FISICA/MENTE

Corriere della Sera 15 febbraio 2003 

"L'imbroglio dei barbari"

Charles Krauthammer (premio Pulitzer)

editorialista del Washington Post

L'allarme raggiunge improvvisamente i livelli dell'11 settembre. L'aeroporto di Heathrow è circondato dai carri armati. Lo scotch e i rivestimenti in plastica sono scomparsi dagli scaffali dei negozi di Washington. Bin Laden ricompare.

La Corea del Nord riapre il suo stabilimento per il trattamento del plutonio e minaccia un attacco preventivo. La seconda guerra del Golfo sta per cominciare. Non è l'Apocalisse. Ma è un ottimo preparativo. Non vi si arriva da un momento all'altro. Ci sono almeno, diciamo un decennio. Stiamo ora pagando lo scotto per il decennio che ebbe inizio nel 1990, la nostra vacanza nel corso della storia. Allora, ogni grande sfida all'America fu rinviata. Lo scopo principale dell'amministrazione Clinton fu di assicurarsi che nulla di terribile avvenisse durante la veglia. Di conseguenza, mise da parte ogni ostacolo. Saddam Hussein seguitò a sfidare il mondo intero e a costruire il suo arsenale, persino mentre gli Stati Uniti acconsentivano all'allentamento delle sanzioni delle Nazioni Unite e poi all'espulsione di tutti gli ispettori di armi.

Quando la Corea del Nord minacciò di diventare una potenza nucleare nel 1993, Clinton riuscì a rinviare il conto tramite un accordo per bloccare il programma di Pyongyang. L'accordo era un imbroglio. Per tutto il tempo, i Coreani del Nord in clandestinità arricchirono l'uranio. Ora sono in piena offensiva nucleare. Il primo attacco al World Trade Center avvenne nel 1993, seguito da due ambasciate in Africa saltate in aria e dall'attacco alla "USS Cole". Considerando il terrorismo un problema di applicazione della legge, Clinton inviò l'Fbi e un occasionale missile Cruise ad alzare qualche nuvola di polvere. Bin Laden fu offerto dal Sudan nel 1996. Ma fu rifiutato per mancanza di giustificazioni legali.

Ecco come ci si comporta in vacanza: i nemici mortali non sono trattati come combattenti ma come imputati. Clinton si vantò di dare una visione transnazionale più imponente (l'agitazione globale, l'emigrazione, e cose simili) a tali problemi comuni, mentre inviava le forze militari americane a reprimere le guerre locali in luoghi come la Bosnia. Il 19 giugno 2000, l'amministrazione Clinton risolse il problema degli "Stati canaglia", abolendo il termine e rinominandoli "Stati d'ansia". Indifferenti, le canaglie fiorirono, armandosi e accingendosi a fare guerre imponenti.

Guerre che sono alle porte. L'11 settembre 2001, sia le illusioni che tanto facevano comodo sia le stupide pretese svanirono. Ora riconosciamo il problema focale del Ventunesimo secolo: la concomitanza di terrorismo, Stati-canaglia e armi per la distruzione di massa.

E' vero, le armi per la distruzione di massa non sono nuove. Ciò che è nuovo è che il know-how necessario per la loro fabbricazione non sia più un segreto. Qualsiasi persona avente una discreta istruzione in fisica moderna, chimica o biologia può fabbricarle. L'Apocalisse è stata democratizzata.

Non si può evitare il pericolo. L'anno scorso il discorso di Bush sull'asse del male fu accolto con grande disprezzo dai sofisti. Un anno dopo l'ammonimento si giustifica del tutto. Persino le Nazioni Unite dicono che l'Iraq deve essere disarmato. L'Agenzia internazionale per l'Energia nucleare ha appena proclamato (con garbo) la Corea del Nord un fuorilegge nucleare. L'Iran ha annunciato progetti per l'estrazione dell'uranio e per rilavorare il combustibile nucleare usato; abbiamo recentemente scoperto due complessi nucleari iraniani segreti. Stiamo partecipando a una corsa contro il tempo. Ogni volta che tali Stati ostili mettono insieme degli arsenali, noi ci scoraggiamo e loro diventano invulnerabili.

Che possiamo o non vincere la corsa è un vero e proprio interrogativo. L'Anno Primo della nuova era, il 2002, è stato abbastanza tranquillo. L'Anno Secondo non sarà così: il 2003 potrebbe essere tanto catastrofico quanto il 1914 o il 1939. La politica è diventata cosmica, in un battibaleno, proprio davanti ai nostri occhi. L'interrogativo è immenso e semplice può ñ e potrà ñ la parte civile dell'umanità disarmare i barbari che utilizzerebbero l'ultima conoscenza per l'ultima distruzione? Fra mesi, avremo ben chiaro se la risposta sarà affermativa o negativa.


 

Stati uniti, in missione per conto di Dio

by Francesco Dragosei (da Il Manifesto) Tuesday August 19, 2003 at 12:45 PM

Sono storici, saggisti e giornalisti i nuovi profeti del neodarwinismo tra gli stati. Nei loro scritti annunciano l'avvento trionfale, in America e nel mondo, della legge del più forte. Da Robert Kagan a Charles Krauthammer, l'affermarsi di una euforia americocentrica che riesce persino a speculare sull'11 settembre

 

Fratello più giovane del già affermato neodarwinismo economico-sociale entro gli stati, arriva adesso il neodarwinismo tra gli stati. Suoi profeti sono alcuni intellettuali che con i loro scritti danno linfa e dignità teorica alla «brutalità della prassi» dell'attuale neoconservatorismo americano. Intellettuali talora di destra, talaltra più insidiosamente no, che scrivono magari sulle colonne del Washington Post. Storici, saggisti, giornalisti, che nell'annunciare l'avvento trionfale, in America e nel mondo, della legge del più forte e più adatto alla sopravvivenza, hanno virato di 180 gradi rispetto a quegli storici e saggisti che un quindici anni fa dibattevano, addirittura, su un possibile tramonto dell'America. Corifeo dei neodarwinisti è Robert Kagan, col suo Paradiso e potere, America e Europa nel nuovo ordine mondiale (libro edito da Mondadori di cui ha già scritto su queste pagine Luigi Cavallaro il 7 maggio). L'ormai celebre saggio è in realtà uno smilzo libretto tirato su velocemente da un fortunato articolo uscito sulla rivista «Policy Review» e basato su un bagaglio documentale risibile, fatto di riferimenti bibliografici quasi nulli, notizie di notizie, relazioncine di convegni. Ciononostante, esso è divenuto il massimo esempio, il manifesto quasi, della rampante euforia americocentrica e neodarwinista che, dopo lo sbriciolarsi dello spauracchio dell'Urss, ha gradualmente ma inesorabilmente preso alla testa molti americani.

La «teoria» di Kagan è molto semplice. L'Europa, vecchia ed emasculata dopo i bagni di sangue delle guerre mondiali, nonché sempre più invidiosa della giovane e forte America, desidera ormai solo di castrarne la potenza militare imponendole subdolamente la sua molle cultura della negoziazione e della pace: cultura ereditata - l'autore non si stanca di ripetere per nobilitare la sua tesi (senza però sognarsi di citare direttamente una sola opera di Kant o Hobbes) - dall'ideale kantiano della pace perpetua, mentre a Hobbes si rifà viceversa la cultura americana della guerra. Dunque, l'unica via per l'America è di infischiarsene della subdola politica di pacificazione dell'Europa continuando a menare i colpi di clava del più forte, prosegue Kagan senza mai essere sfiorato dal dubbio che il rifiuto del mondo hobbesiano possa essere una scelta di civiltà, una questione di evoluzione dei rapporti tra le nazioni. Sentendosi tutt'al più in obbligo di rassicurarci che le ragioni dell'America non sono ciecamente egoistiche ma sollecite anche del bene dell'Europa e del mondo, in quanto volte sempre e comunque all'«avanzamento dei principi della civiltà e dell'ordine mondiale liberali». Secondo cioè una classica autoinvestitura dell'America quale unica interprete e garante del progresso, della giustizia planetaria e della pace. Quel sogno di stato perfetto, padrone e tutore del mondo, a suo tempo divinato - ci ricorda Kagan - da un Reinhold Niebuhr («la responsabilità americana di risolvere il problema del mondo»). O da un Benjamin Franklin («la causa dell'America è la causa di tutta l'umanità»). O anche - aggiungeremmo noi facendo un salto nella Russia degli anni Venti - dal «Benefattore», il bieco-mellifluo capo assoluto dello Stato che, nel romanzo di Zamjàtin Noi, paternalisticamente spiegava come fosse dovere dello stato perfetto «piegare al benefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano sugli altri pianeti...», anche «se essi non comprenderanno che noi portiamo loro la felicità matematicamente esatta...» [anche] «costringendoli ad essere felici».

