FISICA/MENTE

 

 

In un'intervista alla Bbc il segretario di Stato ribadisce
la posizione Usa. Ed esclude, per adesso, un ruolo dell'Onu

Powell: "Armi di sterminio? Ci sono, e noi le troveremo"
Da Repubblica.it

E su Saddam: "Ci piacerebbe sapere se è vivo o morto, l'importante
è che il suo regime sia crollato". Ennesimo avvertimento alla Siria

LONDRA -

Colin Powell non ha dubbi: le armi di sterminio irachene esistono e le truppe della coalizione le troveranno. In un'intervista alla Bbc, il segretario di Stato americano ha sottolineato che, conclusa la fase dei combattimenti, si aprirà la caccia agli arsenali proibiti di Saddam Hussein. "Ci sono prove rilevanti e nessun dubbio sul fatto che queste armi esistono - ha detto Powell - noi le troveremo".

Subito dopo, però, è giunto - su questo argomento - un altolà all'Onu. Secondo Powell, infatti, è ancora presto per coinvolgere le
Nazioni Unite o terze parti nella ricerca delle armi di distruzione di massa. "Adesso non sentiamo il bisogno di consultarci in materia di armi di distruzione di massa perchè la campagna militare è ancora in corso - ha spiegato - dopo rivolgeremo la nostra attenzione alla ricerca di queste armi di distruzione di massa e vedremo quale assistenza potrà essere fornita al riguardo".

Questo, ha comunque sottolineato il segretario di Stato, "non è un ruolo per la Francia, la Germania e la Russia. Noi saremo l'autorità liberatoria, noi avremo le responsabilità dell'occupazione".

Cambiando argomento, il numero uno della diplomazia statunitense ha dichiarato che l'intervento in Iraq potrà dirsi un successo solo quando il Paese abbraccerà la democrazia, e non quando Saddam sarà catturato o ucciso. "Questa campagna si concluderà con un successo quando ci sarà un nuovo governo eletto dal popolo, quando gli iracheni avranno ritirato ogni appoggio ai terroristi e quando non ci saranno più armi di sterminio. La chiuderemo con o senza Saddam Hussein. Certo, ci piacerebbe sapere che fine ha fatto, ma ormai non comanda più su nulla".

E riguardo all'ipotesi che il raìs o i suoi più stretti collaboratori possano rifugiarsi in un paese mediorientale, Powell ha lanciato un ennesimo "avvertimento" a Damasco: "Pensiamo che non sarebbe affatto saggio se improvvisamente la Siria divenisse un rifugio per tutti coloro che devono essere processati e che cercano di lasciare Baghdad", ha detto il segretario di stato Usa.

Ma non basta: Powell ha rincarato la dose, verso un paese che - secondo alcuni osservatori - potrebbe diventare il prossimo obiettivo numero uno degli Stati Uniti. "La Siria è da molto tempo fonte d'inquietudine: l'abbiamo indicata - ha aggiunto - come uno Stato che sostiene il terrorismo e ne abbiamo discusso a più riprese con i siriani".

Nelle ultime settimane, Powell ha più volte messo in guardia le autorità di Damasco dal fornire alcun tipo di appoggio al regime iracheno. La Siria si trova davanti ad una "scelta cruciale", ha detto ripetutamente il segretario di Stato Usa.

(13 aprile 2003)


 

Dal presidente americano nuove accuse a Damasco
"Abbiamo motivo di ritenere che abbiano armi chimiche"


Da Bush monito alla Siria "Non protegga il regime"

Da Repubblica.it

E sui prigionieri liberati: "Sono felice, cercheremo gli altri"

WASHINGTON - Ormai è un pressing quotidiano. Che si stringe intorno a Damasco e al presidente siriano Assad. E che secondo alcuni potrebbe preludere a una "fase 2" delle operazioni militari nella regione mediorientale. Dopo i ripetuti attacchi di Donald Rumsfeld, dopo le parole severe di Colin Powell, ora anche il presidente George W. Bush lancia un pesante monito alla Siria, accusata di "non cooperare con la coalizione".

Nelle parole di Bush riecheggiano le accuse già rivolte a Damasco nei giorni scorsi da altri esponenti dell'amministrazione, come quella di "proteggere esponenti del regime di Saddam Hussein". Ma il presidente americano, tornando alla Casa Bianca dopo aver trascorso il week-end a Camp David, ha fato cenno anche alla presenza di armi chimiche in Siria: "Abbiamo motivo di ritenere che vi siano, e anche su questo ci aspettiamo cooperazione".

Quindi, l'ennesimo avvertimento. "Quello che la Siria deve fare - ha detto - è semplicemente di collaborare con gli Stati Uniti e i nostri alleati, non dare rifugio a dirigenti del partito Baath , ad autorità militari, o a chiunque debba rispondere delle sue azioni".

