FISICA/MENTE

 

 

Woolsey, l'idiota della IV guerra mondiale

di Giuseppe Genna

http://www.clarence.com/contents/societa/wwwar/archives/001326.html


Raramente le persone di buon senso, in qualunque spaziotempo siano apparse su questo pianeta, hanno avuto la possibilità di osservare una densità così intensa di criminali cinici e idioti in uno stesso luogo qual è oggi Washington. Già abbiamo tracciato il profilo del Principe delle Tenebre Richard Perle. Oggi ci occupiamo di James Woolsey, un'altra eminenza grigia che spinge l'Amministrazione Bush e il pianeta verso il baratro. Ex direttore della Cia (ricoprì l'incarico dal '93 al '95 - fu dimissionato per palese inadeguatezza al compito), questo bel tomo del Male se ne è uscito, il 3 aprile, durante un convegno presso la University of California a Los Angeles, con dichiarazioni al limite della psicosi dichiarata: "Stiamo entrando nella Quarta Guerra Mondiale. La Guerra fredda è stata la Terza. Questa quarta guerra mondiale, penso, durerà considerevolmente di più di quanto durarono per noi la prima e la seconda guerra mondiale". Inquietante e significativo parere di un personaggio inquietante e significativo: le cui ombre vi raccontiamo.
Prima di svelare gli altarini del falco James Woolsey, uno degli amichetti più intimi di Kissinger e Cheney, riportiamo fedelmente le sue sconcertanti dichiarazioni. Woolsey, oggi indicato dai media come un possibile candidato per una posizione chiave nella ricostruzione dell'Iraq, ha detto: "Questa è la Quarta Guerra Mondiale. I nemici sono i governanti religiosi dell'Iran, i 'fascisti' in Iraq e Siria e gli estremisti islamici come al Qaeda. Questa Quarta Guerra Mondiale, penso, durerà considerevolmente di più di quanto durarono per noi la prima e la seconda guerra mondiale. Speriamo non quanto i quattro decenni della guerra fredda. Mentre ci muoviamo verso un nuovo Medio Oriente, lungo gli anni e i decenni che verranno, renderemo molta gente nervosa: come alcuni nostri alleati. Vi vogliamo nervosi. Vogliamo che realizziate adesso, che per la quarta volta in cento anni, questo paese e i suoi alleati sono in marcia e che siamo dalla parte di quelli che voi - i Mubarak, la famiglia reale saudita - più temete: siamo dalla parte del vostro popolo".
Per naturale inclinazione, manderemmo volentieri affanculo, nei modi più rapidi e dolorosi, un criminale tecnocratico come Woolsey. Ma forse è più utile raccontare per filo e per segno chi è e quali poteri rappresenta questo patetico reazionario, una delle gemme della corona sul capo di George Bush jr. Cominciando dalla fine e citando Il War Game del Potere, un nostro articolo già apparso su Carmilla - dove si raccontava di un gioco di ruolo svoltosi presso il CFR nel gennaio 2000 e in cui si simulava uno scenario di crisi planetaria. Tra le direttrici scelte per uscire dalla crisi finanziaria: l'ipotesi di una guerra infinita a carattere "preventivo". Tra i potentissimi invitati a partecipare a quel Risiko allucinante, c'era James Woolsey. Ecco come si svolsero le cose:

22 gennaio 2000: a porte chiuse, nella sede del Council on Foreign Relation, uno dei templi di Henry Kissinger e dell'élite neoconservative, in piena Manhattan, si è fatto un gioco. Il gioco era un Risiko. Il Risiko più pericoloso degli ultimi anni: si trattava di un War Game, una simulazione di scenario mondiale, a cui parteciparono 75 eletti, tra cui l'ex direttore Cia James Woolsey. I risultati del War Game furono comunicati a 250 invitati prescelti, nell'àmbito di un convegno chiuso dal titolo assai significativo: The Next Financial Crisis: Warning Signs, Damage Control and Impact. I segni premonitori, il controllo dei danni e le conseguenze di una crisi planetaria dei mercati - così fu comunicato nel corso del convegno - aveva indotto i partecipanti del War Game a tre soluzioni fondamentali: un colpo di Stato contro il Presidente Usa, l'immissione di stratosferiche liquidità a vantaggio delle grandi corporates che sarebbero crollate per incapacità previsionale, e lo scatenamento di un conflitto a lunga durata per ripristinare un ordine mondiale sotto l'egida Usa.
[...] In pratica: 75 persone divise in quattro gruppi hanno provato a simulare la crisi finanziaria totale, in un allegro gioco di ruolo destinato a diventare realtà. Uno dei gruppi (guidato da Jessica Einhorn, ex direttrice della Mondial Bank) assunse le funzioni della Federal Reserve. Il secondo gruppo impersonò il Ministero del Tesoro. Terzo gruppo: le autorità che si occupano dei "regulative matters" - Antitrust e commissioni governative. James Woolsey, l'ex direttore della Cia, guidò le decisioni del quarto gruppo, quello dedito alla personificazione delle autorità di Sicurezza nazionale. A guidare il War Game era Peter Schwartz: un'autorità nel campo della strategic vision, consulente e organizzatore di giochi di ruolo per Royal Dutch Shell, multinazionale del petrolio.
Ed ecco lo svolgimento del gioco, i processi e gli esiti che presero corpo durante quell'incontro durato due giorni:
- Lo scenario iniziale: crollo dell'indice Dow Jones da 10.000 a 7.100 punti; prezzo del petrolio che schizza a 36$ al barile; crollo della divisa monetaria Usa nei confronti di euro e yen; bancarotta dell'Ucraina, impossibilitata a pagare le forniture petrolifere da parte della Russia e rischio di conflitto tra le due nazioni, entrambe nuclearizzate; fallimento di Lloyd Assurance e conseguente devastazione del mercato dei derivati.
- Prima mossa dei "giocatori del Council on Foreign Relations: il loro gruppo assume i poteri del Presidente degli Stati Uniti. Il primo atto è dunque un colpo di Stato: si sostituisce il governo eletto democraticamente con un comitato di affari che ne assume i poteri segretamente. Il Presidente non viene deposto con violenza: viene di fatto tenuto in ostaggio, sembra che sia lui ad assumere le decisioni cruciali e invece fa soltanto da marionetta del gruppo di golpisti.
- Seconda mossa: violazione totale delle regole di mercato. Il soccorso ai mercati finanziari si configura come golpe finanziario. Le autorità borsistiche di tutto il mondo non consentirebbero l'operazione pensata dal CFR. Che è questa: massicce iniezioni di liquidità agli speculatori rovinati dalla crisi, per potere fare fronte alle insolvenze ciclopiche senza svendere il proprio portafoglio di titoli a prezzi di liquidazione sul mercato in caduta libera. Durante la simulazione, i golpisti "contattarono la banca d'affari J.P. Morgan e proposero che la Federal Reserve aprisse una vasta linea di credito agli speculatori falliti. La Morgan si sarebbe assunta l'eccesso di collaterale, ma non avrebbe assunto il rischio di credito, che sarebbe rimasto a carico della Federal Reserve. La Mondial Bank accettò. Al convegno seguito al War Games, così Jessica Einhorn presentò la soluzione adottata: "Abbiamo tenuto aperti i mercati principali, lasciando cadere tutto il resto. Abbiamo abbassato i tassi di interesse e iniettato liquidità. Bisognava creare l'illusione della fiducia. Tutto ciò che il pubblico avrebbe visto era che il volume dei prestiti garantiti dalla federal Reserve alle banche era cresciuto". Cosa significasse "lasciare cadere tutto il resto" lo spiegò il gestore centrale del War Game, Peter Schwartz: "Per esempio, tutti quelli che in Africa hanno l'Aids devono morire il più presto possibile. Non devono essere tenuti in vita": sarebbero costati troppo ai mercati principali.
- Terza mossa: aumento del tasso di conflittualità nel mondo. Sotto le etichette di "guerra di reazione" o "guerra preventiva", si sarebbe dato inizio allo scatenamento di un lungo conflitto multinazionale. Proposta illuminante dell'ammiraglio a quattro stelle William Flanagan, comandante della flotta atlantica Usa tra il '94 e il '96, esimio partecipante al gioco di ruolo.

Un comportamento che Woolsey, se addita fascismi islamici, non dovrebbe avere difficoltà ad almanaccare quale fulgido esempio di fascismo americano. Ed è logico e coerente che sia così: Woolsey da anni è in pratica alle dipendenze dei think tank che si muovono intorno a Richard Perle, l'ideologo neoconservatore. Partecipare a think tank simili è molto vantaggioso per gente come James Woolsey: apre le porte dei consigli di amministrazione di multinazionali e corporates che contano. C'è da strabiliare nel verificare in quanti e quali board aziendali siede attualmente l'ex direttore Cia Woolsey: Linsang Partners, LLC; BC International Corporation; Fibersense Technology Corporation; Invicta Networks, Inc.; DIANA, LLC; Agorics, Inc.; and Sun HealthCare Group, Inc. E' anche membro del Board of Governors of the Philadelphia Stock Exchange. E, grazie a cariche che ha già ricoperto, mantiene il piedino in ulteriori realtà aziendali di àmbito tecnologico-militare: USF&G; Yurie Systems, Inc.; Martin Marietta; British Aerospace, lnc.; Fairchild Industries; Titan Corporation; DynCorp.
E' questo uomo, se ancora possiamo includerlo nella nostra specie, che per primo ha lanciato lo slogan più agghiacciante di questo periodo: stiamo entrando in una nuova Guerra Mondiale.


QUESTA E' LA QUARTA GUERRA MONDIALE

http://spazioinwind.libero.it/usacrimes/wars_doc4.htm

 

04/04/03 - «Questa è la quarta guerra mondiale diretta contro tre nemici: i governanti religiosi dell'Iran, i fascisti in Iraq e Siria e gli estremisti islamici come al Qaeda». Ha le idee chiare l'ex capo della Cia, James Woolsey, candidato alla guida della ricostruzione dell'Iraq che ieri ha pronunciato queste parole alla University of California di Los Angeles. Una guerra che, secondo Woolsey, durerà a lungo, rendendo «nervosi» molti alleati. Il riferimento è all'Egitto e al governo (o meglio regime) saudita ai quali Woolsey manda questo messaggio (la frase va riportata integralmente perché è tutto un programma): «Vi vogliamo nervosi. Vogliamo che realizziate adesso, che per la quarta volta in cento anni, questo paese e i suoi alleati sono in marcia e che siamo dalla parte di quelli che voi - i Mubarak, la famiglia reale saudita - più temete: siamo dalla parte del vostro popolo».

