FISICA/MENTE

 

ANDATEVENE

di John Pilger


Gli invasori dell’Iraq hanno dilaniato il tessuto di una nazione che era sopravvissuta a Saddam Hussein, questa è una guerra di liberazione dove noi siamo i nemici. Noi che abbiamo portato in Iraq una violenza quotidiana e omicida che supera quella di qualsiasi tiranno che non ha mai promesso una falsa democrazia. Quattro anni fa ho viaggiato per tutto l’Iraq, dalle colline nella zona nord curda, dove è sepolto San Matteo, al cuore della Mesopotamia, Baghdad e a sud nella regione sciita. Raramente mi sono sentito così sicuro come in questi paesi. Una volta ero nel colonnato di Edoardo, che si trova nel mercato dei libri a Baghdad, e un giovane uomo mi gridò qualcosa sulle sofferenze che le sua famiglia aveva dovuto sopportare durante l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra.

Quello che è successo dopo è un atteggiamento tipico degli iracheni, un passante ha calmato l’uomo mettendogli un braccio intorno al collo, mentre un altro è venuto subito al mio fianco. “Perdonalo” mi disse rassicurandomi, “non associamo le persone occidentali alle azioni dei loro governi, sei il benvenuto.”

Durante una di quelle aste malinconiche della sera, dove gli iracheni vanno a vendere i loro averi perché spinti dal bisogno urgente, una donna con due neonati stava a guardare mentre i suoi passeggini venivano venduti per pochi spiccioli e un uomo, che aveva collezionato colombe da quando aveva 15 anni, era lì per vendere il suo ultimo uccello con la sua gabbia; nonostante tutto le persone continuavano a ripetermi: “tu sei il benvenuto”. Tanta benevolenza e dignità erano spesso espresse da quegli esuli iracheni che odiavano Saddam Hussein e si opponevano sia all’assedio economico che all’assalto angloamericano della loro terra natia. Migliaia di queste persone contro Saddam hanno marciato contro la guerra a Londra, con dispiacere dei guerrafondai che non hanno mai capito la dicotomia dei principi da loro professati.

Se io dovessi rifare lo stesso viaggio in Iraq oggi, probabilmente non ritornerei vivo, i terroristi esteri lo hanno confermato. Con le armi più letali che si possano comprare per miliardi di dollari, le minacce dei loro generali cowboys e la brutalità e il panico che hanno causato le loro fanterie, più di 120.000 di questi invasori hanno dilaniato il tessuto di una nazione, che era sopravvissuta agli anni di Saddam Hussein e ne hanno distrutto le produzioni artigianali. Hanno portato in Iraq una violenza quotidiana e omicida che supera quella di qualsiasi tiranno che non ha mai promesso una falsa democrazia.

Amnesty International ha denunciato come le forze guidate dagli Stati Uniti abbiano “sparato agli iracheni durante le dimostrazioni, torturato e maltrattato i prigionieri, arrestato persone senza motivo, trattenendole arbitrariamente, demolito case per vendetta e di punizione collettiva”. A Fallujah i marines americani, descritti come “particolarmente precisi” dal loro psicopatico portavoce, avrebbero massacrato un numero di persone che arriverebbe a 600, stando ai direttori degli ospedali locali. Queste azioni sono state fatte con aerei e artiglieria pesante scaricata nelle aeree urbane, come ritorsione per l’uccisione dei quattro mercenari americani. Molte delle persone morte a Fallujah erano donne, vecchi e bambini. Solo i network televisivi arabi, fra cui Al-Jazeera, hanno mostrato la gravità effettiva di questo crimine, mentre le televisioni anglo americane hanno continuato a trasmettere e ad amplificare le bugie della Casa Bianca e di Downing Street.

“Scrivendo esclusivamente per l’Observer prima dell’incontro fai-o-disfa di questa settimana con il Presidente George Bush”, diceva l’11 aprile il giornale inglese che una volta era il portavoce del partito liberale del premier, “[Tony Balir] ha dato il suo massimo appoggio alle tattiche statunitensi in Iraq... dicendo che il governo non si tirerà indietro dal suo ‘impegno storico’ nonostante gli sforzi degli ‘insorgenti e dei terroristi’.” Il fatto che quell’ “esclusivamente” non sia stato presentato come una parodia mostra come i motori della propaganda, che aiutarono la diffusione delle bugie di Blair e di Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq e sui collegamenti con al-Qaeda da quasi due anni, siano ancora attivi. Sugli aggiornamenti della BBC e su Newsnight i “terroristi” di Blair fanno ancora notizia; della causa principale e della fonte del terrorismo stesso, invece, non se ne parla. Invece questi sono gli invasori stranieri che, a oggi, dando credito ad Amnesty e ad altre associazioni, hanno già ucciso almeno 11.000 civili. Il quadro generale, considerando anche i soldati, potrebbe arrivare a 55.000.

Un sentimento nazionalista che, da più di un anno, si è sviluppato in Iraq e che ha unito almeno 15 dei maggiori gruppi politici, la maggior parte dei quali di opponevano al vecchio regime, è stato soppresso e poi giustificato tramite l’utilizzo di un lessico menzognero inventato da Washington e da Londra, e riportato incessantemente alla maniera della CNN. “Gli ultimi fedeli a Saddam”, “i tribali” e i “fondamentalisti” sono accezioni dominanti, mentre all’Iraq viene negato il retaggio di una storia alla quale gran parte del mondo moderno è legato. La “storia del primo anniversario”, tratta di una votazione che fu tutta una barzelletta. Votazione dalla quale emerse che metà degli iracheni si sentivano meglio sotto l’occupazione, è una questione da sviluppare. La BBC e le altre reti se la sono bevuta appieno. Se volete conoscere la verità, io vi raccomando i resoconti giornalieri della coraggiosa giornalista Jo Wilding, un’osservatrice inglese dei diritti umani a Baghdad (www.wildfirejo.blogspot.com).

Ancora adesso, col propagarsi delle sommosse, ci ritroviamo con delle criptiche scimmiottature dell’ovvio: questa è una guerra di liberazione nazionale e il nemico siamo “noi”. Ciò diventa eclatante con l’invasione dei professionisti al Sydney Morning Herald. Questi ultimi hanno espresso “sorpresa” per l’unione degli Sciiti e dei Sunniti, mentre un giornalista, corrispondente per il giornale a Baghdad, ha recentemente scritto di “come quei bulli dei soldati statunitensi si stiano facendo nemici i loro amici iracheni” e di come lui e il suo autista siano stati trattati dagli americani. “Ti sbatto all’altro mondo in un lampo, figlio di puttana!” ha detto un soldato al reporter. Che questo sia solo un assaggio del terrore e dell’umiliazione che gli iracheni debbano soffrire ogni giorno è chiaro; ciò nonostante il giornale ha pubblicato delle viscide immagini di soldati americani addolorati, invitando ad avere misericordia per un invasore che ha “sbattuto all’altro mondo” migliaia di uomini, donne e bambini innocenti.

Quello che continuiamo a fare noi dell’Occidente imperialista, ha scritto Richard Falk, professore di Relazioni Internazionali a Princeton, è diffondere “secondo una giustizia, una morale e una legalità unilaterali, immagini positive di valori occidentali e di innocenza ora in pericolo, e che, per questo, giustificherebbero una campagna di violenza senza restrizioni”.

Quindi il terrorismo degli stati occidentali viene cancellato, ci siamo muniti di un manipolo di giornalisti occidentali che scusano o minimizzano le “nostre” colpe, che sono comunque atroci; i nostri morti sono contati, i loro no, le nostre vittime sono degne, le loro no.

Questa è una vecchia storia, ci sono stati molti iracheni, o come li chiama Blair “persone che lottano contro la storia”, che si sono ribellati ai “terroristi”. Prendete ad esempio il Kenya degli anni 50, la versione accettata è ancora oggi vista con favore nell’occidente – prima fu resa popolare dai giornali, e poi nei libri e nei film, e, come per l’Iraq, è una bugia. “L’obbiettivo che ci siamo prefissati”, dichiarò il governatore del Kenya nel 1955, “è di civilizzare una grande massa di esseri umani che versano in uno stato morale e sociale primitivo”. Il massacro di migliaia di nazionalisti, che non furono mai chiamati nazionalisti, era una strategia del governo inglese. Il mito dell’insurrezione keniota fu che i Mau Mau portarono “un terrore infernale” fra gli eroici coloni bianchi. In effetti i Mau Mau uccisero 32 europei, questi morti però erano da rapportare con gli almeno 10.000 kenioti uccisi dagli inglesi, i quali avevano anche costruito dei campi di concentramento dove le condizioni di vita erano così dure che in un solo mese morirono 402 detenuti. Torture, fustigazioni e abusi su donne e bambini erano all’ordine del giorno. “Le prigioni speciali”, scrisse lo storico imperiale V.G. Kiernan, “erano probabilmente simili a qualsiasi campo nazista o giapponese”, ma niente di questo fu riportato. Il “terrore infernale” era unilaterale: quello dei neri contro i bianchi. Era difficile non cogliere il messaggio razzista.

In Vietnam fu la stessa storia. Nel 1969 la scoperta del massacro americano del villaggio di My Lai fu descritto dalla copertina del Newsweek come una “tragedia americana”, e non una tragedia vietnamita. Ci furono molti massacri come quello di My Lai e, al tempo, quasi nessuno di questi fu riportato.

La vera tragedia sui soldati che portavano avanti un’occupazione coloniale fu anch’essa soppressa. Più di 58.000 soldati americani furono uccisi in Vietnam; lo stesso numero, secondo uno studio dei veterani, morì una volta che furono tornati in patria. Il dottor Doug Rokke, direttore del progetto della milizia statunitense sull’uranio impoverito a seguito dell’invasione del Golfo nel 1991, stima che oltre 10.000 truppe americane sono morte come risultato di questa guerra, molti dei quali a causa della contaminazione. Quando gli chiesi della sorte degli iracheni, alzò gli occhi e scosse la testa: “l’uranio solido è stato usato nelle bombe”, disse, “decine di migliaia di iracheni, uomini, donne e bambini, sono stati contaminati. Negli anni 90, a un symposium internazionale, ho visto ufficiali iracheni avvicinarsi agli ufficiali del Pentagono e al Ministro della Difesa e chiedere, supplicare, affinché li aiutassero nella decontaminazione. Gli iracheni non avevano usato l’uranio, non era fra le loro armi, li ho visti mentre esponevano il loro caso, descrivendo le morti e le orribili deformazioni, e li vidi quando furono snobbati. E’ stato patetico”. Durante l’invasione dello scorso anno, sia gli americani che le forze inglesi hanno usato di nuovo bombe all’uranio, lasciando aree intere così “colme” di radiazioni che solo delle equipe militari di sorveglianza con le loro tute protettive si possono avvicinare. Nessuna avvertenza o aiuto medico è stato dato ai civili iracheni, migliaia di bambini giocano in quelle zone. La “coalizione” si è rifiutata di permettere all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica di mandare degli esperti in loco ad accertarsi se questa sia ciò che Rokke descrive come “una catastrofe”.

Quando si decideranno, coloro che ne hanno il dovere, a riportare in modo equo gli eventi e a narrare in modo corretto di questa catastrofe? Quando investigheranno la BBC e gli altri sulle condizioni di circa 10.000 iracheni trattenuti nei campi di concentramento americani in Iraq, senza nessuna accusa, molti dei quali sono torturati? E quando si preoccuperanno di spiegare le recinzioni col filo spinato intorno a interi villaggi iracheni? Quando si decideranno, la BBC e gli altri, a smettere di parlare del “passaggio alla sovranità irachena” previsto per il prossimo 30 giugno, quando non ci sarà alcun passaggio? Il nuovo regime sarà un fantoccio, con ogni ministro controllato dagli ufficiali americani, e con la sua falsa milizia e le sue false forze di polizia, comandate dagli americani. Una legge fatta da Saddam, che vieta i sindacati per i lavoratori pubblici, resterà attiva, i capi dell’infame polizia segreta di Saddam, la Mukhabasat, si occuperanno della “sicurezza dello stato”, sotto la direzione della CIA. I militari statunitensi avranno lo stesso accordo sullo “status delle forze” che impongono a tutte le nazioni ospitanti le loro 750 basi intorno al mondo, che li lascia in totale potere a tutti gli effetti. L’Iraq sarà una colonia statunitense, proprio come Haiti. E quando si decideranno i giornalisti ad avere il coraggio professionale di riportare il ruolo cardine che Israele ha avuto in questo grande disegno coloniale del Medio Oriente?

Un paio di settimane fa, Rick Mercier, un giovane columnist per il Free-lance Star, un piccolo giornale della Virginia, ha fatto quello che nessun altro giornalista ha fatto in quest’ultimo anno. Si è scusato con i suoi lettori per la parzialità con cui aveva riportato gli eventi relativi all’attacco in Iraq. “Scusate, abbiamo lasciato che rivendicazioni infondate facessero da supporto alla nostra copertura”, ha scritto. “Scusateci, abbiamo lasciato che una banda di persone che inseguono i loro interessi in Iraq ci prendesse in giro. Scusateci se abbiamo creduto alle dichiarazioni che Colin Powell fece alle Nazioni Unite... Forse faremo un lavoro migliore con la prossima guerra”.

Ben fatto Rick Mercier, ma ascolta il silenzio dei nostri colleghi su entrambi i lati dell’Atlantico. Nessuno si aspetta che Fox, o Wapping o il Daily Telegraph cedano. Ma che fine ha fatto David Astor, faro del liberalismo, e l’Observer, che si oppose all’invasione dell’Egitto nel 1956 e alle bugie che la volevano supportare? L’Observer non solo ha appoggiato l’assalto illegale e non provocato dell’Iraq, ma ha anche aiutato a creare quell’alone di bugie con cui Blair se l’è potuta cavare con i suoi crimini. La reputazione dell’Observer, e il fatto che ha occasionalmente pubblicato materiale mitigante, significa che le bugie e i miti sono diventati veritieri. Una storia messa in prima pagina ha dato credito alla rivendicazione fasulla secondo la quale l’Iraq era il mandante degli attacchi all’antrace negli USA. L’articolo era pieno di tutte quelle “fonti dei servizi segreti” occidentali, di tutti quegli uomini di paglia e di tante allusioni. Nella “ricerca” di due pagine di Davi Rose che portava il titolo “La connessione irachena” si lasciava nei lettori l’impressione che Saddam Hussein fosse stato anche complice degli attacchi dell’11 settembre 2001. “Ci sono dei momenti nella storia”, scrisse Rose, “in cui l’uso della forza è sia giusto che sensato. Questo è uno di quei casi”. Lo vada a dire a quegli 11.000 civili morti, signor Rose.

Si dice che ora gli ufficiali inglesi in Iraq descrivano le “tattiche” dei loro colleghi americani come “spaventose”. No, l’intera natura dell’occupazione coloniale è da ritenersi spaventosa, come direbbero anche le famiglie dei 13 iracheni uccisi dai soldati inglesi che hanno citato in giudizio il governo inglese. Se gli alti ufficiali delle forze inglesi capissero che in tutto questo c’è il marchio del loro passato di colonizzatori, e che in questo marchio c’è, non lo dobbiamo scordare la sanguinosa ritirata inglese dall’Iraq di 83 anni fa, sussurrerebbero all’orecchio del piccolo Wellington-*****-Palmerston al numero 10 di Downing Street: “Andiamocene prima che ci buttino fuori”.

Fonte:Nuovi Mondi Media
 Tradotto da Cora Ferroni per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://pilger.carlton.com/
For Fair Use Only
Mercoledì, 21 Aprile 2004


 

 

Dalla Guerra Fredda alla Guerra

di Sergio Finardi

Questo viaggio nella macchina industriale-militare statunitense prende in considerazione le premesse storiche e politiche dello sviluppo postbellico di tale macchina, la spesa militare nel periodo 1948-1998 e il suo supporto ideologico, la struttura del complesso militare-industriale e gli scopi politici ed economici del commercio di armamenti, il rapporto tra strategie militari e politica estera. È oggi urgente risalire alle fonti dell’incredibile manipolazione della verità in atto. Per questo occorre ritornare al 1945, prima di vedere come funziona oggi, e con quali obiettivi, l’apparato che sta incendiando i Balcani con la complicità dei governanti europei.

La macchina propagandistica e ideologica che ha tagliato anche gli ultimi residui di materia grigia del 90% dei giornalisti e dei politici italiani sui tragici avvenimenti iugoslavi, che nega ogni voce alle idee differenti, è una macchina ben sperimentata, l’arma più efficace che i signori della guerra statunitensi hanno inventato dal dopoguerra in poi sugli esempi fascista e nazista e che hanno esportato in tutto il mondo. È questa macchina che ha costruito, ancor prima delle risorse economiche, il potere enorme di un apparato militare che è oggi la punta di diamante di una destabilizzazione mirata di tutti i teatri politico-economici che non si adeguano agli interessi dei gruppi statunitensi. Credo utile iniziare il nostro viaggio citando le parole che John Loftus, del Dipartimento della Giustizia statunitense e Federal prosecutor nell’unità di ricerca sui criminali nazisti, scrisse in un suo libro del 1982: "In un certo senso, noi Americani siamo le ultime vittime dell’Olocausto, imprigionati dai segreti della Guerra fredda e rinchiusi in una fortezza di menzogne. In una società democratica, c’è solo una via di liberazione, molto difficile: Wahrheit Macht Frei", la verità rende liberi (1).

La matrice della Guerra fredda: da Krosigk a Churchill

"Ad Est, avanza inesorabilmente la cortina di ferro dietro alla quale, non vista dagli occhi del mondo, continua l’opera della distruzione". No, queste parole non sono tratte dal famoso discorso della "Cortina di ferro", simbolico inizio della Guerra fredda che Winston Churchill disse il 5 marzo del 1946 al Westminster College di Fulton, Missouri, ospite del presidente statunitense Truman. Esse vennero pronunciate molto prima, in un discorso trasmesso il 2 maggio del 1945 dalla radio di Berlino e riportato dal londinese The Times il 3 maggio (2). Erano del conte Schwerin von Krosigk, già ministro delle Finanze e degli Esteri in passati governi nazisti, che si rivolgeva alla nazione come capo del "governo provvisorio" insediatosi quel giorno stesso con la speranza di poter rappresentare gli interessi della Germania sconfitta nelle future trattative con gli Alleati.