Tornando al fronte iracheno, il presidente americano esprime il suo "sollievo" per la liberazione di sette prigionieri Usa. "Che bel modo di cominciare una giornata - ha detto - sapendo che questi soldati torneranno presto in patria, dalle loro famiglie". Per aggiungere infine una promessa su chi manca ancora all'appello: "Abbiamo altri militari dispersi durante il combattimento, continueremo a cercarli e a pregare per un loro ritorno sicuro".

(13 aprile 2003)


L'amministrazione Bush in pressing su Damasco
"Nascondono i dirigenti iracheni ed hanno armi chimiche"

La Casa Bianca accusa "La Siria Stato terrorista"
Da Repubblica.it

Assad: "Siamo pronti ad ispezioni internazionali"
Blair frena: "Non ci sono piani di invasione"

DAMASCO -

Ormai è un crescendo. Prima Colin Powell annuncia che gli stati Uniti stanno pensando a "misure diplomatiche ed economiche contro la Siria". Dopo qualche ora Ari Fleischer, portavoce di Bush, rincara la dose: "La Siria è uno Stato terrorista che aiuta i terroristi". Poi il ministro della Difesa Donald Rumsfeld aggiunge un altro tassello: ""Abbiamo visto che la Siria ha compiuto test chimici negli ultimi 12-15 mesi e, inoltre, abbiamo visto persone armate passare il confine tra la Siria e l'Iraq con la promessa di ricompense se avessero ucciso cittadini americani". Un uno-due che sotterra tutte le buone intenzioni venute da Damasco dove il portavoce del ministero degli Esteri siriano, Buthaina Shabaan, che ritenendo "false" le precedenti accuse mosse da George W. Bush, ovvero il possesso di armi chimiche, aveva aperto il Paese ad ispezioni internazionali.

L'accusa americana d'altronde non è una cosa nuova ma oggi il dipartimento di Stato ha espresso a chiare lettere le sue lamentele. Powell ha detto che negli ultimi giorni molti dirigenti del regime di Saddam, compresi quelli inclusi nella lista dei 52 più ricercati dagli Usa, hanno cercato di trovare rifugio in Siria. "Spero che la Siria comprenda i suoi obblighi in questo nuovo ambiente che si è creato", ha ammonito il segretario di Stato.

Powell ha anche sottolineato che la Siria, che gli Stati Uniti accusano di possedere armi di sterminio (in particolare armi chimiche), deve "rivedere le sue azioni e il suo comportamento, non solo nei confronti del problema delle armi di sterminio ma anche nel sostegno al terrorismo".

Poi Fleischer ha ribadito i concetti definendo la Siria uno "Stato terrorista" ed ha chiesto polemicamente: "Pensate che noi possiamo fare finta di non vedere che i dirigenti del regime iracheno si sono rifugiati in Siria? Pensate che dovremmo ignorarlo?". E la chiusura di Fleischer è, se possibile, ancora più dura: "Abbiamo dei canali per parlare con la Siria, io credo che la Siria comprenda il nostro messaggio".

La Siria però non mostra chiusure anzi si dice pronta ad accettare ispezioni internazionali. "Per noi da questo punto di vista non ci sono problemi - aveva detto prima della nuova presa di posizione dell'amministrazione Usa il portavoce del ministro degli Esteri Shabaan - ma credo che Israele invece ne avrebbe di problemi ad accettare un'idea del genere, per quanto ci riguarda non vediamo l'ora che il Medio Oriente venga liberato dalle armi di distruzione di massa".

La sortita americana però non trova sponde. Secco il commento dell'alto rappresentante Ue Xavier Solana: "Siamo preoccupati. La regione sta andando verso un processo davvero difficile: penso che sarebbe meglio fare dichiarazioni costruttive, per cercare di calmare la situazione".

E anche Londra, fedele alleata Usa, getta acqua sul fuoco. Mentre il sottosegretario agli Esteri Mike O'Brien va a Damasco per colloqui con il presidente Bashar Assad, il capo della diplomazia britannica Jack Straw avverte: "Non diamo la caccia a nessun paese. La Siria deve rispondere a diverse importanti domande e aprire un'agenda di discussioni". E, alla domanda se la Siria stia sviluppando armi chimiche, Straw risponde: "La risposta è che non sono sicuro e per questo è necessario sederci e parlare con loro di questo". Secco Tony Blair: "Non ci sono progetti di invasione della Siria".