In un lungo articolo apparso sul numero 70 di «The National Interest» (e ripreso in Italia da «Aspenia») il giornalista del Washington Post, e premio Pulitzer, Charles Krauthammer, dopo aver ricordato che già nel lontano 1990, in controtendenza con le previsioni sul declino degli Stati Uniti, egli aveva preconizzato un futuro unipolarismo americano, rileva orgoglioso che non solo oggi «la spesa militare americana supera quella dei successivi venti paesi messi insieme» senza alcun segno di declino, ma che il primato è, oltre che militare, economico, tecnologico, linguistico, culturale. Il suo trionfalismo, secondo una tipica capacità americana di trasformare una sconfitta in una contronarrazione ottimistica (una capacità che chiameremmo «elaborazione euforica del lutto»), si nutre persino della poco trionfale tragedia dell'11 settembre, trasformando con una magia alchemica la più grave ferita mai inferta al suolo americano in recuperata invulnerabilità dell'America. «Se non ci fosse stato l'11 settembre», egli osserva con un qualche cinismo, «il gigante sarebbe rimasto addormentato. [...] Grazie alla dimostrazione delle sue capacità di recupero [...] il senso di invulnerabilità della popolazione ha assunto una nuova dimensione». Ancora dal fatidico 11 settembre, Krauthammer si ricava inoltre l'alibi per dare legittimazione morale alla nuova non osservanza americana del diritto internazionale e alla guerra preventiva: «l'11 settembre ha catalizzato la consapevolezza [...] che il primo compito degli Usa è di garantirsi la protezione contro tali armi». Dopo avere quindi puntato il dito sul bieco disegno dei lillipuziani europei di legare il Gulliver America «con una miriade di lacci che riducano la sua potenza», Krauthammer conclude che, in fondo, gli Usa, perseguendo i propri interessi stanno perseguendo anche quelli degli ingrati europei, specialmente per quanto riguarda la pace nel mondo. Nel sostanzioso e documentato Carnage and Culture («Carneficina e cultura»), il noto storico militare Victor Davis Hanson la prende da lontano, partendo addirittura dalla battaglia di Salamina. Ma proprio per la sua serietà scientifica tale libro costituisce, rispetto al libretto di Kagan e al saggio di Krauthammer, una ben più insidiosa e affilata arma per lo schieramento neodarwinista. Analizzando battaglie epocali come Salamina (480 a.C.), Gaugamela (331 a.C.), Canne (216 a. C.), Poitiers (732), Tenochtitlàn (1520), Midway (1942), Tet (1968), Hanson dà corpo alla teoria che l'Occidente ha un lunghissimo, misconosciuto primato di micidialità bellica («brutal western lethality», per dirla con le sue parole) che si alimenta direttamente dal suo primato culturale. Sia i greci che i romani, i macedoni di Alessandro, gli spagnoli di Cortés, gli americani nel Pacifico, avrebbero ottenuto le loro schiaccianti vittorie sui non occidentali («non-westerners»: praticamente neri , gialli e tutti gli altri di pelle non perfettamente bianca) non tanto per superiorità organizzativa e tecnologica (ad esempio la polvere da sparo), quanto per un plusvalore civile, fatto di senso della disciplina, democrazia, libertà, spirito di iniziativa e individualismo. Quanto alle inevitabili pagine buie dell'Occidente, anche Hanson, giovandosi di quella capacità di elaborazione euforica del lutto che abbiamo già visto in Krauthammer, arriva a trasformare le sconfitte dell'Occidente (dalla battaglia di Canne a Wounded Knee, all'offensiva del Tet) in sostanziali vittorie, in quanto i non-westerners hanno vinto solo perché si sono appropriati delle armi, delle tecnologie, delle idee dell'Occidente. Il gioco è fatto. Prolungando e stiracchiando un poco la sua teoria sui trionfi dell'Occidente, Hanson arriva a farvi ricadere anche la sconfitta americana in Vietnam, trasformandola in vittoria.La battaglia di Khesanh, ad esempio, egli ci dice con malcelato orgoglio, vide una tale superiorità statunitense da registrare un incredibilmente basso numero di morti americani (uno ogni cinquanta nordvietnamiti): non lontano addirittura da quello degli spagnoli di Cortés con gli Aztechi. Peccato solo, si rammarica, che la vittoria americana sia stata poi autolesionisticamente trasformata in sconfitta dall'isterismo e dalle distorsioni dei giornali, della tv, dei liberal americani.

Così facendo, oltre a riscattare e santificare il Vietnam (sempre, si badi, con termini deprecatori quali «horrendous slaughter», orrendo massacro, «blood bath», bagno di sangue, e simili), Hanson salda tacitamente il secolare primato bellico e civile dell'Occidente all'attuale superiorità militare (e civile) degli Stati Uniti. Inoltre, il suo libro si inscrive senza sembrarlo nel gran numero delle rinarrazioni che da tempo stanno portando fuori dal depressivo cono d'ombra del Vietnam questo paese che - nonostante le sue frequenti dichiarazioni contrarie - continua a patire ancora e sempre un'intolleranza genetica alla sconfitta, al fallimento, al lutto. Rinarrazioni, per capirci, come la celebre saga nazionalpopolare di Rambo, col suo mito del tradimento dell'eroico soldato americano pugnalato alle spalle dalle odiose burocrazie politico-militari-massmediologiche.

Chiudiamo con una voce che se certamente non appartiene a questo sussulto neodarwinista, provenendo da uno dei periodici più pensosi e autocritici d'America, in qualche modo però a tale sussulto contribuisce con la sua sotterranea adesione ai destini trionfali della Repubblica. Si tratta di un articolo apparso lo scorso maggio sull'«Atlantic Monthly» per la penna del suo correspondent David Brooks, autore, tra l'altro di una recente, esaurientissima cover story (12 fitte pagine) sulle differenze tra red and blue America. Nell'articolo Brooks, rifacendosi a Democratic Vistas di Walt Whitman (1871) onde ricordare come il grande poeta - diversamente dagli ottusi antiamericanisti di oggi - avesse ben capito che l'America è un paese differenziato e vario, fatto di uomini buoni e meno buoni, e che la sua forza consiste proprio nel non deflettere dalla sua «storica missione» di guida del mondo anche nei momenti di leadership mediocri (chiara l'allusione di Woods a Bush), si lascia sorprendentemente prendere da fremiti di consonanza con i noti ardori nazionalistici e messianici del poeta newyorkese. «Whitman», egli ricorda con nostalgia e biasimo agli americani, «aveva un sottile senso dell'unicità della storica missione ('America's unique historical mission') assegnata al Paese da Dio o dal destino onde diffondere la democrazia e promuovere la libertà umana nel mondo». Così facendo, Brooks non solo smentisce la appena enunciata differenziazione dell'America ma dà inavvertitamente una mano ai vari Kagan, Krauthammer, Haston. Porta forse, anche lui, un sia pur involontario contributo a quella rottura del «patto» e della parità democratica tra le nazioni in nome d'un resuscitato affidamento planetario americano legittimato dalla sua strapotenza militare e dal ritrovato senso messianico.


Le dinamiche del disordine mondiale
Le tentazioni imperiali degli Stati Uniti

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2002/0209lm10.01.html 


Perché tanto odio nei nostri confronti? Nel commemorare gli attentati dell'11 settembre, gli americani continuano a porsi la domanda. Per rispondere, dovrebbero abbandonare il loro unilateralismo e ascoltare quelle voci che, da varie parti del mondo, criticano le ingiustizie dell'ordine internazionale. Negli Stati uniti, tanto il cinema quanto la televisione mostrano, ciascuno a suo modo, lo smarrimento di una società lacerata tra aspirazioni contraddittorie, tra proclami bellicosi di vendetta e ideali di giustizia (si legga alle pagine 16 e 17). Ma l'amministrazione Bush, come peraltro anche una parte della destra religiosa cristiana schierata dietro il governo israeliano, non ha in questo senso alcuna remora e sta mettendo a punto un nuovo corpus di dottrine diplomatiche e militari, basato sul concetto di intervento preventivo (si legga alle pagine 12 e 13). Un'operazione funzionale alla massima aspirazione dell'attuale leadership: quella di trasformare gli Stati uniti nella Roma del XXI secolo

