FISICA/MENTE

 

Ashcroft difende l'uso delle corti marziali
"I terroristi sono criminali di guerra"

http://www.cnnitalia.it/2001/MONDO/nordamerica/11/22/ashcroft/ 

22 novembre 2001
Articolo messo in Rete alle 19:42 ora italiana (18:42 GMT)

WASHINGTON (CNN) --

Il ministro della Giustizia americano John Ashcroft ha difeso con forza la decisione del presidente George W. Bush di autorizzare l'uso della corte marziale per i cittadini non statunitensi sospettati di terrorismo. Le sue parole si sono aggiunte a quelle di Bush, che aveva già difeso il provvedimento dalle numerose critiche arrivate sia da destra che da sinistra lunedì scorso, giorno in cui la Commissione giustizia della Camera ha reso noto che stava pensando di convocare delle audizioni sul tema.

"Potete immaginare lo spettacolo di un terrorista catturato in Afghanistan, che viene difeso davanti agli schermi televisivi da un ottimo avvocato pagato con il danaro pubblico e intanto manda segnali in codice ai terroristi in giro per il Paese? Non è certo il tipo di situazione per cui è fatto il nostro sistema giudiziario", ha detto Ashcroft a CNN.

L'ordine di Bush risale alla scorsa settimana. Lunedì il presidente statunitense, difendendosi dalle critiche, ha ricordato che lo stesso provvedimento fu adottatto da Franklin Delano Roosevelt durante la Seconda guerra mondiale. Epoca in cui i cittadini americani di origine giapponese, tedesca e italiana subirono parecchie discriminazioni.

Davanti a una corte marziale, l'imputato non ha diritto a una giuria, non ha diritto a un confronto con chi lo accusa né ha diritto a alcuna revisione giudiziaria delle procedure processuali o della sentenza, la quale ovviamente può essere anche di condanna a morte.

Ma i criminali di guerra, ha ricordato Ashcroft, "sono sempre stati giudicati da corti marziali". In più, il ministro ha spiegato che giudicare i terroristi con una corte civile può far correre gravi rischi a giurati e tribunali, mentre potrebbero essere inavvertitamente rivelati anche segreti militari.

Secondo Ashcroft inoltre, anche i nuovi poteri di controllo e detenzione dati alle autorità federali non toccano i diritti civili.

Fra le voci critiche contro i provvedimenti, martedì c'era quella di Kerry Kennedy Cuomo, figlia di Robert Kennedy, a suo tempo anche lui ministro della Giustizia.

Nel frattempo, mercoledì svariate fonti dell'amministrazione statunitense hanno smentito a CNN che si stesse decidendo di affidare a una corte marziale il processo in cui sarà imputato il presunto terrorista Zacarias Moussaoui, arrestato per immigrazione clandestina ma accusato anche di essere collegato alla rete di al Qaeda. Al ministero della Giustizia, secondo le stesse fonti, si sta in ogni caso discutendo se scegliere un tribunale di New York o uno della Virginia, perché c'è chi pensa che in Virginia i giudici sarebbero più favorevoli a una condanna a morte.


La bomba radioattiva non c'era. Ora Ashcroft è nei guai


di Bruno Marolo - tratto da http://www.italy.indymedia.org/


 
WASHINGTON Le radiazioni di una bomba inesistente stanno avvelenando l'aria alla Casa Bianca e al Congresso. Il ministro della Giustizia John Ashcroft ha ricevuto una tirata di orecchie da altri diretti collaboratori del presidente George Bush, per avere provocato in tutto il mondo un allarme esagerato. Lunedì il ministro si era vantato di avere sventato «un complotto terrorista per attaccare gli Stati Uniti con l'esplosione di una 'bomba sporca' radioattiva».

Nel giro di due giorni, dopo che la commissione della Camera per i servizi segreti ha chiesto spiegazioni al capo della Cia George Tenet, è stato chiarito che la bomba non esiste. Esistono soltanto vaghi sospetti, e i portavoce del governo sono costretti a rettificare le parole del ministro della Giustizia. Intanto il suo collega della Difesa, Donald Rumsfeld, è incappato in un infortunio simile.

In India, si era lasciato andare a dichiarazioni avventate su presunte attività nel Kashmir di Al Qaeda, l'organizzazione di Osama Bin Laden. Ieri è arrivato in Pakistan, ha dovuto subire le rimostranze del presidente pakistano Pervez Musharraf e alla fine ha ritrattato. «Il fatto è - ha ammesso - che né io né gli Stati Uniti abbiamo le prove che vi sia una base di Al Qaeda nel Kashmir».

Il presidente Bush vuole bene al ministro Ashcroft, che è un conservatore di ferro come lui e non soltanto dà la caccia con zelo agli immigrati sospettati di terrorismo, ma spesso tiene allegri i colleghi di governo cantando e suonando il pianoforte per loro. Per l'incauto ministro non ci sono state, almeno in pubblico, reprimende dall'alto. L'incarico di smentirlo senza nominarlo è stato affidato a un semplice sottosegretario della difesa, Paul Wolfowitz, che ha precisato: «Non credo che ci fosse un vero complotto, a parte alcune parole in libertà e un indiziato venuto negli Stati Uniti per programmare altre azioni».

I consiglieri di Bush tuttavia si sono lamentati per aver ricevuto il testo dell'annuncio di Ashcroft soltanto quando era troppo tardi per fermarlo. «Se ci fosse stato il tempo - ha confermato uno di loro alla rete televisiva Abc - avremmo formulato la dichiarazione in un altro modo». Un altro si è sfogato con il Washington Post: «Lavoriamo duramente per informare il pubblico senza inutili allarmi. Non c'era bisogno di dare l'annuncio in quei termini, e a un livello così alto. La storia ha avuto un impatto molto maggiore di quello che chiunque di noi avrebbe creduto».

Ashcroft ha lanciato l'allarme mentre il tribunale della difesa di New York esaminava il ricorso della difesa di Jose Padilla, detenuto dall'8 maggio senza che gli sia stata contestata alcuna accusa. Padilla, un cittadino americano convertito all'Islam, ha assunto il nome di Abdullah al Muhajir. Prima del suo arresto all'aeroporto di Chicago i servizi segreti americani hanno seguito la sua pista dal Pakistan alla Svizzera e ricostruito una serie di contatti con Al Qaeda.

«Questo personaggio - spiega Vincent Cannestraro, un ex dirigente della Cia che ha tuttora accesso a fonti di prima mano - si era offerto volontario per una operazione di Al Qaeda, ma non era in grado di fare nulla. Non aveva dietro di sé alcuna organizzazione e non aveva nulla di pronto per un attentato».

I due capetti di Al Qaeda con cui aveva trattato in Pakistan, tra cui un certo Benjamin Ahmed Mohammed, sono stati arrestati dai servizi segreti pakistani. Sembra che Padilla avesse parlato con loro della velleità di procurarsi un ordigno radioattivo, ma in pratica non sapeva dove trovarlo.
Le cose stavano a questo punto quando il difensore di Padilla ha presentato un ricorso al giudice perché egli fosse messo in stato di accusa oppure scarcerato.

Nello stesso momento il Congresso stava esaminando con scetticismo il piano di Bush e Ashcroft contro il terrorismo. Occorreva un segnale forte. Il ministro, che era in visita a Mosca, è partito al contrattacco con una dichiarazione di 14 paragrafi in cui usava cinque volte l'espressione catastrofica «bomba radioattiva».

Una telecamera dell'Nbc lo ha sorpreso mentre, credendosi solo, declamava la dichiarazione imparata a memoria, provando le drammatiche espressioni del volto con cui tra poco avrebbe gettato il mondo nel panico. Secondo le disposizioni del presidente Bush il testo dell'annuncio avrebbe dovuto essere approvato da Washington.

Ashcroft mandò il fax alla Casa Bianca quando già le telecamere erano pronte per lui e non aspettò il segnale di via libera. Voleva far colpo. C'è riuscito.

L'OPERAZIONE "LIBERTA' DURATURA"
HA ABROGATO NEGLI USA LE LIBERTA' FONDAMENTALI DEI CITTADINI.

http://www.luciomanisco.com/crisi/testi/Patriot%20Act_it.htm 

IL "PATRIOT ACT" PROMULGATO DA BUSH, HA ANNULLATO LA "CARTA DEI DIRITTI", PARTE INTEGRANTE DELLA COSTITUZIONE. ARRESTI, INTERCETTAZIONI, PERQUISIZIONI, ORA POSSIBILI SENZA AUTORIZZAZIONI DELLA MAGISTRATURA: POTREBBE DIVENIRE REALTA' LA DETENZIONE A VITA SENZA CONDANNE DI CHIUNQUE - SOPRATTUTTO SE STRANIERO - VENGA SOSPETTATO DI TERRORISMO. DOPO DUE MESI NON SI SA ANCORA NULLA DEI 1037 ARRESTATI A SETTEMBRE. FERREA CENSURA SUI MASS MEDIA. DIVENTA PERICOLOSO PER I TURISTI ITALIANI ED EUROPEI VISITARE GLI STATI UNITI.

Di Lucio Manisco

 

Se si prendesse veramente cura della libertà e dell'incolumità dei cittadini italiani all'estero, la Farnesina dovrebbe seguire l'esempio del Dipartimento di Stato USA e promulgare un "advisory", una direttiva-raccomandazione, sconsigliando ai nostri connazionali di visitare gli Stati Uniti come "Paese a rischio" e, qualora viaggi del genere non possano essere evitati o rinviati, informandoli dei pericoli a cui si espongono e delle precauzioni più elementari da prendere, prima tra tutte quella di mantenersi quotidianamente in contatto con avvocati, con consolati e con l'Ambasciata d'Italia a Washington. Il che ha poco o nulla a che fare con i micidiali attacchi del terrorismo internazionale, con le "Twin Towers" e con la tragedia aerea di Queens, e tutto a che fare invece con quanto è avvenuto dopo l'11 settembre nella "Grande Repubblica Stellata", più esattamente con il "Patriot Act", la legge promulgata dal Presidente Bush, approvata alla cieca e a tamburo battente dalle due ali del Congresso. In base a questa legge, il turista italiano, europeo o cinese - ma anche ogni cittadino americano - può essere arrestato di notte o di giorno dalla polizia statale o dallo FBI, dagli agenti dello "Immigration Service", detenuto per un tempo indeterminato - alcuni dicono addirittura a vita - senza la minima tutela legale, senza autorizzazioni della magistratura, senza processi o condanne di sorta. Basta il sospetto che egli abbia svolto in un passato più o meno lontano "attività antiamericane", che rappresenti "una minaccia alla sicurezza nazionale" o che abbia avuto contatti con personaggi "collegati o riconducibili al terrorismo internazionale". In altre parole, un viaggiatore di commercio in prodotti di cachemere, che prima di raggiungere New York da Prato sia stato fotografato fra i dimostranti contro il G8 a Genova o tra quelli di Roma contro la guerra in Afghanistan, può essere arrestato, nel migliore dei casi espulso senza neppure un foglio di via, nel peggiore dei casi diventare un "desaparecido" nella peggiore tradizione argentina o cilena.

