FISICA/MENTE

 

l'Unità 06.07.2004
Nuova bufera sulla Cia: false le informazioni sulle armi di distruzione di massa
di red.

La Cia è di nuovo sotto accusa. E l’oggetto di questa accusa sono ancora una volta le presunte armi di distruzione di massa (Adm) di Saddam Hussein. Ancora nella bufera l’ex direttore George Tenet, insieme al suo vice John McLaughlin. Avrebbero «piegato» le informazioni in loro possesso, con il risultato che i dossier e i rapporti sulle armi di distruzione di massa di Saddam forniti alla Casa Bianca sarebbero risultati decisamente «sexed-up», gonfiati.

Secondo quanto riferito dalla versione online del New York Times, l’agenzia di intelligence americana avrebbe «insabbiato» una serie di informazioni, raccolte prima della guerra, provenienti da parenti di scienziati iracheni. L’Iraq aveva abbandonato da tempo i programmi per la fabbricazione di armi non convenzionali: questo quanto emerso dalle informazioni provenienti dai parenti degli scienziati che lavoravano per il regime di Baghdad. Ma la Cia avrebbe ritoccato il materiale in suo possesso.

A rivelare al New York Times la nuova accusa mossa a Tenet e alla Cia sono stati dei funzionari governativi, coperti da anonimato, impegnati nel comitato ristretto della Commissione del Senato sui servizi segreti che sta indagando su come l'amministrazione gestì le informazioni sulla Adm.

Nei prossimi giorni la Commissione dovrebbe rendere pubblico un dossier fortemente critico nei confronti della gestione della Cia. In questo documento, tra l’altro, non dovrebbe esserci nessun tipo di riferimento a un’eventuale volontà della Casa Bianca di forzare la mano sulle informazioni della Cia. Dunque Bush e i suoi collaboratori sarebbero stati ingannati dall’intelligence.

La vicenda inerente alla direzione della Cia si arricchisce dunque di nuovi elementi che inducono, attraverso le inchieste del Senato, a credere che le dimissioni di Tenet non debbano essere lette come un modo per salvare Bush, ma come un atto necessario. La credibilità della Cia ne esce fortemente minata.

Proseguono intanto gli sforzi del governo Allawi per stabilizzare il Paese. Una vera e propria crociata contro il terrorismo, quella condotta dal governo Allawi. Una lotta senza quartiere. Con una dichiarazione che non ha precedenti, il premier iracheno ha reso pubblico che il sanguinoso attacco su Fallujah, condotto dagli americani lunedì, è nato da una «soffiata» dei servizi segreti iracheni. Il raid è stato fatto sulla base della convinzione che gli obiettivi della città sunnita colpiti dalle truppe Usa fossero un covo di seguaci di Al Zarqawi. «Il popolo iracheno – ha detto Allawi – non tollererà i gruppi terroristici o coloro che collaborano con miliziani stranieri come quelli della rete di Zarqawi per portare a termine i loro perniciosi obiettivi». Chiaro è il riferimento a Iran e Siria, accusati recentemente di contribuire alla destabilizzazione del processo di pace iracheno, ospitando sul proprio territorio i centri direzionali della resistenza irachena. E proprio sotto questo profilo c’è da rilevare le ultime indiscrezioni, apparse sul New York Times: a dirigere la resistenza e a colpire le forze che occupano l’Iraq sarebbero tre cugini di Saddam, che operano tra la Siria e l’Europa.

Sempre sul fronte antiterrorismo il ministero dell’Interno ha comunicato che due iraniani sono stati arrestati nel nord del Paese. «I due stavano piazzando un esplosivo e appartenevano ai servizi segreti di Teheran», ha detto Hikmat Mussa Suleiman, viceministro dell’Interno.

Per quanto riguarda invece le vicende militari irachene, quelle che si svolgono sul campo quotidianamente, c’è da segnalare la conferma della morte di tre marine Usa, uccisi ieri «durante un’operazione di sicurezza in corso nella provincia di al Anbar». Lo rivela un comunicato dell’esercito statunitense.


Assolta l'amministrazione Bush: "Non ha fatto pressioni"
L'intelligence americana definita "una struttura a pezzi"
Commissione Senato Usa
"Su armi in Iraq errori della Cia"
Troppo credito a informazioni straniere non verificabili

 

WASHINGTON -

La Cia è stata imprecisa, sciatta e poco organizzata nello stilare i rapporti sulle armi di distruzione di massa in Iraq. La commissione del Senato americano, incaricata di valutare l'operato dell'intelligence, ha elaborato un rapporto nel quale si evidenzia come non solo la reale minaccia degli armamenti iracheni sia stata sovrastimata, ma come si sia prestata poca attenzione alle prove che indicavano il contrario. Il rapporto assolve però del tutto l'amministrazione Bush, che non ha fatto pressioni sul lavoro della Cia.

Il contenuto della relazione è stato rivelato oggi da una fonte, che ha potuto vedere il rapporto secretato, nel quale i servizi segreti sono accusati di numerose mancanze nelle indagini sulle armi di distruzione irachene, che per altro non sono mai state ritrovate. Il rapporto assolve l'amministrazione Bush dalle accuse di aver fatto pressione sugli stessi servizi segreti per poter avere una giustificazione alla sua politica estera.

"La Commissione non ha trovato prove che membri dell'amministrazione abbiano fatto pressioni o forzato in alcun modo gli analisti dell'intelligence perché cambiassero le loro stime sulla pericolosità delle armi irachene". La precisazione della commissione, formata da repubblicani e democratici, è quanto mai importante visto che proprio su questi rapporti si è basata la campagna di Bush per l'intervento in Iraq.

La commissione assolve completamente il vice presidente Dick Cheney, uno dei maggiori sostenitori della guerra, dall'accusa di aver fatto pressioni sui servizi segreti. "Non c'è prova - dice il rapporto - che la visita del vice presidente alla Cia fosse un tentativo di influenzare gli analisti".

Il rapporto, di oltre 500 pagine, sottolinea in particolar modo come i documenti prodotti dall'intelligence nell'ottobre 2002 "non sostennero con adeguate prove le tesi dei servizi segreti". Nelle relazioni ci sono "una serie di errori, soprattutto nel tracciare i percorsi commerciali delle armi".

Certo l'immagine della Cia ne esce gravemente minata. Nel rapporto si parla infatti della famosa agenzia di intelligence come di "una struttura a pezzi con una gestione scarsa", un'accusa diretta al direttore della Cia, George Tenet, che ha dato le dimissioni un mese fa e lascerà formalmente il suo incarico domenica prossima.

