FISICA/MENTE

 

 

Gingrich, il proconsole post Saddam

http://www.clarence.com/contents/societa/wwwar/archives/001287.html 

 

di Giuseppe Genna

Abituato sin dall'infanzia alle improbabili logiche di potere con cui la Marvel condizionava i miei lobi cerebrali, non sono riuscito a manifestare il soprassalto che merita la notizia: Newt Gingrich, il conservatore più razzista e reazionario degli Stati Uniti, sarebbe nel novero dei candidati alla carica di pro-console in Iraq, all'indomani della caduta di Saddam. Da tempo converto in rabbia e cinismo ogni conato di sorpresa mi causano le decisioni politiche e geopolitiche assunte dall'Amministrazione Bush. Dopo l'imposizione della nomina a Presidente da parte della Corte Suprema, Bush ha infilato una perla sopra l'altra, per comporre una collana a cappio intorno al collo di chi, come me, parteggia per l'unica soluzione esistenziale possibile: la pace, lo sviluppo sostenibile, la presa di posizione nei confronti dei vessati nel pianeta. Dopo le perle, Bush & i suoi Texani hanno deciso di appesantire il cappio con un gingillo che pesa come una pietra: il proconsole Gingrich.
Nemmeno le più torbide profezie emesse dai geni della fantascienza prevedevano, in pieno 2003, un avvento così esiziale di un mélange tra Asterix e le truppe Mormone. Perché questo sottintende la scelta eventuale di un Gingrich a capo del protettorato iraqeno: entrare in un brutto fumetto, in una specie di Blade Runner contemporaneo, grottesco non meno che tragico.
L'allucinazione imposta da questa notizia, che vale un pessimo viaggio in LSD, la dobbiamo alle menti acute di The Nation, la pubblicazione statunitense più accorta nel denunciare le malefatte della junta texana di Bush. Matt Bevens, nel suo lettissimo L'oltraggio del giorno, riporta due fonti autorevoli: Donald Rumsfeld e Steve Forbes. L'uno sta a capo del Pentagono e in questi minuti se la sta passando male a causa degli insulti generali. Insulti generali di chi? Dei generali. Un partecipante al consiglio di guerra, rimanendo anonimo, ha fatto uscire sulla stampa americana una rivelazione significativa: il Falco Idiota ha tacitato i militari e imposto una strategia di guerra leggera che rischia ora di impantanare Washington nel deserto attorno Baghdad. Steve Forbes è invece uno dei tesorieri dell'ala conservatrice - quella che ha voluto, promosso e scatenato il conflitto in Iraq. E' una specie di Diego Della Valle con molti più soldi di Diego Della Valle, e che nutre in cuor suo malizie e ambizioni non dissimili da quelle custodite nei ventricoli della Iena che ci governa.
Secondo Bevens di The Nation, basta riprendere le dichiarazioni di Rumsfeld a USA Today e quelle di Forbes sul suo sito (non lo linko perché si entra solo a pagamento), Gingrich avrebbe più di una chance di governare l'Iraq post-bellico. Governare è un verbo che non rende l'idea: la carica di cui si parla, in ambienti neoconservative, è "pro-console": se i nomi sottintendono la realtà, diventa chiaro a chiunque quanto l'America si autopercepisca in una prospettiva imperiale. Il bombardamento onomastico di questi giorni, del resto, sconta già la responsabilità di avere disseppellito dall'oblio un termine di epoca coloniale qual è "protettorato". Poiché non c'è limite al peggio, i reazionari sono arretrati un po' di più, disseppellendo Augusto e Vespasiano.
Quanto a Newt Gingrich, una delle fisionomie più shakesperiane degli ultimi trent'anni di politica Usa, ecco di chi si tratta. Enorme coglione adottato da un militare, che l'ha educato al peggio del codinismo americano, ha speso la sua giovinezza in ambienti dell'esercito, si è pluricandidato vanamente a governatore della Georgia, fino a strappare un'elezione al Congresso. Da lì, si è messo in testa di diventare Presidente: vanamente, come nel caso georgiano di cui sopra. Non pago, ha elaborato un "Contratto con l'America" di sapore a dir poco littorio. Si sa come vanno le cose: in cambio di questa boutade pseudopatriottica, l'orrido ciccione è stato eletto al trono di speaker del Congresso. Sembrava lanciatissimo alla candidatura presidenziale per i repubblicani: Clinton però gli ha procurato una clamorosa emorroide, con un fist fucking a base di argomentazioni trash che segna un irresistibile passo in avanti nella storia della democrazia a partecipazione indiretta. Ma la stella di Newt non si è mai offuscata. Poiché le mani erano già sporche di fango, tanto valeva immergerle nel sangue: così è diventato uno dei più stretti consiglieri di Donald Rumsfeld.
Speriamo che l'Oltraggio del giorno che Matt Bivens ha pubblicato su The Nation resti l'oltraggio di un giorno e non quello di un'epoca...

 

Il contratto con l'America e i 100 giorni

http://www.scaruffi.com/feltri/us9.html 

 

"Contract with America" e' il manifesto dei repubblicani durante le elezioni parlamentari del novembre 1993. I repubblicani promettono che, se eletti, porteranno a compimento in soli cento giorni una serie impressionante di riforme.

I dieci comandamenti del "contratto" sono in realta' altrettante formule demagogiche che non introducono nulla di veramente nuovo nel programma di Washington, ma vanno incontro alle principali apprensioni del cittadino medio, come il boom degli omicidi , l'immigrazione e il debito pubblico . Tentano insomma di rimediare alla crisi dei partiti con dichiarazioni velleitarie.

Il trucco pero' funziona: gli elettori votano massicciamente a favore dei repubblicani che per la prima volta da decenni si trovano cosi' a dominare sia il Senato sia il Congresso. Facendo leva sulle nuove paure dell'americano nel mondo post-comunista, i repubblicani ottengono la sua fiducia.

Quando il pubblico si rende conto che, per pareggiare il bilancio senza penalizzare i ricchi, il "contratto" obbliga praticamente a tagliare i fondi per gli anziani e i pranzi degli scolari, e' troppo tardi. Cento giorni dopo l'America e' spaventata a morte (l'indice di consenso per il Partito Repubblicano crolla ai minimi storici) e gli unici ad aver certamente beneficiato di quei fatidici "cento giorni" sono le "lobby" che da sempre tentano di influenzare le decisioni di Washington a favore dei grandi capitalisti.

Per prima cosa sono state abbandonate del tutto le due riforme che nei sondaggi erano in testa ai desideri degli americani: l'assicurazione medica universale (su modello europeo o meno) e il controllo delle armi da fuoco, il "gun control" . In tal modo vengono placate due delle lobby piu' potenti, quella dei medici e quella degli armaioli, arrocata attorno all'N.R.A. .

Il gruppo che si e' dato maggiormente da fare per far passare il "Contract With America" e' il cosiddetto "Thursday Group", che si riunisce ogni giovedi' al Capitolo. Il gruppo rappresenta in realta' l'interesse di tutte le principali lobby della Nazione, dall'associazione degli imprenditori edili (che vogliono ridurre le tasse sulla proprieta') a quella delle societa' di legname (che vogliono eliminare o limitare le leggi per la protezione dell'ambiente). Alcune delle disposizioni del contratto vengono letteralmente subappaltate ai gruppi d'interesse: i politici non fanno altro che ratificarle.

Il vero eroe del "contratto" e' Newt Gingrich, il repubblicano che e' stato nominato presidente della Camera e che impersona l'entusiasmo brutale di questa generazione di conservatori. E' stato lui a dare l'assalto al fortino democratico del Congresso, a trascinare il GOP ("Grand Ole Party", come viene chiamato il Partito Repubblicano) a un trionfo storico, ed e' stato infine lui a ispirare i contenuti del "contratto", che infatti si ritrovano pari pari nei suoi libri, "Window of opportunity" e "To renew America": ridurre le tasse, ridurre le spese, aiutare l'iniziativa privata, spendere in armamenti.

Con uno stile schematico mutuato dalla Bibbia, un'anedottica imbevuta di film di Hollywood e una profondita' degna dei cartoni animati di Walt Disney, Gingrich avanza come un carro armato fra i campi dei "liberal", abbattendo la protezione dell'ambiente, i sussidi per i poveri, i diritti delle minoranze, e cosi' via. E' lui, piu' di chiunque altro, a raccogliere l'eredita' di Ronald Reagan.


da la voce info 10-07-2003 

Il contratto da rinnovare:

la prossima finanziaria

http://www.mail-archive.com/economia@peacelink.it/msg00543.html

 

Tito Boeri

Il 27 settembre 1994, trecento candidati repubblicani al Congresso degli Stati Uniti, sottoscrissero un celebre "Contract with America" in cui si impegnavano a passare otto grandi riforme nell'arco di una legislatura di soli due anni. In caso contrario, autorizzavano gli elettori a "buttarli fuori dal Congresso" (letteralmente "throw us out") anzitempo. Il "Contratto con gli italiani" sottoscritto davanti ai teleschermi dal solo Silvio Berlusconi prima delle elezioni del 13 maggio e "reso valido e operativo" da quel voto, è molto meno impegnativo. Sono solo cinque le promesse fatte, da rispettare nell'arco di ben cinque anni. Nessun invito agli elettori a cacciare via il premier inadempiente prima della fine del mandato. Anzi un'astuzia: bastano anche solo "quattro su cinque traguardi" a permettere al sottoscrittore di "ripresentare la sua candidatura alle successive elezioni politiche". Newt Gingrich, l'ispiratore del "Contract with America", il vero inventore di questi finti contratti - finti perché non sanzionabili - fu, di lì a poco, accusato di conflitto di interessi e bombardato di critiche all'interno del suo stesso partito. L'ambizioso programma dei Repubblicani non venne portato a termine, ma non furono cacciati a forza dal Congresso. Né si dimisero per coerenza con se stessi. Il precedente non è rassicurante, ma il presidente del Consiglio ha ancora tre anni di tempo per avvicinarsi ai traguardi del "contratto". Vediamoli, al di là del loro merito, uno per uno e misuriamo la distanza che da questi ci separa. Lavoro Silvio Berlusconi si è impegnato a "dimezzare il tasso di disoccupazione, con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di posti di lavoro". Questo è il traguardo cui il Governo si è avvicinato di più, ma senza colpo ferire, sulla scia di riforme (come il Pacchetto Treu) varate nella scorsa legislatura. L'unica misura attuata sin qui è stata il recepimento, nel giugno 2001, della direttiva comunitaria sui contratti a tempo determinato. Paradossalmente, sono proprio questi contratti ad avere perso importanza negli ultimi due anni. Nei quali il tasso di disoccupazione è calato dal 9,6 all'8,9 per cento e sono stati creati circa 650mila nuovi posti di lavoro. Importante sottolineare che, dei cinque, è l'unico traguardo non-politico, vale a dire che può essere realizzato anche a prescindere dall'azione di Governo. Forse con maggiore rigore, ma meno astuzia, Newt Gingrich aveva fissato i propri obiettivi solo in termini di riforme da varare dai rappresentanti al Congresso. Pensioni Da candidato premier, Berlusconi si è impegnato a "innalzare le pensioni minime ad almeno un milione di lire al mese". Basta visitare il sito dell' Inps per scoprire che a fine 2002 c'erano ben otto milioni di pensioni (escludendo le pensioni e gli assegni sociali) inferiori a 500 euro al mese. Per portarle tutte al milione di vecchie lire ci vorrebbero 17 miliardi di euro, circa un punto e mezzo del Pil. Ma forse Berlusconi si riferiva, anziché alle pensioni, ai redditi dei pensionati (come è noto, si può ricevere più di una pensione). Bene, anche in questo caso - secondo i dati Istat - quasi due milioni di persone (per l'esattezza 1 milione e ottocentomila) mancavano all'appello a fine 2002. Non c'è da stupirsi perché gli aumenti sono stati concessi, nel gennaio 2002, solo agli ultra-settantenni con redditi di coppia inferiori ai 6.800 euro. Supponendo che l'integrazione sia anche solo di 100 euro al mese per pensionato, per raggiungere il traguardo ci vorrebbero altri 2 miliardi e mezzo di euro. Riforma fiscale Il contratto prevede "l'abbattimento della pressione fiscale" con l' esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire (pari a circa 11 mila euro) e l'articolazione delle aliquote su due livelli: 23 per cento fino a 200 milioni di lire (100 mila euro) e 33 per cento al di sopra di questa soglia. Si prevede, inoltre, la soppressione della tassa di successione e di quella sulle donazioni. Quest'ultimo obiettivo è stato immediatamente realizzato. Quanto al primo, la mini-riforma fiscale contenuta nella Finanziaria 2003, non ha in nessun caso raggiunto l'obiettivo: l'esenzione concessa, differenziata per categorie di contribuenti, è compresa fra i 3 mila e i 7500 euro. Inoltre, solo i redditi fino a circa 15 mila euro sono soggetti all'aliquota del 23 per cento. Per tutti gli altri, le aliquote vanno dal 29 al 45 per cento. Tenendo ferme le originarie stime del ministero dell'Economia sul costo complessivo della riforma (21-23 miliardi di euro), il suo completamento dovrebbe costare ancora tra i 15 e i 17 miliardi di euro circa (si veda Giannini e Guerra). Infrastrutture Il contratto prevede "l'apertura dei cantieri per almeno il 40 per cento degli investimenti previsti dal Piano decennale per le grandi opere". Si tratta di circa 35 miliardi di euro, vale a dire quasi tre punti di Pil e c'è chi sostiene che alcune stime di costo siano inverosimilmente basse. Una parte di queste opere (per quasi 13 miliardi di euro) potrebbe rientrare nel piano di investimenti europei predisposto dalla Presidenza italiana della Ue (si veda Giavazzi, 19-06-2003). Ma non è affatto detto che riesca a decollare prima del 2006, soprattutto se sarà coinvolta - anche per eludere il Patto di stabilità e crescita - la Banca europea degli investimenti, meno soggetta al richiamo del ciclo elettorale. Anche se il contratto parla di "apertura di cantieri", è, inoltre, legittimo pensare che gli elettori apprezzeranno di più il completamento di qualche opera piuttosto che la formale apertura di lavori che, nella migliore tradizione italiana, potrebbero andare avanti all'infinito (si veda Massimo Riserbo). Criminalità Berlusconi si è impegnato a introdurre "l'istituto del poliziotto o carabiniere o vigile di quartiere nelle città" e a ottenere "una forte riduzione del numero di reati". Nella stragrande maggioranza delle città questo istituto, per la verità sperimentato senza grande successo negli Stati Uniti, non esiste ancora. I dati sui delitti per cui è iniziata un'azi one penale vanno presi con le pinze dato il gran numero di reati che non vengono denunciati (comprensibile perché non si trova il colpevole in quattro casi su cinque). Ci dicono, tuttavia, che c'è stato un incremento nel numero di reati nel primo anno del Governo Berlusconi (si veda Galeotti). Anche alla luce di queste statistiche, sono forti le pressioni nella maggioranza per investire di più in sicurezza: il responsabile di AN per la sicurezza (Filippo Ascierto), sul Sole24ore del 5 luglio, ha chiesto risorse "tra i 2 e 3 miliardi di euro, da destinare a uomini, mezzi e infrastrutture". Mentre importanti aumenti salariali sono già stati concessi alla Polizia di Stato. Un contratto molto costoso Insomma, c'è molta strada da percorrere per onorare gli impresi presi. Anche prescindendo dalla spesa per infrastrutture (che si cercherà di portare fuori bilancio) ci vorranno permanenti riduzioni di entrata o aggravi di spesa per circa due punti del Pil. Senza contare che nel frattempo si sono aggiunte altre promesse "costose", alcune delle quali, come l'abolizione dell'Irap (30 miliardi di euro), contenute in un testo di legge. Al Governo nessuno sembra più farsi illusioni sul fatto che la riduzione della pressione fiscale si possa "pagare da sé" con maggiore crescita. Dunque bisognerà tagliare qualche capitolo di spesa. Una riforma previdenziale non può "fare cassa" nell'immediato: anche una forte accelerazione della transizione al "metodo contributivo" introdotto dalla riforma Dini inizialmente porterebbe a risparmi di poco più di 2 miliardi di euro all' anno. Non potendo incidere sulla spesa per interessi, le risorse dovrebbero allora essere reperite riducendo la spesa per consumi pubblici, leggi soprattutto stipendi degli impiegati pubblici. Si tratta di scelte delicate per un Governo che sin qui ha sottoscritto contratti molto generosi per il pubblico impiego e che ha di fronte rinnovi importanti (come sanità ed enti locali). Un "Dpef pesante" Morale della favola: per avvicinarsi ai traguardi presi davanti ai teleschermi, il nostro presidente del Consiglio ha probabilmente bisogno di un nuovo contratto, che specifichi, questa volta, quali spese si intende tagliare. E che andrà sottoscritto con gli alleati di Governo vincolandoli a scelte politicamente difficili. Non ci sarà bisogno di scomodare Bruno Vespa e chiedergli di trovare un tavolo di ciliegio più grande per la firma collegiale del contratto. Il Documento di programmazione economica e finanziaria 2004-8 dovrà comunque tracciare il programma di Governo da qui alla fine della legislatura. Meglio che non sia reticente sul come e dove tagliare. Dovrà essere un "Dpef pesante", non leggero come proposto in questi giorni da alcuni membri della coalizione. E se non c'è accordo su quali spese tagliare, meglio stabilire subito a quali parti del programma si intende rinunciare. 

