FISICA/MENTE

 

[Il Re Vestito A Nuovo]
http://emperors-clothes.com/italian/indexi.htm

Voci che vogliono sciolto ogni legame tra BushLaden e la sua famiglia risultano infondate.

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Enormi falle nella storia "CIA contro bin Laden"

di Jared Israel

8 Novembre 2001

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Al fondo troverete allegato un articolo tratto dal quotidiano "Times of India". L’articolo cita il programma "Newsnight", trasmesso dalla BBC, nel corso del quale è stato affermato che l’amministrazione Bush ha ordinato all’FBI di abbandonare ogni indagine riguardante le connessioni terroristiche della famiglia bin Laden prima dell’attacco al World Trade Center.

Secondo "Le Figaro" un agente della CIA incontrò bin Laden lo scorso Luglio. "Figaro" afferma che l’incontro avvenne mentre bin Laden era ricoverato nell’ospedale Americano di Dubai, uno degli Emirati Arabi Uniti. (6)

Forse avrete letto l’articolo che abbiamo pubblicato alcune settimane fa contenente estratti di un’audizione al congresso [Americano N.d.T.] avvenuta lo scorso anno il cui tema era il terrorismo nell’area meridionale del continente Asiatico. Nel corso di tale audizione, il membro del Congresso Dana Rohrabacher accusò l’amministrazione Clinton di avere sabotato ogni tentativo d’arresto di bin Laden. (4)

La versione ufficiale di questa storia vede Osama bin Laden rompere con la classe dirigente Americana ed il suo partner minore, l’Arabia Saudita, una decina d’anni fa e da allora cercare di distruggere l’Impero Americano: man mano che i fatti vengono alla luce diventa sempre più evidente il fatto che tutto questo è pura invenzione. Le dichiarazioni delle amministrazioni Clinton e Bush secondo le quali fu tentato, sfortunatamente senza successo, di sconfiggere un astutissimo bin Laden sono piene di falle.

Queste sono solo alcune tra le più grosse.

LO SCENARIO DELLA GUERRA DEL GOLFO

Secondo la versione ufficiale bin Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della Guerra nel Golfo.

Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l’Iraq è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.

Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L’Arabia Saudita era, ed è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla "famiglia reale" Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L’Iraq, al contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.

Bin Laden passò gli anni ’80 combattendo un governo secolare (sorretto da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia Saudita, dove:

"In seguito all’invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". (dal "Pittsburgh Post-Gazette", Domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la Guerra Santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)

Ma per quale ragione Osama voleva "creare una forza di reazione … con lo scopo di combattere l’Iraq"?

Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione di attaccare l’Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine ritagliata dall’Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif )

Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale. Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l’Iraq fosse in realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non sarebbero intervenuti.

Il 22 di Settembre 1990, il "New York Times" ha pubblicato quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione tra Saddam Hussein e l’Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l’inizio dei combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel corso di tale conversazione l’Ambasciatrice afferma che l’amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio l’Ambasciatrice Glaspie afferma:

" …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait … capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq." (New York Times, 22 Settembre 1990)

È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre l’Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente. Per queste due semplici ragioni l’idea che l’Iraq abbia mai pensato di attaccare l’Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.

Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla "famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno"? O di "creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.

Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così provocatoria?

Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l’Iraq poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di tensione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, o magari addirittura di provocare l’Iraq in un attacco preventivo contro l’Arabia Saudita per dare quindi una scusa agli USA per attaccare l’Iraq.

Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso dall’idea di dover combattere contro l’Iraq. Per quale ragione dunque, ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così tanto?

La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di un’alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una dissacrazione dell’Arabia Saudita.

Questo è un po’ troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta collaborazione con l’esercito Americano – la CIA per essere precisi – come rappresentante della "famiglia reale" Saudita in Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe Sovietiche.

Non stiamo parlando di un idealista, di un sant’uomo. Lui e la sua famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in Afghanistan. (Vedasi più avanti)

Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva fatto come rappresentante del medesimo governo?

La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l’ingresso di decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di tale conflitto: questa massiccia invasione d’infedeli avrebbe dissacrato il sacro suolo Saudita.

Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la "famiglia reale" Saudita e gli USA.

BUON MATTONE NON MENTE

Storia affascinante! Il sacro suolo che truppe di infedeli soldati Americani hanno apparentemente dissacrato è quello di una serie di complessi mantenuti segreti, costruiti nel corso degli anni 80 dall’Esercito Americano alla modica cifra (pagata per lo più dall’Arabia Saudita) di – tenetevi stretto – oltre 200 MILIARDI di dollari [all’incirca 400 mila miliardi di lire, N.d.T.].

"Scott Armstrong: un programma da 200 miliardi di dollari che praticamente è stato portato avanti senza che nessuno vi rivolgesse alcuna attenzione. Classico esempio del procedere al di là delle regole del governo [Americano, N.d.T.].

"Scott Armstrong: i Sauditi sono stati i principali sostenitori e finanziatori del più grande sistema d’armamento che il mondo abbia mai visto, in qualsiasi regione del mondo, il quale include 95 miliardi di dollari in armi che loro stessi hanno acquistato, ai quali hanno aggiunto altri 65 miliardi di dollari per infrastrutture militari e porti. Siamo riusciti a mettere in piedi un sistema interconnesso che ha una base di controllo che funge da comando operativo, altre cinque basi, ognuna delle quali è in grado a sua volta di operare da comando operativo, le quali si trovano in bunker in cemento armato, così robusto da poter resistere a qualsiasi tipo d’esplosione, inclusa una nucleare. Hanno costruito nove porti di notevoli dimensioni dove prima non c’era nulla, dozzine di piste d’atterraggio sparse un po’ dovunque nel regno. Adesso hanno centinaia di moderni aerei da combattimento Americani e la capacità di aggiungerne ulteriori centinaia. I Sauditi da soli hanno speso 156 miliardi per i quali io posso fornire prova documentale, riga per riga, oggetto per oggetto, in sistemi d’armamento e nelle infrastrutture necessarie a sostenerli." (Dal programma televisivo "FRONTLINE" #1112 Messo in onda il 16 Febbraio 1993, "La corsa alle armi in Arabia Saudita". Scott Armstrong è uno tra i migliori reporter investigativi e lavora per il "Washington Post")

(Per la Webpage ufficiale in versione PBS di questo programma televisivo, connettetevi qui; per una trascrizione connettetevi qui)

I contratti per la costruzione di queste basi, porti e piste vennero in parte affidati a imprese edili Saudite. La compagnia della famiglia di Osama, il "Saudi Binladin Group" (non inganni la diversità nel modo in cui il cognome viene scritto, si tratta della stessa famiglia) è in intimi rapporti con la famiglia reale Saudita; inoltre si tratta della più grande impresa edile di questo paese (ed un gigante nel campo delle telecomunicazioni).

E così, sicuro come lo sono la morte e le tasse, il "Saudi Binladin Group" s’accaparrò una bella fetta di questi 200 miliardi di dollari. E mentre i bin Laden stavano costruendo queste basi per gli Americani, chi Osama pensava le avrebbe usate? I marziani?

DEMOLIZIONE E COSTRUZIONE

Tornando ai contratti d’appalto, pensate a cosa successe dopo l’attacco terroristico al complesso delle torri Khobar in Bahrein il 25 di Giugno 1996. Osama bin Laden fu accusato dagli Americani di avere ideato quell’attacco, che uccise 19 aviatori Americani e ne ferì altri 500.

Successivamente venne costruito un nuovo complesso "super-sicuro":

"Il complesso è molto probabilmente l’installazione operativa usata dall’esercito Americano con il maggior numero di guardie al mondo. Questo è chiaramente ciò che il generale dell’esercito Wayne A. Downing, ora in pensione, aveva in mente quando nel 1996 rilasciò un rapporto che criticava il sistema di sicurezza alle torri Khobar e raccomandava il rafforzamento delle misure di protezione.

"… Per ironia del caso il complesso fu costruito dal gigante dell’edilizia "Saudi Binladin Group" – posseduto dalla stessa famiglia che produsse il terrorista internazionale Osama bin Laden, reietto nella sua stessa patria" (Dalla rivista "Air Force Magazine", Febbraio 1999).

"Ironia" non è esattamente la parola che userei io, ma va bene lo stesso.

CAVERNE AFFITTATE A CARO PREZZO

Osama completò alcune costruzioni per gli infedeli anche in Afghanistan. Questo avvenne alla fine degli anni 80. Sotto contratto della CIA, Osama e la sua famiglia costruirono le "caverne" (1), del valore di diversi miliardi di dollari, nelle quali si narra adesso si stia nascondendo, costringendo di conseguenza America e Gran Bretagna a bombardare la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, ed altre analoghe strategiche installazioni militari:

"Portò con sé personale che lavorava per la ditta di suo padre, così come macchinario pesante per la costruzione di strade e magazzini per i Mujaheddin. Nel 1986 aiutò a costruire un complesso di gallerie finanziato dalla CIA, il cui scopo era fungere da polveriera, campo d’addestramento e centro medico per i Mujaheddin, il tutto in profondità al di sotto di montagne in prossimità del confine Pachistano."

(dal quotidiano "Pittsburgh Post Gazette" di domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la guerra santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)

PER FAVORE NON MANDATECI QUELL’UOMO ORRIBILE!

Dopo aver apparentemente rotto con i regnanti Sauditi – anche se dubitiamo fortemente della veridicità di tale storia – bin Laden si recò in Sudan. Il governo Sudanese si stancò presto della sua presenza. In Marzo 1996, il Generale Maggiore Elfatih Erwa, allora Ministro della Difesa Sudanese, offrì di estradare bin Laden in Arabia Saudita o negli Stati Uniti.

"Il controspionaggio Sudanese, affermò, avrebbe volentieri tenuto d’occhio bin Laden per conto degli Stati Uniti. Se ciò non fosse stato sufficiente, il governo era pronto a metterlo sotto custodia ed a consegnarlo, anche se a chi non era molto chiaro. In una comunicazione, Erwa sostenne che il Sudan avrebbe preso in considerazione ogni incriminazione formulata legittimamente contro questo terrorista." (da "The Washigton Post", 3 di Ottobre 2001)

Funzionari Americani rifiutarono l’offerta d’estradizione. L’articolo del "Washigton Post" che riporta questa notizia si dilunga nel citare funzionari Americani che tentano di spiegare esattamente perché rifiutarono tale offerta. I funzionari vengono citati spiegare che i Sauditi avevano timore di un contraccolpo fondamentalista se avessero imprigionato e condannato a morte bin Laden, che loro si sentivano offesi dal Sudan, così come gli USA si sentivano offesi dal Sudan, che gli Americani non avevano prove a sufficienza per poterlo processare. Tutto, in verità, a parte la spiegazione più semplice e logica: bin Laden era un bene degli Stati Uniti – magari un membro della CIA, o semplicemente qualcuno che la CIA aveva usato. Probabilmente i giornalisti del "Washington Post" stavano suggerendo questo tipo di spiegazione quando hanno scritto:

"Incominciò un dibattito, che s’intensificò più avanti, sulla questione se gli Stati Uniti dovessero incriminare e processare bin Laden o se dovessero trattarlo come il combattente di una guerra clandestina". (da "The Washingon Post", 3 Ottobre 2001)

L’enfasi va sulla parola "trattare", col significato di "fingere che fosse".

In ogni caso l’offerta d’estradizione Sudanese fu rifiutata.

"[Funzionari Americani] dissero, "Chiedetegli semplicemente di lasciare il paese. Non fatelo solo andare in Somalia". Erwa, il generale Sudanese, affermò nel corso di un’intervista: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".

"Il 15 di Maggio 1996, il Ministro degli Esteri Taha mandò un fax a Carney, che si trovava a Nairobi, nel quale abbandonava la richiesta di trasferimento di custodia. Il suo governo aveva chiesto a bin Laden di lasciare il paese, Taha scrisse, e lui sarebbe quindi stato libero di recarsi dove voleva". ("The Washington Post", 3 Ottobre 2001)

Notate: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".

Questo è semplicemente agghiacciante.

QUESTO SAREBBE ILLEGALE

È incredibile che funzionari del governo Americano cerchino di giustificare il rifiuto all’offerta d’estradizione Sudanese con la ragione che l’amministrazione Clinton "non sarebbe stata in grado di incriminarlo ufficialmente dinanzi ad una corte Americana" ("Washington Post", 3 Ottobre 2001). Pensano forse che gli Americani non siano in grado di ricordare ciò che è successo l’altroieri? Ricordate ad esempio che lo stesso governo non esitò a bombardare il Sudan, l’Iraq e la Iugoslavia, e che tutti questi bombardamenti rappresentano il più grave caso di violazione del diritto internazionale? Per non parlare dell’Afghanistan.

O della Croce Rossa. (5)

Inoltre, secondo la rispettabilissima rivista "Jane’s Intelligence Review:"

"In Febbraio 1995 le autorità Americane indicarono bin Laden e suo cognato Mohammed Jamal Khalifa come appartenenti ad un gruppo di 172 cospiratori, che non furono incriminati, che aiutò gli 11 Musulmani accusati per l’attentato al World Trade Center e progettava di far crollare questo monumento a New York. ("Jane’s Intelligence Review", 1 Ottobre 1995).

Quindi bin Laden veniva indicato come cospiratore, anche se non incriminato come tale, già un anno prima che il Sudan offrisse di estradarlo.

Perché il governo Americano non poté accettare l’offerta Sudanese di estradare bin Laden? Perché non lo incarcerarono, non si organizzarono al meglio e non lo misero sotto processo? Cos’aveva esattamente il governo Americano da perdere? Nel peggiore dei casi non sarebbero riusciti a farlo condannare e sarebbero stati obbligati a lasciarlo andare …

FATELO SOLO ANDARE VIA, NON IMPORTA DOVE. MAGARI … IN AFGHANISTAN

Instead, the U.S. asked Sudan to expel bin Laden, knowing full well that he would go to Afghanistan - and Kosovo and Macedonia. (2)

Invece gli USA chiesero al Sudan di espellere bin Laden, sapendo perfettamente che sarebbe andato in Afghanistan – e Kossovo, e Macedonia. (2)

Per inciso due anni dopo l’esercito Americano bombardò il Sudan, per la ragione che il governo Sudanese era alleato a bin Laden. Sembra in realtà che i migliori amici di bin Laden non si trovassero in Sudan (questa la ragione del Presidente Clinton per usare missili Cruise per bombardare e distruggere una fabbrica di medicinali Sudanese), ma sedessero all’interno del Dipartimento di Stato Americano.

Ci sono moltissimi segnali che suggeriscono che bin Laden sia ancora in qualche modo collegato alla CIA:

* Le sue attività in Afghanistan precedenti al 1990;

* Le sue attività "dalla parte degli Americani" in Bosnia, Kossovo e, recentemente, in Macedonia; (2)

* Il fatto che l’Amministrazione Clinton impedì al Sudan di estradarlo nel 1996;

* Le convincenti argomentazioni del membro del Congresso Rohrabacher sul sabotaggio operato dall’Amministrazione Clinton contro ogni tentativo d’arrestarlo; (4)

* La sua funzione da parafulmine per i dissidenti – nel senso di spingere coloro che si oppongono alla politica Americana ad appoggiare la sua visione Islamista ultra repressiva. Questo viene discusso nell’articolo "Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!", che potete leggere in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm ;

* La sua incredibile trasformazione nei confronti dell’attentato al World Trade Center. Inizialmente negò ogni coinvolgimento, affermando che "dozzine di organizzazioni terroristiche provenienti da paesi come Israele, Russia, India e Serbia potrebbero essere responsabili" (il che significa che era opera di Satana in persona) ed affermò che "al Qaeda non considera gli Stati Uniti un nemico". Ma solamente una settimana dopo rilasciò un nastro in cui sosteneva che "Dio Onnipotente ha colpito Gli Stati Uniti d’America nel suo punto più vulnerabile … quando il Signore Onnipotente rese vittoriosa una congrega di Musulmani, l’avanguardia dell’Islam, permettendo loro di distruggere gli Stati Uniti. Io chiedo a Dio di elevarne il prestigio e di garantire loro il Paradiso". Quest’ultima dichiarazione fu pre-registrata e rilasciata immediatamente dopo l’inizio dei bombardamenti Americani in Afghanistan: proprio quando, guarda caso, Bush aveva bisogno dell’onda d’emozioni che tale tipo di dichiarazione avrebbe provocato per poter "giustificare" ancora un’altra guerra illegale; (3)

* Ed adesso questo servizio della BBC secondo cui l’amministrazione Bush soppresse indagini riguardanti legami tra membri della famiglia bin Laden e gruppi terroristici.

Non vi sembra che tutto questo indichi una collaborazione lavorativa tra i servizi segreti Americani e Mister bin Laden?

"SIAMO NEMICI MORTALI, PERCIO’ ACCETTA QUESTI 400 FUORI STRADA, TU, MALEDETTO!"

Ho già illustrato i dubbi che nutro nei confronti della veridicità della "rottura" tra bin Laden ed i Reali Sauditi. Sul libro "Talebani: Islam militante, petrolio e fondamentalismo in Asia Centrale", di Ahmed Rashid, corrispondente dall’Afghanistan, Pakistan ed Asia centrale per il "Far Eastern Economic Review", leggiamo:

"Sorprendentemente, solo poche settimane prima gli attentati alle Ambasciate Americane in Africa, il libro ci racconta … "Nel Luglio 1998 il Principe Turki visitò Kandahar e poche settimane dopo 400 nuovi fuori strada destinati ai Talebani arrivarono nella città, ancora con le targhe di Dubai"" (Citato in "La creazione chiamata Osama", di Shamsul Islam. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/analysis/creat.htm

Mi hanno detto che erano tutte Toyota.