Questo, dunque, dovrebbe essere il "governatore" del nuovo Iraq liberato, quello che ieri Bush ha nuovamente additato come obiettivo imminente.

Ma come stanno davvero le cose è difficile da stabilire. Prendiamo il caso dell'aeroporto di Bagdad. Ieri mattina era «saldamente sotto controllo americano» ma è bastato che il ministro dell'Informazione iracheno invitasse i giornalisti presenti nella capitale ad andare a verificare per scoprire che l'aeroporto è ancora nelle mani degli uomini di Saddam. In serata poi, per la prima volta dall'inizio dei bombardamenti, Bagdad è stata oscurata e l'assalto per il controllo dell'aeroporto sarebbe stato lanciato.

Oppure l'episodio di Najaf, dove i marines sarebbero entrati per dare la caccia ai fedayn di Saddam e dove la popolazione ha prima resistito e poi, a mani nude, costretto l'esercito Usa a indietreggiare. Lo ha fatto per proteggere la propria Moschea e lo ha fatto in modo molto determinato. La notizia stride con quella diramata dal generale Brooks, nella consueta conferenza stampa a Doha, secondo il quale la città è prossima alla resa. Non abbiamo strumenti per verificare e del resto gli aloni di ambiguità, se non quando le vere e proprie menzogne, continuano a costellare la guerra.

In realtà, l'avanzata delle ultime ore non è finalizzata alla presa di Bagdad ma serve ad accerchiarla - da sudest e da sudovest - fino a controllarne anche il lato nord (attualmente scoperto e non a caso in questi giorni è qui che si tengono i bombardamenti più massicci). Si tratta quindi di una rapida manovra di avvicinamento in attesa dell'arrivo della 101esima aviotrasportata che dovrà serrare l'assedio da sud. E' stato lo stesso Pentagono ad avvertire che non è in programma «nessun colpo di mano», mentre l'immancabile Victoria Clarke ha ricordato che la parte «più dura deve ancora venire».

Il nome esatto di questa operazione, di derivazione medievale, è uno solo ed è «assedio». E' questo quello che si prepara per Bagdad, nella speranza di un crollo improvviso del regime (e non a caso ieri Saddam si è mostrato ancora una volta in tv, mentre al Tg1 Tarek Aziz ha sostanzialmente detto «stiamo tutti bene»). Assedio che del resto è già sperimentato nelle altre città, nessuna delle quali è stata finora presa. Passando velocemente accanto a Bassora, Nassirya, Najaf, Kerbala, Kut, i marines le hanno regolarmente circondate, impedendo i rifornimenti. Secondo l'Unicef ci sono già 200mila bambini a rischio e la situazione di Bassora è già oltre il dramma umanitario.

Ovviamente queste sono considerazioni marginali per la Casa Bianca, incidenti di percorso. «Non ci fermeremo fino alla vittoria finale» ha trionfalmente annunciato George Bush dalla base militare di Camp Lejeun, acclamato dai suoi soldati. La propaganda di guerra porta il presidente Usa a prediligere questo genere di comizi per caricare il morale della truppa e rassicurare la nazione. Pochi concetti, tanta retorica - «coraggio», «onore», «orgoglio», ecc. - un solo scopo, vincere la guerra dell'informazione e dell'ideologia.

Nelle stesse ore il suo emissario Powell, a Bruxelles, ha cercato di convincere i paesi europei a rilanciare un non meglio precisato ruolo dell'Onu e a impegnare la Nato con le proprie truppe nel dopoguerra. Dopoguerra quanto mai incerto e ambiguo, a giudicare dalle parole di Woolsey. Ed è di questo che molto probabilmente discuteranno oggi i tre paesi del "no alla guerra", Francia, Germania e Russia che terranno un loro importante vertice.

Salvatore Cannavò
http://www.liberazione.it/giornale/030404/archdef.asp


27 settembre 2002

Senza petrolio l'Iraq sarebbe salvo

http://www.axiaonline.it/2002/M_O/0927.htm 

Non sono pochi coloro che cercano di ostacolare l'uso della forza contro l'Iraq di Saddam Hussein da parte degli americani. Qualcuno, persino, appoggia il Rais e qualcun altro negozia la propria partecipazione alla nuova campagna militare statunitense nel Golfo persico con la promessa di vantaggi per sé nel regime iracheno post-Saddam. E c'è infine chi suggerisce al presidente George W. Bush di lasciar perdere, perché l'impresa irachena sarebbe sconveniente dal punto di vista strategico per gli Stati Uniti. E' il caso di James Woolsey, tuttora ascoltato e influente ex direttore della Cia, che in un articolo per Wall Street Journal ricorda al presidente che tutti i guai americani nel Medioriente, a cominciare dall'occupazione della sede diplomatica Usa a Teheran, fino agli attentati di al-Qaida a New York e a Washington e allo scontro con il raìs di Baghdad, sono originati dalla dipendenza americana al petrolio mediorientale e, di conseguenza, all'Iran, all'Iraq e all'Arabia saudita. James Woolsey indica quindi una serie di vie percorribili per ridurre oppure per interrompere tale dipendenza.
A suo avviso gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto aumentare le proprie riserve petrolifere fino a un miliardo di barili e intervenire perché l'intero mercato petrolifero sia meno subalterno al greggio proveniente dall'Iran, dall'Iraq e dall'Arabia saudita. Woolsey non spiega però in quale modo il mercato potrà rinunciare all'importazione di 9 milioni di barili di petrolio che ogni giorno provengono dai pozzi dei tre paesi. Nonostante questo i ragionamenti di Woolsey sul futuro energetico degli Stati Uniti sono stati accolti con particolare attenzione dai commentatori e dagli osservatori mediorientali, non tanto per le loro valenze pratiche, ma in quanto materia di studio su come e dove sta andando l'America. Ossia in una direzione verso la quale, nonostante l'aggressività di George W.Bush ci si comincia a porre il problema di non sottostare più al ricatto energetico.
I suggerimenti di Woolsey continuano con l'ipotizzare l'incremento in America della fabbricazione di macchine di piccola e di media cilindrata e di consumo ridotto che progressivamente dovranno sostituire le attuale grandi vetture made in Usa. (ma anche qui l'ex direttore della Cia non dà alcuna indicazione di come si potrà ristrutturare il gigantesco settore automobilistico americano). Un altro consiglio è quello di inventare un sistema che permetta il riciclaggio del petrolio già consumato. Poi, finalmente arriva la sua proposta più vicina alla mentalità dell'attuale amministrazione: potenziare gli investimenti americani nei paesi produttori di petrolio, alternativi all'Iraq, all'Iran e all'Arabia saudita, a cominciare dalla Russia e dalle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, ricche di giacimenti dell'oro nero. Insomma, sostare l'asse.

Samad Z. .


La Repubblica (30 luglio 2002)

Il Pentagono studia un attacco per bloccare l'atomica iraniana

 

di ARTURO ZAMPAGLIONE

NEW YORK -

I preparativi per la guerra contro l'Iraq non impediscono agli strateghi della Casa Bianca e ai generali del Pentagono di pensare anche ad un'altra rischiosa operazione militare: un attacco preventivo con missili e aerei sulla centrale nucleare iraniana di Bushehr, sulle coste del Golfo Persico.

Costruita con l'assistenza tecnica di Mosca, che ha preferito incassare 800 milioni di dollari da Teheran piuttosto che dar retta a George W. Bush, la centrale sarà completata entro il 2003 o alla fine del 2004, diventando operativa un anno e mezzo dopo. Sarà in grado di produrre 100 megawatt di elettricità: per usi pacifici, assicurano gli ayatollah iraniani, ricordando di essere in regola con il trattato di non-proliferazione e di aver invitato a Bushehr gli ispettori della Iaea, l'agenza atomica di Vienna.

A Washington, invece, molti temono che si tratti del primo passo per la bomba atomica: di qui l'ipotesi di mettere in pratica la dottrina Bush sulla prevenzione del terrorismo neutralizzando le batterie anti-aeree e anti-missilistiche che già difendono l'impianto di Bushehr, e mettendolo poi fuori uso.

L'opzione militare ha un famoso precedente: il 7 giugno del 1981, una squadra di cacciabombardieri F-15 e F-16 con la stella di Davide rase al suolo il reattore nucleare costruito dai francesi a Osirak, non lontano da Bagdad. In quella occasione gli Stati Uniti criticarono duramente Israele, ma in seguito si resero conto che il raid aveva di fatto impedito a Saddam Hussein di disporre di armi nucleari. "Anche adesso ci troviamo di fronte a un problema simile", ha spiegato ieri al Washington Post John Pike, direttore del centro di ricerca GolobalSecurity.org: "Se gli Stati Uniti o Israele non attaccheranno entro un anno gli impianti iraniani, dovranno rassegnarsi alla bomba atomica di Teheran".

Naturalmente la Casa Bianca non sottovaluta i rischi di un attacco preventivo. Innanzitutto verrebbe interpretato da Teheran come un atto di guerra, con conseguenze per il momento imperscrutabili. Spingerebbe poi gli ayatollah ad accelerare la ricerca in campo nucleare, che secondo la Cia è già molto avanzata. Potrebbe anche creare tensioni con la Russia di Vladimir Putin, che ha sempre difeso, come nel corso dell'ultimo summit di Mosca, la buona fede del progetto iraniano e che, dopo quella di Beshehr, ha promesso di costruire altre 5 centrali in Iran.

