FISICA/MENTE

 

http://www.lacaverna.it/documentazione/guerra/PHP1ZVI%20.htm 

Con Bush torna la guerra imperialista. E Israele si accoda

Quando i cannoni finalmente cominceranno a tuonare e il sangue a scorrere comincerà l'età dell'oro per tutto il Medioriente

data: 02 Marzo 2003
autore: ZVI SCHULDINER
autore: il manifesto

 

 

I segnali che vengono da Washington sono sempre più gravi: gli interessi imperiali che spingono il presidente Bush a una guerra criminale contro il popolo dell'Iraq sembrano impossibili da controllare e la regione intera soffrirà i risultati della «imposizione dall'esterno della democrazia». Forse negli ultimi anni sembrava impossibile, eppure la guerra imperialista ritorna nella sua espressione più cruda e violenta. Gli evidenti interessi economici a cui da sempre sono legati i Bush e loro soci, porta ora a un piano i cui risultati saranno pagati dai popoli della regione e dallo stesso popolo americano.

La demenziale demagogia della Casa bianca punta tutti i suoi argomenti nella figura del criminale Saddam Hussein e con questo contenta molti. Ma così facendo nasconde il prezzo della guerra: migliaia e forse decine di migliaia di iracheni innocenti pagheranno con la vita l'avventura di Bush. E il prezzo economico non sarà meno pesante, anche se l'industria degli armamenti americana e le grandi compagnie petrolifere aumenteranno i loro profitti.

Qualche americano tira già l'allarme. Non è che gli interessi molto del popolo iracheno ma sì del fatto che «la liberazione dell'Iraq» può costare fra i 90 e i 100 miliardi di dollari. E il generale Eric Shinseki, comandante in capo dell'esercito Usa, si lascia sfuggire un piccolo dettaglio quando presenta la sua testimonianza davanti al Congresso e dice che saranno necessari 100 mila soldati americani e alcune decine di migliaia di soldati alleati per mantenere l'occupazione dell'Iraq una volta «liberato».

La visione di Bush

Il visionario Bush non limita le sue folle visioni a Baghdad. Dice che qando i cannoni finalmente cominceranno a tuonare e il sangue a scorrere comincerà l'età dell'oro per tutto il Medioriente e la democrazia, una volta imposta all'Iraq, illuminerà con il suo esempio l'intera regione.

E anche di più: si scriverà la parola fine sullo stanco e noioso conflitto israelo-palestinese e si potrà raggiungere l'attesa e desiderata pace. E' un discorso che a Sharon piace tantissimo perchè sottintende che non è solo il dittatore Saddam Hussein che deve sparire dalla scena. ma tutti i dittatori. Quindi anche Arafat. E allora i palestinesi abbandoneranno la via del terrorismo e si potrà arrivare a convincere Israele a ritirarsi dai territori occupati e consentire l'insediamento di uno Stato di Palestina indipendente.

Nel linguaggio orwelliano di Bush la libertà e la democrazia saranno imposte con la forza grazie alla grande crociata americana. Il poliziotto globale del pianeta mostrerà a tutti coloro che pensino di uscire dalla retta via della decenza e della democrazia qual è il prezzo da pagare. I nuovi crociati non lasciano molto spazio per il libero arbitrio. Solo dittatori illuminati o amici della Cia e dei texani potranno continuare liberamente nei loro affari e crimini.

I poco riconoscenti americani fingono di dimenticare che negli anni `80 il buon Saddam ha reso loro grandi servigi. Donald Rumsfeld, l'attuale segretario della difesa, era l'intermediario dei negoziati con Saddam e l'allora positivo leader iracheno poté dare il suo valido contributo alla morte di un milione di persone, fungendo da freno all'incombente pericolo persiano, bombardando il suo stesso popolo, usando gad e armi chimiche contro i kurdi. Ma allora tutto andava bene perchè Saddam stava dalla parte dei Bene e dell'Occidente civilizzato. Erano quelli gli anni in cui cominciava a prestare i propri servigi agli americani un altro illustre anti-comunista che poi sarebbe uscito dal seminato: Osama bin Laden. Il buon Osama e i suoi uomini furono spediti a lottare per la democrazia contro il pericolo della ritannia rossa in Afghanistan. Erano anni felici e i servizi segreti israeliani lasciavano filtrare la versione che si stava costruendo un asse (del Bene) Baghdad-Cairo-Amman che avrebbe cambiato completamente il quadro della regione e che era probabile che il saggio Saddam sarebbe anche lui arrivato alla pace con Israele.

Israele e la guerra

Da un lato la minaccia di una possibile guerra in Iraq e delle possibili ripercussioni in Israele, qui da noi è parte della vita quotidiana. Non pochi israeliani vivono questo momento con grande angustia e si preparano al peggio. Non pochi si oppongono alla guerra. Dall'altro lato la leadership politica e militare israeliana appoggia con entusiasmo i piani americani dal momento che, come Bush, ritiene che questo aprirà un nuovo e felice capitolo nella regione. L'uscita di scena del tiranno Saddam sarà il preludio di quella del tiranno Arafat e in questo modo le pulsioni autistiche prevalgono e la leadership politica e militare israeliana va avanti con i suoi demenziali piani su una strada analoga a quella del presidente americano.

Una visione che si è rafforzata in questi giorni con la formazione del nuovo governo israeliano. Il premier Sharon continua nel suo appoggio al cosiddetto Piano Bush che prevede la creazione di uno Stato palestinese, alla fine del percorso. E non sono pochi quelli che ci credono. Ma un'occhiata un po' più attenta alle dichiarazioni di Sharon consente di capire che la quantità di condizioni poste rende impossibile qualsiasi negoziato di pace. Come è accaduto negli ultimi due anni, il governo israeliano farà tutto il possibile per mettere la parola fine alla leadership di Arafat, sapendo bene il valore simbolico che questo avrebbe per i palestinesi. Nella visione della destra israeliana la resa dei palestinesi è la precondizione essenziale per i negoziati di pace. In questo modo si potrà ripetere lo schema americano che «impone la democrazia all'Iraq». Qui da noi si imporrà la pace ai palestinesi. L'America e l'Europa potranno vaneggiare che il conflitto è finito quando qualche burattino si metta alla testa dell'Autorità palestinese o dell'ipotetico Stato di Palestina.

Questo Stato palestinese sarebbe una entà assai dubbia, politicamente subordinata a Israele e geograficamente tagliata dai numerosi insediamenti israeliani che in questi hanno continuato a fiorire.

Gli alleati di Sharon nel nuovo governo consentono di parlare di una coalizione neo-fascista. Il nuovo ministro del turismo, Beny Alon, è per l'espulsione «concordata» dei palestinesi, così come il messianico ministro militarista del Partito nazionale religioso, Efi Eitam. Al loro fianco si ritroveranno l'estremista Avigdor Liberman e tutto uno stormo di falchi del Likud. Oltre a cinque ministri del partito Shinui che ha centrato la sua campagna elettorale sulla difesa della classe media e sull'odio contro gli ebrei ultra-religiosi.

Basterà una scintilla durante la guerra contro il popolo iracheno perché gli estremisti israeliani prendano la palla al balzo per espellere decine di migliaia di palestinesi.

La crociata per portare la democrazia a Baghdad non può far dimenticare qualcosa che oggi è lasciato in secondo piano sui giornali: tre milioni di palestinesi chiusi in un'immensa galera dalla grande e sola democrazia del Medio oriente. Ogni giorno le loro case vengono distrutte, i loro campi rasi al suolo, i loro uomini, donne e bambini sono falciati dal fuoco «anti-terrorista» delle truppe israeliane impegnate su una incessante strada di odio, vendetta e castigo. Il nuovo governo in Israele scioglierà ancor di più le redini già molto blande che ancora frenano l'esercito israeliano. Un esercito che vive una delle sue ore più nere e tristi nella lunga storia di repressione nei Territori occupati.


 

Il caso uranio arriva alla Rice

Fu un suo uomo a fare pressioni sulla Cia http://www.lastampa.it/Speciali/iraqgate/articoli/art4asp.asp   19 luglio 2003

di Maurizio Molinari,
corrispondente da New York

Il caso-uranio arriva dentro l'ufficio di Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente George Bush. A coinvolgere quella da più parti definita la «donna più potente d'America» è stato l'agente della Cia Alan Foley, che ha affiancato il suo capo George Tenet nella deposizione di 4 ore e mezza resa mercoledì a porte chiuse davanti alla commissione intelligence del Senato che indaga sul sospetto che l'amministrazione abbia adoperato notizie false per spingere gli Stati Uniti alla guerra con l'Iraq. Il «Washington Post» ha rivelato ieri che Foley ha chiamato in causa Robert Joseph, assistente della Rice sui temi della lotta alla proliferazione delle armi di ricostruzione di massa. Sarebbe stato Joseph a chiedere di inserire nel discorso fatto da Bush al Congresso il 28 gennaio le sedici parole nelle quali si faceva riferimento all'intenzione irachena di acquistare uranio in un Paese africano.

Foley ha ricostruito la vicenda nei dettagli ed assomiglia ad una vera e propria trattativa. Fu Joseph a muovere la prima mossa telefonandogli, uno o due giorni prima del discorso di Bush, per chiedere di persona che la frase africana venisse inserita, con un esplicito riferimento al Niger ed alla quantità di uranio grezzo oggetto dell'interesse iracheno. Foley annotò la richiesta ma in una telefonata seguente si oppose a menzionare singoli Paesi o quantità di uranio specifiche. Joseph accettò le obiezioni, proponendo come soluzione un linguaggio più generico con un riferimento alla fonte - l'intelligence britannica - ed all'Africa come area di shopping iracheno sull'uranio. Foley era stato portato da Tenet di fronte al Senato proprio perché fu lui ad occuparsi della frase ma nella deposizione iniziale non aveva fatto il nome di Joseph, parlando vagamente di «una persona del Consiglio di sicurezza nazionale». Solo a seguito delle forti insistenze di alcuni senatori ha svelato di chi si trattasse. La vicenda mette in forte imbarazzo Condoleezza Rice - il cui ufficio è il più vicino a quello di Bush - che fino ad ora aveva sempre negato che lei o il suo team fossero stati a conoscenza di obiezioni della Cia all'inserimento di riferimenti all'uranio.

Il corto circuito fra la squadra della Rice e quella di Tenet conferma le indiscrezioni trapelate dal Congresso, di cui La Stampa ha riferito ieri, su una resa dei conti interna all'amministrazione attorno alla vicenda del Niger. Vi sono ulteriori due elementi in questo senso. Primo: il Dipartimento di Stato ha avvalorato l'idea di essere estraneo allo scandalo facendo sapere che dall'ottobre del 2002 era in possesso dei documenti falsi nigerini ma evitò di farli avere agli ispettori dell'Onu perché li riteneva di «dubbia autenticità». Secondo: l'ex ministro della Difesa, Caspar Weinberger, è sceso in campo con un editoriale sul «Wall Street Journal» difendendo il vicepresidente Dick Cheney dai sospetti e definendo una «campagna per discreditare il presidente» l'offensiva di indiscrezioni sull'uranio nigerino, puntando l'indice in particolare sull'ex diplomatico Joseph Wilson che con la sua denuncia sul «New York Times» diede fuoco alle polveri. Wilson sostenne di aver avvertito per iscritto nel 2002 la debolezza delle connection Niger-Iraq. «Wilson non ha mai scritto nessun rapporto, l'unica cosa che ha messo nero su bianco è stato un commento sul New York Times» è stata replica di Weinberger

 

 

http://www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2684 

Corriere della Sera 30/09/2003

di Caretto Ennio

Una ritorsione dietro il nome svelato di una agente?

Guerra di spie sull’Iraq. E Bush deve difendersi

 

WASHINGTON - Ritorna il «Nigergate», lo scandalo delle accuse della Casa Bianca contro l'Iraq (avrebbe cercato di procurarsi materiale nucleare nel Niger), poi rivelatesi false. E ritorna con un caso molto pericoloso per il presidente Bush. Simile a quello di David Kelly, lo scienziato inglese suicida, che fa tremare il premier Blair a Londra. La Casa Bianca è accusata di avere svelato ai media il nome di un’agente della Cia, Valerie Plame (un reato da codice penale), con il solo scopo di criticarne il marito, l'ex ambasciatore Joseph Wilson. Il quale, dopo una missione in Africa a gennaio per conto del servizio segreto, aveva smontato la pista nigerina (che invece la Casa Bianca aveva deciso di usare).

La Cia ha chiesto ora al ministero della Giustizia d’indagare, sostenendo che proprio per colpa di queste rivelazioni qualche spia all’estero in contatto con la Plame potrebbe essere stata scoperta o uccisa. I candidati democratici alla Casa Bianca cercano di sfruttare lo scandalo: Howard Dean chiede a Bush di dare prova «dell’onore e integrità promessi alle elezioni nel 2000». Ossia di denunciare e punire il colpevole, o i colpevoli.

I democratici sospettano che a dare il nome dell’agente alla stampa sia stato Karl Rove, il guru elettorale di Bush e il suo consigliere più influente in politica interna. E reclamano un’inchiesta indipendente di un procuratore speciale, sottolineando che il ministero della Giustizia, gestito dal falco John Ashcroft, non si è ancora mosso, e che Bush non intende interrogare i suoi collaboratori. Il fronte repubblicano ribatte che Rove è innocente - «il presidente sa che non è coinvolto nella vicenda», ha detto il portavoce Scott McClellan - e che le accuse sono comunque infondate. «Non so nulla di questo caso - ha assicurato il consigliere della Sicurezza Condoleezza Rice - ma vi assicuro che collaboreremo con la giustizia».

Il primo passo dovrebbe essere la pubblicazione delle telefonate fatte a stampa e tv, di cui però la Casa Bianca potrebbe rivendicare la riservatezza. Secondo lo storico della presidenza Usa, Stephen Hess, è improbabile che si ripeta un Watergate, che nel ’74 costrinse Nixon a dimettersi. Ma un altro candidato democratico, il generale Wesley Clark, osserva che «sarebbe grave se la Casa Bianca avesse compromesso la sicurezza nazionale per motivi politici». La vicenda rischia di polarizzare l'elettorato Usa: Bush ne è consapevole e ha promesso che «se qualcuno avesse sbagliato, lo licenzierei subito».

Il caso Valerie Plame è esploso con oltre due mesi di ritardo, nonostante gli sforzi di un senatore democratico, Charles Schumer, il collega dell’ex First lady Hillary a New York, di portarlo alla ribalta. Il 14 luglio, un noto columnist conservatore, Robert Novak, pubblicò su alcuni giornali, tra cui il Washington Post, il nome dell’agente Cia. Novak attribuì l’informazione a funzionari della Casa Bianca. Fu poi la moglie di un eminente critico della guerra dell'Iraq, l'ambasciatore Joseph Wilson, a scrivere e chiedersi se fosse solo un caso che il servizio segreto avesse mandato proprio lui nel Niger. Un’altra giornalista, Andrea Mitchell della tv Nbc, la moglie del governatore della Fed Alan Greenspan, confermò i sospetti di Wilson in un’intervista: la Casa bianca ha telefonato a alcuni giornalisti. L’ambasciatore protestò pubblicamente: «Se la contraddici, l’attuale Casa Bianca trascinerà la vostra famiglia nel fango».

Ieri, parlando alla Cnn, Novak ha fatto una parziale marcia indietro, affermando che Valerie Plame è una semplice analista della Cia e che nessuna spia è stata perduta dopo la pubblicazione del suo nome; che la signora aveva dato al marito informazioni riservate; e che la soffiata su di lei non gli era arrivata dalla Casa Bianca. Ha aggiunto che lo stesso Wilson ha escluso il coinvolgimento di Karl Rove nello scandalo. Ma il Washington Post si è chiesto se non abbia commesso un errore di valutazione a pubblicare la sua rubrica.

 

http://www.sistemanews.it/subject.asp?subjectnumber=147

23 gennaio 2004

Naomi Klein

Un anno di Imbrogli


E’ vietato pensare e guidare nello stesso momento, Questo è il messaggio spedito dall’Fbi a migliaia di agenti di polizia alla vigilia di Natale. L’allerta invitava i poliziotti a fermare gli automobilisti per infrazioni del codice stradale e ad approfondire le indagini su chi aveva con sé un annuario o un almanacco. Perché gli annuari? Perché sono pieni di fatti: dati demografici, previsioni meteorologiche, schemi di edifici. E secondo l’Fbi Intelligence Builetin i fatti sono armi pericolose nelle mani dei terroristi, che li possono usare come "ausili nella scelta dei bersagli e nella pianificazione pre-operativa". Ma in un mondo pieno di fatti e dati potenzialmente letali sembra immotivato scegliere i lettori di annuari come obiettivo per le vessazioni della polizia. Come evidenzia il direttore del World almanac and book of facts, "è il governo il nostro principale fornitore di informazioni". L’inserimento degli annuari nella lista nera è stata una fine adeguata per il 2003, un anno in cui è stata dichiarata una guerra aperta alla verità e ai fatti e in cui si sono celebrati falsi e imbrogli di ogni tipo. E stato l’anno in cui la falsificazione ha imperversato: false giustificazioni per la guerra, un falso presidente vestito da falso soldato che ha dichiarato una falsa fine delle ostilità e poi ha sollevato un falso tacchino. Una star dei film d’azione è diventata governatore e il governo ha cominciato a girare dei film d’azione, facendo recitare soldati reali come Jessica Lynch nel ruolo di falsi eroi di guerra e facendo vestire i giornalisti al seguito come falsi soldati. Persino Saddam Hussein ha avuto una parte nel grande spettacolo: ha recitato nel ruolo di se stesso catturato dai soldati americani. E il falso dell’anno, se si crede allo scozzese Sunday Herald e a molte altre agenzie di stampa, secondo cui era stato in realtà catturato dalle forze curde. Nel 2003 non abbiamo abbracciato solo la falsificazione e il raggiro, ma anche punito chi ha detto la verità. Il prezzo più alto l’ha pagato David Kelly, l’esperto di armi del governo britannico che si è ucciso dopo essere stato indicato come la fonte di un servizio della Bbc su come Londra ha reso più "attraenti" le prove sugli armamenti iracheni. Katharine Gun, dipendente dei servizi britannici, rischia fino a due anni di carcere per aver rivelato il progetto statunitense di spiare i diplomatici dell’Onu per influenzare il voto del Consiglio di sicurezza sull’Iraq. E negli Usa Joseph Wilson, che ha detto chiaramente che non ci sono prove dei presunti viaggi di Saddam in Africa per acquistare uranio, è stato punito per procura: la moglie, Valerie Plame, è stata smascherata come agente della Cia con una procedura illegale.

Se nel 2003 la verità non ha pagato, mentire certamente sì.

Chiedetelo a Rupert Murdoch. Secondo uno studio realizzato a ottobre, quando si tratta della guerra in Iraq i telespettatori della sua Fox News sono le persone più disinformate in America. L’80 per cento del pubblico di questo canale credeva che in Iraq fossero state trovate armi di distruzione di massa, che ci fossero le prove di un legame tra l’Iraq e al Qaeda o che l’opinione pubblica mondiale sostenesse la guerra.

Il 19 dicembre la Commissione federale sulle comunicazioni (Fcc) ha dato a Murdoch il diritto di acquistare la più grande emittente satellitare statunitense, DirectTv. Il voto dell’Fcc si è svolto cinque giorni prima del comunicato delI’Fbi sugli annuari, e i due episodi possono essere meglio compresi insieme: se i libri che ti riempiono il cervello di fatti fanno dite un potenziale terrorista, i magnati dei media che ti riempiono il cervello di fesserie sono invece degli eroi che meritano grandi ricompense. Quando Bush è entrato in carica molti credevano che la sua ignoranza sarebbe stata la sua rovina. Alla fine gli americani avrebbero capito: un presidente che si riferiva all’Africa come "una nazione" era incapace di comandare. E ora ci diciamo: se gli americani sapessero che gli hanno mentito, di certo si ribellerebbero. Ma non sono più convinta che l’America possa essere liberata solo con la verità, In molti casi sono prevalse versioni falsificate degli eventi anche quando la verità era facilmente disponibile. La vera Jessica Lynch - che ha raccontato: Nessuno mi ha picchiato, nessuno mi ha schiaffeggiato, nessuno, niente" - ha dimostrato che non c’era alcuna corrispondenza con la sua sosia creata dai giornalisti e dall’esercito, mostrata mentre viene presa a schiaffi dai crudeli carcerieri nel film dell’Nbc Saving Jessica Lynch. Anziché essere spodestato per il suo rapporto problematico sia con le verità più importanti sia con i fatti più elementari, Bush sta attivamente rifacendo l’America a immagine della sua ignoranza e doppiezza. Non solo va bene essere disinformati ma, come dimostra l’allarme sugli annuari, conoscere i fatti sta diventando rapidamente un crimine. 