L’immagine della cortina di ferro che scendeva tra Est e Ovest, usata nel contesto del discorso inaugurale dell’ultimo governo nazista, mirava ad incidere sulla coesione degli Alleati e ad ottenere per i tedeschi una sorta di salvacondotto in nome di una inevitabile futura guerra (che sarà pure esplicitamente menzionata) contro il nemico ideologico "comune", l’Urss di Stalin, il comunismo. Di una cortina di ferro che stava scendendo ad Est aveva parlato poco prima, in un discorso del 25 febbraio, anche Goebbels, ex ministro della propaganda nazista, forse memore dell’espressione usata, per la prima volta, in un libro di Vasily Rozanov del 1918 sulla Russia bolscevica, "Apocalisse del nostro tempo". Nel suo indirizzo alla nazione, Krosigk aveva inoltre sostenuto, alludendo alle trattative tra gli Alleati in corso in quei giorni a San Francisco per la costituzione dell’Onu, che non si poteva trovare "a San Francisco il soddisfacimento di ciò cui ora aspira una umanità sperduta", poiché nessun ordine stabile poteva basarsi "sul considerare il rosso incendiario [l’Urss] come un portatore di pace" (3).

Il governo provvisorio tedesco non durò tuttavia a lungo e il 9 maggio Eisenhower, a capo delle forze alleate che avevano ormai il controllo della Germania, ordinava l’arresto dei suoi rappresentanti, considerandoli per quello che erano, criminali di guerra. Era la capitolazione della Germania nazista, ma forse non dei sogni di Krosigk, un consumato diplomatico che aveva ritenuto evidentemente di poter trovare nel campo nemico orecchie che potessero intendere quella frase.

È possibile che egli pensasse soprattutto a quegli ambienti industriali e finanziari statunitensi ed europei che avevano visto di buon occhio la politica antiebraica e anticomunista della Germania hitleriana (4). Krosigk aveva di quegli ambienti una conoscenza probabilmente dettagliata, ma è difficile pensare che sperasse di trovare udienza proprio da uno dei campioni della disfatta del nazismo. Eppure, nei giorni immediatamente successivi al 9 maggio, il premier inglese Churchill, che stava guardando con crescente timore alla presenza sovietica nei territori est europei e balcanici e che certamente lesse il Times (5), esprimeva in due telegrammi (T. 877/5; T. 895/5), "personal and top secret", considerazioni molto vicine a quelle fatte da Grosigk.

L’11 maggio il premier telegrafava ad Anthony Eden, suo ministro degli Esteri impegnato allora nelle trattative di San Francisco: "Ci sono oggi notizie sulla stampa di un ritiro di molti contingenti americani che andrà avanti da ora, mese dopo mese. Cosa dovremo fare? Il Paese eserciterà presto una forte pressione su di noi per la smobilitazione parziale. In un breve lasso di tempo i nostri eserciti saranno sciolti, ma i russi potrebbero rimanere con centinaia di divisioni in possesso dell’Europa, da Lubecca a Trieste e alla frontiera greca sull’Adriatico. Tutte queste cose sono molto più importanti che gli emendamenti ad una Costituzione Mondiale che potrebbe non entrare mai in vigore, dato che sarebbe soppiantata dopo un periodo di tregua da una Terza Guerra mondiale" (6). Seguiva il 12 maggio il telegramma a Truman (divenuto da poco presidente degli Stati uniti dopo l’improvviso decesso di F. D. Roosevelt). Churchill vi scriveva tra l’altro: "Una cortina di ferro è scesa sul loro fronte [sovietico]. Noi non sappiano cosa sta succedendo dietro di essa. Sembra ci siano pochi dubbi però che l’intera regione ad est della linea Lubecca-Trieste-Corfù sarà presto interamente nelle loro mani".

Strane parole per chi parla di un alleato. La guerra, infatti, era ancora in corso e le conquiste militari sovietiche (oltre agli 11 milioni di soldati dell’Armata rossa che erano morti) avevano dato un contributo decisivo alla causa degli Alleati, mentre il Giappone non aveva ancora capitolato. Altro era evidentemente il sentire politico reale di un uomo che aveva animato le prime sanguinose campagne "occidentali" del 1919-1920 contro la nascente repubblica dei Soviet ed aveva fatto tutto il possibile per convincere il presidente F. D. Roosevelt a tenere fuori l’Urss dal progetto Manhattan, la realizzazione della prima bomba atomica.

Una alleanza privilegiata tra Stati uniti e Gran Bretagna era infatti in corso da molto tempo intorno a quelle che negli scambi tra Churchill e Roosevelt venivano chiamate "Tube Alloys", codice per l’energia atomica e il progetto Manhattan. Una alleanza che era consegnata ad accordi segreti tra Churchill e Roosevelt, come quello del Quebec del 1943 e di Hyde Park del 1944, centrati sulla futura cogestione angloamericana dell’energia atomica, sulla collaborazione di un ristrettissimo gruppo di scienziati inglesi ed europei al progetto statunitense e sull’esclusione dell’alleato sovietico da ogni notizia intorno a tale progetto (7). Non troppo utilmente, tuttavia.

Come la disponibilità recente di documenti e testimonianze di parte sovietica ha mostrato, una ristrettissima cerchia di dirigenti sovietici e Igor Kurchatov, il padre della prima bomba atomica sovietica, erano a conoscenza sin dal ’42 del progetto Manhattan e, dal ’43, avevano cominciato a ricevere notizie sulle soluzioni che si venivano adottando a Los Alamos, base del progetto Manhattan guidato da Robert Oppenheimer. Dal ’44, inoltre, un giovanissimo (18 anni) e geniale fisico, Ted Hall, incluso nel progetto quando ancora non aveva completato gli studi ad Harvard, aveva cominciato a passare ulteriori informazioni ai sovietici, sulla base del convincimento che un mondo futuro in cui una sola potenza avesse monopolizzato l’energia nucleare sarebbe stato anche più pericoloso di quello che stava morendo. Gli stessi sentimenti nutrivano altri scienziati che erano parte del progetto e il grande fisico Niels Bohr aveva invano cercato di convincere Churchill e Roosevelt a rendere i sovietici partecipi del segreto atomico.

Alla conferenza di Potsdam (luglio 1945, poco prima dell’attacco sul Giappone), quando Truman aveva fatto finalmente, ma vagamente, accenno a Stalin che gli Stati uniti possedevano una nuova straordinaria arma, Stalin aveva risposto senza enfasi che ne era contento e sperava che venisse usata presto contro il Giappone. Stalin doveva allora già avere un’idea approssimativa del tempo che sarebbe stato necessario all’équipe di Kurchatov per giungere a sua volta alla costruzione dell’ordigno ed arrivare a riequilibrare i rapporti di forza. Capitalizzare sulle conquiste territoriali fatte nell’est europeo, nei Balcani e in Medio Oriente e prendere tempo era diventata non del tutto ingiustificatamente la sua ossessione.

Il 6 agosto 1945, l’Enola Gay, un B29 statunitense appositamente trasformato e pilotato dal colonnello P. W. Tibbets, portava a termine la sua missione segreta verso Hiroshima. Il 9 agosto, alle 11, anche Nagasaki veniva cancellata. L’intervento sovietico in Manciuria contro i Giapponesi diventava indifferente per la capitolazione di un Paese di cui dal 20 giugno 1945, con precise istruzioni al suo governo, l’imperatore Hirohito aveva cercato di far trattare la resa.

Da Churchill a Truman

Che la ripresa nel telegramma a Truman del concetto usato da Krosigk e riportato dal Times non fosse per Churchill occasionale si vedrà pochi mesi dopo, appunto a Fulton, nel marzo del 1946. In quel discorso, Churchill ripeteva, questa volta pubblicamente: "Nessuno sa cosa intendano fare nell’immediato futuro la Russia sovietica e le sue organizzazioni internazionali comuniste e dove, se mai, si fermeranno le loro tendenze espansioniste e il loro proselitismo ... Dalla baltica Stettino all’adriatica Trieste, una cortina di ferro è scesa in mezzo all’Europa ...".

Il discorso di Fulton fece il giro del mondo, provocando grande impressione e grandi reazioni. L’11 marzo del 1946 la Pravda lo riportava e commentava ampiamente e il 14 marzo pubblicava un’intervista in cui Stalin denunciava il tentativo di Churchill di distruggere l’alleanza tra i vincitori e minare le basi delle organizzazioni internazionali che stavano nascendo, ricordando il già menzionato ruolo di Churchill nelle vicende iniziali della repubblica sovietica. Churchill aveva infatti tra l’altro invocato in quel discorso lo stabilirsi di una alleanza privilegiata "dei popoli di lingua inglese" nella gestione militare e politica di quella che era ormai l’era atomica e, al tempo, il pubblico cui Churchill parlava non conosceva gli accordi segreti intervenuti in precedenza tra le due potenze.

Commenti numerosi e molto imbarazzati vennero fatti anche ad Ovest sulle espressioni usate da Churchill. C’era infatti chi vedeva in quelle frasi un pericolo mortale per il delicatissimo processo che si stava sviluppando e per la necessità di preservare l’unità degli Alleati per porre le basi del mondo futuro, un’unità già scossa dalla politica staliniana in Iran e nell’Est europeo e dalle trame angloamericane in Germania. Questa parte vedeva allineati molti gruppi diversi in differenti Paesi, in particolare alcuni rappresentanti del nuovo governo laburista inglese che aveva nel frattempo sostituito quello di guerra di Churchill e parti importanti dell’establishment politico statunitense (personalità come J. Davies, H. Wallace, Ben Cohen, del gruppo che si era raccolto intorno a F. D. Roosevelt negli anni della guerra), o giornali come la New York Herald Tribune. Parte della diplomazia statunitense, inoltre, aveva visto nel discorso di Fulton, fatto davanti a Truman, un tentativo di condizionare pesantemente la futura politica estera del proprio Paese e l’aveva rifiutato esplicitamente.

C’era però chi aveva già preparato il terreno alla tesi di Churchill. Il compito era stato portato avanti già nel tardo ’45 da grandi quotidiani come il New York Times e il Journal of Commmerce e, successivamente, dal Wall Street Journal, o da riviste come Time, Readers’ Digest, Life, Fortune, Harper’s (che aveva invocato la divisione del mondo in due sfere contrapposte), da molte riviste cattoliche e dal capo dell’Associated Press. Gli articoli grondavano avversione contro l’orientamento cauto tenuto sino ad allora da Truman e dal Segretario di Stato Byrnes verso i sovietici (8).

Non era stato oggetto di analisi, da parte di quei grandi organi di stampa impegnati a denunciare il pericolo "rosso" e ad invocare (letteralmente) la salvezza della civiltà cristiana occidentale, il fatto che all’epoca compresa tra il telegramma di Churchill a Truman e il discorso di Fulton gli unici ad aver violato la solidarietà tra gli Alleati, escluso l’Urss dalla conoscenza del progetto Manhattan, salvato o solo blandamente incriminato i maggiori responsabili della finanza e dell’industria nazista (che di lì a poco ritorneranno alle loro banche e a dirigere i grandi complessi industriali della parte occidentale tedesca), fatto fuggire una buona parte dei criminali di guerra nazisti in America Latina, fossero stati proprio gli angloamericani. Per non dire degli entusiasmi espressi per l’esplosione di due bombe atomiche che avevano cancellato in qualche secondo la popolazione civile di due città nemiche. La storia successiva mostrerà ampiamente per quali progetti tali giornali si battevano, come vedremo nella prossima parte di queste note, e per conto di chi parlavano. Certo non a nome dei 298 mila statunitensi morti per sconfiggere la barbarie che aveva concepito Auschwitz e Dachau.

Il concetto di "cortina di ferro", tracciato da Krosigk e Goebbels, e più ancora la previsione di un possibile terzo conflitto mondiale tra i due campi contrapposti, aveva tuttavia avuto miglior fortuna dei suoi primi enunciatori, e la madre di tutte le strategie che avrebbero cominciato a forgiare le macchine militari del dopoguerra aveva speditamente attraversato prima la Manica e poi l’Oceano Atlantico. L’elemento base che aprirà la Guerra fredda non aveva dunque l’augusta paternità di uno dei prestigiosi vincitori della Seconda guerra mondiale, come sempre si ripete, ma di due degli ultimi rappresentanti della Germania nazista.

Il tradimento dei patrioti

A Yalta (febbraio ‘45) e a Potsdam (luglio ’45) gli accordi tra gli Alleati miranti alla gestione delle ultime fasi della guerra e dell’immediato periodo postbellico vennero presi con i sovietici, che già potevano avere idea dello sbilanciamento di forze che il successo del progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica avrebbe potuto determinare nel mondo postbellico. Le successive violazioni di quegli accordi, da parte di Stalin nell’est europeo e da parte degli anglostatunitensi in Germania, aggravarono, ma non determinarono il quadro fondamentale della rottura tra gli ex Alleati, che aveva ben altre premesse, come mostrato nelle note precedenti.

Non si può però comprendere la costruzione postbellica della politica industriale militare degli Stati uniti e i suoi sviluppi successivi senza il formidabile intreccio di affari e interessi internazionali che aveva fatto le sue prime prove finanziando il riarmo nazista e sostenendo in contemporanea lo sforzo bellico di entrambe le parti belligeranti, provvedendo poi a creare le condizioni ideologiche favorevoli al discorso di Churchill a Fulton.

Una rete fittissima (9) di complicità, alleanze e, si direbbe oggi, di joint ventures si era andata infatti progressivamente creando negli anni ‘30 tra parte del grande capitale finanziario e industriale statunitense e quello tedesco, strettamente collegato con i nazisti. Gli aiuti dati ai nazisti da quella rete di complicità non si interruppero dopo l’entrata in guerra degli Stati uniti (dicembre 1941). Il supporto diretto o indiretto al nemico, tuttavia, cadeva sotto i rigori del "Trading with the Enemy Act", una legge della Prima guerra mondiale. Sia durante che dopo il conflitto, alcuni uomini dell’Amministrazione Roosevelt, tra cui il Ministro del Tesoro Morgenthau jr., appena frenati dai timori del presidente di compromettere lo sforzo industriale bellico, cercarono di mettere sotto accusa quei legami e le persone che li rappresentavano. Le prove raccolte erano molte e decisive, ma una provvidenziale "cortina di ferro" scese dopo la guerra sui documenti che comprovavano quegli aiuti. Chi aveva formato quella rete di complicità? Chi fece scendere il provvidenziale velo dell’isteria anticomunista su quei documenti?

Escludendo qui connessioni europee come quelle tra il magnate svedese Jacob Wallemberg e i nazisti (10) o quelle tra finanza inglese e tedesca, tra i maggiori responsabili statunitensi del sostegno dato ai nazisti c’erano:

• Henry Ford, ardente ammiratore di Hitler, antisemita fanatico, insignito da Hitler dell’Aquila d’Oro, nonché il figlio Edsel. Entrambi fornirono un ampio sostegno finanziario e tecnico alla Germania nazista, sia direttamente sia attraverso la filiale francese della Ford dopo l’occupazione tedesca.

• La famiglia Du Pont de Nemours (chimica ed esplosivi, che controllava allora la General Motors), in particolare Pierre, Irénée e Lammot Du Pont. Questi ultimi, nonostante l’origine ebraica della famiglia, furono tra i fondatori e finanziatori, con il famoso Alfred P. Sloan della Gm, della American Liberty League, organizzazione antisemita e razzista con centro a Detroit. Attraverso la Gm, i Du Pont versarono, tra il 1933 e il 1939, 30 milioni di dollari di allora nella IG Farben, l’Iri tedesca che sarà il fulcro del riarmo nazista e dell’utilizzo del lavoro forzato degli ebrei che erano rinchiusi nei campi di sterminio.

• J. D. Rockefeller e W. C. Teagle (Standard Oil of New Jersey, Chase Bank). La Chase di New York gestiva i conti "petroliferi" della filiale tedesca della Standard sotto controllo nazista mentre, nello stesso tempo, la filiale parigina della Chase finanziava il regime di Vichy e quello di Franco. Attraverso le sue reti latinoamericane, la Standard aveva provveduto, con la complicità di finanzieri ed armatori come Onassis (allora in Argentina), a far arrivare ai nazisti qualcosa come 20 milioni di dollari di allora di prodotti petroliferi.

• Sosthenes Behn, presidente dell’impero dei telefoni Itt (di futura cilena memoria), socio d’affari dei Morgan, nonché direttore della potentissima National City Bank of New York, finanziatore regolare della Gestapo dal 1933, attraverso la J. H. Stein Bank di Schroder (vedi oltre). L’Itt mantenne inoltre disponibili per i nazisti le reti telefoniche delle sue filiali nell’Europa occupata e in America Latina.

Ford, Rockefeller, Teagle e Behn, tra gli altri, intrattenevano poi solidi rapporti d’affari con il gigante chimico General Aniline and Film (Gaf), che era a tutti gli effetti una filiale della IG Farben tedesca, nonché produttrice del combustibile per aerei che veniva spedito via sussidiarie della Standard Oil alla Luftwaffe e dell’insetticida che venne usato ad Auschwitz nelle camere a gas. I quattro avevano contribuito a fondare nel 1929 tale complesso, allora come America IG/Chemical Corp. Anche molti ambienti della comunità tedesco-americana e le reti pronaziste che vi allignavano sostennero finanziariamente la Gaf.

Oltre a tali ruoli diretti, vi è anche da ricordare l’azione di un’istituzione che fu elemento chiave nella connessione tra ambienti statunitensi e nazisti, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, banca delle banche centrali, nata nel 1930 su ispirazione del futuro ministro nazista dell’Economia, Schacht, in cui sedeva (e siede) il "gotha" della finanza europea e statunitense. Documenti recentemente declassificati mostrano che nelle sedute del Board della banca si discuteva tranquillamente durante il conflitto di come gestire le riserve d’oro naziste, accumulate nelle zone occupate e poi nei campi di sterminio. I principali "uomini" della banca erano allora: 1) lo statunitense T. H. McKittrick, presidente e associato dei Morgan; 2) Emil Puhl, vicepresidente e "mente" della Reichsbank, cui Rockefeller offerse nel ’42 di raggiungere la direzione della Chase; 3) tra i direttori: Hermann Schmitz, capo della IG Farben, e il barone Kurt von Schroder, della J. H. Stein Bank di Colonia, finanziatore e dirigente della Gestapo, nonché socio d’affari di J. D. Rockefeller e del nipote Avery nella statunitense Schroder, Rockefeller & Co. Investment Bankers. Di quest’ultima faceva parte anche il cugino di Kurt, barone Bruno von Schroder, mentre i legali della banca erano John Foster Dulles (futuro Segretario di Stato statunitense sotto Eisenhower) e il fratello Allen (futuro capo della Cia da Eisenhower a Kennedy). La banca venne definita da Time "l’amplificatore economico dell’Asse Roma Berlino".