Data: 11-07-2003 21:48:00 


http://www.misteriditalia.com/terrorismo-internazionale/usa-nemicointerno/formazioni-destra/

download/OK%20-%20WACO%20A%20OKLAOMA%20(down).pdf

 

DA WACO AD OKLAHOMA:VIAGGIO ALL’INFERNO

Di Ugo Maria Tasinari

Viaggio nella destra estrema americana:

dai fondamentalisti cristiani ai network ultrareazionari;

dalle milize paramilitari fasciste agli eredi del Ku Klux Klan;

dai suprematisti bianchi ai Freemen;

dai Figli della Gestapo fino al movimento più recente: Alleanza

nazionale.

Se la feroce macchineria del Nuovo ordine mondiale produce in misura crescente miseria nella periferia e dolore e male di vivere nel centro, la riproduzione allargata di tendenze violente e autodistruttive non può essere ridotta a una vocazione apocalittica del Sistema, come dimostra l’offensiva terroristica dell’estrema destra americana, nel cuore stesso dell’Impero.

I FONDAMENTALISTI CRISTIANI

Nel rogo di Waco (il bilancio complessivo è di ottancinque morti, di cui ventidue bambini) si è consumato il delirio paranoico di un leader carismatico, fallito come musicista rock, che aveva imposto formidabili vincoli di dipendenza personale e sessuale a decine di aderenti a una setta davidica, la cui vocazione apocalittica traeva ispirazione dal fondamentalismo cristiano.

Consistenti frange della nuova destra americana, fino ai settori più radicali che flirtano con l’aperto sovversivismo armato delle milizie locali e delle bande neonaziste, sostengono - con qualche ragione - che il rogo di Waco è il prodotto di un’azione criminale dei corpi speciali.

La Davidian Branch è una delle frazioni nella quale si è diviso un gruppo scismatico degli Avventisti del Settimo Giorno, che paradossalmente aveva rotto nel 1942 con la denominazione maggioritaria sulla base di un radicale pacifismo. La persecuzione contro i fedeli di Koresh è scatenata da uno dei militanti più stimati - nonostante una condanna penale per furto - del movimento anti-sette, Rick Ross. La sua denuncia di abusi sessuali sui bambini nel ranch di Waco non trova riscontro nelle ispezioni dei servizi sociali della contea. Glidanno maggior credito i "federali" dell’ATF. Per contestare una semplice contravvenzione (la trasformazione di alcune armi semiautomatiche in automatiche) la mattina del 28 febbraio 1993, un commando di "teste di cuoio" parte all’attacco del ranch di Monte Carmelo con blindati ed elicotteri. I davidiani - che per fatti loro già aspettano l’Apocalisse - interpretano l’attacco come l’annuncio dello scontro finale tra le Forze del bene (loro) e le Armate di Satana (i "federali") e rispondono sparando. Il conflitto a fuoco si conclude con la morte di quattro agenti e sei seguaci di Koresh. Il lungo assedio e l’assalto finale, con relativo rogo, sono l’inevitabile conseguenza di quel blitz dissennato e illegale.

Della natura politica del conflitto c’è evidente traccia nella sentenza di primo grado: la giuria assolve gli undici sopravvissuti imputati di omicidio e associazione a delinquere (erano dodici, ma una ha accettato di collaborare con l’accusa: nella tragedia di una setta di fondamentalisti cristiani non poteva mancare un Giuda) perché il rogo era scoppiato accidentalmente durante l’assalto dell’FBI e la sparatoria contro l’ATF era una legittima difesa contro un attacco presumibilmente illegittimo.

Il giudice, amico personale del direttore dell’FBI, che testimoniando in suo favore lo aveva scagionato da un’accusa di spergiuro, rovescia - caso rarissimo in America - la sentenza della giuria, che aveva condannato sette imputati soltanto per detenzione di armi: cinque hanno quarant’anni di carcere per associazione a delinquere e altri tre (uno innocente per la giuria) pene variabili da cinque a venti anni. Quello di Silvia Baraldini - quarantatré anni di carcere per concorso in rapina ed evasione, senza spargimento di sangue - non è un caso limite.

Al di là delle intenzioni esplicite del marine Tom McVeigh, giustiziato per la strage di Oklahoma city - che si è recato in pellegrinaggio a Waco - è evidente che nell’immaginario collettivo dei Patriots e dei network ultrareazionari delle radio e delle tv locali i davidiani sono diventati il simbolo della violenza criminale delle agenzie del controllo sociale, al di là di alcune pratiche di vita comunitaria - come la poligamia e la promiscuità sessuale - assai disdicevoli per gli ultrapuritani seguaci della Coalizione cristiana (anche se le ripetute denuncie di perversione sessuale dimostrano che il leader della nuova destra, Newt Gingrich predica bene e razzola male).

LA NUOVA DESTRA AMERICANA SUI SITI INTERNET

Il 19 aprile è una data ricca di valore simbolico per l’estrema destra armata: si festeggia il National Militia Day, commemorando la battaglia di Lexington nella Guerra di Indipendenza e si onora la memoria di un "camerata", condannato a morte per aver ucciso un negoziante ebreo. La realtà della nuova destra armata americana è assai complessa: la componente dichiaratamente fascista è minoritaria. Nel movimento delle milizie e dei separatisti antifederali, infatti, gli elementi di una tradizione libertaria e populista sono prevalenti: secondo i calcoli dell’Anti-Defamation League, organizzazione di controinformazione della comunità ebraica, dei ventimila miliziani armati, solo cinquemila sono politicamente orientati in senso nazionalsocialista o "white supremacist"". Un sostrato comune affiora dall’analisi delle mentalità: «Un forte pregiudizio antiebreo, una nevrotica ossessione del complotto, un odio,

evidentemente incontenibile per il governo federale, colpevole di imporre diritti e rispetto per

tutti e di voler limitare la circolazione delle armi1.

L’impianto ideologico dei "suprematisti bianchi" vede fondersi tradizioni americane e elementi caratteristici dei fascismi europei, una insolita miscela di nostalgia del passato e di capacità di cavalcare la tigre della modernità lungo gli infiniti sentieri di Internet. In un luogo dell’autostrada informatica denominato Patriot, dopo la strage di Oklahoma City, era possibile leggere lunghi articoli di denuncia del complotto sionista per distruggere le libertà individuali, in primo luogo quella di girare armati. «Vuoi sapere che pensiamo di Oklahoma City? - scrive un cybermiliziano - I patrioti che hanno messo la bomba hanno sbagliato, ma la nostra battaglia è giusta. Il governo 

1 Furio Colombo Contro neri ed ebrei in nome degli " ariani" , La Repubblica, 23 aprile 1995.  

americano tradisce la Costituzione e complotta contro la libertà dell’individuo. Vogliono toglierci le armi per poi ammazzarci come a Waco»2. Anche Newt Gingrich, pur essendo un conservatore integralista, teorizza il ruolo del cyberspazio come arena del dibattito politico collettivo. Altri, invece, usano i suoi infiniti sentieri per diffondere fogli d’ordine e istruzioni per l’uso. Il primo a produrre una pagina nazionalista bianca è Don Black, un quarantaduenne della Florida, già Gran Dragone del Ku Klux Klan, che per imprecisati motivi ha abbandonato il cappuccio bianco. Nonostante abbia scontato due anni in un penitenziario federale, per aver partecipato a un tentativo di golpe nella Repubblica Domenicana, con l’orgoglio dei precursori ha messo in Strmfront la sua fotografia. Sullo schermo compaiono croci celtiche e cavalieri incappucciati, svastiche, teschi e aquile. «Orgoglio bianco in tutto il mondo», recita il benvenuto di Stormfront ai cybernauti. Il piano di studi proposto dal maestro Black è adeguato all’accoglienza. La prima lezione è una frase di un personaggio noto (uno diverso ogni settimana) e in genere estrapolata dal contesto. Un assaggio: "Gli uomini in genere si preoccupano più della razza dei cani o dei cavalli che di quella dei loro figli". Il programma prevede anche sociologia, con una testimonianza importante: "Il risveglio razziale indiano" di David Duke, cioè il diario in cui il candidato senatore del KKK esalta la divisione in caste»3. E poi si insegnano anche i fondamenti di paleoantropologia: i rectus, i negri dall’uomo di Neanderthal. Più militante - ma altrettanto paranoide - è il sito degli Charlemagne hammer skinhead, così chiamati in onore della divisione francese di Waffen SS che si fece sterminare per non arrendersi (furono i suoi soldati a introdurre il simbolo della croce celtica nell’iconografia nazifascista. Dalle loro pagine si scopre che il fondatore della cult band Skrewdriver, forse il maggiore gruppo skin, è stato ucciso dai servizi segreti inglesi «mentre il governo non si preoccupa che bande di negracci, cantando canzoni del Black Power, stimolino i confratelli ad attaccare i bianchi»4. Tristemente noti tra i cybernauti i Californian Lord of Caucasus, che, violando il galateo della rete, hanno invaso una piazza virtuale destinata ai messaggi sulla solitudine con messaggi sulla lotta tra le razze e le immagini consuete di cavalieri incappucciati e croci fiammeggianti. In rete non circolano soltanto materiali ideologici o propagandistici. Una settimana prima della strage di Oklahoma City un ragazzino del Missouri si ferisce fabbricando un ordigno al napalm. Ai poliziotti che lo interrogano spiega: «Ho trovato le istruzioni su Internet». È così: in un’area definita "tecnologica" in un sito denominato "terrorismo" è possibile consultare liberamente documenti che insegnano a costruire ordigni di vario genere, da quelli atomici ai gas letali, ma anche come procurarsi materiali esplodenti regolarmente in commercio. Il 25 maggio 1995 è immesso in rete un progetto completo, un attentato mediante autobomba contro il vertice dei Sette Grandi ad Halifax.

 2 Arturo Zampaglione Tra i miliziani d’America il terrorismo corre sul filo, La Repubblica, 27 aprile 1995. 

3 Giampaolo Cadalanu Hitler è vivo e lotta nella rete, L’ESPRESSO, 10 maggio 1996 

4 Ibidem. 

Nel febbraio ’96, proprio mentre il presidente Clinton annunciava nel suo discorso sullo Stato dell’Unione un progetto di democratizzazione telematica - un computer collegato all’autostrada informatica in ogni classe scolastica entro il 2000 - tre studenti della Pine Grove Junior High School di Minoa sono arrestati e affidati in custodia alle famiglie per aver progettato un attentato contro la scuola che frequentano con una bomba "fatta in casa" con fertilizzanti. A istruirli sulla fabbricazione di ordigni esplosivi uno dei tanti siti "terroristici" di Internet. Il progetto era in uno stato abbastanza avanzato: il terzetto aveva già "provato" l’ordigno, facendolo esplodere in campagna. Un’altra banda di teen-agers aveva messo a punto un ancora più ambizioso progetto terroristico: travestiti da Topolino fare strage di neri a Disney World, in Florida. Dopo aver terrorizzato i pensionati di Fort Myers, un tranquillo centro di villeggiatura dello Stato, i "signori del caos", ispirandosi a un prodotto di sintesi tra il satanismo acido alla Charlie Manson e l’anarco-fascismo dei freeman, volevano compiere il salto di qualità. Avevano cominciato sequestrando auto, bruciando scuole, rapinando negozi. Li hanno scoperti dopo l’omicidio del direttore di orchestra della Riverdale high school, da loro frequentata e la polizia ha portato alla luce il loro spettacolare e megalomane progetto. Nell’ aprile ’96 l’insegnante li aveva scoperti mentre trasportavano latte di benzina per un attentato e aveva minacciato di denunciarli. Uno dei componenti della banda, Derek Shields, diciotto anni, si era recato a casa del professore e lo aveva ucciso sparandogli al volto sull’uscio. Cosa c’è d’aspettarsi, del resto, da un banda il cui capo, tale Kevin Foster, figlio di un armiere, si fa chiamare Dio? I "signori del caos" pensavano infatti di sostituire i personaggi di Walt Disney - da Pluto a Pippo - che si aggirano per stringere le mani ai bambini lungo i viali di Magic Kingdom, il regno dei personaggi fantastici creati dal "mago dei cartoon". Così travestiti, Foster e i suoi intendevano aprire il fuoco - la polizia ha sequestrato una trentina di armi automatiche - e uccidere i bambini neri che gremiscono il più famoso e affollato dei tre parchi di Disneyland. Una gang "bianca", composta da giovani middle class, cementata dal razzismo e dalle nostalgie "sudiste": l’iconografia della banda richiama infatti l’esercito confederale, mito fondatore di tante bande e milizie "suprematiste bianche".

IL DECLINO DEL KU KLUX KLAN

Apertamente fascista, invece, la Georgia Republic Militia, sospettata di un piano per sabotare le Olimpiadi di Atlanta. I due capi arrestati alla fine di aprile del ‘96, Robert Starr e William Mc Craine, quarantenni, si sono difesi sostenendo che quella dozzina di bombe sequestrate erano soltanto un "accumulo strategico", in vista della futura prossima guerra civile. Una dozzina di miliziani sono riusciti a sfuggire al blitz maldestro della FBI, in un casolare di campagna a pochi chilometri dalla capitale della Georgia. Una piccola milizia radicale, ma organicamente inserita nel più composito circuito delle Milizie cristiane. Più ambiziosi i progetti della Milizia della Vipera, una banda armata dell’Arizona infiltrata dall’Fbi e smantellata quando si accingeva a compiere una campagna di attentati antifederali. Li aveva denunciati per primo un cacciatore, nell’inverno ‘95-’96: gli avevano impedito di addentrarsi nel deserto e nello stesso periodo avevano anche costretto a sloggiare un campo di boy scout. Le tracce nella zona di crateri, prodotti da esplosioni di ordigni a base di nitrato di ammonio (ne sono stati poi sequestrati duecento chili), confermava il sospetto che il modello fosse la strage di Oklahoma City. E così i federali hanno ripreso le Vipere mentre compivano sopralluoghi alle sedi locali dell’Fbi, dell’Ufficio federale delle Imposte e del Servizio Immigrazione di Phoenix: in un video un miliziano indica al suo accompagnatore la colonna a cui applicare l’ordigno per produrre il massimo danno. Certo, con un meccanismo già studiato dai sociologi dell’estremismo politico, Oklahoma City ha prodotto un movimento a forbice: riducendo l’area generica del sostegno alla destra radicale, ma moltiplicando le adesioni individuali ai gruppi paramilitari. In questo senso andrebbe interpretato il calo di adesioni del Ku Klux Klan negli ultimi due anni: i militanti più intransigenti sarebbero andati ad arricchire i ranghi delle milizie paramilitari. Sul piano storico è facile notare come nella nuova opposizione populista delle milizie si incarni lo scontro secolare tra l’America "sudista" e "della frontiera" contro quella nordista. L’America vincitrice della guerra civile è quella che impone il predominio della Federal Reserve sull’economia nazionale, assorbe e integra la nutrita comunità ebraica, favorisce l’immigrazione massiccia e la società multirazziale. L’America "sudista", sconfitta ma non cancellata, è invece agricola, "bianca", anticentralista, favorevole al potere dei singoli stati, contraria allo strapotere delle banche. L’ America della frontiera è invece individualista, esalta lo spirito del pioniere, che conquista e difende la terra con le armi, ama la libertà e odia la burocrazia federale. L’organizzazione storica dei razzisti del Sud, il Ku Klux Klan, fondato nel 1866 nel Tennessee da un generale sudista, e rifondato nel 1915 da un pastore metodista ad Atlanta, è ben lontano dai fasti degli anni Venti, quando raggiunse i cinque milioni di membri. Il Klan era nato per prendersi gioco delle superstizioni degli strati più bassi delle popolazioni nere poi si gonfia dei rancori della sconfitta nella guerra civile, della paura della revanche