 

18 gennaio 2004

Noam Chomsky

Tra Saddam e Wolfowitz

Chiunque si preoccupi un minimo dei diritti umani e della giustizia dovrebbe essere felice della cattura di Saddam Hussein, e dovrebbe aspettare con ansia che sia giudicato da un tribunale internazionale. Saddam dovrebbe essere processato per atrocità come l’eccidio dei curdi del 1988 ma anche, e soprattutto, per il massacro degli sciiti che avrebbero potuto rovesciare il suo regime nel 1991. All’epoca, Washington e i suoi alleati avevano "un’unanime convinzione: quali che fossero le sue colpe, il leader iracheno dava più garanzie di quelli che avevano subìto la sua repressione", scriveva Alan Cowell sul New York Times. Lo scorso dicembre, il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha reso pubblico un dossier sui crimini di Saddam che si riferiva quasi interamente al periodo in cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo sostenevano con decisione. Ovviamente il rapporto non citava questo sostegno. Questi comportamenti riflettono un difetto radicato nella nostra cultura. A volte viene chiamato "dottrina del cambiamento di corso" e gli Usa l’invocano ogni due o tre anni. La dottrina consiste nel dire: "Certo, in passato abbiamo commesso degli errori per ingenuità o superficialità. Ma ora è tutto cambiato, non perdiamo tempo a discutere di queste faccende noiose". E una dottrina disonesta e vigliacca, ma ha i suoi vantaggi: ci difende dal pericolo di capire cosa sta succedendo sotto i nostri occhi. Per esempio, il motivo dichiarato dall’amministrazione americana per entrare in guerra contro l’Iraq era quello di voler salvare il mondo da un tiranno che produceva armi di distruzione di massa e aveva rapporti con il terrorismo. Ora nessuno ci crede più. La nuova spiegazione è che abbiamo invaso l’Iraq per riportare la democrazia in quel paese e per democratizzare l’intero Medio Oriente. A volte la ripetizione di questa tesi raggiunge un livello di rapito entusiasmo. Il mese scorso, per esempio, il commentatore del Washington Post David Ignatius ha definito l’invasione dell’Iraq "la più idealistica delle guerre moderne". Ignatius è rimasto colpito da Paul Wolfowitz, "il più idealista dell’amministrazione Bush", descritto come un vero intellettuale "il cui cuore sanguina per l’oppressione del mondo arabo e sogna di liberarlo". Forse questo può aiutarci a capire la carriera di Wolfowitz. Quando era ambasciatore in Indonesia durante la presidenza Reagan, appoggiò il dittatore Suharto uno dei più brutali sterminatori del secolo. Come responsabile del dipartimento di stato per gli affari asiatici, Wolfowitz organizzò il sostegno a feroci dittatori come Chun, in Corea del Sud, e Marcos, nelle Filippine. Ma tutto ciò diventa irrilevante in base alla comoda dottrina del cambiamento di corso. Il cuore di Wolfowitz sanguina per le vittime dell’oppressione, e se la sua storia dimostra il contrario è solo acqua passata. Il capitolo più recente della carriera di Wolfowitz è il suo rapporto "Deterimination and findings" sui generosi appalti per la ricostruzione dell’Iraq, da cui sono stati esclusi tutti i paesi che hanno osato assumere la posizione della maggioranza dei loro cittadini. Wolfowitz ha giustificato la decisione "per motivi di sicurezza", motivi che non riusciamo a vedere. Ora le multinazionali americane Halliburton e Bechtel saranno libere di "competere" in Iraq con le vivaci democrazie dell’Uzbekistan e delle Isole Salomone, ma non con quelle dei paesi più industrializzati. L’elemento più importante è il fatto che il disprezzo per la democrazia mostrato da Washington è stato accompagnato da un coro di elogi per il suo desiderio di democrazia. Essere riusciti a ottenere un risultato del genere è un’impresa ammirevole, difficile perfino per uno stato totalitario. Gli iracheni conoscono bene il rapporto tra conquistatori e conquistati. Gli inglesi crearono l’Iraq a proprio beneficio. Era la politica delle "facciate arabe" creare regimi deboli possibilmente parlamentari, che in realtà consentissero agli inglesi di governare. Chi si sarebbe mai aspettato che gli Stati Uniti avrebbero permesso la nascita di uno stato indipendente iracheno, soprattutto ora che si sono riservati il diritto di creare basi militari permanenti nel cuore della regione che produce la maggiore parte del petrolio del mondo, e hanno imposto un regime economico che nessuno stato sovrano accetterebbe mai, mettendo il paese in mano a grandi aziende occidentali? Nel corso della storia, le azioni più indegne e vergognose sono state sempre accompagnate da dichiarazioni di nobili intenti, e dalla retorica della libertà. Se fossimo onesti, non potremmo che confermare il commento di Thomas Jefferson sulla situazione dei suoi tempi: "Non crediamo che Bonaparte abbia combattuto semplicemente per la libertà dei mari, più di quanto crediamo che l’Inghilterra stia combattendo per la libertà dell’umanità. L’obiettivo è sempre lo stesso: conquistare il potere, la ricchezza e le risorse di altri paesi".

Il regista americano Michael Moore

Grazie a Dio Saddam è tornato in mano agli americani! Dobbiamo essergli mancati. Non aveva certo un bell’aspetto! Ma almeno si è fatto un esame dentale gratuito, una cosa negata alla maggioranza dei cittadini statunitensi. Un tempo Saddam piaceva all’America. Anzi, lo adoravamo. Lo abbiamo finanziato. Lo abbiamo armato. Lo abbiamo aiutato a uccidere i soldati iraniani con il gas. Ma poi ha cominciato a fare i capricci. Ha invaso il Kuwait, una dittatura, e ha fatto quanto di più terribile si possa immaginare: ha minacciato una dittatura a noi ancora più cara, l’Arabia Saudita, con le sue enormi riserve di petrolio. I Bush e la famiglia reale saudita erano partner commerciali,. e lo sono ancora. Minacciando i loro interessi Saddam ha compiuto un vero e proprio sacrilegio. È da allora che la situazione è precipitata. Ma non è stato sempre così. Saddam era un nostro amico e alleato. Abbiamo sostenuto il suo regime. E non era la prima volta che aiutavamo un assassino. Ci è sempre piaciuto giocare al dottor Frankenstein. Abbiamo creato vari mostri -lo Scià di Persia, Somoza in Nicaragua, Pinochet in Cile - e poi ci siamo stupiti quando hanno cominciato a massacrare la gente Amavamo Saddam perché combatteva gli ayatollah. Gli abbiamo dato miliardi di dollari per comprare le armi. Armi di distruzione di massa. Sì, Saddam aveva le armi di distruzione di massa. E chi può saperlo meglio di noi, che gliele abbiamo fornite? Negli anni ottanta abbiamo incoraggiato le imprese statunitensi a fare affari con Saddam. È così che si è procurato gli agenti chimici e biologici necessari per produrre armi letali. Ecco la lista di alcune cose che gli abbiamo spedito (secondo un rapporto del senato statunitense del 1994): Bacillus anthracis, "che provoca l’antrace"; Ctostridium botulinum, "che provoca il botulino"; Histoplasina capsulatam, "che provoca gravi disturbi a polmoni, cervello, midollo spinale e cuore"; Brucella melitenzis, "un batterio che danneggia gli organi principali"; Clostridium Perfringens, "un batterio tossico che causa gravi malattie"; Clostridium tetani, "un’altra sostanza tossica". Ed ecco alcune delle grandi aziende statunitensi che hanno fatto affari con Saddam: At&t, Bechtel, Caterpillar, Dow Chemical, Dupont, Kodak, Hewlett-Packard e Ibm. Il buon vecchio Saddam ci stava talmente a cuore che gli abbiamo fornito le immagini satellitari per localizzare le truppe iraniane, anche se sapevamo che avrebbe usato le foto per spargere gas letali sui soldati. E noi zitti, perché era nostro amico. I nemici erano gli iraniani. E abbiamo ricompensato Saddam ristabilendo le relazioni diplomatiche con lui! Poi Saddam ha riservato lo stesso trattamento alla sua gente: i curdi. Penserete che a quel punto abbiamo preso le distanze da lui. Effettivamente il congresso ha chiesto l’approvazione di sanzioni economiche contro Saddam, mal’amministrazione Reagan le ha bocciate. Per nessun motivo avrebbe permesso a qualcuno di mettere i bastoni tra le ruote al vecchio amico Saddam. Eravamo davvero innamorati di questo Frankenstein che avevamo contribuito a creare. E invece, proprio come nella storia di Frankestein, Saddam è sfuggito al nostro controllo. Ha smesso di seguire gli ordini del suo creatore. Doveva essere fermato. Ma adesso che è tornato in cattività, forse avrà qualcosa da dire sui suoi creatori. Potremmo scoprire cose interessanti. Donald Rurnsfeld potrà abbozzare un sorriso e stringergli di nuovo la mano, come fece nel 1983. Forse non ci saremmo trovati in questa situazione se negli anni ottanta Rumsfeld, Bush e compagnia fossero stati un po’ meno entusiasti di questo simpatico mostro del deserto. Nel frattempo, qualcuno sa che fine ha fatto il nostro altro Frankenstein, quel tipo che l’11 settembre 2001 ha ucciso tremila persone? Sarà in una tana per topi? Tanti mostri in giro, poco tempo prima delle elezioni. Forza, candidati democratici. Smettetela di piagnucolare. Questi bastardi ci hanno mandato in guerra con una bugia. La violenza aumenta, il mondo arabo ci odia e nei prossimi anni pagheremo tutto questo di tasca nostra. Niente di quel che è accaduto nell’ultima settimana (o negli ultimi nove mesi) ha reso il mondo un posto più sicuro. Saddam non è mai stato un pericolo per la nostra sicurezza nazionale. L’unico pericolo è la nostra voglia di giocare al dottor Frankenstein. 


 

15 dicembre 2003

Il Tacchino sulla Luna

 Michael Moore, Alternet, Stati Uniti

Il regista di “Bowling a Colombine” prende in giro Bush e il suo teatrino di Baghdad

Caro signor Bush, sono passate più di due set­timane dalla sua visita a sorpresa in uno dei due paesi che lei attualmente governa, e devo dire che il cuore mi si scal­da ancora se ripenso a quel gesto. Però accidenti, la prossima volta mi porti con lei! Ho sentito dire che nel suo seguito c’era­no tredici signori della stampa e che uno solo scriveva per un giornale. Invece si è portato dietro cinque fotografi (al diavolo le parole, quel che conta sono le figure!), un paio di tizi delle agenzie e una troupe di Fox News. Poi, questo fine settimana ho letto sul giornale che quel grosso tacchino che lei reggeva a Baghdad... Be’, insomma, è venuto fuori che quel suo bel tacchinone i soldati non l’hanno mai mangiato! Anzi, non l’ha mangiato nessuno, perché era finto! Era un facsimile di tacchino, piazzato davanti alle telecamere per sembrare vero e commestibile. E va bene: questo è teatro. Ma allora, chi se ne frega se il tacchino era finto! L’in­tero viaggio era una sceneggiata costruita per sembrare una “notizia”. La finta glassa al miele spalmata sul tacchino del Thanksgiving non era poi molto diversa dalla finta glassa al miele che ricopre questa guerra. E il finto ripieno è un simbolo calzante del nostro paese di questi tempi. L’America adora farsi riempire di stron­zate, e lei lo sa bene! Ecco che significa essere in sintonia con il popolo che si governa! Un’altra buona idea è stata quella di ordinare ai giornalisti” che l’hanno seguita nel viaggio a Ba­ghdad di abbassare le tendine sull’aereo. Fra i si­gnori della stampa al seguito nessuno ha prote­ stato. Le tendine abbassate gli piacciono e gli pia­ce essere tenuti all’oscuro. Così è tutto più diver­tente. E quando gli ha ordinato di togliere le batterie dai cel­lulari perché non potessero chiamare nessuno, loro hanno ob­bedito disciplinati... be’, è stato un vero colpo di genio! Secon­do me, se gli avesse detto di mettersi le mani in testa e toccar­si il naso con la lingua, l’avrebbero fatto senza fiatare, perché la amano tanto. Quindi, se ha in mente qualche trovata a sorpresa per Na­tale, non dimentichi di invitarmi. Per esempio, la scorsa setti­mana ho sentito dire che vuole di nuovo spedire un uomo sul­la Luna. Ho pensato: “Preparate l’oca finta: il buon vecchio George ha deciso dove passare le feste!”. Del resto, come darle torto? Sono spariti quasi tre milioni di posti di lavoro, è spari­to un surplus di bilancio da 281 miliardi di dollari, e gli Stati Uniti sono impantanati in una guerra che non finirà mai... In queste condizioni, a chi non piacerebbe andare sulla Luna? Però stavolta si porti dietro tutta la stampa! Vogliamo ve­dere i giornalisti embedded sulla Luna: gli piacerà da morire! Gli ricorderà il ranch di Crawford, tanto più che sulla Luna si gioca benissimo a golf. Secondo me, lassù si divertirà tanto che non avrà più voglia di tornare indietro. In tal caso si porti an­che Dick Cheney: faccia finta che sia un esperimento medico o roba del genere. Parafrasando Neil Armstrong dopo lo sbar­co sulla Luna: “Un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gi­gantesco per ogni americano stufo marcio di tutte queste stronzate”.
  La Rabbia di Le Carré  

The Independent, Gran Bretagna  

Il nuovo romanzo di Le Carré nasce dalla disperazione? E’ normale per i buoni libri.  

Il titolo del nuovo romanzo di John Le Carré “Amici assoluti”, potrebbe sembrare il titolo di una sitcom te­levisiva. invece, assicura l’autore, è “un’opera di fantapoliti­ca” in cui una “giunta” neoconservatrice assume il controllo del­la politica americana. A chi gli chiedeva nel corso di un pro­gramma tv se nell’attuale clima politico sia ancora possibile scrivere “prosa ottimistica” Le Carré ha risposto di no, aggiun­gendo che a ispirare il suo nuovo libro sono state “la rabbia e una crescente disperazione per come stanno andando le cose”. Ma chi chiede ottimismo a Le Carré? I temi che noi lettori cer­chiamo nelle sue opere sono la cupezza monocroma, l’ideali­smo pietrificato e la lotta al tradimento. Insomma, contiamo sul suo pessimismo: un romanzo ottimistico di Le Carré sa­rebbe deludente. E poi, c’è posto per l’ottimismo nella lettera­tura? Dalla penna del visionario brasiliano Paulo Coelho per esempio trasudano storie edificanti sul bene. Nella loro devo­zione allo status quo, il thriller, il romanzo giallo e i sequel fan­tastici alla Tolkien sono generi ottimistici. Ma sia chiaro: nul­la di tutto ciò va confuso con la letteratura. Ormai anziano e rimbambito, Shakespeare scrisse quattro commedie fantastiche i cui personaggi tornano dal mondo dei morti. Ma era consapevole che la sua potenza si stava affievo­lendo, annebbiata da aneliti sentimentali. La verità è che nel­la letteratura alta non c’è posto per l’ottimismo. Chi scrive di politica non se ne sta certo seduto ad aspetta­re che un’epoca felice, fatta di piena occupazione e pace in Me­dio Oriente, venga a ispirare la sua penna. Semmai, i migliori scrittori fanno satira. Scrutano il cuore ipocrita di ogni gover­no e ci regalano opere come “La fattoria degli animali”, “Buio a mezzogiorno” e “Colori primari”. Dissezionano lo spirito del tem­po e sfornano libri come “Il falò delle vanità”. Non abbiamo dubbi che la “rabbia e la crescente disperazione”di Le Carré per il clima politico di oggi siano sincere. For­se però dovrebbe trarre qualche conforto dal fatto che gli at­tuali inquilini dello Studio ovale non sono solo un motivo di rammarico per gli ottimisti: sono un vero e proprio regalo agli autori satirici.


 

8 dicembre 2003

Sono Arrabbiato

Kenzaburo Oe, Libération, Francia

Il premio Nobel Kenzaburo Oe attacca la politica del Giappone sull’Iraq

Sono un vecchio arrabbiato, perché mi sento responsabile della situazione in cui si trova oggi il mio paese. Situazione che non mi piace affatto. Il primo ministro Koizumi è stato rieletto e si prepara a mandare dei soldati giapponesi in Iraq. Molti giornalisti fanno domande al nostro premier, e vedo che le sue risposte sono sempre ambigue. Dall’inizio della guerra, Koizumi sembra d’accordo con la politica del presidente americano George W. Bush: "La guerra è giusta", ripete. Francia e Germania hanno adottato posizioni contrarie. Niente di simile in Giappone. L’impressione è che, qualunque sia la situazione in Iraq, Tokyo agisca come se le sue decisioni fossero state suggerite in anticipo. Era scritto: il Giappone avrebbe mandato dei soldati in Iraq! In realtà la cosa era prevedibile fin dall’inizio della guerra. Da quando Koizumi ha deciso che il Giappone era "d’accordo con il presidente Bush" e "senza condizioni". Il mio paese obbedisce. Ecco perché sono arrabbiato, Ecco perché lo sono da sempre. Inviare dei soldati giapponesi in Iraq è una decisione particolare. La maggioranza dei paesi del mondo si è espressa contro la guerra. Sembra che il nostro primo ministro sia l’unico a mancare, su questo punto, di senso di responsabilità. Lui è completamente d’accordo con la politica degli Stati Uniti. E la maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali del Sol levante non è in grado di contraddirlo. Alle ultime elezioni, i partiti di sinistra contrari alla guerra hanno perso metà dei loro seggi. Perché? Perché nel nostro paese non esiste più una forza critica. Il primo ministro può ormai agire liberamente. Siccome non critica mai il presidente americano, Bush può fare ciò che vuole con il nostro paese. Possiamo dire che, dalla fine della seconda guerra mondiale, più di cinquant’anni fa, il Giappone non si era mai dimostrato così obbediente. Dopo la guerra, la democrazia è stata importata dalla migliore delle democrazie, gli Stati Uniti, A quel punto il mio paese è diventato a sua volta democratico. E i giapponesi sono stati influenzati dalla cultura popolare americana, dal suo cinema e dalla sua musica. Non c’è niente di male in questo: non abbiamo comunque perso la nostra identità. Ma osservo che, in precedenza, gli intellettuali giapponesi erano innanzitutto molto influenzati dall’Europa. Il mio professore Kazuo Watanabe era lo specialista nazionale di Rabelais e dell’umanesimo francese. È stato lui a rendere popolare da noi la parola "tolleranza". Voleva che i "nuovi giapponesi" fossero tolleranti. Un altro intellettuale, Masao Maruyama, si è chiesto quale avrebbe potuto essere la nuova identità del paese dopo gli anni dell’imperialismo in Asia. Ha creato per il Giappone l’idea di "comunità di pentimento". All’epoca Masao Maruyama era contrario alla guerra di aggressione nipponica contro gli altri paesi asiatici. Quando mi hanno consegnato il premio Nobel per la letteratura, nel 1994, la commissione svedese ha detto che io scrivevo "per esorcizzare un demone". Sposo in pieno quest’espressione. Lo scrittore è come un marabù africano che esorcizza i demoni, Se c’è un male contro il quale dobbiamo impegnarci è quello della violenza. Oggi esistono due grandi violenze: l’arma nucleare e il terrorismo internazionale. Quale dev’essere il ruolo del Giappone in Iraq? Deve innanzitutto fornire un aiuto alimentare e sanitario alla popolazione irachena e l’assistenza ai bambini. Il nostro paese può anche aumentare il suo contributo finanziario. La guerra che George W. Bush ha deciso di scatenare in Iraq è stata un errore, a cui non bisogna collaborare. Il primo ministro Koizumi pensa di lottare contro il terrorismo mandando in Iraq dei soldati giapponesi. Si sbaglia. Questo è più il compito degli Stati Uniti e rientra nella loro competenza. Koizumi al contrario deve adottare un atteggiamento critico. E fornire all’Iraq un aiuto esclusivamente umanitario. Kenzaburo Oe è uno scrittore giapponese, premio Nobel per la letteratura nel 1994. Molti suoi libri sono stati pubblicati i in Italia. L’u1timo è Gli anni della nostalgia (Garzanti Libri. 2001).


 

3 dicembre 2003

L’Afghanistan abbandonato

El Pais, Spagna

Poche truppe e pochi mezzi: il paese rischia di nuovo il caos e la guerra

L’Afghanistan è uno stato solo di nome. Da una parte c’è Kabul, la roccaforte del presidente Hamid Karzai, protetta dalle truppe internazionali, e dall’altra c’è il resto del paese, dominio dei brutali e corrotti signori della guerra. che fondano il loro potere sulle milizie o sulle tribù che riescono a tenere unite. Annullare l’abisso tra la capitale e il resto del paese, dove vive la maggior parte dei 20-25 milioni di afgani, è fondamentale se si vuole fare dell’Afghanistan un vero stato. Finora Karzai non è riuscito a estendere il suo potere oltre Kabul, cosa che non sorprende considerando il numero ridicolo di soldati messi a sua disposizione dall’Onu (seimila). Il precario governo afgano spera che la nuova costituzione, la cui bozza verrà discussa il prossimo mese da un’assemblea di notabili, aiuterà a stabilizzare il paese. Ma per il momento è solo un pio desiderio. A due anni dalla caduta dei taliban, il paese è un luogo inquietante quanto lo era allora. Secondo l’Onu è aumentata la coltivazione dell’oppio e non esiste neanche un embrione di esercito; mezza dozzina di etnie sono in competizione tra loro e un quarto dei bambini non raggiunge l’età di cinque anni. Il vuoto di sicurezza è totale, ed eserciti medievali, come i taliban e i loro soci di al Qaeda, cominciano a raggrupparsi approfittando di un territorio senza legge. La Banca mondiale calcola che nei prossimi dieci anni l’Afghanistan avrà bisogno di una cifra che va dai dieci e venti miliardi di dollari, ma il senato degli Stati Uniti ha approvato la concessione per solo un miliardo e 200 milioni. Far uscire questo paese dal suo cronico destino di miseria, smembramenti e guerre è un compito più arduo di quanto Bush avesse previsto quando lanciò l’assalto ai taliban. Anche qui la Casa Bianca ha commesso degli errori spettacolari: dall’invio iniziale di pochi soldati alla sua prematura dichiarazione di vittoria, smentita dai fatti, fino al non aver mandato una forza multinazionale capace di consolidare il governo di Kabul. Senza un deciso appoggio internazionale fiumi di denaro e un aumento delle truppe, l’Afghanistan non sarà mai un vero stato, e tanto meno uno stato democratico Ma e probabile che presto gli Stati Umti e i loro alleati abbandoneranno di nuovo questo paese al proprio destino.


