FISICA/MENTE

 

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27 settembre 2003

ESTATE DI SANGUE IN KOSOVO


Le violenze contro la minoranza serba sono riprese nella provincia sotto il protettorato dell’Onu. Gli estremisti albanesi non accettano il dialogo interetnico
Jean-Michel Demetz, L’Express, Francia
Ivan è morto perché era serbo. In Kosovo, in questi ultimi tempi essere serbi è un male che non perdona. Questo ragazzo di 19 anni è stato colpito da un proiettile fatale mentre faceva il bagno nel fiume Bistrica, vicino al villaggio serbo di Gorazdevac, sorvegliato dai soldati italiani. Ironia della sorte, suo fratello minore si trovava in quel momento in compagnia di coetanei albanesi, in un campeggio estivo organizzato dalla missione locale delle nazioni unite (Minuk) per promuovere la coesistenza fra le etnie. In questa provincia della Serbia, popolata al 95 per cento da albanesi e sotto il protettorato dell’Onu dal giugno 1999, l’estate è stata micidiale per la minoranza serba (80-l00mila persone), rifugiata in enclave sorvegliate da soldati della Kfor, sotto il comando della Nato. Omicidi di bambini, vecchi e adulti: gli estremisti albanesi hanno messo in atto una vera campagna di terrore. Per il governo di Belgrado dopo l’insediamento della Minuk sarebbero stati uccisi 987 serbi; secondo l’Onu, invece, la cifra andrebbe ridotta a un quarto. La recente escalation di violenza supera il confine della sola provincia e coinvolge la vicina Macedonia, dove la pace conclusa fra la comunità slava e quella albanese nell’agosto 2000 è minacciata da una ripresa degli attentati nella capitale Skopje. Intanto il primo provvedimento adottato dal nuovo amministratore dell’Onu, il finlandese Harri Holkeri è stato invitare i kosovari a consegnare (in cambio di un’amnistia) le armi detenute illegalmente. Ce ne sarebbero circa mezzo milione. Con questa recrudescenza della violenza, gli estremisti albanesi si prefiggono vari obiettivi. Il primo è impedire qualsiasi ritorno dei rifugiati serbi fuggiti dal Kosovo per paura delle rappresaglie nell’estate 1999. Non solo: prendersela con i bambini o con i vecchi significa ovviamente spingere ogni famiglia serba rimasta a sgombrare il campo. Una missione dell’Unesco si è recata in Kosovo dal 12 al 18 marzo scorso. La sua relazione denuncia che è in corso un "dichiarato tentativo di sradicamento". Il terrorismo albanese vuol essere anche una sfida alla comunità internazionale. Per gli ultranazionalisti, le violenze dovrebbero dissuadere l‘amministrazione Bush (vista come il più sincero alleato della causa albanese) dal ritirare le sue truppe dal Kosovo, come vorrebbe fare il Pentagono. Preoccupati della rapida normalizzazione delle relazioni fra Bel grado e Washington. Gli estremisti sperano di spingere i moderati serbi al potere a reagire, e di dare una mano alla propaganda revanscista dell’opposizione radicale e socialista serba, ultranazionalista e antioccidentale. Infine, mentre avrebbero dovuto iniziare presto delle trattative fra dirigenti serbi e albanesi sotto l’egida della Minuk, il rigurgito di tensione le rinvia sine die: impossibile negoziare in un clima simile. Di fronte a questo degrado, le Nazioni Unite non possono fare altro che riconoscere il fallimento del protettorato imposto quattro anni fa. Il fatto che il nuovo capo della Minuk, Harri Holkeri, abbia sentito il bisogno di richiamarne gli obiettivi — sviluppo economico, lotta contro il crimine organizzato, integrazione delle minoranze — dimostra quanta strada resti ancora da percorrere. Su un territorio piccolo e popolato da due milioni di abitanti, i 2lmila soldati della Kfor (a cui bisogna aggiungere 4mila poliziotti internazionali) non sono in grado di impedire le violenze contro la minoranza serba. Si è soliti dire, e sfortunatamente non è una battuta, che l’unica organizzazione interetnica che funzioni in Kosovo è il crimine organizzato che dilaga nella provincia. Non ci sono le condizioni per un sano decollo economico, malgrado i consistenti aiuti finanziari l’Unione europea ha versato 1,16 miliardi di euro fra il 1999 e il 2002, e il bilancio annuale della Minuk è di 315 milioni di dollari. Questa manna oggi è molto diminuita, Bruxelles sborserà solo 100 milioni di euro nel 2003 e nel 2004, il che forse è anche all’origine delle attuali tensioni, una sorta di ricatto che ha per oggetto la pace. Insomma, la "costruzione di una nazione", il nation building, sotto il protettorato dell’Onu, richiede evidentemente, anche in Europa, più mezzi, più immaginazione e più tempo.

 

5 ANNI FA

Da il manifesto 24 marzo 2004


Con i raid Nato del 24 marzo del 1999 fu devastato il diritto internazionale ereditato dalla II guerra mondiale e nato nel ripudio della guerra come strumento di politica internazionale. Gli Usa «soccorsero» l'Europa: il rapporto ne uscì stravolto
ISIDORO D. MORTELLARO


Èintinto in un veleno assai urticante il coltello che Robert Kagan rigira nel fianco degli Europei, quando nel suo Paradiso e potere, piccola summa del pensiero neoconservatore, constata, rispetto all' ordine mondiale del XXI secolo, che «gli Americani hanno preparato la cena e gli Europei lavato i piatti». Il riferimento è largo, al ciclo di guerre inaugurato dal primo intervento in Iraq, all'indomani della caduta del Muro. Ma si fa estremamente pungente quando sottolinea lo choc del Vecchio Continente scopertosi impotente non più solo nel mondo, nei conflitti da globalizzazione, ma in casa propria, di fronte al ritorno della guerra nei sempiterni Balcani. Allora l'aiuto, più o meno spontaneo, dell'«amico americano» si rese necessario. Ma si rivelò straordinariamente costoso, specie nel suo epilogo di «guerra umanitaria», «a soccorso» del Kosovo. Non già solo per il carico di distruzioni di un assalto che, con l'intelligenza delle sue bombe e il celestino delle sue volute, seppe risparmiare solo la vita degli assalitori: «5.000 a zero», fu l'asimmetrico calcolo finale delle perdite in battaglia, a totale carico dei serbi. Un conto truccato: l'«uranio impoverito», sparso con larghezza di mezzi e cinismo, si sarebbe vendicato a distanza, ma nel silenzio di una contabilità occultata accuratamente, tanto in Occidente quanto soprattutto nei Balcani e lungo tutto l'avvelenato Danubio. Con la «guerra celeste», in realtà, un colpo devastante fu allora portato al diritto internazionale e ad ogni Carta ereditata dalla II guerra mondiale e nata nel calco dell'Onu, nel ripudio della guerra come strumento di politica internazionale. In quel battesimo del fuoco la Nato giunse a strappare persino i propri trattati istitutivi, rigidamente attestati sul mutuo e difensivo soccorso. Nel vertice di Washington, con cui nel pieno dei bombardamenti celebrò il 50mo anniversario della propria costituzione, seppe fare di necessità virtù e reinventarsi come strumento di intervento globale in ogni area di crisi potenzialmente dannosa per l'Occidente: una mutazione complessiva di scopi e raggio d'azione portata a termine in modalità accuratamente schermate dall'intervento di popoli e Parlamenti, ad emblematica sottolineatura delle regole e forme oligarchiche che presiedono allo sviluppo del nuovo mondo globalizzato.

Il centro-sinistra del tempo, dell'era Clinton, allora egemone di qua e di là d'Atlantico, accompagnò gli eventi con peana all'intervento umanitario, strumento elettivo di una globalizzazione dal volto umano, vindice dei diritti calpestati o concultati da tiranni e rogue states. L'Italia del governo D'Alema scopriva le virtù di un nuovo atlantismo. Berlusconi si sarebbe poi incamminato sicuro su quelle orme per azzardi ben più perigliosi e catastrofici.