Infine, l'azione militare sarebbe strumentalizzata dal regime teocratico per bloccare i cambiamenti politici all'orizzonte. "I mullah al potere in Iran assomigliano sempre di più agli abitanti dl Cremlino nel 1988 o a quelli i Versailles nel 1788", ha scritto ieri sul Wall Street Journal James Woolsey, uno che conosce molto bene la situazione di Teheran per essere stato per tre anni alla guida della Cia. Secondo Woolsey, la teocrazia sciita è giunta al capolinea, il paese è in fermento, l'opposizione alza la testa, il presidente Khatami dimostra di avere lo stesso spirito riformatore di Andropov e il regime non può durare a lungo.

L'ex-capo degli 007 ha invitato gli Stati Uniti ad appoggiare la lotta del popolo iraniano: un appello, questo, in contraddizione con un eventuale attacco preventivo da parte dell'Air Force. Certo, come nel 1981, l'azione potrebbe essere anche condotta da Israele, con o senza l'appoggio americano. Gerusalemme ha già dato a chiare lettere che considera la centrale di Beshehr come una minaccia alla sicurezza dello stato di Israele.


SDA - Servizio di base in Italiano July 29, 2002

Iran: Usa studiano attacco preventivo centrale atomica Impianto nucleare quasi pronto. Aumenta pressione su Russia

SOURCE: ATS; ANSA

By MC

Un attacco contro l'Iraq non e' l'unico scenario di guerra ipotizzato dagli Stati Uniti nel Golfo persico. Secondo il 'Washington Post', nell'Amministrazione Bush ci sono anche fautori di un raid 'preventivo contro la centrale nucleare iraniana di Bushehr.

Al momento l'Ammministrazione si sta limitando a tenere alta la pressione sulla Russia, che collabora alla costruzione e che ha fornito la tecnologia per Bushehr, un reattore a acqua leggera di 1.000 chilowatt che sorge sulla costa sudoccidentale dell'Iran e che, secondo i calcoli americani, sara' completata tra 16 mesi e operativa entro 18 mesi. La centrale, oggetto di discussione tra Usa e Israele oltre che di contesa tra Washington e Mosca, costituisce, secondo gli esperti citati dal 'Wp', un terreno di prova per la dottrina del presidente George W. Bush in favore di azioni 'preventive' per scongiurare future minacce contro la sicurezza nazionale del Paese. Soprattutto da parte dei Paesi del cosiddetto 'Asse del male' - Iran, Iraq e Corea del Nord - accusati da Washington di sviluppare armi di distruzione di massa.

Le fonti non escludono che Israele ci arrivi prima, ricordando il raid israeliano del 1981 contro il reattore nucleare, di costruzione francese, di Osirak, vicino a Baghdad.

All'epoca Washington prese le distanze dall'alleato israeliano e critico l'attacco. Ma a distanza di anni, molti esponenti dell'Amministrazione Bush hanno rivalutato l'azione e alcuni la considerano addirittura una pietra miliare negli sforzi per impedire a Saddam Hussein da acquisire l'arma nucleare.

La preoccupazione dell'Amministrazione americana per Bushehr e' cresciuta negli ultimi tempi quando i satelliti spia americani e israeliani hanno trasmesso immagini di un lavoro in fase avanzata di costruzione: si vedono la cupola del reattore, tubi di raffreddamento, pompe e anche, secondo gli esperti che hanno esaminato le foto, alcune postazioni di missili antiaerei nei pressi della centrale.

"Entro il prossimo anno - ha detto John Pike, direttore di GlobalSecurity.org, un centro di ricerca militare indipendente - avremo un attacco americano o israeliano contro la centrale, oppure avremo acconsentito a che l'Iran diventi una potenza nucleare".

La pressione sulla Russia non sembra dare risultati anche se Bush non perde occasione per protestare con il collega Vladimir Putin contro la partecipazione di Mosca alla costruzione di Bushehr (l'ultima volta al vertice Usa-Russia di maggio): solo la settimana scorsa Mosca ha annunciato l'intenzione di aumentare sensibilmente la sua cooperazione con l'Iran nel campo energetico.

Se ha ragione l'ex direttore della Cia, James Woolsey, la centrale di Bushehr potrebbe non rappresentare una minaccia a lungo. Prendendo spunto dalle manifestazioni degli studenti e dalle proteste degli operai, Woolsey prevede, in un editoriale pubblicano oggi sul 'Wall Street Journal', la caduta entro non molto tempo del potere degli ayatollah e la nascita di una democrazia a Teheran.


 

Neoimperialismo

http://www.osservatoriomonopoli.it/StampaEstera/StampaEstera_260503_MD_RamNeoimper_IT.htm 


di Ignacio Ramonet («Le Monde Diplomatique», Paris, n. 590, mai 2003)
(traduzione dal francese di José F. Padova)

«

È un grande giorno per l’Iraq!» ha dichiarato il generale americano Jay Garner sbarcando a Bagdad bombardata e saccheggiata, come se la sua augusta apparizione significasse la fine miracolosa dei mille e un flagelli che fanno soffrire l’antica Mesopotamia. Ciò che più sbalordisce non è tanto l’indecenza del proponimento quanto il modo apatico, rassegnato, con il quale i grandi mezzi di comunicazione hanno riferito circa l’insediamento di colui che bisogna proprio definire «il proconsole degli Stati Uniti». Come se non ci fosse più alcun diritto internazionale. Come se si fosse ritornati all’epoca dei mandati (1). Come se in fin dei conti fosse normale che Washington designi un ufficiale superiore (in pensione) delle forse armate americane per governare uno Stato sovrano…
Presa senza neppure consultare i membri fantasma della «coalizione», questa decisione di nominare un ufficiale superiore per gestire un Paese vinto ricorda spiacevolmente le antiche pratiche del tempo degli imperi coloniali. Come non pensare a Clive che governa l’India, a Lord Kitchener che comanda in Sud Africa o a Lyautey che amministra il Marocco? E dire che si credeva questi abusi fossero condannati per sempre dalla morale politica e dalla storia.
Tutto questo non c’entra, ci si dice, occorre piuttosto confrontare questa «transizione in Iraq» con l’esperienza del generale Douglas McArthur in Giappone dopo il 1945.
Non è ancora più inquietante? Non c’erano volute le distruzioni atomiche delle città di Hiroshima e di Nagasaki, insomma quasi un’Apocalisse, perché l’America decidesse di nominare un generale quale amministratore di una potenza rivale vinta? In un’epoca nella quale l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) non era ancora in funzione.
Adesso l’ONU esiste, almeno in teoria (2). E l’invasione dell’Iraq da parte delle forze americane (con i loro complementi britannici) non conclude in nessun modo una qualsiasi terza o quarta guerra mondiale… A meno che il presidente George W. Bush e il suo entourage non considerino gli attentati dell’ 11 settembre 2001 come l’equivalente di un conflitto mondiale…
Certo il generale Garner ha fatto capire che questa occupazione non sarebbe eterna: «Resteremo per il tempo necessario, ha affermato, e partiremo il più rapidamente possibile (3)». Ma la storia ci insegna che questo «tempo che ci vorrà» può durare a lungo. Dopo aver invaso le Filippine e Porto Rico nel 1898, con il pretesto altruista di “liberare” quei territori e le loro popolazioni dal giogo coloniale, gli Stati Uniti passarono molto in fretta a sostituire l’antica potenza dominante. Dopo aver represso i resistenti nazionalisti, non lasciarono le Filippine che nel 1946, continuando sempre ad intervenire negli affari del nuovo Stato e sostenendo, ad ogni elezione presidenziale, il candidato di loro scelta, fra cui il dittatore Ferdinando Marcos, che rimase al potere dal 1965 al 1986… E continuano ad occupare Porto Rico… Perfino in Giappone e in Germania, cinquant’anni dopo la fine della guerra, la presenza militare americana resta imponente.
Vedendo sbarcare a Bagdad questo generale Garner e il suo gruppo di 450 amministratori, non ci si poteva impedire di pensare che gli Stati Uniti, in questa fase neo imperiale, riprendevano a loro carico quello che Rudyard Kipling ha chiamato «il fardello dell’uomo bianco». O che le grandi potenze, dal 1918, qualificavano come «missione sacra di civilizzazione», riferendosi a popoli incapaci «di dirigere sé stessi nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno (4)».
Il neo imperialismo degli Stati Uniti rinnova la concezione romana di un dominio morale – fondato sulla convinzione che libero scambio, mondializzazione e diffusione della civiltà occidentale vanno bene per tutti -ma anche militare e mediatico, esercitato su popoli considerati più o meno come inferiori (5).
Dopo il rovesciamento dell’odiosa dittatura, Washington ha promesso di stabilire in Iraq una democrazia esemplare, la cui influenza, sotto l’impulso del nuovo Impero, porterà alla caduta di tutti i regimi autocratici della regione. Ivi compreso, assicura James Woolsey (6), ex direttore della CIA e vicino al presidente Bush, quelli dell’Arabia Saudita e dell’Egitto…
È credibile una simile promessa? Evidentemente no. Donald Rumsfeld, ministro della Difesa, si è d’altra parte affrettato a precisare che «Washington rifiuterà di riconoscere un regime islamico in Iraq, anche se fosse il desiderio della maggioranza degli iracheni e riflettesse il risultato delle urne (7)». È una vecchia lezione della storia: l’Impero impone la sua legge al vinto.
Tuttavia ce n’è un’altra: chi di Impero vive di Impero perisce.

(1) Inventato alla fine della guerra 1914-18, il regime del «mandato» sostituì quello del «protettorato», termine considerato dal presidente americano Woodrow Wilson come troppo colonialista…
(2) Anche se alcuni dei «falchi» più fanatici di Washington, quali Richard Perle, ne annunciano già la «caduta».
(3) El Pais, Madrid, 22 aprile 2003
(4) Cfr. Yves Lacoste, Dictionnaire de géopolitique, Flammarion, Paris, 1993, p. 964
(5) Riguardo a ciò l’atteggiamento di Francia e Germania, che si oppoenvao alla guerra contro l’Iraq, ha permesso di evitare che, in seno alle opinioni pubbliche arabe questo conflitto apparisse come l’espressione di uno «scontro di civiltà».
(6) International Herald Tribune, Paris, 8 avril 2003
(7) El Pais, op. cit.