PHILIP S. GOLUB
Qualche mese prima degli attentati dell'11 settembre, lo storico americano Arthur Schlesinger Jr. aveva avanzato l'ipotesi che «malgrado la tentazione da superpotenza» generata dall'unipolarismo, gli Stati uniti non avrebbero sconfinato nell'imperialismo, visto che nessun paese da solo era in grado «di assumere il ruolo di arbitro o di gendarme mondiale» e di raccogliere le sfide globali demografiche, politiche e ambientali del XXI secolo (1). Come molti intellettuali, Schlesinger era fiducioso rispetto alla «capacità d'autoregolazione della democrazia» americana e alla razionalità di chi effettivamente prende le decisioni.
Charles William Maynes, voce influente nell'ambiente della politica estera americana, affermava con lo stesso spirito che «l'America è un paese dotato di capacità imperiali ma privo di vocazione imperialiste» (2). Oggi bisogna arrendersi all'evidenza: con George W. Bush sta emergendo una nuova grammatica imperiale, che ricorda quella in voga alla fine del XIX secolo, quando gli Stati uniti si lanciarono nella competizione coloniale facendo i loro primi importanti passi verso un'espansione mondiale nei Caraibi, in Asia e nel Pacifico. All'epoca, un prodigioso fervore imperialista si era impadronito del paese di Jefferson e Lincoln. Giornalisti, uomini d'affari, banchieri, e politici gareggiavano in ardore nella promozione di una robusta politica di conquista del mondo. Gli «occhi di chi dirigeva l'economia erano puntati verso la supremazia industriale mondiale» (3), mentre i politici sognavano una «splendida piccola guerra» (secondo la celebre espressione di Theodore Roosevelt) che serviva da giustificazione all'espansione internazionale. «Nel XIX secolo nessun popolo ha eguagliato le nostre conquiste, le nostre colonizzazioni e la nostra espansione (...); ora nulla ci fermerà», affermava nel 1895 il senatore Henry Cabot Lodge, capofila del partito imperialista (4). Per Theodore Roosevelt, a suo tempo ammiratore del poeta imperiale inglese Rudyard Kipling, la questione era evidente: «Voglio - diceva - che gli Stati uniti divengano la potenza dominante nel Pacifico». E aggiungeva: «il popolo americano desidera compiere gesta degne di una grande potenza» (5). Nel riassumere questo spirito imperialista diffuso alla fine del XIX secolo, un certo Marse Henry Watterson, un giornalista, scriveva nel 1896 con orgoglio e in maniera curiosamente premonitrice: «siamo una grande repubblica imperiale destinata a esercitare un'influenza determinante sull'umanità e a plasmare l'avvenire del mondo come nessun altra nazione, compreso l'impero romano, abbia mai fatto» (6).
La storiografia tradizionale americana ha a lungo considerato questo Sturm und Drang imperialista come un'aberrazione in un percorso democratico in realtà piuttosto regolare. Nati e forgiati dalla lotta anti-coloniale contro l'impero britannico e le monarchie assolutiste europee, gli Stati uniti non erano da ritenersi vaccinati per sempre contro il virus imperialista?
Un secolo più tardi, tuttavia, quando ha inizio un nuovo periodo di espansione e di «formalizzazione» dell'impero americano, Roma è tornata a essere lo specchio lontano ma ossessivo delle élites americane. Gli Stati uniti, dall'alto dell'unipolarismo acquisito nel 1991 e rafforzato dopo l'11 settembre da una mobilitazione militare di ampiezza eccezionale, abbagliati dalla loro stessa forza, oggi si considerano apertamente una potenza imperiale. Per la prima volta dalla fine del XIX secolo, lo spiegamento della forza si accompagna a un esplicito discorso di legittimazione dell'impero. «Il fatto è - afferma Charles Krauthammer, editorialista del Washington Post e ideologo di punta della nuova destra americana - che dai tempi di Roma nessun paese è stato culturalmente, tecnicamente e militarmente tanto dominante» (7). «L'America - scriveva Krauthammer già nel 1999 - sovrasta il mondo come un colosso (...). Dall'epoca in cui Roma distrusse Cartagine, nessun altra grande potenza ha mai toccato le vette che noi abbiamo raggiunto». Per Robert Kaplan, saggista e mentore di George W. Bush in fatto di politica internazionale, «la vittoria della seconda guerra mondiale ha trasformato gli Stati uniti in potenza universale, come successe a Roma all'epoca della seconda guerra punica» (8).
Roma è divenuta il riferimento obbligato anche per autori collocati più al centro nello scacchiere politico. Joseph S. Nye Jr., rettore della Kennedy School of Government all'università di Harvard e a capo del National Intelligence Council con Clinton inizia così il suo ultimo libro: «Dai tempi di Roma, non è mai esistita una nazione che abbia tanto oscurato le altre» (9). Paul Kennedy storico di fama conosciuto per la tesi sviluppata negli anni '80 sulla «sovra-esposizione imperiale» degli Stati uniti, si spinge ancora più lontano: «Né la Pax britannica (...) né la la Francia napoleonica (...) né la Spagna di Filippo II (...) né l'impero di Carlomagno (...) né lo stesso impero romano sono comparabili» all'attuale dominio americano (10).
«Non si è mai manifestata - aggiunge lo studioso con maggiore freddezza - una tale disparità di potere» nel sistema mondiale.
Insomma, gli ambienti oltre Atlantico più o meno legati al potere concordano sul fatto che «gli Stati uniti oggi godono di un primato che non ha paragone con gli imperi del passato, nemmeno i più grandi» (11). Al di là della sua funzione descrittiva, la frequenza dell'analogia romana così come l'ubiquità della parola «impero» nella stampa e nelle riviste specializzate americane illustrano la costruzione di una nuova ideologia imperiale.
«Ragioni in favore di un impero americano»: questo l'inequivocabile titolo di un articolo di Max Boot, editorialista del Wall Street Journal, in cui si può leggere: «Non è un caso che l'America [abbia oggi intrapreso] azioni militari in molti paesi dove generazioni di soldati coloniali britannici hanno condotto le loro campagne (...), in zone dove è stato necessario l'intervento degli eserciti occidentali per soffocare il disordine». Secondo Boot, «l'Afghanistan e altre terre difficili implorano oggi [l'Occidente] affinché crei un'amministrazione straniera illuminata come quella un tempo offerta da quegli inglesi fiduciosi, con i loro pantaloni da cavallerizzo e i caschi coloniali» (12).
Un altro ideologo di destra, Dinesh D'Souza, ricercatore alla Hoover Institution che si era fatto notare qualche anno fa difendendo le teorie sull'inferiorità «naturale» degli afro-americani, afferma in un articolo intitolato «Encomio dell'impero americano» che gli americani devono finalmente riconoscere che il loro paese «è divenuto un impero (...), il più magnanimo degli imperi che il mondo abbia mai conosciuto» (13). A queste voci estreme della nuova destra si aggiungono quelle di accademici quali Stephen Peter Rosen, direttore dell'Istituto Olin per gli studi strategici dell'università di Harvard. Quest'ultimo afferma con superbo distacco scientifico che una «entità politica che dispone di una potenza militare schiacciante e che utilizza questo potere per influire sul comportamento degli altri stati non può che definirsi impero (...). Il nostro scopo - prosegue Rosen - non è combattere un rivale, poiché non ve ne sono, ma conservare la nostra posizione imperiale e mantenere l'ordine imperiale» (14). Un ordine, come sottolinea un altro professore di Harvard, del tutto «plasmato a vantaggio [esclusivo] degli obiettivi imperiali americani», nel quale «l'impero sottoscrive gli elementi dell'ordine giuridico internazionale che gli convengono (l'Organizzazione mondiale del commercio, Wto, per esempio), ignorando completamente o sabotando quelli che non gli convengono (il protocollo di Kyoto, la Corte penale internazionale, il trattato Abm)» (15).
Il fatto che l'idea stessa di impero sia in opposizione radicale con la concezione derivata da Tocqueville che gli americani tradizionalmente hanno di se stessi - come eccezione democratica tra le nazioni moderne - non sembra essere un problema insormontabile. Coloro che ancora hanno degli scrupoli - e ce ne sono sempre meno - aggiungono gli aggettivi «benevolente» e «soft» alle parole «impero» ed «egemonia».
Ad esempio, Robert Kagan del Carnegie Endowment scrive: «la verità è che l'egemonia benevolente [benevolent hegemony] esercitata dagli Stati uniti è positiva per una vasta porzione della popolazione mondiale.
Senza alcun dubbio è la migliore soluzione tra tutte le alternative possibili» (16).
Cento anni prima, Theodore Roosvelt usava quasi le stesse parole.
Rifiutando ogni comparazione tra gli Stati uniti e i predatori coloniali europei di quell'epoca, affermava: «La semplice verità è che la nostra politica di espansione, inscritta in tutta la storia americana (...), non assomiglia in nulla all'imperialismo. (...) Fino a oggi non ho incontrato un solo imperialista in tutto il paese» (17). Più diretto, Sebastian Mallaby si proclama un «imperialista riluttante».
Editorialista del Washington Post (giornale reso celebre per gli articoli sullo scandalo Watergate e per la sua opposizione, tardiva, alla guerra del Vietnam, ma divenuto dopo l'11 settembre un organo militante dell'impero), Sebastian Mallaby suggeriva, nell'aprile scorso, nella rivista decisamente seria Foreign Affairs, che l'attuale disordine mondiale esige dagli Stati uniti una politica imperiale.
Nel delineare un quadro apocalittico del terzo mondo, dove si combinerebbero fallimento degli stati, crescita demografica incontrollata, violenza endemica e disgregazione sociale, Mallaby sostiene che l'unica scelta razionale sarebbe tornare all'imperialismo, vale a dire alla messa sotto diretta tutela degli stati del terzo mondo che minacciano la sicurezza dell'Occidente. Secondo Mallaby, «poiché le opzioni non imperialiste hanno dimostrato la loro inefficacia (...), la logica del neo-imperialismo è troppo forte perchè l'amministrazione Bush vi possa resistere» (18). In realtà, Bush non sembra resistere molto alla «logica» neo-imperiale.
Certo, è riluttante a investire dollari per ricostruire stati «in bancarotta» o a impegnare il suo paese in interventi umanitari. Ma non esita un istante a dispiegare le forze armate americane ai quattro angoli del mondo per schiacciare «i nemici della civiltà» e «le forze del male». Del resto, la sua semantica - i riferimenti costanti alla lotta tra la «civiltà» e la «barbarie» e la «pacificazione» dei barbari - tradisce un pensiero imperiale assolutamente classico.
Non sappiamo fino a che punto Bush abbia fatto suo l'insegnamento prodigato da quelle prestigiose istituzioni che sono Yale e Harvard, ma dopo l'11 settembre è effettivamente diventato il Cesare del nuovo partito imperiale americano. Alla pari di Cesare che, secondo Cicerone, «ha riportato successi definitivi in scontri importantissimi con le popolazioni più bellicose (...), ed è riuscito a spaventarli, respingerli, domarli, abituarli a obbedire all'autorità del popolo romano» (19), Bush e la nuova destra americana intendono ormai assicurare la sicurezza e la prosperità dell'impero attraverso la guerra, sottomettendo i popoli recalcitranti del terzo mondo, rovesciando gli «Stati canaglia», e forse ponendo sotto tutela gli «stati falliti» post-coloniali.
Alla ricerca di una sicurezza che sperano di ottenere grazie alla sola forza delle armi piuttosto che attraverso la cooperazione, gli Stati uniti agiscono soli o con coalizioni occasionali, in modo unilaterale e in funzione di interessi nazionali definiti assai rigidamente.
Piuttosto che affrontare le cause economiche e sociali che favoriscono la riproduzione permanente della violenza nei paesi del Sud, li stanno destabilizzando ancor di più dispiegandovi le loro forze armate.
Che l'obiettivo degli Stati uniti non sia l'acquisizione territoriale diretta ma il controllo non cambia granché la questione: gli imperialisti «benevolenti» o «riluttanti» sono comunque degli imperialisti.
Se i paesi del terzo mondo devono sottomettersi e conoscere una nuova era di colonizzazione o di semi-sovranità, l'Europa dovrà accontentarsi di uno status subordinato nel sistema imperiale. L'Europa, nella visione americana nata dall'unipolarismo acquisita nel 1991 e rafforzata dopo l'11 settembre, lungi dall'essere una potenza autonoma strategicamente, resterebbe una zona dipendente, non avendo «né la volontà né la capacità di difendere il suo paradiso (...); [la sua protezione] dipende dalla volontà americana» di fare la guerra (20). Si ritroverebbe inserita in una nuova divisione del lavoro imperiale nella quale «gli americani fanno la guerra, mentre i francesi, gli inglesi e i tedeschi bonificano le zone di frontiera, gli olandesi, gli svizzeri e gli scandinavi fungono da ausiliari umanitari». Attualmente, gli «americani ripongono scarsa fiducia nei loro alleati (...), ad eccezione degli inglesi, escludendoli da ogni attività che non sia il lavoro poliziesco più subordinato» (21). Zbigniew Brzezinski, ideatore del jihad anti-sovietico in Afghanistan, aveva già articolato un concetto analogo qualche anno fa. Secondo lui e molti altri strateghi americani, l'obiettivo dell'America «deve essere mantenere i nostri vassalli in uno stato di dipendenza, assicurare l'obbidienza e la protezione e prevenire l'unificazione dei barbari» (22). Come sua abitudine, Charles Krauthammer si esprime con ancor più crudezza: «L'America ha vinto la guerra fredda, si è infilata in tasca la Polonia e la Repubblica ceca, e dopo ha polverizzato la Serbia e l'Afghanistan. En passant, ha dimostrato l'inesistenza dell'Europa» (23). Questo disprezzo ha molto a che fare con le forti tensioni che scuotono le relazioni trans-atlantiche dopo l'11 settembre.
La scelta imperiale condannerà gli Stati uniti a dedicare il periodo di egemonia che gli resta - quale esso sia - a costruire muri intorno alla cittadella occidentale. Come tutti gli imperi che l'hanno preceduta, l'America, vero «estremo occidente», sarà assorbita, secondo l'espressione dello scrittore sudafricano John Michael Coetzee, «da un unico pensiero: come non finire, come non morire, come prolungare la propria era» (24).


