che non può essere compresa con nessuna delle interpretazioni disponibili sul momento – una situazione in cui gli unici aggettivi con cui si può descrivere la realtà concreta, che si mostra davanti ai nostri occhi, sono ‘irreale’ e ‘incredibile’. In una situazione del genere si cerca, innanzitutto e con la massima urgenza, di capire. E così tutta l’America si è piazzata istintivamente davanti alla tv, si è sintonizzata sulle radio, si è collegata a internet, per comprendere esattamente che cosa stava accadendo e cosa sarebbe accaduto. Anche prima che fosse chiarito lo svolgimento reale dei terribili fatti, con tutti i dettagli importanti, le domande insopprimibili, ossessive, che erano nella mente e sulle labbra di tutti erano: Come è potuto succedere? Chi è il responsabile? Perché? E adesso? In altre parole: Cosa significa tutto questo? Era a tutti evidente che questo disastro fosse un evento gravissimo, addirittura epocale, e che avrebbe avuto conseguenze pesanti, imprevedibili in tutto il mondo. Era accaduto l’impensabile; di qui la difficoltà di dare un senso a ciò che era avvenuto, e allo stesso tempo l’impossibile sforzo della mente di comprendere, di controllare i sentimenti confusi di terrore, di resistere al panico e alla disperazione, di ritrovare i propri punti di riferimento.
Il giorno dell’attacco, non era ancora arrivata la sera, ed il mio computer era già stato sommerso di messaggi inviati a persone di varie mailing-list di gruppi di sinistra – messaggi che cercavano di dare un senso a ciò che era appena accaduto o che provavano a indicare delle vie attraverso le quali la sinistra potrebbe o dovrebbe interpretare gli eventi che sembrano aver annientato ogni cosa. L’ansia di spiegare, di interpretare, di formarsi una posizione per affrontare il cataclisma anche prima che la mente potesse cominciare a farsi un’idea delle mostruose proporzioni del disastro, si è dimostrata, nel migliore dei casi, un tentativo di calmare il panico, di attenuare lo stato di confusione mentale. Nel peggiore dei casi, è stata la dimostrazione di un’arroganza intellettuale – ossia, di quell’incrollabile convinzione che ha l’ideologo di possedere la chiave in grado di spiegare tutto. Gramsci ha descritto quest’atteggiamento come «la fatua ingenuità dei pappagalli che credono di possedere in poche formulette stereotipate la chiave per aprire tutte le porte (queste chiavi si chiamano propriamente ‘grimaldelli’).
Solo per darvi un esempio, quello che segue è la parte iniziale di un messaggio che aveva come subject: Che cosa dovremmo fare: un primo passo, che è circolato sulla mailing-list di un presunto gruppo universitario di marxisti la sera dell’11 settembre:
«Cari Colleghi, Amici, Compagni, gli eventi di oggi – qualsiasi cosa si scoprirà al loro riguardo – creano quelli che sono i pericoli e le opportunità di un’emergenza, un’emergenza alla quale siamo tutti chiamati a rispondere. Il governo, e le altre forze politiche al potere, useranno questi attacchi terroristici, e le atrocità che hanno coinvolto i civili, per assicurarsi il sostegno alla loro politica imperialista. Ci sarà un grande tentativo di imporre il loro patriottismo; per legittimare la politica imperialista Usa, soprattutto in Medio Oriente; e per fomentare il razzismo anti-arabo e la xenofobia. Tocca a noi mostrare qual è la verità: che tutto questo è il risultato di decenni nei quali gli Stati Uniti hanno perpetrato i più atroci massacri imperialisti e il più brutale sfruttamento dei paesi poveri. Dovrebbe essere chiaro che noi ci opponiamo al terrorismo, perché questo rafforza invece che indebolire le forze della violenza e dell’oppressione imperialista, e indebolisce invece la classe dei lavoratori e i suoi alleati, quali noi siamo. Il terrorismo è l’arma di chi è debole – di chi è più debole degli Usa – e delle forze nazionaliste, borghesi che vogliono usarlo come moneta per contrattare con gli imperialisti, e di chi NON vuole che la classe operaia, gli studenti e gli altri si organizzino intorno a una forza di classe: per costruire un movimento internazionale contro il capitalismo. Dobbiamo fare il possibile per organizzare incontri, riunioni, e dibattiti, trasmettere e far circolare queste idee».
Mentre questo messaggio veniva scritto chissà quanti newyorkesi della classe operaia stavano rischiando la loro vita per cercare superstiti tra le macerie ancora in fiamme del World Trade Center. Nell’ansia di spiegare, attraverso formule stereotipate, il significato politico dell’atroce massacro di migliaia di innocenti di ogni razza, l’autore del messaggio non si è fermato a considerare chi è che aveva in realtà perpetrato un crimine così efferato; non sentiva evidentemente nessuna esigenza di aspettare e capire, perché sapeva già in anticipo che la responsabilità era comunque degli Stati Uniti. Non gli è venuto in mente che se qualcuno si fosse rivolto in questo modo ai suoi studenti – o agli alleati della classe operaia – usando questo tipo di retorica, avrebbe quasi certamente creato delle potenziali reclute per Cia ed Fbi piuttosto che dei simpatizzanti per una qualunque causa progressista. E, ovviamente, dato che non riteneva necessario conoscere i fatti prima di divulgare la sua visione preconfezionata, l’autore di questo messaggio non poteva neanche immaginare che potrebbero esistere in realtà forze non-borghesi che si servono del terrore non per «contrattare con l’imperialismo» ma proprio per «creare un movimento internazionale contro il capitalismo» – e che forze del genere non rappresenterebbero tanto un’alternativa al capitalismo quanto un abisso della storia. Questo è quel tipo di assurdo anti-americanismo che funziona come un riflesso condizionato, e che ha l’effetto controproducente di portare la maggior parte della società a bandire automaticamente ciò che resta della sinistra in Usa e a considerarla una frangia di pazzi.
