FISICA/MENTE

 

Dietro l’odio non c’è solo Bin Laden
Bruno Etienne*

http://members.xoom.virgilio.it/micsu/micsu%20for%20peace/etienne.htm 

Per medicare occorre meditare. Bisogna non lasciarsi andare all’emozione televisiva e rifiutare il sentimento come unica analisi. Spiegare e cercare di comprendere quel che è appena accaduto non significa scusarlo. Non esistono dossier illeggibili. In quest’atmosfera pesante di fiacco consenso e di indici d’ascolto, gli studiosi devono dare chiarimenti in contrasto col senso comune. Io vorrei affrontare gli eventi attraverso due strade: la storia e, naturalmente, la religione (o perlomeno il campo religioso). Perché quell’attacco contro i simboli americani? La risposta semplice sta nel fatto che gli americani hanno prodotto nel mondo un notevole capitale di odio da quando sono soli, cioè dopo la fine della bipolarizzazione, della guerra fredda e dopo il crollo dell’impero sovietico. Oggi c’è chi può accusare gli Stati Uniti di tutto e al tempo stesso di non intervenire: è la contraddizione generata dalla (non)politica di Bush. Quest’odio si è sviluppato soprattutto - ma non solo - nel mondo arabo-musulmano. Per ragioni diversissime. E qui bisogna ricorrere alla Storia. Quando la guerra del 1914-18 non è ancora terminata, francesi e britannici si spartiscono il Vicino e Medio Oriente (accordi Sykes-Picot, 1917) e i trattati di pace degli anni 1920 tracciano il copione: gli alleati - dopo essersi sbarazzati della Russia e nel disinteresse degli Usa - insediano monarchie in Paesi suddivisi arbitrariamente. Tali suddivisioni saranno fonte dei principali conflitti dopo il ’45. Ma soprattutto, per restare sul tema attuale, i britannici - rileggete «I sette pilastri della saggezza» di T.E. Lawrence - scelgono la tribù dei Bani Sa’ud alleata alla setta puritana dei wahabiti contro gli hashemiti, veri e propri discendenti del profeta Maometto e guardiani dei Luoghi Santi musulmani. Non è possibile comprendere quel che succede oggi se non si tiene presente questa regia. A poco a poco i Bani Sa’ud conquistano con la forza e l’astuzia tutta la penisola arabica. Gli Stati Uniti intervengono dopo gli accordi di Yalta e la spartizione del mondo con i nuovi alleati, compresa l’Unione Sovietica. Quindi gli americani cominciano a controllare gli idrocarburi con la creazione dell’Aramco, prima compagnia petrolifera americano-saudita. In pieno periodo maccartista e di guerra fredda, il generale Zia, dittatore pachistano (già allora!) vende agli Stati Uniti la teoria del muslim belt: creare una «cintura islamica» per contenere il comunismo ateo che l’America puritana indica come il Male. Abbiamo allora assistito a un’alleanza continuamente rafforzata fra i puritani americani e i puritani sauditi. Ricordiamo che i mujaheddin del popolo, i talebani e Bin Laden stesso sono stati creati dalla Cia per lottare contro il comunismo e, se i russi sono stati vinti, è grazie agli armamenti forniti dagli Usa, compresi certi missili che ritroveremo... a Beirut! Tale politica è stata realizzata da Brezinski e Graham Fuller con l’accordo del Senato, tanto più che il conflitto israelo-palestinese diventava difficilissimo da gestire. Questa bella armonia fra Stati Uniti e Arabia Saudita continua fino alla Guerra del Golfo, ma non dopo: gli americani restano militarmente e fisicamente presenti sul territorio che ospita i luoghi santi dell’Islam. Nessun musulmano puritano può sopportarlo e gli oppositori lo fanno sapere: una base militare subisce un terribile attentato, senza che il governo saudita andasse fino in fondo nelle indagini. Ma è veramente un governo, nel senso europeo della parola? Le fazioni tribali e religiose si dilaniano e il clan Bin Laden in particolare, ma tutti finanziano i movimenti islamici sparsi per il mondo attraverso diversi canali, comprese organizzazioni ufficiali come la Lega islamica mondiale, la Conferenza islamica, la Banca islamica.
Si deve capire che se i mass media mettono l’accento su Osama Bin Laden, figura perfetta per soddisfare la tipologia manichea puritana dell’immagine del diavolo, il sistema saudita, invece, funziona in maniera tribale. E che la scomparsa di quel Bin Laden non cambierà nulla della nebulosa islamica. I quattro o cinque ricercatori che, come me, studiano la questione religiosa da almeno trent’anni hanno descritto tutti il processo della tassonomia, cioè il potere di stabilire delle categorie: musulmano, islamista, integralista, fanatico, terrorista, jihad, fatwa. Tuttavia, bisogna evitare il nomadismo dei concetti e l’amalgama. Tutti avevamo spiegato che l’islamismo radicale è l’uso politico dei temi musulmani mobilitati in reazione alla «occidentalizzazione», considerata come aggressiva nei confronti dell’identità arabo-musulmana. Beninteso, è una protesta «anti-moderna». Ma su questo punto possiamo constatare che il progetto di creare uno Stato islamico classico che si riferisse ai quattro primi califfi e nel rispetto della sharia, la legge islamica, è un fallimento completo nel mondo arabo e anche nella periferia musulmana, con il caso dell’Iran. Certo, l’islamizzazione dal basso è progredita ampiamente. Ma i movimenti islamici sono stati «nazionalizzati» attraverso la loro lotta in ogni Paese e nessuno ha la possibilità di combattere gli Stati Uniti, neanche i movimenti palestinesi, che incontrano già parecchie difficoltà a battersi contro il potere locale, accusato di tradire l’Islam. Così la jihad, la lotta personale sulla strada di Dio, è diventata lotta contro i dittatori e i cattivi musulmani. Oggi sono assai pochi i militanti islamici che esigono di lanciarsi in un conflitto internazionale contro gli americani, certo aborriti e detestati a causa del loro appoggio a Israele e della loro presenza nei luoghi dell’Islam dopo la Guerra nel Golfo. Ecco quindi il cambiamento che rappresenta la nuova strategia della nebulosa Bin Laden: essa non è costituita da un’organizzazione centralizzata, anche se il Pakistan serve da base logistica e culturale per la formazione «teologica» degli studenti teo-paranoici, i talebani. E non è composta da militanti di una stessa patria, di una stessa regione musulmana, e nemmeno di uno stesso rito. Non recluta poveri e diseredati, ma ingegneri e gente istruita. Coordina gruppi molto diversi e servizi «statali» che non possono confessare il loro aiuto assiduo. Non polarizziamo l’attenzione solo su Osama, perché significherebbe ignorare il funzionamento dell’enorme holding della famiglia Bin Laden; non capire nulla del sistema tribale «a segmenti» che caratterizza l’alleanza della tribù dei Bani Sa’ud con la setta wahabita; sottovalutare il finanziamento di tutti i movimenti «islamici». Ma è bene smettere di contrapporre Occidente e Islam: gli arabi sono occidentali, poiché il loro sistema di pensiero è greco-biblico e i musulmani hanno recepito il sistema capitalistico come una sorta di etica «protestante» islamica; il che è dimostrato dal loro modo di gestire la rendita petrolifera. L’Oriente comincia con l’India. Inoltre, in tutti i sistemi religiosi, in particolare monoteisti, c’è sempre stato un dibattito fra i praticanti sociologici, occasionali, indolenti e i chierici ortodossi, i fondamentalisti e, persino, gli integralisti. Però, nel caso dell’attentato di New York non siamo più nel contesto della religione musulmana, poiché le condizioni della lotta sono state descritte chiaramente dalla Sunna e dalla giurisprudenza e così anche la qualifica del nemico. Dice con chiarezza il Corano: «Colui che uccide un uomo uccide tutta l’umanità». Ora, i veri responsabili sono coloro che manipolano le masse tradite, diseredate, frustrate e non gli attori del dramma, che del resto donano la propria vita, mentre i loro sponsor investono il denaro in affari capitalistici, compresi quelli americani, e spendono ostentatamente il resto a Saint Tropez, a Parigi o a Londra. Le più alte autorità religiose musulmane devono prendere le distanze da questo processo. Cominciano a farlo timidamente, perché la potenza dei puritani ipocriti della penisola arabica non è da trascurare: addirittura, rubano i soldi dei milioni di pellegrini devoti che si rendono nei Luoghi Santi dell’Islam! L’operazione della legge del taglione preparata dai puritani americani era stata denominata all’inizio «Giustizia infinita»: «Dio è con noi, poiché noi sappiamo quello che è giusto e buono e lottiamo contro il Male. In God we trust». Parlano come Bin Laden! Ma quale governo europeo avrà il coraggio di rompere con i regimi poco democratici, antisemiti, aggressivi verso le donne e gli emigrati del Medio Oriente, perché gli Stati Uniti non possono farlo a causa del petrolio? Questo farebbe supporre che noi accettiamo di consumare meno benzina? La Libia, l’Iraq e l’Iran, così come le ex repubbliche sovietiche musulmane, sono pronte a colmare il mercato. Intanto, i popoli d’Etiopia, Niger e Cecenia, senza dimenticare Iraq e Palestina, possono crepare, senza che il mondo si commuova. Possiamo scommettere che ancora una volta, con l’équipe del Bush della Guerra del Golfo che consiglia George junior, la Cnn arriverà prima dei boys!
La realtà ha ormai superato la finzione: è il vero cambia mento di tutta questa storia.