L’elenco potrebbe continuare per molto e molte altre connessioni potrebbero essere citate, ma ciò che è importante menzionare qui è il fatto che nessuno dei responsabili del sostengo dato ai nazisti venne nemmeno scalfito dal "Trading with the Enemy Act". Dopo la fine del conflitto, le inchieste (specie in Germania) vennero bloccate e boicottate in ogni modo, alcuni dei maggiori investigatori e Morgenthau stesso vennero attaccati, come agenti comunisti, dalla commissione MacCarthy sulle attività "antiamericane" (!) e dai fidi amici del big business al Dipartimento di Stato; una cortina di ferro calò su fatti come le forniture della Standard Oil ai nazisti (tra cui l’indispensabile additivo, piombo tetraetile, che era prodotto solo negli Stati uniti e senza il quale missioni aeree come il bombardamento di Londra non sarebbero state possibili). Al contrario, li si premiò. I loro affari con gli ex nazisti ripresero, compresi i forti legami stabiliti nell’America Latina, forieri di nuovi sviluppi.

Un criminale di guerra come Reinhardt Gehlen, capo del controspionaggio nazista, divenne un alto ufficiale dell’esercito statunitense dopo essere stato "recuperato" da Allen Dulles (allora nella sezione europea dei servizi statunitensi, l’Oss). Come è noto, il padre delle V2 che martoriarono Londra, Wernher von Braun, divenne con un centinaio di membri del suo gruppo tedesco il fulcro del programma missilistico strategico statunitense, e dal 1952 suo capo, sviluppando missili come i Redstone, i Pershing, i Saturn. Cittadino statunitense nel ’55, Braun diresse poi il centro spaziale della Nasa di Huntsville e divenne infine vicepresidente della Fairchild Industries, compagnia aerospaziale molto attiva e beneficiata dal Pentagono.

Altri criminali di guerra tedeschi, lituani, ucraini, bielorussi (11), polacchi, cecoslovacchi, croati e rumeni, che avevano costituito il nerbo portante della rete spionistica nazista nei territori occupati, entreranno dopo il conflitto nei nuovi servizi segreti occidentali, nelle varie sezioni statunitensi, europee e latinoamericane della Cia di Allen Dulles e nelle organizzazioni illegali tipo "Stay Behind" (Gladio), promosse sotto l’ombrello della Nato, fianco a fianco con i noti personaggi che oggi si vantano di averne fatto parte, pupazzi di un disegno che non era conseguente al calare della "cortina di ferro", ma che attivamente l’aveva promossa.

Per altro verso, i comandanti militari, gli agenti dell’intelligence, i funzionari civili e gli scienziati (tra cui Robert Hoppenheimer) non perfettamente allineati alle posizioni guerrafondaie del big business, o contrari alla politica dello scontro frontale con l’Urss, vennero costretti ad andarsene o vennero esautorati dalle loro funzioni. La macchina militare statunitense era pronta per un nuovo balzo in avanti.

La dottrina Truman

La "dottrina Truman" fu enunciata il 12 marzo del 1947, nel quadro delle mosse sovietiche che miravano ad esercitare un controllo sulla Turchia e sulla Grecia, ove era in corso un’aspra lotta tra il governo appoggiato dagli inglesi e la guerriglia comunista appoggiata dai sovietici. Truman, che era informato della decisione inglese di abbandonare la Grecia a causa delle ingenti spese che il sostegno a quel governo implicava in un momento di grave crisi per l’economia britannica, chiese al Congresso di approvare un ingente finanziamento speciale per il governo greco. Nel suo discorso, dopo aver ammesso che i regimi greco e turco non erano "perfetti", Truman disse tra l’altro: "Credo che debba essere politica degli Stati uniti il sostenere i popoli liberi che stanno resistendo a tentativi di soggiogamento da parte di minoranze armate o da pressioni esterne. Io credo che dobbiamo aiutare i popoli liberi a trovare il proprio destino nel modo che è loro. Io credo che il nostro aiuto debba essere innanzitutto economico e finanziario, perché esso è essenziale per la stabilità economica e un ordinato progresso [...] I popoli liberi del mondo guardano a noi per l’aiuto a mantenere le loro libertà. Se noi manchiamo nel nostro ruolo di leader, noi mettiamo in pericolo la pace nel mondo e sicuramente mettiamo in pericolo il benessere del nostro Paese. Grandi responsabilità ci sono state date dal rapido muoversi degli eventi" (12).

Un’unica potenza globale

Dal secondo conflitto mondiale non erano emerse due superpotenze, ma una sola, economica, finanziaria e militare, gli Stati uniti (13). La bomba a base di uranio di Hiroshima e quella a base di plutonio di Nagasaki avevano scavato un abisso tra gli Stati uniti e le altre potenze dotate di armamento convenzionale. L’Urss, che la logica della Guerra fredda dipingeva come un potente avversario, era all’epoca in realtà un paese che aveva subito distruzioni umane e materiali immani (20,6 milioni di morti totali) ed aveva dovuto spostare oltre gli Urali buona parte delle industrie sotto l’incalzare dei nazisti. Inoltre, i suoi problemi erano aggravati dallo sforzo di non perdere terreno sul piano strategico. Il primo esperimento nucleare sovietico venne solo nel 1949 e una capacità effettiva di attuare un bombardamento atomico solo molti anni dopo.

Ciononostante, lo sviluppo del complesso militare-industriale statunitense avvenne in stretta relazione con quello dell’apparato sovietico. Scriveva in "The Insecurity of Nations" Charles Yost (14), più di tre decenni spesi in posizioni di grande responsabilità nel servizio diplomatico statunitense: "Così come tanti esempi storici testimoniano, niente è più difficile da arrestare che la corsa autogenerantesi e reciproca della competizione militare, dove le intenzioni dell’avversario sono considerate coincidenti con le sue possibilità [offensive], dove gli eserciti non hanno mai abbastanza armi e uomini per considerarsi sicuri, dove la paura fa perdere il controllo e distorce le realtà’".

Bandiere rosse sulla Casa Bianca

"È un fatto incontestabile che il nostro Paese, il simbolo del mondo libero, è l’obiettivo ultimo e inestimabile del comunismo internazionale. I leader del comunismo internazionale hanno fatto giuramento di raggiungere il dominio del mondo. Ciò non sarà raggiunto sino a quando la bandiera rossa non sventolerà su tutti gli Stati uniti". Sembra impossibile che un essere ragionevole abbia potuto scrivere queste parole. Ancora più impossibile sembra che queste parole siano state scritte non negli anni isterici del maccartismo, ma quando si apriva l’era Kennedy, Stalin era morto da tempo e Stati uniti ed Urss cercavano nuove vie di dialogo e distensione. Ancora più incredibile è che esse facciano parte non di qualche libello di propaganda, ma di un discorso ufficiale di uno degli uomini che per decenni fu tra i più influenti e potenti degli Stati uniti. Correva l’anno 1960, e J. Edgar Hoover, capo dell’Fbi, così si esprimeva in un messaggio generale ai propri sottoposti (15).

Se scaviamo nei discorsi pubblici fatti da quasi tutti coloro che guidarono la politica e le scelte fondamentali degli Stati uniti, in buona parte in questa seconda parte di secolo, possiamo trovare centinaia di questi esempi. Il costante obiettivo di questo tipo di affermazioni era di sostenere presso il pubblico l’esistenza di una minaccia mortale. Nessuno di coloro che le aveva nel tempo pronunciate poteva davvero credere alle baggianate che diceva pubblicamente; certamente non uomini di consumata esperienza internazionale e di grande potere che percorsero in tutto o in buona parte gli anni della Guerra fredda. Per la più parte, essi mostrarono invece prudenza di giudizio e conoscenza profonda della realtà delle cose ogni qual volta ci fu da prendere decisioni importanti. Il loro fanatismo era destinato al pubblico, molto meno alle decisioni reali, anche se finiva per determinare gravi sovrapposizioni e confusioni, più o meno volute, tra analisi delle esigenze della difesa e propaganda ideologica.

Le spese militari della Guerra fredda

La corsa agli armamenti, una volta creato il consenso per sostenerla, divenne così una spirale inarrestabile. In entrambe i campi le spese furono sicuramente molto maggiori di quelle fornite nelle statistiche ufficiali, ma nel campo statunitense possiamo contare almeno sulle cifre destinate dal bilancio federale alla Difesa e settori connessi. Se ricostruiamo le spese federali dei 44 anni della Guerra fredda in modo che esse siano comparabili tra loro (16), possiamo avere idea di quale enorme massa di risorse pubbliche sia stata sottratta a impieghi di reale sviluppo e deviata ai profitti dei signori della guerra.

Le cifre che forniremo si riferiscono a spese strettamente militari che non considerano elementi quali: il supporto pubblico dato alla ricerca in campi scientifici che hanno avuto strette relazioni con, ma non finanziamenti diretti da, il settore militare; i costi sostenuti per l’attività legale, illegale o coperta di organismi non direttamente dipendenti dalla Difesa (come la Cia); il supporto a tassi agevolati o a fondo perduto dato a numerosissimi Paesi perché potessero acquisire armamenti dalle società statunitensi o perché propendessero ad allearsi con gli Stati uniti piuttosto che con l’Urss. Non si tratta di bruscolini, ma di centinaia di miliardi di dollari pubblici e privati che dovrebbero essere inclusi nei "costi" della "difesa" durante gli anni della Guerra fredda, ma che qui non è stato possibile considerare.

Tirando le somme (17), la spesa pubblica per la difesa statunitense nei 44 anni considerati è stata complessivamente pari a circa 13,6 triliardi (migliaia di miliardi) di dollari del 1997. In termini di lire italiane, tale cifra è quasi impossibile da leggere, trattandosi di circa 23.118.300.000.000.000 di lire (23,1 milioni di miliardi di lire). Sempre in termini 1997, si è trattato di una spesa annua media di 309,1 miliardi di dollari per 44 anni (525 mila miliardi di lire annui). Le punte massime sono state di 414 miliardi di dollari nel 1986 (in termini allora correnti pari a 282,9 miliardi di dollari), di 406,7 miliardi nel 1987, di 399 miliardi (pari allora a 51,8 miliardi) nel 1968.

Si può ricordare che la spesa pubblica militare più alta (1986 e 1987) corrisponde al secondo mandato del "liberista" Reagan, la terza al penultimo anno della presidenza di L. B. Johnson (mentre era in corso l’intervento statunitense in Viet Nam). Altresì può essere notato che la spesa pubblica annuale militare (sempre in termini ‘97) negli anni della presidenza Eisenhower (1953-1961) è stata mediamente del 30% inferiore a quella degli anni della presidenza Reagan (1981-1989), Eisenhower e Reagan essendo gli unici due presidenti che nel periodo considerato hanno ricoperto due mandati completi.

Comprendere la valenza di queste cifre non è facile, ma possiamo ricordare che, prendendo ad esempio il 1990, il valore totale delle importazioni di prodotti alimentari dell’Africa subsahariana (47 Paesi escluso il Sudafrica) è stato pari nell’anno a circa 6,8 miliardi di dollari, mentre la cifra spesa allora in termini correnti dagli Stati uniti per la difesa è stata 45 volte superiore e pari a 306,2 miliardi di dollari. Se anche solo il 10% di questa ultima cifra e di quella corrispondente sovietica fosse stato "scalato" e donato in aiuti ai quei 47 Paesi per importare alimenti si sarebbe potuto finanziare quelle stesse importazioni per sette anni. O, se si vuole, le due potenze, con una semplice riallocazione annua del 10% delle loro spese militari avrebbero potuto inondare di alimenti gratuiti quei 47 Paesi per 44 anni, spezzarvi definitivamente il circolo fame/sottosviluppo, eliminarvi buona parte delle necessità che li hanno portati a contrarre ingenti debiti internazionali, contribuire consistentemente a promuovere in essi la sanità pubblica e l’alfabetizzazione. Una vera spesa "produttiva", dato che avrebbe aiutato quei Paesi - fonte oggi di gravissimi problemi - ad aiutarsi da soli, ma un disastro per banchieri occidentali e mercanti di cannoni.

Parla un uomo importante

Quale follia ha permesso le spese che abbiamo visto, che - unite a quelle di molte altre potenze - danno cifre ancora meno "percepibili" nella loro immensità? Cosa ha permesso l’accumulo di decine di migliaia di testate nucleari che avrebbero potuto distruggere la terra centinaia di volte? Una risposta può venire da un recente intervento.

Nel febbraio del 1998, davanti ai convenuti al National Press Club statunitense, un signore in pensione pronuncerà queste parole: "Come i miei contemporanei, io ero mosso dalla paura ispirata dalle credenze che datano dai primissimi tempi dell’era atomica. Per noi, le armi nucleari erano il salvatore che aveva messo in ginocchio un implacabile nemico nel 1945 [il Giappone, ndr] e tenuto agli ormeggi un altro [l’Urss, ndr] per quasi mezzo secolo. Noi pensavano che una superiore tecnologia provocasse un vantaggio strategico, che un più grande numero [di bombe] significasse maggiore sicurezza, che la finalità del ‘contenimento’ giustificasse qualsiasi mezzo per ottenerla. Queste sono potenti convinzioni, profondamente radicate e non facilmente liquidabili [...] Per tutta la mia carriera militare io le ho condivise [...] Esse però sono state responsabili dei rischi più forti e dei più incredibili costi del confronto Usa-Urss. Hanno intensificato e prolungato una già acuta animosità ideologica. Hanno prodotto generazioni successive di nuovi e più distruttivi strumenti e sistemi di bombardamento. Hanno fatto nascere burocrazie elefantiache, appetiti gargantueschi e programmi globali. Hanno eccitato emozioni viscerali, promosso bigotterie e demagogie e messo in moto forze di ingovernabile ampiezza e potere. Ancora più importante, il perdurare di queste convinzioni e delle paure che vi sottostanno ha perpetuato le politiche e le pratiche della Guerra fredda che non hanno oggi più alcun significato [mentre] continuano a comportare enormi costi e ad esporre l’umanità a pericoli inimmaginabili. Io trovo tutto questo intollerabile e non posso rimanere in silenzio. Io conosco troppo bene tutte queste cose, le fragilità, le incrinature, i fallimenti delle politiche e delle pratiche loro connesse [...] Come milioni di altri, io ero arruolato nella Guerra santa, assuefatto ai suoi costi e alle sue conseguenze, credevo nella prudenza di giudizio di successive generazioni di leader militari e politici [...] [In realtà] decisioni di vitale importanza venivano prese senza adeguata comprensione ... affermazioni non dimostrate sostituivano le analisi ... e l’opportunismo politico si infiltrava nelle valutazioni delle necessità militari ... Con il tempo, la pianificazione [atomica] si era allontanata sempre più, e alla fine disconnessa completamente, da ogni senso di realtà scientifica o militare" (18).

Il signore in questione aveva qualche competenza per dire queste cose. Era infatti il generale Lee Butler, via via a capo del Joint Strategic Target Planning Staff, dello Strategic Air Command e da ultimo dello Strategic Command, ovvero capo degli organi statunitensi che nel tempo si erano succeduti nella programmazione ed esecuzione del bombardamento atomico. Era stato inizialmente pilota dei bombardieri B52. Si era ritirato dall’US Air Force dopo 33 anni di servizio.

Nei 45 anni della Guerra fredda, secondo dati presentati nel 1997 dal Congressional Research Service degli Stati uniti, le guerre internazionali e quelle civili combattute nel mondo hanno prodotto 40 milioni di morti, il 75% dei quali civili.

Spesa e organizzazione della Difesa

Nell’arco di anni che va dal 1970 al 1991 la spesa per il solo ministero della Difesa è stata annualmente e mediamente pari al 5,6% del Pil statunitense. Secondo il Dipartimento della Difesa, nel 1998 e in termini correnti, la spesa militare complessiva del Paese avrebbe raggiunto i 268 miliardi di dollari (255 per la Difesa), con una crescita reale zero, mentre nel 1999 sarebbe di 271 miliardi di dollari (257 per la Difesa), con una diminuzione reale dell’1%. È noto come Clinton abbia recentemente posto rimedio a tale "diminuzione reale".

Dopo il 1991, i bilanci della Difesa si sono in termini reali contratti, senza tuttavia portare ad una diminuzione complessiva della forza in campo, in quanto si è trattato in buona parte di una razionalizzazione della spesa e di un freno messo all’accumulo insensato di mezzi di distruzione nucleare. Il ministero della Difesa (19) calcola che dal 1992 al 1997 le allocazioni di risorse ricevute dal Budget federale si siano contratte mediamente in termini reali (a prezzi 1998) del 3,1% all’anno. Nello stesso periodo, comunque, il Budget federale ha destinato alla difesa una media del 4% del Pil statunitense, comprensiva delle risorse destinate al ministero dell’Energia, che gestisce delicati elementi del nucleare, ed altre voci più particolari. Il Sipri calcola che questa più complessiva spesa militare avrebbe visto nel periodo 1992-1996 una contrazione media annua del 3,3%, con il 1992 ancora in aumento del 5,6% e con gli anni seguenti in contrazione media del 5,5% (20).

Una comparazione con i bilanci della Difesa delle altre maggiori potenze (21) può dare comunque un’idea del differenziale di potenza detenuto dalle forze armate statunitensi. In termini correnti per l’anno 1996, le spese per la difesa sostenute dalla Federazione Russa erano il 26,1% di quelle degli Stati uniti, quelle della Francia il 17,4%, quelle della Cina il 13,1%, quelle della Gran Bretagna il 12,3%, quelle dell’Italia l’8,8% (v. grafico).

Le risorse per il personale (pari nel 1997 a 70,3 miliardi di dollari, o circa il 27% del totale dell’anno) hanno visto nel periodo 1992-1998 una contrazione media annua del 5,3%. Parzialmente diversa la situazione delle risorse assegnate alla stipulazione di contratti con le industrie belliche. In termini reali tali risorse sono diminuite dal 1992 al 1997 ad una media annua del 9,6%, ma ne è previsto un aumento di circa il 3 e il 7% rispettivamente nel 1998 e nel 1999.

Per quanto concerne alcuni dei più importanti settori della difesa, ancora nel periodo 1992-1998, le risorse assegnate all’Esercito (pari nel ‘97 a 64,4 miliardi di dollari) hanno visto una diminuzione annua media reale del 5,2%; quelle assegnate alla Marina (79,5 miliardi nel ‘97) una diminuzione del 4,9%; quelle dell’Aeronautica (73,2 miliardi nel ’97) del 5,1%. Vi è tuttavia da dire che in generale il trend negativo viene fortemente ridimensionato o in qualche caso annullato nel ’97, nel ’98 e nella previsione ’99. La Marina conserva ancora il ruolo preminente nella gerarchia delle spese.

