FISICA/MENTE

 

 

3 Dicembre 2002
ZNet Alternative Press

http://www.zmag.org/Italy/jenkins-proposta.htm 

La Proposta di Chomsky Causa Grattacapi

Lyle Jenkins

 

La pianificazione per la guerra in Iraq è stata gettata oggi nello scompiglio mentre i progettisti studiavano fervidamente un nuovo piano avanzato da Noam Chomsky, ex critico dell’amministrazione Bush.

Chomsky, l’ultimo convertito alla dottrina della Pax Americana, ha sganciato una bomba nel grembo dei progettisti della guerra, con un breve documento sulla pianificazione strategica dal titolo: "Una modesta proposta".

La proposta incita gli USA ad "incoraggiare l’Iran ad invadere l’Iraq", con l’appoggio logistico e le armi fornite dagli USA.

William Kristol, dell’American Enterprise Institute, ha acclamato il documento di Chomsky. Credo che adesso Chomsky si renda conto del fatto che principi antiquati come "fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te", per quanto possano essere stati lodevoli in un’economia biblica, sono irrimediabilmente superati nella nostra economia globale. Essendo stato chiesto di spiegarsi meglio, Kristol ha indicato studi in corso all’American Enterprise Institute che mostrano come la politica del "fare agli altri" sia fiscalmente irresponsabile. Per esempio, il Vice Presidente Dick Cheney ha ricevuto una buona uscita di 20 milioni di dollari insieme a 6 milioni di stock options per i suoi 5 anni di lavoro nell’industria petrolifera. "Studi macroeconomici dimostrano che non sarebbe fattibile condividere l’abbondanza di petrolio in Medioriente per migliorare gli standards di vita laggiù. Semplicemente, non ci sono abbastanza stock options in giro", ha notato Kristol.

Anthony Cordesman, del Center for Strategic and International Studies, ha discusso le implicazioni militari di "Una modesta proposta". "Un effetto collaterale gradito delle proposte di Chomsky", ha detto Cordesman, "è che ci aiuterebbe ad evitare una coscrizione impopolare in questo paese, in modo da non rischiare la vita di giovani e vigorosi Americani." Cordesman ha aggiunto che stimolerebbe le vendite di armi degli USA all’Iran, che languono dai tempi dello scandalo ‘missili-per-ostaggi’ Christopher Hitchens, ex (giornalista, NdT) del Nation, ha rilevato che: "la proposta di Chomsky ha l’ulteriore vantaggio di cancellare non solo il nostro debito morale con l’Iraq , ma anche il nostro debito morale con l’Iran per aver rovesciato la loro democrazia e installato il regime sanguinario dello Scià." (1)

Thomas Friedman del New York Times ha cautamente lodato la caparbia proposta di Chomsky . "Il piano per spartire l’Iran successivamente (alla guerra, NdT) sembra intrigante", ha detto Friedman, "ma senza sapere di più sul ruolo d’Israele nell’amministrazione dell’Iran post-spartizione, lo scetticismo è d’obbligo".

Il più entusiasta del piano di Chomsky è stato il Primo Ministro Israeliano Ariel Sharon, il quale aveva proposto di attaccare l’Iran subito dopo l’Iraq in un’intervista al London Times Online (2). Sharon ha inoltre garantito di liberare, successivamente, il Sud Africa da Nelson Mandela, il "Terrorista Negro", di risuscitare l’apartheid e di ricominciare l’esportazione di tecnologie nucleari verso i sostenitori della supremazia dei bianchi. (3)

Essendo stato chiesto se il Presidente avesse visto la proposta di Chomsky, Ari Fleicher, l’addetto stampa di Bush, ha detto che, sebbene il Presidente non avesse effettivamente letto il documento, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "La mia impressione è che il piano di Chomsky risenta dello stesso idealismo incrinato di piani umanitari simili del passato, come il malconcepito sforzo di aiutare i bambini dei poveri in Irlanda, adesso nel cestino della storia". (4)

NOTE

(1) Sulla (proposta, NdT) di cancellare "il debito morale" con l’Iraq rimovendo Saddam, vedi (l’articolo di, NdT) Christopher Hitchens, "So long, Yellow Travellers", sul Washington Post del 20 Ottobre 2002.

(2) Sulla proposta di Sharon di attaccare l’Iran, vedi (l’articolo di, NdT) Stephen Farrell, Robert Thomson e Danielle Haas, "Attack Iran the day Iraq war ends" sul London Times Ondine, 5 Novembre 2002,

(3) Sull’appoggio d’Israele all’apartheid in Sud Africa e il ruolo di Sharon, vedi "Dangerous Liaison" di A. e L. Cockburn, HarperCollins, New York, 1991.

(4) Sulla proposta di aiutare "i bambini dei poveri in Irlanda", vedi A modest proposal for preventing the children of poor people in Ireland from being a burden on their parents or country, and for making them beneficial to the public, di Jonathan Swift, 1729.


 

La Jornada 8 febbraio 2003

Il vergognoso ritorno dell'imperialismo USA

http://www.ipsnet.it/chiapas/2003/080203jo.htm

William Hartung*

Nei miei giorni di studente ed attivista negli anni 70, il termine "imperialismo" appariva solo nel contesto del dibattito politico negli Stati Uniti, come parte delle critiche alla politica del paese, le quali generalmente provenivano da movimenti antibellici o della solidarietà internazionale. Oppure, il termine appariva negli scritti di accademici di sinistra o di membri di piccoli gruppi socialisti isolati. Così immaginatevi la mia sorpresa, 30 anni più tardi, quando vedo che la nozione dell'imperialismo e dell'imperio statunitense si guadagna un grado di rispettabilità generalizzata, che sta per essere promossa questa volta da una strana convergenza di unilateralisti di destra e di "intervenzionisti umanitari" liberali, che vedono il potere sboccato degli Stati Uniti come l'ultima e migliore speranza di costruire un mondo più stabile.

Il più recente esempio in questo senso è stato il reportage che è apparso in un arrogante rosso, bianco e blu nella prima pagina del New York Times Magazine del 5 gennaio 2003: "Imperio statunitense (abituatevi a questo)". In un provocante saggio mascherato da critica realista, il veterano difensore dei diritti umani Michael Ignatieff suggerisce che gli statunitensi sono in un stato di "negazione profonda" di fronte al ruolo imperiale del loro paese e pertanto sono poco preparati per comprendere le radici del nostro nuovo e coraggioso mondo post 11 Settembre.

Vari dei temi di Ignatieff sono ripresi da Jay Tolson in un articolo che è apparso il 13 gennaio nella prima pagina della rivista US News and World Report, intitolato: "L'imperio statunitense: stanno cercando gli Stati Uniti di dar forma al mondo? Devono farlo?", nel quale si afferma che, alla luce dell'11 settembre, gli Stati Uniti sono già coscienti che "la pace, la prosperità e l'universalizzazione dei diritti umani non sono garantiti automaticamente. La loro sopravvivenza richiederà l'investimento della volontà e del potere statunitensi".

Intanto, Ignatieff riassume la natura della "carica" imperiale degli Stati Uniti nel seguente modo: "Essere un potere imperiale è più che essere la nazione più potente, o la più odiata. Significa implementare l'ordine che esiste nel mondo e farlo in maniera concorde agli interessi degli Stati Uniti. Significa marcare le regole che questo paese vuole (in tutto, dai mercati fino alle armi di distruzione di massa), così come liberarsi di quelle regole che vanno contro ai suoi interessi" (come il protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici e la Corte Penale Internazionale).

"Significa anche esercitare funzioni imperiali in luoghi che gli Stati Uniti hanno ereditato dagli imperi falliti del secolo XX - l'ottomano, il britannico e il sovietico -. Nel secolo XXI, gli Stati Uniti dirigono da soli e lottano per mantenere sotto controllo le zone ribelli - Palestina e la frontiera nord ovest del Pakistán, per menzionarne solo due - che sono state le nemesi di imperi del passato".

Per non fare lunga la favola, nella visione di Ignatieff, essere la polizia del globo è un lavoro duro. Però, bene qualcuno deve pur farlo. Così è meglio che lo facciano gli Stati Uniti. Dopo tutto, se si prende alla lettera la strategia di sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush, questo paese vorrebbe essere un altruista reggente imperiale che non cerca nessun vantaggio proprio, ma cerca solo di promuovere un'era di democrazia liberale e di mercati liberi per tutti.

Ignatieff accetta questa affermazione dell'amministrazione nel senso che la guerra che si propone in Iraq non tenta di proiettare il potere statunitense né di guadagnare vantaggi sulle riserve mondiali di petrolio; al contrario, e secondo le sue stesse parole: "è la prima di una serie di lotte per contenere la proliferazione di armi di distruzione massiva, è il primo tentativo di negare il potenziale rifornimento di tecnologia letale ad una rete terrorista internazionale".

Dimentichiamoci un attimo del fatto che non c'è una dimostrazione evidente che suggerisce che l'Iraq ha nessi operativi con Al Qaeda, o che la fonte più probabile di armi o di materiali nucleari per i gruppi terroristi globali risiede negli enormi e mal protetti depositi nucleari russi, o che la forza militare è particolarmente inefficiente per impedire che si estendano le armi nucleari, chimiche o biologiche. Ignatieff ha adottato la nozione di convenienza del Pentagono di "guerre di controproliferazione" e le vede solo come una degli ineluttabili incarichi che pesano sopra l'imperio statunitense.

Perché un difensore dei diritti umani come Ignatieff dimostra di voler aderire all'imperialismo statunitense? Perché, ci spiega, "ci sono molti popoli che devono la loro libertà all'esercizio del potere militare degli Stati Uniti", dai tedeschi ai giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, fino a bosniaci, ai kossovari ed agli afgani, "e in modo per altri inconveniente, gli iracheni", in tempi più recenti.

La lista di libertà di Ignatieff, in modo per altri conveniente, omette milioni di cittadini di tutto il mondo - guatemaltechi, cileni, brasiliani, indonesiani, iraniani e, in una certa misura, addirittura afgani e iracheni -, che hanno perso libertà potenziali per decenni come risultato di azioni di regimi che sono stati armati, appoggiati e, in molti casi, installati dal governo statunitense. Ancora non resta per niente chiaro come risulterà questa nuova versione dell'intervenzionismo statunitense post guerra fredda in momenti in cui l'elezione degli alleati fatta dall'amministrazione Bush nella sua guerra contro il terrorismo ha portato ad armare ed aiutare una variopinta collezione di regimi non democratici, da Djibuti fino all'Uzbekistán.

Però analisti come Ignatieff, convinti che i massacri nei Balcani non sarebbero terminati senza l'intervento statunitense, sono disposti a dare a Washington il beneficio del dubbio in questa nuova era.

Mentre intervenzionisti umanitari come Michael Ignatieff possono saltare sul treno imperiale - anche quando moderano il loro appoggio ed insistono che si limiti il potere statunitense in favore di un maggiore investimento nel "potere dolce" dei fondi per la diplomazia e per l'aiuto all'estero -, sono gli unilateralisti della destra repubblicana coloro che hanno dato slancio a quel treno fin dall'inizio.

Come ha fatto notare la rivista The New York Times nella sua edizione del 9 dicembre 2001, intitolata "L'anno delle idee", nel cui testo dice: "L'appoggio all'imperialismo statunitense", i più aperti difensori del "nuovo e orgoglioso imperialismo" in anni recenti provengono delle file del Progetto per un Nuovo Secolo Americano (PNAC, nella loro sigla in inglese). Questo movimento è stato fondato nel 1997 per promuovere la tesi neoreaganiana di "pace mediante la forza", politica che privilegia la forza e la minaccia dell'uso della forza al disopra dei trattati e della cooperazione, come strumento fondamentale per esercitare l'influenza degli Stati Uniti nel mondo.

I firmatari della lettera costitutiva del PNAC includono: Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Elliott Abrams e altri pezzi chiave dell'attuale équipe della politica estera di Bush. Altri membri prominenti del PNAC includono i falchi neoconservatori, come il direttore del Weekly Standard, William Kristol; l'ideologo unilateralista Robert Kagan e Bruce Jackson, ex presidente della ditta Lockheed Martin (che ha anche aiutato a redigere la piattaforma di politica estera del Partito Repubblicano presentata nella convenzione del 2000).

Incidentalmente ed alla luce delle elezioni statunitensi del 2000, il PNAC pubblicò un rapporto di più di 200 pagine nel quale si chiedeva di adottare una strategia di sicurezza nazionale molto più forte (e molto più costosa), il cui programma includeva tra i suoi punti "un cambiamento di regime" in Iraq. Insomma basta col pensare che questa idea sia venuta all'équipe politico di Bush alla luce di un nuovo senso di vulnerabilità sorto dopo gli attacchi terroristi dell'11 settembre.

Se tutto il dibattito sopra l'imperio degli Stati Uniti fosse un semplice capriccio passeggero che casualmente ha richiamato l'attenzione di alcuni editori e scrittori, potremmo lasciarlo da una parte e proseguire tranquilli le nostre vite. Però se la provocante strategia di "guerra senza fine" presentata dall'amministrazione Bush nel contesto della Sicurezza Nazionale va avanti conforme a quanto progettato, può rappresentare la principale e più grande minaccia alla stabilità, alla democrazia e alla pace nel nuovo secolo.

Questo non vuole dire che gli Stati Uniti debbano stare seduti senza fare niente di fronte agli abusi ai diritti umani, agli attacchi terroristi o alla proliferazione di armi nucleari. Vuole dire che il potere statunitense deve applicarsi con molta più intelligenza e spirito di cooperazione, in modo che si rafforzino i trattati internazionali, come quello di Non Proliferazione Nucleare, al posto di scalzarlo; che s'incrementino le facoltà delle Nazioni Unite per prevenire e contenere i conflitti e per dare contributi positivi alla lotta alle minacce per l'umanità, dal terrorismo fino al SIDA, dall'analfabetismo alla denutrizione.