(14 aprile 2003)


Per i falchi di Washington Damasco è già nel mirino
Il conflitto può essere un afrodisiaco elettorale
e Bush pensa già al voto del 2004
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON -

Questa strana pace che somiglia a un interludio comincia a raccontare la storia di un'altra, possibile guerra. L'Iraq sembra già la prima pagina del giornale di ieri, spodestato oggi dal nome della prossima tessera che dovrà cadere nel domino mediorientale di Bush, la Siria. Ha le armi chimiche, ci aveva informato il presidente con nonchalance, nella domenica della gioia per il ritorno dei prigionieri. "Sta commettendo gravi errori di giudizio" aveva rincalzato il suo ministro della guerra Rumsfeld, usando la stessa formula standard, "bad judgment", sempre utilizzata contro Saddam.

E ieri di nuovo il portavoce della Casa Bianca Fleischer e poi anche la "colomba ufficiale" e largamente decorativa di questa amministrazione, Powell, ha fatto disciplinatamente la propria parte, ricordandoci che "da lungo tempo la Siria è uno stato che sponsorizza il terrorismo". Ritornano tutti gli ingredienti della ricetta Iraq: armi chimiche, complicità con il terrorismo, lunga storia di violazioni del diritto internazionale, complicità con i resti del regime di Bagdad. Sarà lo stesso anche il prodotto finale? Il vecchio Kissinger, preoccupato per il collasso del sistema di sicurezza occidentale e della Nato che lui invita Bush a "riparare", c'informa dalla rete tv di Murdoch che "non credo proprio che il presidente abbia voglia di lanciar subito un'altra guerra". Ma quest'improvvisa insistenza sulla minaccia siriana mentre ancora Bagdad brucia, il coro dei freschi conquistatori della Mesopotamia che tutti insieme si mettono a cantare il nuovo sparito prima ancora d'aver tirato il sipario sul primo atto, non è certamente casuale. La voce della destra di guerra sul New York Times, William Safire, avverte che "la miglior difesa è l'attacco", citando il generale George Washington e l'autorevole ex mondiale dei pesi massimi Jack Dempsey, ma promette che Bush e Rumsfeld intendono "solo strizzare un po' la Siria", senza davvero invaderla. Questo dovrebbe essere l'effetto terapeutico della guerra preventiva, abbatterne uno per intimidirne cento.

Vedete, indicano lui e i "Rumsfeld boys" padroni della scena, la dottrina funziona, la Corea del Nord s'è messa più tranquilla, l'Iran non s'è mosso, Sharon da Gerusalemme ammette l'ipotesi di demolire qualche insediamento in territori palestinesi. Resta l'imbarazzo dell'"amico Vladimir", che faceva un po' di doppio gioco spionistico tra Blair, Bush e Berlusconi, ma la Siria di Assad, che si trova sotto la spada di 350mila soldati americani sulle soglie di casa, capirà "che deve collaborare con noi", dice Bush. Powell parla di possibili "sanzioni". Ecco un un altro ingrediente della ricotta.

La fretta d'incassare i dividendi dell'invasione dell'Iraq è evidente, ora che l'euforia militare ha già lasciato il passo al tedio e ai rischi di un'occupazione e diviene ogni giorni più difficile tener alta la tensione all'interno con la grancassa del patriottismo e delle prodezze strategiche.

Non c'è mai gloria in un posto di blocco, come purtroppo sanno i soldati d'Israele, e non ci saranno medaglie al valore per quegli stanchissimi marines e fanti che sono stati mandati subito a far la guardia al Ministero del petrolio a Bagdad, mentre al Comando centrale nessuno aveva pensato agli ospedali e ai musei, nonostante il massimo studioso americano di civiltà mesopotamiche, il professor McGuire Gibson dell'University of Chicago avesse più volte avvertito il Pentagono che quel museo sarebbe stato il primo obbiettivo dei saccheggiatori e dei contrabbandieri d'arte. La stentorea riscoperta del "rischio Siria" è un'operazione di guerra psicologica, una intelligente e cinica manovra per tenere viva l'ansia e canalizzarla su un altro bersaglio.

Nell'attesa che fioriscano la democrazia, la libertà e il benessere in Iraq, è bene per quest'amministrazione che gli sguardi si volgano altrove, sulla via di Damasco, che è l'obbiettivo più facile. In Iraq, la ricerca e la scoperta delle armi biochimiche, come gli 8.500 litri di batterio antrace, sta andando a rilento, nonostante i camion laboratorio trovati ieri che potrrebbero essere almeno un indizio, se non una prova. I media danno segni di noia per una "war story" che non vende più. I giornalisti non più embedded, "a letto" coi reparti al fronte, minacciano di riscoprire che sotto i trionfi del "boy soldier", come il biografo di Churchill, lo storico John Lukacs chiama Bush per il suo vezzo di fare da civile il saluto militare imitando Reagan e Clinton che non avevano mai indossato una divisa, ci sono quegli interessi che la retorica della "libertà per l'Iraq" aveva nascosto per un mese. Sulla "money tree", l'albero della cuccagna iracheno, si stanno arrampicando le multinazionali Americane al seguito dei tank, avverte il New York Times, tutte attratte da quel preventivo di 100 miliardi di dollari stimati per la "ricostruzione" dell'Iraq. Corporations di finanziatori elettorali che stanno ottenendo succulenti contratti dal genio militare, senza bando d'asta, direttamente dalla Casa Bianca.