A chi pensi che queste siano esagerazioni interpretative all'insegna dell'antiamericanismo va ricordato il caso dei 1037 "desaparecidos", arrestati negli Stati Uniti dopo l'11 settembre e dei quali a distanza di due mesi non si sa assolutamente nulla: corre voce che solo 10 rischiano incriminazioni per avere avuto contatti con i 19 terroristi - suicidi - delle Due Torri e del Pentagono; ad altri 18 è stato permesso di contattare familiari e avvocati malgrado continuino ad essere trasferiti da un carcere all'altro del paese. Cosa è accaduto a tutti gli altri? Lo Attorney General, il Ministro alla Giustizia John Ashcroft ha dato finora risposte delle più evasive ai quesiti rivoltigli da note organizzazioni per la tutela dei diritti dei cittadini, come l'Unione Americana per le Libertà Civili, il Centro Studi per la Sicurezza Nazionale o la Federazione degli Scienziati Americani: John Ashcroft ha rifiutato di fornire i nomi, il numero esatto degli arrestati, i luoghi della loro detenzione; continua ad alludere al fatto che si tratta di una situazione di emergenza che richiede misure di emergenza atte a garantire la sicurezza dei cittadini "nel rispetto delle leggi". Ha anche definito non degne di smentita le voci sempre più ricorrenti secondo cui molti degli arrestati sarebbero stati sottoposti a torture o a somministrazioni di sieri della verità così micidiali da ridurre le vittime ad uno "stato vegetale". (Ma alcuni quotidiani americani si sono chiesti se il ricorso alla tortura non sia giustificato dalla minaccia terroristica che incombe su 286 milioni di cittadini dell'Unione).

John Ashcroft, noto per la sua associazione militante con i movimenti americani del fondamentalismo cristiano, è l'estensore del "Patriot Act" promulgato da Bush e approvato senza dibattito dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato: la legge abroga a tutti gli effetti quei fondamentali Emendamenti della Costituzione noti con il nome di "Bill of Rights" o "Carta dei Diritti": annulla lo "Habeas Corpus", già intaccato dall'ex Presidente Clinton con la sua legge antiterrorismo, e l'essenziale garanzia costituzionale della "probable cause" nell'investigazione di un reato: in altri termini, permette alla polizia in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione di entrare e perquisire un'abitazione, di sottrarre e confiscare documenti, conti bancari, fotografie di famiglia, senza una autorizzazione ad hoc del magistrato e senza la necessità di informare il cittadino domiciliato in quella casa qualora risulti assente. La nuova legge viola il Primo Emendamento, che garantisce al cittadino il diritto di appellarsi all'autorità governativa per torti veri o presunti tali subiti ad opera delle cosiddette Forze dell'Ordine; viola il Quinto Emendamento, che proibisce la privazione della libertà, della proprietà o della vita stessa senza una procedura giudiziaria che includa condanne ed appelli; abroga il Sesto Emendamento, sulla celerità e trasparenza di ogni procedura giudiziaria che, dopo l'11 settembre, può anche non aver luogo; demolisce tutte le altre garanzie del "Bill of Rights" sul diritto alla "privacy"; investe di poteri illimitati lo FBI nelle sue inchieste su attività "unamerican". (Ralph Nader e i Verdi americani potrebbero così essere arrestati e detenuti con il pretesto che la loro attività politica, secondo lo FBI, va contro gli interessi nazionali così come questi vengono identificati e definiti dall'amministrazione Bush).

E' probabile - anche se è difficile accertarlo - che l'attacco terroristico dell'11 settembre abbia lasciato una cicatrice psichica sulla coscienza collettiva nazionale; è altrettanto probabile che il cosiddetto uomo della strada manifesti solo stupore e non un vero e proprio allarme nel guardare per la prima volta ad una massiccia presenza delle forze armate del paese in luoghi pubblici come gli aereoporti, le stazioni ferroviarie o quelle delle corriere "Greyhound". Come ha osservato un servizio giornalistico della Fox News: "Per gli americani si tratta comunque di un'immagine scioccante: soldati in uniforme armati e pericolosi che pattugliano i treni, i ponti sulla baia di San Francisco, e le strade di dozzine di città da una costa all'altra del Continente". La verità è che una eccezionale misura di emergenza del genere potrebbe essere trasformata in legge permanente, a giudicare almeno dalle proposte avanzate da esponenti dell'amministrazione Bush e da deputati e senatori di estrema destra: si tratta di abrogare una legge del 1878 denominata "Posse Comitatus Act" che pose fine all'occupazione militare degli Stati del sud dopo la Guerra Civile e il periodo della "ricostruzione". Con quella legge venne proibito alle forze armate di svolgere funzioni di polizia con la sola eccezione di stati di guerra o di emergenze nazionali di breve durata. Fino a ieri solo i riservisti della Guardia Nazionale venivano impiegati in situazioni critiche determinate da calamità naturali. Due le eccezioni: l'impiego della truppa sulle frontiere per intercettare e bloccare il traffico di stupefacenti, e nel 1992 l'intervento dei Marines a Los Angeles per reprimere i tumulti provocati dall'assoluzione dei poliziotti che avevano massacrato di botte l'afro-americano Rodney King.

La promulgazione del "Patriot Act" e la probabile abrogazione del "Posse Comitatus Act" sono state accolte con qualche tenue protesta da pochi quotidiani americani una volta etichettati "liberal". Tutti gli altri mass-media hanno accolto con un assordante silenzio o hanno entusiasticamente approvato i nuovi sviluppi legislativi. Censura e autocensura vanno di pari passo nella "land of the free and the home of the brave"

Basta ricordare quanto è accaduto alla scrittice Susan Sontag per avere asserito che quello dell'11 settembre non era stato un assalto alla civiltà o alla libertà, bensì un attacco portato ad una autoproclamatasi "superpotenza mondiale" per via di alcune sue specifiche alleanze ed interventi militari all'estero. La scrittrice viene tuttora definita dalla stampa benpensante una "ottusa morale" ed una "militante del movimento antiamericano".

Il problema è che l'esempio statunitense, comprese la censura e l'autocensura dei mass-media, rischia di venire seguito alla lettera da alcuni capi di governo della vecchia Europa, dal laburista in elmetto del Regno Unito al maggiordomo a stelle e strisce nella repubblica delle banane.

Lucio Manisco

July 08, 2003


 

Accusa di genocidio contro il BigPharma - gli accusati

http://www.newmediaexplorer.org/ivaningrilli/2003/07/08/

accusa_di_genocidio_contro_il_bigpharma_gli_accusati.htm 

Gli Accusati



Le seguenti persone provenienti da nazionalita' e settori corporativi, militari e politici differenti, sono gli accusati dei crimini di questo appello:

 1. George W. Bush, Presidente degli STATI UNITI. E' il principale esecutore politico degli interessi del cartello farmaceutico e petrolchimico. E' il principale esecutore politico dei crimini di guerra contro l'Iraq e degli altri crimini di questo appello.


 2. Anthony Charles Lynton ("Tony") Blair, primo ministro del Regno Unito. E' la testa e l'esecutore politico di questi atti criminali oltre ad essere complice di George W. Bush nell'aver commesso i crimini elencati in questo appello.


3. Richard Bruce ("Dick") Cheney, vice-presidente degli STATI UNITI. Cheney era direttore generale della compagnia petrolifera Haliburton & Company di Dallas, Texas. Dopo la conquista dell'Iraq, la Haliburton e' stata la promotrice del saccheggio economico in Iraq sotto il falso pretesto della ricostruzione.

4. Donald Rumsfeld, segretario alla difesa. Rumsfeld era direttore generale di parecchie compagnie farmaceutiche e biotecnologiche, tra le altre anche la G.D.Searle, oggi parte della Pharmacia. Per parecchie decadi, ha avuto il ruolo di organizzatore strategico del "business farmaceutico della malattia". Ha ricevuto parecchi riconoscimenti dall'industria farmaceutica. Al fianco di George W. Bush, Donald Rumsfeld e' stato uno dei principali istigatori alla guerra d'aggressione nei confronti dell'Iraq.


5. John Ashcroft, Avvocato generale degli STATI UNITI. E' uno degli strateghi della legge cosiddetta "Homeland Security Act", uno degli strumenti organizzativi tramite il quale gli accusati stanno sistematicamente minando i diritti civili degli abitanti degli Stati Uniti. E' responsabile della legislazione protezionista che assegna essenzialmente l'immunità all'industria farmaceutica dall'essere giudicata responsabile per i crimini commessi negli Stati Uniti.


6. Tom Ridge, segretario dell'Homeland Security, complice di John Ashcroft nella cementazione del controllo politico ed economico da parte degli accusati con lo scopo di continuare il loro commercio senza scrupoli basato sulla malattia e altri crimini, minando sistematicamente i diritti civili degli Stati Uniti.


7. Condoleezza Rice, Consigliere di Sicurezza degli STATI UNITI. Ex direttore del gigante petrolchimico Chevron, promotrice della guerra d'aggressione degli accusati.


Nel settore farmaceutico, le seguenti compagnie sono accusate:


1. Pfizer Inc., il direttore generale Dott. Henry A. McKinnell, altri quadri esecutivi ed il suo consiglio d'amministrazione.


2. Merck & Co. inc., il direttore generale Raymond V. Gilmartin, altri quadri esecutivi ed il consiglio d'amministrazione.


3. GlaxoSmithKline PLC, il direttore generale Dott. Jean-Pierre Garnier, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


4. Novartis AG, il direttore generale Dott. Daniel Vasella, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


5. Amgen Inc., il direttore generale Kevin Sharer, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


6. Astra Zeneca, il direttore generale Sir Tom McKillop, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


7. Eli Lilly e Company, il direttore generale Sidney Taurel, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


8. Abbott Laboratories, il direttore generale Miles D. White, gli altri quadri ed il consiglio d'amministrazione.


9. Altre compagnie farmaceutiche , i loro capi esecutivi e i vari consigli d'amministrazione che effettuano e promuovono il "business per investimento della malattia" ed altri crimini.


Nel settore petrolchimico, le seguenti società ed i loro esecutivi vengono accusate:


1. ExxonMobil Corporation, il direttore generale Lee R. Raymond, gli altri quadri ed il relativo consiglio d'amministrazione.


2. British-Petroleum (BP), il direttore generale Lord Browne of Madingley, FREng, gli altri quadri ed il relativo consiglio d'amministrazione.


3. Chevron Texaco Corp., il direttore generale David O'Reilly, gli altri quadri ed il relativo consiglio d'amministrazione.


4. Altre aziende petrolchimiche che traggono beneficio dal saccheggio e dalla distruzione della guerra d'aggressione contro l'Iraq.

I gruppi finanziari dietro queste multinazionali corporative:



1. The Rockefeller Financial Group e i membri della famiglia Rockefeller per aver tratto beneficio dai crimini commessi.


2. The Rothschild Group e tutti i relativi membri che traggono beneficio finanziario dai crimini commessi.


3. The JP Morgan Group e i membri che traggono beneficio finanziario dai crimini commessi.


4. La Commissione trilaterale ed i relativi membri , un gruppo fondato da David Rockefeller per coordinare gli interessi dei gruppi d'investimento nelle tre zone del mondo, U.S.A, Europa e Giappone - da cui il nome "trilaterale" - compresi tutti i membri di questa commissione, colpevoli individualmente di aver partecipato a questi crimini o di trarre beneficio dal loro finanziamento.


5. I membri di altri gruppi corporativi e d'interesse che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


6. J.P. Morgan Chase Bank, il direttore generale William B. Harrison Jr., gli altri quadri ed il relativo consiglio d'amministrazione.


7. Altre istituzioni finanziarie i loro capi esecutivi, i relativi consigli d'amministrazione, gli azionisti ed altri che nel corso di ulteriore indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


8. Personaggi politici dei vari organismi nazionali ed internazionali che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.
9. Personaggi militari che hanno partecipato, o che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


10. Quadri dell'industria farmaceutica che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


11. Personaggi del settore mediatico che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


12. Qualsiasi altra persona, organizzazione o gruppo specifico che nel corso di ulteriori indagini verranno trovati colpevoli di aver partecipato attivamente a questi crimini o per averne tratto beneficio finanziario personale.


