FISICA/MENTE

 

 

LE GERARCHIE VATICANE E LA GUERRA

“Diario di guerra gennaio-aprile 2003”. 

Autore Pietro De Marco
Il prima, il durante e il dopo del conflitto in Iraq nelle note inedite di un grande analista cattolico. L’utopia pacifista, il ruolo della Chiesa, la religione di Bush

di Sandro Magister       



ROMA – Queste riportate sotto sono le pagine inedite di un diario che Pietro De Marco ha scritto prima, durante e dopo la guerra in Iraq. De Marco è sociologo della religione e specialista in geopolitica religiosa, insegna all’università di Firenze e allo Studio teologico fiorentino, la facoltà di teologia dell’Italia centrale. In questo sito ha già pubblicato lo scorso 24 febbraio una nota sulla guerra, il pacifismo e la Chiesa cattolica che ha avuto una straordinaria eco.

Le tesi di De Marco sono agli antipodi del cattolicesimo pacifista. Ma sono ben radicate nella Chiesa. Sono dentro quel vasto orizzonte di “fides et ratio” che il cardinale Joseph Ratzinger ha tracciato spiegando il senso autentico della predicazione di pace di Giovanni Paolo II.

«Il papa – ha detto Ratzinger in un’intervista a “30 Giorni” di aprile – non ha imposto la posizione [contro la guerra] come dottrina della Chiesa, ma come appello di una coscienza illuminata dalla fede. [...] Si tratta di una posizione di realismo cristiano che, senza dottrinalismi, valuta i fattori della realtà avendo presente la dignità della persona umana come valore altissimo da rispettare».

Ed è in nome di questo «realismo cristiano» che De Marco ha commentato, tra gennaio ed aprile, gli sviluppi del conflitto in Iraq. Qui di seguito le pagine del suo diario sono richiamate in ordine cronologico, con i link ai testi integrali. Delle quattordici note, una è riportata intera, in italiano e inglese, in questa stessa pagina web: è quella che riguarda la discussa fede cristiana di George W. Bush.

Un’avvertenza. Alcune di queste pagine hanno già circolato come nuclei di lettere, mai però rese pubbliche prima d’ora. E tutte mantengono la stesura originale, senza correzioni ‘post eventum’.


4 gennaio 2003

BALDUCCI E CARDINI, LA STRANA COPPIA

Ormai la sete agonistica nel nostro mondo cattolico può tollerare ogni incoerenza. Può coniugare padre Ernesto Balducci con Franco Cardini, e Sergio Cofferati con Meister Eckhart, e San Francesco con Saddam Hussein: non scherzo troppo. Pur di riempire vuoti emozionali e intellettuali...

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15 gennaio 2003

IL LUPO BUSH E L'AGNELLO SADDAM

Vedo sull'ultimo fascicolo di “Koinonia”, la vivace e letta rivistina dei domenicani di Pistoia, l'infelice ragazzata della vignetta col lupo e l’agnello della favola di Esopo, riferita a George W. Bush e a Saddam Hussein...

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28 febbraio 2003

LA CHIESA DI ROMA E L'IMPERO DEMOCRATICO MONDIALE

L'effetto di “balance” che la Chiesa cattolica, Roma insomma, può esercitare rispetto all'impero democratico mondiale è forse unico, non fungibile da altre istanze o da altre chiese, in virtù proprio della sua natura pubblica peculiare...

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7 marzo 2003

PRIMA DELLA GUERRA, SCENARI DI DOPOGUERRA

La rimozione e trasformazione del tassello iracheno nel sistema mediorientale delle repubbliche autoritarie, e delle monarchie sotto ricatto/tentazione jihadista vedrà anche la risoluzione del problema israelo-palestinese, perché l'autorità palestinese e le formazioni terroristiche non avranno più supporti politici e militari, dati finora per impedire la pace...

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9 marzo 2003

IL RELIGIOSO BUSH, VERO REALISTA

In linea di principio, raccomanderei cautela nel ravvisare illusioni e sogni dove aleggia una tensione religiosa, e senso di realtà ove si alleano prudenza e calcolo concreto di interessi prossimi. Lo sguardo degli Stati Uniti è, ora più che mai, di raggio mondiale. E la volontà e il bisogno di invocare Dio non sono fatti, certamente, per sottrarre globalità e precisione a quello sguardo...

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17 marzo 2003

LETTERA DI SCOMUNICA PER L'ERETICO DE MARCO

«Oltre ad auspicare per il docente un improbabile ravvedimento privato, reputo necessario invitare credenti e non credenti a diffidare e ad opporsi con ogni mezzo alla diffusione di un simile insegnamento che disconosce qualsiasi connessione con il messaggio evangelico...»

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21 marzo 2003

L'EUROPA TOTALE DEL XXI SECOLO, ISLAM INCLUSO

Il livello più profondo, e forse oscuro, di questo sapere di realtà posseduto ancora dagli stati europei, suggerisce che le Americhe sono l'Europa, non nell'accezione di una propaggine o replicazione, ma di un inveramento peculiare quanto inseparabile dell'origine...

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25 marzo 2003

UNA RELIGIONE CIVILE PER LA TERZA EUROPA

L'idea che direi squisitamente francese, di eredità gollista, ma diffusa a Bruxelles e capace di permeare i quadri superiori dell’Unione, sembra quella di una sprezzante competizione con gli americani nel governo del mondo. Almeno sul terreno politico culturale, sui cui l'Europa sarebbe superiore, anzi la sola dotata...

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30 marzo 2003

AZZARDI. LA PAURA PROFONDA DEI PACIFISTI

Domanda: qual è la cifra profonda dell'inedito universale orrore per una guerra non inedita come l'attuale? La paura, che nel triangolo di pietà, risentimento, ansia in cui si dispongono le forme del pacifismo diffuso, è di gran lunga la nota dominante...

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2 aprile 2003

ANTICHE E NUOVE LEGITTIMAZIONI DELLA GUERRA

La pretesa stessa per cui ogni difficoltà incontrata dall'azione angloamericana varrebbe come argomento contro di essa, mi conferma nella diagnosi della deriva metastatica dell'ethos pubblico occidentale, per cui l'azione buona e valida è quella che si sviluppa senza ostacoli né di fatto né di principio...

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8 aprile 2003


I perché del disprezzo cattolico per la “religio” di Bush e di Blair

Ha solo parzialmente ragione Ernesto Galli della Loggia quando ricorda, nel suo eccellente fondo di domenica 6 aprile sul “Corriere della Sera”, che "è diventato arduo per noi europei accogliere un qualunque discorso pubblico di tipo religioso", mentre "gli americani, lungi dall'aver espulso Dio dal loro discorso pubblico, lo ritengono anzi una fonte ispiratrice".

Questo è vero, ma ormai solo per quella parte dell'Europa e per quelle generazioni e culture europee liberal-democratiche e separatistiche (anche democratico cattoliche) che restano attestate sui modelli classici di laicità.

Altrove, nel protestantesimo come nel cattolicesimo e oltre, nell'ortodossia greca ad esempio, e in molti intellettuali e politici, e nelle giovani generazioni non solo europee, la visione e la ricerca di una pubblicità del religioso è pervasiva. Certo, in forme diverse. Altra è la politicità capillare ‘more americano’ della diffusione e pressione evangelicale; altra è la politicità di impianto e modello wojtyliano, dalla milizia di movimento e di evangelizzazione degli anni Ottanta (emancipatrice del mondo comunista) fino alla globale predicazione giubilare recente.