note:

*Docente all'università di Parigi VIII e giornalista.

(1) Arthur Schlesinger Jr., « Unilateralism in historic perspective «, in Understanding Unilateralism in US foreign Policy, Riia, Londra, 2000, pp. 18-28.

(2) Charles William Maynes, «Two blasts against unilateralism», in Understanding Unilateralism..., pp. 30-48.

(3) Citato da William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, Dell, New York, 1962, P. 26
(4) Citato da Howard K. Beale, Theodore Roosevelt and the Rise of American to World Power, Johns Hopkins University Press, Baltimora et Londra, 1989, capitolo 1.

(5) Howard K. Bearle, op.cit., pp 38 e 39 e 70-78.

(6) Citato da David Healy in US Expansionism, the Imperialist Urge in the 1980's, The University of Wisconsin Press, Madison Wisconsin, 1970, p. 46
(7) Citato in «It takes an empire say several US thinker», The New York Times, 1¼ aprile 2002. Per la citazione del 1999, vedi «The Second American Century», Time Magazine, 27 dicembre 1999. Vedi anche C. Krauthammer, «The Unipolar Moment», Foreign Affairs, New York, 1990.

(8) Citato in «It takes an empire», op. cit.

(9) Joseph S. Nye jr., The Paradox of American Power, Oxford University Press, New York, 2002, p. 1. Ed. it. Il paradosso del potere americano, Einaudi, 2002.

(10) Paul Kennedy, «The Greatest Superpower Ever», New Perspectives Quarterly, Washington, inverno 2002.

(11) Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy, Simon & Schuster, New York, 2001, p. 19.

(12) Max Boot, «The Case for American Empire», Weekly Standard, Washington D.C., 15 ottobre 2001, vol. 7, n° 5.

(13) Si legga Christian Science Monitor, Boston, 26 aprile 2002.
Nel suo libro The End of Racism, pubblicato nel 1995, D'Souza afferma «che esiste una gerarchia
sociale della capacità razziali», questa gerarchia spiega ad esempio gli alti tassi di criminalità all'interno della comunità afro-americana degli Stati uniti.
(14) «The Future of War and the American Military», Harvard Review, maggio-giugno 2002, volume 104, n° 5, pagina 29.

(15) Michael Ignatieff, «Barbarians at the gate?», New York Review of Books, 28 febbraio 2002, p. 4. Si legga Pierre Conesa e Olivier Lepick «Washington smantella l'architettura internazionale di sicurezza» Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2002.
(16) Robert Kagan, «The Benevolent Empire», Foreign Policy, Washington D.C., estate 1998.

(17) Howard K. Bearle, op.cit., p. 68.

(18) Sebastian Mallaby, «The Reluctant Imperialist, Terrorism, Failed States, and the Case for American Empire», Foreign Affairs, New York, marzo-aprile 2002, pp. 2 - 7.

(19) Cicerone, Sulle province consolari, XIII, 32-35 e passim.

(20) Robert Kagan, «Power and Weakness, Why Europe and the US see the world differently», Policy Review, Washington, giugno-luglio 2002, n° 113.

(21) Michael Ignatieff, op.cit., p.4.
(22) Citato in Charles William Maynes, op. cit., p. 46.

(23) Washington Post del 20 febbraio 2002.

(24) Estratto dal suo grande romanzo Aspettando i barbari, Einaudi, 2000.
(Traduzione di M. D.)