FAIDE FAMILIARI?

Il punto finale. Parte della storia ufficiale di Osama racconta che l’elusivo bin Laden ruppe ogni rapporto con la sua famiglia a causa della sua visione politico-religiosa estremista e Fondamentalista.

Veramente?

Prendiamo in considerazione gli spezzoni di alcuni articoli i quali suggeriscono che magari dovremmo adottare un atteggiamento estremamente scettico:

1) "… quando Osama bin Laden prese la decisione di unirsi ai guerriglieri non-Afgani che combattevano con i Mujaheddin la sua famiglia rispose entusiasticamente". (da il "Pittsburgh Post-Gazzette" del 23 Settembre 2001)

2) L’intera famiglia è nota per la sua posizione Islamista estremamente conservatrice (Wahhabi): "Suo padre viene riconosciuto in queste regioni come un uomo di idee religiose e politiche profondamente conservatrici ed è altresì noto per il suo profondo disgusto per le influenze non Islamiche che sono visibili negli angoli più remoti dell’antica Arabia". UPI citato in http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml

3) È vero che le faide familiari esistono. Anche all’interno di tipiche famiglie Americane possono scoppiare delle guerre. La gente litiga. E la gente fa pace.

Ma Osama non appartiene ad una "tipica famiglia Americana". Proviene da un clan rurale Yemenita profondamente conservatore. Queste famiglie non cadono in stupidi litigi. E non evitano di parlarsi per dieci anni e poi fanno pace ed è come non fosse successo niente:

"Anche se crebbe in Arabia Saudita, nella città di Jiddah, all’incirca mille chilometri all’interno della penisola Arabica, quelli che lo conoscono dicono che abbia conservato le caratteristiche proprie del proprio popolo, nel remoto Yemen: estremamente selettivo ed intensamente conservatore nella sua adesione alle interpretazioni più rigorose dell’Isalm". http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml

4) Se in questi clan ci sono faide, possono essere estremamente violente. Per cui sembra essere estremamente improbabile che Osama sia stato disconosciuto dal suo clan familiare (come i racconta la storia ufficiale) ma nel contempo mantenga rapporti cordiali con i membri della stessa. Considerate quest'articolo:

"Funzionari dell'Ufficio [di sicurezza nazionale] in certe occasioni hanno mostrato delle registrazioni di bin Laden che parla con la propria madre per impressionare alcuni membri del Congresso o ospiti selezionati". (citato nel "Baltimore Sun", 24 Aprile 2001)

E questo:

"Costruzioni bin Laden per l'esercito Americano"
di Sig Christenson; articolista per l'"Express-News"

"Membri della famiglia bin Laden hanno affermato di aver perso contatto con il loro fratello, il quale si rivoltò contro il governo Saudita dopo essersi unito ai guerriglieri Islamici nel corso dell'invasione Sovietica dell'Afghanistan nel 1979.

"Ma Yossef Bodansky, direttore della "Task Force contro il Terrorismo e Guerra non Convenzionale", affermò che "Osama mantenne contatti" con qualcuno delle sue due dozzine di fratelli. Non scese nello specifico". (dal "San Antonio Express-News", 14 Settembre 1998)

Ed in ultimo, da "Le Figaró":

"Mentre era ricoverato in ospedale [l'ospedale Americano di Dubai, nel Luglio 2001] bin Laden ricevette diversi visitatori, tra cui alcuni membri della sua famiglia e prominenti rappresentanti della famiglia Saudi e delle famiglie regnanti negli Emirati" (6)

Segue l'articolo del "Times of India".

Jared Israel


 Bush impedì ad agenti dell’FBI di investigare la famiglia Laden.

"Times of India", 7 Novembre 2001

di RASHMEE Z AHMED

TIMES NEWS NETWORK

LONDRA: L’America avrebbe dovuto essere considerata lei stessa responsabile per gli eventi dell’11 di Settembre perché l’Amministrazione Americana stava usando i "guanti di velluto" nei suoi tentativi di rintracciare Osama bin Laden ed "altri fanatici collegati all’Arabia Saudita". Questo è il risultato di una speciale investigazione della BBC che implica uno schiacciante atto d’accusa nei confronti dei due presidenti Bush e della politica estera Americana.

Questo rapporto, che la BBC dichiara essere basato su di un documento segreto dell’FBI, numero 1991 WF213589, proveniente dall’ufficio di settore dell’FBI di Washington, sostiene che il cinismo della classe dirigente Americana e le "connessioni tra la CIA e l’Arabia Saudita e le famiglie Bush e bin Laden" possono essere le reali cause della morte di migliaia di persone nell’attentato al World Trade Center"

L’investigazione, che fu trasmessa all’interno programma d’attualità della BBC "Newsnight", racconta come all’FBI fu ordinato di "mollare" ogni indagine su uno dei fratelli bin Laden, Abdullah, il quale era legato alla "Associazione Mondiale della Gioventù Musulmana (WAMY), finanziata dall’Arabia Saudita", un’organizzazione sospettata di essere terroristica, "i cui conti non sono ancora stati congelati dal Tesoro Americano, nonostante sia stata bandita dal Pakistan alcune settimane fa e l’India affermi che sia collegata ad un’organizzazione coinvolta in diversi attentati in Kashmir".

"Newsnight" racconta di una lunga storia di connessioni "piene d’ombre" tra America ed Arabia Saudita, non ultime le "relazioni d’affari" dei due presidenti Bush con i bin Laden. Un altro insidioso legame fu rivelato dall’ex capo dell’ufficio visti Americano a Jeddah.

Il funzionario disse di essere stato molto preoccupato per visti concessi ad un largo numero di persone "che non avevano i requisiti necessari", "senza legami familiari d’alcun tipo con l’America o l’Arabia Saudita". Solo più tardi scoprì che non si trattava di "una truffa in un giro di visti", ma parte di un largo progetto in cui giovani uomini "arruolati da bin Laden" venivano smistati "per essere addestrati dalla CIA in azioni terroristiche", dopo di che venivano mandati in Afghanistan.

Reiterando una famosa dichiarazione di un ex partner d’affari di George W Bush, la BBC afferma [Bush, N.d.T.] che fece il suo primo milione [di dollari, N.d.T.] 20 anni fa con una compagnia il cui capitale era posseduto dal fratello maggiore di Osama, Salem. Ma continua aggiungendo la seguente inquietante asserzione: entrambi i presidenti Bush possiedono remunerativi pacchetti azionari della Carlyle Corporation, così come i bin Laden. Questa è partita come una piccola compagnia privata ed è adesso uno dei maggiori appaltatori del Ministero della Difesa. I bin Laden vendettero la loro quota della Carlyle subito dopo l’11 di Settembre, ci viene detto in questo programma.

Politici Americani dissero in seguito alla BBC che rifiutavano ogni accusa che l’establishment Americano avesse richiamato i cani da caccia dei servizi segreti dalle tracce di bin Laden e della Casa reale Saudi a causa di interessi strategici in Arabia Saudita, il paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo.

© "Times of India", 2001 Pubblicato per puro uso equo.

Storia originale: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1030259305

Altre storie collegate al resoconto di "Newsnight" sulla BBC:

http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4293682,00.html

http://www.hindustantimes.com/nonfram/071101/dlame43.asp

***

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

1) "I campi Talebani bombardati dagli USA furono costruiti dalla NATO". Basato su di un articolo del "New York Times". Può essere letto in http://emperors-clothes.com/docs/camps.htm

2) "Bin Laden nei Balcani". Articoli apparsi su pubblicazioni di grande diffusione che confermano l’appoggio dato da bin Laden al terrorismo – ed, ahimè, agli interessi Americani – nei Balcani. Possono anche essere trovati in http://emperors-clothes.com/news/binl.htm

3) Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!", di Jared Israel. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm

4) "Un membro del Congresso: gli USA dispongono in modo che gli Anti-Talebani siano massacrati". Commenti di Jared Israel seguiti da estratti da un’audizione al Congresso. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/misc/rohr.htm

(La completa trascrizione dell’audizione può essere ascoltata in
http://emperors-clothes.com/misc/rohrfull.htm)

5) "Il portavoce della Croce Rossa rifiuta le menzogne del Pentagono". Un’intervista di Emperor’s Clothes alla Croce Rossa sul bombardamento Americano alle proprie attrezzature in Afghanistan. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/interviews/redcross.htm

6) "Da quel che si dice un agente della CIA ha incontrato bin Laden a Luglio". Traduzione di un articolo di "Le Figaró" che può essere letto in:
http://emperors-clothes.com/misc/lefigaro.htm

[Traduzione in Italiano di Stefano Marzola]

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[Il Re Vestito A Nuovo] 

http://www.tenc.net

Ritornano

http://www.google.it/search?q=cache:aqIeLGFqKYgJ:www.vallecchi.it/chi_siamo/rassegna_stampa/2003/artI1402.html+%22Saddam+e+la+CIA%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8

L'INGANNO DEL GOLFO. 

Dietro le quinte della guerra senza fine.

Giuseppe Giaccio

L’“asse del male” ha dunque perso un altro dei suoi pilastri. Dopo la Serbia di Milosevic e l’Afghanistan dei talebani e di Bin Laden, è toccato a Saddam Hussein e già si parla della Siria e dell’Iran come prossimi obiettivi. Non subito, però, dal momento che il gigante buono a stelle e strisce, essendosi dato molto da fare negli ultimi tempi, ha bisogno di tirare un po’ il fiato (e di ricostruire le riserve di uranio impoverito, alquanto assottigliatesi). Ancora una volta, il Bene ha trionfato sul Male, come nella migliore tradizione hollywoodiana. Solo che in questo caso i morti, i lutti, il dolore, sono veri e lo sfondo non è di cartapesta. Nonostante la tragedia, c’è stato spazio anche per qualche siparietto comico. I mezzi di informazione occidentali hanno a lungo ironizzato – e giustamente – sulla patetica figura del ministro iracheno dell’informazione che, con i tank americani letteralmente alle spalle, continuava a sostenere che l’invasore yankee era stato respinto, subendo gravi perdite. Alle fin troppo facili battute si potrebbe replicare con un versetto evangelico: “Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, guarda la trave che è nel tuo occhio”. I giornalisti, infatti, nella loro stragrande maggioranza, non si sono, in fondo, comportati in modo molto diverso. In un certo senso, si potrebbe anzi dire che la loro condotta è stata persino peggiore, e quindi ancor più ridicola, squallida e indecorosa. La verità che contraddiceva il discorso propagandistico dell’esponente politico iracheno, ossia i carri armati nemici, era alle sue spalle, mentre i giornalisti avevano di fronte, e potevano perciò agevolmente guardarla in faccia, quella che contraddiceva il loro, che si limitava a riprendere, senza un briciolo di spirito critico e di dignità, le veline diffuse dagli uffici stampa militari o durante i briefing e che poi sono state servite calde e fumanti negli innumerevoli talk show che hanno punteggiato le serate di milioni di guardoni della guerra ridotta a videogame. Si è così tentato di far credere che la posta in gioco fosse davvero l’esportazione della democrazia, dei diritti umani e del benessere in un’area oppressa da un regime dittatoriale – come se questo potesse giustificare le distruzioni e le vittime provocate dal conflitto - e non invece il controllo politico, economico e militare di un’area strategica. Una prima verità ignorata dai mass media, che hanno preferito attingere alle balle costruite dall’Office of strategic influence, la struttura di disinformazione messa in piedi dall’apparato militare americano, riguarda la presunta pericolosità di Saddam e dell’Iraq. L’ex leader iracheno, certamente non uno stinco di santo, è subito diventato l’“Hitler del Medio Oriente”. In realtà, egli è solo uno dei tanti uomini forti portati al potere dagli americani, sostenuti, foraggiati e poi buttati via quando non servivano più. Il periodico telematico spagnolo “El semanal digital”, nelle edizioni del 21 e 22 aprile scorsi, ha rivelato, citando un’approfondita indagine di Richard Sale, dell’agenzia UPI, condotta intervistando “una decina di funzionari americani, studiosi britannici ed ex agenti dei servizi di intelligence americani”, che i contatti fra Saddam e la Cia risalgono addirittura alla fine degli anni Cinquanta, precisamente al 1959, quando il futuro dittatore iracheno fu assoldato quale componente di un commando di sei persone la cui missione, fallita, consisteva nell’assassinare l’allora primo ministro iracheno, il generale Abd al-Karim Qasim (l’attentato riuscì alcuni anni dopo, nel 1963). Il giovane Saddam, all’epoca ventiduenne, riparò in Egitto, con l’aiuto della Cia che gli “pagò un lussuoso appartamento nel quartiere di Dukki. Lì, Saddam frequentava il caffè Indiana ed era osservato molto da vicino dalla Cia e dai servizi egiziani. In quel periodo, Saddam faceva frequenti visite all’Ambasciata americana, dove risiedevano specialisti come Miles Copeland e il responsabile della Cia Jim Eichelberger che conoscevano Saddam”. La Cia si è servita anche del partito Baath e della Guardia Repubblicana, cui forniva liste di comunisti da eliminare. A tutti noti sono inoltre i rapporti intercorsi fra Saddam e gli americani all’epoca della guerra contro l’Iran, iniziata nel settembre 1980. Quanto poi alla supposta natura di “stato canaglia” dell’Iraq – che si addice molto di più all’Arabia Saudita, di cui è provato il sostegno finanziario al terrorismo islamista, ma che nessuno si azzarda ad attaccare perché i sauditi sono amici degli americani - c’è da chiedersi come possa un paese, regredito a livelli da terzo mondo anche grazie a un ultradecennale embargo preteso dagli Stati Uniti, nel quale la mortalità infantile è in aumento e il tifo e il colera sono tornati a mietere vittime, costituire una minaccia per la pace mondiale, secondo quanto hanno insistentemente raccontato Bush e il suo entourage. È, questa, una favola che ben pochi giornalisti si sono preoccupati di smascherare, analoga a quella che, all’epoca della prima guerra del Golfo, fece assurgere lo sgangherato esercito iracheno al rango di “quarto esercito del mondo”, poi travolto quasi senza colpo ferire, data l’abissale sproporzione tecnologica tra le forze in campo, come d’altronde è successo in occasione del secondo, sanguinoso tiro al bersaglio definito “guerra”, appena conclusosi. Su questo e molti altri “inganni” si sono meritoriamente soffermati Lorenzo Bianchi e Giovanni Porzio, inviati speciali di una genia che si sta drammaticamente rarefacendo, quella dei giornalisti che le notizie vanno a cercarsele, diffidenti e insoddisfatti delle versioni ufficiali. Il loro lavoro, uscito dopo la conclusione del conflitto voluto da George Bush senior e aggiornato al marzo 2003, vigilia della nuova carneficina, non è solo la narrazione di un’avventura professionale ed umana vissuta pericolosamente in Kuwait e in Iraq e poi come prigionieri dell’esercito di Saddam Hussein, ma anche uno sguardo dall’interno su un mondo, quello dell’informazione, che i due inviati evidentemente conoscono bene e di cui forniscono una descrizione tutt’altro che lusinghiera. Nell’analisi dei due coautori, il Vietnam ha rappresentato per i mezzi di informazione uno spartiacque, la linea divisoria tra un prima e un dopo, la fine dell’idea romantica, hemingwayiana, del corrispondente di guerra. Il Vietnam è quasi una sorta di età dell’oro in cui al giornalista è consentito, semplicemente, fare il suo mestiere, raccontare ciò che vede e trasmetterlo alle redazioni centrali, senza subire asfissianti controlli e censure. Ciò è stato possibile in quanto Washington non ha ufficialmente dichiarato guerra al Vietnam e quindi non poteva “imporre alcuna restrizione al lavoro dei giornalisti”. Per conseguenza, “sui teleschermi e sulle prime pagine dei quotidiani appaiono, giorno dopo giorno, resoconti che contraddicono le versioni ufficiali: l’orrore di una guerra inutile, le sofferenze dei soldati americani e dei civili vietnamiti, i massacri come quello di My Lai, i bombardamenti al napalm, l’escalation in Laos e in Cambogia”. Questa libertà provocò non pochi fastidi ai vertici militari e politici che si sono in seguito attrezzati. A partire dalla guerra Iran-Iraq, viene messa a punto una rete di controlli sempre più perfezionata e stretta, culminata nel doppio conflitto del Golfo, grazie alla quale si cerca di far dire e scrivere ai giornalisti solo ciò che è gradito all’establishment. Il giornalista che opera in Medio Oriente viene embedded, incastrato, in una serie di regole fondamentali (ground rules) che deve impegnarsi a rispettare: deve sempre essere accompagnato da angeli custodi in divisa, non può “fotografare o filmare soldati feriti o uccisi”, né “descrivere in modo dettagliato lo svolgimento delle operazioni militari, diffondere notizie sugli obiettivi e sui risultati delle operazioni stesse”, o “identificare le località e le basi da cui partono specifiche missioni di guerra… divulgare informazioni sulla consistenza e l’armamento delle forze nemiche… menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione. Sono vietate le interviste non concordate”. Per svolgere il loro lavoro, i giornalisti dipendono da un Jib (Joint information bureau) gestito dai militari. La censura ha, ovviamente, anche un risvolto linguistico. I civili morti diventano “danni collaterali”; i soldati americani non uccidono, al massimo “neutralizzano”. Le vittime americane e i feriti sono indicati con sigle, allo scopo di rendere asettica la sgradevole realtà della guerra: “Kia”, killed in action, o “Wia”, wounded in action. I cadaveri rispediti in patria sono invece “Hrp”, human remains pouches. In Italia, l’allora direttore generale della Rai, Gianni Pasquarelli, addirittura ancor prima dell’inizio della guerra, rifiuta di mandare in onda un’intervista esclusiva a Saddam Hussein realizzata da Bruno Vespa, temendo di dispiacere ai suoi padroni/padrini politici, mentre il direttore del Tg2, Alberto La Volpe, evita di incontrare il presidente iracheno dopo essersi consultato con il ministro degli esteri Gianni De Michelis. Al di fuori dei confini nazionali le cose non vanno molto meglio. La Bbc compila una lista di canzoni proibite in cui figurano Masters of war di Bob Dylan, Give peace a chance di John Lennon e Born in the Usa di Bruce Springsteen. In Francia, i direttori delle reti televisive e dei giornali firmano un vergognoso documento nel quale si impegnano ad autocensurarsi. Negli Stati Uniti, la Abc rifiuta di mandare in onda i filmati che mostrano le immagini di piloti alleati prigionieri. La tanto mitizzata Cnn di Ted Turner non fa eccezione. Il lucroso monopolio sull’informazione bellica ha un prezzo: la totale dipendenza da Washington e Baghdad. La tivù di Atlanta diventa così “imbattibile nella guerra delle veline”, ma “perdente in quella giornalistica”. Nessuno si accorge “che la tv più seguita al mondo è ormai sempre più lontana dal teatro delle operazioni”. Tra i reporter prevale “un atteggiamento timido, cauto, remissivo, scarsamente indagatorio: l’esatto contrario dell’identikit di un buon giornalista”. Bianchi e Porzio, tuttavia, non accettano l’idea che i giornalisti debbano mortificare il loro ruolo riducendolo a quello di megafoni delle istituzioni e decidono, mettendo a rischio l’incolumità personale, di violare le ground rules, partendo per il fronte, andando a caccia di storie vere, di umori, sensazioni, colori non filtrati, autentici, in presa diretta. Questo amore per la verità e la franchezza consente loro di cogliere perfettamente la vera posta in gioco, al di là delle opposte retoriche: “La rimozione di Saddam Hussein e la sua sostituzione con un governo filo-occidentale sancirebbero la saldatura del Medio Oriente e dell’Asia centrale in un’unica area geostrategica sotto la diretta influenza di Washington”. Alcuni vedono in questa politica la conferma della potenza e prepotenza statunitensi, cui tentano, più o meno confusamente, di opporsi (si pensi alla galassia no-global); altri vi scorgono i segnali del declino e della debolezza (cfr. l’interessante saggio di Emmanuel Todd Après l’empire. Essai sur la décomposition du système américain, Gallimard). Comunque la si pensi, resta il fatto che gli americani una politica ce l’hanno, mentre gli europei non riescono ad uscire dal vicolo cieco nel quale da troppo tempo si sono infilati.