Tra le altre accuse fatte al modo di operare della Cia c'è quella di essersi basata su rapporti vecchi, poiché non esistevano notizie certe sulla situazione degli armamenti iracheni successivamente al 1998, quando gli ispettori dell'Onu furono espulsi dal paese. La commissione denuncia inoltre che l'intelligence statunitense si è fidata troppo di fuoriusciti dall'esercito iracheno e di informazioni di servizi segreti stranieri, dei quali non si poteva accertare l'attendibilità. In particolare, secondo la commissione, è stato dato troppo credito ai fuoriusciti dall'Iraq, che erano impazienti di veder crollare il regime di Saddam.
(Repubblica 9 luglio 2004 )

 

 

Dal Manifesto del 14 luglio 2004

Caporale in Kosovo vittima dell'uranio


E' morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli Luca Sepe. Era stato colpito da un linfoma al ritorno da una missione nei Balcani. 27 morti e 267 ammalati tra i militari all'estero
GABRIELE CARCHELLA *
Alla carriera con le stellette aveva dedicato tutto se stesso. La sua passione Luca Sepe, caporal maggiore dell'esercito, l'ha pagata con la vita: si è spento ieri mattina a soli 27 anni nell'ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcune settimane in condizioni ormai disperate. Ma il suo non è un addio come tanti, perché il sospettato numero uno della morte di Luca si chiama uranio impoverito. Un killer che, secondi alcuni, sta mietendo vittime tra i nostri soldati senza che i vertici politici e militari si scomodino per capire cosa stia davvero succedendo. L'odissea del giovane soldato, nato a Cardito, in provincia di Napoli, comincia nel 2001, quando di ritorno da una delle sue missioni nei Balcani scopre che un linfoma di Hodgkin ha cominciato a succhiargli a poco a poco la vita. Luca, però, decide di non aspettare inerme il suo momento e investe le energie che gli rimangono per aiutare i colleghi. Quelli che come lui vanno nei Balcani, in Somalia, Iraq o Afghanistan innalzando il vessillo tricolore. Luoghi dove la morte sembra avere non tanto l'aspetto di luccicanti pallottole, ma piuttosto l'etere a consistenza di invisibili radiazioni. Su questi paesi, aerei Nato e caccia americani hanno infatti rovesciato una quantità imprecisata di ordigni all'uranio impoverito, una sostanza radioattiva in grado di impressionare una pellicola fotografica in poco più di un'ora. Luca cerca dunque di capire perché ha contratto la malattia che lo sta divorando. E se altri come lui rischiano la pelle. Decide allora di tornare nei Balcani per farsi esaminare il sangue all'Istituto oncologico di Sarajevo. Il ragazzo sembra farcela, ma è solo una tregua concessa dal tumore. Al suo fianco, fino all'ultimo, solo i familiari e pochi amici: il padre, che si accorge che la chemioterapia somministrata al figlio era sbagliata, la madre e la fidanzata Giusy. Anni di sofferenza in cui pochi si sono fatti avanti per dare una mano alla famiglia Sepe, che si ritrova a sopportare l'onere della malattia del figlio. Quando il padre è costretto a chiudere l'attività di antennista, i Sepe vanno avanti solo grazie agli aiuti di parenti e amici. Durante i tre anni di malattia, Luca ha trovato il sostegno del maresciallo del Cocer Domenico Leggiero, dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: «La sua morte è maledettamente uguale a tutte le altre morti sospette tra i nostri militari in missione all'estero. Luca è stato totalmente abbandonato dalle istituzioni e ha combattuto quasi da solo con la malattia e la sofferenza. Ha donato la vita per un'istituzione in cui credeva». E, in effetti, il caporalmaggiore Sepe doveva sentire la divisa come una seconda pelle se ha deciso, nel novembre scorso, di partecipare ai funerali per le vittime italiane di Nassiriya. «Voleva essere presente a tutti i costi - ricorda Leggiero, parlando con voce tremolante per la rabbia e l'emozione - per far capire che la divisa continuava a essere per lui un valore importante e per onorare quelli che amava definire i suoi colleghi. Ma anche quel giorno venne ignorato». Appena appresa la notizia, il sito internet dell'Osservatorio militare è stato listato a lutto, con il viso malinconico di Sepe che campeggia sullo sfondo nero. Con questa morte, ricorda l'Osservatorio, salgono a 27 le vittime dell'uranio impoverito utilizzato nelle armi in dotazione all'esercito italiano durante la guerra dei Balcani, mentre i malati sono 267. Cifre contestate dai vertici militari, per i quali è però sempre più difficile negare ogni forma di collegamento tra l'uranio impoverito e i decessi tra i militari italiani. Solo poche settimane fa, infatti, il ministero della Difesa è stato condannato a pagare oltre 500 mila euro alla famiglia di Stefano Melone, militare morto dopo una lunga malattia contratta in missioni all'estero.

Secondo Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, non si possono più nutrire dubbi sugli effetti deleteri dell'uranio: «L'uso dei proiettili all'uranio impoverito sta causando una vera e propria strage tra i militari e seminando malattie tra le popolazioni residenti in prossimità dei poligoni di tiro». Non solo scenari di guerra, dunque, ma anche i poligoni sul territorio italiano dove si addestrano i nostri militari sarebbero a rischio. Ipotesi rigettata con forza dalla Difesa italiana, che smentisce l'uso dell'uranio impoverito nei poligoni. La lista delle potenziali vittime, però, non si limita al personale militare, ma comprende anche i civili che hanno la sfortuna di vivere nei luoghi colpiti dai bombardamenti o nelle vicinanze dei poligoni. Ma se è difficile tenere il conto dei casi sospetti tra le truppe, ancora più complicato è giungere a una stima dei civili colpiti. In questa oscura vicenda, neanche il mondo scientifico ha saputo accendere un po' di luce. Anzi, secondo Franco Accame, dell'Associazione familiari delle vittime delle forze armate, «la prima relazione della commissione Mandelli, incaricata dal governo di stabilire la pericolosità dell'uranio impoverito, è zeppa di gravi errori di metodo». In primis, la funzione statistica utilizzata avrebbe prodotto un grossolano «errore di calcolo». «Altro errore imperdonabile - continua Accame - è stato aver incluso nello studio anche i militari che rispettavano precise misure di sicurezza». Ma ancora oggi la prima relazione Mandelli è il documento di riferimento per il governo italiano. Con buona pace di Luca e dei suoi colleghi.

* Lettera 22


 

Dal Manifesto del 14 luglio

«E in Iraq si rischia una Nagasaki»


La denuncia di uno scienziato. Un elicotterista di Nassiriya ammalato di tumore
MIMMO DE CILLIS *
Per l'uranio impoverito si continua ad ammalarsi e morire. L'ultimo caso sarebbe quello di un elicotterista sardo che ha scoperto di avere il cancro al ritorno della missione a Nassiriya, anche se l'insorgere del tumore non si può ancora attribuire alla missione «Antica Babilonia» in Iraq. Il maresciallo Giovanni Pilloni, 36 anni, originario della provincia di Oristano, è tornato nel dicembre scorso in Italia e, scoperto il male, ha dovuto sottoporsi a cicli molto pesanti di chemioterapia. Pilloni, che prima dell'Iraq è stato anche in Somalia, Kosovo e Macedonia, ha confermato di non aver mai avuto in dotazione, nelle sue diverse missioni, mascherine o guanti per evitare il rischio di una contaminazione da uranio impoverito. Ora del suo caso si sta occupando la dottoressa Gatti del policlinico universitario di Modena, che ha già scoperto tracce di metalli pesanti nei tessuti dei militari italiani ammalatisi di tumore al ritorno dalle «missioni di pace». Il caso di Pilloni è stato un campanello di allarme che parte della comunità scientifica non ha voluto trascurare. Un recente studio del prof. Massimo Zucchetti, fisico nucleare docente al Politecnico di Torino, ha valutato la radioattività e le possibili morti conseguenti, nella spedizione bellica irachena del 2003, partendo dal dato di 1.800 tonnellate di uranio impoverito riversate sul suolo. Si tratta di una quantità devastante, circa quattro volte superiore a quella utilizzata nel 1991 (circa 500 tonnellate). Le conclusioni di Zucchetti, condivise da numerosi scienziati nucleari, affermano che la radioattività in Iraq è notevolmente più alta che in ogni altro conflitto recente. E i suoi effetti, afferma lo studioso, a livello di decine di migliaia di morti per tumore che ci si dovrà attendere nei prossimi anni, sono comparabili a quelli della bomba atomica scoppiata su Nagasaki nel 1945.