Al posto di cercare d'essere "l'imperio della bomba intelligente" a cui si riferisce Jay Tolson, gli Stati Uniti dovrebbero lottare per diventare un potere globale responsabile che lavori per costruire istituzioni e relazioni che permettano che l'uso della forza militare sia l'ultima risorsa e non la prima scelta, nelle onnipresenti zone di conflitto del mondo.

Le alternative che ha alla sua portata la politica statunitense non sono unicamente l'imperialismo contro l'isolazionismo, come Ignatieff ed i suoi peculiari complici di destra sembrano suggerire. Esiste un grande spazio tra questi due estremi per una politica d'impegno cooperativo che funzioni per prevenire la violenza e costruire alleanze sostenibili.

Però questo proposito costruttivo richiederà una comprensione più profonda dei limiti del potere militare e delle bravate unilaterali che oggi s'impiegano per risolvere i problemi più gravi che affliggono il mondo.

Nella stessa maniera in cui Mark Twain e altri intellettuali notabili hanno parlato contro i progetti imperialisti durante l'era di Teddy Roosevelt, una nuova generazione di analisti e portavoce devono scontrarsi col "nuovo imperialismo migliorato", che è implicito nella dottrina di sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush. Se questo succede, forse fra alcuni anni ci troveremo con una prima pagina che s'intitoli: "Impero statunitense: a che stavamo pensando? ".

*William D. Hartung è direttore del progetto sulle armi dell'Istituto Politico Mondiale (www.worldpolicy.org/projetts/arms)

[traduzione per La Jornada di Gabriela Fonseca]


(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)



Debutto a fine luglio per Sky. I media di Murdoch a fianco di Bush e contro l'Europa: sintonia quasi perfetta col governo Berlusconi


Quell'impero schierato a destra che civetta coi comunisti cinesi
 

"Saremo neutrali"
di FEDERICO RAMPINI

IN Inghilterra ha costruito il consenso decisivo per la rivoluzione liberista della Thatcher, poi ha condizionato Blair sull'allineamento con gli Usa. In America ha cambiato gli equilibri politici nell'informazione televisiva, da quando la sua Fox di destra ha spodestato la democratica Cnn. Qualcosa cambierà di certo anche in Italia, con l'arrivo di Rupert Murdoch: in nessun paese è passato inosservato. La sua News Corp. non è solo il più grande impero mediatico del mondo, è anche una multinazionale il cui padre padrone persegue esplicitamente un'agenda politica di destra, un'informazione schierata e militante che ha fatto breccia anche nel giornalismo anglosassone. Quando l'editore australiano sbarcò per la prima volta in Gran Bretagna alla fine degli anni Settanta, agevolato dalla Lady di Ferro, fu subito uno shock. Quando comprò il Times i giornalisti impararono a loro spese quel che Murdoch pensava dell'indipendenza della stampa: ogni sera prima della chiusura del giornale si presentava in redazione per controllare gli editoriali, e riscriverli di suo pugno se non erano abbastanza thatcheriani.

Ma oltre che di destra, Murdoch è pragmatico, opportunista, e ha antenne sensibili per captare gli spostamenti dell'opinione pubblica. Nonostante tutti i favori che il partito conservatore gli aveva fatto, consentendogli di comprare il 40% della stampa inglese e di contrastare la Bbc con Skynews, Murdoch non esitò a mollare i Tories alle elezioni del 1997 quando capì che il vento era girato. Schierò le sue testate in favore di Tony Blair. Il condizionamento è stato efficace: sull'adesione all'euro i giornali di Murdoch remano contro, e Blair esita a sfidarli; sulla guerra in Iraq e sul Medio Oriente le posizioni filoamericane e filoisraeliane di Newscorp hanno un peso evidente nel dibattito politico britannico. Dopo avere espugnato la Gran Bretagna, per sbarcare negli Stati Uniti Murdoch ha acquistato la cittadinanza americana, condizione indispensabile per essere il titolare di emittenti televisive.

E anche qui il suo arrivo ha provocato un terremoto politico. Murdoch ha messo la sua potenza mediatica al servizio dell'ala più aggressiva e "rivoluzionaria" della destra repubblicana: la corrente dei neoconservatori nata negli anni Settanta dal "pentimento" e dalla conversione di alcuni intellettuali di sinistra che avevano militato nella contestazione studentesca e nel movimento contro la guerra in Vietnam. Il più autorevole è William Kristol, che dirige il settimanale The Weekly Standard di Murdoch, vero organo dirigente dei neoconservatori. Se il Weekly Standard è la rivista teorica, l'indottrinamento di massa è affidato alla Fox News, la tv cablata nata per spezzare l'influenza liberal della Cnn. Tutta l'ascesa di Murdoch negli Stati Uniti è avvenuta del resto all'insegna di una riscossa: da anni la destra repubblicana denuncia il fatto che i mass media sarebbero dominati dal pensiero "politically correct", dal conformismo di sinistra. New York Times, Los Angeles Times e Washington Post sono i loro bersagli prediletti.

L'11 settembre ha fornito ai neoconservatori l'occasione per una controffensiva in grande stile: le voci critiche sono diventate anti-patriottiche, criticare la politica estera dell'Amministrazione Bush equivale a sabotare la lotta contro il terrorismo. E' partita così la rimonta di Fox, che nell'America traumatizzata dall'11 settembre ha imposto un nuovo registro nell'informazione televisiva: i talkshow urlati e intimidatori di Bill O'Reilly, i reportage dal fronte afghano o iracheno di Geraldo Rivera "tra i nostri ragazzi", hanno banalizzato una propaganda nazionalista che era scomparsa da tempo nel tono delle grandi reti televisive. Il sorpasso della Fox ai danni della Cnn ha premiato la spregiudicatezza di Murdoch. Durante la prima settimana dell'intervento militare in Iraq, lui si è trasferito negli studi della FoxNews a New York per dirigere di persona la copertura televisiva delle prime fasi dell'offensiva. Per il peso determinante dei falchi neoconservatori nell'ispirare Cheney e Rumsfeld la guerra in Iraq porta la firma di Murdoch a fianco a quella di Bush. Obbedienza assoluta all'America in politica estera; appoggio a Israele; euroscetticismo; neoliberismo in politica economica: questa è la linea ideologica a cui Murdoch è fedele da anni, e il suo arrivo in Italia tenderà a rafforzare queste tendenze già presenti nel governo Berlusconi.

Solo in qualche caso Murdoch ha autocensurato la sua passione ideologica. In Cina: perché il mercato cinese era un obiettivo strategico troppo importante per News Corp. E più di recente a Londra il Times si è scatenato contro Blair per le introvabili armi di distruzione di massa di Saddam Hussein: lo scandalo era troppo grosso. La professionalità dei giornalisti del Times ha avuto la meglio sulle simpatie politiche dell'editore. E per lo stesso Murdoch, del resto, il business viene prima di tutto: come dimostrò mollando i Tories nel '97, agli amici di destra darà il massimo aiuto, finchè questo è compatibile con audience e tirature in crescita.

(15 giugno 2003)


La nuova alleanza: i cristiani evangelici e gli ebrei americani


http://www.ilvangelo.org/news/isr_132.html#colonna2 


di Anne-Elisabeth Moutet


WASHINGTON - Oggi pomeriggio, 11 ottobre 2002, diverse decine di migliaia di cristiani evangelici americani manifesteranno sui prati davanti alla Casa Bianca il loro sostegno a Israele. Il loro slogan:  "Christian Solidarity With Israel". Diversi camion sono già in strada dalla sede della Bible Belt: dal Texas, dalla Carolina del Sud, dall'Alabama e dal Tennesse... Sono stati ordinati un migliaio di bandiere israeliane. E dei cartelli: "No a uno Stato palestinese", "Bush devi sostenere Israele", ecc. Tra gli oratori, Ehud Olmer, il sindaco di Gerusalemme, ma anche il leader del partito repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, Tom DeLay, i senatori dell'Oklahoma e del Kansas Jim Inhofe e Sam Brownback, il televangelista Jerry Falwell, il pastore Pat Robertson. Scopo dichiarato: superare a destra George W. Bush, nonostante che il 43° presidente, un metodista molto vicino alla corrente evangelica, uno dei presidenti più credenti della storia degli Stati Uniti, abbia raccolto nel suo team alla Casa Bianca un cocktail ragguardevole di ebrei neo-conservatori e di cristiani evangelici, tutti molto pro-israeliani.


Sono tutti più intransigenti degli stessi ebrei
"Siamo a tre settimane dalle elezioni alla Camera", spiega un aggiunto di Roberta Combs, presidente della Christian Coalition (dove ha preso il posto del fondatore, Pat Robertson), che organizza la manifestazione di questo pomeriggio. "Il Presidente sa che due anni fa ha guadagnato alcuni Stati, come il Tennessee e l'Arkansas, con lo scarto di qualche centinaio di voti. Gli elettori che fanno la differenza sono nostri sostenitori". Per intendersi: i cristiani evangelici per cui la lettura della Bibbia è essenziale e fondante. Sono loro che hanno contribuito alla disfatta di Jimmy Carter, pur essendo anche lui un pastore battista. Sono sempre loro che hanno sconfitto George Bush padre nel 1992, delusi per la sua politica giudicata troppo filoaraba.
    La difesa d'Israele è diventata una delle questioni capitali, messa al primo posto nelle preoccupazioni di questo elettorato numeroso (si stima che siano tra 50 e 70 milioni gli americani che si presentano in questo modo) e conservatore. Spesso più intransigenti della maggior parte degli stessi ebrei, sono convinti che la fondazione di Israele nel 1948 costituisca la realizzazione di una promessa biblica. La minima esitazione della Casa Bianca nel sostenere Ariel Sharon li fa uscire fuori in forza, inondando l'esecutivo di e-mail minacciosi. Vedono in Colin Powell, e soprattutto nei funzionari arabizzanti del Dipartimento di Stato, degli agenti dell'Anticristo. Il presidente del gruppo repubblicano alla Camera, il texano Dick Armey, la primavera scorsa ha dichiarato, nel corso di un dibattito televisivo, che si rifiuta di veder Israele abbandonare il più piccolo pollice di terra della riva occidentale (la Cisgiordania) a uno Stato palestinese. "Non ho niente contro la fondazione di uno Stato palestinese. Ci sono centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terreno nei paesi arabi che possono servire a questo scopo. Hanno la terra, i mezzi e l'opportunità di stabilirvi un nuovo Stato". Ma questo vorrebbe dire che i palestinesi dei territori dovrebbero essere trasferiti in questo nuovo Stato, domanda stupefatto il giornalista Chris Matthews. "Perché no? La maggior parte delle persone che costituiscono oggi la popolazione israeliana è venuta da fuori. I palestinesi potrebbero fare altrettanto". Qualche giorno più tardi Armey ha ritirato la sua proposta, ma altri responsabili cristiani, come il pastore Jerry Falwell o Janet Parshall, hanno fatto osservazioni simili.


Difendono Israele perché credono che questa sia la sola scelta morale possibile
Dapprima sorpresi e anche diffidenti, gli ebrei americani hanno gradualmente imparato a lavorare con questi inaspettati alleati. "Per molto tempo gli ebrei americani hanno vissuto come degli episcopaliani e hanno votato come dei portoricani", ironizza il giornalista Robert Kuttner. Traduzione: portafoglio a destra e scheda elettorale a sinistra. Ancora oggi una grande maggioranza di ebrei vota democratico - tra il 60 e l'80 per cento, secondo gli scrutini - e finanziano generosamente questo partito più dei repubblicani. Per i baby boomers che hanno fatto il loro primo apprendistato politico negli anni sessanta, il cavallo di battaglia della destra religiosa - contro l'aborto, la pornografia e la droga - evoca visioni spaventose che si aggiungono ai vivi ricordi dell'antisemitismo cristiano. Ma a partire dagli anni di Reagan l'elettorato ebreo scivola lentamente a destra, e l'antisionismo viscerale dei "political correct" non fa che accelerare questa tendenza. "Gli ebrei non si sentono più obbligati a votare democratico", constata Ronald Lauder, ex-presidente della Conferenza dei Presidenti d'Associazioni ebree, sul Wall Street Journal lo scorso giugno. "Al Congresso, i più decisi difensori d'Israele provengono da Stati dove il voto ebreo è inesistente. Difendono Israele perché ritengono che quella sia l'unica scelta morale possibile".
    "La Bible Belt è la cintura di sicurezza dell'America [lett. The Bible Belt Is America's Safety Belt]: affinché l'olocausto non possa arrivare qui", scrisse nel 1987 il rabbino americano d'origine viennese, Joshua O. Haberman, nella seria rivista "Policy Review",  un articolo precursore che oggi viene sempre citato. Nell'articolo Haberman spiega che la sua città natale, culla di una civiltà fine e brillante, che intorno alla fine dell'Ottocento ha dato al mondo la psicanalisi e l'espressionismo, la Secessione e il modernismo, Freud, Zweig, Mahler, Klimt, Schiele, Schoenberg e tanti altri, trent'anni più tardi accoglie Hitler in un delirio di gioia. "Il sofisticato clima intellettuale di Vienna era dominato da un relativismo morale molto alto che sfiorava il nichilismo, e questo ha lasciato gli spiriti disarmati davanti all'appello di Hitler'. Fuggendo il nazismo per rifugiarsi in America, Haberman rifa l'itinerario di Tocqueville, e scopre in questa società apparentemente più semplice - "semplicista", direbbe qualcuno - l'armatura di principi morali assoluti, fondati su una profonda fede vissuta nel quotidiano. "Le persone che incontravo per strada, nei negozi, nelle chiese, erano forse meno colte e sottili dei loro omologhi viennesi; ma erano anche più schiette, più aperte, più degne di fiducia... A Vienna stavo sempre in guardia, mi chiedevo che cosa si nascondeva dietro la maschera di cortesia con cui mi accoglievano; mentre la fede delle persone che incontravo in Alabama, vissuta semplicemente e rinforzata ad ogni tappa dalla società... li proteggeva contro gli eccessi di governo che conducono immancabilmente al totalitarismo".