Gli Europei ne ricavarono una lezione indimenticabile. Fioccavano ancora le bombe, quando il 3 giugno 1999 l'Europa, al Consiglio europeo di Colonia, era costretta a prendere tutte le misure di quella «guerra umanitaria». Si scopriva storta e impotente: priva non solo di una politica o di un esercito europei, ma financo di una Carta dei diritti. Si affannò a porre rimedio, ma tra scelte e segnali non propriamente confortanti. Non ci si impegnava sul futuro valore della Carta dei diritti e a rammentare entro quali atlantici confini si sarebbe mossa la erigenda Pesc - Politica estera e di sicurezza comune - se ne individuava il futuro responsabile nella persona di Xavier Solana, all'epoca ancora segretario generale dell'Alleanza atlantica. In sparuta e negletta minoranza, il greco Simitis e l'italiano D'Alema avrebbero invano protestato rispetto ad un candidato utile sicuramente a rimarcare continuità e non certo innovazione.

Anche di là dell'Atlantico maturavano riflessioni nuove. Nelle retrovie la candidatura di Bush II alle prossime presidenziali era già a buon punto e la sua squadra di futuri consiglieri - i Vulcans - al lavoro. Condoleezza Rice affidò al numero di Foreign Affairs che inaugurava il 2000 una puntuta riflessione sulla presidenza Clinton e sulla guerra del Kosovo. Basta con il multilateralismo della war by committees: la guerra gestita da comitati politici, in cui la potenza americana viene mortificata dalla supponenza degli alleati. Basta con marines dimidiati a boy-scouts dell'emergenza umanitaria. Gli Usa sappiano esercitare il ruolo richiesto dallo status di iperpotenza: decisore ultimo sulle questioni della pace e della guerra. Ad altri, alle organizzazioni internazionali e regionali vanno delegate emergenze umanitarie e nation-building. Concetti tutti valorizzati appieno da Bush II nel mondo e nel tempo feriti dall'11 settembre.

Dalle colonne di Foreign Affairs di marzo-aprile, Robert Kagan torna ora sui fatti del Kosovo. Rammenta agli Europei che allora essi permisero e quasi invocarono quanto poi negato per l'Iraq da alcuni di essi: accantonamento dell'Onu e violazione del principio di sovranità nazionale. Chiede perciò di provare a sanare la contraddizione per il futuro, pena una crisi di legittimità dell'Occidente tutto e dei principi su cui si è finora fondata la sua unità interna e nel mondo. Sullo sfondo si intravedono le partite strategiche già approntate per i futuri appuntamenti del G7-G8 e della Nato: la proposta americana di un'iniziativa occidentale per un Grande Medio Oriente e l'ennesimo ridisegno strategico dell'Alleanza atlantica. Nulla di nuovo, se non fosse per i tanti segnali di risposta che da qualche tempo le varie capitali europee lanciano, ammorbidendo toni e sostanza del contenzioso maturato in Iraq. Spicca per chiarezza lo scritto con cui dal Corriere della Sera del 10 marzo Marta Dassù - direttrice di «Aspenia» e stella fissa del firmamento di intelligenze che, dal Cespi alla Fondazione Italianieuropei, alimenta la riflessione strategica del centrosinistra italiano - fa il punto sullo stato delle relazioni transatlantiche e internazionali dopo il Kosovo e l'Iraq. Nel XXI secolo ci si avvia a relativizzare il principio base del diritto internazionale - la non interferenza negli affari interni di Stati sovrani - a favore di un concetto di sovranità responsabile, chiamata a rispondere di violazioni dei diritti umani o di possibili minacce all'ordine internazionale. Meglio perciò discutere «un aggiornamento delle regole», piuttosto che continuare - uniti o divisi - a «collezionare eccezioni alle regole vecchie». Risposta più chiara non poteva venire alla tesi neoconservatrice sulla «forza che fa il diritto» quando il vecchio mondo tramonta. O, magari, viene spinto nella fossa.

Il pacifismo che prova anch'esso a contornare il nuovo secolo è avvertito: se non si guadagnano, specie dopo la Spagna, nuove posizioni di forza, di qua e di là dell'Atlantico già si apprestano le misure per trascinare anche un'eventuale presidenza Kerry nell'onda lunga avviata cinque anni fa in Kosovo e ingrossata dalla cosiddetta guerra al terrorismo. Indigesta rimarrà solo la guerra. Come cancrena nei Balcani, in Iraq o nei mille fallimenti del peace-making, continua a negarsi alla bacchetta magica dei suoi apprendisti stregoni.

I crimini dell'Alleanza atlantica
Amnesty International, a un anno dai bombardamenti «umanitari», nel giugno 2000, ha pubblicato un rapporto nel sito www.amnesty.org/ailib/intcam/kosovo/docs/natorep_all.doc, nel quale accusa, prove alla mano, i leader della Nato non di «danni collaterali» ma di «omicidi illegali»

Povero uranio
Utilizzati nei raid 31mila proiettili all'uranio impoverito, solo sul Kosovo e solo dagli A-10 Usa. Raid con armi chimiche su raffinerie e industrie chimiche
 

«Omicidi illegali dei raid»
Amnesty elenca le uccisioni deliberate di civili: 10 ad Aleksinac, 20 a Grdelica, 73 a Djakovica, 16 a Belgrado (tv serba colpita), 11 bambini a Surdulica, 17 passeggeri di un pullman a Savine Vode, 39 a Luzane, 14 a Nis, 87 a Korisa, 19 a Istok, 11 a Novi Pazar. E continua. Il Tribunale dell'Aja: «Non è nostra competenza»

78 GIORNI DI BOMBARDAMENTI
La «guerra umanitaria», scatenata in nome dei diritti dell'uomo, continuò per 78 giorni, provocando migliaia di vittime civili, oltre alle sanguinose ritorsioni delle milizie serbe e all'esodo di centinaia di migliaia di profughi kosovaro-albanesi. L'attacco, su tutta la Jugoslavia, comportò più di diecimila missioni da parte di circa mille aerei alleati - cinquanta italiani - e l'uso di oltre 23 mila ordigni esplosivi, fra missili, bombe convenzionali e cluster bombs. (Nelle foto, le copertine de il manifesto, tra cui quella «bianca» «I bambini non ci guardano», voluta da Luigi Pintor come protesta per il massacro dei bambini di Surdulica del 30 maggio 1999. Foto grande ap, il treno di Grdelica centrato dai missili Nato nonostante che il pilota comunicasse ai comandi: «Sono civili». 



 
EX JUGOSLAVIA 1999
Guerra umanitaria e terrorismo
DANILO ZOLO


Cinque anni fa, la sera del 24 marzo 1999, la Nato iniziò a bombardare la Repubblica federale jugoslava, senza alcuna autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La «guerra umanitaria», scatenata in nome dei diritti dell'uomo, continuò per 78 giorni, provocando migliaia di vittime civili, oltre alle sanguinose ritorsioni delle milizie serbe e all'esodo di centinaia di migliaia di profughi kosovaro-albanesi. L'attacco, su tutto il territorio jugoslavo, comportò non meno di diecimila missioni da parte di circa mille aerei alleati - cinquanta erano italiani - e l'uso di oltre 23 mila ordigni esplosivi, fra missili, bombe convenzionali e cluster bombs. Senza contare le decine di migliaia di proiettili all'uranio impoverito, altamente inquinanti. Furono distrutti ospedali, prigioni, fabbriche, ponti, infrastrutture civili. Vennero bombardate l'ambasciata cinese e la televisione di Belgrado, con l'uccisione e il ferimento intenzionale di decine di civili in flagrante violazione del diritto internazionale di guerra, oltre che della Carta delle Nazioni Unite. Il dittatore serbo Slobodan Milosevic e i suoi collaboratori, già prima di essere sconfitti sul campo, vennero incriminati dal Tribunale penale internazionale dell'Aja. Al contrario, le denuncie contro i crimini di guerra commessi dalle autorità politiche e militari della Nato vennero sbrigativamente archiviate dal procuratore generale, Carla del Ponte: una giustizia internazionale asservita agli Stati Uniti, la potenza che aveva voluto, finanziato e sostenuto militarmente il Tribunale.

Perché ha senso, a cinque anni di distanza, rievocare tutto questo? Le ragioni sono molte, ma mi limito ad indicarne due che ritengo di eccezionale gravità.