Intanto l'Osservatorio militare denuncia che sono già 27 i morti e 267 i malati per quella che è stata definita la «Sindrome dei Balcani». Soldati che hanno contratto tumori al sistema emolinfatico dopo una missione in Bosnia o Kosovo. Ieri la morte di Luca Sepe, pochi mesi fa quella del caporale maggiore Melis hanno riportato la fibrillazione nell'opinione pubblica, mentre altre famiglie di ragazzi in divisa chiedono chiarezza e giustizia: come quelle di Andrea Antonacci, Ronaldo Colombo, Luigi d'Alessio, Pasquale Cinelli, Mario Ricordi, tutti deceduti nel 2000. Cinque anni dopo la prima coraggiosa denuncia, quella della madre di Salvatore Vacca, morto di leucemia di ritorno dalla Bosnia, i parenti delle vittime e due associazioni contestano le conclusioni della commissione medica presieduta dal professor Francesco Mandelli, che escludeva una correlazione tra uranio impoverito e tumori nei soldati.

Secondo l'Osservatorio militare quella relazione è viziata da un errore di fondo che, se fatto in cattiva fede dal ministero della Difesa, sarebbe un maldestro esempio di insabbiamento. I vertici militari italiani sono accusati di aver avvertito tardivamente i nostri soldati sul reale pericolo dell'uranio impoverito. Oggi al ministero assicurano che i soldati italiani sono adeguatamente protetti e controllati al ritorno dalle missioni. Sulla spinta delle polemiche il direttore generale della Sanità militare, generale Michele Buonvito, ha annunciato l'avvio di un nuovo studio su mille militari italiani impiegati in Iraq, per stabilire se esiste una relazione tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di tumori. L'indagine partirà ad agosto e i primi risultati si avranno all'inizio del 2006.

* Lettera 22

IL DRAMMA DEI CIVILI
Sono in tutto 30.523 i proiettili all'uranio impoverito che la Nato ha ammesso di aver sparato nel solo Kosovo. In Bosnia erano stati circa 11 mila. Oltre a questi ci sono forti sospetti sui missili Tomahawk, ma l'Alleanza non ha mai confermato, anche perché sui missili le quantità di materiale radioattivo sarebbe notevolmente maggiore. Su 112 siti contaminati, la maggior parte, 50, sono nell'area del contingente italiano, 25 in quella tedesca, 15 fuori dal Kosovo, 10 in quella Usa, 9 in quella inglese e tre in quella francese. La popolazione locale non è mai stata presa in considerazione, anche se esistono diverse denunce. Ad esempio ad Hadzici, un sobborgo di Sarajevo nei pressi di una fabbrica bombardata dalla Nato, su 4.500 abitanti ne sono morti di tumore ben 400 in soli quattro anni. Numerose denunce di morti e malformazioni nei bambini anche nel Golfo, in conseguenza dei bombardamenti del '91.
 


 

Si moltiplicano i decessi per la "sindrome dei Balcani"
La Difesa lancia un progetto per rassicurare i soldati

Le morti silenziose dell'uranio, il nuovo fronte adesso è l'Iraq
di STEFANO CITATI

 

ROMA - Ci sono militari italiani che muoiono nel silenzio. Sono vittime di malattie di guerra. "Sindrome del Golfo", "Sindrome dei Balcani", adesso, forse, una "nuova sindrome del Golfo". Due decessi nell'ultimo mese, l'ultimo il 13 luglio. All'ospedale militare del Celio, a Roma, da alcune settimane sarebbero ricoverati in un padiglione speciale una ventina di militari che avrebbero interrotto la missione in Iraq per l'insorgere di patologie legate all'uranio impoverito. Le associazioni di tutela dei militari hanno inoltre una lunga lista di giovani soldati che, in tutta Italia e a loro spese, sono in cura per varie forme tumorali.

Da quando lo scandalo dell'uranio impoverito è scoppiato, nell'inverno 2000-2001, sarebbero ormai una trentina le morti riconducibili all'esposizione delle polveri di quello che gli americani chiamano dal '91 "metallo del disonore". E sarebbero ormai quasi 300 i militari con malattie "sospette". È per cercare d'arginare questa marea montante che la Difesa sta per far partire un progetto che dovrebbe mettere la parola fine alla diatriba sul pericolosità dell'uranio impoverito. E che secondo le associazioni di tutela dei militari rischia invece di seppellire definitivamente la verità.

Le morti dei militari colpiti da queste sindromi tumorali si assomigliano tutte, ma non sono state finora riconosciute ufficialmente. Questi mali portano alla morte, ma la morte non porta al riconoscimento della causa di servizio, a un risarcimento per l'impegno nelle missioni di pace che in questo decennio - dalla Somalia in poi - hanno coinvolto decine di migliaia di militari italiani.

Non è bastata la Commissione Mandelli, istituita più di 3 anni fa e presieduta dall'ematologo romano, per stabilire un nesso certo tra D. U. - depleted uranium, l'uranio impoverito di cui sono composti i proiettili, e le corazze, usate prevalentemente dagli americani. Ma la commissione non ha neanche potuto escludere del tutto una relazione tra malattie ed esposizioni alle polveri: tanto è vero che ha istituito un vasto programma di esami per tutti quei militari che sono stati (e sono tutt'ora) impegnati nel teatro balcanico.

Oltre 40mila persone che ogni 4 mesi per almeno 3 anni - e almeno una volta l'anno nei due anni successivi - si sarebbero dovute sottoporre a controlli che ne avrebbero dovuto confermare il buon stato di salute nel tempo. Questi esami periodici non si stanno invece effettuando con la regolarità e nel numero stabilito. Secondo fonti mediche delle Forze armate gli ospedali militari - concentrati soprattutto nel nord - non sono in grado di svolgere tutti gli screening: manca il personale e manca la possibilità di tenere sotto controllo una così vasta popolazione presa in esame.

La percentuale di test svolti si attesterebbe attorno al 50 per cento. Eppure era stata la stessa commissione Mandelli, sia pur criticata per i metodi statistici stabiliti per le rilevazioni dei tassi di patologie tra i militari, ad affermare che un numero percentualmente elevato rispetto alla media di linfomi Hodgkins (forme tumorali degli apparati ghiandolari) era stato riscontrato nei gruppi prese in esame.

Dopo tre anni di procedure non rispettate, con esami non compiuti o compiuti in ritardo, senza tener conto delle tabelle, adesso i vertici militari avrebbero deciso di trasferire quel che resta del programma di controlli dagli ospedali militari a quelli civili. Così facendo i costi degli esami (che variano da pochi euro a qualche decina), si moltiplicheranno - per un totale di diverse decine di milioni l'anno - così come si innalzeranno i tempi di attesa per i risultati, visto che le strutture pubbliche difficilmente riusciranno a rispettare i tempi prescritti. In tal modo, dicono alcuni esperti, l'efficacia dell'intera procedura verrà vanificato. L'unica soluzione, si sottolinea, sarebbe quella di "riunire tutti i malati in un unico ospedale e sottoporli a esami continui e approfonditi".