IL TERRORISMO DI STATO AMERICANO

http://www.lineaombra.it/archivio/JeanZiegler_0902.htm 

Jean Ziegler


Niente e nessuno è in grado di portare un argomento qualsiasi per spiegare o scusare il massacro di quasi 3000 uomini e donne di 62 nazionalità a New York, la mattina dell'11 settembre 2001. Occorre perseguirne gli artefici, arrestarli, giudicarli, condannarli. Il crimine commesso a New York è un orrore che si è profondamente ancorato nella coscienza degli uomini civili.
Ma l'uso politico che il presidente George W. Bush fa dell'indignazione, dell'orrore suscitati dal massacro di New York è esecrabile. L'impero americano si serve di quelle vittime per rinforzare il suo dominio egemone sul mondo.
Fra tutte le oligarchie che insieme costituiscono il cartello dei padroni del mondo, quella nordamericana è di gran lunga la più potente, la più creativa, la più viva. Essa ha colonizzato lo Stato molto prima del 1991, trasformandolo in strumento prezioso ed efficace della realizzazione dei propri interessi privati.
Considerare gli Stati Uniti un semplice Stato "nazionale" non ha alcun senso. Gli Stati Uniti sono un vero e proprio impero, le cui forze armate - terrestri, navali, aeree e spaziali -, i sistemi internazionali di ascolto, gli apparati giganteschi di spionaggio e d'informazione garantiscono l'espansione costante dell'ordine oligarchico del pianeta. Senza quest'impero e la sua forza d'urto militare e poliziesca, il cartello dei padroni del mondo non potrebbe sopravvivere.
La potenza militare, un tempo costruita per affrontare l'Unione sovietica, serve oggi a proteggere l'ordine del capitale finanziario mondializzato. Questo colossale apparecchio imperialista si sviluppa in modo quasi autonomo. Ha le proprie leggi, la propria particolare dinamica. Ereditato dalla guerra fredda, rivitalizzato, aggiunge la propria violenza a quella del capitale.
Marco Aurelio lanciava quest'avvertimento già 2000 anni fa: Imperium superat regnum (l'impero è superiore al regno, ossia a tutti gli altri poteri). La lezione fu impartita dagli imperatori romani a numerosi popoli d'Occidente e d'Oriente. Le oligarchie capitaliste contemporanee procedono allo stesso modo. Il loro impero ha le meglio su tutte le altre potenze. L'ordine imperialista distrugge necessariamente gli Stati nazionali e ogni altra nazionalità che gli volesse opporre resistenza.
L'arroganza dell'impero americano è senza limite. Ascoltiamo il suo proclama: Siamo al centro, e al centro intendiamo restare [...]. Gli Stati Uniti devono guidare il mondo tenendo alta la fiaccola morale, politica e militare del diritto e della forza, e proporsi come esempio a tutti i popoli della terra[1]".
A chi appartengono queste parole? A un oscuro fanatico di una di quelle innumerevoli sette xenofobe e razziste che pullulano negli Stati Uniti? A un membro protofascista della John Birch Society o del Ku Klux Klan? Siete fuori strada! L'autore si chiama Jesse Helms. Dal 1995 al 2001 ha presieduto la commissione degli Affari esteri del Senato americano. A questo titolo è stato un attore essenziale della politica estera di Washington.
Gli fa eco l'editorialista Charles Krauthammer: "L'America scavalca il mondo come un gigante [...]. Da quando Roma distrusse Cartagine, nessun'altra grande potenza si è innalzata al culmine cui siamo giunti noi[2]".
Ancora più esplicito Thomas Friedman, consigliere speciale della segretaria di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton: "Per far funzionare la mondializzazione, l'America non deve aver paura di agire come la superpotenza invincibile che in effetti è [...]. La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald's non può espandersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante dell'F-15. E il pugno invisibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti[3]".
Il dogma ultraliberale predicato dai dirigenti di Washington e di Wall Street è ispirato da un egoismo formidabile, da un rifiuto quasi totale di ogni idea di solidarietà internazionale e da una volontà assoluta di imporre le loro mire ai popoli del pianeta.
Così gli Stati Uniti hanno sconcertato il mondo rifiutando di ratificare la convenzione internazionale che vietava la produzione, la diffusione e la vendita di mine anti-uomo.
Si sono anche opposti al principio stesso di una giustizia internazionale. Sotto la Convenzione di Roma del 1998, che prevedeva la sanzione giudiziaria dei genocidi, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, nessuna firma americana! La Corte penale internazionale? Gli Stati Uniti sono contro!
La Corte penale internazionale è un tribunale permanente dotato di una competenza globale per giudicare gli individui rei di violazione massiccia dei diritti umani. Essa può accusare i singoli, a differenza della Corte internazionale di giustizia la cui giurisdizione è riservata agli Stati. E, a differenza dei tribunali internazionali ad hoc del Ruanda o dell'ex Jugoslavia, la sua competenza non ha limiti, né geografici né temporali. Così, per la prima volta nella storia, ogni responsabile politico o militare è suscettibile di dover render conto della violazione delle regole di diritto.
Il rifiuto americano di firmare la Convenzione del 1998 ha due ragioni distinte. La prima: l'impero ritiene che i suoi generali, soldati e agenti segreti siano al di sopra di ogni legge internazionale. Sono le circostanze a spingerli ad intervenire ovunque sul pianeta. Hanno da render conto solo alle istanze americane da cui sono controllati. La ragione dell'impero quindi vince sul diritto internazionale. La seconda: nel vasto mondo, solo l'impero ha il diritto di decidere chi va punito e chi merita clemenza. Solo l'impero deve avere il diritto di bombardare, di ordinare un embargo, in breve, di colpire, uccidere, o di promuovere chi valuta buono.
Un'altra caratteristica della politica estera dell'impero è il doppio linguaggio.
In Palestina, il governo Sharon pratica l'assassinio selettivo dei dirigenti politici arabi, la distruzione massiccia di coltivazioni, pozzi e abitazioni, gli arresti arbitrari e le "sparizioni", la tortura sistematica dei detenuti. Periodicamente questo governo fa attaccare e occupare dal suo esercito città e villaggi palestinesi situati nelle zone autonome, e tuttavia protette dagli accordi di Oslo. Sotto le case e le casupole bombardate dagli elicotteri Apache o abbattute dai cannoni dei carri, donne, uomini e bambini feriti restano in agonia a volte per giorni. Ora, la repressione cieca di Sharon - che non ha nulla a che vedere con i principi di umanità e di tolleranza dei fondatori dello Stato di Israele - beneficia del consenso muto di Washington.
D'altro lato, durante la cinquantasettesima sessione della Commissione dei diritti umani nell'aprile del 2001, gli Stati Uniti si sono mobilitati per far votare la risoluzione che condanna i crimini degli ayatollah di Teheran. E hanno avuto, com'è ovvio, ragione. Il loro consenso ai crimini di Sharon preclude tuttavia ogni credibilità alla loro condanna di quelli commessi dagli ayatollah.


[1] Jesse Helms, "Entering the Pacific Century", discorso pubblicato dalla Heritage Foundation, Washington DC, 1996; citato da Le Monde diplomatique, luglio 2001.

[2] Charles Krauthammer, in Time Magazine, New York, 27 dicembre 1999.


[3] Thomas Friedman, in New York Times Magazine, 28 marzo 1999.



Antieuropeismo americano

http://www.larivistadeilibri.com/2003/04/garton-ash.html


TIMOTHY GARTON ASH

 

Quest'anno, a causa della ben nota situazione internazionale, sulla stampa americana si leggono molti articoli sull'antiamericanismo in Europa. Ma che dire dell'antieuropeismo negli Stati Uniti? Qualche esempio: "Alla lista di sistemi di governo destinati a scivolare nell'EUrinatoio della storia, è il caso di aggiungere l'Unione Europea e la Quinta Repubblica francese. Resta solo da chiarire quanto caotica sarà la loro disintegrazione" (Mark Steyn, Jewish World Review, 1° maggio 2002).

"Anche l'espressione "scimmie pappamolla mangiaformaggio" viene impiegata [a indicare i francesi] con la stessa frequenza con cui i francesi dicono "fotti gli ebrei". Ops, come non detto: questo è un altro modo di dire popolare francese" (Jonah Goldberg, National Review Online, 16 luglio 2002).

Oppure, da una diversa sponda: ""Volete sapere cosa penso veramente degli europei?", ha chiesto l'alto funzionario del Dipartimento di Stato. "Penso che abbiano affrontato nel modo sbagliato praticamente tutte le più importanti questioni internazionali degli ultimi vent'anni"" (Cit. da Martin Walker, UPI, 13 novembre 2002).

Sono state affermazioni di tal fatta a portarmi di recente negli Stati Uniti — Boston, New York, Washington e due stati bigotti della Bible-belt, Kansas e Missouri — per osservare da vicino l'evolversi dell'atteggiamento americano nei confronti dell'Europa alla luce di una possibile seconda guerra del Golfo. Praticamente tutte le persone con cui ho parlato, sulla East Coast, riconoscevano che il livello di irritazione verso l'Europa e gli europei ha superato per intensità addirittura l'ultimo picco storico, nei primi anni Ottanta.

 

Tutto un intingere penne nel cianuro, uno storcere la bocca per mettere alla berlina "gli europei", anche noti come euros, euroids, 'peens o Euroweenies. A dire di Richard Perle, attuale presidente del Consiglio nazionale alla difesa, l'Europa ha perduto la sua "bussola morale" e la Francia "la sua fibra etica". Tale irritazione investe anche le più alte cariche dell'amministrazione Bush. Parlando con alcuni alti funzionari, ho potuto notare che al sintagma "i nostri amici europei" faceva seguito come un'appendice d'obbligo "quei rompipalle".

Il luogo comune che oggi circola sull'Europa è presto detto. Gli europei sono gente inetta. Deboli, petulanti, ipocriti, divisi, in malafede, in qualche caso antisemiti e spesso pacifisti per antiamericanismo. In una parola: Euroweenies. I loro valori, la loro colonna vertebrale si sono dissolti in un tiepido semicupio di sciocchezzai multilaterali, transnazionali, secolari e postmoderni. Buttano via gli euro in vini, vacanze e stati assistenziali esorbitanti invece che investirli in opere di difesa. Dopodiché, standosene belli paciosi ai bordi del campo, si permettono parole di scherno mentre gli Stati Uniti fanno il lavoro sporco di proteggere il mondo per loro. Gli americani, viceversa, sono forti, incrollabili difensori della libertà, patrioti fedelmente al servizio dell'ultimo stato-nazione autenticamente sovrano del mondo.