nera e delle tensioni nativiste contro tutto quello che non è WASP (bianco, anglosassone, protestante). L’anticattolicesimo anticipa l’antiebraismo, importante solo negli anni Dieci. L’elemento religioso cristiano si accompagna all’uso delle armi. Oggi ha avuto nuova vitalità dall’odio per gli immigrati clandestini hispanos. È forte il richiamo al ruolo messianico della razza bianca e l’anglo-israelismo antisemita si fonde con la concezione di una razza come messia collettivo proprio del movimento ariosofico (che combinava occultismo, razzismo e nazionalismo pangermanico) e del cristianesimo germanico di fine ’800. Oggi i militanti sono cinquemila, ma l’organizzazione è ancora pericolosa sia per i rapporti con il network neonazista internazionale sia per i legami solidi con la massoneria "nera" americana, che ha funzionato come referente anche dei settori "deviati" italiani. A Charlotte, nel cuore dell’America di colore, hanno aperto un museo del movimento degli incappucciati, con annesso negozio per la vendita di gadget, tutta la paccottiglia dei souvenir segregazionisti che hanno un assai ampio mercato se da anni la bandiera dei confederati sventola in una delle curve da stadio meno fasciste d’Italia, quella del Napoli. A rafforzare il KKK è venuta anche la sentenza della Corte Suprema che ha dato torto allo Stato dell’Ohio: la croce del Klan può essere esposta davanti al parlamento dello Stato. Non è l’unica sentenza discutibile della Corte Suprema: in un’unica seduta nel giugno ‘96 hanno rimesso in libertà i due poliziotti arrestati per il pestaggio di Rodney King (la loro prima assoluzione scatenò una rivolta con più di 50 morti a Los Angeles) e hanno bocciato la modifica dei distretti elettorali in Texas e North Carolina, tagliando così la possibilità di accedere al Congresso per le minoranze afroamericane e ispaniche. Un giudice del Missouri, invece, ispirandosi a una sentenza pronunciata durante il maccartismo, ha autorizzato cartelli pubblicitari del KKK in un’autostrada urbana che attraversa un quartiere nero di St. Louis. All’area del Klan è attribuita la campagna di incendi di "chiese nere" che nel primo semestre del ‘96 ha visto distruggere una quarantina di edifici in tutta la Sun Belt, dal Tennessee all’Oklahoma, in totale impunità, nonostante la mobilitazione di ben duecento federali e gli impegni solenni di un Clinton assai attento a lisciare per il verso giusto la leadership nera in piena campagna elettorale. Nel corso di un tour propagandistico il presidente americano non ha avuto scrupolo a partecipare all’inaugurazione della nuova chiesa di Greeleyville, un centro della South Carolina, a un chilometro e mezzo di distanza dall’edificio distrutto un anno prima. Nel stesso periodo, in Georgia, a Thomasville (19mila abitanti, 62% bianchi) una coppia mista, lei bianca, lui nero, si è vista negare dal pastore e dal consiglio degli Anziani della congregazione battista la sepoltura della neonata morta affianco al nonno materno perché il cimitero è riservato per statuto ai bianchi. Una catena di roghi (stessa ora, stesse modalità operative, stesso tipo di bersaglio) avviata il 13 gennaio a Denmark (Tennessee) e cresciuta fino al parossismo della notte dei fuochi di Greenville: tre chiese bruciate in due notti nel Texas a giugno. Luoghi, da Greensboro, nei pressi di Atlanta, a Charlotte, nella Carolina del Sud, ben vivi nella memoria dell’America antirazzista, i luoghi della grande battaglia per i diritti civili che ha visto agli inizi degli anni ‘60 smantellare - a colpi di mobilitazione di massa e di decreti federali - l’impalcatura costituzionale del segregazionismo. Anche allora gli "incappucciati" - responsabili dell’incendio di trenta chiese nel ‘64 - non esitavano a ricorrere a forme più radicali di terrorismo: come nell’omicidio di tre leader della campagna per il diritto di voto (due bianchi e un nero assassinati nell’estate del ‘64), vicenda immortalata nel film di Alan Parker Mississippi Burning di Alan Parker (e ancora nel ‘92 i miliziani del KKK avevano traformato la tomba di Jack Chaney, l’unico nero, in un bersaglio da esercitazione alle armi da fuoco). Come nel rogo di Birmingham, quattro bambine nere uccise da una bomba in una chiesa battista, nel settembre 1963 (e Malcom X indica nella sua autobiografia la censura su quell’episodio impostagli dai Black Muslims come una delle tappe decisive del suo allontanamento dalla Nazione dell’Islam). Come allora possono contare sulla complice ignavia degli investigatori, che come prima cosa interrogano i pastori vittime del terrorismo bianco, sulle polizze assicurative degli edifici, escludendo il movente razzistico, insinuando il sospetto della truffa. Esemplare è l’approccio del capo della task force federale, Deval Patrick: non esistono le prove di un complotto, potrebbe essere emulazione o addirittura una catena di coincidenze, in fondo negli ultimi trent’anni sono state incendiate soltanto 600 chiese delle trecentomila della comunità afro-americana. Del resto alcuni attentati incendiari contro case di afro-americani nel Tennessee sono attribuiti a partecipanti a una riunione di Good Old Boys Round Up, un’associazione composta esclusivamente da "federali" dell’ATF, l’agenzia che indaga sui roghi alle chiese. I risultati delle indagini confermano la scarsa determinazione degli investigatori: due iscritti al KKK fermati ubriachi vicino a un tempio in fiamme e presto rilasciati, una tredicenne di Charlotte (personalità disturbata, ma ottimi genitori) che confessa di aver appiccato il fuoco per vendicarsi di un prete (ma c’è qualche traccia di sette sataniche), un ritardato mentale di un paesotto dell’Oklahoma e qualche attivista di Arian Fraction o di Skinhead for white justice sospettati per qualche incendio. Su trentatré inchieste avviate soltanto una decina sono state chiuse. In un solo caso con la messa in stato d’accusa di membri del KKK. In South Carolina sono imputati del rogo di due chiese (la Macedonia Baptist Church e un’altra vicina cappella) due White Knights del KKK, organizzazione fondata nell’85 in North Carolina da un noto suprematista bianco, Virgil Griffin. Gary Christopher Cox e Timothy Adron Welch avevano presenziato a raduni del Klan e uno dei due aveva la tessera dell’organizzazione razzista che aveva tenuto manifestazioni nella zona. Un loro amico, ex membro del KKK, ha dichiarato che i capi del gruppo sono convinti che i pastori neri insegnano ai fedeli come vivere di welfare. I due suprematisti bianchi sono accusati anche di aver picchiato e accoltellato un ritardato mentale afroamericano. Nel Texas, a Greenville, lo sceriffo ha arrestato tre giovani bianchi, poco più che ventenni, per l’incendio della New Light House of Prayers ma il capo dei pompieri - in una città che gronda di scritte murarie inneggianti al Klan - si è affrettato ad escludere il movente razziale. Nel Tennessee l’escalation dei roghi è successiva all’arrivo nello Stato di molti suprematisti bianchi, in seguito all’omicidio di un giovane bianco che girava con una bandiera confederata in auto, da parte di un teen ager nero. Secondo il National Council of Churches (trentatré culti, cattolici e cinquantuno milioni di fedeli) la campagna del ‘96 è soltanto il climax parossistico di una lenta escalation, avviata alla fine degli anni ‘80 e che avrebbe prodotto, nell’arco di sei anni, una ottantina di incendi di chiese nella Bible Belt (Alabama, Georgia, Tennessee, Arkansas, Mississippi, Carolina del Sud e Louisiana), mentre l’amministrazione Clinton parla di un totale di cinquantasette roghi.

I dati più allarmistici sono confermati dal Southern Poverty Law Center dell’Alabama, un gruppo antisuprematista che ha fornito assistenza legale nel primo processo per diritti civili negli incendi delle chiese. Prima del ‘95 la media annua era di tre o quattro roghi, nel ‘95 è salita a quasi uno al mese, nel primo semestre ‘96 uno alla settimana.

I roghi delle chiese - sottolinea il direttore del Jackson Advocate, il settimanale del Mississippi che dal 1939 ha subito trentasei attentati incendiari da gruppi segregazionisti - sono solo la manifestazione più plateale di una feroce offensiva razzista.

Per Charles Tisdale l’ondata di "suicidi" di afro-americani nelle carceri di Alabama e Mississippi - una cinquantina negli ultimi tre anni - nasconde una campagna di linciaggio senza precedenti negli ultimi trent’anni.

Sono del resto eloquenti le statistiche criminali: l’Us News and World Report ha segnalato una vertiginosa crescita delle azioni criminali dettate dal razzismo o comunque da odio per il "diverso".

Uno studio di due docenti della Northeastern University, i professori Mc Devitt e Levin, rivela che i reati a sfondo razzistico sono compiuti per il 56% da teen-agers, provenienti per lo più dalla middle-class, per due terzi attratti dall’avventura: l’assalto a coloured o l’incendio di loro edifici diventa uno sport comune. Un terzo dei violenti appartengono invece alla tribù dei difensori del territorio, quelli che sono pronti a tirare sassate contro i vetri della prima famiglia nera, o anche ebrea, che arriva nel loro quartiere.

Secondo i due professori universitari, solo il 5% dei reati razzisti possono propriamente essere attribuiti a neonazisti o ad aderenti a ideologie della supremazia bianca.

I FREEMEN

Negli stessi mesi è proseguito l’assedio di un gruppo paramilitare, asserragliato in una baita di Jordan, nel Montana iniziato il 25 marzo 1996. La storia di Justus Township (Cittadinanza Solonoi) era cominciata come esperimento comunalistico nel settembre 1995: dichiarazione di indipendenza, decisione di finanziarsi con l’emissione di assegni a vuoto (per quasi due milioni di dollari), Col solito tocco "americano": nel ranch sono stati organizzati seminari intensivi, trecento dollari a lezione, per insegnare a frodare banche e fisco.

La rivolta antiusuraia è un tema assai sentito in un’area agricola dove migliaia di piccoli e medi coltivatori sono stati ridotti in rovina dalla tenaglia crollo dei prezzi e del valore dei terreni - insostenibile pressione degli interessi passivi e dei mutui. E così anche persone anziane, travolte dai debiti, si sono lasciate sedurre dalle tesi degli estremisti.

La situazione è venuta allo scoperto con l’arresto, il 3 marzo, di due freemen, Dale Jacobi e Frank Ellena, bloccati con un arsenale a bordo mentre si accingevano a rapire, processare e giustiziare il pubblico ministero che aveva fatto condannare un altro miliziano. A far precipitare la situazione la decisione del governo federale di arrestare due capi del gruppo, LeRoy Schweitzer e Daniel Paterson per frode fiscale e bancaria.

I miliziani si sono barricati in una fattoria isolata. Non potendo puntare a una soluzione di forza, per la mancanza di uomini, lo sceriffo si è limitato a controllare a distanza i miliziani, che hanno continuato a rifornirsi di viveri e di generi di prima necessità senza difficoltà. Il successivo intervento dei "federali" (che sono giunti a mobilitare seicento uomini), improntato a un’intelligente flessibilità, ha avuto esito positivo.

Il pellegrinaggio dei leader dell’ultradestra, da Bo Gritz a Charles Duke, da Randy Weaver, l’antesignano dei freemen, a Jack McLamb, organizzatore dei poliziotti di destra contro il Nuovo Ordine Mondiale, non è servito a trasformare la resistenza dei miliziani in una mobilitazione di massa contro lo strapotere dei "federali". Anzi, i "politici" hanno preso le distanze dall’estremismo dei "militari".

Sfiancati dall’estenuante trattativa senza concessioni, dal taglio della corrente elettrica, dall’esaurimento dalle scorte e dallo stillicidio delle defezioni individuali (a partire dall’ex proprietario del ranch, il moderato Edwin Clark), gli ultimi sedici irriducibili si sono arresi dopo ottantuno giorni. Senza condizioni. Sono stati arrestati per truffa, furto (una telecamera della troupe ABC), falsificazione di assegni, minacce aggravate ai giudici e agli sceriffi.

Nell’onda di piena antifederale confluiscono diverse correnti di pensiero. I costituzionalisti sostengono che il governo di Washington ha espropriato le comunità locali dei loro poteri ponendosi nell’illegalità: il popolo e i singoli Stati devono quindi riconquistarsi libertà e diritti, in primo luogo il diritto di portare armi.

I fondamentalisti cristiani contestano invece la legittimità morale del governo che sta recidendo ogni radice cristiana: nel movimento revivalistico, ampio ed articolato, hanno un peso crescente le truppe d’assalto degli antiabortisti che non esitano a praticare l’omicidio di medici e personale delle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza.

Una funzione di collegamento con l’area più apertamente fascista la ricopre la tendenza della
Christian Identity secondo la quale i bianchi cristiani sarebbero il vero popolo eletto, contrapposto agli ebrei, fonte del caos morale. Una posizione di confine con quella dei "suprematisti bianchi" la cui preoccupazione prevalente sono le massicce ondate immigratorie che finiranno per mettere in minoranza gli americani di origine europea.

In questo contesto è caduta la tradizionale distinzione tra anglosassoni e latini. Un crescente
numero di italiani ha un ruolo di spicco nel movimento patriottico: dallo skin Cris Picciolini ad Albert Esposito, capo di una milizia fondamentalista nel North Carolina. Il suo programma: fare delle sacre scritture la legge fondamentale. Il metodo: le quattro B, cioè Bibbia, pallottole (bullets), fagioli (beans) e bendaggi.

Picciolini, leader di una banda nazi-rock, i WAY (White American Young) è nato a Foggia,
ma risiede nell’Illinois. In un’intervista a una skinzine italiana rassicura sull’integrazione «della nostra gente in ogni tessuto sociale, comprese le organizzazioni White Power (...) il nemico numero uno è il miscuglio razzista causato dal governo sionista»5.

La sua band si è scelta come simbolo una croce uncinata inscritta in un’aquila che regge tra gli
artigli una spada e un martello, simbolo degli skin americani che presentano caratteristiche diverse da quelli europei: provenienti dalla middle-class bianca, con scarsa rappresentanza del proletariato giovanile e nessuna attenzione per la sottocultura skin (hanno il culto per le armi da fuoco, mentre gli skin europei si fanno un punto d’onore di usare solo armi bianche).

Le "teste pelate" americane sono semplicemente attratti dalla violenza delle organizzazioni
razziste come la White Aryan Resistence, con la quale sono entrati in contatto dopo la segnalazione comparsa sulla copertina di un disco degli Screwdriver, la band leader del nazirock.

Agli skin di WAR, che sono concentrati in California, sono attribuiti due omicidi, a San José
e a Reno, seguiti a pochi giorni di distanza del pestaggio mortale di uno studente etiope da parte di una "ciurma" di skin di Portland.

Negli Stati Uniti ogni anno si verificano una ventina di omicidi a sfondo razziale, una
consistente parte dei quali è da attribuire alla rivalità di bande di diverse "etnie".

Direttore di WAR e in precedenza del giornale White American Resistance, organo del KKK
della California, Tom Metzger, si è formato alla scuola di David Duke, il Gran Dragone del Klan che conquistò il 55% del voto bianco in Louisiana (dove oggi è deputato statale) nella corsa per la presidenza federale. Il suo WAR ha solidi rapporti con Third Way e The scorpion (fondato in Germania dall’inglese Michael Walker, per rilanciare il culto di Odino come religione pagata legata alla Terra), germinazioni in area anglosassone di Terza Posizione.

Metzger riconduce anche la svolta ambientalista nel quadro del razzismo: gli ariani crearono
un’avanzatissima agricoltura e svilupparono le grandi famiglie degli animali da allevamento (anatre, galline, pecore, capre, buoi, cavalli, maiali), inventando i mulini e costruendo Stonehenge e le piramidi, mentre negri, ebrei e asiatici avevano portato il mondo nel letame e continuavano a tenercelo.

Metzger, seguace della sinistra nazionalsocialista di Strasser, punta a reclutare i suoi adepti tra
i bianchi poveri stremati dalla crisi sociale, in un tentativo di sintesi che ha avuto scarsa fortuna anche in Europa. E mostra grande spregiudicatezza tattica, organizzando - sulla falsariga del confronto aperto agli inizi degli anni Sessanta tra il partito neonazista e la Nazione dell’Islam - meeting comuni, in Texas e in Florida, con il rinato Black Panther Party e The Republic of New Africa party, organizzazioni storiche del nazionalismo nero rivoluzionario.

Il mensile WAR motiva così l’inconsueto "dialogo": «La nostra opinione è che una forte
presenza nazionalista nera nelle zone urbane a preponderanza nera sarebbe molto positiva. I nazionalisti neri odiano il miscuglio razziale, la decadenza e lo zio Sam. Tre punti sui quali sono in perfetto accordo con la WAR. La WAR ritiene che la resistenza bianca non deve intervenire nei conflitti tra i Neri e le forze della repressione del sistema nelle città. I quartieri neri devono essere sotto il controllo della resistenza nera e i partigiani del miscuglio razziale devono essere in terreno nemico tanto nelle zone bianche che in quelle nere. La resistenza  bianca non deve approvare le azioni dello Stato contro la resistenza nera, la resistenza bianca non deve manifestare o fare il lavoro sporco in nessun modo per sostenere il sistema. 

5 White American Youth in Fronte Skins, n1, marzo 1992, pp.15-16, cit. in Valerio Marchi (a cura di) Blood and Honour, Rapporto Internazionale sulla destra skinhead, Koinè, Roma 1993, p.109.

Insieme le resistenze bianca e nera devono condannare le avventure militari imperialiste»6.

La stessa linea di condotta espressa dal leader italiano di Terza Posizione, Roberto Fiore, che
"rifugiato" a Londra, ha raggiunto posizioni di vertice nel National Front, portando l’organizzazione più razzista dell’estrema destra britannica a incontrare il leader della Nazione dell’Islam, Louis Farrakhan, da più parti accusato di predicare l’odio antisemita. E da una situazione di conflitto sociale tra ebrei e negri sarebbe scaturita la strage di Harlem, otto morti nel rogo di un negozio di abbigliamento nel dicembre ’95.