Ed è forse per ovviare all'impossibilità d'ottemperare alle raccomandazioni della commissione istituita nel 2001 che il governo ha lanciato un nuovo progetto: Signum. Acronimo di "studio di impatto genotossico nelle unità militari". Finanziato attraverso la legge del 12 marzo 2004, n° 68 con l'articolo 13-ter (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 18 marzo) che autorizza "la spesa di 1.175.330 per il 2004 (...) per lo studio d'accertamento dei livelli di uranio e di altri elementi potenzialmente tossici".

A illustrare le modalità e i tempi è stato poi il generale Michele Donvito direttore generale della sanità militare durante l'audizione alla Camera del 29 giugno. Su mille militari, scelti su base volontaria, verranno effettuati esami prima dell'invio in Iraq, considerato "ambiente significativamente degradato" (in alternativa vi sarebbero i Balcani); screening che verranno ripetuti sui soggetti, tutti dotati degli equipaggiamenti di protezione da agenti nucleari, chimici e batteriologici (Nbc), nei teatri d'operazione e al ritorno dei volontari in patria.

Prelievi di urine, sangue e capelli che dovrebbero permettere ai diversi laboratori militari e civili coinvolti nel programma un'osservazione completa di eventuali "elementi potenzialmente tossici" (uranio, arsenico, cadmio, nichel - questi ultimi metalli contenuti nelle batterie di armamenti e mezzi, ndr), ma forse anche i "cocktail" di vaccini iniettati prima delle missioni e che qualcuno considera come possibili responsabili dell'insorgere di patologie tumorali.

Signum dovrebbe partire alla metà d'agosto e darebbe i primi risultati "entro 18 mesi". Dovrebbe durare 10 anni, non sarebbe focalizzato solo sull'uranio ma anche sugli altri agenti ambientali potenzialmente nocivi, e permetterebbe di porre una "pietra miliare per tutto il consesso scientifico internazionale".

Per le associazioni di tutela dei militari Signum porrebbe invece una "pietra tombale" sulle possibilità d'accertare la verità sull'uranio e sulle altre possibili cause delle malattie che stanno uccidendo tanti militari. I presupposti della ricerca vengono considerati sballati, al punto da rendere inefficace, se non falsato, ogni risultato. Non è possibile considerare scientificamente rilevante - fanno osservare gli esponenti delle associazioni - un gruppo di militari dotato d'ogni protezione, mentre si fa rilevare che in passato (e la pratica durerebbe ancora in Iraq) il personale militare non ha praticamente mai seguito le misure di sicurezza stabilite dalla Difesa a partire dal 22 novembre del '99 (gli americani le hanno adottate dal 14 ottobre del '93).

La sanità militare - che ha sempre ribadito che non vi è alcun nesso tra esposizione all'uranio e le patologie della "Sindrome del Golfo/Balcani" - è certa che grazie a Signum potrà confermare definitivamente le sue convinzioni. Ma allora, si chiedono diversi parlamentari e anche dei militari, perché lo studio viene condotto solo su soggetti dotati dell'equipaggiamento Nbc? E perché, nella scheda d'indagine che i volontari compileranno vi è un punto su "interruzioni spontanee di gravidanza, patologie dei nati", che sembra confermare i consigli che da tempo vengono rivolti a chi parte per certi teatri di guerra: astenersi dal procreare nei successivi 3 anni dal rientro dalla missione?

Perché in tempi di ristrettezze economiche, alla vigilia della riforma radicale d'un esercito di soli professionisti, che dovrebbe esser capace di offrire prospettive attraenti, viene deciso d'investire una cifra ragguardevole (se la si moltiplica per i 10 anni di durata del progetto) invece di destinare, come è stato chiesto da alcuni parlamentari, a istituire un fondo che garantisca le cause di servizio a tutti quei militari che s'ammalano nello "svolgimento del loro dovere"?

È quello che chiedono alcuni dei militari che soffrono di patologie tutte simili, quasi sempre tumorali, e che nelle loro case o nei letti di ospedali, accuditi da familiari o da commilitoni, impegnati in cure lunghe e costosissime, pronti a divenire cavie della ricerca scientifica, sperano gli venga riconosciuto di star morendo per un male che li ha colpiti durante il servizio, mentre pattugliavano un area contaminata, mentre pulivano armi o mezzi con solventi chimici, mentre conducevano test con armi in poligoni militari (in Sardegna, ma non solo), dove negli ultimi decenni sarebbero stati provati ordigni anche per conto degli altri paesi Nato (dunque anche americani).

Alcuni dei malati si chiedono perché altri, nello loro stesse condizioni non parlano; ma si rispondono ricordando il riserbo e la ritrosia, dovuti allo spirito di corpo, al legame con le istituzioni, forte come - se non più - della paura, che porta a tacere e a tenere presente che anche se si fa parte della "forza assente", ovvero si è stati messi in malattia ma non congedati, si sottostà comunque alle regole dell'ordinamento militare.

( 26 luglio 2004

 

Il manifesto 29 Luglio 2004

Il parlamento apre la caccia all'uranio


Dopo 28 soldati morti di tumore, il senato avvia la commissione d'inchiesta sulla «sindrome dei Balcani»
Il Parlamento indagherà sui soldati italiani rimasti ammalati o uccisi a causa dell'uranio impoverito. A deciderlo è stata ieri la commissione Difesa del Senato approvando all'unanimità l'istituzione di una commissione d'inchiesta a cui sarà affidato il compito di stabilire l'eventuale connessione tra alcune tipologie di malattie contratte dai militari impiegati in missioni all'estero e l'esposizione all'uranio impoverito. Si tratta di un primo passo importante, anche se il via libera definitivo alla comissione verrà dato solo il 15 settembre prossimo, una volta ricevuti i pareri delle commissioni competenti e dopo la replica del governo. Contrariamente a quanto richiesto inizialmente dal senatore Ds Lorenzo Forcieri, primo firmatario di un disegno di legge che chiedeva la possibilità per il Parlamento di far luce sulle morti da uranio impoverito, non si tratterà di un organismo bicamerale, bensì di una commissione composta da soli membri del senato: «Questa soluzione semplificata - ha spiegato Forcieri - si è resa opportuna per poter procedere senza ulteriore indugio all'attività dell'indagine. Il carattere monocamerale non influisce sulla natura e portata dei poteri della commissione, che sono gli stessi dell'autorità giudiziaria». Per la prima volta c'è dunque una possibilità reale di sollevare il velo di omertà che fino a oggi ha coperto le morti da uranio. Sono 267 i nostri soldati colpiti da tumori, 27 dei quali deceduti. Tutti avevano prestato servizio nella guerra in Bosmia o in quella successiva del Kosovo e in zone non distanti da quelle colpite dai bombardamenti Nato. A questi soldati si deve poi aggiungere un maresciallo tornato nelle scorse settimane dall'Iraq e colpito da una rara forma di tumore ai testicoli.

Tutti casi seguiti dall'Ana-Vafaf - l'Associazione per l'assistenza alle vittime arruolate nelle forze armate - e dall'Osservatorio miliatare il cui presidente Domenico Leggiero ieri ha espresso soddisfazione per il via libera dato dal Senato: «Finalmente avremo un organismo parlamentare a cui presentare dati e documenti. Anche grazie solo a questa documentazione - ha aggiunto - bastrebbero quindici gioni per accertare la verità».