Le metafore sessuali di questi stereotipi meriterebbero uno studio specifico. Se l'antiamericanismo europeo vede negli "americani" cowboy spacconi e prepotenti, gli americani antieuropei considerano "gli europei" delle checche effeminate. L'americano è un maschio virile ed eterosessuale; l'europeo è femmina, un impotente, o gliele hanno tagliate. Militarmente parlando, agli europei non gli si alza. (In fin dei conti, non hanno neanche venti aerei da "trasporto pesante" di contro agli oltre duecento degli americani.) Alla fine di una conferenza che ho tenuto a Boston, un anziano signore è andato barcollando al microfono e ha chiesto come mai l'Europa "denoti così scarse energie vitali". La parola "eunuchi", ho scoperto, viene scandita in "EU-nuchi". Le metafore sessuali fanno capolino anche in resoconti più elaborati delle differenze tra America ed Europa: è il caso di un articolo, che fa già testo, apparso sulla Policy Review a firma di Robert Kagan, della Carnegie Endowment for Peace, dal titolo "Forza e debolezza". Rispolverando l'immagine di un famoso libro sui rapporti tra i sessi, Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, Kagan proclama: "Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere".

Ma non tutti gli europei sono ugualmente da buttare. Vi è la tendenza a considerare gli inglesi un po' diversi, a vederli in una luce migliore. Ai britannici i conservatori americani fanno spesso grazia dell'ignominiosa natura "europea" — opinione che certo incontrerebbe l'accorato plauso dei tory d'oltremanica, mentalmente ancora sotto l'egida di Margaret Thatcher. E di Tony Blair, come della Thatcher prima di lui, e di Churchill prima di lei, si parla a Washington come di una luminosa eccezione alla trista regola europea.

Trattamento peggiore è riservato ai francesi — che, ovviamente, ripagano quanto meno della stessa moneta. Non mi ero reso conto quanto fosse diffuso nella cultura popolare americana l'antico passatempo British del dagli-al-francese. "La Francia, capirai, a quelli gli abbiamo salvato il culo due volte e per noi non hanno mai fatto nulla", mi ha ragguagliato all'Ameristar Casino di Kansas City Verlin "Bud" Atkinson, veterano della seconda guerra mondiale. Parlando a studenti di licei e università del Missouri e del Kansas, mi sono imbattuto in uno strambo pregiudizio popolare: i francesi, pare, non si lavano. "Mi sentivo proprio lurido", diceva un ragazzo, ricordando il suo viaggio in Francia. "Ma eri sempre più pulito dei ragazzi francesi", aggiungeva un altro.

Due importanti giornalisti americani, Thomas Friedman del New York Times e Joe Klein del New Yorker, di ritorno da lunghi giri di presentazione dei propri libri negli Stati Uniti, mi hanno detto separatamente di essersi imbattuti ovunque in un palpabile antifrancesismo: una frecciata ai francesi e puoi contare su una risata sicura. Grazie al direttore della National Review Online nonché dichiarato "castigafranciosi", il conservatore Jonah Goldberg, visibile anche sugli schermi televisivi, il succitato epiteto di "scimmie pappamolla mangiaformaggio", originariamente apparso in un episodio dei Simpsons, è ora moneta corrente. Goldberg mi ha detto che, quando nel 1998 iniziò a scrivere pezzi antifrancesi per la National Review, scoprì che "avevano un mercato". Bacchiolare i transalpini, ha detto, è diventato "un tormentone".

 

1.

Ma mettere insieme le polemiche neoconservatrici, i pregiudizi dei liceali di Kansas City sull'uso del bagno in terra d'oltralpe, le osservazioni di un funzionario del Dipartimento di Stato e di altri funzionari governativi per poi etichettare il tutto come "antieuropeismo" è chiaramente fuor di luogo. Come scrittore europeo, mi guardo bene dal riservare all'"antieuropeismo" americano il medesimo trattamento spesso riservato dagli scrittori americani all'"antiamericanismo" europeo.

Come occorre distinguere una legittima e informata critica dell'UE e dell'attuale indirizzo europeo da un'ostilità più radicata e profonda verso l'Europa e gli europei in quanto tali, allo stesso modo gli scrittori americani farebbero bene a separare più spesso di quanto non facciano un'argomentata critica europea all'amministrazione Bush dal puro e semplice antiamericanismo, come una sua critica argomentata al governo Sharon dall'antisemitismo. Ciò su cui anche persone bene informate possono non trovarsi d'accordo è dove passi la linea di demarcazione.

Non bisogna perdere poi il senso dell'umorismo. Tra le ragioni che suscitano l'ilarità degli europei nei confronti di George W. Bush vi è la comicità involontaria di certe sue uscite, vere o presunte. A esempio: "Il problema dei francesi è di non avere una parola per dire entrepreneur". A suscitare l'ilarità degli americani nei riguardi dei francesi vi è, tra l'altro, un'antica tradizione anglosassone — risalente quanto meno a Shakespeare — di derisione dei cugini d'oltremanica. Ma c'è anche l'inghippo. Dei rilievi oltraggiosi di penne conservatrici come Jonah Goldberg e Mark Steyn alcuni sono palesemente scherzosi, altri semiseri, altri ancora serissimi. A risentirsi contro uno di questi ultimi, possono sempre dirti: "ma stavamo solo scherzando, è ovvio!". L'umorismo vive di esagerazione e gioca con gli stereotipi. Ma si prenderebbe sul ridere uno scrittore europeo che definisse gli ebrei "scimmie pappamolla mangiapaneazimo"? Il contesto, certo, è molto diverso: non c'è stato alcun genocidio di francesi negli Stati Uniti. Pure, formulare l'ipotesi potrebbe magari dar da pensare ai nostri umoristi.

Antieuropeismo e antiamericanismo non sono fenomeni simmetrici. Il secondo ha il proprio basso continuo emotivo in una miscela di risentimento e di invidia; il primo in un mix di irritazione e disprezzo. L'antiamericanismo costituisce un'autentica ossessione per certi paesi — per la Francia in particolare, come ha di recente rilevato Jean-François Revel. L'antieuropeismo, viceversa, è ben lungi dall'essere un'ossessione americana. Negli USA, in realtà, l'atteggiamento verso l'Europa prevalente tra la popolazione è forse quello di un'indifferenza blandamente benevola, mista a un'ignoranza impressionante. Ho girato due giorni per il Kansas chiedendo alla gente che incontravo: "A che cosa pensa se dico "Europa"?". Molti rispondevano con un lungo, meravigliato silenzio, talora accompagnato da una risatina nervosa. Dopodiché rispondevano cose del tipo: "Be', credo che non vadano molto a caccia da quelle parti" (Vernon Masqua, falegname a McLouth); "Che è un sacco lontano" (Richard Souza, figlio di emigrati francesi e portoghesi); o, dopo una lunga pausa di riflessione, "Be', che è un bel viaggio dall'altra parte dello stagno" (Jack Weishaar, un vecchio contadino di origine tedesca). Si può star certi che sull'America un falegname o un contadino anche del più sperduto villaggio dell'Andalusia o della Rutenia avrebbe molte più cose da dire.

 

A Boston, New York e Washington — il "corridoio Bos-Wash" — mi è stato detto ripetutamente che dalla fine della guerra fredda l'indifferenza verso l'Europa è andata assestandosi anche tra quanti conoscono bene il Continente. L'Europa non è considerata né un alleato potente né un possibile serio rivale come la Cina. "Un posto di vecchi!", mi diceva un amico americano che ha fatto scuola e università in Inghilterra. Come ha osservato un tuttologo conservatore, Tucker Carlson, nella trasmissione della CNN Crossfire: "A chi importa cosa pensano gli europei? L'UE passa il tempo ad accertarsi che la mortadella inglese venga venduta a chili e non a libbre. L'intero continente sta diventando sempre più estraneo agli interessi americani".

Quando ho chiesto a un alto funzionario del governo che cosa accadrebbe se gli europei continuassero a criticare gli USA da una posizione di debolezza militare, la sostanza della sua risposta è stata: "Perché, ha importanza?".

Pure, mi è sembrato che una tale ostentazione di indifferenza avesse un che di forzato. Certo è che i miei interlocutori ci mettevano non poco tempo e passione per dirmi quanto poco gliene importava. Riguardo poi agli americani che criticano apertamente l'Europa, il meno che si possa dire è che sono tutt'altro che ignari o indifferenti al vecchio continente: gente che conosce l'Europa — una buona metà, a quel che pare, ha studiato a Parigi o a Oxford — ed è ben lieta di nominare alla prima occasione i rispettivi amici europei. Allo stesso modo in cui i critici europei degli Stati Uniti tendono a negare sdegnati l'etichetta di antiamericanismo ("intendiamoci, ho il massimo rispetto per il paese e per il suo popolo"), essi rivendicano invariabilmente di non essere affatto antieuropei.