DIORAMA - Aprile 2003

 

italy2.peacelink.org/mediawatch/articles/art_141.html 

Saddam e gli Usa, alleati a tutto gas
Il regime iracheno ha usato armi chimiche contro i nemici interni ed esterni per dieci anni, ma solo dopo l'invasione del Kuwait questo è diventato un problema per i media

Fabrizio Tonello
Fonte: Il Manifesto
17 marzo 2003

 

Non c'è dichiarazione di George Bush o di Tony Blair in cui manchi il riferimento al fatto che «Saddam Hussein ha gasato il suo stesso popolo». Il che è vero, se si omette di precisare che ciò è avvenuto con la sostanziale approvazione degli Stati uniti e della Gran Bretagna. Oggi, i governi di Washington e Londra, saturano i mass media di propaganda costruita su un crimine di cui nel 1988 sono stati complici. Già quattro anni prima, il primo aprile 1984, il Washington Post non aveva manifestato alcun orrore di fronte alle prime notizie di uso di armi chimiche da parte degli iracheni, che nel 1980 avevano invaso l'Iran. L'articolo di Ted Gup, infatti, aveva l'ironico titolo «La condotta poco sportiva dell'Iraq» e tutto il testo era fitto di metafore sportive che mandavano al lettore un unico messaggio: sì, gli iracheni stanno violando le regole ma in amore e in guerra tutto è lecito. Un altro articolo nello stesso periodo (6 marzo 1984) riferiva delle condanne ufficiali dell'amministrazione Reagan, ma aggiungeva che «in privato» i funzionari dell'amministrazione erano meno severi (Privately, some officials were less harsh on the Iraqis), di cui giustificavano l'azione per respingere le «orde umane» degli iraniani.

Il 16 marzo 1988 aerei iracheni attaccarono la città di Halabja, nel nord dell'Iraq a maggioranza curda, sganciando bombe che diffondevano gas tossici: certamente iprite, forse anche altri agenti chimici. Le foto dei bambini e delle donne uccise, dopo qualche settimana, fecero il giro del mondo grazie a cameramen della tv francese. Ancora oggi, l'orrore per i cinquemila civili massacrati in questo modo rimane vivo. Ci vollero alcuni giorni prima che la notizia arrivasse sui giornali americani, imbarazzati dal doversi occupare delle malefatte di un alleato. Il 26 marzo, l'opinionista del Washington Post Jim Hoagland scrisse che «l'amicizia di Washington con Baghdad probabilmente sopravvivrà a una nottata di gas velenosi e di immagini televisive rivoltanti». Qualche giorno dopo, il 29 marzo, lo stesso giornale pubblicò un articolo molto dettagliato sugli effetti dei gas. L'articolo, tuttavia, venne pubblicato nella pagina della scienza ed era privo di qualunque apparente emozione nel riferire sul caso. L'autore, Philip Hilts, si limitava a ricordare che gli iracheni avevano già usato armi chimiche nel corso della guerra contro l'Iran e a registrare le smentite irachene. Il giorno dopo, il 30 marzo, un breve dispaccio d'agenzia riferiva senza alcun tono di condanna delle minacce irachene di usare i gas su larga scala contro le citttà iraniane.

All'epoca, l'amministrazione Reagan non sembrava guardare all'episodio in termini morali: il dipartimento di Stato emise un blando comunicato in cui iracheni e iraniani venivano messi sullo stesso piano e la condanna dell'uso dei gas era puramente formale. Il Pentagono fece anche di più: le solite «fonti ben informate» fecero sapere ai giornali che entrambi i contendenti avevano usato armi chimiche. Un articolo del Washington Post del 5 aprile 1988 si dilungava sulla proliferazione di missili balistici in paesi come l'Iran, l'Iraq, la Siria, la Cina e la Corea e solo nell'ultimo paragrafo affrontava il tema di Halabja, in maniera fredda e «oggettiva», avallando la tesi che entrambi i contendenti erano responsabili, anzi insinuando che gli iracheni avrebbero usato i gas solo per «finalità difensive». Il 20 aprile 1988, un editoriale del Washington Post definiva «un successo» l'azione della marina americana che aveva affondato alcuni battelli iraniani come risposta alla posa di mine nel Golfo. L'editoriale definiva «barbarica» l'azione irachena del 16 marzo, ma non manifestava alcun dissenso verso l'amministrazione Reagan che aveva impedito un dibattito all'Onu sulle armi chimiche, né sembrava disapprovare il sostegno diplomatico, finanziario e militare al regime di Saddam Hussein , nonostante quelle che definiva «pratiche barbariche».

L'alleanza tra Washingtone e Baghdad sopravvisse: qualche mese dopo (13 dicembre) il Christian Science Monitor rilevò che l'Iraq «non aveva pagato alcun prezzo diplomatico per le sue azioni». Nel 1989, in giugno, una delegazione di 23 uomini d'affari in rappresentanza di banche e aziende americane il cui fatturato globale superava i 500 miliardi di dollari arrivò a Baghdad per stringere nuovi rapporti commerciali. Il 12 aprile 1990, cinque senatori, tra cui Bob Dole che nel 1998 sarebbe stato il candidato repubblicano alla presidenza, incontrarono Saddam Hussein per ribadire la volontà di Bush (padre) di migliorare i rapporti con il regime.

La mancanza di interesse dei media per l'uso delle armi chimiche quando Saddam Hussein era un alleato degli Stati uniti fu palpabile fino al giorno dell'invasione del Kuwait. Quando l'Iraq invase questo protettorato americano, il tono dell'amministrazione Bush cambiò di colpo, e quello dei grandi giornali e delle reti televisive si adeguò immediatamente. Troppo impegnati ad amplificare le storie fasulle create dalla Casa Bianca e dalle agenzie di pubbliche relazioni come la Hill & Knowlton, i media americani ignorarono completamente una lettera dell'agente israeliano Jay Pollard, condannato nel 1986 da un tribunale americano per spionaggio a favore di Israele. Pollard scriveva nel febbraio 1991 che le foto top secret da lui passate agli israeliani «costituivano una prova irrefutabile che l'Iraq era davvero impegnato nella produzione e nell'uso su larga scala di armi chimiche. Ciò che preoccupava realmente l'amministrazione Reagan era di (...) dover ammettere che aveva tacitamente acconsentito alla creazione di un'industria irachena di armi chimiche» (Wall Street Journal, 15/2/1991).

Ovviamente Pollard cercava di giustificare il suo operato, ma il sostegno indiretto e segreto di Washington a Saddam Hussein per tutti gli anni Ottanta è innegabile. Questo sostegno non venne mai meno nonostante l'uso di gas tossici da parte di Saddam Hussein. Del resto, come ha rivelato il Guardian dieci giorni fa, se da parte di Reagan e Bush padre si acconsentiva tacitamente allo sviluppo di armi chimiche, il governo Thatcher segretamente autorizzò la costruzione della fabbrica di Falluja 2, quella oggi definita da Colin Powell come «la prova decisiva» della natura e delle intenzioni del regime iracheno. Forse è bene ripeterlo: furono gli inglesi a costruire Falluja 2 nonostante sapessero a cosa serviva. Un alto funzionario del Foreign office, Richard Luce, scrisse l'8 marzo 1985 al ministro del commercio estero Paul Channon: «Gli esperti del ministero della difesa ci dicono che la fabbrica potrebbe essere usata per produrre agenti chimici bellici». Luce incontrò Channon il 18 marzo, ma questi rifiutò di bloccare la costruzione perché «il rifiuto danneggerebbe le nostre prospettive commerciali in Iraq». Non fidandosi della capacità degli americani di tenere il segreto, il governo Thatcher tenne nascosto il suo ruolo nella vicenda anche all'amministrazione Reagan, benché fosse dubbio che gli Stati uniti, impegnati a sostenere l'Iraq con miliardi di crediti che permettevano a Saddam di sopravvivere, avessero qualcosa da obiettare.

Esattamente tre anni dopo la decisione del governo inglese, i gas prodotti grazie a Falluja 2 furono dispersi sopra la città curda di Halabja. Oggi, il ministro Paul Channon è diventato Lord Kelvedon, siede alla Camera dei lord ed è favorevole alla guerra.

 

Note:
http://www.ilmanifesto.it


 

 

MISSIONE «OPERA»

Elisabetta Rosaspina, Corriere della sera, 26 febbraio 2003   

[ancora a questa data un bandito israeliano sostiene che l'Iraq procede a dotarsi di armamento nucleare. n.d.r.]

Osirak 1981, i jet d’Israele non attesero l’Onu

 

Il generale Ivry guidò l’attacco: «Ogni anno festeggio la distruzione del reattore iracheno»

 

TEL AVIV — Quella volta, per disarmare Saddam Hussein, gli israeliani non chiesero il permesso a nessuno: « La sorpresa era un elemento fondamentale per il successo dell’operazione Opera » ricorda colui che la guidò. Quella volta, il 7 giugno 1981, l’ultima preoccupazione del generale David Ivry, allora comandante dell’aviazione militare, era di far firmare una risoluzione all’Onu. In quella missione gettava quattordici piloti, i migliori che aveva, la testa del suo premier, Menachem Begin, proprio alla vigilia delle elezioni, e la sua carriera personale, oltre a quelle del capo di Stato Maggiore e del capo dell’Intelligence: « Le resistenze interne furono enormi. La data fu ripetutamente spostata » ricorda adesso il direttore dell’ « Opera » che, alle 16 della prima domenica di giugno dell’ 81 diede l’ordine di decollo agli otto F- 16 e ai sei F- 15 incaricati di distruggere la centrale irachena.
In gioco c’erano l’isolamento internazionale di Israele e una rabbiosa reazione di tutto il mondo arabo, ma anche il reattore nucleare che Saddam Hussein stava perfezionando a Tammuz, meno di 20 chilometri da Bagdad, con la collaborazione di tecnici francesi e italiani.
L’accordo non era un segreto e, ufficialmente, i laboratori lavoravano a scopi civili, senza secondi fini militari. L’Italia e, soprattutto, la Francia garantivano, il resto del mondo ci credeva, salvo Israele che, per tre anni, e all’insaputa di tutti, studiò il modo più rapido per cancellare la centrale di Osirak dalle mappe e dai suoi incubi. Ci riuscì in un minuto e venti secondi. Per rattoppare i rapporti con Washington, furibonda, e Parigi, oltraggiata, ci vollero poi parecchi mesi, ma è superfluo chiedere a David Ivry se il gioco valesse la candela.
La risposta è nella rassegna di foto a colori appese nel suo ufficio, all’ottavo piano di un palazzo di vetro nel centro di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, dove è tornato da dieci mesi, dopo due anni e mezzo di missione diplomatica negli Stati Uniti: ecco Ivry accanto a Bush padre, accolto da Clinton nella stanza ovale dalla Casa Bianca, congratulato da Bush figlio, da Colin Powell, da Wesley Clark. Dieci anni dopo. « Grazie per aver reso più facile il nostro lavoro durante la Tempesta nel Deserto » gli ha scritto nel ’ 91 da Washington il ministro della Difesa ( ora vicepresidente) Dick Cheney, dedicandogli una foto del rottame nucleare scattata dal satellite. Solo l’orgoglioso Saddam Hussein non ha mai voluto dargli soddisfazione: « Ce la ricostruiremo in pochi anni » sfidò tutti a caldo, senza immaginare che vent’anni dopo avrebbe tenacemente sostenuto il contrario.

Il raìs mentiva allora o mente adesso?
« Credo che in questo momento l’Iraq abbia tutto il know- how, la competenza tecnica, per costruire una bomba atomica — valuta l’uomo che ha rotto a Saddam il giocattolo più caro — . Ma dubito che possieda il plutonio e l’uranio necessari. Non si potrà togliergli la volontà di diventare una potenza atomica. Ma glielo si può impedire » . Nove mesi prima di Ivry, ci avevano provato gli iraniani a bombardare il reattore di Bagdad, senza successo. Ci rimisero un aereo e il dittatore li schernì: « Non preoccupatevi, l’atomica non è destinata a voi, ma a Israele » . Il generale, tornato ora all’ingegneria aeronautica privata, non si scompone: « L’Iraq vuole diventare una potenza nucleare per una questione di status, non perché gli serva. Ma la guerra del Golfo ha dimostrato che avrebbe potuto riuscirci in un anno » .

Dunque è stato un errore strategico non arrivare a Bagdad nel ’ 91?
« Forse allora l’America si è fermata troppo presto, ma non sono sicuro che sarebbe stato necessario entrare a Bagdad.
Sarebbe bastato circondarla e aspettare.
Combattere in città comporta sempre un alto numero di vittime » .

Se non nucleare, c’è una minaccia chimica o batteriologica su Tel Aviv?
« Non credo che Saddam Hussein abbia la capacità di attaccare Israele. Potrebbe al massimo tentare di far decollare aerei kamikaze. Mi sembra più alto il rischio di attentati, anche con armi chimiche o biologiche. Un reattore non è facile da mimetizzare, ma i laboratori sì. Si possono spostare, nascondere sotto terra.
Gli ispettori dell’Onu sono pochi e il paese è molto grande » .

E’ vero che, quella volta, nell’ 81, l’unico a intercettare i caccia e i bombardieri israeliani fu Re Hussein di Giordania?
« Sì, li vide passare sopra la sua nave, nel Golfo di Aqaba. Ma il comando giordano non ne sapeva nulla. I piloti rientrarono tutti sani e salvi alla base, e da allora ci ritroviamo ogni anno. Ho una loro foto, con dedica: al direttore dell’Opera dai suoi suonatori » . Quel 7 giugno, all’ultimo briefing prima della missione il capo di Stato Maggiore, Rafael Eitan, li aveva caricati con poche, semplici parole: « Non potete fallire. L’alternativa è la nostra distruzione » .
Ma il prossimo giugno, al raduno annuale degli orchestrali, ne mancherà uno: Ilan Ramon, morto al rientro dallo spazio con gli altri sei astronauti del Columbia, il primo febbraio scorso. Troppo presto per sapere se e come sarebbe finita la musica per Saddam Hussein.

http://www.peacelink.it/editorl/edit_13.html 

L'Onu e la crisi Iraq-Usa

Pace batte guerra 1 a 0

 

 

Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha allontanato l'attacco militare minacciato dagli Stati Uniti. Esaminiamo le "informazioni di base" per comprendere questa crisi complessa, le sue origini e le norme sancite dal diritto internazionale.

"Gli Stati Uniti non vogliono vedere gli iracheni soffrire ancora di piu'. Il nostro problema e il problema di tutto il mondo riguarda i dirigenti iracheni. E oggi questi dirigenti hanno una scelta. Possono acconsentire a che le ispezioni dell'Onu vadano avanti come stabilito o possono causare interventi militari da parte nostra". Il segretario di stato Madeleine Albright cosi' sintetizzava fino a pochi giorni fa la posizione del governo statunitense. E William Cohen, segretario alla difesa, aggiungeva: "Saddam Hussein ha sviluppato un arsenale di armi chimiche e biologiche mortali. Le ha usate ripetutamente contro la sua gente cosi' come contro l'Iran."