Nonostante ripetute sollecitazioni, fino a oggi né da parte del governo né tanto meno da parte delle autorità militari è mai giunta una parola definitiva sulle possibili connessioni tra le numerose morti registrate tra i nostri soldati e l'uranio impoverito. Adesso la commissione ha finalmente la possibilità di accertare la verità su quei decessi, a patto che non si cerchi di snaturarne i lavori. Stando infatti a quanto previsto dalla Costituzione (articolo 82), i componenti della commissione possono convocare esperti, chiedere perizie e procedere con le audizioni dei testimoni ritenuti utili all'accertamento della verità. Bisogna vedere se la maggiornaza manterrà fede all'impegno e accetterà di effettuareaudizioni a 360 gradi, oppure no. Il voto unanime di ieri è comunque un risultato positivo da non sottovalutare, come ammette anche Luigi Malabarba, capogruppo di Prc al Senato, in pasato tra coloro che hanno sollevato il problema dell'uso dell'uranio impoverito: «Questo lato oscuro della guerra - ha ricordato anche ieri Malabarba - non è meno grave dei bombardamenti, ed è tempo che il bubbone scoppi».





http://www.ilmanifesto.it/oggi/art61.html

il manifesto - 28 Luglio 2004

CUBA
La doppia morale dell'Occidente

Ipocrisie Per Cuba vige un metro di misura speciale. Anche a sinistra
GIANNI MINA'
Sembra che Cuba - proprio nel momento più difficile della sua storia - non possa essere giudicata come qualunque altra nazione, perfino da quei mondi che definiamo di sinistra. Persino la legge che inasprisce fino ai limiti più estremi dei diritti delle persone le sanzioni contro Cuba varate a maggio da Bush per ingraziarsi la comunità cubana della Florida non ha toccato le coscienze di molti democratici italiani, dai vecchi radicali ai nuovi riformisti. Lo stesso dicasi della coscienza di molti dei giornalisti che disinvoltamente maneggiano la questione «diritti umani», come per esempio Reporters sans frontiéres. Per questo gruppo di pressione l'Onu, recentemente, ha messo in atto un processo di espulsione dal ruolo di entità consultiva per «atti incompatibili con i principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite». Non c'è da sorprendersi perché alcuni di questi giornalisti a comando sono gli stessi che avevano eluso, nel loro rapporto annuale del 2003, le disinvolte imprese del governo Bush in Iraq e avevano ignorato il plateale tentativo di destabilizzazione messo in atto dal Dipartimento di stato americano verso Cuba quando ha dotato il nuovo responsabile dell'ufficio di interessi Usa all'Avana, James Cason, di un budget di 53 milioni di dollari l'anno per «costruire una opposizione interna alla revolucion cubana». Insomma, per comprare una presunta democrazia per l'isola a colpi di 5-10mila dollari a botta.

Sono notizie imbarazzanti, non solo per i dissidenti autentici, ma anche per chiunque non abbia una doppia morale. Perché si fanno beffe del diritto di autodeterminazione dei popoli, e segnalano, da parte degli Usa, un progetto così dichiaratamente repressivo verso chi, come Cuba o il Venezuela, o i movimenti indigeni sudamericani, si opponga alle strategie politico-economiche di Washington, da fare impallidire perfino le illiberalità del regime dell'isola. Oltretutto sono atti e sanzioni che potrebbero essere prossimamente riservate anche a Brasile e Argentina se diventassero anch'esse due nazioni «disubbidienti» alle intimazioni del Fmi e della Banca Mondiale, o al richiamo dell'Alca (il trattato di libero commercio continentale voluto dagli Usa).

Ma questo panorama complesso, questa storia di popoli che vogliono sopravvivere al neoliberismo, non interessa molte di quelle forze politiche, come per esempio i Ds, che l'anno scorso appoggiarono l'azione di Aznar e Berlusconi alla Comunità Europea perché fossero varate perfino delle sanzioni culturali contro Cuba, dopo che gli «investimenti» del Dipartimento di Stato avevano prodotto tre dirottamenti aerei in due settimane e il sequestro del ferry boat di Regla ai quali il governo di Castro aveva risposto brutalmente con la fucilazione di tre degli undici sequestratori dell'imbarcazione. Era chiaro già allora che simili strategie non potevano essere opera di semplici «dissidenti», come proprio alcuni organi di stampa nordamericani, hanno ben presto rivelato segnalando che le «azioni terroristiche» previste, prima del duro giro di vite deciso all'Avana, erano addirittura sedici.

Questo non giustifica certo le fucilazioni decise l'anno scorso all'Avana dopo quattro anni di moratoria sulla pena di morte, ma spiega almeno il contesto e il clima di timore in cui erano state decise. Fu il sottosegretario Baccini dell'Udc, e non purtroppo qualcuno della sinistra a segnalare in quel frangente che «non è certo interrompendo i rapporti culturali che si aiuta un paese ad aprirsi verso una democrazia più compiuta». Ma Aznar e Berlusconi tirarono dritto, forti dell'appoggio di chi si proclama socialdemocratico. E lo stesso fece la Comunità Europea, creando i presupposti della illegale e pericolosa situazione attuale, dove Bush e il suo apparato hanno già cominciato, come fecero per l'Iraq, la campagna di persuasione per giustificare un domani qualunque intervento su Cuba (e anche sul Venezuela e la Bolivia), arrivando grottescamente ad accusare la revolucion di essere connivente nel traffico della prostituzione, anche giovanile.

In un continente dove i bambini sono in vendita interi o a pezzi, per il fiorente traffico di organi verso il nord del mondo, Cuba, pur con tutte le sue contraddizioni, errori, integralismi, è un'eccezione, non solo per il drammatico presente dell'America latina, ma anche per la disarmante realtà di tutto il sud del mondo. «Questa notte 200 milioni di bambini dormiranno per le strade del pianeta. Nessuno di loro è cubano» ha ricordato Frei Betto, citando un cartello non smentibile che dà il benvenuto al viaggiatore in arrivo all'aeroporto dell'Avana. «Non vale nulla tutto questo?», chiedeva Betto.

Il problema di difendere il diritto di Cuba all'autodeterminazione e a non essere cancellata dalla prepotenza del più forte, non per i suoi errori, ma per i suoi meriti, si pone quindi in tutta la sua complessità ed è, innanzi tutto, un problema etico, come avrebbe affermato Enrico Berlinguer, che fu l'ultimo segretario dell'ex Pci italiano ad andare in visita ufficiale a Cuba, alla metà degli anni `80.

La revolucion e il Pci, in verità non avevano mai avuto un rapporto idilliaco. I nostri, come sempre, pontificavano, e i cubani si chiedevano invece «in base a quale merito potessero insegnar loro come ribellarsi e difendersi dalla politica imperialista della Casa Bianca». Ma Berlinguer seppe capire e mediare un nuovo rapporto franco, specie apprendendo che, solo pochi anni prima, un presidente nordamericano etico e senza pregiudizi, Jimmy Carter, aveva messo in marcia una possibile storica pace con Fidel Castro e la rivoluzione, sfumata nel 1980 con l'elezione di Reagan. Allora la guerra a Cuba ritornò «sporca», risorsero ovunque i Comitati per i diritti umani a Cuba. In Europa, ce n'era uno in ogni capitale, diramazioni della Cia, prodiganella distribuzione di denaro, e nella produzione di dissidenti. In Italia aveva la sua sede a Mondo Operaio, nell'orbita craxiana. Adesso ha solo cambiato padrini, sempre nella cosiddetta area riformista.