Le risorse che abbiamo sopra delineato sostengono un complesso di forze armate i cui effettivi sono pure diminuiti nel tempo, ma che rimangono pur sempre un numero imponente. Nel 1960, con una popolazione di circa 190 milioni di abitanti (60 milioni meno dell’attuale) le forze armate statunitensi avevano 2,5 milioni di effettivi (22), cresciuti poi nel 1968, in pieno conflitto vietnamita, a 3,5 milioni. Nel 1990, gli effettivi erano ancora circa 2 milioni e sono arrivati a 1 milione e 401 mila nel giugno del 1998, con l’Esercito a 479 mila effettivi (più 361 mila effettivi della Guardia nazionale e 208 mila riservisti), la Marina a 381 mila (più 94 mila riservisti), l’Aeronautica a 370 mila (più 180 mila riservisti) e i Marines a 171 mila (più 42 mila riservisti). Alle cifre summenzionate, occorre poi aggiungere 770 mila civili del Dipartimento della Difesa. Le forze militari dislocate all’estero contano più di 200.000 effettivi, divisi quasi equamente e principalmente tra Estremo Oriente ed Europa.

Un conto di un paio di anni fa, probabilmente non completo, dei mezzi a disposizione dei vari corpi elenca una lista impressionante di mezzi. L’Esercito ha circa 10,500 carri armati e più di 31 mila mezzi corazzati di altro tipo, più di 8 mila pezzi di artiglieria, 2.200 missili terra aria, 5.300 elicotteri, più di 460 radar di sorveglianza, 153 mezzi da sbarco, circa 300 aerei, 35 mila mezzi anticarro, più di 300 cannoni contraerei, più di 100 veicoli spia. La Marina ha circa 100 sottomarini atomici, di cui una ventina dotati di armi nucleari, 144 navi da guerra (caccia, fregate, incrociatori e 12 grandi portaerei), più di 730 navi da supporto, 25 navi da combattimento per la guardia costiera, più di 3.000 aerei e 1.400 elicotteri. I Marines hanno circa 2.300 veicoli corazzati e 3.300 anticarro, più di 22.400 lanciamissili, quasi 800 pezzi di artiglieria pesante, circa 650 mortai e 2.000 missili, più di 600 aerei e 700 elicotteri. L’Aeronautica ha 174 bombardieri strategici, 3.750 aerei tattici, più di 1.100 aerei da trasporto e 2.200 da supporto, circa 220 elicotteri.

Alla fine dell’anno in corso le riduzioni dell’armamento nucleare dovrebbero portare il numero dei missili balistici intercontinentali a 550, con 2.000 testate complessive, i missili balistici installati a terra o su navi a 432 con 3.456 testate complessive, i sommergibili con missili balistici a 18 con 5.456 testate e i bombardieri pesanti a 115.

La gestione di queste forze è affidata ad un insieme di organismi, gerarchicamente connessi al Segretario alla Difesa, dall’Osd (Office of the Secretary of Defense) alla direzione militare vera e propria sotto il comandante in capo del Jcs (Joint Chiefs of Staff, che raccoglie i comandanti in capo delle Armi), dai dipartimenti delle varie Armi all’Uccs (Unified Combatant Commands), all’Ispettorato generale ed infine ad Agenzie con compiti specifici (Dia, Defense Intelligence Agency; Dla, Defense Logistics Agency). Il comandante in capo dello Jcs è anche il primo consigliere del Presidente e dell’Nsc (Consiglio nazionale per la sicurezza) in materia militare.

Il complesso militare-industriale

Grandi beneficiari sia delle spese militari che del commercio internazionale di armamenti promosso dalle Amministrazioni statunitensi sono stati nel tempo una ventina di gruppi maggiori di produzione militare, connessi in vario modo a centinaia di altre aziende.

A partire dalla metà degli anni 80, le fusioni di compagnie o le acquisizioni sono diventate comunque sempre più frequenti. Nel periodo 1982-1997, ben 52 grandi gruppi venivano interessati a tali processi e di questi, nel 1997, rimanevano solo 5: Boeing, Raytheon, Litton Industries, Lockheed-Martin Marietta e Northrop Grumman. Nel 1997, tra i principali fornitori singoli del Pentagono, si contavano comunque ancora 13 società: Alliant Techsystems, Boeing, GenCorp., General Dynamics, Harris Corp., Litton Industries, Lockheed-Martin, Newport News Shipbuilding, Northrop Grumman, Raytheon, Textron, TRW, United Technologies Corp.

Pur considerando che il loro giro di affari comprende altre voci oltre al militare, tali compagnie hanno ancora dimensioni economiche e occupazionali notevolissime. Secondo i dati riportati da Fortune, nel 1997 ad esempio la Boeing realizzava introiti per 46 miliardi di dollari ed occupava nell’anno 239 mila persone, la Lockheed Martin 28 miliardi di dollari (173 mila occupati), la United Technologies Corp. 24,7 miliardi (180 mila occupati), la Allied Signal 14,5 miliardi (70 mila occupati), la Textron 10,5 miliardi (64 mila occupati), la Northrop Grumman 9,1 miliardi (52 mila occupati). Pure fortemente connesso al settore militare era il gigante General Electric (91 miliardi di dollari di introiti nel 1997) (23).

Altre società con giri di affari minori erano la B. F. Goodrich (aerospazio e chimica speciale, Ohio), la EG&C (strumenti di monitoraggio, elettronica ottica), la General Dynamics Aerospace (poi acquisita dalla Lockheed), la Gulfstream Aerospace, la Thiokol (sistemi di propulsione missilistici e altro), la Rockwell (acquisita poi dalla Boeing), la Texas Instrument (acquisita dalla Raytheon).

La ristrutturazione del settore ha ovviamente toccato pesantemente l’occupazione. Tra il ’77 e l’87, l’occupazione diretta o contigua al settore militare era cresciuta di 1,8 milioni di persone, complessivamente raggiungendo la cifra di 3,7 milioni di addetti nell’ultimo anno (nell’88, in Urss, vi erano circa 5 milioni di addetti al settore e in Europa circa 1,5 milioni). Dal 1987 al 1997, l’occupazione statunitense nel settore inverte il trend, diminuendo di 1,5 milioni di unità ed arrivando a poco più di 2,2 milioni.

Queste cifre, però, non danno compiutamente l’idea della rete straordinaria di interessi coinvolti nel complesso industriale-militare, una rete che fa assumere al settore una ancor maggiore rilevanza, in termini di consenso e di destini economici e sociali collegati al militare. Alla fine degli anni ‘70, ad esempio, limitandosi ai sistemi d’arma maggiori e convenzionali (non nucleari), le società statunitensi avevano in produzione 91 tipi differenti di aerei militari, 16 tipi di veicoli corazzati, 41 tipi/versioni di missili, 33 tipi di navi da guerra. Tali tipi di armamenti venivano prodotti da 38 società e affiliate, sparse in tutti gli angoli degli Stati uniti. Alla fine degli anni ‘80, la lista completa dei maggiori produttori di sistemi difensivi o di ricerca correlata alla difesa (24) contava ben 550 società, tra case madri, sussidiarie e affiliate, escluse come detto le minori.

Nell’insieme del periodo 1998-2003, il Pentagono ha previsto una spesa per contratti con le compagnie private pari a circa 331 miliardi di dollari, secondo un programma di ammodernamento che toccherà molti sistemi ed elementi (carri armati M1A2, elicotteri Longbow Apache, aerei come l’F/A18E/F, il V22 Tiltrotor, l’F22 Fighter, nuovi sottomarini d’attacco). Nello stesso tempo è in discussione il nuovo programma di difesa balistica nazionale, una "corsa al fallimento" nelle parole del generale in pensione Larry Welch, incaricato di esaminarlo. La corsa vede già formate due parti concorrenti per realizzarla: da un lato la Boeing, dall’altro la United Missile, joint-venture tra Raytheon, Lockeed e TRX.

Può esserci di parziale consolazione il fatto che a volte, non diversamente dall’Italia, contratti e spesa militare producono anche negli Stati uniti vari effetti "collaterali". Si può ad esempio citare il caso degli interessi coinvolti nella saga della costruzione del bombardiere B1B durata più di trent’anni e partita con il B70, che nella versione finale (1982) era costato 28 miliardi di dollari ed aveva dato benefici a circa 70 società. Nick Kotz, dell’American University, afferma nel volume da lui dedicato alla vicenda (25) che il senatore William Proxmire, durante le udienze del Congresso dedicate alla vicenda, aveva dimostrato che la sola Rockwell International aveva finanziato segretamente la campagna elettorale di Nixon nel 1972, vacanze invernali di ufficiali del Pentagono sull’isola di Bimini (Bahamas) nel 1974 e partite di caccia nella Chesapeake Bay (Maryland) per alti ufficiali, oltre che tentato di far approvare dalla agenzia della Difesa per il controllo delle spese quasi 1 milione di dollari di allora per voci ingiustificate di rappresentanza, lobbying e "intrattenimento".

L’esportazione degli armamenti come "aiuto allo sviluppo"

Nel 1996/97, la spesa militare mondiale assorbiva circa 850 miliardi di dollari, di cui 191 miliardi spesi dai Paesi in via di sviluppo, Pvs (circa 260 dagli Stati uniti, 167 dall’Unione europea, Turchia e Canada). La cifra relativa ai Pvs equivaleva a 4 volte l’ammontare complessivo di tutto l’aiuto estero da essi ricevuto per accordi bilaterali o multilaterali e una parte di tale cifra era connessa all’acquisto all’estero di armamenti. Negli anni ‘80, molti Pvs avevano fatto registrare per la spesa in armamenti quote crescenti dei propri prodotti nazionali lordi, mediamente di 4 o 5 volte superiori a quelle dei Paesi Nato (ad esempio, il 10/15% per Siria ed Israele, il 20% per l’Arabia Saudita, il 25% per l’Iraq). In calo tra l’88 e il ’94, l’importazione di armamenti convenzionali da parte dei Pvs era poi risalita negli anni successivi.

Nel periodo 1993-1997, gli Stati uniti pur rimanendo di gran lunga al primo posto nella classifica dei maggiori esportatori di armi (26), facevano registrare in termini reali un calo medio annuo del 4,4% con punta massima di calo nel 1994 e una forte ripresa nel 1997 (+14%). A fronte del calo relativo delle esportazioni, le politiche perseguite dai responsabili del commercio di armamenti statunitensi erano state quelle di allentare i vincoli ai trasferimenti presenti nel periodo pre 1991. Nella discussione congressuale del 10 giugno del 1997, relativa alla proposta (27) di un codice di condotta nel commercio di armamenti (Arms Trade Code of Conduct, poi approvato), veniva reso noto che nel periodo 1991-1996 gli Stati uniti avevano fornito armamenti ai Pvs per circa 11,9 miliardi di dollari l’anno, il 58% in più rispetto al periodo "caldo" 1985-1990, e che le vendite dell’ultimo periodo erano destinate per l’84% a Pvs la cui forma di governo non era democratica.

Dal 1992 al 1996, il valore complessivo dei trasferimenti di armi dagli Stati uniti a Pvs con regimi non democratici aveva raggiunto la considerevole cifra di 50 miliardi di dollari, l’84% del valore totale del commercio di armamenti con i Pvs. Tali esportazioni erano state finanziate tramite i programmi di assistenza allo sviluppo o i programmi di vendite amministrate da parte del Pentagono. Sul totale dei trasferimenti di armi effettuati dagli Stati uniti nel periodo, i Pvs occupavano una percentuale del 67%. Nello stesso dibattito, veniva affermato che i sussidi alle esportazioni di armi (prelevati dalle entrate fiscali) avevano raggiunto nel 1995 i 7,6 miliardi di dollari, costituendo più del 50% dell’"aiuto" previsto da accordi bilaterali dei vari Paesi con gli Stati uniti e il 39% di tutto l’aiuto estero statunitense. Secondo il senatore Ted Kennedy, le forze armate indonesiane, testualmente da lui definite una mafia, avevano ricevuto ogni anno 1,6 miliardi di dollari in prestiti della World Bank sostenuti dagli Stati uniti, pari al totale annuo del budget dichiarato della difesa indonesiana. Il solo personale governativo addetto alla promozione di armi prodotte da società statunitensi raggiungeva nel 1997 le 6.500 unità.

Il commercio degli armamenti come "politica industriale"

Lo sviluppo dei trasferimenti legali di armi ha ovviamente un senso politico maggiore, ma qui vorremmo notare la relazione esistente tra tale sviluppo e i programmi di ammodernamento dei sistemi della difesa, sebbene sia ancora oggi molto dibattuto il senso militare di tali operazioni (28). Apparentemente sembra un assurdo vendere armi sofisticate al resto del mondo se l’obiettivo generale delle spese militari è quello di mantenere o aumentare le distanze tra la propria potenza militare e quella degli altri. In realtà, le vendite all’estero, soprattutto da parte di un leader della produzione bellica, producono proprio la situazione desiderata: un nuovo sbilanciamento tra le potenze belliche di una certa regione, nuove tensioni e potenzialità di conflitti. Ciò rende poi più plausibile la richiesta delle lobbies militari industriali perché vengano finanziati nuovi e più potenti sistemi. Il gioco è piuttosto semplice e si è ripetuto decine di volte.

Armi realmente obsolete a parte, buona parte delle esportazioni statunitensi è formato oggi da materiale che è definito "obsoleto", ma che è stato in realtà costruito solo da 10/15 anni e conserva ancora potenze micidiali, come recentemente denunciato da due eminenti studiosi impegnati sul fronte del controllo degli armamenti, Lora Lumpe e Paul P. Pineo della Federation of American Scientists (29).

L’esportazione, poi, è connessa in un circolo vizioso anche alla superproduzione. Se guardiamo alla situazione creata, specialmente negli anni ‘80 negli Stati uniti, ci troviamo di fronte a paesaggi surreali: un enorme quantità di armamenti, velivoli e naviglio è "parcheggiata" in disuso o semi disuso in varie basi statunitensi, da quelle navali ed aeree delle due coste a quelle interne. Parte di questo materiale non è stato mai usato (fortunatamente), parte è presto diventato obsoleto in virtù della stessa corsa militare, parte è stato "atterrato" dalla diminuzione delle spese militari dopo il 1991. Come i tristemente famosi B52, i carri armati M60 e M48, parte degli Abrams M1 (ora c’è il nuovo e più potente M1A2), veicoli pesanti da trasporto in battaglia (Hmmwv), trattrici e trainati superpesanti per trasporti eccezionali (Hemtt e gli Hets), vari tipi di missili, aerei di ogni specie, elicotteri, artiglieria pesante. A seconda della sua natura ed obsolescenza, tale materiale è andato a costituire veri e propri monumenti alla follia umana come il cimitero dei B52 a Tucson (Arizona); o è stato depositato sui fondi delle coste oceaniche o nel Golfo del Messico. Altro materiale obsoleto viene destinato poi a vendite all’incanto o a donazioni gratuite a Paesi come la Bosnia e la Giordania, l’Egitto, il Brasile e il Barhein, o Taiwan, per citare solo alcuni esempi riportati recentemente da William Greider (30). Occorre poi notare che, come scrive Greider nel saggio citato sopra, le poche proteste per la svendita di tali armamenti a molti Pvs sono venute da società costruttrici "che tentavano di vendere nuovi armamenti agli stessi Paesi".

Per altro verso occorrerà sottolineare che il circolo vizioso sunnominato ha anche lo scopo di creare quel tipo di entrate che permettono all’industria militare di mantenere attive le linee produttive sino all’ammortamento dei costi e alla resa di profitti, o di trattenere il personale altamente qualificato di cui si serve, sola situazione che permette poi di affrontare nuovi progetti. I tempi della politica mal si adattano infatti ai tempi economici e produttivi di settori come il militare o il petrolifero. Non c’è praticamente nessun sistema d’arma complesso che possa svilupparsi, realizzarsi e rendere profitti entro i termini di un mandato presidenziale o di due elezioni politiche successive. Spesso, nemmeno i regimi autoritari o dittatoriali hanno continuità adeguate a tali tempi. La massa di progetti e di finanziamenti da mettere in campo, i tempi della verifica e della sperimentazione sono tali che una lunga continuità delle linee "politiche" diviene assolutamente necessaria per garantire il "buon" fine dell’investimento. Un programma disconnesso, una parziale modifica delle quantità da produrre, un embargo o un colpo militare inatteso contro un "cliente", provocano nel settore militare movimenti devastanti, molto maggiori che in qualsiasi altro settore.

L’industria militare statunitense, non diversamente da altre, ha tenuto di fronte a tale difficoltà "politica" un atteggiamento in qualche modo economicamente "normale": tentare di influire sul politico, all’interno o all’estero, per poter sopravvivere soprattutto nei momenti di crisi (cioè di pace), con nuovi sistemi o nuove esportazioni. Se guardiamo alle politiche perseguite nel mondo in vari periodi dalle società del settore, possiamo fare un elenco quasi infinito di trame, corruzioni, pressioni, esportazioni illegali, artata creazione di situazioni conflittuali, ecc. Una buona parte di questo elenco rimanda ad un’attitudine da mercanti di cannoni che ha forgiato la storia di questo settore (31), ma un’altra parte, non piccola, rimanda al nodo politico del rapporto tra programmazione del business militare e variazioni delle strategie e degli scenari politici. E anche la riconversione dal militare al civile è possibile solo quando avviene in un quadro di concertazione internazionale e di programmazione economica. La dura battaglia recente sulle mine antiuomo e anticarro ne è un esempio, ma la lotta delle maestranze della italiana Valsella dimostra che le volontà politiche di programmare sono ancora più necessarie di quelle morali. Se tali volontà non ci sono o se ne hanno di opposte (come nel caso italiano), gli unici a pagare sono i lavoratori, da Los Angeles, a Seattle a Brescia.

Scenari strategici e politica estera

Quando l’entità statuale sovietica venne dissolta (dicembre 1991), alcuni mesi dopo gli eventi che avevano portato ad uno dei colpi di Stato più strani dei tempi recenti (32), gli strateghi militari e politici statunitensi si trovarono di fronte alla necessità di ridisegnare l’insieme degli obiettivi della sicurezza nazionale e, con essi, del complesso militare. Nel 1992, la Defense Planning Guidance, documento routinario per la pianificazione militare preparato per l’occasione dal sottosegretario alla Difesa incaricato degli Affari politici, Paul A. Wolfowitz e del suo vice D. A. Vesser con il supporto del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, presentava così caratteri non troppo usuali. Le anticipazioni di stampa avevano suscitato un vespaio che avrebbe convinto successivamente l’allora segretario alla Difesa, Dick Cheney, a far rivedere alcune affermazioni, ma l’assetto generale rimase tuttavia lo stesso anche nella versione finale (maggio 1992).