Ma proprio la deprecazione della politicità pubblica del papa è scomparsa dalle considerazioni progressiste. Improvvisamente il ‘papa politico’ appare ora legittimato, oltre che celebrato. Ed è, naturalmente, lo stesso papa della richiesta del nome di Dio nella Costituzione europea, della difesa della vita, il papa responsabile del tracollo del comunismo, il papa di Fatima, il leader religioso fondamentalista e invasivo delle coscienze e delle libertà laiche, per usare stereotipi.

L'attuale latenza della deprecazione laica non è, tuttavia, solo tattica. In effetti l'opinione e la cultura politica ufficiale europea è attenta, in maniera nuova, all'emergente rilevanza pubblica delle religioni. E disposta a tollerarla sotto certe condizioni.

Così, il quadro è da tempo più complesso rispetto a quanto coglie Galli della Loggia. E ancor più appare tale se si evita, con nuovo rigore storiografico, di considerare la Chiesa cattolica come una vicenda marginale o una eccezione entro la modernità europea. E se, al contrario, si guarda alla Chiesa moderno-contemporanea, nella sua peculiare 'complexio' di modernità e antimodernità, come costitutiva d'Europa.

Naturalmente, qui conta e ci ammaestra il fallimento della prognosi della privatizzazione del religioso. Sintomaticamente dominante, salvo eccezioni, nella sociologia della religione, l'ha costretta a occuparsi per decenni solo di quanto avveniva sull'incerto terreno delle opinioni del credente come singolo - se ritenesse più grave il non pagare il biglietto dell'autobus o l'avere rapporti prematrimoniali - come se tutto questo fosse veramente importante. Nel frattempo però, da almeno un quarto di secolo e in misura macroscopica, molte persone ed espressioni delle religioni mondiali affermavano pubblicamente di ritenere un Dio, o una Rivelazione, o una Scrittura, o un Magistero, o una Guida religiosa, fonte ispiratrice non solo del cuore ma dell'azione, e di un'azione 'affermativa'.

Ma, se i profili di pubblicità ‘sui generis’ delle religioni non sono più estranei al nostro apprezzamento, perché prevale in questo momento un rifiuto delle culture cristiane a intendere come autenticamente religiose (pur dissentendo, eventualmente) le posizioni dei leader George W. Bush e Tony Blair impegnati nella guerra? Mi viene di sottolineare questa, tra le diverse possibili diagnosi.

La “revanche de Dieu” è avvenuta e si è riprodotta culturalmente e generazionalmente, nelle aree delle grandi Chiese (non così in quelle dell'universo congregazionale), soprattutto sotto il segno del pathos per l’’agàpe’ e la ‘diakonìa’, ovvero per l’amore e il servizio dell'altro. Ma un tale pathos è senza bussola se trasportato nella dimensione politica, ed è insidiosamente senza difese rispetto alle rappresentazioni dualiste dell'umanità: da un lato gli uomini della carità e del servizio, dall'altro gli uomini senza cuore del denaro e del dominio. Cosa vi può essere di più semplice e più comodo da credere? Ho già scritto che una tale metastasi religiosa dualista della realtà umana è anche l'ultima spiaggia delle residue ideologie radicali, variamente neomarxiste, degli anni Sessanta e Settanta. Un magma temibile.

Non è, dunque, solo la difficoltà laica ad intendere una dimensione pubblica della fede che conduce alla sottovalutazione o al disprezzo per la ‘religio’ di Bush o di Blair. Agisce in questo senso, ormai, anche una competizione oggettiva tra diverse istanze e volontà di qualificazione religiosa della sfera pubblica. In altri termini: a fianco del disprezzo veteroeuropeo per la elementare ‘piety’ americana vi è il disprezzo diffuso nelle grandi Chiese europee, nutrito di teologia moderna, ma anche di residuale ideologia anticapitalistica (impasto più affine, però, alla matrice dell'anticapitalismo di destra, e quindi anche portatore di una inconfessata tensione anti-giudaica).

Non a caso i giudizi più impropri sulla devozione del presidente degli Stati Uniti vengono da teologi cattolici formati nella stagione conciliare: oscillanti tra ragioni di critica democratica progressista (distinzione degli ordini naturale e soprannaturale; rifiuto laico di nominare il nome di Dio; adesione etico politica ai valori della modernità emancipatrice) e argomenti antifondamentalistici ‘ad hominem’. Si può divenire, così, capaci anche di riutilizzi occasionali della polemica antiprotestante, a dispetto di ogni conclamato ecumenismo.

Di più: da parte di molta intelligencija si colpisce ad alta voce in Bush quella fede pubblicamente espressa nel proprio mandato che si è per anni condannata copertamente nel Wojtyla evangelizzatore delle nazioni. Dove sono ora quelli che disprezzavano la chiamata wojtyliana ai giovani, e la loro “superficiale” risposta, in occasione della Giornata della gioventù giubilare? Poiché una parte di quei giovani riempie le piazze e cementa l'opinione pacifista anche delle generazioni adulte, l'ethos del papa appare ora solido e promettente, e il suo magistero improvvisamente alto e unico. E quella del papa diviene addirittura una visione “laica” contro quella “apocalittica” di Bush, nonostante il Wojtyla della proclamazione della pace sia lo stesso Wojtyla teologo della storia che medita sul mistero di Fatima.

Mi chiedo se, per l'opinione ecclesiale cattolica, la possibilità di squalificare, senza cantraddirsi, la ‘religio’ di Bush persegua una rivalsa rispetto alla frustrante e invasiva penetrazione evangelicale nelle cattolicità latinoamericane, e non solo. Eppure, proprio la capacità d'azione delle fedi evangeliche portatrici di originarie istanze di risveglio e missione dovrebbe imporre una riflessione più umile sui limiti della dominante agapico-koinoniale in campo cattolico. La costruzione personale dell'uomo di fede appare fragile sulle sole fondamenta agapiche; il vangelo della carità senza avvertenza della peculiarità della elezione cristiana non basta. E, nella sfera pubblica, una educazione al servizio dell'Altro senza orizzonte di responsabilità politica rischia di confermare un profilo del cristiano europeo capace, sì, di carità interpersonale ma incapace (se non retoricamente) di sollecitudine razionale per la giustizia e il diritto come capacità di giudizio nelle crisi nazionali e internazionali.

Aggiungo un'osservazione. Capiterà di notare che i due fronti si rivolgono in apparenza una stessa accusa, quella di avere una concezione dualista o manichea, onirica e assoluta, della storia e dell'arena mondiale. E, certamente, la componente etico religiosa della politica americana può costantemente implicare una connotazione radicale e salvifica della propria azione, come aveva argomentato profondamente Carl Schmitt.

Ma Eric Voegelin ci aiuta a cogliere differenze essenziali. La religione americana, proprio in quanto incorpora (tratto ben colto da Robert N. Bellah) il modello biblico dell'Esodo e della Terra promessa, incorpora anche la costante del peccato e dell'infedeltà al Patto. Include la finitezza e la capacità di errare del popolo e dei suoi capi. Galli della Loggia ha benissimo colto il significato discriminante della giornata di preghiera negli Stati Uniti "per impetrare l'aiuto e la guida di Dio al fine di meglio comprendere i nostri errori". Il nucleo utopico implicito nel pacifismo è invece caratterizzato dall'attesa di una condizione dell'uomo e del mondo riscattata dal peccato. E quindi, poiché le idee hanno i loro automatismi, giustizia e diritto si validano solo nell'affermarsi senza la forza, cioè senza il peccato. Ma in realtà questo non è possibile. O lo è solo al soggetto utopico, in quanto dotato del vero sapere sulla realtà, gnosticamente già esente da peccato anche quando eserciti necessaria violenza.