Nessuno si imbarazza perché lo stesso trattamento riservato a Cuba non riguarda, per esempio, la «macelleria» Colombia di Uribe, il gigante Cina dei due-tre mila fucilati l'anno o la Russia di Putin che spiana la Cecenia e fa 250 mila vittime nel silenzio generale. Cuba ha commesso tanti peccati, ma non di questa portata, eppure la sua sopravvivenza orgogliosa, come ha scritto Galeano, non si perdona. Tremila desaparecidos negli Usa per le leggi anti terrorismo non fanno notizia, così come l'abolizione dell'habeas corpus o le 45 pagine di condanna agli Stati Uniti dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani per «uccisioni arbitrarie, torture, trattamenti disumani di detenuti da parte dell'esercito nordamericano in Iraq».

Una volta in tv qualcuno mi ha detto che questo modo di ragionare si chiamava «altrismo». Io penso invece che la condivisione dell'accanimento contro Cuba riveli ipocrisia e doppia morale. C'è qualcuno a sinistra che sente il dovere di opporsi alle nuove inquietanti iniziative di Bush jr. verso Cuba evitando ulteriore sofferenza, indigenza, insicurezza a migliaia di persone? E che almeno si vuol far carico, per etica, dell'esigenza di giudicare Cuba con lo stesso metro usato per quelle nazioni che definiamo «democratiche» solo perché sono convenienti ai nostri interessi economici o politici?



 

il manifesto - 28 Luglio 2004

BEATI I COSTRUTTORI DI PACE
L'arcobaleno nella stola
Una chiesa in movimento, spina nel fianco delle gerarchie cattoliche
Bizzotto e Zanotelli Testimone del movimento il primo, anima profetica il secondo. Contro la «chiesa dei mormoranti» scrivono un messaggio radicale ai vescovi

ER.MI.

PADOVA
Da vent'anni, con i colori dell'arcobaleno anche nella stola. Una fede in movimento lungo i sentieri della pace. Gli stessi tracciati da David Maria Turoldo all'Arena di Verona negli anni Ottanta, mentre don Albino Bizzotto marciava davanti alle basi nucleari da Longare fino a Comiso. «Beati i costruttori di pace» non hanno mai smesso di far sventolare le bandiere dell'arcobaleno: dal mega-striscione che avvolgeva il campanile di San Marco nel 40° anniversario di Hiroshima fino all'occupazione dei binari della stazione di Monselice per fermare i treni della guerra in Iraq. E' una rete diffusa che si mobilita grazie a una sorta di tam tam. «Beati i costruttori di pace», in tutto il Veneto, sono il punto di riferimento di gruppi parrocchiali e piccole comunità, di giovani cattolici «di base» e gruppi spontanei sparsi in sette province. Arrivano a centinaia alle manifestazioni di piazza, ma sono anche pronti a testimoniare in solitudine ogni volta che serve. Se don Albino Bizzotto resta il testimonial delle iniziative, padre Alex Zanotelli è l'anima profetica.

Don Albino a fine giugno si è fatto «ingabbiare» insieme ai comboniani davanti al municipio di Padova: i Cpt sono lager per i migranti e i «Beati» non fanno sconti sui diritti fondamentali né ai governi dell'Ulivo né alle giunte di centro-sinistra. Padre Alex, invece, all'inizio dell'estate ha riempito di nuovo cinema, palasport (come a Vicenza con gli obiettori di coscienza), sale parrocchiali, indicando a chi sventola la bandiera arcobaleno le priorità da non dimenticare: lotta alla privatizzazione dell'acqua; ascolto delle voci dell'Africa sempre più disperata; critica della globalizzazione e riscoperta del senso radicale della fede.

«Beati i costruttori di pace», del resto, hanno apertamente sfidato i vescovi italiani a rompere il silenzio sulla pace, sul degrado istituzionale e sull'ambiente. Il gruppo «Cronaca e parola di Dio» (ne fanno parte anche un direttore di Centro missionario diocesano, un vicario generale, missionari e docenti universitari) che ogni mese si ritrova nella sede di Padova ha stilato un documento assai significativo. «Già molti, da mesi, hanno cercato di sollecitarvi ad uscire dal silenzio, non come singoli vescovi, ma come Conferenza Episcopale Italiana, su problemi che toccano il nostro modo di esprimere la fede. Il vostro silenzio in questi momenti di grande sofferenza ci inquieta e ci scandalizza», esordisce il documento che sollecita i vescovi «a uscire dalla latitanza».

I «Beati» paventano perfino una deriva di anarchia scismatica ma non si rassegnano alla «Chiesa dei mormoranti» e scrivono direttamente ai vescovi. «Sulla pace e la nonviolenza sentiamo forte, non solo la differenza, ma la discrepanza e l'enorme distanza quantitativa e qualitativa tra i pronunciamenti del Papa e quelli della Cei, tra le prese di posizione dell'Osservatore Romano e quelle di Avvenire. Siamo molto preoccupati anche della vostra posizione nella attuale fase di occupazione militare in Iraq».

Poi le centinaia di firmatari sono preoccupati della situazione italiana: «Stiamo assistendo allo scontro tra le istituzioni dello stato, in particolare al tentativo di interferire sui compiti costituzionali della magistratura, alla occupazione di interi settori vitali per la democrazia come l'informazione, alla emanazione di leggi per uso privato o a favore di un parte di società. Stiamo assistendo alla demolizione sistematica dello stato sociale per arrivare ad una privatizzazione dell'economia che ridurrà i diritti per tutti, penalizzerà e creerà più poveri ed emarginati con grandi disequilibri sociali. In tutto questo, che significato ha la scelta di perseguire con tanta tenacia tutti i vantaggi per la scuola privata cattolica e per un ordinamento anomalo per gli insegnanti di religione?».

Infine, il lungo documento invita i vescovi italiani a farsi carico del futuro del pianeta: «Che bello sarebbe se la Chiesa, prendendo sul serio come orizzonte pastorale "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" come voleva il Concilio vaticano II, aprisse le porte al coinvolgimento di tutte le associazioni e i movimenti impegnati su queste tematiche per la costruzione della nuova Europa e un mondo fondato sul primato non degli interessi, ma dei diritti».




Il "Sunday Times" trova un informatore sulla vicenda
"Il documento opera del Sismi". Palazzo Chigi smentisce

Iraq, falso dossier sull'uranio. L'Italia finisce sotto accusa

 

ROMA - L'Italia torna a far parlare di sé sul traffico di uranio internazionale. Palazzo Chigi è dovuto intervenire in serata per smentire le notizie pubblicate dal Sunday Times di oggi che ricostruisce una vicenda - dai contorni da sempre poco - chiari che ha preso il nome di Niger-Gate. Al centro di tutto c'è un dossier che nell'ottobre del 2002 finì sulla scrivania dell'ambasciata americana di Roma dopo essere stato sottoposto a verifiche da parte del settimanale Panorama che lo bollò come falso. Nel dossier, ritenuto falso poi anche da esperti internazionali indipendenti, si parlava di un presunto traffico di Uranio dal Niger all'Iraq di Saddam Hussein per scopi militari. L'Italia che cosa c'entra? Secondo il giornale britannico, tutto il materiale falso fu prodotto dai servizi segreti del nostro Paese.

Il Sunday Times sostiene che sarebbe stato un tale "Giacomo", informatore legato ai servizi segreti italiani, a diffondere i documenti che dovevano provare che Saddam Hussein stava per comperare 500 tonnellate di uranio grezzo in Niger. Il settimanale dice anche di essere riuscito a rintracciare il misterioso informatore e di avergli parlato la scorsa settimana a Bruxelles. L'uomo avrebbe detto di essere stato del tutto all'oscuro del fatto che i documenti - come, dopo la loro diffusione, ha affermato l'Agenzia internazionale per l'energia atomica - fossero falsi.