 

Le armi segrete di Saddam Hussein

Di quelle armi si ricorda molto bene il giornalista inglese Robert Fisk, inviato del Times negli anni Ottanta, quando infuriava la guerra Iran-Iraq: "Su un treno di notte da Ahwaz a Teheran non facevano che tossire, sputando i veleni di Saddam Hussein dai polmoni nell'ovatta e nelle bende che diventavano rosso sangue. Era il gas mostarda che li stava uccidendo. Fui costretto a spalancare il finestrino per evitare di vomitare." Quei soldati iraniani erano allora i nemici dell'occidente e Saddan Hussein riceveva ogni genere di aiuto, come ricorda Robert Fisk. "I francesi avevano venduto a Saddam i loro Mirage. I tedeschi gli avevano fornito il gas che mi aveva fatto quasi vomitare sul treno da Ahwaz. Gli americani gli avevano venduto elicotteri per irrorare di pesticidi i raccolti (che, naturalmente, non erano "raccolti" ma esseri umani). Gli inglesi gli avevano venduto ponti. In seguito ho persino conosciuto il trafficante d'armi di Colonia che era andato in aereo dal Pentagono a Baghdad con certe foto delle linee del fronte iraniano, scattate da un satellite americano, per aiutare Saddam a uccidere piu' iraniani. Un diplomatico inglese, pranzando a Londra con uno dei miei caporedattori, osservava: "Mi sembra che Robert non abbia capito la situazione". Certo, diceva il diplomatico, il gas era un'arma terribile. Ma Saddam stava combattendo la guerra dell'Occidente contro il fondamentalismo iraniano."

 

Le complicita'

Era il decennio in cui i pacifisti che protestavano per la guerra Iran-Irak venivano definiti "amici di Komehini". Erano i tempi in cui Saddan Hussein non riceveva sui grandi giornali italiani l'accusa di "dittatore" o di "macellaio" - come avviene comunemente oggi - ma riceveva invece ben altro: 20 elicotteri, 6 corvette, 4 fregate, 1 nave per rifornimento, 1 sommergibile e sistemi missilistici di vario tipo, come documenta l'Archivio Disarmo di Roma. Saddam Hussein era un buon cliente per gli industriali che possedevano giornali e vendevano armi. Nel marzo 1981, in piena guerra Iran-Iraq, un elicottero irakeno di fabbricazione sovietica precipita in Veneto e (come emerge dalle indagini) si scopre che doveva essere equipaggiato con nuovi sistemi avionici da due aziende italiane. Un passato cosi' torbido ha riempito gli arsenali militari iracheni di insidie di ogni genere, fabbricate in Occidente e nell'ex Urss, e passate sottobanco con con la complicita' delle diplomazie che oggi lavorano febbrilmente per scovare quelle stesse insidie.

 

Sette anni di controlli: perche'?

Sull'esistenza o meno di armi di distruzione di massa nei "siti presidenziali" si discute molto. Ci sono? Non ci sono? Dopo oltre 700 ispezioni (di cui 119 gia' avvenute nei siti presidenziali) in sette anni di controlli da parte degli ispettori dell'Onu si sa che sono state distrutte tutte le strutture per il nucleare bellico, 38 mila armi chimiche, 690 tonnellate di agenti attivi, centinaia di apparecchiature, 48 missili e 60 rampe di lancio. Un sistema di controllo audiovisivo permamente (con centinaia di telecamere e sensori Onu che verrebbe distrutta dai bombardamenti Usa) rileva a distanza cio' che si fabbrica nei laboratori e negli stabilimenti iracheni trasmettendo informazioni in tempo reale. Dopo sette anni di simili controlli sarebbe ragionavole chiedersi: come mai c'e' ancora da controllare? La risposta americana e': il lavoro degli ispettori del'Onu viene sistematicamente ostacolato dai veti iracheni e Saddam Hussein ha nascosto nei suoi palazzi residenziali armi e segreti. Una diversa risposta prende le mosse dalla risoluzione 687 dell'Onu che - se da una parte impone all'Iraq un programma di disarmo che prevede la distruzione delle armi nucleari, chimiche e batteriologiche - dall'altra contempla la fine dell'embargo quando gli ispettori Onu avranno finito i controlli.

Il governo statunitense non nasconde che il suo obiettivo rimane l'uscita di scena di Saddam Hussein e quindi - nell'ipotesi presa in considerazione - perseguirebbe lo strangolamento economico dell'Iraq prolungando l'embargo e giustificandolo con una prosecuzione delle ispezioni. La similitudine con Cuba sarebbe evidente. Tuttavia monsignor Giuseppe Lazzarotto, Nunzio Apostolico vaticano in Iraq e Giordania, punta su una terza ipotesi esplicativa: "Le scelte degli Stati Uniti hanno una spiegazione piuttosto evidente: il prezzo del petrolio e' sceso a 17 dollari al barile; di conseguenza qualsiasi compagnia perde milioni di dollari al giorno. Si aumentano quindi i barili da vendere, ma contestualmente e' necessario impedire ad altri di immettere sul mercato il proprio petrolio. E' questa la ragione per cui l'Iraq viene estromesso dal gioco. In Iraq c'e' petrolio per i prossimi duecento anni." E aggiunge: "Non dicano i responsabili che vengono qui per difendere i diritti umani. E' ora che l'opinione pubblica mondiale, soprattutto americana ed europea, si renda conto che i sistemi adottati finora sono contro i diritti umani e nascondono in realta' enormi interessi economici, che risultano poi quelli decisivi."

("Il Regno, 1998, n.4) E' una voce che non si leva nel deserto. Il Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra si e' espresso contro l'intervento militare, dopo una recente visita in Iraq; vi facevano parte delegazioni di chiese cristiane quali: patriarcato siriano ortodosso di Antiochia, chiesa d'Inghilterra, chiesa anglicana del Kenya e del Pakistan, chiesa episcopale degli Stati Uniti, chiesa luterana della Norvegia, chiesa armena ortodossa di Cipro, chiesa ortodossa greca di Antiochia del Libano e chiesa presbiteriana degli Stati Uniti.

 

Seimila bambini al mese

L'Organizzazione Mondiale della Sanita' parla di almeno seimila bambini che muoiono ogni mese per le conseguenze dell'embargo: mancanza di vitamine, anestetici, medicine, disinfettanti, farina. Robert Fisk - attualmente giornalista del The Independent inviato nel Golfo - testimonia: "Migliaia di persone sono morte di denutrizione e per mancanza di medicine: forse addirittura un milione, a prestare fede a certi funzionari dell'Onu. Baghdad e' stata attraversata in lungo e in largo dai cortei funebri di bambini (l'ultima volta ne ho contati settanta uno dietro l'altro). Tutta propaganda dell'odiato Saddam, certo; pero' sono stati in pochi a insinuare che le bare fossero vuote."

 

Gli Stati Uniti e il diritto internazionale

Infine e' lecito porsi un'ultima questione. E' conforme alle norme del diritto internazionale l'attacco minacciato dagli Stati Uniti per imporre al governo Iracheno l'apertura dei siti presidenziali alle ispezioni Onu? La risposta fornita da un giurista come il magistrato Domenico Gallo e' negativa: "L'uso della forza e' consentito soltanto per contrastare un atto di aggressione che derivi da un attacco armato altrui, ai sensi dell'articolo 51 della Carta dell'Onu, oppure per attuare le azioni coercitive che il Consiglio di sicurezza decidesse di intraprendere per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale, ai sensi degli articoli 42 e seguenti."

L'applicazione della risoluzione Onu 687 (ispezioni per il disarmo iracheno) non prevede infatti l'uso della forza militare ma l'embargo come mezzo coercitivo, segnando con cio' una differenza rispetto alla precedente risoluzione 678 che autorizzava a "usare tutti i mezzi necessari" per liberare il Kuwait. L'articolo 2 della Carta dell'Onu prevede che le nazioni "devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza" e che "devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo". Come si puo' notare la condotta degli Stati Uniti non rispetta questi principi anche quando "minaccia" l'uso della forza senza usarla. Puo' essere tutto questo giustificato in nome dell'applicazione di una risoluzione dell'Onu che non prevede l'uso della forza? "La pretesa - osserva il magistrato Domenico Gallo - e' altrettanto assurda e ingiustificata quanto sarebbe assurda e ingiustificata la pretesa della Libia di bombardare Israele per non avere adempiuto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 22.1.'67 che richiedeva a Israele di ritirarsi dai territori occupati durante la guerra dei sei giorni."

 

L'opposizione alla guerra

La minaccia di una nuova guerra ha visto mobilitate in questi giorni diverse associazioni. Nell'appello di Pax Christi si afferma che "l'attacco sarebbe sproporzionato rispetto ai fini". Vi si legge: "Chiediamo con tutta la forza che e' in nostro potere che si fermi il rullare dei motori da guerra e riprenda il dialogo della pace (...) Condanniamo decisamente la preparazione di ogni guerra e la detenzione di armi di distruzione di massa perche' offendono la dignita' dell'uomo e calpestano la vita (...) Ogni trattativa torni nella sede istituzionale piu' idonea, le Nazioni Unite".

A Taranto PeaceLink si e' fatta promotrice di un appello al Presidente della Repubblica a cui hanno aderito: Associazione per la pace (TA), Caritas Diocesana (TA), Casa per la Pace (Grottaglie), Chiesa Valdese (TA), Coop.Owen (S.Giorgio), Le Sentinelle (TA), Missionari Saceriani (TA), Movimento S.Francesco Saverio (TA), Oltre le barriere (TA), Osservatorio contro la criminalita' (TA), Pax Christi (TA), PeaceLink , Punto Pace presso Parrocchia S.Pasquale (TA), Taranto Solidale. Vi si affermava:
"Ci rivolgiamo a Lei, uomo di pace e garante della Costituzione, affinche' l'Italia ripudi una guerra concepita come "mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", secondo quanto sancito nell'articolo 11 della Costituzione stessa. Riteniamo conseguente che l'Italia non metta a disposizione alcuna base militare presente sul proprio territorio, affermando non solo un principio di pace ma anche un principio di sovranita' nazionale.

Affermiamo inoltre la nostra condanna contro le ambizioni di riarmo di Saddam Hussein, gia' peraltro in passato abbondantemente armato e finanziato dall'Occidente, ma riteniamo che un'azione militare non farebbe altro che rafforzarne il potere dispotico su un popolo, gia' vittima di un embargo civile condannato dallo stesso Pontefice. Confidiamo in una Sua ferma posizione contro questa guerra." Un ordine del giorno contro la guerra con contenuti similari e' stato approvato all'unanimita' dal consiglio comunale di Palagiano (TA).

Se queste prese di posizione appariranno superate dalla svolta di pace impressa dal viaggio a Baghdad del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, come sembra e come si spera, non sara' inutile ricordare lo sforzo di quanti hanno chiesto, assieme a tanti uomini e donne di buona volonta', che le armi della diplomazia vincessero sulla diplomazia delle armi.

Ritornano alla mente le parole di un uomo di pace, lo scrittore Hermann Hesse, che scrisse: "Il nostro compito quali esseri umani consiste nel compiere, all'interno della nostra propria, unica, personale esistenza, un passo avanti sulla strada che dalla bestia porta all'uomo."

Alessandro Marescotti c/o PeaceLink, c.p. 2009, 74100 Taranto (Italy)


http://www.1ceas.org/interviste/parvapolis/Presentaz.%20Intervista%20Leeden.htm 

Priverno. Come uscire dalla violenza terroristica. Michael Leeden, il consigliere di Bush: «È stata una guerra di "liberazione". Tutto il mondo ha visto la gioia del popolo iracheno. La guerra ora si sposterà in Siria e Iran»

Davanti le Telecamere di ParvapoliS Michael Leeden, consigliere di George Bush, rappresentante dell'American Enterprise Institute, a Priverno per la conferenza internazionale organizzata dal Ce.A.S. «Come uscire dalla violenza terroristica. Analisi comparata dei processi di pace». Una valutazione dell'azione anglo-americana... «È stata una guerra di liberazione da un didattore. Avete visto le immagini di gioia della popolazione iraquena. Credo non occorra aggiungere altro». Immagini che abbiamo visto anche in Italia, quando gli alleati ci "liberarono" dal Fascismo... «La dittatura di Saddam è durata più tempo». La fase postbellica? «Sarà molto difficile, anche per l'ostracismo che troveremo da Iran e Siria». Come ha valutato l'azione del governo italiano? «L'Italia esce molto bene da questa storia». Iraq, solo la prima tappa di una guerra più estesa? «I prossimi obiettivi sono Siria ed Iran. Vogliamo esportare il valore della democrazia in tutto il mediooriente». Suo figlio è un marines. Cosa vuol dire? «Ormai sono degli eroi. Sono un po' come i cowboys di una volta. C'è molto patriottismo negli Usa ed i ragazzi si iscrivono all'Università solo per poter diventare ufficiali». Il suo intervento al convegno del Ceas si intitolava "I processi di pace funzionano?" Le rigiriamo la domanda. «I processi di pace storicamente non hanno mai funzionato». Questo perché il terrorismo fa affidamento sul supporto dello Stato? «La pace prepara la guerra. Considero Machiavelli una guida affidabile perché parte dal punto più importante: la natura umana, l'uomo è più incline al male che al bene. La nostra propensione a fare del male si arricchisce con il desiderio e la volontà di guadagno. L'uomo non è mai sazio, il suo appetito per la soddisfazione è illimitato, cerca di espandere il suo dominio. La missione di un rappresentante dello Stato è fermare questi impulsi malvagi. Durante il tempo in cui l'uomo vive senza un potere comune che lo pone sotto un timore reverenziale c'è la guerra. Non dobbiamo essere lasciati a noi stessi, la virtù deve essere gestita da leader saggi. La pace non è assenza di guerra ma è restrizione degli impulsi. La pace eterna è un sogno e la guerra è parte necessaria dell'ordine mondiale voluto da Dio». La pace imposta porta alla pace totale, all'unione politica? «Certo, è difficile trovare un esempio di pace non successiva ad un intervento militare. La guerra non è una garanzia per la pace futura ma ne è il presupposto, è la strada più sicura per la pace duratura Il termine processo di pace è un'invenzione di Kissinger. Esempio fuorviante di un tentativo diplomatico è quello israelo-palestinese. Gli anni che hanno fatto seguito ad Oslo sono stati più sanguinosi dei precedenti. Non c'è stata pace nonostante il supporto internazionale. Era inevitabile, non è sufficiente parlare ma è necessario sconfiggere i paesi terroristi come Iran, Iraq, Siria. I diplomatici possono negoziare ma ci vuole un cambiamento netto nei regimi». Quando si parla di processi di pace si parla di guerra? «Un modo deprimente di vedere il mondo ma è così a meno che non si cambi la natura umana come pensavano gli illumunisti con l'istruzione in modo tale che l'uomo possa comprendere l'irrazionalità della guerra. La teoria di Machiavelli però è fallita anche se non totalmente. Elemento sopravvissuto è la fede nella democrazia. Uno Stato democratico più difficilmente inizierà una guerra perché democrazia è consenso, non imperialismo e dominio».

Elisabetta Rizzo


http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=783 

Superfalchi a colazione

 (primo articolo di due)

di Angela Pascucci

 

(il manifesto del 31/03/2003)

 

Dall'inizio del conflitto, ogni venerdì mattina i capi dell'American Enterprise institute (il think tank più influente della destra americana) si riuniscono per un incontro chiamato «black coffee briefing». Ecco, testualmente, cosa si dicono.