*Islamista, docente all'Università di Aix-en-Provence
dal Corriere della Sera, 26/09/2001


 

Gli Avventisti e la storia mondiale

Una risposta originale

http://www.avventisti.it/documenti/storiam.htm 

Che scopo ha l'esistenza? È la domanda per eccellenza, quella che ogni generazione si pone, cercando una risposta soddisfacente. Fino a cinquant'anni fa, queste domande non si potevano eludere come spesso, invece, avviene oggi, e le riposte andavano ricercate nella sfera religiosa e nella vita collettiva quotidiana. La religione era il perno intorno al quale ruotavano tutte le attività umane. Questa centralità della religione caratterizzava l'occidente cristiano. Anche la Chiesa Avventista nasce dalla ricerca di una risposta a queste domande esistenziali. Essa è sorta dalla riflessione, in alcuni punti del tutto originale, di un gruppo di credenti provenienti da varie denominazioni protestanti. Essi riscoprirono nella Bibbia le risposte di Dio agli interrogativi impliciti nella domanda iniziale: Chi è l'uomo? Da dove viene? Qual è il suo destino?
La Chiesa Avventista è una chiesa giovane. Come molte chiese evangeliche, non è una chiesa tradizionale e nazionale. Non si identifica con la cultura di un popolo o di una nazione come, ad esempio, la Chiesa Cattolica Romana, in Italia, la Chiesa Cattolica Ortodossa, in Russia o la Chiesa Luterana, in Svezia e in Germania. Tuttavia la sua nascita è legata alla mentalità e alla cultura di un popolo e di una nazione: gli Stati Uniti d'America.


L'America puritana: il mito della Terra Promessa

Il mito americano è stato plasmato da una generazione di uomini fortemente radicati nelle idee protestanti: erano calvinisti e puritani, repubblicani e umanisti. L'appellativo «Nuovo Mondo» ne è la testimonianza più evidente. Essi erano convinti di operare per la fondazione un mondo nuovo secondo la volontà di Dio.
Quando nel 1620, i Padri Pellegrini sbarcarono sulle coste della Nuova Inghilterra, avevano una convinzione e una speranza. Si sentivano «chiamati» a essere il popolo di Dio ed erano convinti di dover collaborare a stabilire il suo regno nel mondo. Un regno di libertà, di giustizia, fondato sui principi intramontabili della Parola di Dio. Essi nutrivano la speranza di poter vivere liberamente la propria fede e costruire, sul fondamento della Bibbia, una società nuova, diversa dalle nazioni intolleranti della vecchia Europa, dalle quali erano fuggiti.
Identificando la propria storia con quella del popolo d'Israele, essi erano convinti che il continente che li ospitava fosse la Terra Promessa. In essa Dio creava un Nuovo Mondo, una nuova società che sarebbe diventata una luce per le altre nazioni, un esempio da seguire.


