FISICA/MENTE

 

http://www.ideazione.com/settimanale/2.esteri/57_25_01_2002/pesenti.htm  

Dal Sacro Romano Impero alle teorie neo-imperialiste
di Luca Pesenti



Era il 6 agosto 1806 quando Francesco II rinunciò alla corona imperiale, sancendo così la fine del Sacro Romano Impero Germanico sotto i colpi di Napoleone. Il tramonto dell’età degli imperi cominciò simbolicamente proprio quel giorno. Da lì in poi, nulla sarebbe stato più come prima, nel trionfo dei moderni stati nazionali che giungerà a compimento con il primo conflitto mondiale. Ma a ogni tramonto corrisponde sempre un nuovo giorno e così oggi, duecento anni dopo, sempre più si torna a parlare di una rinascita (più o meno trionfale) di quell’antico modello, la cui assenza rappresenta una vera anomalia storica. Ne discutono i filosofi, ma anche (e soprattutto) politologi, esperti di relazioni internazionali, sociologi, economisti. Tutti a confronto con il problema dei problemi: costruire una forma di unità politica in grado di pacificare il sempre più litigioso pianeta. Che si tratti dello “Stato mondiale”, auspicato del 1960 da Ernst Junger, di una forma riveduta e corretta degli antichi Imperi, oppure ancora di un’entità nuovissima e tutta da inventare, sono in molti a ragionarci sopra: a destra come a sinistra, di qua e di là dall’Oceano, con intenti a volte restaurativi, a volte antagonisti. Oppure con sguardo realistico e pragmatico, come accade nei più influenti think tank americani, nei quali da qualche anno si è acceso il dibattito sulla necessità di legittimare la supremazia USA nel mondo.

Da una decina d’anni il problema fondamentale per la politica estera americana è naturalmente cosa fare dell’eccesso di potenza raggiunto dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei vantaggi che esso conferisce agli USA. Da una parte i neo-isolazionisti, dall’altra i sostenitori della supremazia, dell’egemonia, insomma del primato imperiale degli Stati Uniti nel mondo. Il confronto, riassunto da John Rourke, dell’Università del Connecticut, nel suo “Taking Sides: clashing Views on Controversial Issues in American Foreign Policy” e schematicamente presentato in Italia da Rita di Leo in “Il primato americano” (Il Mulino), si sta celebrando da alcuni anni sulle grandi riviste di politologia e relazioni internazionali, dal “Foreign Affairs” alla “Political Science Quarterly”. Mentre nelle principali Università, fioriscono corsi a sfondo politologico che invitano gli studenti a riflettere sul ruolo imperiale americano, approfondendo Bismarck e studiando a fondo l’impero inglese.

Robert Kagan, direttore del Carnagie Endowment for International Peace (www.ceip.org), pubblicò nell’estate del 1998 un influente articolo sul “Foreign Policy”, sostenendo la necessità di un “benevolent empire”, dominante nel sistema internazionale per preservare un livello ragionevole di pace e prosperità. Espressione delicata e politicamente corretta, che nasconde però l’ipotesi di un ruolo egemonico, anche militare, degli Stati Uniti nel mondo. Insomma, una nuova “pax americana”, rilanciata dal repubblicano Thomas Donnelly. Direttore dell’influente think tank “Project for the New American Century”, che ha lanciato senza infingimenti l’ipotesi di un impero democratico e liberale, sul modello di quello romano ma, ovviamente, attualizzato.

Sorprendentemente (ma nemmeno poi tanto), nella lista dei teorici neo-imperiali rientra anche un inglese. Robert Cooper, consigliere di Tony Blair, nell’ottobre del 2000 pubblicò un articolo sulla rivista “Prospect” (tradotto ora da “Ideazione” nel numero in distribuzione in questi giorni), in cui non solo sposava la causa di un impero americano democratico e difensivo, ma proponeva anche all’Unione Europea di abbandonare le ipotesi di creazione di un super-stato, per diventare invece “un impero di tipo cooperativo” sul modello dell’Impero romano, per fornire ai cittadini non solo la pace ma anche “la possibilità di godere di una libertà comune”. Tutte ipotesi che dopo l’11 settembre hanno acquistato forza e consensi, mettendo in crisi la lunga lista di isolazionisti che proprio non volevano sentir parlare di egemonia americana e meno che mai di Impero, preoccupati per le conseguenze inevitabili che un simile ruolo comporterebbe. Tra questi, gli intellettuali democratici contestatori del ruolo egemonico americano, come Samuel Berger, consigliere del presidente Clinton, che nel 1999 definiva gli Stati Uniti “la prima potenza globale della storia che non sia una potenza imperiale”. Intanto Joseph Nye, testa pensante ad Harvard e influente consigliere della Casa Bianca clintoniana, sta per pubblicare un libro (“Soft power: the illusion of American Empire”) in cui si sostiene la necessità per gli States di attrezzarsi a ricoprire il ruolo di nuova Roma, ma senza utilizzare cannoniere e aerei: semplicemente lavorando per il bene comune, privilegiando il potere economico e culturale su quello militare.

Ma anche a destra non mancano i dubbi: passi l’egemonia, ma l’impero è un’altra cosa. Tra gli esempi illustri, il repubblicano Pat Buchanan, Andrew Bacevich, professore di relazioni internazionali a Boston, e soprattutto Charles William Maynes, presidente della Eurasia Foundation, che in un articolo pubblicato sempre sul “Foreign Policy” - “The Perils of (and for) an Imperial America” - ha addirittura messo in dubbio la necessità storica di un ruolo egemonico degli Stati Uniti, opponendosi frontalmente alle tesi di Kagan.

Al di là del citato caso Cooper, il dibattito ha tutto un altro sapore una volta trasportato nel Vecchio Continente. Il tema dell’Impero sembra più un gioco di filosofia politica (con quarti di nobiltà di antico lignaggio) che non una riflessione strategica. Nella convinzione che in fondo l’Europa debba consigliare il nuovo imperatore sul modello migliore per costruire, come proposto da Alain De Benoist ne “L’impero interiore” (Ponte alle Grazie), un nuovo ordine rispettoso delle differenze e delle culture. Naturalmente c’è anche chi è convinto della necessità storica di costruire l’ennesimo conflitto antagonista per sconfiggere il nuovo tiranno. E’ il caso, ovviamente, del redivivo Tony Negri, che nel suo “Empire” (scritto a quattro mani con Michael Hardt e di prossima traduzione per Rizzoli) dipinge il potere delle tre Rome (New York, Washington e Los Angeles) proprio come fosse un nuovo Impero romano, e propone al movimento anti global niente meno che il compito storico anticamente ricoperto dal Cristianesimo: abbattere l’Impero per globalizzare il bene e la giustizia. Tanto è bastato per spingere “Micromega” ad allestire un forum, coinvolgendo anche i filosofi Roberto Esposito e Salvatore Veca nella riflessione sull’egemonia americana. E sempre sulla rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, Massimo Cacciari ha negato che l’Impero americano possa paragonarsi a quello romano, perché incapace - a detta del filosofo veneziano - di garantire concordia e soprattutto pluralità di culture e tradizioni. Proponendo in alternativa un inedito “federalismo universale”.

Ma a ben vedere il primo a parlare di impero in Europa fu Jean-Marie Guehenno, oggi tra i grandi burocrati europei, che nel 1993 scrisse “La fine della democrazia” (Garzanti), proponendo due modelli esemplari cui rifarsi per comprendere le forme dell’impero postmoderno: l’impero romano di Adriano e Marco Aurelio, oppure quello cinese. Un “grande spazio”, per riprendere l’espressione giuridica utilizzata da Carl Schmitt, dalle frontiere fluide, fatto di regole fisse piuttosto che di principi etici superiori, senza una capitale e senza imperatore. Insomma, un gigantesco dominio di regole, incapace però di sancire un ordine definito: “L’età imperiale – scriveva Guehenno - è un’età di violenza diffusa e continua. I barbari sono nell’impero e l’impero secerne i propri barbari”. Ogni riferimento alla cronaca dell’ultimo decennio è puramente casuale.

25 gennaio 2002

(da "Il Giornale")


 

http://www.odradek.it/giano/archivio/2001/38/del_bello38.html 

ACCUMULAZIONE - CRISI - GUERRA: IL RAPPORTO CHE SI ROVESCIA

di Claudio del Bello

Nella presunzione del “controllo totale” si mettono in azione gli stessi strumenti che hanno provocato la crisi. Solo uno sviluppo politico del “movimento di Seattle” può portare il mondo fuori dall’“impasse”

Il punto da cui partire non è un’immagine, il crollo delle torri gemelle – non a caso privilegiata dai media rispetto allo squarcio del Pentagono; ma una relazione: al massimo dell’espansione del mercato capitalistico è corrisposta improvvisamente la sua paralisi; all’eliminazione drastica di tutte le salvaguardie keynesiane relative all’esplodere catastrofico delle crisi – che avrebbero dovuto sciogliere il toro dell’accumulazione dai residui “lacci e lacciuoli” che ne rallentavano la corsa – è corrisposta l’emersione fulminea della peggiore crisi di sovraproduzione dopo il ’29; alla ormai completa possibilità di esportare all’esterno tutte le conseguenze negative dell’accumulazione (economiche, ecologiche, sociali, militari) è corrisposta in un attimo l’introversione di tutte le tendenze negative. Guerra compresa. Non un’immagine, ma un rapporto che si rovescia.
La via d’uscita classica – la guerra che distrugge merci e capitali in eccesso, spostando la frontiera del mondo integrabile nel processo dell’accumulazione – non esiste più, perché non c’è più nessun mercato da conquistare. Ogni scarto violento è rivolto in primo luogo contro di sé. E ogni guerra diviene guerra interna. Per gli Stati uniti questo è il vero trauma, ancora neppure identificato con chiarezza. La guerra non avviene altrove, è qui e dovunque. Non è più il vidoegame iracheno o jugoslavo, occasione per svuotare gli arsenali, “operazioni chirurgiche” da ammirare in tv con sangue rigorosamente altrui (“non sangue” quindi, proprio come quello del cinema).

La difesa militare dell’accumulazione
Tuttavia, la confusa percezione che “qualcosa non va più” viene combattuta con una intensificazione e radicalizzazione nell’uso degli stessi strumenti usati finora; gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi. Come un tossicodipendente che reagisce al malessere con una dose maggiore, forse mortale. Sul piano della “sicurezza” – parola magica e collante ideologico residuale nella metropoli capitalistica mondiale – il collasso è di una evidenza solare: proprio quando i fatti dimostrano che non si controlla più nulla, si lancia la strategia della “giustizia infinita”, nella presunzione di poter conseguire un controllo totale. Non appare, nelle teste che hanno concepito lo slogan, neppure un bagliore di intelligenza della totalità; altrimenti riconoscerebbero che la forsennata rapidità di rotazione del ciclo capitalistico è diventata possibile solo in quanto i controlli son venuti via via decadendo; e che, quindi, a una ripresa e intensificazione dei controlli corrisponderà il rallentamento, tanto più brusco quanti più ce ne saranno. Difendere militarmente i punti critici del ciclo dell’accumulazione significa ostacolare l’accumulazione stessa, introdurre rigidità inaggirabili al culmine dello sforzo per eliminarle tutte (il costo e i diritti del lavoro in primis). L’amministrazione Usa non ne prende atto e rifiuta l’unica soluzione possibile: la rimozione per via politica delle più esplosive tra le cause dell’attuale crisi. Prende Osama per la barba e si propone di saltare al di là dei problemi concreti; di imporre soluzioni a prescindere dai problemi. Al fallimento delle strategie limitate, relative – dislocanti, posticipanti – risponde con l’assoluto; al fallimento del “solo umano” un governo risponde con la postura (e solo quella) del divino onnipotente.
Ma del resto le ultime elezioni Usa hanno sancito un quasi–golpe: le lobbies dei petrolieri e del complesso militare–industriale hanno imposto il proprio candidato (uno di loro, direttamente) nonostante siano minoranza; e non hanno lesinato brogli. Si tratta di un blocco di potere che – per la prima volta – assurge al massimo potere del mondo senza avere un progetto per il mondo e in cui il mondo possa riconoscersi. Tutto ciò che promette di fare riguarda soltanto se stesso. Non sono neppure gli eredi di Reagan, perché non hanno più davanti un’Unione Sovietica. Non hanno, detto altrimenti, davanti un avversario dalle caratteristiche che possano giustificarne le mosse come parte di una strategia di “miglioramento per tutti”.

Tanta dissennatezza – promettere la guerra infinita in piena crisi, esasperare fino al fanatismo dello “scontro tra civiltà” i rapporti col mondo musulmano in astratto e arabo in concreto – deve comunque avere un senso, qualcosa che la renda obbligata e non solo parto senile di blocco di potere esausto. Qualcosa di “esausto”, in effetti, c’è. Ed è visibile dentro la crisi energetica incipiente, il restringersi dell’orizzonte temporale entro cui è possibile immaginare una “crescita senza fine” dell’accumulazione, del meccanismo reso possibile dalla disponibilità illimitata dell’unica merce – a parte la forza lavoro – il cui prezzo entra nella formazione del prezzo di tutte le altre: l’energia prodotta dal petrolio. Varie sono le analisi e le previsioni sulle riserve esistenti in natura: da quelle ottimistiche diffuse dai cartelli delle società petrolifere (50 anni), a quelle pessimistiche risultanti da criteri di calcolo più aderenti alle modalità reali di estrazione del greggio (10–15 anni). Tempi stretti o medio–lunghi, ma comunque coinvolgenti le aspettative di vita dell’umanità che ha oggi vent’anni. Dovremmo tutti – a livello planetario – essere coinvolti nella consapevolezza di questo drammatico scorrere irrecuperabile del tempo, nella ricerca di alternative, nella realizzazione di una cooperazione “altra”. Nulla di tutto ciò.

