FISICA/MENTE

 

AFGHANISTAN, MORTE DI UN PAESE



1919 - 1979

Dalla liberazione dal protettorato inglese all’occupazione sovietica

1919: la terza guerra anglo-afghana segna la fine del controllo britannico e la tanto sospirata liberazione dal protettorato inglese. Per l'Afghanistan si tratta di un momento di grande modernizzazione, guidata dall’eroe nazionale e leader dell’indipendenza Amanullah Khan. Quest'ultimo riesce a stabilire relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e ad introdurre grandi cambiamenti, tra gli altri l'abolizione dell'obbligo di portare il velo per le donne.

1929: la contrapposizione tra forze conservatrici e modernizzatrici, che caratterizzerà tutto il corso del secolo, segna il primo avvicendamento al potere: il clan Mohammedzai sconfigge il sovrano, favorendo l'ascesa al trono di Mohamed Nadir Shah. Nel 1933, in seguito ad un attentato al re, succede il figlio Zahir Shah, che rimarrà al potere fino al 1973.

1953: dopo lunghi anni di indipendenza e riconoscimento dei poteri dei diversi gruppi etnici, il primo ministro Mohamed Daúd Kan — cugino e cognato del re — inaugura una fase di forte modernizzazione: la nazionalizzazione dei servizi, la realizzazione dei sistemi d’irrigazione, la costruzione di strade, scuole e centrali idroelettriche, l’abolizione dell’uso obbligatorio del chador (velo) per le donne e la riorganizzazione delle forze armate. Il doppio aiuto ricevuto da Usa e URSS è garantito dal mantenimento di una posizione neutrale del paese nel quadro della "guerra fredda".

1963: le fazioni tradizionaliste guadagnano potere e Mohamed Daúd è costretto ad abbandonare la carica di primo ministro. L'opposizione progressista è costretta ad organizzarsi clandestinamente, dando vita al partito democratico del popolo afghano (PDPA). Ben presto, però, il PDPA si divide: da una parte la fazione Khalq ("popolo", composta dall’etnia tadjik o afghano-persiana), rivoluzionaria di stampo operaio-contadino, capeggiata da Nur Mohammed Taraki e Hafizullah Amin, dall’altra quella Parcham ("bandiera", dell’etnia pashtun), che punta ad affiancare ad un’ampia base popolare gli intellettuali, la borghesia nazionale, le classi medie urbane e i militari, guidata da Babrak Karmal.

1964: il re promulga una costituzione democratica, che segna il passaggio dell'Afghanistan da monarchia assoluta a monarchia costituzionale. In questo periodo si tengono elezioni libere e la stampa non è oggetto di censura.

1973: mentre Zahir Shah è in viaggio in Italia, in seguito a un colpo di Stato, viene proclamata la Repubblica e Mohamed Daúd è il Presidente. Il governo, rompendo la neutralità, si avvicina all'Unione Sovietica e preme per una riforma di tipo laico, grazie al ruolo di primo piano assunto dalla fazione Parcham all'interno del PDPA. Nelle province iniziano a formarsi bande di conservatori che il governo cerca di reprimere, dando inizio a una spirale di violenza che affligge l'Afghanistan fino a oggi senza soluzione di continuità.

1978: i militari filosovietici del Parcham depongono e uccidono Daúd sostituendolo con Nur Mohamed Taraki. La maggior parte della popolazione mal sopporta i cambiamenti introdotti dal nuovo Presidente, accusato di voler "laicizzare" e "sovietizzare" il paese. L’opposizione religiosa si organizza militarmente, grazie all’aiuto economico e militare di Iran, Cina e Pakistan e Usa, questi ultimi preoccupati dell’avvicinamento dell'Afghanistan al mondo sovietico.

1979: a gennaio scoppiano i primi scontri tra opposizione ed esercito, che portano — un mese dopo — al sequestro e all'assassinio dell’ambasciatore statunitense a Kabul.

Il conflitto si inasprisce con la sollevazione della popolazione di Herat. Cadono diversi rappresentanti sovietici e Taraki chiede l’intervento di Mosca, che però non risponde all’invito. Insieme ai conflitti, aumentano anche le divisioni interne al PDPA.

Il 16 settembre Hafizullah Amin, primo ministro ed esponente della fazione Khalq, avversa a Taraki, depone e assassina il presidente sostituendolo alla guida del paese. Ancora una volta i cambiamenti introdotti — eliminazione della dote, alfabetizzazione obbligatoria, riforma agraria radicale — incontrano l’opposizione dei signori feudali, dei dirigenti religiosi e di vasti settori di contadini: i gruppi guerriglieri si moltiplicano e Amin instaura un clima di repressione. Intanto l’opposizione religiosa si consolida in un fronte unico che riesce a controllare l’80% del Paese.

I russi non apprezzano il lavoro di Amin che, scampato a diversi attentati, viene ucciso dai servizi segreti di Mosca durante la sollevazione dell’esercito del 27 dicembre.

E’ il momento dell’ingresso dell’URSS in Afghanistan: l'ex vice primo ministro Babrak Karmal, che era esiliato a Praga, legittima la presenza sovietica, sulla base di un trattato di amicizia e collaborazione tra i due stati, e diventa il nuovo Presidente.


1979 - 1989 L'occupazione sovietica

 

La decisione dell'Unione Sovietica di invadere militarmente l'Afghanistan affonda le proprie origini nella posizione strategica del paese, corridoio privilegiato verso l’Oceano Indiano, ma anche e soprattutto nella volontà del regime di Mosca di porre un argine al dilagare della ribellione islamica verso le vicine repubbliche del Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. L’ONU condanna l’invasione mentre spedizioni di volontari islamici provenienti da tutto il Mondo raggiungono il territorio afghano per combattere "Satana". Dalla metà degli anni 80 partecipa alla resistenza antisovietica anche lo sceicco saudita Osama bin Laden, che a Pewshawar, in Pakistan, organizza il suo centro di raccolta di armi, fondi e volontari islamici, il nucleo della futura al-Qaeda (in arabo, "la base").

 

E’ un conflitto che gli Stati Uniti non disprezzano. Come testimoniano le dichiarazioni di Zbignew Brzezinski, allora Segretario del consiglio di sicurezza del presidente Jimmy Carter, l'amministrazione Usa accarezzava l'idea di "dare all’URSS il suo Vietnam". Carter ammetterà di avere armato le truppe ribelli afghane prima dell’invasione sovietica, ma nella sola speranza che tale annunciata invasione avvenisse al più presto.