Occhi ben fissi sulla Siria, dunque, perché i riflettori comincino a spegnersi sull'occupazione dell'Iraq e perché la mobilitazione interna, i sondaggi e il patriottismo che hanno spinto Bush quasi ai livelli di suo padre dopo il Kuwait, restino alti e non producano quel collasso postbellico che costò proprio a Bush il vecchio la rielezione, contro Clinton. La guerra, quando è o sembra vinta, è un formidabile afrodisiaco elettorale e l'effetto Iraq potrebbe non reggere nei 18 mesi che mancano alle presidenziali del novembre 2004. Un altro "mostro a Damasco", la replica della tragedia Iraq senza necessariamente lo stesso finale cruento, potrebbe essere la soluzione ponte che da Bagdad riporterà Bush alla Casa Bianca. Sempre che non rimanga intrappolato, strada facendo, nelle sue stesse minacce.

(15 aprile 2003)


 

Il presidente Usa dice che "ora il mondo è più sicuro"
Ma in Iraq ci sono ancora elementi "disperati e pericolosi"
Bush: la guerra al terrore continua
L'esempio di Bagdad servirà a tutto il Medio Oriente

WASHINGTON - "

La vittoria in Iraq è ormai sicura, ma non è ancora completa". E, soprattutto, "la guerra al terrore non è finita". Così, ribadendo che la dottrina della guerra "infinita" è ancora in vigore, che "gli Usa porteranno a termine ciò che hanno iniziato", il presidente americano George W. Bush torna a parlare agli americani e al mondo.

Intanto per dire che a Bagdad il regime di Saddam, "pure se resistono elementi disperati e pericolosi, se n'è andato", che "i terroristi hanno perso un alleato", e che "il mondo è ora un posto più sicuro". Ma subito dopo per aggiungere che la democratizzazione del paese sarà "un esempio per tutto il Medio oriente" e "un forte passo avanti" nella guerra contro il terrorismo.

Che non è affatto finita, anzi. "Quando siamo stati attaccati - dice il presidente - abbiamo inviato un messaggio chiaro: gli Usa e la loro coalizione si difenderanno". E ora che la parola è stata mantenuta - sono ancora parole di Bush - "finiremo quello che abbiamo cominciato, perché siamo ancora minacciati".

Nel discorso odierno, pronunciato nel giardino della Casa Bianca, il presidente Usa non ha però fatto alcun riferimento ad altri paesi, come invece era accaduto ieri, quando era tornato a chiedere alla Siria di "cooperare con la coalizione". E così nessun accenno, tranne l'espressione di una generica fiducia nel popolo "iracheno", è arrivato sul processo che dovrebbe condurre l'Iraq alla democrazia.

Torna invece a parlare di economia, George W. Bush, dopo queste settimane interamente dedicate alle operazioni militari nel Golfo. E annuncia tagli fiscali "per almeno 550 miliardi di dollari" in dieci anni, perché - dice - l'economia Usa ha ancora "molte potenzialità non realizzate".

(15 aprile 2003)


Le informazioni fornite agli americani da uno scienziato iracheno
avrebbero portato alla scoperta di sostanze sepolte sotto la sabbia


Primi indizi concreti su armi di sterminio

Da Repubblica.it
 

La fonte sostiene che Saddam fece distruggere agenti chimici
e che da anni mandava armamenti e tecnologia in Siria

NEW YORK -

Esperti militari Usa hanno scoperto le prime tracce di un arsenale di sterminio iracheno, grazie alle informazioni fornite da uno scienziato che sostiene di aver lavorato per oltre dieci anni al programma di armi chimiche. Lo rivela il New York Times, secondo cui la caccia alle armi proibite di Saddam Hussein ha permesso di scoprire il precursore di un agente tossico vietato, il più importante ritrovamento di questo tipo fatto finora. La sostanza sospetta è stata trovata sepolta nella sabbia. Se la notizia troverà conferma, sarà un altro punto a favore dell'amministrazione Bush: finora infatti non è stata trovata traccia di quegli arsenali di distruzione di massa che hanno motivato l'attacco all'Iraq.