Nel primo testo, i cui tratti salienti comparvero sull’International Herald Tribune dell’8 marzo 1992, si affermava senza mezzi termini la necessità di evitare qualsiasi tentativo di porre in discussione la riconquistata leadership nucleare e strategica degli Usa. Nello stesso tempo si indicava come massimo pericolo del momento la tentazione di ridurre i bilanci della Difesa. Venivano poi indicati altri pericoli potenziali:

• una Difesa Comune Europea che si fosse costituita in modo non compatibile al ruolo guida della Nato;

• il possibile tentativo del Giappone e/o della Corea unificata di acquisire un ruolo autonomo nucleare nell’area asiatica;

• il risorgere di un blocco nucleare centrato sulla Federazione Russa, sul Kazakhstan, sull’Ucraina e la Bielorussia;

• l’emergere di un nuovo tentativo egemonico in Medio Oriente (la guerra contro l’Iraq si era conclusa da poco).

Sulla prima pagina del quotidiano succitato, una cartina del mondo indicava con alcuni circolini le zone dei pericoli strategici individuati dal rapporto e i cinque riquadri esplicativi dicevano testualmente:

• "Cuba e Corea del Nord. Gli Stati uniti devono essere preparati per ciò che il rapporto descrive come atti irrazionali da parte di Cuba e Corea del Nord, che si ritiene stiano entrando in periodi di intensa crisi nella sfera economica e politica";

• "Iraq, Corea del Nord, Pakistan e India. Gli Stati uniti potrebbero dover affrontare il problema se intraprendere o meno i passi militari necessari per prevenire lo sviluppo o l’uso di armi di distruzione di massa";

• "Russia. Gli Stati uniti devono continuare a brandire le armi nucleari verso quelle strutture e capacità considerate oggi o in futuro di grande importanza dai leader russi o altri avversari nucleari";

• "Europa. Gli Stati uniti devono conservare una forte presenza per assicurare la permanenza della alleanza della Nato ed estendere l’impegno alla difesa europea occidentale ai Paesi della parte orientale, nel caso venisse presa una decisione in tal senso dalla Alleanza" (!);

• "Giappone. Gli Stati uniti devono rimanere all’erta rispetto agli effetti potenzialmente destabilizzanti che in Asia orientale potrebbero avere i tentativi di alleati americani, come il Giappone ma anche la Corea, di assumere un più grande ruolo come potenze regionali".

Che non fossero estemporanee improvvisazioni, lo confermava esplicitamente un documento simile del 1994 ove si sosteneva la necessità impellente per gli Stati uniti di "mantenere i meccanismi atti a prevenire potenziali concorrenti da anche solo aspirare ad un ruolo regionale più ampio o ad un ruolo globale" (33).

Non ci vuole molta fantasia per immaginare le reazioni di alleati e avversari a documenti di tale fatta, né per collegarli con le azioni politico-economiche successive degli Stati uniti: Russia, Cuba, Asia Orientale e allargamento della Nato, Iugoslavia, dicono qualcosa al proposito, con buona pace di coloro che quando il dito indica la luna guardano il dito.

Scriveva (34) all’inizio del secolo il banchiere polacco Jan S. Bloch nel suo "Il Futuro della Guerra": " ... la guerra, invece di rimanere un confronto colpo su colpo in cui i belligeranti misurano la loro forza fisica e morale, diventerà un certo tipo di stallo [...] Questo è il futuro della guerra: non il combattimento, ma l’affamamento, non l’uccisione degli uomini, ma la bancarotta dell’avversario e il disfacimento della sua intera organizzazione sociale".

È tuttavia giusto notare che l’opzione militare nella politica internazionale e gli interessi che la sorreggono si sono sviluppati grazie soprattutto al miserevole vuoto di una politica estera incapace di una visione lungimirante e cooperativa della politica internazionale. Una politica estera che è andata sbandando dalla gendarmeria (35), alle minacce, dall’utilizzo della Nato come grimaldello per i mercati est europei, alla perpetua ricerca di "stati fuorilegge", all’inseguimento di ogni tavolo di trattativa ove potesse infilarsi. L’opzione militare è cresciuta in queste scelte, ma non le ha inventate. Ed è cresciuta anche in un altro miserevole vuoto, quello delle politiche estere dell’Europa.

La macchina militare statunitense si è così trasformata sempre più in uno strumento per obiettivi di carattere politico di breve momento. I nuovi indirizzi hanno sostenuto il passaggio da una forza orientata complessivamente alla deterrenza di un conflitto globale poco probabile ad una forza "pronta" nel suo complesso a combattere guerre limitate ma realmente possibili, deterrente puntato contro variazioni indesiderate degli equilibri regionali. Pur mantenendosi la necessità di una "copertura" globale strategica (ivi compresa la continuazione, sottoscritta dall’Amministrazione Clinton, di una versione non troppa ridotta del programma reaganiano di "scudi spaziali"), l’insieme delle forze è stato orientato a poter sostenere contemporaneamente conflitti convenzionali in parti diverse del globo, con o senza concorso internazionale. Entro questa scelta (36), stanno andando avanti indirizzi in cui la funzione dei sistemi informativi e dell’intelligence tende ad assumere il ruolo di cuore del sistema (37), le operazioni speciali dettano i parametri di intervento per tutto l’insieme (38), le operazioni cosiddette OOTW (other than war) impongono mediante strutture militari la presenza politica degli Stati uniti nelle aree calde del mondo (39). Infine, sta andando avanti l’idea - militarmente inconsistente (40), ma accattivante per il pubblico e molto lucrativa per l’apparato industriale - che un incessante corsa a nuovi sistemi bellici e informativi supertecnologici possa garantire il mantenimento di una facile superiorità bellica degli Stati uniti e, allontanando sempre più i "guerrieri" statunitensi dai teatri di guerra reali, rendere minori i problemi di consenso interno alle nuove avventure. "Marooned in the Cold War" (41), lasciati soli negli schemi della Guerra fredda, i nuovi egemoni sono passati dalla "titanica" lotta contro l’arcinemico rosso alle ombre sfuggenti del "fondamentalismo islamico", dei conflitti pseudoetnici, degli "stati fuorilegge", in uno sviluppo in cui si mischieranno - più che in passato - guerre-lampo ed embarghi, mass-media, bombardamenti, ricatti, Pentagono e Wall Street.

L’infame spettacolo offerto dai mass media italiani nell’ultima tragedia iugoslava dice però che gli Stati uniti non dovranno più gravarsi dei costi (come hanno sempre fatto a suon di milioni di dollari) per assoldare giornalisti all’estero. Questi ultimi hanno deciso di lavorare per loro anche gratis.

 


Iraq


Le bombe di Allawi

(ovvero: ci risiamo!

ovvero: un primo ministro terrorista!)


Ex membri della Cia rivelano: il premier ispirò gli attentati terroristici degli anni `90
Appena nominato primo ministro del governo provvisorio iracheno, la settimana scorsa, Iyad Allawi aveva fatto una promessa solenne: mettere fine agli attacchi e agli attentati suicidi contro i civili. Sarebbe come «sguinzagliare un ladro a dar la caccia ai ladri», ha commentato ironicamente Kenneth Pollack, analista militare della Cia per l'Iraq e l'Iran durante gli anni `90, periodo in cui il premier, allora a capo di un gruppo d'opposizione anti-Saddam, era il mandante di sabotaggi e attentati a base di tritolo e autobombe. Che Allawi fosse un uomo del servizio segreto statunitense è cosa risaputa: il suo Iraqi national accord (Ina) fu fondato e finanziato dalla Cia all'inizio degli anni `90, dopo che a Washington avevano perso fiducia nell'ex alleato Ahmad Chalabi, capo dell'Iraqi national congress (Inc). Ora però il New York times, sulla base di testimonianze raccolte tra ex funzionari della Cia che lavorarono in quegli anni nell'area, ha rivelato che il gruppo di Allawi si rese responsabile di attacchi contro civili che provocarono diverse vittime.

Allawi, sostengono gli ex membri della Cia interpellati dal New York times, avrebbe spedito dall'estero agenti con il compito di piazzare ordigni e sabotare strutture e uffici governativi, senza andare per il sottile. I mezzi? Autobombe ed esplosivi - fatti entrare attraverso l'area curda a nord del paese - che hanno seminato il terrore nella capitale Baghdad, dal 1992 al 1995. Saddam Hussein aveva più volte denunciato i tentativi di sovvertire con la violenza il regime del suo partito Baath: una delle bombe spedite da Allawi, secondo il governo di allora, sarebbe stata fatta esplodere in un teatro della capitale, provocando numerose vittime. Robert Baer, un ex funzionatio della Cia addetto all'Iraq, ha dichiarato al quotidiano newyorchese che una delle bombe «fece saltare in aria uno scuola-bus, uccidendo diversi scolari». Baer, che oggi si dichiara contrario alla guerra all'Iraq, ha detto che non è possibile stabilire a quale gruppo della resistenza anti-Saddam sia attribuibile quell'attentato terroristico.

Ma altri membri dell'intelligence americana interpellati dal Nyt ci hanno tenuto a sottolineare che a quell'epoca il «partito» di Allawi era l'unico attivo in questo genere di azioni. Inutili i tentativi da parte del giornale di cercare conferme o smentite dal diretto interessato: i rappresentanti a Washington di Allawi hanno detto al giornale che il neo premier non vuole rispondere a simili accuse.

Allawi non avrebbe mai parlato in pubblico della campagna d'attentati degli anni `90, ma altri membri della sua formazione sì. Amneh al Khadami lo fece addirittura presentandosi comemassimo esperto dell'Ina in fatto di fabbricazione di bombe: registrò una videocassetta in cui parlò della serie d'attentati e si lamentò per la scarsità di mezzi e finanziamenti che arrivavano dali Usa. «Per l'auto che abbiamo fatto esplodere c'erano stati promessi 2.000 dollari e invece ne abbiamo avuti solo 1.000» disse, secondo la trascrizione riportata dal quotidiano britannico The independent che aveva visto la registrazione nel 1997.

La campagna d'attentati terroristici avrebbe dovuto fornire la dimostrazione della capacità d'azione dell'Ina. Allawi (reclutato nel 1992) fu scelto dagli americani anche per le sue conoscenze influenti tra i notabili del triangolo sunnita e per i suoi legami con esiliati importanti, ex generali dell'esercito ed ex membri del partito Baath riparati all'estero. Ma la campagna terroristica rappresentava per la Cia anche una «prova» delle intenzioni, della serietà dell'alleato che oggi è stato premiato con il posto di primo ministro.




16.06.2004


La Commissione Usa sull'11 settembre: «Nessun legame tra Iraq e al Qaida»
di red

 Un rapporto presentato mercoledì mattina alla Commissione indipendente d’inchiesta sugli attentati dell’11 settembre esclude che ci sia stata una collaborazione tra al Qaida e l’Iraq nell’attacco contro gli Usa. «Non abbiano prove credibili che l’Iraq e al Qaida abbiano cooperato negli attacchi contro gli Stati Uniti» afferma il rapporto, preparato dai funzionari dello staff della Commissione stessa. Crolla così un altro dei pilastri che avevano giustificato la guerra di Bush contro Baghdad.

 

Benché un legame esplicito tra la strage delle Twin Towers e il regime iracheno non sia mai stato esplicitamente fatto dall’amministrazione Bush, il sospetto di un rapporto ha sempre aleggiato tra le giustificazioni portate a sostegno della guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein. La guerra in Iraq, aveva detto più volte il presidente, era giustificata per proteggere gli Stati Uniti dal terrorismo e il mondo dalle armi di distruzione di massa. Questo secondo argomento, al quale pochi in realtà avevano creduto, è stato smontato perché nessuna arma di distruzione è stata trovata. E il primo viene adesso seriamente messo in discussione proprio da quella Commissione indipendente nominata dal Presidente che deve indagare sui fatti dell’11 settembre 2001.

Il rapporto numero 15 della Commissione Overview of the Enemy (profilo del nemico), si dilunga sulle origini, la struttura e l’operatività della rete di al Qaida. Vi si afferma che Osama bin Laden esplorò una possibile collaborazione con Saddam Hussein, pur essendo contrario al regime secolare del leader iracheno. Il capo della rete islamica ebbe un incontro con un alto esponente dell'intelligence del regime di Baghdad nel 1994, si legge nel rapporto. «Bin Laden chiese spazi per campi di addestramento, ma l'Iraq in apparenza non si rese mai disponibile».

Il legame tra Iraq e al Qaida era stato ribadito ancora ieri dal presidente George W. Bush. Abu Musab al Zarqawi (il vice di bin Laden che ha rivendicato molti degli attentati compiuti recentemente in Iraq) «è la prova» delle connessioni tra Saddam Hussein e la rete terroristica al Qaida che fa capo a Osama bin Laden, aveva detto il capo della Casa Bianca confermando affermazioni in questo senso fatte il giorno prima dal dal suo vice Dick Cheney e non corroborate dall'intelligence. Cheney aveva affermato che Saddam e al Qaida avevano «legami stabiliti da lungo tempo».

L'incontro del 1994 sarebbe avvenuto in Sudan e bin Laden avrebbe anche chiesto senza successo al regime di Saddam di procurargli armi. «Ci sono poi state notizie che contatti tra l'Iraq e al Qaida sono avvenuti dopo il ritorno di bin Laden in Afghanistan, ma non sembrano aver fruttato alcuna relazione di collaborazione», sostiene il rapporto della Commissione sull'11 settembre. «Due stretti collaboratori di bin Laden hanno categoricamente negato che esistessero contatti tra al Qaida e l'Iraq».


 

Dollaro USA contro euro: un altro motivo per l’invasione dell’Iraq
     Tratto dal libro: «Censura: le notizie più censurate del 2003»         

Il presidente Nixon ha tolto la valuta statunitense dal sistema monetario aureo nel 1971. Da allora, la fornitura mondiale di petrolio è stata trattata in dollari a corso forzoso, facendo del dollaro la valuta pregiata dominante il mondo. Gli altri paesi devono fornire gli Stati Uniti di merci e servizi in cambio di dollari…che gli USA possono stampare liberamente. Per acquistare energia ed estinguere eventuali debiti con il FMI, tutti i paesi devono possedere ingenti riserve in dollari.
Il mondo è vincolato a una valuta che un solo paese può produrre a volontà.
Ciò significa che, oltre a controllare il commercio mondiale, gli Stati Uniti importano notevoli quantità di merci e servizi a costi relativi molto bassi. L’euro ha iniziato a emergere come una seria minaccia per l’egemonia del dollaro e per il predominio economico statunitense. Il dollaro può anche prevalere in tutto l’emisfero occidentale, ma si scontra con l’euro nell’ex Unione Sovietica, in Asia Centrale, nell’Africa Sub-sahariana e in Medio Oriente. Nel novembre 2000m l’Iraq è stata la prima nazione dell’OPEC a vendere il proprio petrolio in cambio di euro. Da allora, il valore dell’euro è aumentato del 17% e il dollaro ha cominciato a calare. Un’importante ragione dell’invasione e dell’insediamento di un governo controllato dagli USA in Iraq è stata quella di costringere il paese a tornare agli scambi in dollari. Un altro motivo per l’invasione è scoraggiare altri slanci dell’OPEC verso l’euro, in particolare da parte dell’Iran, il secondo produttore dell’OPEC, che stava attivamente discutendo il passaggio all’euro per le esportazioni di petrolio.
A causa degli enormi deficit commerciali, si stima che il dollaro sia attualmente sopravvalutato di almeno il 40%. Viceversa, la zona dell’euro non ha enormi deficit, applica tassi d’interesse più elevati e possiede una quota crescente nel commercio internazionale. Via via che l’euro si rafforza e il suo uso si diffonde, il dollaro non sarà più l’unica scelta a livello mondiale. A quel punto, sarebbe più facile per altre nazioni esercitare la leva finanziaria contro gli Stati Uniti senza nuocere a se stesse o al sistema finanziario globale nel suo insieme.
Di fronte al declino della propria potenza economica internazionale, la superiorità militare è l’unico strumento rimasto agli USA per dominare il mondo. Sebbene il costo di tale controllo militare sia insostenibile, il giornalista William Clark sostiene che «uno dei piccoli sporchi segreti dell’ordinamento internazionale odierno è che il resto del globo potrebbe rovesciare gli Stati Uniti dalla loro posizione egemonica, se solo volessero, con l’abbandono concertato del regime monetario basato sul dollaro. Questo è il principale e ineluttabile tallone di Achille dell’America». Se a un certo punto il potere americano fosse percepito a livello mondiale come un peso maggiore di quanto lo siano i rischi di rovesciare l’ordine internazionale, i sistemi statunitensi di controllo potrebbero essere annullati e demoliti. Se gli USA agiscono contro l’opinione pubblica mondiale, come in Iraq, un consenso internazionale potrebbe marchiarli come «nazione canaglia».