E nel frattempo veniva fuori che la vera frangia di pazzi è quella dei fondamentalisti religiosi che costituiscono la spina dorsale del potere politico in Usa e il cui sostegno si è rivelato fondamentale nelle elezioni di Bush lo scorso anno. I predicatori delle due principali televisioni del paese, Jerry Falwell e Pat Robertson, hanno discusso degli attacchi terroristici sul Christian Broadcasting Network due giorni dopo l’11 settembre, e se ne sono usciti con una nuova teoria teologica che spiegava perché Dio aveva permesso questa tragedia e chi era in definitiva responsabile della strage. Secondo Falwell, «Dio continua a svelarci la verità delle cose e consente ai nemici dell’America di infliggerci ciò che probabilmente ci meritiamo». Robertson si è detto d’accordo, e quindi Falwell ha continuato, e ha indicato i colpevoli, puntando il dito contro l’Unione americana per le libertà civili, contro la Corte federale (che ha rafforzato la separazione tra Stato e Chiesa, e in questo modo, ha «cacciato Dio dalla pubblica piazza») e contro vari altri movimenti progressisti:
«Gli abortisti devono sentire il peso di questa strage perché non ci si può far beffe di Dio. E quando noi ammazziamo 40 milioni di bambini innocenti, noi lo facciamo adirare. Io in realtà credo che contro i pagani, gli abortisti e le femministe, e i gay e le lesbiche che si sforzano di creare uno stile di vita alternativo, l’American Civil Liberties Union, i People for the American Way – contro tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l’America – biosogna puntare il dito e dire: “Voi avete contribuito perché accadesse tutto questo”».
Il portavoce della Casa Bianca si è affrettato a dichiarare che «il presidente non condivide queste idee». Quando è stato intervistato da un giornalista, Falwell ha ammesso che sono i terroristi i responsabili dal punto di vista legale, ma poi ha aggiunto: «Quando una nazione abbandona Dio ed espelle Dio dalla sua cultura… questo non porta niente di buono». Purtroppo, in questi tempi perversi, Falwell e la destra fondamentalista continueranno a prosperare, mentre le voci della sinistra, incluse quelle che responsabilmente chiedono moderazione e rispetto per la vita umana, rimarranno largamente inascoltate.
Gli agghiaccianti avvenimenti dell’11 settembre ocome si dovrebbe dire, gli eventi scatenati dall’ingiustificabile massacro di normali cittadini e residenti americani, non possono essere spiegati attraverso categorie preconfezionate. Le dimensioni del massacro, l’assoluta sfrontatezza degli attacchi, l’esperienza senza precedenti di assistere a una superiore capacità di sconvolgimento: tutto questo, e molto altro, non può che essere considerato come il segnale dell’avvento di qualche nuova orribile forza distruttiva (che all’inizio era innominabile e sembrava attaccare dal nulla), che ha il potenziale di cambiare radicalmente e per sempre il corso della storia. Questa visione da incubo è stata presto corroborata dagli espertoni che si sono precipitati negli studi tv a spiegare a una popolazione confusa e traumatizzata il senso dei sentimenti che stava provando. Prima ancora che la polvere si fosse depositata, mentre dalla lower Manhattan si stava ancora sviluppando una nube di fumo, l’opinione generale che si andava formando era che il ‘nuovo ordine mondiale’ proclamato dal primo dei presidenti Bush era andato in pezzi sotto gli occhi del figlio appena eletto. Questa era il sottotesto delle parole che campeggiavano sulla copertina di un importante settimanale inglese, l’«Economist»: The Day the World Changed, Il giorno in cui il mondo è cambiato.
Eppure, nonostante la natura sconvolgente della catastrofe, i principali media – televisione, radio, quotidiani, settimanali appena usciti, ecc… – hanno partorito la stessa retorica, lo stesso tipo di analisi che erano state utilizzate nelle varie precedenti occasioni: hanno parlato di «rispondere all’attacco», hanno descritto le «cellule dei terroristi», ecc. In molto di quello che è stato (e tuttora viene) detto e scritto si sente l’eco di quel linguaggio che ascoltavamo nelle precedenti crisi, soprattutto durante la ‘crisi degli ostaggi in Iran’ e la guerra del Golfo, e ogni volta che cittadini, soldati o interessi statunitensi vengono colpiti nel mondo. Quello che oggi viene offerto agli americani non sono altro che descrizioni semplicistiche delle varie branche dell’Islam, informazioni geografiche rudimentali (la nazioni che confinano con l’Afghanistan, le caratteristiche del suo territorio, e la posizione geografica delle principali città, Kandhar, Jalalabad, Herat, ecc.) e nozioni sul complesso assetto politico del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Le cause della distruzione e del massacro perpetrati l’11 settembre sono state presto ridotte a qualcosa che ha un nome, che può essere individuato geograficamente, e che quindi può essere colpito: tutto questo è Osama bin Laden che vive in Afghanistan sotto la protezione del regime talebano. Ci sono stati dei tentativi da parte dei principali giornali e delle tv di spiegare che, considerando le cose da una prospettiva più ampia, Osama bin Laden e i taliban sono figli della politica degli Usa durante la Guerra Fredda e delle continue alleanze fatte in nome del cinismo e della convenienza con regimi mediorientali corrotti e repressivi. Ad ogni modo su nessuno di questi giornali e tv si è vista una dose significativa di autocritica, né da parte dei politici né dei maggiori intellettuali. Anzi, la visione dei più si è subordinata alla chiamata alle armi del governo per una guerra senza condizioni contro il ‘terrorismo internazionale’, una guerra intrapresa nell’interesse di tutto il mondo, per la stessa salvezza della ‘democrazia e della libertà’ e della ‘civilizzazione’. Il venerdì dopo lo storico attentato, George W. Bush ha annunciato alla nazione che «l’America è stata l’obiettivo dell’attacco, perché noi siamo il faro più luminoso nel mondo per quanto riguarda la libertà e le opportunità individuali». La stragrande maggioranza della popolazione non era dell’umore adatto per mettere in questione questa visione manichea che considera la crisi come una guerra palese tra il bene senza macchia e il male assoluto. Si è quasi sempre certi che in tempi agitati e confusi le spiegazioni semplici e rassicuranti riescono a trovare un pubblico disposto ad ascoltarle. In generale la popolazione traumatizzata non ne vuole sapere di analisi complesse e dettagliate, soprattutto quando esse possono portare a punti di vista non netti, o a dubbi su come agire in futuro. Dall’inizio della crisi Bush ha cominciato a preparare la nazione alla guerra e la maggior parte degli americani ha mostrato la ferma volontà di seguirlo e sostenerlo in questa pericolosa avventura.