 

http://ww2.clickus.it/linus/frameset/articoli/presarticoli.asp?idarticoli=15&startposition=1 

Contro chi?
Giorgio Galli

La guerra in Irak ha avuto uno svolgimento analogo a quello della guerra in Afghanistan. È emersa la divergenza tra le dichiarazioni della propaganda e lo svolgimento delle operazioni.
Si era parlato allora del terribile inverno afghano; ora delle tempeste di sabbia nel torrido deserto irakeno. Si era parlato, allora come ora, di nemici minacciosi, pronti a usare terribili armi di sterminio di massa, batteriologiche e chimiche (con la ventilata possibilità dell’uso di armi atomiche).
Nell’uno e nell’altro caso non è avvenuto nulla di tutto questo. Si è invece vista una poderosa macchina militare americana liquidare in poche settimane schiere di truppe raccogliticce, aggredibili anche da nemici interni (l’Alleanza del nord in Afghanistan, i peshmerga curdi in Irak), sebbene prive di copertura aerea e tempestate dall’alto e nelle città da un’aviazione incontrastata, che scarica bombe ad altissimo potenziale.
Dopo poche settimane di resistenza, i talebani di Kabul e la guardia repubblicana di Bagdad sono state travolte da un avversario che aveva una potenza di fuoco almeno venti volte superiore.
Per l’Irak si era parlato di una guerra particolare, supertecnologica, diversa e non comparabile a tutti i conflitti precedenti. Si è avuta invece la ripetizione del tipo di guerra americana che abbiamo conosciuto sin dal secondo conflitto mondiale: massicci bombardamenti aerei contro un avversario senza aviazione, che rendono irresistibile l’offensiva terrestre.
Si può, quindi, ripetere qui quanto era stato scritto nel novembre 2001: questa strategia aveva sconfitto in pochi mesi le solide divisioni germaniche, dopo che la luftwaffe di Goering era stata cancellata dai cieli della lotta. Non potevano, come ieri i talebani, resistervi oggi le fragili schiere di un Irak provato dalla sconfitta del ’91, da dodici anni di embargo e di privazioni.
Rispetto a quanto avevo scritto allora, posso aggiungere le notizie successive, di fonte Cia, secondo le quali erano stati comprati alcuni capi clan afghani, perché abbandonassero i loro alleati talebani. Secondo alcune voci della stessa fonte, qualcosa di analogo potrebbe essere accaduto con alcuni generali del regime di Bagdad, dopo un’iniziale resistenza che era apparsa accanita, anche se senza speranza.
È evidente la divergenza tra questa realtà e l’asserzione che l’Irak avrebbe rappresentato una minaccia per la superpotenza Usa e per l’Occidente. Come per Osama bin Laden, niente bombe atomiche, niente armi di sterminio di massa, chimiche e batteriologiche, non un nuovo Hitler, ma un piccolo dittatore indebolito dalle sconfitte e dalla sua stessa megalomania, con le grandi statue abbattute. Questa è la realtà, anche se potrebbe essere tentata l’operazione propagandistica di trovare oggi, nell’Irak occupato, quelle terribili armi sfuggite agli ispettori dell’impotente Onu.

La Siria può attendere
Dopo l’11 settembre, più che a guerre vere e proprie, abbiamo assistito a spedizioni del vecchio tipo coloniale, del tempo delle cannoniere, per rovesciare governi sgraditi a Washington. I burka dei talebani (che peraltro ho rivisto nelle donne, in un servizio televisivo sui nostri alpini) e le efferatezze di Saddam sono elementi marginali della demonizzazione del nemico. Nell’Afghanistan perdurano le lotte tribali e una latente guerriglia, che potrebbe essere anche la prefigurazione del destino dell’Irak liberato.
È presumibile che questo tipo di guerra prosegua in futuro. James Woolsey, già capo della Cia, elogiatore dell’Italia che ha sconfitto le Brigate rosse, che dovrebbe avere un ruolo nel governo militare americano a Bagdad e che intanto ha parlato all’Università di California (uno Stato non entusiasta del conflitto), ci ha fatto sapere che "questa è la quarta guerra mondiale e durerà più delle altre" (cioè della prima, della seconda e anche della terza, quella detta fredda).
Lo stesso trionfante presidente Bush ha annunciato a Tampa, a militari acclamanti che "il tempo della guerra sarà di dieci, forse quindici anni". Guerra contro chi? Contro il terrorismo, naturalmente, sempre più identificato con i suoi protettori, gli "Stati canaglia", tra i quali ha fatto ora il suo ingresso anche la Siria. Ce lo conferma lo stesso Woolsey: "Siria, Iran e mondo islamico saranno i prossimi obiettivi di guerra".
Obiettivi nel senso che in queste aree debbono essere sostituiti governi che gli Stati Uniti ritengono ostili. Ma c’è tempo. Occorre preparare una adeguata campagna di demonizzazione che prepari la liberazione. L’enorme movimento per la pace, forse disorientato dalla rapida conclusione irakena, ha quindi il tempo e i modi per far sentire il proprio peso, che comunque ha avuto influenza (l’intervento anglo-americano ha subito qualche ritardo, i bombardamenti di Bagdad sono stati meno distruttivi del previsto). Ma è un movimento che deve approfondire la propria analisi, a partire da quello che è veramente accaduto quell’11 settembre che ha segnato la svolta e nel quale il ruolo dei servizi di sicurezza è tuttora oggetto del più assoluto e preoccupante segreto. Eppure gli spunti di rivelazioni apparsi in estate avevano considerevolmente indebolito la presidenza Bush, al punto da avere un’eco anche nella distratta Italia estiva e a opera di commentatori non certo malevoli verso gli Stati Uniti.
Umberto Ranieri, esperto di politica estera dei Ds, aveva segnalato Bush "alle prese con una crisi di consenso senza precedenti". "Una presidenza in via di sparizione", ha scritto l’Economist la scorsa settimana (l’Unità, 6 agosto 2002). Lilli Gruber, poi brava corrispondente di guerra a Bagdad, prendendo spunto dalle malattie dei soldati della guerra del Golfo del ’91, si chiedeva: "Attaccare l’Irak? Forse è meglio ‘rischiare’ la pace (Io donna, 3 agosto 2002). E Giuliano Zincone: "Povero Bush jr. adesso rischia di perdere il posto. Come il padre" (Sette del Corriere della Sera, 1° agosto 2002).
Cerchiamo di capire perché il presidente in crisi dell’agosto 2002 è il trionfatore della Pasqua bellica del 2003. Ricordo quanto ho scritto qui il mese scorso: Bush sa qualcosa dell’11 settembre che altri non sanno. È il comandante in capo, investito di una missione divina. Ma rimane debole e indeciso. In estate il governo invisibile gli ha ricordato che l’Irak andava liquidato entro un anno. E così è avvenuto. Il movimento per la pace e i governi europei hanno il tempo di riflettere su questi aspetti della realtà, prima che scocchi l’ora della Siria e dell’Iran.

I palestinesi non possono attendere
Il primo terreno di confronto non sarà la Siria, ma la Palestina. Si scrive da anni, anche da sinistra, che Arafat ha commesso un errore nel non accettare, nell’agosto 2000, le proposte di Clinton. Lo ammette lo stesso Arafat, ora che è sconfitto e umiliato.
Ma la verità è un’altra. La chiarisce un piccolo libro. Lo ha scritto Marco Grazia, un giovane che dal 1999 ha lavorato in Palestina per un’organizzazione non governativa italiana: "Israele ha riconosciuto all’Olp il 22% della Palestina storica (quella sino al 1948 sotto mandato britannico). Quel 22% era diviso in tre aree: A) sotto il controllo della autorità palestinese, civile e militare; B) sotto il controllo civile e amministrativo palestinese, ma controllata militarmente da Israele; C) sotto completo controllo israeliano, civile, amministrativo e militare. Con gli accordi che avrebbero dovuto entrare in vigore il 13 settembre 2000 tutte avrebbero dovuto diventare area A. Tuttavia per ragioni di sicurezza Israele ha il diritto di controllare i movimenti da a per l’area. Tutte le strade di collegamento tra Israele e gli insediamenti di coloni rimangono sotto l’autorità militare israeliana. Se si guarda la mappa dei Territori, sembra di guardare una pelle di leopardo" (Emergenza Palestina, Diario della seconda Intifada, Prospettiva edizioni, pp. 26-27).
L’eventuale accordo, dunque, che lasciava Gerusalemme a Israele, dominata dal suo peraltro giustificato bisogno di sicurezza, significava la sovranità palestinese su territori spezzati in quelli che anche commentatori americani definivano "bantustan" (aree africane del Sudafrica dell’apartheid), le cui vie di comunicazione erano tutte controllate dall’autorità militare israeliana.
È vero che era il massimo che la Israele di Barak (primo ministro laburista) poteva concedere. Ma era un minimo che l’Arafat di allora non poteva accettare. Questa l’origine della seconda Intifada, a base di lancio di pietre. Quella successiva, delle bombe umane, avviene in un contesto diverso. Due successive elezioni (nel 2001 e nel 2003, con decrescente partecipazione al voto, sino alla punta più bassa dello scorso gennaio) portano al governo la destra di Sharon, che vuol stroncare la seconda Intifada, sulla quale Arafat puntava per migliorare a suo vantaggio gli accordi di Oslo.
L’amministrazione di Arafat era corrotta. Lo sapevano e lo sanno tutti. L’autorità nazionale palestinese non è fondata su principi democratici. Ma fino all’11 settembre era l’interlocutore accettato da Israele e Stati Uniti. Quale è la situazione, oggi, dopo l’11 settembre? Arafat non conta più nulla. I Territori sono stati di fatto rioccupati da Sharon per "stroncare il terrorismo". I laburisti sono stati elettoralmente liquidati. Sharon intende insediare nei "bantustan" palestinesi un governo subalterno (quello che in altri tempi sarebbe stato definito "fantoccio" o "collaborazionista"), che accetti il controllo di fatto di Israele dell’intera Palestina del mandato britannico sino al 1948.
È questa prospettiva che, dopo la liquidazione di Saddam, viene presentata come prossima tappa del "nuovo ordine" democratico nel Medio Oriente. Può essere che gli stremati palestinesi vi si rassegnino. Può essere che l’Europa, altrettanto rassegnata e tormentata dal senso di colpa per Auschwitz, avalli questa soluzione. Ma il movimento per la pace non può dimenticare che questa pace senza giustizia non è che una tappa della guerra infinita del nuovo ordine imperiale.
Si è detto che il movimento per la pace è in difficoltà. Quello italiano non è certo incoraggiato dal fatto che Ds e Margherita non abbiano votato contro un governo mosca cocchiera dei vincitori che, con l’ipocrita pretesto di aiuti americani, manda truppe italiane in Irak a sostegno del regime di occupazione. Ma non ci si scoraggi.