1983: gli effetti della guerra sono devastanti: i profughi afghani rifugiati in Pakistan sono già 3 milioni e mezzo, in Iran 2 milioni e migliaia in India, Europa e Usa. Il conflitto si inasprisce e le truppe sovietiche (circa 100mila unità) si trovano ad affrontare una guerriglia di mujaheddin sempre più pericolosa e organizzata, ufficialmente sovvenzionata dagli Stati Uniti.

1986: Babrak Karmal, al ritorno da un viaggio a Mosca, si dimette, ufficialmente per motivi di salute, e viene sostituito da Mohammed Najibullah, giovane medico ed agente della polizia segreta. L’obiettivo è quello di raggiungere la riconciliazione nazionale che Mosca auspica prima della ritirata. Nello stesso anno, infatti, il Segretario del PCUS, Michail Gorbaciov, inizia le trattative con il Presidente americano Ronald Reagan per un ritiro graduale delle truppe sovietiche dall’Afghanistan. A Mosca crescono i dubbi sull'opportunità e sull'efficacia dell'invasione.

 

Un anno dopo il Presidente Najibullah annuncia la sospensione unilaterale dei combattimenti e la prossima ritirata delle truppe sovietiche.

1988: l’accordo afghano-pakistano di Ginevra, frutto del difficile lavoro iniziato sette anni prima dall'inviato speciale dell’ONU Javier Pérez de Cuellar, sancisce il termine del conflitto. Il ritiro delle truppe sovietiche diviene effettivo con la fine dell’anno, sebbene la reale caduta del regime di Kabul avvenga nel 1991, con la fine dell’impero comunista.

Secondo le stime russe, dieci anni di guerra hanno causato la morte di 13.310 soldati e il ferimento di altri 35mila. Paradossalmente, il risultato più contraddittorio dell’invasione sovietica è stata la spinta verso la disgregazione del già traballante impero di Mosca: un risultato che, forse, neanche l’amministrazione Carter avrebbe potuto sperare.

Sull'altro versante circa due milioni di persone — il 9% della popolazione afghana nel 1978 — sono cadute nei combattimenti. Il conflitto ha devastato città, distrutto l'economia, minato la convivenza futura delle diverse etnie. L'Afghanistan è un paese in ginocchio.



1991 - 1996

Il nemico è battuto ma la guerra continua

La fine della sanguinosa occupazione sovietica coincide con l’inizio della tragica guerra civile tra i diversi gruppi islamici presenti sul territorio. Le tre fazioni più forti e organizzate sono lo Jamiat-i-Islami, gruppo islamico-moderato di etnia tagika, guidato da Ahmad Shah Massud (morto in seguito ad un attentato il 9 settembre 2001), lo Hezb-i-Islami, di stampo fondamentalista e di etnia pashtun, guidato da Gulbuddin Hekmatyar e le truppe uzbeke di Abdul Rashid Dostum. L’esercito di quest'ultimo (circa ventimila effettivi negli anni ottanta) è composto in buona parte da mercenari, passati dall’appoggio ai sovietici alla lotta contro questi alla fine degli anni Ottanta. Amnesty International ha ripetutamente richiesto l’arresto del loro capo, indicato come un "criminale di guerra".

Oltre alle ingenti forniture economiche e militari degli statunitensi, sono anche le migliaia di armi lasciate al regime di Najibullah dall'esercito sovietico a favorire l'inasprimento del conflitto. Gli Stati Uniti, in base agli accordi di Ginevra, abbandonano ogni ingerenza in territorio afghano, mentre adesso sono Arabia Saudita e Iran a fronteggiarsi, finanziando gruppi di mujaheddin avversi.

1992: Burhanuddin Rabbani, leader tagiko, diventa il nuovo Presidente del paese, sostituendo Najibullah. L’alleato Massud viene nominato ministro della difesa.

1992-1994: non si placano gli scontri tra il gruppo di Massud e quello di Hekmatyar (quest'ultimo appoggiato, dal gennaio del 1994, dalle truppe del generale Dostum). Si calcola che nel corso della guerra civile, combattuta principalmente intorno a Kabul, siano morte 15.000 persone.

1994: il 17 giugno Hekmatyar riesce a conquistare Kabul e ad assumere la carica di primo ministro. Dopo avere fissato la sua residenza lontano dalla capitale, fa bombardare quest’ultima dalle truppe alleate.

La disintegrazione dello stato centrale — ormai ai massimi livelli — è anche il risultato delle rivalità tra i vari paesi della regione centro-asiatica (Iran, Arabia Saudita, Uzbekistan, Pakistan e Russia) che intervengono più o meno direttamente nella guerra civile. Una guerra che provoca, nella popolazione, tanti morti quanti quelli causati dai sovietici.

 

Verso la fine dell’anno fa la sua comparsa il gruppo armato dei talebani (studenti di teologia) nei pressi di Kandahar, a Sud del paese. I guerriglieri, di etnia pasthun — ma anche arabi e ceceni — provengono dal Pakistan, dove sono stati educati nelle scuole coraniche, le madrassa, e addestrati dai servizi segreti.

1995: inizia l’avanzata dei talebani che assorbono gran parte delle forze militari di Hekmatyar, abbandonato dal Pakistan perché ritenuto ormai inaffidabile. Dietro l'affermazione talebana vanno tenuti in considerazione diversi fattori. Da un lato l'interesse di Arabia Saudita, Usa e Turkmenistan alla stabilizzazione dell'Afghanistan, per assicurarsi una "tranquilla" partecipazione alla spartizione delle riserve energetiche e petrolifere del Mar Caspio (le compagnie Delta Oil e Unocal, rispettivamente saudita e statunitense, sono in prima linea nelle concessioni). D'altra parte non va dimenticato il forte condizionamento esercitato dal Pakistan, in base alla dottrina della "profondità strategica islamica". I numerosi partiti politici fondamentalisti, le forze armate e i servizi segreti pakistani (l'ISI) vedono nel controllo dell'Afghanistan un elemento chiave negli equilibri della regione, soprattutto in funzione anti-indiana. Sono gli stessi settori che appoggiano l'insurrezione fondamentalista in Kashmir, territorio da sempre conteso tra India e Pakistan. I soldi pakistani favoriscono il passaggio di numerosi signori della guerra e delle loro bande armate dalla parte dei talebani

 

1996 - 2001

Ascesa e declino del regime talebano

1996: intorno alla metà dell’anno circa 8.000 guerriglieri talebani bombardano il centro di Kabul, che cade a settembre. Le forze di Massud lasciano la città di notte e i talebani fanno il loro ingresso senza combattere. Viene proclamato l’Emirato islamico dell’Afghanistan, comandato dal misterioso mullah Omar, ma solo tre paesi — Arabia Saudita, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti — ne riconoscono la legittimità. Nello stesso anno Osama bin Laden rientra in Afghanistan e vi impianta il centro di comando di al-Qaeda, che prima si trovava in Sudan.