Trattati internazionali applicabili a questo appello


Oltre che allo "Statuto di Roma" della Corte di Giustizia Internazionale, le gravi accuse di questo appello, sono applicabili anche ai seguenti trattati e dichiarazioni internazionali :



* Il trattato delle Nazioni Unite

* La Dichiarazione dei diritti dell'uomo dell'8 dicembre del 1948

* La Convenzione di Ginevra sui diritti dell'uomo del 12 agosto del 1949

* La Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio del 12 gennaio del 1951

* La Convenzione sulla non applicabilità delle limitazioni statutarie per i crimini di guerra e per i crimini contro l'umanità del 1968

* I principii di cooperazione internazionale per il rilevamento, l'arresto, l'estradizione e la punizione delle persone colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l'umanità del 1973


go to:

* Introduzione
* I capi d'accusa
* Il Precendente storico di questo reclamo
* Prove dei crimini commessi
* Gli accusati
* Giurisdizione del tribunale penale internazionale sugli imputati
* Appello finalego to:

* Introduzione
* I capi d'accusa
* Il Precendente storico di questo reclamo
* Prove dei crimini commessi
* Gli accusati
* Giurisdizione del tribunale penale internazionale sugli imputati
* Appello finale

Posted at July 8, 2003 10:30 AM 



Sfoglio il Corriere della Sera di venerdì 7 febbraio. In prima pagina incappo in un articolo di Francesco Merlo che polemizza con Gino Strada sul significato della scelta pacifista. Merlo non ce la fa a resistere: ricorre all’arma finale, all’argomento fallaciano capace di distruggere ogni finzione, ogni velleità da anime belle. Se c’è una guerra, bisogna decidere da che parte stare, dice Merlo. L’alternativa è quella classica: schierarsi con Bush e l’Occidente tollerante e democratico oppure con Saddam e l’islam integralista. Forse qualcuno spiegherà all’editorialista del Corriere che la maggior parte dei paesi che fanno parte dell’ONU non si sentono stretti in questo dilemma, obbligati alla scelta di campo. Francia, Russia, Germania, Brasile, Giappone non si sono ancora arruolati tra i difensori della civiltà, forse perché a questa rappresentazione manichea della lotta del bene contro il male non credono completamente, forse per calcoli e interessi nazionali.
Ma abbandoniamo subito questo tema di discussione molto caldo, ma fin troppo abusato e procediamo nella lettura del primo quotidiano italiano. A pagina 13, colonna in alto a destra, trovo un interessante trafiletto di 15 righe.

La notizia è questa: il Ministro della Giustizia USA, John Ashcroft ha chiesto ai procuratori federali degli stati di New York e Connecticut di applicare la pena capitale a 12 imputati, per i quali gli stessi pubblici ministeri avevano proposto pene minori. Il ministro lamenta che in tema di condanne capitali tra i vari stati esista ancora troppa disomogeneità.
Il ragionamento di Ashcroft dev’essere stato più o meno questo: “Perché mai nel Texas o del Missuri (di cui Ashcroft è stato Governatore) è più facile beccarsi la sedia elettrica che a New York? Non è giusto! A tutti gli imputati devono essere date le stesse opportunità”.
In fondo è un applicazione del principio secondo cui la legge è uguale per tutti. Nella forma in uso nei tribunali dell’Inquisizione, di Stalin e Pol Pot.
Per essere certi che la notizia fosse proprio vera, che non fosse stata abilmente confezionata da settori politicizzati e anti-americani della redazione di via Solferino, risalgo alla fonte: il New York Times del 6 febbraio. E scopro che è tutto vero, anzi che l’integerrimo Ashcroft (non beve, non fuma, è religioso osservante) aveva già respinto in precedenza altri 16 pareri di procuratori di vari stati contrari all’applicazione della pena di morte per gli imputati.
Già che c’ero ho fatto una ricerca sul sito del Dipartimento della Giustizia Usa e ho scoperto che Ashcroft si sta duramente impegnando per ottenere un inasprimento delle pene per i reati commessi con armi da fuoco. Il progetto si chiama “Safe Neighborhoods”, Vicinato Sicuro, e si fonda su questo slogan coniato dallo stesso Presidente Bush: “Se usi un’arma illegalmente, per te saranno guai”. Illegalmente? Forse sono un illuso, un ignavo pacifista ma non riesco a immaginare l’uso legale di una pistola nei rapporti di vicinato.


Tutto questo per dire che l’America è un grande paese, che le dobbiamo molto, che abbiamo ragioni ideali e materiali per restare suoi alleati
Ma anche che è lecito continuare a coltivare qualche differenza culturale, operare qualche distinguo, esercitare un pensiero critico, senza sentirci dei traditori, dei disfattisti, dei reprobi della Santa Alleanza per la civiltà e la libertà (anche se in tal modo dovessimo incontrare il biasimo di Francesco Merlo). Non fosse altro che per queste due ragioni : John Ashcroft e le banche che regalano un fucile a chi apre un conto da loro.

Inviato da Guido Fossati , Venerdì 7 Febbraio 2003

 

Notizie Omosessuali Italiane, 17 gennaio 2001

 

USA, battaglia contro la nomina di un ministro omofobo

http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/rassegnales/gennaio-2001/noib17gennaio2001.htm 

Il controverso ex senatore John Ashcroft, scelto da George W. Bush come nuovo ministro della Giustizia (Attorney General) è contestato dai democratici per la sua netta opposizione all' aborto


WASHINGTON, 16 GEN - ''Faro' rispettare tutte le leggi degli Stati Uniti, anche quelle che non approvo''. Il controverso ex senatore John Ashcroft, scelto da George W. Bush come nuovo ministro della Giustizia (Attorney General) e contestato dai democratici per la sua netta opposizione all' aborto, ha promesso oggi al Senato - che deve approvare o bocciare la sua nomina - che intende tracciare una netta distinzione tra il suo dovere di far applicare la legge e le sue idee personali. Una coalizione di gruppi femministi e per i diritti civili sta cercando di bloccare la sua nomina a causa delle sue idee ultraconservatrici. La seduta odierna davanti alla Commissione Giustizia del Senato e' stata interrotta brevemente quando un gruppo di manifestanti, mescolato al pubblico, ha cominciato ad urlare slogan anti-Ashcroft. Sono stati trascinati fuori dall'aula dalla polizia. ''Ashcroft e' uno dei principali architetti della strategia per abolire la legge sull'aborto negli Stati Uniti - ha affermato oggi il senatore Ted Kennedy, aprendo la sessione di conferma - il suo bagaglio ideologico e molte delle sue decisioni mi lasciano molto perplesso''. Nel mirino sono le idee super conservatrici di Ashcroft. Oltre ad essere un vigoroso oppositore del diritto di aborto (anche nei casi di stupro ed incesto) Ashcroft e' un attivo oppositore delle misure pro-minoranze (dai neri ai gay) e delle leggi per bloccare la diffusione delle armi. ''Sono personalmente contrario all'aborto - ha ammesso Ashcroft - ma capisco perfettamente che il mio compito come Attorney General sara' quello di garantire il rispetto delle leggi esistenti e non delle mie preferenze personali''. Mentre i repubblicani hanno fatto quadrato per difendere la scelta di Ashcroft come ministro della Giustizia, i democratici hanno colto l'occasione per dare battaglia. Le idee ultra- conservatrici dell'ex-governatore e senatore del Missouri sono diventate cosi' il primo vero test dell'amministrazione Bush per verificare il nuovo delicato equilibrio di forze al Congresso, dove il Senato e' diviso esattamente a meta' (50 seggi a testa per i due partiti) e la maggioranza repubblicana alla Camera e' sottilissima. Il braccio di ferro e' destinato a concludersi, se non vi saranno colpi di scena, con la vittoria di Ashcroft. Le sue idee, per quanto conservatrici, non bastano da sole ad affondare la sua candidatura a ministro (la rinuncia di Linda Chavez come ministro del Lavoro e' stata causata la scorsa settimana da comportamenti illegali). Inoltre Ashcroft ha un grosso vantaggio: e' stato fino a pochi giorni fa un membro del Senato ed un componente della stessa Commissione Giustizia che ha cominciato oggi a esaminare le sue credenziali. I suoi ex-colleghi democratici potranno tentare di metterlo in difficolta' ma difficilmente voteranno contro di lui. Il presidente eletto Bush ha ribadito oggi che Ashcroft ''e' una brava persona, un buon americano, un ottimo candidato ad Attorney General: sono fiducioso che la sua nomina sara' confermata dal Congresso''. La moglie Janet Ashcroft, intervistata da una TV, ha sottolineato la ''sensibilita' e la compassione'' del marito rivelando di aver ricevuto ''incredibile sostegno'' dal consorte quando alcuni anni fa era stata aggredita da uno stupratore. ''La sua reazione fu perfetta - ha detto - nessuno puo' mettere in dubbio la sensibilita' di quest'uomo''. Durante i tre giorni di testimonianze al Congresso i democratici intendono convocare il giudice nero Ronnie White, scelto anni fa come primo giudice di colore della Corte Suprema del Missouri. La sua nomina era stata bloccata dalla opposizione di Ashcroft che l'aveva definito ''troppo morbido'' con i criminali. Gli avversari di Ashcroft sostengono che la mossa era stata innescata da motivi razziali. L'ex-senatore ha negato oggi risolutamente di essere stato influenzato, nella sua opposizione, dal colore della pelle del giudice.


 

il manifesto - 26 Aprile 2003

http://www.cestim.org/rassegna%20stampa/03/04/26/usa.htm 

ASHCROFT
Usa, clandestini in galera
Lo stabilisce una dispozione del ministro della giustizia di Bush
«Sicurezza nazionale». Se l'immigrato clandestino (a meno che non sia cubano) suscita «preoccupazione» può restare in galera a tempo indefinito

FRANCO PANTARELLI
NEW YORK


Gli immigranti illegali negli Stati uniti possono essere tenuti in prigione indefinitamente, senza diritto alla cauzione, se il loro caso è ritenuto «rischioso» per la sicurezza nazionale. Sta scritto in una «opnione legale» di diciannove pagine rilasciata l'altro ieri da John Ashcroft, il segretario della Giustizia che ultmamente era restato un po' in ombra per via della guerra ma che ora ritorna alla grande con le sue idee sulla democrazia. In pratica questa nuova uscita di Ashcroft significa che se il giudice «naturale» di quelle persone - cioè quello che presiede i tribunali chiamati a giudicare reati relativi all'immigrazionee - decide che a un certo imputato può essere concessa la libertà su cauzione, la sua decisione deve essere annullata - e l'imputato deve restare in galera - se l'autorità governativa riesce a dimostrare che il caso in questione è in qualche modo collegato con il terrorismo. Detto così sembra comprensibile, ma il problema è che di fatto il possibile coinvolgimento con il terrorismo di una caso non viene mai «dimostrato» dall'autorità governativa. Tutto ciò che essa fa è «enunciare» l'esistenza di un possibile legame con il terrorismo e poi esercitare il diritto di non presentare nulla - non una prova, non un'indizio neanche minimo - per suffragare la sua enunciazione. «Tali considerazioni di sicurezza nazionale - dice Ashcroft nella sua «opinione legale» - costituiscono chiaramente un ragionevole fondamento per l'esercizio della mia discrezione nel negare una scarcerazione su cauzione». Insomma se lui dice di no il detenuto non deve essere liberato, ma lui non è tenuto a spiegare a nessuno perché ha detto no.

Questa opinione era stata richiesta ad Ashscroft dal recentemente creato dipartimento delle Sicurezza nazionale, formalmente quello incaricato di applicare le leggi sull'immigrazione, dopo che un giudice aveva riconosciuto a un emigrato haitiano di nome David Joseph, 18 anni, il diritto alla libertà dietro una cauzione di 2.500 dollari e dopo che la Corte d'appello aveva sostenuto quella decisione. La creazione del nuovo dipartimento non è stata molto ben digerita da Ashcroft, che ha visto privare il suo dipartimento della Giustizia di molte prerogative, e Tom Ridge, che del dipartimento della Sicurezza nazionale è il titolare, sta molto attento a evitare che Ashcroft si arrabbi troppo e finisca per interferire sul suo lavoro. Così lui ha deciso di chiedergli quella «opinione», Ashcroft gliel'ha fornita e David Joseph deve restare in prigione senza il diritto di sapere perché. «Per inquietante che possa essere - dice di questa nuova uscita Angela Kelley, vice direttore del National Immigration Forum, un'associazione che difende i diritti degli immigrati - non è certo una sorpresa, visti che Ashcroft ha fatto di tutto per tenere le mani nella torta dell'immigrazione e dimostrare che lui può esercitare la propria autorità anche fianco a fianco con Tom Ridge».