Nell’attesa tra l’11 settembre e i primi bombardamenti in Afghanistan il 7 ottobre, l’amministrazione Bush ha lavorato senza tregua per crearsi un’immagine di responsabilità, equilibrio, comprensione umanitaria, buon senso. Bush ha visitato una moschea per rimarcare il fatto che gli Usa non portano nessun rancore nei confronti dell’Islam. Il ministro della giustizia Ashcroft ha condannato pubblicamente quegli americani che manifestavano la loro ostilità contro arabi e musulmani. Il segretario di Stato Colin Powell, nelle sue conferenze stampa, ha voluto sottolieare la formazione delle alleanze con tutte quelle nazioni intenzionate a partecipare alla guerra contro il terrorismo. Non specificate fonti interne al governo hanno riferito ai giornalisti che il presidente stava resistendo alla pressioni dei falchi che spingevano per un attacco all’Iraq, e stava invece ascoltando quei consiglieri ‘moderati’ schierati a favore di una risposta assolutamente precisa e definita, mirata a deporre il regime talebano senza colpire innocenti civili afghani. Con grande ostentazione, la popolazione è stata rassicurata che ogni attacco contro bin Laden e i suoi protettori taliban sarebbe stato accompagnato da generosi aiuti per quel popolo che essi opprimono e riducono in miseria. Tutta questa retorica di facciata, costruita perfettamente ad arte, è stata concepita per mostrare che opporsi a un governo così ragionevole, così giusto, così pieno di attenzioni, che mettere in questione il suo buon senso, vuol dire esporsi all’accusa di antipatriottismo. È stato a tutti chiaro che gli Usa stavano preparandosi a intraprendere una guerra: ma non una guerra astratta, del tipo della ‘guerra alla povertà’, ma una guerra autentica con bombardamenti, portaerei, missili cruise, truppe di terra, ecc. In maniera scandalosa, i politici di tutti e due i partiti si sono astenuti dall’esprimere anche la più piccola riserva. Quando al Congresso è stato chiesto di autorizzare l’uso della forza da parte del presidente e comandante in capo George W. Bush, questo gliel’ha garantito in maniera entusiastica, senza neanche pretendere di sapere chi fosse esattamente il nemico da attaccare, o contro quale nazione Bush volesse scatenare il conflitto. L’unico voto contrario è venuto da una deputata democratica della California, Barbara Lee. «Facciamo per un momento un passo indietro», ha detto dallo scanno della Camera, «fermiamoci un minuto e riflettiamo sulle implicazioni delle nostre azioni odierne, in modo da non mettere in moto una spirale che sfuggirà al nostro controllo». Dal quel momento in avanti è stata trattata come un paria. I leader della nazione sono pronti a partire per la guerra, e il grosso della popolazione è più che intenzionato a seguirli. Eccolo il rimedio per scacciare quella confusione provocata dagli avvenimenti dell’11 settembre, lo stesso che renderà difficile se non impossibile che il paese si impegni in una qualsiasi forma di riflessione sulla (e ancora più peregrina la possibilità di un radicale ripensamento della) complessa e spesso dannosa relazione dell’America con il resto del mondo. Il rimedio si chiama guerra.
Ora che la guerra è in corso, i media hanno spostato moltissima della loro attenzione su quel fronte. I giornali sono pieni di foto e mappe che descrivono qual è l’azione delle ‘nostre forze’. In televisione si possono vedere le immagini del cielo notturno di Kabul illuminato dalle esplosioni. Sono state trasmesse le immagini di enormi aeroplani mentre vengono riempiti di pacchi, che pioveranno dal cielo per gli affamati civili afghani. Nessuno dei principali quotidiani o dei commentatori televisivi si è fermato a riflettere sull’assurdità delle scene che vengono trasmesse senza interruzione. Questi giornalisti parlano o scrivono senza il minimo accenno di ironia della più sofisticata macchina da guerra immaginabile, intenta a distruggere le ‘attività militari’ e i ‘centri di comando’ del nemico, come se i taliban rappresentassero un’ imponente e moderna potenza militare. E non hanno nemmeno notato l’assurdità di quegli aeroplani utilizzati per lanciare volantini di propaganda, che dovrebbero rassicurare una popolazione sconvolta dai bombardamenti sul fatto che gli Usa sono in realtà dalla sua parte. Per tutta una settimana i bombardamenti sono proseguiti e sembra che continueranno ancora per molto. Il numero delle inevitabili vittime umane sta salendo, ma le dichiarazioni di scuse da parte del Pentagono sono state riportate con pochissimo risalto.