Antiamericanismo e antieuropeismo si trovano alle due estremità opposte dello spettro politico. L'antiamericanismo europeo si situa prevalentemente a sinistra, l'antieuropeismo americano a destra. I più ferventi eurocastigatori USA sono neoconservatori che fanno ricorso a quella stessa retorica battagliera abitualmente impiegata contro i progressisti americani. E di fatto, come ha riconosciuto lo stesso Jonah Goldberg, "gli europei" sono anche la maschera dei progressisti. Allora, gli ho chiesto, Bill Clinton era un europeo? "Sì", ha risposto Goldberg, "o, quanto meno, pensa come un europeo".

Da quel che risulta, questo spartiacque destra/sinistra vale anche per la gente comune. Ai primi di dicembre dell'anno scorso, l'istituto di sondaggi Ipsos-Reid ha inserito nei propri regolari rilevamenti sull'opinione pubblica americana alcune domande agli effetti del presente articolo. Di quattro affermazioni relative al diverso approccio americano ed europeo alla via diplomatica e alla guerra, solo il 6% degli elettori repubblicani, contro il 30% dei democratici, ha scelto: "Gli europei tendono a preferire la soluzione diplomatica, valore positivo a cui gli americani farebbero bene a ispirarsi". Viceversa, solo il 13% dei democratici, contro il 35% dei repubblicani (il più consistente tra i singoli raggruppamenti), ha indicato: "Gli europei sono troppo inclini al compromesso e poco propensi a difendere la libertà se necessario anche fino alla guerra, e questo è male".

La linea di demarcazione si profilava ancora più netta, poi, riguardo "al modo più auspicabile di muovere guerra all'Iraq". Il 59% dei repubblicani di contro al 33% dei democratici ha scelto: "Gli Stati Uniti devono mantenere il controllo di tutte le operazioni e impedire che gli alleati europei possano limitarne in qualche misura i margini di manovra". Viceversa, per il 55% dei democratici e solo per il 34% dei repubblicani, "è fondamentale che gli Stati Uniti agiscano in collaborazione coi paesi europei, anche qualora ciò dovesse implicare una restrizione dell'autonomia decisionale americana".

Pare ipotesi meritevole di attenzione che siano in realtà i repubblicani a venire da Marte e i democratici da Venere.

 

Alcuni conservatori, poi, vedono un avamposto venusiano anche nel Dipartimento di Stato. William Kristol, uno dei neoconservatori americani, parla di "un asse pacifista che congiunge Rijadh, Bruxelles e il Foggy Bottom [quartiere di Washington dove si trova appunto il Dipartimento di Stato]". Lungo il corridoio Bos-Wash, ho sentito parlare a più riprese dell'esistenza di due gruppi antagonisti in lotta per avere l'attenzione del presidente Bush riguardo all'Iraq: il gruppo "Cheney-Rumsfeld" e quello "Powell-Blair". È abbastanza curioso, per un cittadino britannico, scoprire che il primo ministro inglese è diventato membro del Dipartimento di Stato americano.

Gli europei "atlanticisti" non hanno di che confortarsi troppo, se si pensa che anche tra gli europeisti di un organismo di tradizione progressista come il Dipartimento di Stato il disinganno verso l'Europa ha toccato punte preoccupanti. Ruolo cruciale ha giocato a riguardo la sconcertante incapacità europea di impedire il genocidio di duecentocinquantamila musulmani bosniaci proprio sotto casa. Da allora, l'Europa si è dimostrata regolarmente incapace di "trovare una linea comune" in politica estera e nell'indirizzo di sicurezza internazionale, al punto che perfino una controversia tra Spagna e Marocco riguardo a un isolotto disabitato al largo della costa marocchina ha dovuto essere risolto da Colin Powell.

"Non sono gente seria": questo il lapidario verdetto datomi da George F. Will sugli europei durante una colazione ufficiale in un albergo di Washington. E se anche Mr. Will è ben lungi dal potersi definire un progressista del Dipartimento di Stato, molti al suo interno sarebbero d'accordo con lui. Storicamente, i tavoli si sono invertiti. Charles de Gaulle non aveva forse pronunciato la medesima sentenza sugli americani? "Ils ne sont pas sérieux."

2.

In ampi settori della società americana, allignano disinganno e irritazione nei riguardi dell'Europa, un crescente disprezzo e finanche ostilità verso "gli europei", che, nelle sue ipostasi estreme, si merita il marchio di "antieuropeismo". Come si è giunti a questo punto?

Di alcune possibili spiegazioni si è già fatto cenno. Esplorarle tutte richiederebbe un libro: qui posso solo indicare qualche ipotesi. Per cominciare, negli Stati Uniti c'è sempre stata una forte tensione antieuropeista. "L'America è nata come antidoto all'Europa", faceva notare Michael Kelly, ex direttore dell'Atlantic Monthly. "Perché mai", chiedeva George Washington nel suo Discorso d'Addio, "intrecciando il nostro destino con quello di qualsivoglia parte d'Europa, aggrovigliare la nostra pace e la nostra prosperità nei lacci dell'ambizione, della rivalità, degli interessi, degli umori o del capriccio europei?". Per milioni di americani, nel XIX e XX secolo, l'Europa era il posto da cui si fuggiva.

E tuttavia il vecchio continente esercitava anche un persistente fascino, di cui fu celebre ipostasi Henry James; un desiderio per molti aspetti di emulare, e quindi sopravanzare soprattutto due paesi europei, l'Inghilterra e la Francia. Arthur Schlesinger Jr. mi ricordava il vecchio adagio "quando gli americani muoiono, vanno a Parigi". "Ogni uomo ha due patrie", diceva Thomas Jefferson, "la propria e la Francia". A quando far risalire l'inversione di rotta? Forse al 1940, l'anno della "strana disfatta" francese e dell'"ora più bella" dell'Inghilterra? Dopodiché, de Gaulle ristabilì l'amor proprio della Francia di contro agli americani, mentre Churchill creò un "rapporto speciale" tra le due nazioni dei genitori. (Per comprendere l'attuale approccio di Chirac e Blair agli USA, i nomi di riferimento sono ancora quelli di de Gaulle e di Churchill.)

Per cinquant'anni, dal 1941 al 1991, gli Stati Uniti e una sempre più nutrita schiera di europei hanno mosso guerra contro un nemico comune: il nazismo prima, il comunismo sovietico poi. L'"Occidente" geopolitico toccava allora il suo apogeo.

Per tutta la guerra fredda, ovviamente, tra le due sponde dell'Atlantico non mancarono le tensioni. Alcuni degli odierni stereotipi erano già perfettamente ravvisabili nelle controversie dei primi anni Ottanta sull'impiego dei missili cruise e Pershing, e riguardo all'indirizzo americano di politica estera con il Centramerica e con Israele; e formati nelle menti di alcune delle stesse persone, come Richard Perle, all'epoca rinomato "principe delle tenebre" per la sua linea dura. Simili polemiche intercontinentali vertevano in molti casi sulla maniera di porsi nei riguardi dell'Unione Sovietica, ma erano altresì arginate, in ultima analisi, dall'evidente nemico comune.

Oggi non più. E così, stiamo forse assistendo a ciò che lo scrittore australiano Owen Harries aveva preannunciato dieci anni fa in un articolo apparso su Foreign Affairs: il declino dell'"Occidente" come solido asse geopolitico a causa della scomparsa di quell'evidente nemico comune. L'Europa, che fu il principale teatro della seconda guerra mondiale e della guerra fredda, non è il centro della "guerra al terrorismo". Il divario di potenza si è allargato. Gli Stati Uniti non sono soltanto l'unica superpotenza del mondo, ma un'iperpotenza la cui spesa militare uguaglierà in breve quella delle successive quindici massime potenze del mondo messe insieme. L'UE non ha tradotto la sua comparabile forza economica — che si sta dirigendo a grandi passi vero i 10 trilioni di dollari dell'economia americana — in un livello equivalente di potenza militare e di ascendente diplomatico. Ma le differenze vertono altresì sull'impiego di questa potenza.

 

Secondo Robert Kagan, l'Europa si è evoluta in un mondo kantiano "all'insegna di leggi, di regole, e di negoziati e cooperazione transnazionali", mentre gli Stati Uniti sono fermi a una dimensione hobbesiana, in cui la potenza militare costituisce ancora la chiave di volta per conseguire obiettivi in campo internazionale (compresi quelli di stampo progressista). Per prima cosa viene da chiedersi: ma è proprio vero? A mio parere, Kagan — che per altro riconosce la natura "caricaturale" di questa distinzione — è troppo buono con l'Europa, nel senso che fa assurgere a indirizzo deliberato e coerente ciò che, in realtà, è solo una storia di girovagamenti alla cieca e di differenze tra una nazione e l'altra. Ma in seconda battuta, sorge anche un altro interrogativo: europei e americani gradirebbero che così fosse? Sì, verrebbe da dire. A un bel po' di politici americani piace molto l'idea di venire da Marte — inteso che ciò li renda marziali più che marziani — mentre i corrispettivi europei si riconoscono davvero, su un piano programmatico, in creature venusiane. Così, la ricezione della tesi di Kagan è parte della sua storia.