La giornalista del quotidiano newyorkese riferisce che le è stato vietato di avvicinarsi al luogo del ritrovamento, che i militari non hanno voluto dirle di che tipo di sostanza si tratta, non le hanno permesso di intervistrare il chimico iracheno e le hanno chiesto di aspettare tre giorni prima di pubblicare il pezzo che è stato esaminato da ufficiali delle forze armate.

Lo scienziato iracheno, la cui attendibilità deve essere ancora verificata appieno, ha raccontato che il regime ordinò la distruzione delle armi chimiche e degli equipaggiamenti per la guerra batteriologica soltanto pochi giorni prima dell'inizio del conflitto. E anche che l'Iraq ha inviato armi non convenzionali e tecnologia in Siria a partire da metà degli anni '90 e più di recente aveva cominciato a collaborare con al Qaeda.

Stando alle dichiarazioni dello scienziato, Saddam ordinò la distruzione di parte dell'arsenale di sterminio e il trasferimento di una certa quantità di armi proibite in Siria per concentrare gli sforzi della ricerca su progetti che fossero impossibili da individuare durante le ispezioni dell'Onu e le perquisizioni delle truppe americane nelle fabbriche di armi irachene.

La storia della collaborazione dello scienziato iracheno con le forze alleate è avventurosa. L'uomo aveva avvicinato un soldato americano per consegnargli un biglietto scritto in arabo, nel quale diceva di essere in possesso di informazioni sull'arsenale di sterminio di Saddam. Ed è stato rintraciato solo dopo la fine dei combattimenti. Mentre in quasi tutto il Paese erano ancora in corso violenti scontri, il Pentagono non voleva far entrare in azione i due costosissimi laboratori mobili oggi trasportati in elicottero nei luoghi sospetti. Il chimico iracheno è stato trovato dagli uomini della Squadra mobile di analisi (Met) Alpha, ai quali ha raccontato che quando Bush diede l'ultimatum a Saddam per lasciare il Paese, gli ufficiali iracheni diedero ordine di dar fuoco ai magazzini in cui erano custodite le armi proibite ed erano condotte le ricerche. Ma ha anche detto che, mesi prima dello scoppio della guerra, i ricercatori avevano nascosto, seppellendoli, i precursori degli agenti chimici, in modo da poterli utilizzare in seguito.

(21 aprile 2003)


 

Per ventidue giorni sono state compiute operazioni
di intelligence. In coordinamento col Comando alleato


Iraq, la guerra segreta degli agenti del Sismi
 

Così 007 italiani, in missione nel paese di Saddam, hanno aiutato sul campo l'esercito americano
di CARLO BONINI

In Iraq, l'Italia ha combattuto la sua guerra. Per ventidue giorni, infiltrati nelle aree metropolitane di Bassora, Bagdad e Kirkuk, una ventina di uomini del Sismi, il nostro servizio segreto militare, hanno condotto operazioni coperte di intelligence in appoggio alle forze militari anglo-americane. Qualificate fonti italiane e statunitensi spiegano a Repubblica che si è trattato di "attività sul terreno". Di "ricognizione e individuazione di obiettivi militari", di "ricerca e localizzazione" dei dignitari del regime e di "anti terrorismo" su singoli sospettati.

Alle operazioni, coordinate con il Comando alleato (cui per settimane, attraverso l'ambasciata Usa di Roma, è stato girato l'intero flusso di informazioni raccolte dagli uomini del servizio), hanno partecipato tre divisioni del Sismi (intelligence militare, operazioni e antiterrorismo) e una rete di "fonti dirette" che si è andata infittendo nelle settimane precedenti il conflitto. Con il "reclutamento" di alti ufficiali dell'esercito iracheno e del partito Baath, persuasi dal Sismi alla "diserzione".

Le cose - per come Repubblica ha appreso ed è stata in grado di verificare - possono essere raccontate così.

Il 16 aprile, l'arresto in una Bagdad liberata di Abu Abbas, l'uomo del Terrore nei giorni dell'Achille Lauro, mette a rumore l'Italia. Il direttore del Sismi, Nicolò Pollari, viene ascoltato dal Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Annota l'Ansa: "Gli 007 italiani iperattivi nello scenario iracheno. Sapevano della presenza di Abu Abbas. Hanno lavorato alacremente prima del conflitto in contatto con i servizi dei paesi alleati e stanno preparando la strada al contingente italiano in partenza per l'Iraq.

Il Presidente del comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti, Enzo Bianco, dichiara: "Ora che la cattura del terrorista è avvenuta, posso dire che Pollari ci aveva correttamente informato in una precedente audizione che Abbas presumibilmente si trovava a Bagdad"".

Il filo che Pollari tira di fronte alla commissione parlamentare e che porta ad Abbas ha dunque poco di casuale. E comprensibilmente generico è il contesto in cui viene svelato. Il direttore del Sismi ha informazioni buone perché il Sismi è in Iraq da almeno quattro mesi. Perché la "guerra" del nostro servizio segreto militare è in realtà cominciata nelle ultime settimane del dicembre scorso.