Come sul Titanic, l’orchestra mediatica continua a suonare la musica dell’eternità di questo mondo, del “migliore dei mondi possibili”. Fermare questa musica, guardare in faccia la realtà di un sistema–pianeta che va incontro ai propri limiti fisici a velocità crescente (tale è la legge interna dell’accumulazione) è altrettanto implosivo del lasciar correre il treno capitalistico contro il muro della crisi. Arrestarsi, per questo meccanismo, è morire. E allora non possiamo attribuire al caso, o alla follia degli uomini (chi è più folle, il para–petroliere Osama o il para–petroliere Bush?) la contrazione bellica dei problemi. Né può essere attribuita al caso la circostanza che, a dieci anni dal Golfo, sia proprio quest’area del mondo al centro della guerra di cui non si può vedere la fine nemmeno da parte di chi la indice.

È evidente l’aporia rappresentata dall’“infinite justice”, frettolosamente derubricata nella più terrena “enduring freedom”. Ma il concetto dell’azione militare prolungata, di un’indefinita estensione nel tempo, è stato pervicamente mantenuto dall’“ufficio marketing” del Pentagono. Segno che gli attribuiscono un significato chiave, ancorché involontariamente jettatorio (come si sono incaricate di dimostrare le borse mondiali nella prima settimana di riapertura di Wall Street). “Guerra di lunga durata” è storicamente la strategia del debole contro il potente, dei rivoluzionari contro gli Stati. Non potendo ottenere in un attimo la vittoria, si punta sul logoramento dell’avversario, per poi abbatterlo nel momento di massima crisi. Il potente, e in special modo “il più” potente di tutti, è al contrario obbligato a sbarazzarsi al più presto del suo nemico: il solo esistere di un avversario ne mina la fiducia interna, la coesione sociale, lo sviluppo economico. La scelta dell’amministrazione Usa rivela un impazzimento vero, senza soluzione all’interno della logica adottata: deve scaricare la sua potenza su qualcosa che non ne giustifica l’utilizzo. “Fare dell’Afghanistan un deserto di polvere e sassi”, come se già non lo fosse, è un obiettivo al limite del ridicolo. Non ci può essere relazione più assurda, non si può pensare un rapporto costi/benefici più sconveniente (è venuto in mente persino a Bush junior!): missili da due milioni di dollari scagliati contro tende e greggi. Sarà perciò una “guerra invisibile”, senza la Cnn. Sarà una guerra di veline travestite da notizie, di comunicati ufficiali senza riscontri possibili, di sperimentazione di armi di cui non si deve neppure supporre l’esistenza, e sapremo che ci sono stati caduti americani solo dalle famiglie dei soldati che da mesi non ricevono più informazioni sui congiunti. Sarà la guerra sporca della Cia, senza più ostacoli di tipo legale o rischi di esser presa “con le mani nel sacco”. Ogni infamia è stata preventivamente autorizzata da una “cambiale in bianco e senza data di scadenza” concessa al più ottuso presidente che sia mai entrato nello studio ovale. Un suicidio della democrazia democraticamente deciso. E sancito, in qualche modo, dall’Onu.

Scontro di civiltà e “guerra infinita”
Il capitalismo, e all’epoca dell’egemonia Usa, sembra così tornato al suo punto di partenza: riaffermarsi o morire. Ma all’inizio, in Inghilterra, rappresentava un nucleo duro, un meccanismo autoaffermantesi con un mondo da conquistare, distruggendo l’altro da sé pezzo a pezzo, eliminando concorrenti della stessa natura. Una sorta di highlander devoto alla regola: “ne resterà soltanto uno”. Ora quel mondo è suo, ed è solo: ogni “strappo” per rigenerare il meccanismo si rivolge soltanto al proprio interno. È immediatamente distruttivo di sé.
Caduta l’Unione Sovietica – che a questo punto assurge, per apparente paradosso, a campione di umana comprensione dei propri limiti, con quel suo ammainare e ripiegare le bandiere rosse e sgombrare il campo senza colpo ferire – i “nemici” dell’amministrazione Usa sono stati pescati sempre tra i più fedeli comprimari. Il Noriega ex agente della Cia promosso a presidente di Panama; il Saddam Hussein che aveva fermato l’Iran combattendolo per interposta persona e amputandone ogni ambizione di egemonia pan–musulmana; il Milosevic degli accordi di Dayton, che spianava la strada della polverizzazione della Jugoslavia per coltivare il miraggio di una “grande Serbia”. E ora il rampollo Bin Laden – figlio e fratello degli “sfortunati” soci d’affari della famiglia Bush, disgraziatamente collassati con i loro aerei, a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, mentre sorvolavano il Texas (quante coincidenze, signora mia!)1 – entusiasta testa d’ariete nella strutturazione del fondamentalismo islamico in funzione antisovietica prima (Afghanistan) e antirussa poi (Cecenia).

Ma la realtà è troppo complicata per gli apprendisti stregoni del “divide et impera” in versione texana. Lo si vede dall’impossibilità di decidere se questo in via d’allestimento sia o no uno “scontro di civiltà” – ed è gran discutere tra gli opinionisti a cachet. Se lo è, mentre non risulta più facile spingere gli occidentali esitanti a stringersi a coorte, diventa impossibile conquistare l’appoggio dei regimi arabi moderati, corrotti o corrompibili; per non dire dei cinesi, totalmente estranei all’antitesi proposta (cristiano–musulmano) e opachi eredi, semmai, di una terza idea di civiltà. Se non lo è, la coalizione può essere più ampia, ma la sua coesione sarà minore, soggetta al moltiplicarsi di istanze politiche avanzate da questo o quell’alleato da cui non si può prescindere. E così Bush lancia la “crociata” e poi entra a piedi scalzi in moschea; stila una lista di “40 o 60” paesi da mettere in riga perché “ospitano terroristi” per aggiungere che, in fondo, gli Stati uniti fanno parte della lista (non si contano gli algerini “afgani” del Gia e del Fis che hanno ricevuto asilo politico negli States). Con una conseguenza importante: una “crociata” non ammette discussioni e tappa la bocca a tutte le voci discordanti; una “guerra contrattata” implica l’accettazione di posizioni di merito diverse, potenzialmente paralizzanti.

Ecco allora la “guerra infinita”, che comporta lo stato di guerra interno permanente, anche quando l’azione militare ha per teatro territori lontani dal proprio. Figuriamoci quando, come in questo caso, il territorio è il mondo intero e le proprie megalopoli sono in prima linea. La scelta della guerra perenne “in nome della libertà” implica perciò che proprio la libertà – i diritti civili, di opposizione e critica, di informazione e azione politica, e persino di movimento di uomini e capitali – sia la prima vittima. Non c’è possibilità di attenuazione verbale. Gli ossimori che hanno costellato gli anni ’90 – “guerra umanitaria” resta l’esempio insuperabile – sono a questo punto impossibili anche da pensare. L’unica libertà che resta è quella d’impresa, l’investire denaro. Tutto il resto è potenzialmente vietato o “pericoloso”.

L’Impero si è rotto
L’“universo della libertà”, nel momento dell’affidamento di poteri senza limite al presidente degli Stati uniti, collassa immediatamente a impero costrittivo: “o con noi o con i terroristi”. Chi non è “con noi” verrà trattato come nemico. Non è una metafora, una licenza retorica; è un programma di governo. E intanto l’Europa, nella sua decisione–quadro tendente a riavvicinare le legislazioni degli Stati membri in materia di “terrorismo”, include (art. 3, lett. f) tra le manifestazioni “a fini di terrorismo” anche “l’occupazione abusiva o danneggiamento di infrastrutture statali o pubbliche, mezzi di trasporto pubblico, luoghi e beni pubblici”. Non contenti, i legislatori europei pensano di inserire l’affermazione: “in quest’ultimo punto potrebbero rientrare, tra l’altro, gli atti di violenza urbana”2. Da questo punto di vista, due terzi dei conflitti sociali e della lotta politica del Novecento rientrerebbero nel reato di “terrorismo”. Che Guevara, Nelson Mandela, persino Gandhi (e certamente Nehru) verrebbero collocati nel perimetro onnicomprensivo che questa formulazione disegna. “Terrorismo” è la cappa destinata a coprire, falsificare e negare i conflitti sociali; formula, probabilmente non inconsapevole, usata dal potere per giustificare le proprie pratiche.
Potenza delle categorie totalizzanti. Viene in mente l’“Impero”. Anch’essa una parola (nient’altro che una parola), che ha attraversato come una ola i parlanti, che hanno preso a riferirvisi compulsivamente mostrando di non sapere che gli imperi sono tutti caduti e che basta prendere a parlarne per farli scricchiolare: con tempi di decadenza enormemente più rapidi del lontano passato, adeguati – insomma – al just in time della produzione contemporanea. L’“Impero”, un abbaglio; e non solo a carico di certi post–operaisti nostrani, ma anche di autorevoli e potenti centri di elaborazione, come il Project for the New American Century di Washington, o di Andrew Bacevich, docente di Affari internazionali alla Boston University, che ha recentemente dichiarato: “c’è a stento un solo personaggio pubblico che abbia da ridire sull’idea che gli Stati Uniti rimangano l’unica superpotenza militare fino alla fine del tempo”3.

Qualcosa, definitivamente, si è rotto: un impero, si diceva. E nel disporsi delle forze in campo – una coalizione di tutti gli Stati contro una congrega dispersa di gruppuscoli non meglio identificati – non si può individuare una parte che sia “la nostra”. Dopo Manhattan e il Pentagono, gli Stati uniti – e la destra occidentale – provano la carta del “con noi o contro di noi”, tentando di eliminare le distinzioni, i dubbi, le opposizioni, gli spazi e i diritti. La direzione è quella di uno schiacciamento su una posizione indifendibile: nessuno, in occidente, per quanto disperata sia la sua condizione esistenziale, può infatti “sperare” nell’integralismo islamico.
È la situazione nella quale si trovava il movimento operaio di fronte alla I guerra mondiale. Quella era una stupida guerra tra aspiranti imperi, tra coalizioni eguali e senza alcun “valore trascendente” da affermare o difendere. Dove l’unica parte in cui aveva senso collocarsi era contro entrambi proprio in quanto eguali; capitalisti in lotta per l’egemonia.
Dopo sono venute le contrapposizioni ideologiche che hanno permesso di schierarsi riconoscendo una sfumatura e una differenza tra le parti in lotta. E allora libertà contro fascismo, rivoluzione contro reazione, occidente contro socialismo reale, liberazione nazionale contro colonialismo. Si poteva scegliere, mediare tra le proprie posizioni e “il meno lontano”, fare politica in alternativa alla guerra e anche durante una guerra – per definizione, visto l’equilibrio atomico tra due superpotenze di pari distruttività – “limitata” geograficamente e per intensità di fuoco.

Ora torniamo alla situazione in cui nessuna delle parti che ci vengono presentate può avere la nostra adesione. Non questo capitalismo che ha rinnegato persino le più timide conquiste del movimento operaio o le più scialbe opzioni di politica economica keynesiana; ma che, al contrario, rispolvera la variante fascista dell’“intervento statale nell’economia”, l’ipertrofia spionistico–militare. Non, certo, un integralismo religioso qualsiasi (islamico o cristiano fa ben poca differenza), con la testa rivolta a splendori passati e però perfettamente a proprio agio con i più sofisticati meccanismi del capitalismo attuale. D’altra parte, a ben guardare, la novità di una guerra che si vuole lunga consiste nel fatto che la stessa identificazione del “nemico” è il compito interno della guerra.

Il movimento no global come unica possibilità
Resta il movimento no global. Grande speranza, e ancor piccola cosa. Sicuramente internazionale e intergenerazionale, luogo di concentrazione e precipitazione di tutte le critiche generate dal dominio esclusivo della logica del profitto; di rimescolamento di identità, storie, soggettività disomogenee; di compresenza di nostalgie antimoderniste e futuribile visionario. Sede di confronto tra pensiero scientifico criticamente accorto e programmatica ignoranza di ogni scientificità dell’essere sociale. Stridente di contrasti: delegazioni di masse periferiche perennemente al di sotto delle soglie di sopravvivenza e massiccia presenza di gioventù opulenta con qualche problema di coscienza; astuti dirigenti di potenti holding–Ong e cristallini “solidali di base”. Come ogni movimento nella sua fase di formazione, come ogni nuova speranza di un altro sistema di relazioni umane, è – siamo – una galassia in formazione. Tutto è da fare. “Il primo sorgere è inizialmente una immediatezza, un concetto di quel nuovo mondo. Quanto poco un edificio è compiuto quando le fondamenta sono state gettate, tanto poco il concetto dell’intero, che è stato raggiunto, è l’intero stesso”(Hegel, Fenomenologia). Un’idea, un primo embrione di visione di un “nuovo mondo” è tornata a manifestarsi attraverso un movimento, inevitabilmente pieno di cose nuove e di frammenti vecchi. Farlo crescere non significa “viziarlo”, tacerne i limiti o esaltarne i difetti come fossero virtù. Accontentarsi della sua nascita non sarebbe davvero un gesto d’amore.