Ma oltre alla voglia di Ashcroft di «restare presente», ci sono altri due aspetti da considerare, a quanto pare, in questa storia. Uno è dato dalle circostanze in cui Davdi Joseph è stato arrestato, l'altro è il fatto che è haitiano. Il suo arresto è avvenuto l'ottobre scorso, quando lui e un altro paio di centinaia disuoi compatrioti saltarono da una nave appena attraccata a Miami e si misero a correre in tutte le direzioni nella speranza di far perdere le proprie tracce e intraprendere intraprendere la vita degli immigrati clandestini, tanto lavoro e pochi soldi, considerata comunque meglio della disperazione ad Haiti. Secondo Ashcroft, liberare lui e gli altri vuol dire dare il via libera a un'ondata di «sbarchi» simili, il che impegnerebbe molto la Guardia costiera distraendola dai suoi compiti di sorveglianza contro il terrorismo. Quanto al fatto che Joesph è haitiano, Ashcroft sostiene che recentemente Haiti ha preso ad essere usata come una specie di ultimo ponte da pakistani, palestinesi, insomma «gente a richiso terrorismo», per entrare clandestinamente negli Stati uniti. Sono queste le «considerazioni di sicurezza nazionale» che gli hanno fatto collegare un diciottenne disperato come David Joseph al terrorismo? Lui nella sua opinione non lo dice, ma poiché le prove di apertura mentale da lui fornite finora non sono state propriamente eccelse, molti sono portati a pensarlo.

Questa comunque sarà d'ora in poi la «policy» sugli immigrati illegali: se vi prendono e Ashcroft vi bolla come coinvolti col terrorismo, rischiate di restare in prigione a tempo indeterminato. A meno che non siate cubani, naturalmente, perché per loro vale sempre la norma che quelli che riescono a mettere piede sul suolo americano hanno il diritto di restarci. E' per questo che ogni volta che il governo di Fidel Castro minaccia di «aprire le porte» a qualche ondata di emigrati verso la Florida, come si dice stia facendo adesso, il governo americano trema.

11 settembre, Bush taglia le libertà civili
di Franco Pantarelli - da "Il Manifesto" del 12 settembre 2003

http://www.disinformazione.it/leggirepressive.htm 

Il presidente americano George Bush, nel secondo anniversario dell'11 settembre, presenta un nuovo pacchetto «antiterrorismo». Estensione della pena di morte; possibilità di controllare la posta e il telefono senza autorizzazione. Ma diserta Ground Zero fra le polemiche

NEW YORK

Estensione della pena di morte; possibilità di interrogare la gente o di mettere sotto controllo il suo telefono, la sua posta, eccetera, senza dover ottenere l'autorizzazione di un giudice; restringere le possibilità di essere rilasciati su cauzione: George Bush ha celebrato il secondo anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle presentando un «pacchetto» di nuove norme per «combattere meglio» contro il terrorismo. In pratica, si tratta di un'estensione del cosiddetto «Patriot Act», cioè la legge - approvata in fretta e furia dal Congresso due anni fa - che già tanti guasti ha creato nella vita civile americana e contro la quale già tanti «ripensamenti» ha provocato in coloro che la votarono, presi dall'emozione per le tremila vittime del World Trade Center. Grazie a quella legge sono stati commessi innumerevoli abusi, recentemente denunciati perfino dall'ispettore generale del dipartimento della Giustizia, cioè proprio quello chiamato a gestirla. Bush però ha ritenuto di insistere, forse perché convinto che comunque, al di là dei ripensamenti, può ancora contare su una maggioranza, o forse come prova ulteriore di avere perso contatto con la realtà, un po' come quando dice che in Iraq va tutto bene. Per lanciare la sua richiesta, Bush ha scelto la scuola dell'Fbi di Quantico, a pochi chilometri da Washington, da lui eletta come alternativa a New York, da cui ha preferito tenersi alla larga. A Quantico infatti c'era l'uditorio giusto, fatto di futuri agenti dell'Fbi, inclini a un certo fastidio per quelli che Bush ha definito gli «ostacoli irragionevoli» posti dalle leggi esistenti alla santa lotta contro i terroristi, nonché di marines provenienti dalla loro base lì vicino. Prima di annunciare le varie misure, lui aveva anche provveduto a «scaldare» l'auditorio con le solite frasi a effetto del suo repertorio, «Non dimenticheremo mai i servi del male che hanno complottato contro di noi e non dimenticheremo mai quelli che hanno gioito delle nostre sofferenze», accolte da grandi urla di consenso. Quanto quell'entusiasmo ovvio sia destinato a trovare riscontro nel modo in cui il Congresso reagirà a queste nuove «idee» di Bush, non è chiaro. Le previsioni - stando a tutti quelli che nel corso di questi due anni hanno ripetutamente storto la bocca sul «Patriot Act» - non sono molto a suo favore, ma lui è apparso deciso ad andare avanti, apparentemente sicuro che il «ricatto del patriottismo» possa ancora funzionare.

E' stato su questa convinzione, del resto, che un paio di settimane fa la Casa Bianca aveva pianificato l'opera promozionale di queste nuove leggi, affidandosi all'uomo che probabilmente ha spinto di più per ottenerle: il segretario della Giustizia John Ashcroft. Il piano era che lui, Ashcroft, andasse in giro per il Paese a sostenere la necessità di essere «più duri con iI terroristi» e che poi, con l'opinione pubblica già «lavorata ai fianchi», intervenisse Bush con una specie di «parola definitiva» nel giorno dell'anniversario dell'attacco. Non è andata proprio così. Nel senso che Ashcroft ha fatto il suo bravo giro in tutto il Paese, ma dovunque è andato ha dovuto parlare in luoghi chiusi, con la gente che veniva ben selezionata all'ingresso, mentre all'esterno c'erano sempre manifestazioni di protesta contro quello che loro chiamano «il comportamento anti-americano» della Casa Bianca. E quanto a Bush, lui il suo discorso si è ridotto a farlo appunto di fronte ai poliziotti e ai marines, con sulla testa l'ombra che la vera ragione per cui ha deciso di non venire a New York fosse il timore di contestazioni. Non a caso il suo vice Dick Cheney, che è venuto al suo posto, ha anche lui preferito disertare la cerimonia principale, quella a Ground Zero, accontentandosi di un incontro intimo con poche persone, in una sala del City Hall, il Comune di New York.

Insomma il consenso scende, la gente che crede in ciò che lui dice diminuisce, i parlamentari non mostrano entusiasmo - come minimo - per le sue proposte, ma Bush continua a ritenere che l'attacco terroristico costituisca per lui un assegno in bianco.

Nuovo ministro della Giustizia USA

http://caristudenti.cs.unibo.it/~disario/chiesa/ministrogiustizia.html 

Washington, 1 Febbraio 2001
Giovedì 1 febbraio, il Senato degli USA ha confermato di misura la nomina di John Ashcroft a ministro della Giustizia. Conoscendo il neopresidente, forse qualcuno potrà pensare che il neoministro sia un liberal, laico, antirazzista e contrario alla pena di morte... avete quasi indovinato: Ashcroft viene dall'ultradestra repubblicana, è un integralista religioso contrario a qualunque campagna per i diritti civili degli ultimi due secoli, e soprattutto crede fermamente nella sacralità della vita per tutto il suo corso naturale, dal concepimento naturale fino alla morte naturale.
Se sul momento del concepimento non si transige, quello della morte naturale è però da interpretare con una certa elasticità: infatti, se Sorella Morte giunge accompagnata da una pallottola della polizia, o da un missile all'uranio, o da un'iniezione letale, allora si può tranquillamente dire che la sacralità della vita termina qualche attimo prima. Non solo, ma in certi altri casi i diritti civili e politici di un cittadino non finiscono neanche colla morte naturale.

Forse non tutti sanno che il ministro Ashcroft non è un parlamentare, ma è un "tecnico", come si usa dire oggi, ossia è stato trombato alle elezioni. Nel collegio senatoriale dove si presentava, il suo avversario era il senatore uscente, del partito democratico. Questo signore ha concluso la sua carriera politica in bellezza, ovvero è morto pochi giorni prima delle elezioni. Non c'era più tempo per trovare un candidato di riserva, e così la competizione è stata fra Ashcroft e un democratico morto. Come è facile immaginare, ha vinto il migliore, ma poi c'era il problema di come conservare la salma per tutta la durata del mandato: nonostante i buoni risultati ottenuti con Ronald Reagan, nessuno si è sentito capace di fermare la decomposizione per tutto quel tempo, e così il seggio è stato assegnato alla vedova, e Ashcroft è rimasto finora in attesa di altro incarico. Questa vicenda pirandelliana segna però un punto a favore delle convinzioni antiabortiste di Ashcroft: infatti, se un cadavere può battere alle elezioni un futuro ministro, perché un feto al terzo mese di gravidanza non potrebbe essere un Presidente migliore di George Bush junior???


dal nostro chierichetto Marco Capra.


http://members.xoom.virgilio.it/infocontro/Liberazione01/141101i.htm 

 

Visitare gli Usa potrebbe diventare “pericoloso” anche per un turista

Nel silenzio dei media Bush cancella la “Carta dei diritti”

Lucio Manisco

Liberazione 14  novembre  2001

 

Se si prendesse veramente cura della libertà e dell'incolumità dei cittadini italiani all'estero, la Farnesina dovrebbe seguire l'esempio del Dipartimento di Stato Usa e promulgare un "advisory", una direttiva-raccomandazione, sconsigliando ai nostri connazionali di visitare gli Stati Uniti come “Paese a rischio” e, qualora viaggi del genere non possano essere evitati o rinviati, informandoli dei pericoli a cui si espongono e delle precauzioni più elementari da prendere, prima tra tutte quella di mantenersi quotidianamente in contatto con avvocati, con consolati e con l'Ambasciata d'Italia a Washington.

Il che ha poco o nulla a che fare con i micidiali attacchi del terrorismo internazionale, con le "Twin Towers" e con la tragedia aerea di Queens, e tutto a che fare invece con quanto è avvenuto dopo l'11 settembre nella “Grande Repubblica Stellata”, più esattamente con il “Patriotic Act”, la legge promulgata dal Presidente Bush, approvata alla cieca e a tamburo battente dalle due ali del Congresso. In base a questa legge, il turista italiano, europeo o cinese - ma anche ogni cittadino americano - può essere arrestato di notte o di giorno dalla polizia statale o dallo Fbi, dagli agenti dello “Immigration Service”, detenuto per un tempo indeterminato - alcuni dicono addirittura a vita - senza la minima tutela legale, senza autorizzazioni della magistratura, senza processi o condanne di sorta.

Basta il sospetto che egli abbia svolto in un passato più o meno lontano "attività antiamericane", che rappresenti "una minaccia alla sicurezza nazionale" o che abbia avuto contatti con personaggi “collegati o riconducibili al terrorismo internazionale”. In altre parole, un viaggiatore di commercio in prodotti di cachemere, che prima di raggiungere New York da Prato sia stato fotografato fra i dimostranti contro il G8 a Genova o tra quelli di Roma contro la guerra in Afghanistan, può essere arrestato, nel migliore dei casi espulso senza neppure un foglio di via, nel peggiore dei casi diventare un “desaparecido” nella peggiore tradizione argentina o cilena.