E' importante ricordare, anzitutto, come provano le vicende di questi giorni a Prizren, a Pristina, a Mitrovica, che la «guerra umanitaria» voluta dalla Nato non ha mai arrestato la violenza e lo spargimento del sangue. Come ogni altra guerra, la guerra del Kosovo ha lasciato una lunga scia di odio, di paura, di corruzione, di miseria e di morte. Di umanitario questa guerra ha avuto soltanto il pretesto e il nome. La protezione dei diritti dei cittadini kosovaro-albanesi non era l'obiettivo reale della Nato, come non lo era l'arresto della cosiddetta «pulizia etnica». Essa è continuata spietatamente - nei cinque anni che ci stanno alle spalle, non solo in questi giorni -, ma in direzione inversa: contro i serbi sconfitti, da parte dei terroristi dell'Uçk, dell'Uçpmb e della «nuova polizia» del Tmk. E ciò è accaduto nonostante la presenza in Kosovo di massicci reparti militari sotto il controllo della Nato, e nonostante Camp Bondsteel: l'immensa base militare che gli Stati Uniti hanno rapidamente costruito in prossimità di Urosevac, dopo aver spianato tre intere colline coltivate a frumento.

In secondo luogo è importante sottolineare che la guerra per il Kosovo ci ha definitivamente introdotti nel nuovo ordine globale, e cioè in un assetto delle relazioni internazionali profondamente mutato rispetto al sistema bipolare del dopoguerra. L'intervento militare in Kosovo è stato una tappa fondamentale della strategia egemonica degli Stati Uniti: una strategia iniziata con la prima guerra del Golfo, nel 1991, che aveva aperto le porte del Medio Oriente alla permanente quanto massiccia presenza delle armate statunitensi, in particolare in Arabia Saudita. In nome del new world order e della global security questa strategia era proseguita con la prassi aggressiva e illegale dell'«ingerenza umanitaria», dal Kurdistan alla Somalia, ad Haiti.

Questo è il punto centrale: la «guerra umanitaria» del 1999 è storicamente la premessa dell'esplosione del terrorismo che di lì a poco avrebbe portato all'attentato dell'11 settembre 2001. Essa è stata, accanto all'etnocidio del popolo palestinese, una delle più efficaci istigazioni al global terrorism. In realtà le guerre delle potenze occidentali, prima nei Balcani e poi in Afghanistan e in Iraq, non sono mai state, in nessun senso, guerre difensive contro il terrorismo, in nome della libertà, della democrazia, dei diritti dell'uomo. E' vero l'inverso: il terrorismo è la replica globale all'insostenibile dimostrazione di potenza militare che l'Occidente atlantico ha offerto, dalla Guerra del Golfo al conflitto del Kosovo.

Le modalità della «guerra dal cielo» e i suoi incontenibili esiti militari hanno mostrato al mondo intero l'assoluta supremazia tecnologica, informatica e militare delle armate occidentali. E hanno provato la volontà degli Stati Uniti di far uso della propria supremazia militare senza minimamente tener conto del diritto internazionale, attribuendosi un assoluto jus ad bellum sulla base di una crescente emarginazione delle Nazioni Unite. Il terrorismo, in particolare quello di matrice islamica, è la replica nichilista al nichilismo di una potenza che intende dominare il mondo grazie all'uso sistematico dei mezzi di distruzione di massa di cui dispone. Il fondamentalismo terroristico è la replica al «fondamentalismo umanitario» del nuovo potere imperiale.

«A Belgrado ci sentiamo soli e infelici...»
Rileggo la lettera di Milos Nicolic, vecchio partigiano e fra i primi a denunciare il nazionalismo serbo. E' inorridito per l'intervento Nato e avverte che avrà gravi conseguenze: l'introduzione in politica internazionale di una pratica che conferisce al paese più forte il ruolo di poliziotto mondiale; l'azzeramento di una soluzione pacifica in Kosovo per l' incoraggiamento dato al nazionalismo, serbo e albanese; la riduzione degli spazi per le forze democratiche non-nazionaliste. A 5 anni di distanza, la sua testimonianza è più credibile che mai
LUCIANA CASTELLINA
«Cari amici, vi scrivo questa lettera alla luce di una candela, nella notte fra il 25 e il 26 di marzo, mentre gli aerei della Nato stanno bombardando la periferia di Belgrado.La guerra è venuta nel mio paese». Queste righe mi arrivarono fortunosamente giorni dopo, via Internet, e furono poi seguite da altre, accorate, scritte dai tanti compagni jugoslavi impegnati nella battaglia contro Milosevic e con cui eravamo da tempo in contatto perché attivi nel movimento della pace europeo. A mandarmi questa prima missiva era Milos Nicolic, vecchio partigiano e fra i primi a denunciare l'insorgere del nazionalismo serbo. Milos è inorridito e stupefatto per l'intervento Nato e avverte che può avere gravi conseguenze: al di là del dato umanitario, l'introduzione nella politica internazionale di una pratica che conferisce al paese più forte il ruolo di poliziotto mondiale; l'interruzione del processo che avrebbe potuto portare ad una soluzione pacifica in Kosovo, per l' incoraggiamento offerto al nazionalismo, serbo e albanese; la riduzione di spazi d'azione per le forze democratiche non-nazionaliste. La lettera termina con parole molto amare: «Ci sentiamo soli e infelici, non sentiamo la vostra voce. Pensate forse che non abbiamo ragione a denunciare i bombardamenti della Nato?». La voce dei pacifisti, moltissimi italiani, che nel Kosovo, come prima in Bosnia, sono stati in campo per aiutare la pace come potevano, i compagni di Belgrado l'hanno poi sentita. Ma lo sconcerto è perché quei bombardamenti erano stati decisi anche da governi che avevano ritenuto amici.

Ho preferito lasciare la parola a Milos Nicolic nel commentare questo primo quinquennale dall'inizio dei 78 giorni di bombardamenti. E' più autentica, più credibile. A cinque anni di distanza, dopo che moltissimi documenti dell'epoca sono stati resi pubblici, e la persecuzione dei serbi in Kosovo non si è mai interrotta (solo ora è diventata visibile), le sue previsioni appaiono ancora più fondate. Ma i grandi media non ne hanno mai dato conto, così come manipolarono al momento le notizie, in una misura tanto scandalosa che la stampa brezneviana era in confronto un esempio di sottigliezza. Perché mai tante scheggie di emozione - i profughi, la Bonino in battle dress che li soccorreva (solo gli albanesi, di quelli serbi - che alla fine sono risultati nei Balcani quasi un milione - sembra non abbia mai avuto contezza , i « nostri» soldati, naturalmente) - prive di qualsiasi contesto, sono state bombardate assieme all'uranio impoverito per generare confusione. E così si è parlato solo di aggressione dell'esercito jugoslavo contro i civili albanesi , senza mai dire che dal 1998 reparti armati dell'Uck entravano dai confini, albanese e macedone, nel paese, conquistando il controllo del 40% del territorio. Quella che inizia, dunque, è una vera guerra, orribile, certo, con tutte le sue rappresaglie ( da ambo le parti), ma una guerra. Tanto è vero che i tribunali tedeschi respingono le richieste di asilo politico dei profughi albanesi affermando che non c'è, in Jugoslavia, un attacco alla minoranza in quanto tale. Poi c'è l'accordo del 15 ottobre fra Milosevic e Holbrooke, in base al quale 10.000 poliziotti serbi vengono ritirati, viene inviata una missione dell'Osce e annunciata una nuova «autonomia». Che tale soluzione sia stata rifiutata da tutti i gruppi albanesi, che in realtà puntavano a creare un altro stato, si dice poco o nulla.

Infine il negoziato di Rambouillet che rappresenta lo scandalo maggiore: la stampa internazionale accreditata a seguire i lavori nel castello alla periferia di Parigi, ma anche i parlamenti vengono tenuti all'oscuro di quella che in seguito sarà chiamata la «clausola killer», l'annesso all'accordo che spiega perché Belgrado è costretta a rifiutare: perché vi si dispone l'occupazione di fatto delle truppe Nato non del solo Kosovo ma di tutta la Repubblica federale. L'opinione pubblica non ne è informata, così come del fatto che inopinatamente alla vigilia sono stati ritirati gli osservatori dell'Osce (una decisione contro cui Milosevic protesta invano) dopo la poco credibile strage di Racak. E' a questo punto che, premeditatamente e senza l'avallo del Consiglio di sicurezza dell'Onu, la Nato decide di aggredire la Jugoslavia. Sembra che D'Alema - lo dicono documenti Usa - avesse avvertito Clinton che così si rischiava un drammatico aumento dei profughi. Una preveggenza senza conseguenze e inghiottita dalla storia.