A Genova si è chiuso il ciclo iniziato a Seattle. A Genova, il “sintomo” del malessere globale ha cessato d’esser riguardato come tale e il governo italiano si è incaricato di investirlo del ruolo di “nemico interno”. La stupida iattanza berlusconiana (“c’è una strana coincidenza tra le contestazioni al modello occidentale e gli attacchi terroristici all’America”) volgarizza una percezione che si fa strada nella testa delle leadership più reazionarie dei paesi industrializzati: ogni ipotesi alternativa di governo dell’esistente va distrutta prima che diventi patrimonio di massa. Non sappiamo al momento se il movimento riuscirà a porsi all’altezza della sfida che gli è stata posta. È necessaria tanta intelligente esperienza e qualche sprazzo d’audacia intellettuale; immensa prudenza e puntuta spregiudicatezza; acume tattico al limite del cinismo e ferma vigilanza sulle questioni di principio. Doti da tenere insieme, combattendo la tentazione di favorire comportamenti autonomizzati, tendenzialmente divergenti. A favorirli, ci proveranno, ci stanno già provando. Gli opinion makers a un tanto la riga si son messi subito al lavoro, chiedendo perentoriamente a questo o quel “portavoce” di “prendere le distanze” da questo o quel concetto, da questo o quel comportamento. Se si accettassero tali diktat in pochi giorni avremmmo un pulviscolo di sentimenti difformi, non più un movimento. Lo sanno, questo vogliono ottenere.

Quanto è successo l’11 settembre ha finito con determinare l’oscuramento di ragioni ed estensione del movimento. Ha seminato anche qualche dubbio su di sé, prima che la necessità di opporsi comunque alle logiche di guerra – e ai loro autoritari corollari – facesse riscoprire la voglia e l’urgenza di tornare a discutere.
Un movimento che, nel piano di Fini e dei carabinieri, doveva essere decapitato, anzi annientato manu militari è uscito vitale e rafforzato, mentre il governo Berlusconi ha perso la sua faccia nel mondo; perseverando (come nel caso dell’assise FAO) si è inimicato la diplomazia internazionale, ha lacerato qualsiasi contiguità in Europa, anche con i suoi alleati di centro–destra (come nel caso delle demenziali dichiarazioni sulla “superiorità dell’occidente”).

L’attacco al movimento a Genova, però, nella bestialità immotivata della sua attuazione, aveva comunque un senso politico: serviva a impedire la crescita dell’unica ipotesi – al momento presente nel mondo – in grado di far convergere interessi, intelligenze e prospettive verso una gestione del pianeta diversa dall’attuale. Verso un’idea, un’impostazione, in grado di unire gli interessi dei poveri e dei “giusti” dell’occidente con i popoli sfruttati e colpiti dalla guerra, dallo “scambio ineguale”, dai vincoli subordinanti. Un’idea i cui contorni sono ancora sfumati, ma la cui ossatura comincia ad apparire con sufficiente chiarezza.
Prima, questo ruolo unificante degli “sfruttati di tutto il mondo” veniva svolto dal movimento – e dal pensiero – comunista. La sua scomparsa comporta che le “linee di soluzione” dei conflitti tendano a essere completamente diverse a seconda dell’area geografica o delle culture di appartenenza. Ora – per ora – è affidato all’elidersi reciproco di ideologie minori e localizzate, all’emergere necessario del riconoscimento obiettivo degli interessi della parte sociale “non ricca” del mondo, massicciamente presente tanto nei paesi perennemente “in via di sviluppo” che nelle metropoli dell’occidente.

Il “movimento di Seattle” rappresenta al momento l’unica possibilità di ricollegare questi mondi e individuare una via d’uscita all’impasse. Che non si perda, è fondamentale. Che affronti in tempi rapidi, e con rigore di pensiero, la nuova situazione, è decisivo. Un altro mondo, proprio ora che non sembra più possibile, diventa addirittura necessario.

1 Si vedano Giancarlo Radice su il Corriere della sera del 22 settembre; Francesco Piccioni su il manifesto del 25 e 26 settembre; la prima pagina di Le Monde del 26 settembre; il Daily Mail del 24 settembre.
2 “Ma il dissenso non è terrorismo”, Giuseppe Di Lello, il manifesto, 3 ottobre 2001.
3 Vedi Claudio Del Bello, “Sulla fine delle ideologie”, Hortus musicus, n. 8, ottobre–dicembre 2001.


 

http://www.malamente.com/cronache_globali/il_nemico_interno.htm 

IL NEMICO ALL’INTERNO

Il 24 agosto 1814, il futuro sembrava essere alquanto oscuro nella “terra delle libertà”. Quel giorno le truppe britanniche catturarono Washington DC e misero a fuoco il Campidoglio e la Casa Bianca. Il Presidente Madison si rifugiò nelle vicine foreste della Virginia dove rimase ad aspettare pazientemente data la nota propensione dei Britannici ad invadere la porta di casa, cosa che successe. I Britannici agirono e quello che sembrava essere stato un Giorno di Completa Oscurità divenne una specie di evento festivo per gli agenti immobiliari della capitale.

Un anno dopo l’11 di settembre, non sappiamo ancora chi ci ha colpito quell’infame mattina di martedì, e per quale vero motivo. Ma appare evidente a molti sostenitori delle libertà civili che l’11 di settembre ha incrinato non soltanto la nostra fragile carta dei diritti civili (Bill of Rights) ma anche il nostro invidiato sistema di governo che aveva già subito un colpo mortale l’anno precedente quando la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva, con un piccolo voto danzato al tempo di 5 contro 4, un presidente eletto popolarmente con la giunta petrolifera Cheney/Bush. Nel frattempo, il nostro sempre più incontrollabile governo sta perseguendo tutta una serie di giochi attorno al mondo di cui gli umili portatori di lance da guerra (una volta definiti come “il popolo”) non sapranno mai niente. Nonostante tutto ciò, siamo riusciti ad ottenere alcune risposte alla domanda: “Perché non siamo stati avvertiti in anticipo su quanto sarebbe successo l’11 di settembre?”. Apparentemente siamo stati avvertiti, ed anche ripetutamente; durante la gran parte di quell’anno, ci avevano detto che ci sarebbero stati degli ospiti ostili nei nostri cieli in una data non definibile del settembre 2001, ma il governo non ci ha né informati né protetti nonostante i segnali di allarme in tal senso che provenivano dai Presidenti Putin e Mubarak, dal Mossad e persino da alcuni elementi del nostro FBI. Una seduta congiunta delle commissioni di intelligence del Congresso aveva riportato (fonte il New York Times del 19 settembre 2002) che in un periodo ben precedente come nel 1996, il terrorista pakistano Abdul Hakim Murad aveva confessato agli agenti federali dell’FBI che “stava addestrandosi al volo con l’intenzione colpire i quartieri generali della CIA con un aeroplano”

Soltanto il direttore della CIA Gorge Tenet sembrava avere preso sul serio questo insieme di segnali minacciosi. Nel  dicembre 1998, scrisse ai suoi sottoposti  dicendo che noi [gli Stati Uniti] “siamo in uno stato di Guerra” contro Osama bin Laden. L’FBI era talmente impressionato dalle segnalazioni del direttore della CIA che fino al 20 settembre 2001, “l’FBI non aveva nemmeno un analista assegnato a tempo pieno al controllo di al-Qaeda”.

Da un briefing preparato per Bush nei primi di luglio del 2001 si legge: “Crediamo che OBL [Osama bin Laden] lancerà un significante attacco terroristico contro gli interessi israeliani e/o americani nelle prossime settimane. L’attacco sarà spettacolare e progettato per infliggere perdite in massa nei confronti di impianti o interessi americani.” E così la cosa fu comunicata; tuttavia Condoleeza Rice, la Responsabile per la Sicurezza Nazionale, dice di non avere mai sospettato che tutto ciò potesse significare niente di più  che il dirottamento di qualche aereo.

Fortunatamente, da qualche parte oltre la tangenziale, c’è l’Europa – recentemente dichiarata anti-semita dai media statunitensi in quanto la maggior parte dell’Europa non vuole al guerra contro l’Iraq mentre la giunta [di Bush] la vuole, per ragioni che forse stiamo iniziando a capire grazie agli investigatori europei ed asiatici ed ai loro relativamente liberi media.

Riguardo al soggetto del ‘Come e Perché l’America è stata attaccata l’11 di settembre’, il migliore e più equilibrato rapporto, fino ad oggi, è quello redatto da Nafeez Mossadeq Ahmed… Sì, sì, lo so, si tratta di uno di Loro. Ma loro conoscono cose che noi non sappiamo – in particolare quello che il nostro governo sta facendo. Ahmed, un esperto in scienze politiche, è il direttore dell’Istituto di Ricerca e Sviluppo delle Politiche un think-tank dedicato alla promozione dei diritti umani, la giustizia e la pace con sede a Brighton. Il suo libro ‘The War on Freedom’, è stato recentemente pubblicato negli Stati Uniti da un editore piccolo ma di solida reputazione.

Ahmed fornisce uno sfondo che spiega la nostra guerra tuttora in corso contro l’Afghanistan, con una prospettiva di vedute che non coincide con quanto l’amministrazione Bush ci ha spiegato. Per fornire questo background Ahmed ha raccolto informazioni da molteplici fonti, principalmente da membri dell’apparato statale americano che stanno iniziando lentamente a farsi avanti e farsi sentire come testimoni – come quegli agenti dell’FBI che avevano avvertito i loro superiori che al-Qaeda stava pianificando un attacco kamikaze contro New York e Washington e che per tutta risposta si sono sentiti dire che se avessero mai fatto trapelare al pubblico questi avvertimenti avrebbero sofferto serie conseguenze così come disposto dal National Security Act. Molti di questi agenti hanno ingaggiato David P. Schippers, consigliere investigatore capo per la Commissione Giudiziaria del Congresso, per rappresentarli a giudizio. Il maestoso Schippers era riuscito a gestire con successo l’impeachment del Presidente Clinton da parte della Camera dei Rappresentanti. Schippers potrebbe, se la guerra contro l’Iraq andasse dal verso sbagliato, essere obbligato ad eseguire lo stesso nobile servizio nei confronti di Bush, che ha permesso che il popolo americano fosse all’oscuro circa l’avvertimento di un attacco imminente su due delle nostre città con lo scopo di agire preventivamente nei confronti di un attacco già pianificato dagli Stati Uniti contro il regime talibano.

Il Guardian (26 settembre 2001) aveva già riportato nel luglio del 2001, che un gruppo di parti interessate si era incontrato in un hotel di Berlino per sentire un ufficiale del Dipartimento di Stato, Lee Coldren, incaricato di passare un messaggio da parte dell’amministrazione Bush nel quale dichiarava ‘che gli Stati Uniti sono così disgustati dai talibani che potrebbero considerare un’eventuale azione militare… la qualità raggelante di questo avvertimento privato era che questo veniva accompagnato – secondo una delle persone presenti, il diplomatico pakistano Niaz Naik – da dettagli specifici di come Bush avrebbe avuto successo in tale operazione…’ Quattro giorni prima, il Guardian aveva riportato che ‘Osama bin Laden ed i talibani avevano ricevuto delle minacce riguardo ad un possibile attacco militare contro di loro due mesi prima degli attacchi terroristici di New York e Washington…il che fa emergere la possibilità che bin Laden avesse lanciato un attacco preventivo in risposta a quello che interpretava come una minaccia degli Stati Uniti.’ Si è trattato forse di un replay del ‘giorno dell’infamia’ nel pacifico 62 anni prima?

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di un’avventura Eurasiatica

Il 9 di settembre 2001, Bush aveva ricevuto una bozza di una direttiva presidenziale per la sicurezza nazionale che delineava una campagna globale di azione militare, diplomatica e di intelligence diretta nei confronti di al-Qaeda, imburrata dalla possibile minaccia della guerra. Secondo la NBC News: ’Il Presidente Bush doveva firmare i piani dettagliati di una guerra mondiale contro Al-Qaeda… ma non aveva avuto l’occasione giusta prima degli attacchi terroristici… La direttiva, come descritto da NBC News, era essenzialmente lo stesso piano di guerra che fu messo in azione dopo l’11 di settembre. L’amministrazione molto probabilmente era riuscita a rispondere così prontamente… perché ha semplicemente dovuto estrarre il piano bello e fatto dagli scaffali.

Infine, la BBC News, 18 settembre 2001: “Niak Naik, un ex-segretario agli esteri del Pakistan, era stato avvertito a metà luglio da ufficiali di alto grado dell’amministrazione americana che un’azione militare contro l’Afghanistan sarebbe stata intrapresa nella metà di ottobre. Era opinione di Naik che Washington non avrebbe abbandonato il suo intento di muovere guerra anche se bin Laden si fosse stato consegnato immediatamente agli americani da parte dei  talibani.

L’Afghanistan è stato quindi ridotto in un cumulo di macerie per vendicare i 3.000 americani uccisi da Osama? Difficile da credersi. L’amministrazione è così convinta che gli americani sono dei tali sempliciotti da non potere affrontare uno scenario più complesso di quello offerto dalla figura di un killer solitario ed impazzito (ma questa volta aiutato da un branco di zombie) che fa del male solo per il gusto di farlo perché ‘ci odia perché noi siamo ricchi e liberi e lui no’. Osama è stato scelto per ragioni estetiche di facciata per essere il più pauroso logo della nostra a lungo contemplata invasione e conquista dell’Afghanistan, i piani della cui esecuzione erano stati ‘contingenti’ qualche anno prima dell’11 di settembre e,  risalgono ancora, al 20 di settembre 2000 quando il team per le operazioni esterne di Clinton aveva già progettato un piano per colpire al-Qaeda in rappresaglia all’assalto alla nave da guerra Cole. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Clinton, Sandy Berger, aveva personalmente informato il suo successore su questo piano ma la Rice, allora ancora molto presa dal suo ruolo di direttore della Chevron-Texaco, con incarichi speciali per il Pakistan e l’Uzbekistan, smentisce di avere ricevuto alcuna informazione in tal senso. Un anno e mezzo più tardi (12, agosto 2002), il coraggioso settimanale Time riportava questo bizzarro vuoto di memoria.

Osama, sempre che si tratti di lui e non di uno stato, ha semplicemente fornito lo shock necessario per mettere in moto una guerra di conquista. Ma conquista di che? Che cosa vi è nel sabbioso e disperato Afghanistan che valga la pena conquistare? Zbigniew Brzezinski ci dice esattamente ‘che cosa’ durante il Consiglio sulle Relazioni Estere del 1997 in uno studio chiamato ‘La Grande Scacchiera: la Supremazia Americana e i suoi Imperativi Geostrategici’.