Nel frattempo l’America continua a essere stretta in una morsa di ansia e apprensione – non perché vengono uccisi civili innocenti nel lontano Afghanistan, ma per il terrore provocato dalle segnalazioni sempre più numerose di casi di infezione da antrace. Sembra che la guerra biologica sia riuscita a penetrare quelle barriere di protezione dei leader politici statunitensi. Come si sa, nell’ufficio del capo della maggioranza al senato, Tom Daschle, si è scoperto dell’antrace in mezzo alla posta ricevuta, e così anche nelle sedi di più di un network televisivo. Non occorre dire che se questo ha gettato la nazione nel panico, non pare aver indotto molte persone a riflettere sull’inutilità di una guerra convenzionale nella lotta contro nemici assolutamente non convenzionali. In realtà, potrebbe anche verificarsi il caso che questi ultimi incidenti dell’antrace portino a una guerra su più fronti. Già ora, alcune influenti personalità stanno insinuando che l’origine del batterio dell’antrace sia molto probabilmente l’Iraq; e sono già circolate delle voci che uno dei dirottatori dell’11 settembre aveva avuto contatti con agenti iracheni. Il prossimo paese a essere bombardato sarà l’Iraq? Ci sono ragioni sufficienti per temere un’espansione e un’escalation della guerra, che potrebbe scatenare un’incontrollabile reazione a catena.
Tutto il mondo riconosce la gravità dei danni delle scelte politiche americane – e la massiccia partecipazione alla manifestazione svoltasi di Italia il 14 ottobre l’ha dimostrato chiaramente. Si riconosce anche che i fallimenti e gli errori della politica estera Usa potrebbero portare caos, morte e distruzione in altri paesi oltre l’Afghanistan: per non parlare della possibilità molto reale che il prezzo in vite umane pagata dagli Stati Uniti possa aumentare. Eppure le preoccupazioni e le dimostrazioni pubbliche in tutto il mondo non stanno avendo alcun impatto su chi prende le decisioni politiche; e anche il cittadino medio americano ne resta poco informato. In parte questo è dovuto alla cultura tradizionalmente isolazionista degli Stati Uniti, la cui popolazione, per la maggior parte, non sa nulla del mondo su cui esercita il proprio dominio. Ma questo non spiega la quasi totale mancanza di attenzione che viene data alle richieste di moderazione o alle segnalazioni dell’inefficacia della guerra provenienti da intellettuali progressisti e di sinistra, di studenti, da vari gruppi di attivisti, e da alcuni leader religiosi. È anche vero che alcuni attivisti di sinistra utilizzano una retorica fastidiosa e accusatoria che finisce col respingere la maggior parte della popolazione. Ma che cosa ne è dei molti e seri rappresentanti dell’opinione pubblica, esperti in affari del Medio Oriente e dell’Asia centrale, scrittori, professori universitari, ecc, che hanno detto e scritto cose intelligenti sui pericoli di una nuova guerra? C’è un’ostinazione a non voler ascoltare, un consapevole sforzo per accantonare, o persino cancellare, le voci di dissenso.
I segnali di intolleranza si sono verificati qualche giorno dopo la catastrofe. Due giornalisti – uno nell’Oregon, uno nel Texas – sono stati licenziati dopo avere scritto articoli in cui criticavano Bush per essersi comportato come un uomo spaventato piuttosto che come un leader sicuro di sé, quando l’11 settembre si è rifugiato per diverse ore in un bunker segreto del Nebraska prima di ritornare a Washington. La casa Bianca ha tirato fuori la storia che Bush era costretto a rimandare il suo ritorno nella capitale perché l’Air Force One era tra gli obiettivi dei terroristi. Una scusa che mancava di credibilità e che più tardi è stata giudicata infondata. Qualche giorno dopo, Bill Maher, un personaggio di un talk-show televisivo, ha fatto notare nel corso del suo programma che era scorretto bollare i terroristi come ‘codardi’ e ha aggiunto: «Noi siamo stati codardi, quando lanciavamo missili cruise da 2000 miglia di distanza». La stessa osservazione era stata espressa da Susan Sontag in un articolo che è uscito su «Le Monde» e su «La Repubblica» prima che apparisse sul «New Yorker». Sia Maher che la Sontag sono stati oggetto di attacchi violentissimi. Maher è stato rimproverato pubblicamente dal portavoce della Casa Bianca, Ari Fleisher, che ha dichiarato minacciosamente: «Gli americani…. devono stare attenti a ciò che dicono, stare attenti a ciò che fanno, e questo non è tempo per osservazioni del genere; e mai lo sarà». Anche «Voice of America» è ufficialmente ripresa, per aver trasmesso, il 25 settembre, brani di un’intervista al leader dei taliban, il Mullah Mohammed Omar. Il Dipartimento di Stato ha inutilmente avvertito la radio di cancellare l’intervista, ma è stato ignorato. A una conferenza stampa il giorno dopo, il portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato: «Non pensavamo che cittadini americani che pagano le tasse nel nostro paese, come quelli di Voice of America, potessero trasmettere la voce dei taliban». Un tentativo ancora più allarmante di controllare i media è stato attuato dal Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, che ha chiamato a raccolta tutti i direttori dei principali canali di news e ha chiesto loro di non trasmettere per intero i video realizzati da bin Laden e dall’organizzazione Al Qaeda. Questi filmati, secondo la Rice, potrebbero contenere messaggi in codice e, in ogni caso, costituirebbero degli strumenti di propaganda dannosa per la popolazione americana.
Anche nei campus universitari la libertà di espressione viene soffocata in nome del patriottismo. In vari campus sparsi nel paese diversi rappresentanti di facoltà sono stati criticati da alcuni giornali, ripresi dagli amministratori universitari, e in alcuni casi criticati apertamente dagli studenti stessi per aver espresso posizioni critiche nei confronti di Bush e della politica americana. Un dibattito organizzato dalla facoltà e dal personale della City University di New York ha, per esempio, provocato l’ira del «New York Post». Il giornale riportava che un professore aveva detto di fronte a 200 persone che «la responsabilità ultima ricade su quei capitalisti che governano questo paese». Un altro professore, secondo quanto riportato, aveva dichiarato di preferire la pace alla guerra e aveva criticato la diplomazia Usa. Membri della giunta amministrativa universitaria (che non hanno partecipato all’incontro e ne sono venuti a conoscenza solo attraverso le parole del «New York Post») hanno promesso di emettere una severa condanna nei confronti dei professori; e il rettore dell’università ha deciso di non considerare il fatto che i professori abbiano condannato duramente gli attacchi, e li ha anzi accusati di «essersi scusati in maniera poco convincente» e di aver giustificato gli attacchi al World Trade Center.