1997: a giugno Massud diviene l’asse della nuova alleanza anti-talebana, Fronte Unito o Alleanza del Nord, che controlla circa il 10% del paese nella regione nord-orientale. Ufficialmente il presidente è ancora Rabbani e l'Alleanza del Nord ha un proprio rappresentante all'Onu, dove invece il regime talebano non viene riconosciuto.

L’Afghanistan attraversa una crisi profondissima. La violenza della legge islamica — secondo l'interpretazione dei talebani — riduce le donne alla stregua di animali, costringendole alla schiavitù del burqa, senza diritto di lavoro e assistenza sanitaria; le libertà sono annientate e vengono proibite le arti e il divertimento (musica, televisione), ritenute immorali dal regime; il paese piomba in un periodo di oscurantismo.

La cifre della crisi sono impressionanti: il 60% del sistema economico afghano è disintegrato e la corruzione affligge l’intero apparato statale. Sul territorio sono presenti circa 10 milioni di mine e un milione di persone sono mutilate. Gli afghani in esilio sono quattro milioni, molti dei quali vivono da anni nei campi profughi in condizioni estreme.

 

A complicare il quadro contribuisce la questione droga. L'Agfhanistan è, alla fine degli anni 90, il principale produttore mondiale di oppio, elemento base per la produzione di eroina. La politica della War on drugs (guerra alle droghe), propagandata dagli Usa e supportata dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe (UNDCP), si rivela inefficace nel contrastare la diffusione dell'oppio afghano. Ma quel che è peggio è che, pur di colpire la produzione di droga, Stati Uniti e ONU non esitano a sovvenzionare il regime di Kabul. Nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani e il clima di repressione in cui vive la popolazione afghana, i talebani ottengono i finanziamenti per eradicare o riconvertire le coltivazioni illecite, ma i risultati sono paradossali.

1999: la produzione di oppio raggiunge l’incredibile record di 4.600 tonnellate (il 75% della produzione mondiale), scese a 3.800 l'anno successivo a causa una forte siccità. I proventi del traffico sono enormi e si calcola che il regime fondamentalista abbia ricavato, grazie alla tassazione del commercio di oppio, 200 miliardi di lire in un anno.

2001: contro ogni aspettativa, in seguito a un editto del mullah Omar — leader supremo dei talebani — che sancisce l'incompatibilità tra i precetti islamici e la produzione di stupefacenti, il paese è dichiarato poppy free, cioè libero dalle coltivazioni di oppio, dall'UNDCP.

In realtà l'operazione presenta molti lati oscuri. Innanzitutto non è chiara la sorte delle ingenti scorte di stupefacenti accumulate nel biennio 1999-2000, che secondo molti studiosi sarebbero in grado di rifornire il mercato asiatico e euroepo per alcuni anni. Secondo l'AEGD (Associazione di studi geopolitici sulla droga) il crollo della produzione sarebbe stato deciso a tavolino dal regime talebano in seguito a un patto con diverse organizzazioni centro-asiatiche, per provocare l'aumento dei prezzi dell'oppio sul mercato internazionale.

Sullo sfondo resta la tragedia di 600mila persone che lavoravano nei campi di oppio. Per costoro è venuta meno l'unica fonte di guadagno, dato che le coltivazioni alternative non sono altrettanto redditizie; molti sono costretti a lasciare il paese, quasi tutti hanno svenduto il proprio terreno, dopo anni di fatica e indigenza. Gli unici ad arricchirsi sono il regime talebano e i "signori della droga".


Trattato di non proliferazione nucleare

http://www.admin.ch/ch/i/rs/i5/0.515.03.it.pdf

 

Traduzione

Trattato di non proliferazione nucleare

Conchiuso a Londra, Mosca e Washington il 1° luglio 1968

Approvato dall’Assemblea federale il 14 dicembre 1976

Strumento di ratificazione depositato dalla Svizzera il 9 marzo 1977

Entrato in vigore per la Svizzera il 9 marzo 1977

(Stato 28 ottobre 2003)

 

0.515.03

…………………….

Art. X

1. Ciascuna Parte, nell’esercizio della propria sovranità nazionale, avrà il diritto di

recedere dal Trattato qualora ritenga che circostanze straordinarie, connesse ai fini di

questo Trattato, abbiano compromesso gli interessi supremi del suo paese. Essa

dovrà informare del proprio recesso tutte le altre Parti ed il Consiglio di sicurezza

delle Nazioni Unite, con tre mesi di anticipo. Tale comunicazione dovrà specificare

le circostanze straordinarie che la Parte interessata considera pregiudizievoli ai suoi

interessi supremi.

………………………


Convenzione New York 16 dicembre 1966 (patto internazionale diritti civili e politici)

 

Fonte:  http://untreaty.un.org/English/millennium/law/iv-4.htm

http://untreaty.un.org/ (United Nations Treaty Collection)

 

INTERNATIONAL COVENANT ON CIVIL AND POLITICAL RIGHTS

 

The States Parties to the present Covenant,

Considering that, in accordance with the principles proclaimed in the Charter of the United Nations, recognition of the inherent dignity and of the equal and inalien­able rights of all members of the human family is the foundation of freedom, justice and peace in the world,

Recognizing that these rights derive from the inherent dignity of the human person,

Recognizing that, in accordance with the Universal Declaration of Human Rights, the ideal of free human beings enjoying civil and political freedom and freedom from fear and want can only be achieved if conditions are created whereby everyone may enjoy his civil and political rights, as well as his economic, social and cultural rights,

Considering the obligation of States under the Charter of the United Nations to promote universal respect for, and observance of, human rights and freedoms,

Realizing that the individual, having duties to other individuals and to the community to which he belongs, is under a responsibility to strive for the promotion and observance of the rights recognized in the present Covenant,

Agree upon the following articles:

            Part I

            Article 1

 

1. All peoples have the right of self‑determination. By virtue of that right they freely determine their political status and freely pursue their economic, social and cultural development.

2. All peoples may, for their own ends, freely dispose of their natural wealth and resources without prejudice to any obligations arising out of international economic co‑operation, based upon the principle of mutual benefit, and international law. In no case may a people be deprived of its own means of subsistence.