DALLO SFRUTTAMENTO ALL'ISTRUZIONE

Il 17 maggio 2003 parte la nuova campagna della Global March, coordinata in Europa e in Italia da Mani Tese

Umadevi è indiana, ha 12 anni e a 8 ha lasciato la scuola per andare a lavorare in una piccola fabbrica: 12 ore al giorno e 10 rupie (20 centesimi di euro) di guadagno. Come Umadevi, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel mondo altri 246 milioni di bambini sono sfruttati: la maggioranza di questi non ha accesso nemmeno all’istruzione di base.
Contro lo sfruttamento del lavoro infantile nel 1998 è nata la Global March Against Child Labour. Il Movimento, attualmente presente in 140 Paesi, con le sue marce ha contribuito a promuovere l’adozione della Convenzione N° 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che chiede l’eliminazione immediata dello sfruttamento del lavoro minorile a partire dalle sue forme peggiori.
L’appuntamento per quest’anno è fissato al 17 maggio 2003: Mani Tese, la ONG che coordina la campagna in Italia e in Europa, chiama a raccolta tutti i cittadini perché partecipino alle iniziative di piazza che coinvolgeranno associazioni, bambini, alunni delle scuole ed enti locali nella campagna "Dallo sfruttamento all’istruzione!"
Per informazioni tel. 024075165,
numero verde 800552456.
Le iniziative sono on line su www.manitese.it 

Powell in missione d'affari

di Angela Nocioni

http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=821

 

(Liberazione del 02/04/2003)

 

Oggi In Turchia. Domani a Bruxelles per ricucire lo strappo con Francia e Germania e discutere di un ruolo Nato nel dopoguerra


Rimettere insieme i cocci cominciando a discutere del dopo Saddam. Ritrovare i toni morbidi con Francia e Germania nonostante lo schiaffo all'Onu che l'asse francotedesco aveva raccomandato in ogni modo di evitare.
Discutere del ruolo della Nato nell'Iraq del dopoguerra. Assicurare ai riottosi europei che nella ricostruzione irachena ci sarà posto anche per loro. Riannodare le buone relazioni d'un tempo con la Russia di Putin. Convincere gli alleati turchi a non esagerare con le scorrazzate nel Kurdistan iracheno.

Agenda pesantuccia per il viaggio europeo del segretario di Stato statunitense. Colin Powell, la faccia meno impresentabile dell'Amministrazione Bush, il conservatore messo in disparte dai fondamentalisti della guerra preventiva, esce dall'angolo in cui l'avevano relegato i superfalchi ora un po' spiumati dalle prime body bags e si imbarca per un tour de force diplomatico al dodicesimo giorno di bombardamenti su Bagdad.

Oggi incontra ad Ankara il premier Erdogan con annesso capo di stato maggiore delle forze armate, l'assai influente Hilmi Ozkok che al momento conta ben più del comunque presente ministro degli esteri Abdullah Gul. Il capo del governo dice di aspettarsi «nuove richieste» da Washington. Powell preannuncia un'insistenza sulla solita vecchia, spinosa, questione: l'inopportunità della presenza turca nel territorio amministrato dai kurdi nel nord Iraq.

Giovedì mattina il segretario di stato statunitense volerà a Bruxelles.

Ha un appuntamento nella sede della Nato con la Troika europea (l'alto rappresentante per la politica estera e sicurezza comune Javier Solana, il commissiario europeo per le relazioni esterne Chris Patten e il ministro degli Esteri greco George Papandreou). Sarà al vertice del Consiglio dei ministri Nato che poi incontrerà a pranzo insieme ai ministri degli Esteri della Ue (ci sarà anche il capo della Farnesina in era Berlusconi, Franco Frattini).

Sempre giovedì, alla vigilia da un vertice a tre fissato a Parigi fra i ministri degli esteri del fronte anti-interventista (Francia, Russia e Germania), Powell ha fissato un faccia a faccia con il responsabile della diplomazia di Mosca, Igor Ivanov.

Sarà il primo colloquio non telefonico tra Washington e Mosca dall'inizio dei bombardamenti su Bagdad e dalle accuse statunitensi sulla fornitura di armi russe all'esercito iracheno. L'annuncio dell'appuntamento segue a ruota l'appello dalla Russia alla «fine della guerra in Iraq il più presto possibile e con il minimo di perdite umane» e la dichiarazione in materia di disarmo del vice capo di stato maggiore, Iuri Baluievsky. La ratifica del trattato del 2002 per la riduzione delle testate nucleari strategiche offensive resta «negli interessi russi», assicura il generale, anche se la Duma l'ha significativamente rinviata al termine delle operazioni militari in Iraq.

Proprio ieri il ministro della difesa russo, Serghiei Ivanov, ha avuto modo di sottolineare in una lunga intervista che la contrarietà di Mosca alla guerra non dipende dai rapporti con l'Iraq («Saddam non ci è né amico né fratello e gli 8 miliardi di dollari di debiti non ce li restituirà mai»), dice il generale, ma dal grave scavalcamento delle Nazioni Unite che «rende poco probabile» una loro resurrezione. Non si risparmia la battuta velenosa: «Non posso escludere che gli Usa rispolverino le critiche sul conflitto ceceno, ma dopo le immagini sulle loro prodezze in Iraq credo ci penseranno due volte».

Il viaggio di Powell cade nel bel mezzo dello scontro tra Pentagono e dipartimento di Stato americano anche sul dopo Saddam. Dopo le divergenze che hanno segnato tutta la fase diplomatica della crisi irachena, pare difficile un accordo su chi dovrà entrare a far parte dell'amministrazione irachena a conflitto finito. Secondo il Washington Post, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha respinto una lista di nomi presentata dal dipartimento di Stato americano, confermando che il Pentagono vuole controllare ogni aspetto della ricostruzione del Paese e della formazione del governo.

Contemporaneamente al veto a otto funzionari del dipartimento di Stato (alcuni ex altri ancora in servizio), tra cui alcuni ambasciatori in Paesi arabi, la leadership civile del Pentagono sta spianando la strada nell'amministrazione del dopoguerra all'ex capo della Cia, James Woolsey, che sarebbe candidato a fare il ministro dell'Informazione.

La furiosa lite, sostiene il quotidiano statunitense, riguarda le personalità che dovranno occupare i ministeri del governo iracheno guidato dal generale Jay Garner, nominato dal Pentagono a capo dell'Ufficio per la ricostruzione e l'assistenza umanitaria.

Secondo un accordo tra i due dipartimenti, ministeri come quello del Commercio e dell'Educazione dovrebbero andare a personalità scelte dal dipartimento di Stato, mentre al Pentagono spetterebbe l'incarico di scegliere i «consiglieri civili» degli altri ministeri. Secondo alcune fonti, per il posto di ministro della Difesa sarebbe candidato Walter Slocum, già sottosegretario al Pentagono durante l'amministrazione Clinton, mentre Woolsey sarebbe candidato al ministero dell'Informazione, scelta sgraditaalla Casa Bianca, che sottolinea l'inopportunità di affidare tale incarico a un ex direttore della Cia. Woolsey, comunque, dovrebbe entrare in ogni caso nel governo del dopo Saddam.

I funzionari scelti dal dipartimento di Stato erano già pronti a partire la settimana scorsa per il Kuwait, dove si sta svolgendo tutta la fase di preparazione della nuova amministrazione, quando all'ultimo minuto la partenza è scivolta a data da definire. «Ci è stato detto che c'era un grande disaccordo tra dipartimento di Stato e della difesa su chi deve controllare il personale di Garner», ha detto al Washington Post un funzionario. Secondo alcune fonti, Rumsfeld avrebbe definito le otto personalità proposte dal dipartimento di Stato «troppo di basso profilo e burocratiche».

La vera disputa non sembra però riguardare tanto i nomi delle persone che dovrebbero entrare nel governo, quanto i piani generali per l'Iraq del dopoguerra.

Mentre il dipartimento di Stato chiede un ruolo militare americano meno visibile e il trasferimento dei poteri il più velocemente possibile a un'amministrazione dell'Onu, Rumsfeld e il suo vice Paul Wolfowitz, sostenuti dal vice presidente Dick Cheney, sono contrari a un coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Secondo il progetto del sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, i militari dovrebbero mantenere il controllo del Paese fino alla nascita di nuove istituzioni, mentre all'Onu verrebbe affidato l'incarico di coordinare l'assistenza umanitaria, sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Proprio sugli aiuti umanitari è sorta l'ennesima contesa. Nella lettera che Powell ha inviato a Rumsfeld il 26 marzo scorso, il segretario di Stato afferma che dovrebbero essere le autorità civili e non il Pentagono a occuparsi della distribuzione degli aiuti.


 

La lobby USA della guerra: i discepoli del NSC-68

ed una mappa dei "neocon"

http://digilander.libero.it/bollettinoaurora/Quaderno7/3.La%20lobby%20USA%20della%20guerra%20i%20discepoli%20del%20NSC-68.htm

 

Le origini della politica dell'amministrazione di George W. Bush per il "cambio di regime" in Iraq possono essere rintracciate nelle strategie formulate dall'inizio degli anni 1990 da un piccolo network di inveterati elementi da Guerra Fredda legati da un linguaggio filosofico e da collaborazioni in politiche di intelligence militare. Questa cricca strettamente intrecciata si estende attraverso l'attuale Casa Bianca e la precedente, attraverso il Dipartimento di Stato, la Cia, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, le commissioni di esperti neo-conservatori e i consigli di amministrazione delle corporations transnazionali (comprese le compagnie dell'energie e della tecnologia militare legate a Washington). Virtualmente tutti i protagonisti sono dei membri degli organismi di pianificazione dell'elite (come il Council on Foreign Relations). Molti di loro sono accusati di crimini - cinque individui sono stati dei diretti partecipi dell'operazione Iran-Contra.