"La Bibbia è molto chiara sui paesi del Patto: Dio ha promesso questa terra agli ebrei"
Il giornalista ebreo religioso Binyamin L. Jolkovsky, vecchio collaboratore del Wall Street Journal e fondatore del notevole sito www.jewishworldreview.com, che riunisce gli editorialisti più conosciuti della succursale conservatrice americana, ebrei e cristiani, dichiara: "Spesso sento di avere più cose in comune con un cristiano che prende la sua religione sul serio che con un ebreo laico di cui non condivido nessun valore."
    L'influente direttore di Weekly Standard a  Washington, William Kristol, figlio del grande intellettuale ebreo neo-conservatore Irving Kristol, è legato da un'amicizia di molti anni con l'attivista repubblicano cristiano Gary Bauer, incontrato nell'amministrazione di Reagan quando tutti e due lavoravano nel gabinetto del Ministro dell'Educazione, William Bennet, tentando di restaurare una certa disciplina nelle classi delle scuole pubbliche americane. Il mio sostegno a Israele, dice Bauer, è sia teologico che ideologico. "La Bibbia è molto chiara sui paesi del Patto: Dio ha promesso questa terra agli ebrei. Ma io credo che Israele e gli Stati Uniti sono dei reciproci alleati naturali nel conflitto che oppone il fondamentalismo islamico alle democrazie occidentali." (La newsletter di Bauer, inviata in tutti i paesi a circa 100.000 destinatari, sostiene ogni giorno la causa d'Israele davanti alla profonda America).
    Per molti evangelici che leggono la Bibbia letteralmente, il ritorno degli ebrei nel loro proprio Stato è tanto più essenziale perché è la condizione che precede il ritorno del Cristo previsto nel libro dell'Apocalisse e nella lettera ai Tessalonicesi. Soltanto allora, secondo un pastore anglicano del XIX secolo, John Nelson Darby, i veri credenti cristiani saranno rapiti fisicamente a Dio (il "rapimento"), mentre il resto dell'umanità assisterà al terribile combattimento di Armaghedon (la valle di Meghiddo a Gerusalemme [la giornalista non sembra forte in geografia!, n.d.r.]) tra le forze del Male e quelle del Bene. Una parte degli ebrei riconoscerà Gesù e l'altra perirà nella conflagrazione finale. Teoria che si inscrive direttamente nella lunga storia religiosa della fondazione degli Stati Uniti: i pellegrini del Mayflower s'identificano negli ebrei alla ricerca della Terra Promessa, e ci fu una discussione seria nel XVII secolo per decidere se gli americani dovevano abbandonare la lingua inglese e sostituirla con l'ebraico [citato da Fréderic Encel nel numero d'ottobre di Herodote].

I critici ebrei dell'alleanza con gli evangelici, come il giornalista israeliano Gershom Gorenberg, naturalmente sostengono che i cristiani fondamentalisti non amano veramente gli ebrei, ma li "strumentalizzano" per ottenere la loro propria salvezza [considerazione che denota l'ignoranza del giornalista, n.d.r.]. "Fino ad ora," risponde l'editorialista Jonah Goldberg, "si sono visti i cristiani utilizzare la Bibbia per giustificare i trattamenti più vili verso gli ebrei. Per una volta che i cristiani pensano che la Bibbia ordini loro di amare e rispettare gli ebrei, non mi sto a lamentare. Quanto allo svolgimento dell'Ultimo Giudizio, è Dio che deciderà, e Lui è più competente di noi."


Menachem Begin è stato il primo a tendere la mano ai cristiani evangelici

E' stato Menachem Begin il primo a riconoscere tutte le possibilità dell'alleanza con i cristiani americani. Dal suo arrivo al potere nel 1977, ha coltivato Jerry Falwell, Billy Graham e Pat Robertson, i tre leader più conosciuti dell'evangelismo militante; conferisce a Falwell il premio Jabotinsky per "i servizi resi alla causa d'Israele"; e, secondo una giornalista, gli offre perfino un jet privato di fabbricazione israeliana. Quando, nel 1981, Israele distrugge il reattore nucleare iracheno Osirak, Begin chiama Jerry Falwell ancora prima di aver parlato con Reagan e gli chiede di spiegare al pubblico cristiano americano le ragioni del bombardamento.
    Le reazioni, anche all'interno del suo partito, in un primo momento sono fiacche. I fondamentalisti cristiani saranno anche pro-israeliani, ma sono antisemiti, dice qualcuno. Qualche anno più tardi, dei nastri magnetici contenenti i colloqui tenuti alla Casa Bianca nel 1972 tra il presidente Nixon e il reverendo Billy Graham sembrano giustificare queste accuse. Nixon redige una lista di tutti i giornali e tutte le riviste "interamente controllate dagli ebrei" - tra cui, evidentemente, il Washington Post di Katharine Graham, nata Meyers - e si sente Billy Graham aggiungere: "Se non si trova il modo di rompere questo controllo, il paese è rovinato". Graham, che oggi ha 83 anni, ha presentato le sue scuse: "Ho avuto torto. Avrei dovuto contraddirlo." Gli ebrei conservatori spiegano che quello che veniva rimproverato agli ebrei dei media era di essere di sinistra, non di essere ebrei.
    Al suo arrivo al potere nel maggio 1977, Begin  ha dovuto affrontare una crisi: due mesi prima il presidente Carter si era pronunciato per "i diritti dei palestinesi, ivi compreso quello ad una terra." La mano tesa di Begin agli evangelici americani ha un effetto immediato: intere pagine di pubblicità appaiono sulla maggior parte dei giornali importanti americani, in cui si dichiara che "E' venuto il tempo per i cristiani evangelici di riaffermare la loro fede nella profezia biblica e nel diritto divino d'Israele alla sua terra." I cartelloni fanno riferimento al ruolo dell'Unione Sovietica (comunista e atea!) nelle risoluzioni dell'ONU. Sono finanziati da un'organizzazione evangelica pro-sionista, l'Istituto di Gerusalemme per gli Studi sulla Terra Santa, e firmati da un gruppo di personalità evangeliche. "Si indirizzano direttamente al cuore dell'elettorato di Carter", spiega Jerry Strober, un vecchio collaboratore dell'American Jewish Committee, per il quale questa campagna è la prima significativa manifestazione dell'alleanza tra cristiani e israeliani. Il gruppo di Begin reagisce prontamente: quando nel 1980 l'influente pastore Bailey Smith, presidente della Convenzione dei Battisti del Sud, dichiara in un incontro evangelico di 15.000 persone a Dallas che "Dio non ascolta le preghiere degli ebrei", qualche settimanana più tardi gli viene organizzato un viaggio in Israele, dopo il quale Smith ritirerà le sue parole.
    I risultati di questa reciproca e assidua corte non si fanno attendere. Nel marzo 1985, per esempio, davanti all'Assemblea Rabbinica di Miami, Falwell promette di "mobilitare 70 milioni di cristiani conservatori a favore di Israele e contro l'antisemitismo." Fatto importante, riesce ad ottenere l'avvicinamento del potentissimo senatore Jesse Helms, presidente della Commissione degli Affari Esteri del Senato: un "colpo" politico i cui inestimabili effetti si fanno sentire ancora oggi.


L'apoteosi dei neo-conservatori cristiani ed ebrei sotto Reagan
Reagan, eletto nel 1980, è discretamente ma fermamente cristiano, e per di più è molto pro-israeliano. Con lui arrivano al potere due famiglie di pensiero in apparenza antinomiche, ma che tuttavia creeranno la base dell'alleanza ebreo-cristiana. Da una parte, è il momento in cui prendono importanza i grandi movimenti della destra religiosa, in reazione, certamente, agli eccessi degli anni 70, tra cui la delibera Roe v. Wade della Corte Suprema del 1973, con cui si autorizzava l'aborto a livello federale (fino a quel momento la decisione era lasciata ai singoli Stati). Viene vanificato il tentativo dell'Amministrazione Carter nel 1978 di abolire i vantaggi fiscali delle scuole private, il che decuplica le adesioni alla "Christian Coalition" di Pat Robertson e alla "Moral Majority" di Jerry Falwell. Il vocabolario politico di Reagan, accuratamente calibrato, attinge coscientemente dal linguaggio biblico. D'altra parte si assiste all'apoteosi dei neo-conservatori: questi intellettuali (molti ebrei, ma non tutti) provenienti dalla sinistra passano nel campo repubblicano e forniscono a Ronald Reagan sia l'armatura ideologica e intellettuale, sia una parte del suo governo. E' il caso dell'universitario Jeane Kirkpatrick, che il Presidente nomina suo ambasciatore alle Nazioni Unite dopo aver letto uno dei suoi articoli nel "Commentary", la rivista pubblicata dall'American Jewish Committee, roccaforte del neo-conservatorismo sotto l'autorità del suo redattore capo, Norman Podhoretz, che Reagn chiama regolarmente al telefono.
    L'amministrazione Reagan organizzerà regolarmente dei seminari per i suoi sostenitori della destra religiosa: tra gli invitati ci sono i gruppi di pressione ebrei AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e AFSI (Americans For A Safe Israel). Anche se Bush padre, attorniato da petrolieri texani i cui interessi nell'Arabia Saudita l'allontanano da Israele, interrompe questa pratica, le vicissitudini delle Amministrazioni successive non arrestano affatto la luna di miele tra ebrei ed evangelici. Al contrario, la nuova generazione di attivisti cristiani, che non ha conosciuto questa alleanza, vi si consacra interamente senza riserve mentali: Ralph Reed, erede di Pat Robertson alla "Christian Coalition", che oggi è una delle stelle nascenti del partito repubblicano, confessa di essere lui stesso scioccato dagli sviamenti occasionali di uomini della generazione di Robertson o Smith. Ma per i cristiani americani di meno di 50 anni, il sostegno a Israele è diventato un riflesso fondamentale.
    Questa sorprendente relazione è ben lungi dall'operare a senso unico. Sono soprattutto degli attivisti ebrei quelli che, per esempio, hanno aiutato in modo decisivo a far rimettere all'ordine del giorno politico di Washington il problema delle persecuzioni contro le minoranze cristiane. L'ex direttore giuridico del Ministero delle Finanze dell'amministrazione Reagan, Michael J. Horowitz, si interessa dal 1995, nell'ambito dell'Istituto Hudson, della sorte dei cristiani perseguitati, e qualche volta massacrati, in paesi così diversi tra loro come l'Arabia Saudita, la Cina, l'Etiopia, l'Egitto o il Sudan, dove si stima che dal 1989 sono morti 700.000 cristiani. "Ho un argomento incomparabile per mobilitare le persone a cui preparo il seggio", spiega. Gli dico: "Io sono ebreo e mi occupo di queste minoranze cristiane, perché non fate niente?" Un altro associato di Hudson, l'intellettuale conservatore Marshall Wittman, anche lui ebreo, ha lavorato diversi anni come lobbysta per la Christian Coalition.


Con il divorzio, l'aborto e la pornografia i cristiani fondamendalisti hanno perso il fiato
"Più generalmente, i gruppi cristiani fondamentalisti traggono un vantaggio politico essenziale dalla riorganizzazione della loro agenda attorno a Israele," spiega un analista di Washington. "Sono stati creati vent'anni fa e hanno perso il fiato. Per quanto tempo si possono mobilitare le energie su temi come l'aborto, la lotta contro il divorzio o la pornografia, la violenza al cinema, che non si riescono a smuovere di un millimetro? Le loro truppe erano scoraggiate. La lotta per Israele invece, nel contesto generale della guerra contro il terrorismo e l'islamismo, e con una sinistra così violentemente antisemita, rimobilita il paese profondo. Non dico che questa sia l'unica ragione della loro scelta, e nemmeno la principale, ma è impossibile che non se ne siano resi conto".
    Nell'attesa, le iniziative si moltiplicano. Per esempio, l'Amicizia Internazionale Per i Cristiani e gli Ebrei, un'organizzazione che ha sede a Chicago ed è diretta dal rabbino canadese Yechel Eckstein, negli ultimi 7 anni ha raccolto 60 milioni di dollari per Israele, in massima parte da chiese evangeliche. L'estate scorsa un gruppo di congregazioni evangeliche americane ha raccolto 2 milioni di dollari per aiutare 400 ebrei americani e canadesi a fare la loro alià [ved. Notizie su Israele, n.104 e n.118]. La scorsa primavera i network della catena di televisioni cristiane americane hanno organizzato un telethon di 5 ore sulle vittime degli attentati suicidi. E le organizzazioni ebree più diffidenti cominciano ad aprire le loro porte e i loro giornali a questi nuovi difensori: l'Anti Defamation League, che nel passato era vicina a Pat Robertson, ha recentemente diffuso un editoriale di Ralph Reed.
    E dopo la manifestazione a Washington di venerdì 20 ottobre prossimo, il rabbino Eckstein spera di mobilitare 100.000 chiese nel mondo e un milione di cristiani per una giornata di preghiera per Israele.