L’americano nato polacco Brzezinski era stato l’interventista Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Carter. Nello studio ‘La Grande Scacchiera’, Brzezinski ci da una piccola lezione di storia. ‘Sin da quando i continenti hanno iniziato ad interagire politicamente, circa 500 anni fa, l’Eurasia è stato il centro del potere mondiale’. L’Euroasia viene definita come tutto il territorio ad est della Germania. Ciò significa la Russia, il Medio Oriente, la Cina e parte dell’India. Brzezinski prende atto che la Russia e la Cina, che confinano con la parte dell’Asia centrale ricca in risorse petrolifere, sono le due potenze principali che minacciano l’egemonia USA in quell’area.

Brzezinski da per scontato che gli USA devono esercitate il controllo sulle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, conosciute da tutti coloro che le amano come ‘le Stans’: Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kyrgyzstan tutte di ‘importanza dal punto di vista della sicurezza ed ambizione storica per tre dei loro immediati e potenti vicini – Russia, Turchia ed Iran, con la Cina che fa segno da lontano’. Brzezinski sottolinea come il consumo di energia del mondo continui a crescere; di conseguenza, chi controlla il petrolio del Caspio controllerà l’economia del mondo. Brzezinski poi, riflettendo, si dilunga nella razionalizzazione standard dell’impero dal punto di vista americano; noi non vogliamo niente, mai, per noi statunitensi, vogliamo solo tenere alla larga la gente cattiva dal prendere le cose buone con le quali possono fare male alle buone persone.’Ne segue che l’interesse primario dell’America è di assicurarsi che nessuna singola [altra] potenza raggiunga il controllo di questo spazio geopolitico e che la comunità globale abbia un accesso finanziario ed economico libero nei confronti di questo.

Brzezinski è abbastanza consapevole che il leader americani sono ignoranti nella storia e nella geografia per cui ne approfitta, fermandosi appena sul punto di evocare un politicamente scorretto ‘destino evidente.’ Si sofferma a ricordare al Consiglio quanto sia grande l’Eurasia. Il settantacinque percento della popolazione del mondo è eurasiatica. Se ho fatto bene i miei calcoli questo significa che per adesso abbiamo [gli americani] del solo 25 percento della gente del mondo. Allora di più! ‘Eurasia conta per il 60 percento del prodotto interno lordo del mondo e tre quarti delle risorse energetiche del pianeta.’

Il piano maestro di Brzezinski per il ‘nostro’ mondo è stato ovviamente accettato dalla giunta Bush/Cheney. L’America delle multinazionali, già eccitata da tempo dalla ricchezza minerale dell’Eurasia, è stata a bordo dell’impresa fin dall’inizio.

Ahmed riassume: ‘Brzezinski ha chiaramente predetto che la creazione, consolidamento ed espansione di una egemonia militare americana sull’Eurasia attraverso l’Asia Centrale richiederebbe una politica estera senza precedenti di militarizzazione permanente, associata ad una produzione, anch’essa senza precedenti, di supporto domestico e di consenso verso questa campagna di militarizzazione.’

L’Afghanistan è la porta a tutte queste ricchezze. Combatteremo per impossessarcene? Non dovrebbe essere mai dimenticato che il popolo americano non voleva combattere in entrambe le due guerre mondiali del ventunesimo secolo, ma che è stato il Presidente Wilson a condurci nella prima mentre il Presidente Roosvelt ha manovrato i Giapponesi di modo che ci colpissero per primi a Pearl Harbor, facendo si che entrassimo nella Seconda Guerra Mondiale come risultato di questo massiccio attacco esterno. Brzezinski comprende tutto ciò e, nel 1997, pensa già al futuro – così come al passato. ‘Inoltre, mentre l’America diventa una società sempre più multiculturale, può trovare sempre più difficile l’ottenimento di un consenso su questioni di politica estera, eccetto nelle circostanze di una minaccia esterna veramente massiccia e largamente percepita.’ In questo modo è stata creata la pistola simbolica che ha gorgogliato la spessa cappa nera sopra Manhattan ed il Pentagono.

Fin dai tempi della guerra tra l’Iraq e l’Iran, l’Islam è stato demonizzato come un culto terrorista Satanico che incoraggia gli attacchi suicidi – contrariamente, vale la pena notarlo, alla religione Islamica. Osama è stato dipinto, accuratamente da quanto sembra, come uno devoto Islamico. Per far si che questo agente del male sia messo davanti alla giustizia (morto o vivo), l’Afghanistan, l’oggetto di questo esercizio è stato reso sicuro non solo per la democrazia ma anche per la Union Oil della California il cui proposto oleodotto dal Turkmenistan all’Afghanistan, Pakistan ed il porto sull’Oceano Indiano di Karachi, è stato abbandonato sotto il caotico regime dei talebani. Attualmente, l’oleodotto è un progetto in fase di realizzazione grazie all’installazione da parte della giunta di un impiegato della Unocal (John J Maresca) come inviato statunitense presso l’appena nata democrazia afgana il cui presidente, Hamida Garzai, è anche, secondo il quotidiano Le Monde, un ex-impiegato di una sussidiaria della Unocal. Cospirazione? Coincidenza!

Una volta che l’Afghanistan sembrava una cosa fatta e finita, la giunta, che era riuscita a fare una complessa capriola diplomatica-militare – ha bruscamente sostituito Osama, la personificazione del male, con Saddam. Questa manovra è stata dura da spiegare in quanto non vi è niente che colleghi l’Iraq con gli eventi dell’11 di settembre. Fortunatamente, ‘le prove’ si stanno inventando. Ma è una strada in salita, non aiutata dalle storie della stampa circa la vasta ricchezza petrolifera dell’Iraq che deve – per la salvezza del mondo libero – essere rassegnata a consorzi USA ed Europei.

Come Brzezinski aveva predetto, ‘una minaccia esterna veramente massiccia e largamente percepita’ ha fatto sì che il Presidente ballasse la danza della guerra davanti al Congresso. ‘Una lunga guerra!’ ha urlato con giubilo. Poi ha nominato un incoerente Asse del Male che deve essere combattuto. Sebbene il Congresso non gli abbia dato il pass speciale per le relazioni estere  – un dichiarazione di guerra – gli ha dato il permesso di correre dietro ad Osama che in questo momento potrebbe sgattaiolare in Iraq.

Bush ed il cane che non ha abbaiato

Post 11 settembre, i media americani sono stati riempiti con denunce preventive di teorici della cospirazioni anti-patriotici, che non sono sempre dalla nostra parte ma sono di solito facili da discreditare da parte dei media in quanto è un dogma di fede che non esistano cospirazioni nella vita americana. Tuttavia, circa una anno fa, chi avrebbe pensato che una grande fetta dell’america delle multinazionali avrebbe cospirato con i suoi revisori contabili per falsare i propri bilanci a partire – bene, almeno dai giorni gloriosi di Reagan e della deregulation. Ironicamente, meno di una anno dopo l’enorme pericolo dal di fuori, ci siamo dovuti confrontare con un ancora più grande pericolo dal di dentro: il Capitalismo del Vitello d’Oro. Trasparenza? Una persona normale avrebbe paura che una trasparenza ancora maggiore non farà altro che rivelare armate di vermi che lavorano sotto la pelle di una cultura che ha bisogno di un poco di riposo per riprendere le forze prima di fare il prossimo passo gigantesco che è la conquista dell’Eurasia, un’avventura potenzialmente fatale non solo per le nostre istituzioni rinsecchite ma anche per noi, quelli che vivono nel presente.

Complicità. Il comportamento del Presidente George W. Bush l’11 di settembre certamente fa emergere tutta una serie di sospetti innaturali.  Non riesco a pensare a nessun altro capo di stato moderno che continui a posare per delle fotografie calorose di se stesso che ascolta una giovane ragazza raccontare storie sulla sua piccola capretta mentre degli aeroplani dirottati erano nelle viscere di tre edifici.

Costituzionalmente, Bush non è solo il capo dello Stato, è anche il comandante in capo delle forze armate. Normalmente, un comandante in una crisi di questo tipo andrebbe diretto ai quartieri generali e dirigerebbe le operazioni mentre riceve le ultime notizie di intelligence.

Ciò è esattamente quanto Bush ha fatto – o non ha fatto – secondo Stan Goff, un veterano dell’esercito americano in pensione, che ha insegnato scienza e dottrina militare a West Point. Goff scrive, ‘la così chiamata Prova è una Farsa: non riesco a capire perché la gente non chieda delle domande specifiche circa le azioni di Bush e della sua banda il giorno degli attacchi. Quattro aeroplani sono stati dirottati e deviati dal loro piano di volo, tutto mentre sorvegliati dal radar della Federal Aviation Authority.’

Goff, incidentalmente, come altri attoniti esperti militari, non può immaginarsi il perché non sia stato eseguito ‘l’ordine automatico di procedura standard in caso di dirottamento’ del governo. Una volta che un aeroplano ha deviato dal suo piano di volo, i jet da combattimento devono decollare per scoprire il perché. Questo è quello che dice la legge è non vi è bisogno di un’approvazione presidenziale, che deve essere data solo nel caso che si decidere se abbattere o meno l’aeroplano.  Goff lo dice a chiare lettere: ‘Gli aeroplani sono stati dirottati tra le 7:45 e le 8:10 am. Chi è stato avvertito? Questo è di per sé un evento già senza precedenti. Ma il Presidente non viene avvertito è va in una scuola elementare della Florida per sentire dei bambini leggere.

‘Per le 8:15 doveva essere ben chiaro che qualcosa stava andando terribilmente storto. Il Presidente continua a gestire gli insegnanti della scuola a sorrisoni. Per le 8:45, quando il volo 11 dell’American Airlines si schianta contro la North Tower, Bush sta sistemando l’inquadratura con dei bambini per il suo fotografo. Quattro aeroplani sono stati ovviamente dirottati simultaneamente ed uno si è già tuffato dentro le Twin Towers, e tuttavia nessuno ne da notizia al Comandante In Capo.

‘Nessuno ha neppure apparentemente inviato degli intercettori della Air Force. Alle 9:03, il volo 175 si schianta contro la South Tower. Alle 9:05 Andrew Card, il Capo dello Staff bisbiglia qualcosa a Bush che “brevemente assume una atteggiamento serio” secondo le dichiarazioni dei reporter. Decide di cancellare la visita alla scuola è convenire una riunione di emergenza? No. Continua ad ascoltare gli studenti … e continua le  banalità della visita persino quando il volo American Airlines 77 conduce un curva non programmata verso l’Ohio e si dirige in direzione di Washington DC.

‘Bush ha dato istruzioni a Card di fare decollare le forze dell’Aviazione? No. Dopo un’interminabile periodo di 25 minuti più tardi, decide finalmente di fare una dichiarazione pubblica dicendo agli Stati Uniti quello che hanno già capito da solo – che c’è stato un attacco al World Trade Centre. C’è un aeroplano dirottato che è in rotta verso Washington, ma l’Aviazione è stata ingaggiata per difendere qualsiasi cosa? No.

‘Alle 9:35, questo aeroplano fa un altro giro, di 360 gradi, sopra il Pentagono, il tutto mentre osservato dai radar, ed il Pentagono non viene evacuato, e non vi sono ancora dei jet della Air Force nei cieli sopra Alexandria e DC. Adesso arriva la parte più incredibile: vogliono che crediamo che un pilota che è stato addestrato in una scuoletta per Piper Cub e Cessna, riesce ad effettuare una spirale discendente controllata perdendo 3.500 metri di altitudine in due minuti e mezzo, e a portare l’aeroplano così in basso e così orizzontale che questo tronca i cavi elettrici sulla strada dall’altra parte del Pentagono, e vola con accuratezza millimetrica dentro il lato dell’edificio alla velocità di 460 nodi.

Quando la teoria dell’aver imparato a volare nella scuoletta incomincia a perdere terreno, viene aggiunto che i piloti avevano avuto un ulteriore addestramento su un simulatore di volo. Sarebbe come dire che uno prepara la proprio figlioletta adolescente per la sua prima guida sull’autostrada durante l’ora di punta semplicemente comprando un videogame di guida… C’è chiaramente una storia che è stata costruita dietro questi eventi.’

Ed in effetti vi è una storia, è più diventa grande più oscura diventa. La nonchalance del Generale Richard B. Meyer, che ha agito in qualità di Joint Chief of Staff, è bizzarra come il modo di comportarsi da campagna elettorale del presidente. Myers era a Capitol Hill che chiacchierava con il Senatore Max Cleland. Un sergente, che più tardi aveva scritto dell’evento nel AFPS (American Forces Press Service) descrive Myers a Capitol Hill. ‘Mentre era in un ufficio esterno, ha detto, ha visto un reportage della televisione che faceva vedere che un aereo aveva colpito il World Trade Centre. “Pensavano che fosse un piccolo aeroplano o qualcosa del genere”, ha dichiarato Myers. Per cui le due persone nell’ufficio hanno continuato a fare le solite chiamate dall’ufficio.’