Il vero esodo avviene infatti quando iniziano i bombardamenti. Spenti ormai i riflettori tv sulla regione, è chiaro che i profughi serbi sono quelli che non torneranno più. E ora continuano.

A guerra «conclusa» gli Stati uniti hanno portato a casa un saldo controllo dei Balcani (basi, corridoi, oleodotti ) e l'emarginazione degli europei che, solo ove il problema del nuovo assetto della zona fosse restato sul terreno politico avrebbero potuto avere un ruolo, fatalmente perduto quando è entrata in scena la forza militare.


Migliaia i nuovi rifugiati
L'ultima pulizia etnica di questi giorni in Kosovo - continuata, nel silenzio, in tutti questi cinque anni - sono circa 4.000 secondo l'Unhcr-Onu per i profughi, che sottolinea: «E' il 10% delle minoranze rimaste». Dopo l'occupazione della Nato, giugno 1999, i profughi serbi, rom e altre minoranze sono stati 260mila
 

Case incendiate
Per l'Unhcr-Onu, in questi giorni sono state incendiate ben 286 abitazioni serbe, 80 quelle danneggiate. Decine le chiese ortodosse devastate


 

I serbi profughi per la terza volta
Reportage da Kosovska Mitrovica, la città divisa in due, tra i nuovi rifugiati in fuga nel protettorato militare Kosovo. Il segretario della Nato Sheffer: «Pulizia etnica orchestrata dagli estremisti albanesi»
STEFANO LIBERTI
INVIATO A MITROVICA


«Sono cinque anni che viviamo quest'inferno». Con la voce rotta dall'emozione, Radivoie Milencovic, 72 anni e uno sguardo penetrante dietro una faccia scavata dalle rughe, ripercorre l'ultima tappa del suo calvario. Un calvario, racconta l'uomo, «che ha avuto inizio il 24 marzo 1999, con i bombardamenti della Nato sulla ex Jugoslavia e la successiva caccia al serbo». Da allora lui e sua moglie hanno vagato per il Kosovo, costretti a fuggire a tre riprese dai luoghi in cui avevano trovato riparo. L'ultimo spostamento risale a pochi giorni fa, quando il villaggio di Svinjare, dove erano andati a vivere nel 2001, è stato messo a fuoco da una folla inferocita. Svinjare ormai non c'è più: come abbiamo potuto verificare, solo un ammasso di cenere e scheletri informi di abitazioni ricordano l'esistenza passata di questo agglomerato. Oggi Milencovic vive, insieme ad altri 150 suoi compaesani, nella scuola elementare di Mitrovica nord: una grande aula è stata allestita con letti a castello per i profughi di quest'ultima ondata, iniziata mercoledì scorso in seguito agli attacchi coordinati da parte degli albanesi un po' in tutto il Kosovo. Milencovic racconta cosa gli è accaduto quel giorno: lui e la sua famiglia sono stati evacuati dalle forze della Kfor-Nato, giunte appositamente con un pullman. I soldati internazionali hanno detto loro: «Dobbiamo portarvi via subito, non siamo in grado di garantire la vostra sicurezza». Poco lontano, le prime case cominciavano a bruciare. Olivera, la moglie di Radivoie, non ha avuto neanche il tempo di prendere le scarpe: è salita sul pullman scalza. Poi, con i vicini di casa, sono stati portati nella scuola, a sperimentare ancora una volta l'esperienza di una vita da rifugiati. Una situazione che i Milencovic conoscono ormai a menadito: già nel 1999, dopo i bombardamenti della Nato, avevano dovuto abbandonare la loro abitazione in un villaggio presso Urosevac, nel Kosovo meridionale. In un primo momento si erano spostati a Pristina, poi erano riparati a Svinjare, da alcuni cugini. Profughi tre volte, oggi i due non sanno più dove andare. «Il Kosovo è la nostra terra, abbiamo vissuto qui per generazioni. E poi in Serbia non vogliono altri rifugiati». La storia dei coniugi di Svinjare è simile a quella di migliaia di altri loro compatrioti che la settimana scorsa hanno dovuto abbandonare le proprie case in fretta e furia - 3600 secondo le cifre fornite dalla missione dell'Onu in Kosovo (Unmik), 4700 secondo il governo serbo. Molti di loro sono stati portati nei campi della Kfor, a Pristina o a Prizren, nel sud-ovest. Altri si sono rifugiati a nord, in zone più sicure. Alcuni villaggi hanno subito la stessa sorte di Svinjare, bruciati e cancellati: il corridoio di 45 chilometri che da Pristina porta a Mitrovica è stato completamente svuotato da serbi in un'operazione « orchestrata dalle fazioni più estreme della comunità albanese», ha accusato lunedì perfino il segretario della Nato Sheffer, arrivato a Pristina, e che il comandante della Nato per il Sud-est europeo, il generale americano Gregory Johnson, non ha esitato a definire «pulizia etnica». Le violenze inter-comunitarie che hanno infiammato la regione mercoledì scorso hanno provocato 28 morti e 500 feriti, secondo un bilancio fornito dalla Unmik.

Ponti blindati e «zone di fiducia»

A Mitrovica, città simbolo della divisione etnica che attraversa il Kosovo, la tensione resta alta e palpabile. Le truppe internazionali sono dispiegate in forze per le strade e intorno alle rive dell'Ibar, confine naturale tra le due comunità. Il ponte principale sul fiume è presidiato con ingenti mezzi: una cosiddetta «zona di fiducia» di quattrocento metri è stata creata dalle due parti. Ugualmente blindati gli altri due punti di passaggio tra la parte serba e quella albanese. I quartieri della parte nord in cui fino a poco tempo fa vivevano ancora insieme membri delle due comunità appaiono vuoti e spettrali: la cosiddetta «Piccola Bosnia» - così chiamata per il suo passato carattere multietnico - è un insieme di case abbandonate e di strade polverose, attraversate solo dai mezzi della Kfor. Allo stesso tempo, i soldati sono schierati massicciamente presso i «tre solitari», tre giganteschi palazzoni abitati da albanesi a due passi dalla zona serba, sulla riva nord dell'Ibar. L'area circostante era mista, ma ormai si divide la popolazione in base all'appartenenza etnica. «Siamo qui per evitare ogni contatto tra le due comunità», ci conferma candido il portavoce locale della Kfor, il capitano Frédéric Vareilles.

Attraversare il fiume è concesso solo a stranieri con accredito giornalistico. Il ponte è una membrana osmotica feroce e selettiva, il passaggio tra due mondi non comunicanti. Dall'altra parte un profluvio di bandiere rosse con l'aquila segna l'arrivo nella zona albanese, che ci viene confermato dalla scomparsa del dinaro jugoslavo, snobbato persino dai cambiavalute. A Mitrovica sud la separazione dalla Serbia è già un fatto compiuto. E sembra che in questo Kosovo scosso dalle violenze inter-etniche non ci sia altra soluzione che la formalizzazione della divisione.

Ne è convinto anche Nebojsa Iovic, presidente per Mitrovica del Consiglio nazionale dei serbi, organizzazione di autodifesa di quattro municipalità del Kosovo settentrionale. «La comunità internazionale deve assegnarci le parti serbe e garantire una sorta di statuto protetto per i monasteri ortodossi nei territori abitati dagli albanesi. - afferma risoluto - Quello che è successo giovedì dimostra una volta per tutte che la convivenza è impossibile».