(Proche-Orient.info, 11 ottobre 2002)




Il ritorno di un'economia bellica può aiutare
gli Stati Uniti a uscire dalla crisi


Addio New Economy
ora la guerra è un affare



di FEDERICO RAMPINI

http://www.repubblica.it/online/mondo/borseuno/neweconomy/neweconomy.html 

Wall Street dimentica per un giorno la paura, il denaro torna ad affluire nelle Borse dove il Dow Jones ieri ha chiuso in rialzo del 4,46% e il Nasdaq con un più 5,33% mentre il prezzo del petrolio è crollato ai minimi da 15 anni. A fermare i pesanti ribassi della settimana scorsa contribuisce la percezione che l'America stia organizzando una "economia di guerra" che potrebbe curare la recessione. "I terroristi hanno preso di mira la nostra economia", ha dichiarato ieri Bush, "ma non possono distruggere le fonti della nostra prosperità". Il presidente ha annunciato che vi è consenso tra repubblicani e democratici "per reagire alle sfide economiche immediate usando le forze fondamentali della nostra economia": il riferimento è ad una maxi-manovra di spesa pubblica e sgravi fiscali per rilanciare la crescita. Con una mossa clamorosa per un presidente di destra, Bush ha esortato le imprese americane a dare prova di patriottismo evitando i licenziamenti: "Applaudo alle aziende che fanno ogni sforzo per non ridurre il personale malgrado le difficoltà del momento".

"Addio New Economy, stiamo entrando nella War Economy", ha commentato ieri il Los Angeles Times. Visto che i terroristi hanno colpito un simbolo del capitalismo americano, uscire dalla recessione diventa un obiettivo strategico quanto catturare Osama Bin Laden. Nell'emergenza cambiano priorità e valori: la destra repubblicana è pronta a regolare i mercati, a riorganizzare l'economia rendendola più controllata e più statalizzata. "Economia di guerra" evoca Pearl Harbor e Roosevelt, il riarmo che fece uscire l'America dalla Grande Depressione mandando anche le casalinghe a lavorare in fabbrica per produrre cannoni. Negli anni 60, il forte aumento di spesa militare diede un sostegno drogato alla crescita durante la guerra del Vietnam. Ma Bush ha ammesso che questa non sarà una guerra classica né un blitz breve e risolutivo. Per i suoi effetti economici potrebbe assomigliare di più alla guerra fredda, un conflitto durato 40 anni e dagli esiti a lungo incerti, giocato su più scacchieri incluso quello ideologico. Bush come Harry Truman.

Fino a venerdì Wall Street dell'economia di guerra ha visto solo i danni: trasporto aereo sull'orlo della bancarotta, assicurazioni in crisi, consumi e investimenti paralizzati con ripercusssioni a catena sull'industria dell'auto o dei mass media. Lo stesso crollo del petrolio è un effetto della recessione che ne riduce gli acquisti. Ieri i mercati hanno cominciato a vedere una realtà diversa nonostante il superindice economico, reso noto ieri, abbia segnato ad agosto una flessione dello 0,3%, la prima dopo cinque mesi. Le perdite private vengono ripianate dal governo: Bush ha firmato il decreto che dà subito 5 miliardi di dollari di aiuti alle compagnie aeree, più 10 miliardi di prestiti, più una copertura statale illimitata delle indennità alle vittime dei dirottamenti. Il ministro dei Trasporti sta per annunciare che l'onere della sicurezza negli aeroporti sarà tolto alle compagnie e preso in carico dalle autorità federali: 1,8 miliardi di dollari all'anno. Compiti che erano stati privatizzati ai tempi di Ronald Reagan, quando la priorità era la deregulation per abbassare le tariffe. Anche per le compagnie assicurative sono in arrivo generosi finanziamenti pubblici. E' il più gigantesco salvataggio pubblico di aziende private che si verifica negli Stati Uniti da vent'anni.

Non è tutto. Bush ha appena creato un nuovo ministero, Homeland Security, per la sicurezza del territorio nazionale: a 10 miliardi di dollari di stanziamenti immediati per la lotta antiterrorismo se ne aggiungeranno presto molti di più. Saranno assunti a migliaia nuovi agenti di polizia per le scorte armate sui voli. E il richiamo di migliaia di riservisti delle forze armate ha già un effetto benefico sul mercato del lavoro: le imprese private dove lavoravano fino a ieri, devono sostituire i riservisti con nuovi assunti.

Le ricadute industriali stanno risvegliando la Silicon Valley dal cupo pessimismo degli ultimi mesi. L'industria tecnologica californiana spera che sia in arrivo un fiume di denaro pubblico. In prima fila tra i beneficiari ci saranno le aziende della biogenetica, in vista di una guerra biologica: una di queste, la Abgenix di Fremont, è già al lavoro per fornire al Pentagono dei rimedi contro un eventuale attacco terroristico con armi chimiche o biologiche (virus di Ebola, vaiolo).

Affari d'oro stanno facendo le imprese specializzate nelle nuove tecnologie di sorveglianza elettronica e digitale, per esempio la Visionics e la Visage Technology, che offrono sistemi di ricognizione facciale biometrica: programmi informatici che consentono di passare in rassegna milioni di fotogrammi registrati dalle telecamere di sicurezza negli aeroporti o nelle banche (un lavoro che altrimenti immobilizzerebbe eserciti di poliziotti). Con buona pace della privacy, un business nuovo si apre anche per tutti i sistemi di intercettazione "intelligente" di telefonini e Internet. Più in generale tutta l'industria tecnologica potrebbe beneficiare di un nuovo effetto "baco del millennio".

Come si è visto al World Trade Center, gli investimenti fatti dalle banche nel 1999 per dotarsi di sistemi informatici di scorta da usare in caso di blackout, hanno consentito la ripresa dell'attività in tempi rapidi. Ora tutta l'industria americana è incentivata a potenziare i dispositivi di sicurezza. La lista dei vantaggi per l'industria tecnologica può allungarsi, se negli attacchi contro Bin Laden gli Stati Uniti dovessero fare uso di armi intelligenti ad alta intensità di elettronica (e ad altissimo costo).

Il bilancio della difesa, sceso al 3% del Pil nel 2000, potrebbe risalire attorno al 5% come un decennio fa. Se si aggiunge una maximanovra di rilancio dell'ordine di 180 miliardi di dollari, è una robusta iniezione di spesa pubblica l'arma strategica con cui Bush vuole sconfiggere il disegno economico dei terroristi.

"Nella New Economy dei tempi di pace", ha dichiarato l'economista Scott Cleland, "cercavamo efficienza e alti profitti, ora il livello di competizione sarà subordinato alla sicurezza". Uno dei massimi pensatori della destra repubblicana, William Kristol, dichiara: "Questa è una svolta nella storia d'America. E nelle svolte, per definizione, le cose cambiano. Compreso l'atteggiamento nei confronti della spesa pubblica". Anni di ideologia dello Stato minimo si sono dissolti l'11 settembre. Ronald Reagan diceva: "Il governo non è la soluzione dei vostri problemi, è il problema". Bush ora invita le aziende a non licenziare, le salva con i denari dello Stato, organizza una nuova economia di guerra. Ma naturalmente perché i consumatori e le Borse guariscano dall'incertezza ci vorrà del tempo. In una economia di guerra contano anche le vittorie contro il nemico. "Da questo momento", annuncia il Wall Street Journal, "l'andamento delle azioni in Borsa seguirà le mosse diplomatiche e militari".

(25 settembre 2001)

 

Chi comanda in America

by monde diplomatique Sunday September 07, 2003 at 07:33 AM

lo strapotere della lobby filoisraeliana negli usa

 

I forti legami politici di Israele con Washington e New York
Negli Stati uniti Sharon ha soltanto amici


Con la tregua unilaterale proclamata dalle organizzazioni armate palestinesi il 28 giugno, si è accesa una flebile speranza di pace in Medioriente. Una pace in cui gli Stati uniti, tra i principali finanziatori di Israele, potrebbero svolgere un ruolo centrale. Ma, a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali statunitensi, né i democratici, né i repubblicani, né i principali «think tank» che si occupano di affari mediorientali vogliono infastidire la destra israeliana.