Tutti hanno, durante le loro intersecate carriere, sostenuto delle politiche imperialistiche comportanti 1) guerre preventive, 2) conquista dell'Iraq e dell'Iran e frammentazione dell'Arabia Saudita, 3) forte sostegno ad Israele, e 4) accerchiamento e contenimento di Russia e Cina.

Lo schema del network per il cambio di regime irakeno: tutti gli uomini della gang

1. 1992 Direttiva di Pianificazione Difensiva del Pentagono. Come osservato da Joe Taglieri (From the Wilderness 10/1/02), questo fu uno dei primi piani ufficiali di rimozione del regime, preparato per l'allora Segretario alla Difesa, Dick Cheney. I suoi autori:

L'attuale Vice-Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz

Lewis Libby

2. La lettera aperta del 1998. Nel febbraio del 1998, quaranta "eminenti Americani" firmarono una lettera aperta al Presidente Clinton, che formò la base dell'Iraqi Liberation Act del 1998. Questa lettera che faceva appello per un'insurrezione e per un riconoscimento del Congresso Nazionale Irakeno (spalleggiato dalla CIA) come governo ufficiale dell'Iraq, fu pilotata da Ahmed Chalabi dell'INC e si basava sui precedenti progetti di colpo di stato di Chalabi. Firmatari di questa lettera:

Wolfowitz

Il presidente del Consiglio per la Politica di Difesa Richard Perle

Il vice presidente Dick Cheney

Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld

L'ex Direttore della CIA James Woolsey

Il Sottosegretario alla Difesa Doug Feith

L'ex vice-assistente del segretario alla Difesa, Frank Gaffney

L'ex Vice-Segretario di Stato e partecipe all'Iran-Contra Richard Armitage

L'ex agente della CIA e partecipe all'Iran-Contrat Duane "Dewey" Clarridge

Il funzionario del NSC, ex segretario di Stato e partecipe all'Iran-Contra Elliott Abrams

L'ex Segretario alla Difesa e partecipe all'Iran-Contra Caspar Weinberger

L'ex Segretario alla Difesa e presidente del Carlyle Group Frank Carlucci

Zalmay Khalilzad, attuale inviato USA in Afghanistan, ex consulente della UNOCAL e funzionario della RAND Corporation

L'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale e partecipe all'Iran-Contra Robert McFarlane

3. Iraq Liberation Act del 1998. L'Atto stesso fu promosso al Congresso da Woolsey, Clarridge e dall'attuale Vice-Consigliere della Sicurezza Nazonale per il contro-terrorismo Wayne Downing. L'Atto (un pezzo di retorica propaganda anti-Saddam pieno di falsi storici) passò al Congresso e fu siglato da Clinton tra la scarsa attenzione da parte del vasto pubblico. I suoi principali sponsors:

Wolfowitz
Cheney
Rumsfeld
Feith
Woolsey
Clarridge
Downing
Carlucci
Armitage
Newt Gingrich

4. 1998-Viene selezionato il team di politica estera di Bush II. Nell'estate del 1998, in un incontro organizzato dall'ex Presidente George H.W. Bush a Kennebunkport nel Maine e capeggiato da Condoleeza Rice, viene scelto il team di politica estera di George W. Bush - i "Vulcans". "Se il gruppo di cervelli riflette chi il governatore metterà in carica se eletto presidente, la sua amministrazione sarà sulla linea non solo di quella del padre, ma anche di quella di Ronald Reagan", scrive Robert Novak al Washington Post. Tra i membri che guidano il gruppo troviamo:

Perle
Wolfowitz

Giungendo veloci al presente, noi ritroviamo questo network alla guida della politica dell'amministrazione Bush e all'interno del Pentagono.

5. Consiglio per la Politica di Difesa. Questo gruppo di consulenza "di civili", fornisce "raccomandazioni" sulla politica del Pentagono al Dipartimento della Difesa (Rumsfeld, Wolfowitz e Feith)

Perle presidente
Woolsey
Gaffney
Eliot Cohen, presidente del PNAC
Henry Kissinger
L'ex Direttore della CIA James Schlesinger
Gingrich

6. La Paul H. Nitze School di Studi Internazionali Avanzati (SAIS). Questa commissione di esperti della Johns Hopkins University è assai nota per sfornare politiche basate sull'aggressione USA. Associati alla SAIS sono:

Perle
Wolfowitz
Woolsey
Zbigniew Brezezinksi
Gaffney
Cohen
Thomas Donnelly

7. Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano (PNAC). Questa commissione ha pubblicato nel 2000 un piano per rovesciare l'Iraq basato sulla Direttiva per la Pianificazione Difensiva di Wolfowitz-Cheney-Libby del 1992.

Wolfowitz
Cohen (presidente)
Cheney
Rumsfeld
Gaffney
Donnelly
Abrams
Jeb Bush

8. Centro per la Politica di Sicurezza (CSP).

Gaffney (presidente)
Perle
Woolsey
Feith (ex presidente)

9. Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS). Attorno alla tavola di questa commissione troviamo uno spaccato dei peggiori falchi della lobby della guerra all'Iraq, accanto ad ex funzionari orientati a "maggiore diplomazia":

L'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Brent Scowcroft (presidente)
Cheney
Woolsey
Kissinger
Schlesinger
Ray Lee Hunt (Hunt Oil, Texas)

10. Commissione Consultiva per l'Intelligence all'Estero

Scowcroft (presidente)
L'ex Direttore della CIA John Deutch
Hunt

11. American Enterprise Institute (AEI).

Perle
L'ex consulente di Reagan per la sicurezza nazionale, Michael Ledeen (*)
L'ex agente della CIA Reuel Marc Gerecht

12. Istituto Ebraico per le Questioni di Sicurezza Nazionale (JINSA). Gruppo sostenitore della guerra totale in Medio Oriente.

Ledeen
Perle
Woolsey
Gaffney
Abrams

13. Camera di Commercio USA-Azerbaijan. Come documentato dal Professor Michel Chossudovsky in Guerra e Globalizzazione, l'alleanza per il GUUAM (Georgia-Ukraina-Uzbekistan-Azerbaijan-Moldavia) formata dalla NATO nel 1999 si trova al fulcro della ricchezza del petrolio e del gas del Caspio. Centrale per il GUUAM è l'Azerbaijan , stato-cliente degli USA. La sua Camera di Commercio va letta come un who's who della Guerra 11 settembre

Wolfowitz
Perle
Cheney
Armitage
Brezezinski
Kissinger
Schlesinger
Scowcroft
L'ex Segretario di Stato James Baker
L'ex Senatore Lloyd Bentsen

14. Comitato per la Liberazione dell'Iraq (CLI). Un gruppo "di sostegno" di Washington e sottoprodotto del Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Costituito nel novembre 2002.

Bruce Jackson, ex VP Lockheed Martin
Randy Scheunemann, ex consigliere del Senatore Trent Lott
Perle
Rice
Il Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley
Gaffney
Downing
McCain
L'ex Senatore Bob Kerry
· L'ex Segretario di Stato George Schultz

Quando tutto cominciò: Nitze e NSC-68

Gran Parte se non tutti i leaders della lobby della guerra all'Iraq sono discepoli, protégé e studenti dei proto-falchi Paul H. Nitze e della Nitze School of Advanced International Studies (SAIS). Nitze, ex banchiere nella Dillon, Read investment (la cui company aveva lanciato prestiti per il Terzo Reich) e membro del Council on Foreign Relations, fondava la SAIS nel 1944. Nitze fu consigliere di cinque presidenti e tenne posizioni governative di alto livello in ogni amministrazione presidenziale (eccetto quello di Jimmy Carter) fino al suo ritiro nel 1989. Nel 1950 il NSC Memorandum 68, scritto da Nitze (per l'allora Segretario di Stato Dean Acheson) costituì la base politica della Guerra Fredda. Ogni successiva amministrazione USA ha messo in atto politiche le cui linee principali si possono direttamente far risalire al NSC-68, che si appellava alla distruzione dell'Unione Sovietica e ad un potere militare americano senza rivali. Secondo l'ex agente della CIA Philip Agee, il NSC-68 fu il piano di rimilitarizzazione che portò all'istituzione di una permanente economia di guerra e ad un perenne apparato di "sicurezza nazionale".

Il memo affermò anche per la prima volta, in nome della sicurezza nazionale, le preventive rivendicazioni USA sulle scarse risorse economiche e sociali, ovunque nel mondo. Il NSC-68 dichiarava specificamente che "la dominazione sovietica del potere potenziale dell'Eurasia, se acquisita con un'aggressione armata o con mezzi politici e sovversivi, sarebbe strategicamente e politicamente inaccettabile per gli Stati Uniti."

La stessa Guerra dell'11 settembre è la realizzazione dell'imperativo "eurasiano" del NSC-68. Zbigniew Brzezinski, un protégé di Nitze, membro del consiglio della SAIS è stato a lungo ossessionato dall' "Eurasia". La sua geostrategia dello "Scontro di Civiltà", che include la creazione e l'alimentazione dell'Islam militante, è espressa nel libro "La Grande Scacchiera" - una mappa virtuale dell'attuale conflitto. Un'altra figura in vista alla Johns Hopkins è Fouad Adjami che per un decennio è apparso sui programmi dei network televisivi come esperto del Medio Oriente per castigare il "pazzo" Saddam Hussein ed esprimere il suo sostegno alle guerre USA nella regione.