Richard Perle. La mia impressione è che questa guerra stia andando bene e che la resistenza irachena sia minima
William Kristol. Questa sarà una vera guerra di liberazione, combattuta come una guerra di liberazione
RICHARD PERLE «La mia impressione è la stessa della maggioranza di voi, immagino: che questa guerra sta andando bene, che la resistenza è stata minima. Ciò non mi sorprende. E non sorprende i nostri strateghi. Lo diciamo da molto tempo che ci sono poche persone pronte a combattere per Saddam e tanto meno a morire per lui. Ed è piuttosto ironico che, guardando la televisione, vi siano più manifestanti a San Francisco che persone pronte a combattere per Saddam in Iraq. (...) Questa è una guerra per liberare un paese. (...)Queste considerazioni possono sembrare un po' incaute. La guerra continua, e sarebbe da folli assumere che andrà avanti liscia come sembra essere andata finora. E, tristemente, abbiamo avuto già alcune perdite. Ma sembra chiaro che questo regime è stato condotto alla fine da una coalizione di più di 40 paesi - e il numero è in aumento, naturalmente. (...) Il che dimostra quanto sia menzognero l'argomento dell'unilateralismo, che noi stiamo procedendo da soli. In Europa, ad esempio, ci sono più paesi dalla nostra parte di quanti non siano quelli che si oppongono (...)». MICHAEL LEDEEN «Questa è una battaglia in una lunga guerra (...) e non possiamo vincere, se ci limitiamo al solo Iraq. Penso che i paesi del terrorismo che confinano con l'Iraq, vale a dire Iran e Siria, lo sappiano. Penso che il piano di Saddam fosse di sparire in Siria, come Osama bin Laden è scomparso in Iran alla fine - o a metà - della guerra in Afghanistan. Penso che gli iraniani e i siriani intendano fare tutto quello che è in loro potere per destabilizzare i nostri sforzi in Iraq, quando la guerra sarà finita e ci saremo insediati sul territorio. Ci sono due modelli per la loro azione. Uno è il Libano degli anni `80 e l'altro è l'Afghanistan oggi (...)». RADEK SIKORSKI «Prima di tutto voglio portare ai miei colleghi gli auguri di un paese, la Polonia, che sta combattendo a fianco delle truppe americane. (...)L'Europa paga già un alto prezzo per questo conflitto. Si è spaccata grosso modo in due metà (...) e penso che per gli Stati uniti sia meglio questo, piuttosto che un'Europa unita su una base anti-americana. Ma ciò non è buono nel lungo periodo. Perché credo che fondamentalmente ciò che ci unisce è più di quel che ci divide. Vi sono almeno due importanti compiti che l'Europa e l'America devono portare a termine insieme. Uno è cancellare il debito lasciato dall'impero sovietico, per stabilizzare lo spazio post- sovietico e, secondo, agire insieme per democratizzare il Medioriente allargato. Ma l'Europa in questo non è stata utile agli Stati uniti (...). Tuttavia spero che vi sia una via d'uscita a questa crisi (...). Perché dovrebbe essere assolutamente chiaro che gli Usa hanno ancora abbastanza potere e amici in Europa da impedire che il continente si unisca contro di loro (...)». RICHARD PERLE «Stiamo assistendo, e assisteremo, all'impatto straordinario di tecnologia militare avanzata sviluppata in questo paese (...). Ciò significa un notevole risparmio di forze - forze applicate con grande precisione solo dove e quando è necessario. Ciò ha molte implicazioni, anche umanitarie. Non è più necessario distruggere vaste infrastrutture per difendersi con efficacia da un nemico che vuole danneggiarci.(...)». WILLIAM KRISTOL « Suppongo che questa sarà chiamata dagli storici la Seconda guerra del Golfo, ma non credo sia corretto nel senso che per molti aspetti è diversa e quasi l'opposto della prima guerra. Io ero allora alla Casa bianca di Bush e vi fu una grossa campagna di bombardamenti. E' quello che dovevamo fare. Non avevamo altra scelta tecnologica allora. (...) Ma non sarebbe scorretto dire che nel 1991 siamo andati per riportare sul trono l'emiro del Kuwait, salvare la famiglia saudita del petrolio. Come era necessario. Non potevamo lasciare in mano a Saddam metà delle risorse petrolifere del mondo, con tutte le implicazioni conseguenti per l'economia mondiale, per la stabilità geostrategica, per la sua ricchezza e abilità di ottenere ancor più armi di distruzione di massa, anche più in fretta. Così è stata una guerra giusta. Abbiamo assicurato i rifornimenti di petrolio, stabilizzato la regione ma di fatto non abbiamo aiutato il popolo arabo (...). Questa sarà una vera guerra di liberazione, combattuta come una guerra di liberazione. Penso che le implicazioni nel mondo arabo saranno molto significative, stupefacenti. (...)». M. LEDEEN « Io penso che la storia avanzi per paradossi. Uno dei paradossi è che più grande è il potere che hai e più grande il tuo vantaggio sugli altri, meno probabile è che tu debba combattere guerre davvero sanguinose, perché la tua superiorità è evidente. Il secondo paradosso è che quando si ha la missione giusta, è più facile avere grandi risultati. Quel che è andato male nel `91 è che la nostra missione non era quella di rimuovere Saddam Hussein, e questo ha ristretto le nostre possibilità(...)». R: PERLE «E' azzardato fare previsioni all'inizio della campagna, ma credo che questa guerra farà risparmiare vite umane, e che i dimostranti che in buona fede protestano perché hanno orrore della perdita di vite umane dovrebbero guardare alla matematica. Vite saranno salvate con l'abbattimento di Saddam, se facciamo il calcolo della gente che perde la vita per mano sua in quel suo paese (...)». MR. BAXTER (Domanda dal pubblico), del quotidiano economico tedesco Handelsblatt.

« Si è detto che questa guerra contro l'Iraq è solo il primo passo in una più vasta guerra regionale, che paesi come la Siria e l'Iran potrebbero essere i prossimi nel mirino. Cosa intende fare l'amministrazione per convincere paesi che criticano la guerra, come Francia e Germania? Non c'è la possibilità che il fossato si approfondisca e che alla fine si avranno vasti danni collaterali sul versante diplomatico?» M. LEDEEN «Sì, forse. Ma è perché paesi come Francia e Germania insistono a puntellare regimi oppressivi e tirannici come Iran e Iraq. Se si unissero al campo democratico, non ci sarebbero queste dispute.E poi, nel caso dell'Iran, non sarebbe una guerra. Non richiede l'uso del potere militare. L'Iran è un paese dove, secondo loro sondaggi interni, più del 70% del popolo iraniano odia questo regime e vuole che finisca - e sono pronti per la democrazia. (...) E così spero che l'Iraq sia solo una battaglia di una più vasta guerra. Il presidente aveva ragione - il 12 settembre 2001 - quando ha detto che non avremmo fatto distinzioni tra il terrorismo e i paesi che lo sostengono. E ad essere seri, rovesciare il regime iraniano è l'azione centrale perché l'Iran è la nazione terrorista più pericolosa del mondo. E' la madre del moderno terrorismo (...)». MR DEGTER (dal pubblico): « Parliamo del senso di vendetta che avverto contro la vecchia Europa. E' giustificato? La Germania, che voi ponete nel campo avverso, sta facendo molto più di tanti alleati degli Usa che voi citateche voi citate. Nel sostegno logistico, ad esempio. E' terribile che voi parliate contro un paese che ha preso una posizione differente in legittimo disaccordo con gli Stati uniti. E inoltre, la questione della Onu e la ricostruzione dell'Iraq...» W. KRISTOL «Io distinguerei - ai fini del discorso - Germania e Francia. (...) Io penso che una diplomazia brillante e intelligente, che può essere troppo sperare dal Dipartimento di stato, dovrebbe puntare a dividere la Germania dalla Francia. La Francia non è interessata al mondo che l'America, a mio avviso, dovrebbe cercare di forgiare. (...) Non voglio punire Francia e Germania. Ma non voglio neppure insistere sul fatto che tutto debba essere fatto con tutti 19 o 25 paesi, o quanti sono ora, dell'Ue.(...) Essere vendicativi sarebbe folle, ma anche essere codardi lo sarebbe. Quanto all'Onu, ho firmato una lettera, insieme ad altri amici dell'Aei. Una lettera bipartisan, repubblicani e democratici, nella quale si afferma che abbiamo bisogno di ricostruire l'Iraq. Abbiamo bisogno di restare lì. E' un vero impegno, militare e civile. Abbiamo bisogno di lavorare con le istituzioni internazionali e gli alleati per farlo. (...) ma agire attraverso le istituzioni non significa lavorare con l'Onu. Una delle grandi conquiste dell'amministrazione Bush degli ultimi sei mesi, passata forse inavvertita, è stato di dimostrare che si possono costituire alleanze e coalizioni senza passare necessariamente attraverso l'Onu (...). Mi si deve dimostrare nei fatti (...) che l'Onu è migliore di tutte le strutture di alleanza regionale immaginabili. (...) Non dobbiamo presumere che tutte le istituzioni ereditate dal passato siano inutili, ma neppure che siano sacrosante. (...) L'amministrazione Bush è andata all'Onu, ha cercato di ottenerne l'appoggio. Non c'è riuscita. Ha detto, bene, avete scelto di non sostenerci, andiamo avanti con gli alleati che abbiamo per fare ciò che riteniamo necessario. Non c'è niente di vendicativo in questo. E penso che nessuno statista responsabile degli Stati uniti abbia detto una singola cosa sgradevole sulla Germania. La Francia è un po' diversa (risate). (...) Quel che Schroeder ha detto è stato assolutamente senza precedenti nel dopo-guerra e la risposta americana è stata piuttosto blanda. La Francia è un'altra storia, perché di fatto ha condotto una campagna per indebolire la capacità Usa di intraprendere ciò che ritenevamo necessario per la nostra sicurezza e i nostri interessi. Un comportamento senza precedenti da parte di una nazione che afferma di essere alleata(...)». R. PERLE «La questione non è la vendetta americana. La questione della ricostruzione (...) sarà decisa dagli iracheni. E perdonerete se in questa circostanza gli iracheni saranno vendicativi. Per come la vedo io, la Francia ha resistito fino alla fine, e resiste ancora oggi, alla liberazione del loro paese. Così non è probabile che saranno grati o ben disposti verso la Francia e. in misura minore, non credo che sentiranno di dovere alcunché alla Germania. (...)Infine, l'Onu: è stata progettata per impedire invasioni nel futuro. Non era destinata a proteggere noi o altri contro le minacce che dobbiamo fronteggiare ora, minacce che possono venire dall'interno di un paese che si può pensare sia contenuto ma tuttavia capace di diventare sempre più minaccioso. (...) Così non abbiamo obiezioni nei confronti dell'Onu. Semplicemente il tempo è passato per la struttura Onu come istituzione che garantisca la sicurezza. Oggi va bene per la sanità, l'agricoltura mondiali, e per il mantenimento della pace. Per questi scopi penso che ne abbiamo bisogno. Ma non possiamo aspettarci che faccia cose che non è nata per fare e non è in grado di fare. Così abbiamo bisogno o di nuove istituzioni o di una riforma radicale delle Nazioni unite (...). Penso che dovremmo iniziare un dibattito per rivedere la Carta dell'Onu. Oggi questa Carta non è all'altezza del compito di difendere i popoli in un mondo di terrore». M.LEEDEN «Questo è il minimo. Noi dovremo far uscire la Francia dal Consiglio di sicurezza.(...) In realtà lo ha già dimostrato Clinton con la Bosnia che non abbiamo bisogno delle Nazioni uniti per procedere a serie operazioni internazionali. Giusto?»


http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=784 

Chi sono e da dove vengono

 (secondo articolo)

di Angela Pascucci

 

(il manifesto del 31/03/2003)

 

Perle, Wolfowitz, Leeden, Kristol, Sikorsk, l'ala pensante dei neo-conservatori Usa


Washington, 21 marzo. La guerra all'Iraq è iniziata da meno di due giorni e un gruppo di falchi neo-conservatori si incontra alle 8.30 del mattino nella sede dell'American Enterprise Institute (Aei), uno dei think tank di punta del nuovo liberal-imperialismo americano. Un «serbatoio di idee» altamente infiammabili. I Black Coffee Briefings hanno cadenza settimanale e quella mattina Richard Perle, Bill Kristoll, Michael Ledeen e qualche altro scelto commensale marciano alla grande sulla Road to War...and Beyond, (La via della guerra...e oltre), come si chiama il ciclo di incontri. Qui di seguito pubblichiamo alcuni stralci di quello scambio. Richard Perle, da quel giorno, è stato colpito da un missile collaterale e ha perso la presidenza del Board dei consiglieri militari del Pentagono per il «confilitto di interessi» che lo vedeva spremere molti soldi, nell'attività di mediatore d'affari, grazie alla sua carica. Principio che, se applicato integralmente, costringerebbe ad evacuare il Pentagono e la Casa bianca.

Comunque Richard Perle resta nel Board dei consiglieri, come restano in posizioni di preminenza ai vertici politici e militari americani i suoi compagni del Project for New American Century (Pnac), la creatura di William Kristol e Robert Kagan strettamente legata all'Aei, tenuta a battesimo nel 1997 dal vicepresidente Dick Cheney, da Donald Rumsfeld, capo del Pentagono, da Paul Wolfowitz, vice-segretario alla difesa, da Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.

Il credo ufficiale del Project, un peana al reaganismo, si riassume nella convinzione del «ruolo unico dell'America nel preservare ed estendere un ordine internazionale favorevole alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità, ai nostri principi», con quel che ne discende. Nel `97 sembravano ancora deliri. In definitiva, i neo-cons non ce l'avevano fatta con Bush padre, nel `92, quando Wolfowitz aveva sottoposto all'allora segretario alla difesa Cheney una bozza di Defense Policy Guidance centrata su tre punti: prevenire ogni «potere ostile» dal dominare regioni con risorse tali da consentirgli di diventare un grande potere; dissuadere ogni paese industrializzato dal tentativo di sfidare la leadership Usa; impedire l'emergere di un concorrente globale. Progetto mai accantonato e riemerso nel 2000, con Bush figlio, in un rapporto del Project che sarà interamente assunto dalla National Security Strategy che Bush annuncia nel settembre 2002, scardinando la dottrina di deterrenza in vigore nel dopo-guerra. Le macerie del World Trade Center sono la breccia attraverso cui passerà l'armamentario unilateralista, guerrafondaio, coperto da messianismo internazionalista, dei neo-cons.

Aspetto non secondario della grande avanzata, i forti legami tra l'Aei e il Likud israeliano. E' nel 1996 che Richard Perle e Douglas Feith, oggi potentissimo vice-segretario alla difesa per gli affari politici scrivono il programma per Benjamin Netanyahu, prossimo premier. In cui si raccomandava di archiviare gli accordi di Oslo e il concetto «terra in cambio di pace», e di annettere definitivamente la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Il Financial Times del 6/3/2003 rileva che, se molti della prima generazione di neo-cons erano ebrei, oggi lo sono praticamente tutti. Il 26 febbraio Bush dichiarava che l'imminente guerra all'Iraq era parte di una più vasta battaglia per portare al potere in Medioriente governi più filo-occidentali.

Qualche nota biografica, infine, dei partecipanti al «dibattito»: Michael Leeden è uno studioso dell'Aei che gli italiani possono leggere su Panorama. Radek Sikorski, ex-vice-ministro degli difesa (1992) e degli esteri (1998-2001) in Polonia, è oggi è direttore esecutivo all'Aei della New Atlantic Initiative. William Kristol dirige anche la rivista Weekly Standard, punta di lancia del pensiero neo-con e perciò chiamata Hawk Central, finanziata da Rupert Murdoch.




http://www.panorama.it/mondo/asiaafrica/articolo/

ix1-A020001019632+%22Michael+Leeden%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8

 

La scintilla non si spegnerà   

da Panorama del 19 giugno 2003

di Micharl Leeden

Presto conosceremo i leader del nuovo corso iraniano


 

Non si sa mai che cosa generi la scintilla di una rivoluzione. Il massimo che si può pretendere da un buon analista è che riconosca quella che i marxisti solevano definire una «situazione rivoluzionaria», ma il fattore scatenante è impossibile da individuare. Può essere solo intuito e i rivoluzionari sono i primi ad avvertirlo. Sentono la puzza di marcio e di paura che promana dai corridoi del potere. Avvertono gli odori rivelatori emanati dai leader predestinati. E captano i cedimenti della volontà e il progressivo degenerare delle reazioni di panico.

Questi sentori stanno cominciando a riempire l’aria delle piazze centrali nelle principali città iraniane e hanno spronato la gente ad assumere un atteggiamento di sfida sempre più sfrontato nei confronti dei mullah regnanti. Il regime è in una situazione di impasse effettiva. I mullah sanno che il popolo li odia (il 90 per cento degli iraniani desidera una svolta democratica, mentre il 70 per cento auspica un cambiamento drastico) e sono anche consapevoli del fatto che gli strumenti di repressione sono insufficienti per gestire un’insurrezione di massa. Molti leader delle forze armate hanno dichiarato apertamente che si schiererebbero con il popolo, se dovesse scoppiare un conflitto civile aperto. I membri di alcune fra le più potenti istituzioni del paese hanno affermato di essere convinti che oltre metà delle guardie rivoluzionarie sosterranno la popolazione in caso di scontro frontale. Dunque i mullah sono stati costretti a importare criminali stranieri, descritti come «afghani» dalla stampa popolare, per soffocare le dimostrazioni.

Sull’altro lato delle barricate, le forze favorevoli alla democrazia sembrano aver superato il punto di non ritorno. Sanno che, se si fermassero ora, molti di loro verrebbero sottoposti a terribili torture e a esecuzione sommaria.

Come al solito, il presidente George W. Bush è stato impeccabile nei suoi elogi a coloro che lottano per la libertà e nella condanna della repressione in Iran. Sarebbe davvero meglio che, nei prossimi giorni, il segretario di Stato Colin Powell e il suo vice, Richard Armitage, mettessero decisamente da parte il proprio prestigio a favore della causa della democrazia (quindi di un cambiamento di regime). Il motivo della mancata esplicita ratifica della democrazia iraniana è da ricercare in parte nella carenza di valide informazioni dall’Iran e, di conseguenza, nell’assenza di un’analisi accurata. A questo punto non è più possibile rimediare alla mancata analisi, da parte dell’intelligence, delle forze in gioco in Iran.
Le spie e gli ottusi credono che una rivoluzione democratica in Iran sia improbabile, poiché le forze sovversive non hanno un leader carismatico e senza un leader rivoluzionario non si fanno le rivoluzioni. I nostri pensatori incalliti temono che se noi sostenessimo i rivoltosi, rischieremmo di assistere a una replica delle rovinose insurrezioni che si sono verificate in Polonia e in Ungheria negli anni 50 e 60. Ma l’Iran di oggi non è assolutamente paragonabile all’Europa centrale di 50 anni fa, né alla rivoluzione in Francia che aveva le sue radici nell’America del XVIII secolo, né tantomeno con la Russia alla vigilia della rivoluzione bolscevica.

In tutti questi casi, i rivoluzionari rappresentavano una netta minoranza e solo una combinazione di leadership dinamica e supporto straniero permise di abbattere i regimi. Nell’Iran di oggi i rivoluzionari rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. Pertanto, il popolo iraniano è padrone del proprio destino. E i leader ci sono: solo che non ne conosciamo i nomi e i volti. Ma se rimarremo fedeli ai nostri principi ispiratori, e appoggeremo la rivoluzione democratica, presto avremo modo di conoscerli.