Dibattiti e manifestazioni per chiedere la pace si sono svolti in più di cento campus universitari, ma in genere hanno registrato un’esigua partecipazione. Gli studenti si sono anche uniti ad altri attivisti e hanno organizzato dimostrazioni contro la guerra e veglie per la pace in varie città in diversi Stati. Una dimostrazione per la pace, tenutasi a Portland, nell’Oregon, ha raccolto secondo i giornali 3000 persone. Alla Harvard University il 20 settembre si è svolta una manifestazione con circa 500 persone, per chiedere al governo di evitare la guerra. Comunque, considerata la gravità della situazione, queste proteste e queste dimostrazioni non hanno attirato folle grandi abbastanza da produrre un impatto significativo. Gli sforzi della sinistra e degli altri gruppi progressisti non si sono coalizzati in un movimento efficace – e si è molto distanti da una situazione come quella di Seattle. E oltretutto i pacifisti sono stati in genere ignorati dai media.
Qualche giorno dopo gli attacchi di New York e Washington, è stato chiesto a Noam Chomsky: «Che futuro prevede per il popolo di Seattle?» E lui ha risposto:
«È sicuramente una battuta d’arresto per la protesta mondiale contro la globalizzazione… che non è cominciata a Seattle. Questi atroci atti terroristici sono sotto tutti i punti di vista un regalo per la parte più violenta e repressiva, ed è sicuro che saranno utilizzati – anzi in realtà già lo sono – per accelerare i programmi di militarizzazione, il rafforzamento del regime, l’inversione del processo di socialdemocratizzazione, lo spostamento della ricchezza verso aree sempre più ristrette, e la distruzione di qualsiasi forma significativa di democrazia. Ma questo non accadrà senza resistenza, e io dubito che succederà, tranne che nel breve periodo».
La resistenza sviluppatasi fin ad oggi non ha avuto grand’effetto. Insigni intellettuali, come Edward Said, eminenti teologi come lo studioso di etica e pacifista Stanley Hauerwas della Duke University, scrittori famosi come Alice Walker hanno espresso a voce e per iscritto, in modo equilibrato ed eloquente, la necessità di evitare la rappresaglia violenta, e di riflettere sulle vere cause del risentimento anti-americano, di considerare le condizioni delle masse di poveri nel mondo, di lavorare per la riconciliazione, e di sanare le divisioni che separano nazioni e culture. In pochi hanno prestato attenzione a queste voci. L’indice di gradimento di Bush rimane astronomicamente alto.
Il grosso della popolazione è d’accordo con la guerra mossa contro il regime talebano. E dalla stessa parte si sono schierati anche alcuni che fin ad oggi erano vicini alla sinistra. Christopher Hitchens, un collaboratore abituale di «The Nation», probabilmente il settimanale progressista più letto negli Usa, ha accusato Chomsky (e altri che condividono il suo punto di vista) di ‘razionalizzare’ gli attentati terroristici. Hitchens non discute il fatto che bin Laden e i taliban siano in parte un mostro creato da una maldestra politica estera degli Stati Uniti. Ma è proprio perché bin Laden e i taliban sono dei mostri – Hitchens li definisce «fascisti travestiti da islamici» e «fascisti teocratici» – che ritiene un dovere degli Usa annientarli. Secondo le parole di Hitchens: «Noi abbiamo un dovere nei confronti della popolazione afghana, la cui esistenza è resa impossibile dai taliban da molto prima che noi ne fossimo toccati….». E sarcasticamente aggiunge: «Ma aspettate! Questo può voler dire che è possibile fare qualcosa. Ma ovviamente siamo troppo schiacciati dal senso di colpa per muoverci». Da un certo punto di vista, Hitchens ha optato per una soluzione chiara, e l’ha dipinta in modo vagamente simile alla scelta dell’intervento degli Usa contro le forze fasciste nella seconda guerra mondiale. Ovviamente gli argomenti di Chomsky contro la guerra non nascono dal senso di colpa. Ma anzi egli ritiene che la guerra sia una scelta controproducente. La rete di bin Laden, sostiene Chomsky, «trae linfa da un sostrato di rabbia, terrore e disperazione, che rappresenta il motivo per cui lui stesso spera in una violenta reazione da parte statunitense, che finirà col mobilitare altre forze per la sua causa distruttrice». (I testi completi degli articoli, le interviste e i polemici botta e risposta di Hitchens e Chomsky si possono trovare in inglese sul sito di «The Nation»: www.thenation.com).
Ora che la guerra è cominciata, è quasi impossibile immaginarsi che l’America decida di fare marcia indietro. Le facili spiegazioni hanno avuto la meglio, l’idea semplicistica che ‘fare’ qualcosa significasse per forza andare alla guerra è stata sostenuta dall’amministrazione Bush e appoggiata dalla stragrande maggioranza della popolazione. Ora si può soltanto sperare che la guerra arriverà presto a una fine, ma nel frattempo occorre restare pronti ad affrontare nuove tragedie. La globalizzazione ha assunto un nuovo significato e l’obiettivo di tutti i movimenti progressisti esistenti è diventato più difficile che mai. Come ha evidenziato Lucio Magri nell’ultimo numero di questa rivista, il mondo è precipitato in una guerra civile planetaria e occorre respingere con forza la tentazione di schierarsi da una parte o dall’altra. L’attuale obiettivo deve essere quello di costruire niente di meno che una nuova prospettiva laica, capace di convincere i popoli del mondo ad abbandonare il dio nascosto del mercato e gli dei in collera di tutte le religioni.
(Traduzione di Christian Raimo)