La cricca Perle-Wolfowitz

Altri due discepoli di Nitze, Paul Wolfowitz e Richard Perle, si può sostenere che siano i conduttori chiave della politica di guerra di Bush. I due fanatici falchi, hanno collaborato per oltre due decenni. Come rivelato in un articolo sul New York Times (10/12/01), i componenti della fazione Perle/Wolfowitz si riunirono per oltre 19 ore il 19-20 settembre 2001 per "creare il caso" per una guerra contro l'Iraq, per la rimozione di Saddam Hussein e per impossessarsi del petrolio irakeno, immediatamente dopo la conclusione della guerra in Afghanistan. Il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld partecipò a questi incontri. Parte della discussione si focalizzò sul come collegare Saddam Hussein agli attacchi dell'11 settembre. Prima di diventare Vice segretario alla Difesa, Wolfowitz è stato presidente e decano della SAIS. É uno "stratega" sin dal 1973, ha assunto numerosi incarichi di alto livello nella difesa ed è stato sottosegretario alla difesa durante l'amministrazione di George H.W. Bush. Dall'11 settembre, Wolfowitz ha spinto in modo aggressivo per l'azione militare unilaterale USA in Iraq e ovunque nel mondo. Immediatamente dopo l'11 settembre, Wolfowitz sottoponeva un piano (al quale dentro il Pentagono si fa riferimento come "Operazione Guerra Infinita") che propugnava il bombardamento di Iraq, Siria e Libano.

Perle si è guadagnato il soprannome di "Il Principe delle Tenebre" per i suoi punti di vista fanatici che comprendono l'uso di armi nucleari. Perle, sostenitore militante di Israele, cerca di "mettere in ginocchio il mondo musulmano." E' stato assistente segretario della difesa per la sicurezza internazionale durante l'amministrazione Reagan ed è un esponente dell'American Enterprise Institute. E' attualmente presidente della potente Defense Policy Board che fornisce consulenza (e molti ritengono che controlli) il team di Bush preposto alla Difesa. È al corrente di informazioni classificate (pur essendo un "civile") e si dice che abbia manipolato delle informazioni al fine di portare avanti gli obiettivi politici della sua fazione. In una (amichevole) intervista con David Corn del The Nation (5/10/02) riguardante i progetti per un colpo irakeno, l'arrogante Perle ha dichiarato che ci sarebbero voluti solo quarantamila uomini per "prendere il controllo del nord e del sud, tagliare fuori il petrolio di Saddam e renderlo povero".

James Woolsey: agente dell'opposizione irakena

L'ex Direttore della CIA Woolsey è un importante discepolo di Nitze, membro della Defense Policy Board, membro del consiglio della SAIS e collega di Perle-Wolfowitz. Nitze chiamò Woolsey nel team dei negoziati SALT I durante gli anni di Carter. Woolsey servì Perle come consulente generale della Commissione del Senato per i Servizi Armati. Durante l'era Reagan-Bush, Woolsey lavorò con la commissione per le forze strategiche di Brent Scowcroft e in altri incarichi per la difesa. Woolsey fa anche parte del consiglio di amministrazione di certe compagnie industriali militari-spionistiche come DynCorp, Martin Marietta, British Aerospace Inc, Fairchild Industries. Assieme a numerosi esponenti dell'elite USA, egli è profondamente coinvolto nelle politiche petrolifere dell'Asia Centrale ed è membro della Camera di Commercio USA-Azerbaijan. Subito dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, Woolsey comparve sui media per incolpare dell'operazione Saddam Hussein. Woolsey volò a Londra nell'ottobre 2001 con funzionari dei Dipartimenti di Stato e della Difesa per raccogliere prove che collegassero Hussein all'11 settembre.

Ad un simposio svoltosi il 24 luglio 2002 a Washington presso l'Institute of World Politics, Woolsey diceva al pubblico, "Ci troviamo in una guerra mondiale, nella Quarta Guerra Mondiale". Egli dichiarava anche che essa aveva avuto inizio l'11 settembre e faceva appello per un attacco preventivo contro l'Iraq - anche senza una "pistola fumante". Nel suo discorso, Woolsey affermava che il "generale sostegno di Saddam al terrorismo" era una giustificazione sufficiente. La posizione anti-Saddam di Woolsey non è una sorpresa, considerando che egli è un partner dello studio legale di Shea & Gardner. Shea & Gardner è registrato come un "Agente all'Estero" per il Congresso Nazionale Irakeno. Nel 1998, Woolsey difese sei combattenti della resistenza irakena affiliati all'INC che l'amministrazione Clinton stava cercando di far rientrare in Iraq. Woolsey alla fine negoziò un accordo che domiciliò cinque degli angenti irakeni nel Nebraska. Woolsey era così infuriato con l'amministrazione Clinton e la comunità di intelligence che lo aveva "disdegnato", da definire con amarezza l'America "un paese fascista". I fanatici punti di vista di Woolsey sull'Iraq continuano ad essere rappresentati prevalentemente attraverso il media Salon.com, su cui Woolsey ha connesso l'11 settembre all'attentato del 1993 al World Trade Center e ha insinuato che Ramsey Youssef fosse un agente irakeno (non un membro di Al Qaeda).

Rumsfeld "va pesante"

L'11 settembre 2001, appena cinque ore dopo che il volo American Airlines 77 era piombato sul Pentagono, il Segretario alla Difesa Rumsfeld chiedeva ai suoi collaboratori di presentarsi con dei piani per attaccare l'Iraq - anche se non c'era alcuna prova che collegava Saddam Hussein agli attacchi. L'11 settembre, secondo il corrispondente della CBS David Martin (9/5/02):

"Rumsfeld ordinò ai militari si iniziare a lavorare sui piani di attacco (contro l'Iraq). E alle 2:40 del pomeriggio, le note citano Rumsfeld dicendo che egli voleva "al più presto le migliori informazioni. Valutare nel contempo le possibilità di colpire S.H." - vale a dire Saddam Hussein - Non solo UBL" - iniziali che egli usava per identificare Osama bin Laden. "Andate pesante," le note citano le sue parole. "Spazzate via tutto. Le cose correlate o meno." Ora, circa un anni dopo, non c'è ancora nessuna prova che l'Iraq sia stato implicato negli attacchi dell'11 settembre. Ma se queste note sono precise, questo non ha importanza per Rumsfeld."

In un articolo dell'11 agosto 2002 sul New York Times, il sinistro Rumsfeld dichiarava cinicamente, "Sarebbe meraviglioso se l'Iraq fosse simile all'Afghanistan, se un pessimo regime venisse rovesciato, se la gente venisse liberata, potesse entrarvi del cibo, i confini potessero essere aperti, se cessasse la repressione, se le carceri fossero aperte. Intendo, non sarebbe favoloso?". Rumsfeld, sostenitore da tempo del Congresso Nazionale Irakeno, fu anche direttamente responsabile per l'armamento di Saddam Hussein nel corso della sua permanenza come inviato in Medio Oriente durante la presidenza Reagan. Il giornalista Jeremy Scahill, "Nel 1984, Donald Rumsfeld si trovava in una posizione tale da focalizzare l'attenzione mondiale sulla minaccia chimica di Saddam. Egli era a Baghdad quando le Nazioni Unite avevano concluso che armi chimiche erano state usate contro l'Iran. Egli era fornito di una recente comunicazione dal Dipartimento di Stato che parlava di prove concrete che l'Iraq stesse usando armi chimiche. Ma Rumsfeld non disse niente."

Note su altri personaggi

Oltre ad essere da tempo alleato dell'INC e di altri gruppi dell'opposizione irakena, Dick Cheney sfruttò la situazione post-guerra del Golfo come dirigente operativo della Halliburton. Secondo il Washington Post (2/20/00), Dresser-Rand e Ingersoll-Dresser Pump, controllate della Halliburton Corporation, svolsero un ruolo dominante nella ricostruzione dell'industria petrolifera irakena. Mentre gli Stati Uniti e i Britannici effettuavano raid aerei quasi ogni giorno contro installazioni militari nel nord e nel sud dell'Iraq, la Halliburton faceva affari con il governo di Saddam Hussein e lo aiutava a ricostruire la sua industria petrolifera colpita. Si ritiene che la Halliburton abbia guadagnato un miliardo di dollari supplementari dall'esportazione illegale di petrolio attraverso i canali del mercato nero. Come Cheney, John Deutch ebbe un doppio percorso in Iraq. Come Direttore della CIA, fu il supervisore di alcuni tentativi dell'Agenzia di colpo di stato e di assassinio di metà-fine anni 1990. Ma Deutch trasse profitto nel periodo post-Guerra del Golfo in quanto membro del consiglio di amministrazione della Schlumberger, la seconda maggiore compagnia USA di servizi petroliferi (oggi egli rimane nel consiglio).

La compagnia ottenne almeno tre contratti per fornire attrezzature per il carotaggio e software geologico all'Iraq attraverso una filiale francese, la Services Petroliers Schlumberger e tramite la Schlumberger Gulf Services di Bahrain. Deutch è in ottima posizione. Oltre ad essere Professore al MIT, un direttore di Citigroup, un membro del Council on Foreign Relations, della Trilateral Commission e del Bilderberger, egli siede nel consiglio di Raytheon. Nel 1999, la CIA sospese l'accesso alla sicurezza di Deutch dopo aver concluso che egli aveva gestito arbitrariamente dei segreti nazionali sul suo computer di casa. Wayne Downing è l'attuale Direttore del consiglio di Lotta al Terrorismo per la Difesa della Sicurezza Nazionale. Come riferisce il giornalista Seymour Hersh (New Yorker, 12/20/01), Downing gestì il commando delle Special Forces durante la Guerra del Golfo e fu coinvolto in un'operazione Delta Force che si valuta abbia ucciso 180 Irakeni, senza nessuna perdita per gli USA. Secondo Hersh, "A Downing questo piaceva."

Nel 1997-1998, Downing redasse un piano con il veterano della CIA Duane "Dewey" Clarridge per rovesciare Saddam Hussein utilizzando combattenti curdi e shi'iti. Clarridge è stato Capo Divisione alla CIA e capo delle operazioni CIA di sostegno ai Contras dal 1982-1984. Clarridge si incontrava regolarmente con Manuel Noriega, Jorge Morales e altri narco-trafficanti. Aveva aiutato Oliver North a creare la base aerea di Ilopango (El Salvador) come tappa delle operazioni CIA di rifornimenti ai Contras/traffico di cocaina. Uno dei principali protagonisti dell'Iran-Contra che fu accusato di spergiuro in sette contee dal Consigliere indipendente Lawrence Walsh. Egli forniva anche aiuto logistico inviando armi USA all'Iran. Nel suo famoso atto finale come presidente, George H.W. Bush graziò Clarridge, Elliott Abrams, Caspar Weinberger e Robert McFarlane - i quali avevano tutti svolto un ruolo attivo nelle recenti operazioni anti-Saddam.