Serge Halimi


L'idea che una lobby filo-israeliana molto attiva dietro le quinte del Congresso, l'American Israel Public Affairs Committee (Aipac), orienti la politica americana in Medioriente è ormai pressoché tramontata.
Infatti, lascia intendere che basterebbe che tale organizzazione, forte di ben 75.000 aderenti, perda una battaglia parlamentare per provocare ipso facto il declino della sua potenza - e di quella del governo di Gerusalemme. Ma la situazione è ormai superata. È tutto il complesso dei poteri forti americani - la Casa bianca, il Congresso, i due principali partiti politici, la stampa, il cinema (1) - che ha costruito e consolidato un sistema filo-israeliano radicato così profondamente nella vita politica, sociale e culturale degli Stati uniti da rendere ormai pressoché inconcepibile un suo insuccesso.
L'11 giugno 2003, mentre sembrava avviarsi un ennesimo «processo di pace», George W. Bush ha avuto l'ardire di dichiararsi «turbato» dagli attacchi israeliani della vigilia contro un dirigente di Hamas.
Mal gliene incolse. L'Aipac, che peraltro ha conosciuto ben di rado alla Casa bianca un inquilino così ben disposto nei suoi confronti, ha denunciato immediatamente «l'imparzialità mal calcolata» dei commenti presidenziali. Utilizzare l'esercito per proteggersi contro «una bomba a orologeria» è «giustificato al 100%», ha precisato Robert Wexler, rappresentante democratico (e progressista) della Florida.
«Israele non ha altra scelta se non ricorrere alla forza», dichiarava Tom Lantos, capogruppo democratico alla Commissione affari esteri della Camera dei rappresentanti. Anche Lantos ha fama di uomo piuttosto di sinistra, negli Stati uniti. Il che non gli impedisce di fare da cassa di risonanza alle posizioni del Likud. Se i palestinesi non disarmeranno i «terroristi», «allora sarà Israele a farlo», si è spinto ad ammonire questo rappresentante della California...
Più di quindici anni fa, nel 1987, un altro esponente del Congresso, Mervyn Dymally, faceva osservare che un deputato della Knesset era più libero di criticare la politica israeliana di quanto non lo fosse un parlamentare americano (2). Negli Stati uniti, chiunque aspiri a rivestire responsabilità nazionali ha tutto da guadagnare a schierarsi sulle posizioni più estremiste del governo - di qualsiasi governo - di Gerusalemme. Avrebbe tutto da perdere a fare il contrario. Lo sanno tutti. I colpi di avvertimento ai recalcitranti sono serviti di lezione anche agli altri.
Nel 1982 e nel 1983, due parlamentari repubblicani dell'Illinois, Paul Findley e Charles Percy, avevano avuto la tracotanza, il primo d'incontrare Yasser Arafat, il secondo di approvare la vendita di aerei di ricognizione Awacs all'Arabia saudita. L'Aipac sostenne con ingenti finanziamenti la campagna dei loro avversari. I due politici persero il loro seggio (3). A venti anni di distanza, si è ripetuta la stessa situazione. Colpo su colpo, nel giugno e nell'agosto 2002, prima in Alabama e poi in Georgia, due parlamentari, questa volta democratici, Cynthia Mc Kinney e Earl Hilliard, si sono trovati di fronte nelle primarie candidati sostenuti con grande generosità da organizzazioni filoisraeliane. Di solito i parlamentari uscenti superano questa tappa elettorale senza difficoltà, ma quella volta i due furono entrambi sconfitti. Figuravano tra i ventuno temerari della Camera dei rappresentanti (21 su 435), che si erano opposti a una risoluzione...
favorevole alle rappresaglie dell'esercito israeliano contro i palestinesi accusati di complicità collettiva con gli autori di attentati suicidi.
Hillary Clinton in altalena Nel contesto successivo all'11 settembre, la tecnica che consente di squalificare un parlamentare insufficientemente asservito alle tesi più intransigenti del Likud è perfettamente rodata. L'eletto intrepido (e originale) rischia di attirare l'attenzione; taluni americani di origine araba (o dei musulmani) gli testimonieranno la loro riconoscenza e finanzieranno la sua prossima campagna elettorale.
Il verme si è già introdotto nel frutto... Passando al pettine l'elenco (che deve essere reso di dominio pubblico) dei suoi donatori per individuarvi nomi dalla consonanza terrificante, se il diavolo non ci mette la coda, vi figurerà certamente quello di un individuo che un giorno, è stato interrogato dall'Fbi, o che avrebbe aiutato una qualche organizzazione umanitaria palestinese, naturalmente «legata al terrorismo». E così, la McKinney aveva «accettato denaro di gente di cui si dice che fossero terroristi arabi». Un principe saudita aveva offerto 10 milioni di dollari alla città di New York poco dopo gli attentati contro il World Trade Center. Si è visto restituire con disprezzo la sua donazione dal sindaco repubblicano dell'epoca, Rudolph Giuliani, per l'unico motivo che il suo contributo era accompagnato da una critica della politica americana in Medioriente. A New York, ma anche altrove, tutti prendono le distanze da ciò che è arabo o musulmano. Eletta senatore dello stato nel novembre 2000, mossa da ambizioni sulla Casa bianca nel 2008, Hillary Clinton non ha tardato a capire che cosa le convenisse fare. Nel 1998 aveva espresso il suo appoggio all'idea di uno stato palestinese. Peggio ancora, l'anno dopo aveva commesso la terribile imprudenza di lasciarsi abbracciare dalla moglie di Arafat. Se era un inconveniente per una First Lady, diventava un abbraccio suicida per chiunque nutrisse ambizioni elettorali a New York. Perché, come spiega Sidney Blumenthal, ex consigliere politico del presidente Clinton, «per vincere nello stato un candidato democratico deve aggiudicarsi i due terzi del voto degli ebrei di New York» (4). Inutile dire che, nel giro di qualche settimana, Hillary Clinton ha rettificato opportunamente alcune delle sue posizioni del passato.
Per prima cosa, si è scoperta favorevole al trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Era poi così urgente? Tale auspicio, un vero e proprio tormentone della politica americana, aveva già fatto perdere a Jimmy Carter le primarie di New York contro il senatore Ted Kennedy, fautore di quel trasloco. Era successo nel... 1980.
In tempi più recenti, i candidati Ronald Reagan e Bill Clinton avevano a loro volta sostenuto tale trasferimento prima di concludere due mandati a testa alla Casa bianca senza che l'ambasciata si spostasse di un centimetro.
Rimaneva l'offesa temibile di essere stata abbracciata dalla moglie di Arafat. Hillary vi dedica un passaggio delle assai indigeste (per quanto redditizie) Memorie che ha appena pubblicato, intascando un anticipo di otto milioni di dollari: «Quando la raggiunsi sul podio, la signora Arafat mi ha abbracciato, secondo la tradizione. Se fossi stata a conoscenza delle parole detestabili che aveva appena pronunciato, le avrei denunziate immediatamente [...]. Il mio stato maggiore di campagna riuscì a riparare i danni» (5). Ci sarebbero stati altri danni, quando si venne a sapere che la candidata dei democratici aveva accettato il contributo finanziario della Muslim American Alliance (che, in quello stesso momento, invitava a votare per George W. Bush alle elezioni presidenziali ...). Il denaro impuro fu restituito seduta stante. Hillary si profuse in scuse per non essere stata più accorta.
Difficile immaginare un'analoga intransigenza quando si tratta dei sostenitori più attaccabrighe di Ariel Sharon. Che dirigenti fondamentalisti descrivano l'islam come «diabolico e storto», il suo profeta come un «fanatico dagli occhi stralunati», o addirittura un «pedofilo posseduto dal diavolo», che alcuni di questi fondamentalisti abbiano approvato gli attentati «terroristi»? contro i medici che praticavano l'aborto (sette morti dal 1993 ad oggi), che incoraggino le discriminazioni contro gli omosessuali, che sognino addirittura un secondo avvento del Messia che preluderebbe alla conversione o allo sterminio degli ebrei (6), provoca soltanto un minimo imbarazzo ad Abraham Foxman, direttore nazionale della Anti-Defamation League. Ci spiega: «Gli ebrei americani non devono scusarsi quando si impegnano a rafforzare l'appoggio della destra cristiana a Israele. Israele assediato ne ha bisogno. E questo appoggio è al tempo stesso enorme, costante e incondizionato» (7).
Una tale asimmetria anti-araba è teorizzata dall'establishment americano.
«C'è una differenza - spiegava Rudolph Giuliani - tra una democrazia, uno stato di diritto, quali che siano le sue imperfezioni, e una dittatura costruita sul principio del terrorismo» (8). In nome della «chiarezza morale» che imporrebbe la lotta contro il terrorismo, è quindi vietato a un funzionario americano, fosse anche il presidente degli Stati uniti, pretendere una qualche concessione dal governo israeliano.
Quando Bush è avanzato di un millimetro in tale direzione, il direttore editoriale del Wall Street Journal, gli intellettuali neoconservatori William Kristol e Robert Kagan, l'ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (onnipresente sulle televisioni americane quanto un annunciatore delle previsioni del tempo) e il senatore democratico e candidato alla Casa bianca Joseph Lieberman gli hanno rimproverato immediatamente una perdita di «chiarezza morale». Falco in un'amministrazione di falchi il cui leader ha definito Ariel Sharon «uomo di pace», perfino a Paul Wolfowitz è riuscito di farsi fischiare a Washington da una folla filoisraeliana. Alla tribuna dove si erano alternati Giuliani, Hillary, Richard Gephardt, leader democratico alla Camera dei rappresentanti, John Sweeney, presidente dell'Afl-Cio, aveva avuto l'inverosimile sfacciataggine di evocare la necessità di uno stato per i «palestinesi innocenti che soffrono e che muoiono anche loro» (9).
In un momento in cui le elezioni presidenziali del novembre 2004 condizionano ogni mossa, George W. Bush si affida per la massima parte delle sue decisioni al consigliere politico Karl Rove. È lui che mette a punto ogni discorso del Capo dello stato; hanno fatto insieme il viaggio in Medioriente nel maggio scorso. Non meno cinico dei suoi colleghi consiglieri della comunicazione (10), Rove ha osservato che le elezioni erano «fatte completamente di elementi visivi - suggerendo al presidente - Lei deve fare campagna come se l'America guardasse la televisione senza il sonoro» (11). Avendo già in tasca l'elettorato militarista, sarebbe opportuno che il presidente degli Stati uniti si facesse passare anche per l'uomo della pace. Qualche simpatica immagine di stretta di mano a Camp David o altrove non farebbe male.
La posizione politica di Bush sembra a priori abbastanza solida da consentirgli qualche mossa ardita in Medioriente. La destra religiosa voterà a suo favore, anche se bacchetta una volta all'anno il suo adorato Sharon. Per quanto riguarda l'elettorato ebraico (circa il 4% del totale), è importante soprattutto in alcuni stati (a parte la Florida) considerati già in mano ai democratici (New York, California, Massachusetts). Tuttavia, come ricordano i biografi di Rove (sono appena usciti due libri a lui dedicati, ed entrambi evocano nel titolo «il cervello di Bush» ...) «in una nazione divisa in parti così uguali, come è avvenuto alle ultime elezioni presidenziali, Rove non è disposto a prendere in considerazione una politica che potrebbe far perdere voti. Quando è a favore di un cambiamento di rotta, lo è perché prevede che la nuova posizione sarà più utile al presidente, ai repubblicani e alla causa conservatrice» (12).
Essere utili alla causa, vuol dire anche scalfire la base dell'avversario.
È già verosimile che Bush andrà meglio l'anno prossimo con l'elettorato ebraico che non nel novembre 2000 (quando aveva ottenuto il 19% dei voti contro il 78% a favore di Al Gore). Ma, negli Stati uniti, la prima delle elezioni continua ad essere la primaria dei dollari.
E là, il potenziale repubblicano è immenso: il 21% del totale delle donazioni e la metà dei contribuenti individuali del partito democratico sono ebrei, spesso i più filo israeliani (per il partito repubblicano, sono appena il 2,5%). Già ora, la prossima campagna di Bush sarà coperta d'oro (la riduzione delle imposte a qualcuno piacerà ...).
Il vantaggio finanziario dei repubblicani diventerà gigantesco, se per giunta Rove riuscirà a far vacillare una delle colonne fondamentali della base contributiva del partito democratico. Dopo l'11 settembre, si dà molto da fare. A quanto pare, non senza successo (13).
A questo punto del gioco, le convinzioni filo-Likud di alcuni neoconservatori citati incessantemente diventano secondarie; la preoccupazione di personalizzare i politici e la pigrizia mimetica della stampa spiegano almeno in parte l'impatto loro attribuito. Fondamentalmente, è tutto l'insieme delle variabili politiche, sociali, religiose e mediatiche americane a confortare gli obiettivi dei falchi israeliani. L'azione della lobby» è reale, ma si limita a strutturare ed organizzare forze che comunque si schierano spontaneamente. Dopo l'11 settembre 2001, tali forze non sono mai state più contrarie ai progetti dei palestinesi.
E questo Ariel Sharon lo sa benissimo.

note:
(1) Secondo Harper's (dicembre 1998), il 95% dei film che rappresentavano un protagonista arabo ne facevano un uomo cupido, violento o disonesto.
E questo, prima dell'11 settembre...

(2) The New York Times, 7 luglio 1987. L'ultra-conservatore Patrick Buchanan ha addirittura paragonato il Congresso a un «territorio israeliano occupato».

(3) Uno dei due, Paul Findley, ha raccontato la sua avventura in They Dare to Speak out, Lawrence Hill, New York, 1983.

(4) Sidney Blumenthal, The Clinton Wars, Farrar Straus e Giroux, New York, 2003, p. 682.

(5) Il racconto che l'autrice ci fa delle trattative di Camp David del giugno 2000-gennaio 2001 è una perfetta fotocopia delle tesi israeliane.

(6) Si legga Ibrahim Warde, «Non ci sarà pace prima dell'avvento del Messia», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2002.

(7) Abraham Foxman, «Why evangelical support for Israel is a good thing», Jta.org,16 luglio 2002, http://www.adl.org/Israel/evangelical.asp.

(8) Citato da The New York Times, 28 febbraio 1999.

(9) Si legga David Corn, Searching for «Moral Clarity»», The Nation, 23 aprile 2002.
(10) Si legga «Consulenti elettorali made in Usa», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1999.
(11) James Moore e Wayne Slater, Bush's Brain: How Karl Rove Made George W. Bush Presidential, John Wiley & Sons, Hoboken (NJ), 2003, p. 273.

(12) Ibidem, p. 286 e 294.

(13) Si legga Thomas Edsall, «Pledging allegiance to Bush: the Gop hopes pro-Israel policies translate into Jewish votes», The Washington Post National Weekly Edition, 6 maggio 2002.
(Traduzione di R. I.)