Aggiornamento di William Clark
Soltanto il tempo ci dirà cosa accadrà dopo la guerra in Iraq e l’occupazione statunitense, ma spero che la mia ricerca possa contribuire alla documentazione storica e aiutare altri a comprendere una delle importanti quanto nascoste ragioni macroeconomiche del perché abbiamo conquistato l’Iraq.
L’amministrazione Bush/Cheney probabilmente crede che l’occupazione dell’Iraq e l’insediamento di una presenza militare statunitense ingente e permanente nella regione del Golfo Persico possa trattenere altri produttori dell’OPEC dal prendere anche solo in considerazione il passaggio dal dollaro all’euro nelle vendite di petrolio. Tuttavia, impiegare le forze armate per affermare l’egemonia del dollaro nelle transazioni relative al petrolio mi sembra una strategia piuttosto inadeguata e poco gestibile. Purtroppo, il Presidente Bush e i suoi consulenti neoconservatori hanno esacerbato i sentimenti «anti-americani» ricorrendo all’opzione militare in Iraq quando il problema è essenzialmente economico. La storia non potrà essere indulgente davanti a questo.
Nonostante i media statunitensi riferiscano il contrario, l’attuale ondata di «anti-americanismo globale» non è rivolta al popolo americano o ai valori americani, bensì contro l’ipocrisia dell’imperialismo americano militante. La politica estera dei neoconservatori potrebbe essere in procinto di creare, purtroppo, le basi per un’alleanza europeo-russa-cinese che contrasti l’imperialismo americano.
Sembra che gli squilibri strutturali nell’economia statunitense, unitamente alle politiche viziate dell’Amministrazione Bush in material fiscale ed economica e soprattutto all’aperto imperialismo in fatto di politica estera, possano finire per mettere a repentaglio l’attuale condizione del dollaro come valuta pregiata o valuta per le transazioni petrolifere, o quanto meno ridimensionarla significativamente nei prossimi uno o due anni. Nell’eventualità che la mia ipotesi si concretizzi, l’economia avrà bisogno di essere ristrutturata in qualche modo per affrontare la riduzione di uno di questi due vantaggi fondamentali. Ciò che serve è un incontro multilaterale delle nazioni del G8 per riformare il sistema monetario internazionale. Dato che le guerre future saranno probabilmente combattute per il petrolio e la valuta di scambio del petrolio, l’autore auspica che il sistema monetario globale sia riformato senza indugi. Una tale riforma comprenderebbe l’indicazione di dollaro ed euro come valute pregiate equivalenti a livello internazionale e poste all’interno di una fascia di cambio, nonché un duplice sistema monetario per le transazioni petrolifere con l’OPEC. Inoltre, le nazioni del G8 dovrebbero valutare la possibilità di una terza valuta pregiata riguardante un blocco yen/yuan per l’Asia Orientale. Un compromesso sulle questioni euro/petrolio mediante un trattato multilaterale, con un’introduzione graduale di un duplice sistema monetario per le transazioni con l’OPEC potrebbero ridurre al minimo il turbamento delle attività economiche negli USA. Anche se le riforme multilaterali proposte potrebbero ridurre la nostra capacità di finanziarie i nostri attuali massicci livelli di indebitamento e di mantenere una presenza militare globale, i benefici includerebbero un miglioramento della qualità della vita nostra e dei nostri figli riducendo l’animosità nei confronti degli USA e riducendo le nostre alleanze con i paesi dell’UE e di tutto il mondo. Avviare un’equilibrata politica fiscale interna e una riforma monetaria globale è, a lungo termine, nell’interesse degli Stati Uniti e necessario per l’economia globale. Possiamo inoltre sperare che le riforme monetarie proposte possano attenuare in futuro gli scontri armati o economici per il petrolio, favorendo infine un’economia globale più stabile, sicura e prospera nel XXI secolo.

Aggiornamento di Còilìn Nunan
Quando l’articolo è stato scritto, l’ipotesi che la mossa dell’Iraq di vendere petrolio in cambio di euro avesse qualcosa a che fare con la minaccia degli USA di muovere guerra a quel paese era soltanto teorica. Ed è tuttora teorica, ma si tratta di un’ipotesi che le successive azioni statunitensi hanno fatto ben poco per confutare: gli USA hanno invaso l’Iraq e assunto il governo del paese, e non appena il petrolio iracheno è stato nuovamente disponibile sul mercato, è stato anche annunciato che il pagamento sarebbe avvenuto esclusivamente in dollari.
Ma la storia non finisce qui: il deficit commerciale statunitense si sta ulteriormente allargando e il dollaro è in calo. Sempre più spesso, gli esportatori di petrolio parlano apertamente di vendere il loro prodotto in cambio di euro anziché di biglietti verdi. Mentre l’Indonesia ci sta soltanto pensando, il Primo Ministro della Malesia, Mahathir, ha incoraggiato caldamente l’industria petrolifera del suo paese a farlo, il che ha indotto il Commissario per l’Energia dell’Unione Europea, Lodola de Palacio, a dichiarare che già le sembrava di vedere l’euro al posto del dollaro come principale valuta per fissare il prezzo del petrolio.
Nel frattempo, l’Iran ha dato tutte le indicazioni necessarie per capire che sta per passare all’euro: ha emesso eurobond, ha convertito la proprie riserve di valuta estere da dollari in euro e intrattiene cordiali negoziati commerciali con l’UE.
Secondo un recente rapporto, ha persino iniziato a vendere il proprio petrolio all’Europa in cambio di euro e sta incoraggiando i clienti asiatici a pagare anch’essi con questa valuta. I discorsi degli USA su di un «cambiamento di regime» in Iran non dovrebbero essere visti alla luce di questi fatti? I media sembrerebbero pensare per lo più di no, dal momento che si è parlato ben poco della connessione euro-dollaro con la «guerra al terrorismo». La discussione, quale che sia stata, dovrà comunque allargarsi in futuro, poiché né quella per il dollaro e per l’economia statunitense, né la minaccia rappresentata dagli USA per la pace mondiale svaniranno molto presto.


www.disinformazione.it


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http://digilander.libero.it/economiadiguerra/euro_kosovo_usa.htm

E il dollaro va alla guerra contro l'euro

Tina Menotti

(Rita Madotto)

Liberazione 29 aprile 1999

Della guerra della Nato in Kosovo ne sa piú Alan Greenspan - presidente della Federal Reserve - che Bill Clinton. La natura di questa guerra, infatti, è preminentemente economica e finanziaria. E il disorientamento dei commentatori che accettano passivamente la tesi della "guerra umanitaria" la dice lunga sul processo di omologazione all'ideologia della superpotenza Usa avvenuta negli ultimi due decenni e che non ha risparmiato la cultura della "sinistra riformista". Il ruolo predominante degli Stati Uniti nel decidere tempi e modalità della guerra è sotto gli occhi di tutti, ed evidenzia che gli Usa non hanno alcuna fretta di chiudere il conflitto, anzi hanno bisogno di allargarlo.

La rendita degli Usa

I Balcani e la pulizia etnica in Kosovo non sono la vera materia del contendere, ma lo strumento attraverso cui gli Stati Uniti hanno deciso di destabilizzare l'Europa: un'area economica che, dopo l'unificazione monetaria, può minacciare la rendita di posizione degli Usa sui mercati internazionali. Un'egemonia incontrastata e rafforzata dal ruolo politico e militare degli Usa nel mondo dopo la caduta del muro di Berlino. Erodere la supremazia del dollaro significa, infatti, rompere quel meccanismo attraverso cui gli Usa esportano sistematicamente le loro crisi economiche, godendo cosí di un'economia in buona salute nonostante l'alto indebitamento delle famiglie e il pazzesco indebitamento con l'estero. Lo scenario economico che si è determinato negli ultimi due anni mostra con chiarezza che tale rendita di posizione è seriamente minacciata. Il terremoto finanziario partito dal Sud-est asiatico e il Giappone e che ha investito la Russia e il Brasile è partito essenzialmente da due fattori concomitanti. La liberalizzazione selvaggia del movimento dei capitali, voluta dagli Usa per trovare collocazione alle ingenti risorse finanziarie liberate dalle politiche di riduzione del debito statale, che hanno determinato minori rendite sui titoli pubblici, e soprattutto dalla privatizzazione del sistema previdenziale. Ciò ha consentito ai paesi emergenti forti indebitamenti a breve, mentre la veloce rivalutazione del dollaro nell'estate del '97 (il secondo fattore scatenante) ha fatto esplodere il debito estero di questi paesi innescando la crisi a livello globale. I capitali sono ritornati sulle piazze europee e su quella statunitense con l'effetto di alimentare ancora di piú la bolla speculativa che da anni ormai incombe come una bomba a orologeria. Greenspan metteva in guardia il sistema quando il Dow Jones - l'indice azionario - era a quota 6.500 (settembre). La successiva riduzione del tasso di sconto per dar fiato al sistema del credito, dopo il crack del fondo speculativo Long Term Credit Management che ha rischiato di innescare una serie di fallimenti a catena, ha portato l'indice a oltre diecimila punti. La sopravvalutazione dei corsi azionari oscilla cosí tra il 25 e il 40% e ciò mette in crisi tutto il sistema. Crisi di questa natura non sono una novità per il mercato ma la differenza con il passato l'ha fatta il varo dell'euro: un progetto che, nell'intenzione dei promotori, aveva la finalità di creare un mercato unico di merci e capitali capace di competere con gli altri due blocchi economici, il Giappone e le tigri asiatiche, e il Nafta (mercato unico del centro e nord America).

La concorrenza dell'Ue

Una solida moneta europea, capace di reggere, per dimensione delle riserve, alle ondate speculative indurrebbe molte banche centrali e istituti finanziari a rivedere la composizione delle proprie riserve valutarie. L'euro farebbe concorrenza al dollaro e, visto il livello dell'indebitamento estero degli Usa (le stime dicono che nel 1999 il debito commerciale potrebbe superare i 200 miliardi di dollari), ne segnerebbe il declino. Un lusso che gli Stati Uniti non possono concedersi. Come contrastare questo processo? L'unica possibilità per gli Stati Uniti è quella di destabilizzare l'Europa. L'occasione della guerra nel cuore dell'Europa deve essere apparsa troppo ghiotta alla leadership statunitense per non essere colta al balzo: certo è che questo non verrà mai scritto in nessuna "dichiarazione di guerra". Una guerra che destabilizza è una guerra lunga che soddisfa gli appetiti del complesso militar-industriale degli Usa. Un terzo delle spese di bilancio degli Stati Uniti sono spese per la "difesa" e il peso dell'economia di guerra sul Pil è sempre stato il piú alto tra tutti i paesi a capitalismo avanzato. L'aumento della spesa attraverso gli investimenti nel settore militare, in un contesto di deflazione strisciante, è la strada maestra per rilanciare l'economia in un paese che ha demolito qualsiasi meccanismo di redistribuzione del reddito. E l'Europa? E i governanti europei, in maggioranza socialdemocratici? È possibile che si siano fatti parte attiva del loro stesso depotenziamento? Intanto l'Europa politica non esiste ed è questa la prima grande sottolineatura di questa guerra. Su questo punto hanno investito in primis gli strateghi statunitensi. A livello dei singoli governi è prevalsa, poi, la politica di piccolo cabotaggio e/o gli interessi delle lobby dell'industria degli armamenti. Gran Bretagna in testa, dove agli interessi di potenza nel settore armi si aggiunge la storica allergia al progetto di unificazione monetaria che toglie a Londra lo scettro di piú grande piazza finanziaria europea. Altro elemento di debolezza dell'Europa sono i governi della sinistra moderata, la cui unica preoccupazione sembra quella di legittimarsi e a cui sfugge l'inganno della paradossale "guerra umanitaria". Hanno "dimenticato" le finalità prime del varo dell'euro, avendo essi stesi piegato la moneta unica a strumento eccellente delle politiche restrittive di bilancio di questi ultimi cinque anni. Il risultato è che l'Europa non ha alcun ruolo autonomo, il conflitto in corso l'ha ridotta a una mera espressione geografica, e nessuno può pensare, in queste condizioni, che la sua moneta di riferimento possa essere considerata un "equivalente generale" affidabile.


Iraq

La guerra è contro l’Euro?

8.04.03 · Flavio Grassi

Secondo l’australiano Geoffrey Heard, Bush non sta facendo la guerra all’Iraq ma all’Europa. O meglio, all’Euro.

Sotto riproduco interamente il lungo articolo, che è di una decina di giorni fa e ho ricevuto per e-mail. Poi mi sono accorto che la tesi sta girando in rete da un po’, quindi forse ero io distratto.

Premetto che io sono ingravalliano, nel senso che diffido di ogni teoria che pretenda di spiegare eventi enormi come questo con un’unica chiave. Però. Però la teoria di Heard (e degli altri che la sostengono) è ben documentata e mi pare possa avere un peso notevole nello “gliuommero di concause”.

In sostanza, la tesi della “guerra all’Euro” si articola intorno a questi punti

  1. gli Stati Uniti hanno un debito estero insostenibile
  2. tutto il mondo ha bisogno di dollari per pagare il petrolio, quindi si rassegna a comprare dollari finanziando il debito americano
  3. nel 1999 l’Iraq – secondo produttore di petrolio al mondo – ha abbandonato il dollaro e scelto l’Euro come moneta di scambio del suo petrolio; una scommessa che alla fine si è rivelata vincente dal punto di vista finanziario
  4. il “cattivo esempio” dell’Iraq rischia di contagiare altri produttori, come il Venezuela
  5. se l’Euro si rafforza come alternativa credibile al dollaro, l’economia americana collassa sotto il peso del debito estero
  6. di qui la spinta incontrollabile verso la guerra, per rimettere le cose a posto

Secondo Heard, inoltre, mentre tutti stiamo guardando l’Iraq, l’amministrazione Bush si prenderà cura del Venezuela, assicurandosi che rientri nei ranghi con un colpo di stato.

Che dire. L’astronomico debito estero americano è un fatto: ha raggiunto il 22% del prodotto nazionale lordo e, secondo proiezioni che tengono conto di una riduzione del deficit annuale nel commercio estero, nel giro di cinque anni raggiungerà il 40% del Pil. Per intenderci: l’Argentina è collassata quando il suo rapporto debito estero/Pil è arrivato al 50%.

L’amministrazione Bush è di quelle che non possono permettersi di dire agli americani che stanno vivendo al di sopra dei loro mezzi (guardatevi Donnesbury su Linus di questo mese, con Bush che non riesce a pronunciare la parola “sacrifici”). Quindi deve poter continuare a stampare dollari, e sperare che il mondo continui ad accettarli anche se – come dice Heard – ormai sono come assegni scoperti.

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An Economic Perspective On The War
It’s Not About Oil Or Iraq.
It’s About The US And Europe Going
Head-To-Head On World Economic Dominance.

By Geoffrey Heard, Australia

Summary: Why is George Bush so hell bent on war with Iraq? Why does
his administration reject every positive Iraqi move? It all makes
sense when you consider the economic implications for the USA of not
going to war with Iraq. The war in Iraq is actually the US and
Europe going head to head on economic leadership of the world.

America’s Bush administration has been caught in outright lies,
gross exaggerations and incredible inaccuracies as it trotted out
its litany of paper thin excuses for making war on Iraq. Along with
its two supporters, Britain and Australia, it has shifted its ground
and reversed its position with a barefaced contempt for its
audience. It has manipulated information, deceived by commission and
omission and frantically “bought” UN votes with billion dollar
bribes.

Faced with the failure of gaining UN Security Council support for
invading Iraq, the USA has threatened to invade without
authorisation. It would act in breach of the UN’s very constitution
to allegedly enforced UN resolutions.

It is plain bizarre. Where does this desperation for war come from?

There are many things driving President Bush and his administration
to invade Iraq, unseat Saddam Hussein and take over the country. But
the biggest one is hidden and very, very simple. It is about the
currency used to trade oil and consequently, who will dominate the
world economically, in the foreseeable future—the USA or the
European Union.

Iraq is a European Union beachhead in that confrontation. America
had a monopoly on the oil trade, with the US dollar being the fiat
currency, but Iraq broke ranks in 1999, started to trade oil in the
EU’s euros, and profited. If America invades Iraq and takes over, it
will hurl the EU and its euro back into the sea and make America’s
position as the dominant economic power in the world all but
impregnable.

It is the biggest grab for world power in modern times.

America’s allies in the invasion, Britain and Australia, are betting
America will win and that they will get some trickle-down benefits
for jumping on to the US bandwagon.

France and Germany are the spearhead of the European force—Russia
would like to go European but possibly can still be bought off.

Presumably, China would like to see the Europeans build a share of
international trade currency ownership at this point while it
continues to grow its international trading presence to the point
where it, too, can share the leadership rewards.

DEBATE BUILDING ON THE INTERNET

Oddly, little or nothing is appearing in the general media about
this issue, although key people are becoming aware of it—note the
recent slide in the value of the US dollar. Are traders afraid of
war? They are more likely to be afraid there will not be war.

But despite the silence in the general media, a major world
discussion is developing around this issue, particularly on the
internet. Among the many articles: Henry Liu, in the ‘Asia Times’
last June, it has been a hot topic on the Feasta forum, an
Irish-based group exploring sustainable economics, and W. Clark’s
“The Real Reasons for the Upcoming War with Iraq: A Macroeconomic
and Geostrategic Analysis of the Unspoken Truth” has been published
by the ‘Sierra Times’, ‘Indymedia.org’, and ‘ratical.org’.

This debate is not about whether America would suffer from losing
the US dollar monopoly on oil trading—that is a given—rather
it is about exactly how hard the USA would be hit. The smart money
seems to be saying the impact would be in the range from severe to
catastrophic. The USA could collapse economically.

OIL DOLLARS

The key to it all is the fiat currency for trading oil.

Under an OPEC agreement, all oil has been traded in US dollars since
1971 (after the dropping of the gold standard) which makes the US
dollar the de facto major international trading currency. If other
nations have to hoard dollars to buy oil, then they want to use that
hoard for other trading too. This fact gives America a huge trading
advantage and helps make it the dominant economy in the world.

As an economic bloc, the European Union is the only challenger to
the USA’s economic position, and it created the euro to challenge
the dollar in international markets. However, the EU is not yet
united behind the euro—there is a lot of jingoistic national
politics involved, not least in Britain—and in any case, so long
as nations throughout the world must hoard dollars to buy oil, the
euro can make only very limited inroads into the dollar’s dominance.

In 1999, Iraq, with the world’s second largest oil reserves,
switched to trading its oil in euros. American analysts fell about
laughing; Iraq had just made a mistake that was going to beggar the
nation. But two years on, alarm bells were sounding; the euro was
rising against the dollar, Iraq had given itself a huge economic
free kick by switching.

Iran started thinking about switching too; Venezuela, the 4th
largest oil producer, began looking at it and has been cutting out
the dollar by bartering oil with several nations including America’s
bete noir, Cuba. Russia is seeking to ramp up oil production with
Europe (trading in euros) an obvious market.

The greenback’s grip on oil trading and consequently on world trade
in general, was under serious threat. If America did not stamp on
this immediately, this economic brushfire could rapidly be fanned
into a wildfire capable of consuming the US’s economy and its
dominance of world trade.

HOW DOES THE US
GET ITS DOLLAR ADVANTAGE?

Imagine this: you are deep in debt but every day you write cheques
for millions of dollars you don’t have—another luxury car, a
holiday home at the beach, the world trip of a lifetime.

Your cheques should be worthless but they keep buying stuff because
those cheques you write never reach the bank! You have an agreement
with the owners of one thing everyone wants, call it petrol/gas,
that they will accept only your cheques as payment. This means
everyone must hoard your cheques so they can buy petrol/gas. Since
they have to keep a stock of your cheques, they use them to buy
other stuff too. You write a cheque to buy a TV, the TV shop owner
swaps your cheque for petrol/gas, that seller buys some vegetables
at the fruit shop, the fruiterer passes it on to buy bread, the
baker buys some flour with it, and on it goes, round and round—but never back to the bank.

You have a debt on your books, but so long as your cheque never
reaches the bank, you don’t have to pay. In effect, you have
received your TV free.