3. The States Parties to the present Covenant, including those having responsibility for the administration of Non‑Self‑Governing and Trust Territories, shall promote the realization of the right of self‑determination, and shall respect that right, in conformity with the provisions of the Charter of the United Nations.

………………….


http://www.admin.ch/ch/i/rs/i5/0.515.112.it.pdf

 

1

Convenzione concernente le leggi e gli usi della guerra per terra2

Conchiusa all’Aja il 18 ottobre 1907

Approvata dall’Assemblea federale il 4 aprile 19103

Ratificazione depositata dalla Svizzera il 12 maggio 1910

Entrata in vigore per la Svizzera l’11 luglio 1910

Sua Maestà l’Imperatore di Germania, Re di Prussia; il Presidente degli Stati Uniti d’America; il Presidente della Repubblica Argentina; Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, Re di Boemia, ecc., e Re Apostolico d’Ungheria; Sua Maestà il Re dei Belgi; il Presidente della Repubblica di Bolivia; il Presidente della Repubblica degli Stati Uniti del Brasile; Sua Altezza Reale il Principe di Bulgaria; il Presidente della Repubblica del Chili; il Presidente della Repubblica di Colombia; il Governatore Provvisorio della Repubblica di Cuba; Sua Maestà il Re di Danimarca; il Presidente della Repubblica Dominicana; il Presidente della Repubblica dell’Equatore; il Presidente della Repubblica Francese; Sua Maestà il Re del Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda e dei Territori Britannici al di là dei Mari, Imperatore delle Indie; Sua Maestà il Re degli Elleni; il Presidente della Repubblica di Guatemala; il Presidente della Repubblica d’Haïti; Sua Maestà il Re d’Italia; Sua Maestà l’Imperatore del Giappone; Sua Altezza Reale il Granduca di Lussemburgo, Duca di Nassau; il Presidente degli Stati Uniti Messicani; Sua Altezza Reale il Principe di Montenegro; Sua Maestà il Re di Norvegia; il Presidente della Repubblica di Panama; il Presidente della Repubblica del Paraguay; Sua Maestà la Regina dei Paesi Bassi; il Presidente della Repubblica del Perù; Sua Maestà Imperiale lo Scià di Persia; Sua Maestà il Re di Portogallo e degli Algarvi, ecc.; Sua Maestà il Re di Romania; Sua Maestà l’Imperatore di Tutte le Russie; il Presidente della Repubblica del Salvador; Sua Maestà il Re di Serbia; Sua Maestà il Re del Siam; Sua Maestà il Re di Svezia; il Consiglio federale svizzero; Sua Maestà l’Imperatore degli Ottomani; il Presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay; il Presidente degli Stati Uniti del Venezuela,

considerando che, pur ricercando i mezzi di assicurare la pace e di prevenire i conflitti armati fra le nazioni, importa parimente preoccuparsi del caso in cui la chiamata alle armi fosse determinata da avvenimenti che la loro sollecitudine non avesse potuto evitare; animati dal desiderio di servire, anche in questa estrema ipotesi, agli interessi dell’umanità e alle esigenze ognora crescenti della civiltà;

.........................

CS 11 388; FF 1909 I 1 ediz. ted. 1909 I 97 ediz. franc.

1 Il testo originale è pubblicato sotto lo stesso numero nell’ediz. franc. della presente Raccolta.

2 Trattasi della IVa Conv. conchiusa alla Conferenza per la pace all’Aja, del 1907.

L’atto finale di questa Conferenza è pubblicato in RS 0.193.212 in fine.

3 CS 11 217

0.515.112

Traduzione1

Diritto e consuetudini della guerra

 

Stimando che importa, a tal fine, rivedere le leggi e gli usi generali della guerra, sia allo scopo di definirli con maggior precisione, sia per tracciare certi limiti destinati a restringerne, quanto è possibile, i rigori; hanno giudicato necessario di completare e di precisare in certi punti l’opera della Prima Conferenza per la Pace che, ispirandosi, dopo la Conferenza di Bruxelles del 1874, a queste idee raccomandate da una saggia e generosa previdenza, ha adottato delle disposizioni intese a definire e a regolare gli usi della guerra per terra. Secondo le vedute delle Alte Parti contraenti, queste disposizioni, la cui redazione è stata ispirata dal desiderio di diminuire i mali della guerra, per quanto lo permettono le necessità militari, sono destinate a servire di regola generale di condotta ai belligeranti, nei loro rapporti fra essi e con le popolazioni. Non è stato tuttavia possibile di stabilire già fin d’ora delle stipulazioni che si estendano a tutte le circostanze che si presentano nella pratica. D’altra parte non poteva entrare nell’intenzione delle Alte Parti contraenti che i casi non previsti fossero, per la mancanza di stipulazione scritta, lasciati all’apprezzamento arbitrario di coloro che dirigono gli eserciti. Nell’attesa che un Codice più completo delle leggi della guerra possa essere promulgato, le Alte Parti contraenti giudicano opportuno di stabilire che, nei casi non compresi nelle disposizioni regolamentari adottate da esse, le popolazioni e i belligeranti restano sotto la tutela e sotto l’impero dei principî del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti tra le nazioni civili, dalle leggi di umanità e dalle esigenze della coscienza pubblica. Esse dichiarano che in questo senso devono intendersi soprattutto gli articoli 1 e 2 del Regolamento adottato.

Le Alte Parti contraenti, desiderando concludere una nuova Convenzione a tale scopo, hanno nominato a Plenipotenziari:

(Seguono i nomi dei Plenipotenziari)

i quali, dopo aver depositato i loro pieni poteri, trovati in buona e debita forma, hanno convenuto quanto segue:

………..

Conv. del 1907

0.515.112

Allegato

Regolamento

concernente le leggi e gli usi della guerra per terra

Sezione I: Dei belligeranti

Capitolo I: Della qualità di belligerante

Art. 1

Le leggi, i diritti e i doveri della guerra non si applicano soltanto all’esercito, ma anche alle milizie e ai corpi di volontari che riuniscano le seguenti condizioni:

1° di avere alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati;

2° di avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;

3° di portare le armi apertamente e

4° di conformarsi nelle loro operazioni alle leggi e agli usi della guerra.

Nei paesi dove le milizie o dei corpi volontari costituiscono l’esercito o ne fanno parte, essi sono compresi sotto il nome di esercito.