Qualunque cosa che Myers e Cleland si siano detti tra loro (più fondi per i militari?) doveva essere importante perché, durante la loro chiacchierata, viene riportato dal AFPS, ‘ la seconda torre veniva colpita da un altro jet’. “Nessuno ci aveva informato di ciò” ha dichiarato Myers. “Ma quando siamo usciti, era ovvio. Poi, proprio in quel momento, qualcuno disse che il Pentagono era stato colpito”. Finalmente, qualcuno ‘lanciò un cellulare sulla mano di  Myers e, come per magia, il comandante generale del Norad – il nostro comando aerospaziale – era in linea proprio quando la missione dei dirottatori era stata portata a termine con successo fatto salvo per l’aereo che aveva fallito il suo compito in Pennsylvania. In una successiva testimonianza alla commissione per le Forze Armate del Senato, Myers ha dichiarato di pensare che, con riguardo alla conversazione telefonica con il Norad, ‘la decisione presa a quel punto era di iniziare a fare decollare degli aerei’. Erano le 9:40 am. Un ora e 20 minuti dopo che i controllori di volo avevano saputo che il volo 11 era stato dirottato; 50 minuti dopo che la North Tower era stata colpita.

Questa dichiarazione sarebbe stato abbastanza per il nostro buon vecchio e serio esercito/aviazione per lanciare una serie di corti marziali assieme ad un impeachment o due di contorno. Dapprima, Myers dichiara di non essere stato informato fino a che il terzo aereo ha fatto centro. Ma il Pentagono aveva mancato di notare gli aeroplani dirottati da almeno il momento dell’impatto  sulla prima torre: tuttavia non fino al terzo impatto, al Pentagono, fu presa la decisione di fare decollare i jet. Finalmente, questo è il cane che non abbaia. Per legge, i jet avrebbero dovuto alzarsi alle 8:15. Se si fossero alzati a quell’ora tutti i jet dirottati sarebbero stati deviati o abbattuti. Non penso che Goff sia pignolo senza ragione quando si chiede chi e che cosa ha trattenuto l’Air Force dal seguire la sua procedura normale invece di aspettare un’ora e 20 minuti fino a quando il danno era stato ultimato e poi solo successivamente lanciare i caccia. Ovviamente, qualcuno aveva ordinato all’Air Force di non fare nessuna mossa per intercettare quei dirottamenti fino a quando…. che cosa?

Il 21 gennaio 2002, l’analista canadese televisivo Barry Zwicker sintetizzava sulla CBC-TV: ‘Quella mattina nessun intercettore aveva risposto con tempi di reazioni conformi alla più alta situazione di allerta. Questo include gli squadroni di Andrews che … sono a 20 chilometri dalla Casa Bianca… Qualunque sia la spiegazione per questa incredibile mancanza, non vi è stato nessun rapporto, per quanto ne so, e nessun rimprovero. Questo rende ancora più debole la Teoria dell’ Incompetenza. L’incompetenza è di solito seguita dai rimproveri. Ciò mi porta a chiedere se per caso non vi fossero degli ordini di rimanere a terra.?? Il 29 agosto 2002, la BBC ha riportato che l’11 settembre vie erano solo quattro caccia pronti al decollo in tutta l’area nord est degli Stati Uniti. Cospirazione? Coincidenza? Errore?

E’ interessante come spesso nella nostra storia, quando il disastro colpisce, l’incompetenza sia considerata un alibi migliore di… ebbene, sì, ci sono cose peggiori. Dopo Perl Harbor, il Congresso si era mosso per scoprire perché i due comandi militari delle Hawaii, il Generale Short e l’Ammiraglio Kimmel, non avevano anticipato l’attacco giapponese. Ma il Presidente Roosvelt prevenì tale indagine facendone una per suo conto. Short e Kimmel furono giudicati di essere venuti meno per incompetenza. La verità è ancora oscura ai giorni nostri.

Mohammed Heikal è un brillante giornalista osservatore egiziano, ed è stato per qualche tempo ministro degli Esteri. Il 10 di ottobre 2001, ha dichiarato al Guardian: ‘Bin Laden non ha le capacità per un’operazione di queste dimensioni. Quando ascolto Bush parlare di al-Qaeda come se fossero la Germania Nazista o il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, mi viene da ridere perché so di che si tratta. Bin Laden è stato sotto sorveglianza per anni: ogni chiamata telefonica è stata monitorata e al-Qaeda è stata penetrata dall’intelligence americana, pakistana, saudita ed egiziana. Non avrebbero potuto mantenere segreta un’operazione che richiedeva un tale grado di organizzazione e sofisticatezza.

L’ex-presidente dei servizi di intelligence interni della Germania, Eckehardt Wertheback (American Free Press, 4 dicembre 2001) lo ha detto ha chiare lettere. Gli attacchi dell’11 di settembre richiedevano anni di preparazione mentre la loro scala indica che sono il prodotto di un’azione esercitata da uno stato.  Ecco fatto. Forse, dopo tutto Bush Jnr ha fatto bene a chiamarla una guerra. Ma quale stato ci ha attaccato?

I sospetti per favore si mettano in riga. L’Arabia Saudita? ‘No, no. Vi paghiamo $50 milioni di dollari l’anno per addestrare la guardia del corpo reale sulla nostra santa sebbene arida terra. E’ vero che il regno contiene molti nemici ben educati e facoltosi ma…’ Bush Snr e Jnr si scambiano uno sguardo di comprensione. L’Egitto? Assolutamente no. Completamente al verde nonostante gli aiuti americani. Siria? Troppo povera. L’Iran? Troppo orgoglioso per prendersi la briga contro uno stato parvenu come gli USA. Israele? Sharon è capace di qualunque cosa. Ma gli manca lo stomaco e la grazia di un vero kamikaze. Inoltre, Sharon non era in carica quando questa operazione è cominciata con l’innesto di dormienti nelle varie scuole di volo americane 5 o 6 anni fa. Gli Stati Uniti? Gli elementi  dell’america delle grandi società prospererebbero indubbiamente da un ‘attacco massiccio esterno’ che renderebbero possibile l’andare in guerra in qualunque momento il Presidente lo reputi necessario mentre allo stesso tempo si sospendono le libertà civili (le 342 pagine del Patriot Act sono state preparate ben prima dell’11 di settembre). Bush Snr e Jnr se la stanno ridacchiando adesso. Perché? Perché Clinton era presidente in quel periodo. Mentre il precedente presidente lascia la linea dei sospetti, dice, più per rabbia che per dispiacere:’Quando abbiamo lasciato la Casa Bianca avevamo i piani per una guerra a larga scala contro al-Qaeda. Gli abbiamo dati a questa amministrazione e non hanno fatto niente. Perché? ‘Mordendosi le labbra si allontana dal gruppo. I Bush hanno smesso di ridacchiare. Il Pakistan finalmente crolla: ‘Sono stato io! Lo confesso! Non potevo resistere. Salvatemi. Sono una persona cattiva!’

Ed apparentemente il Pakistan lo ha fatto veramente – o almeno parte del piano. Dobbiamo andare indietro al 1997 quando ‘la più grande operazione coperta della storia della CIA fu lanciata in risposta all’invasione Sovietica dell’Afghanistan. Lo specialista dell’Asia centrale Ahmed Rahid ha scritto (Foreign Affaire, dicembre-novembre 1999): ‘Con l’incoraggiamento attivo della CIA e dell’ISI pakistana (Inter Services Intelligence) che volevano trasformare la jihad afgana in una guerra globale, fatta da tutti i musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 musulmani radicali, da 40 paesi musulmani hanno partecipato al conflitto in Afghanistan dal 1982 al 1992… più di 100.000 musulmani radicali sono stati direttamente influenzati dalla jihad afgana.’ La CIA ha segretamente addestrato e sponsorizzato questi guerrieri.

Nel marzo 1985, il Presidente Reagan emetteva la Direttiva di Decisione di Sicurezza Nazionale 166, incrementando l’aiuto militare mentre gli specialisti della CIA si incontravano con le loro controparti dell’ISI vicino a Rawalpindi, Pakistan. Jane’s Defence Weekly (14 settembre 2001) da la migliore descrizione dell’evento: ‘Gli addestratori erano principalmente dell’agenzia ISI pakistana che avevano imparato il loro mestiere dai commando dei Berretti Verdi americani e dai Navy Seals in vari campi di addestramento USA.’ Ciò spiega la riluttanza dell’amministrazione nello spiegare perché così tante persone non qualificate avessero avuto, lungo un così lungo arco di tempo, dei visti per visitare le nostre così ospitabili coste. Mentre in Pakistan, ‘l’addestramento di massa di devoti afgani veniva successivamente condotto dall’esercito pakistano sotto la supervisione dell’elite Special Services… Nel 1988, con la piena conoscenza da parte degli USA, bin Laden creava al-Qaeda (La Base); un conglomerato di quasi indipendenti celle di terroristi islamici distribuiti su circa 26 paesi. Washington chiuse gli occhi di fronte ad al-Qaeda.’

Quando l’aeroplano di Mohamed Atta colpì la North Tower del World Trade Centre, George W. Bush e la bambina nella scuola elementare della Florida stavano discutendo sulla sua capretta. Casualmente, il nostro termine “tragedia” viene dal greco: tragos per ‘capra’ e oide per ‘canzone’. E altamente appropriato che questo lamento, cantato nelle antiche rappresentazione satire, dovesse essere stato ascoltato ancora nell’esatto momento in cu anche noi siamo stati colpiti dal fuoco del cielo, ed una tragedia la cui fine non si riesce a cogliere è iniziata per tutti noi.

Fonte: The Observer, Domenica 27 ottobre 2002

Traduzione di Tom Corradini


 

http://www.disinformazione.it/bzrezinski.htm 

Bzrezinski ammette che l'islamismo afgano...
tratto da www.nexusitalia.com 

Brzezinski ammette che l'islamismo afgano fu creato a Washington

Intervista con Zbigniew Brzezinski, consigliere sulla sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, su 'Le Nouvel Observateur' (Francia), 15-21 gennaio 1998, pag. 76. Notare che le copie di 'Le Nouvel Observateur' distribuite in America non includevano la seguente intervista; solo le edizioni distribuite al di fuori degli USA la riportavano. Questo la dice lunga sulla società statunitense.

 

Domanda: L'ex direttore della CIA Robert Gates, nelle sue memorie ["From the Shadows"] ha affermato che i servizi d'intelligence americani iniziarono ad aiutare i Mujahadeen in Afghanistan sei mesi prima dell'intervento sovietico. In quel periodo lei era consigliere sulla sicurezza nazionale del presidente Carter, pertanto ha giocato un ruolo in questa vicenda. È esatto?

Brzezinski: Sì. Secondo la versione ufficiale della storia, l'aiuto della CIA iniziò durante il 1980, vale a dire, dopo che l'esercito sovietico invase l'Afghanistan, il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, custodita segretamente sino ad ora, è completamente diversa: in realtà, fu il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E quel giorno stesso, io scrissi una nota al presidente, nella quale gli spiegavo che secondo me questo aiuto avrebbe indotto i sovietici ad intervenire militarmente.

D: Malgrado questo rischio, lei era un sostenitore di questa azione coperta. Forse che lei stesso desiderava questa entrata in guerra dell'Unione Sovietica e ha cercato di provocarla?

B: Non è affatto così. Non abbiamo spinto i sovietici ad intervenire, ma incrementammo consapevolmente la possibilità che lo facessero.

D: Quando i sovietici giustificarono il loro intervento affermando che intendevano combattere contro un segreto coinvolgimento degli Stati Uniti in Afghanistan, la gente non ci credette. Tuttavia, c'era un fondo di verità. Oggi non si pente di nulla?

B: Pentirmi di cosa? Quell'operazione segreta fu un'idea eccellente. Ebbe l'effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e lei vorrebbe che me ne pentissi? Il giorno che i sovietici attraversarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: adesso abbiamo l'opportunità di dare all'Unione Sovietica la sua guerra del Vietnam. In effetti, per quasi dieci anni, Mosca dovette condurre una guerra insostenibile dal governo, un conflitto che contribuì alla demoralizzazione e infine al collasso dell'impero sovietico.

D: E lei non si pente neanche di aver appoggiato il fondamentalismo islamico, avendo fornito armi e addestramento ai futuri terroristi?

B: Cos'è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?

D: Qualche musulmano fomentato? Ma è stato detto e ripetuto che il fondamentalismo islamico oggi rappresenta una minaccia mondiale.

B: Sciocchezze!Si sostiene che l'Occidente avesse una politica globale nei confronti dell'Islam. Questo è stupido. Non c'è un Islam globale. Guardi all'Islam razionalmente e senza demagogia o emotività. È la maggior religione del mondo, con un miliardo e mezzo di seguaci; ma cosa c'è in comune tra il fondamentalismo dell'Arabia Saudita, il Marocco moderato, il militarismo del Pakistan, l'Egitto filo-occidentale o il secolarismo dell'Asia centrale? Niente di più di ciò che unisce le nazioni cristiane.

(Tratto da una traduzione dal francese di Bill Blum)


 

La Rivista de il manifesto numero  23  dicembre 2001

Da dove vengono i taliban

IL LABORATORIO DI FRANKENSTEIN
Tariq Ali  

Pur suscitando alla fine dell'Ottocento le bramosie dello zar russo e del viceré britannico, l'Afghanistan è sempre riuscito con incrollabile fermezza a respingere ogni forma di occupazione coloniale. Due invasioni britanniche furono ricacciate indietro, lanciando un monito sia a Londra che a San Pietroburgo. E, alla fine, tanto l'espansionista impero zarista che l'impero britannico in India accettarono l'esistenza di questo stato cuscinetto afghano, una confederazione pre-feudale e tribale con un re riconosciuto. I britannici, in quanto forza di maggior rilievo, avrebbero mantenuto un occhio vigile su Kabul, secondo un accordo che risultava gradito a tutte e tre le parti. Il risultato era che la società afghana non ha mai conosciuto la minima modernizzazione di tipo imperiale, ed è rimasta più o meno immobile per più di un secolo. Quando infine intervennero dei cambiamenti, l'elemento catalizzatore venne dall'esterno. La rivoluzione russa del 1917 e la soppressione (nel 1919) del califfato ottomano da parte del nuovo esercito messo in piedi in Turchia da Atatürk suscitarono ambizioni di tipo moderno nel giovane re afghano Amanullah. Irritato della tutela britannica e istigato da alcuni intellettuali radicali, che guardavano con interesse agli ideali illuministi provenienti dall'Europa e alla coraggiosa impresa di Pietroburgo. Amanullah riuscì a unire rapidamente una piccola élite istruita con la maggior parte delle tribù e ottenne un'importante vittoria militare contro l'esercito britannico nel 1919.