I risvegli

Con le generazioni successive, la tensione spirituale dei primi coloni del Nuovo Mondo si affievolì. Anzi, per fattori diversi, il fervore religioso e l'ottimismo si raffreddarono: l'arrivo di nuovi immigrati, la diffusione delle idee deiste ispirate dalla Rivoluzione francese e soprattutto le crisi politiche di una nazione in crescita (guerre di indipendenza e conseguenti difficoltà economiche). Per circa tre secoli in America si alternarono periodi di freddezza religiosa e grandi ritorni collettivi alla fede, definiti «Great Awakenings»: grandi risvegli. In particolare questi fenomeni collettivi caratterizzarono il XVIII e il XIX secolo con due grandi movimenti che vennero chiamati il «Primo Grande Risveglio» intorno al 1740 e il «Secondo Grande Risveglio» nel 1800. Diverse Chiese «evangelical» (evangeliche) vennero alla luce come conseguenza di questi risvegli.


Il risveglio del 1800

In questi movimenti largamente popolari, tramite lo studio della Bibbia gli americani riscoprivano il significato della loro missione e della storia condito da un notevole senso patriottico. La convinzione che la nazione americana fosse stata eletta da Dio per una missione mondiale era incrollabile. Dalla fine del 1700 fino a tutta la prima metà del 1800 per ben due generazioni il «Secondo Grande Risveglio» protestante percorse la nazione unendo negli sforzi per cristianizzare l'America credenti protestanti di varie estrazioni: battisti, congregazionalisti, metodisti, presbiteriani e quaccheri. Nei vari Stati fiorirono le leggi in favore della temperanza dei costumi, in particolare per quanto riguardava il rispetto del giorno di riposo e il divieto del consumo di alcol. Le riunioni su tematiche e riflessioni religiose raccoglievano migliaia di persone, anche per diversi, giorni in grandi accampamenti sotto le tende chiamati «Camp-meetings».


Il millenarismo

Il termine millenarismo definisce la fede di coloro che aspettano il secondo avvento del Signore in terra, studiando nelle profezie della Bibbia le epoche e i tempi di questa venuta. Le profezie relative al ritorno di Gesù sono sempre state al centro dell'attenzione dei credenti, e più o meno in ogni secolo dell'era cristiana il millenarismo ha avuto i suoi rappresentanti. Tuttavia, nel secolo a cavallo fra il 1700 e il 1800, un numero consistente di studiosi della Bibbia, nell'occidente cristiano, rivolse la propria attenzione alle profezie relative alla fine del mondo. Anche all'interno del Secondo Grande Risveglio americano si sviluppò una forte componente millenarista.


William Miller e il ritorno di Cristo

Un agricoltore del Massachussetts, William Miller, turbato dalla violenza e dalla drammaticità della guerra contro gli inglesi (1812-1814), nella quale aveva combattuto con i gradi di capitano, non si ritenne soddisfatto delle convinzioni deiste fin lì sostenute e decise di cercare nella Bibbia le risposte alle domande sul senso della vita umana. Si prefisse quindi di trascorrere due anni a studiare la Sacra Scrittura e ad approfondirne il messaggio.
Nel suo studio applica un principio semplice e razionale: la Bibbia si spiega con la Bibbia. Cioè essa costituisce un'unità e contiene in se stessa tutto quanto è necessario e sufficiente per comprenderla. Influenzato dalla preoccupazione generale sul senso della storia e la fine del mondo, Miller rivolse la sua attenzione ai libri del profeta Daniele e dell'Apocalisse. Dal libro di Daniele in particolare dedusse, sulla base di calcoli cronologici precisi, che il ritorno del Cristo e la conseguente fine del mondo si sarebbero verificati fra il 1843 e il 1844.


Il risveglio millerita

A partire da quel momento si trovò al centro di un importante movimento di risveglio, nella scia del «Second Great Awakening». L'annuncio dell'imminenza del ritorno del Cristo era in sintonia con la sensibilità spirituale dell'epoca e induceva gli ascoltatori a prepararsi in vista di quell'evento. Miller fu invitato a predicare nelle chiese della maggior parte delle denominazioni religiose.
Il numero delle persone che accolsero favorevolmente il suo messaggio aumentava rapidamente e ben presto Miller fu affiancato nella predicazione da diversi pastori provenienti dalle comunità battiste, metodiste e presbiteriane. Il movimento adottò un minimo di organizzazione, soprattutto per gestire la pubblicazione dei periodici con i quali diffondeva il suo messaggio. Nel frattempo, approfondendo lo studio delle profezie, Miller e i suoi discepoli fissarono una scadenza finale per l'evento da loro annunciato: il 22 ottobre 1844.
Nell'imminenza di questa scadenza le conferenze si moltiplicarono e in alcuni incontri si radunarono fino a cinquemila ascoltatori. Il successo del movimento però provocò una reazione di rigetto da parte delle chiese protestanti tradizionali. Le posizioni di intolleranza reciproca si radicalizzarono e coloro che avevano aderito al movimento dell'avvento, chiamati poi «milleriti», furono espulsi dalle chiese ufficiali. A loro volta i milleriti tacciarono le chiese di essere cadute nell'apostasia. Secondo i calcoli degli storici centomila persone attesero l'avvento il 22 ottobre 1844; circa un milione di americani (su diciassette milioni) e mille pastori furono coinvolti nel movimento (cfr. R. Lehmann, Les Adventistes du septième jour, Éditions Brépols, 1987, p. 14).