In quei giorni, nonostante il mondo guardi ancora a Blix e al Consiglio di Sicurezza dell'Onu come possibile argine al conflitto, la macchina bellica anglo-americana ha già raggiunto nel Golfo Persico un grado di mobilitazione prossimo alla "prontezza". Saddam Hussein è già affare dei generali. I Paesi della "coalizione" che pure non invieranno fanti, aerei o navi, e dunque anche l'Italia, vengono chiamati ad uno sforzo logistico, militare e informativo.

Il 17 gennaio, il capo di stato maggiore della difesa statunitense, il generale Richard B. Myers, è a Roma. Incontra il ministro della difesa Antonio Martino e, con lui, il capo di stato maggiore della difesa italiano Rolando Mosca Moschini, il generale Filiberto Cecchi, capo del Comando operativo di vertice interforze, la struttura che coordina le missioni militari degli italiani all'estero. I piani operativi del Pentagono prevedono che le attività belliche sul terreno siano "orientate" delle informazioni che le intelligence militari di tutti i paesi della "coalizione" saranno in grado di rubare in Iraq, oltre la linea del fronte. Informazioni che verranno raccolte dal Comando unificato anglo-americano in tempo reale, incrociate, elaborate e quindi trasformate in istruzioni alle unità combattenti.

L'idea è a suo modo semplice. Illuminare, per tempo e dall'interno del Paese, gli obiettivi, le mosse a sorpresa di un nemico di cui si ignora l'esatta dislocazione delle forze militari e che ha scelto di confondere le proprie armi e le proprie milizie tra la popolazione civile.

In Iraq, l'Italia ha una sua "tradizione informativa" risalente nel tempo. Bagdad è piazza tutt'altro che sconosciuta al nostro controspionaggio militare. Come Bassora, nel sud del Paese, dove nessuna mossa del regime sfugge al silenzioso network informativo sciita, sulle cui fonti i nostri servizi sanno di poter contare. Nicolò Pollari, direttore del Sismi, ottiene dunque il via libera dal governo e avvia in Iraq la più imponente operazione di intelligence e coinvolgimento militare sul terreno che il servizio abbia conosciuto nella sua storia recente.

Le "coperture" con cui tra la fine di gennaio e febbraio gli uomini del Sismi entrano in Iraq sono le più diverse. Per dirla con una fonte qualificata interpellata da Repubblica, sono "coperture che hanno richiesto uno sforzo di fantasia". Perché Bagdad, ormai, diffida di tutto e tutti. Ciascuna unità ignora dunque l'identità e il lavoro affidato alle altre. Nelle zone di Kirkuk (a nord), Bagdad (al centro) e Bassora (a sud), a ciascuna unità è ritagliato un fazzoletto di territorio iracheno e il rapporto esclusivo con "fonti dirette" che presto si dimostrano di una certa generosità.

Racconta una fonte militare: "Abbiamo vinto questa guerra prima ancora che venisse sparato un solo colpo. Quando abbiamo cominciato ad avvicinare generali e alti ufficiali dell'esercito regolare, e con loro funzionari del Baath, per invitarli alla diserzione, ci siamo trovati di fronte uomini disperati. Pronti a barattare il loro patrimonio di informazioni in cambio della promessa di una sopravvivenza fisica e in qualche caso politica nel dopoguerra".

La rapidità con cui il Sismi penetra la struttura militare irachena e il suo partito Stato, la qualità delle informazioni che ne ottiene, sorprendono gli stessi americani. Allo scoppio della guerra, il nostro servizio segreto militare è in grado di comunicare in tempo reale informazioni che diventano decisive nel teatro delle operazioni.

Accade subito. Il 20 marzo. Alle 5.35 del mattino, Bagdad è stata investita dal raid aereo che segna l'inizio della guerra. Sul reticolo della capitale irachena sono piovute bombe di precisione e missili Tomahawk lanciati da incrociatori e sottomarini Usa al largo del Mar Rosso e del Golfo Persico. Il Comando alleato immagina una reazione irachena ed è il Sismi a indicarne luogo, tempo e modalità. Il nostro servizio segnala l'attivazione di batterie missilistiche irachene nell'area di Bassora. Informa dell'ordine di lancio e dell'obiettivo: Kuwait City. La controffensiva irachena è spenta dalle forze anglo-americane all'origine. Non un missile raggiungerà i suoi bersagli.

A contatto con il terreno, le "fonti" e gli occhi del Sismi fanno per una volta il lavoro delle altre intelligence alleate, inglese, americana. Vedono quello che le colonne corazzate non riescono a vedere. Anche perché, lì dove non arrivano le informazioni rubate agli stati maggiori iracheni, riesce ad arrivare la rete informativa sciita di cui gli italiani sembrano aver guadagnato la fiducia.