Art. 2

La popolazione di un territorio non occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le truppe d’invasione senza aver avuto il tempo di organizzarsi in conformità dell’articolo 1, sarà considerata come belligerante se essa porta le armi apertamente e se rispetta le leggi e gli usi della guerra.

Art. 3

Le forze armate delle Parti belligeranti possono comporsi di combattenti e di non combattenti. In caso di cattura da parte del nemico, così gli uni come gli altri hanno diritto al trattamento dei prigionieri di guerra.

…………

Sezione II: Delle ostilità

Capitolo I: Dei mezzi di nuocere al nemico, degli assedi e dei bombardamenti

 

Art. 22

I belligeranti noti hanno un diritto illimitato nella scelta dei mezzi per nuocere al nemico.

Art. 23

Oltre le proibizioni stabilite dalle Convenzioni speciali, è segnatamente vietato:

a) di usare veleni o armi avvelenate;

b) di uccidere o di ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all’esercito nemici;

c) di uccidere o di ferire un nemico il quale avendo deposto le armi, oppure non avendo più i mezzi per difendersi, si è reso a discrezione;

d) di dichiarare che non si darà quartiere;

e) di adoperare armi, proiettili, o materie atte a cagionare mali superflui;

f) di usare indebitamente la bandiera parlamentare, la bandiera nazionale o le insegne militari o l’uniforme del nemico, nonchè i segni distintivi della Convenzione di Ginevra;

6 Nei rapporti fra gli Stati legati dalla presente Convenzione e dalla Convenzione del 12 ago. 1949 per la protezione delle persone civili in tempo di guerra (RS 0.518.51) quest’ultima completa le disposizioni della presente Sez. II in virtù del suo art. 154.

Diritto e consuetudini della guerra

g) di distruggere o confiscare le proprietà nemiche, salvo il caso che le distruzioni e le confische siano imperiosamente imposte dalle necessità della guerra;

h) di dichiarare estinti, sospesi o non ammissibili in giudizio, i diritti e le azioni dei nazionali della Parte nemica.

È parimente proibito al belligerante di forzare i nazionali della Parte avversaria a prender parte alle operazioni dì guerra dirette contro il loro paese, anche nel caso che essi fossero stati al suo servizio prima che incominciasse la guerra.

…………...

Art. 25

È vietato di attaccare o di bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi.

………

Art. 44

È vietato a un belligerante di costringere la popolazione di un territorio occupato a dare informazioni sull’esercito dell’altra Parte belligerante o sui mezzi di difesa di essa.

Art. 45

È vietato di costringere la popolazione di un territorio occupato a prestare giuramento alla Potenza nemica.

Art. 46

L’onore e i diritti della famiglia, la vita degli individui e la proprietà privata, come pure le convinzioni religiose e l’esercizio dei culti, devono essere rispettati.

La proprietà privata non può essere confiscata.

Art. 47

Il saccheggio è formalmente proibito.

……..

Art. 50

Nessuna pena collettiva, pecuniaria o altra, potrà essere decretata contro un’intera popolazione a cagione di fatti individuali, di cui essa non potesse essere considerata come solidariamente responsabile.

………..

 

Campo d’applicazione della Convenzione il 1° aprile 1986

Stati partecipanti                         Ratificazione o adesione Successione (S)                    Entrata in vigore

……………………

Stati Uniti d’America                              27 novembre 1909                                         26 gennaio 1910

…………………….


 

 

http://www.admin.ch/ch/i/rs/i5/0.515.08.it.pdf

 

Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione

Conclusa a Parigi il 13 gennaio 1993

Approvata dall’Assemblea federale il 7 ottobre 19942

Ratificata dalla Svizzera con strumento depositato il 10 marzo 1995

Entrata in vigore per la Svizzera il 29 aprile 1997

(Stato 22 aprile 2003)

Preambolo

Gli Stati Parti alla presente Convenzione,

determinati ad agire al fine di raggiungere un effettivo progresso verso il disarmo generale e completo sotto uno stretto ed effettivo controllo internazionale, inclusa la proibizione e l’eliminazione di tutti i tipi di armi di distruzione di massa; desiderando contribuire alla realizzazione degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite; ribadendo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente condannato tutte le azioni contrarie ai principi ed obiettivi del Protocollo per la proibizione dell’uso in guerra di gas asfissianti velenosi o di altri gas e dei metodi batteriologici di guerra, firmato a Ginevra il 17 giugno 19254 (Protocollo di Ginevra del 1925); riconoscendo che la presente Convenzione ribadisce i principi e gli obiettivi assunti in base al Protocollo di Ginevra del 1925, nonché alla Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione ed immagazzinaggio delle armi batteriologiche (biologiche) e tossiche e loro distruzione, firmata a Londra, Mosca e Washington il 10 aprile 1972, nonché gli obblighi contratti in virtù di tali strumenti; tenendo presente l’obiettivo contenuto nell’articolo IX della Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione ed immagazzinaggio di armi batteriologiche/ biologiche e tossiche e loro distruzione; determinati, per il bene di tutta l’umanità, ad escludere completamente la possibilità dell’uso di armi chimiche attraverso l’attuazione delle disposizioni della presente Convenzione, integrando in tal modo gli obblighi assunti in base al Protocollo di Ginevra del 1925; riconoscendo la proibizione, incorporata negli accordi pertinenti e nei principi rilevanti del diritto internazionale dell’uso degli erbicidi come metodo di guerra;

RU 1998 335; FF 1994 III 1

1 Il testo originale francese è pubblicato sotto lo stesso numero nell’ediz. franc.

della presente raccolta.

2 RU 1998 334

3 RS 0.120; FF 2001 1135

4 RS 0.515.105

5 RS 0.515.07

0.515.08

Traduzione1

Prevenzione della guerra. Diritto e consuetudini della guerra. Neutralità

0.515.08

considerando che i risultati conseguiti nel campo della chimica dovranno essere usati esclusivamente a beneficio dell’umanità;

desiderando promuovere il libero scambio dei composti chimici nonché la cooperazione internazionale e lo scambio di informazioni scientifiche e tecniche nel campo delle attività chimiche per scopi non proibiti dalla presente Convenzione, al fine di potenziare lo sviluppo economico e tecnologico di tutti gli altri Stati Parti;

convinti che la completa ed effettiva proibizione dello sviluppo, produzione, acquisizione, immagazzinaggio, detenzione, trasferimento ed uso di armi chimiche e loro distruzione, rappresenta un passo necessario verso il conseguimento di tali obiettivi comuni,

hanno convenuto quanto segue:

Art. I Obblighi generali

1. Ciascuno Stato Parte alla presente Convenzione non dovrà mai, in qualunque circostanza:

a) sviluppare, produrre, o diversamente acquisire, immagazzinare o detenere armi chimiche o trasferire, direttamente o indirettamente, armi chimiche a chiunque;

b) fare uso di armi chimiche;

c) intraprendere qualsiasi preparativo militare per l’uso di armi chimiche;

d) assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi maniera, qualunque attività proibita da uno Stato Parte in base alla presente Convenzione.