http://comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=393

 

Saddam aveva ragione: gli Americani sono i nuovi Mongoli.


  di WAYNE MADSEN


All’inizio dell’anno, Saddam Hussein si rivolse ai propri cittadini esortandoli a combattere contro i “nuovi mongoli”, un eufenismo per indicare i militari americani intenzionati ad attaccare l’Iraq. Saddam Hussein ha avuto ragione.
Nel 1248 i Mongoli al commando di Hulagu Khan invasero Baghdad e danneggiarono la città. I Mongoli invasori si accanirono sul passato storico dell’Iraq distruggendo reliquie Numeriche, Babinolesi, Assirie, Nineveane e del mondo islamico. I Mongoli distrussero anche il sistema idrico del paese, che ne risultò danneggiato per almeno un secolo.
Paragoniamo l’invasione di Hulagu Khan nel 1248 e l’invasione Americana del 2003 e subito ci vengono in mente similitudini.


Come i Mongoli, gli Stati Uniti hanno gravemente distrutto il sistema di approvigionamento idrico, creando danni sanitari notevoli in una città di oltre 5 milioni di persone. Se tale calamità fosse occorsa in modo naturale in un'altra città, gli aiuti internazionali sarebbero subito arrivati. Invece gli americani stanno ostacolando gli sforzi umanitari internazionali e soprattutto li vogliono controllare.   
E come i Mongoli, gli Americani se ne sono stati in disparte mentre veniva saccheggiato il Museo nazionale iracheno.
Anzi si sono uniti ai saccheggiatori
che devastavano altri bersagli lucrativi come uffici statali, depositi e abitazioni private.
Il regime di Bush ha ignorato l’appello di Koichiro Matsura, capo dell’UNESCO, che chiedeva alle truppe americane di proteggere i musei. I suoi appelli, come quelli di Giordania, Russia e Grecia, sono andati completamente inascoltati (ndt: e l’Italia?).
Il saccheggio e la distruzione irresponsabile del Museo di Baghdad non solo richiede una condanna internazionale ma rientra proprio nella giurisdizione della Corte Internazionale sui Crimini.
Si può facilmente capire il dolore provato dal Direttore del Museo quando in lacrime raccontava ai giornalisti che 170.000 oggetti di immenso valore, risalenti a migliaia di anni fa, all’inizio della civilizzazione della valle del Tigri e dell’Eufrate, nel biblico Giardino dell’Eden, erano stati trafugati o distrutti. Sarebbero bastati un carroarmato e 1-2 soldati americani per impedire lo scempio. E invece le truppe americane stazionavano oziose mentre si compiva lo scempio di 7000 anni di storia irachena. Perfino importanti dati computerizzati archeologici sono andati distrutti. Gli addetti al museo accusano le truppe americane per questa carneficina. Il regime di Bush sembra più intento a ricostruire l’Iraq nello stesso senso in cui sta trasformando l’America da una democrazia a una entità fascista corporativa.
Il fatto che ai saccheggiatori è stato permesso di distruggere e bruciare rari testi islamici, e nello stesso momento in cui stanno entrando in Iraq volontari cristiani fondamentalisti con acqua e Bibbie revisioniste, fa ipotizzare la possibilità di un futuro bagno di sangue religioso. Il dare piena libertà di lavoro ai missionari fondamentalisti Cristiani per il piacere di Pat Robertson e Jerry Falwell e con il pieno supporto di una futura amministrazione americana neo-conservatrice, guidata dall’ex generale dell’esercito Americano, Jay Garner, filo-Likud israeliano, dà a molti l’orribile sensazione che i passati riferimenti di George W. Bush alle “crociate” possano avere in parte influenzato le attuali guerre dell’America contro Afghanistan e Iraq e le future potenziali guerre contro Siria, Iran, Palestina e Libano.
Fra le cose portate via, ci sono le tavolette del Codice di Hammurabi e l’Ariete nel Bosco di 4600 anni fa proveniente da Ur. Il busto di un re degli Accadi è stato distrutto. Ciò che non è stato distrutto dai Mongoli nel 1248, lo è stato ora con l’arrivo degli Americani.
I Generali americani,  Dwight Eisenhower, Omar Bradley, e George Patton, Jr., sorvegliarono personalmente il recupero delle opere d’arte trafugate dai nazisti. Paragona a loro, gli attuali capi militari, Tommy Franks e Vincent Brooks, e uno comincia a capire perchè Saddam li aveva paragonati a orde mongole. Brooks mentì ad un briefing del Comando Centrale dicendo che gli americani si sarebbero impegnati nel preservare la ricca cultura, l’eredità e le risorse del popolo iracheno. ("We remain committed to preserving the rich culture and heritage and the resources of the Iraqi people.").
E’ chiaro a tutti che gli Americani, permettendo lo scempio, hanno violato l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1949 e l’articolo 2 del Protocollo Opzionale (1977) alla Convenzione di Ginevra. La Corte per i Crimini Internazionali dovrebbe iniziare ad esprimersi se accusare o no gli Stati Uniti per aver commesso il crimine di distruzione volontaria di patrimonio culturale. 
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sempre dimostrato disprezzo per il patrimonio culturale. Sono fra le poche nazioni del mondo che si sono rifiutate di firmare The Hague Convention sul rispetto del patrimonio culturale durante le guerre. Ironicamente quella convenzione è stata firmata da Francia, Germania, Canada, Russia, Belgio, Grecia, Turchia, Norvegia, Finlandia, Austria, Cina, India, Iran, Indonesia, Cuba, Brazile, Messico, Siria, e altri paesi che si sono rifiutati di far parte della coalizione di Bush. E per rendere la cosa ancor peggiore The Hague Convention è stata anche firmata da Saddam Hussein, facendo sì che il cosidetto “macellaio di Baghdad” si sia impegnato per il rispetto del patrimonio culturale più degli americani o degli inglesi.
L’INTERPOL, che ha già un mandato di cattura per Ahmed Chalabi, il favorito del Pentagono per la direzione dell’Iraq, dovrebbe immediatamente fornire tutte le notizie sulle opere rubate. L’ UNESCO, l’INTERPOL, e l’Unione Europea dovrebbero coordinare le loro attività per rintracciare gli oggetti rubati prima che spicchino il volo verso l’America, Inghilterra, Israele o altrove. Mandati di cattura dovrebbero essere emessi rapidamente.
L’america che ha mutato l’assedio in saccheggio di Baghdad dovrebbe eesre condannata da tutte le nazioni. Lo studio della storia umana ha subito un terribile colpo dal regime di Bush. Nessuna somma di denaro compenserà mai il popolo iracheno, la nazione Araba e il mondo per la perdita di un punto cruciale nella civilizzazione del mondo. Il regime di Bush e i suoi moderni vandali Mongoli dovrebbero rispondere per i loro crimini contro l’umanità.
Wayne Madsen è un giornalista investigativo di Washington, che ha scritto l’introduzione alla Verità proibita (Forbidden Truth).
Madsen può essere raggiunto a: WMadsen777@aol.com
da http://www.counterpunch.com/