 

Più di mille in carcere

 

A chi pensi che queste siano esagerazioni interpretative all'insegna dell'antiamericanismo va ricordato il caso dei 1037 "desaparecidos", arrestati negli Stati Uniti dopo l'11 settembre e dei quali a distanza di due mesi non si sa assolutamente nulla: corre voce che solo 10 rischiano incriminazioni per avere avuto contatti con i 19 terroristi - suicidi – delle Due Torri e del Pentagono; ad altri 18 è stato permesso di contattare familiari e avvocati malgrado continuino ad essere trasferiti da un carcere all'altro del paese. Cosa è accaduto a tutti gli altri?

Lo Attorney General, il ministro alla Giustizia John Ashcroft ha dato finora risposte delle più evasive ai quesiti rivoltigli da note organizzazioni per la tutela dei diritti dei cittadini, come l'Unione Americana per le Libertà Civili, il Centro Studi per la Sicurezza Nazionale o la Federazione degli Scienziati Americani: John Ashcroft ha rifiutato di fornire i nomi, il numero esatto degli arrestati, i luoghi della loro detenzione; continua ad alludere al fatto che si tratta di una situazione di emergenza che richiede misure di emergenza atte a garantire la sicurezza dei cittadini "nel rispetto delle leggi". Ha anche definito non degne di smentita le voci sempre più ricorrenti secondo cui molti degli arrestati sarebbero stati sottoposti a torture o a somministrazioni di sieri della verità così micidiali da ridurre le vittime ad uno "stato vegetale". (Ma alcuni quotidiani americani si sono chiesti se il ricorso alla tortura non sia giustificato dalla minaccia terroristica che incombe su 286 milioni di cittadini dell'Unione).

 

“Bill of rights”, addio

 

John Ashcroft, noto per la sua associazione militante con i movimenti americani del fondamentalismo cristiano, è l'estensore del “Patriot Act” promulgato da Bush e approvato senza dibattito dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato: la legge abroga a tutti gli effetti quei fondamentali Emendamenti della Costituzione noti con il nome di “Bill of Rights” o "Carta dei Diritti": annulla lo "Habeas Corpus", già intaccato dall'ex Presidente Clinton con la sua legge antiterrorismo, e l'essenziale garanzia costituzionale della "probabile cause" nell'investigazione di un reato: in altri termini, permette alla polizia in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione di entrare e perquisire un’abitazione, di sottrarre e confiscare documenti, conti bancari, fotografie di famiglia, senza una autorizzazione ad hoc del magistrato e senza la necessità di informare il cittadino domiciliato in quella casa qualora risulti assente.

La nuova legge viola il Primo Emendamento, che garantisce al cittadino il diritto di appellarsi all'autorità governativa per torti veri o presunti tali subiti ad opera delle cosiddette Forze dell'Ordine; viola il Quinto Emendamento, che proibisce la privazione della libertà, della proprietà o della vita stessa senza una procedura giudiziaria che includa condanne ed appelli; abroga il Sesto Emendamento, sulla celerità e trasparenza di ogni procedura giudiziaria che, dopo l'11 settembre, può anche non aver luogo; demolisce tutte le altre garanzie del "Bill of Rights" sul diritto alla "privacy"; investe di poteri illimitati lo Fbi nelle sue inchieste su attività "unamerican". (Ralph Nader e i Verdi americani potrebbero così essere arrestati e detenuti con il pretesto che la loro attività politica, secondo lo Fbi, va contro gli interessi nazionali così come questi vengono identificati e definiti dall'amministrazione Bush).

 

L’esercito in casa

 

E' probabile - anche se è difficile accertarlo - che l'attacco terroristico dell'11 settembre abbia lasciato una cicatrice psichica sulla coscienza collettiva nazionale; è altrettanto probabile che il cosiddetto uomo della strada manifesti solo stupore e non un vero e proprio allarme nel guardare per la prima volta ad una massiccia presenza delle forze armate del paese in luoghi pubblici come gli aereoporti, le stazioni ferroviarie o quelle delle corriere”Greyhound”. Come ha osservato un servizio giornalistico della Fox News: “Per gli americani si tratta comunque di un'immagine scioccante: soldati in uniforme armati e pericolosi che pattugliano i treni, i ponti sulla baia di San Francisco, e le strade di dozzine di città da una costa all'altra del Continente”.

La verità è che una eccezionale misura di emergenza del genere potrebbe essere trasformata in legge permanente, a giudicare almeno dalle proposte avanzate da esponenti dell'amministrazione Bush e da deputati e senatori di estrema destra: si tratta di abrogare una legge del 1878 denominata “Posse Comitatus Act” che pose fine all'occupazione militare degli Stati del sud dopo la Guerra Civile e il periodo della "ricostruzione". Con quella legge venne proibito alle forze armate di svolgere funzioni di polizia con la sola eccezione di stati di guerra o di emergenze nazionali di breve durata. Fino a ieri solo i riservisti della Guardia Nazionale venivano impiegati in situazioni critiche determinate da calamità naturali. Due le eccezioni: l'impiego della truppa sulle frontiere per intercettare e bloccate il traffico di stupefacenti, e nel 1992 l'intervento dei Marines a Los Angeles per reprimere i tumulti provocati dall'as­soluzione dei poliziotti che avevano massacrato di botte l'afro-americano Rodney King.

La promulgazione del “Patriot Act” e la probabile abrogazione del “Posse Comitatus Act” sono state accolte con qualche tenue protesta da pochi quotidiani americani una volta etichettati liberal. Tutti gli altri mass‑media hanno accolto con un assordante silenzio o hanno entusiasticamente approvato i nuovi sviluppi legislativi. Censura e autocensura vanno di pari passo nella land of the free and the home of the brave.

Basta ricordare quanto è accaduto alla scrittrice Susan Sontag per avere asserito che quello dell'11 settembre non era stato un assalto alla civiltà o alla libertà, bensì un attacco portato ad una autoproclamatasi “superpotenza mondiale” per via di alcune sue specifiche alleanze ed interventi militari all'estero. La scrittrice viene tuttora definita dalla stampa benpensante una “ottusa moralista” ed una “militante del movimento antiamericano”.

Il problema è che l'esempio statunitense, comprese la censura e l'autocensura dei mass-media, rischia di venire seguito alla lettera da alcuni capi di governo della vecchia Europa, dal laburista in elmetto del Regno Unito al maggiordomo a stelle e strisce nella repubblica delle banane.  


 

Nuova crociata di Ashcroft contro il porno

http://ilmattino.caltanet.it/hermes/20030809/CANADA/8/ZAS.htm 

Il segretario alla giustizia John Ashcroft, parte all'attacco contro la pornografia, una delle industrie più fiorenti della California, con un fatturato stimato in oltre quattro miliardi di dollari, e una produzione di 11.000 film all'anno, molti di più di quanti ne produce l'industria di Hollywood. Ashcroft, che nel 2002 fece ridere tutta l'America dopo avere speso 8.000 dollari in drappeggi per nascondere il seno scoperto di Miss Spirit, una statua in bronzo del ministero, ha sporto denuncia per oscenità contro una piccola società di produzione di video porno, la ExtremAssociates, una delle tante presenti a Los Angeles.

 

Il mondo sfida l'America

http://www.speedoflife.org/davos/sfida.html 

Al Forum economico il ministro della Giustizia Usa messo sotto accusa dai leader internazionali
(di Federico Rampini, da Repubblica del 25 gennaio 2003)


L'incomunicabilita` e` totale. Il World Economic Forum, luogo di incontro e di dialogo dell'e'lite mondiale, quest'anno e` costretto a registrare una situazione senza precedenti: tra l'America e l'Europa, tra l'America e il resto del mondo, si e` scavata da un anno all'altro una distanza immensa. Sull'Iraq, la guerra al terrorismo, la difesa delle liberta` e dei diritti civili, sull'ambiente o sul dollaro, e` un dialogo penosissimo, irto di incomprensioni, a tratti impossibile. E non solo tra "l'America di Bush", cioe` un gruppo dirigente di destra, ma fra l'America intera, e tutti gli altri.

Ieri a Davos e` andata in scena per prima la destra che comanda a Washington. L'establishment politico-capitalistico europeo e asiatico ha potuto assistere da vicino alla performance mediatica di John Ashcroft, il falco tra i falchi, il ministro della Giustizia di Bush che conduce con mano d'acciaio la lotta al terrorismo. Interrogato da leader politici stranieri e leader di associazioni per la difesa dei diritti civili, Ashcroft non ha concesso un millimetro agli avversari. Al Qaeda non rischia di vincere la sua guerra se gli Stati Uniti instaurano leggi speciali, sacrificando cosi` quella liberta` che e` il loro valore piu` prezioso? Ashcroft ha risposto a muso duro: "Quali sacrifici? Noi stiamo difendendo la liberta`, negli Stati Uniti e nel mondo intero. La guerra al terrorismo che conduciamo e` nell'interesse di tutti i popoli del mondo che amano la liberta` e la democrazia".

E i settecento stranieri arrestati senza processo, che nelle carceri americane attendono di sapere perche' l'Fbi e la Cia li considerano pericolosi? "Tutti gli individui fermati sono accusati di precise violazioni della legge. Tutti hanno diritto all'assistenza di un difensore. La magistratura americana e` indipendente". E il crescente malessere dentro la comunita` di immigrati islamici, dove ci sono state retate e arresti per banali irregolarita` nei permessi di soggiorno? "Non c'e` nessuna persecuzione razziale, etnica o religiosa. Anche coloro che sono stati arrestati perche' in flagrante violazione delle leggi sull'immigrazione, hanno tutti i diritti e l'assistenza legale di ogni imputato americano".

E' tetragono il religiosissimo Ashcroft: lui che apre quotidianamente con una preghiera le riunioni con i suoi collaboratori, non ha dubbi nel dipingere un'America che difende il bene contro il male, le obiezioni o i distinguo europei gli paiono soltanto debolezze e vilta`.

E' palpabile nell'atmosfera di Davos questa divaricazione: da una parte gli americani sempre piu` insofferenti verso alleati indecisi a tutto, dall'altro un antiamericanismo dilagante che non e` piu` francese o arabo ma coinvolge gran parte dell'establishment euro-asiatico. Tanto da far scattare anche gli americani piu` autocritici e di sinistra. Come il celebre studioso di politica estera Joseph Nye, che dice: "Anche dentro l'Amministrazione Bush c'e` una dialettica vera. Lo scontro di agosto fra Colin Powell e Donald Rumsfeld non era un gioco delle parti. Ha vinto Powell ed e` passata la linea che rispetta il ruolo del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ma anche perche' gli alleati hanno capito che c'era il pericolo che l'America facesse da sola. Hard power e soft power alla fine si sono sommati nel produrre il risultato giusto".

Di fronte a una platea europea ostile e` sbottato anche il senatore democratico Joseph Biden, che pure in patria e` un fiero oppositore di Bush. "Non ho proprio nulla in comune con un uomo come Ashcroft - ha lanciato alla platea - ma ogni critica che sento qui a Davos viene dibattuta liberamente anche negli Stati Uniti, e questo voi lo ignorate. Comunque, prima di dipingerci come un paese liberticida e in preda a una involuzione repressiva contro gli immigrati, discutiamo di come vengono trattati gli arabi in Francia. Da che pulpito sento certe lezioni...".



I DIRITTI VIOLATI IN NOME DELLA GUERRA 

DI LUCIO CARACCIOLO

http://www.globalizzazione2000.it/dirittiviolati.htm 

 

da "La Repubblica", 30 novembre 2001

NESSUNO sa quando e come vinceremo questa guerra. Qualche idea ce la siamo invece fatta su come potremmo perderla. Ad esempio, imbarcandoci in una guerra mondiale permanente: oggi in Afghanistan, domani in Iraq, dopodomani chissà dove. Forse riusciremmo a imporre la forza delle nostre armi, ma le devastazioni culturali e sociali di una guerra potenzialmente eterna ci cambierebbero i connotati. Se per redimere il resto del mondo sfigurassimo l'Occidente, non avremmo troppo da celebrare. A questo inclina la retorica della "sicurezza sopra tutto", che trasforma la guerra da mezzo a fine e tende ad assimilarci alla barbarie che vorremmo estirpare.