2. Ciascuno Stato Parte s’impegna a distruggere le armi chimiche di cui è il proprietario o il detentore, o che si trovano in luoghi messi sotto la sua giurisdizione o il suo controllo, conformemente alle disposizioni della presente Convenzione.

3. Ciascuno Stato Parte s’impegna a distruggere tutte le armi chimiche che ha abbandonato sul territorio di un altro Stato Parte, in conformità con le disposizioni della presente Convenzione.

4. Ciascuno Stato Parte s’impegna a distruggere qualunque impianto di produzione di armi chimiche di sua proprietà o in suo possesso, ubicato in qualunque località sotto la sua giurisdizione o il suo controllo, in conformità con le disposizioni della presente Convenzione.

5. Ciascuno Stato Parte s’impegna a non usare agenti chimici di ordine pubblico quale metodo di guerra.

……………..


 

Il generale Brooks: "Possono essere utilizzati anche per l'attacco"
Berlusconi a Casini: "La loro missione esclude questa possibilità"
Parà partiti da Vicenza
gli Usa smentiscono il governo
Sulla questione si discuterà in Parlamento
Ds e Margherita: "L'Italia è diventato un Paese belligerante"

ROMA -

Mille parà americani della 173 Brigata aerotrasportata di stanza a Ederle, una base vicino Vicenza, sbarcano nel nord dell'Iraq e nel mondo politico italiano scoppia la bufera. Da una parte l'opposizione vuole spiegazioni su quella che ritiene una violazione degli impegni presi dal governo, ovvero nessun uso delle basi in Italia per attacchi diretti all'Iraq. Dall'altro Palazzo Chigi e gli stati Uniti dicono cose diverse. Silvio Berlusconi ha scritto al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ribadendo la posizione ufficiale dell'esecutivo: quei parà non parteciperanno ad attacchi diretti contro obiettivi iracheni. Ma il generale di brigata Vincent Brooks dal quartier generale del Comando centrale in Qatar smentisce Palazzo Chigi: "Si tratta di una forza che può essere usata anche in attacco, se decideremo in tale senso". E aggiunge: "Lascio all'Italia il compito di commentare il proprio ruolo nella guerra". Brooks spiegato che i parà partiti dalla base statunitense di Vicenza saranno utilizzati per proteggere le aree sotto il controllo curdo o anche per colpire l'esercito di Bagdad dal fronte del nord. "La presenza di una brigata di combattimento in quell'area - aggiunge - cambia considerevolmente le dinamiche".

Nel pomeriggio poi il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha ricevuto Silvio Berlusconi al Quirinale. Un faccia a faccia di due ore dedicato alla situazione internazionale e alla crisi irachena. Analogo tema trattato nel pomeriggio nel corso dell'incontro, sempre al Quirinale, di Ciampi con il ministro della Difesa Martino e con il generale Mosca Moschini, capo di stato maggiore della Difesa.

In attesa del chiarimento, che secondo il ministro Rocco Buttiglione sarebbe stato "più opportuno offrire tempestivamente" al Parlamento e al Paese - l'opposizione ha buon gioco ad attaccare. "Il governo sta prendendo in giro il Parlamento" dice Gavino Angius, presidente dei senatori Ds. Il suo collega alla Camera Luciano Violante chiede se la missione partita da Vicenza abbia violato la decisione del Consiglio supremo di difesa che prevedeva l'"esclusione dell'uso di strutture militari quali basi di attacco diretto ad obiettivi iracheni". Violante ha chiesto quindi "se sia mutato il ruolo dell'Italia, passando da paese non belligerante a paese co-belligerante". Cosa di cui è convinto Giuseppe Fioroni della Margherita: "Abbiamo appreso dalla Tv che l'Italia è in guerra".

E il presidente della Commissione difesa della Camera Gustavo Selva replica: "I piani si fanno a Tampa, in Florida e a Washington, non a Roma". Come a dire non possiamo farci nulla.

(27 marzo 2003)

«Per l’Italia la strage di Nassiriya è stata la perdita militare più grave dalla fine della seconda guerra mondiale. Tutto questo purtroppo darà ai volenterosi alleati di Bush una lezione difficile da imparare: come gli americani, essi sono in guerra».

Newsweek, 20 novembre, pag. 3


 

 