Per questo le dualità simboliche tra bene e male espresse da una democrazia a fondamento religioso (Voegelin direbbe: intrinsecamente aperta alla trascendenza, quindi certa della propria finitezza e colpabilità) sono spinta all'azione giusta, non ontologia gnostica. Mentre le dualità utopiche implicano intrinsecamente l'impeccabilità dell'uomo futuro e di coloro che ne anticipano l'avvento. Ma coniugare, ora per ora, certezza della chiamata e senso del peccato è equilibrio cristiano.


10 aprile 2003

DOPO LA PRESA DI BAGHDAD. IPOTESI SULLA "GOVERNANCE"

La vera materia del nuovo confronto tra gli stati belligeranti e le Nazioni Unite e l'Europa comunitaria è il nesso necessario tra la futura partecipazione internazionale alla “governance” della complessità irachena e il riconoscimento da parte di quegli stessi soggetti della legittimità dell'operato americano e inglese...

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12 aprile 2003

SULLA MANCATA PRIVATIZZAZIONE DEL RELIGIOSO

Riprendo, per un attimo, la questione degli errori predittivi della sociologia della religione; dei nostri vistosi errori. Avere inteso la “privatizzazione” della religione come “invisibilizzazione” nella modernità contemporanea risale ad una lettura tutta europea delle analisi americane...

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17 aprile 2003

GUERRIGLIA ITALICA CONTRO POTENZA EGEMONE

Non sempre mi piace Altan. La coazione a dire qualcosa di sinistra (quindi a farlo dire ai suoi personaggi) riduce molto la capacità della sua satira. Ma la vignetta di mercoledì 16 aprile su “la Repubblica” è un piccolo capolavoro: "E se attaccano anche la Siria?". "Ricorriamo al T.A.R. del Lazio". La vignetta traccia in compendio una perfetta immagine delle risorse, ma specialmente delle culture, a confronto nella collisione tra Stati Uniti e progressismo europeo, in particolare italiano. Il T.A.R. del Lazio è la metafora stessa dell'efficacia della guerriglia (a supporto sindacale) della nostra società civile contro gli atti di governo di ogni ordine e grado, improvvidi o provvidi che siano. Via facile e successo spesso garantito, non importa con quali effetti sociali e istituzionali. Ed è anche la nostra visione del mondo. Geniale averla pensata come la spontanea replica italica ai comportamenti della potenza egemone.

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In questo sito, altri testi di Pietro De Marco:

> Dopo e oltre la marea pacifista. Un saggio di Pietro De Marco (24.2.2003)

> Inediti. La bozza De Marco per la pace tra Israele e Palestina (30.10.2002)

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Sulla fede di George W. Bush:

> Bush & Dio. Un rompicapo per la Chiesa d’Europa (8.4.2003)

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Sulla guerra in Iraq:

> Bollettino di guerra. Le bombe carta dei pacifisti teologi (31.3.2003)

> Il dopoguerra secondo il cardinale Camillo Ruini (25.3.2003)

> Guerra nel Golfo. Quello che il papa ha detto per davvero (20.3.2003)

> Europa provincia dell’islam? Il pericolo si chiama dhimmitudine (17.3.2003)

> Chiesa interventista. L’offensiva di pace di monsignor Migliore (6.3.2003)

> Prove di geopolitica cattolica. Come leggere il mondo dopo l’11 settembre (3.3.2003)

> “L'Osservatore Romano” e “Avvenire”. Le due voci discordi della Chiesa di Roma (26.2.2003)

> Da Assisi a Baghdad. Se questo è far pace (17.2.2003)

> Teoria e pratica della guerra giusta. Nove documenti per capirne di più (12.2.2003)

> Islam contro Stati Uniti. Ma i musulmani sciiti fanno eccezione (5.2.2003)

> Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla guerra (30.1.2003)

> Intervista esclusiva con l’ambasciatore Nicholson: “Ecco i punti di disaccordo tra Bush e il papa” (27.1.2003)

> I tre enigmi di Giovanni Paolo II. Risolti dal suo cardinal vicario
(23.1.2003)

> Guerra preventiva. I gesuiti del papa duellano con gli strateghi di Bush (21.1.2003)

> Iraq, Europa, Russia. I tre fronti caldi di Giovanni Paolo II
(13.1.2003)

> La Chiesa e l’Iraq. Come spazzar via Saddam Hussein senza fargli guerra (7.1.2003)

> Saddam Hussein fa strage dei musulmani sciiti. Ma il Vaticano non vede (27.11.2002)

> Iraq. Anche il papa dà l’ultimatum a Saddam (18.9.2002)


Il dopoguerra secondo il cardinale Camillo Ruini


Il presidente della conferenza episcopale italiana critica pacifismo e antiamericanismo. Ed enuncia la sua visione di un mondo più libero, giusto e solidale

di Sandro Magister                                 



ROMA – Il cardinale Camillo Ruini ha dedicato alla guerra in Iraq la prima parte del discorso con il quale ha aperto, la sera di lunedì 24 marzo, la riunione di primavera del direttivo della Conferenza episcopale italiana.

Oltre che presidente della Cei, il cardinale Ruini è vicario del papa per la città di Roma. È quindi anche interprete autorevole del pensiero di Giovanni Paolo II.

Ebbene, le cose che ha detto sulla guerra in Iraq si distanziano nettamente dal comune sentire pacifista che domina tra i cattolici e gli ecclesiastici, anche di alto rango.

PACIFISMO SENZA PACE

Sul pacifismo, Ruini richiama la necessità di un «costante discernimento» – ossia di una valutazione critica – «affinché l’impegno per la pace non sia confuso con finalità e interessi assai diversi, o inquinato da logiche che in realtà sono di scontro».

E a questo scopo loda «la pedagogia della pace messa in atto da Giovanni Paolo II», perché, in quanto «incentrata sulla necessità della conversione anzitutto dei cuori e delle coscienze, e in ultima analisi sulla pace come dono di Dio - che ha il suo segno supremo nell’Eucaristia - prima che come opera nostra, libera la pace stessa dalla presa delle ideologie e pone ciascuno a diretto e responsabile confronto con essa, aiutandoci a comprendere che preservare la pace è sì a titolo speciale compito dei governanti ma è anche impegno e missione di ognuno di noi».

PACE NELLA GIUSTIZIA

La pace che Ruini invoca non è semplice assenza o interruzione della guerra, ma – sempre citando Giovanni Paolo II – è «la strada per costruire una società più giusta e solidale». Oggi che la guerra in Iraq è in corso, questa strada punta a che «il conflitto abbia termine al più presto, siano risparmiate vite umane e siano ristabiliti costruttivi rapporti internazionali». Di questi tre obiettivi, il cardinale sviluppa il terzo.

NUOVO MONDO

Del quadro internazionale, egli dà una lettura tutt’altro che condivisa, sia alla base che ai vertici della Chiesa. All’opposto di chi ha una visione statica del mondo, padroneggiabile con gli attuali strumenti di diritto internazionale, Ruini crede che si è invece aperta un’epoca che pone nuovissime sfide a tutti: un’epoca «nella quale gli assetti mondiali appaiono destinati a subire straordinari rivolgimenti, forse ancora più profondi di quelli che hanno segnato il secolo XX».