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Forte del suo successo sul campo di battaglia, Amanullah lanciò un programma di riforme, ispirato in parte alla rivoluzione kemalista turca. Venne proclamata una nuova costituzione, che istituiva il suffragio universale e che, se fosse entrata effettivamente in vigore, avrebbe fatto dell'Afghanistan uno dei primi paesi al mondo a dare il diritto di voto alle donne. Nel frattempo, alcuni emissari vennero mandati a Mosca in cerca di aiuti e, sebbene i leader bolscevichi fossero impegnati a fronteggiare diversi attacchi armati da parte delle potenze dell'Entente, le aperture afghane vennero considerate con la massima serietà. Mentre Sultan-Galiev riceveva calorosamente gli inviati di Kabul per conto del Komintern, Trockij mandava una lettera segreta al Comitato centrale del Partito comunista russo dal suo treno blindato sul fronte della guerra civile. In questo straordinario messaggio scrisse: «Non c'è alcun dubbio che la nostra Armata Rossa costituisce un potere molto più forte sullo scenario asiatico che in Europa. Ci si apre infatti un'opportunità di grande rilievo, non più basata semplicemente sull'attesa di eventuali sviluppi in Europa, ma imperniata sull'azione nel teatro asiatico. La via verso l'India potrà ad un certo punto rivelarsi molto più praticabile e breve di quella che passa attraverso l'Ungheria sovietica. Il nostro esercito, che al momento non ha alcun peso determinante sul fronte europeo, può capovolgere l'instabile equilibrio delle relazioni di dipendenza coloniale in Asia, dare un impulso diretto alla rivolta di parte delle masse oppresse e garantire il trionfo dell'insurrezione asiatica (…) La strada per Parigi e Londra passa per le città dell'Afghanistan, del Punjab e del Bengali». Un documento un po' visionario di uno dei consiglieri militari di Trockij proponeva la creazione di un corpo di cavalleria anti-imperialista di 30-40mila elementi per liberare l'India dal giogo britannico.
Tutti questi progetti naufragarono. Non c'è dubbio che il fallimento della marcia di Tukhachevsky in Polonia, due anni dopo, provvide a raffreddare gli animi a Mosca. Amanullah non ottenne più che qualche attestato di amicizia e alcuni consigli dai bolscevichi. Ma i britannici, comprensibilmente nervosi, erano ora determinati a rovesciarlo. New Delhi finanziò un paio di tribù importanti, fomentò l'opposizione religiosa al re e riuscì infine a rovesciarlo con un putsch militare nel 1929. Il giornale del Komintern «Inprecorr» scrisse che Amanullah era riuscito a restare al potere dieci anni solo grazie all' `appoggio sovietico'; in modo più pertinente, il funzionario bolscevico Raskolnikov osservò che Amanullah aveva introdotto «riforme di stampo borghese in assenza di una borghesia»; e gli effetti di tali riforme erano ricaduti sui contadini – di cui non era riuscito a guadagnarsi il consenso con un'adeguata riforma agraria – permettendo quindi ai britannici di sfruttare le divisioni sociali e tribali all'interno del paese.
Cinquant'anni dopo la storia era destinata a ripetersi, con risvolti ancora più sinistri. All'inizio degli anni '70 il re Zahir venne spodestato da suo cugino Daud che, con l'appoggio dei comunisti locali e il sostegno finanziario dell'Unione Sovietica, proclamò la nascita della repubblica. Quando poi, nell'aprile 1979, lo scià iraniano convinse Daud a rivolgersi contro le fazioni comuniste presenti nell'esercito e nell'amministrazione pubblica, queste ultime si difesero effettuando un putsch. Ma, lacerati da pesanti discordie – le dispute all'interno del partito venivano spesso risolte a colpi di pistola – i comunisti afghani non avevano alcuna base sociale al di fuori di Kabul e di poche altre città. Il loro potere si basava solo sul controllo dell'esercito e dell'aviazione. Fu allora che gli Stati Uniti, facendo proprio il ruolo storicamente riservato ai britannici, cominciarono a destabilizzare il regime, armando l'opposizione religiosa attraverso l'esercito pakistano. Sottoposti a crescenti pressioni, i comunisti afghani finirono per logorarsi in lotte intestine. E fu a questo punto che Breznev prese la decisione di mandare un massiccio contingente militare a Kabul in soccorso del regime.
Questo era proprio quanto sperava Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter: in pratica i dirigenti russi caddero in pieno nella trappola. L'ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan trasformò una semplice guerra civile sovvenzionata da Washington in una jihad, in cui i mujaheddin (`sacri guerrieri') si ergevano a difensori unici della sovranità afghana contro l'esercito degli invasori stranieri. Brzezinski accorse rapidamente al Khyber Pass, dove non disdegnava di farsi fotografare con un turbante mentre gridava `Allah è dalla vostra parte'. Al contempo, i fondamentalisti afghani venivano celebrati, alla Casa Bianca e a Downing street, come combattenti per la libertà.
Il ruolo di Washington nella guerra afghana non è mai stato un segreto, ma il pregevole libro di John Cooley1 è il primo resoconto sistematico e dettagliato del modo in cui gli Stati Uniti utilizzarono i servizi di intelligence egiziani, sauditi e pakistani per creare, addestrare, finanziare e armare una rete internazionale di militanti islamisti disposti a combattere i russi in Afghanistan. Ex corrispondente per il Medio Oriente del «Christian Science Monitor» e della rete televisiva Abc, Cooley è potuto facilmente entrare in contatto con i funzionari (in pensione o tuttora in attività) che avevano partecipato a questo episodio finale della Guerra fredda. Anche se non sempre cita le fonti, e se parte di quello che dice deve essere preso con il beneficio del dubbio, le informazioni che fornisce corroborano gran parte delle affermazioni che venivano pronunciate a mezza bocca in Pakistan negli anni '80. Fra queste, l'idea che gli Stati Uniti coinvolsero altre potenze nella jihad anti-sovietica: Cooley sostiene ad esempio che l'aiuto cinese non era limitato alla fornitura d'armi, ma anche a quella di stazioni di ascolto nello Xinjiang, e all'invio - a spese della Cia - di volontari uiguri sul fronte. Alcune forme di assistenza da parte dei cinesi furono ammesse in via privata dai generali pakistani, ma Pechino ha sempre negato. Cooley arriva fino ad arguire che i dirigenti comunisti cinesi non sono del tutto immuni alla cosidetta sindrome `post-ritiro sovietico', che vede i militanti islamisti rivolgersi contro coloro che li avevano armati. Tuttavia, Cooley non menziona lo stato di Israele, il cui ruolo nella guerra afghana rimane ancora coperto da una cappa di segretezza. Nel 1985 Mansur, un giovane giornalista pakistano che lavorava per «The Muslim,» incrociò per caso alcuni `consiglieri' israeliani al bar dell'Intercontinental Hotel di Peshawar. Conscio che si trattava di una notizia che avrebbe potuto avere effetti esplosivi sulla dittatura di Zia, informò il suo direttore, alcuni amici e un inviato della rete statunitense Wtn. Alcuni giorni dopo venne catturato e ucciso da alcuni mujaheddin, su indicazione dell'Inter-Services Intelligences (Isi - servizi segreti pakistani).
Cooley descrive anche un incontro da lui avuto nel 1978 a Beirut con Raymond Close, ex capo della stazione della Cia in Arabia saudita, che esercitò su di lui un incontestabile fascino. Tuttavia, se solo gli avesse posto domande più dirette, Cooley avrebbe scoperto che Close era in precedenza stato nominato in Pakistan, paese in cui suo padre era stato insegnante missionario al Forman Christian College di Lahore, e che parlava correntemente il dari, l'urdu e l'arabo. Ufficialmente in pensione, Close sembrava la persona ideale per coordinare le operazioni orchestate in Afghanistan con il sostegno del Pakistan, paese in cui la Banca di credito e commercio internazionale (Bcci) fungeva da canale per il finanaziamento da parte della Cia delle attività clandestine e per il riciclaggio dei profitti del traffico di eroina. La tesi di Cooley, secondo cui gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione hanno pagato un altissimo prezzo in cambio della vittoria in Afghanistan, è incontestabile. In Egitto, Sadat è stato assassinato da un soldato islamista durante una parata militare. In Pakistan, Zia è morto - insieme all'ambasciatore statunitense a Islamabad Arnold Raphael e al generale Rahman, autorevole membro dell'Isi - in un misterioso incidente aereo che pochi considerano una fatalità. Inoltre, i cinquemila marines ancora di stanza a Riyadh non stanno lì per minacciare Saddam Hussein, ma per difendere la famiglia reale saudita.

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Lo stesso Afghanistan, dieci anni dopo il ritiro dei sovietici, è ancora lacerato dalle violenze tra fazioni. I veterani della guerra hanno dato il loro apporto alla destabilizzazione dell'Egitto, dell'Algeria, delle Filippine, del Sudan, del Pakistan, della Cecenia, del Daghestan e dell'Arabia saudita. Hanno colpito obiettivi statunitensi e dichiarato guerra al `Grande satana'. Osama bin Laden, la cui immagine orna la copertina del libro di Cooley, è diventato lo spauracchio dei funzionari statunitensi e delle fantasie popolari americane - dopo aver cominciato la propria carriera come grande impresario edile legato alla Cia. Quando i generali pakistani intercessero presso la dinastia saudita affinché questa mandasse un pupillo della famiglia reale a combattere la guerra santa, venne infatti deciso di mandare Osama, intimo frequentatore del palazzo. Facendo assai meglio di quanto tutti si aspettavano, Osama susciterà la sorpresa tanto dei suoi patroni di Riyadh che del Dipartimento di Stato americano. Cooley conclude lanciando il seguente avvertimento al governo americano: «Quando decidete di fare la guerra al vostro peggiore nemico, cercate prima di analizzare attentamente chi scegliete come amici, alleati o mercenari. Cercate di capire se questi alleati hanno già sguainato i coltelli e stanno puntandoveli alla schiena». Il suo appello non avrà probabilmente alcun effetto su Zbigniew Brzezinski, che non ha alcun rammarico: «Cosa era più importante rispetto alla storia mondiale? - chiede ora con una malcelata punta di irritazione - i taliban o la caduta dell'impero sovietico? Un manipolo di musulmani esagitati o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?». Il disprezzo per i diritti e la vita delle persone ordinarie che vivono in altre zone del mondo – un elemento strutturale della visione di Washington prima, durante e dopo la guerra fredda – non potrebbe essere espresso in maniera più efficace.

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Il libro di Ahmed Rashid2 è il primo valido resoconto dell'ascesa al potere dei taliban. L'autore è un impavido giornalista pakistano, che lavora in Afghanistan dal 1978 e si è sempre rifiutato di piegarsi alle intimidazioni o alle istigazioni dei vari poteri che si sono succeduti. Dopo il ritiro sovietico nel 1989, l'alleanza ufficiosa di Stati che aveva appoggiato i mujaheddin non tardò a sfaldarsi. Islamabad non voleva assolutamente un ampio governo di unità nazionale per la ricostruzione, preferendo invece imporre al paese - con l'appoggio statunitense e saudita - il suo pupillo Gulbuddin Hekmatyar. Ne conseguì un circolo vizioso di guerre civili, punteggiate da instabili tregue e dalla resistenza degli hazara (appoggiati dall'Iran), di Ahmed Shah Massud (appoggiato dalla Francia), e del generale uzbeko Dostum (appoggiato dalla Russia). Quando divenne ovvio che le forze di Hekmatyar non erano in grado di sconfiggere questi avversari, l'esercito pakistano cominciò ad appoggiare quegli studenti che andava addestrando nelle scuole religiose della Frontiera del Nord-Ovest fin dal 1980, il cui alfabeto era limitato alle lettere jeem per jihad, kaaf per kalashnikov, e tay per tope (cannone). Nel 1992, il governatore della Frontiera del Nord-Ovest osservò che non sapeva se quei giovani fanatici delle madrasa potessero `liberare' l'Afghanistan, ma che certamente avrebbero destabilizzato ciò che restava del Pakistan.

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I taliban erano orfani della guerra contro l'infedele russo. Addestrati e mandati oltre la frontiera dall'Isi, sarebbero stati lanciati a combattere contro altri musulmani che venivano indicati loro come falsi credenti. Rashid descrive la loro visione con grande vividezza: «Questi ragazzi costituivano un mondo a parte rispetto ai mujaheddin che avevo conosciuto negli anni '80 - uomini che potevano elencare con precisione i loro lignaggi clanici e tribali, che ricordavano le loro fattorie abbandonate e le loro valli con nostalgia e narravano leggende e storie tradizionali afghane. Questi ragazzi appartenevano a una generazione che non aveva mai visto la pace regnare sul proprio paese. Non avevano alcuna memoria delle loro tribù, dei loro antenati, dei loro vicini, né di quel complesso groviglio etnico di popoli che era la loro patria. Ammiravano la guerra, perché era la sola occupazione a cui potevano dedicarsi. La loro semplice credenza in un Islam messianico e puritano era l'unica àncora a cui potevano aggrapparsi per dare alla propria vita un minimo di senso». Questo fanatismo senza radici - una specie di tetro universalismo islamico - trasformò i taliban in una forza di combattimento molto più efficace di tutti i loro avversari, ancorati ad una base locale. Pur essendo di origine pashtun, i leader dei taliban potevano essere sicuri che i loro giovani soldati non avrebbero ceduto al richiamo divisorio della fedeltà etnica o tribale, di cui persino la sinistra afghana aveva avuto difficoltà a sbarazzarsi. Quando cominciarono ad attraversare la frontiera, furono accolti come un sollievo da una popolazine esausta dalla guerra: gli abitanti delle maggiori città non avevano più alcuna fiducia nelle forze che, dopo la partenza dei sovietici, non avevano fatto altro che combattersi tra loro a spese dei civili.