I guardiani del ponte

Oltre a essere il presidente locale del Consiglio, Iovic è anche un «guardiano del ponte». Fa i turni di guardia sull'Ibar insieme ad altre vedette, con il compito di mobilitare la popolazione del nord nel caso in cui gli albanesi tentassero di invadere la città. L'uomo, che era presente sul posto, racconta cosa è successo quel giovedì nero: tutto ha avuto inizio quando una folla di persone si è avvicinata al ponte e ha cominciato a protestare. Motivo scatenante: l'annegamento di due bambini nel vicino villaggio di Cabra, costretti - secondo la versione albanese - a gettarsi in acqua sotto la minaccia di coetanei serbi che brandivano un cane. Proteste pacifiche erano state annunciate, ma all'improvviso la situazione è degenerata: «Sono cominciate a volare pietre, poi sono arrivati altri dimostranti (mille-duemila secondo Iovic) che hanno travolto i soldati della Kfor e sono passati dall'altra parte. La vera battaglia, tuttavia, non è avvenuta al ponte principale, ma a 200 metri di distanza, ai tre solitari». «Lì le pietre - racconta - hanno lasciato spazio alle armi da fuoco. Mentre un cecchino mirava i passanti dall'altra riva del fiume, uccidendo una donna di 36 anni e un uomo di 63, la folla di manifestanti ha cominciato a sparare all'impazzata con pistole, colpendo anche i soldati internazionali». Iovic sostiene di aver visto con suoi occhi tre militari esanimi sul terreno ed è quasi certo che qualcuno di loro è morto. Il portavoce della Kfor nega risolutamente. «Sono stati solo feriti 14 militari in modo non grave». Allo stesso modo discordano le versioni sull'evento scatenante di tutto il putiferio, l'annegamento dei bimbi albanesi. In proposito, alla parte nord è un coro unanime: «Cabra è a circa cinque chilometri dal primo villaggio serbo. Cosa ci facevano dei bambini con un cane così lontano?». Molti avanzano dubbi sulla spontaneità delle proteste. «Come è possibile - si chiedono - che una folla non organizzata possa agire in modo così coordinato?». I serbi insorgono contro la propaganda albanese, organizzano manifestazioni di solidarietà con i loro fratelli in Kosovo; inviano camion pieni di aiuti umanitari nelle enclaves isolate del sud.

I funerali di Cabra

E gli albanesi rispondono per le rime: per lunedì hanno proclamato una giornata di lutto nazionale; domenica al funerale dei bambini a Cabra, c'era una folla gigantesca - tra le 5.000 e le 7.000 persone secondo l'Unmik. Presente parte della leadership kosovaro-albanese: il priemier Barjam Rexhepi, l'ex comandante dell'Uck e oggi leader del Partito democratico del Kosovo (Pdk) Hasim Taqhi e il leader dell'Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) Ramush Haradinaj. Senza incidenti, raccontano i soldati della Kfor dispiegati sul posto. A presidiare la cerimonia uno spiegamento impressionante di truppe: 500 soldati Kfor e altrettanti uomini della polizia dell'Unmik.

In un Kosovo in cui villaggi e strade sono ormai divisi su basi etniche, è difficile pensare a una soluzione di convivenza. Nessuno si arrischia a girare nelle zone serbe con una targa albanese, e viceversa. Il nazionalismo aggressivo sembra essere la cifra dominante da entrambe le parti in una regione che, dopo i bombardamenti, non ha più saputo riprendersi. A cinque anni esatti dalla fine della guerra, per il Kosovo è difficile pensare a un orizzonte diverso da quello attuale del protettorato internazionale: qui, in un territorio esteso quanto l'Abruzzo stazionano 18mila soldati. Una presenza destinata a perpetuarsi in eterno. «La durata delle nostre missioni è di quattro mesi - ci dice un soldato francese -. Ma è già la seconda volta che vengo qui; c'ero già stato nel 2001. Sono quasi sicuro che ce ne sarà una terza».



Voci dalla sede Onu e dalle organizzazioni umanitarie
"In Kosovo è tornato il caos
scontri sempre più estesi"

E il ponte di Mitrovica è diventato terra di nessuno
di MONICA ELLENA

 

MITROVICA - "È tremendo, siamo ancora bloccati nel quartier generale Onu, ci dicono che la situazione si sta calmando, ma non ci credo, questo è solo l'inizio, di nuovo...". Orhan Agushi parla velocemente, ha ancora paura. Da ore è bloccato nel quartier generale delle Nazioni Unite di Mitrovica dove la polizia ha portato al sicuro le persone appartenenti a minoranze che lavorano al sud, nel settore albanese in cui in cui è esplosa la rivolta. Orhan è rom. "Ero nel comune dove lavorano anche serbi e bosniaci. La polizia è arrivata nel cortile con i mezzi blindati, ci hanno fatto salire e ci hanno portato qui. I serbi sono stati trasportati in carri armati al nord. Ci hanno detto che saremo evacuati, ma non sappiamo ancora dove, la situazione è troppo instabile, le notizie cambiano ogni mezz'ora...".

Torna a bruciare Mitrovica. La bomba ad orologeria del Kosovo ormai dimenticato è scoppiata ancora, a far ricordare che l'odio è ancora nell'aria ancora inquinata dalle miniere di carbone di Trepca e dalla guerra. "Quando questa mattina la folla ha sfondato la zona di sicurezza, ho pensato "Oddio, no, ancora...", dice Gheorgy Kakuk, portavoce dell'Onu a Mitrovica. "Hanno cercato di forzare i cancelli di Jugobanka, dove si trovano i nostri uffici, poi hanno caricato il ponte. Volevano prendere il nord... La battaglia si è spostata nelle cosiddette Tre Torri, un quartiere abitato da albanesi, serbi e bosniaci e controllato 24 ore su 24 dalla Kfor francese. Saranno state oltre duecento persone, un caos...".

Nel tentativo di allentare la tensione tra le due comunità l'esercito francese che dal 1999 vigila sulla città divisa aveva progressivamente passato alla multietnica polizia locale - la Kosovo Police Service - il controllo del ponte. Spariti i carri armati, il ponte è rimasto terra di nessuno: solo il personale internazionale lo attraversa. Albanesi e serbi non comunicano: sul ponte ci si incontra solo con mazze e fucili.

La morte dei ragazzini albanesi avrebbe innescato la miccia, l'ennesima. "È un fatto grave, ma per scatenare tutto questo, no, io credo sia solo un pretesto. La rivolta covava sotto la cenere...". Negli ultimi mesi la tensione è aumentata. Lo scorso dicembre il primo ministro Bajram Rexhepi, albanese, era stato preso a sassate mentre pranzava con una delegazione della Banca Mondiale. Anche la comunità internazionale ha iniziato ad essere un obiettivo: ad ottobre un poliziotto tedesco era stato attaccato a sprangate, ad agosto un poliziotto indiano era stato ucciso da un cecchino.

La sede dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) si trova nel settore sud. "Qui lavorano molti serbi, ogni mattina facciamo la spola in mezzi blindati tra qui e il settore nord per portarli in ufficio e la sera li riaccompagniamo a casa - dice Bernard Vrban - Ad ora siamo ancora tutti qui, nessuno si è mosso, aspettiamo...".

Anche le organizzazioni non governative sono preoccupate. Per Guy Edmunds del Comitato Danese per i Rifugiati (Drc) c'è davvero da stare all'erta. "Oggi gran parte del lavoro delle organizzazioni internazionali è concentrato sul ritorno degli sfollati. I fatti di oggi cancellano con un colpo di spugna mesi e mesi di discussioni e negoziati. Non so dire cosa succederà ora...".

Nella regione di Gjilan, tradizionalmente la più calma, la tensione è alle stelle. "È come nel 1999 - dice Ignazio Matteini, capo dell'ufficio Unhcr di Gjilan - gli albanesi hanno preso a sassate la sede dell'Onu, hanno bruciato e saccheggiato le case dei pochi serbi rimasti in città, è un caos...". Massima all'erta anche a Pec, da sempre l'altro punto caldo dell'odio etnico. "Tre case sono state bruciate a Belo Polje - spiega Jakob Odhiambo - la Kfor italiana ha riunito tutti i serbi nell'edificio centrale del villaggio". Serbi sotto protezione anche a Gorazdevac dove si trova una base italiana e dove lo scorso agosto due adolescenti erano stati uccisi a colpi di mitra mentre facevano il bagno in un fiume.