E quindi a queste sfide inedite le nazioni e gli organismi internazionali devono rispondere in forme anch’esse nuove.

ONU

Per le Nazioni Unite, il cui «deterioramento» ritiene innegabile, Ruini auspica un deciso rifacimento: «nuovi sviluppi che – senza mortificare le peculiarità di ogni singola nazione – rendano questa organizzazione meglio idonea ad affrontare con concreta efficacia e sicura autorevolezza le sfide della nuova epoca».

Con la formula «concreta efficacia e sicura autorevolezza» il cardinale allude all’esigenza di coniugare diritto e forza, decisioni e sanzioni: tutto l'opposto di quello che anche autorevoli dirigenti vaticani sembrano sostenere, ogni volta che rivendicano la forza del diritto "contro" il diritto della forza.

OCCIDENTE

Circa i rapporti tra Europa e America, Ruini sostiene che ogni contrapposizione tra le due sponde dell’Atlantico non ha alcuna ragione d’essere. Anzi: «i motivi di solidarietà che legano tra loro le nazioni dell'Occidente conservano la loro profonda validità anche dopo che è venuta meno la minaccia della ‘guerra fredda’, affondando le proprie radici in un patrimonio di valori che rimane comune, pur nelle innegabili differenze, e trovando nuove ragioni nei grandi cambiamenti che si profilano sull'orizzonte mondiale e che richiederanno risposte costruttive e solidali dall'Occidente».

Dell’antiamericanismo il cardinale non fa parola. Ma inequivocalmente lo sconfessa.

EUROPA

Quanto all’Europa, il cardinale richiama le nazioni del Vecchio Continente al dovere di ricavare dalle attuali loro divisioni «una lucida e sincera consapevolezza della necessità di superare le logiche particolaristiche, per dotare invece l'Unione Europea degli strumenti idonei ad esprimersi con una voce comune sulla scena del mondo».

Non trapela da queste sue parole nessuna simpatia per la politica internazionale della Francia. Né tantomeno per il “partito francese” attivo in Vaticano, del quale si sono fatti espressione, in queste settimane, il ministro degli esteri Jean Louis Tauran, il cardinale Roger Etchegaray e l’arcivescovo Renato Martino.

MEDIO ORIENTE

Infine il dopoguerra. Ruini richiama l’attenzione sugli sviluppi positivi che la rimozione del regime di Saddam Hussein potrebbe avviare in Terra Santa e nei paesi islamici.

Della Terra Santa dice che «fa parte del medesimo contesto di crisi, ed anzi è la fonte forse principale di quegli odii e contrapposizioni che rendono tanto temibili gli scenari di uno scontro di civiltà».

Mentre con i paesi islamici sollecita a «stabilire nuovi e costruttivi rapporti, per aiutare lo sviluppo dei popoli più poveri e per favorire, in maniera pacifica ma non per questo meno stringente e concreta, i processi di democratizzazione nelle nazioni ancora oppresse da talvolta feroci dittature».

Si coglie un’affinità, in queste prospettive, con il programma di diffusione della libertà e della democrazia enunciato nella dottrina dell’attuale amministrazione americana.

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Il link al testo integrale del discorso del cardinale Ruini:

> Consiglio episcopale permanente, Prolusione del cardinale presidente, Roma, 24 marzo 2003

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La dottrina geopolitica dell’attuale amministrazione americana:

> The National Security Strategy of the United States of America, The White House, September 2002

Un suo ampio riassunto in italiano è uscito su “Il Foglio” di domenica 23 marzo 2003, a pagina 3:

> “Il Foglio”


Guerra nel Golfo. Quello che il papa ha detto per davvero

“Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità...”. La vera storia di una condanna che non c'è mai stata

di Sandro Magister                                   



ROMA – In Iraq è guerra. Una guerra fortemente contrastata fino all’ultimo dalla Chiesa cattolica. Contrastata ma mai condannata, stando alle parole della sua autorità suprema, il papa.

Sull’assenza di questa condanna, i media non hanno fatto chiarezza. Quasi sempre hanno rilanciato le parole di Giovanni Paolo II come fossero un anatema assoluto contro questa guerra, se non addirittura contro tutte le guerre.

Ma di questa condanna non c’è traccia in nessuno dei frequenti, incalzanti discorsi nei quali il papa ha invocato la pace in Iraq.

Per verificare, più sotto ci sono i discorsi originali di Giovanni Paolo II sul tema: a partire dall’udienza generale di mercoledì 19 marzo e risalendo a ritroso fino al 1 gennaio di quest’anno, giornata tradizionalmente dedicata dalla Chiesa alla pace nel mondo.

In tutti i suoi interventi il papa predica la pace come un imperativo assoluto, orizzonte ineludibile di ogni decisione dei governi e dei singoli. Eppure mai si spinge a definire la guerra in Iraq «un crimine contro la pace», come invece, ad esempio, hanno fatto due suoi collaboratori, gli arcivescovi Jean Louis Tauran e Renato Martino.

Le parole del papa si distinguono per l’impronta intensamente religiosa. Rari e misuratissimi sono i passaggi da lui dedicati alle modalità con le quali costruire concretamente la pace nel Golfo. E hanno la forma del “discorso sul metodo”, non del precetto.

È di metodo, ad esempio, l’avvertimento che Giovanni Paolo II ha dato agli ambasciatori di tutto il mondo il 13 gennaio:

«Non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni».

Ed è anch’esso un richiamo a decidere responsabilmente il monito dell’Angelus del 16 marzo:

«Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità».

In questi come in altri passaggi, il papa non esclude mai la guerra in Iraq dall’arco delle decisioni praticabili e giuste.

Ma affida il giudizio alla coscienza e all’intelligenza di ciascuno. Il papa si mostra intransigente solo sull’orizzonte ultimo della pace, non sulle vie per arrivarvi. E la pace da lui predicata è essenzialmente quella «che viene da Dio».

Una conferma di questa linea papale è lo scontento che essa ha prodotto tra i pacifisti cattolici.

Un buon numero di essi, in Italia, hanno indirizzato a Giovanni Paolo II una lettera aperta per dirgli, testualmente:

«Santità, le chiediamo un'affermazione semplice e univoca, che non lasci scappatoie per gli incisi e i distinguo».

Segno che a giudizio di questi pacifisti il no del papa alla guerra non è radicale – senza se e senza ma – come da loro voluto.

Tra i firmatari della lettera vi sono il priore dell’abbazia benedettina camaldolese di Fonte Avellana, Alessandro Barban, il presidente di “Beati i costruttori di pace”, don Albino Bizzotto, il vicedirettore di “Famiglia Cristiana”, Angelo Bertani, il missionario Alex Zanotelli, i cultori della nonviolenza Enrico Peyretti e Massimo Toschi, preti, suore, teologi di fama.

Il testo della lettera è in Internet con la lista dei firmatari. Ecco il link:

> Appello al papa

Ed ecco qui di seguito una fedele antologia degli interventi di Giovanni Paolo II sulla guerra del Golfo, con i link ai discorsi integrali:


> Udienza generale del 19 marzo 2003

San Giuseppe, patrono universale della Chiesa, vegli sull’intera comunità ecclesiale e, uomo di pace qual era, ottenga per l’intera umanità, specialmente per i popoli minacciati in queste ore dalla guerra, il prezioso dono della concordia e della pace.