*Docente all’American enterprise institute


 

http://www.intermarx.com/ossto/

Cogrevi.html+%22Michael+Leeden%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8 

L'insistenza dell'oblio: appunti sul revisionismo storico

di Mario Coglitore
Con revisionismo storico si intende, in generale, una serie di orientamenti storiografici che rimette in discussione, completamente o in singoli aspetti, alcuni nodi cruciali della storia moderna e contemporanea - dalla Rivoluzione francese allo sterminio del popolo ebraico, dal fascismo e dal nazismo al comunismo sovietico. "Si tratta di un fenomeno non omogeneo che - pur nelle sue molteplici sovrapposizioni tra le varie correnti e nelle diverse combinazioni di revisioni e delegazioni da autore ad autore - è all'ingrosso schematizzabile in una destra di tipo nazista e fascista, in un'altra destra di tipo liberal-democratico e in una sinistra, soprattutto libertaria o comunista di tipo 'gauchista' (in prevalenza bordighiana e vetero-comunista), quest'ultima senza referenti accademici importanti e decisamente minoritaria."[1] Lo spirito di "revisione" che anima la liberal-democrazia messa al lavoro sui fatti della storia, senza dubbio la parte più consistente di ciò che oggi può essere considerato il pensiero dominante, tende ad emarginare dalla storiografia la nozione di lotta di classe e quindi tutta la politica, o le politiche, che proprio sulla lotta di classe hanno costruito la loro pluriennale azione di intervento nella società.
Il revisionismo liberal-democratico finisce per trasformarsi presto, dalla fine degli anni Settanta in poi, in una sorta di storiografia militante - ma questo vale certamente anche per le altre correnti revisioniste che lo stesso Bermani ha indicato - che occupa progressivamente lo spazio di analisi critica abbandonato dagli storici cosiddetti di "sinistra", dopo che essi avevano rinunciato in via definitiva ad ogni impegno, ancorché gravoso, proprio nell'ambito di quella storiografia militante di cui si diceva.
In Italia, esattamente alla metà degli anni Settanta, la polemica scoppiò violentissima a proposito di un'intervista rilasciata dallo storico Renzo De Felice, che aveva già scritto in quel periodo parte della sua monumentale biografia su Mussolini[2], proposta in termini storiograficamente eterodossi rispetto alla letteratura storica che fino ad allora si era occupata del regime fascista, ad un allievo di George L. Mosse, lo statunitense Michael Leden. Intervista sul fascismo, pubblicata da Laterza nel 1975, scatenò una ridda di contestazioni da parte degli storici che vi avevano letto, Nicola Tranfaglia fu ad esempio uno fra i tanti, esplicite prese di posizioni politico-ideologiche che avrebbero soltanto generato confusione e addirittura "guasti nelle nuove generazioni". Famosa resta la rivista "Italia contemporanea" che, in quell'occasione, pubblicò addirittura un appello contro la "storiografia afascista" incarnata da De Felice e il "qualunquismo storiografico" necessaria conseguenza delle dichiarazioni dello storico reatino.[3]
Veniva contestato a De Felice l'uso strumentale, in ambito storiografico, della teoria dei cosiddetti "opposti estremismi" e una rivisitazione troppo compiacente della figura del duce degli italiani e dell'intera nomenclatura fascista, frutto anche, sostenevano alcuni, di una interpretazione assolutamente non condivisibile delle centinaia di documenti consultati da De Felice presso l'Archivio di Stato in Roma. Negli anni successivi alla pubblicazione dell'Intervista, De Felice proseguì la sua ricerca per completare la biografia di Mussolini mentre tutt'attorno continuavano a crescere le contestazioni e le contrapposizioni alla sua opera, ormai dichiaratamente considerata "revisionista" senza alcuna possibilità di appello. Proprio in quello scorcio di fine decennio Sessanta - inizio Settanta, De Felice aveva cominciato, sulla scorta della minuziosa analisi delle vicende biografiche mussoliniane, ad istruire, per dir così, una nuova pratica relativamente all'interpretazione del fascismo, senza finalità polemiche, come egli stesso ebbe a dire, che non spettano certo allo storico.[4] Pur intendendo approfondire una riflessione che non poteva non prendere in considerazione un'intera porzione di storia nazionale che affondava le sue radici profonde nell'Italia liberale, con cui era indispensabile fare i conti per leggere il "lungo viaggio" del fascismo, forse mai davvero concluso anche in tempi di democrazia repubblicana, De Felice rischiava di "far troppo credito all'uomo [Mussolini], dai cui equivoci ed ambiguità verrebbe ingannato, proprio lui che ha tanto timore di ingannarsi. Ma questo, si potrebbe dire, è il mestiere dello storico, e ogni mestiere presenta i suoi rischi." [5] De Felice aveva in qualche modo rinunciato "aprioristicamente a tracciare un ritratto morale di Mussolini, cosicché il problema di fondo delle perplessità mussoliniane, e cioè il rapporto tra il carattere dell'uomo e la qualità della sua azione, rimane del tutto insoluto. Secondo De Felice, Mussolini non fu un intellettuale rozzo e ignorante, ma ebbe una considerevole dimensione ed evoluzione culturale." [6] Insomma una querelle di tutto rispetto soprattutto per l'insieme delle questioni che rimetteva in gioco; e non poteva trattarsi di poca cosa nel turbinio di un'epoca durante la quale le stesse cronache quotidiane erano confusamente dense di riferimenti ad organizzazioni, attive e meno attive, che sembravano direttamente ispirarsi, provenendo da molto lontano, alle vecchie e mai sopite ideologie nazionalfasciste.
Per molto tempo, tuttavia, si continuò a discutere, anche ferocemente in qualche caso, e si discute ancora oggi, sugli studi defeliciani e sulla loro prescrittiva valenza programmatica, per così dire, di più o meno occultata revisione perlomeno non radicalmente antifascista del Ventennio mussoliniano, quando non, addirittura, di riabilitazione del fascismo.
Del resto l'appello della storiografia ancorata saldamente ai valori della Resistenza e di quella direttamente ispirata dagli intellettuali e studiosi "organici" al Partito comunista fu ampiamente raccolto in quegli anni e forse soltanto oggi appare possibile una ridiscussione anche di certi miti fondanti autopoietici, a sinistra, più utili a cacciare gli spettri, come in taluni riti magici, che concretamente ad interrogarsi sul significato storico, e politico-culturale, del fascismo italiano.

Per quanto riguarda il panorama tedesco, più sensibile di altri per ovvie ragioni agli "scarti" di memoria e soprattutto alla rielaborazione dei ricordi legati a dolorose pagine di quella storia nazionale, una delle più note diatribe su quello che sarebbe stato definito successivamente da Jurgen Habermas un orientamento storiografico revisionista risale alla metà degli anni Ottanta.
Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno 1986 lo storico tedesco Ernst Nolte pubblica un intervento dal titolo Il passato che non vuole passare. Il riferimento ai trascorsi nazionalsocialisti della Germania era piuttosto evidente. "E' una singolare lacuna della letteratura sul nazionalsocialismo," scrive Nolte "quella di non sapere o di non voler prendere atto della misura in cui tutto ciò che i nazionalsocialisti fecero in seguito, con la sola eccezione della tecnica delle camere a gas, era già descritto in una vasta letteratura dei primi anni venti: deportazioni e fucilazioni in massa, torture, campi di concentramento, eliminazione di interi gruppi secondo criteri oggettivi, ordini di sterminio di milioni di uomini innocenti, ma ritenuti 'nemici'. [...] Tuttavia deve essere lecito, anzi è inevitabile, porre il seguente interrogativo: non compì Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un'azione 'asiatica' forse soltanto perchè consideravano se stessi e i propri simili vittime potenziali o effettive di un'azione 'asiatica'? L'arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo 'sterminio di classe' dei bolscevichi il prius logico e fattuale dello 'sterminio di razza' dei nazionalsocialisti?"[7]
Un mese più tardi la replica di Jürgen Habermas è piuttosto perentoria. Dalle pagine di Die Zeit dell' 11 luglio, con un articolo intitolato Una sorta di risarcimento danni, Le tendenze apologetiche nella storiografia contemporanea tedesca, Habermas senza mezzi termini accusa un intero gruppo di storici (Stürmer, Hillgruber, Hildebrand) di neorevisionismo. La pretesa di costoro sarebbe quella di rifondare una sorta di identità nazionale, dopo aver evidentemente smarrito la propria storia, relativizzando le atrocità commesse dai nazisti con un risarcimento di danni del passato tedesco possibile attraverso la sua equiparazione ai crimini di Stalin. Si tratta, sostiene Habermas, di una inaccettabile apologia storiografica, il cui scopo ultimo appare quello di adescare l'opinione pubblica ad un ripensamento generale del nazionalsocialismo in favore di una ridefinizione di quei tragici fatti orientata in senso conservatore. I conti con un passato opprimente risulterebbero così saldati una volta per tutte. "I pianificatori di ideologie vogliono trovare consenso attraverso una rivivificazione della coscienza nazionale [...] i crimini nazisti perdono la loro singolarità grazie al fatto che divengono comprensibili se non altro come risposta alle minacce di sterminio bolsceviche (oggi perduranti). Auschwitz si riduce alle dimensioni di un'innovazione tecnica e si spiega attraverso la minaccia 'asiatica' di un nemico che continua a stare davanti alla nostra porta."[8]
L'apertura manifestata dalla Repubblica federale al sistema politico occidentale, conclude Habermas, è il vero grande apporto culturale del dopoguerra tedesco. Quella apertura è stata possibile grazie al superamento dell'ideologia del centro che i revisionisti intendono invece riproporre come caposaldo di una nuova e pericolosa dottrina. La centralità dei tedeschi in Europa e la ricostruzione di quel centro perduto fanno perdere memoria di un Occidente riconquistato a prezzo di un conflitto mondiale e dello sterminio di intere popolazioni.
Ma Nolte non sembra demordere. Se di colpa si può parlare, a carico dei tedeschi, essa consiste nell'aver amato sin troppo la civiltà occidentale fino a difenderla con ogni mezzo necessario dalla minaccia bolscevica. Nazismo e campi di concentramento vengono spiegati e collocati dentro ad uno scenario internazionale che ruota attorno alla rivoluzione leninista in quanto elemento scatenante di un conflitto destinato, per molti versi, a non concludersi mai. Nel 1989, la caduta del muro di Berlino sembra seppellire definitivamente l'angosciosa guerra non guerreggiata che ha opposto due blocchi per quasi un cinquantennio, democrazie liberali e capitaliste da una parte e comunismo sovietico dall'altra, ma è giocoforza ammettere che ci resta la scomoda memoria di una tragica epopea dello sterminio che non fu rivolto esclusivamente contro gli ebrei.
Nolte, tuttavia, sembra essere soltanto il punto d'arrivo di una rilettura della storia che è cominciata prima, vale a dire direttamente da Carl Schmitt, secondo il quale la rivoluzione dei bolscevichi distrugge letteralmente il diritto pubblico europeo e lascia esplodere la guerra civile dell'ideologia amplificando il conflitto addirittura su scala mondiale. Il comunismo produce il fascismo come esito ineludibile della minaccia che viene da Est, come unico baluardo per la salvezza della civiltà europea, o sarebbe meglio dire della borghesia europea che a tutti gli effetti di quella civiltà incarna i valori essenziali ed irrinunciabili.
Naturalmente alla visione apocalittica, in certo senso, sostenuta da Nolte, si oppone una tradizione di studi secondo la quale, è utile sottolineare sulla base di analisi storiche piuttosto convincenti, il fascismo si è imposto dopo il tramonto del "biennio rosso" e a cose fatte nell'ex Russia zarista, mentre il nazismo sembra emergere dalla crisi del sistema capitalistico anche a seguito del collasso mondiale dell'economia del 1929. Va abbandonata senza indugio, dunque, la tesi secondo cui sarebbe stato il comunismo ad imporre una sorta di "conflitto permanente", scatenato contro le democrazie liberali europee e successivamente esteso in tutto il pianeta. In un saggio di qualche anno fa è Giorgio Galli a confutare il punto di vista storiografico di Nolte, proprio a partire dalle origini di quella che lo storico tedesco in più occasioni ha definito "guerra civile europea". E' plausibile secondo Galli, infatti, parlare di guerra civile, poiché i conflitti che hanno aperto il Ventesimo secolo non hanno conosciuto soltanto la contrapposizione tra Stati ma anche tra classi sociali; ma è un errore grossolano, e naturalmente colpevolmente ideologico, considerare la rivoluzione leninista del 1917 il principio assoluto di una guerra che si combattè anche tra ricchi e poveri. Piuttosto, insiste Galli, è stato la prima guerra su scala mondiale del 1914, quando il comunismo era forse appena un'idea nemmeno venuta a completa maturazione, a riscrivere la mappa dei futuri conflitti nell'Europa dell'Ovest e dell'Est. Quanto va sostenendo Nolte, ma Galli sta pensando anche al francese Furet, riflette una visione deformata di ciò che è accaduto nel secolo che si è appena chiuso; un secolo caratterizzato non tanto dallo scontro acerrimo tra comunismo e fascismo, né tantomeno percorso trasversalmente dalla minaccia comunista o incardinato nell'opposizione permanente tra aquila statunitense e orso sovietico, sancita secondo molti studiosi dalla Guerra Fredda; piuttosto un secolo americano, e in questo caso si recupera una linea interpretativa che non appartiene alla storiografia ufficiale, i cui "tempi storici" sono stati scanditi essenzialmente dall'approntamento della intrusiva politica estera degli Stati Uniti, una combinazione efficacissima di tecnologia militare e finanza che ha potuto condizionare il destino della stessa Europa a partire dalla prima metà degli anni Quaranta.[9]
Ma torniamo in terra tedesca. Habermas continua a non avere dubbi. "L'unico patriottismo che non ci allontana dall'Occidente è un patriottismo della Costituzione. Una convinta adesione ai principi universalistici della Costituzione si è purtroppo potuta formare nella nazione civile dei tedeschi dopo e attraverso Auschwitz. Chi vuole impedire di arrossire di vergogna per questo fatto con una espressione vuota come 'ossessione della colpa' [...] chi vuol richiamare i tedeschi a una forma convenzionale della loro identità nazionale, distrugge l'unica base attendibile del nostro legame con l'Occidente." [10]
In Germania, e in particolare per le generazioni immediatamente successive alla caduta del Reich, l'approntamento della Costituzione democratica generò anche un circuito dialettico, chiamiamolo così, tale da consentire almeno una riflessione critica intorno ad avvenimenti e scelte ideologiche che avevano aperto profonde ferite nell'Europa del Novecento. Il revisionismo, al contrario, contro cui Habermas polemizza immediatamente, sembra accentuare una torsione del ricordo e quindi una rielaborazione del proprio passato in chiave di de-colpevolizzazione assoluta. Liberarsi del senso di colpa, instillato, come si è spesso sostenuto e non soltanto in Germania, da una intellettualità di sinistra che tende a coprire i misfatti della propria cultura di appartenenza, diventa la parola d'ordine alla quale anteporre qualsiasi analisi critica. La mancanza di chiarezza diffusa, e sorretta, dalle stesse democrazie del dopoguerra che faticano a "mettere a regime" la complessa macchina dello Stato rende ancora più complesso il tentativo di segnare dei percorsi duraturi della memoria. Ma anche di avviare ricerche storiche che rispettino almeno delle regole minime condivise. Il criterio della cosiddetta "scientificità" nell'analisi è per gli studiosi occidentali una specie di nevrosi, una sorta di ossessione sottile che rende spesso poco dinamico il ragionamento, scarsa la capacità di accettare visioni a tutto tondo della realtà.
Tuttavia, nel caso che stiamo prendendo in esame, se per criterio scientifico vogliamo assumere quello relativo alla disamina dei puri e semplici fatti, o di certi fatti, è giocoforza ammettere che tra nazismo e stalinismo le differenze si fanno piuttosto marcate. In aggiunta a questo si potrebbe constatare, a mo' di esemplificazione, che l'ampia permanenza di parte della cultura millenaristica appartenuta ai mentori del Terzo Reich dimostra se non altro una capacità di sopravvivenza e trasformazione che nemmeno l'Unione Sovietica governata nel regime di terrore progettato da Stalin ha saputo lontanamente mantenere.
Le origini culturali del Terzo Reich, del resto, affondano le loro radici nel fertile terreno di un Occidente sconosciuto ai più. Ciò che l'apparato militare e politico di Hitler fu, rappresenta soltanto la parte visibile di un iceberg che galleggia nel grande oceano delle culture sommerse e sarebbe un errore imperdonabile considerare il nazismo semplicemente come l'espressione di una dittatura pronta a difendere con ogni mezzo il proprio futuro affidato agli Dei del Walhalla, ma destinata ad inevitabile sconfitta ad opera delle forze della democrazia. C'è di più. Il nazismo è stato anche una visione del mondo, una cultura per dirla con una parola sola, ben radicata nel gruppo dirigente e diffusasi rapidamente nella società tedesca. Non bisogna stupirsi che a distanza di molti anni uno storico come Nolte debba ancora fare i conti con essa.
Il dramma dell'Olocausto si inserisce bene in questa fitta trama ideologica. Il revisionismo definito "olocaustico" o "negazionista", che secondo alcuni consegue direttamente alle "rivisitazioni" storiche proposte da Nolte, nega decisamente la volontà, peraltro suffragata da una notevole quantità di documenti, da parte nazista di procedere ad un sistematico annientamento della popolazione ebraica presente nei territori del reich e, proprio per questa ragione, l'esistenza stessa di un progetto specificamente dedicato alla cosiddetta "soluzione finale". Questo tentativo di riscrittura della storia annulla implicitamente anche la caratteristica fondamentale attribuita dai più ai campi di concentramento voluti da Hitler, vale a dire l'essere stati costitutivamente laboratori di morte programmata. In questo quadro di riferimento, è ovvio, le camere a gas diventano semplicemente delle finzioni utilizzate allo scopo di amplificare in maniera esorbitante il preteso sterminio di un popolo intero; al contrario le cifre reali delle vite umane sacrificate andrebbero ampiamente riviste: 200.000 persone al massimo secondo Roeder; forse quasi un milione per Rassinier. Certo non i sei milioni di morti che risultano da altre stime.
"Questa tematica ha riguardato sin dai tempi del processo di Norimberga la destra neonazista, ma tocca più di una posizione politica e ideologica, dall'antisemitismo di tipo nazista all'anticomunismo di estrema destra, dall'antisionismo al nazionalismo tedesco, dai vari nazionalismi dei paesi dell'Est europeo al marxismo, dal pacifismo libertario allo stalinismo. Posizioni che spesso si intersecano e che danno luogo a ibridismi a volte sconcertanti, per non dire aberranti." [11]
Paul Rassinier, un emblematica figura di revisionista già deportato in campo di concentramento a Buchenwald e Dora, socialista anticolonialista e militante pacifista, è convinto fino alla morte, avvenuta nel 1967, dell'esistenza di un complotto ebraico internazionale che ha piegato ai propri innominabili fini i terribili eventi occorsi durante il secondo conflitto mondiale. Soltanto ridimensionando il significato dell'Olocausto, a cominciare dall'esorbitante numero di vittime che la propaganda sostenuta da quel complotto, a sentire Rassinier, ha consegnato alla memoria d'Europa e del mondo intero, sarà possibile raccontare quella tragica storia senza distorcere il ricordo.
Il revisionismo "olocaustico" tocca da vicino anche le aree ideologiche appartenenti alla sinistra. E' lo stesso Bermani a sottolinearlo con chiarezza nel lucido saggio dal quale abbiamo tratto alcune considerazioni particolarmente efficaci. "Dagli anni Ottanta - pur toccando varie posizioni ella sinistra comunista e libertaria - il 'revisionismo olocaustico' è particolarmente radicato in area bordighiana. Le posizioni di questo revisionismo di sinistra trovano un loro antecedente in un articolo di Amadeo Bordiga, Vae victis, Germaniae, pubblicato su 'Il programma comunista' nel 1960, per il quale smentire la ricostruzione storica dello sterminio significava colpire al cuore l'antifascismo interclassista, giudicato controrivoluzionario in quanto prodotto dell'alleanza tra stalinismo e imperialismo per frenare lo slancio rivoluzionario del proletariato europeo. L'amplificazione dello sterminio degli ebrei a opera del sionismo finiva inoltre, secondo Bordiga, per ridurre il nazismo a un regime razzista, cancellando gli aspetti classisti e antioperai di esso, ciò che impediva di leggere l'universo concentrazionario come articolazione del dominio capitalistico, ossia qualcosa che non era del tutto estraneo alla logica dello sfruttamento capitalistico anche in tempo di pace."[12]
Si tratterebbe, in una parola, posizione questa comune a molte sinistre - certamente quella revisionista francese per fare un esempio - di rileggere la Seconda guerra mondiale come scontro epocale tra nazioni ed imperialismi e non tanto come lotta secolare tra democrazia (il regno della luce) e barbarie (il regno delle tenebre). Insomma sono l'ideologia dell' "antifascismo a tutti i costi", e il mito della Resistenza che ne è conseguito - e non vi è alcun dubbio che l'intransigenza manifestata sull'argomento per alcuni decenni dal vecchio PCI sia la dimostrazione di questa necessità vitale di fare costante riferimento ad un insieme di valori, intrinsecamente dominati dall'ideologia tipica dei vincitori, posti a baluardo della ragione stessa delle magnifiche sorti progressive del Partito e dei suoi inviolabili principi - ad essere messi in seria discussione. Eppure rendere "relativi" i crimini del nazismo, sarebbe un imperdonabile errore. Al contrario, bisognerà indagare là dove spesso molti storici non guardano o non vogliono guardare. A quale oscuro progetto rispose l'approntamento di campi di lavoro ben presto trasformati in fabbriche di eliminazione fisica delle razze non ariane?
Nolte stesso riduce Auschwitz ad una banale questione tecnica: e quello fu l'errore, vale a dire rendere sistematico, scientifico, lo sterminio. La comunità internazionale era al corrente dell'esistenza dei campi di concentramento fin dalla loro originaria costituzione [13] e Hitler divenne semplicemente facile preda del parossismo della sua esaltazione fanatica, e con ciò intendo anche l'esasperazione di una posizione culturale portata ai limiti estremi, quando autorizzò le deportazioni di massa. Tutto ciò, sia chiaro, non ebbe a che fare con alcuna pretesa follia ma con una fantasia paranoica sull'enorme potere della comunità ebraica nel mondo ampiamente condivisa. Il giudaismo è già di per sé una minaccia temibile per chi si considera figlio della cultura nordica popolata da molti Dei e dai molti strani simboli della società crepuscolare messa al bando dal Cristianesimo e costretta a rifugiarsi nei residui pagani di una serie di culture frammentate, parti delle quali hanno tentato di sopravvivere oscuramente negli ultimi 2000 anni.
Oggi la revisione, certa revisione più precisamente, della storia disvela il tentativo di opacizzare la memoria di alcune generazioni, rovesciando apertamente in taluni casi la stessa analisi dei fatti presi in considerazione. Abbiamo constatato come le caratteristiche essenziali della rivisitazione del "passato che non passa", relativamente alla questione tedesca, siano almeno tre: negazione della pratica dello sterminio come unicamente attribuibile al nazismo; rifiuto di una colpa non imputabile in particolare a qualcuno; pacificazione nazionale - il caso della lotta partigiana in Italia è un ottimo esempio, attraverso la normalizzazione dei conflitti interni e la loro riscrittura nei termini più blandi di un'opposizione storicamente non determinata da radicali diversità ideologiche. Il fenomeno assume proporzioni a volte inaspettate, uscendo per così dire dagli ambiti dell'intellettualità uiversitaria.
Ideologicamente legittimati dagli storici del revisionismo di cui abbiamo parlato poc'anzi, Nolte, Fest, Hillgruber, Irving (l'inglese Irving nega in realtà lo stesso Olocausto) che hanno sostenuto a chiare lettere la legittimità del genocidio nazista come una "risposta dovuta" al bolscevismo, "la più grande infamia di questo secolo", e supportati da apparati istituzionali organizzati e presenti capillarmente nel territorio - tra i più noti la Dvu (Unione popolare tedesca) e l'Npd (Partito nazionaldemocratico) - le bande neonaziste tedesche, al pari di quelle italiane, imperversano in Germania raccogliendo l'approvazione di molte più persone di quanto non ci si possa aspettare. Se si muove un'intera intellighenzia, se la frattura è talmente rilevante da consentire addirittura a stimati storici di sentirsi finalmente liberi di dire ciò che da tempo pensavano, è evidente che un intero sistema di valori culturali e politici si sta rinnovando dentro ad una nuova fase non soltanto dei rapporti economici a livello planetario ma anche di quelli di potere in senso stretto.