LE MONDE diplomatique - Dicembre 2003

Iraq, il pantano


Ignacio Ramonet
«Una rivolta può essere condotta da un 2% di persone attive e dal 98% di simpatizzanti passivi».
T. E. Lawrence In The short timers, uno dei migliori romanzi sulla guerra del Vietnam, Gustav Hasford racconta come alcuni giovani arruolati nel corpo dei marines si trasformano in terrificanti guerrieri, per poi sprofondare nel caos di un conflitto al quale non erano stati preparati. Il loro addestramento si rivela inadeguato ad affrontare un nemico invisibile, senza un fronte e senza retrovie, inafferrabile come un gas letale...
L'Iraq non è il Vietnam. Ma già nel corso di questo «ramadan nero» appena finito si osserva un'inversione dei ruoli: gli attaccanti si trovano sulla difensiva. E il corpo di spedizione americano ha ora un obiettivo prioritario: quello di proteggere se stesso dai colpi inferti da una resistenza sempre più audace. Le cifre parlano chiaro: 10 attacchi contro gli occupanti in luglio, 35 oggi, e una decina di americani uccisi ogni settimana... Senza contare i sanguinosi attentati contro i suppletivi britannici, italiani, polacchi, spagnoli...
Una situazione che sta diventando un incubo.
Potendo disporre di una potenza di fuoco apocalittica, per conquistare l'Iraq gli strateghi americani si erano limitati ad applicare l'assioma del maresciallo Foch, secondo il quale la guerra moderna consiste nel cercare il cuore dell'esercito nemico, il centro della sua potenza, per poi distruggerlo in battaglia. Una distruzione tanto più facile in quanto l'esercito iracheno si era volatilizzato alle porte di Baghdad, senza porre praticamente alcun freno alla cavalcata dei conquistatori: nessun ponte distrutto, nessun aeroporto messo fuori uso.
C'è da chiedersi se non si sia trattato di uno stratagemma per lasciar penetrare gli invasori e incastrarli poi nella trappola di un conflitto asimmetrico di lunghissima durata. Di fatto, le forze americane sono ormai «fissate» in Mesopotamia per un lungo periodo. Un ritiro precipitoso condurrebbe infatti a una guerra civile e a una «libanizzazione» dell'Iraq, che nei prossimi decenni trasformerebbe questo paese in un «focolaio di destabilizzazione» del mondo.
La resistenza è stata così definita dai suoi teorici: «Il nemico avanza, noi indietreggiamo: il nemico si ferma, noi lo logoriamo».
Ed ecco come Sun Tse, uno dei più antichi studiosi della guerra, consiglia di sfruttare i punti deboli dei potenti: «Evitate la sua forza, colpite la sua inconsistenza». Badando bene a non fornire mai un bersaglio agli occupanti, gli insorti iracheni mirano a imporre agli americani la linea di difesa passiva più lunga possibile, che è la forma più costosa di guerra.
Si è così inesorabilmente innescata la spirale della violenza. E la repressione, che raddoppierà non appena entreranno in azione le milizie paramilitari create dalle autorità di occupazione, rilancerà ancor più le resistenze. Le forze d'occupazione, disorientate e travolte da una dinamica di vendette nutrite dall'odio per l'invasore, stentano a distinguere gli avversari dagli «amici». Si moltiplicano così gli sconfinamenti nei confronti di questi ultimi, che d'altra parte sono considerati «collaborazionisti» dai resistenti e costituiscono per loro un bersaglio prioritario.
I 130.000 soldati americani (2) - dei quali solo 56.000 sono veri combattenti (3) - si stanno rivelando fin d'ora insufficienti per garantire la «sicurezza» del paese. L'Iraq è diventato l'Eldorado delle società di vigilanza private (4). Le ambasciate straniere, le imprese occidentali beneficiarie dei contratti di ricostruzione (essenzialmente americane e legate all'amministrazione Bush) (5), i ministeri e altri siti pubblici sono protetti da migliaia di mercenari reclutati da imprese private: Erinys (6.500 uomini ingaggiati per la sorveglianza degli impianti petroliferi), Global Risk (incaricato della protezione dei membri del Consiglio di governo ad interim), Vinnell (che sta addestrando il nuovo esercito iracheno) Dyncorp (formazione del nuovo corpo di polizia), Olive (protezione dei dirigenti della grandi società americane). Peraltro, anziché dissuadere il terrorismo internazionale, l'occupazione dell'Iraq lo ha tragicamente stimolato e rilanciato. Lo testimoniano gli odiosi attentati che si moltiplicano, da Casablanca a Riyadh, da Mombasa a Istanbul. Mentre il progetto di instaurare una democrazia a Baghdad si allontana ogni giorno di più ... Com'è lontano il tempo in cui i «falchi» del Pentagono annunciavano che i militari delle forze d'invasione sarebbero stati accolti come liberatori... Quest'enorme errore di analisi è all'origine dell'attuale disastro. Inebriati dal potere, gli ideologi di Washington (Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Perle) avevano fretta di utilizzare la formidabile macchina da guerra americana per realizzare il sogno delirante di «ridisegnare il Medioriente».
Ma oramai tutto si sta rivoltando contro di loro.



note:


(1) L'adattamento cinematografico di Stanley Kubrick (1987) è uscito con il titolo Full Metal Jacket.

(2) Le forze che occupano l'Iraq, senza un mandato dell'Onu, contano 155.00 uomini provenienti da 34 paesi (tra i quali non figura nessuno stato arabo o musulmano).
(3) Come termine di confronto, si pensi che per mantenere l'ordine nella sola città di New York sono impegnati 39.000 uomini.

(4) Cfr. Thomas Catan e Stephen Fidler: «The military can't provide security», http:// amsterdam.nettime.org/Lists-Archives/nettime-I-0309/msg00169.html.

(5) Le imprese che si spartiscono il favoloso bottino della ricostruzione - 8 miliardi di dollari - sono, secondo il rapporto del 30 ottobre 2003 del Center for Public Integrity, quelle che più hanno aiutato il candidato Bush nella campagna per le elezioni del novembre 2000.

 

l'Unità

10.01.2004
Ex ministro di Bush accusa: «La guerra all'Iraq fu decisa tre anni fa»
di red.



 L’attacco all’Iraq fu pianificato dall’amministrazione Bush fin da poche ore dopo l’insediamento nel gennaio 2001. Lo dice Paul O’Neill, ex segretario di stato americano al tesoro, “licenziato” da Bush alla fine del 2002. «Fin dall’inizio c’era la convinzione che Saddam fosse un male e che avrebbe dovuto essere cacciato» racconta O’Neill a Lesley Stahl, della rete televisiva Cbs «Per me la nozione di attacco preventivo, che cioè gli Stati Uniti abbiano il diritto unilaterale di fare qualsiasi cosa decidano, è veramente un po’ troppo».

L’intervista a O’Neill, che verrà trasmessa domenica alle 19 durante il programma 60 Minutes, è stata data per la presentazione di The Price of Loyalty, un libro scritto da Ron Suskind al quale O’Neill ha rilasciato una lunga intervista ed ha dato circa 30 mila documenti sull’amministrazione di Gorge Bush.

Alcune rivelazioni contenute nel libro sono basate, oltre che sulle testimonianze di O’Neill e di altri funzionari governativi, anche su documenti segreti del Pentagono che circolavano già nei primi mesi del 2001.

Secondo Suskind, nei primi tre mesi del 2001 (cioè due anni prima dell’inizio della guerra), l’amministrazione stava studiando le opzioni militari per rimuovere Saddam Hussein dal potere e stava già pianificando il dopo-Saddam: l’organizzazione delle truppe per il mantenimento della pace, i tribunali per i crimini di guerra e il futuro del petrolio iracheno.

Suskind says O'Neill and other White House insiders he interviewed gave him documents that show that in the first three months of 2001, the administration was looking at military options for removing Saddam Hussein from power and planning for the aftermath of Saddam's downfall -- including post-war contingencies like peacekeeping troops, war crimes tribunals and the future of Iraq's oil.

Secondo Susking, un documento del Pentagono intitolato Foreign Suitors For Iraqi Oilfields Contracts (stranieri interessati a contratti per i pozzi petroliferi iracheni) «parla di possibili contraenti da 30 o 40 paesi e quali avessero interesse al petrolio iracheno».