 

GUERRA
I neo-cons vogliono un altro «attacco preventivo»
Questa volta puntano contro l'Iran, «madre di tutti i terrorismi». Potrebbe essere Israele a fare il lavoro
MARINA FORTI


Attaccare l'Iran? «Gli Stati uniti dovrebbero piuttosto cercare di uscire dal pantano in cui si sono cacciati in Iraq», ha commentato ieri il presidente della repubblica iraniana Mohammad Khatami. Era un commento alle accuse rilanciate in questi giorni dal sottosegretario di stato americano John Bolton - che l'Iran si sta costruendo la bomba atomica. «Gli Stati uniti stano cercando pretesti per giustificare la loro politica guerrafondaia», ha aggiunto Khatami: «Se avessero davvero le prove di quello che dicono, farebbero il diavolo a quattro». Il fatto è che a Washington qualcuno pensa che il modo per uscire dal «pantano» iracheno sia proprio mirare l'Iran - che il presidente George W. Bush aveva incluso nel cosiddetto «asse del male», con l'Iraq di Saddam Hussein e con la Corea del Nord. L'Iran è un chiodo fisso per quella corrente di estrema destra chiamata i «neo-conservatori», che comprende esperti sparsi in centri studi come il American Enterprise Institute, consiglieri sparsi tra il Pentagono e la Casa Bianca - tra i più in vista sono il sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz, i consiglieri del Pentagono Richard Perle o il sottosegretario Douglas Feith - e anche columnist di grandi giornali. Certo, si potrebbe supporre che il disastro della campagna in Iraq abbia spinto questa corrente a fare un passo indietro: erano loro a dire che gli americani sarebbero stati accolti in Iraq come liberatori, il dopoguerra sarebbe stato breve e pacifico, l'Iraq senza Saddam sarebbe diventato un faro della democrazia in Medio oriente (e una sicura base per le truppe americane nella regione), la sicurezza di Israele sarebbe stata garantita e la pace in Palestina finalmente possibile, e al Qaeda annullata per sempre. Tutto il contrario. Ma non per questo l'influenza dei neo-cons a Washington sembra diminuita.

L'Iran torna dunque nel mirino - con dichiarazioni buttate là, qualche commento sui grandi giornali... In ordine di tempo: Michael Ledeen, nella veste di studioso dell'American Enterprise Istitute, ha scritto che una politica di dialogo con Tehran sulle sarebbe «appeasement», acquietamento (un po' come calare le braghe). L'Iran è «la pietra miliare della rete terrorista con cui siamo in guerra», «è in corsa per acquisire la bomba atomica» e «fa il possibile per uccidere americani in Iraq con lo scopo di buttarci fuori dal Medio oriente e diffondere la sua odiosa versione di regime islamico», ha sostenuto Ledeen in una polemica con il Council for Foreign Relation (altro centro studi di politica estera, pragmatico, che un mese fa ha pubblicato un documento per una politica di dialogo con l'Iran: il manifesto, 24 agosto).

Ledeen non è un «esperto» qualsiasi. Senza risalire alla sua storia equivoca (un ruolo mai ben chiarito nell'affare Iran-contras), Ledeen è stato il co-fondatore della «Coalizione per la democrazia in Iran» insieme a Morris Amitay (della più potente lobby filo-israeliana a Washington, il American Israel Public Affairs Committee). E' questa lobby che l'anno scorso è riuscita a far approvare dal Congresso una «Iran Freedom Act», che stanzia circa 50 milioni di dollari per sostenere una «rivoluzione democratica» dell'opposizione iraniana (quella che piace ai neo-cons, per lo più gruppi monarchici esiliati negli Usa), finanziare radio e tv, lanciare operazioni di propaganda. Ledeen ora sostiene che questa «rivoluzione democratica» non nascerà dall'interno dell'Iran stesso, «il movimento riformista non è riuscito a soddisfare la richiesta popolare di libertà». E' ora di indurre un «cambio di regime».