> Angelus del 16 marzo 2003

Desidero rinnovare un pressante appello a moltiplicare l'impegno della preghiera e della penitenza, per invocare da Cristo il dono della sua pace. Senza conversione del cuore non c'è pace.

I prossimi giorni saranno decisivi per gli esiti della crisi irakena. Preghiamo, perciò, il Signore perché ispiri a tutte le parti in causa coraggio e lungimiranza.

Certo, i responsabili politici di Baghdad hanno l'urgente dovere di collaborare pienamente con la comunità internazionale, per eliminare ogni motivo d'intervento armato. A loro è rivolto il mio pressante appello: le sorti dei loro concittadini abbiano sempre la priorità!

Ma vorrei pure ricordare ai paesi membri delle Nazioni Unite, ed in particolare a quelli che compongono il consiglio di sicurezza, che l’uso della forza rappresenta l'ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi della stessa Carta dell’Onu.

Ecco perché - di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell’Iraq e per l'equilibrio dell’intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne - dico a tutti: c’è ancora tempo per negoziare; c'è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare.

Riflettere sui propri doveri, impegnarsi in fattivi negoziati non significa umiliarsi, ma lavorare con responsabilità per la pace [...].

Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: "Mai più la guerra!", come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!


> Angelus del 9 marzo 2003

Come suggerisce il Vangelo odierno (Mc 1,12-15), durante i quaranta giorni della Quaresima i credenti sono chiamati a seguire Cristo nel "deserto", per affrontare e vincere con Lui lo spirito del male. Si tratta di una lotta interiore, da cui dipende la concreta impostazione della vita. E' infatti dal cuore dell'uomo che scaturiscono le sue intenzioni e le sue azioni (cfr Mc 7,21); è pertanto solo purificando la coscienza che si prepara la via della giustizia e della pace, sia sul piano personale che in ambito sociale.

Nell'attuale contesto internazionale, si avverte più forte l'esigenza di purificare la coscienza e convertire il cuore alla pace vera. Al riguardo, è quanto mai eloquente l'icona di Cristo che smaschera e vince le menzogne di Satana con la forza della verità, contenuta nella Parola di Dio. Nell'intimo di ogni persona risuonano la voce di Dio e quella insidiosa del maligno. Quest'ultima cerca di ingannare l'uomo seducendolo con la prospettiva di falsi beni, per distoglierlo dal vero bene, che consiste proprio nel compiere la volontà divina. Ma la preghiera umile e fiduciosa, rafforzata dal digiuno, permette di superare anche le prove più dure, e infonde il coraggio necessario per combattere il male con il bene. La Quaresima diviene così un tempo di proficuo allenamento dello spirito.


> Angelus del 2 marzo 2003

Quest'anno, intraprenderemo l'itinerario penitenziale verso la Pasqua con un più forte impegno di preghiera e di digiuno per la pace, messa in forse da crescenti minacce di guerra. Già domenica scorsa ho avuto modo di annunciare quest'iniziativa, che intende coinvolgere i fedeli in una fervorosa preghiera a Cristo, Principe della Pace. La pace, infatti, è dono di Dio da invocare con umile e insistente fiducia. Senza arrendersi dinanzi alle difficoltà, occorre poi ricercare e percorrere ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti.


> Angelus del 23 febbraio 2003

Da mesi la comunità internazionale vive in grande apprensione per il pericolo di una guerra, che potrebbe turbare l'intera regione del Medio Oriente e aggravare le tensioni purtroppo già presenti in quest'inizio del terzo millennio. È doveroso per i credenti, a qualunque religione appartengano, proclamare che mai potremo essere felici gli uni contro gli altri; mai il futuro dell'umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla logica della guerra.

Noi cristiani, in particolare, siamo chiamati ad essere come delle sentinelle della pace, nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo. Ci è chiesto, cioè, di vigilare, affinché le coscienze non cedano alla tentazione dell'egoismo, della menzogna e della violenza.

Invito, pertanto, tutti i cattolici a dedicare con particolare intensità la giornata del prossimo 5 marzo, Mercoledì delle Ceneri, alla preghiera e al digiuno per la causa della pace, specialmente nel Medio Oriente.


> Angelus del 9 febbraio 2003

In quest'ora di preoccupazione internazionale, tutti sentiamo il bisogno di rivolgerci al Signore per implorare il grande dono della pace. Come ho rilevato nella Lettera apostolica ‘Rosarium Virginis Mariae’, "le difficoltà che l'orizzonte mondiale presenta in questo avvio di nuovo millennio ci inducono a pensare che solo un intervento dall'Alto [...] può far sperare in un futuro meno oscuro" (n. 40). Numerose iniziative di preghiera si svolgono in questi giorni in varie parti del mondo. Mentre le incoraggio di cuore, invito tutti a prendere in mano la corona per invocare l'intercessione della Vergine Santissima.


> Discorso al corpo diplomatico del 13 gennaio 2003


No alla guerra! La guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità. Il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra Stati, l’esercizio nobile della diplomazia, sono mezzi degni dell’uomo e delle Nazioni per risolvere i loro contenziosi. Dico questo pensando a coloro che ripongono ancora la loro fiducia nell’arma nucleare e ai troppi conflitti che tengono ancora in ostaggio nostri fratelli in umanità. A Natale, Betlemme ci ha richiamato la crisi non risolta del Medio Oriente dove due popoli, quello israeliano e quello palestinese, sono chiamati a vivere fianco a fianco, ugualmente liberi e sovrani, rispettosi l’uno dell’altro. Senza dover ripetere ciò che dicevo l’anno scorso in questa stessa circostanza, mi accontenterò oggi di aggiungere, davanti al costante aggravarsi della crisi mediorientale, che la sua soluzione non potrà mai essere imposta ricorrendo al terrorismo o ai conflitti armati, ritenendo addirittura che vittorie militari possano essere la soluzione. E che dire delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi sulle popolazioni dell’Iraq, terra dei profeti, popolazioni già estenuate da più di dodici anni di embargo? Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le nazioni. Come ricordano la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni, nè vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari.


> Angelus del 1 gennaio 2003

Come non esprimere ancora una volta l'auspicio che, da parte dei responsabili, si faccia tutto il possibile per trovare soluzioni pacifiche alle molte tensioni in atto nel mondo, in particolare nel Medio Oriente, evitando ulteriori sofferenze a quelle popolazioni già tanto provate? Prevalgano la solidarietà umana e il diritto!


> Omelia del 1 gennaio 2003

Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest'anno rievoca l'enciclica ‘Pacem in Terris’, nel quarantennio della sua pubblicazione. [...] Quando fu scritta nubi minacciose si profilavano all'orizzonte mondiale, e sull'umanità pesava l'incubo di una guerra atomica. Il mio venerato predecessore [...] indicò con forza "la verità, la giustizia, l'amore e la libertà" come i "quattro pilastri" su cui costruire una pace durevole. Il suo insegnamento rimane attuale. [...] Di fronte agli odierni conflitti ed alle minacciose tensioni del momento, ancora una volta invito a pregare affinché siano ricercati "mezzi pacifici" di composizione ispirati da una "volontà di intesa leale e costruttiva", in armonia con i principi del diritto internazionale.

Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla guerra

Poco idealismo e molto pragmatismo nelle posizioni antiguerra del cardinale Sodano e dei vescovi italiani, tedeschi, canadesi. Questi ultimi addirittura le sottopongono a un sondaggio

di Sandro Magister                                    



ROMA – La Chiesa cattolica continua a dire forte il suo “no” alla guerra all’Iraq. Ma non come fosse un veto religioso, assoluto. Il “no” lo argomenta con ragioni politiche, e quindi per loro natura discutibili, affidate all’intelligenza dei fedeli. È ciò che si ricava da quanto hanno detto negli ultimi giorni il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, e le conferenze espiscopali dell’Italia, del Canada e della Germania.


1. IL CARDINALE SODANO


Il cardinale Sodano è tornato a dire il suo pensiero sull’Iraq il 29 gennaio, a un pool di giornalisti invitati a un pranzo in suo onore. Ecco le sue frasi salienti, riportate il giorno dopo sulla stampa:

«Al di fuori qualcuno pensa che gli esponenti della Chiesa siano degli ‘idealisti’. E lo siamo, ma siamo anche realisti».

«Vale la pena irritare un miliardo di islamici? È la domanda che faccio a qualche amico americano: vi conviene? Non avrete poi per decenni l’ostilità di tutto quel mondo?».

«Senza entrare troppo nel problema se la guerra sia morale o no, credo che abbia una sua efficacia la domanda sulla convenienza».

«Con le guerre si sa come si comincia ma non come si finisce. Agli americani chiedo: siete sicuri di uscirne bene? L’esperienza del Vietnam non vi invita alla prudenza? Anche in Afghanistan vediamo che non è ancora finita. Le cose non vanno bene per niente. Ma proprio per questo bisogna insistere sulla convenienza o no della guerra».

«Noi siamo contro la guerra. Non c’è tanto da discutere sul fatto se sia preventiva o non preventiva: sono termini ambigui. Certo non è difensiva. Ai fini della concordia con il mondo islamico, occorre chiedersi quale sia il mezzo migliore per affrontare la crisi irachena».


2. LA CEI DI BETORI E “AVVENIRE”


Per la Cei hanno parlato il segretario generale monsignor Giuseppe Betori e il quotidiano “Avvenire”.

In una conferenza stampa del 28 gennaio monsignor Betori ha detto che «se una guerra è preventiva non è giusta in ogni caso» perché «la minaccia deve essere attuale e non futura». Ma ha aggiunto:

«Perché la guerra sia giustificata occorre che ci sia una aggressione in atto e questo non è stato ancora compiutamente dimostrato. Lo decideranno gli esperti. Non sta a noi giudicare il grado in cui il possesso da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa è tale da poter costituire una minaccia concreta».

“Avvenire” – che è di proprietà della Cei – ha invece dedicato il suo editoriale di prima pagina del 30 gennaio proprio alle «parole informali» dette il giorno prima dal cardinale Sodano. Per subito sottolineare che le obiezioni alla guerra espresse dal segretario di Stato «sono di carattere puramente politico».

E tra le obiezioni di Sodano alla guerra, l’editoriale ne ha sviluppata in particolare una: quella sui contraccolpi negativi in campo musulmano.

L’autore dell’editoriale fa parte del think tank del cardinale Camillo Ruini: è Vittorio E. Parsi, docente di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano.

Ha scritto Parsi:

«Una rapida e umiliante vittoria sull’Iraq finirebbe col rendere incolmabile quel fossato di risentimento che per tutto il Novecento si è venuto allargando tra Occidente e mondo islamico (cui afferisce un miliardo circa di persone). La stessa idea di procedere a un'occupazione - temporanea ma prolungata - dell'Iraq, allo scopo di favorirne una transizione democratica, si direbbe una soluzione un po' troppo semplicistica e sbrigativa. Se la presenza militare occidentale nella Penisola Arabica ha prodotto Bin Laden, Al Qayda, e gli attentati dell'11 settembre, quale infernale reazione potrebbe generare l'occupazione dell'Iraq?».

Ma interessante è stata anche la conclusione dell’editoriale. Che da un lato ha riconosciuto «in linea di principio agli Stati Uniti e all'Occidente il diritto e il dovere di difendersi, anche con le armi, quando le vite dei suoi cittadini e la sicurezza della democrazia sono sotto attacco».

E dall’altro lato ha criticato severamente le posizioni di Francia e Germania, ritenute un ostacolo proprio alla ricerca di un’alternativa alla guerra:

«Non molto proficue appaiono certe puntute e rigide prese di posizione, che potrebbero essere interpretate come assunte più in un'ottica di supremazia continentale che non in quella di una genuina sicurezza europea e collettiva. Meglio piuttosto il tentativo di riavvicinare le due sponde dell'Atlantico - che è poi il solo modo di mantenere il bene prezioso dell'unità europea - cercando proposte concrete, realistiche e audaci in grado di scongiurare una guerra che in realtà nessuno, tranne Saddam, vuole».


3. I VESCOVI TEDESCHI


La conferenza episcopale tedesca ha emesso una dichiarazione sull’Iraq il 20 gennaio, dopo una riunione a Wurzburg del suo direttivo. Per dire che «la questione centrale non è la guerra preventiva, ma la prevenzione della guerra».

Gran parte del documento muove obiezioni alle conseguenze pratiche di una guerra contro l’Iraq e prima ancora alla teoria della guerra preventiva, che «in quanto rappresenta un’aggressione non può essere definita come una giusta guerra d’autodifesa» e quindi «è in contraddizione con l’insegnamento cattolico e le leggi internazionali».

Ma in alternativa alla guerra, i vescovi tedeschi non invocano di restare «inattivi». «È necessario che la comunità internazionale continui a esercitare pressioni sul regime del dittatore Saddam Hussein e pratichi una politica di ferma restrizione della sua libertà d’azione militare».

Anche, eventualmente, con la minaccia dell’uso della forza: «Nel contesto di una strategia politica finalizzata a prevenire la guerra, l’uso di minacce può essere eticamente giustificato in certi casi».


4. I VESCOVI CANADESI


I vescovi canadesi, infine, si sono espressi sull’Iraq il 17 gennaio con un’iniziativa insolita. Hanno rilanciato come proprio documento una sorta di manifesto antiguerra prodotto dalla Commissione per la pace del Consiglio canadese delle Chiese, e offerto alla sottoscrizione di chi desidera.

Il manifesto è fortissimamente critico nei confronti della politica presente e passata degli Stati Uniti e dell’Occidente nell’area. La stessa dittatura di Saddam Hussein è giudicata un prodotto di questa politica. E il fatto che il regime di Baghdad si sia dotato di armi distruzione di massa è messo in rapporto con l’analogo armarsi di Israele: fintanto che quest’ultimo non disarma – vi si legge – anche il primo ha i suoi motivi per fare altrettanto.

Il documento termina con sette indicazioni operative, in alternativa alla guerra. La più importante è quella che invita ad «accompagnare» l’autonomo cammino del popolo irakeno verso la democrazia. Perché «una volta che gli irakeni saranno liberi di scegliere è improbabile che daranno sostegno a un programma d’armamento nucleare».

Un altra indicazione operativa è quella di «esplorare i modi legali e giudiziari» per processare Saddam Hussein per crimini contro l’umanità, «come si è provato contro il generale Augusto Pinochet».

Nell’intero documento non una sola riga rimanda a principi etici né tantomeno cristiani. Gli argomenti sono tutti e solo politici.

E discutibili in tutta libertà. Al punto che il manifesto è offerto in pubblica sottoscrizione, e quindi vale solo per chi ha deciso o deciderà di firmarlo.