 

11 settembre: troppi silenzi

The New Republic, Stati Uniti

Nel dicembre scorso gli avversari del presidente Bush hanno criticato la nomina di Tom Kean, ex governatore repubblicano del New Jersey e uomo dai modi garbati, a capo della commissione d’indagine sugli attentati dell’11 settembre. Sostenevano che Kean sarebbe stato troppo ossequioso verso l’amministrazione. Quando però la Casa Bianca ha opposto resistenza a trasmettere alla commissione informazioni importanti sugli attentati, Kean si è arrabbiato e a fine ottobre, furente, ha dichiarato: "Non intendo tollerare una cosa del genere. Dobbiamo vedere tutto ciò che riguarda l’11 settembre: di qualsiasi cosa si trarti. Da settimane Kean accusa l’esecutivo di aver adottato la tattica del muro di gomma, e lascia intendere che l’amministrazione è intenzionata a non prorogare il mandato della commissione, che scade in maggio. Kean non è solo: alle sue proteste fanno eco anche altri esponenti repubblicani della commissione. La situazione è seria, visto che il compito istituzionale della commissione è stabilire come abbiano potuto verificarsi gli attentati e fornire suggerimenti su come impedirne di nuovi. La scarsa collaborazione da parte della Casa Bianca è sempre un fatto inquietante, ma un elemento appare particolarmente preoccupante. Non si sa infatti se i membri della commissione avranno accesso alle informative quotidiane sulla sicurezza presentate al presidente nelle settimane precedenti l’11 settembre. Le informative sono molto importanti alla luce delle rivelazioni emerse: pare che almeno una contenesse indicazioni secondo cui al Qaeda stava pianificando il dirottamento di aerei di linea statunitensi. Pertanto, analizzare questi rapporti potrebbe essere utile alla commissione proprio per avanzare suggerimenti sul modo di fissare con più efficacia, in futuro, le priorità di questo tipo di documenti. Ma la Casa Bianca impedisce alla commissione di prenderne visione. L’amministrazione sostiene che contengono informazioni delicate che, se rese di pubblico dominio, potrebbero pregiudicare la sicurezza nazionale; ma anche la mancata comprensione degli attentati pregiudica la sicurezza. Per giunta, non c’è motivo di temere che un organismo formato da statisti esperti divulghi informazioni riservate: la commissione d’indagine si è formalmente impegnata a proteggerle con la massima cura. L’altra argomentazione usata dalla Casa Bianca è che rendere pubblici i rapporti sulla sicurezza di quel periodo rischia di distorcere quelli futuri. Si sostiene cioè che i funzionari governativi. se avessero motivo di ritenere che un giorno le informative saranno divulgate, potrebbero essere indotti ad "aggiustare" i loro rapporti: in parole povere, a pararsi il culo. Lo stesso argomento è stato ripetuto più volte dall’amministrazione Bush per proteggere i documenti interni di natura "deliberativa". Questi riguardano vari argomenti delicati, tra cui le riunioni segrete tenute da Dick Chenev sulla politica energetica americana.Questo argomento può essere valido sul piano teorico, ma è indiscutibilmente meno urgente della necessità di spiegare fino in fondo i catastrofici attacchi terroristici e impedirne di nuovi. Per giunta, la tendenza della Casa Bianca a invocarlo solo nei casi in cui l’amministrazione ha forse qualcosa da nascondere è alquanto sospetta. Specie quando si considera che nessuno si è opposto a che fossero mostrati a Bob Woodward, quando preparava il suo volume agiografico Bush at war. centinaia di documenti segreti del consiglio per la sicurezza nazionale contenenti molte informazioni "deliberative". Un’altra ragione per diffidare delle motivazioni presentate dalla Casa Bianca è la sua palese e odiosa ostilità nei confronti della commissione. Per mesi, dopo l’11 settembre, la Casa Bianca e i suoi alleati in congresso hanno impedito la costituzione di una commissione indipendente. Nell’ottobre scorso, intervistati dal New York Times, John McCain e Joe Lieberman hanno addirittura accusato l’amministrazione di "sabotare deliberatamente" i loro sforzi per avviare un’indagine indipendente sugli attentati dell’11 settembre. Il presidente ha dovuto cedere alle pressioni dei superstiti e ha accettato la creazione di una commissione. Ma poi, nella finanziaria di quest’anno, non ha previsto i finanziamenti necessari, costringendo così il congresso ad andare ancora una volta in soccorso della commissione. La rozza tattica adottata dalla Casa Bianca appare alquanto autolesionista. Visto che il congresso è in grado di prorogare il mandato della commissione, ogni ritardo non farà che rinviare qualsiasi possibile rivelazione imbarazzante a un’epoca più vicina alle elezioni del 2004. Bush si renderà certamente conto che, politicamente, dare all’opinione pubblica l’impressione di coprire qualche malefatta lo danneggia ben più del consegnare ai commissari qualche rapporto dell’intelligence. A meno che, naturalmente, non abbia davvero qualcosa di scandaloso da nascondere.


 

4 novembre 2003

Noam Chomsky

Gli errori di Bush

Di fronte al fallimento dell’occupazione militare dell’Iraq, gli Stati Uniti hanno chiesto alle Nazioni Unite di accollarsi una parte dei costi. La risoluzione presentata da Usa e Gran Bretagna è stata adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu all’unanimità, ma non senza ambiguità. Cina, Francia e Russia, membri permanenti del Consiglio, si sono opposte alla risoluzione e non invieranno truppe o soldi; ma con Germania, Pakistan e altri paesi hanno ceduto alle pressioni americane perché ci fosse una simbolica unità. Restano forti divisioni, specie su quando restituire il potere agli iracheni. Questa diversità di reazioni alla risoluzione rispecchia tutta la storia della prepotenza di Washington verso la comunità internazionale e le Nazioni Unite. La guerra in Iraq è andata avanti senza l’Onu. Washington ha agito in linea con la strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush del settembre 2002, che afferma il diritto degli Usa a usare la forza (unilateralmente, se occorre) contro chiunque sia considerato un nemico. Questa strategia ha suscitato preoccupazioni e timori in tutto il mondo: è stata letta come una versione pericolosa della massima di Tucidide secondo cui "le grandi nazioni fanno ciò che vogliono, le piccole accettano ciò che sono costrette ad accettare. Ogni volta che l’Onu non si presta ad essere lo strumento di Washington, gli Usa l’abbandonano: fin dagli anni sessanta gli Usa hanno il record assoluto dei veti al Consiglio di sicurezza. persino contro quelle risoluzioni che esortano gli stati a osservare il diritto internazionale. Seconda in classifica è la Gran Bretagna, seguita a grande distanza da Francia e Russia. Washington grazie al suo enorme potere riesce spesso a indebolire le risoluzioni con cui non è d’accordo o a escludere dall’ordine del giorno problemi cruciali. In America l’uso del potere di veto viene ignorato o minimizzato: oppure è sbandierate come posizione di principio da parte di un’amministrazione costretta a stare in trincea. Ma non è mai interpretato per ciò che veramente è: un’erosione della legittimità e della credibilità dell’Onu. Durante tutto il dibattito alle nazioni Unite sull’Iraq, Washington ha insistito sul suo diritto di agire unilateralmente. Il 6 marzo, in occasione di una conferenza stampa, il presidente Bush ha dichiarato: "Quando è in ballo la nostra sicurezza, non ci serve il permesso di nessuno". Pertanto, le ispezioni delle Nazioni Unite e le decisioni del Consiglio di sicurezza sono state una farsa. Gli Stati Uniti avrebbero imposto un nuovo regime amico in Iraq anche se Saddam Hussein avesse ceduto a tutte le loro richieste: anzi anche se lui e i suoi familiari avessero lasciato il paese, come disse Bush al vertice delle Azzorre alla vigilia dell’invasione. Visto che l’esercito di occupazione non riesce a trovare le armi di distruzione di massa in Iraq, l’amministrazione ha cambiato posizione, sostenendo che gli Stati Uniti possono agire contro qualsiasi paese abbia anche solo l’intenzione di fabbricare queste armi. La giustificazione del ricorso alla forza è sempre più debole, perché i motivi che dovevano far accettare l’invasione dell’Iraq sono venute a mancare. Oggi la questione fondamentale è ancora chi governa l’Iraq. Pochi credono davvero che gli Usa vi insedieranno un governo realmente indipendente. L’opinione pubblica mondiale è energicamente favorevole a che le Nazioni Unite prendano in mano la situazione. E così anche l’opinione pubblica statunitense, secondo alcuni sondaggi dell’università del Maryland. Quanto all’opinione pubblica irachena, è difficile giudicare. Ma da un sondaggio condotto recentemente dalla Gallup a Baghdad è emerso che la figura straniera con il maggior gradimento è il presidente francese Jaques Chirac, che è stato il leader che più ha criticato l’invasione. Malgrado tutte le giustificazioni e i pretesti adottati, un principio resta saldo: gli Stati Uniti devono controllare l’Iraq, se possibile con una qualche democrazia. Le linee di fondo del pensiero americano nello schema organizzativo della cosiddetta "Amministrazione civile dell’Iraq del dopoguerra". Sono 16 caselle, ciascuna delle quali contiene un nome e la descrizione della carica che gli compete: da quella in cima alla piramide, in cui c’è il nome dell’inviato presidenziale Paul Bremer, fino alle più basse. Si contano sette generali; il resto è costituito da funzionari del governo americano. In fondo c’è una diciassettesima casella, grande circa un terzo delle altre, che non contiene nomi né titoli né funzioni. C’è scritto semplicemente "consulenti ministeriali iracheni". Bush ha chiesto di condividere i costi del dopoguerra, ma non il potere. Chi decide deve essere Washington, non le Nazioni Unite né il popolo iracheno.


 

30 ottobre 2003

PAUL KENNEDY
BEATA IGNORANZA

Un’équipe di esperti in sondaggi dell’università del Meryland studia da anni l’atteggiamento degli statunitensi verso la politica estera, e analizza il loro modo di vedere la situazione internazionale. Da sempre questi rilevamenti sono molto interessanti. E più che mai lo è il recentissimo studio intitolato Pipa-Program on International Policy Attitudes. Perché? Perché gli studiosi hanno analizzato molti sondaggi per stabilire una correlazione fra l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso la guerra in Iraq e le fonti d’informazione. Il rapporto su questi sondaggi ci dà quindi un quadro esatto dei nostri media (stampa. radio e tv), e al tempo stesso dell’atteggiamento degli americani. I risultati sono sorprendenti e inquietanti per chiunque voglia che l’America sia una democrazia forte e informata. Per cominciare, il sondaggio si concentra su tre dei principali errori ancora diffusi tra gli americani (le inchieste sono state effettuate tra giugno e settembre). Le tre convinzioni errate sono: 1) Che siano state trovate prove dei rapporti fra l’Iraq e al Qaeda; 2) Che in Iraq siano state scoperte armi di distruzione di massa; 3) Che l’opinione pubblica mondiale abbia approvato l’invasione statunitense. Tutte e tre le tesi sono infondate fino al grottesco, eppure ancora il mese scorso il 48 per cento dei cittadini americani interpellati credeva alla prima. il 22 per cento alla seconda e il 25 per cento alla terza. Com’è possibile? Be’ dicono quelli del Pipa, la spiegazione più probabile di questi errori grossolani sta nelle fonti d’informazione usate dagli intervistati. E allora. che cos’hanno fatto i nostri geniali statistici? Hanno estratto dal campione le persone che avevano fatto più errori e quelle che ne avevano fatti meno, e hanno chiesto loro di indicare le fonti da cui prendono le informazioni: per esempio le grandi reti televisive, la National public radio (Npr)o il Public broadcasting service (Pbs), e i giornali. E qui è il caso di dire: "Beata ignoranza". Tra gli americani ben informati, che sapevano che tutte e tre le affermazioni erano false (o almeno non dimostrate), solo il 23 per cento era favorevole alla guerra. Fra quanti condividevano uno dei tre "errori" era per la guerra il 53 per cento. Fra quanti credevano a due lei tre "errori", i favorevoli all’intervento armato erano il 78 percento. Infine, fra coloro che credevano a tutte e tre le false affermazioni, i favorevoli alla guerra raggiungevano un sorprendente 86 per cento. Ma è davvero stupefacente? Be, se uno è convinto che l’Iraq e ai Qaeda siano alleati, che si siano trovate le armi di distruzione di massa, e che l’opinione pubblica mondiale sia cori gli Usa, perché non dovrebbe aderire alla chiamata alle armi del presidente? Ma l’aspetto più inquietante degli esiti del sondaggio è la correlazione con le fonti di notizie. Gli americani che prendono le notizie dalla carta stampata o dalla Npr o dalla Pbs sono di gran lunga i meno inclini ad abboccare alle mistificazioni. Secondi in classifica, ma con un certo distacco, gli spettatori della Nbc e della Cnn. Fra gli spettatori dell’ Abs e della Cbs quelli che sbagliano sono molto più numerosi degli altri. Ma il primato spetta a Fox News. Secondo i sondaggi, addirittura l’80 percento di quelli che si erano informati sulla guerra guardando la Fox credevano ad almeno una, e in molti casi a più d’una di quelle tesi errate. Su questo punto il rapporto del Pipa si esprime con molta cautela, ma la sintesi è chiara: "Coloro che attingono le informazioni prevalentemente da Fox News sono notevolmente più inclini ad avere concezioni errate: molto meno chi ascolta soprattutto la Npr o guarda la Pbs... Per giunta i sostenitori del presidente Bush e i repubblicani sono più soggetti a errori di comprensione". Tutto ciò non è difficile da interpretare: gli americani che ascoltano la Npr o guardano la Pbs sono più istruiti e meno provinciali di quelli che guardano Fox News. Ma si potrebbe andare anche oltre. Durante le settimane di guerra molti americani, diffidenti per il nazionalismo spaccone dei telegiornali, hanno cambiato canale sintonizzandosi sul World Service della Bbc, o visitando i siti del Financial Times, del Guardian o di Le Monde. Solo i quotidiani nazionali statunitensi hanno continuato a fare un buon lavoro. Insomma, la lezione è: se leggi o guardi certi mezzi di informazione, ecco cosa ti succede. Se scegli di guardare Fox News o di leggere il New York Post, dichiari il tuo livello culturale, cioè dici che sei diverso da chi ascolta la Npr o legge l’Economist. Ma il rapporto del Pipa va oltre: chi s’informa da queste fonti dice qualcosa, consapevolmente o no, anche sulle sue posizioni ideologiche. Di solito è conservatore. Di solito è un nazionalista acritico. E ha idee infondate su ciò che succede nel mondo. Cioè ha più probabilità di sbagliarsi. E’ questo il retaggio che i mass media conservatori degli Stati Uniti vogliono lasciare al popolo americano e al mondo, all’inizio di questo secolo travagliato? Forse il detto: "Dove l’ignoranza è gioia, è una follia essere saggi" deve essere corretto. E’ un ignoranza che ci e già costata molto, e in futuro ci costerà ancora di più. 

 

Iraq: falsità USA sulla compravendita di uranio nigeriano

http://us.oneworld.net/article/view/63349/1/ 

Sulla campagna americana di intervento armato in Iraq si profilano ulteriori ombre. Il capo della Cia, George Tenent, è stato ascoltato per cinque ore da una commissione del senato che si occupa delle dichiarazioni false contenute nell'ultimo discorso del presidente Bush sullo stato dell'Unione. Tenet si è assunto la responsabilità per l'accaduto, ma ha dichiarato di essere venuto a conoscenza delle frasi incriminate solo dopo il discorso. Il 28 gennaio Bush aveva detto che "Saddam Hussein era entrato in possesso di significative quantità di uranio africano" accelerando così la campagna militare contro l'Iraq.

La conferma dell'inattendibilità dei documenti è giunta nel corso di un'intervista televisiva a Colin Powell e Condoleeza Rice, in seguito alla dichiarazione di venerdì 4 luglio del portavoce dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) Mohammed El Baradei che, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aveva dichiarato falsa la documentazione.

I falsi, di provenienza britannica, furono alla base del discorso sullo Stato dell'Unione tenuto da George W. Bush nel gennaio scorso, durante il quale, alla vigilia dell'attacco all'Iraq, dichiarò: "Il governo britannico ha appreso che Saddam Hussein recentemente ha cercato di acquistare quantità significative di uranio in Africa".

La Cia aveva già informato dell'inattendibilità delle fonti di Bush. Nel febbraio 2002, l'ex ambasciatore americano Joseph Wilson, venne incaricato proprio dalla Cia di indagare sui possibili rapporti tra Niger e Iraq riguardo la presunta compravendita dell'uranio. Wilson non trovò nulla, ma la Casa Bianca sembrò non considerare la relazione del delegato e nell'ottobre 2002 inviò un'informativa all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) che segnalava la compravendita. Lo stesso Wilson si sorprese quando in gennaio Bush la "rivelò" pubblicamente.

In una dichiarazione dell'ufficio del portavoce del Dipartimento di Stato americano, datata 14 marzo 2003, si legge: "Abbiamo disposto che i documenti in questione venissero inviati all'AIEA per ottenere una loro analisi e interpretazione". Tuttavia la dichiarazione non sembra soddisfare i detrattori del presidente. Il partito democratico ha infatti richiesto una commissione d'inchiesta.

Resta dubbio il ruolo dell'Italia nell'intera faccenda. Sul cominciare della prima guerra del Golfo, un informatore dei Servizi Segreti Militari Italiani (SISMI) aveva denunciato la ricerca da parte degli iracheni di un poligono di tiro in Mauritania sufficientemente vasto da pemettere di testare missili a lunga gittata. In quell'occasione cominciò a diffondersi la voce che Saddam stesse cercando di acquisire uranio dal Niger.

E sempre sul caso Iraq, forte è la denuncia di Legambiente che accusa la missione italiana in Iraq che secondo il decreto 4154 è finanziata coi soldi destinati alle popolazioni colpite da calamità naturali.

Certa invece la presenza in tutto il territorio iracheno di uranio impoverito diffuso con il lancio di proiettili americani: a rivelarne presenza e rischi è un dell'United nations enviroment programme.

Fonti: Megachip, Washington Post, The Guardian, Lebambiente.

 

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/07-Febbraio-2004/art16.html 

«Le indagini ai reporter»


La Commissione nominata dal presidente Bush è formata da membri dell'establishment, che non metteranno mai sotto accusa l'Amministrazione. L'unica possibilità per svelare le menzogne della Casa bianca è affidare l'indagine a giornalisti indipendenti
CHALMERS JOHNSON


E così adesso l'amministrazione Bush - sottoposta a forte pressione dalle persone sdegnate del fatto che abbiamo invaso l'Iraq non solo senza l'approvazione dell'Onu, ma sulla base di un falsi rapporti di intelligence secondo cui Saddam Hussein avrebbe avuto le «armi di distruzioni di massa» - ha deciso di indagare su se stessa. Per questo importante compito essa propone una commissione di ex ufficiali della Cia ed ex membri del Congresso «esperti di intelligence». Naturalmente, se questa amministrazione riuscirà a fare a modo proprio, i risultati dell'inchiesta non saranno resi pubblici se non dopo le elezioni di novembre.

L'intera operazione sa di «insabbiamento» ed è degna di fiducia più o meno come se si chiedesse di indagare su se stessi ai dirigenti Enron. Un gruppo di uomini profondamente «protettivi» nei confronti degli ex colleghi, degli amici e dei contatti che hanno a Washington, senza dubbio ci diranno al momento opportuno che l'intelligence Usa sull'Iraq è stata «esile» (al tempo della guerra erano passati due anni da una «valutazione nazionale di intelligence» sull'Iraq.) La colpa dell'ormai famosa falsa informativa sulla partita di uranio acquistata dal Niger sarà scaricata sull'inglese MI6, l'equivalente della nostra Cia. Le vere ragioni per le quali il rapporto dell'ex ambasciatore Joseph Wilson in persona sull'uranio del Niger è stato ignorato e la moglie di Wilson, che lavorava per la Cia è stata successivamente allontanata saranno convenientemente dimenticate. La vera storia di come e perché l'amministrazione Bush ha mosso guerra all'Iraq si perderà in un miasma di parole e, senza dubbio, in uno sterminato rapporto della commissione con appendici altrettanto sterminate, alcune delle quali sicuramente saranno dichiarate top secret e sottratte all'opinione pubblica. Nessuno verrà ritenuto direttamente responsabile (proprio come Robert McNamara, adesso, incolpa «la nebbia della guerra» e non se stesso per i fallimenti della politica americana in Vietnam).

Consentitemi di fare una proposta. Se davvero vuole scoprire che cosa è andato storto nella nostra attività di intelligence sull'Iraq prima della guerra, l'amministrazione Bush dovrebbe nominare una commissione formata da reporter investigativi di prima classe, compresi innanzitutto Seymour Hersh della rivista New Yorker e James Fallows di Atlantic Monthly. Per la verità, questi due giornalisti ci hanno già detto in modo estremamente dettagliato cosa è veramente successo dentro l'amministrazione Bush. In molti dei suoi articoli per il New Yorker, ma in particolare in «The Stovepipe» (pubblicato nel numero del 27 ottobre 2003), Hersh descrive come una cricca favorevole alla guerra interna all'amministrazione - il sottosegretario della difesa Paul Wolfowitz, il vicepresidente Richard Cheney, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, ed altri - si mise a selezionare le notizie di intelligence funzionali ai suoi piani, concepiti precedentemente, per la guerra all'Iraq.

In un articolo altrettanto ben documentato uscito nel numero di gennaio/febbraio 2004 dell'Atlantic, James Fallows si chiede perché dopo l'invasione Usa in Iraq tante cose siano andate così malamente. Perché i saccheggi? Perché i continui attacchi da parte della guerriglia? Perché non si è riusciti a portare la massa della popolazione dalla nostra parte, anche dopo la cattura di Saddam Hussein? La risposta di Fallows è che gran parte di quanto poi è andato storto era stato previsto da tempo dalle organizzazioni non governative che cercarono di lavorare con il Pentagono ma i cui consigli furono volutamente ignorati.