Nel libro si cita lo stupore di O’Neill perché nessuno durante le riunioni del National Security Council si chiedesse perché l’Iraq avrebbe dovuto essere invaso: «Il problema era solo trovare un modo per farlo. Il clima era questo. Il presidente diceva: trovatemi il modo per farlo».

Le affermazioni di Susking e O’Neill sono in parte confermate, secondo la Cbs, dall’inviata del network a Baghdad, Lisa Barron. Il portavoce del Consiglio nazionale iracheno, una coalizione di oppositori dsel regime di saddam Hussein, ha detto alla Barron di «non essere sorpreso delle affermazioni di O’Neill. L’amministrazione Bush aprì dei canali con l’opposizione irachena subito dopo essere andata al potere e ci furono consultazioni su come rimuovere Saddam. Poco dopo aprimmo un ufficio a Washington».

Tra le altre affermazioni di O’Neill contenute nel libro una riguarda le riunioni del governo. Il presidente Bush, dice l’ex segretario al tesoro, era così disinteressato «che sembrava un cieco in mezzo a tanti sordi».


Da l'Unità 22.01.2004

Iraq, le donne di nuovo senza diritti: gli sciiti cancellano il codice di famiglia laico


di Toni Fontana



Correva l’anno 1958, un colpo di stato, organizzato e diretto da alcuni giovani ufficiali capitanati da Abd al-Karim Qasim pose fine alla monarchia in Iraq. Pareva l’inizio di una nuova éra carica di speranze, ed invece era l’inizio di un percorso politico poi sfociato nella dittatura di Saddam Hussein. Quell’epoca, nella quale il nazionalismo arabo era portatore di istanze di cambiamento radicali, avviò in Iraq una legislazione poi smantellata nel corso dei decenni. Un eccezione è rappresentata dal codice di famiglia che, caso unico nel panorama mediorientale, assicurò alle donne irachene spazi di libertà sconosciuti in tutta la regione. Queste disposizioni sono rimaste in vigore fino al 29 dicembre del 2003.

Il codice del 1959 vieta nei fatti la poligamia, il rupidio, garantisce alle donne, in caso di divorzio, la custodia dei figli, e proibisce il matrimonio ai minori di 16 anni. L’introduzione di questa normativa, dalla fine degli anni 50 e nei primi anni sessanta, contribuì a laicizzare l’Iraq e determinò una vasta presa di coscienza in ampi strati della popolazione. Le donne si conquistarono posizioni e spazi nel mondo del lavoro. Quando Saddam Hussein andò al potere, dapprima (1968) in posizione non dominante e quindi (a partire dal 1979) diventando il raìs padrone dell’Iraq, si guardò bene dall’abolire il codice di famiglia che era stato apprezzato soprattutto tra i sunniti che formavano, ed hanno rappresentato fino al 9 aprile del 2003, la base di consenso del regime. Dopo la fine della disastrosa guerra con l’Iran, Saddam, nel tentativo di tamponare le falle che si stavano aprendo nel regime e conquistare consensi tra gli sciiti, avviò l’«islamizzazione» dell’Iraq. La sharia, prese il sopravvento e la legislazione laica venne messa da parte. Saddam, nel 1990, fece approvare un emendamento al codice del 1959 (articolo 111) che di fatto introduceva l’impunità per il delitto d’onore e, successivamente un altro articolo (numero 45) che autorizzava i mariti a picchiare le mogli a «scopo educativo».

Neppure Saddam tuttavia riuscì ad abolire il codice del 1959 temendo che, portando l’islamizzazione alle estreme conseguenze, una parte della società, quella laicizzata, avrebbe abbandonato lo “zoccolo duro” del regime, riducendone la base di consenso. Il codice insomma è sopravvissuto anche alla dittatura e, nonostante le tragedie che ha vissuto, la società irachena rimane, perlomeno a Baghdad e nelle regioni occidentali e settentrionali, la più laica del Medio Oriente. Queste premesse sono necessarie per comprendere quello che sta accadendo in questi mesi a Baghdad. Il consiglio di governo, l’organismo che raggruppa gli esponenti delle diverse comunità e rappresenta il primo embrione di un esecutivo che dovrebbe essere eletto entro il mese di giugno, ha abolito il codice del 1959. In dicembre la presidenza a rotazione era stata affidata a Abdel Aziz al Hakim, capo dello Sciri, la principale organizzazione sciita.

Con un colpo di mano (alcuni esponenti del governo hanno detto di non essere stati neppure avvertiti) i ministri sciiti hanno cancellato la legislazione precedente e deciso di subordinare il diritto di famiglia ai dettami delle religione musulmana, interpretati ovviamente in modo penalizzante per le donne. Le tre donne che siedono nel governo provvisorio hanno protestato; la ministra dei Lavori pubblici, Nasrine Barouani, ha lamentato l’assenza di «trasparenza e dibattito democratico» in seno al governo. Gli sciiti hanno insomma utilizzato la carica di presidente dell’esecutivo (a rotazione mensile) per imporre una decisione che rappresenta un pericoloso arretramento ed una forte concessione all’integralismo islamico. Adnan Pachachi, in quota sunnita presiente di turno nel mese di gennaio, molto ascoltato a Washington (il presidente Bush lo ha voluto al suo fianco quando ha pronunciato il discorso sullo «stato dell’Unione») ha preso le distanze dalla decisione adottata dal suo predecessore sciita e ha promesso di intervenire per rivedere il provvedimento che cancella il codice di famiglia. Le organizzazioni delle donne irachene hanno promosso manifestazioni di protesta gridando slogan contro l’integralismo. «Ci siamo battute contro Saddam - ha detto una di loro - ed ora vediamo che tutte le promesse di libertà era false». L’ultima parola deve dirla Paul Bremer, l’ammnistratore americano che guida la Cpa (Coalition Provisional Authority) e che detiene un potere di veto assoluto sull’operato del governo da lui stesso nominato.

Ma gli americani hanno ingaggiato un difficile braccio di ferro con i capi sciiti che reclamano le elezioni e chiedono la mediazione di Kofi Annan. Ben difficilmente difenderanno il codice di famiglia con il rischio di guastare ulteriormente le relazioni con la comunità più numerosa dell’Iraq. Anche migliaia di donne curde hanno manifestato per difendere il codice; la questione del diritto di famiglia rischia di diventare una delle spine nel fianco del nuovo Iraq e di innescare nuove ed esplosive tensioni.


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