__________


Questo è il link al documento canadese (accompagnato punto per punto dal relativo background documentario), nel sito deputato alla raccolta delle firme:

> “Prepare for Peace in Iraq”. Statement background document

Mentre questo è il link alla versione inglese del documento dei vescovi tedeschi, nel sito dell’agenzia “Zenit”:

> Statement of the German Bishops Conference on the Iraq Conflict

E questo è l’editoriale di Vittorio E. Parsi su “Avvenire” del 30 gennaio 2003:

> Guerra all’Iraq. Ma davvero ne vale la pena?

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In questo sito, sullo stesso tema:

> Intervista esclusiva con l’ambasciatore Nicholson: “Ecco i punti di disaccordo tra Bush e il papa” (27.1.2003)

> Guerra preventiva. I gesuiti del papa duellano con gli strateghi di Bush (21.1.2003)

> La Chiesa e l’Iraq. Come spazzar via Saddam Hussein senza fargli guerra (7.1.2003)

 

La Rivista de il manifesto

numero  41  luglio-agosto 2003

Una discussione: i papi e la pace

UNA LUNGA STORIA
Filippo Di Giacomo  

 

Il pacifismo cristiano contemporaneo è nato protestante tra i quaccheri americani e i mennoniti inglesi degli inizi del 1900. E fino alla seconda guerra irachena, quando i cattolici pronunciano la parola `pace', molti di loro continuano a fare una certa fatica a respingere per principio ogni genere di guerra. Per i fedeli della Chiesa di Roma, la violenza belligerante certamente non è legata a quella pulsione distruttiva di freudiana memoria (attribuita volentieri a questa o a quella religione, secondo le mode e le contingenze: ora tocca all'islam) che spesso sentiamo ancora spacciare come radice profonda dei conflitti in corso. Come se la pace fosse solo significata dall'assenza di guerre oppure dall'omissione dell'uso collettivo della violenza. E questo va premesso, se non altro, per rispondere all'accusa di `teologia ondivaga' che il cattolico George Weigel, il solito intellettuale con il successo editoriale garantito in salsa opusdeista, ha rivolto a Papa Wojtyla (lo ha fatto in tutte le capitali europee e in conferenze organizzate e pagate dal Dipartimento di Stato Usa) tra febbraio e aprile di quest'anno.
La Chiesa di Roma diventa pacifista a ridosso del 1915, grazie a Benedetto XV. Dopo Versailles, Papa Dalla Chiesa sottrae la Chiesa Cattolica dalle angustie teoriche della cosiddetta dottrina della `guerra giusta' di Tommaso d'Aquino e inizia a proporre a tutte le nazioni una riforma moderna del diritto internazionale e del diritto diplomatico sulla soluzione delle controversie. Nel 1939 il domenicano Mariano Cordovani, teologo della Casa Pontificia (cioè il consulente personale del Papa), scriveva: «le condizioni precisate dalla teologia per la guerra giusta oggi non si verificano quasi mai. Se anche una guerra giusta è conclusa con una vittoria, non riparerà più il danno che nasce dall'averla combattuta». Negli anni Cinquanta viene pubblicato il trattato di Istituzioni di diritto ecclesiastico pubblico del cardinale Alfredo Ottaviani: lo scomunicatore dei comunisti, l'uomo che da Prefetto del Sant'Ufficio si meritò il soprannome di `carabiniere della Chiesa'. La sera dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II, sul suo diario si limitò ad annotare : «Speriamo che Dio mi faccia morire presto, così morirò cattolico». Anche per quei tempi, il trattato di Ottaviani imbarazzava persino i tradizionalisti. Infatti, il sillogismo giuridico con il quale il porporato liquidava il diritto alla libertà religiosa per i non cattolici era questo: solo la verità ha dei diritti; il cattolicesimo è la sola religione vera; dunque... Il personaggio era questo. Eppure, in materia di pace e di pacifismo Ottaviani insegnava: «La guerra va assolutamente proibita perché ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta deve essere ritenuta definitivamente superata. Di conseguenza, anche la leva militare obbligatoria deve essere vietata». È proprio necessario ricordare che fino al 1945, la cultura politica dell'Occidente era unanime nel considerare del tutto `normale' il ricorso alla guerra? E che la tentazione di far bilanciare (oppure sbilanciare) i rapporti statuali con i trattati, con il commercio, con le flotte e con gli eserciti circola tuttora dentro alcune cancellerie?
Non è quindi per nulla strano se i due pontefici antitetici del secolo scorso, Pio XII e Giovanni XXIII, non hanno mai avuto tentennamenti nello sposare la causa pacifista. Papa Pacelli si meritò anche una lettera di insulti da parte del presidente Truman (che lo apostrofava come «distinto signor Pacelli») per il suo rifiuto di avallare la politica americana nei confronti della Cina e della Corea. E ai tempi dell'Algeria, Pio XII fu il primo a intuire l'importanza di porre la diplomazia al servizio delle istanze etiche che la decolonizzazione avrebbe ben presto posto al dialogo multilaterale. Di Giovanni XXIII, del suo ruolo nella soluzione della crisi di Cuba e della dottrina della `politica dialogante' tra i due blocchi sappiamo quasi tutto.
Oggi consideriamo `normale' parlare di pace usando come punti di riferimento del diritto internazionale sia il dialogo paritario sia l'adesione a uno statuto giuridico composto da diritti inviolabili. Ma se questi punti di riferimento, fondati su una umanità condivisa e condivisibile, sono stati radicati in una memoria collettiva, molto lo dobbiamo allo sviluppo che degli insegnamenti di Pacelli e Roncalli hanno saputo fare Papa Montini e Papa Woytila. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II l'insegnamento sulla guerra è posto nel commento al quinto comandamento: «non uccidere». E nel numero 2306, lo stesso Catechismo ha definitivamente sdoganato anche la posizione di coloro che tendono a un pacifismo radicale, che esclude l'uso della violenza anche in caso di aggressione: per la morale cattolica, questo comportamento è una «testimonianza della carità evangelica».
Dal 1968, da quando Paolo VI con una felice intuizione dedicò ogni primo gennaio alla riflessione sui contenuti della parola pace, per i cattolici di tutto il mondo è diventato chiaro che il pacifismo della loro Chiesa non può essere disgiunto dalla realizzazione di altri valori quali la giustizia, la libertà politica e religiosa, l'equa ripartizione delle risorse, un dignitoso accesso al lavoro, il benessere sociale, la ricerca della propria felicità e quanto d'altro. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, lo ha detto chiaro e forte: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse».
Certo, quando la pace è così fortemente orientata verso situazioni che l'esperienza storica fa ritenere solo ideali esiste anche il pericolo di perdere molte possibilità di bene a vantaggio di una esagerata, e utopica, fissazione sul meglio. E a questo poco ideale `realismo dei fatti' va, forse, imputata la strana fronda che, nell'imminenza dell'ultimo conflitto, una parte del mondo cattolico italiano ha messo in opera contro Giovanni Paolo II e la sua azione pacifista. Ma è stato, tutto sommato, solo qualche sussulto di alcune frange della Chiesa italiana di fronte a un presunto antiamericanismo cattolico che ha spaventato solo una manciata di monsignori più abituati a frequentare gli inquilini di Palazzo Chigi e del Parlamento, magari per distribuire nullità di matrimonio facilitate, che il popolo di Dio.