Nelle settimane precedenti un gruppo di attivisti neri avevano picchettato e indetto il
boicottaggio del magazzino di proprietà di un ebreo nella via principale del ghetto negro, la 125ma strada: i lavori di ristrutturazione per allargare il "Freddy’s Fashion Mart" avevano infatti costretto alla chiusura un adiacente negozio di dischi gestito da neri. Il rifiuto del proprietario ebreo di dare lavoro ai neri rafforzava l’idea, già propagandata più di trent’anni fa da Malcom X - all’epoca portavoce della Nazione dell’Islam - che gli avidi bottegai ebrei si arricchiscono sulla pelle dei poveri abitanti di Harlem, mentre l’autarchia è una tesi fondamentale del nazionalismo nero: i soldi della comunità devono essere spesi per aumentare la ricchezza dei suoi membri.

L’autore della strage, un nero di trentacinque anni, ritrovato morto con una pistola scarica in
mano e un proiettile nel cuore, aveva partecipato ai picchetti. Il 29 novembre uno dei dimostranti minaccia: «Torneremo con una ventina di negri, saccheggeremo e incendieremo gli ebrei». Dieci giorni dopo un nero armato di pistola e tanica di benzina irrompe nel locale, urla ai quindici presenti di uscire, comincia a sparare. Un primo poliziotto che irrompe è bloccato dentro, un secondo attacco degli agenti permette la liberazione di qualche ostaggio, quattro dei quali feriti. L’aggressore riesce però a barricarsi, dà fuoco ai vestiti e procura un tragico rogo. Degli otto cadaveri trovati dai pompieri solo il suo ha un colpo di arma da fuoco (per la polizia si è suicidato). gli altri, sei donne e un uomo, sono tutti morti asfissiati. Per il reverendo Al Sharpton, leader della comunità di Harlem e animatore del boicottaggio, non esistono legami tra le dimostrazioni e la strage.

NEONAZISTI A STELLE E STRISCE

Un’autentica centrale internazionale di ortodossia nazista è invece l’NSDAP/AO
(omonimo del partito hitleriano: Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi/ Organizzazione all’estero), «sospettato di essere un nodo nevralgico del network internazionale neonazista, di rappresentare l’anello di unione tra i livelli "bassi" delle organizzazioni violente e giovanili e quelli "alti", in cui, mascherati dietro una miriade di associazioni di ex combattenti, continuano a manovrare i veri "burattinai"»7.

Il suo fondatore è Gary Rex Lauchk, residente a Lincoln nel Nebraska, ma attualmente
detenuto in Danimarca in attesa di estradizione in Germania. Lauchk, particolarmente attivo nella produzione di testi "negazionisti" (la corrente revisionista che sostiene l’inesistenza dei campi di sterminio e dell’Olocausto), si è reso protagonista di visite lampo in Germania (dove la diffusione di queste tesi è un reato penale) accompagnate dall’invio di tonnellate di materiale razzista e antisemita: «gli ebrei sono topi da avvelenare (...) occorre costruire lager affinché la menzogna di Auschwitz diventi realtà (...) liquidando però prima turchi e negri, comunisti e liberali e tutti coloro che predicano la mescolanza razziale [e] preparare il

6 Notizie dal fronte e dal Mondo, Orion, nuova serie, a.IV, n.2, febbraio 1995, p.16.

7 Valerio Marchi, Blood, cit.

fatidico giorno X in cui rovesceremo i sistemi costituiti per istituire un Nuovo Ordine su base
razziale in tutto il mondo ariano».

Opinioni che Rex Lauck può diffondere dagli schermi di sedici tv locali negli Stati Uniti per
la libertà di opinione.

Lo affianca Ernst Zundel, un tedesco emigrato in Canada, infaticabile divulgatore delle teorie
negazioniste (la negazione cioè dell’Olocausto). Non è stato piegato né dal boicottaggio dell’host, cioè lo snodo Internet che ospitava le sue pagine, né da un attentato dinamitardo che gli ha distrutto l’auto. Dal Canada continua a diffondere, via radio, la sua Voce della Libertà.

Figlio di un ingegnere, professore all’università di Lincoln e di una cristiana fondamentalista,
venditrice di prodotti Avon, Rex Lauchk è un gigante di quarantadue anni, alto due metri e pesante più di un quintale. Grassoccio, occhiali di metallo e baffi, non fa nulla per nascondere un’evidente velleità di somigliare fisicamente a Hitler. Educato severamente, alle 20 a letto, in parrocchia scopre la sua germanicità: un pastore neonazista gli fa leggere a tredici anni il Mein Kampf. Si appassiona al nazismo e alle armi. A scuola balbetta, ma camuffa il difetto simulando l’accento tedesco. A vent’anni ha messo su un’Organizzazione per la ricostituzione del NSDAP all’estero che rifornisce di materiale di propaganda i nazisti di mezzo mondo, attraverso la copertura della R.J. Engineering Inc. una finta società di consulenza che rastrella finanziamenti politici. Si collega ai principali gruppi neonazisti: il KKK, The Order e la Nazione Ariana. Quest’ultima, fondata dal reverendo Richard Butler proclama la superiorità della razza bianca. Ha sede in Idaho, vicino al Lago Hayden, e conta seimila membri. Diffonde la sua propaganda anche con i programmi dell’accesso delle tv via cavo. Per il Center for Democratic Renewal di Atlanta è una sigla ombrello che riunisce gruppi del KKK e neonazisti. Ogni anno il 20 aprile organizza un campeggio per festeggiare il compleanno di Hitler.

Nelle contigue Chiese cristiane ariane circolano quasi esclusivamente materiali antiebrei come
i falsi Protocolli dei Savi di Sion. Il nome è stato poi adottato da molti gruppi e comitati di bianchi poveri nel Sud e del MidWest, scimmiottando le organizzazioni dei diritti civili e del suprematismo negro, contro la prassi liberal dell’azione positiva (l’intervento "pubblico" per rimuovere discriminazioni e handicap sociali ed etnici). Vi aderiscono anche gli ex detenuti che in carcere facevano parte delle fratellanze ariane per opporsi alle gang dei coloured.

Alla Nazione Ariana è affiliato Larry Wayne Harris, dipendente di un laboratorio di ricerca
dell’Ohio, arrestato nel maggio 1995 per aver ordinato tre fiale del batterio della peste bubbonica, pur non essendo autorizzato a richiedere colture batteriche. Si è giustificato sostenendo che sta scrivendo un libro sugli antidoti della peste perché è sicuro che l’Iraq prepara la guerra batteriologica contro gli Stati Uniti.

Il pericolo della formazione di simmetriche organizzazioni armate nella comunità afroamericana
è stato sottolineato dal nazionalista nero Kwasi Cobie Harris, preside della facoltà di studi afro-americani dell’Università di San José: «In questi ultimi tempi si sono create le condizioni sociali, politiche e culturali per la nascita e lo sviluppo di gruppi armati afroamericani sul modello dell’Ira (...) Le parole d’ordine che il Black Liberation Army lanciò negli anni Settanta sono state in seguito riprese da una nuova formazione, la Black Guerrilla, che è molto attiva nelle carceri e nei quartieri del sottoproletariato giovanile della costa ovest (...) e ha trovato sostenitori nell’Afrocentric movement che predica l’alternativa al modo di vita dei bianchi e nel Pan African Movement. I soldi arrivano dal fondamentalismo islamico. E il profeta è Assata Shakur, fuggita da un carcere del New Yersey8 e rifugiatasi a Cuba. La sua Bibbia è un vero trattato di lotta armata»9.

Uguale simmetria è riscontrabile tra la logica che anima Louis Farrakhan e la separatista
Nazione dell’Islam che hanno promosso la grande marcia di soli uomini su Washington e il movimento di revival cristiano dei Promise Keepers (coloro che manterranno la promessa), decine di migliaia di padri che si impegnano a tornare a casa e a riprendere il controllo della famiglia che avevano abbandonato, ristabilendo la sacralità biblica del patriarcato. The Order è un’organizzazione semiclandestina, apertamente terroristica che ha avuto numerosi scontri a fuoco con la FBI e ha saldi legami con la Chiesa e la Nazione Ariana, di cui costituisce una frazione dissidente per ammissione dello stesso Butler. Dopo una lunga serie di rapine per autofinanziamento nei primi anni ’80 The Order lanciò una campagna contro le sinagoghe e uccise un presentatore radiofonico ebreo. Il nome è preso dal gruppo bianco dei Diari di Turner (la "Bibbia" della nuova destra armata, in cui è un politico ebreo, Cohen, a far abolire il secondo emendamento, che riconosce il diritto dei cittadini a girare armati).

Nel libro, The Order organizza una strage con nitrato di ammonio e benzina contro il quartier
generale dell’FBI a Washington, che ha evidentemente ispirato gli autori della strage di Oklahoma City.

Rex Lauch invece non si è mai sporcato le mani sul terreno del terrorismo anche se nel 1978
è stato arrestato per aver sparato al fratello che si era defilato dall’organizzazione (senza conseguenze penali: la vittima non si è presentata al dibattimento).

L’NSDAP/AO, che ha inviato una brigata in Croazia, si finanzia stampando ogni anno
centinaia di copie del Mein Kampf, opera all’indice in Germania. Della fanzine NS-Kampfruf, in dieci lingue, sono vendute nella sola Germania ventimila copie. Il gruppo editoriale diffonde anche un manuale Us army-top secret sulla costruzione di ordigni esplosivi. E poi gadget, video e floppy disk, l’ultimo con istruzioni per fabbricare bombe artigianali, con aspirina e alcool ma anche il Napalm. Il 95 percento del materiale di propaganda nazista in Germania è suo. Dieci collaboratori lavorano volontariamente alla rete di distribuzione clandestina che costituisce anche uno degli snodi su Internet per i tedeschi di Thule, network neonazista.

Rex Lauch è stato arrestato nel marzo 1995 in Danimarca per un mandato di cattura
internazionale anche se la legge danese non prevede quei reati. La Germania (che già gli aveva dato il divieto di accesso nel 1974 per una commemorazione di Hitler ad Amburgo e lo aveva poi più volte arrestato) ne ha chiesto e ottenuto l’estradizione per diffusione di propaganda internazionale, istigazione all’odio razziale e partecipazione alle attività terroristiche. E’ stato condannato nell’agosto 1996 a quattro anni di carcere.

Molti attentati in Germania come le stragi incendiarie di Molln e Solingen, sono ricondotte alle sue attività, ma anche l’Anti-defamation League, che da decenni lo sorveglia, ammette che non ci sono prove a suo carico.

Anche l’attentatore di Ronald Reagan, John Hinckley, era affiliato alla NSDAP/AO. Era stato arrestato, tre mesi prima del tentato omicidio, a Lincoln e aveva in tasca tre pistole e cinquanta colpi. La stampa all’epoca preferì porre in risalto il suo "delirio sentimentale" per l’attrice Jodie Foster, minimizzando la militanza neonazista.

8 Il figlio di Assata Shakur, uno dei più famosi gangsta rapper, è stato arrestato con l’accusa di
violenza carnale, ma i gruppi militanti del nazionalismo nero parlano di una perscuzione poliziesca.

9 Paolo Pontoniere, Attenti alle Brigate nere, Panorama, 12 ottobre 1995, p.97.

Questa ultradestra politicizzata e fortemente ideologizzata riesce a far circolare le sue tesi,
anche le più aberranti, in ampi strati della popolazione e influenza in diversa misura anche i movimenti di origine sociale che si caratterizzano comunque per un approccio più pragmatico. Prevalgono infatti tendenze di tipo protestatario ed anarchico tra i piccoli e medi coltivatori, schiacciati dalla concorrenza delle corporation e dall’esosità delle banche, tra gli obiettori fiscali e scolastici che rifiutano la pressione dello stato centralista.

Anche i renitenti fiscali hanno il loro martire. Un cameriere di Miami - i quotidiani non ne
hanno reso il nome - che nel novembre ’95 ha sequestrato un pullmino scolastico con undici bambini in buona parte handicappati e due accompagnatrici. Voleva negoziare con l’ufficio tasse per ottenere la riduzione di un debito di seimila dollari, le imposte sulle mance non denunciate.

Il dirottamento è stato trasmesso in diretta tv e ha avuto come teatro l’esterno del
ristorante dove l’uomo aveva lavorato ed era stato licenziato dopo la denuncia del fisco.

Quando il pullman è stato fatto fermare davanti al ristorante, è entrato in azione un commando
di teste di cuoio che ha ucciso il dirottatore e liberato gli ostaggi.

Pur non condividendo le posizioni apertamente fasciste di gruppi come America first - che ha
come simbolo la croce celtica e pubblica la rivista di contrinformazione The Truth at last - o di National Alliance, (il suo presidente William Pierce ogni volta che in Germania arrestano un nazista o sciolgono un gruppo, organizza un picchetto davanti all’ambasciata: Pierce è anche l'autore dei Diari di Turner, il livre de chevet dei terroristi americani) la "destra sociale" è pronta a trasformare in un eroe Randy Weaver, il militante di Nazione Ariana la cui vicenda ha dato un’impetuosa crescita al movimento delle milizie armate.

LE MILIZIE ARMATE

Nell’agosto 1992, a Ruby Ridge, gli agenti federali assediano la casa del militante neonazista,
denunciato per un’infrazione sulle leggi per le armi. Weaver resiste nonostante che in una sparatoria gli uccidano la moglie e un figlio adottivo, diventando così una leggenda per i free men, gli uomini liberi che sognano il ritorno all’America della frontiera. Il processo riconoscerà le ragioni di Weaver, ma non prenderà provvedimenti contro i "federali". Solo nel luglio 1995, nel pieno delle polemiche sul loro ruolo nella lotta all’estrema destra armata, salta il n.2 dell’Fbi, designato da due mesi: aveva ordinato di sparare a vista nell’assedio del ranch di Weaver.

Le milizie territoriali hanno tre principali poli di aggregazione: il Texas, il Michigan- Indiana, le montagne dell’Idaho e del Montana, dove ha sede il maggior esperimento
comunitario, il villaggio armato di Almost Heaven. Il suo fondatore è James "Bo" Gritz, l’eroe del Vietnam pluridecorato al quale si è ispirato il personaggio di Rambo, uno dei capi spirituali dei patriots. Autore di missioni segrete nella guerra privata in Indocina, tenente colonnello dei Berretti verdi in pensione, agente delle Special Forces in Sud America, "Bo", 55 anni, è un maestro nell’arte della guerriglia. Dal 1993 addestra a pagamento centinaia di persone alle tecniche paramilitari e di sopravvivenza. Il programma SPIKE (Individui particolarmente addestrati per eventi chiave) costa seicento dollari e prevede uso delle armi, cura di una gamba rotta, cattura di selvaggina. I suoi allievi innervano le milizie di quaranta Stati.

Nel 1988 Gritz è stato candidato alla vicepresidenza del Partito Populista con David Duke con
cui ha rotto a causa del razzismo: "Bo" infatti esibisce con orgoglio due figli asio-americani e una figlioccia nera. Nel 1992 corre in proprio per la presidenza e ha un buon successo nell’Idaho, dove riesce a convincere alla resa Randy Weaver. Sulla base di questo successo compra un enorme terreno nell’Idaho dove cresce una comunità di mille patrioti cristiani, addestrati all’uso delle armi, pronti a usarle contro i federali, i "survivalisti" che si preparano a sopravvivere all’imminente Apocalisse. La lottizzazione del terreno frutta a Gritz un milione e duecentomila dollari. La comunità sarà pronta a fine 1996. Un "quasi Paradiso" per i transfughi del fisco che vivono senza luce, gas e telefono per non farsi individuare e che hanno come programma politico la creazione di un’enclave bianca indipendente, popolata da soli ariani, come i boeri del Sud Africa.

"Bo", vestito chiaro troppo stretto, faccia un po’ porcina, sorriso cattivo, condanna la strage di
Oklahoma City, ma ne apprezza il successo dal punto di vista militare: «un Rembrandt, un capolavoro di arte e scienza messi insieme».

Netta è invece la sua rottura col "disegno mondialista" della Casa Bianca: «Io credo che
questa gente stia facendo confluire l’America col resto del sistema mondiale. Ma se noi non siamo più cittadini americani, se noi diventiamo cittadini di questo Nuovo Ordine Mondiale, vuol dire che soccomberemo, piegheremo le ginocchia, diremo sì a qualcuno che non è americano».

La paranoia di un complotto ebraico giunto quasi a coronare il suo disegno di impossessarsi
della ricchezza americana è rilanciato nel libro The New World Order da uno dei santoni della destra perbene, il reverendo Pat Robertson, beniamino della Washington conservatrice e grande elettore della destra repubblicana.

I DUBBI DI OKLAHOMA CITY

Le indagini sulla strage di Oklahoma si sono concluse escludendo un complotto a vasto
raggio: a essere incriminati sono stati soltanto Timothy Mc Veigh e i suoi due complici Terry Nichols, che ha precedenti penali per detenzione di esplosivo e Michel Fortier, che ha accettato di collaborare con gli investigatori. Del secondo uomo che avrebbe eseguito l’attentato e di cui a lungo si era parlato non ci sono tracce: o è morto nell’esplosione. o non esiste.