Forse, per quanto riguarda l'intelligence, la scoperta più stupefacente fatta da Fallows concerne Sam Gardiner, un ex colonnello dell'Air Force che per anni ha insegnato al National War College e che ha redatto una «valutazione» su come si sarebbe presentata la situazione in Iraq dopo un attacco Usa riuscito. Non solo le previsioni di Gardiner riguardanti l'infrastruttura si stanno dimostrando terribilmente accurate, ma il suo rapporto fu compilato interamente sulla base di informazioni liberamente disponibili su internet. Non c'è stato alcun bisogno dei 30 miliardi e rotti di dollari delle agenzie di intelligence. Naturalmente, gli avvertimenti di Gardiner furono ignorati, in larga misura perché l'amministrazione era già favorevole alla guerra e non era interessata ai pensieri di qualcun altro, figurarsi poi all'intelligence sul «dopo guerra» in Iraq.

Nel desiderio di sottrarsi alle sue responsabilità per le bugie e le decisioni sconsiderate, ora l'amministrazione sta cercando, da una parte, di dare tutta la colpa alla Cia e, dall'altra, di proteggere quest'ultima da un impatto troppo forte scegliendo attentamente una commissione di «vecchi amici» che la assolvano. Se vogliamo davvero sapere chi ha distorto, fabbricato, o comunque manipolato i dati sull'Iraq (e chi senza dubbio lo sta facendo ancora adesso), allora abbiamo bisogno di bravi reporter che possano utilizzare le loro «gole profonde», le loro fonti d'informazione. Anche se i giornalisti non sono infallibili, i migliori di loro sono incorruttibili al punto da preferire il carcere pur di proteggere le loro fonti. È difficile immaginare che la commissione incaricata dall'amministrazione possa ottenere quel tipo di informazioni da burocrati che vogliono preservare i loro incarichi e proteggere le loro famiglie dalle ritorsioni. Visto che il presidente, il Congresso e la Corte Suprema sono diventati così pericolosamente collusivi e indifferenti all'interesse pubblico americano, vediamo cosa il «quarto potere» può fare per salvarci.

Presidente del Japan Policy Research Institute e professore emerito all'Università della California,Chalmers Johnson ha scritto recentemente «The Sorrows of Empire: Militarism, Secrecy, and the End of the Republic» e «Blowback: The Costs and Consequences of American Empire».




Pubblicato su TomDispatch.com

Traduzione Marina Impallomeni

Fu un diplomatico africano a consegnare ai servizi
italiani e inglesi le carte citate da George W. Bush
Ecco il falso dossier
sull'uranio di Saddam

Tutto iniziò da un misterioso furto nell'ambasciata del Niger a Roma
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO

LA STORIA, come una spy-story senza soverchia fantasia, inizia con un'effrazione. L'appartamento è al quinto piano di via Antonio Baiamonti 10. Nel quartiere Mazzini, a Roma. La porta è solida e blindata e protegge gli uffici dell'ambasciata del Niger nella Capitale. Un corridoio triste divide gli uffici del consigliere politico dalla stanza dell'ambasciatore. In una notte tra il 29 dicembre del 2000 e l'1 gennaio del 2001, i "soliti ignoti" cercano confusamente qualcosa, mettendo a soqquadro l'ambasciata. Fogli dappertutto, cassetti rovesciati, armadi aperti. Quando il 2 gennaio, di buon mattino, il secondo segretario per gli affari amministrativi Arfou Mounkaila denuncia il furto ai carabinieri della stazione Trionfale, deve però ammettere che quei ladri sono stati alquanto bizzarri. Tanto rumore, e fatica, per nulla. Se si esclude un orologio di acciaio Breil e tre piccole boccette di profumo, i "ladri" non hanno portato via altro. Apparentemente. Oggi, se si bussa alla porta dell'ambasciata e si fa qualche domanda su quel curioso furto si ottiene da una gentile signora un sorriso e queste parole: "Tutto comincia da lì, tutto comincia con quel furto".

Dall'effrazione in via Baiamonti nasce l'affare che porterà ventiquattro mesi dopo, il 28 gennaio 2003, George W. Bush a pronunciare le 16 parole del discorso sullo stato dell'Unione ("...Il governo inglese ha appreso che Saddam ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall'Africa...") che oggi lo tengono pericolosamente in bilico sul baratro dell'Iraqgate. O Nigergate, se preferite. Comunque, un affaire che prende forma in Italia perché a Roma accadono quattro fatti che indirizzeranno Bush nella direzione di quelle avventate parole:
1) È il Sismi, tra l'ottobre e il novembre del 2001, a entrare in contatto con un diplomatico africano che vende i falsi documenti (i 6 fogli riprodotti in queste pagine) su un traffico di "500 tonnellate di uranio puro l'anno, da consegnare in due tranches" tra il Niger e l'Iraq.
2) È a Roma che l'MI6, il controspionaggio inglese, entra in possesso di quei documenti.
3) È il Sismi a informare della vicenda, come da prassi, la presidenza del Consiglio (attraverso il Cesis) e la Farnesina (attraverso il gabinetto del ministro).
4) È il direttore del Sismi, Niccolò Pollari, nel novembre del 2002, a confermare al Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza che "il Servizio è in possesso di documentazione che prova il commercio di uranio puro tra un paese centroafricano e l'Iraq".

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L'appartamento di via Baiamonti è da anni una delle postazioni di ascolto dell'intelligence militare italiana. Lo è dal 1983, da quando il Sismi riuscì a mettere le mani su una richiesta di uranio al Niger avanzata da Saddam. Il lavoro di ascolto mette a fuoco il filo diretto che l'ambasciatore nigerino Adamou Chekou (oggi consigliere del presidente del Niger Tandja Mamadou) ha con la diplomazia irachena a Roma. E, soprattutto, con Wissam Al Zahawie, ambasciatore di Bagdad accreditato presso la Santa Sede. È un'attività spionistica "interna" che incrocia i report della divisione "R" (Ricerche), incaricata delle operazioni all'estero. A Niamey, capitale del Niger, l'intelligence italiana, con la collaborazione degli agenti inglesi, lavora al dossier Adm (Armi di distruzione di massa) dell'Iraq.

Queste indagini fanno un salto tra gli ultimi giorni di ottobre 2001 e i primi giorni di novembre. Riferisce a Repubblica una fonte del Sismi: "In quei giorni, un diplomatico di un Paese africano, rappresentato con un'ambasciata a Roma, entra in contatto con il Sismi. E offre un carteggio che lui ritiene preziosissimo per il nostro lavoro". Nel carteggio ci sono cifrari; una corrispondenza relativa a un contratto di spedizione di uranio da trasferire in Iraq con nave via Lomè (Togo) da Cotonou in Benin (dove vengono stoccate tutte le 2.900 tonnellate di uranio puro estratte nel 2000 dalle miniere nigerine di Arlit e Akouta) e, soprattutto, documenti diplomatici:
- un telex datato 1 febbraio 1999 dell'ambasciatore nigerino di Roma Chekou al ministro degli esteri di Niamey;
- una lettera datata 30 luglio 1999 dal ministero degli affari esteri all'ambasciata di Roma;
- una lettera indirizzata al presidente della Repubblica del Niger, datata 27 luglio 2000;
- un "protocollo d'intesa" tra i governi nigerino e iracheno "relativo alla fornitura d'uranio siglata il 5 e 6 luglio 2000 a Niamey". Il protocollo ha un allegato di due pagine dal titolo "Accord".

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L'intelligence italiana acquista i documenti "a scatola chiusa". O forse, se ha ragione il ministro degli Esteri Franco Frattini ("I servizi italiani non hanno mai fornito alcuna documentazione"), ne media l'acquisto a favore degli inglesi dell'MI6. A guardare con occhio sgombro i documenti, la loro infondatezza balza agli occhi. Come ha scritto Seymour Hersh il 31 marzo 2003 sul settimanale New Yorker: "La lettera datata 10 ottobre 2000 (si tratta del protocollo d'intesa tra Niger e Iraq n.d.r.) è firmata da Allele Habibou, ministro degli esteri e della cooperazione, cessato dall'incarico nel 1989. Un'ulteriore lettera (del 27 luglio 2000 n.d.r.) ha un testo così grossolano che se ne sarebbe accorto chiunque usando Google su Internet". E si potrebbe aggiungere che 500 tonnellate di uranio puro sono una quantità così importante che avrebbe dovuto insospettire chiunque abbia una qualche confidenza con quel Paese e con quel prodotto. O ancora che la lettera del 30 luglio 1999 fa riferimento ad accordi raggiunti a Niamey il 29 giugno 2000. Che la lettera del 27 luglio 2000 al presidente del Niger ha il suo timbro e la sua firma.

A bocce ferme, si può capire però dove si nasconde il trucco che inganna. Il diplomatico che vende i documenti è perfettamente a conoscenza delle intercettazioni (telefonate, fax, telex) sull'ambasciata nigerina dell'intelligence italiana. Infila quindi, come primo documento del fascicolo che offre, il telex 003/99/ABNI/Rome, indirizzato al ministero degli Affari esteri del Niger. Si legge: "Ho l'onore di portare a vostra conoscenza che l'ambasciata irachena presso la Santa Sede, mi informa che sua Eccellenza Wissam Al Zahawie, ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, effettuerà una missione ufficiale nel nostro Paese in qualità di rappresentante di Saddam, presidente della Repubblica irachena. Sua Eccellenza Zahawie arriverà a Niamey...".

Questo telex (intercettato) è già nel "dossier Niger" di Forte Braschi. La circostanza conferma agli agenti italiani che "quella roba è buona" o quanto meno attendibile. E, "buono" viene dunque ritenuto anche il resto della documentazione. Quindi il messaggio del 30 luglio con cui si chiede "la risposta per la fornitura d'uranio"; la nota confidenziale del 27 luglio che certifica l'avvenuto accordo (n[b0] 381-NI 2000) per la "fornitura di 500 tonnellate di uranio" e, naturalmente, il protocollo di intesa tra i due governi che sembra chiudere il cerchio su una certezza: Bagdad è riuscita a procurarsi in Niger l'uranio per la costruzione di armi di sterminio.

Conviene ora tornare in via Baiamonti, negli uffici dell'ambasciata del Niger, e chiedersi: chi ha fabbricato il falso dossier? Alcune circostanze potrebbero suggerire una prima risposta. Nell'inverno del 2002, l'ambasciatore nigerino a Roma, Chekou, è richiamato a Niamey "per consultazioni". Dovrebbe fare ritorno in Italia ma, al contrario, non vi metterà più piede. Chekou viene sollevato dall'incarico e il 2 dicembre di quell'anno, al suo posto, si insedia la signora Hadjio Abdoulmoumine, in qualità di consigliere incaricato d'affari e capo della sezione consolare. È un avvicendamento di routine? O - come lascia intendere uno 007 che ha accettato di rispondere alle domande di Repubblica - è la conseguenza della scoperta da parte del governo nigerino che qualcosa nell'ambasciata di Roma è andato storto? Niamey è convinta che lo strano furto del gennaio 2001 sia stato, in realtà, soltanto una copertura necessaria ad accreditare la sottrazione dagli uffici di via Baiamonti del materiale cartaceo necessario a confezionare il falso dossier.

L'intelligence americana - citata anche ieri dalla rete tv Abc - è convinta al contrario che l'ambasciata del Niger a Roma sia dietro il falso. "Un diplomatico di basso livello - riferisce la fonte interpellata dalla tv statunitense - ha fabbricato il dossier fasullo in ambasciata e lo ha poi venduto al Sismi per poche migliaia di dollari". Una convinzione, questa, già espressa il 22 marzo scorso da un funzionario delle Nazioni Unite interpellato dal Washington Post: "Le lettere sul traffico di uranio sono state consegnate agli italiani da un diplomatico nigerino". La signora Hadjio Abdoulmoumine, oggi responsabile della sede diplomatica del Niger a Roma, dice che si tratta di fantasie: "Nessun membro del corpo diplomatico è dietro i falsi: è stato lo stesso presidente del Niger Tandja Mamadou, la scorsa settimana, a riferire di persona al George W. Bush questa netta smentita".

Due fatti, tuttavia, sono certi. Che "tutto è cominciato dal furto" in via Baiamonti. Che, il 21 dicembre 2002, dopo neppure due settimane dall'avvicendamento nell'ambasciata di Roma, il governo di Niamey dirama una durissima nota sui sospetti di essere al centro di un traffico di uranio con l'Iraq. "Le accuse americane sono diffamazione. Non abbiamo mai pensato di vendere uranio all'Iraq. Non c'è mai stato alcun contratto".

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Siamo ora tra la fine del 2001 e i primi giorni del 2002. Sono due mesi decisivi. Il Sismi conosce il dossier e l'MI6 ne è in possesso: "Gli inglesi lo hanno acquisito senza alcuna valutazione - spiega l'uomo di Forte Braschi - ma la fonte è stata indicata come "attendibile". Nessuno si deve meravigliare di quel che accade con quel dossier. Rientra nella rituale collaborazione d'intelligence tra Paesi alleati. È naturale che quel materiale rende più intensi sia la collaborazione che lo scambio informativo con gli inglesi. Ci sono diversi incontri, al livello più qualificato, quasi esclusivamente a Londra. Nonostante questo clima positivo, noi non sappiamo se siano stati gli inglesi a passare quella roba alla Cia. È assai probabile. Secondo la consuetudine, gli inglesi non sono tenuti a dirci a chi danno le informazioni condivise con noi".

La conferma che gli inglesi informano Langley è in una data. A febbraio del 2002, l'ex ambasciatore americano in Gabon, Joseph Wilson, viene spedito dalla Cia in Niger per verificare la fondatezza delle informazioni sul traffico di uranio ricevute dagli inglesi. Ne torna con una risposta netta. La storia è falsa. Sono dubbi che non giungono in Italia dove la storia si muove ancora e le notizie del traffico Niamey-Bagdad lasciano le palazzine di Forte Braschi per raggiungere i Palazzi nel cuore di Roma. Gli analisti della divisione "Situazione" (tengono i contatti con l'intelligence straniera e preparano le note quotidiane per il direttore) inviano il loro rapporto sulla vicenda dell'uranio nigerino. È una nota assai sintetica. "Non più di una pagina", dice la fonte di Repubblica. La notarella, che non racconta il per chi e il per come ma l'essenziale del dossier (500 tonnellate di uranio puro sono state acquistate da Bagdad), finisce sul tavolo del Cesis a Palazzo Chigi e alla Farnesina nell'ufficio di gabinetto del ministro. È la Farnesina - spiegano oggi a Forte Braschi - a sollevare "forti obiezioni" e "contestazioni" a quella informazione del nostro servizio segreto. Le maggiori perplessità giungono dalla direzione generale dei Paesi africani, diretta da un dirigente di eccellente reputazione, Bruno Cabras.

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La storia dell'uranio nigerino sembra morta. Ma, il 24 settembre 2002, il governo di Tony Blair con un dossier di 50 pagine rende noto che l'Iraq ha cercato di comprare "significative quantità di uranio da un Paese africano nonostante non abbia alcun programma di nucleare civile che lo richieda". Due giorni dopo, ricorda Seymour Hersh, il segretario di Stato Colin Powell, di fronte alla commissione del Senato degli Affari esteri, cita "il tentativo iracheno di ottenere l'uranio come la prova delle sue persistenti ambizioni nucleari". Sono le dichiarazioni che indurranno il Congresso a dare via libera con una maggioranza schiacciante al presidente Bush per le operazioni militari in Iraq.

È ottobre ormai e il direttore del Sismi, Niccolò Pollari, è ascoltato una prima volta dal Comitato parlamentare di controllo. Se ne sta sul vago. Dice e non dice. Esplicitamente tace la circostanza del "dossier uranio" acquistato a Roma e in possesso degli inglesi. Però, spiega: "Non abbiamo prove documentali, ma informazioni che un paese centroafricano ha venduto uranio puro a Bagdad". Trenta giorni dopo, il generale ci ripensa. È più esplicito. Indica "prove documentali". Sempre dinanzi al Comitato parlamentare, aggiunge il dettaglio che mancava. Dice: "Abbiamo le prove documentali dell'acquisto di uranio naturale da parte dell'Iraq nella repubblica centroafricana. Ci risulta anche il tentativo iracheno di acquistare centrifughe per l'arricchimento dell'uranio da industrie tedesche e, forse, italiane". Pollari non drammatizza. È prudente. Non disegna un quadro a tinte forti dove Bagdad appare in grado di costruire una atomica. Il direttore del Sismi sostiene che, una volta ottenuto l'uranio, una volta ottenute le centrifughe, "gli iracheni impiegheranno nella migliore delle ipotesi tre anni, e mediamente cinque, per mettere a punto, con quell'uranio arricchito, un'arma di distruzione di massa".

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Nel marzo di quest'anno, il Sismi è in allarme. L'Aiea di Vienna, agenzia internazionale per l'energia atomica, ha finalmente ricevuto dagli americani ed esaminato i documenti del "dossier Niger". Il 7 marzo, Mohamed El Baradei, direttore generale dell'Aiea, spiega al Consiglio di sicurezza dell'Onu: "La mia agenzia, anche con il concorso di esperti esterni, ha concluso che i documenti in questione non sono autentici".

A Forte Braschi il clima si fa cattivo. Chi ha guardato con diffidenza e sospetto i documenti venduti dal diplomatico africano tira su la testa, dopo averla tenuta per mesi ben chinata dinanzi al successo che quelle informazioni raccoglievano sulle due sponde dell'Atlantico. Chi, di quei documenti, ha sopravvalutato la fondatezza comincia a cercare una via d'uscita alla crisi imminente sull'esterno e al prevedibile scontro interno. Come sempre capita in questi casi, dentro il servizio nascono alcune ricostruzioni che non trovano alcuna conferma e hanno, al momento, tutta l'aria di essere state costruite ad arte per sollevare un polverone che, coinvolgendo le responsabilità politiche, allontani dagli 007 critiche e censure. La prima riguarda il ruolo del presidente Berlusconi. La seconda, l'attività del suo consigliere diplomatico, Giovanni Castellaneta. Vediamo. Secondo alcune fonti del Sismi, sarebbe stato il premier italiano, in una conversazione telefonica, a confermare a George W. Bush l'esistenza del "dossier uranio" e soprattutto la sua fondatezza. Effettivamente Berlusconi parlò al telefono con il presidente degli Stati Uniti alle 8,45 (ora di Washington) del 25 gennaio 2003, a tre giorni (dunque) del discorso di Bush sullo stato dell'Unione. A cinque giorni dall'incontro a Washington dove i due presidenti convennero "sull'importanza di disarmare Saddam", ma dove - fonti diplomatiche italiane assicurano a Repubblica - "non si fece alcun accenno né al dossier uranio né dunque alla possibile attendibilità di quelle informazioni". Più o meno della stessa (velenosa) trama, è la storiella che gira intorno al nome di Giovanni Castellaneta. Il consigliere diplomatico, con buoni legami con la comunità dell'intelligence e in corsa per diventare direttore del Cesis, avrebbe assicurato "copertura politica" al dossier del Sismi in alcuni incontri non ufficiali con i legworkers della Cia a Roma.

Su questa ricostruzione dell'affaire, interpellata da Repubblica, la direzione del Sismi ha scelto di non rispondere ad alcuna domanda. Di Palazzo Chigi si conosce il comunicato di domenica scorsa (13 luglio): "Le notizie di trasmissione da parte italiana ad altri organismi d'intelligence di documenti di provenienza nigerina o irachena sono destituite di ogni fondamento: i servizi italiani non hanno mai fornito alcun documento". Sono parole che non spiegano e, oggi, richiedono una pubblica spiegazione, un'assunzione politica di responsabilità, quale che sia il grado di coinvolgimento che il nostro Paese ha avuto in questa storia.

(16 luglio 2003)

http://members.xoom.virgilio.it/infocontro/SocFor2003/Ma009.htm

Liberazione 1 ottobre 2003

Un terzo del budget militare gestito da un gruppo di famiglia

Bush appalta agli amici la ricostruzione dell'Iraq

Daniele Zaccaria

 

Uno scandalo tira l'altro, e tutti assieme rischiano di seppellire la credibilità del malandato governo statunitense. Mentre continuano le roventi polemiche tra amministrazione repubblicana e la Cia, che si rimpallano le responsabilità della patacca del Nigergate (il falso traffico d'uranio tra Iraq e Niger), il New York Times ha compiuto ieri un ulteriore affondo contro la Casa Bianca. Secondo il quotidiano della "Grande mela", la "New Bridge Strategies", una società di consulenza finanziaria di recente costruzione specializzata nel business dopoguerra iracheno (dagli investimenti energetici fino alla realizzazione di infrastrutture per le truppe al fronte) sarebbe guidata da personaggi assai vicini all'entourage presidenziale: amici stretti, fedeli compagni di strada del progetto neoconservatore americano, in ogni caso tutti membri di quella "famiglia allargata" che è il clan Bush.

Alla guida del potente gruppo figura Joe M. Allbaugh, che fu responsabile della campagna elettorale del presidente nel 2000, nonché capo della Protezione civile fino allo scorso marzo. Nel consiglio d'amministrazione ci sono anche Edward M. Rogers Jr. e Lanny Griffith, un tempo consiglieri di Bush padre. Sul sito internet della società si possono leggere le inequivoche referenze: «Il nostro management possiede anni d'esperienza nell'apparato pubblico, ha ricoperto incarichi nell'amministrazione Reagan e in entrambe le amministrazioni Bush». Insomma un pedigree di prim'ordine.

Il lancio della società coincide guarda caso proprio con il gigantesco programma di stanziamento federale per la "ricostruzione" dell'Iraq (20,3 miliardi di dollari) che la Casa Bianca ha chiesto (e ottenuto) al Congresso. E' utile sapere che un terzo questa cifra finisce direttamente nelle tasche della società appaltatrice che si ritrova a gestire un vertiginoso giro d'affari.

Il conflitto d'interesse è flagrante ma non sorprende più nessuno, considerando l'intreccio strutturale tra l'attuale classe dirigente americana e il mondo dell'impresa: dal vicepresidente Dick Cheney, alla responsabile per la Sicurezza nazionale Condoleeza Rice, passando per il figlio del segretario di stato Colin Powell e tanti altri prodotti dell'imprenditoria prestata alla politica.