Secondo il racconto del quotidiano, Giacomo ha accusato il Sismi di averlo utilizzato per divulgare falsi documenti sull'uranio del Niger. "Ho ricevuto una telefonata da un vecchio collega del Sismi - scrive il Sunday Times riportando le parole dell'italiano - che mi ha detto che una donna all'ambasciata del Niger a Roma aveva un regalo per me. L'ho incontrata e mi ha dato dei documenti. Il Sismi ha voluto farli circolare ma non ha voluto che si sapesse che era coinvolto nella vicenda".

Il materiale ricevuto consisteva in telex, lettere e contratti dai quali emergeva che Saddam Hussein aveva raggiunto un accordo l'acquisto dell'uranio che, se raffinato, poteva fornire la base per parecchie bombe.

Il presunto informatore - del quale il quotidiano pubblica anche delle foto - avrebbe inoltre detto di essere dispiaciuto dell'imbroglio ma di aver creduto genuini i documenti quando li ha passati a persone che operano nell'intelligence e a un giornalista.

Le notizie sul presunto piano di Saddam per acquistare materiale nucleare erano poi servite ai governi americano e britannico per sostenere la pericolosità del regime iracheno e l'esigenza di attaccare l'Iraq. Successivamente l'Aiea, agenzia dell'Onu per l'energia nucleare, aveva detto che il materiale era falso. L'allora direttore della Cia, George Tenet, si scusò mentre dirigenti del servizio segreto estero britannico, MI6, sostengono di avere autonome informazione sulla Niger connection.

Ma la vicenda solleva inquietanti interrogativi sul comportamento dell'Italia, paese alleato di Usa e Gran Bretagna per l'intervento in Iraq. Il governo interviene con una nota ufficiale si smentita: "In relazione a notizie riportate da alcuni organi di stampa e informazione circa la vicenda Iraq-Niger, il governo ribadisce con fermezza quanto già più volte dichiarato in termini assai precisi e chiari: nessun documento, né direttamente né in forma mediata, è stato mai consegnato ad alcuno, né tantomeno, di conseguenza, sono state svolte attività o intese con chicchessia".

"Peraltro - prosegue la nota - ogni acquisizione informativa di organi nazionali riflette attività ed atti svolti ed acquisiti negli anni 1999-2000 e, al più, nella primissima parte del 2001. Le comunicazioni, i rapporti e le collaborazioni intervenute con organi collaterali esteri sono quelle formalmente rappresentate al Parlamento".

( 1 agosto 2004 )

 

UNICEF e il pericolo pedofilia in Irak
 

Amnesty International ha ufficialmente protestato perché ai suoi funzionari è stato «rifiutato l’accesso» ai centri di detenzione delle forze della coalizione in Irak, eccettuata una breve visita permessa in una prigione di Mosul nel nord del paese.
Clarissa Bencomo, ricercatrice dell’osservatorio per i diritti umani Human Rights Watch ha sostenuto come ai loro operatori venga negato l’accesso ai bambini detenuti, essi temono che i bambini vengano tenuti prigionieri in condizioni degradanti o insicure.

Inoltre, dall’inizio dell’anno l’UNICEF, organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti dell’infanzia, ha espresso in un documento viva preoccupazione sui bambini imprigionati: «L’UNICEF è profondamente preoccupata per le notizie degli organi d’informazione che riportano che tra le persone che hanno subito abusi nei centri di detenzione e prigioni in Irak vi possano essere bambini. Anche se queste notizie non sono state indipendentemente verificate, esse sono comunque allarmanti».
Il documento sottolinea come «ogni maltrattamento, abuso sessuale, sfruttamento o tortura di bambini in stato di detenzione sono una violazione delle leggi internazionali – inclusa la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia».

L’accesso ai bambini detenuti si presenta difficile e le organizzazioni che si occupano dei diritti umani sono preoccupate, particolarmente dopo la diffusione nello scorso aprile delle immagini che mostravano personale militare statunitense compiere violenze e abusi sessuali sui prigionieri.
Questo allarmismo non è senza motivi dal momento che Seymour Hersh, noto e stimato anziano giornalista ha dichiarato nel corso della conferenza annuale dell’American Civil Liberties Union che sono stati girati dei videofilmati su ragazzini mentre venivano sodomizzati nella prigione di Abu Ghraib. Hersh, prestigioso collaboratore del New Yorker, sostiene che l’amministrazione statunitense nasconde i filmati di questi crimini e che «E’ terribile udire le urla dei bambini mentre vengono violentati», aggiungendo come sia «massiccia la quantità di atti criminali che viene coperta dagli alti comandi sul posto e da autorità ancora più elevate negli USA».


 

l'Unità 05.07.2004
Se l’8 per mille Finisce in Guerra
di Maurizio Chierici



 