Contrasti all'interno della lobby della guerra

"Mentre c'è intesa unanime con l'amministrazione Bush sul "cambio di regime" in Iraq, (ed un forte sostegno dal Congresso, compresi i Senatori Lieberman, Biden, McCain e Daschle), ci sono stati dei disaccordi tra i falchi su come esso andrebbe realizzato. La fazione militante di Perle-Wolfowitz si è scontrata con le elites favorevoli ad un approccio orientato ad un maggiore "consenso internazionale" (Powell, Kissinger, Scowcroft). Anche il Vice segretario di Stato e operativo coperto Richard Armitage, firmatario della lettera originaria anti-Irq del 1998 e di supporto all'Iraq Liberation Act, ha visto con sospetto alcuni dei piani Perle-Wolfowitz-Congresso Nazionale Irakeno.

Nell'imbarazzante agitarsi per dare una scadenza, ad un briefing del 10 luglio 2002 del Consiglio per le Politiche di Difesa, l'analista della RAND e protégé di Perle, Laurent Murawiec identificava l'Arabia Saudita come un nemico degli Stati Uniti. Molti ritengono che Perle abbia progettato questa mossa, la quale ha provocato agitazione sul piano mondiale e fatto arrabbiare altri membri del gabinetto Bush. Resta da vedere quale fazione di guerra prevarrà e che tipo di furia sarà scatenata.

(*) Noto in Italia per il suo lavoro di collegamento tra l'amministrazione Reagan e la Loggia P2 di Ligio Gelli. (nota di A.L.)


La sindrome di Cassandra

http://www.nexusitalia.com/settimana11310803.htm 

 

 

Un agosto rovente, sotto ogni punto di vista. Ma per cominciare da quello meteorologico, mi sto facendo l’idea che non si prospetti nulla di buono. Le scie chimiche imperversano, pur se l’attività adesso viene portata avanti in modo da risultare il meno possibile appariscente. Nondimeno, chi sa cosa osservare, come il sottoscritto, queste operazioni le nota. E allora vi dico cosa ne penso. Penso che se non in tutto, almeno in parte questa siccità sia determinata dalle sostanze disperse nell’atmosfera da questi aerei, anche se gli scopi non mi sono chiari. Il fatto che di questi tempi si faccia un gran parlare dell’acqua come risorsa del XXI secolo, che all’Aja sia stato approvato un documento il quale, a dispetto delle numerosissime richieste da ogni parte del mondo, ha evitato di definirla una risorsa inalienabile di ogni essere umano (di ogni essere vivente, aggiungerei...), che un incredibile numero di risorse idriche siano ormai in mano alle multinazionali, insomma questi e altri elementi mi suggeriscono che possa esserci un legame tra le risorse idriche e queste micidiali attività aeree. Guardiamo i fatti per quello che sono: non piove più. I rari acquazzoni fanno più danni che altro. Scordatevi quelle belle, malinconiche giornate uggiose, perché se questa attività proseguirà inarrestabile come sta facendo, l’unica acqua che pioverà dal cielo sarà sotto forma di brevi e violenti temporali (con grandine praticamente garantita) o peggio. E se questa siccità dovesse perdurare ancora a lungo, e l’acqua dovesse scarseggiare, potrebbero avere buon gioco quelle multinazionali biotech nel proporre coltivazioni geneticamente modificate per crescere, diciamo, con un terzo dell’acqua normalmente necessaria. Ricorderete che non più di qualche settimana fa l’amministrazione Bush era tornata alla carica per imporre all’Unione Europea l’apertura delle sue frontiere agli OGM made in USA. Be’, se ho ragione nell’affermare che almeno in parte la siccità sia un fenomeno indotto artificialmente, credo non sia azzardato ipotizzare che uno dei suoi scopi potrebbe essere proprio quello di imporre gli OGM con la forza...
Pensate che esageri? Considerate quanto segue: da qualche tempo la mia ipotesi è che attualmente il clima europeo venga influenzato dalle suddette “chemtrails” e, congiuntamente o meno, dal sistema di antenne dell’impianto HAARP in Alaska. Le scie chimiche potrebbero
annoverare tra i propri componenti anche i sali di bario, le cui particelle sembra abbiano la caratteristica di assorbire l’umidità presente nell’aria sino a sette volte il proprio peso. Guarda caso, ho più volte osservato dei maestosi cumulonembi trasformarsi in un’indescrivibile poltiglia nuvolosa in seguito al passaggio di questi aerei. Ipotizzo inoltre che le sostanze presenti in queste scie possano favorire la conducibilità elettrica dell’atmosfera, aumentando in tal modo l’efficienza del sistema HAARP. Ora, una persona di mia conoscenza, senza sapere nulla di quanto ho espresso sopra, mi ha scritto:
“Per quanto riguarda la natura dell'attuale periodo di siccità che colpisce l'Europa, L. ha verificato, dopo molte e lunghe osservazioni sulle mappe prese da satellite, che da molto tempo si formano dei cicloni sull'Alaska, con caratteristiche simili, che poi partono e si muovono verso l'Atlantico. Qui si fermano per quasi un giorno, spazzolando tutta l'umidità presente e poi si spostano verso nord, sui paesi Scandinavi, evitando l'Europa. Tutto ciò avviene con molta regolarità, con un ciclo di 3-4 giorni. Inoltre i cicloni che si formano in Alaska presentano tutti lo stesso valore di pressione e cioè attorno ai 998-1000 mbar. È molto probabile che questa sia una situazione anomala, la cui origine è ancora tutta da verificare.”
“Oltre alla regolarità dei cicloni che assorbono umidità e la portano nei paesi del nord, esiste una grossa coltre di DOR (energia orgonica statica) che staziona sull'Europa centrale e meridionale la quale crea un effetto barriera sui cicloni in arrivo dall'Atlantico, che vengono deviati verso nord. L'origine di questa coltre potrebbe essere di natura radioattiva.”
Be’, che ne pensate? Non trovate anche voi straordinarie corrispondenze tra queste informazioni e la mia tesi di fondo? Questa datata ma esauriente immagine satellitare del territorio tedesco può darvi un’idea di quello che succede sopra le teste degli europei ormai da parecchio tempo... per non parlare degli americani!

 

Nel resto del mondo le cose vanno sempre peggio: attentati un po’ dovunque, decine di morti, centinaia di feriti. Quello che ha fatto più sensazione è senz’altro il camion-bomba contro gli uffici dell’ONU a Baghdad, soprattutto per la tragica scomparsa dell’inviato di Kofi Annan, Sergio Vieira de Mello. Personalmente mi sembra abbia inquietanti analogie con quelli di Giacarta e di Bali, ad ogni modo rimango in attesa che emergano nuovi dettagli che possano chiarire le modalità, i mandanti e gli esecutori materiali di questa strage. Nel frattempo Bush se n’è venuto fuori con un’altra delle sue affermando giorni fa che altre truppe straniere si sarebbero unite a quelle statunitensi in Iraq e che l’occupazione stava diventando una battaglia contro “combattenti tipo al Qaeda”. Uh? Combattenti tipo al Qaeda?
Ben più preoccupante una recente dichiarazione di James Woolsey, ex direttore della CIA, il quale ha detto che “un cambiamento di regime è l’unica alternativa alla guerra in Corea” mentre sollecitava la Cina a prendere le misure necessarie allo scopo. Andiamo bene...
Ma torniamo a bomba (!) in Iraq, da dove giungono voci secondo le quali gli statunitensi avrebbero adoperato una terribile super-arma, montata su un carro armato, nel corso di un combattimento tra le strade di Baghdad. Un testimone, l’esperto soldato iracheno Majid al-Ghazali intervistato dal documentarista Patrick Dillon, l’ha descritta come simile ad un lanciafiamme, ma immensamente più potente, e che più che semplici fiamme sembrava sparare “fulmini concentrati”. In base ai suoi anni di esperienza come ingegnere professionista, egli ha ipotizzato che possa emettere un qualche tipo di radiazione.

Il giorno del fatto, era barricato in casa con la famiglia quando si scatenò un combattimento urbano proprio nelle vicinanze. Nel bel mezzo della battaglia, notò che gli americani avevano fatto arrivare un carro armato configurato in modo insolito. Con suo sbigottimento, vide il carro emettere un accecante flusso di ciò che sembravano fiamme e fulmini, il quale avvolse un grosso autobus e tre automobili. In pochi secondi l’autobus si era semi-fuso, riducendosi a una poltiglia delle dimensioni di un maggiolino Volkswagen. La cosa più raccapricciante però erano i numerosi corpi umani ridotti alle dimensioni di neonati. Secondo la sua testimonianza, ad opera di quell’arma sarebbero stati arrostiti vivi tra 500 e 600 militari e civili.
Dillon ha potuto verificare di persona la veridicità del racconto di al-Ghazali recandosi sul luogo e trovando poche ma evidenti tracce di quanto era accaduto. Oltretutto, il testimone non è certo una persona qualunque: oltre che ingegnere, è anche un valente violinista che occupava la prima sedia nell’orchestra sinfonica di Baghdad.
A questo punto, mi viene in mente qualcosa che ho letto su http:///www.progettomeg.it/art31.htm e che vi suggerisco di andarvi a vedere...
Adesso, però, basta così! Non possiamo stare sempre qui a parlare di orrori e di tragedie: pensiamo anche ai nostri figli, poverini. Loro non meritano di essere turbati dalle tristi vicende planetarie. Hanno tutto il diritto di ridere e giocare spensierati. A questo proposito, ho trovato il giocattolo adatto per loro, costa solo 39,99 dollari e si può ordinare in rete. Sono certo, data la popolarità del personaggio rappresentato, che avrà un successo di vendite straordinario...

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