A suggellare il momento nero dell'amministrazione, le faide intestine con i servizi d'intelligence che non accennano ad affievolirsi. Il ministero della Giustizia ha aperto ieri un'inchiesta riguardo «eventuali rivelazioni non autorizzate» compiute da esponenti governativi (il principale indiziato della fuga di notizie è il "consigliere del principe" Karl Rove) sull'identità di Valerie Plame, un'agente segreta della Cia specialista di armi di sterminio. Una ritorsione trasversale per colpire il marito Joseph Wilson, un ex diplomatico "reo" di aver contestato pubblicamente i fantasiosi dossier del traffico d'uranio tra il Niger e il regime di Saddam Hussein, aveva denunciato il Washington Post. Se Rove si difende definendo «ridicole» le accuse, Bush, sospettato di un crimine che secondo le leggi federali prevede diversi anni di prigione, gioca di rimessa e promette «piena collaborazione con le autorità». Un profilo basso che la dice lunga sulle difficoltà che sta attraversando un presidente che l'opinione pubblica americana non sembrano più disposta a perdonare in nome della superiore ragion di Stato dell'11 settembre.


 

http://members.xoom.virgilio.it/infocontro/SocFor2003/NW727.htm

Liberazione 17 luglio 2003

Cheney sapeva tutto sul "bidone", ma lo impose a Bush come casus belli

Sotto accusa l’eminenza grigia dei falchi Usa

Lucio Manisco

 

Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, è stato identificato come il principale responsabile del ricorso alla plateale falsità sull'uranio del Niger, su cui avrebbe voluto mettere le mani Saddam Hussein, per giustificare la guerra preventiva contro l'Iraq.

Era stato tra i primi ad apprendere che si trattava di un bidone passato dai servizi italiani a quelli britannici; ne aveva avuto una perentoria conferma da Joseph Wilson, l'ex ambasciatore da lui inviato in missione speciale nella repubblica africana, e ne aveva discusso più volte con George Tenet, il direttore della Cia, e con alti funzionari dei servizi nel quartier generale di Langley. Malgrado tutti gli avessero detto che anche come falso era troppo grossolano per essere utilizzato, il vice-presidente ne aveva parlato in termini di sacrosanta verità lo scorso ottobre ad una ventina di deputati del Congresso per convincerli a votare la risoluzione che conferiva al Presidente pieni poteri per scatenare la guerra. E come se non bastasse aveva indotto George Bush a includere la denuncia dei piani nucleari irakeni nel suo discorso sullo stato dell'unione del 28 gennaio.

La scorsa settimana la Casa Bianca ha ammesso che la denuncia in questione, in quanto basata su documenti di dubbia origine e validità, non avrebbe dovuto essere menzionata dal presidente. George Tenet si è assunto il ruolo di capro espiatorio per "avere approvato" il discorso del Capo dell'Esecutivo anche se ha insistito che era "fattualmente corretto" attribuire nel discorso stesso al governo britannico la responsabilità di aver spacciato per vero il documento falsificato.

Non si sa cosa il Direttore della Cia abbia raccontato ieri alla riunione a porte chiuse del comitato del Congresso per l'intelligence ma è presumibile che abbia riferito delle pressioni esercitate da Cheney sulla Cia, oltretutto in quanto sono molti i dirigenti ed ex-dirigenti dei servizi a chiedere oggi a gran voce le dimissioni del vicepresidente. Il tutto ha lasciato il premier britannico Tony Blair ad arrampicarsi sui vetri nel dibattito di eri ai Comuni. Non mette naturalmente conto parlare dei dinieghi del Ministro Frattini coronati ieri dalle esternazioni del sottosegretario Letta: l'Italia di Berlusconi per Washington è solo il tappetino su cui pulire gli stivali imbrattati di sangue irakeno e la lontana provincia dell'impero a cui chiedere truppe coloniali di occupazione ben al di sopra dei 3mila effettivi già ottenuti. Per tornare a Cheney, da ventiquattro ore nell'occhio del ciclone, c'è da dubitare che le richieste di sue dimissioni possano avere esito alcuno: a meno di un ennesimo infarto - gli altri lo hanno costretto ad eleggere residenza in una clinica "segreta" di Washington - non uscirà facilmente di scena.

Più dei Rumsfeld, dei Perle, dei Wolfowitz, dei Woolsey e degli altri membri della "gang Neocons", è l'eminenza grigia ed il vero uomo di potere dell'Amministrazione Bush. Artefice di due guerre in Iraq, promotore di un nuovo potenziamento dell'arsenale nucleare Usa con l'allestimento di "mini-nukes" che richiederà la ripresa degli esperimenti sotterranei nel Nevada, fautore dell'espansione militare statunitense nel mondo bene al di là delle basi già presenti in un terzo dei suoi paesi è convinto assertore dell'assioma secondo cui la guerra è il prolungamento dell'economia con altri mezzi e comunque serve a spazzare sotto il tappeto ogni altro problema. Nel 2002 gli scandali Enron, WorldCom e soprattutto quelli Haraken e Halliburton che avevano coinvolto Cheney e lo stesso Bush vennero opportunamente spazzati sotto il tappeto dalle Due Torri e dalla seconda guerra all'Iraq. Oggi la situazione si è aggravata a sedici mesi dalle presidenziali: malgrado le assicurazioni di Greenspan, l'economia non tira, il disavanzo ha superato i 455 miliardi di dollari, il costo dei 147mila soldati Usa in Irak è salito a 3 miliardi e novecento milioni al mese e ne muoiono due al giorno. Rimane la minaccia missilistico-nucleare della Corea del Nord, un "living and present danger", un pericolo vivo e presente per gli interessi vitali e la sopravvivenza stessa dell'Impero, del benessere e della libertà dell'Occidente. Un'altra occasione d'oro per i nostri servizi?


http://www.disinformazione.it/oneilldenuncia.htm 

«La guerra era pronta prime dell’11 settembre»

Usa, inchiesta su O'Neill
Di Franco Santarelli - «Il Manifesto» 14 gennaio 2004

Per l'ex ministro «la guerra all'Iraq era pronta prima dell'11 settembre». E Bush «ammette»
NEW YORK

Ed ecco, puntualissima, la vendetta della Casa Bianca. Non erano passate neanche 24 ore da quando era andata in onda sulla Cbs l'intervista con Paul O'Neill che sbugiardava George Bush sull'Iraq che l'ex ministro era già sotto inchiesta. Lunedì sera, l'ispettore generale di quello che per due anni è stato il «suo» ministero, ha ricevuto l'incarico di vedere se c'è modo di «punire» O'Neill per aver fornito i documenti che il giornalista Ron Suskind ha usato per scrivere il suo libro, «Il prezzo della lealtà», nel quale si racconta appunto l'esperienza di O'Neill in mezzo alla banda Bush, prima di essere cacciato per contrasti sulla politica fiscale adottata dal governo che lui giudicava «irresponsabile». Nel libro si racconta che quella di attaccare l'Iraq non è stata «una conseguenza dell'11 settembre» ma una decisione che Bush aveva preso almeno sette mesi prima dell'attacco terroristico contro le Torri Gemelle; che l'urgenza di togliere di mezzo Saddam Hussein era stata annunciata al Consiglio per la sicurezza nazionale (di cui Paul O'Neill faceva parte) già nel febbraio 2001 dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e che O'Neill medesimo, che come ministro del Tesoro partecipava a tutte le riunioni importanti dell'amministrazione, non aveva mai avuto modo di vedere uno straccio di prova sulla presenza in Iraq delle famose armi di distruzione di massa, quelle con l'attacco è stato giustificato e che ancora oggi non si trovano. Appena saputo dell'indagine, l'ex ministro ha spiegato che i documenti da lui «passati» a Suskind per scrivere il suo libro li ha avuti addirittura dal capo dell'uffico legale del suo ex ministero. «Gli chiesi - ha raccontato ieri mattina attraverso un'altra emittente televisiva, la Nbc - di dirmi quali documenti era lecito avere e dopo tre settimane lui mi mandò un paio di cd che io francamente ho consegnato a Suskind senza neanche aprirli». 

Non sembrano proprio esserci, dunque, gli estremi per un «vero» procedimento legale nei suoi confronti, ma l'annuncio dell'inchiesta deve essere apparso, nella mente degli strateghi di Bush, una buona cosa per dipingere O'Neill come «traditore», specie in presenza di un «accompagnamento» adeguato fornito da tutta una serie di elementi «medi» del partito repubblicano - deputati che in questi giorni di vacanza del Congresso se ne stanno nei loro collegi a «curare» gli elettori - che si sono scatenati contro l'ex ministro. Uno di loro, per far vedere che lui la storia la conosce, ha definito l'operato di O'Neill «la peggiore pugnalata nella schiena dai tempi di Giulio Cesare»; mentre la tv amica per antonomasia, la Fox di Murdoch, continuava a mostrare la cartellina con la parola «Secret» apparsa durante l'intervista di O'Neill (una cosa destinata a scandalizzare i patriottici elettori di Bush), sebbene la Cbs abbia immediatamente «confessato» che era stato un espediente per dare un po' di pepe all'intervista medesima. Della linea adottata dalla Casa Bianca per ridurre i danni dell'uscita di O'Neill fa parte anche l'espediente di ricordare che in fondo quella di essere per una caduta del regime di Saddam Hussein era anche la politica di Bill Clinton e quindi «noi l'abbiamo ereditata» e comunque era «chiara», ha detto Bush in Messico, dove si trova per il vertice con i Paesi latinoamericani, sicché il fatto che se ne parlasse già prima dell'attacco terroristico è cosa normale. E qui tutti i giornalisti presenti hanno capito che Bush, nemmeno senza giri di parole, ha di fatto riconosciuto che la guerra all'Iraq, compresi i piani di occupazione, erano pronti già prima dell'11 settembre, armi o non armi di distruzione di massa da trovare.

L'ex ministro O'Neill, a questo punto assediato da amici e nemici, non è sembrato molto «attrezzato» per gestire la grande pressione cui è sottoposto in queste ore. Le ultime cose da lui dette ieri pomeriggio, per esempio, erano chiaramente tese ad attenuare la polemica evitando di rimangiarsi ciò che aveva detto in precedenza. E' vero, quella di Bush era una continuazione della politica di Clinton, ha riconosciuto, ma ciò che lo aveva colpito non era tanto la politica quanto l'«alta priorità» che l'amministrazione aveva dato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Per quanto riguarda le armi di distruzione di massa ha ripetuto di non avere mai visto una «prova concreta», ma per quella sua espressione che ha deliziato i denigratori di Bush, «sembrava un cieco in mezzo a dei sordi«, si è detto dispiaciuto: «Se potessi la ritirerei».



Martedì 13 Gennaio 2004, 9:19

http://it.news.yahoo.com/040113/203/2lrl9.html 

Usa: Bush, Su Iraq Abbiamo Ereditato Progetto Di Clinton

 

(AGI) - Monterrey (Messico), 13 gen. - George Bush non ha respinto le accuse del suo ex ministro del tesoro, Paul O'Neill, a proposito del piano di invasione dell'Iraq che sarebbe stato concepito nei primissimi giorni dopo la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti: la decisione di imporre il cambiamento di regime in Iraq, ha detto Bush ai giornalisti che lo avevano interrogato sulle accuse di O'Neill, e' una linea politica che il suo governo repubblicano ha ereditato dal governo precedente, quello del presidente democratico Bill Clinton. "Stavamo elaborando la linea politica secondo quella concezione - ha detto Bush, che si trova a Monterey per la conferenza al Vertice delle Americhe - quando, tutto a un tratto, e' arrivato l'11 settembre" del 2001, con le stragi e le devastazioni provocate dai terroristi suicidi con i loro atti di pirateria su aerei usati come kamikaze. Bush ha anche evitato di rispondere alla domanda di un giornalista che gli ha chiesto se non si sentisse tradito dal suo ex ministro: "Ho apprezzato il servizio reso al nostro paese dall'ex ministro O'Neill", ha detto il presidente. (AGI)
 

Traduco da una email di Michael Moore.

"George W. Bush nel giardino del Getsemani"
Lettera aperta a George W. Bush da Michael Moore

 

Caro George,
Quando tra un paio di mesi sarà tutto finito, e tu starai impacchettando i tuoi pretzel e Spot per tornartene in Texas, quale sarà il tuo più grosso rimpianto? Di non essere uscito più spesso e esserti goduto il panorama del Parco Rock Creek? Di non aver mai visitato l'appena rinnovato IKEA di Woodbridge, in Virginia? O di esserti comprato il biglietto per la Casa Bianca con i soldi di una società che ha commesso la più grave bancarotta fraudolenta nella storia americana? Ho la netta sensazione che tu non ti sia perso granché a non aver passato l'intera domenica pomeriggio a montare una libreria svedese -- ma avresti dovuto sapere che non c'era alcuna speranza per te di portare a termine l'intero mandato presidenziale saltando nel letto con Kenneth Lay.

È abbastanza triste, se ci pensi. Eccoti lì -- il presidente più popolare di sempre! -- il destinatario di così tanta buona volontà da parte dei tuoi concittadini americani dopo l'11 settembre, ma tu hai dovuto rovinare tutto. Non ce l'hai proprio fatta a stare lontano dal tuo vecchio compare cowboy del Texas, Kenneth Lay.

Kenny c'è sempre stato, per te. Avevi bisogno di un mezzo per volare tra una tappa e l'altra delle primarie e della campagna per le elezioni del 2000 -- così Kenny ti ha prestato l'aereo della società. Hai detto agli elettori, quando arrivavi in ciascuna città, che l'aereo su cui stavi volando apparteneva ad un miliardario che stava segretamente cospirando per metterlo in quel posto a tutti i suoi dipendenti ed investitori? Ti ha fatto volare attraverso l'America sul jet societario della Enron, e grazie a questo favore tu sei atterrato, pista dopo pista, per dire ai tuoi concittadini che avresti "riportato la dignità nella Casa Bianca, la casa del popolo". Tu dicesti questo stando davanti al jet della Enron!

Ragazzi, amavi Lay così tanto, che non solo ti riferivi a lui chiamandolo affettuosamente "Kenny Boy", ma interrompesti un importante viaggio di campagna elettorale nell'aprile del 2000, per volare fino a Houston per l'inaugurazione degli Astro al nuovo Campo Enron -- solo per potere vedere Kenny Boy fare il primo lancio. Che commovente!

Voglio dire, amavi quest'uomo in modo talmente intenso che, quando ti hanno concesso un mazzo di chiavi preparato dalla Corte Suprema così che tu potessi abitare nella Casa Bianca, hai invitato Kenny Boy a tirare su bottega -- al 1600 di Pennsylvania Avenue! È stato lui a intervistare quelli che avrebbero ricoperto posizioni elevate nel Dipartimento dell'Energia del tuo governo.

Non solo hai lasciato a Kenny Boy la decisione su chi avrebbe guidato l'autorità amministrativa che avrebbe dovuto controllare la Enron, ma gli hai lasciato scegliere il nome del nuovo Presidente della Commissione Sicurezza e Scambio (Securiry and Exchange Commission, o SEC, corrispondente alla nostra CONSOB, NdT) -- un ex avvocato della sua società di revisione, Arthur Andersen! Kenny e i ragazzi all'Andersen hanno anche fatto in modo che le società per cui tenevano i conti fossero esenti da numerose regolamentazioni, e non fossero chiamate a rispondere di qualche "curiosità di bilancio" (ti piacerebbe essere tu stesso così previdente?).

Il resto del tempo Kenny Boy lo passava nella stanza accanto, col suo vecchio amicone Dick Cheney (la Enron e la Halliburton, come ricorderai, hanno avuto i grossi contratti dal tuo papà per "ricostruire" il Kuwait dopo la Guerra del Golfo). Lay e Dick costituirono una "task force per l'energia" (Operazione Concussione Infinita) che ha messo insieme la nuova "politica energetica" del Paese. In base a questa politica si sono spente tutte le lampadine e le spremiagrumi dello Stato della California. E prova a indovinare chi ha arraffato tutto come banditi nel "negoziare" l'energia di cui la California aveva un disperato bisogno? Kenny Boy e la Enron! Non mi stupisco che Big Dick non voglia consegnare I file su quegli incontri speciali con Lay!

L'unica cosa che mi sorprende più di tutti quei dirigenti della Enron che sono finiti nel tuo consiglio di gabinetto e nel tuo governo, è il fatto che i nostri pigri media si sono girati dall'altra parte e non l'hanno reso noto. La lista di gente della Enron nel tuo libro paga è impressionante. Lawrence Lindsey, il tuo primo consulente economico? Un ex consulente della Enron! Il Ministro del Tesoro Paul O'Neill? Ex amministratore delegato di Alcoa, la cui società di lobbying, Vinson and Elkins, fu il terzo maggior contribuente della tua campagna! Cos'è la Vinson and Elkins? Lo studio legale che rappresenta la Enron! Cos'è Alcoa? Il maggior inquinatore del Texas. Timothy White, il Ministro dell'Esercito? Un ex vice-presidente della Enron Energy! Robert Zoellick, il tuo delegato presso la Federal Trade? Un ex consulente della Enron! Karl Rove, il tuo braccio destro alla Casa Bianca? Era titolare di un quarto di milione di dollari in azioni della Enron.

Poi c'è l'avvocato della Enron che hai nominato come Giudice Federale in Texas, il lobbista della Enron che è il tuo presidente del Partito Repubblicano, i due burocrati della Enron che oggi lavorano per il Leader della Maggioranza della Camera Tom DeLay, e la moglie del senatore del Texas Phil Gramm che siede nel consiglio di amministrazione della Enron. E c'è il sopra menzionato signor Pitt, ex avvocato alla Arthur Andersen, il cui lavoro è oggi di controllare la Borsa, come capo della SEC. Geroge, è infinta! Le mie dita si stanno stancando a battere tutto questo -- e ce ne sono ancora molti!

Non fraintendermi, George -- io non penso che tu sia una persona cattiva. Non hai alcun bisogno di ricevere paternali da gente come me -- diamine, hai problemi con tua suocera! Beh, io sono in ottimi rapporti con mia suocera, ma del resto io non le ho mai detto di mettere $8.000 dei suoi soldi in una società che il mio governo sapeva sarebbe finita a pancia in su.

Dici che non lo sapevi? Il tuo uomo della borsa -- Don Evans, quello che ha spremuto tutti quei soldi per te dalla Enron come responsabile delle finanze della tua campagna (e che sta adesso ricevendone i frutti come tuo Ministro del Commercio) -- ha ammesso di aver ricevuto l'anno scorso dalla Enron chiamate imploranti aiuto poiché stavano affondando. Non te l'ha detto?

Poi Paul O'Neill, il tuo Ministro del Tesoro, ha ammesso che la Enron e Kenny Boy hanno chiamato anche te, per alcuni speciali favori per salvare la Enron. Non te ne ha parlato? Affermano di aver chiamato il responsabile del tuo staff, Andrew Card, il quale dice di non essersi preso la briga di informarti. Cosa penserà tua suocera di tutti questi ragazzi con cui il marito di sua figlia si associa?

Adoro guardare gli show di O'Neill ed Evans. Che coppia di sagome! Eccoli la, tutti orgogliosi di se stessi per "non aver fatto alcun favore alla Enron". In realtà, io credo sia più giusto dire che non hanno fatto alcun favore A TUA SUOCERA. La Enron ha ricevuto UN SACCO di favori. E perché no? Kenny Boy è stato il tuo primo sostenitore finanziario sin dai tempi in cui ti candidasti come governatore. Nessun altro americano o arabo ti ha mai dato più soldi di Kenny Boy e la sua combriccola alla Enron. O'Neill, Evans, Cheney, il Ministro dell'Energia Spencer Abraham -- TUTTI costoro hanno fatto favori speciali a Lay e alla Enron sin dal primo giorno. Al New York Times lo scorso maggio erano così preoccupati del modo in cui Kenny aveva comprato la gara per il palazzo (1600 Pennsylvania Ave.) che si sono riferiti a Lay come al "consigliere ombra del presidente".

E che consiglio! Chi era a volere che tu facessi un'ulteriore deregulation dell'industria energetica? Kenny Boy! Chi è stato a convincerti a valutare l'idea malata di PRIVATIZZARE la nostra fornitura d'acqua e poi permettere in futuro alle imprese private di "commerciarla"? Kenny Boy! Chi era a voler collegare la Previdenza Sociale alla borsa? Sì, Kenny Boy! (immagina, se vuoi, cosa sarebbe accaduto ai preziosi fondi della nostra Previdenza Sociale se fossero stati investiti in azioni della Enron come tu stesso, George, avevi suggerito durante la tua campagna, mentre ovunque gli yuppie annuivano tutti insieme, in approvazione della geniale idea.)

L'ammissione di O'Neill e Evans di "non aver fatto nulla" quando la Enron li informò del gioco di scatole cinesi della società e dell'imminente collasso è una ragione sufficiente perché tu e i tuoi prendiate la tangenziale e non facciate più ritorno a quel sacro ufficio che chiamiamo il Nostro Governo Americano. Sono orgogliosi di "non aver fatto nulla"? Non facendo nulla, milioni di americani sono stati frodati. Decine di migliaia hanno perso il lavoro. Altre migliaia hanno perduto i loro risparmi e la loro pensione. Eppure i ministri del tuo governo gongolano riguardo all'"ottimo lavoro" che tu e loro avreste fatto senza "aver fatto nulla".

Lascia che ti faccia una domanda: se qualcuno stesse dando fuoco a una casa, e ti chiamassero per aiutarli ad incendiarla, e tu rispondessi di no, che non li avresti aiutati -- MA inoltre tu NON chiamassi la polizia per informarla che qualcuno stava per dar fuoco a una casa, pensi che avresti commesso un crimine?

Certo che l'avresti fatto! Avevi conoscenza preventiva e quindi tu consapevolmente e volutamente hai NASCOSTO questa informazione alle autorità e alle persone che vivono in quella casa! Hai ammesso di sapere che una casa sarebbe andata bruciata solo quando sei stato interrogato dalla polizia. Sei stato connivente? Sì! Sei un complice? Sì! A chi mai verrebbe l'idea di andare in giro a vantarsi "Hey, sentite quanto sono bravo -- un mio amico mi ha detto che stava per commettere un atto di incendio doloso, e quindi ho deciso di NON avvertire NESSUNO di questo!! WHOO-HOO!!"