La figura di Mc Veigh genera più di una perplessità. Avrebbe lasciato il furgone bomba di
fronte al palazzo da colpire senza alcun tipo di travestimento. Mentre il palazzo è sventrato dall’esplosione, fugge a bordo di un’auto senza targa, armato di una pistola che tiene ben in vista e polverizza tutti i divieti di velocità. Un poliziotto lo ferma per accertamenti e lui che è un tiratore scelto e novanta minuti prima ha fatto saltare in aria un palazzo, uccidendo centosessantotto persone, si fa catturare senza opporre resistenza.

Gli investigatori non hanno difficoltà a ricostruire i suoi movimenti nei giorni precedenti. Non
ha fatto nulla per nasconderli. Un cretino integrale, quindi? No, anzi: Mc Veigh ha un altissimo quoziente di intelligenza (e se non se lo sono tenuto nei corpi speciali dopo la guerra con l’Irak è perché ha mostrato fragilità nervosa).

In Desert storm la sua divisione, il "Grande Uno Rosso" si sarebbe specializzata nello
spianare con i bulldozer i bunker e le trincee in cui resistevano a settimane di bombardamenti i fanti iracheni. Lui, mitragliere di un mezzo corazzato, si sarebbe vantato di aver ammazzato a freddo un iracheno che si era arreso. Si guadagna così vari riconoscimenti ufficiali tra cui una medaglia di bronzo.

Per l’ala "dura e pura" dell’estrema destra americana, ossessionata dal dominio del
"Governo Sionista d’occupazione", uno come Mc Veigh è un nemico, un servo del Nuovo ordine mondiale.

È certo che l’eroe della guerra del Golfo resta choccato dalla strage di Waco e che con pochi
ex commilitoni ha sporadici contatti con la Milizia del Michigan, una delle meno estremiste, di tendenza rigorosamente costituzionalista. Dal canto suo Mc Veigh, in un’intervista a Newsweek, si proclama innocente: non ha mai confessato il crimine, né si è dichiarato, al momento dell’arresto, "prigioniero di guerra". Nega di essere iscritto a una milizia e di aver partecipato a manifestazioni di organizzazioni paramilitari. L’unica cosa che ammette è una leggera "sindrome da reduce". A compromettere però la sua posizione ha contribuito la pubblicazione di un libro di memorie della moglie separata del suo coimputato, Terry Nichols, che rende noti alcuni dei messaggi scambiati dagli imputati. Il più importante è quello in cui Nichols ordina a Mc Veigh di liberarsi della bomba se la polizia avesse scoperto il complotto o, altrimenti, di procedere.

Il capo della Milizia del Michigan, Norman Olson, ha giustificato apertamente i suoi
seguaci: «Che cosa vi aspettavate? In un paese dove non c’è giustizia è normale che la vendetta faccia il suo corso. Finché il governo terrorizzerà i cittadini, dovrà prepararsi al peggio»10.

Olson, ex ufficiale dell’aviazione, ha diffuso un video, America in pericolo, dove si sostiene
che le forze di sicurezza sono nelle mani di ebrei e neri, agenti di un complotto europeo. Il suo capo di stato maggiore, Ray Southwell, intervistato da Furio Colombo due mesi prima della strage di Oklahoma City, avverte che «c’è una sola speranza di evitare lo scontro armato, ed è che il governo federale si ritiri dalla nostra vita»11.

Il processo di convergenza tra gruppi neonazisti e milizie armate ha avuto un’accelerazione
nell’estate 1995, col lancio simultaneo di campagne di raccolta di dati su obiettivi comuni.

Lo hanno fatto la convention di Nazione Ariana (riunita il 20 luglio a Hayden Lake, Idaho) e il
summit di trentadue milizie, svolto il 22 luglio nel Sud Dakota. Lo stesso questionario, "Salute", è stato poi diffuso su Internet.

Pur essendo ideologicamente distanti da Mc Veigh, i terroristi "neri" hanno risposto alla
conclusione dell’istruttoria sulla strage di Oklahoma City con una campagna contro la sicurezza dei trasporti.

Il 14 ottobre 1995, a meno di una settimana dal deragliamento in Arizona (un morto e
ottantatré feriti, di cui dodici gravi, sul treno Los Angeles-Miami) - rivendicato dai Figli della Gestapo con riferimenti al rogo di Waco e all’assalto contro la casa di Weaver - un commando ha distrutto con un ordigno esplosivo di bassa potenza uno dei sei ripetitori elettronici dell’aeroporto La Guardia di New York. Una semplice svastica su un volantino è stata ritenuta sufficiente per la rivendicazione dell’attentato, definito «una risposta a Waco e ai 55mila compagni morti»12, i soldati caduti in Vietnam.

Nel mirino, come per i Figli della Gestapo, gli agenti federali. Negli stessi giorni, a ottantotto
chilometri dal luogo del deragliamento, nel centro di Phoenix è ritrovato un ordigno capace di fare deragliare un treno. Il sabotaggio è scoperto da un camionista che vede due persone trafficare lungo i binari di una linea per treni merci. A collegare gli attentati - sicuramente opera di nuclei operativi indipendenti - c’è inoltre la scelta di adoperare tecniche e strumenti non professionali: ordigni esplosivi rudimentali a Oklahoma City e a New York, i semplici ferri del carpentiere per sbullonare sei metri di rotaia in Arizona e provocare il disastro ferroviario, un congegno per riportare i treni sui binari a Phoenix.

Il tentativo di attribuire quest’ultimo attentato a un esperto - per la capacità di disattivare il
sistema d’allarme - è stato prontamente smentito dal presidente delle ferrovie Thomas Downs:

10 Clinton: "Prendeteli". Nel mirino i terroristi del treno. Il Corriere della Sera, 11 ottobre 1995.

11 Furio Colombo, Contro, cit.

12 E.C. (Ennio Caretto), America, piscosi terrorismo, Il Corriere della Sera, 16 ottobre 1995.

«Ci sono almeno 300mila persone negli Stati Uniti che tecnicamente sarebbero in grado di
compiere un sabotaggio come questo»13.

In Arizona l’estrema destra armata ha una rete organizzativa ormai consolidata.

I Patriots, attivi negli anni ’70 e ’80 con attentati contro il governo e le organizzazioni
ebraiche - i cui dirigenti sono tutti detenuti - sono ora confluiti in Alleanza nazionale, un gruppo attivo con squadre di azione in numerosi centri e munito di un network radiofonico, Hour of the time.

13 Clinton: cit.

Stefania Pensabene


Stati Uniti: la riforma (delle telecomunicazioni, n.d.r.) apre il mercato al futuro

Con questo articolo Telèma inaugura una nuova rubrica, realizzata in collaborazione con la Stet, nella quale verrà offerto un quadro sintetico degli assetti istituzionali, giuridici e organizzativi delle telecomunicazioni nei principali Paesi del mondo. Cominciamo con la realtà americana dopo l'approvazione del Telecommunications Act.

Con una cerimonia ufficiale all'insegna dell'alta tecnologia nei saloni della biblioteca del Congresso, l'8 febbraio 1996 si è consumato un evento emblematico della congiunzione tra passato e futuro della storia americana. Il presidente Bill Clinton ha apposto la sua firma al Telecommunications Act, la grande riforma delle telecomunicazioni votata dal parlamento a maggioranza repubblicana, la legge destinata a rivoluzionare il modo in cui gli americani potranno usufruire d'ora in avanti di servizi telefonici, televisivi e informatici. «Oggi - ha detto il presidente - con un semplice tratto di penna le nostre leggi si metteranno al passo con il futuro». Anche le penne usate da Clinton hanno voluto simboleggiare la storicità del momento e sottolineare i paralleli tra la riforma delle telecomunicazioni del 1996 e altri eventi che hanno costituito una pietra miliare per lo sviluppo degli Stati Uniti. Da un lato, infatti, c'era la stilografica con la quale nel 1956 il presidente Eisenhower firmò il Federal Aid Highway Pact, la legge senza la quale le grandi reti autostradali che collegano ogni angolo dell'America non sarebbero mai divenute una realtà. Dall'altra, una penna forse ancora più appropriata per una legge destinata a dare il via libera alla grande autostrada dell'informazione del futuro: un meccanismo che utilizza "inchiostro digitale" per scrivere su un block-notes elettronico.

Con le sue firme (digitali e non) Clinton ha così dato il via libera al più incisivo e profondo riassetto del settore delle telecomunicazioni da quando, era il 1934, venne approvato il Telecommunication Act. Dall'8 febbraio scorso le sette Baby Bell (BellSouth, Nynex, Bell Atlantic, Ameritech, Us West, Sbc e Pacific Telesis sono le sette compagnie che garantiscono il servizio telefonico urbano a quasi 90 milioni di famiglie americane) hanno ottenuto la possibilità di competere con quelle della long distance nel servizio interurbano, mercato da 76 miliardi di dollari che era loro precluso. Allo stesso tempo, però, le Bell dovranno prepararsi a subire lo stesso attacco sui rispettivi mercati locali, il cui valore totale ha raggiunto nel 1995 i 90 miliardi di dollari, da parte di giganti della telefonia a lunga distanza come l'At&t, Mci e Sprint ma anche da parte dei grandi operatori della televisione via cavo. Una sola maxi-bolletta, insomma, sostituirà quella miriade di onerosi contratti che le famiglie americane sono ancora costrette a sottoscrivere. Sul piatto, dal punto di vista degli operatori, ci sarà una posta miliardaria: prive di vincoli, le società si contenderanno un mercato che vale oggi 165 miliardi di dollari e che secondo le previsioni raggiungerà nel 2000 un valore di oltre 250 miliardi di dollari.
Grazie alla riforma, inoltre, l'integrazione tra sistemi di comunicazione finora rimasti rigidamente separati, telefonia e televisione in primo luogo, avrà certezza di diritto dopo anni di incertezza causati da contrastanti sentenze dei giudici federali e da leggi statali in fuga solitaria. Oltre alla liberalizzazione della competizione tra le società telefoniche regionali e le grandi imprese della long distance, l'obiettivo della nuova normativa sulle telecomunicazioni è di rimuovere i vincoli legislativi che impediscono la nascita di grandi concentrazioni nel settore televisivo e radiofonico. Secondo il legislatore, infatti, le innovazioni tecnologiche, l'integrazione tra sistemi di trasmissione, il ricorso a nuovi mezzi come i satelliti e soprattutto l'ingresso di nuovi soggetti sul mercato (le società telefoniche) hanno reso obsolete le leggi che governano l'emittenza televisiva. Oggi si vogliono creare grandi gruppi che siano in grado di competere in America e su scala mondiale non soltanto sulla televisione o sulla telefonia ma in generale sul mercato delle telecomunicazioni.

A questo scopo la riforma fa cadere i limiti esistenti al numero di stazioni radio e televisive che un singolo broadcaster può possedere. Fino a oggi, infatti, una società non poteva avere più di 12 stazioni Tv per coprire un massimo del 25% della popolazione complessiva o, nel caso della radio, più di 20 stazioni Am o 20 Fm (con non più di due per ciascun tipo nei mercati più grandi). D'ora in avanti, invece, si potranno possedere un numero illimitato di stazioni, purché queste non raggiungano in totale più del 35% della popolazione degli Stati Uniti.
Per di più, il Telecommunications Act del 1996 garantisce agli operatori radio e Tv la certezza delle licenze loro assegnate, la cui proprietà non potrà più essere messa in discussione da un outsider a meno di un intervento giustificato dell'agenzia federale preposta alla regolamentazione del settore delle telecomunicazioni, la Federal communications commission (Fcc). Anche la durata delle licenze è stata aumentata a otto anni dagli attuali cinque per le stazioni televisive e a sette per le stazioni radiofoniche.
La riforma contiene inoltre un provvedimento assai controverso sul fronte delle nuove frequenze televisive destinate ai servizi avanzati di televisione digitale (Digital broadcasting services o Dbs). In base alla formulazione della legge, le frequenze dovrebbero venire assegnate gratuitamente ai proprietari delle stazioni televisive via etere. Proprio questa norma ha però scatenato l'aspra opposizione del leader della maggioranza repubblicana al Senato Bob Dole che, additandola come un indebito "omaggio" ai broadcaster, ha bloccato per mesi l'approvazione della riforma. Secondo Dole, infatti, il valore di questo spettro di nuove frequenze è troppo elevato, si parla di diversi miliardi di dollari, perché venga "regalato" alle aziende televisive. E, trattandosi di un bene pubblico, ne ha richiesto la messa all'asta perché gli americani ottengano un adeguato compenso per una merce a tutti gli effetti di loro proprietà. L'impasse causato dalla questione delle nuove frequenze per il Dbs è stato la causa di mesi di ritardo nell'approvazione della riforma ed è stato superato solo all'inizio di febbraio grazie a un escamotage politico: Dole ha accettato di togliere il suo veto alla riforma così come formulata in cambio dell'assicurazione che il provvedimento sulla distribuzione gratuita delle frequenze rimarrà lettera morta in attesa che il Congresso definisca le modalità per la loro assegnazione in una successiva legge ad hoc.

Sul fronte televisivo resta ancora da notare che per gli operatori del settore via cavo vengono eliminati tutti i tetti imposti dalla legge alle tariffe applicate agli utenti. Queste verranno completamente liberalizzate entro i prossimi tre anni per i maggiori operatori, come Time Warner e Tele-Communications; per gli operatori che coprono meno dell'1% dell'utenza nazionale, invece, il provvedimento avrà decorrenza immediata. Anche le compagnie telefoniche potranno offrire servizi televisivi attraverso i loro cavi o mezzi alternativi come il satellite e ciò, in un sistema sempre più ampio di competitività, conterrà il probabile sensibile aumento delle tariffe e quindi delle bollette pagate dagli americani per questo genere di servizio. Vengono poi aboliti anche i limiti esistenti a partecipazioni incrociate tra compagnie telefoniche e operatori del cavo nelle piccole comunità, con la possibilità che nei prossimi mesi si assista a una nuova ondata di consolidamenti al livello dei mercati locali.
Per quanto riguarda infine i contenuti dei programmi trasmessi, la riforma prevede che i nuovi apparecchi televisivi vengano provvisti del cosiddetto "V-chip", un dispositivo che permetterà di bloccare la ricezione di programmi violenti su ciascun teleschermo, in base a una serie di rating forniti dall'industria televisiva.

L'ampiezza della riforma e delle sue possibili ripercussioni sulla struttura dell'industria delle telecomunicazioni e sulla vita dei consumatori americani giustifica perché la cerimonia della controfirma presidenziale sia avvenuta nell'antica biblioteca in legno di ciliegio del Parlamento americano e alla presenza di tutti i più importanti leader politici della maggioranza e dell'opposizione, anche a voler sottolineare il carattere bipartitico oltre che di valenza storica del provvedimento. In prima fila c'era Newt Gingrich, il leader del partito repubblicano a pieno titolo considerato "padre" della grande riforma delle telecomunicazioni. Forte della maggioranza parlamentare conquistata nelle ultime elezioni dal suo partito, Gingrich la scorsa estate è riuscito a far approvare il testo della legge prima al Senato e poi alla Camera. L'obiettivo dichiarato dei repubblicani, che sulla proposta di riforma hanno trovato la collaborazione di numerosi parlamentari democratici, era quello di abbattere gli ultimi residui monopolistici che ancora esistevano sul mercato delle telecomunicazioni. Nel campo televisivo, per esempio, non potevano fino a oggi entrare le società telefoniche, mentre il percorso inverso era consentito. Negli Stati Uniti telefonia regionale e a lunga distanza erano ancora due mercati rigidamente separati: le compagnie telefoniche della lunga distanza - At&t, Mci, Sprint e circa 500 piccole imprese che si dividono il 10% del mercato - non potevano operare su base locale, mentre l'offerta di collegamenti nazionali o internazionali, era vietata alle sette società regionali nate dalla frammentazione del vecchio sistema telefonico.

Ma a rendere particolarmente smagliante il sorriso di Gingrich nel corso della cerimonia è stata la consapevolezza di essere riuscito dove per quasi cinquanta anni gli sforzi dei suoi predecessori erano naufragati miseramente. A causa dell'altissima posta in gioco, nessuna amministrazione era stata finora in grado di cambiare le regole per i violenti attacchi da parte delle lobby della telefonia. Dopo l'Antitrust consent decree del 1982, il decreto con cui il dipartimento alla Giustizia decise la rottura del monopolio dell'At&t e la nascita delle sette compagnie telefoniche regionali e il Cable communication policy act del 1984, la legge con cui il Parlamento vietò alle stesse società regionali l'offerta di servizi televisivi via cavo ai propri utenti, il Parlamento non è più riuscito ad adeguare il quadro normativo del 1934 alle esigenze di un mercato delle telecomunicazioni proiettato verso il 2000.
All'inizio del 1930, fu il presidente dell'At&t Theodore Vail a introdurre il concetto di un servizio universale economicamente accessibile a tutti grazie a un solo operatore nazionale. Il legislatore recepì questa filosofia con il Telecommunications Act del 1934, in cui venne definito il ruolo delle Bell operating companies (Boc), che divennero poi parte dell'At&t. Nei sessantadue anni trascorsi da allora, qualsiasi tentativo di riforma radicale del sistema si è infranto sull'opposizione delle compagnie telefoniche, regionali o della long distance, a una legge che mettesse in discussione il loro monopolio senza adeguate compensazioni. Il legislatore è così diventato prigioniero dei "giganti" da lui stesso creati: per garantirsi il sostegno della classe politica americana le compagnie telefoniche hanno versato nelle casse dei partiti 40 milioni di dollari tra il 1984 e il 1994 e l'At&t, che di milioni ne ha versati quasi sette, ha spesso minacciato anche di chiudere le proprie fabbriche negli Stati di deputati e senatori che avessero votato una riforma che la sfavorisse in qualche modo.