 

Nella notte nuove uccisioni per gli scontri tra serbi e albanesi
In fiamme chiese e monasteri, la Kfor in massima allerta

Nel Kosovo ancora violenze
Sale a 31 il numero dei morti

Scontri anche a Belgrado, incendiate due moschee
La Nato manda truppe dalla Bosnia, anche 70 carabinieri

 

BELGRADO - Il bilancio dei morti - finora sono 31 con almeno 500 feriti - che si allunga di ora in ora. Mentre chiese, monasteri e moschee sono in fiamme. Nel Kosovo, e anche nella capitale serba Belgrado, tornano le tristi scene della violenza, e i Balcani ripiombano in un clima da guerra civile. Tanto che la Nato ha deciso di mandare truppe dalla Bosnia.

E' stata la morte di tre bambini albanesi di Mitrovica, che per sfuggire a tre coetanei serbi che aizzavano contro di loro un cane si sono gettati nel fiume Iber, a scatenare l'odio tra l'etnia albanese e quella serba, da ore opposte nei più gravi scontri etnici dalla fine della guerra nel 1999. In mezzo, i militari della Kfor, che sono stati messi in stato di massima allerta e da ieri sera cercano di interporsi ai contendenti.

Manifestanti albanesi e serbi si scagliano gli uni contro gli altri dalle prime ore di stamattina nella cittadina di Obiliq, non distante da Pristina. Dove, nella notte, gli albanesi hanno assediato un quartiere abitato da serbi, e poi hanno bruciato numerosi mezzi della polizia Onu.
E dove, per motivi di sicurezza, l'aeroporto internazionale del Kosovo è stato chiuso al traffico aereo in partenza.

Da ieri gli scontri e le uccisioni non si sono praticamente interrotti. Tre serbi - è l'agenzia Beta a dare la notizia - sono stati uccisi a Gnjilane, nel Kosovo orientale, portando a 18 morti il numero delle vittime. Nelle stesse ore diversi poliziotti sono stati feriti a Belgrado, dove manifestazioni di protesta contro gli albanesi e la violenza nei confronti dei serbi in Kosovo sono sfociate in pesanti scontri, con almeno due moschee incendiate. I circa 10.000 manifestanti, riunitisi davanti all'edificio del governo serbo, hanno scandito slogan come "Noi andiamo in Kosovo!" e "Alzati, o Serbia!". Un'altra moschea è stata data alle fiamme a Nis, nel sudest della Serbia, da circa 2.000 persone.

Tutto ciò mentre chiese e monasteri ortodossi serbi, per lo più gioielli dell'architettura medioevale, venivano incendiati in Kosovo. Sono andati in fiamme tutti gli edifici religiosi serbi di Prizren (sudovest), fra cui l'antico monastero di sant'Arcangelo, e bombe a mano sono state lanciate contro il monastero di Vikosi Decani (ovest). Sono stati distrutti anche una decina di luoghi sacri ortodossi nel Kosovo centrale.

A Pristina, a poca distanza dal centro, una chiesa ortodossa è stata data alle fiamme. La chiesa è stata incendiata da manifestanti albanesi durante alcuni scontri con agenti della polizia Onu e militari della Kfor che erano a difesa dell'edificio. La chiesa si trova nel quartiere residenziale di Taslixhe, ed era l'unica rimasta finora aperta al culto per i serbi residenti a Pristina.

Ad accrescere ulteriormente il senso della gravità dell'ondata di violenza, sempre a Pristina il personale dell'Onu ha lasciato ieri sera, per motivi di sicurezza, il quartier generale della missione Unmik, ed è stato accompagnato sotto scorta alle rispettive abitazioni. E' stamattina la Nato ha fatto sapere che manderà rinforzi dalla Bosnia in Kosovo per aiutare a sedare le violenze etniche: si preparano a partire 70 carabinieri ed è già in viaggio un contingente di circa 100-150 militari statunitensi appartenenti allo SFOR (la forza di stabilizzazione in Bosnia).

( 18 marzo 2004 )

 

A Mitrovica gli scontri tra le due etnie durano ore
le forze dell'Onu hanno decretato il coprifuoco
Kosovo, un giorno di guerra
14 morti tra serbi e albanesi

Almeno 250 feriti tra cui nove soldati francesi
La Nato: "La situazione è molto seria"

MITROVICA - E' pesantissimo il bilancio di un'esplosione di violenza tra le comunità serba e albanese-kosovara: a Pristina e Belgrado ci sono 14 morti e oltre 250 feriti, tra i quali 11 soldati francesi della missione Nato (Kfor). La situazione è precipitata questa mattina con una sparatoria a Mitrovica, la città nel nord del Kosovo divisa tra le due comunità.

La polizia dell'Onu ha sparato candelotti lacrimogeni e proiettili di gomma per tenere a bada la folla di albanesi in tumulto per l'annegamento di tre ragazzi albanesi, di 8, 11 e 12 anni, caduti o spinti nel fiume Ibar dopo essere stati inseguiti da un gruppo di serbi che avevano utilizzato anche dei cani. Gli albanesi ritengono che il fatto sia una rappresaglia per il grave ferimento, avvenuto lunedì, di un ragazzino serbo a Caglavica, località alla periferia di Pristina.

Tra i morti, secondo fonti ospedaliere, ci sarebbero cinque albanesi, due dei quali uccisi da colpi di arma da fuoco.Tra gli oltre 250 feriti, una ventina sarebbero in condizioni molto gravi. La radio B92 di Belgrado poco prima aveva riferito di una donna serba uccisa sul balcone della sua casa da un proiettile vagante. L'agenzia Tanjung invece parla di un colpo sparato da un cecchino. Tra i feriti, secondo B92 ci sarebbero una sessantina di serbi.

Il primo ministro kosovaro Bajram Rexhepi si è recato in visita ai feriti nell'ospedale che si trova nella parte sud di Mitrovica, quella albanese. Rexhepi ha fatto appello alla Nato e all'Onu (che ha decretato il coprifuoco) perché sia ristabilita la calma al più presto.

Radio B92 riferisce di scontri tra albanesi e soldati della Kfor, polizia dell'Onu e infine serbi anche a Caglavica: centinaia di albanesi avrebbero cercato di contrastare una manifestazione di serbi, che bloccava la strada che porta in Macedonia. Né i soldati né gli agenti della polizia internazionale sarebbero riusciti a disperdere la folla, e la situazione è sfuggita loro di mano mentre si udivano colpi di arma da fuoco e il rumore degli elicotteri della Kfor che sorvolavano la cittadina.

Gli incidenti in Kosovo destano preoccupazione al quartier generale della Nato a Bruxelles. "La situazione è molto seria", hanno detto fonti vicine al segretario generale Jaap de Hoop Scheffer, sottolineando che "sono state usate armi, persone sono state uccise, molte ferite". "La cosa più importante - ha aggiunto la fonte - è ora appellarsi ad entrambe le comunità affinchè rinuncino alla violenza, vadano a casa e lascino alle autorità kossovare, aiutate dalla Kfor, l'indagine sui tre bambini albanesi annegati"

( 17 marzo 2004 )

L'attacco ai serbi è scattato improvvisamente in tutto il Kosovo
Il comandante delle truppe italiane: "Serviva solo un pretesto"
"Era tutto programmato
Questa è pulizia etnica"

"Gli albanesi vanno di casa in casa per uccidere"
Anche il personale Onu è in pericolo. Pronta l'evacuazione
di MONICA ELLENA

 

Tanja e Milomir Tosic da Grabac non se ne vanno, non ci stanno a cedere di nuovo alla follia della guerra. "Siamo scappati dalla Croazia dodici anni fa, siamo scappati dal Kosovo cinque anni fa. Non scapperemo un'altra volta. Quando siamo tornati nel 2002 siamo tornati per restare". Nel minuscolo villaggio alle porte di Klina, nel Kosovo occidentale, i quaranta serbi hanno detto no all'evacuazione della Kfor. Non importa se tutto intorno sta saltando in aria: loro sono rimasti lì, con i soldati italiani a controllare ogni centimetro intorno alle case che sanno ancora di intonaco fresco. Nel vicino villaggio di Bica, poco meno di cento anime, se ne sono andati tutti con gli uomini della Folgore. Ma tutto è imprevedibile, se attaccati, dovranno accettare una nuova fuga.

Nella regione più etnicamente pulita - poche centinaia di serbi da cinque anni sigillati in un pugno di enclavi e monasteri - i manifestanti albanesi hanno invaso tutte le città principali, tirato granate contro il prezioso monastero ortodosso di Visoki Decani, attaccato polizia e Kfor, bruciato le macchine bianche dell'Onu.