Un «think tank» al servizio del Likud


Joel Beinin


Fondato nel 1985, il Washington Institute for Near East Policy (Winep) è rapidamente diventato il think tank più infuente presso le autorità americane e i mass media per le tematiche relative al Medioriente.
Il fondatore del Winep, Martin Indyk, in passato era responsabile delle ricerche presso l'American Israel Public Affairs Committee (Aipac), la potente lobby filo-israeliana negli Stati uniti. Anche se l'Aipac è un organismo palesemente di parte, Indyk riesce a presentare il Winep come una organizzazione «favorevole a Israele, ma in grado di formulare analisi imparziali sul Medioriente (1)». E, mentre l'influenza dell'Aipac si fa sentire soprattutto sul Congresso, tramite ingenti contributi finanziari alle campagne elettorali (2), l'influenza del Winep si concentra essenzialmente sui mass media e sul potere esecutivo.
A tale scopo, il Winep invita i giornalisti a pranzi settimanali, pubblica analisi e fornisce «esperti» alle stazioni radiofoniche e ai talk-show televisivi. Alti responsabili dell'organizzazione quali Robert Satloff, Patrick Clawson e Michael Eisenstadt sono ospiti quanto mai assidui delle trasmissioni radiofoniche e televisive.
Il punto di vista del Winep è riportato regolarmente su U.S. News & World Report e The New Republic, i cui dirigenti o proprietari, Mortimer Zuckerman e Martin Peretz, fanno parte del consiglio di tale organizzazione. Godono di un accesso diretto ai media americani anche i collaboratori israeliani del Winep, e segnatamente i giornalisti Hirsh Goodman, David Makovsky, Ze'ev Schiff e Ehud Yaari.
Il Winep mantiene stretti rapporti con i responsabili dei due grandi partiti americani, quello democratico e quello repubblicano. Il suo primo successo importante è stato la pubblicazione di un rapporto intitolato Costruire la pace: una strategia americana per il Medioriente, praticamente alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1988.
Quel testo esortava il successore di Ronald Reagan a «resistere alle pressioni che miravano a far progredire rapidamente le trattative israelo-palestinesi, finché non fossero maturate le condizioni propizie (3)». Sei membri del gruppo di lavoro che aveva elaborato questo rapporto integrarono l'amministrazione Bush (padre), che si allineò al loro consiglio e decise di non fare nulla se non vi era assolutamente costretta. E così, gli Stati uniti hanno sostenuto il rifiuto da parte israeliana di negoziare con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) durante la conferenza di Madrid nel 1991, nonostante che l'Olp avesse riconosciuto l'esistenza di Israele fin dalla sessione del suo Consiglio nazionale del novembre 1988.
L'amministrazione Clinton adottò la stessa politica attendista. Di conseguenza, tra il 1991 e il 1993, gli undici incontri in cui si incontrarono israeliani e palestinesi non membri dell'Olp non approdarono ad alcun risultato. Allorché gli israeliani decisero essi stessi di avviare veri negoziati, accettarono di incontrare l'Olp a Oslo, senza informarne l'amministrazione Clinton. Il risultato di tali incontri sarebbe stata la dichiarazione di principio israelo-palestinese del settembre 1993.
Per tutti gli anni '90, la fine della guerra fredda minaccia di sminuire l'importanza strategica dell'alleanza tra Israele e gli Stati uniti.
A quel punto, il Winep si adopera per salvaguardare l'alleanza, sostenendo la posizione del primo ministro israeliano Itzhak Rabin, che presenta il suo paese come un alleato fidato di Washington nella lotta contro l'estremismo musulmano. Nel dicembre 1992 fa espellere verso il Libano oltre 400 islamisti palestinesi. Per giustificare una simile azione, il giornalista della televisione israeliana Ehud Ya'ri denunzia sulle colonne del New York Times una vasta congiura iniziata negli Stati uniti e destinata a finanziare Hamas (4).
Sempre nel 1992, il simposio del Winep riflette sul pericolo che può rappresentare l'islam per la politica estera americana. In tale occasione, Martin Indyk sostiene la tesi secondo cui gli Stati uniti non devono incoraggiare lo sviluppo della democrazia nei paesi vicini a Washington, come la Giordania e l'Egitto. In tali stati, un'apertura politica dovrebbe legalizzare soltanto i partiti non religiosi (5).
Tale strategia indurrà i movimenti islamici ad abbandonare la lotta politica e a puntare sull'azione armata. E, nella misura in cui gli Stati uniti vengono percepiti come favorevoli ai regimi autoritari al potere in quei due stati, saranno un bersaglio privilegiato, soprattutto in Egitto tra il 1992 e il 1997. Il governo Clinton sarà colonizzato dal Winep ancor più dei suoi predecessori. Undici firmatari del rapporto pubblicato nel 1992 dalla commissione del Winep sulle relazioni tra Stati uniti e Israele, «Una partnership duratura», entrano a far parte dell'amministrazione democratica. Fra loro ricordiamo Anthony Lake, consigliere per la sicurezza nazionale, Madeleine Albright, ambasciatore all'Onu e futuro segretario di stato, il sottosegretario al commercio Stuart Eizenstat e il segretario alla difesa Les Aspin.
Fin dal 1993 il governo Clinton pone in atto la strategia del «doppio argine» nei confronti dell'Iran e dell'Iraq, strategia che prelude «l'Asse del male» di George W. Bush. Divenuto consigliere speciale del presidente e direttore generale della sezione Medioriente/Sud-est asiatico del Consiglio di sicurezza nazionale (National Security Council, Nsc), Martin Indyk è il principale artefice di tale politica.
È di origine australiana, per cui sarà necessario naturalizzarlo americano per consentirgli di entrare nell'amministrazione Clinton.
In seguito diventerà ambasciatore in Israele, assistente del segretario di stato per il Medioriente, poi di nuovo ambasciatore in Israele.
Passando da un incarico all'altro, Indyk continuerà a svolgere un ruolo importante nel «processo di pace» lanciato a Oslo. Partecipa al «processo di pace» anche Denis Ross, anch'egli membro del Winep.
Collaboratore di primo piano del segretario di stato James Baker, Ross contribuisce a elaborare la politica americana in Medioriente nel governo Bush I, poi diventa il responsabile dell'organizzazione del «processo di pace» sotto Bill Clinton. Dopo le elezioni presidenziali assumerà la direzione del Winep.
Prima dell'arrivo al potere di Bush figlio e degli attentati dell'11 settembre 2001, il Winep era vicino alle posizioni sostenute dal partito laburista israeliano e dai generali «moderati» del Centro di studi strategici Jaffee dell'università di Tel Aviv. I falchi, come Martin Kramer o Daniel Pipes (si legga il riquadro) hanno ben di rado diritto alla parola. Ma George W. Bush si accinge ad insediare al potere una cricca di estremisti vicini al Likud e think tanks ultraconservatori quali l'American Enterprise Institute, il Project for a New American Century, il Jewish Institute for National Security Affairs (Jinsa) e il Center for Security Policy (Csp). E così il vice presidente Dick Cheney, il sottosegretario alla sicurezza internazionale John Bolton e il sottosegretario alla difesa Douglas Feith erano tutti e tre consiglieri del Jinsa prima di entrare nell'amministrazione di George W. Bush. In totale, ben ventidue esponenti del Csp fanno parte integrante dei cenacoli legati alla sicurezza nazionale americana.
Il Winep aveva soltanto legami limitati con tali istituzioni, anche se riguardavano personalità di primo piano. Padre ideologico della guerra contro l'Iraq e in tempi recenti presidente del Defense Policy Board, Richard Perle faceva parte sia del Jinsa che del Winep. Il suo superiore al Pentagono, il falco Paul Wolfowitz, era anch'egli un esponente del Winep prima di entrare nell'amministrazione Bush.
Ma il Winep ha rafforzato la sua influenza a Washington accaparrandosi i servizi di neo conservatori di primo piano. Ex analista del Middle East Forum, Jonathan Schanzer è diventato membro onorario del Winep.
Il direttore del Middle East Forum altri non è che Daniel Pipes, una delle voci americane più ostili agli arabi e ai musulmani. Anche Pipes è diventato analista presso il Winep. Max Abrahms, anch'egli membro onorario e grande esperto delle questioni di sicurezza israeliane, ha collaborato alla National Review Online, roccaforte dei neo-conservatori.
Specialista dei problemi del terrorismo ed ex analista dell'Fbi, anche Matthew Levitt scrive sulla National Review Online, e vi sostiene pubblicamente le operazioni anti-terrorismo.
Joshua Muravchik, altro ricercatore legato al Winep, lavora per l'American Enterprise Institute (Aei), riserva di caccia di Richard Perle. Una «analisi» formulata da Michal Ledeen, anch'egli membro dell'Aei, illustra con efficacia l'ideologia di tale istituzione: «Più o meno ogni dieci anni, gli Stati uniti devono scegliere un piccolo paese di merda e spianarlo al suolo, in modo che il resto del mondo si metta bene in testa che con noi non si scherza (6)».
Il rifiuto opposto alla «road map» elaborata dal Quartetto esprime abbastanza chiaramente la conversione del Winep alle idee del Likud.
Robert Satloff ha dichiarato la sua opposizione a questa iniziativa che, a suo modo di vedere, si basa su «un parallelismo artificioso quanto offensivo tra il comportamento degli israeliani e quello dei palestinesi». Per Joshua Muravchick, una tale posizione costituisce l'analisi «più penetrante» delle lacune di tale documento (7). Ex diplomatico, Dennis Ross formula la sua critica in maniera più sfumata, ma anch'egli ritiene che «la road map richiede troppo poco impegno da parte dei leader arabi (8)».
Questa deriva di destra echeggia quella della élite politica e militare israeliana. Infatti, dall'inizio della seconda intifada la posizione filoisraeliana «moderata» a cui si allineava il Winep è stata spinta ai margini del discorso politico in Israele. Questo movimento generale è anch'esso in sintonia con il sentimento antiarabo e antimusulmano che ha invaso la società americana dopo l'11 settembre. Tale riposizionamento ideologico consente al Winep un accesso privilegiato alla cerchia più ristretta dell'amministrazione di George W. Bush, nonostante una presenza complessiva che sembra meno forte adesso che non durante le amministrazioni di Bush padre e di Bill Clinton. Può sembrare che le critiche formulate dal Winep nei riguardi della road map pongano l'organizzazione in una posizione di scarsa sintonia con il governo americano, ma così non è. Pochi osservatori seri ritengono che la road map porterà a risultati duraturi. E la critica formulata dal Winep che giudica tale iniziativa «filoaraba», consentirà di attribuire ai palestinesi il suo fallimento. Esattamente come Bill Clinton ha scaricato sulle spalle di Yasser Arafat tutta la responsabilità per il fiasco di Camp David.

Noi miglioristi


di Irving Kristol


Il conservatorismo americano dal 1945 a oggi: lo racconta in un saggio del ’95
il padre fondatore dei neocons e di “The Public Interest”

«The Public Interest nacque molto prima che il termine «neoconservatore» fosse inventato e - confido - sarà vivo e attivo quando il termine avrà oramai solo un interesse storico. Quel momento potrebbe anche essere ora, dato che la distinzione fra conservatore e neoconservatore si è tanto offuscata da risultare irriconoscibile. Eppure, la distinzione non è ancora completamente venuta meno, riemerge quando si citano le prospettive di politica estera di Jeane J. Kirkpatrick, così che questo potrebbe essere il momento adatto per guardarsi indietro, onde definire il ruolo che il neoconservatorismo, e specificamente The Public Interest, ha giocato nella storia del conservatorismo statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale (sarebbe peraltro possibile anche scrivere un saggio completamente diverso, ma ugualmente utile, sul ruolo da esso svolto nella storia del liberalismo postbellico). In questo mezzo secolo, il conservatorismo statunitense - questa è la mia opinione - ha attraversato tre stadi. Anzitutto, vi fu il rinnovamento di quello che potrebbe essere definito conservatorismo tradizionale, incentrato attorno alla National Review di William F. Buckley jr. e che ebbe come obiettivo la ristrutturazione del Partito repubblicano allo scopo di trasformarlo in un solido strumento politico conservatore. Questo portò alla candidatura presidenziale di Barry M. Goldwater nel 1964 e alla débacle elettorale che ne seguì. Quella débacle, però, ottenne il risultato di consolidare e di espandere l’influenza conservatrice all’interno del Partito repubblicano. La cosa non è tanto paradossale come potrebbe apparire d’acchito. Dopo tutto, l’analoga débacle seguita dalla sconfitta di George McGovern nel 1972 consegnò alla sinistra del liberalismo statunitense, di cui egli era il candidato, il controllo effettivo del Partito democratico. Le dinamiche di partito possono essere molto più importanti dei risultati elettorali su cui consuetamente si focalizza l’attenzione dei media e del pubblico. In secondo luogo, vi è stata l’influenza esercitata dalla corrente neoconservatrice. Originariamente, questa corrente cercò espressione politica rivolgendosi al Partito democratico, ma a metà degli anni Settanta questa prospettiva risultava ovviamente oramai difficile da mantenere e così incominciò un graduale, e spesso riluttante, spostamento della corrente neoconservatrice in direzione del Partito repubblicano (peraltro, vi sono ancora diversi neoconservatori democratici, la maggior parte dei quali vota però oggi silenziosamente per i repubblicani).
The Public Interest è stato il punto focale di questa corrente neoconservatrice, benché gran parte dell’impatto che esso ebbe risultò dall’influenza esercitata su un manipolo di giovani uomini e di giovani donne nascosti fra gli editorialisti e gli opinionisti di The Wall Street Journal. Il neoconservatorismo si differenziava dal conservatorismo tradizionale per molti aspetti importanti, ma non aveva un progetto proprio. Sostanzialmente, voleva che il Partito repubblicano cessasse di giocare politicamente sulla difensiva, guardando cioè avanti invece che indietro. In verità, alcuni di noi osarono suggerire che il partito dovesse essere più «ideologico», benché «ideologia» non sia un termine gradito alle orecchie degli statunitensi. Alla fine, comunque, l’idea di un «programma» attivistico è divenuto parte ancora più integrante della riflessione politica repubblicana di quanto noi immaginassimo allora, svolgendo il lavoro tipico dell’«ideologia» ancorché in una particolare veste pragmatica tutta statunitense. La lettera di questo o di quel programma politico repubblicano specifico può non avere molto a che fare con il neoconservatorismo, ma lo spirito che lo anima sì. In terzo luogo, vi è stato l’emergere, lungo i decenni scorsi, di un conservatorismo politico fondato sul dato religioso e caratterizzato dal punto di vista morale. A lungo termine, potrebbe essere questa la componente più importante di tutte. Benché i media continuino a ritrarre i conservatori religiosi come dei fanatici aggressivi, di fatto le motivazioni che li animano sono state di natura principalmente difensiva: una reazione, cioè, contro la controcultura popolare, contro il laicismo dottrinario mostrato dalla Corte Suprema, contro un governo che li tassa pesantemente e che al contempo elimina ogni traccia di moralità e di religiosità per esempio dall’educazione pubblica, addirittura finanziando ogni sorta di attività e di programmi oltraggiosi rispetto alla morale tradizionale. La fede religiosa che sostiene questa reazione ha costantemente guadagnato sia in intensità sia in popolarità, specialmente fra gli evangelicali (1) protestanti, e oggi ha meccaniche tutte proprie. Non è affatto inimmaginabile che per gli Stati Uniti si prospetti un lungo e duro Kultukampf che potrebbe ribaltare ogni idea convenzionale di ciò che è politico e di ciò che non lo è.
E ora ripercorrerò l’evoluzione del conservatorismo statunitense postbellico dalla prospettiva di un neoconservatore.