Una riforma, però, era ormai diventata inderogabile: analisti e politici erano da tempo concordi nel ritenere anacronistica una separazione tra settori delle telecomunicazioni quando l'integrazione tecnologica è ormai un dato di fatto. L'affermazione delle tecnologie cellulari e satellitari ha completamente mutato lo scenario competitivo, rendendo anacronistiche le leggi che limitano l'attività delle imprese telefoniche al territorio o allo specifico servizio loro assegnato. Di tutto ciò erano consapevoli sia il Parlamento sia le compagnie telefoniche, che ovviamente non chiedevano altro se non di avere la possibilità di espandersi su nuovi mercati.
Il primo tentativo concreto di riformare la legge sulle telecomunicazioni varata nel 1934 risale al 1976, quando Jimmy Carter era presidente degli Stati Uniti. Nel 1979, la Commissione commercio della Camera approvò un testo di riforma, ma l'aula decise di farlo decadere non votandolo e la stessa sorte toccò all'analogo testo presentato al Senato. Nell'ottobre del 1981, con la nuova amministrazione guidata da Ronald Reagan, la maggioranza repubblicana al Senato approvò un nuovo testo di riforma modellato sul precedente tentativo. Ma l'8 gennaio del 1982, poco prima che la Camera si esprimesse sulla proposta, fu annunciato dall'amministrazione lo smantellamento del sistema delle Bell e quindi la nascita della struttura che ha dominato fino a oggi, con compagnie regionali e della lunga distanza.
Il nuovo assetto del mercato generato dalla rottura del monopolio telefonico dell'At&t e dalla nascita delle sette baby bells costrinsero la divisione antitrust del dipartimento alla Giustizia a dettare rigidi limiti all'operatività delle nuove holding telefoniche regionali. In particolare, l'Antitrust proibì alle baby bells l'ingresso in tre principali aree di mercato: l'offerta di servizi interurbani; la produzione di tecnologie e impianti per telecomunicazioni; la fornitura di servizi informativi, come per esempio l'editoria elettronica e altre forme di comunicazione di tipo mediale.

Nel 1984, il Congresso approvò una nuova normativa (il Cable communication policy act) che deregolamentò il settore della televisione via cavo e introdusse il divieto per le compagnie telefoniche di offrire "servizi via cavo" nelle stesse aree in cui gestivano il servizio telefonico. Il coro di proteste fu alto, ma il legislatore non fece marcia indietro.
Otto anni dopo, nel 1992-93, sotto la pressione delle compagnie regionali desiderose di espandersi in altri settori, il parlamento tentò nuovamente di riformare le telecomunicazioni con la presentazione di una proposta di legge al Senato.
Le proposte avevano lo stesso obiettivo: ai fini di una maggiore competizione permettere l'ingresso delle compagnie regionali nel settore della lunga distanza. I progetti, anche in questo caso, non completarono mai il loro iter legislativo per la violenta opposizione delle società telefoniche della long distance e delle imprese produttrici di apparecchiature e tecnologie (Motorola in testa). Malgrado l'approvazione alla Camera, il Senato non prese mai in considerazione le tre proposte di legge.
La svolta di fronte a questo impasse legislativo si verifica però nel 1994: nelle elezioni politiche di novembre il partito Repubblicano conquista per la prima volta in quasi 50 anni la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Così, nel marzo del 1995, il nuovo presidente della commissione Commercio del Senato, il repubblicano Larry Pressler, presenta una proposta di riforma, la numero 652/95. Alla Camera, una proposta analoga (la 1555/95) viene presentata dal nuovo presidente della commissione Commercio, il repubblicano Thomas Bliley, e dal presidente della commissione Telecomunicazioni.
La proposta di legge presentata al Senato viene approvata il 16 giugno scorso e quella della Camera agli inizi di agosto. Le differenze tra i due testi sono minime. In entrambe, il legislatore punta senza equivoci alla piena liberalizzazione del mercato telefonico e di quello televisivo.

La durezza della battaglia politica preceduta alla loro approvazione è lo specchio del fatto; le 281 pagine della riforma delle telecomunicazioni son destinate a dare un nuovo impulso alla crescita di un settore che rappresenta oggi il 14% dell'intera economia americana, creando allo stesso tempo le condizioni per una maggiore occupazione. Secondo alcune stime, la riforma potrebbe contribuire alla creazione di 3,4 milioni di posti di lavoro nei prossimi anni.
Di fatto la riforma del 1996 ha rimesso in discussione il vecchio sistema, garantendo però agli operatori regole certe e pari opportunità. Le società della long distance, per esempio, potranno ora fornire il servizio telefonico locale o con proprie reti o con un accesso garantito ed economico alle reti delle baby bell, che, da parte loro, non potranno entrare nella telefonia a lunga distanza finché non avranno dimostrato di aver rispettato «quattordici punti di verifica» fissati dalla legge.
Nel processo di mutazione verso il nuovo sistema, un ruolo cruciale sarà peraltro rivestito dalla Federal communications commission (Fcc). Se infatti la riforma firmata da Clinton costituisce la legge quadro entro le cui linee guida si dovrà sviluppare il sistema delle telecomunicazioni americane del futuro, è all'agenzia federale per la sorveglianza e la regolamentazione del settore che il Telecommunications Act demanda il compito di definire i particolari della nuova era delle comunicazioni.

Nel giro di un anno (ma buona parte dovranno essere pronte entro i prossimi sei mesi) la Fcc dovrà scrivere più di 80 norme, molte delle quali di importanza vitale per il successo della riforma. Tra queste è la fissazione delle regole per l'entrata delle baby bell nella telefonia a lunga distanza: entro il prossimo 6 agosto dovranno essere precisati per esempio i "quattordici punti di verifica" dal rispetto dei quali dipende la possibilità delle baby bell di chiedere alla Fcc il permesso di offrire servizi di long distance ai propri clienti nei singoli Stati. Sarà sempre la Fcc a decidere caso per caso se questi requisiti siano stati rispettati e dare il suo responso alla richiesta delle baby bell di entrare nella telefonia a lunga distanza entro i 90 giorni, dopo essersi consultata con le autorità degli Stati in questione per verificare che nel territorio considerato la bell abbia aperto ad almeno un concorrente il mercato della telefonia locale.
La Fcc dovrà, inoltre, stabilire le tariffe che i nuovi operatori della telefonia locale dovranno pagare alle baby bell per utilizzare i loro network. E l'agenzia dovrà studiare anche come rendere accessibili i servizi telefonici a tutti gli americani che lo richiedano (il cosiddetto "universal service", costituisce uno degli obiettivi della riforma) stabilendo quali industrie dovranno sobbarcarsi i costi relativi. Sarà sempre la Fcc, infine, a definire i termini dell'accesso delle compagnie elettriche e del gas sul mercato delle telecomunicazioni; i casi in cui i consumatori potranno ricorrere contro le tariffe imposte dagli operatori della Tv via cavo; gli standard per il "V-chip" e la data precisa (dopo l'8 febbraio 1998) oltre la quale tutti i nuovi apparecchi televisivi sopra i 13 pollici dovranno contenere l'apparato anti-violenza; gli sconti che le società di telecomunicazione dovranno concedere a scuole e biblioteche (la riforma associa un forte ruolo educativo alla rivoluzione dei mezzi di comunicazione). Un compito tutt'altro che semplice e destinato a mettere la Fcc al centro di nuovi scontri tra le diverse lobby dell'industria. In fin dei conti, anche dopo la riforma, a Washington la battaglia per la conquista del grande mercato delle telecomunicazioni continuerà. E tutto, almeno per qualche mese, sarà "politics as usual".



IL LUSSO É MORALMENTE RIPUGNANTE. LA SFIDA DI CRISTOPHER LASCH

Paolo Giuntella

http://www.il-margine.it/archivio/1995/b10.htm 

 

 

L’ineguaglianza economica è intrinsecamente non desiderabile, anche quando si limita alla sfera sua propria. Il lusso è moralmente ripugnante e la sua incompatibilità con gli ideali democratici è largamente affermata nella tradizione che impronta la nostra cultura. La difficoltà di porre dei limiti al potere della ricchezza fa capire che è la ricchezza stessa a dover essere limitata. Quando il denaro parla, tutti sono costretti ad ascoltare. Per questo una società democratica non può permettere un’accumulazione illimitata. L’eguaglianza civica e sociale presuppone almeno una buona approssimazione di eguaglianza economica... La condanna morale dell’eccesso di ricchezza deve informare ogni difesa della libertà del mercato e questa condanna morale deve essere sostenuta con una azione politica concreta.

 

Christopher Lasch ha proprio ragione. Non è esattamente questo il problema italiano dopo l’avvento del berlusconismo e del suo "relativismo etico" o "materialismo pratico"? Il vero mutamento è proprio questo: l’ostentazione della ricchezza, la legittimazione della cultura del possesso, l’esaltazione - televisiva, morale, come modello di vita e poi politica - dell’avere. Un crescendo passato attraverso il reaganismo degli anni ’80, l’egemonia della sottocultura di massa della televisione commerciale, la secolarizzazione della politica, la legittimazione politica dall’arroganza, del rampantismo, la crescita di un nuovo darwinismo del successo, delle carriere, del denaro.

 

Ma la sinistra, pur di non apparire arcaica, rischia di sopportare questa legittimazione dell’ostentazione della ricchezza, del potere illimitato del denaro, e di assistere inerme al falò nella vita quotidiana di tutti i valori di eguaglianza e fraternità, portando persino qualche proprio ramo per alimentare il fuoco.

 

 

Un’eredità ben più seria di una provocazione

 

Christopher Lasch, storico e sociologo dell’Università di Rochester; protagonista di forti polemiche nella sinistra americana, una sorta di Pasolini statunitense, isolato e sconosciuto in Italia; liberal pentito approdato su spiagge populiste (con geniali intuizioni ma anche forti ipoteche conservatrici), ci ha lasciato una eredità ben più seria di una semplice provocazione. La questione del capitalismo (che non significa rifiuto ingenuo e utopico del mercato), il problema del senso politico e istituzionale (non solo morale) del gratuito e del solidale. La sfida insomma che ci ha lasciato in eredità un’altra coscienza inascoltata, Claudio Napoleoni: continuare a cercare. Questione fondamentale dopo la caduta del comunismo e gli esiti catastrofici della svolta nei paesi dell’Est europeo.

 

Certo senza cultura economica, le stesse interessanti provocazioni dei communitarians americani (che ripercorrono sostanzialmente, secondo percorsi culturali "altri" e post-liberali, i sentieri intuiti dal personalismo comunitario), o dei liberals di sinistra (Walzer, Dahl ecc. ecc.); tutti i dubbi della sinistra democratica post-comunista (Tronti, Rodotà, Barcellona) o degli eco-marxisti (O’ Connor) e dei solidaristi radicali (Gorz) o dei terzomondisti non emotivi (Latouche), rischiano di restare lamentazioni o sogni, sentieri lastricati di buone intenzioni, indicazioni destinate soltanto ai domini etici. Ed è comunque già qualcosa, se si pensa ai pesanti detriti di luoghi comuni rovesciati in questi anni dai falsi profeti o dai facili demagoghi del liberismo anche sui domini etici e di vita quotidiana (è molto importante, da questo punto di vista la tenace opera di demistificazione compiuta da Zamagni in Italia). Ma esiste, appunto, una frontiera etica ed educativa che si annuncia decisiva per i prossimi anni e soprattutto a livello giovanile. Due sono infatti i rischi gravi: la crescita impetuosa di cultura di massa, di "mito" e persino di "mistica", individualista; una fascinazione semplicista, disgregativa del senso comunitario e collettivo di cui sono vittime proprio i giovani in cerca di lavoro, e settori diffusi di piccola borghesia e di poveri che hanno costruito con grandi sacrifici e pesante lavoro le proprie soglie di benessere minimo e riscatto sociale.

 

E questo è il primo rischio, quello del populismo liberista, l’incanto televisivo di Berlusconi, Ross Perot e Newt Gingrich. Il secondo è il rischio del populismo "rivoluzionario" di estrema destra, di una destra sociale anti-capitalista, persino mistica, che risponde al bisogno di senso di ceti popolari poveri e di giovani non colti della middle class e della piccola borghesia però più "generosi", meno integrabili - sul piano morale - nel "sistema", più refrattari al dominio telecratico. La sinistra, le sinistre, democratiche, post-comuniste, cattoliche, laico-liberal, rischiano insomma per eccesso di prudenza, di ricerca di affidabilità in concorrenza con i moderati, di lasciare, per autoriduzione della propria capacità di produzione di senso, di lasciare larghi spazi ad una destra sociale reazionaria, razzista, nazionalista, ma, appunto, populista in Europa e in Occidente.

Questi rischi sono il risultato del mancato coraggio di una riflessione controcorrente e profonda fuori dalle sabbie mobili della banalità e delle standardizzazioni. La fretta dei democratici a seppellire la produzione "ideologica" (giustamente Bobbio ci ha ricordato che l’albero delle ideologie è sempre verde e Dossetti ci avverte che nei cimiteri delle "vecchie" ideologie crescono ideologumena perversi, le piccole "ideologie" di destra, appunto); e la deriva individualista dell’universo culturale liberal e del welfare state realizzato (che ha ignorato famiglia e comunità).

Proprio su questo Lasch diventa feroce, parziale e persino fazioso. Indisponente. Ma ci manda a dire scomode verità. Nel suo Paradiso in terra (Feltrinelli), testo base (e assai voluminoso) della sua ricerca sociale, ci propone questa radicale revisione critica della gestione liberal del welfare, delle rivendicazioni individualiste dei "progressisti" americani, fino a proporci una aspra meditazione: l’involuzione neo-capitalista e anti-solidarista del liberalismo progressista, attraverso la negazione del comunitarismo, della centralità della famiglia e dei suoi valori sociali e culturali, della sua involuzione radical-chic, del suo pragmatismo permissivo schiacciasassi progressivo di senso e dunque produttore di consumismo, sia pure di élite. Ancor più feroce si annuncia il suo libro La rivolta delle élites, in arrivo postumo in Italia (ancora Feltrinelli). Una riflessione, si diceva, "indisponente" ma inevitabile e coraggiosa per cattolici "liberal e personalisti", ma anche a sinistra, dove, per altro, non è stata digerita la sua conversione sull’aborto. E non solo: anche l’elogio della middle class e della provincia americana.

 

 Libertà, eguaglianza, fraternità

 

Sì, l’insopportabile, irascibile, Christopher Lasch, ci costringe a riflettere sul vuoto culturale a sinistra (che pure conserva le intelligenze e le competenze più riflessive e rigorose), e sul vuoto culturale a destra. Almeno a livello di modelli culturali di massa. Destra e sinistra non sono affatto finite come sensibilità e come schieramenti. Ha ragione Bobbio. Eguaglianza e diritti umani certamente continuano a dividere destra e sinistra. Ma perché regalare la "libertà" ai conservatori? Io credo che libertà ed eguaglianza siano inscindibili, perché libertà senza eguaglianza non è vera libertà ed eguaglianza senza libertà è dittatura.

 

Ma libertà ed eguaglianza non sono complete senza "fraternità", l’altro nome, il meno usurato, della solidarietà: gratuito, volontariato, oltre la giustizia, oltre il denaro. E "fraternità" è in realtà il nome "mitico" della partecipazione, dunque niente di retorico, ma la fondazione del principio di responsabilità. Ma quale distanza comunicativa si è creata proprio con la "piccola borghesia" - ceto sociale maggioritario - e i settori popolari non più legati per tradizione familiare e religiosa alle radici e alle identità vitali d’origine? E, al contrario, quanti stereotipi sopravvivono? Quanto pesa ancora (e non solo in Italia e non solo a destra) il "mito" idolatrico anticomunista, una pseudo-identità primitiva, una visceralità irrazionale e incolta ormai da stadio, da ultras? E quanto pesa, a sinistra, il mix anti-religioso, anti-cattolico, alimentato da luoghi comuni e apriorismi incolti?