Revisionisti non possono essere considerati unicamente gli storici che negano l'esistenza delle camere a gas; al contrario, esiste un buon numero di studiosi che negli ultimi anni ritiene utile tentare di riscrivere la storia del Novecento, e non unicamente quella, sulla scorta della rilettura di una serie di avvenimenti in senso schiettamente reazionario. Si tratta, in sostanza, di utilizzare parametri ideologici funzionali ad una revisione, appunto, della storia moderna e contemporanea volta alla rapida liquidazione delle grandi esperienze rivoluzionarie che costituiscono il sostrato teorico e intrinsecamente culturale non soltanto di quella che si sarebbe detta un tempo la memoria "proletaria" ma certamente anche di quella "borghese". Probabilmente esiste una continuità, mai interrotta, tra la rivisitazione critica del 1789 parigino e dell'ottobre russo del 1917 individuato come inizio della catastrofe novecentesca a seguito della rottura definitiva della pace sociale e degli equilibri strategici e politici nell'Europa cristiana. Forse, come suggerisce qualcuno, è la difesa millenaria dell'Occidente contro l'Oriente, della democrazia e della libertà contro la tirannia, consacrata da cinquant'anni di Guerra Fredda; insomma l'opposizione tra la civiltà dell'Ovest e la barbarie dei despoti dell'Est.
Eppure, potendo guardare alla storia senza l'utilizzo, pressante e continuo, di filtri ideologici, si riuscirà facilmente ad argomentare come sia costante nel pensiero occidentale considerare con una certa facilità barbaro, in nome di una presunta supremazia economica e politica, tutto quanto sta appena al di là dei confini del vecchio continente. Così la guerra al Terzo Reich hitleriano diventa la crociata della democrazia contro il popolo tedesco, confuso più spesso di quanto non si creda con l'apparato nazista, fino all'autorizzazione dell'uso di qualunque mezzo militare per raggiungere lo scopo prefissato, come il bombardamento di Dresda, per citare uno degli esempi più eclatanti, lascia intendere con chiarezza. Un repertorio piuttosto vasto di esemplificazioni, in tal senso, dimostra che il ricorso alla violenza diffusa, totale verrebbe da dire - la furia atomica scatenata su Hiroshima e Nagasaki rappresenta al "turning point" di metà del secolo appena trascorso il passo estremo di una logica intrusiva di potere che abusa perfino di se stessa, in qualche misura -, è stato il leitmotiv dell'Occidente guerriero disposto ad una resa dei conti senza limiti.
Per ciò che concerne le vicende italiane, la storia, a lungo poco frequentata quando non addirittura dimenticata, del colonialismo fascista nell'Africa orientale è stata testimonianza di un esperimento ideologico di marca prettamente revisionista per rafforzare la rimozione di alcuni avvenimenti scabrosi dall'immaginario collettivo, alimentando una ricostruzione dei fatti fortemente condizionata dal mito del "buon italiano" e ad esso subordinata. Dopo quasi mezzo secolo di menzogne, e soltanto grazie alla pubblicazione di documenti d'archivio inoppugnabili, si è ammesso pubblicamente l'uso di gas tossici nella guerra di conquista condotta dall'esercito italiano in Etiopia. E' stata conservata, per alcuni decenni, una memoria del colonialismo nostrano affatto descritto come umano e sostanzialmente innocuo. Non fu soltanto questione di iprite, la micidiale arma chimica prodotta dalle industrie italiane, ma anche di eccidi perpetrati contro gli indigeni, "una sistematica politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici", secondo la sintetica formula mussoliniana [14] con cui il duce d'Italia e del costituendo Impero coloniale autorizzò le operazioni militari del generale Graziani.
La guerra chimica scatenata dal fascismo in Etiopia resta certamente uno dei capitoli più bui della storia del colonialismo occidentale. Un passato, in questo senso, che davvero fatica a passare nella memoria delle vicende italiane d'oltremare. "Firmataria a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque Stati, di un trattato internazionale che proibiva l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, neppure tre anni dopo l'Italia violava il solenne impegno usando gas asfissianti (fosgene) per annientare la tribù ribelle dei Mogàrba er Raedàt, che agiva nella Sirtica. Dopo gli attacchi aerei del 6 gennaio, 4, 12 e 19 febbraio 1928, il generale Cicconetti scriveva in un suo rapporto: 'A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l'apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più.' Accertata l'efficacia distruttiva ma anche terrorizzante dell'arma chimica, il governatore della Libia, generale Pietro Badoglio, autorizzava il 31 luglio 1930 un bombardamento all'iprite dell'oasi di Taizerbo, dove si sospettava avessero trovato rifugio nuclei di ribelli fuggiti dalla Tripolitania in seguito alle grandi operazioni di polizia coloniale condotte da Graziani. In realtà nell'oasi non c'era un solo ribelle. L'iprite fece strage di pastori e contadini." [15]
La negazione delle innominabili vicende della guerra d'Africa appartiene anch'essa al ritmo lento, ma inesorabile, dell'amnesia collettiva che spesso genera mostri e certo fa dormire sonni inquieti. Il dottor Marcel Junod, che la Croce Rossa Internazionale spedì in Etiopia ad indagare sull'uso dei gas da parte dell'aviazione italiana, ha lasciato in proposito agghiaccianti testimonianze. "Il villaggio di Quoram era rimasto particolarmente colpito e lo spettacolo che apparve agli occhi di Junod era terrificante: 'Abiet...abiet...abiet. Abbiate pietà...abbiate pietà! Dappertutto, sotto gli alberi, ci sono uomini distesi a terra. Ce ne sono a migliaia. Io mi avvicino, sconvolto. Vedo sui loro piedi, sulle loro membra scarnificate, orribili ustioni che sanguinano. La vita sta già andandosene dai loro corpi corrosi dall'iprite. [...] Non ci sono medicine. Le ambulanze sono state distrutte. Non ho alcun mezzo materiale per venire in aiuto a questi infelici."[16]
Ma nonostante tutto, racconta Angelo Del Boca, ancora "[...] nel dopoguerra e sino a pochissimi anni fa era impossibile affrontare l'argomento in sede storiografica senza essere incolpati di falso e di vilipendio alle forze armate. Nel 1965, all'uscita di La guerra d'Abissinia 1935-1941, il mio primo libro con il quale documentavo l'impiego dei gas in Etiopia, la stampa fascista e della lobby colonialista si scatenava in un attacco furioso, becero e triviale. Il Nazionale per cominciare, mi dava del 'cialtrone' e sosteneva che avevo diffamato 'i vivi e i Caduti e l'Italia nella guerra d'Etiopia che fu militarmente e socialmente esemplare'. [...] Nel 1966 Il Reduce d'Africa tornava alla carica ospitando in prima pagina un lungo articolo del generale Emilio Faldella, che avrebbe dovuto controbattere alle 'ridicole affermazioni' di 'tanti untorelli spuntati magicamente in Italia nell'accogliente clima calabrache e antipatria di sinistra'. Ma il povero Faldella si arrampicava sugli specchi e poi finiva per riconoscere: 'Non dubito sull'autenticità di episodi truci, d'altra parte già noti, in parte evitabili, però bisognerebbe anche vedere che cosa li ha provocati...Purtroppo la guerra, si sa, è massacro e orrore e tutte le guerre furono tali'."[17]
Si tratta perciò semplicemente di raccontarle, senza riserve - e allo stesso modo narrare mille altri diversi episodi - per ciò che furono, per ciò che del passato deve restare, e resta come dato immodificabile. La conoscenza del passato, invece, modifica incessantemente la stessa interpretazione di quei fatti, si trasforma, ha bisogno di continui aggiustamenti. Revisionare, in questa prospettiva, è comunque compito dello storico che non cerca verità immutabili da subordinare agli artifici dell'ideologia.