La tesi che l'Iran è una «minaccia» è stata ripresa in un paio di editoriali negli ultimi due mesi da Charles Krauthammer sul Washington Post: «La lungamente attesa rivoluzione [in Itan] non è avvenuta. Cosa che srende la questione di un attacco preventivo tanto più urgente. ...Se nulla sarà fatto, un regime fanatico e terrorista che punta apertamente a distruggere il `grande satana' avrà armi nucleari e terroristi e i missili per mandarle a segno. La sola cosa che può impedirlo è un attacco preventivo».

Il modello è quello già visto a proposito dell'Iraq. La «legge per la libertà in Iran» ricalca quella alla fine degli anni `90 per l'Iraq. Poi le accuse (di costruire la bomba nucleare, di fomentare il terrorismo), costruite con «rivelazioni» e analisi di esperti e amplificate da editoriali. Poi le pressioni sugli alleati occidentali - in questo caso presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Con la variante, in questo caso, che il «colpo preventivo» potrebbe essere affidato a Israele, il cui primo ministro Ariel Sharon ha definito Tehran la «maggiore minaccia» all'esistenza dello stato ebraico (che è nel raggio d'azione del missile Shahab-3, sperimentato il mese scorso dall'Iran). Lo scenario è allarmante. A meno che voci più realistiche prevalgano - sia a Washington, sia a Gerusalemme.

 
 
 

Kissinger disse a Videla: «Fate pure»
Confermato da documenti Usa il ruolo del Nobel per la pace nella mattanza argentina
THEO GUZMAN*


Che la si chiami dittatura, guerra sucia o stagione dei desaparecidos, il regime che dal marzo del 1976 dominerà l'Argentina sino al 1983, ha scritto una delle pagine più buie della storia recente non solo dell'America latina. Il balletto dei generali Videla, Massera e Agosti, che rovesciando il governo di Isabelita Perón occuperanno le stanze del potere sino alla guerra delle Falkland, era seguito con molta attenzione anche fuori dai confini di casa e soprattutto negli Stati uniti. A trent'anni di distanza, il periodo minimo imposto ai documenti secretati, continuano però a uscire nuovi segmenti che aiutano a ricostruire la verità e le connivenze di cui la giunta godeva specie da parte del suo più importante protettore. Gli ultimi tasselli usciti dagli archivi sono stati resi noti in questi giorni dai National Security Archives, un'organizzazione universitaria non governativa americana molto attiva nel campo della ricerca. Aggiungono qualche particolare a quanto già si sapeva rispetto all'atteggiamento di Washington e soprattutto del principale tessitore della tela di rapporti con le dittature sudamericane, a tre anni dal golpe contro Allende in Cile. Nel giugno del 1976, a pochi mesi cioè dall'arrivo al potere dei generali, il segretario di Stato americano Henry Kissinger ebbe una lunga conversazione con il ministro degli esteri argentino Cesar Augusto Guzzetti: «Se ci sono cose da fare bisogna farle in fretta - gli disse - ma poi bisogna anche tornare rapidamente alle normali procedure». Kissinger in sostanza e benché, come già ampiamente dimostrato, sapesse cosa stava facendo la giunta, diede luce verde al rappresentante della dittatura. L'incontro avvenne il 10 giugno a Santiago (benché il documento porti la data del 6) in occasione del vertice Osa nela capitale cilena. E' ora disponibile attraverso la trascrizione di 13 pagine finora coperte da segreto.

Dopo i convenevoli Guzzetti entrò nel vivo: «Il nostro principale problema è il terrorismo... assicurare la sicurezza interna del paese... l'Argentina ha bisogno da parte degli Stati uniti di comprensione e supporto (anche per la crisi economica ndr)». «Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile perché ce la faccia», rispose Henry. Ma le cose da vicino, ricordano i ricercatori americani, le aveva seguite anche la stampa americana, il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina che si era lamentata proprio con Guzzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi tre mesi della dittatura erano dunque ben note. Ma Kissinger si dimostrò comprensivo: «Sappiamo che siete in difficoltà... capiamo che dovete stabilire un'autorità... farò quel che posso». Il memorandum del giugno `76, secondo Carlos Osorio dei Nsa, «spiega perché i generali argentini pensarono di aver ricevuto un messaggio chiaro che dava loro carta bianca».

Dopo circa un mese, il 9 luglio, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi applicati dagli argentini, che utilizzavano «...il metodo cileno... terrorizzare l'opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore...». Il 7 ottobre a New York, il fatto è noto da tempo, Kissinger ammonì Guzzetti: «...prima avrete finito meglio sarà».

La guerra sporca non è ancora stata descritta compiutamente. Il rapporto della Commissione nazionale argentina dell'84 ha fornito una stima di 8.960 scomparsi tra il 1976 e il 1983 anno di caduta del regime, ma non riteneva «definitivo» il bilancio. Secondo il Centro studi per la pace, sarebbero 30.000 gli scomparsi, oltre 500 i figli di desaparecidos venduti o regalati, 2 milioni gli esiliati politici. Buenos Aires contava all'epoca 365 lager clandestini nel ventre di una città che, nel 1978, ospitò addirittura un mondiale di calcio. Il lavoro di ricerca è ancora in corso e adesso si è attivata nuovamente anche la magistratura. Ma il vero lavoro si deve a decine di gruppi come le Madres de Plaza de Mayo che, in piena dittatura, sfidarono la giunta già dal'77.

*Lettera22

 

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