 

Perché Lasch può essere considerato di "destra" per le sue posizioni sull’aborto (in vero del tutto simili a quelle di Bobbio e di Magris) e "catto-comunista" per altre? Perché conservatore quando pone il problema della cultura dei limiti e addirittura di destra quando lascia soltanto ipotizzare ai suoi lettori critici (in realtà senza neppure parlarne) uno spazio aperto al mistero di Dio? E non potrebbe, al contrario, essere considerato di "destra" un intellettuale "di sinistra" (Alfonso Belardinelli) che ritiene "impossibile, illusoria, mistificatoria ogni forma di ‘rinascita religiosa’" e considera "lo stesso dibattito teologico contemporaneo (salvo eccezioni: per esempio Simone Weil)" una "impostura, un abuso verbale"? Può un intellettuale "di sinistra" limitarsi a Simone Weil, cioè ignorare Teilhard de Chardin, Karl Barth, Bonhoeffer, Rahner, Chenu, Moltmann, Gutierrez, Küng, Paul Ricoeur, Von Balthasar...?

 

Prima conclusione: meglio la sinistra politica, soprattutto quella ex comunista. Certa sinistra intellettuale, o certa sinistra "cespugliosa" rappresenta effettivamente un problema. Un problema di arroccamento (conservatorismo?) culturale, forse anche di intolleranza o semplicemente di prigionia nei recinti degli stereotipi.

 

 

 Il problema dei confini

 

Ma resta anche un problema politico. Il nuovismo (molto più pericoloso del "buonismo"), la paura delle radici ideali e morali inestirpabili, non riducibili. Per esempio: la questione della cultura del limite. Walzer e più ancora Lasch giustamente pongono il problema dei "confini". "L’obiettivo del liberalismo ‘civico’, contrapposto al ‘liberalismo del denaro’ è quello di creare una sfera vitale in cui il denaro abbia meno valore, per impedire che chi ha il denaro concluda di essere superiore". Dunque? "mettere dei limiti all’imperialismo del mercato che trasforma in merce ogni bene sociale". Lasch aggiunge la questione dell’eguaglianza "civica e sociale" e la condanna dell’"eccesso di denaro".

Direte: banalità. Lo dice qualsiasi parroco. Già, ma in modo esortativo, moralistico, soltanto sul versante religioso o spirituale. E comunque non lo dicono i grandi media, non lo pensa la maggioranza delle persone, non si può dire nei salotti buoni, non lo dice la sinistra che cerca affidabilità, credibilità di governo e non vuole spaventare i più moderati, gli imprenditori, i commercianti e la piccola borghesia che mette da parte i soldi per comprarsi il fuori-strada - micro-inveramento del sogno Beverly-Hills/Arcore - o i poveri che dai bassi sognano la rivincita dei figli.

 

E’ su questo punto che la sinistra e i cattolici-democratici hanno perso ogni capacità comunicativa, ogni capacità di creare sogno e speranza, ogni capacità - per paura di essere considerata vetero-ideologica - di tradurre in emozione collettiva la lotta contro la povertà, l’eguaglianza come diritto di cittadinanza (Dahl), cioè come diritto costituzionale, la solidarietà con il terzo escluso, con i profughi e gli immigrati, e soprattutto con l’85 per cento del pianeta (il Sud del mondo) come la grande scommessa che dà senso alla vita, che è la direzione della storia, che è il percorso della nostra stessa autorealizzazione nel piccolo e nel relativo - contingente, provvisorio e incompiuto - della nostra esperienza vitale.

 

Viviamo, a livello di cultura o sottocultura di massa, i valori dominanti esattamente contrari allo spirito degli anni ’60, del Concilio, della Nuova Frontiera, dell’internazionalismo, dell’I care (se si esclude, naturalmente la minoranza dei volontari), o se volete del New Deal, nonostante il peso ormai strutturale e molto alto della disoccupazione e della povertà in tutti i Paesi europei e negli Usa, e le ingiustizie e la deriva neo-classista dello sventramento ideologico del welfare. E’ su questo punto che Clinton è diverso da Roosevelt, tace, e dunque perderà, ci assicura Joanne Raskan sul numero di Luglio/Agosto di "Reset".

 

No. Non è affatto una banalità o un dato etico-politico scontato, come può apparire a cattolici impegnati, immersi nel volontariato e nell’educativo-gratuito. La linea liberal di Michael Walzer e l’impostazione populista di Lasch sono catto-comunismo all’essenza pura, secondo la larga maggioranza degli italiani, di destra o di sinistra, intellettuali, impiegati o bottegai. "Restringere la sfera in cui il denaro ha importanza" (Kaus), "porre dei limiti all’imperialismo del mercato" (Walzer), "il lusso è moralmente ripugnante" (Lasch), mettiamocelo in testa, sono affermazioni da minoranza. Da minoranza "catto-comunista" per la precisione.

 

Una prospettiva di speranza

 

E allora? Se riteniamo che la condanna morale dell’eccesso di ricchezza sia un valore, anche politico e non solo morale, come altri valori irriducibili, ci si propone (è un po’ lo stesso problema della pace e della nonviolenza) la questione dell’efficacia, tra esigenza della testimonianza e della proposta di contenuto, e la necessità della strategia e della creazione di consenso, di audience, attorno a questo valore programmatico. Soprattutto quando, in Italia (ma ormai anche in altri paesi europei e negli USA) la principale preoccupazione è diventata: primo, non prenderle. E dunque le piattaforme programmatiche, gli stessi riferimenti valoriali, sono sempre più sfumate ed ecumeniche per raccogliere le più ampie coalizioni possibili.

 

Ma il problema che Lasch o altri scrittori communitarian propongono alla sinistra democratica è più profondo. Primo, perché alcuni di questi temi, in realtà, dovrebbero non solo orientare programma e progetto politico, ma potrebbero orientare anche la raccolta dei consensi o provocare fughe di voto. Ma soprattutto la questione è, appunto, la capacità di leggere, interpretare, "governare" le variazioni della coscienza collettiva, la formazione dell’opinione pubblica, la ricerca di una coscienza politica collettiva, compiti ai quali la politica non può venir meno. Nessuno di noi pretende più di aver un progetto compiuto, organico, ideologicamente coerente. Nessun programma politico, tanto meno di coalizione, può pretendere di tradurre in azione politica e di governo l’esperienza valoriale delle culture e delle forze sociali da cui pure trae origine. La politica, non destinata all’irrilevanza o all’eterna minoranza, è la sintesi del possibile tecnicamente fondato. La politica, nelle condizioni date, di pluralismo culturale, rapporti di forza tra interessi diversi ed opposti, può essere, in Italia, anche, semplicemente contenimento del male. Ripristino delle regole, o come disse Romano Prodi annunciando la sua decisione di candidarsi alla guida del governo in alternativa a Berlusconi, fare finalmente dell’Italia un paese "normale".

 

In una fase resistenziale alla insorgenza di una destra populista post-costituzionale che, pur dichiarandosi ‘liberal-democratica’ in realtà mette in discussione proprio principi e regole liberal-democratiche occidentali (problema del tutto analogo hanno altri Paesi europei, ma soprattutto gli Usa) si può e si deve accettare la prospettiva minimalista: primo non prenderle, secondo ripristinare le regole, terzo riformulare un patto costituzionale-istituzionale, terzo (se non primo, e non solo in Italia) definire regole chiarissime e inviolabili per l’informazione a garanzia dell’effettivo diritto liberale alla libertà, all’autonomia, al pluralismo dell’informazione. Quarto: ripristinare le regole significa inaugurare anche in Italia una seria legislazione anti-monopolio, garanzia minima, secondo Luigi Einaudi, di uno stato liberal-democratico. Sono obiettivi minimi, liberali, come si vede, richiesti ad una coalizione di centro-sinistra (!), questo il paradosso, perché in Italia (ma analoga situazione potrebbe proporsi negli Stati Uniti) non esiste una destra liberale.

 

Ma c’è una "vigilia" della politica, un "prima" del governo, che non è solo il pre-politico, ma il politico prima del politico-competitivo, elettorale, partitico. E’ a questo livello che si forma il consenso non immediato non elettorale, il consenso ideale, la prospettiva di speranza, di riforma, quella coscientizzazione che permette di costruire nel tempo il bacino etico morale per i cambiamenti più incisivi, per i new deals o le nuove frontiere. D’altra parte, se anche giovani cattolici scouts, capi-scout, volontari o di A.C.- vestono T-Shirt e felpe con il faccione di "Che" Guevara (al di là del gioco d’identità-contrapposizione con i giovani di destra e i loro simboli), questo è un sintomo epico-emotivo di una domanda inevasa di radici, di speranza, di gratuito, di rifiuto del dio immanente d’Occidente (ricchezza, denaro) che ha sostituito nell’immaginario collettivo e nella morale comune il Dio trascendente e amore. Una domanda che chiede cittadinanza politica, implora di essere raccolta, interpretata, rappresentata. Una domanda latente di "ulteriore", di "altro", di "più" che militare o entusiasmarsi per la buona amministrazione, il recupero del deficit pubblico, una buona legge finanziaria (che pure sono cose decisive e volontari e giovani devono capirlo e possono capirlo soltanto con una formazione politica seria e non generica e volontaristica). Questa domanda va non solo raccolta ma coltivata e suscitata e resa culturalmente compatibile anche con una maturazione linguistica popolare ed emotiva, con la cultura della responsabilità, del tecnicamente possibile, della gradualità e della pazienza storica.

 

Questo è il terreno di un confronto molto meno vuoto e stereotipo a sinistra e nel centro-sinistra, tra liberals, democratici, radicals, socialdemocratici europei, populisti democratici, cattolici democratici liberal e personalisti. Ed è il terreno di un grande sforzo rifondativo ed educativo che, effettivamente, in questo specifico, non sopporta più le definizioni recinsorie di "sinistra" o di "centro" o al limite persino di "conservatori" o "progressisti". Il concetto in particolare di "progressista" (a noi caro negli anni ’50 e ’60 anche nel campo cattolico) perde ogni suo significato: non è più una linea politica, divide persino (e per fortuna) a sinistra, ed anche tra gli ambientalisti. I concetti di crescita e di sviluppo sono, nelle tradizionali categorizzazioni, anch’essi ambigui, e luogo di discussione.

 

Ma proprio ciò vuol dire "più politica" e non meno politica, "più partito e meno apparato", "più società civile ma nei partiti" e non il mito naif della "società civile" più vera e più sana che in realtà tradisce la voglia di movimenti a leadership carismatica senza cariche elettive cioè senza verifica democratica e, sempre di più, voglia di liberismo, rifiuto della politica, voglia di "democrazia diretta", di democrazia "referendaria": è l’ipoteca più grave della deriva telecratica. Al contrario: più impegno, e meno qualunquismo. Servono i Dossetti, i Moro, i De Gasperi, i Togliatti, i Berlinguer, per ricostruire il primato della politica sul mercato, della politica sulla guerra, della politica sugli affari, della mediazione politica alta sull’esercizio ricattuale delle lobbies e degli interessi forti o corporati.

 

La capacità dei democratici sul terreno politico e competitivo deve essere contemporaneamente quello di fare sintesi tra diversità, tra lobbies sociali democratiche, in vista degli appuntamenti competitivi elettorali imponendo ai frazionisti presenzialisti dei cespugli l’unità "per forza o per amore". Ma anche quella di raccogliere le spinte dei movimenti ad una sola uscita ormai fisiologicamente costitutivi della democrazia (Amnesty International, Greenpeace, Medecins sans frontières, Beati Costruttori di pace, WWF, ambientalisti, volontariato e cooperazione internazionale) ma soprattutto di favorire la ripresa di dibattito etico-politico sugli indirizzi valoriali (di "sinistra dei valori" parlava già Emmanuel Mounier negli anni ’30).

 

 

 Cercare ancora una via d’uscita

 

Questa è la provocazione che ci viene da Christopher Lasch, Michael Walzer, André Gorz, Alain Touraine, Robert A. Dahl, Serges Latouche... anche se molti di questi indirizzi "valoriali" possono dare fastidio a qualcuno o essere bollati come pretese catto-comuniste. In realtà rappresentano intuizioni ragionevoli, spezzoni di razionalità politica: dal problema dei "confini" del denaro, a quello del riequilibrio Nord/Sud (dentro il quale c’è l’unica risposta razionale e realista all’espansione del fondamentalismo islamico, al terrorismo), alla gravissima questione ecologica affrontata in modo sempre più buffonesco dai "palazzi" e dalle "industrie" e poi ignorata nei fatti nelle politiche governative, alla questione del recupero dell’autogoverno locale e del principio visibile di responsabilità, dunque il recupero della città, dei centri-storici non come luoghi monumentali ma come centri abitati, la grande questione dell’eccesso di automobili, di trasporto privato, la grande questione dei monopoli della grande distribuzione, e dei colonialismi culturali e informativi. Le grandi questioni proposte dal fallimento delle missioni ONU sui "nuovi" conflitti "locali", che "locali" non sono.

 

Ma il nostro primo problema, per tornare alla provocazione di Lasch, è cercare ancora, per trovare una via d’uscita oltre la dialettica paralizzante vetero-ideologica liberismo/statalismo. Lasch ci propone di meditare sulla deriva individualista del welfare liberal e/o socialdemocratico e ci propone il tema dell’idea di città, cioè dell’autogoverno, della responsabilità, che è molto di più dell’autonomia locale o del federalismo nella direzione indicata negli incontri di Napoli e Bari da Dossetti, e, prima ancora, da Cacciari.

 

Infine: Dini ha lavorato bene e ne siamo contenti, ma non è l’"Italia che vogliamo". Prodi e Veltroni lavoreranno bene e noi ci batteremo per loro con convintissimo impegno e li lasceremo lavorare, e li sosterremo perché è una battaglia decisiva. Ma quando avranno vinto, se sarà necessario, noi continueremo a cercare. E a protestare, a "denunciare" (se occorrerà), a stare dalla parte degli ultimi. A cercare un nuovo Stato sociale non burocratico non assistenziale, riformato attraverso forme nuove di autogestione cooperazione e competitività sociale non commerciale. Cercare nuove forme di cooperazione internazionale da imporre ai governi. Rafforzare le forme di politica estera alternativa o integrativa: Greenpeace, Amnesty International, Medecins sans frontières...

 

E’ possibile un nuovo compromesso democratico tra capitalismo e democrazia, è possibile un nuovo compromesso rooseveltiano "post-socialdemocratico?" Questa deve essere la nostra ricerca. Perché o la politica è cercare risposte alla drammatica conclusione del sindacalista contadino salvadoregno citato da un gesuita latino-americano a commento della "caduta del comunismo", "La Revolucion ha muerto y los pobres seguiran siendo pobres" o è meglio occuparsi di letteratura, musica, bambini handicappati e minori in difficoltà.

 

Sono tutti luoghi comuni, banalità, catto-comuniste? Beh, allora viva il catto-comunismo!