Siamo per fortuna lontani da un simile esito. Ma, come suggerivano gli antichi, principiis obsta – è meglio opporsi subito. Già osserviamo alcuni sintomi poco promettenti. Specialmente negli Stati Uniti. Tanto da far esclamare al senatore americano Patrick J. Leahy: "Rischiamo di assomigliare ad alcune delle cose che vogliamo combattere". Il presidente della Commissione Giustizia del Senato (democratico) si riferisce alle misure speciali antiterrorismo che il governo ha preso senza consultare il Congresso. La più rilevante è il decreto con cui Bush ha stabilito che gli stranieri accusati di terrorismo saranno processati da tribunali speciali militari. I quali giudicheranno in segreto e potranno condannare l'accusato a morte senza possibilità di appello, anche usando prove inammissibili davanti a una corte civile. In parole povere, l'esecutivo dice giustizia.

Non basta. In questi giorni migliaia di mediorientali regolarmente residenti in America stanno ricevendo una lettera in cui li si invita a farsi "intervistare" dalla polizia: "Gentile signore, non abbiamo ragione di pensare che Lei sia in alcun modo coinvolto in attività terroristiche. Tuttavia, Lei può conoscere qualcosa che potrebbe aiutarci nei nostri sforzi". A parte la discriminazione per razza, appare molto ottimistico immaginare che eventuali soci di bin Laden non attendano che di essere convocati al posto di polizia per spifferare tutto. L'effetto è semmai di confermare alcuni milioni di arabi americani nell'idea di essere oggetto di una campagna di odio.

Inoltre, il ministro della Giustizia John Ashcroft – il quale tiene a far sapere che la mattina invece dei giornali legge la Bibbia – ha escogitato una quantità di misure di dubbia efficacia contro i terroristi ma di sicura presa sulle garanzie dei cittadini. Ad esempio, la detenzione di 652 persone in seguito all'inchiesta sull'11 settembre, nessuna delle quali accusata di terrorismo. Di quasi tutti non si conosce il nome. Costoro non possono conferire con gli avvocati se non accettando che la conversazione sia registrata. La tesi del governo è che in questo momento la priorità è la protezione delle vite americane: "È difficile per una persona in carcere uccidere innocenti", ci illumina Ashcroft. Ragionamento ineccepibile. Preso sul serio, e l'attorney general è persona seria, significa che per essere totalmente sicuri che innocenti non vengano uccisi chiunque abiti il suolo americano va incarcerato. Carcerieri compresi.

Un altro argomento a favore di Ashcroft sembra essere la necessità di evitare che l'eventuale processo a bin Laden si risolva in una sceneggiata televisiva stile O.J. Simpson. Con i principi del foro a difendere il miliardario saudita, il quale non mancherebbe di glissare antipatici pettegolezzi circa i suoi passati rapporti con Casa Bianca e dintorni. Ma per questo non c'è bisogno di rivoltare dalle fondamenta l'amministrazione della giustizia in uno dei paesi più liberali del mondo. C'è un mezzo più sicuro, cui i vincitori spesso ricorrono in simili casi: uccidere il leader nemico. Nella sua grotta o sul campo di battaglia. Eventualmente aiutandolo a suicidarsi, se da solo proprio non ce la facesse.

Quando la guerra è cominciata eravamo tutti consapevoli di dover pagare un prezzo in termini di libertà. È semplicemente inevitabile, se vogliamo vincerla. Sarebbe ipocrita, oltre che pericoloso per la salute, far finta di nulla. Ma le scelte di Bush e Ashcroft esprimono rabbia, paura e una certa libidine fondamentalista. Sono volte a captare gli umori della gente più che a sconfiggere il nemico. Rischiano di essere inefficaci prima ancora che illiberali. Nell'inchiesta sull'11 settembre gli americani hanno messo le mani su 548 persone accusate di violare la legge sull'immigrazione e 104 incriminate per reati ordinari. In Italia abbiamo preso alcuni presunti associati di Al Qaeda senza scardinare le garanzie costituzionali.

È estremamente improbabile, poi, che un qualsiasi paese civile possa estradare detenuti destinati a finire davanti a un tribunale militare segreto, fors'anche su una sedia elettrica. La caccia al mediorientale conforta invece la propaganda di bin Laden sulla "jihad difensiva" contro l'aggressione antiislamica di "ebrei e crociati". Non si vede proprio che cosa l'America e l'Occidente abbiano da guadagnare da uno "scontro di civiltà" contro i musulmani – oggi un quinto dell'umanità, destinato a diventare un terzo nel 2025.

Finora gli Stati Uniti hanno fatto lezione al mondo sui "diritti umani". Senza perdere di vista i propri interessi. Brandendo anzi la suprema arma del "diritto" contro i nemici del momento. Non c'è da scandalizzarsi: ognuno usa gli strumenti che considera più efficaci. In questo caso, però, lo strumento è delicatissimo. Giacché incarna e ostenta la propria superiorità morale. Quando si istituiscono tribunali speciali in casa propria, è meno facile fare le pulci ai cinesi o a Saddam. Se il diritto obbedisce a fini strategici cessa di essere tale. E lo fa dubitare di se stesso, rendendolo più vulnerabile. Anche le armi migliori si logorano con l'uso. Evitiamo almeno di trasformarle in boomerang.

LUCIO CARACCIOLO

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

AAVV. "I fratelli musulmani e il dibattito sull'Islam politico" - Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996

BOLAFFI A. e MARRAMAO G., "Frammento e sistema. Il conflitto-mondo da Sarajevo a Manhattan" - Donzelli, Roma 2001

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FALLACI O., "La rabbia e l'orgoglio" - Rizzoli

FILORAMO G. (a cura di), "Islam" - Laterza, Bari 1999

GHALIOUN B., "Islam e islamismo. La modernità tradita" - Editori Riuniti, Roma 1998

JEAN C., "Guerra, strategia e sicurezza" - Laterza, Bari 2001

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RAPETTO U. e DI NUNZIO R., "Le nuove guerre. Dalla Ciberwar ai Black Bloc, dal sabotaggio mediatico a Bin Laden" - Rizzoli 2001

SCHACHT J., "Introduzione al diritto musulmano" - Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1995

SCHULZE, "Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile" - Feltrinelli, Milano 1998

STEINBACH U. (a cura di ), "L'Islam oggi" - edizioni Dehoniane, Bologna 1993

VERCELLIN G., "Istituzioni del mondo musulmano", Einaudi, Torino 1996


 

Rapimento di stato contro i «terroristi»

http://www.informationguerrilla.org/rapimento_di_stato.htm 



Negli Stati uniti sono oltre 1.500 i detenuti senza nome arrestati dopo l'11 settembre. Contro le convenzioni internazionali e la costituzione Usa, non sono accusati di nulla e non possono difendersi. Le organizzazioni umanitarie chiedono di processare il ministro della giustizia e il capo dell'Fbi


PATRICIA LOMBROSO - http://www.ilmanifesto.it



«Erano passate circa due settimane dall'attacco alle torri gemelle. Gli agenti dell'Fbi e dell'Ufficio per l'immigrazione entrarono all'alba nel mio appartamento del Bronx. Dal 27 settembre al 1 aprile sono stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, interrogato per ore in una lingua, l'inglese, che parlo male. Per sei mesi sono rimasto in quello che chiamano the hole, il buco». Amjad Jaffri, 38 anni, musulmano pakistano con cittadinanza canadese, racconta. E uno dei pochi che può farlo, su oltre 1.500 persone di origini mediorientali, pakistane o arrivate negli Stati Uniti dall'estremo oriente, arrestate dagli agenti federali o dell'immigrazione, chiuse da mesi nelle prigioni americane perché sospettate di fiancheggiare i terroristi di Al Qaeda. Jaffri è una delle tre sole persone che possono testimoniare, perché adesso è in Canada. Gli altri due sono Adif-Ur-Rehman Saffi, pakistano entrato negli Usa con visto turistico di tre mesi e imprigionato per cinque mesi, dal marzo scorso di nuovo in Pakistan, e Shakir Baloch, anche lui pakistano tornato in patria. Ma torniamo al racconto di Jaffri.

«Vietato contattare un avvocato»

«La mia cella era un cubicolo senza finestre. Dovevo restarci per 23 ore consecutive. Senza sapere dove ero e senza poter avvertire il consolato canadese. Senza un avvocato. I secondini continuavano a domandarmi: "Ma perché ti preoccupi tanto di sapere cose sull'Fbi?". Poi mi hanno trasferito al Metropolitan detention center di Brooklyn, con le manette alle mani e ai piedi, e una lunga catena alla vita. C'era un altro agente dell'Fbi pronto a interrogarmi. Ho chiesto di avere un avvocato, per tutta risposta mi hanno preso per la testa e sbattuto contro un muro. Sono stato rasato a zero e quotidianamente soggetto a perquisizioni umilianti. Durante tutto il primo mese non ho avuto nemmeno una saponetta per lavarmi. Un agente federale ha preteso, minacciandomi, che firmassi un documento che mi avrebbe privato del diritto di ricorrere al consolato canadese. Il primo aprile sono state espulso, e sono tornato a Toronto. L'ordine del giudice dell'Immigration and naturalization service (Ins) era già pronto dal 20 dicembre. Il mio visto turistico era scaduto il 27 settembre, il giorno in cui sono stato arrestato».

Il governo americano ha imposto un black-out di informazioni sull'identità degli imprigionati nelle varie carceri degli Usa dopo l'11 settembre. Non si conosce il loro numero esatto, e nemmeno di quali reati siano accusati. Per le organizzazioni internazionali, come Amnesty international, Human rights watch, Center for constitutional rights, si tratta di una «aberrazione costituzionale». Per la precisione, violazione dei diritti riconosciuti dagli emendamenti quarto, quinto e ottavo della costituzione americana e violazione dell'articolo 36 della Convenzione di Vienna sul diritto alla difesa. Queste associazioni, assieme ad alcuni giudici dello stato di New Jersey e del Southern district di New York si sono costituite parte civile in un causa contro il ministro della giustizia John Ashcroft, il direttore dell'Fbi Robert Mueller, il responsabile dell'Ins James Ziglar e contro i secondini del Metropolitan detention center. Ma non è ancora finita. «C'è appena stata un'altra ondata di arresti, stiamo cercando di conoscere i nomi di quelli che hanno imprigionato», dice al manifesto Donna Lieberman, che da un ufficio di lower Manhattan affacciato sulla zona di Ground Zero dirige l'Aclu (Association for civil liberties union). «Non riusciamo mai a sapere quanti siano esattamente. Gli ultimi dati ufficiali del ministero della giustizia sono del novembre scorso e parlano di 1.200 imprigionati. Il ministro Ashcroft si è più volte rifiutato di fornire all'opinione pubblica informazioni precise».

«Contro di loro nessuna accusa concreta»

E' interessante leggere nel documento che è la base dell'azione legale promossa dal Center for constitutional rights per conto di alcuni imprigionati. «Dopo l'attacco dell'11 settembre questi cittadini e altri individui uomini, musulmani non cittadini americani provenienti dal medio oriente, dall'estremo oriente ed altrove sono stati arrestati e tenuti in prigione a tempo indeterminato, malgrado avessero ricevuto l'ordine di espulsione dagli Stati uniti oppure avessero di propria volontà espresso il desiderio di lasciare gli Stati uniti (...) Sono stati imprigionati per un periodo ben superiore a quello necessario per effettuare le pratiche burocratiche (...) Non sono stati incarcerati per violazioni delle norme per l'immigrazione, ma sono stati interrogati segretamente, tenuti in prigioni negli Stati uniti senza collegamento con atti o attività terroristiche (...) Invece di riconoscere a priori la presunzione di innocenza come prevede il nostro ordinamento giuridico fino al giudizio di colpevolezza, i detenuti dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre all'America sono soggetti alla presunzione di colpevolezza». Il rapporto, di 38 pagine, del Center for constitutional rights è stato depositato in tribunale e si attende una risposta entro i prossimi 60 giorni. Il 30 maggio, il giudice federale John Bissel della corte distrettuale a Newark ha ordinato per la terza volta al governo americano di osservare la procedura corrente per i casi di immigrazione che vieta assolutamente «di mantenere segreti gli interrogatori, i nomi e le motivazioni dell'arresto di oltre 1.200 non cittadini americani».