This is the position the USA has enjoyed for 30 years—it has been
getting a free world trade ride for all that time. It has been
receiving a huge subsidy from everyone else in the world. As it debt
has been growing, it has printed more money (written more cheques)
to keep trading. No wonder it is an economic powerhouse!

Then one day, one petrol seller says he is going to accept another
person’s cheques, a couple of others think that might be a good
idea. If this spreads, people are going to stop hoarding your
cheques and they will come flying home to the bank. Since you don’t
have enough in the bank to cover all the cheques, very nasty stuff
is going to hit the fan!

But you are big, tough and very aggressive. You don’t scare the
other guy who can write cheques, he’s pretty big too, but given a
‘legitimate’ excuse, you can beat the tripes out of the lone gas
seller and scare him and his mates into submission.

And that, in a nutshell, is what the USA is doing right now with Iraq.

AMERICA’S PRECARIOUS
ECONOMIC POSITION

America is so eager to attack Iraq now because of the speed with
which the euro fire could spread. If Iran, Venezuela and Russia join
Iraq and sell large quantities of oil for euros, the euro would have
the leverage it needs to become a powerful force in general
international trade. Other nations would have to start swapping some
of their dollars for euros.

The dollars the USA has printed, the ‘cheques’ it has written, would
start to fly home, stripping away the illusion of value behind them.
The USA’s real economic condition is about as bad as it could be; it
is the most debt-ridden nation on earth, owing about US$12,000 for
every single one of it’s 280 million men, women and children. It is
worse than the position of Indonesia when it imploded economically a
few years ago, or more recently, that of Argentina.

Even if OPEC did not switch to euros wholesale (and that would make
a very nice non-oil profit for the OPE
C countries, including
minimising the various contrived debts America has forced on some of
them), the US’s difficulties would build. Even if only a small part
of the oil trade went euro, that would do two things immediately:

  • Increase the attractiveness to EU members of joining the
    ‘eurozone’, which in turn would make the euro stronger and make it
    more attractive to oil nations as a trading currency and to other
    nations as a general trading currency.
  • Start the US dollars flying home demanding value when there isn’t
    enough in the bank to cover them.
  • The markets would over-react as usual and in no time, the US
    dollar’s value would be spiralling down.

    THE US SOLUTION

    America’s response to the euro threat was predictable. It has come
    out fighting.

    It aims to achieve four primary things by going to war with Iraq:

  • Safeguard the American economy by returning Iraq to trading oil in
    US dollars, so the greenback is once again the exclusive oil
    currency.
  • Send a very clear message to any other oil producers just what
    will happen to them if they do not stay in the dollar circle. Iran
    has already received one message—remember how puzzled you were
    that in the midst of moderation and secularization, Iran was named
    as a member of the axis of evil?
  • Place the second largest reserves of oil in the world under direct
    American control.
  • Provide a secular, subject state where the US can maintain a huge
    force (perhaps with nominal elements from allies such as Britain and
    Australia) to dominate the Middle East and its vital oil. This would
    enable the US to avoid using what it sees as the unreliable Turkey,
    the politically impossible Israel and surely the next state in its
    sights, Saudi Arabia, the birthplace of al Qaeda and a hotbed of
    anti-American sentiment.
  • Severe setback the European Union and its euro, the only trading
    bloc and currency strong enough to attack the USA’s dominance of
    world trade through the dollar.
  • Provide cover for the US to run a covert operation to overturn the
    democratically elected government of Venezuela and replace it with
    an America-friendly military supported junta—and put Venezuala’s
    oil into American hands.

    Locking the world back into dollar oil trading would consolidate
    America’s current position and make it all but impregnable as the
    dominant world power—economically and militarily. A splintered
    Europe (the US is working hard to split Europe; Britain was easy,
    but other Europeans have offered support in terms of UN votes) and
    its euro would suffer a serious setback and might take decades to
    recover.

    It is the boldest grab for absolute power the world has seen in
    modern times. America is hardly likely to allow the possible
    slaughter of a few hundred thousand Iraqis stand between it and
    world domination.

    President Bush did promise to protect the American way of life. This
    is what he meant.

    JUSTIFYING WAR

    Obviously, the US could not simply invade Iraq, so it began casting
    around for a ‘legitimate’ reason to attack. That search has been one
    of increasing desperation as each rationalization has crumbled.
    First Iraq was a threat because of alleged links to al Qaeda; then
    it was proposed Iraq might supply al Qaeda with weapons; then Iraq’s
    military threat to its neighbours was raised; then the need to
    deliver Iraqis from Saddam Hussein’s horrendously inhumane rule;
    finally there is the question of compliance with UN weapons
    inspection.

    The USA’s justifications for invading Iraq are looking less
    impressive by the day. The US’s statements that it would invade Iraq
    unilaterally without UN support and in defiance of the UN make a
    total nonsense of any American claim that it is concerned about the
    world body’s strength and standing.

    The UN weapons inspectors have come up with minimal infringements of
    the UN weapons limitations—the final one being low tech rockets
    which exceed the range allowed by about 20 percent. But there is no
    sign of the so-called weapons of mass destruction (WMD) the US has
    so confidently asserted are to be found. Colin Powell named a
    certain north Iraqi village as a threat. It was not. He later
    admitted it was the wrong village.

    ‘Newsweek’ (24/2) has reported that while Bush officials have been
    trumpeting the fact that key Iraqi defector, Lt. Gen. Hussein Kamel,
    told the US in 1995 that Iraq had manufactured tonnes of nerve gas
    and anthrax (Colin Powell’s 5 February presentation to the UN was
    just one example) they neglected to mention that Kamel had also told
    the US that these weapons had been destroyed.

    Parts of the US and particularly the British secret ‘evidence’ have
    been shown to come from a student’s masters thesis.

    America’s expressed concern about the Iraqi people’s human rights
    and the country’s lack of democracy are simply not supported by the
    USA’s history of intervention in other states nor by its current
    actions. Think Guatemala, the Congo, Chile and Nicaragua as examples
    of a much larger pool of US actions to tear down legitimate,
    democratically elected governments and replace them with war,
    disruption, starvation, poverty, corruption, dictatorships, torture,
    rape and murder for its own economic ends. The most recent,
    Afghanistan, is not looking good; in fact that reinstalled a
    murderous group of warlords which America had earlier installed,
    then deposed, in favour of the now hated Taliban.

    Saddam Hussein was just as repressive, corrupt and murderous 15
    years ago when he used chemical weapons, supplied by the US, against
    the Kurds. The current US Secretary for Defence, Donald Rumsfeld, so
    vehement against Iraq now, was on hand personally to turn aside
    condemnation of Iraq and blame Iran. At that time, of course, the US
    thought Saddam Hussein was their man—they were using him against
    the perceived threat of Iran’s Islamic fundamentalism.

    Right now, as ‘The Independent’ writer, Robert Fisk, has noted, the
    US’s efforts to buy Algeria’s UN vote includes promises of re-arming
    the military which has a decade long history of repression, torture,
    rape and murder Saddam Hussein himself would envy. It is estimated
    200,000 people have died, and countless others been left maimed by
    the activities of these monsters. What price the US’s humanitarian
    concerns for Iraqis? (Of course, the French are also wooing Algeria,
    their former north African territory, for all they are worth, but at
    least they are not pretending to be driven by humanitarian concerns.)

    Indonesia is another nation with a vote and influence as the largest
    Muslim nation in the world. Its repressive, murderous military is
    regaining strength on the back of the US’s so-called anti-terror
    campaign and is receiving promises of open and covert support—including intelligence sharing.

    AND VENEZUELA

    While the world’s attention is focused on Iraq, America is both
    openly and covertly supporting the “coup of the rich” in Venezuela,
    which grabbed power briefly in April last year before being
    intimidated by massive public displays of support by the poor for
    democratically-elected President Chavez Frias. The coup leaders
    continue to use their control of the private media, much of industry
    and the ear of the American Government and its oily intimates to
    cause disruption and disturbance.

    Venezuela’s state-owned oil resources would make rich pickings for
    American oil companies and provide the US with an important oil
    source in its own backyard.

    Many writers have noted the contradiction between America’s alleged
    desire to establish democracy in Iraq while at the same time,
    actively undermining the democratically-elected government in
    Venezuela. Above the line, America rushed to recognise the coup last
    April; more recently, President Bush has called for “early
    elections”, ignoring the fact that President Chavez Frias has won

    three elections and two referendums and, in any case, early
    elections would be unconstitutional.

    One element of the USA’s covert action against Venezuela is the
    behaviour of American transnational businesses, which have locked
    out employees in support of “national strike” action. Imagine them
    doing that in the USA! There is no question that a covert operation
    is in process to overturn the legitimate Venezuelan government.
    Uruguayan congressman, Jose Nayardi, made it public when he revealed
    that the Bush administration had asked for Uruguay’s support for
    Venezuelan white collar executives and trade union activists “to
    break down levels of intransigence within the Chavez Frias
    administration”. The process, he noted, was a shocking reminder of
    the CIA’s 1973 intervention in Chile which saw General Pinochet lead
    his military coup to take over President Allende’s democratically
    elected government in a bloodbath.

    President Chavez Frias is desperately clinging to government, but
    with the might of the USA aligned with his opponents, how long can
    he last?

    THE COST OF WAR

    Some have claimed that an American invasion of Iraq would cost so
    many billions of dollars that oil returns would never justify such
    an action.

    But when the invasion is placed in the context of the protection of
    the entire US economy for now and into the future, the balance of
    the argument changes.

    Further, there are three other vital factors:

    First, America will be asking others to help pay for the war because
    it is protecting their interests. Japan and Saudi Arabia made
    serious contributions to the cost of the 1991 Gulf war.

    Second—in reality, war will cost the USA very little—or at
    least, very little over and above normal expenditure. This war is
    already paid for! All the munitions and equipment have been bought
    and paid for. The USA would have to spend hardly a cent on new
    hardware to prosecute this war—the expenditure will come later
    when munitions and equipment have to be replaced after the war. But
    amunitions, hardware and so on are being replaced all the time—contracts are out. Some contracts will simply be brought forward and
    some others will be ramped up a bit, but spread over a few years,
    the cost will not be great. And what is the real extra cost of an
    army at war compared with maintaining the standing army around the
    world, running exercises and so on? It is there, but it is a
    relatively small sum.

    Third—lots of the extra costs involved in the war are dollars
    spent outside America, not least in the purchase of fuel. Guess how
    America will pay for these? By printing dollars it is going to war
    to protect. The same happens when production begins to replace
    hardware components, minerals, etc. are bought in with dollars that
    go overseas and exploit America’s trading advantage.

    The cost of war is not nearly as big as it is made out to be. The
    cost of not going to war would be horrendous for the USA—unless
    there were another way of protecting the greenback’s world trade
    dominance.

    AMERICA’S TWO ACTIVE ALLIES

    Why are Australia and Britain supporting America in its transparent
    Iraqi war ploy?

    Australia, of course, has significant US dollar reserves and trades
    widely in dollars and extensively with America. A fall in the US
    dollar would reduce Australia’s debt, perhaps, but would do nothing
    for the Australian dollar’s value against other currencies. John
    Howard, the Prime Minister, has long cherished the dream of a free
    trade agreement with the USA in the hope that Australia can jump on
    the back of the free ride America gets in trade through the dollar’s
    position as the major trading medium. That would look much less
    attractive if the euro took over a significant part of the oil trade.

    Britain has yet to adopt the euro. If the US takes over Iraq and
    blocks the euro’s incursion into oil trading, Tony Blair will have
    given his French and German counterparts a bloody nose, and gained
    more room to manouevre on the issue—perhaps years more room.

    Britain would be in a position to demand a better deal from its EU
    partners for entering the “eurozone” if the new currency could not
    make the huge value gains guaranteed by a significant role in world
    oil trading. It might even be in a position to withdraw from Europe
    and link with America against continental Europe.

    On the other hand, if the US cannot maintain the oil trade dollar
    monopoly, the euro will rapidly go from strength to strength, and
    Britain could be left begging to be allowed into the club.

    THE OPPOSITION

    Some of the reasons for opposition to the American plan are obvious—America is already the strongest nation on earth and dominates
    world trade through its dollar. If it had control of the Iraqi oil
    and a base for its forces in the Middle East, it would not add to,
    but would multiply its power.

    The oil-producing nations, particularly the Arab ones, can see the
    writing on the wall and are quaking in their boots.

    France and Germany are the EU leaders with the vision of a
    resurgent, united Europe taking its rightful place in the world and
    using its euro currency as a world trading reserve currency and thus
    gaining some of the free ride the United States enjoys now. They are
    the ones who initiated the euro oil trade with Iraq.

    Russia is in deep economic trouble and knows it will get worse the
    day America starts exploiting its take-over of Afghanistan by
    running a pipeline southwards via Afghanistan from the giant
    southern Caspian oil fields. Currently, that oil is piped northwards—where Russia has control.

    Russia is in the process of ramping up oil production with the
    possibility of trading some of it for euros and selling some to the
    US itself. Russia already has enough problems with the fact that oil
    is traded in US dollars; if the US has control of Iraqi oil, it
    could distort the market to Russia’s enormous disadvantage. In
    addition, Russia has interests in Iraqi oil; an American take over
    could see them lost. Already on its knees, Russia could be beggared
    before a mile of the Afghanistan pipeline is laid.

    ANOTHER SOLUTION?

    The scenario clarifies the seriousness of America’s position and
    explains its frantic drive for war. It also suggests that solutions
    other than war are possible.

    Could America agree to share the trading goodies by allowing Europe
    to have a negotiated part of it? Not very likely, but it is just
    possible Europe can stare down the USA and force such an outcome.
    Time will tell. What about Europe taking the statesmanlike,
    humanitarian and long view, and withdrawing, leaving the oil to the
    US, with appropriate safeguards for ordinary Iraqis and democracy in
    Venezuela?

    Europe might then be forced to adopt a smarter approach—perhaps
    accelerating the development of alternative energy technologies
    which would reduce the EU’s reliance on oil for energy and produce
    goods it could trade for euros—shifting the world trade balance.

    Now that would be a very positive outcome for everyone.

    Geoffrey Heard is a Melbourne, Australia,
    writer on the environment, sustainability and human rights.

    Copyright Geoffrey Heard, 2003.

    Anyone is free to circulate this document provided it is complete
    and in its current form with attribution and no payment is asked. It
    is prohibited to reproduce this document or any part of it for
    commercial gain without the prior permission of the author. For such
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http://www.nexusitalia.com/settimana10160303.htm

Euro e dollaro: le vere ragioni per la guerra all'Iraq

Tom Bosco

In questi giorni, l’attenzione del mondo intero è concentrata sul braccio di ferro tra l’amministrazione Bush e alcuni stati membri delle Nazioni Unite, in particolare quelli con diritto di veto come Francia e Russia, assolutamente contrari ad una guerra contro l’Iraq. Ma cosa c’è realmente dietro tutte queste manovre?
Uno dei commenti più interessanti sulla crisi irachena giunge dall’Australia, a firma di Geoffrey Heard, il quale afferma che questo muro contro muro tra Stati Uniti ed Europa non è semplicemente per l’Iraq o per il suo petrolio, bensì per il dominio economico mondiale. In effetti, sconcerta un po’ tutti quanti il fatto che gli USA siano determinati persino ad una guerra unilaterale, senza un mandato o una risoluzione delle Nazioni Unite. Come mai questa ostinazione?
Il motivo è semplice: la moneta utilizzata in futuro per il commercio del petrolio, e di conseguenza il dominio economico mondiale. USA o Unione Europea? Sinora l’America aveva il monopolio, ma proprio l’Iraq, nel 1999, lo infranse iniziando a vendere il suo petrolio non più in dollari, bensì in euro, ricavandone maggiori vantaggi. Se l’America invadesse l’Iraq assumendone il controllo, ributterebbe a mare l’euro e la sua posizione di dominio economico diverrebbe inattaccabile. Australia e Gran Bretagna sostengono gli USA, convinti di ricavarne in seguito dei vantaggi. Francia e Germania sono la punta di lancia dell’Unione Europea, la Russia vorrebbe aggregarsi e la Cina non disdegnerebbe che gli europei si ritagliassero una bella fetta di potere, in attesa che la sua economia a livello internazionale cresca al punto di condividerne poi i benefici. In effetti, ultimamente il dollaro è stato messo un po’ in crisi dall’euro sui mercati internazionali.
Il dibattito su questo argomento, benché non compaia sui grandi media (che, chissà perché, non ne parlano assolutamente), non è se l’America soffrirebbe dalla perdita del monopolio del dollaro nel commercio del petrolio — il che è scontato — bensì quanto duramente ne verrebbe colpita. L’opinione comune tra gli analisti è che l’impatto sarebbe molto duro nella migliore delle ipotesi, e catastrofico nella peggiore. Per gli Stati Uniti si profilerebbe il collasso economico.
Dopo l’Iraq, infatti, altre nazioni hanno cominciato a prendere in considerazione l’idea di usare l’euro come moneta di scambio nelle transazioni petrolifere: l’Iran, il Venezuela, la Russia. Insomma, se questa tendenza ad usare gli euro e non i dollari si diffondesse a macchia d’olio (ed è questo che gli Stati Uniti temono di più), il tremendo disavanzo statunitense (al momento in cui scrivo dovrebbe essere pari alla stratosferica cifra di 6.453.244.681.378,86 dollari!) determinerebbe un crollo senza precedenti nella storia.
In pratica, la guerra all’Iraq avrebbe principalmente quattro obiettivi:

• Salvaguardare l’economia americana riportando l’Iraq al commercio del petrolio in dollari, così questa moneta tornerebbe ad essere l’unica ed esclusiva.
• Mandare un messaggio molto chiaro a tutti gli altri produttori petroliferi su quanto succederebbe se non rimangono nella cerchia del dollaro.
• Mettere sotto il diretto controllo americano le seconde riserve petrolifere mondiali.
• Creare uno stato vassallo dal quale gli Stati Uniti, presumibilmente con elementi di Gran Bretagna e Australia, possano dominare l’intero Medio Oriente e le sue riserve petrolifere.