Il 4 aprile, in un sobborgo di Bassora, muore sepolto nella sua villa-fortino "Alì il chimico", il paranoico generale cui Saddam ha consegnato la resistenza di Bassora e dell'Iraq meridionale. Le informazioni che guidano i caccia inglesi sono anche farina del sacco italiano. Per due settimane, grazie agli sciiti, gli spostamenti di Alì vengono quotidianamente individuati e comunicati al comando alleato. Fino alla fine.

La fonte militare sorride: "È stata una guerra di notizie. E questa volta noi le avevamo. Buone. Perché c'eravamo. Notizie importanti, come quella che ci assicurava che i ponti minati di Bagdad non sarebbero saltati. Ma anche notizie minute, come la consistenza numerica delle colonne corazzate irachene arretrate dal fronte di Kirkuk verso Bagdad. Molte di queste notizie sono servite ieri. Altre serviranno domani".

Notizie - va aggiunto - che spiegano le ragioni della richiesta americana di una prosecuzione dell'impegno militare italiano in Iraq e l'insistita gratitudine al governo, manifestata privatamente e pubblicamente dall'ambasciatore americano in Italia Mel Sembler.

(23 aprile 2003)


Washington pensa ad una "punizione" per Parigi
che si era opposta alla linea degli Usa sul conflitto


Powell: "Adesso la Francia pagherà le conseguenze"
 

De Villepin: "Continueremo a difendere la legalità internazionale"
Intanto Bush assicura: "Non ho in mente un'altra guerra"

ROMA -

L'atteggiamento della Francia non resterà impunito. Finita la guerra, Washington prepara le "conseguenze" che Parigi dovrà scontare, per essersi opposta alla linea degli Stati Uniti a proposito del conflitto in Iraq. Il segretario di Stato americano, Colin Powell, ha parlato della necessità di "rivedere le relazioni", e di "valutare i rapporti" alla luce di quanto accaduto prima della guerra. Uno scarto, dunque, rispetto agli spiragli diplomatici che ieri, al Palazzo di Vetro dell'Onu, sembravano aver riacceso le relazioni fra i due Paesi, grazie al progetto, condiviso sia da Powell che dall'ambasciatore francese alle Nazioni Unite, Jean Marc de La Sabliere, sulla revoca delle sanzioni a Bagdad.

Parigi non si spaventa: "continueremo a difendere la legalità internazionale in ogni circostanza", ha dichiarato il ministro degli esteri Dominique de Villepin. E mentre sul piano diplomatico la Francia si configura come il prossimo obiettivo, Bush chiarisce i dubbi di quanti prevedano a breve una nuova campagna militare: "non ho piani per un'altra guerra", ha dichiarato il presidente americano, smentendo le voci su Siria e Iran.

Parigi, dunque, dovrà subire "conseguenze". Nel corso di una intervista alla televisione americana Pbs, Colin Powell ha fatto presente che "tutti gli aspetti delle relazioni con la Francia dovranno essere rivisti, alla luce dell'opposizione francese agli Stati Uniti in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite". Opposizione che, secondo Powell, avrebbe di fatto impedito agli Usa, di fronte alla minaccia del ricorso al diritto di veto, di ottenere il consenso necessario all'approvazione di una seconda risoluzione che desse il via libera alla guerra. Ed ora che è finita, ha aggiunto il segretario di Stato americano, "dobbiamo valutare i rapporti". Secondo fonti dell'amministrazione Usa, sarebbero in particolare il vice presidente Dick Cheney ed il suo staff a premere per "punire" Parigi.

Il monito di Powell ha suscitato la reazione del ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, che ha sottolineato come la Francia, "con una larga maggioranza della comunità internazionale", abbia agito durante tutta la crisi irachena "conformemente alle sue convinzioni e ai suoi principi per difendere la legalità internazionale", e continuerà a farlo "in ogni circostanza".

Se dunque l'amministrazione Usa pensa alla "punizione" per Parigi, Bush prova a smentire le voci che vorrebbero in preparazione un nuovo conflitto contro la Siria o l'Iran. "Non ho piani per fare un'altra guerra", ha dichiarato ai giornalisti il presidente americano nel corso di una tavola rotonda a Washington, organizzata in realtà per discutere il piano di rilancio dell'economia. Inevitabili le domande sul conflitto, e sui conflitti possibili, alle quali Bush ha risposto dicendo di non avere in mente "specifiche operazioni", o "uno specifico incidente, che richiederebbe un intervento militare in questo momento".