Enron e Kenny Boy hanno comprato il tuo silenzio e il silenzio dei membri del tuo governo. Tu non dovevi in prima persona rapinare i risparmi di quei 401mila poveri cristi a Houston (molti dei quali probabilmente votarono per te ogni volta che il tuo nome appariva in un'elezione). Tutto ciò che dovevi fare era stare zitto, cambiare i regolamenti governativi in modo che potessero cavarsela impuniti, e posizionare i loro intimi amici nei comitati di "controllo" che avrebbero dovuto tenerli d'occhio.

Mentre facevi tutto questo, hai detto al popolo americano che questi tuoi ricchi amici non godevano di alcun trattamento speciale -- quando, di fatto, la Enron aveva già trovato il raggiro per riuscire a non pagare ALCUNA tassa in quattro degli ultimi cinque anni. La tua legge di "stimolo" economico, che sei riuscito a far passare alla Camera dopo l'11 settembre, conteneva una sezione che regalava alla Enron $250 milioni dei soldi delle nostre tasse. Stavi spingendo questa legge in novembre e dicembre, quando la tua amministrazione sapeva già da molto tempo che la Enron stava svuotando il caveau e fregando i suoi lavoratori ed investitori.

Tu e i tuoi amici repubblicani vi affrettate a precisare che la Enron aveva i suoi artigli anche sui democratici. Sì, è vero, e grazie per evidenziare il fatto che non c'è solo bisogno di un'alternativa all'attuale assetto del Partito Democratico, ma occorre anche eliminare al più presto i finanziamenti privati dal processo elettorale.

Però, George, diciamo la verità -- i democratici hanno ricevuto l'elemosina dalla Enron, in confronto ai milioni che tu e i repubblicani avete ricevuto. I democratici semplicemente non hanno quell'istinto killer che serve a fare qualsiasi cosa nel modo giusto, e sicuramente non ne sanno molto su come fare soldi alla vecchia maniera, un paradiso fiscale dopo l'altro. Non mi aspetto niente di meno da un partito che non è neanche riuscito a mettere il suo candidato alla Casa Bianca dopo che aveva già vinto le elezioni.

I democratici sono come una Yugo (una marca di automobili slava, NdT) -- sai che non durerà a lungo né funzionerà bene, ma di tanto in tanto riuscirà a fare il suo lavoro. I gatti grassi sanno che possono comprare i democratici a prezzi di saldo, e quindi lo fanno. Chiunque tenti di deviare questo scandalo da te, George, o dai repubblicani, o dall'intero sporco modo in cui eleggiamo i nostri leader, è qualcuno che sta disperatamente cercando di aggrapparsi a ciò che resta di un sistema molto disonesto che deve sparire, e sparire subito.

La parte più triste di tutto questo affare fu il giorno in cui venne rivelato -- e tu negasti addirittura di conoscere il tuo buon amico, Kenneth Lay. "Ken chi?", hai detto. Oh, è solo un qualche uomo d'affari del Texas. "Diamine, ha appoggiato la mia rivale come governatore, Ann Richards!" fu il tuo modo di cercare di scansare la verità che stava per colpirti come un TIR. Sapevi bene che lui, in realtà, sponsorizzava TE e ti diede TRE volte i soldi che Ann Richards ha mai ricevuto da lui.

Non ho quasi mai rivolto la parola a quel tizio, hai detto. Eri come Pietro nel giardino del Getsemani, che negò di conoscere Gesù, per tre volte. Poi il gallo cantò. E Pietro si vergognò e scappò via.

Che vergogna provi stanotte, George, per le bugie che hai detto? Che vergogna provi per aver usato i morti dell'11 settembre come copertura per le tue azioni, nella speranza che la nostra tristezza per quelle anime perdute e la paura di essere uccisi dai terroristi ci distraesse da ciò che tu e Kenny Boy stavate facendo in quelle terribili settimane di settembre e ottobre?

Era proprio durante quei giorni, mentre il resto di noi era sotto shock e afflitto, che i manager alla Enron stavano vendendo le loro azioni e spostavano i capitali verso le loro 900 società fasulle oltremare. Che abbiano notato i resti dei morti che venivano recuperati dalle macerie mentre stavano scaricando i loro milioni, o i loro occhi erano incollati alla parte bassa dello schermo TV, dove i dati della borsa con i prezzi truccati delle azioni Enron scorrevano sulle immagini dei vigili del fuoco che, disperati, in lacrime, cercavano i loro fratelli caduti?

Il Paese ti appoggiava quando dicesti che stavi combattendo i malvagi che fecero tutto questo. Di fatto, per tutto il tempo, la vera battaglia che i tuoi amici alla Enron stavano conducendo era la battaglia contro il tempo, per vedere quanto in fretta fossero riusciti a trasferire tutto il bottino sui loro conti personali e scappare. Quelli erano i malvagi, George, e tu lo sapevi. E poiché tu, di proposito o per negligenza, hai permesso che ciò accadesse, è tempo che tu ti dimetta. Il gallo ha cantato per l'ultima volta.

Come minimo, tua suocera si merita di meglio.

Tuo,

Michael Moore
Americano,
Genero,
Proprietario della SETTIMA MAGGIORE SOCIETÀ AMERICANA! (classifica revisionata)
www.michaelmoore.com
mmflint@aol.com


 

da "il manifesto" del 08 Luglio 2001


Tra Usa e Europa è conflitto d'interessi

 

G7 A ROMA Scontro tra i Grandi sui temi dell'economia in vista del G8. Solo Tremonti si dice "cautamente ottimista"
ANNA MARIA MERLO

Nessun comunicato finale e punte di nervosismo che affiorano dietro una facciata che neppure la diplomazia più avvertita è riuscita a far apparire serena. Solo Giulio Tremonti è riuscito a vedere nel G7 di ieri - riunione preparatoria del G8 di Genova - qualche elemento di "cauto ottimismo" rispetto alla ripresa dell'economia mondiale. Europa e Stati uniti si sono scontrati, accusandosi reciprocamente di mancare alle proprie responsabilità di "locomotiva dell'economia" - per la prima - e di trascinare tutti nella recessione - per i secondi. Il clima tra le due sponde dell'Atlantico è già avvelenato dalla decisione della Commissione di bloccare la fusione tra General Electric e Honeywell. Gli Stati uniti rimproverano all'Europa di non fare il proprio dovere di potenza economica, di sfuggire al ruolo di "locomotiva" che oggi potrebbe svolgere la zona euro, in particolare abbassando i tassi di interesse (la Bce ha confermato ancora a fine settimana di non voler seguire la Federal Reserve su questa china). Per il segretario al tesoro Usa, Paul O'Neill, gli Stati uniti hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità, abbassando per ben sei volte il tasso di interesse e riducendo le imposte. L'Europa rifiuta di subire il diktat di Washington e risponde che il problema è altrove, che la domanda stagna anche perché i prezzi dell'energia assorbono una parte troppo alta del reddito. O'Neill si è invece felicitato con il Giappone, il cui ministro delle finanze, Masajuro Shiokawa, ha assicurato i partner del G7 sul fatto che i giapponesi "non lasceranno l'economia mondiale cadere nella recessione". Ma la riunione di ieri a Roma è stata investita da nuovi dati negativi provenienti dagli Usa: la disoccupazione cresce (più 0,1%), soprattutto aumentano le distruzioni di posti di lavoro (meno 114mila nell'ultimo mese), le statistiche degli ultimi mesi confermano che i licenziamenti sono stati moltiplicati per tre rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
La polemica degli Stati uniti sull'immobilismo della Bce ha girato ieri il coltello nella piaga dei paesi della zona euro. Molti governi europei, difatti, non capiscono la politica della Bce. Ma il nervosismo esistente tra gli europei è venuto alla superficie nello scontro verbale tra i ministri inglese e tedesco. Secondo Gordon Brown, "il rallentamento dell'economia globale sarà probabilmente peggiore del previsto", perché il rallentamento iniziato negli Usa "non ha ancora raggiunto il suo punto più basso e adesso sta cominciando a farsi sentire in Europa, soprattutto in Germania, e in Giappone". L'affermazione ha irritato il ministro delle finanze tedesco, Hans Eichel, secondo il quale "quello che si registra nella zona dell'euro è un rallentamento della crescita. Ma non c'è ragione di essere pessimisti". Per Eichel, bisogna "vedere le cose come sono: e le cose stanno nel senso che c'è una crescita meno forte, ma c'è crescita". Il tutto, per dire con il ministro delle finanze francese Laurent Fabius che, malgrado i problemi, l'Eurolandia è la zona più robusta, rispetto a Usa e Giappone. In questo clima conflittuale, la questione del debito del terzo mondo è passata in cavalleria.


Le ambiguità della lotta al riciclaggio
I danni collaterali della guerra finanziaria
LE MONDE diplomatique - Novembre 2001

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Novembre-2001/0111lm08.01.html 


Alcuni investimenti sospetti hanno fatto pensare che gli autori degli attentati dell'11 settembre avessero affiancato alle loro operazioni suicide una massiccia speculazione sui mercati finanziari. L'inchiesta in materia rischia tuttavia di risolversi in un buco nell'acqua. Tanto più che gli eccessi della deregulation rendono impotenti i meccanismi di controllo borsistico e rivelano che il pianeta finanziario non ha alcun intenzione di mettere in luce le sue numerose zone d'ombra.

di Ibrahim Warde
Si tratta di una semplice coincidenza? I titoli azionari più esposti agli effetti della tragedia dell'11 settembre - compagnie aeree, società di assicurazione e riassicurazione, banche d'affari - avevano fatto registrare una forte speculazione al ribasso durante i giorni precedenti. Secondo Antonio Martino, ministro della difesa italiano, non c'era nessun dubbio che «dietro questa speculazione sui mercati internazionali si nascondessero stati e organizzazioni terroristiche (1)». La tesi sembrava tanto più plausibile in quanto Osama bin Laden, «miliardario» saudita e presunto mandante degli attentati, si era fatto le ossa come banchiere della resistenza afghana contro gli invasori sovietici.
Le autorità di controllo della borsa hanno avviato un'indagine sulle transazioni sospette. Nel giro di qualche giorno la Securities and Exchange Commission (Sec) e le sue agenzie omologhe britannica, tedesca, olandese, francese e giapponese hanno però annunciato la chiusura dell'indagine. Niente, secondo loro, consentiva di suffragare la tesi di una speculazione premeditata, di un reato di insider trading o di una manipolazione dei corsi azionari.
Vi è senz'altro una spiegazione più convincente per questi movimenti speculativi: alla vigilia degli attentati la depressione in borsa sembrava sul punto di aggravarsi, gli esperti finanziari prevedevano risultati scadenti per i settori dell'aviazione civile e delle assicurazioni, e la stampa economica traboccava di dettagli sulle batoste legali e finanziarie subite dalla Merill Lynch e dalla Morgan Stanley (2).
La rapidità con la quale fu chiuso il dossier sull'ipotesi di speculazione mostra peraltro anche l'impotenza dalle agenzie di controllo della borsa di fronte agli eccessi della deregulation, così come la scarsa diligenza del pianeta finanziario nel fare chiarezza tra le sue zone di ombra. In teoria, gli organismi di controllo della borsa hanno a disposizione un ampio arsenale di procedure e sanzioni contro i reati finanziari; ma la scarsa chiarezza del sistema limita i loro margini di manovra. Se le transazioni semplici (acquisto e vendita da parte dei privati) possono essere facilmente identificate, i movimenti che veramente incidono sui mercati - transazioni complesse e sofisticate operate da specialisti dell'ingegneria finanziaria, operazioni condotte dai misteriosi «hedge funds» (fondi speculativi)... - spesso sfuggono ad ogni segnalazione. D'altronde, il mondo sotterraneo della finanza, con le sue società-ombra, i paradisi fiscali e gli indecifrabili prodotti derivati, si ingegna per fare in modo che i suoi segreti restino tali.
Dall'inizio degli anni '80, la «gabbia» di regolamenti nella quale il mondo della finanza era a lungo stato imprigionato continua incessantemente ad aprirsi. Deregolamentazione, liberalizzazione, smantellamento degli ostacoli, privatizzazione: queste sono le parole d'ordine di un movimento che, partito dagli Stati uniti, si diffonde progressivamente in tutto il mondo. Con il pretesto di creare un vero «mercato di capitali», si voleva lasciare mano libera agli operatori finanziari, in modo che i capitali circolassero liberamente attraverso le frontiere.
Certo, i mercati finanziari hanno conosciuto una crescita senza precedenti, ma ciò è avvenuto al prezzo di un aumento dei reati finanziari e della destabilizzazione delle basi dell'economia sottostante (3).
Unica eccezione a questo principio di liberalizzazione dei mercati è stata l'intensificazione progressiva della lotta contro il «riciclaggio del denaro sporco». Concepita in un primo tempo dall'amministrazione Reagan per sconfiggere alla fonte il traffico di droga, i cui effetti continuavano a devastare le città americane, la campagna fu ripresa anche dalle amministrazioni Bush e Clinton. Le maniere forti e la retorica della «tolleranza zero» si scontravano con le tutele legali e costituzionali e con la logica della liberalizzazione ad oltranza.
Sempre più utilizzata per fini politici, la lotta contro il riciclaggio ha infine puntato contro tutti i tipi di «denaro sporco» (corruzione, terrorismo, ecc.) e si è estesa a livello globale grazie agli sforzi del Gruppo d'azione finanziaria contro il riciclaggio dei capitali (Gafi), creato nel 1989 in seno al G7.
Attentati a basso costo L'avvento dell'amministrazione Bush, molto vicina agli ambienti della finanza, lasciava presagire un indebolimento delle iniziative contro il riciclaggio. Come ebbe a dire Paul O'Neill, segretario al Tesoro: «Saranno quindici, forse anche venticinque anni, che c'è un programma di lotta contro il riciclaggio del denaro illecito messo a punto per impedire ai criminali di trasferire i loro fondi nell'economia mondiale. Spendiamo più di 700 milioni di dollari all'anno per questa campagna, senza averne praticamente recuperato nulla. In venticinque anni, siamo riusciti a conseguire un unico successo rilevante». Come si spiega allora l'intensificazione della lotta al riciclaggio? Secondo il commento un po' beffardo di O'Neill, «qualunque azione viene percepita comunque come un segnale positivo (4)». In questo campo, gli annunci come quelli per la creazione di comitati o unità di crisi, conferenze internazionali, congelamento di conti, interpellanze, pubblicazioni di liste nere, danno l'impressione di un esito impressionante, anche se il bilancio reale è insignificante.
Come in tanti altri settori, il dramma dell'11 settembre ha stravolto tutti i dati. Nella «nuova» guerra promessa dagli Stati uniti, la prima battaglia si è giocata a livello finanziario. Domenica 23 settembre , accanto al segretario del tesoro e a quello di stato Colin Powell, George W. Bush ha annunciato: «Oggi abbiamo colpito le fondamenta finanziarie della rete terrorista planetaria». Ammettendo che comunque la maggior parte dei beni della «rete bin Laden» si trovava fuori dal territorio americano, il presidente Bush ha lanciato un solenne monito «alle banche e istituzioni finanziarie del pianeta»: «Lavoreremo con i vostri governi e chiederemo loro di impedire ai terroristi l'accesso alle loro risorse. Se non accettate di aiutarci, divulgando le informazioni di cui disponete o congelando i conti, il dipartimento del tesoro ha tutta l'autorità necessaria per bloccare a sua volta i vostri beni e le vostre transazioni negli Stati uniti». Un decreto presidenziale ha subito messo all'indice ventisette individui privati e organizzazioni: Osama bin Laden, i suoi undici più importanti collaboratori, undici gruppi terroristici e quattro organizzazioni caritatevoli. Una settimana dopo, annunciando il congelamento di altri cinquanta conti bancari, il presidente Bush ha aggiunto che questo provvedimento costituiva un «progresso sul fronte finanziario (5)». Da quel momento, sono state pubblicate altre liste e gli stanziamenti per gli enti preposti alla lotta contro il riciclaggio, in particolare per il Gafi, hanno fatto registrare un massiccio aumento.
In ultima analisi, questa guerra finanziaria, basata sul principio per cui «il crimine organizzato è motivato dal lucro», si basa su un malinteso (6). La logica degli autori degli attentati è diversa da quella dei trafficanti di droga o delle cupole mafiose. Secondo l'Fbi, che ha passato al vaglio lo status economico dei diciannove attentatori, le operazioni dell'11 settembre sarebbero costate non più di 200mila dollari. I dirottatori conducevano un'esistenza modesta, alcuni facevano piccoli lavori, altri ricevevano denaro dalle famiglie.
I corsi di addestramento al pilotaggio sembravano le uniche voci che potessero richiedere un aiuto finanziario esterno. Nel 1993, un primo attentato contro il World Trade Center, che fece sei morti e mille feriti, non costò più di 20mila dollari (7). In queste condizioni, non è detto che l'esaurimento delle risorse finanziarie ponga fine alla minaccia terroristica. Se esiste un problema finanziario, è che si sporca il denaro «pulito» e non il contrario. Ma la quantità di denaro lecito che viene destinato ad attività terroristiche è davvero infima.
Questa considerazione richiede una nuova riflessione sulla strategia da adottare contro il terrorismo, privilegiando per esempio una migliore qualità delle informazioni e l'infiltrazione in ambienti sospetti, anziché l'ostinazione sui tradizionali sistemi anti-riciclaggio.
Le istituzioni finanziarie erano già tenute a segnalare alle autorità tutte le transazioni dubbie. Adesso devono esercitare una vera e propria vigilanza poliziesca, sicura ed efficiente, nei confronti dei loro clienti ed associati. Se i grandi istituti sono comunque in grado di passare attraverso le maglie della rete, sono i piccoli ad essere più esposti e in particolare quelli legati al mondo musulmano.
D'altra parte, i sospetti non si limitano più ai circuiti finanziari tradizionali. La notizia che tre trasferimenti, per un importo complessivo di 15mila dollari, erano stati effettuati a beneficio di un terrorista con l'intermediazione di una hawala (8), una semplice agenzia di cambio caratteristica di tutte le economie rudimentali, mette anche queste attività tra gli obiettivi della lotta al riciclaggio. Il sostegno che peraltro hanno fornito ai terroristi anche organismi caritatevoli, ha gettato discredito sull'insieme del sistema degli aiuti. Alcuni commentatori antimusulmani ripetono da anni che la ragione d'essere di questo settore è il finanziamento del terrorismo (9). In realtà l'importanza di questo settore dipende dal fatto che la decima (zakat) è uno dei cinque pilastri dell'Islam (10).
Insomma, in questo clima di psicosi, l'equazione musulmano = integralista = terrorista si estende alla sfera finanziaria: un flusso finanziario in provenienza del mondo islamico è per se stesso colpevole. Nella guerra finanziaria contro il terrorismo, la logica del castigo collettivo - se una pecora è malata bisogna abbattere l'intero gregge - provoca già i suoi danni collaterali.


note:

* Ricercatore all'Harvard University, Boston. Autore di Islamic Finance in the Global Economy, Edinburgh University Press, 2000.

(1) The Guardian, 18 settembre 2001.

(2) Vedere ad esempio The Wall Street Journal, New York, 10 e 11 settembre 2001.

(3) Leggere «Les assises du système bancaire ébranlées par la déréglementation», Le Monde diplomatique, gennaio 1991.

(4) Programma «The News-hour with Jim Lehrer», Pbs, 19 settembre 2001.

(5) Financial Times, 1° ottobre 2001.

(6) www.ncis.co.uk National Criminal Intelligence Service (Ncis), Overview of Money Laundering.

(7) The New York Times, New York, 25 settembre 2001.

(8) Banchi di cambio e agenzie per il trasferimento di fondi che si trovano in tutto il Medio-riente e nel subcontinente indiano.

(9) The Wall Street Journal, 24 agosto 1998.

(10) Leggere «I paradossi della finanza islamica», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2001.

 

http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=9079

 

Il barbiere della sera 21.09.2003
Odi e lodi al presidente Bush
di Anonimo

Lettera alla Casa Bianca

Caro presidente Bush,



spero di non prenderla in un momento inopportuno. So che é appena ritornato da Camp David dove si é rifugiato per evitare l'uragano Isabel. Lei deve essere organizzatissimo. Al contrario di quel confusionario dell'ex presidente Bill Clinton. Appena c'é un pericolo lei si mette al riparo, come durante la caduta delle Torri: ed ha fatto bene, dopotutto vi erano gli organi statali e locali (tutti in ottime mani repubblicane) in grado di gestire l'emergenza.

Tutto é andato cosí bene che non c'é stato nemmeno il bisogno di attivare l'Emergency Alert System: quel noioso sistema radio-Tv nelle sue mani che ci avverte, in caso di una vera emergenza, e tramite il quale gli organi ufficiali procederanno a dirci cosa fare.

Il suo tempismo é stato memorabile quando, sfidando i gas tossici, ha fatto visita ai rottami delle Torri.

A proposito di gas tossici, non credo che la sua opposizione ai provvedimenti ecologici abbia causato un cambiamento climatico. Come si sa il tempo va a cicli ed é normale che la Terra si surriscaldi e i livelli degli oceani si alzino.

Ora peró sono confuso. La televisione, la Fox News di Rupert Murdoch in particolare, la dipinge come un eroe, mentre molti giornali scrivono che lei é un bugiardo. Devo ammettere che, all'inizio, preferivo il repubblicano John McCain, ma poi ho scoperto quale simpaticone lei sia, specialmente dopo aver saputo delle sue baldorie a Yale, che lo hanno reso piú umano, non il ricco patrizio viziato dipinto dai giornali. Il fatto, poi, di aver scoperto Gesú lo ha reso un leader piú forte, determinato e giusto: tutto patria, famiglia e chiesa.