 

La Rivista del Manifesto:

numero  12  dicembre 2000

Elezioni americane: la sinistra

NON C'È PIU', NON C'È ANCORA
Joseph A. Buttigieg 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/12/12A20001216.html  

 

In questi giorni la stampa, la radio e la televisione statunitensi stanno dedicando moltissimo spazio a reportage, discussioni, dibattiti sui complessi intrighi legali e le operazioni di public relations che i due schieramenti di Bush e di Gore stanno conducendo nello Stato della Florida.
In una situazione che cambia ogni ora, dove l'esito delle elezioni presidenziali è ancora molto incerto, c'è stato poco tempo o voglia di dedicarsi agli abituali epitaffi dei candidati; non è ancora il momento per il tipico sguardo dopo-elezioni, in cui si analizzano i risultati cercando di capire quale sarà la traiettoria politica del paese e lo stato d'animo dei votanti.
Nel corso di questa insolita lunga pausa, non sono molte le discussioni direttamente incentrate sui programmi politici e sulle campagne elettorali dei candidati presidenziali; l'argomento principale riguarda il ruolo della magistratura nel processo politico. Un'altra questione molto discussa è se l'eventuale vincitore, che si tratti di Bush o di Gore, possa essere un leader all'altezza dell'incarico, dato il ristrettissimo margine che li divide dalla vittoria e il metodo controverso con cui si concluderà la vicenda. C'è chi ha rivolto l'attenzione alla funzione del Collegio elettorale, sollevando dubbi su un'istituzione arcaica poco democratica che dovrebbe essere abolita perché sminuisce il peso del voto popolare. Altri hanno messo in discussione i metodi stessi del processo di voto, dopo la confusione che si è creata in Florida per un sistema e una macchina elettorali rozzi, antiquati e inaffidabili.
La momentanea impasse - non sarebbe corretto definirla paralisi, come ha fatto qualcuno - sta trasmettendo la sensazione di un intenso dramma ripreso quasi ininterrottamente dalle telecamere. Il tempo e le risorse che la Cnn sta dedicando all'evento ricordano gli ampi reportage sul caso O.J. Simpson e sullo scandalo Lewinsky. Questa volta, però, è la politica a essere in primo piano; si discutono seriamente aspetti importanti del sistema democratico del paese, del diritto di voto, della legge costituzionale, del federalismo ecc., invece che i dettagli di cattivo gusto di un delitto violento o i pruriginosi particolari di uno slancio sessuale.
Questo non per dire che il braccio di ferro politico che si sta disputando in Florida sia un alto esempio di ragionevolezza politica. La retorica che spesso campeggia arriva talvolta a sfiorare la volgarità, come quando i portavoce repubblicani hanno accusato Gore di cercare di 'rubare' le elezioni, o hanno suggerito che gli scru ri di Palm Beach fossero 'corrotti'. Comunque, questo intricato dramma con i suoi diversi risvolti ha senz'altro aumentato la coscienza politica degli statunitensi; ma è l'imprevedibile intreccio ad attirare tutta l'attenzione, e tutti aspettano con ansia che si giunga a una conclusione.
Nel frattempo sono state messe da parte diverse questioni importanti, almeno per il momento. Ad esempio, come e perché la campagna elettorale ha raggiunto questo punto morto, quasi senza precedenti nella storia americana? O perché l'elettorato si è trovato a dover scegliere tra i due candidati maggiori, due banali e mediocri aspiranti alla presidenza della nazione più potente del mondo? Senza dubbio, tali questioni verranno proposte e discusse a lungo una volta conclusa la disputa. (Anche questa rivista ci tornerà sopra sulla base di dati più completi [NdR]). Alla fine, comunque, l'esito con ogni probabilità condizionerà e arriverà ad alterare le diverse analisi e conclusioni finali. Se sarà Bush a vincere le elezioni, ad esempio, la sua strategia elettorale sarà considerata magistrale, verrà elogiata la sua linea politica, così come le sue abili capacità di leader, almeno all'inizio; poi, per compensare gli effetti debilitanti, reali o immaginari, che l'attuale fase d'incertezza sta producendo sulla fiducia della gente nel sistema politico, si alzeranno diverse voci autorevoli che inviteranno la popolazione a mettere da parte le differenze di parte e a schierarsi con il nuovo capo in nome dell'unità nazionale. D'altra parte, se Bush dovesse perdere, si solleveranno molti dubbi sulle sue capacità di giudizio politico, le sue tattiche, la sua abilità di governare il paese; e anche sulla legittimità della decisione dei Repubblicani di sostenere Bush sin dall'inizio, mentre avrebbero potuto aspettare il momento propizio e offrire a John McCain la candidatura per la presidenza. C'è chi dice che McCain sarebbe stato un migliore avversario per Gore. Se Bush perdesse, comunque, il margine sarebbe talmente ristretto che lui potrebbe ancora rimanere una figura autorevole sullo scenario politico nazionale e, forse, persino riemergere come un candidato forte tra quattro anni.
Il destino di Gore sarebbe invece molto diverso. Sia che vinca o che perda, la sua reputazione uscirà indebolita da questa campagna elettorale; se dovesse perdere, la sua carriera politica avrà quasi certamente una fine ingloriosa. Per otto anni, come vicepresidente, Gore ha sempre partecipato attivamente all'amministrazione, che ha avuto la fortuna di governare nella fase di crescita economica ininterrotta più lunga nella storia del paese.
L'amministrazione Clinton ha visto retrocedere il partito dei Repubblicani, soprattutto dopo la sconfitta decisiva inflitta alla crociata conservatrice condotta da Newt Gingrich. L'aver trasformato il deficit di bilancio in un bilancio attivo ha privato i Repubblicani della loro principale risorsa; tutti i sondaggi hanno confermato che la grande maggioranza della popolazione ha ancora molta fiducia nella forza e nella stabilità dell'economia; le cifre della disoccupazione hanno raggiunto il livello più basso e l'inflazione è sotto controllo; la sicurezza nazionale non è mai stata seriamente minacciata sotto l'amministrazione Clinton. Il suo unico grosso punto debole, il caso Lewinsky, non ha mai toccato Gore. E poi, il tentativo di impeachment contro Clinton ha prodotto l'effetto contrario quando la gente ha cominciato a essere stanca delle azioni vendicative chiaramente di parte dei persecutori repubblicani del presidente (George Bush, nella sua campagna elettorale, ha preso le distanze dai protagonisti del tentato impeachment, e alcuni tra i maggiori di essi sono stati sconfitti in queste ultime elezioni). Come ha potuto Gore non beneficiare di questa eredità?
Se Gore perdesse le elezioni, lui e i suoi sostenitori punterebbero subito il dito contro Ralph Nader. In realtà le recriminazioni sono già cominciate, non tanto nei maggiori mezzi di comunicazione, che si stanno concentrando quasi esclusivamente sul rapido sviluppo degli eventi in Florida, quanto nei periodici minori, liberali con tendenze a sinistra e, soprattutto, nelle 'news' e 'chat rooms' su Internet (vedi, tra le molte altre, Discussion Board on Election 2000 sul sito web di "The Nation", www.thenation.com).
Queste recriminazioni non sono soltanto inutili, ma nascondono le vere ragioni alla base dei fallimenti di Gore. Innanzitutto, il fattore Nader non è riuscito a impedire l'umiliazione subita da Gore nel suo stesso Stato, il Tennessee: qui Bush ha ottenuto il 51% dei voti, contro il 48% di Gore e appena l'1% di Nader; in Arkansas, lo Stato di Clinton, Gore ha ottenuto il 45% dei voti che, anche se sommato al 2% di Nader, non avrebbe comunque raggiunto il 51% di Bush. In Ohio, regione cruciale nel Midwest, Gore è rimasto dietro a Bush di 4 punti percentuale, mentre Nader non ha raccolto più del 3%. Anche in uno degli Stati di maggiore tradizione democratica, il West Virginia, dove Nader ha ottenuto un irrilevante 2%, il 46% di Gore è rimasto ben al di sotto del 52% di Bush. Il maggiore successo di Nader, in termini di percentuale, è stato raggiunto in Alaska, con il 10% dei voti; ma anche così non lo si può ritenere responsabile della clamorosa sconfitta subita da Gore nello stesso Stato, dove Bush ha avuto il 59% contro il suo 28%. In realtà, Nader ha visto i migliori risultati in Stati come la California (4%), il Massachusetts (6%), New York (4%) e Washington (4%), dove Gore ha avuto un buon margine di vittoria. Alla fine, la controversia riguarderà il fatto che Gore non avrebbe avuto difficoltà a vincere in Florida se Nader non avesse dirottato il 2% dei voti in questo Stato; ma parte comunque dal falso presupposto che i sostenitori di Nader fossero Democratici che avrebbero votato per Gore. In realtà, in tutto il paese, Nader ha ottenuto nell'insieme l'1,2% dei voti dei Repubblicani e l'1,8% dei voti dei Democratici (cioè registrati nelle liste elettorali come tali). Il migliore risultato di Nader viene dai votanti non legati a nessuno dei due partiti maggiori, il 9,2%. È importante anche tenere conto del fatto che un discreto numero di sostenitori di Nader non si sarebbe neanche preso il disturbo di andare a votare se lui non si fosse presentato. Quindi, se Nader non si fosse candidato alla presidenza, il numero di voti per Gore sarebbe stato probabilmente un po' più alto, ma la sua battaglia per raccogliere i 271 voti del collegio elettorale necessari a vincere le presidenziali non sarebbe stata più facile. L'elenco di tutte le statistiche potrà risultare noioso, ma liberali e progressisti devono guardare da vicino alle cifre per non proseguire una battaglia di recriminazioni reciproche che porta a frammentare ulteriormente le forze già deboli della sinistra negli Usa.
Se il fattore Nader non basta a spiegare il fallito tentativo di Gore di tradurre in una sicura vittoria i successi dell'amministrazione Clinton-Gore, allora cosa lo spiega? La risposta non è semplice, e in realtà esistono diversi motivi. Forse la decisione di Gore di dissociarsi da Clinton ha finito per ritorcersi contro di lui; alcuni errori strategici nella pianificazione della campagna elettorale hanno senz'altro contribuito alla sua sconfitta in alcuni degli Stati che avevano sostenuto Clinton nelle due precedenti elezioni; le discussioni sul suo carattere e sulla sua personalità potrebbero aver rovinato l'immagine di Gore agli occhi di alcuni elettori; e neanche i suoi risultati come senatore suscitano molta ammirazione, anzi trasmettono l'immagine di un politico opportunista e bugiardo. Inoltre, Gore ha sostenuto la lobby del tabacco e non ha dato nes suna risposta concreta alla questione dell'aborto; soltanto adesso si dipinge come un acerrimo nemico degli interessi del tabacco e un fervente avvocato del 'diritto alla scelta' delle donne. Quando era ancora senatore, Gore votò a favore della nomina a giudice della Corte Suprema di Anton Scalia, di sicura fede conservatrice. Adesso, i sostenitori di Gore sostengono che la vittoria di Bush porterebbe alla Corte Suprema giudici conservatori che potrebbero modificare la legge sul diritto delle donne di decidere liberamente l'interruzione di gravidanza (per un'ironia, negli Usa l'aborto è ancora riconosciuto per legge grazie soprattutto ai voti dei giudici Sandra Day O'Connor e David Souter, che furono nominati, rispettivamente, da Ronald Reagan e da George Bush padre).
Gore ha perso la buona opportunità che aveva di ottenere una vittoria decisiva su Bush anche nei tre dibattiti televisivi. Anche se lontano dall'essere un buon rivale, Bush è riuscito a trasmettere un'immagine di simpatia evitando di trattare questioni complesse, e riuscendo quindi a nascondere i suoi seri limiti culturali. I dibattiti si sono incentrati su quattro punti in particolare: gli sgravi fiscali, la futura gestione del sistema di sicurezza, la riduzione dei costi delle medicine con ricetta medica per gli anziani e l'istruzione. Le posizioni dei due candidati partivano dagli stessi presupposti, cioè che l'attuale attivo in bilancio si sarebbe mantenuto in futuro (nessuno dei due ha spiegato cosa farà quando si verificherà l'inevitabile rallentamento del trend economico); hanno proposto diversi piani per affrontare le varie questioni, ma entrambi si sono impantanati nei dettagli, la discussione è stata spesso noiosa e in sostanza inconcludente. Per i voti determinanti - quel 15% ancora di incerti - non c'era molto da scegliere tra i due avversari. Gore ha accennato alla tipica linea democratica di dirigere gli sgravi fiscali verso le fasce a basso reddito, mentre Bush ha recitato il solito ritornello dei Repubblicani sulla necessità di dare più fiducia alla gente e ridurre ulteriormente il ruolo del governo. Alla fine, comunque, è emerso chiaramente che entrambi i candidati stavano facendo del loro meglio per apparire più centristi possibili. In sostanza, le questioni più spinose - la globalizzazione, la pena di morte, l'urgente bisogno di una riforma della legge sul finanziamento per le campagne elettorali, la povertà e i problemi urbani ad essa connessi, la percentuale incredibilmente alta di afroamericani stipati nell'arcipelago carcerario del paese, la proposta di costruire un sistema missilistico di difesa e la proliferazione delle armi nucleari che questo scatenerebbe - non sono state affrontate in modo serio in nessun momento.
Non deve sorprenderci, dunque, che il giorno delle elezioni i votanti che oscillavano al centro del panorama politico abbiano distribuito equamente il loro voto tra un conservatore moderato e un liberale conservatore.
Il convergere verso il centro dei due candidati presidenziali dà credito all'affermazione di Ralph Nader secondo cui non esiste alcuna differenza sostanziale tra i due partiti. È necessario un terzo partito per sbloccare il centro, per offrire una visione alternativa al paese, per articolare i bisogni e lottare per i diritti dei settori emarginati della società, e per rendere di dominio pubblico tutte quelle questioni importanti che i due maggiori partiti si guardano bene dall'affrontare, per timore di allontanare i loro sostenitori più potenti (e molto ricchi). Per definizione, quindi, un terzo partito la cui raison d'être sia la necessità di liberare il potere politico dal duopolio di partito estremamente blindato che serve gli interessi della classe più ricca e dominante, non può aspettarsi di essere finanziato né di ricevere nessun'altra forma di sostegno dalle stesse fonti dei partiti repubblicano e de cratico. Come ha spiegato Nader in un discorso tenuto alla vigilia delle elezioni: "Se non abbiamo una distribuzione più equa del potere, non potremo avere una distribuzione equa della ricchezza o del reddito; e la gente che lavora non potrà ottenere la giusta ricompensa. Il modo migliore per cambiare il potere... è il finanziamento pubblico di elezioni pubbliche. Denaro pulito, elezioni pulite. Denaro pulito ed elezioni pulite per mettere fine all'annullamento dei vostri voti per il denaro che segue gli interessi particolari". Il partito dei Verdi è entrato nella campagna elettorale con l'unico obiettivo di ottenere il 5% dei voti, necessario per ricevere un finanziamento dal governo federale di 12 milioni di dollari per la campagna del 2004. La campagna elettorale di Nader ha suscitato un acceso sostegno in alcune parti del paese, ma il partito dei Verdi è rimasto ben al di sotto dei suoi propositi: i 2,7 milioni di voti dati a Nader rappresentano appena il 3% dell'insieme dei voti delle presidenziali. Il fallimento dei Verdi è stato forse dovuto, almeno in parte, all'incertezza dell'esito elettorale fino all'ultimo minuto; molte persone che forse in altre circostanze avrebbero considerato seriamente la possibilità di votare per Nader potrebbero aver deciso alla fine di dare il loro voto a Gore per timore di una vittoria di Bush. Con ogni probabilità, quindi, la crociata di Nader è fallita proprio per la ragione che lui stesso ha condannato, cioè l'enorme quantità di denaro che era a disposizione dei due candidati. In altre parole, lo stesso fallimento di Nader è un sintomo del cancro che sta divorando rapidamente la democrazia negli Stati Uniti. La giornalista Arianna Hufflington ha illustrato succintamente il problema in un articolo pubblicato una settimana dopo le elezioni: "Dato il ruolo senz'altro decisivo che svolge oggi il denaro nella nostra politica, è sconcertante constatare che un quarto dell'1% degli americani hanno effettivamente contribuito con 200 dollari o più per finanziare uno dei due candidati. È possibile che delle elezioni decise da una metà degli aventi diritto al voto, e finanziate da meno dell'1% della popolazione, siano ancora considerate legittime?". È chiaro che negli Stati Uniti la democrazia sta correndo il rischio imminente di diventare un guscio vuoto: un sistema di regole e rituali profondamente privi di significato e completamente staccati da quel 'volere popolare' che dovrebbero presumibilmente garantire ed esprimere.
Nella sua campagna, Nader ha insistito sul fatto che non c'è nessuna differenza tra Democratici e Repubblicani; il sistema è corrotto fino al midollo, ha affermato, e perciò non importa chi vinca. Invece importa a molti: le fasce povere che hanno bisogno dell'assistenza del governo, le minoranze etniche, le donne, i membri dei sindacati, gli insegnanti delle scuole pubbliche e altri gruppi hanno moltissime ragioni per guardare con apprensione all'eventualità di una vittoria repubblicana. L'amministrazione Clinton non ha fatto molto per questi gruppi, ma i conservatori calpesteranno i loro interessi e i loro bisogni, se non saranno tenuti sotto controllo. Nader risponderebbe che i progressisti e la sinistra devono abbandonare la pratica di votare per il 'meno peggio', altrimenti le cose non cambieranno mai; la situazione deve forse raggiungere il limite perché possa poi migliorare. Questo è facile a dirsi; l'argomento ha una certa logica. Però, nel frattempo, chi ne paga il prezzo? La popolazione a basso reddito, gli afro-americani e altre minoranze etniche hanno votato in massa per Gore; e anche le donne. Temono le conseguenze dell'amministrazione Bush: sarebbero i primi a subirle. Una percentuale importante di quei votanti che oscillavano al centro del panorama politico possono essersi alla fine convinti grazie alla descrizione che ha fatto Bush di sé come un 'conservatore compassionevole'. È difficile immaginare, tuttavia, che la schiera di militanti ben organizzati della destra che sono rimasti fedeli a Bush durante la campagna elettorale rinuncerà a fare forti pressioni per attuare il proprio programma sociale, se il candidato repubblicano finisce alla Casa Bianca. Sono riusciti appena a trattenere la loro rabbia quando hanno ricevuto la notizia da New York che Hillary Clinton aveva ottenuto una poltrona al Senato (le schiere di fondamentalisti, che hanno accusato Clinton sin dal primo istante in cui è salito alla ribalta nel 1992, hanno raccolto grosse somme di denaro in tutto il paese e si sono radunati a New York nel tentativo di non farla eleggere dal Senato). Adesso la loro attenzione è concentrata sullo sviluppo degli eventi in Florida; stanno facendo circolare falsi rapporti sulle manipolazioni elettorali dei Democratici nel nuovo scrutinio, nelle contee che potrebbero ancora determinare la vittoria di Gore. E poi, pochissimi progressisti e persone orientate a sinistra credono che effettivamente non sia importante quale dei due candidati vincerà la corsa alla presidenza. È per questo che alcuni sostenitori di Nader stanno unendo le loro forze agli organizzatori dello schieramento di Gore per promuovere manifestazioni in tutte le città del paese a sostegno di quei cittadini della Florida che sono stati di fatto privati di un loro diritto a causa della grafica ingannevole delle schede elettorali e dell'invalidazione del loro voto.
Joseph A. Buttigieg è professore alla Notre Dame University, Indiana e presidente della International Gramsci Society (traduzione di Francesca Buffo).



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