D'altronde, non è un segreto per nessuno che i rappresentanti dell'episcopato dello Stivale negli ultimi tre lustri, da quando è entrato a regime il sistema dell'otto per mille, hanno fatto molti sforzi per far credere a tutti di avere lo stesso programma della Confindustria: stare d'istinto dalla parte di chi comanda. Quando, invece, si osserva l'impatto delle parole pacifiste del Papa sulla massa dei cattolici italiani (parole spesso mediate da quelle organizzazioni cattoliche che del pensiero unico del liberismo di Bush e dei suoi chierichetti hanno un'esperienza diretta e molto diversa da quella gabellata dai filoamericani di professione) la realtà è già ben differente. Lo osservava anche Ilvo Diamanti, la domenica precedente la grande manifestazione pacifista di aprile: «In Italia si affaccia all'orizzonte una nuova domanda di felicità pubblica che finora è stata solo inseguita dai partiti di centro-sinistra, solo per tentare di essere le comparse di una rappresentazione ancora alla ricerca di autori e di attori. E questo movimento ha anche una forte anima cattolica».
Giovanni Paolo II è Papa da venticinque anni. Nell'ultimo decennio, i conflitti che hanno (magari solo indirettamente) coinvolto anche le comunità cattoliche sono stati 111. Sette di questi sono stati combattuti tra nazioni, mentre negli altri casi si è trattato di guerre interne agli Stati e alle comunità. L'Occidente, quindi i paesi dello `spazio spirituale' del papato romano, ha affrontato, con giustificazioni più o meno condivisibili, almeno cinque grandi interventi armati internazionali: in Somalia (1993), in Bosnia (1995), in Kosovo e nei Balcani (1999), in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Erano anche occidentali gli Stati che nel 1991 hanno combattuto la prima guerra del Golfo. È ormai noto, grazie anche al noto saggio di Huntington, che sullo scenario disegnato dai conflitti che stiamo ricordando qualcuno ama agitare da anni le tesi volgarizzate da un certo pensiero americano. Però `scontro di civiltà' e `guerra di religioni' sono due tesi fortemente contestate dai vertici vaticani nei convulsi mesi che hanno preceduto la seconda crisi irachena. Il 20 settembre del 2001, proprio a ridosso della immane tragedia dell'11 settembre, Bush dichiara testualmente che «gli islamici vogliono cacciare fuori cristiani ed ebrei da vaste regioni dell'Africa e dell'Asia». E nell'annunciare la `guerra al terrorismo', nella stessa occasione, Bush si produce in una parafrasi del Vangelo dicendo che «Ogni nazione, ogni regione deve decidersi: o siete con noi, o siete con i terroristi». La parafrasi riguarda un passo di Matteo (12,30), dove Cristo ammonisce «Chi non è con me, è contro di me». Lo strano messianismo di Bush è stato reiterato (non per caso) anche nel radiomessaggio indirizzato alla nazione il sabato santo di quest'anno.
Neanche durante il suo viaggio in Croazia nello scorso giugno, davanti alle chiese distrutte e alle immagini religiose profanate, il Papa è caduto nella tentazione di dare una motivazione religiosa ai conflitti che hanno opposto cristiani e musulmani. Chi ha occhi per vedere (e nessuno dubita che, in campo diplomatico, il Vaticano li abbia) inizia a paventare i rischi delle contraddizioni di un mondo islamico che è arabo solo in minima parte. E che al suo interno cova una serie di rivendicazioni contro la supremazia del panarabismo, fino alla seconda guerra contro l'Iraq sostenuto soprattutto da un patto di ferro con gli anglosassoni, che la stragrande maggioranza degli islamici del mondo non vuole più accettare. Nei paesi arabi è dal VII secolo che i cristiani sono impediti di predicare il Vangelo. Ancora oggi, in terra araba, chi annunzia Gesù Cristo mette in serio pericolo la sua vita. In molti altri paesi islamici non arabi, africani e asiatici, dove la storia e l'equilibrio demografico hanno stabilito una equipollenza tra le due comunità, un altro modello di coesistenza e di collaborazione sta man mano nascendo. Ed è quindi dentro il cristianesimo che lo strano messianismo usato da Bush è foriero di preoccupazioni. Perché, in primo luogo, rimanda a un certo protestantesimo fondamentalista americano che dalla lotta all'islam sembra voler trarre forza e identità mentre, in realtà, è speculare solo all'islamismo panarabo. E in secondo luogo perché mette in campo quelle forze pseudoreligiose (stranamente legate alle lobbies anticristiane, alle multinazionali e ai servizi segreti) che, dagli anni Sessanta in poi, hanno aggredito il cattolicesimo latino americano con una dovizia di mezzi, di risorse e di iniziative quasi mai sincere e limpide.
Ragionare, non terrorizzare, dice dunque al mondo Giovanni Paolo II mutuando dalla sua Chiesa due `valori cristiani' del magistero del secolo appena terminato: il superamento delle categorie con le quali si pretende di classificare come `giusta' una guerra («Non lo è mai stato e mai lo sarà», ha detto il 18 gennaio 1991); l'impegno morale contro la guerra non può limitarsi a stabilire le condizioni per limitare gli effetti disumani di eventi bellici ritenuti inevitabili. Il vero dovere morale contro la guerra consiste nel rafforzare la coscienza e la pratica dei diritti umani. Ed è su questi che bisogna fondare la pace. Anche l'ingerenza umanitaria ricordata da George Weigel e dai suoi padroni (in Kosovo sì e in Iraq no?) è pensata da Karol Wojtyla (lo ha detto al corpo diplomatico nel gennaio del 1994) innanzitutto in forma disarmata: «Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni tipo di azione che miri a un disarmo dell'aggressore». Non in primo luogo: solo come extrema ratio e solo se a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli strumenti di difesa non violenta.
E se questa cultura della pace urta contro il suo ostacolo principale, contro una Onu nata per garantire la pace e la stabilità e che è invece bloccata, svilita (se non proprio umiliata) da quell'organo verticistico e discriminatorio chiamato Consiglio di Sicurezza? Mentre il Papa subiva l'ostracismo dei `cattolici' al potere in Italia e in Spagna, sin dagli inizi del secondo conflitto iracheno, la Santa Sede ha chiamato a raccolta tutte le organizzazioni caritative cattoliche e le ha schierate (e non era mai successo prima) sotto le bandiere dell'Onu. E con le agenzie internazionali - per lungo tempo bloccate ad Amman in Giordania in attesa di quel `via libera' che una maestrina chiamata Condoleeza Rice ha a lungo negato agli uomini delle Nazioni Unite - le organizzazioni cattoliche hanno disciplinatamente atteso che l'azione umanitaria fosse permessa proprio come segno della presenza dell'organizzazione internazionale e non di quella confessionale. Per difendere questa inedita alleanza, non è certamente un caso se i vecchi `saggi' della diplomazia pontificia hanno ripreso a parlare (con forza) a favore del primato del diritto internazionale anche quando esso contrasti con gli interessi Usa.
Proprio per questo, nei prossimi anni, il pacifismo cattolico è destinato a diventare una cosa molto più seria di quanto abbia dimostrato di essere in questi mesi. È Giovanni Paolo II stesso che lo vuole (lo ha detto di nuovo ai giovani anche la domenica delle palme) come «una sentinella» sulla frontiera della verità e della giustizia. E se poi lo Spirito Santo dovesse decidere che il prossimo papa deve essere latinoamericano, allora nessun cattolico impegnato in politica avrà più l'alibi di credere che, quando si parla di pace e di giustizia, una cosa sono i principi e un'altra i comportamenti.

 

 

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