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Se i taliban si fossero limitati a offrire pane e pace, avrebbero potuto ottenere un ampio e durevole consenso popolare. Tuttavia, divenne presto evidente agli occhi di una popolazione sconcertata quale tipo di regime avevano intenzione di imporre. Alle donne fu impedito di lavorare, andare a prendere i figli a scuola e, in alcune città, fare la spesa: furono a tutti gli effetti relegate nelle proprie case. Le scuole femminili furono chiuse. I taliban avevano imparato nelle loro madrasa a evitare le tentazioni femminili - la fratellanza maschile era considerata un elemento di salda disciplina militare. Il puritanesimo venne esteso alla repressione di ogni tipo di espressione sessuale e, sebbene questa fosse una regione in cui le pratiche omosessuali erano diffuse da secoli, i colpevoli di questo `crimine' vennero messi a morte dai comandanti taliban. Al di fuori delle loro fila, ogni tipo di dissenso venne represso brutalmente con l'imposizione di un regime di terrore senza precedenti. Il credo taliban è una variante dell'Islam deobandita professato da una tendenza settaria pakistana - che appare ancora più estrema del wahhabismo, dal momento che neppure i governanti sauditi hanno privato metà della loro popolazione dei diritti civili in nome del Corano. La rigidità dei mullah afghani è stata denunciata dai religiosi sunniti dell'università Al Azhar del Cairo e dai teologi sciiti di Qom come un'offesa al Profeta. Il grande poeta pakistano Faiz, i cui antenati provenivano dall'Afghanistan, potrebbe aver scritto dal carcere queste righe sulla terra dei suoi avi:
«Seppelliscimi sotto le tue strade, o paese mio dove nessuno osa ora camminare a testa alta, dove gli amanti sinceri ti rendono omaggio camminando furtivi e temendo per la propria vita e i propri arti; è in piedi un nuovo tipo di regime le pietre e i mattoni son chiusi a chiave e i cani lasciati sciolti - i villani diventano giudici, come gli usurpatori.
Chi parlerà a nostro nome?
Da chi dobbiamo cercare giustizia?» Certamente non dal comandante in capo della Casa Bianca o dal suo luogotenente di Downing street. Da questi pulpiti, non si sono levate grandi voci in difesa dei diritti umani nel momento in cui le donne afghane venivano assoggettate a una persecuzione vile. Rashid nota amaramente che le poche e lievi critiche pronunciate in questo senso da Hillary Clinton erano più destinate a mettere a tacere le femministe americane durante lo scandalo Lewinsky - un compito non molto arduo - che a cambiare la situazione a Kabul, a Kandahar o a Herat, antiche città in cui le donne mai erano state cacciate in un tale abisso di miseria. Le grandi imprese americane si mostravano meno ipocrite. Rispondendo alle critiche relative alla costruzione di un oleodotto dall'Asia centrale al Pakistan attraverso l'Afghanistan, il portavoce del gigante petrolifero americano Unocal spiegava perché il capitalismo non si cura di questioni sessuali: «Non siamo d'accordo con alcuni gruppi di femministe americane sul modo in cui la Unocal dovrebbe affrontare questa questione (…) Siamo ospiti di paesi che godono di pieni diritti sovrani e hanno proprie credenze in campo politico, sociale e religioso. Se ce ne andassimo dall'Afghanistan, non risolveremmo il problema». Né, tantomeno, aumenterebbero il tasso di profitto dei loro investimenti futuri.

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Rashid spiega chiaramente che i taliban non avrebbero mai potuto conquistare l'Afghanistan senza il sostegno militare e finanziario di Islamabad, sostenuta a sua volta da Washington. Il capo supremo dei taliban, mullah Omar, è stato a lungo sul libro paga del regime pakistano, prima di diventare il padrone di Kabul (e il genero di Osama bin Laden). La conquista del potere ha tuttavia avuto un impatto pernicioso sugli zeloti afghani. I taliban hanno un proprio particolare disegno rispetto alla regione - una Federazione di repubbliche islamiche che imporrebbe una pax talibana da Samarcanda a Karachi. Finora, hanno avuto notevoli introiti dal commercio di eroina. Vogliono un accesso al mare e non è un segreto la speranza che il Pakistan, con il suo arsenale nucleare, possa cadere un giorno nelle loro mani. Sanno che possono godere del sostegno dei più alti gradi dell'esercito pakistano. Il generale Mohammed Aziz, capo di stato maggiore, e il generale Mahmoud Ahmed, capo dell'Isi, i due militari che usano affiancare il generale-dittatore Pervez Musharraf, di orientamento più laico, sono noti per le loro simpatie filo-taliban3. La squallida e triste storia dello sfacelo dell'Afghanistan è raccontata molto bene da Cooley e Rashid, ma la fine della tragedia appare ancora lontana.
(Traduzione di Stefano Liberti)

note:
1  John K. Cooley, Una guerra empia, La Cia e l'estremismo islamico, Eleutera 2001, pp. 400, L. 35.000.
2  Ahmed Rashid, Talebani. Islam, Petrolio e il grande scontro in Asia centrale, Feltrinelli 2001, pp. 312, L. 30.000.
3  In ottobre, subito dopo l'inizio dei bombardamenti in Afghanistan, il presidente pakistano Musharraf ha effettuato un rimpasto dei vertici dell'esercito e dei servizi segreti, riducendo notevolmente l'influenza di questi due generali e di tutta la corrente filo-taliban.