Rosario Castellano, comandante della Folgore alla guida delle truppe italiane nella regione di Pec, salta da una chiamata radio all'altra. Lì i manifestanti hanno invaso tutte le principali città, colpendo i pochi serbi rimasti. Nel villaggio di Belo Polje, a ridosso di Villaggio Italia, la principale base italiana nella regione, tutte le case sono state bruciate, gli abitanti evacuati. "Era tutto programmato - spiega Castellano - la risposta è stata troppo immediata, troppo forte. La morte di quei ragazzini è stato un pretesto, avrebbe potuto essere un qualunque evento, hanno usato quello per innescare tutto questo".

"Io non capisco. Dalla fine della guerra abbiamo avuto esplosioni, bombe, rivolte, scontri, ma questa volta è diverso. Questa volta ogni città, ogni singolo villaggio è esploso ed è esploso contro qualunque cosa serba: persone, case, macchine con targhe serbe, chiese".

Derek Chapell, portavoce della polizia internazionale, è in Kosovo dal 2000. "Ne ho viste tante, ma questa volta siamo stati colti di sorpresa, è come se ieri tutto fosse scoppiato nello stesso istante, quando arrivavamo in un posto la rivolta era già incontenibile, incontrollabile. O è stato un incredibile atto di rabbia simultaneo o qualcuno aveva pianificato tutto. Non so qual è la risposta, ma tutto questo ha davvero dell'incredibile".

La polizia può contare su 9710 uomini, di cui 3458 internazionali, il resto locali - serbi e albanesi - del Kosovo Police Service. Tanti, ma non abbastanza.
John Ashok lavora nella municipalità di Klina. Ieri sera, guidare la sua macchina bianca Onu fino a Pec, dove vive, era impossibile. "Il presidente del consiglio municipale ha preso tutti gli internazionali, ci ha messi nella sua macchina privata e ha portato a casa, uno ad uno. Senza di lui non avremmo potuto tornare a casa. Ora siamo bloccati, aspettiamo notizie, le valigie sono preparate nel caso dovessimo essere evacuati all'improvviso".

Ad ora la situazione è questa: gli albanesi protestano e attaccano, i serbi non reagiscono e scappano, le forze internazionali - polizia e Kfor - fronteggiano e chiedono rinforzi. Che stanno arrivando: le forze Nato di stanza in Bosnia si stanno preparando ad andare in aiuto dei circa 20 mila soldati nella regione in fiamme.
"Questa è pura pulizia etnica - dice un ragazzo inglese nella regione da quattro anni - stanno andando casa per casa, per uccidere. Ieri notte gruppi di albanesi hanno attaccato il complesso in cui vivono la maggior parte dei serbi rimasti a Pristina, il cosiddetto edificio YU. Sono entrati negli appartamenti, hanno picchiato a morte, pugnalato e ucciso. È stato tutto pianificato...".

L'edificio YU, considerato ormai sicuro, non era più controllato 24 ore su 24 da alcuni mesi. Per loro è stato facile entrare.

Nella tranquilla Gjilan, dove circa 180 serbi vivevano più o meno integrati nella città (nell'estate del 1999 erano 5 mila), è il caos. "Ieri pomeriggio da soli, poi in serata con l'aiuto della Kfor abbiamo evacuato tutti i serbi in città, eccetto due anziani che sono voluti restare" spiega Ignazio Matteini dell'Unhcr. Case in fiamme, vicini albanesi allegramente saccheggianti, bambini, adulti, anziani terrorizzati. Alcuni albanesi hanno preso le difese dei serbi attaccati, altri non hanno potuto, altri ancora hanno infierito. "Nella notte abbiamo aiutato alcune famiglie a prendere alcune cose dalle loro case prima di metterli al sicuro".

Cinque anni fa la Nato intervenne a fermare la pulizia etnica di Milosevic contro gli albanesi. Il risultato fino a pochi giorni fa era un Kosovo etnicamente pulito, al contrario, con poche migliaia di serbi rimasti, prigionieri di quella che tutti chiamavano pace. A guardare il Kosovo oggi diciotto marzo 2004 sembra che gli estremisti si siano svegliati per terminare il lavoro.

( 18 marzo 2004 )


Panico per un'eplosione controllata nella parte serba della città
I soldati dell'alleanza atlantica uccidono un cecchino albanese

Continuano gli scontri a Mitrovica
La Nato chiede altri rinforzi


Gruppi paramilitari vicini alle "Tigri di Arkan" starebbero
marciando, armati fino ai denti, verso le zone calde

 

MITROVICA - C'è stato il timore che negli scontri in Kosovo si fosse passati dalle armi leggere alle bombe. Questa mattina nella parte serba di Kosovska Mitrovica si è sentito un boato e si è temuto un attentato, ma le forze francesi del Kfor hanno poi fatto sapere che si è trattato di un'esplosione controllata. Prima di procedere alla detonazione i soldati hanno fatto allontanare tutti i residenti.

Le forze della Nato hanno anche ucciso un cecchino albanese, dopo essere state prese di mira nella parte Nord della città. La conferma è arrivata dal comando
della Kfor a Pristina, che ha reso noto che già da questa mattina era in corso un'operazione per localizzare cecchini, la cui presenza era stata segnalata sin dalla notte scorsa. Il personale dell'Onu è tuttora rinchiuso all'interno della base militare della Kfor e la popolazione è stata invitata a restare in casa.

La situazione è dunque molto tesa e rischia di peggiorare ancora. Si è avuta notizia che gruppi paramilitari che si ispirano alle "Tigri di Arkan" stanno marciando verso Mitrovica Nord armati di tutto punto. A guidarli ci sarebbe proprio il vice del defunto comandante, responsabile di crimini contro l'umanità nel conflitto bosniaco.

Le forze del Kfor sono state impegnate questa mattina in diverse operazioni. Trecento soldati e gendarmi
francesi hanno fato irruzione in alcuni edifici abitati da albanesi, sempre a Mitrovica, dopo che dalle finestre era stato aperto il fuoco verso i militari. Una quindicina di soldati ha bloccato il ponte che collega il quartiere serbo a quello albanese mentre altri hanno occupato tre edifici di undici piani affacciati sul fiume Ibar e posto uomini armati di guardia sui tetti. Nella notte da quegli edifici erano partiti spari contro le forze Nato, schierate lungo il fiume e circondate da blocchi di cemento e filo spinato.

Una situazione di relativa calma è stata ristabilita nell'area di competenza italiana, ma per precauzione sono stati rafforzati i presidi di vigilanza assicurati dall'Esercito italiano, con l'obiettivo di prevenire altri possibili scontri interetnici. La task force 'Aquila', alla quale questa mattina si sono aggiunti 130 paracadutisti di rinforzo, sorveglia in queste ore la zona circostante il monastero ortodosso di Decane, possibile bersaglio di azioni ostili.

Da martedì scorso, quando sono ricominciati gli scontri tra la minoranza serba e gli albanesi, sono già morte almeno 31 persone delle due etnie. Il Consiglio atlantico, riunito in seduta d'urgenza al quartier generale della Nato a Bruxelles questa mattina, ha formalizzato una richiesta rivolta a Francia e Germania di inviare un battaglione ciascuno in Kosovo per rinforzare la Kfor.

( 19 marzo 2004 )

Vengono ospitati nelle basi militari della Forza di pace
e nei centri di accoglienza controllati dalla Nato


Kosovo, serbi in fuga: evacuati 3600 civili


Domani giornata di lutto nazionale per ricordare le 28 vittime degli scontri etnici degli ultimi giorni

BELGRADO - I serbi lasciano le loro case, abbandonano i villaggi, tornano profughi. Tremila e seicento persone, in una manciata di giorni, sono state evacuate. Sono andati ospiti nelle basi dei militari della Kfor, la forza di pace, o nei centri di accoglienza sotto il controllo della Nato. Hanno paura. Paura degli albanesi, dopo i disordini scoppiati nei giorni scorsi a Mitrovica e dilagati nel resto del Paese. Ventotto morti e 600 feriti il bilancio degli scontri. Domani le vittime degli scontri etnici veranno ricordati con una giornata di lutto nazionale.Lo ha deciso il prresidente kosovaro Ibrahim Rugova.