Con questi requisiti sono d'accordo con i patrioti sul fatto che i traditori della patria non dovrebbero contrastare la sua opinione. Ha fatto bene a permettere al suo ministro della Giustizia, John Ashcroff, di tener d'occhio i sovversivi e dissidenti. Mi sorprende quando l'ex generale Wesley Clark, ora candidato democratico alla presidenza, afferma di aver combattuto affinché gli americani continuino a beneficiare della libertá di opinione sancita dalla Costituzione. Rush Limbaugh dice giusto: se ai critici non piace quest'America, possono benissimo andarsene.

Ho apprezzato la sua bravura nell'atterrare sulla portaerei; un'arte imparata alla Texas Air National Guard dove doveva prestare servizio militare. Ora i critici le rinfacciano di aver scelto la riserva per evitare il VietNam, ma non si rendono conto che leader si nasce e, come nei tempi antichi, i leader devono essere protetti fin dalla nascita.

Mi é piaciuto anche quando, dopo essersi rinfrescato per alcune ore, con il tramonto dietro la portaerei e sempre vestito da pilota, ha annunciato a reti unificate alla nazione che la guerra in Iraq era stata vinta. Sono i soliti anti-patrioti ad esagerare affermando che la guerra é costata 100 miliardi di dollari e che ora ne servono altri 87. Soldi, dicono, che potrebbero essere stati spesi meglio per i milioni di lavoratori americani senza assicurazione medica e farmaci a basso costo per gli anziani. Come fanno questi critici a parlare di farmaceutica mentre uno come lei vede le cose da vicino, essendo le case farmaceutiche tra i suoi sostenitori?

Poi, cos'é questa storia che durante la sua amministrazione, si sono persi 3 milioni di posti e si é creato un altissimo tasso di disoccupazione? Sono gli economisti a spiegarci che la disoccupazione aiuta a tenere bassa l'inflazione. Durante la presidenza di Clinton, la disoccupazione era cosí bassa che gli stipendi per gli operai sono arrivati alle stelle, mettendo molte imprese in difficoltá.

Come il 70% degli americani, sono d'accordo con lei sul fatto che l'Iraq ha causato il crollo delle Torri Gemelle (anche se i servizi segreti dicono di no) e quindi bisognava eliminare il dittatore Saddam Hussein e portare la democrazia a noi tanta cara anche lí. Chi dice che nessun paese mussulmano vuole la democrazia nel Medio Oriente, in quanto creerebbe dei problemi, non sa che quando lei decide di imporre democrazia, cosí sará, costi quel che costi.

E ha fatto bene anche a non aver chiesto l'aiuto delle Nazioni Unite che, sicuramente, avrebbero messo i bastoni tra le ruote alle societá americane scelte dal vice presidente Dick Cheney per la ricostruzione dell'Iraq. Cheney conosce bene queste societá in quanto ci ha lavorato, pertanto é piú qualificato dell'Onu a fare questo tipo di scelta.

L'eliminazione di Saddam ha portato anche sicurezza all'America e non ho capito perché il suo ex consulente per la sicurezza, Rand Beers, abbia dichiarato che, in questo modo lei ha reso l'America "meno sicura", fino quando ho scoperto che Beers ora lavora per il candidato democratico alla presidenza John Kerry. I suoi critici, inoltre, non hanno capito che il motivo per cui ha dichiarato tanti stati di allarme, non era tanto per la minaccia di attentati, ma per fare capire che l'America non si é dimenticata di Osama bin Laden, il terrorista saudita finanziato con i soldi sauditi e ora a spasso in qualche paese che lei conosce bene e quindi sotto controllo.

Poi, come fanno questi critici ad affermare che l'Iraq era sotto una dittatura come lo sono tanti altri paesi? Forse non si rendono conto che il petrolio iracheno serve alle societá americane, ed é quindi una questione di sicurezza nazionale. Ma non solo, da quando il petrolio iracheno é in mano americana, le societá petrolifere hanno registrato profitti enormi a tutto vantaggio dell'economia. Ecco, penso che i suoi critici non sappiano nulla di economia, altrimenti non porterebbero in ballo il fatto che, dopo la caduta delle Torri, quando i cieli Usa erano stati chiusi al traffico aereo, 140 cittadini dell'Arabia Saudita hanno potuto lasciare l'America con aerei privati. I critici affermano che molti di quei petrolieri arabi hanno legami commerciali con la famiglia Bush e che anche la famiglia di bin Laden, specializzata in costruzioni, aveva avuto rapporti con i suoi famigliari. Questi non apprezzano nemmeno il fatto che poche ore dopo la caduta delle Torri, l'Fbi aveva tutti i nomi e le foto dei terroristi. L'amministrazione Clinton non era riuscita a scovarli, la sua, invece, li conosceva da mesi.

A proposito di economia, i critici le stanno addosso per via del deficit federale stimato a 500 miliardi di dollari, mentre con l'aministrazione Clinton, avevamo un surplus. Ma non é forse stata la mancanza di una sfida il motivo che spinse Clinton a far vergognare l'America con cose che, prima d'ora, non facevano neppure scalpore in Vaticano?

Poi queste lamentele per i tagli alle tasse dei ricchi che costeranno alla Nazione un miliardo di miliardi di dollari. Sono soldi che, in mano ai ricchi, verranno spesi meglio che se fossero in mano al governo. Abbiamo visto come l'energia, le telecomunicazioni, la sicurezza ed altro, funzionano meglio se al di fuori del controllo del governo. É anche stato bravo a scoprire i casi di corruzione corporativa come Enron e a denunciare il cattivo stato delle reti elettriche perché i consumatori non pagano abbastanza per l'elettricitá.

Mi sorprende anche come alcuni senatori repubblicani abbiano votato contro la "legge Murdoch" che avrebbe permesso piú efficienza al settore radio-Tv riducendo il numero di stazioni, dopo tutto quello che Murdoch e la sua Fox News hanno fatto per l'America. Ma mi rincuora la speranza che lei non firmerá come legge questo attentato al consolidamento.

Come ho spiegato a mia moglie, tutti i veri patrioti, sia che abbiano un lavoro o che l'abbiano perso, devono avere fiducia in lei e l'America dovrebbe esserle grata e riconfermala a capo del governo, che sta con tanta cura riducendo al minimo. Dopotutto l'America offre tante opportunitá a tutti, ma la povertá si crea quando il governo vuole sostituirsi alle iniziative private, specialmente nel campo della sicurezza e del controllo.

Dom Serafini

http://www.misteriditalia.com/newsletter/71/numero71.pdf 

Alcuni articoli sulle recenti aggressioni USA e svariate altre questioni d'interesse

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Perché l'FBI non può catturare l'assassino dell'antrace

di Steve Moore - http://globalresearch.ca
(data di pubblicazione su www.attac.it 22 aprile 2003)
[PDF]

 

Chiaramente nessuna arma di distruzione di massa, o deposito di antrace, è stata trovata nei nascondigli di Al Qaida in Afghanistan, o più recentemente in Iraq. Il Washington Post ha citato un ufficiale dell'esercito degli STATI UNITI che ha dichiarato " tutte le ricerche (per armi di distruzione di massa in Iraq) sono risultate negative…le armi che sono state trovate erano tutte convenzionali. " Tutti i siti "segnalati dall’intelligence USA" non contenevano armi di distruzione di massa.

 

E allora chi è il responsabile dagli assassinii all'antrace?

Il 28 ottobre 2002 Newsweek osservò: "il primo anniversario degli attacchi all’antrace è passato con poco scalpore e nessun arresto…nonostante siano stati messi in custodia più di 3.000 sospetti in tutto il mondo".

Di certo, nessuno di coloro che sono stati arrestati è uno scienziato della CIA, come il Dottor Steven Hatfill e un’altra dozzina di scienziati USA che si occupano di guerra biologica, che comunque restano i primi sospettati nelle indagini dell’FBI.

In effetti, nel gennaio del 2003, l’FBI ha impegnato 100 agenti per prelevare campioni di terra e d’acqua da un terreno affittato dallo scienziato della CIA Dott. Steven Hatfill, nei pressi di Frederick, Maryland. I risultati delle prove di laboratorio successive sono ancora sconosciuti, parecchi mesi dopo. In generale, le ricerche sono state molto lente, le informazioni pubbliche molto scarse.

DOTT. STEVEN HATFILL: IL SOSPETTATO NUMERO UNO

In un articolo precedente intitolato " scienziato della CIA: un sospettato chiave negli attacchi all'antrace degli STATI UNITI, " ho dettagliato le prove nelle quali indico il ruolo chiave del Dott. Steven Hatfill negli attacchi all’antrace. Ora che l’FBI sta andando più a fondo nel cercare prove su Hatfill, ecco quello che scrissi nell’agosto del 2002.

Brevemente, Hatfill ha lavorato all’U.S. Army Medical Research Institute nel reparto malattie contagiose a Frederick, Maryland in cui è stata sviluppata e creata una quantità di antrace "identica" a quella usata negli attacchi all'antrace. E’ del 1999 la dichiarazione di Hatfill nella quale affermava di "lavorare allo sviluppo di conoscenze sugli agenti patogeni BW, sulla produzione di larga scala di batteri, tossine e patologie virali". Hatfill è uno dei "pochissimi" negli USA che sappia come rendere un’arma le spore secche di antrace.

Il mio articolo precedente menzionava il passato di Hatfill con l’esercito della Rhodesia e con il regime dell’apartheid in Sud Africa, i suoi rapporti CIA e le sue connessioni con le forze speciali USA, l’appropriazione da parte sua di una grande parte dell'apparecchiatura del laboratorio per rendere disponibili materiali pericolosi all’esercito a Frederich, la reazione "forte" dei cani entrati nell’appartamento del Dottor Harfill, cani addestrati dall’FBI a riconoscere l’odore dell’antrace …e molti altri fatti correlati riportati negli articoli di Kristof sul New York Times e da quelli di Jan Cienskis sul canadese National Post.

ANTRACE: LA SPIEGAZIONE RAZIONALE PER ATTACCHI PREVENTIVI

In miei precedenti articoli ho dato molto risalto al fatto che gli attacchi all’antrace ai senatori democratici erano destinati ad annullare completamente il dissenso riguardo alle reali conoscenze del governo sull’11 settembre. Non misi a fuoco allora (agosto 2002) il ruolo degli attacchi all’antrace come giustificazione per "attacchi preventivi" all’Iraq e ad altri stati.

Chiaramente nessuna arma di distruzione di massa, o deposito di antrace, è stata trovata nei nascondigli di Al Qaida in Afghanistan, o più recentemente in Iraq. Il Washington Post ha citato un ufficiale dell'esercito degli STATI UNITI che ha dichiarato " tutte le ricerche (per armi di distruzione di massa in Iraq) sono risultate negative…le armi che sono state trovate erano tutte convenzionali. " Tutti i siti "segnalati dall’intelligence USA" non contenevano armi di distruzione di massa.

 

SCOTT RITTER E COLIN POWELL

Ciò non è sorprendente se si considerano le dichiarazioni precedenti di Scott Ritter, ex ispettore ONU in Iraq, che ha affermato: "il mio lavoro doveva essere cercare armi nascoste e non ho trovato mai alcuna prova che vi fossero armi nascoste." Ritter sa che l'Iraq poteva una volta produrre antrace non essiccata ma sostiene che dopo tre anni diventa " inutile. " Secondo Ritter, l'Iraq per avere armi biologiche oggi (2002) "avrebbe dovuto ricostituire un.laboratorio biologico... noi non abbiamo trovato mai alcuna prova di ricerca in corso, o di sviluppo in tal senso " che permettesse di rinnovare e tenere attive le spore di antrace non essiccate.

Non meraviglia che Scott Ritter abbia reagito così duramente alla famosa performance di Colin Powell all’ONU quando mostrò una fiala di antrace essiccata per dimostrare il pericolo antrace. Solo gli americani e i russi hanno reso l’antrace essiccata un’arma e così Powell stava suggerendo che gli attacchi con l’antrace essiccata all’America venivano dall’Iraq. Ritter ha detto: "Colin Powell ha mostrato una boccetta di polvere di antrace facendo allusione all’attacco attraverso buste chiuse agli Stati Uniti. Quella era antrace del Governo USA. Non ha nulla a che fare con l’Iraq."


LA GRANDE BUGIA

Tuttavia, l’amministrazione Bush ha usato gli attacchi all'antrace come esempio di una minaccia reale. I cutter per il cartone non sono, dopotutto, considerati armi di distruzione di massa dagli americani pensanti. L'antrace è un'altra questione. Si legge sul Time Magazine: " gli attacchi a New York City ed a Washington hanno dato ai neoconservatori un'occasione, la logica è parsa svanire: Saddam ha armi di distruzione di massa; i terroristi avevano attaccato l'America; se Al Qaeda ottenesse mai le armi di Saddam, il rischio per il futuro non consentiva di pensarci troppo sopra". E’ questa la falsa sequenza di argomentazioni che hanno vinto la maggioranza degli americani.


Anche se ovviamente né il resto del mondo né l’ONU si sono lasciati convincere del legame armi di distruzione di massa-antrace-Saddam-bin Laden.

IL GOVERNO BUSH DISCUTE D’ANTRACE

Quando si rilevò che la lettera che arrivò all’ufficio del senatore Dashle conteneva antrace, George Tenet, il capo della CIA, sostenne in una riunione di guerra dell’amministrazione Bush: "penso si tratti di al Quaeda…penso ci sia uno Stato sponsor coinvolto. Le relazioni sono ben congegnate…potrebbe essere l’Iraq, potrebbe essere la Russia, potrebbe essere uno scienziato rinnegato". Scooter Libby, capo del personale di Cheney, asserì: "dobbiamo fare attenzione a ciò che diciamo". Tenet fu d’accordo. "non sto parlando di uno Stato sponsor". Cheney ebbe l’ultima parola nell’unico gabinetto di guerra sugli attacchi all’antrace riportato da Bob Woodward in "la guerra di Bush". Cheney disse. "E’ meglio non menzionarlo (uno Stato sponsor) perché non siamo ancora pronti a fare nulla".

"Non siamo pronti a fare nulla" è ancora vaolido, 18 mesi dopo. Il motivo è che lo Stato sponsor è gli Stati Uniti d’America, in particolare il complesso dell’intelligence militare-industriale. È molto probabile che alcuni membri del Governo Bush, compreso il vice presidente Cheney, sapessero o ritenessero che di ciò si trattava. Quindi il divieto auto-imposto di qualunque futura discussione sugli attacchi all’antrace. L’ovvia conclusione del gabinetto fu: "non faremo nulla", eccetto, probabilmente, rendere impossibile all’FBI arrestare persone collegate alla CIA.

L'ASSASSINO DELL'ANTRACE È UN MEMBRO DELLA DIFESA DEGLI STATI UNITI

Il prof. Don Foster, un esperto dell’FBI, crede che gli attacchi all'antrace negli Stati Uniti siano stati effettuati da uno scienziato che lavora all'interno della comunità per la difesa dalle armi biologiche degli USA, qualcuno "che è un militare di alto rango con legami con l’intelligence". Il prof. Don Foster ha " due sospetti " in mente, entrambi, come il Dott. Steven Hatfill, hanno lavorato per la CIA nell’U.S. Army Medical Research Institute nel reparto malattie contagiose a Frederick, Maryland. Il prof. Foster dice che l'assassino è probabilmente un individuo altamente patriotico che ha voluto dimostrare che gli Stati Uniti non sono adeguatamente preparati ad un attacco terroristico. Il prof. Don Foster ha spiegato: "a tale scopo questo patriottismo ha funzionato. Oggi milioni di dollari del governo sono stati destinati alla ricerca, ad antibiotici per l’antrace ora disponibili per la popolazione".

Per avere un’idea più chiara sui suoi sospettati (uno dei quali è probabilmente il dott. Steven Hatfill), il prof. Foster ha chiesto, ad esempio, ai sospettati di scrivere così da analizzare il loro stile e l’uso della lingua. Il prof. Foster crede che la scrittura sia "unica quanto il DNA e può svelare i colpevoli". C’è solo un problema, gli scritti non gli sono mai pervenuti. Perplesso il prof Foster ha dichiarato: "è molto frustrante. Di solito con l’FBI se occorrono dei documenti, come scritti che loro possiedono, il giorno dopo si trovano sulla mia scrivania. Entrambe le persone sulle quali ho sospetti sembrano avere collegamenti con la CIA… la mia ansia è che gli agenti dell’FBI ai quali è stato assegnato questo caso non ottengano la completa collaborazione dei militari statunitensi, della CIA, dei testimoni, che potrebbero avere informazioni su questo caso".

ELOGIO DELL'ISTITUZIONE DELLA DIFESA PER L'ASSASSINO DELL'ANTRACE

La discussione chiave dell’establishment che conduce a non ricercare l’assassino dell'antrace è il ruolo utile di quest’ultimo nell'aumento della spesa militare-industriale-d’intelligence degli Stati Uniti sino ai livelli della guerra fredda. L’espansione economica e politica dell’impero Usa necessita di aumentare le spese e il popolo deve volerlo, un popolo spaventato lo vuole. L'avvocato di Steven Hatfill ammette tutto questo nella sua difesa del suo cliente quando dice, " lui (Hatfill) è stato completamente soddisfatto che tutto ciò sia stato uno sforzo per incrementare il programma sul bioterrorismo".

 

Il problema è, naturalmente, che questo suo " sforzo" ha ucciso cinque civili americani innocenti. L'ex capo di Hatfill è d'accordo con il prof. Foster ma anche con l’avvocato di Hatfill. David Franz, ex comandante di USAMRIID, ha detto: "penso che da ciò siano venute molte cose positive. Da un punto di vista biologico o medico ora abbiamo cinque persone che sono morte, ma abbiamo aggiunto 6 miliardi al nostro budget per la difesa contro il bioterrorismo".

Leggete un’altra volta questa dichiarazione. Non si può trovare un’affermazione più chiara di come i fini giustificano i messi. L’uccisione da parte dell’esercito USA-CIA ha aumentato di 6 miliardi di dollari il budget destinato a difendere gli americani innocenti. Così uccidiamo gli Americani innocenti per difendere gli Americani innocenti. Strana logica. O forse, le uccisioni contribuiscono ad arricchire le tasche dell'elite militare-industriale?

A CHI VANNO I PROFITTI DEGLI ATTACCHI ALL’ANTRACE?

Domanda: chi possiede l’unica ditta produttrice negli Stati Uniti del vaccino contro l’antrace? Il solo produttore è BioPort Corporation a Lansing, Michigan, che sta fornendo 3,4 milioni di dosi di vaccini a $20 a dose al governo degli Stati Uniti. Il costo per i compratori stranieri ha raggiunto $100 a dose. Per quanto riguarda i proprietari della società, cito dal New York Times: "BioPort è stata comprata nel 1998, per quasi 25 milioni, da un gruppo di investitori che comprendono i quadri che lavorarono all’impianto, Fuad El-Hibri e l’ammiraglio William J. Crowe, un ex presidente del Joint Chiefs Staff". Divertente come meno di un mese dopo che BioPort cominciava la sua attività "ebbe un contratto esclusivo con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per 29 milioni di dollari per fornire test, attrezzature, scorte di vaccini contro l’antrace". Il problema è che nel 1999 non c’erano minacce di attacchi all’antrace. Patrick Eddignton, un ex analista della CIA, ha dedotto: "Il Pentagono ha messo 322 milioni di dollari in un programma di 10 anni per sviluppare almeno tre, per arrivare forse a una dozzina, di vaccini aggiuntivi contro la guerra… Questi non sono mai stati testati e, soprattutto, nessuno aveva fornito il modo per rendere valide le minacce".

LA VACCINAZIONE FORZATA DELLE INTERE FORZE ARMATE USA

Tutti i 2,4 milioni di soldati USA, marinai, piloti e marines, sono stati obbligati a prendere il vaccino contro l’antrace. Molti di questi si sono ammalati e alcuni sono già morti. I sintomi più diffusi sono ingrossamento della tiroide, perdita di memoria, dolori alle ossa e alla muscolatura, febbri, cisti infette e lesioni cutanee. Molti soldati avevano lasciato l’esercito piuttosto che sottoporsi a vaccinazioni pericolose quando non c’erano chiare minacce di attacchi biologici. Contemporaneamente l’ex comandante di tutte le forze armate, l’ammiraglio J. Crowe, ex presidente del Joint Chiefs Staff, entrava in possesso del 13% della BioPort, pur non avendo "investito un penny" nell’azienda come dichiarato dal socio e portavoce dello stesso Crowd, Jay Coupe. Apparentemente lui ha semplicemente ottenuto gli ordini e le carte da gioco dal Pentagono. E su queste carte sono aumentati gli investimenti. Il Pentagono ha investito 15 milioni di dollari per rinnovare le attrezzature dalla BioPort di Crowe.

LA CAUSA DEL PROFITTO E GLI ATTACCHI ALL’ANTRACE

Da un punto di vista strettamente ecomomico, c’era una necessità di dimostrare l’esistenza di un’innegabile rischio di un attacco all’antrace, come è successo in settembre e ottobre del 2001. Chiaramente l’ammiraglio Crowe e altri del dipartimento della Difesa hanno avuto un immenso guadagno economico dagli attacchi all’antrace oranizzati dalla CIA e dagli Scienziati dell’esercito. Ovviamente l’ammiraglio Crowe è solo un esempio. L’intero establishment militare-industriale-della Difesa si stava lamentando per avere più finanziamente. Il problema è che occorre un nemico esterno credibile per giustificare le spese. E i dannati sovietici erano giusto scomparsi! Nel caso dell’antrace però sono andati troppo oltre nel loro tentativo di creare un nemico. Loro sono diventati, in modo evidente, il nemico.