La Rivista de il manifesto numero  38  aprile 2003

Blair e Bush

IL PESCE PILOTA
Ken Coates  

Sarebbe forse eccessivo affermare che il dibattito al Parlamento britannico sulla guerra contro l'Iraq sia stato privo di emozioni. In ogni caso, il discorso più emozionante, molto più di qualsiasi altro discorso pronunciato il giorno successivo, è stato pronunciato, il giorno precedente il dibattito vero e proprio, quando l'ex ministro degli Esteri e poi presidente della Camera Robin Cook ha fatto il suo elettrizzante annuncio di dimissioni. Blair ha fatto una delle sue solenni riaffermazioni dei valori del buon tempo antico, ma il dibattito ha registrato due elementi davvero sconcertanti.
In primo luogo vanno segnalati i numerosi riferimenti alla perfidia dei francesi, sospettati di aver compromesso il successo britannico al Consiglio di sicurezza con la loro minaccia di veto. Nessuno al di fuori della stampa britannica darebbe credito a un'idea tanto insensata: la Risoluzione britannica aveva il sostegno (incerto) di Stati Uniti e Spagna, con l'intermittente promessa di appoggio della Bulgaria. Nessun altro ha mai manifestato troppo entusiasmo per un voto favorevole; ed è chiaro che essa è stata poi ritirata per mancanza di sostegni. Che gli inglesi cerchino nella Francia un capro espiatorio, poiché si sono imbarcati in una criminale violazione della Carta dell'Onu - e non dev'essere facile restare da soli assumendosene ogni responsabilità - è forse comprensibile.
Il secondo elemento bizzarro nel dibattito inglese è costituito dal gran numero di oratori del Labour che, non senza un certo coraggio, hanno respinto le principali argomentazioni del governo e bocciato la sua risoluzione, ma, nondimeno, si sono sentiti in dovere di dedicare gran parte del loro discorso a tessere le lodi del grande leader, giurandogli eterna fedeltà. A tratti, il tutto assumeva un aspetto alquanto pomposo, quasi fosse un atto solenne previsto dalla Costituzione: qualcuno potrebbe scorgervi una certa affinità con le istituzioni politiche della Corea del Nord, dove la lealtà non è certo una questione secondaria. Alla fine, 139 parlamentari Labour hanno comunque votato contro la guerra, su un totale di 217 oppositori che comprendeva liberali, nazionalisti e una manciata di conservatori, capeggiati da Kenneth Clarke.
Adesso cadono le bombe, e forse dovremmo valutare attentamente come siamo arrivati a questa impasse. La grande maggioranza degli inglesi restano nettamente all'opposizione di tutto questo militarismo, e le continue professioni di intenzioni pacifiche del loro Primo ministro non fanno altro che aggiungere fuoco alla rabbia diffusissima di chi è fuori dal ceto politico. Ma la rabbia costituisce una seria difficoltà per i politici, poiché chiunque abbia ambizioni di primeggiare può abusare una volta sola della fonte di tutti i mandati.
L'ossessione fatale del governo britannico per l'Iraq risale a molto tempo fa. Al culmine del suo potere, l'amministrazione Thatcher rimase coinvolta in un complesso groviglio di accordi sulle armi e di contratti per la difesa, che venne parzialmente alla luce quando lo stesso figlio della Thatcher, Mark, fu sorpreso a incassare commissioni su alcuni dei contratti negoziati. Di quando in quando emergevano nuove verità sullo scandalo, come fu nel caso Al Yamamah.
Durante la guerra Iran/Iraq, per un lunghissimo periodo, vennero vendute armi ad entrambe le parti, spesso tramite accordi triangolari stipulati con partner in grado di nascondere la connessione diretta. Uno degli imprenditori coinvolti in questi traffici era Gerald James, presidente di un'importante fabbrica d'armi, autore di un libro assai illuminante (In the Public Interest, pubblicato dalla Warner Books nel 1996). Egli afferma che il governo Thatcher, mentre pubblicamente condannava il traffico illegale di armi, in realtà violava sistematicamente i suoi stessi divieti con la diretta partecipazione di istituzioni della City, di funzionari pubblici e dei servizi segreti. La reputazione del governo Thatcher cominciò a incrinarsi negli anni delle prime parziali rivelazioni, quando fu evidente che gli standard di rettitudine fino ad allora considerati propri della tradizione politica britannica erano stati ampiamente e ripetutamente violati. Nel testo, James punta il dito contro una rete di imprese pubbliche, società di copertura, conti esteri, banche, avvocati, contabili, per non parlare della partecipazione dei servizi segreti, i cui primi contatti costruiti durante la guerra fredda si erano poi sviluppati in una deprimente, ma per alcuni proficua, autonomia. James sostiene che l'ambasciata britannica a Washington abbia avuto un ruolo determinante nel coordinamento dei diversi avamposti di questa rete. L'uomo di punta utilizzato dalla Thatcher fu Charles Powell, consulente agli Affari esteri di Downing Street nonché suo stretto confidente.
All'inizio della storia di Tony Blair, troviamo invece il fratello di Charles Powell, Jonathan, nominato capo cancelliere all'ambasciata di Washington. Molti ritengono che questo mandato implichi il coordinamento tra i servizi segreti britannici e quelli americani. In ogni caso, prima della vittoria elettorale, Tony Blair fece una visita all'ambasciata di Washington, e sembra che proprio lì abbia reclutato Jonathan Powell perché si unisse al suo staff. A prima vista, sembrerebbe una mossa insolita, se non audace, per la propria carriera: come è possibile che un ambizioso funzionario degli Esteri, evidentemente già destinato ai più prestigiosi incarichi, accetti un incarico negli uffici di un politico? Ma Powell è diventato capo del gabinetto e parte integrante della sua squadra. I suoi ottimi contatti in America avranno certamente dato i loro frutti, come si può vedere nel patto faustiano stipulato da Blair e il suo team con le `forze oscure'.
Come può Blair trasformarsi dal più fedele seguace di Bill Clinton nel principale alleato e sostenitore dell'Amministrazione Bush, una banda di reazionari di provincia, ossessionati dalla lotta contro un asse del male, che, molto prima dell'attacco alle Torri Gemelle, era già considerato dal vice presidente Cheney e dai suoi compari un obiettivo della guerra duratura?
Negli ultimi decenni, l'enorme influenza d'oltre Atlantico sui partiti del centro-sinistra è stata negli anni sempre più esplicita e sistematica. Quando, nei primi anni '80, il mondo politico americano fu messo alle strette da un movimento pacifista fortemente schierato contro gli euromissili e che si batteva per la creazione di un'area denuclearizzata che andasse dalla Polonia al Portogallo, il governo americano rispose senza scomporsi nominando una `Commissione per la nuova generazione', con lo scopo di eliminare gli atteggiamenti considerati troppo `anti-americani'. Non dimentichiamo che la convenzione per il disarmo nucleare europeo, tenutasi a Perugia nel 1994 riunì i rappresentanti ufficiali di quasi tutti i partiti socialdemocratici europei, esclusi soltanto i francesi (ormai favorevoli alla force de frappe), quasi tutti i partiti comunisti dell'Europa occidentale, i Verdi, e una schiera fittissima di militanti e leader della Chiesa. Quando, circa un anno prima, ero stato invitato in Belgio per parlare del programma di disarmo nucleare europeo, mi ero ritrovato nella sala con mezzo governo belga.
Ma l'autorevolezza senza precedenti conquistata del movimento pacifista non sarebbe durata ancora per molto. Il presidente Reagan mise al lavoro i suoi uomini per recuperare il terreno perduto in Europa; la strategia americana di recupero fu decisa nel 1985.
Il 21 marzo il presidente invitò un gruppo di persone, tra cui Rupert Murdoch e James Goldsmith, per discutere su come assicurare, in tutto l'Occidente, l'emergere di una `nuova generazione'. L'ambasciatore Dailey fu richiamato da Dublino per coordinare una strategia con Walt Raymond della Cia, Charles Wick dell'Usa (United States Intelligence Agency). Fu rapidamente deciso di puntare su « ciò di cui abbiamo bisogno in Europa […]I problemi dell'opinione pubblica europea […] sono tanto grandi che per il momento abbiamo già abbastanza grattacapi». Il capitolo britannico dell'iniziativa sarebbe diventato famoso come British American Project (Bap) (1). Esso fu infine lanciato nel 1985 da un gruppo emergente di giovani imprenditori dei media e aspiranti politici come Liz Symonds, Trevor Phillips, Peter Mandelson, Mo Mowlam, Chris Smith, George Robertson, Wendy Alexander e Jeremy Paxman. Dopo aver visto di che si trattava, non tutti si pronunciarono a favore della nuova organizzazione. Ma molti pensarono che potesse essere utile. Julia Hobsbawm, figlia dell'eminente storico nonché fondatrice dell'impresa di pubbliche relazioni Hobsbawm MacAuley, strettamente legata al New Labour, era un `membro influente' del Bap, che riuniva personalità sia britanniche sia americane cui forniva «una brillante opportunità grazie alla rete di contatti». Questa `rete di contatti', con l'appoggio americano, concentrò i suoi sforzi per eliminare dal programma del Labour l'impegno al disarmo nucleare unilaterale.
Tuttavia, tra i Partiti socialisti europei persisteva un pacifismo molto radicato e diffuso, che si manifestò anche all'interno dei partiti cristiano-democratici e di altre formazioni del ceto medio. Durante la prima Guerra del Golfo, nel 1991, 139 membri del Parlamento europeo avevano firmato una dichiarazione, che in sostanza diceva «Non appoggiamo questa guerra, e non vi prenderemo parte»; e l'opposizione reale a quella guerra era anche più larga.
All'inizio degli anni '80, il Labour aveva rivendicato lo scioglimento della Nato e dell'organizzazione del Patto di Varsavia, in vista del disarmo nucleare dell'Europa. Con il collasso delle istituzioni sovietiche, comunque, l'organizzazione del Patto di Varsavia fu revocata unilateralmente. In netto contrasto, gli Usa cominciarono una campagna sistematica per cooptare nella Nato nuovi membri, esercitarono una forte pressione sui confini della Russia, e istituirono una nuova `alleanza per la pace' che riunisse gli ex paesi neutrali ed altri Stati che fino a quel momento erano stati membri effettivi dell'URSS.
L'Europa sperimentò un lento ma costante abbandono della linea pacifista, così che l'effettivo sviluppo del pensiero americano militarista in un primo tempo ricevette scarsa attenzione sulla parte orientale dell'Atlantico: tutti gli occhi erano puntati sulla guerra fredda, e i movimenti strategici per la supremazia Usa passarono inizialmente inosservati. Gli Stati Uniti venivano considerati il paese più potente, impossibile da sfidare militarmente sia per gli ex paesi nemici che per gli amici. Ma era ancora presto per indentificare questa posizione come un'esplicita egemonia, completa della sua dottrina ufficiale del `dominio globale'.
Nel frattempo, la parte più spiacevole del cambiamento di posizione del Labour britannico sul pacifismo era stata segnata dalle apostasie di Neil Kinnock, ex fervente e convincente sostenitore del disarmo nucleare. Per lui, la conversione all'atlantismo dev'essere stato un vero trauma, ma il cambiamento fu accettato quando tutti gli strateghi si convinsero che l'impegno al disarmo del partito del Labour sarebbe stata una buona carta alle elezioni. Fu Joan Ruddock, presidente del Cnd britannico, eletta parlamentare del Labour, a cominciare il decisivo allontanamento dalla politica del disarmo. Verso la metà degli anni '80, quasi tutti i giovani del partito Labour erano stati sostenitori del Cnd: nessuno avrebbe partecipato a una conferenza del partito senza esporre un distintivo del Cnd ben in vista. L'impegno al disarmo era considerato assiomatico dal partito nei collegi elettorali, e dalla maggior parte dei sindacati. Il giovane Tony Blair si presentò alla sua prima campagna elettorale, accanto a Tony Benn, come convinto sostenitore del disarmo nucleare.
Il deterioramento di questo impegno, che era stata una componente culturale imprescindibile del partito Labour per una ventina d'anni, dovrebbe essere oggetto di studi e analisi dettagliati. Quando nel 1994 Tony Blair divenne leader del partito Labour, tuttavia, l'impegno al disarmo non era che un esile ricordo di ciò che era stato. I membri anziani del Parlamento britannico e di quello europeo rimasero fedeli alle loro idee giovanili. Ma con la fine della guerra fredda il tema del nucleare aveva perso il suo carattere di urgenza, e l'impegno militarista dei politici che si consolidava sotto la superficie della scena politica internazionale non era ancora venuto alla luce.
I democratici americani aprirono il dibattito sulla questione geopolitica, presentata con più successo e in modo più elegante da Zbigniew Brzezinski nel suo importante saggio La grande scacchiera. Brzezinski era stato consigliere per la Sicurezza ai tempi del presidente Carter in Afghanistan, durante un confronto con i russi nel quale gli Usa svolsero un ruolo chiave. Fu qui che il primo volontario arabo issò la bandiera dell'Islam contro gli invasori russi. Brzezinski scrisse a Carter insistendo sul fatto che i russi potevano essere sconfitti in Afghanistan, riscattando così la sconfitta americana in Vietnam, che tanto gravava sull'autostima dei leader Usa. E si spinse ancora oltre, cominciando a impartire più ampie lezioni:
«È fondamentale il modo in cui l'America `gestirà' l'Eurasia. L'Eurasia è il continente più vasto del globo, ed è determinante geopoliticamente. Il potere che la dominasse controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive della Terra… Circa il 75% della popolazione mondiale vive in Eurasia, e anche la maggior parte della ricchezza materiale del mondo si concentra lì… l'Eurasia contribuisce a circa il 60% del Pnl globale e circa i tre quarti delle risorse energetiche note all'uomo… L'Eurasia è perciò lo scacchiere in cui si continua a giocare la battaglia per la supremazia globale» (2).
Il fantasma di Alessandro Magno aveva raggiunto l'America del dopo guerra fredda, anche se i presidenti americani non pensavano ancora di esporre fiaschette d'acqua del Nilo e del Danubio all'entrata della Casa Bianca. Secondo Brzezinski:
«… La geostrategia eurasiatica implica la deliberata gestione dei paesi geostrategicamente dinamici e l'attenta gestione di quelli geostrategicamente catalizzatori, in modo da mantenere il duplice interesse dell'America a conservare, a breve termine, il suo potere globale assoluto e a trasformarlo, a lungo termine, in una cooperazione globale sempre più istituzionalizzata. Per metterla in termini che rimandano all'era più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono: prevenire lo scontro tra i vassalli e mantenerli dipendenti dalla sicurezza, tenere i tributari docili e protetti, ed evitare che i barbari si uniscano tra loro.» (3) Se, nella versione di Brzezinski, questo disegno ha una apparenza `soft', che nasconde la sua realtà brutale, con Bush questa cautela viene abbandonata. Per l'attuale Amministrazione gli ordini sono ordini. Questo aspetto è stato ben compreso da Jack Straw, il ministro degli Esteri inglese che, nella Commissione ristretta della Camera dei Comuni, martedì 4 marzo ha detto che quello che era in gioco era l'impegno degli Usa nelle iniziative e nelle organizzazione multilaterali, le stesse Nazioni Unite e la Nato. Se l'Europa avesse riflutato di farsi mettere in riga, ne sarebbero seguite drammatiche conseguenze.
È un fatto che gli Stati Uniti, e solo gli Stati Uniti, hanno il potere di muoversi come gendarmi del mondo. Viviamo in un mondo unipolare; da soli gli Usa possiedono un quarto della ricchezza del mondo, e del Pil mondiale, e la loro forza militare supera la somma dei 27 paesi più sviluppati. La loro superiorità è enorme. Questa è la realtà. Nessuno la può negare; nessuno può cambiarla in tempi brevi o medi. Nella comunità internazionale noi abbiamo di fronte questa scelta: volere, anzi operare in modo che l'unica super-potenza agisca unilateralmente, o lavorare perché essa si muova all'interno delle istituzioni multilaterali. Quello che dico alla Francia, alla Germania e agli altri colleghi della Unione europea è: facciamo attenzione, quello che noi facciamo in Europa può contribuire a definire e influenzare la politica americana nella stessa misura in cui l'America contribuisce a definire e influenza la nostra politica. Raccoglieremo tempesta se spingeremo l'America in una posizione unilateralista nella quale essa occupa il centro di questo mondo unipolare.
Non c'è molto da meravigliarsi che Brzezinski abbia ben presto preso le distanze dall'attuale strategia americana, che è assolutamente troppo rozza per un pensatore così raffinato. Purtroppo per Jack Straw, la tempesta è stata scatenata ma la Vecchia Europa non non ne è stata atterrita. Ma la dottrina militare americana resta immutabile, nella versione brutalmente esplicita del dominio globale.
L'obiettivo finale della nostra forza militare è assolvere agli obiettivi indicati dalle massime autorità militari. Per le coalizioni del futuro, questo obiettivo sarà raggiunto mediante il dominio globale, ossia la capacità delle forze Usa di operare unilateralmente, o insieme a partner e agenzie multinazionali, per sconfiggere tutti gli avversari e controllare ogni situazione mediante una vasta gamma di operazioni militari.
La vasta gamma di operazioni militari prevede di mantenere il ruolo di deterrente strategico, la partecipazione sul campo e attività di presenza, conflitti che richiedano l'uso di forze strategiche e armi di distruzione di massa, l'intervento sui principali teatri di guerra, scontri regionali e dispute minori. Comprende inoltre tutte le situazioni ambigue tra la pace e la guerra, come le operazioni di mantenimento e rafforzamento della pace, gli aiuti umanitari civili e il sostegno alle autorità locali.
Il dominio globale significa che le forze Usa devono essere in grado di condurre operazioni rapide, sostenute e sincronizzate con una combinazione di forze adattate ai casi specifici e con accesso e libertà per operare su tutti i campi: spazio, mare, terra, aria e informazione. Inoltre, data la natura globale dei nostri interessi e doveri, gli Stati Uniti devono mantenere la presenza delle proprie forze oltreoceano e la capacità di pianificare rapidamente il potere in ogni parte del mondo, così da raggiungere il predominio globale (4).
Tutto questo equivale ad un chiaro progetto imperialista. Se c'è voluto del tempo ai leader europei per capire tutto ciò, è stato in parte per i tentativi di rivedere la costituzione della Nato, e per la speranza che l'obiettivo di Brzezinski - cioè, a lungo termine, la trasformazione verso «una cooperazione globale sempre più istituzionalizzata» - potesse arrivare a costituire un ordine mondiale accettato da entrambe le parti.
L'avvento di George Bush mise fine a questa speranza, rimasta sempre in qualche modo platonica. Innanzitutto, il nuovo presidente affermò immediatamente il diritto all'azione preventiva. Presentando la sua nuova posizione sul nucleare, Bush fece agghiaccianti dichiarazioni sulla necessità di strategie nucleari che prevedessero di attaccare per primi. Non perse tempo a preoccuparsi del consenso dei paesi più piccoli sulla necessità di una cooperazione globale per evitare danni all'ambiente, e ripudiò all'istante il protocollo di Kyoto senza alcuna riserva. Non solo giudicò inaccettabile la proposta di un Tribunale penale internazionale, ma cominciò subito a preparare una serie di misure intese a sabotare ogni eventuale potere, in mano al Tribunale, in grado di giudicare i cittadini americani. Per questa e tutta una serie di altre azioni, tra cui il ripudio unilaterale dei trattati, è impossibile pensare che il presidente condividesse la speranza di Brzezinski di una cooperazione globale istituzionalizzata a livello internazionale, se non sulla base di un vero e proprio potere imperialista. Tutto questo porta direttamente alla decisione americana di attaccare l'Iraq, se possibile con il benestare delle Nazioni Unite, altrimenti con un'iniziativa unilaterale.
Questa dolorosa evoluzione del pensiero politico e militare americano ha provocato seri contrasti politici tra i più eminenti portavoce impegnati nei diversi periodi. Ma gli alleati inglesi loro subordinati sono stati ampiamente superati nella discussione. Le manovre benefiche di Jonathan Powell hanno permesso a Blair il passaggio indolore dalle anticamere di Bill Clinton agli uffici di George Bush. Superate le riserve di Brzezinski sulla cooperazione internazionale, hanno infine prevalso le invettive di Cheney e Rumsfeld. È vero che Tony Blair ha alimentato l'immagine di mediatore, facendo risaltare l'influenza di Colin Powell sul presidente americano; ma Blair non valeva molto senza l'approvazione finale della presidenza Bush, anche se questo alimentava le preoccupazioni dei democratici.
Le omissioni sulle evoluzioni del progetto angloamericano, e le profonde ipocrisie del dopo guerra fredda, si sono così dissolte sulla scia della dottrina del dominio globale. Dominare, ovviamente, non significa condividere; se non domini, nell'universo carnivoro di George Bush, allora devi essere dominato, e tale si è rivelato il destino di Tony Blair e del suo seguito europeo sempre più scarno.
Oggi, però, nel popolo britannico, il movimento pacifista è tornato. L'illusione di ristabilire i vecchi compromessi su una linea politica morbida ha fatto il suo corso. Adesso, migliaia di giovanissimi manifestano contro la guerra e milioni di cittadini li sostengono. La nuova generazione è in arrivo, e oggi la presenza di un'organizzazione politica onesta è di nuovo possibile.


note:
1  Tom Easton, The British American Project for the Successor Generation, Lobster, Summer 1997, pp. 10.
2  The Grand Chessboard, Basic Books, New York.
3  Ibidem, p. 40.
4  United States Department of Defense, Joint Vision 2020, 30th may 2000, 21303. (traduzione di Francesca Buffo)




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