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Quando National Review venne fondata nel 1955, personalmente la considerai un’eccentricità del panorama ideologico, giacché sembrava completamente fuori tempo. In sostanza, proseguiva la polemica contro il New Deal che aveva caratterizzato il conservatorismo statunitense, così come rappresentato dal Partito repubblicano, negli anni Trenta e Quaranta. Figlio della Depressione disgustato dallo spettacolo complessivamente offerto da fabbriche chiuse, risorse inutilizzate e disoccupazione su vasta scala, non potevo prendere seriamente la fede apparentemente cieca nella «libera intrapresa» che costituiva la certezza fondamentale di National Review. Trovavo questo punto di vista semplicemente irrilevante. E lo stesso faceva a quel tempo praticamente chiunque altro, almeno il «chiunque altro» che io conoscevo o leggevo. Verso certi aspetti del messaggio conservatore ero peraltro certamente vulnerabile persino allora. Benché liberale progressista, non ero mai stato innamorato di quelle idee che garantivano l’ortodossia liberale progressista. Per esempio, ero sempre stato favorevole alla pena capitale. Non avevo mai creduto che il crimine si potesse «curare» con trattamenti terapeutici. Non avevo mai messo in dubbio che l’idea di pregare nelle scuole fosse perfettamente sensata. Ero convinto che la ripetizione e la memorizzazione offrissero ai giovani il mezzo migliore per imparare. Ritenevo che il «permissivismo sessuale», in tutte le sue forme, fosse un’idea assurda. Consideravo utopistico l’ideale di un «mondo senza guerra» e impresa futile la «democratizzazione del mondo» (2). Così potevo in tutta onestà affermare che avrei accolto a braccia aperte la comparsa di un periodico conservatore: un periodico di riflessione (nella tradizione di Edmund Burke e di Alexis de Tocqueville), uno che avrebbe contribuito a dirozzare e a nobilitare il dibattito politico. Oggi sospetto che quanto intendevo allora era che avrei bene accolto un periodico conservatore che non si gettasse solo lancia in resta contro il liberalismo progressista, ovvero un periodico che non mirasse a distruggere il liberalismo progressista stesso, ma a fungere da suo complemento. Certamente National Review non era quel tipo di periodico. Era sfacciato e addirittura volgare nelle sue polemiche antiprogressiste. Vi era un che di studentesco in esso, i modi bruschi erano la sua nobiltà di animo e il suo tono generale era anti-intellettuale. Soprattutto, mi sembrava semplicistico nel suo «antistatalismo» in generale e nel suo disprezzo per le riforme sociali in particolare. Indubbiamente, per molti, persino per i più giovani, il suo «antistatalismo» tornò a scoprire i nervi oramai acquietatisi del fervore anti-New Deal. Dieci anni prima, la popolarità di The Road to Serfdom di Friedrich A. von Hayek (3) aveva già indicato la possibilità di questa rinascita. Ma il sottoscritto non avevo letto quel libro di Von Hayek e - sebbene abbia apprezzato i successivi scritti di filosofia politica e di storia intellettuale del suo autore - continuo a non averlo letto nemmeno oggi. La ragione è che non credevo - mai, nemmeno per un solo momento - che il popolo statunitense potesse lasciarsi sedurre o costringere a imboccare una via come quella della schiavitù. Giudicavo quel tipo di «antistatalismo» una forma d’isteria politica ed eccessiva quel tipo di reazione al New Deal. Insomma, non consideravo National Review una rivista politica seria.
La qual cosa si è poi rivelata un errore, quel genere di errore che sono particolarmente propensi fare in politica gl’intellettuali. Diciamo e ribadiamo che le idee hanno conseguenze: è vero, ma ciò che abbiamo in mente sono idee complesse, sapide e bene articolate. Quello di cui tanto facilmente non ci accorgiamo è che anche le idee semplici, accompagnate alla passione e all’organizzazione, hanno conseguenze. National Review si è rivelato essere un tassello di un movimento più ampio in grado di creare istituzioni capaci di formare e di addestrare parecchie migliaia di giovani conservatori, non tanto perché andassero e proclamassero la buona novella, ma perché entrassero nel Partito repubblicano e ne conquistassero il controllo. Cosa che essi fecero, in modo davvero efficace, durante il decennio successivo. Il risultato è stato che fu Goldwater, e non Nelson Rockefeller, a ottenere la nomination presidenziale del Partito repubblicano nel 1964. Né la sconfitta di Goldwater modificò il dato di fatto che il fronte liberale progressista interno ai repubblicani avesse subito una ferita mortale e che l’ala del partito identificata con la Costa Orientale degli Stati Uniti, quella più compromessa con l’establishment, avesse ceduto lo scettro all’ala conservatrice. Gli anni di Richard M. Nixon avevano segnato un turbolento periodo di transizione e per i conservatori più giovani impegnati in quell’amministrazione furono un disastro. Ma la strada era stata segnata. Fu l’idolo di National Review Ronald W. Reagan che vinse la nomination presidenziale repubblicana nel 1980 e oggi, nonostante l’interregno di George Bush, il Partito repubblicano è senza dubbio un partito conservatore. Ma quale tipo di partito conservatore? Molto è accaduto da quei primi passi degli anni Cinquanta e il conservatorismo di National Review è stato ampiamente riplasmato dall’emergere di nuove correnti di pensiero conservatore.

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Una di queste correnti è stata quella definita «neoconservatorismo», le cui origini possono essere fatte risalire alla fondazione di The Public Interest, trent’anni fa. Non che i fondatori di questo periodico inseguissero alcun obiettivo politico. Nel 1965, eravamo tutti liberali progressisti, di un tipo o di un altro. Ma successe che la maggior parte di noi era quel tipo di liberale progressista destinato a svolgere un ruolo nella rinascita conservatrice. Quella più o meno decina di studiosi e d’intellettuali che costituivano il nucleo di questa nuova avventura erano insoddisfatti della temperie progressista dell’epoca. Eppure a quel tempo il conservatorismo di National Review non c’interessava affatto. Su molti punti eravamo disgustati, ma era l’ostilità primitiva (così almeno la giudicavamo noi) dimostrata da National Review nei confronti del New Deal a tenere separati i nostri due mondi. Eravamo tutti figli della Depressione - la maggior parte di noi proveniva da famiglie della bassa borghesia o addirittura operaie e un numero significativo di noi erano ebrei di città per i quali gli anni Trenta erano stati anni di disperazione - e provavamo tutti una certa lealtà verso lo spirito del New Deal, anche se non verso tutti i suoi programmi o le sue politiche. Né lo giudicavano l’emblema di alcuna minaccia di tipo «statalista» o socialista alla democrazia statunitense. Come ha scritto James Q. Wilson, uno dei nostri «padri fondatori» su The New Republic (22 maggio 1995): «Il liberalismo statunitense, come in generale lo sono gli Stati Uniti, è diverso. Creato dal New Deal, ma ispirato ad alcuni elementi caratteristici del precedente movimento sociale dell’Era Progressista, da noi il liberalismo, diversamente dal liberalismo di molte nazioni europee, non hai preso seriamente l’idea di nazionalizzare le industrie maggiori, solo occasionalmente - e in quei casi poi senza troppa convinzione - ha proposto grandi ridistribuzioni salariali e ha solamente amoreggiato con la pianificazione economica centralizzata. Da noi è stato creato lo Stato assistenziale, ma paragonato a quello di molte altre nazioni industrializzate, la versione statunitense ha offerto benefici molto meno generosi ai disoccupati, nessun sussidio per i figli e ha addirittura ristretto il numero di veterani, di anziani e d’indigenti che hanno beneficato dell’assistenza sanitaria finanziata con le tasse». Tutti noi avevamo idee su come migliorare, o addirittura ricostruire, lo Stato assistenziale: ma eravamo dei miglioristi, non degli oppositori, e dei critici solo molto misurati. Fu solo quando vennero lanciati i programmi della Great Society (4) che iniziammo a prendere le distanze, lentamente e con riluttanza, da questa recentissima versione del liberalismo ufficiale.
Ma non fu solo la Great Society a influenzarci. Lo Zeitgeist degli anni Sessanta fu, in retrospettiva, davvero del tutto bizzarro. L’«automazione», per esempio, fu una palude in cui si rimase preoccupantemente invischiati, così come lo fu la prospettiva della «società premi-bottoni» che le faceva da corollario e in cui gli operai avrebbero sperimentato un eccesso di tempo libero che non erano abituati a gestire. La Ford Foundation e altre istituzioni alla moda organizzarono numerosi convegni e sponsorizzarono la pubblicazione di diversi libri sul «problema del tempo libero», e Lyndon B. Johnson nominò una Commissione per l’automazione. Fortunatamente, ne faceva parte Daniel Bell, il quale, assieme a Robert Solow del Massachusetts Institute of Technology di Boston, preparò un rapporto intelligente. L’esperienza del terrore automazione-tempo libero spinse Bell e il sottoscritto a contemplare l’idea di fondare il presente periodico. Avevamo la sensazione che qualcuno dovesse continuare a usare la moderazione del buon senso, anche se in quel momento andavano di moda i grandiosi nonsensi. Sin dal principio, il tono di The Public Interest fu scettico, pragmatico e migliorista. Ci sentivamo particolarmente provocati dall’ampia accettazione che ottenevano le idee sociologiche di sinistra incorporate nella politica della guerra alla povertà johnsoniana. La più egregia di esse fu il Community Action Program, che mirava a mobilitare i poveri delle aree urbane - in particolare i neri - per, letteralmente, «combattere i municipi». La cura prescritta per la povertà fu definita in termini di azione politica militante, addirittura di azione politica rivoluzionaria, allo scopo di ridistribuire i salari e la ricchezza. Questa idea, partorita dai giacobini durante la rivoluzione francese del 1789, è stata probabilmente il pensiero più diffuso e pericoloso degli ultimi due secoli, responsabile, fra l’altro, della distorsione delle aspettative e della distruzione delle economie di molti Paesi del Terzo mondo. Noi di The Public Interest, avendo conosciuto in prima persona la povertà - i protagonisti della guerra alla povertà appartenevano invece in gran parte all’alta borghesia - e potendo testimoniare come la povertà potesse essere vinta con mezzi concreti - la crescita economica graduale accompagnata alla concomitante crescita delle opportunità economiche - ci trovammo decisamente in disaccordo con questa idea. E il nostro atteggiamento ebbe echi sorprendenti in luoghi inaspettati. La ragione fu che la maggior parte di noi erano scienziati sociali e, come ha affermato Daniel Patrick Moynihan, l’uso migliore che si può fare delle scienze sociali è rifiutare le false scienze sociali. Dato che viviamo in un’epoca in cui gli «esperti» vengono sopravvalutati, la scienza sociale di The Public Interest ebbe il suo effetto. In realtà, si sarebbero potute raggiungere le identiche, solide conclusioni traendole dallo studio della storia, o semplicemente guardando non alle persone che nella povertà affondano, ma a quei poveri che hanno trovato il modo di uscire da tale condizione, tutta gente che si trova oggi attorno a noi. Ma non sono queste le testimonianze che i Comitati del Congresso e i media cercano.
Mentre The Public Interest proseguiva per la sua modesta strada, dapprima con vendite comprese fra le 2000 e le 3000 copie, attorno a noi accadeva ogni genere di portento; cosa, questa, che ci riempiva di gioia e che ci faceva apparire più conservatori di quanto avessimo previsto. Una fu la ribellione studentesca della fine degli anni Sessanta, una ribellione che prendeva di mira soprattutto i docenti liberali progressisti, in gran parte ignorando la piccola minoranza d’insegnanti conservatori. Questo attacco ricordò a molti professori liberali che il loro progressismo possedeva limiti impliciti, oltre i quali stanno assunti del tutto conservatori circa la natura dell’autorità in generale e quella dell’autorità universitaria in particolare. Non vi è nulla come le idiozie utopistiche della sinistra estrema - la Sinistra «infantile», secondo la definizione di Lenin - per risvegliare i propositi di moderazione della maggioranza centrista. E da questi propositi di moderazione si sviluppano i ripensamenti sulle implicazioni della moderazione; e, in quei contesti e in quelle situazioni, i ripensamenti finiscono sempre per mostrare di contenere modifiche conservatrici del liberalismo di origine. La ribellione studentesca aveva, ovviamente, legami stretti con la controcultura emergente che mirò precisamente a scandalizzare e a delegittimare il liberalismo allora regnante attraverso i modi irriverenti e duri che la contraddistinguono. A quell’epoca, i professori e gl’intellettuali liberali e progressisti ritenevano di avere una «mentalità aperta», ma ciononostante la nuova situazione li scioccò non poco. Una cosa è dare approvazione scientifica agli studi storici, sociologici e psicologici che dimostrano come la nostra struttura familiare convenzionale sia meno universale, più «culturalmente determinata», di quanto normalmente si concepisca. Cosa completamente diversa è invece vedere i propri figli sedotti dalla promiscuità sessuale, dalla droga e dal suicidio. I professori liberali, e molti membri della comunità intellettuale, hanno sempre mantenuto le distanze dalla «società borghese» e hanno sempre cercato di essere «oggettivi» a proposito dei costumi borghesi. In quel momento, un gran numero di loro scopriva, quantunque con riluttanza, di essere sempre stato di fatto borghese. Presto The Public Interest smise di essere solo. Commentary, che per alcuni aveva amoreggiato con la sinistra, virò decisamente in direzione neoconservatrice. Ancora più importante fu l’arrivo di Robert Bartley come responsabile della pagina degli editoriali di The Wall Street Journal. Egli mescolò rapidamente le tradizionali prospettive antistataliste del Journal alla critica neooconservatrice del liberalismo contemporaneo. E questa terna di periodici divenne improvvisamente una forza di dimensioni nazionali, tanto da indurre gli uomini politici e gli opinionisti a cominciare a porvi attenzione.
Ma che tipo di forza era? Non è semplice, nemmeno ad anni di distanza, rispondere a questa domanda in modo adamantino, ma direi che il «movimento» neoconservatore si è distinto per tre caratteristiche peculiari («movimento» è peraltro un termine piuttosto pomposo, date le modeste dimensioni del fenomeno). Anzitutto, il tono politico fu diverso. Fu certamente il nostro passato di liberali progressisti ad averci predisposto a un atteggiamento rivolto al futuro, per nulla cupo e reazionario. Fra il serio e il faceto, ho avuto una volta occasione di notare che per essere neoconservatori si deve avere una disposizione di animo allegra, per quanto deprimente il paesaggio circostante possa essere. Negli Stati Uniti, ogni politica di successo è una politica di speranza, temperamento, questo, assente nel conservatorismo tradizionale nordamericano. Il metodo per vincere, nella politica così come nello sport, è quello di pensarsi vincitori. Il pathos di avere ragione nel momento stesso in cui si perde costituisce sempre una grande tentazione per le minoranze conservatrici all’opposizione. In secondo luogo (ed è una conseguenza del primo punto testè ricordato), il nostro impulso naturale era di tipo miglioristico. Sin dall’inizio, ho sempre tenuto a mente l’insegnamento impartitomi dal mio primo direttore a Commentary, Elliot Cohen: non si può battere un cavallo se non si ha un cavallo. Anche criticando la Great Society, The Public Interest è sempre stato interessato a proporre riforme e leggi alternative che potessero raggiungere con maggior sicurezza gli scopi desiderati e senza indurre effetti collaterali. E questo non interessava molto al conservatorismo tradizionale, enfaticamente concentrato sull’«antistatalismo». La differenza aveva anche qualcosa a che fare con il fatto che il conservatorismo tradizionale aveva dalla sua numerosi economisti illustri; e che l’economia è soprattutto la scienza del limite, la grande impresa del dire di no. Fra gli scienziati sociali più importanti che The Public Interest aveva radunato attorno a sé non vi erano invece economisti (vennero solo dopo, quando «maturammo»). Questo spiega la mia attitudine piuttosto cavalleresca nei confronti dei deficit di bilancio e di altri problemi monetari o fiscali. L’impresa fondamentale, così come la vedevo io, era quella di creare una nuova maggioranza, cosa che evidentemente finì per significare una maggioranza conservatrice, che a sua volta significherà una maggioranza repubblicana. L’efficacia politica era la priorità, non il novero delle mancanze del governo. In terzo luogo, i neoconservatori - se non altro quelli newyorkesi - sorsero da un milieu intellettuale in cui alcune idee di grande respiro - per esempio le idee di dimensione filosofica o ideologica - venivano prese assolutamente sul serio. Questo significò poco nei primi anni del neoconservatorismo, ma assunse grande importanza quando la nazione si trovò nella terza fase della storia del conservatorismo postbellico, una fase in cui il conservatorismo religioso divenne una forza attiva della politica statunitense.