La delusione del mancato ritorno

Ma il 22 ottobre 1844 non successe nulla. La delusione dei milleriti fu cocente. Con una dichiarazione pubblica Miller e i responsabili del movimento ammisero il loro errore. William Miller non perse la fede e continuò a nutrire la speranza dell'avvento senza fissare però altre date. Morì cieco, il 20 dicembre 1849. Molti degli aderenti al movimento dell'avvento ritornarono alle chiese di origine. Gli altri formarono vari gruppi: alcuni, persuasi che Miller avesse commesso un errore nel computo profetico, continuarono a fissare delle date per il possibile avvento. Altri, invece, giunsero alla convinzione che Miller si fosse sbagliato nell'interpretare la natura dell'evento che si era verificato nel 1844: il santuario da purificare non era la terra ma il santuario celeste nel quale secondo la lettera agli Ebrei (capp. 8,9) Gesù si trovava fin dalla sua ascensione.
All'interno di questo secondo gruppo maturarono anche altre convinzioni relative all'etica cristiana: l'importanza della salute fisica come valore spirituale, il rispetto integrale dei comandamenti di Dio - incluso il comandamento relativo al giorno di riposo, la convinzione che la delusione di cui erano stati protagonisti fosse un passaggio obbligato e Dio stesso guidasse la loro esperienza di fede attraverso l'ispirazione di una giovane donna, Ellen G. Harmon.


Nuove convinzioni tratte dalla Bibbia

Il gruppo di milleriti che si saldò intorno alla sintesi di questi quattro elementi diede vita alla Chiesa Avventista del 7° Giorno. La speranza dell'avvento era rimasta in tutti molto forte e nel 1848 riunì intorno a un tavolo gli esponenti di queste correnti di pensiero. Erano: Joseph Bates, fautore di una riforma nel campo della salute e del rispetto del quarto comandamento nel quale era prescritto di osservare il settimo giorno; Hiram Edson, sostenitore dell'idea che il santuario purificato alla fine dei 2.300 anni della profezia di Daniele non fosse la terra;James White ed Ellen G. Harmon persuasi che l'esperienza millerita fosse stata guidata da Dio il quale continuava a indicare il cammino da seguire attraverso il dono profetico riconosciuto in Ellen; e diversi altri credenti.
Con grande umiltà confrontarono le proprie convinzioni, scoperte o riscoperte tramite lo studio della Bibbia, e, tramite un'esperienza di conversione reciproca alle verità scoperte nella Sacra Scrittura giunsero a formulare le basi del «credo» della Chiesa Avventista del 7° Giorno.


La nascita della struttura organizzativa

Trascorsero ancora alcuni anni prima che questo gruppo maturasse la decisione di darsi un nome e adottasse una struttura organizzativa. Nel 1860 essi scelsero il nome di Chiesa Avventista del 7° giorno e nel 1863 posero le basi di una struttura ecclesiastica rappresentativa sul modello presbiteriano. Nacque così una delle chiese più attive del mondo evangelico sul piano dell'evangelizzazione e dell'impegno sociale.
Dagli Stati Uniti lo spirito missionario degli avventisti raggiungerà la maggior parte delle nazioni del mondo, portando il messaggio di speranza contenuto nella certezza che Dio guida la storia. In questo messaggio è contenuto un invito a prepararsi per la seconda venuta del Signore attraverso l'adozione di sane abitudini di vita e il rispetto della volontà di Dio espressa nella sua Parola. Che senso ha la vita? La risposta degli avventisti è: il senso che Dio le dà. Egli ha creato l'uomo, lo ha salvato e ora si prepara a ridargli definitivamente la felicità iniziale che aveva perso. Quando? «Nell'ora che non pensate il Figlio dell'uomo verrà» (Matteo 24:44).


 