"IL CADUTO DESIGNATO"

Quando il Dottor Stefen Hatfill dice che è "l’attuale caduto designato" per gli assassinii all’antrace, ha dei buoni motivi per dirlo. Dopo tutto Hatfill è solo la punta dell’iceberg. Un intero sistema aveva bisogno di una "minaccia antrace". Se non era Hatfill sarebbe stato qualcun altro. Ogni sistema economico ha bisogno di domanda; gli individui hanno quest’unico scopo. Non è certamente la prima volta che un capitalismo militarizzato ha messo il profitto prima della vita umana. Ma i personaggi come Hatfill, che fanno il lavoro sporco, non sempre sono quelli che godono dei profitti. E’ chiaro che Hatfill si vede come un patriota e non ha chiaramente incassato i 6 miliardi di dollari derivati dal suo lavoro.

Come risultato è stato licenziato dal suo lavoro all’Università di Stato della Louisiana. Pare che il datore di lavoro di Harfill all’Università abbia "rievuto una e-mail dal Dipartimento di Giustizia il 1 agosto 2002 con la richiesta di non utilizzare il Dottor Hatfill in qualunque programma finanziato dal Dipartimento di Giustizia". Il programma del centro di ricerca dell’Università della Louisiana è finanziato per la maggior parte dal Dipartimento di Giustizia. La regola è di mollare un affare quando diventa pericoloso. Dal punto di vista di Hatfill i poteri che lui ha servito così bene stanno ora cercando di "distruggere la mia vita". Più probablilemnte Hatfill sarà in pericolo sino a ché sarà sotto i riflettori. Hatfill deve "scomparire". Dopo tutto è solo la punta di un iceberg, che molti di coloro che sono al potere affonderebbero volentieri nel mare prima che altri membri più importanti dell’establishment vengano esposti. Ci sono tre modi per sparire: suicidio, omicidio, o silenzio stampa. L’ultima è la scelta attuale.

IL SILENZIO STAMPA

Per quanto riguarda il silenzio stampa sulle indagini dell’FBI da gennaio del 2003, praticamente nulla è apparso sulla stampa per circa 4 mesi. Come in tutti i casi di uccisioni di civili da parte del Governo (CIA/FBI) Usa, che si tratti del Presidente Kennedy o di Martin Luther King JR, o di uno sconosciuto impiegato postale del New Jersey, il risultato delle indagini ufficilai è prevedibile.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI?

Occorre che sia chiaro quello che è successo. Gli esperti americani di bio-difesa hanno attaccato e ucciso gli americani per nutrire la macchina militare-industriale. Il risultato è più soldi per la difesa in generale per la bio-difesa in particolare. Il Governo USA accusa nemici esterni per gli attacchi per giustificare invasioni preventive di Stati stranieri (Iraq). Coloro che dissentono divetano "nemici" interni e le libertà civili vengono abolite una ad una.

UN NASCENTE COLPO DI STATO

Le elezioni del 2000, gli eventi dell’11 settembre 2001, gli attacchi all’antrace sponsorizzati dalla CIA e il Patriot Act1 e 2 sono chiari segnali di un colpo di stato militare graduale ed in corso. Il dottor Steven Hatfill ha l’onore di essere il solo americano ad essere stato punito per i cosiddetti "fallimenti di intelligence" che hanno dominato l’11/9 e gli attacchi all’antrace. Nessuno, nemmeno George Tenet, il capo della CIA, è stato rimproverato o ha perso il lavoro. E nessuno è andato in carcere. Il dottor Steven Hatfill potrebbe essere l’unico "caduto", ma per ora cammina ancora in giro per l’America da uomo libero.

GLI USA STANNO SVILUPPANDO UN NUOVO PROGRAMMA SEGRETO DI ARMI BIOLOGICHE

Dagli attacchi all’antrace, il programma per le armi biologiche USA ha preso una grande e nuova spinta. Un titolo recente del Guardian Weekly l’ha chiamato "Il Programma segreto di armi biologiche USA". Il Guardian ha scritto: "Gli scienziati da una parte all’altra dell’Atlantico hanno messo in guardia questa settimana sul fatto che gli USA stanno sviluppando una nuova generazione di armi che viola i trattati internazionali sulle armi biologiche e chimiche". Due dei progetti sono ricerche dell’Agenzia di Intelligence della Difesa per modificare geneticamente un tipo di antrace resistente all’antibiotico e un "programma per produrre nuove spore essiccate, ufficialmente per testare le difese alle armi biologiche degli USA…" Speriamo che non ci siano altri test "non ufficliali" sulle spore essiccato da parte degli USA che danneggino le vite degli americani.

NESSUN CONTROLLO INTERNAZIONALE O DOMESTICO DELLE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA USA

L’ONU non ha richiesto sanzioni contro gli USA per la creazione segreta, illegale, di armi di distruzione di massa. Gli USA non darebbero il benvenuto agli ispettori ONU negli spazi del U.S. Army Medical Research Institute a Frederick, Maryland, dove sono state create le spore di antrace utilizzate in settembre/ottobre 2002…

LA SUPREMA IPOCRISIA

Una delle ragioni degli USA per invadere l’Iraq era l’uso da parte di Saddam di armi chimiche e biologiche contro il proprio stesso popolo. Se gli USA possono mobilitare 250.000 uomini e 60 miliardi di dollari per prendere Saddam, possono anche arrestare e sostituire pochi scienziati CIA per gli attacchi all’antrace. Crimini inaccettabili in Iraq devono essere inaccettabili in America. Sicuramente il Governo USA non considera le vite degli americani come meno importanti delle vite dei curdi in Iraq. Il tempo risponderà.


 

http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1821 

SBANCOR 

Economia 25.09.2002

  Cari rekombinanti, vi avevo promesso qualcosa di succoso sul piano della finanza riguardo all'11 settembre. Eccovelo.






Questo Grafico è quello del Dow Jones subito prima del 9/11 e subito dopo. Guardate la prima caduta quasi in verticale! Assomiglia in modo preoccupante a quella subito dopo l’11 settembre! Qualcuno sapeva prima e ha giocato le sue carte, o meglio le sue azioni, a partire dal 6 settembre.

Guardate ora quest’altro grafico.



E’ l’indice di volatilità sui derivati trattati alla borsa di Chicago: la volatilità aumenta anche qui prima dell11 settembre!

E infine ecco Standard & Poors 500, uno degli indici più significativi della Borsa Americana: stessa identica cosa!



 

 

 

 

 

 

Ecco un altro movimento anticipatore.

Cosa vogliono dire questi grafici?

1.che qualcuno sapeva prima

2.che questo qualcuno o erano in tanti o era un operatore in grado di influenzare il mercato.

3.che comunque la crisi anticipa September 11.

E per favore evitiamo di pensare il "fondamentalismo" come un movimento. Nessun movimento ha broker di borsa così efficienti. Un principe Saudita li ha, invece, ma questa è tutta un’altra storia…

 

http://www.ecn.org/golfo/articoli/doc4.html

Questo messaggio Email, basato sulla diretta esperienza dell'autore (G. Simon Harak, S. J., Fairfield University, USA), riporta altre informazioni sul comportamento degli ispettori dell'UNSCOM e sul loro atteggiamento pregiudiziale verso l'Iraq.

L'UNSCOM al lavoro
31 Gennaio 1998

Spesso ci si chiede: "Perché gli iracheni non lasciano semplicemente che gli ispettori facciano il loro lavoro?". Un primo motivo potrebbe essere che il parere degli ispettori ha il potere di prolungare le sanzioni che durano ormai da oltre sette anni, e in questo periodo sono morti quasi un milione e mezzo di iracheni. Ciò potrebbe ben dare agli iracheni qualche motivo di risentimento verso gli ispettori della Commissione Speciale delle Nazioni Unite (UNSCOM). Occorre inoltre esaminare un po' più da vicino questa frase, "lasciarli lavorare"; Quelli che seguono sono alcuni esempi, che abbiamo scoperto durante il nostro viaggio in Iraq, di ispettori dell'UNSCOM "al lavoro".

Abbiamo parlato con il vescovo Emmanuel Delly, della Chiesa cattolica caldea irachena (la più grande comunità cattolica del paese, molto antica, che risale al primo secolo d.C.). Ha detto di aver ricevuto una richiesta di aiuto dalle suore del convento diocesano lì vicino, perché gli ispettori dell'UNSCOM erano lì per perquisire il convento. Volevano anche scavare nel cimitero delle suore, dissotterrando le salme, per controllare se ci fossero armi chimiche e biologiche nascoste. Delly è andato lì e li ha fermati, e si sono limitati a passare dei contatori Geiger sul cimitero. Ha protestato pubblicamente alla TV irachena ed ha inviato una lettera di protesta a Bill Clinton ed al Papa. L'estate successiva (10 agosto 1997) gli è stato negato il visto d'ingresso negli Stati Uniti, dove doveva partecipare ad un congresso di prelati cattolici caldei.

Siamo stati al Circolo della stampa di Baghdad. Ci hanno detto che una volta gli ispettori dell'UNSCOM si sono presentati ad una scuola elementare. Anche se gli è stato assicurato che lì c'erano solo bambini, loro volevano entrare per "verificare". I loro interlocutori iracheni hanno cercato di convincerli ad aspettare la fine delle lezioni, perché la loro presenza avrebbe terrorizzato i bambini, ma gli ispettori hanno insistito. Sono entrati ed hanno perquisito tutti i quattro piani per confermare che erano tutti scolari. Apparentemente i bambini erano spaventati, ma hanno reagito ripetendo lo slogan "Abbasso l'America" fino a quando l'UNSCOM se n'è andata. Tutto questo è stato filmato. Ci hanno anche detto che un ispettore dell'UNSCOM (forse dello Sri Lanka, ma non erano sicuri) è andato in una fattoria (occorre ricordare che l'UNSCOM ha accesso anche alle proprietà private) ed ha chiesto al fattore: "Che cosa sono queste?" "Vacche," è stata la risposta. "Come si chiamano?" "Non hanno nome, sono vacche." L'ispettore ha concluso: "Devi dargli un nome." Anche questo è stato filmato. Naturalmente, lo scopo di queste azioni è fare sfoggio di potere ed umiliare la gente.

Un professore universitario, Donny George Youkhanna, mi ha raccontato questo episodio, che ho verificato al Circolo della stampa. Gli ispettori dell'UNSCOM si sono presentati all'Università di Mosul (circa 250 miglia a nord di Baghdad), sono andati in biblioteca e hanno rotto una finestra. Poi hanno buttato fuori, in un fosso, tutti i libri di chimica (e forse anche quelli di fisica) e gli hanno dato fuoco. Al Circolo della stampa hanno anche il filmato di questo episodio. Il punto cruciale è che le sanzioni dovrebbero rimanere in vigore fino a quando l'Iraq avrà la capacità (stiamo attenti quando sentiamo questa parola nei notiziari) di produrre armi di distruzione di massa. E ciò vorrebbe dire che l'UNSCOM avrebbe tutti i diritti di distruggere anche i libri che contengono nozioni chimiche e biologiche. A pensarci bene, ciò significa anche la distruzione di ogni persona che potrebbe avere queste conoscenze. Questa strategia trova la sua attuazione nel mantenimento delle sanzioni, che colpiscono le persone ed impediscono loro di andare a scuola, perché malati, affamati, o perché il loro sviluppo fisico o mentale è stato arrestato dalla malnutrizione, o semplicemente perché sono morti. Questa strategia sembra supportata anche da un articolo pubblicato di recente dal New York Times (11/11/1997): Gary Milhollin diceva che anche se l'Iraq non produce più armi di distruzione di massa, ha ancora la capacità per farlo, perché i suoi scienziati sono ancora vivi e proseguono le ricerche, e concludeva: "La ricerca e lo sviluppo di armi non si possono fermare se non uccidendo le persone". Stiamo sempre attenti alla parola capacità!

Si noti anche che se una di queste azioni dell'UNSCOM avesse trovato resistenza (come nel caso del vescovo Delly), la sede dell'ONU a New York avrebbe ricevuto un rapporto su un "caso di non sottomissione" da parte irachena - un altro elemento per giustificare la permanenza delle sanzioni.

Abbiamo parlato anche con Denis J. Halliday, Coordinatore delle azioni umanitarie in Iraq per le Nazioni Unite. Ci ha detto che gli iracheni avevano un certo numero (forse 5) di elicotteri, usati in passato per spargere insetticidi sulle coltivazioni. Dato il permanere delle sanzioni, gli elicotteri cadevano sempre più in disuso; alla fine, si erano ridotti ad un ammasso di pezzi di ricambio depositati presso un ufficio dell'ONU, perché gli iracheni li potessero riprendere dopo la fine delle sanzioni. Gli uomini dell'UNSCOM sono entrati in quell'ufficio (dove, a detta di Halliday, i pezzi di ricambio erano depositati sotto i tavoli), hanno preso i pezzi, e li hanno distrutti con fare cerimonioso. L'UNSCOM ha sede in un'ala diversa dello stesso edificio, e spesso ha un atteggiamento di rivalità verso gli addetti a mansioni umanitarie: una volta avevano tutti delle T-shirt che li prendevano in giro come dei "coccoloni" (bunny-huggers). Quando siamo andati agli uffici dell'UNSCOM, il vicedirettore, il finlandese Jaakko Ylitalo, è stato molto gentile, ma non ho potuto non notare un vistoso cartello scritto con una stampante laser: "Non vogliamo qui i vostri sporchi dinari".

Quando leggerete questo resoconto, potremmo aver nuovamente bombardato l'Iraq. Se è così, molto probabilmente avremo usato missili di tipo Tomahawk Cruise. Con quasi 700 miglia di gittata, una velocità di 550 miglia all'ora, e con la sua capacità di sfuggire ai radar, il Tomahawk è la " soluzione preferita" al problema di uccidere senza subire perdite. Può essere armato con una testata nucleare, ma di solito si preferisce una testata convenzionale da 1000 libbre, o anche una mezza tonnellata di "bombette" anti-persona che possono uccidere, storpiare o mutilare. E' anche possibile che queste bombette rimangano inesplose, e che più tardi colpiscano chi cerca di ripulire, di soccorrere i feriti, o di recuperare i morti. I Tomahawk si possono guidare al bersaglio in tre modi. Innanzitutto, hanno un sistema di guida inerziale. Poi, hanno un sistema interno di guida "di adattamento ai contorni del terreno" (TERCOM). Ciò significa che hanno in memoria una mappa che un computer confronta con i contorni rilevati mentre il missile vola. Infine, negli ultimi secondi di avvicinamento al bersaglio, entra spesso in funzione un sistema di guida ad immagine fotografica. Cerchiamo di fare due più due... Scott Ritter ha lavorato per il Servizio di informazioni militare degli Stati Uniti durante e dopo la Guerra del Golfo. Ora è il capo di una squadra di ispettori dell'UNSCOM. Per guidare i missili al loro punto di massima distruzione, gli Stati Uniti hanno bisogno di fotografie ravvicinate del bersaglio. Da dove pensate che vengano queste foto? E voi concedereste "accesso senza restrizioni" ai vostri "siti sensibili" a questi tizi, con le loro sofisticate attrezzature di controllo? [L'ispettore americano dell'UNSCOM Scott Ritter è stato accusato di spionaggio dall'Iraq dopo numerose azioni provocatorie come quelle descritte in questo testo; è stato fra gli attori principali della crisi scoppiata in Gennaio, quando l'Iraq aveva ostacolato i lavori della squadra da lui guidata, e composta quasi completamente da americani e inglesi. Il 5 marzo, subito dopo l'accordo fra Tariq Aziz e Kofi Annan, Ritter è tornato in Iraq con la sua squadra: secondo il presidente dell'UNSCOM Richard Butler, la ripresa dei lavori della squadra di Ritter deve essere un test della "volontà di sottomissione" da parte irachena... n.d.t.]

Ovviamente, io non credo che i membri dell'UNSCOM siano malvagi. Credo che gli sia stato detto che hanno un potere assoluto [il Segretario di Stato USA Albright ha usato il termine "incondizionato"], e questo tende a corrompere, specialmente se gli ispettori vengono da un paese povero, o da un paese che solitamente viene umiliato. Un altro punto cruciale è che l'UNSCOM non ha quasi niente da fare: ci sono 111 membri permanenti, a cui si aggiungono continuamente squadre di rinforzo con ispettori di altri paesi (da 10 a 30 componenti ciascuna).

Secondo Ylitalo, hanno distrutto 817 missili Scud, e credono che possano essercene ancora due. Quando gli ho obiettato, "Quindi, per questi due missili che possono esserci...?" ha risposto che c'era "un ammanco di testate." Sostengono che manchino alcune testate, che secondo loro una volta portavano armi chimiche o biologiche. Ylitalo ha anche detto che l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha lasciato l'Iraq perché ha verificato che non ci sono armi nucleari. Gli abbiamo chiesto dei palazzi, ed ha risposto allegramente: "Oh, sappiamo che nei palazzi non c'è niente." "Lo sapete?" ho chiesto, incredulo. "Sì," ha risposto. Hanno gli U2 ed altri aerei spia, hanno le fotografie da satellite (che possono vedere una targa di automobile), ed hanno anche liste delle armi vendute all'Iraq, fornite dai paesi venditori; inoltre, hanno controllato i palazzi mentre venivano costruiti. Sanno quindi che lì dentro non c'è niente. Si noti che un mese fa [dicembre 1997], Saddam Hussein ha fatto entrare nei palazzi dozzine di reporter, permettendo loro di filmare qualsiasi cosa, ovunque volessero. Questo "compromesso" è stato respinto dall'UNSCOM. Attualmente [gennaio 1998] sta facendo entrare dei diplomatici, per la stessa ragione, ed anche questo è stato respinto dall'UNSCOM, anche se sanno che lì non c'è niente. Quando gli ho chiesto perché lo facevano, ha detto: "E' una questione di principio." Gli ho risposto: "Anche loro hanno principi, come l'onore e la sovranità nazionale. E per la vostra questione di principio, oggi trecento persone moriranno." "Sto solo eseguendo gli ordini," ha detto. La conclusione è che ci sono centinaia di ispettori dell'UNSCOM (e 5 elicotteri con 35 piloti cileni, aeroplani, satelliti, ecc.) che ricevono tonnellate di denaro (ad esempio, in aggiunta ai loro stipendi, ricevono circa 100 dollari al giorno solo per le spese - che è circa 40 volte ciò che un dottore iracheno guadagna in un mese), per cercare armi nucleari che non ci sono, un paio di missili (forse), e forse qualche chilo di sostanze chimico/biologiche, in un paese delle dimensioni della California. Poi, naturalmente, devono essere sicuri che l'Iraq non abbia e non possa più acquisire la capacità produttiva...


 

http://notizie.tiscali.it/oggi/Articoli/2004/febbraio/03/bush_inchiesta_cia.html

Esteri
Bush apre l'inchiesta sulla Cia
Mercoledì 11 Febbraio 2004

"Il presidente Usa, George W. Bush, ha dato il suo assenso all'istituzione di una commissione d'inchiesta indipendente sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Anche il premier britannico Tony Blair, che sino ai giorni scorsi ne negava l'opportunità, sembra averci ripensato e potrebbe annunciare oggi una misura analoga per valutare la bontà delle intelligence sull'arsenale proibito di Saddam". Così la Repubblica descrive il via libera del presidente Bush all'apertura dell'inchiesta sulla Cia.
Il quotidiano diretto da Ezio Mauro riporta il commento di El Baradei, direttore generale dell'Iaea, l'Agenzia atomica internazionale. "Il Consiglio di sicurezza ci ha chiesto di verificare che l'Iraq non disponga di armi nucleari - ha dichiarato El Baradei a Lally Weimouth -. In realtà ci troviamo in una posizione ingrata. nonostante ci sia stato dato il mandato non possiamo ritornare in Iraq. Alla fine credo che comunque ci riusciremo perchè siamo gli unici ad essere imparziali. Ritengo che prima di poter dichiarare chiuso questo capitolo sia necessario effettuare dei monitoraggi continui e controlli per alcuni anni".

 

Per il Corriere della Sera, Bush pensa a una nuova Commissione Warren. "Il presidente Bush non ha solo confermato che formerà una commissione d'inchiesta indipendente sui rapporti errati della Cia sulle armi di sterminio di Saddam Hussein. Ha anche precisato che sarà bipartisan, con nove membri, sul modello della Commissione Warren che nel '64 indagò sull'assassinio del presidente Kennedy - scrive Ennio Caretto -. In apparenza, il varo della Commissione rappresenta una drastica correzione di rotta del presidente, che ne aveva sempre respinto il progetto. In realtà è una ritirata strategica, come ha scritto il Washington Post, se non una manovra diversiva. La Casa Bianca ha sottolineato che la Commissione finirà i lavori nel 2005, dopo le elezioni e che nel frattempo gli ispettori americani continueranno a scavare in Iraq alla ricerca della verità".

 

Anche La Stampa analizza il cambio di rotta di Bush sulla Commissione d'inchiesta sulla armi di distruzione di massa. "Il motivo della concessione di Bush si può leggere in un sondaggio pubblicato ieri dalla Gallup - commenta Paolo Mastrolilli -. Per la prima volta la sua popolarità è scesa sotto il 50 per cento, e solo il 49 per cento degli americani pensa che sia valsa la pena di fare la guerra in Iraq. Secondo lo stesso rilevamento, se le elezioni si tenessero oggi, il probabile candidato democratico Kerry batterebbe il Presidente 53% a 46%. Quindi Bush ha reagito dando via libera all'inchiesta, ma l'ha avviata lui, in modo da conservare qualche potere di controllo".

 

Il Giornale ipotizza una riorganizzazione degli organi dell'intelligence americana. "Da come si stanno mettendo le cose, a lasciarci le penne sono proprio gli 007, a partire dalla Cia e dal suo direttore George Tenet - scrivem Andrea Nativi -. Ha un bel da fare David Key a sostenere che non si deve condurre nessuna caccia alle streghe. Negli ambienti intelligence statunitensi c'è chi ricorda gli effetti della commissione Church negli anni '70, che corresse molte disfunzioni, ma portò anche a fughe in massa. E proprio nel momento in cui c'è bisogno disperato di buone informazioni una riorganizzazione può risultare traumatica".

 

 

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