A conclusione di questo nostro breve ragionamento su revisionismi, negazionismi, facili perdite di memoria e uso ideologico della storia, semprechè ne esista uno capace di rinunciare nel proprio statuto epistemologico a pretese di egemonia culturale condizionate dal "pensare politico", rifletteremo su alcuni episodi di storia regionale scivolando indietro nel tempo fino agli anni travagliati del Veneto scosso dalla guerra civile che infuriava tra italiani a ridosso della caduta del fascismo di Mussolini.
Lo faremo a partire da uno studio che ebbe modo di generare interminabili polemiche, perlomeno in ambito locale, al momento della sua pubblicazione e che può essere considerato una esemplificazione straordinaria di revisionismo di marca schiettamente anticomunista tutt'altro che privo di solide "fondamenta d'archivio". [18]
"Stime benevole fanno ascendere a più di cento milioni le vittime del comunismo nel mondo dal 1919 ad oggi. Dai dati forniti dalla Commissione della Sicurezza Interna del Senato degli Stati Uniti, si evince che il costo umano del comunismo è stato, nella sola Russia sovietica, di sessanta milioni di morti, circa un milione all'anno. [...] Un anacronistico principio di 'lesa maestà' ha impedito fino a qualche tempo fa, grazie alle connivenze politiche di molti ambienti del 'mondo libero', la denuncia di tante atrocità perpetrate in nome di una dottrina, quella marxista, che ha promesso agli uomini il paradiso terrestre, sapendo dispensare solo fame, lacrime e morte." Questa la quarta di copertina del libro di cui stiamo dicendo. Una dichiarazione di intenti piuttosto chiara, non c'è dubbio; nelle 600 pagine della prima edizione, corredate da un ampio repertorio fotografico, Serena ripropone molte delle cosiddette "stragi partigiane", utilizzando numerose fonti archivistiche, dai giornali d'epoca ai documenti di tribunale, alle testimonianze scritte ed orali. Emerge un quadro a tinte fosche del Veneto insurrezionale degli anni a cavallo tra fine della Seconda Guerra mondiale e proclamazione della Repubblica, un tempo scandito da terribili vendette e feroci carneficine. Da Schio a Treviso, da Codevigo al Cansiglio, il Veneto partigiano viene raccontato assumendo come punto d'osservazione le malversazioni subite dai vinti, il loro dramma appunto, come recita il sottotitolo del voluminoso studio di Serena. Uno dei capisaldi di questa lettura rigorosamente revisionista della persecuzione sofferta da quanti caddero in mano ai ribelli sta, tra l'altro, nella contestazione che viene mossa alle brigate partigiane di aver chiuso i conti con il nemico, o con il preteso nemico, nella maggioranza dei casi a conflitto finito, quando già la pacificazione nazionale sembrava essere definitivamente sancita.
Le cose andarono in maniera ben diversa, come è noto. Ma ciò che interessante, ai fini del nostro discorso, non è tanto la ricostruzione storica proposta, sulla quale in più occasioni di potrebbe discutere per la parzialità, talvolta eccessiva, con cui si relativizzano le colpe di veri e propri criminali fascisti [19], quanto l'uso che si fa di certa memorialistica. Per mezzo secolo, infatti, sia la letteratura storica prodotta dai reduci di Salò che quella dichiaratamente neofascista hanno presentato la Resistenza come una azione di guerra, dai connotati squisitamente terroristici, voluta dai comunisti e in certo modo accettata anche dalle altre forze politiche che pure si opponevano al fascismo, destinata a produrre l'effetto di una vera e propria rivoluzione anti-borghese, arginata per tempo da tutti coloro che seppero cogliervi le finalità occulte. La stessa RSI viene ampiamente depoliticizzata, riconoscendovi il ruolo che i repubblichini ebbero di "gente comune" che volle sacrificarsi per il bene della nazione opponendosi addirittura alla devastazione nazista; in questo modo si decontestualizza l'esperienza della Repubblica sociale cortocircuitando l'accusa di collaborazionismo mossa nei confronti dei "soldati di Salò". Se di "guerra civile" tra italiani si è allora trattato, lo scenario che evoca questa ricostruzione mette in rilievo esclusivamente lo scontro tra "fratelli", per così dire, a prescindere dai rapporti con l'occupante tedesco che invece ebbero un peso tutt'altro che relativo.
Il tentativo di rovesciare specularmente le responsabilità politiche e militari della Resistenza, contrapponendovi le ragioni dell'altra parte belligerante (le milizie fasciste) e facendola apparire come il prodotto schietto di un'operazione che a livello internazionale il marxismo, perché di questo si tratta in sintesi, stava conducendo contro le società liberali e borghesi, disvela un contrasto mai sopito, a ben guardare, negli oltre cinquant'anni di storia nazionale che ci separano ormai da quegli avvenimenti.
E lo stesso ragionamento potrebbe essere svolto per un'altra delicatissima pagina di storia d'Italia, quella relativa alle foibe[20] e in particolare agli infoibati ed agli infoibatori sui quali si fa ancora un gran parlare. Lo stesso Serena denuncia i crimini dei partigiani che gettarono, a suo dire, nel famoso "Bus de la Lum" sull'altopiano del Cansiglio, tra Polcenigo e Fregona, dalle 300 alle 500 persone. "Sul Cansiglio non c'era pietà per nessuno. `Un tenente dell'esercito, fuggito dalla Germania ed arruolatosi nelle truppe territoriali di Salò, decise un giorno di passare ai partigiani. Ma quando si presentò al posto di blocco istituito nella foresta del Cansiglio, non venne creduto. Il `Bus de la Lum' ebbe una nuova vittima. Oggi sull'orlo una croce con il nome del disgraziato ufficiale, il dott. Massimo Battellini di Vittorio Veneto, ricorda la tragedia di cui i responsabili amarono spesso vantarsi nei loro incontri con gli abitanti dei piccoli villaggi del Cansiglio [corsivo mio]."[21]
Non c'è fine alla distorsione del ricordo. Il nodo centrale della questione resta il difficile rapporto tra storia e memoria, indipendentemente dall'angolo prospettico dal quale si osservano, e si narrano, le vicende di quegli anni.
"Sicuramente, come ogni rivoluzione, neanche la lotta di Liberazione fu 'un pranzo di gala', e sarebbe assurdo negare gli eccessi che furono compiuti sia collettivamente che individualmente; ma, invece di consegnare all'oblio o alla celebrazione strumentale quegli avvenimenti, sarebbe stato necessario avviare un effettivo processo di ricerca storica che aiutasse a comprendere il peso del passato, le contingenze belliche, le condizioni di vita, l'ambiente, le culture, le dinamiche sociali e i fattori psicologici che misero in moto comportamenti violenti che non poterono fermarsi, come per incanto, nel momento in cui il potere politico decise che l'insurrezione era da ritenersi terminata e che tutti, buoni o cattivi, dovevano tornare a casa facendo finta che non fosse successo niente."[22]
Una risposta a questa empasse che non è solo generazionale, ma riguarda la memoria di un intero paese, più volte messo a dura prova da strategie del terrore che non si possono far risalire esclusivamente al periodo della Seconda guerra mondiale, può venire forse dalla dipanatura di una singolare matassa, che è appunto quella della memoria, come ha efficacemente spiegato Sandro Portelli. "[...] in realtà io non mi occupo tanto di quello che è successo nel '43-'44, quanto di come quello che è successo in quel periodo è diventato poi oggetto di memoria, di lotta politica e di costruzione di senso. In altre parole, io mi occupo del fatto che in qualche modo la guerra sulla memoria è stata una continuazione della guerra civile - o almeno, una delle continuazioni della guerra civile, visto che la guerra civile è continuata anche con le stragi, come abbiamo visto. La guerra sulla memoria ha avuto una dimensione di memoria che ci ha coinvolto tutti, perché tutti noi siamo destinatari di memoria e soggetti di memoria."[23]
E giacchè la differenza tra il ricordare o il non ricordare passa attraverso il racconto, e dunque attraverso la parola, il silenzio diventa elemento pericolosissimo nei processi di rimozione della memoria sia individuale che collettiva. "[...] una delle ragioni per cui abbiamo taciuto è che per decenni si è fatto l'impossibile per evitare di riconoscere che la Resistenza è stata una guerra civile. Costretti anche dalle pressioni della guerra fredda, messi alle corde per legittimarsi, i partigiani e la sinistra hanno parlato a lungo non senza giustezza e non senza retorica, del sacrificio dei partigiani che hanno dato la vita per la libertà, ma molto meno del fatto che i partigiani a loro volta hanno sparato, hanno ucciso, hanno, insomma, fatto la guerra, e che in guerra ci sono le vittime anche dall'altra parte. Non solo: ma che in guerra la morale sfuma, che errori e ambiguità ci possono essere anche dalla parte di chi ha ragione. Siccome noi abbiamo negato tutto questo, adesso a ogni ambiguità, a ogni ombra, il senso comune revisionista nega tutta la Resistenza." [24]
Sembra necessario, verrebbe da dire indispensabile a questo punto, affidarsi ad una ricerca storica di profilo alto, senza timore di suscitare il fastidio di nessuno, per leggere coerentemente l'evoluzione della società contemporanea, e di quella italiana in particolare, per certi versi così complessa. "Una storiografia che, quanto a metodo e scelta delle fonti, la smetta di privilegiare le fonti ufficiali e archivistiche - nei confronti delle quali dovrebbe anzi cominciare ad esercitare, se non il dubbio scettico, una maggiore circospezione - e cominci finalmente ad integrare le fonti più diverse [...] Come pure dignità di fonte andrebbe riconosciuta, con tutte le precauzioni del caso, alle testimonianze dei fascisti, questi `vieni avanti cretino della storia' che non possono mancare [...] in una ricostruzione finalmente esauriente della guerra civile in questo paese."[25]
Si è detto prima che lo storico che cerchi di fare bene il proprio mestiere non può non pensarsi revisionista, vale a dire non può evitare di mettere in discussione continuamente i risultati del suo lavoro di ricerca. Bisogna trovare il coraggio di uscire dalla palude dei significati, o delle semplici suggestioni, che il termine evoca e che del termine in prevalenza ci vengono proposti. Re-visionare, in buona sostanza, quindi vedere di nuovo, riguardare incessantemente, è un'opera di continuo riadattamento delle proprie posizioni, e dei propri studi, se di questo si tratta; ma è anche intelligenza, nella sua radice etimologica, del cambiamento, assunzione di nuovi punti di vista che non erano stati presi in considerazione. E senza timore di scandalo alcuno.
Diversamente, sarà sempre possibile che le ombre di una storia non raccontata, o raccontata malamente, offuschino ricordi che meritano di appartenere ancora al nostro presente. A chiusura di queste, peraltro non esaustive, note sul revisionismo, la testimonianza di un compagno di viaggio che abbiamo sfortunatamente perso qualche anno fa.
"L'esempio della memoria della Shoah è da questo punto di vista particolarmente calzante, sostiene Mayer [il saggio di Arno S. Mayer di cui si parla è Memory and history: On the Poverty of Remembering and Forgetting the Judeocide, pubblicato nel 1993]. Essa è diventata 'statica, inflessibile e non dialettica', allontanandosi dalla storia invece che proporsi come uno strumento per la sua conoscenza. E le ragioni sono politiche e intellettuali. Una memoria siffatta elimina infatti da Auschwitz 'la guerra di conquista e la crociata contro il bolscevismo della Germania nazista' e si coniuga con un 'antimarxismo primitivo, nutrito della moda del postmoderno modernista, che alimenta il passaggio dalla causalità, dalla diacronia, dalla fattività e dalla configurazione alla indeterminatezza, alla rappresentazione, alla decostruzione e alla frammentazione'. [...] Sono dunque le rappresentazioni prodotte dalla memoria di vittime e carnefici con cui gli storici dovrebbero fare - e raramente fanno - i conti. Eppure nemmeno le memorie, essendo memorie di sopravissuti, non di coloro che non sono tornati, possono testimoniare in modo diretto l'evento dello sterminio: 'forse - osserva Bartov [si tratta di Intellectuals on Auschwitz. Memory, History and Truth, saggio pubblicato da Omer Bartov nel 1993] - noi possiamo ricordare l'inimmaginabile ma non possiamo immaginarlo'."[26]
Eppure l'inimmaginabile sembra ritornare costantemente ad agitare i fantasmi del passato che non passa. O meglio che non può e non vuole passare. Non si può prescindere, oggi, dagli archivi, dai documenti e dalle fonti orali, oltre che dalle immagini, che in abbondanza ci propone Internet. Da un sito dedicato specificamente al revisionismo [27] (si discute senza mezzi termini dell'infondatezza dell'esistenza delle camere a gas, ritenute di impossibile realizzazione) abbiamo tratto una lettera inviata al regista americano Steven Spielberg da un ebreo francese, tale Roger Dommergue, che rivela, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, l'insanabile frattura tra storia e memoria.

"Il mito '6 milioni/camere a gas' è un nonsenso aritmetico e tecnico. In verità gli strilli e i piagnistei dello Shoah Business, a 50 anni dalla fine della guerra, sono disgustosi, degradanti: è una disonorevole mancanza di pudore. Nessun popolo nella storia è stato mai visto gemere ancora sulle sue perdite 50 anni dopo una guerra, neanche sulle sue perdite effettive e reali. Anche se i '6 milioni/camere a gas' fossero veri, sarebbe un disonore fare tale chiasso e spremere così tanti soldi ovunque: chi erano gli usurai dellaRepubblica di Weimar? [...]
Nei fatti, 150.000 o 200 .000 ebrei morirono nei campi tedeschi di tifo e di fame. Molti altri morirono ma da combattenti contro la Germania, alla quale noi, gli ebrei, avevamo dichiarato guerra nel 1933! (Hitler era allergico all'egemonia dell'oro e del dollaro: così poté dare lavoro a sei milioni di disoccupati, prima della messa in funzione delle industrie belliche tedesche!). [...] Sappiamo che 80.000.000 di Goyim vennero massacrati in URSS, sotto un regime politico quasi interamente ebraico, da Marx a Warburg a Kaganovic, Frenkel, Yagoda, i boia di quel regime. Sappiamo che dopo il 1945 i russi e gli americani uccisero e violentarono comunità tedesche in tutta Europa dalla Lituania all'Albania. [...]
Simone Weil ha tratto un tragico riassunto: 'Gli ebrei, questa manciata di persone sradicate, sono stati la causa dello sradicamento dell'intera umanità'.
E George Steiner: 'Per 5000 anni abbiamo parlato troppo: parole di morte per noi e per gli altri'."



http://www.wittgenstein.it/cr/giannino.html 
REALISMO O IDEALISMO IN IRAQ?
di Oscar Giannino

IL FOGLIO, 20 marzo 2003

 

Roma. Ora che i reparti americani hanno varcato la zona smilitarizzata tra Kuwait e Iraq, l'attenzione va inevitabilmente alle operazioni militari. Ma è il caso, ancora una volta, di fare ordine sulla sfida politica che verrà appena le armi taceranno. A quale Iraq aprirà le porte l'azione anglo-americana? Da gennaio in avanti, l'Amministrazione Usa sembra aver fatto una scelta: procedere con decisione in direzione di un Iraq "democratico". E il Foglio ha puntualmente informato i suoi lettori dell'ampio retroterra di questo "idealismo conservatore" (cfr. articoli di Christian Rocca del 21 gennaio, 18 febbraio e 11 marzo), che ha trovato la sua più autorevole espressione nell'intervento pronunciato a febbraio da George W. Bush in un incontro di quella che a tutti gli effetti è "la culla" di questo filone di pensiero, l'American Enterprise Institute, il think tank dal quale ricavano le proprie analisi e proposte i fautori di questa linea, i Wolfowitz e i Perle. "C'è stato un tempo ­ ha detto Bush ­ in cui molti sostenevano che le culture di Giappone e Germania erano incompatibili con i valori democratici. Beh, sbagliavano. Lo stesso dicono oggi alcuni dell'Iraq. E sbagliano anch'essi. L'Iraq, con la sua fiera tradizione, abbondanti risorse, un popolo colto e capace, è pienamente in grado di muovere verso la democrazia".
Ebbene, prima che sia tardi, cerchiamo di non alimentare equivoci anche su questo obiettivo. Già l'Europa rischia di esplodere al primo caduto in guerra, non è il caso di aggiungere una deflagrazione perché gli Usa non riusciranno in ciò che è impossibile, trasformare Baghdad nella Convenzione di Filadelfia. L'Iraq è laico e negli anni 30 e 40 ha avuto una vita politica e intellettuale animata. Ma non ha alle sue spalle né le riforme dell'era Meji cui si rifece Mac Arthur, né la democrazia sia pur nella variante Weimar.
Tutto nasce dalla consultazione delle teste d'uovo repubblicane sull'Iraq del dopo Saddam, che si svolse al ranch di Crawford nello scorso agosto. In quell'occasione, vinse la linea Powell che chiedeva di incardinare l'iniziativa Usa all'Onu. Gli "idealisti conservatori" vinsero simmetricamente sulla linea "democrazia in Iraq", per cercare di ottenere il maggior consenso possibile per l'azione militare. Persero invece i "conservatori realisti", praticamente la vecchia guardia di Bush padre, Lawrence Eagleburger, Brent Scowcroft, Chuck Hagel, e soprattutto il principe indiscusso dei realisti, Henry Kissinger. I realisti ammonirono allora che i rischi di un'azione unilaterale erano alti, che il "coalition building" andava realizzato mirando a convincere i paesi alleati dell'America nell'area, e che di conseguenza l'obiettivo doveva essere un Iraq "stabile di sicuro, democratico si vedrà, e nel tempo necessario", come scrissero a più riprese in ponderosi saggi alcuni di loro. Che naturalmente, entrata negli ultimi tre mesi la conta all'Onu nella fase decisiva, hanno tacitato le proprie voci per non intralciare l'Amministrazione. E tuttavia, c'è da scommettere che sarà la linea del realismo, quella che si affermerà cessate le operazioni militari. Per diverse buone ragioni. La prima è che il pensiero degli idealisti bisogna conoscerlo bene, prima di scambiarlo per un semplice internazionalismo democratico. Basta leggere "The War over Iraq" di Lawrence Kaplan e William Kristol, il nume tutelare del Weekly Standard dal quale ieri il Foglio ha pubblicato un saggio totalmente "idealista" di Marc Gerecht, per sapere che l'obiettivo di questo filone si riassume nello slogan "You're next", rivolto dopo Saddam all'Iran, alla Siria e all'Arabia Saudita. Per smantellare regimi filoterroristi e filo-Al Qaida, non certo con l'idea che la democrazia occidentale si esporti con i cingoli dei carri armati. "Una volta iniziate le operazioni in Iraq, ci troveremo a fronteggiare una a una tutte le connivenze con le reti terroristiche", afferma Michael Leeden nel suo the "War Against the Terror Masters". Obiettivo che chi scrive condivide, che costituisce l'essenza della missione che l'America si è data dopo l'11 settembre, e che l'Europa con i suoi terrori e tremori mostra di non capire: ma che è e resta cosa ben diversa dall'idealismo democratico.
Nell'affermarsi del "democratic regime change" non hanno pesato solo esigenze di consenso. La lotta tra Dipartimento di Stato e quello della Difesa e Cia nell'appoggiarsi alle diverse organizzazioni di esuli iracheni ha avuto la sua parte. Ma al di là delle dichiarazioni di circostanza, quando Wolfowitz ne parlò per la prima volta in Turchia, il 17 luglio, precisò che rispetto al compiuto approdo democratico del nuovo Iraq erano prioritari altri obiettivi, come quello di evitare un Kurdistan indipendente o un'entità sciita al Sud chiaramente indesiderata ai sauditi (si vedano le molte dichiarazioni in tal senso del ministro degli Esteri Saud Al Faisal). Il disordine è peggio dell'ingiustizia. L'obiettivo non è vincere il male ma mettere briglie a chi se ne sente superiore. Il realismo dei Burke è preferibile agli entusiasmi dei Wilson. I tre principi guida di Kissinger, vedrete, varranno anche a Baghdad.
Oscar Giannino