IL DARVINISMO SOCIALE

François Guéry

http://www.sagarana.net/rivista/numero10/saggio4.html


Se le "ideologie biologiche" occupano nella classe delle ideologie un posto a parte, è senza dubbio a causa della sinistra illuminazione retrospettiva che la vittoria dei nazisti, quei "socialisti" imperialisti e razzisti, getta sulla preistoria delle dottrine del "Lebenstraum" (spazio vitale) e della legge del più forte, fondata sulla superiorità della razza.
Così il termine generico di "darvinismo sociale" appare innanzitutto cambiato dalla responsabilità dei crimini razziali contro l'umanità: ne sarebbe l'abbozzo nel pensiero sociale, accreditato da un riferimento alla "scienza" biologica.
Il darvinismo propriamente detto, letteralmente definito come prolungamento dello sforzo teorico di Darwin, non è sociale. Darwin tratta di tutto salvo della società degli uomini: delle barriere coralline, degli animali e delle piante, dell'addomesticamento della specie utili all'uomo, animali e vegetali, dell'origine della specie nella natura per analogia con l'addomesticamento (selezione artificiale) dell'eredità animale nella specie umana ("la discendenza dell'uomo"). Arrivare ad una dottrina sociale (politica) è prolungare o denaturare? Esaminiamo gli atti.
Il "darvinismo sociale" è un fenomeno collettivo, internazionale e datato. Prende delle forme specifiche secondo i paesi e i momenti della storia. Coincide in diversi casi con avvenimenti storici e sociali determinati dal XIX secolo.
Gli Stati Uniti e la Germania hanno particolarmente sviluppato in circostanze cruciali una riflessione storica esplicitamente ispirata a Darwin, dove conviene dissociare qualche tema ideologico a volte sovrapposto. Gli Stati Uniti escono dalla guerra di secessione. Il nord puritano e industrializzato ha avuto la meglio sul sud rurale, schiavista, che viveva della proprietà fondiaria. La Germania di Bismarck esce unificata dalla guerra contro la Francia e cerca di giustificare la sua superiorità militare e le sue conquiste. Da lì si deducono in parte, e negativamente, gli sviluppi più deboli del "darvinismo sociale" in Inghilterra e Francia: la Francia, per reazione contro il trionfalismo tedesco, rifiuta il riferimento darvinista. L'Inghilterra lo utilizzerà solo più tardi, nel contesto delle guerre coloniali. Il "darvinismo sociale" vale dunque come ideologia o apologia della forza. Bisogna inoltre sapere chi è riconosciuto come "il più forte", e come il darvinismo è ritenuto la spiegazione della disuguaglianza delle forze.
Negli Stati Uniti, il darvinismo sociale coincide con un tema liberale antistatista e propone la superiorità della libera impresa sul protezionismo di Stato. Il tipo d'uomo forte, il più abile nella lotta per la sopravvivenza, l'uomo del Nord industrializzato, economo, che conta solo su se stesso per riuscire nella vita. Esempio: William Graham Sumner dopo la guerra di secessione. Il suo motto: "Comprendiamo bene che non possiamo uscire da questa alternativa: libertà, disuguaglianza, sopravvivenza del più abile; assenza di libertà, uguaglianza, sopravvivenza del meno abile. La prima formula fa avanzare la società e favorisce i suoi membri più dotati. La seconda fa regredire la società e favorisce i membri più arretrati."
Il darvinismo di Sumner viene da letture economiche piuttosto che da "L'Origine della specie": attraverso un'opera di volgarizzazione di Hariet Martineau, scopre Malthus e Ricardo e si convince che "la carità pubblica o privata non può ridurre il numero di indigenti, e non può che incoraggiare l'imprevidenza. In questo spirito, pubblica un'opera polemica contro il riformismo, lo statismo e il socialismo (quello di Lester Ward, in particolare); utilizza un'amalgama di idee evoluzioniste che ispirano Haeckel, Huxley e soprattutto Herbert Spencer ("statica sociale") piuttosto che Darwin. Egli ritorna, riguardo a Darwin, alla fonte malthusiana: la proporzione popolazione umana-terra arabile. Se la popolazione sorpassa in numero la quantità disponibile di risorse alimentari e dunque di suolo, c'è "fame di terra", emigrazione, militarismo e imperialismo, infine vittoria politica di un'aristocrazia. Conviene dunque privilegiare la mentalità capitalista che considera come una previdenza avuta riguardo alle difficoltà della vita: è la detenzione di un capitale che favorisce gli economi nella lotta per la sopravvivenza rispetto agli imprevisti.
Il darvinismo di Sumner è come "la cicala e la formica", un'apologia della maggioranza silenziosa. Il successo del darvinismo nell'America puritana si confonde d'altronde con il favore delle tesi evoluzioniste in generale, in altri tempi rifiutate per ateismo, e introdotte sotto la forma della filosofia positivista in generale, sociologica in particolare (Comte, Spencer) cosa che complica il problema. Così Sumner il conservatore incastra il passo di quelli che contestano la dipendenza degli uomini verso una provvidenza divina, un disegno, che delle condizionali di creazionismo difendono contro ogni forma di filosofia dell'evoluzione.
Così il darvinismo sociale si confonde nell'America della guerra di secessione con lo sforzo di fondare una società scientifica di ispirazione spenceriana, che precede l'opera di Darwin nel suo progetto e gli deve poco nei suoi progressi. E' solo dal 1860 ("L'Origine della specie" non è ancora arrivato agli Stati Uniti) che circola una lista di sottoscrizione per pubblicare la filosofia sintetica di Spencer.
Autore popolare per eccellenza, Herbert Spencer presenta una sintesi enciclopedica di tutte le scienze sotto ispirazione evoluzionista e sociale. Le sue letture di gioventù fanno la sua filosofia: Lyell per i suoi "Principi di geologia", Lamarck e Von Baer per la loro filosofia biologica, Malthus per il suo "Saggio sul principio di popolazione" e Helmholtz per la sua teoria della conservazione dell'energia. Il suo evoluzionismo è un'applicazione del meccanismo alla varietà delle forme viventi: l'energia si conserva; integra la materia e dissipa il movimento nell'evoluzione intanto che disorganizza la materia e assorbe il movimento nella dissoluzione. La tendenza generale del progresso è di andare dall'omogeneo (il semplice) all'eterogeneo (il complesso). L'embriologista von Baer aveva trovato questa legge studiando la genesi delle forme individuali, nel mentre che Lamarck l'applicava alla successione gerarchizzata delle forme viventi, dal verme all'uomo. Quale concezione sociologica corona l'edificio? Mentre che la vita dissolve senza sosta le forme, la società tende ad un equilibrio, raggiunto con il più alto degrado di eterogeneità o di complessità compatibili con l'armonia delle parti. Quanto al cimento che le fa tenere insieme, è l'altruismo, in una prospettiva religiosa che valorizza l'inconoscibile.