La notte del Gran Consiglio che la storia ricorderà «privatizzato» nella sala da pranzo di palazzo Berlusconi, non ha cambiato l’Italia che Berlusconi ha cambiato. Ne è prova questo appello (purtroppo in ritardo) rivolto dalla prima pagina dell’Unità alla metà degli italiani che pagano le tasse. Attenti a non lasciare che sia il governo a gestire quell’otto per mille destinato a milioni di persone senza speranza: sangue avvelenato dall’Aids, oppure a chi mette assieme un dollaro al giorno e a quarant’anni è da buttar via; ai profughi inchiodati nei deserti del Darfur mentre il nostro sottosegretario incaricato di fare qualcosa svanisce per «un impedimento» e il presidente Casini lo giustifica, rinviando la discussione del problema. Tutto sommato non urgente. Solo trecentomila disperati sull'orlo del massacro. E poi la ricostruzione dell’Afghanistan o la lotta a malattie che l'emarginazione rende micidiali: polio, malaria, tubercolosi. Diciamo la verità: neri, gialli o marron che insistono nel voler restare analfabeti e non si lavano la faccia piena di mosche, hanno la sfortuna di non intenerire le animelle di Rifondazione Democristiana. Quindi, non interessano.
Nell’Italia ancora insicura malgrado i miracoli di B., i contribuenti dubbiosi preferiscono alleggerire la coscienza affidando a mani pubbliche l’impegno di una bontà a poco prezzo. Qualche cerotto per tamponare i disastri del consumismo obbligatorio nelle nostre soffici città. Se non compri il telefonino ultima visione, l’economia rotola ed è colpa tua. L’otto per mille resta poca cosa, eppure ci fa sentire meglio davanti agli spot di chi ringrazia per il piatto di minestra, scarpe, quaderno o un filo d’acqua, lussi sconosciuti senza il buon cuore di noi civili.
N on importa se gli spot che invitano a non dimenticarli sono della Chiesa cattolica mentre i laici preferiscono far maneggiare i loro soldi allo stato. Essenziale è che arrivi la goccia salvavita.
Ecco l’appello impensabile tre anni fa, almeno dalle pagine dell’Unità: cari contribuenti, per le prossime tasse non fidatevi del governo, soprattutto adesso che il superpresidente ha preso il posto di Tremonti. Il vostro otto per mille diventa benzina per i carri da combattimento dell’Ariete, paga stipendi alle truppe «di pace» che in Iraq difendono gli appalti. Fino a quando Berlusconi non va via è preferibile fidarsi solo delle chiese, non importa quali: cattoliche, valdesi, comunità ebraiche, insomma di chi é rimasto normale e non traduce la parola solidarietà in missili o mine antiuomo.
La finanziaria 2004 del fu Tremonti, destina alla cooperazione 570 milioni di euro mentre 1200 milioni di euro pagano la proroga della missione militare in Iraq. Siccome metterli assieme era un problema, ottanta di questi milioni sono stati rubati all’8 per mille col quale il contribuente si impegna a costruire un rapporto non effimero come un colpo di bazooka. Ottanta milioni dirottati sui Rambo, tagliando pane e acqua a chi muore di fame e imbrogliando la volontà di chi li versa. Cambiano destinazione: vanno a consolare il ministero della Difesa. Restano 570 milioni, briciole superstiti delle promesse elargite a piene mani, ma nei registri della finanziaria che ci piove addosso, la finzione è presto rivelata: non arriveranno, almeno quest’anno. Il fu Tremonti ne taglia 250 e, siccome siamo in luglio, vuol dire zero euro per i prossimi sei mesi dopo aver rimandato da un mese all’altro, da un anno all’altro le contribuzioni annunciate e mai pagate. Sottolineo mai. Neanche una lira per due miliardi di senza niente. Il presidente del Milan aveva sciolto in lacrime il cinismo dei burocrati di Bruxelles annunciando che la sua Italia dalle radici cristiane non sopportava la disattenzione ed alzava all’un per cento del prodotto lordo il contributo in favore dei disastrati. Cooperazione doverosa per svergognare la tirchieria Ue. La sua voce non ha tuonato nel precedente millenio: solo il 16 febbraio, cinque mesi fa. Dopo poche settimane lo stesso Berlusconi riduce il buon cuore allo 0,24, e nella finanziaria-testamento lasciata da Tremonti è rimasto lo 0,16 da pagare «appena la situazione economica lo permetterà». Tasche vuote, anche perché non c’è stato solo l’11 settembre. Il ministro Gasparri ha deciso di rimborsare una parte del prezzo dei decoder a chi ha voglia di abbonarsi alla Tv digitale terrestre, già preda Mediaset. Lo svago è il diritto che la disperazioni di sconosciuti lontani non può portarci via. Nessun politico avrebbe potuto permettersi un voltafaccia in mondovisione senza il prestigio internazionale di Berlusconi: ha cambiato l’immagine dell’Italia suscitando ammirazione sia alla Casa Bianca, sia nella Casa Rossa di Putin, come sostengono i cantautori Apicella, Bondi, Cicchitto, ordine alfabetico che non rispecchia l’intensità della devozione. Il Gran Consiglio in cucina lo ha eletto timoniere unico. Lui risolverà.
Senza Tremonti, tutto può cambiare e la solidarietà tornare ragionevole: qualcuno ancora spera. Ma i dubbi restano. Il Fini, Tg2 e moschetto, volterà le spalle ai carri Ariete per distribuire a futuri terroristi risorse «indispensabili al mantenimento delle promesse elettorali»? Generali e mercenari gli toglierebbero il saluto. Anche i teologi dell’Italia protagonista armata della pace nel mondo, non riuscirebbe a sopportarlo. Più complessa la risposta negativa di Rifondazione Democristiana. Negli anni del tardo scudo crociato, i cattolici aperti (pericolosamente definiti “di sinistra”) si sentivano nipoti di La Pira, di Dossetti o figli spirituali di Aldo Moro; fratelli piccoli di Zaccagnini mentre il De Gasperi padre della patria restava ecumenicamente sul fondo. Erano costretti a lottare in un modo o nell’altro contro i furbi di razza che imperversavano nel partito. Oggi, per ragioni di età, trentenni-quarantenni che poco sanno delle novità di cui erano portatori gli idealisti del passato, trovano normali le manovre sotterranee degli omini di Rifondazione Democristiana, ancora dispersi eppure decisi a ricominciare dalla concretezza perduta per colpa di Mani Pulite. Berlusconi è stato il purgatorio necessario; ecco il momento favorevole al richiamo della nostalgia, occasione che non può essere distratta dai lamenti della solidarietà. Chiudiamo la finanziaria così com’è per continuare le manovre in santa pace. Del resto nel Sudan non esistono interessi americani in pericolo e ai nostri Giovanardi cosa ne può fregare.
Ma l’impegno della solidarietà razionalizzata nelle 160 organizzazioni non governative, associazione presieduta da Sergio Marelli, non riguarda solo l’urgenza o la catastrofe; è soprattutto l’impegno del creare una cultura attenta alle sofferenze rivelate o nascoste di chi incontriamo ogni giorno per strada o che bisogna cercare in fondo al mondo. La solitudine di chi invecchia nelle città mentre le pensioni diventano carta straccia. Malati abbandonati negli ospedali, ragazzi randagi fra mille tentazioni. Una cultura da distribuire nelle scuole, da vivificare con esempi, da nutrire con giornali che raccontano com’è diverso il destino di coloro che hanno sbagliato posto al momento di venire al mondo. Insomma, trasformare la solidarietà partendo dalla filosofia pratica la cui missione é cambiare gli egoismi della società di plastica che Tv e consumismo selvaggio continuano a gonfiare. Silvia Pochettino, di «Volontari per lo Sviluppo» ed Eugenio Meandri di «Solidarietà Internazionale», dirigono un’informazione «impegnata» come si diceva tempo fa. Non nella politica, ma nella quotidianità dei meno fortunati. Che poi diventa politica comunista, come sussurrava tre mesi or sono il ministro Frattini restio a dare quanto promesso ai portatori di giustizia sociale. I quali vogliono solo far capire a tutti che non siamo soli con le nostre modeste certezze. Gli altri ci guardano. La disattenzione di questo governo ha obbligato le Ong ad una scelta. Senza i finanziamenti solennemente promessi ad operatori il cui stipendio riconosciuto è 750 euro al mese, con le risorse congelate, chiudere ospedali e scuole? Sospendere la costruzione di impianti idrici, la trasformazione di baracche di cartone in prefabbricati modestissimi ma che somigliano a case; insomma, ammettere: ci siamo sbagliati, portate pazienza, prima o poi torneremo, oppure continuare, indebitandosi ? Da tre anni vanno avanti bussando altre porte, ma il rosso delle risorse é sempre più profondo, e con la crisi, e i decoder, e le amnistie spalmate sulle povere squadre di calcio, la speranza di venirne fuori ogni anno si allontana. Anche perché il significato della parola cooperazione è stato allargato «alle operazioni militari e alla penetrazione commerciale» dei prodotti italiani nel mondo. Quel poco che resta viene passato al fondo di sviluppo europeo: chi vuol continuare deve bussare a Bruxelles. La Roma del cavalier B, se ne lava le mani mentre una quota consistente delle risorse va persa nei passaggi delle burocrazie. Paradosso finale: per non sospendere ciò che da anni stanno costruendo, alcuni volontari anticipano i loro stipendi finanziando lo stato debitore. Poi l’esempio del «Mlal» di Verona, volontari laici in America Latina: hanno saldato i debiti con raccolte popolari anche nelle terre dove danno una mano a chi ne ha bisogno. E chi ha tragicamente bisogno versa addirittura gli spiccioli che può. O lavora gratuitamente per cambiare la vita di tutti. Siamo ridotti così: gli ultimi aiutano la finanziaria del fu Tremonti e del presente Berlusconi. Dall’Iraq all’Amazzonia, in Africa e in Colombia sanno che se non ci si occupa della disperazione della gente, terrorismo e kamikaze restano l’ultima rabbia. Il cinismo dei contractors super pagati non possono essere la speranza.
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