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Ciò che negli Stati Uniti fece diventare il conservatorismo a fondamento religioso una forza politica non fu né la religione, né il conservatorismo. La sua mobilitazione fu provocata dal liberalismo progressista militante e dal militante laicismo che esso si portava dietro. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, questo progressismo e questo laicismo erano riusciti ad assumere il controllo del Partito democratico, del sistema educativo, dei media, delle facoltà universitarie di giurisprudenza, della magistratura, delle principali scuole di teologia, dei vescovi della Chiesa cattolica e delle burocrazie delle principali denominazioni protestanti. Un giorno - diciamo così - milioni di cristiani statunitensi, la maggior parte dei quali erano democratici dichiarati, si sono resi conto di essere rimasti isolati e di essere sostanzialmente impotenti rispetto alle istituzioni. Volevano - e la cosa era del tutto naturale - educare i propri figli da buoni cristiani, ma scoprivano che la loro autorità su quei figli era stata sovvertita e usurpata da quel progressismo aggressivo e laicista che ora dominava le scuole secondarie superiori; e che le organizzazioni di omosessuali di entrambi i sessi erano libere di distribuire la propria letteratura agli studenti, laddove le organizzazioni religiose no. Vedevano distribuire preservativi agli adolescenti nello stesso momento in cui la Corte Suprema vietava di affiggere i Dieci Comandamenti nelle aule scolastiche. E così si ribellarono facendo l’unica cosa che ancora potevano fare: iniziarono a organizzarsi politicamente. Così facendo, potrebbero aver innescato un cambio di fronte epocale nella politica e nella vita statunitensi. Inevitabilmente, i cristiani conservatori iniziarono a cercare legami con i conservatori tradizionali, dato che in comune avevano gli stessi nemici: il governo progressista, un sistema educativo liberale di sinistra e una magistratura ubriaca di dogmi progressisti. Ma quest’alleanza procedette senza intoppi solo fino a un certo punto. Il problema che i cristiani conservatori ebbero con il conservatorismo tradizionale, specialmente con i suoi segmenti dominati da un conservatorismo puramente economico, era che il secondo tendeva a essere libertarian e persino laicisteggiante riguardo alle problematiche morali o sociali che agitava i primi. Esiste una differenza importante fra il tipo di «libertà» cara ai cuori dei conservatori economici e ai leader del mondo degli affari, e la «libertà ordinata» che hanno in mente tutte le religioni serie. La contraddizione divenne ovvia nelle nomine operate da Reagan alla Commissione per le comunicazioni federali, uomini entusiasti della deregulation, ma disposti ad aprire spazi alla pornografia. La stessa contraddizione è oggi limpidamente ovvia all’interno del Partito repubblicano, che i conservatori economici hanno dominato sin dal periodo successivo alla guerra civile.
Abbastanza stranamente, i cristiani conservatori hanno quindi trovato più facile accompagnarsi ai neoconservatori, molte dei quali provenivano da un retroterra culturale e da un ambiente intellettuale più preoccupato di criticare il liberalismo progressista che non lo «statalismo». Fu soprattutto la critica neoconservatrice dell’assistenzialismo inteso come corruzione delle anime di chi ne beneficia, diversa dall’enfasi che il conservatorismo tradizionale poneva sullo spreco del denaro dei contribuenti, che fece della necessità di riformare il welfare una delle priorità dei conservatori religiosi. Analogamente, prima di diventare un argomento popolare, la condizione travagliata in cui versa la famiglia moderna ha dato motivi di preoccupazione sia ai neoconservatori laici, sia ai conservatori cristiani. Peraltro, tutto questo non è più oggi di così grande importanza, dato che la compenetrazione fra neoconservatorismo e conservatorismo tradizionale, iniziata con l’elezione alla presidenza di Reagan, è cosa oramai largamente compiuta. Persino il termine «neoconservatore» non è più molto in uso, giacché l’espressione «conservatore» ha ampliato il proprio significato divenendo più inclusiva. Ma oggi i conservatori di orientamento economico e libertarian sono ancora forti abbastanza per vincere tornate elettorali di portata locale o addirittura statale e per dominare il Senato degli Stati Uniti. E per i conservatori cristiani questa è una fonte di costante irritazione. L’assimilazione dei conservatori cristiani nei ranghi del conservatorismo statunitense resta ancora a uno stadio relativamente iniziale ed è fonte di grandi tensioni. A certi livelli, questo accade perché il conservatorismo cristiano è un «movimento» e non semplicemente un partito politico, e quindi, come tutti i movimenti di questo tipo, si suddivide in fazioni, alcune delle quali più dedite a dimostrare l’adamantinità della propria fede cristiana che non a influenzare le sorti della politica. Ad altri livelli, invece, il carattere laico del mondo degli affari - non proprio densamente popolato da gente che legge la Bibbia - esercita una presa poderosa sull’immaginazione politica dei repubblicani, così come sulle loro finanze. Ed è addirittura possibile che il conservatorismo cristiano si frammenti in partiti politici nuovi. L’idea convenzionale della politica, unita al sistema bipartitico statunitense, dà per scontato che questo significhi l’estromissione definitiva del conservatorismo cristiano appunto dalla scena politica. È possibile che ciò accada. Ma è pure possibile che il sistema bipartitico, per quanto profondamente radicato nella nostra storia, non resti con noi per sempre. A ogni buon conto, ritengo che sia probabilmente un errore quello di concentrarsi tanto rigidamente sul ruolo svolto dal conservatorismo cristiano nella politica statunitense. La corrente cristiana pentecostale-evangelicale (born-again Christians) è, anzitutto, una corrente religiosa che guarda ben oltre l’orizzonte politico. A mio avviso, questa corrente crescerà nel corso degli anni futuri, quali che siano le fortune o le sfortune politiche del conservatorismo politico cristiano. Siamo vissuti in un secolo di edonismo, di antinomismo, d’individualismo personale e sessuale, e di licenziosità (come la si chiamava un tempo) ancora maggiori e nessuno che si sia dato la pena di leggere almeno un poco di storia si sorprenderà se esso culminerà in qualche nuovo risveglio religioso aggressivo. Così, la nascita del conservatorismo politico cristiano potrebbe rivelarsi solo il preludio a qualcosa di molto più importante riguardante il ruolo della religione nella vita degli Stati Uniti d’America, compresa quella pubblica. È solo la forma che questo rinnovato impulso religioso assumerà che nessuno è in grado di prevedere. Noi - tutti noi - potremmo presto trovarci di fronte a sorprese davvero scioccanti.

(Traduzione dall’inglese di Marco Respinti)
© liberal-The Public Interest



Note
1) È questa la traduzione italiana del termine inglese evangelical adoperata dalla sociologia delle religioni più accorta e scrupolosa; 2) Si tratta dei due concetti tipici - specialmente il secondo, in inglese Taking the world safe for democracy - del progressismo statunitense, che si fanno coincidere con lo spirito della politica perseguita da Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), presidente democratico degli Stati Uniti d’America dal 1912 al 1920; 3) Cfr. Friedrich A. von Hayek (1899-1992), The Road to Serfdom, 1944, trad. it., Verso la schiavitù, con una presentazione di John Chamberlain, trad. it. Rizzoli, Milano 1948; n. ed., La via della schiavitù, con un’introduzione all’edizione italiana di Antonio Martino, prefazioni dell’autore e premessa di John Chamberlain (1903-1995), Rusconi, Milano 1995; 4) Prende il nome di Great Societyî il progetto di riforma sociale progressistico lanciato da Lyndon B. Johnson (1908-1973), presidente democratico dal 1963 al 1968, come continuazione delle politiche di John F. Kennedy (1917-1963), presidente democratico dal 1960 al 1963. Si basava sulla guerra alla povertà e su un nuovo corso quanto alla politica razziale.

 

MENTI VARIE

 

Jeane J. Kirkpatrick

 

Estremista ecumenica: dignitaria dell'Ordine di Malta, e dell'Opus Dei, collaboratrice della setta Moon. Rappresentante degli Stati Uniti alla Commissione per i diritti umani dell'ONU, incaricata di bloccare le risoluzioni in favore dei diritti dei Palestinesi.

John D. Negroponte

Supervisore degli squadroni della morte in Honduras, quindi dei contro-guerriglieri anti-sandinisti in Nicaragua e anti-zapatisti in Messico. Rappresentante degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU

L. Paul Bremer III

Responsabile della lotta anti-terrorismo dopo Reagan. Socio di Henry Kissinger, poi Presidente e Direttore Generale di Marsh, la prima società mondiale di consulenza sulle situazioni di crisi. Membro del Consiglio nazionale di sicurezza della patria. Proconsole in Iraq.

Ralph E. Eberhart

Responsabile della sicurezza aerea l'11 settembre 2001, non è riuscito ad impedire gli attentati. Promosso comandante in capo di tutte le forze stazionate sul territorio degli Stati Uniti e comandante in capo del futuro esercito dello spazio.

George J. Tenet

Direttore della CIA, ha tralasciato di leggere i rapporti che annunciavano l'11 settembre ed ottenuto un aumento del 40% del budget del suo servizio. E' stato autorizzato da Bush a fomentare complotti e ad eliminare dirigenti politici in 80 paesi.

Richard B. Myers

Capo di stato-maggiore aggiunto in carica l'11 settembre, non si ricorda di aver preso la minima decisione quel giorno. Promosso capo di stato-maggiore interforze. Giura che i massicci bombardamenti in Afghanistan e in Iraq non hanno prodotto che poche vittime civili.

Michael V. Hayden

Uomo invisibile. Direttore dell'agenzia di sicurezza nazionale: grazie ai suoi satelliti, intercetta le vostre comunicazioni telefoniche, fax ed e-mail. Le stesse conversazioni private dei diplomatici del Consiglio di sicurezza dell'ONU non hanno segreti per lui.

John M. Poindexter

Trafficante di droga. Ex-consigliere per la Sicurezza nazionale, orchestrerà il complotto dell'Irangate (traffico d'armi pagato in cocaina). Dirige l'Ufficio per la Conoscenza dell'Informazione, un programma di sorveglianza elettronica di ogni statunitense.

Otto Reich

Terrorista internazionale, implicato nell'esplosione di un velivolo dell'Air Cuba (73 morti). Amministratore della Scuola delle Americhe, rinomato per i suoi tribunali di tortura. Organizzatore del mancato putsch in Venezuela, nel 2002. Ambasciatore particolare per l'America latina.

Simon P. Worden

Direttore dell'Ufficio Influenza strategica, sciolto, secondo quanto si dice. La sua missione: eliminare politicamente gli avversari del regime Bush all'interno degli Stati alleati, in particolare Jacques Chirac, EADS, Thalès, Total-Fina-Elf, Renault e il Réseau Voltaire.

James Woolsey

Ex direttore della CIA. Impaziente di attaccare l'Iraq, ha accusato Saddam Hussein di aver commissionato gli attentati di Oklahoma City, quindi dell'11 settembre. Scopritore di Ahmed Chalabi e regista del Congresso nazionale iracheno.

Elliot Abrams

Supervisore degli squadroni della morte in Salvador e in Guatemala, fu una delle menti dell'Irangate. Ritiene che la laicità in Francia sia una persecuzione religiosa. Membro del Consiglio di sicurezza nazionale, in funzione di sabotare gli accordi di Oslo.

Zalmay Khalilzad

Principale esperto del dipartimento di Stato, negli anni '80, con l'incarico della fabbricazione e della manipolazione dei movimenti islamici. In Afghanistan, installa in seguito al potere i Talebani, poi Hamid Karzaï. Attuale ambasciatore particolare per l'Iraq.

Gary Bauer

Essendo stato suo collaboratore alla casa Bianca, si presenta come l'erede spirituale di Ronald Reagan. Assai più del suo maestro, tuttavia, incarna gli ideali dell'estrema destra repubblicana. Grande sostenitore di una massiccia politica di riarmo, indica costantemente la Cina come nemico numero uno e propone di rivedere radicalmente la politica statunitense di apertura nei confronti di Pechino. Fervente antiabortista. Sostiene la libertà di scelta nel campo dell'istruzione (compreso il riconoscimento legale di quella impartita a casa). Contrario alla legalizzazione delle droghe leggere. Contrario a tutti i programmi di controllo della vendita di armi ai privati cittadini. Chiede di bloccare le concessioni per il gioco d'azzardo. Gary Bauer, non vuole "che si insegni ai nostri figli che discendono dalle scimmie": egli è un creazionista, che controlla il vasto serbatoio di voti della Christian Coalition. Egli non ha fatto mistero di volere la resa dei conti con l’antica «Babilonia», e di essere contrario a qualunque pressione sullo Stato ebraico finalizzata a ridurre i suoi confini.

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