In comune con il darvinismo sociale di un Sumner, Spencer divide una concezione liberale, antistatista dell'economia. Dopo Benthan, gli utilitaristi credevano alla legislazione sociale e alle riforme. Spencer preferisce la dottrina del diritto naturale agente della superiorità dei migliori e conforme all'ottimismo evoluzionista (progresso dell'inferiore sul superiore). Egli è ostile alle leggi sulla povertà, all'educazione pubblica, all'igiene pubblica, ai regolamenti e protezioni di ogni sorta reprimenti la libera iniziativa individuale.
E' dunque tutta l'ideologia americana della libertà e della riuscita individuale che si avvolge nella bandiera darvinista - all'esatto opposto del totalitarismo nazionalsocialista - e certamente anche con poche giustificazioni sia in un caso che nell'altro. Ancora, bisogna includere nel quadro del "darvinismo sociale" americano, e nella sua quasi confusione con una sociologia fondata sull'iniziativa individuale come regolatore del fatto sociale, la dottrina di Max Weber, esposta in "L'Etica protestante e lo spirito del capitalismo", non perché scritta in America, ma perché questa riflette le condizioni sociali realizzate per eccellenza in quel paese.
Max Weber stesso spiega la sua problematica in riferimento al darvinismo: non ci sono similitudini o affinità predestinate tra il puritanesimo calvinista e il capitalismo nascente con il XV secolo; esistono condizioni discriminanti in una situazione di concorrenza acuta, di modo che i più intraprendenti, per loro ideologia o loro etica, si trovano in una posizione migliore degli altri, impacciati in una concezione del mondo medievale tale che il lavoro resta a carattere essenzialmente rituale, quindi di routine. Max Weber sembra avere capito meglio dei suoi contemporanei americani, il meccanismo della selezione sociale, e la perfetta relatività del principio del "più abile".
Che ne è del darvinismo sociale in Germania? A crederci é una contemporanea del pensiero post-darviniano in Germania, Lou Andreas Salomé, che, ben piazzata per sapere quali erano le correnti di pensiero più in voga, credeva che il darvinismo avrebbe soppiantato nell'intellighenzia le altre dottrine in voga negli anni 1880. Lo psicologo Paul Ree ("Origine dei sentimenti morali"), il sociologo Tonnies ("Comunità e società") e anche Nietzsche seguirono questa moda filosofica.
Nietzche non amava il darvinismo per diverse ragioni, di cui alcune testimoni di una diagnosi assai giusta sugli elementi metodologici e epistemologici della teoria esplicativa nell'opera "L'Origine della specie". Egli ci vede del materialismo (Marx per primo ci aveva riconosciuto "il fondamento della sua concezione materialista della storia"). Ci vede anche una "dottrina della massa o della media", lui che preferisce le eccezioni, e in fondo è vero che il metodo darvinista, probabilistico, non considera il vivente che come una massa, poiché la popolazione non si trasforma che in virtù di una "legge dei grandi numeri" che rende più o meno probabile la o le variazioni favorevoli.
Ciononostante Nietzsche è sensibile a diversi temi darvinisti poco "sociali": lo sperimentalismo, che rivendica per il suo "idealismo pratico" a titolo di conoscenza di se; l'idea di una genealogia, compresa nell'ambito della morale , al seguito del suo amico Paul Ree. Inoltre, riflette - come Ree e il suo riducimento all'inglese - sulla genesi del sentimento della colpa problematica, anche della genealogia della morale. Delle conversazioni con Paneth nel 1883 e 1884, egli evoca Galton.
Galton cerca l'origine degli istinti gregari e delle attitudini servili in un passato dove questi erano utili alla specie, Nietsche conserva l'idea di scarto tra l'attuale e la sua reminiscenza incosciente, fonte di dubbio e di cattiva coscienza. Allo stesso modo lo trattiene l'idea di una selezione umana calcata sul modello dell'addomesticamento degli animali; ci si vedono tre maggiori ostacoli: la Chiesa, che predica la solidarietà verso i deboli; la pietà: "I deboli e i malati vivono del tempo e delle forze degli uomini in buona salute" (idea di Calliclès, ma anche del romano Rolland nel "Giovanni Cristoforo" scrittore poco sospetto di simpatie di destra); infine, la guerra moderna che Nietzsche condanna perché questa sacrifica i migliori.
Quali ragioni a Nietzsche di approvare la selezione cosciente nell'uomo? Lo fa a titolo di sperimentazione su noi stessi, di miglior conoscenza di se; contro "la dominazione dell'assurdo, e del caso che abbiamo chiamato fino ad oggi "storia". I Greci praticavano il "diritto del più forte", gli Indù erigevano quattro razze distinte. Quanto alla sofferenza non è vista come miseria, ma come una "prova di forza" generatrice di salute.
Il quadro della Germania "darvinista" non sarebbe completo senza un'evocazione della corrente più importante su tutti gli aspetti del socialismo darvinista. Non che tutti i socialisti fossero stati darvinisti: Haeckel ("Libro scienza e libro insegnamento", 1878), Emmanuel Wurm ("La conoscenza della natura alla luce del darwinismo"), Ludwig Büchner ("Darvinismo e socialismo", 1894) sottolineano l'opposizione del socialismo alla dottrina di disuguaglianza della "lotta per la vita", riassunto così infedele della lezione in "L'Origine della specie".
Ma come accettare la lotta di un Gobineau, che in "Amadis", nel 1876, combatte l'evoluzionismo perché nega la nobiltà dalla nascita, contro Darwin? Darwin non continua forse la lotta del terzo Stato al XVIII secolo contro i diritti della "nascita" contro tutto il feudalesimo che pretende di essere fondato in natura?
Denunciare lo Stato, è anche denunciare il rappresentante di un cristianesimo ufficiale. Dal 1855, Liebig, Büchner, Carl Vogt portano questa lotta. La scuola storica difende una teoria dell'obbedienza senza riserve all'autorità, conforme all'insegnamento come alla pratica di Lutero. La socialdemocrazia tedesca rompe dunque con tutte le religioni, compresa la "Santa Simonia", e contratta un'alleanza con il materialismo darviniano. Lassalle rappresenta bene questa corrente. Strauss, nel 1873, in "L'Antica e la nuova legge", si dice darviniano nel suo rifiuto radicale del cristianesimo conservatore. Carl Vogt progetta di ridurre ogni psicologia alla scienza naturale. Nel "Darvinismo e socialismo" Ludiwig Büchner adotta il darvinismo come "verifica scientifica dell'irreligione"; Marx stesso trattiene la lezione metodologica di Darwin che "getta alla base tutti i fini nello studio della natura". Così, tutto ciò che si muove nella Germania del 1870 trova in Darwin delle ragioni di lotta contro il mondo antico. L'amalgama Darwin-Gobineau, se corrente oggi, contraddice l'essenziale del successo storico del darvinismo nei socialisti tedeschi.