«Scandaloso, tutto questo è scandaloso». Il giudizio di Donna Lieberman è definitivo. «Chiediamoci quale sarebbe la reazione dagli Stati uniti se i nostri concittadini venissero imprigionati a tempo indefinito in un altro Paese, senza che venga concesso loro nemmeno il diritto ad una procedura regolare. Ne faremmo uno scandalo di risonanza internazionale. Dopo l'11 settembre moltissimi individui sono stati imprigionati, senza un processo regolare, senza che venissero loro imputati comportamenti illegali compiuti negli Stati uniti né nel loro paese d'origine, senza che fossero accusati di aver trasgredito le leggi previste per gli immigrati. Per la legge, ma solo per la legge, avrebbero diritto a un legale per la loro difesa. Moltissimi sono ancora in prigione, anche quelli che hanno chiesto di essere rimpatriati. Molti non conoscono la lingua inglese. Gli interrogatori dell'Fbi e degli agenti della Ins sono in inglese, per loro incomprensibile. Ci siamo offerti con il Bureau of prisons di fornire assistenza legale per loro e le famiglie. Intenzionalmente i numeri di telefono forniti ai detenuti sono inesatti o sbagliati. Il governo americano continua a tenerli in prigione per "scopi preventivi"».

«Molti detenuti non parlano l'inglese»

«Le motivazioni addotte non trovano nessun fondamento legale - spiega Lieberman -, le leggi previste per l'emigrazione stabiliscono che coloro che sono soggetti all'ordine di espulsione, non possono restare in carcere per più di 90 giorni. Mille e duecento persone e probabilmente molte di più sono nelle nostre prigioni federali e statali, a tempo indefinito. Per poter investigare su eventuali attività illegali collegate con il gruppo terrorista di Al Qaeda. Quelli che siamo riusciti ad intervistare odiano il terrorismo. Nessuno di coloro che provengono dal Pakistan, dall'Egitto, dalla Turchia ha carichi penali pendenti né negli Stati uniti né nel paese di provenienza».

Chiediamo alla rappresentante dell'Aclu come sia possibile questa violazione delle leggi nazionali e internazionali, di fronte alla palese mancanza di prove che colleghino le persone arrestate al terrorismo. «Esiste una totale omertà fra gli agenti della Fbi e gli agenti dell'Ufficio per l'immigrazione - è la risposta -, le violazioni e infrazioni minime vengono usate a pretesto per privare i musulmani e gli arabi dei loro diritti civili, incluso quello che prevede il rimpatrio con ordine d'espulsione. Si tratta di direttive politiche impartite direttamente dall'amministrazione Bush. Per di più rivolte ad una categoria specifica della società, a persone di specifiche etnie entrate negli Stati uniti dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre. E' un classico esempio di discriminazione su base etnica e non sulla base dell'attività commessa, o violazioni di norme previste per l'immigrazione. Non esiste nessun collegamento, bensì violazioni dei diritti fondamentali della costituzione americana nonché violazione e abuso delle norme del nostro ordinamento giuridico. Gli Stati uniti hanno una responsabilità enorme - conclude Donna Lieberman -, ma paesi come la Francia, il Canada e il Pakistan non hanno fatto alcune reale battaglia in difesa dei loro cittadini arrestati dagli Usa. Si sono sostanzialmente adattati, per convenienza tra "alleati" nella lotta al terrorismo».

Il Gazzettino
Martedì, 15 Maggio 2001




USA, Il pio Ashcroft riunisce i funzionari della Giustizia per letture bibliche.

Al ministero si prega con il capo

http://edu.supereva.it/calomarto/preghiere_ministeriali_usa.htm?p


Washington - Polemiche negli Usa per i seminari di studi biblici condotti al Dipartimento della Giustizia - che conta 135 mila dipendenti - dal ministro di fede pentecostale John Ashcroft: funzionari che non condividono con lui la stessa profonda fede cristiana hanno criticato il fatto che sotto la sua guida ogni
mattina il ministro raduni gruppi di devoti funzionari in una sala per pregare e commentare le Sacre Scritture.
«Il suo intento è di far valere il diritto costituzionale a esprimere la propria fede», spiega una portavoce.Ma ci sono funzionari che parlano di «discriminazione: Ashcroft usa spazi pubblici per un evento personale». Tantopiù che spetta a lui anche la tutela del diritto costituzionale di separare stato e chiesa. La fede ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita di Ashcroft, nipote e figlio di pastori protestanti. Egli cita spesso le Sacre Scritture nei suoi discorsi e ha ha emanato una serie di regole di
scrittura per funzionari, in cui, dai documenti, è messa al bando la parola "orgoglio" (proud) perché «per la Bibbia è un peccato capitale».

 

http://www.filiarmonici.org/11settembre.html

Detenuti Top-Secret negli USA

Detenzioni segrete, processi e inchieste segrete nella terra della libertà dopo l'11 settembre 2001
di Gabrielle Banks, Alternet
3 giugno 2002

 

Durante i suoi sei mesi al Brooklyn Metropolitan Detention Center, Anser Mehmood ha passato 123 giorni in una cella di massima sicurezza, dove i carcerieri gli hanno sbattuto la faccia contro il muro e minacciato di ucciderlo.
     Il suo crimine? Un visto turistico scaduto.
     Quello di Mehmood è uno dei centinaia di casi che hanno creato sconcerto nella comunità internazionale dei diritti umani, riguardo la precipitosa retata di 1.200 immigrati musulmani e arabi, dopo gli attacchi dell'11 settembre. Il Metropolitan Detention Center (MDC) ha bloccato l'ingresso a osservatori di Amnesty International e altri gruppi. Comunque sia, un rapporto di Amnesty, datato marzo 2002 - basato sulla visita nelle prigioni di contea di Hudson e Passaic in New Jersey e sulle interviste con testimoni dei Centri di detenzione dell'INS (Immigration and Naturalization Service) in 26 stati - descrive un quadro di abusi che negano gli elementari principi di giustizia. Con linguaggio chiaro e diplomatico, il rapporto descrive le incarcerazioni arbitrarie di centinaia di persone, alle quali è stato proibito l'incontro con i familiari e avvocati e sono spesso indagate in processi segreti.
     L'INS si è rifiutata di fornire un'analisi stato per stato dei detenuti, rendendo impossibile chiarire il numero e l'identità di chi è detenuto nello stato del Colorado. "C'è un'investigazione in corso" ha detto la portavoce dell'ufficio di detenzione in Colorado, Nina Pruneda "non possiamo fornire nessun numero". Questa settimana Pruneda non ha potuto spiegare la politica che le preclude ogni rilascio di informazioni, e ha rimandato ogni altra domanda o dubbio al portavoce dell'INS di Washington, irreperibile al tempo di questo articolo.

La retata del terrore

Gli istituti del New Jersey, rinchiudono la maggior parte dei detenuti INS caduti nella "retata del terrore". Secondo l'ultimo dispaccio del Dipartimento di Giustizia, 325 detenuti sono ancora sotto custodia dell'INS - la maggior parte per violazioni del visto. Un solo detenuto, Zacarias Moussaoui (arrestato per la verità prima dell'11 settembre), è accusato di terrorismo.
     Non a sorpresa, molti detenuti hanno abbandonato qualsiasi illusione avessero riguardo "la terra della libertà".
     "Rimuovete l'incanto della saggezza e della giustizia, vi sembreranno tutte parole senza senso se state in prigione per quattro o cinque mesi" ha detto Sohail Mohammed, che ha rappresentato circa 15 dei detenuti cosiddetti "di speciale interesse". "Prima dell'11 settembre la gente ingaggiava un avvocato come me per prolungare la permanenza negli USA. Adesso lo fanno per andarsene al più presto. Non dovremmo trattenere dei detenuti in segreto, processarli in segreto, fare delle vere e proprie inchieste segrete. Sono cose da regimi repressivi".
     In tutti questi ultimi mesi, il Dipartimento di Giustizia si è rifiutato di fornire a giuristi e avvocati che difendono i diritti degli immigrati le informazioni basilari sulle persone recluse, neanche i loro nomi. La maggior parte dei detenuti sono incommunicado (nota), senza accesso a fascicoli legali validi, e i giuristi possono far visita a persone detenute solo se ne sanno i nomi.

Arresti segreti
Carlos Muñoz, che ha una borsa di studio post laurea alla scuola Bloomberg di Human Rights Watch, ha espresso stupore per la palese violazione dei diritti fondamentali. "È assurdo che in una democrazia ci possano essere arresti segreti e vengano impedite le visite di controllo nelle carceri. Desta sospetto il fatto che un gruppo sostenitore dei diritti umani, non possa visitare le prigioni. Io credo che il Dipartimento di Giustizia e l'INS facciano affidamento sul fatto che l'opinione pubblica è dalla loro parte". Human Rights Watch ha rintracciato ed intervistato detenuti nel paese e rilascerà presto un rapporto dettagliato su quanto ha riscontrato.
     Rachel Ward, co-autrice del rapporto di Amnesty, era leggermente più cauta a proposito del rifiuto delle visite da parte dei centri di detenzione. La sua risposta al diniego da parte del Metropolitan Detention Center di Brooklyn nei confronti di Amnesty e molti altri gruppi era di moderata accettazione. "Loro possono rifiutare la nostra richiesta" dice "siamo un'organizzazione non governativa. Ma ovviamente quando questo accade è motivo di preoccupazione. Permettere l'accesso a osservatori esterni, è importante per ever credibilità presso l'opinione pubblica."
     Nei primi mesi dopo gli attacchi dell'11 settembre, avvocati delle comunità e gruppi per i diritti civili erano cauti nel criticare pubblicamente i segreti governativi attorno alla detenzione in larga scala di musulmani. Il Dipartimento di Giustizia aveva assunto una posizione apparentemente equilibrata - a quel tempo - sul fatto che il rilascio di informazioni sui detenuti, avrebbe messo in pericolo la sicurezza del paese.
     Quindi, con un memoriale di vasta portata, il 21 Settembre 2001, il Giudice capo dell'Immigrazione Michael Creppy, ordinò a tutti i giudici dell'immigrazione di sbarrare l'accesso alla stampa, al pubblico, ai familiari, sui casi ritenuti dal Procuratore Generale "di speciale interesse" per l'FBI. (L'AP ha riportato il dato secondo cui ad Aprile 2002 l'INS aveva già condotto almeno 700 procedimenti segreti di questo tipo). Il procuratore generale John Ashcroft ha fatto seguito lanciando un fermo avvertimento ai media e al partito dei curiosi, nel mese di Novembre, durante una conferenza stampa (citata da Hanna Rosin in un articolo sul Washington Post): "Quando gli USA sono in guerra, io non condividerò maggiori informazioni con i nostri nemici. Se così non fosse potremmo pure trasmettere la lista di detenuti direttamente alle rete di al Qaeda di Osama Bin Laden ."