Nel quadro della ricerca d'identità di un'Unione Europea in corso di allargamento, va crescendo la tentazione dell'Europa di definire se stessa in opposizione agli Stati Uniti. L'Europa tende a costruire un'immagine di sé attraverso l'elenco delle proprie differenze rispetto all'America. Nell'augusto gergo degli studi d'identità, l'America diventa l'Altro. E agli americani non piace per nulla essere alterizzati (a chi piace, del resto?). Gli attacchi terroristici dell'11 settembre li hanno resi ancor più inclini a suffragare un'immagine marziale e missionaria del ruolo dell'America nel mondo.

Stanley Hoffmann ha osservato che tanto la Francia che gli Stati Uniti si considerano depositari di una missione universale e civilizzatrice. Oggi di quella missione, già prerogativa della Francia, esiste una versione europea, una "EU-topia" di integrazione transnazionale e giuridica in aperto contrasto con l'ultima ipostasi conservatrice della missione americana. Di qui l'irritazione di Jonah Goldberg nel ricordare quanto rivendicava il tedesco Karl Kaiser, veterano fautore della collaborazione USA-Europa: "gli europei sono riusciti in un'impresa mai realizzata prima: creare una zona di pace da cui la guerra è assolutamente esclusa. Gli europei sono convinti che questo modello sia valido anche per le altre parti del mondo".

Tutti sono convinti di avere il sistema migliore. Il che vale non solo per la condotta internazionale degli avversari, ma anche per i vari modelli di capitalismo democratico: la variabile miscela di libero mercato e stato assistenziale, di libertà individuale e di solidarietà sociale, e via dicendo. A dire di Charles A. Kupchan, politologo autore del recente The End of the American Era, ciò lascia presagire un imminente "scontro di civiltà" tra Europa e America. Se Kagan vede nella debolezza il persistente tratto distintivo dell'Europa, per Kupchan il prossimo grande rivale degli USA sarà proprio il vecchio continente e non la Cina. Molti europei sarebbero lieti di crederci, ma da quel che ho potuto vedere, negli Stati Uniti Kupchan è una voce pressoché isolata.

A mio parere, tuttavia, gli USA presentano anche un'altra tendenza, più riposta. Già si è detto che negli ultimi due secoli la diffidenza americana per le cose europee era commista di ammirazione e di fascino. L'America soffriva, in parole povere, di un complesso d'inferiorità culturale. Che piano piano si è dissolto. La sua scomparsa è stata accelerata, con modalità che sarebbe arduo definire, dalla fine della guerra fredda e dalla conseguente ascesa degli Stati Uniti a superpotenza unica. La nuova Roma si è liberata dal senso di reverenza verso l'antica Grecia. "Al tempo del mio primo soggiorno in Europa, negli anni Quaranta e Cinquanta, l'Europa ci era superiore", mi ha scritto di recente un ex diplomatico americano con una lunga esperienza europea alle spalle. "Questa superiorità non era individuale — non mi sono mai sentito svilito dalla condiscendenza altrui — ma di civiltà." Le cose sono cambiate. L'America, concludeva, "non si sente più in imbarazzo".

3.

Dopo la fine della guerra fredda, tutte queste tendenze sono state per certi versi offuscate dalla presenza alla Casa Bianca di un europeo onorario, Bill Clinton. Nel 2001, George W. Bush, manna ambulante per ogni caricaturista europeo proclive all'antiamericanismo, ha fatto il suo ingresso alla Casa Bianca con un'agenda unilaterale, pronto a disfarsi di svariati accordi internazionali. Dopo l'11 settembre, la sua presidenza ha assunto i contorni di una presidenza di guerra. Il senso di un'America in stato di belligeranza, ho scoperto, persiste assai più ostinato a Washington che in ogni altra parte del paese, compresa New York. E persiste, soprattutto, nel cuore dell'amministrazione Bush. La "guerra al terrorismo" ha rafforzato una preesistente tendenza nell'élite repubblicana a credere in quella che Robert Kaplan ha definito "politica guerriera", condita da una generosa spruzzata di fondamentalismo cristiano — aspetto vistosamente assente nella secolarizzatissima Europa. Come ha rilevato Walter Russell Mead del Council on Foreign Relations nel suo libro Il serpente e la colomba, essa ha riportato in auge nella politica estera USA la tendenza "jacksoniana". I terroristi di Al-Qaeda come i nuovi indiani Creek.

La domanda americana agli europei è diventata allora quella che mi ha rivolto di recente l'editorialista conservatore Charles Krauthammer: "Siete in trincea con noi o no?". In un primo tempo, la risposta è stata un sonoro sì. Tutti ricordano una prima pagina di Le Monde dal titolo: Nous sommes tous des Américains. Ma un anno e mezzo dopo, l'unico leader europeo visto dagli americani come compagno di trincea è Tony Blair. A Washington sono in molti a pensare che i francesi abbiano fatto ritorno al loro tradizionale antiamericanismo, e che il cancelliere tedesco Gerhard Schröder abbia ottenuto il suo secondo mandato, alle elezioni dello scorso settembre, sfruttando cinicamente i sentimenti anti-USA.

Quando e dove gli atteggiamenti di Europa e America hanno ripreso a divergere? All'inizio del 2002, con l'escalation del conflitto arabo-israeliano. Il Medio Oriente è fonte e al tempo stesso catalizzatore di quella che rischia di diventare una vertiginosa spirale di fiorente antiamericanismo europeo e di nascente antieuropeismo americano, destinati a rafforzarsi reciprocamente. L'antisemitismo europeo, e i suoi presunti legami con le critiche che dal vecchio continente si muovono al governo Sharon, sono stati oggetto dei più aspri commenti antieuropei di editorialisti e politici americani di parte conservatrice. Alcuni di essi, mi ha spiegato un commentatore progressista ebreo, non sono solo profondamente filoisraeliani ma anche "likuditi naturali. Costoro, ha scritto Stanley Hoffmann in un recente articolo, sembrano credere in "un'identità di interessi tra lo stato ebraico e gli USA"". Gli europei propalestinesi, furibondi all'idea di vedersi affibbiare l'etichetta di antisemiti per il fatto di criticare il governo Sharon, parlano della potenza della "lobby ebraica" negli Stati Uniti, andando a confermare i peggiori sospetti dei likuditi americani sull'antisemitismo europeo, e via incrudelendo.

 

Accanto a questo disperante groviglio di pregiudizi che si rafforzano reciprocamente — e di cui uno scrittore europeo di religione non ebraica difficilmente può parlare senza contribuire a sua volta al malessere che cerca di analizzare — America ed Europa presentano naturalmente autentiche differenze d'approccio al problema mediorientale. I politici europei, a esempio, sono inclini a ritenere che una soluzione negoziale del conflitto arabo-israeliano contribuirebbe al successo finale nella "guerra al terrorismo" in misura ben più incisiva di una guerra contro l'Iraq. La considerazione più generale, ai nostri fini, è che se la guerra fredda contro il comunismo centreuropeo aveva visto America ed Europa schierate sullo stesso fronte, la "guerra al terrorismo" li sta allontanando. Se l'Unione Sovietica aveva unito l'Occidente, il Medio Oriente lo separa.

A esaminarla freddamente, questa divisione è estremamente stupida. L'Europa, geograficamente vicina e con una sempre più massiccia presenza islamica, ha un enorme e, rispetto agli Stati Uniti, ancor più diretto interesse ad avere un Medio Oriente pacificato, fiorente e democratico. Mi sono inoltre imbattuto in due alti funzionari governativi di Washington alquanto ricettivi all'idea — che alcuni commentatori americani stanno cominciando a ventilare — di una democratizzazione del Medio Oriente allargato come grande nuovo progetto transatlantico per un rivitalizzato Occidente. Ma oggi le cose non si presentano affatto così.

Al momento, ci sono buoni motivi per credere che una seconda guerra del Golfo servirebbe solo ad allargare ulteriormente il divario tra Europa e America. Ma anche in assenza di un conflitto con l'Iraq, il Medio Oriente è sempre in grado di ammannire il turbine in cui il vero o presunto antiamericanismo europeo alimenti un vero o presunto antieuropeismo USA, buono a sua volta a incrementare il risentimento antiamericano, il tutto aggravato da impetuose accuse di antisemitismo contro l'Europa. Solo un grande sforzo consapevole su entrambe le sponde dell'Atlantico, o un cambio al vertice a Washington nel 2005 o nel 2009, potranno cambiare le cose. Ma nel frattempo gran danno può essere fatto, e l'attuale discordia transatlantica è anch'essa espressione di quelle più profonde tendenze storiche ricordate in precedenza.

Si dirà forse che dare risalto all'"antieuropeismo americano" come ho appena fatto può solo contribuire a questa vertiginosa spirale di reciproca sfiducia. Ma gli scrittori non sono diplomatici. L'antieuropeismo americano è una realtà, e i suoi corrieri rischiano di essere le prime rondini di una brutta estate.

15 gennaio 2003


TIMOTHY GARTON ASH è direttore dello European Studies Center del St. Antony's College di Oxford ed è noto al lettore italiano come autore di: Le rovine dell'impero (1992); In nome dell'Europa (1994); e Storia del presente (2001), tutti editi da Mondadori.


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