(23 aprile 2003) Sassari, 17:36



Iraq, Berlusconi: Sismi ha collaborato con alleati



I servizi segreti italiani hanno collaborato come hanno sempre fatto con la coalizione che ha combattuto in Iraq in linea con le nostre scelte di politica estera. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in Sardegna rispondendo ad alcuni giornalisti che gli chiedevano di commentare le notizie pubblicate oggi dal quotidiano "La Repubblica".

"Siamo stati certamente utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è mai stata in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati, avendo rapporti con i paesi arabi. Tutto questo - ha aggiunto - in piena coerenza con le direttrici della nostra politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello scacchiere mediorientale". (red)

23 aprile 2003


E sul 25 aprile attacca la sinistra: "Ha troppe cose
da farsi perdonare e ora si attacca alla resistenza"


Iraq, Berlusconi ammette "Difendo l'operato del Sismi"

La nostra intelligence ha collaborato con gli alleati

PORTO ROTONDO -

Il Simsi ha collaborato con gli alleati in Iraq. Silvio Berlusconi frena sul nascere la polemica sul ruolo svolto da una ventina di agenti del Sismi in Iraq durante la guerra. E attacca la sinistra sul 25 aprile, salvando invece l'iniziativa di Carlo Azeglio Ciampi di celebrare la ricorrenza nel cortile d'onore del Quirinale definendola un'idea "apprezzabile". Il premier è a Porto Rotondo. E si concede ai giornalisti, che affollano i cancelli davanti alla sua villa.

"La nostra posizione nella coalizione non è mai stata in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati, avendo rapporti con i paesi arabi". Il premier non nega la partecipazione di una ventina di agenti del Sismi (il servizio segreto militare) in Iraq durante la guerra. Anticipata da Repubblica la notizia aveva scatenato subito un vespaio. Margherita, Verdi e Pdci hanno chiesto un immediato chiarimento al governo. "Saremmo di fronte a un fatto gravissimo, il governo non solo non avrebbe rispettato il mandato conferitogli dal Parlamento ma avrebbe anche violato lo stesso dettato costituzionale", ha tuonato Rino Piscitello, dell'esecutivo nazionale della Margherita.

Chiamato in parlamento a chiarire il ruolo svolto dall'intelligence militare, Berlusconi fuga ogni dubbio, chiarendo che l'intervento del Sismi rientra a pieno titolo nelle scelte di politica estera del governo. "Tutto questo - ha spiegato il premier - è in piena coerenza con le direttrici della nostra politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello scacchiere mediorientale".

Che agenti del Sismi avessero operato in Iraq d'altra parte lo aveva ammesso poco prima lo stesso direttore del Servizio Nicolò Pollari in una lunga telefonata con il presidente del Copaco, Enzo Bianco, presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. E' stato lo stesso Bianco a chiamare Pollari dopo aver letto le indiscrezioni di stampa. Pollari ha confermato che le attività svolte dal Sismi in Iraq sono state solo ed esclusivamente di intelligence - non attività militari. Bianco, che precedentemente avava dichiarato di considerare gravissime eventuali attività militari, ha preso atto delle rassicurazioni fornite da Pollari.

Sulla giornata del 25 aprile il premier attacca invece l'opposizione. "La sinistra italiana ha troppe cose da farsi perdonare, e ora cercano di trovare argomenti come la Resistenza per cercare di metter in un angolo il problema di oggi, cioè il fatto che abbia perso la fiducia degli italiani..".

(23 aprile 2003) Washington, 23:59



Iraq, Bush ammette: forse distrutte le armi proibite



Il presidente americano George W. Bush ha riconosciuto oggi la possibilità che l'Iraq abbia distrutto le sue armi di distruzione di massa prima della guerra.

Da giorni i media americani citano non meglio identificati 'esperti' e 'scienziati' secondo cui le armi non convenzionali di Saddam Hussein erano state distrutte o nascoste prima della guerra, alcune mentre si trovavano in Iraq gli ispettori dell'Onu (dal gennaio a marzo).

Ora anche Bush ammette tale possibilità. In un discorso pronunciato a Lima, nello Ohio, agli operai dello stabilimento dove vengono costruiti i carri armati Bradley, usati nella guerra in Iraq, il presidente ha detto che "occorrerà tempo per trovare" le armi proibite.

"Sappiamo che Saddam Hussein era in possesso di armi chimiche e biologiche. Se le ha distrutte, spostate o nascote, lo verremo a sapere. C'è comunque una certezza: che Saddam non minaccia più l'America con le armi di distruzione di massa", ha detto Bush.

E' la prima volta che la Casa Bianca ammette la possibilità che le armi di sterminio, che rappresentavano la giustificazione per invadere l'Iraq, potrebbero essere state distrutte. (Red)

24 aprile 2003



 

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