Nessun sospetto terrorista
L'USA Patriot Act, approvato nell'ottobre 2001, ha dato al governo la possibilità di identificare individui come sospetti terroristi e imprigionarli fino a sette giorni senza imputazione. Viste tutte le detenzioni prolungate in maniera indefinita, crea perplessità che il Dipartimento di Giustizia non abbia identificato neanche una sola di queste detenzioni a lungo termine come di persona sospetta terrorista nei termini previsti dal Patriot Act.
     Invece, il DOJ sta adoperando un'oscura legge ad interim dell'amministrazione Bush, per trattenere i detenuti un tempo indefinito. La legge prolunga il periodo di tempo di detenzione per un non-statunitense, da parte dell'INS, senza essere formalmente imputato, da 24 a 48 ore "o in caso di emergenza o altre straordinarie circostanze, l'INS può addizionare un ragionevole periodo di tempo per formulare l'accusa".
     Nel caso di un saudita, il "ragionevole" periodo di tempo, è diventato di 119 giorni, senza alla fine essere accusato di nessun reato specifico.
     Quando alla fine è diventato chiaro che il 99% dei detenuti di "speciale interesse", non avevano fatto nulla se non rimanere negli USA oltre i termini concessi dal visto o aver falsificato i dati personali per ottenere un impiego, gli avvocati si sono messi in moto. A Dicembre, sedici gruppi di diritti civili, hanno compilato un Atto della Libertà di Informazione (FOIA, Freedom of Information Act), una azione legale contro il Dipartimento di Giustizia, chiedendo informazioni sui detenuti. Inoltre il New Jersey American Civil Liberties Union (ACLU) ha vinto una causa contro la politica del governo di far condurre udienze segrete per le centinaia di detenuti dell'11 settembre. Il Dipartimento di Giustizia- che ora si trova a dover fronteggiare cinque cause separate sulla costituzionalità delle udienze a porte chiuse dei detenuti speciali - ha chiesto a una corte d'appello di prolungare la scadenza entro la quale rilasciare i nomi.

Chiamare le ambasciate straniere
Quando le richieste di informazioni hanno iniziato a essere insistenti, il neo-direttore dell'ACLU, Anthony Romero, ha messo in atto una tattica ingegnosa. Ha capito che, sebbene l'INS non aveva nessun obbligo di rilasciare all'interno degli USA informazioni su nessuno dei nomi , l'agenzia è obbligata a fornire informazioni alle ambasciate e consolati stranieri. Così, l'ACLU ha iniziato a contattare i consolati dei paesi che verosimilmente avevano propri cittadini detenuti, esortando i diplomatici a prendere contatto col Dipartimento di Giustizia per informazioni (la maggior parte dei detenuti è nativa di stati come Pakistan, Egitto, Turchia, Yemen, Tunisia, Arabia Saudita, Marocco e Giordania).
     La opinionista Jennifer Van Bergen ha sottolineato l'ironia di tale decreto burocratico, in un articolo per Truthout.com: "Se motivi inerenti alla sicurezza nazionale esimono il governo degli Stati Uniti dal rilasciare alcuna informazione ai propri avvocati e cittadini, come è possibile che gli sia consentito rivelare tali notizie a nazioni come ad esempio il Pakistan?"
     Diverse battaglie si stanno combattendo per fare una breccia intorno alla segretezza del governo su queste detenzioni. Il processo contro il il religioso musulmano Rabih Haddad a Detroit si è svolto in un clima di tale segretezza, riferisce l'inglese Indipendent, che "allo stesso Haddad è stato impedito di partecipare; è stato costretto a guardare tutto su un video dalla sua cella, senza diritto di partecipazione." Un grande risalto di pubblicità e l'appoggio di diversi personaggi come John Conyers, un rappresentante democratico, e altre figure di spicco, hanno fatto la differenza per Haddad.
     Ad aprile il giudice del distretto degli Stati Uniti Nancy Edumnds ha dichiarato incostituzionale il memoriale Creppy. Aprire il caso di Haddad, ha inoltre affermato, non avrebbe causato danni irreparabili alla sicurezza del paese. Questa decisione potrebbe rappresentare un precedente per i casi dell'11 settembre. Comunque il Dipartimento di Giustizia è ricorso in appello per diverse cause, in tutto il paese per proteggersi contro la perdita di informazioni.
     In una memoria difensiva per mantenere la segretezza su un caso nel New Jersey a inizio maggio, il procuratore Michael Lindeman ha detto, parlando alla corte federale: "Questa è la più importante inchiesta per la sicurezza nazionale della storia degli USA. Dettagli che voi ed io potremmo ritenere innocui, [permetterebbero ad investigatori stranieri] di mettere insieme un quadro [di dove si sta indirizzando "l'inchiesta sul terrore negli USA]".
     Il giudice dell'immigrazione Sandra Nicholls, il cui ufficio è vicino a Ground Zero a Manhattam, è di diversa opinione. Lei guarda tutti i giorni in quel fosso ed ha le stesse preoccupazioni degli altri americani, ma da quando le settimane sono diventate mesi, non crede più che le persone detenute dall'INS siano effettivamente sottoposte a regolare processo. Dopo aver rappresentato diversi clienti per l'11 settembre alle udienze dell'INS, è giunta alla conclusione che le detenzioni di "speciale interesse" creano solo un falso senso di sicurezza per gli americani in cerca di risoluzioni.
     Le ultime disposizioni nel caso del New Jersey, indicano che il Dipartimento di Giustizia può perdere terreno in tema di segretezza. Il 29 maggio, il giudice distrettuale degli Stati Uniti John W. Bissel ha rifiutato l'argomento della "sicurezza nazionale" per tenere segrete le udienze nei casi di "speciale interesse".

I maldestri tentativi di spiegare gli errori da parte dell'INS
Mentre il Dipartimento di Giustizia si sforza di nascondere tutte le informazioni sui detenuti, l'INS continua a commettere gaffe pubblicamente, minando la reputazione del Dipartimento di Giustizia (seppur in buona fede). Mentre centinaia di detenuti ancora languono senza nome, il Commissario James W. Ziglar a marzo ha tentato di spiegare in maniera maldestra, come l'INS si sia comportato riguardo al rilascio del visto a Mohammed Atta e Marwan Al Shehhi, i dirottatori che hanno pilotato gli aerei contro le Torri Gemelle l'11 settembre.
     L' uscita dello scorso mese da parte dell'INS , ha riguardato l'aver fornito per sbaglio la lista dei detenuti top secret al General Accounting Office dopo che il senatore democratico Russ Feingold e il membro del Congresso Conyers, ne avevano fatto richiesta. "Stiamo combattendo tutte queste battaglie in tribunale per non renderla pubblica" ha rivelato una fonte interna al Dipartimento di Giustizia al New York Daily News "[Ziglar] sarà rimosso dal comando dell'INS per questo."
     Già abbastanza tempo prima dell'11 settembre, durante il Martin Luther King Day 2001, Il gruppo DRUM (Desis Rising Up and Moving) e diversi altri gruppi delle comunità di New York e New Jersey, promossero una campagna dal nome "Stop alle scomparse", per richiamare alle proprie responsabilità l'INS. Da allora il DRUM ha compilato una lista di più di 100 persone scomparse, associate alla retata dell'11 settembre. "Riceviamo ancora numerose segnalazioni di casi di abusi e pessime condizioni di vita" afferma l'organizzatore del DRUM Monami Maulik.
     Il Drum spera di localizzare un maggior numero i scomparsi, attraverso il corso volontario "Know Your Rights" che l'ACLU e l'American Friends Service Commitee offrono nei servizi penitenziari. "È più difficile organizzarsi nelle comunità di immigrati" parla ancora Maulik "la maggior parte delle persone con cui lavoriamo sono stottopagati e al nero, inquadrati da un ben preciso tipo di lavoro." La documentazione in mano al DRUM, indica che il recente raid dell'INS ha coinvolto immigrati che lavoravano nei ristoranti, negozi, stazioni di benzina, e compagnie di Taxi. "Stanno lavorando per far tacere il dissenso politico, degli immigrati e delle altre comunità non allineate, per una guerra all'estero."

Condizioni estremamente dure
Anser Mehmood è ora uno dei querelanti in un'azione legale contro John Ashcroft, il direttore dell'FBI Robert Mueller, il Commissario dell'INS Ziglar e contro i custodi e le guardie del Metropolitan Detention Center. La petizione per i diritti civili, presentata dal Centro per i Diritti Costituzionali, afferma che i detenuti musulmani sono stati soggetti ad "assurde ed eccessivamente dure condizioni". La stampa internazionale ad aprile ha riportato che gli avvocati che si occupano di immigrazione, prevedono che approssimativamente 100 detenuti (ed ex detenuti), presenteranno una simile petizione.
     Non è dato sapere quanti dei detenuti originariamente provengano dal Colorado. Comunque almeno un iraniano detenuto al Wackenhut di Denver, è stato colpito da quello che si potrebbe dire un colpo apoplettico in condizioni di totale isolamento. Non ha ricevuto nessuna cura per tre mesi nonostante i sintomi. E Muhammed Butt, un pakistano detenuto per violazione del visto, è morto di un attacco di cuore al centro correzionale della contea di Hudson nel New Jersey. Secondo un'indagine di Anne-Marie Cusac di The Progressive, il compagno di cella di Butt ha detto agli osservatori di Human Rights Watch che Butt aveva richiesto cure mediche diverse volte nei dieci giorni prima della sua morte. Ha colpito sulla porta della cella inutilmente il giorno che è morto.
     Sfortunatamente, l'indagine del Dipartimento di Giustizia nei confronti di un numero crescente di violazioni dei diritti umani nelle detenzioni dell'INS, ha causato rappresaglie da parte delle guardie carcerarie. Il 24 Maggio, il Washington Post ha riportato che immediatamente dopo le interviste del Dipartimento di Giustizia, le guardie del Metropolitan Detention Center hanno aumentato gli abusi e le minacce contro i detenuti. Questi ultimi, hanno organizzato uno sciopero della fame per protestare contro la nuova ondata di soprusi.

L'11 settembre sui libri di storia
Da un punto di vista così vicino come quello attuale è difficile accertare le ripercussioni storiche delle detenzioni dell'11 settembre. Al di là di qualsiasi rimedio possa essere posto dalle corti dei tribunali, molti credono che il danno sia ormai già stato fatto. "Sicuramente, nel XXI secolo l'America e l'INS avrebbero potuto fare qualcosa di meglio che dire se sei arabo, sei sospettato. Queste pratiche sono controproducenti e creano il gelo con l'intera comunità araba americana e americana musulmana" ha scritto il rappresentate del congresso Conyers in un comunicato stampa.
     Sohail Mohammed aggiunge "Con cinquanta anni di ritardo abbiamo capito che avevamo compiuto un errore contro i giapponesi-americani e su quella stessa linea tra 50 anni diremo le stesse cose a proposito degli americani-musulmani. Dovremmo promuovere lo stato di diritto, più che quello del non-diritto. Una volta analizzati i singoli casi, i detenuti devono essere trattenuti o liberati, non rinchiusi senza alcuna imputazione. Ciò mina seriamente il processo democratico la cui causa sposiamo in giro per il mondo."

 

***

Nota:
Incommunicado: è una catalogazione delle persone arrestate dalla polizia per le quali si dispone l'azzeramento totale dei contatti con l'esterno, senza possibilità di avvertire o incontrare nessun avvocato o conoscente.




08-08-2003, ore 20:37:59

Usa. Giustizia: Ashcroft chiede i nomi dei giudici "poco cattivi"

http://droghe.aduc.it/php_newsshow_9332.html 

 

Il ministro della Giustizia John Ashcroft, ha proposto di monitorare quei giudici che impongono sentenze piu' lievi rispetto a quelle "raccomandate" dal Governo federale, chiedendo ai procuratori in tutto il Paese di fare rapporto quando un giudice abbassi la pena minima, e non quando la pena e' stata abbassata in cambio di collaborazione da parte dell'imputato. Critiche a questa proposta sono giunte da parte dei gruppi per la difesa dei diritti civili, e dal Sentencing Project un'associazione no-profit che si batte per ottenere alternative alla reclusione, secondo i quali, "si cercano di schedare i giudici. Se non condanni come e' stato deciso a Washington, verrai messo su una lista speciale e tenuto sotto osservazione".

 

 

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