Aggiungiamoci che questo minerebbe fortemente l’ascesa dell’Unione Europea coi suoi euro, l’unica moneta forte abbastanza da poter tentare di competere col dollaro sui mercati mondiali. Naturalmente, risolta la questione irachena, si provvederebbe a “sistemare” anche il Venezuela...
Ma vediamo un po’ cos’altro si scrive di interessante in giro per il mondo a proposito di questa crisi.
Il New York Times  riporta che un membro del parlamento canadese, Carolyn Parrish, alla televisione si è fatta scappare questa frase: “Maledetti americani. Detesto quei bastardi.” Al che il Toronto Globe e il Mail  hanno lanciato nel loro sito internet un sondaggio, chiedendo ai canadesi se erano d’accordo sul fatto che gli americani “si stiano comportando come dei bastardi”. Il 51 per cento ha risposto di sì. D’altra parte, negli Stati Uniti il dibattito sulla guerra in Iraq e l’opposizione della Francia ha raggiunto ormai temperature al calor bianco, al punto che circolano adesivi per i paraurti delle automobili con su scritto “Adesso l’Iraq, poi la Francia”...
Jay Leno, conduttore di un divertente programma serale in USA, l’ha detta giusta: “Forse il presidente Bush è militarmente il più scaltro della storia: prima fa in modo che l’Iraq distrugga tutte le sue armi, e poi gli dichiara guerra.” (http://www.nytimes.com/2003/03/07/opinion/07KRIS.html?th)
Per quanto riguarda l’Australia, la cittadina di Wollongong, nel Nuovo Galles del Sud, per protestare contro l’atteggiamento del governo nella crisi irachena, intende fare richiesta al Consolato Generale di Francia a Sydney affinché sia questo paese a rappresentarne gli interessi, “dato che il Governo Australiano non intende rappresentare gli interessi degli australiani”. (riportato da www.news.com)
Il Times scrive che persino papà Bush ha messo in guardia il suo figliolo dai rischi di un’azione militare unilaterale, per il momento, apparentemente, senza grossi risultati... (http://www.timesonline.co.uk/article/0,,3-605441,00.html)
E sentite questa, perché ha dell’incredibile: secondo il Mirror, George Bush ha cancellato un discorso da tenere di fronte al Parlamento Europeo a Strasburgo in quanto i membri di tale parlamento non avrebbero garantito di tributargli una “ standing ovation”, del genere di quelle preconfezionate che è solito ricevere, ad esempio, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, negli USA, grazie a sale riempite apposta di sostenitori.
(http://www.mirror.co.uk/news/allnews/page.cfm?objectid=12713155&method=full&siteid=50143)
Nel frattempo, John H. Brown è il secondo diplomatico statunitense a rassegnare le dimissioni come protesta per l’uso ingiustificato della forza da parte del suo paese.
Per concludere, cambiando argomento, l’attore Mel Gibson e la sua famiglia in questi giorni stanno subendo violenti attacchi da parte di gruppi di pressione ebraici. L’attore viene accusato di antisemitismo per i contenuti del suo nuovo film, del quale è produttore e regista, che narra le ultime dodici ore della vita di Gesù. Suo padre Hutton, invece, è sotto il fuoco di fila per aver tranquillamente dichiarato di non credere in alcun modo alla versione ufficiale, secondo la quale gli attacchi dell’11 settembre sarebbero stati condotti da terroristi di Osama bin Laden. Oltre a questo, il vecchio Gibson ha pure messo in dubbio la versione ufficiale sull’Olocausto: “Andate a chiedere a qualcuno che lavora in un crematorio quanto ci vuole a far sparire un cadavere; occorrono un litro di benzina e venti minuti. Allora, sei milioni di persone? All’epoca non c’erano neanche tutti quegli ebrei in Europa.”
(http://abclocal.go.com/kabc/news/030903_nw_gibson.html ) 


  

http://www.lernesto.it/5-00/Casadio-14.htm

 

Dollaro versus Euro

 

Una competizione a tutto campo

  di Mauro Casadio

   

Dal 1992,i governi ed il capitale finanziario europei hanno piegato l’economia e la società all’obiettivo della moneta unica.
Sull’altare dell’unione monetaria sono state sacrificate non solo le conquiste sociali dei lavoratori (welfare state, salari dignitosi etc.) ma anche strumenti di tenuta delle economie dei vari stati come la sovranità nazionale sulla moneta. L’euforia e la retorica sull’unione monetaria europea è durata pochi mesi.
Qualcuno, come questo giornale, aveva indicato già nel pieno coinvolgimento dell’Europa nell’aggressione alla Jugoslavia, un segnale d’allarme che andava colto. L’andamento del tasso di cambio tra euro e dollaro ha scandito quasi visivamente l’andamento del conflitto: ad ogni fase di escalation militare il dollaro si rafforzava sull’euro, ad ogni spiraglio di tregua l’euro recuperava sul dollaro.
Per mesi, la Banca Centrale Europea e i governi nazionali ad essa subalterni, non si sono discostati di un millimetro dai dogmi monetaristi (lasciando degradare salari, consumi, investimenti) perché affidavano all’euro la capacità di attrarre capitali in Europa.
La grande operazione dell’euro prevedeva l’afflusso di almeno 1.000 mld. di dollari nell’area europea. Un afflusso di tali dimensioni avrebbe bilanciato la stagnazione della domanda interna e dell’export, avrebbe trasformato Eurolandia nella prima piazza finanziaria del mondo e l’avrebbe dotata di una valuta capace di imporsi nelle transazioni internazionali.
Paesi come l’Iraq o Cuba, ma soprattutto i paesi dell’Europa dell’Est, non hanno fatto mistero della loro intenzione di stabilire la convertibilità delle loro monete con l’euro o di quotare il loro petrolio non più in dollari ma con la moneta europea.
Ed invece con il dollaro forte sono stati ben 205 miliardi di dollari di capitali europei (di cui 37 dalla sola Gran Bretagna) a prendere la strada degli Stati Uniti a partire dalla primavera del 1999 (guarda caso proprio in occasione della crisi e della guerra contro la Jugoslavia), dagli Usa invece sono arrivati nell’area euro solo 3 mld di dollari di investimenti mentre ben 29 hanno preso la strada della Gran Bretagna (quindi al di fuori dell’area euro).
La centralità del dollaro nel controllo dei flussi finanziari resta il carattere prevalente del sistema che regge l’economia mondiale. Questa centralità è destinata a competere con il polo europeo che fa riferimento all’Euro, ed eventualmente a cedere spazio ad un sistema bipolare, dove gli Stati Uniti e l’Europa dovranno trovare un nuovo punto di equilibrio. Ma gli Usa non sembrano disposti a perdere questa centralità senza combattere aspramente ed a tutto campo.
Nel recente libro-inchiesta Eurobang curato da Luciano Vasapollo e Rita Martufi, abbiamo cercato di documentare sistematicamente il processo che sta portando alla competizione aperta Stati Uniti e polo europeo.

Tre aree monetarie


La ripartizione del mondo in tre aree monetarie sembrerebbe lo scenario che si va delineando. La scelta di deregolamentare i mercati finanziari sta producendo - oltre i crack finanziari come quelli dell’Europa nel ‘92, del Messico nel ‘95, dell’Asia nel ‘97, della Russia nel ‘98 - una aspra competizione per mantenere il peso del dollaro nell’economia internazionale. 
La stessa dollarizzazione dell’America Latina (vedi Ecuador, Argentina, Messico) è un aspetto ben visibile di questa competizione. Ma un Euro troppo debole presenta degli inconvenienti anche per gli Stati Uniti. Esso infatti consentirebbe alle esportazioni europee di dilagare nelle altre economie forti, in modo particolare quella statunitense e quella giapponese o in quelle emergenti come la Cina. Gli Stati Uniti hanno infatti una pessima bilancia commerciale dovuta all’elevata quota di importazioni dall’estero e ad una sistematica diminuzione dell’export Usa causata dal dollaro forte. L’afflusso di capitali esteri dovuto proprio al dollaro forte permette però di finanziare ancora questo deficit commerciale. 
Il saldo commerciale dell’Unione Europea è diventato largamente in attivo verso gli Usa nel settore manifatturiero, un po’ meno nel settore dei servizi.
Ciò spiega perché a fine settembre le banche centrali europea, giapponese ed anche la FED americana sono intervenute a sostegno di un euro che rischiava di diventare troppo debole nel rapporto di cambio con il dollaro.
In tale contesto, il mix di misure protezionistiche, guerre commerciali e blitz contro la stabilità europea, sono parte integrante di questa guerra degli Usa contro l’Unione Europea. L’entrata in vigore dell’Euro parrebbe dunque destinata a pesare in modo decisivo nelle relazioni internazionali dell’epoca post-bipolare. Ma questa prospettiva sembra aver innescato sia quella discordia interna ai paesi europei (vedi Gran Bretagna e paesi scandinavi) che quella guerra tra Europa e Stati Uniti (vedi lo scontro Euro-Dollaro e l’escalation del petrolio) annunciati due anni fa dall’economista statunitense Martin Feldstein. 
In un saggio pubblicato da Foreign Affairs , Feldstein affermava nero su bianco che l’introduzione dell’Euro avrebbe portato alla discordia e alla guerra tra gli stessi paesi europei e tra paesi europei e Stati Uniti. Intervistato dal più importante quotidiano economico italiano, Feldstein ribadiva la sua inquietante tesi lasciando nelle ambasce il suo interlocutore. “Sono convinto che il pericolo di una guerra aumenti, invece di diminuire, con l’introduzione dell’Unione Economica Monetaria. E per questo raccomando fin da ora il governo americano di modificare l’intera impostazione della politica estera in previsione di gravi destabilizzazioni e confronti con l’Europa”. Alla luce di quanto sta accadendo in questi mesi, la competizione tra l’area del dollaro e quella dell’euro sembra destinata a condizionare pesantemente le relazioni internazionali. Ma questo non ha delle conseguenze esclusivamente macro-economiche, ha conseguenze anche politiche e sociali di cui dovremo cominciare a tenere seriamente conto.



Dollaro USA contro euro: un altro motivo per l’invasione dell’Iraq
    
Tratto dal libro: «Censura: le notizie più censurate del 2003»         

Il presidente Nixon ha tolto la valuta statunitense dal sistema monetario aureo nel 1971. Da allora, la fornitura mondiale di petrolio è stata trattata in dollari a corso forzoso, facendo del dollaro la valuta pregiata dominante il mondo. Gli altri paesi devono fornire gli Stati Uniti di merci e servizi in cambio di dollari…che gli USA possono stampare liberamente. Per acquistare energia ed estinguere eventuali debiti con il FMI, tutti i paesi devono possedere ingenti riserve in dollari.
Il mondo è vincolato a una valuta che un solo paese può produrre a volontà.
Ciò significa che, oltre a controllare il commercio mondiale, gli Stati Uniti importano notevoli quantità di merci e servizi a costi relativi molto bassi. L’euro ha iniziato a emergere come una seria minaccia per l’egemonia del dollaro e per il predominio economico statunitense. Il dollaro può anche prevalere in tutto l’emisfero occidentale, ma si scontra con l’euro nell’ex Unione Sovietica, in Asia Centrale, nell’Africa Sub-sahariana e in Medio Oriente. Nel novembre 2000m l’Iraq è stata la prima nazione dell’OPEC a vendere il proprio petrolio in cambio di euro. Da allora, il valore dell’euro è aumentato del 17% e il dollaro ha cominciato a calare. Un’importante ragione dell’invasione e dell’insediamento di un governo controllato dagli USA in Iraq è stata quella di costringere il paese a tornare agli scambi in dollari. Un altro motivo per l’invasione è scoraggiare altri slanci dell’OPEC verso l’euro, in particolare da parte dell’Iran, il secondo produttore dell’OPEC, che stava attivamente discutendo il passaggio all’euro per le esportazioni di petrolio.
A causa degli enormi deficit commerciali, si stima che il dollaro sia attualmente sopravvalutato di almeno il 40%. Viceversa, la zona dell’euro non ha enormi deficit, applica tassi d’interesse più elevati e possiede una quota crescente nel commercio internazionale. Via via che l’euro si rafforza e il suo uso si diffonde, il dollaro non sarà più l’unica scelta a livello mondiale. A quel punto, sarebbe più facile per altre nazioni esercitare la leva finanziaria contro gli Stati Uniti senza nuocere a se stesse o al sistema finanziario globale nel suo insieme.
Di fronte al declino della propria potenza economica internazionale, la superiorità militare è l’unico strumento rimasto agli USA per dominare il mondo. Sebbene il costo di tale controllo militare sia insostenibile, il giornalista William Clark sostiene che «uno dei piccoli sporchi segreti dell’ordinamento internazionale odierno è che il resto del globo potrebbe rovesciare gli Stati Uniti dalla loro posizione egemonica, se solo volessero, con l’abbandono concertato del regime monetario basato sul dollaro. Questo è il principale e ineluttabile tallone di Achille dell’America». Se a un certo punto il potere americano fosse percepito a livello mondiale come un peso maggiore di quanto lo siano i rischi di rovesciare l’ordine internazionale, i sistemi statunitensi di controllo potrebbero essere annullati e demoliti. Se gli USA agiscono contro l’opinione pubblica mondiale, come in Iraq, un consenso internazionale potrebbe marchiarli come «nazione canaglia».

Aggiornamento di William Clark
Soltanto il tempo ci dirà cosa accadrà dopo la guerra in Iraq e l’occupazione statunitense, ma spero che la mia ricerca possa contribuire alla documentazione storica e aiutare altri a comprendere una delle importanti quanto nascoste ragioni macroeconomiche del perché abbiamo conquistato l’Iraq.
L’amministrazione Bush/Cheney probabilmente crede che l’occupazione dell’Iraq e l’insediamento di una presenza militare statunitense ingente e permanente nella regione del Golfo Persico possa trattenere altri produttori dell’OPEC dal prendere anche solo in considerazione il passaggio dal dollaro all’euro nelle vendite di petrolio. Tuttavia, impiegare le forze armate per affermare l’egemonia del dollaro nelle transazioni relative al petrolio mi sembra una strategia piuttosto inadeguata e poco gestibile. Purtroppo, il Presidente Bush e i suoi consulenti neoconservatori hanno esacerbato i sentimenti «anti-americani» ricorrendo all’opzione militare in Iraq quando il problema è essenzialmente economico. La storia non potrà essere indulgente davanti a questo.
Nonostante i media statunitensi riferiscano il contrario, l’attuale ondata di «anti-americanismo globale» non è rivolta al popolo americano o ai valori americani, bensì contro l’ipocrisia dell’imperialismo americano militante. La politica estera dei neoconservatori potrebbe essere in procinto di creare, purtroppo, le basi per un’alleanza europeo-russa-cinese che contrasti l’imperialismo americano.
Sembra che gli squilibri strutturali nell’economia statunitense, unitamente alle politiche viziate dell’Amministrazione Bush in material fiscale ed economica e soprattutto all’aperto imperialismo in fatto di politica estera, possano finire per mettere a repentaglio l’attuale condizione del dollaro come valuta pregiata o valuta per le transazioni petrolifere, o quanto meno ridimensionarla significativamente nei prossimi uno o due anni. Nell’eventualità che la mia ipotesi si concretizzi, l’economia avrà bisogno di essere ristrutturata in qualche modo per affrontare la riduzione di uno di questi due vantaggi fondamentali. Ciò che serve è un incontro multilaterale delle nazioni del G8 per riformare il sistema monetario internazionale. Dato che le guerre future saranno probabilmente combattute per il petrolio e la valuta di scambio del petrolio, l’autore auspica che il sistema monetario globale sia riformato senza indugi. Una tale riforma comprenderebbe l’indicazione di dollaro ed euro come valute pregiate equivalenti a livello internazionale e poste all’interno di una fascia di cambio, nonché un duplice sistema monetario per le transazioni petrolifere con l’OPEC. Inoltre, le nazioni del G8 dovrebbero valutare la possibilità di una terza valuta pregiata riguardante un blocco yen/yuan per l’Asia Orientale. Un compromesso sulle questioni euro/petrolio mediante un trattato multilaterale, con un’introduzione graduale di un duplice sistema monetario per le transazioni con l’OPEC potrebbero ridurre al minimo il turbamento delle attività economiche negli USA. Anche se le riforme multilaterali proposte potrebbero ridurre la nostra capacità di finanziarie i nostri attuali massicci livelli di indebitamento e di mantenere una presenza militare globale, i benefici includerebbero un miglioramento della qualità della vita nostra e dei nostri figli riducendo l’animosità nei confronti degli USA e riducendo le nostre alleanze con i paesi dell’UE e di tutto il mondo. Avviare un’equilibrata politica fiscale interna e una riforma monetaria globale è, a lungo termine, nell’interesse degli Stati Uniti e necessario per l’economia globale. Possiamo inoltre sperare che le riforme monetarie proposte possano attenuare in futuro gli scontri armati o economici per il petrolio, favorendo infine un’economia globale più stabile, sicura e prospera nel XXI secolo.

Aggiornamento di Còilìn Nunan
Quando l’articolo è stato scritto, l’ipotesi che la mossa dell’Iraq di vendere petrolio in cambio di euro avesse qualcosa a che fare con la minaccia degli USA di muovere guerra a quel paese era soltanto teorica. Ed è tuttora teorica, ma si tratta di un’ipotesi che le successive azioni statunitensi hanno fatto ben poco per confutare: gli USA hanno invaso l’Iraq e assunto il governo del paese, e non appena il petrolio iracheno è stato nuovamente disponibile sul mercato, è stato anche annunciato che il pagamento sarebbe avvenuto esclusivamente in dollari.
Ma la storia non finisce qui: il deficit commerciale statunitense si sta ulteriormente allargando e il dollaro è in calo. Sempre più spesso, gli esportatori di petrolio parlano apertamente di vendere il loro prodotto in cambio di euro anziché di biglietti verdi. Mentre l’Indonesia ci sta soltanto pensando, il Primo Ministro della Malesia, Mahathir, ha incoraggiato caldamente l’industria petrolifera del suo paese a farlo, il che ha indotto il Commissario per l’Energia dell’Unione Europea, Lodola de Palacio, a dichiarare che già le sembrava di vedere l’euro al posto del dollaro come principale valuta per fissare il prezzo del petrolio.
Nel frattempo, l’Iran ha dato tutte le indicazioni necessarie per capire che sta per passare all’euro: ha emesso eurobond, ha convertito la proprie riserve di valuta estere da dollari in euro e intrattiene cordiali negoziati commerciali con l’UE.
Secondo un recente rapporto, ha persino iniziato a vendere il proprio petrolio all’Europa in cambio di euro e sta incoraggiando i clienti asiatici a pagare anch’essi con questa valuta. I discorsi degli USA su di un «cambiamento di regime» in Iran non dovrebbero essere visti alla luce di questi fatti? I media sembrerebbero pensare per lo più di no, dal momento che si è parlato ben poco della connessione euro-dollaro con la «guerra al terrorismo». La discussione, quale che sia stata, dovrà comunque allargarsi in futuro, poiché né quella per il dollaro e per l’economia statunitense, né la minaccia rappresentata dagli USA per la pace mondiale svaniranno molto presto.

www.disinformazione.it


 

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