"A causa del rinnovato 'pogrom' contro i serbi, delle davastazioni dei nostri santuari e delle case dei serbi in Kosovo - si afferma in un comunicato ufficiale del governo di Belgrado - la Serbia osserverà una giornata di lutto nazionale". Nella nota le istituzioni sono invitate a modificare i rispettivi programmi, i mass media i loro palinsesti, "per rendere omaggio ai morti innocenti e a coloro che sono in pericolo laggiù".

E' la storia che si ripete nel Kosovo a maggiornza albanese. Morti (non si sa quanti siano albanesi e quanti serbi), moschee albanesi distrutte, monasteri serbi in fiamme. In una regione come quella balcanica, dove la fede religiosa è anche radice di una identità nazionale, la distruzione dei simboli di culto rappresenta l'apice dell'atroce concetto di pulizia etnica.

E di pulizia etnica parla il presidente russo Vladimir Putin sceso in campo sulla ripresa del conflitto in Kosovo. "La Russia - ha detto Putin nel corso della riunione settimanale al Cremlino con ministri e consiglieri - non può semplicemente stare a guardare ciò che accade. Anche i nostri colleghi occidentali riconoscono che quella in corso non è altro che una pulizia etnica. Ci deve essere una reazione dura per difendere i serbi".

La mattinata è comunque passata tranquilla in Kosovo. L'unico momento di tensione si è vissuto in una base della Kfor a Pristina, dove una trentina di serbi evacuati nei giorni scorsi e ospitati in un container ha inscenato una protesta chiedendo di rientrare nelle proprie abitazioni.

La Kfor ha istituito posti di blocco lungo le strade attorno al capoluogo Pristina per prevenire ulteriori scontri fra albanesi e serbi. L'aeroporto di Pristina è stato riaperto al traffico commerciale. Prosegue intanto lo schieramento degli oltre duemila rinforzi per la Kfor. Ma la polizia è in allerta: ci saranno nuovi scontri, ha annunciato il portavoce della polizia Refki Morina.
(Repubblica 20 marzo 2004 )


 

Arrivati i rinforzi italiani, a Mitrovica ucciso un cecchino
Vescovo in piazza a Belgrado: "In corso una strage di serbi"
La Nato accusa gli albanesi
"Fermate la pulizia etnica"


Riaperti l'aeroporto di Pristina e i confini terrestri
ma in Kosovo la tensione resta altissima
dal nostro inviato PIETRO VERONESE

BELGRADO - I miracoli durano tre giorni, dice il proverbio serbo e così è stato per le speranze dei nazionalisti, che dopo l'improvviso incendio del Kosovo speravano forse di veder soffiare di nuovo il vento rovente dell'odio attraverso la Serbia. Al terzo giorno la partecipazione popolare ai cortei di Belgrado si è fatta più ridotta e soprattutto più accorata, meno impetuosa, assolutamente non violenta a differenza da quanto era accaduto tre giorni fa.

In Kosovo la tensione resta altissima. Per la prima volta le forze Nato hanno aperto il fuoco mirando alle persone e uccidendo un fautore delle violenze. Sotto i colpi dei tiratori scelti è caduto un cecchino albanese appostato su un tetto di Mitrovica, la città a composizione etnica mista dove era scoccata la scintilla dei disordini.

A Pristina il comandante della Nato per l'Europa del Sud Est Gregory Johnson ha usato accenti durissimi, accusando gli albanesi di "pulizia etnica". "Una pulizia etnica che deve immediatamente cessare - ha detto - perché questa è la ragione per cui noi siamo in Kosovo".

I rinforzi dei vari contingenti internazionali stanno incominciando ad arrivare: ieri sono atterrati 130 parà italiani, per oggi sono attesi 600 tedeschi. L'aeroporto di Pristina è stato riaperto al traffico civile e così pure le frontiere terrestri. L'atmosfera è ancora così minacciosa da far decidere alle autorità un ulteriore rinvio dei funerali dei tre bambini albanesi la cui morte presso Mitrovica ha scatenato l'ondata di violenze anti-serbe. Eppure, per la prima volta in 72 ore, il bilancio delle vittime ha cessato di crescere ed è stato anzi rivisto al ribasso dopo un ulteriore conteggio (28 morti anziché 31).

Un grande corteo ha percorso ieri mattina il centro di Belgrado, dalla sede del governo serbo alla gigantesca chiesa di San Sava, la fabbrica infinita che è ormai quasi giunta a conclusione. Un percorso simbolico, dalla sede del potere politico a quella dell'autorità spirituale, che nella Chiesa ortodossa ha sempre una fortissima caratterizzazione nazionale. Le parole più forti, infatti, sono state proprio quelle pronunciate dal metropolita Amfilohije. "Quella che si sta compiendo in Kosovo", ha detto alla folla, "è la notte di san Bartolomeo del popolo serbo", riferendosi ai massacri dei protestanti compiuti dai cattolici nella Francia del XVI secolo. Accenti da guerra di religione e da scontro di civiltà con i musulmani albanesi. L'intero governo serbo era schierato in ascolto, con in testa il neo-presidente Vojislav Kostunica.

La cupa retorica del metropolita serbo-ortodosso (Amfilohije è, a voler essere precisi, montenegrino) non ha però turbato più di tanto la giornata primaverile di Belgrado. Le autorità avevano fatto il possibile per assicurare al corteo un'altissima partecipazione. Molti luoghi di lavoro erano stati chiusi, come pure le scuole. I liceali costituivano infatti la presenza più massiccia. Sospese le lezioni all'università. Forte il coro nazionalista dei media, con titoli cubitali del tipo "Destati, Serbia!" e simili.

In altri tempi, sotto il passato regime di Slobodan Milosevic quando le manifestazioni nazionaliste erano accuratamente organizzate, la capitale sarebbe stata sommersa da fiumane di manifestanti. Le stime più generose parlano, per ieri mattina, di diecimila partecipanti: meno dei raduni spontanei della vigilia. Se quello che si voleva era una grande mobilitazione collettiva nel segno del ridesto nazionalismo serbo, allora è stato un mezzo fallimento. Sui muri delle vie percorse dal corteo sono rimaste soltanto scritte dal tenore patetico: "Belgrado è grande e Tirana è una provincia".

Ancora meno impressionante la mobilitazione degli studenti nel pomeriggio: c'era più gente a spasso sulla Knez Mihajlova che manifestanti riuniti nella vicina piazza della Repubblica. Questo non significa che gli animi non siano sdegnati per la caccia ai serbi scatenata dagli albanesi in Kosovo, le decine di omicidi, gli incendi di case e di chiese ortodosse. In molti luoghi del centro la gente accende candele in segno di partecipazione e di lutto. Si sventola qualche bandiera, si raccolgono soldi per le vittime delle violenze in Kosovo, nei talk show televisivi non si discute d'altro mentre nella parte bassa dello schermo scorrono gli annunci sulle donazioni delle imprese private. Ma in questa post-tutto Serbia che vuole disperatamente essere europea ed è infinitamente stanca di sangue versato non sembra esserci posto per i furori degli anni novanta.

Al numero 11 della Gospodar Jevremova c'è l'unica moschea di Belgrado, una bella costruzione seicentesca nello stile delle moschee ottomane: piccola, spoglia, raccolta, di semplice pietra. Questo luogo appartato di culto, che nessuno aveva mai minacciato durante i lunghi anni della guerra di Bosnia o durante i bombardamenti Nato del marzo-giugno 1991, è stato bersaglio di un assalto terrificante nella notte di mercoledì. Una folla di centinaia di persone l'ha investita a tarda sera, cercando un bersaglio in rappresaglia per le distruzioni delle chiese e dei monasteri ortodossi compiute poche ore prima dagli albanesi in Kosovo. Il fuoco è stato appiccato dappertutto, trasformando in un rogo le auto, i libri, la contigua scuola coranica, le centinaia di copie del Corano che adesso giacciono bruciacchiate in una nera catasta. E' intatto soltanto l'edificio della moschea, salvato dalla propria austerità: non contiene nulla che possa bruciare. Adesso all'esterno vigilano gli agenti antisommossa e le telecamere riprendono la scena. La violenza, si spera, è passata e non tornerà.
(Repubblica 20 marzo 2004 )


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