(Tratto dal n. 218 del Magazine littéraire - Aprile 1985, traduzione dal Francese di Simona Cappellini)


 

BOMBE INUTILI

http://www.manitese.it/mensile/998/islam.htm  

Ecco l’interessante riflessione della agenzia missionaria italiana MISNA sui bombardamenti americani contro il Sudan e l’Afghanistan.

 

"I raid aerei statunitensi in Afghanistan e Sudan hanno fatto versare fiumi d'inchiostro. Una scelta "manu militari" quella di Bill Clinton, che ha voluto colpire le basi del terrorismo islamico. Nel mirino i campi di addestramento legati allo sceicco Ossama Bin Laden, che si è salvato, e un polo chimico a Khartoum. Non è la prima volta che gli Stati Uniti scelgono la rappresaglia. Già nel 1986 Ronald Reagan ordino’ il bombardamento di Tripoli e Bengasi, dopo che i servizi gli confermarono il coinvolgimento diretto del governo libico nell'attentato contro una discoteca americana a Berlino. Qualche tempo dopo l'abbattimento di un Boeing della compagnia Pan Am sui cieli di Lockerbie, in Scozia, fu considerato dalla maggioranza degli osservatori, come un atto di rappresaglia contro Washington. Il rischio che ora i terroristi islamici si vendichino è già stato preso in considerazione dallo stesso segretario americano alla Difesa, William Cohen. E allora viene spontaneo chiedersi fino a che punto sia legittima una simile iniziativa militare sul piano del diritto internazionale. Se ogni governo occidentale si arrogasse il diritto di risolvere la "vexata questio" del terroristo filo-islamico, bombardando a destra e a manca, il rischio di sprofondare l'intera comunità internazionale nel baratro della violenza sarebbe altissimo. L'esperienza insegna che gli estremismi che lievitano sotto la "mezza luna" hanno in gran parte radici legate alla miseria e al sottosviluppo. In ogni modo il terrorismo non si sconfigge certo con azioni impudenti come quelle dei giorni scorsi che hanno, alla prova dei fatti, solo il risultato di rinfocolare l'odio antioccidentale che sta montando in tutto il sud del mondo, e in particolare in quello di cultura islamica. Noi occidentali, forse troppo sicuri del modello di vita che intendiamo imporre per ogni dove, non ci rendiamo conto che le popolazioni del sud del mondo sono ridotte a condizioni pietose da un globalismo economico che le strema e che noi continuiamo imperterriti ad imporre. Con queste masse di disperati, che pullulano soprattutto nell'Islam praticante, l'Occidente dovrebbe essere meno arrogante e più comprensivo invece di lanciare bombe come se fosse, Stati Uniti in testa, detentore dell'unica verità. Qualche cronista americano rampante ha attribuito l'interventismo della Casa Bianca al tentativo estremo di salvare l'immagine del presidente Clinton offuscata dal "Sex Gate" che lo vede coinvolto con Monica Lewinsky. Un diversivo, dunque, per rialzare il suo indice di gradimento di fronte all'America puritana. E' difficile, ammettiamolo, cogliere la linea di demarcazione tra fantapolitica e realtà in circostanze come queste. Una cosa è pero’ certa: non saranno certo le bombe a fermare i soldati di Allah! A nulla serve gettare benzina sul fuoco quando tutti sanno che il terrorismo puo’ essere isolato e sconfitto con una politica più accorta e ragionevole nei confronti di popolazioni e culture che hanno una "way of life" a noi forse incomprensibile ma che - come noi - desiderano solo vivere in pace e in condizioni dignitose. Non dimentichiamo poi che se c'è qualcuno che non ha mai condiviso certe logiche di violenza è proprio Giovanni Paolo II. Sia in occasione della Guerra del Golfo, come in altre circostanze, il Papa ha sempre auspicato il ricorso al dialogo come vero deterrente ad ogni forma di conflitto. Non sappiamo dove e quando, ma è prevedibile che i fautori della "Jihad", la guerra santa, preparino nuovi attentati. Con quale risultato? Esistono ben altri strumenti di negoziazione che potrebbero indurre i belligeranti al "buonsenso". Quando il 23 febbraio scorso il Segretario Generale dell'ONU, Kofi Annan, riusci’ a scongiurare un nuovo conflitto in Iraq fu perché la comunità internazionale seppe uscire allo scoperto. Ad essa spetta il supremo ruolo di mediazione e di giudizio "super partes". Tutti sanno che Ossama Bin Laden, come anche i sudanesi Hassan El Tourabi o Omar El Beshir sono pazzi scatenati. Hanno sulla loro coscienza migliaia di morti. Ma è anche vero che non saranno certo i missili "Cruise" lanciati a casaccio ad arrestare la loro megalomania. Esistono ben altri strumenti di pressione internazionale, forse meno plateali, che andrebbero messi in atto. Non dimentichiamo, ad esempio, che molte delle armi in possesso dei terroristi provengono dalle rimesse occidentali. All'Occidente non resta che fare un serio esame di coscienza."




Usa, censurate statue troppo osè

Scultura coperta a Palazzo di Giustizia

http://www.tgcom.it/ArticoloTgCom/articoli/articolo40337.shtml 

 

C'è tutta l'America puritana nella decisione presa dal ministro della Giustizia John Ashcroft: per tutelare il comune senso del pudore la statua posta all'ingresso del palazzo ministeriale dovrà essere coperta. Il motivo? La scultura in questione ritrae una donna (la giustizia, appunto) col seno di fuori. Un'operazione che è costata ai contribuenti 8mila dollari.

Fa pensare che si sia dovuto attendere il nuovo millennio per questa operazione moralista. La statua in questione è infatti posta all'ingresso del palazzo sin dal 1935. Fu quello l'anno dell'inaugurazione della sede del ministero della Giustizia e in quegli anni andava molto di moda lo stile Art Deco. Nello stabile ci sono anche altre statue che hanno lo stesso "problema". A pochi metri dalla statua scandalosa ve ne è un'altra che però raffigura un corpo maschile. In questo caso, però, le parti intime non sono in mostra ma ricoperte da una toga.


http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/22/22A20011101.html

La rivista de il manifesto numero  22  novembre 2001

Sinistra, movimenti, guerra

CONVERSAZIONE SOTTO UN CIELO DI PIOMBO
Pietro Ingrao, Rossana Rossanda  

Rossana Rossanda


Si dice che dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Lo pensi anche tu?

Pietro Ingrao


L’accaduto è enorme. Nelle sue due facce: la fine dell’‘isola’ americana, la violabilità di quel territorio, che non era avvenuta nemmeno a Pearl Harbor; e la ‘guerra santa’ che si consuma in un altopiano desolato dell’Asia centrale.
E sembrano mutare anche le istituzioni occidentali deputate alla guerra. Forse sbaglio: ma in questo conflitto anche la Nato in qualche modo è messa in disparte. Alla testa della guerra riparatrice e risanatrice sta – prima di tutto – l’anglicità, l’ antico ceppo dei Padri Pellegrini che nel pericolo si ricompone. Poi vengono – ma a una certa distanza – gli amici europei di rango: la Francia e la Germania (pentita e ormai riabilitata). Infine la riconciliazione, prudente e graduata, con la Russia.
L’Italia viene palesemente dopo: potenza minore, in qualche modo macchiata, infetta di mediterraneità. C’è una sorprendente marginalizzazione dell’Europa. Senza dichiararlo, la costellazione del potere nel globo si sposta e flette attorno al Principe americano. Dieci anni dopo l’America torna a sistemare i conti con il mondo arabo, e stavolta s’affaccia sull’Asia dal lato europeo: in quella zona caucasico–mesopotamica, cruciale per la civiltà giudeo-cristiana come per l’Islam (qualcuno dice per uno ‘scontro di civiltà’). E c’è un attore sinora muto, la Cina, con cui Bush è andato a firmare patti; ma quanto presente, nel rimescolamento del conflitto che questo caldo settembre – un’estate che non vuole morire – reca con sé.

Vedo meno di te uno scontro tra America puritana e Islam, alla Huntington, se mai un conflitto del ‘modello globale’ che stavolta si gioca sul terreno del mondo islamico e arabo. E certo un ulteriore impallidimento della fisionomia europea. Ti raggiungo quando concludi: la costellazione del potere si ridefinisce. Nel quale tutto quel che succede va avanti condizionato, si direbbe riproporzionato. Prendi il congresso dei Ds: si farà tra qualche giorno; pareva un appuntamento decisivo per la scena politica e invece è quasi scomparso. Come se il già famoso partito della sinistra italiana contasse meno, e ancora meno appassionasse chi sarà a dirigerlo, D’Alema-Fassino o Berlinguer-Cofferati. Questa non è già una risultanza congressuale?

Sì, buona parte del congresso diessino si è fatta nel fuoco dei giorni scorsi, quando è tornata in campo la questione della guerra al livello del ventunesimo secolo: la sua riabilitazione come strumento essenziale e legittimo della politica. E con essa le forme della primazia americana (o in certo modo anglo-americana) in una fase di qualche incertezza degli Usa. Non so, ma mi sembra che l’urto subito dagli Usa ha impattato con una stretta che già stava mettendo in discussione forme e livelli della new economy, dei modi con cui l’America in espansione ha gestito fasi e tempi del boom e della globalizzazione. Sino, oggi, al rispuntare della parola ‘recessione’.
Il congresso diessino? È ridicolo pensare che esso si possa tenere al di fuori e al di là di questa trama. Buona parte delle sue risposte sono già state date: in Parlamento i Ds hanno detto sì alla guerra di Bush, e senza troppi fronzoli. Se non vado errato, nell’aula di Montecitorio, da quegli scanni in cui ho trascorso molte ore, tra i diessini una sola parlamentare, Fulvia Bandoli, si è alzata a dire ‘no’; un’altra dozzina di parlamentari l’ha sussurrato copertamente nelle urne. In Senato non c’è stata neppure questa dissidenza. Quel voto in Parlamento è venuto prima del congresso e lo determina: e – del resto – su che definire una identità politica, il sentire e il pensare la società, se non discutendo nel foro pubblico sulla pace e sulla guerra?
A meno che nelle prossime settimane non ci sia nei Ds una rivolta di base. Al momento non la vedo. Sento qualche sospiro.

I Ds sembrano presi sempre di contropiede dagli eventi. Le elezioni regionali, e poi il 13 maggio, avevano prodotto un sussulto, una domanda sui guasti. Alla reazione di D’Alema – non c’è nulla da cambiare – la sinistra obiettava che no, che andava riformulato il problema del conflitto capitale-lavoro che era stato offuscato, e con esso l’afflato ugualitario e partecipativo, la dimensione della ‘politica’ e del ‘pubblico’ rispetto a quello dell’‘economia’ e del ‘privato’. Così a luglio. Ma arriva Genova, prende i Ds alla sprovvista, pare dare argomenti alla sinistra, perché poi la critica al liberismo era questo, investiva la globalizzazione. Ma la discussione è appena partita che precipita l’11 settembre, e invece di riqualificare lo scontro interno, la guerra lo azzittisce. Anzi si delinea prima la tentazione di una ‘union sacrée’ col governo, poi un riflesso unitario dentro al partito – basta criticare il passato, non dividiamoci – che va in direzione di D’Alema. O no?

Il mondo di Genova si differenziava aspramente dai Ds (anche dalla sinistra dei Ds): per i temi che evocava, per la distanza da tutte le mozioni congressuali diessine, per la storia delle sue avanguardie e dei suoi capi. Credo che una parte della sinistra diessina fu presente, a suo modo, nei giorni genovesi. So che alla manifestazione romana di solidarietà con i no-global ci fu una notevole partecipazione del popolo diessino: con rabbia e speranza. Ma la grande parte della folla a Genova veniva da altre storie e da altre sponde. E dopo i due giorni insanguinati buona parte della dirigenza diessina si limitò a chiedere garanzie contro la persecuzione e le violenze degli apparati di governo. Non volle, non seppe o non riuscì a raccogliere la speranza e lo spazio di azione che il movimento no-global recava con sé. Non ne cavò uno scatto, e nemmeno una riclassificazione della sua analisi.
Nelle rivendicazioni dei no-global c’erano acerbità e sovente anche sommarietà di analisi e di linguaggi. Anche Rifondazione a volte cade in settarismi. Ma sicuramente erano in campo sia una nuova presenza operaia – quella della Fiom –, sia una nuova generazione di militanti di sinistra, sia una nuova cultura (e pratica) di critica al capitalismo: esperienze, ripeto, forse ancora acerbe, per nulla omogenee, con storie plurime alle spalle. Che doveva fare mai una sinistra appena uscita da una dura sconfitta nelle elezioni, se non curvarsi su queste nuove figure? Che per giunta si dichiarano aperte, e si definiscono ‘movimento’, (anzi c’è chi le legge come ‘un movimento dei movimenti’)? Qualche volta – da vecchio comunista – borbotto di fronte a un uso debordante della parola ‘movimento’, nonostante io stesso abbia civettato con questo vocabolo, così eccitante e liberatorio, così vagamente fantasioso. Però, che stiano venendo avanti nuovi attori politici, che guardano per quanto possono – ecco l’essenziale – a una lotta sociale a livello internazionale, mi sembra certo. Ed è una grande speranza. E allora dico, non a D’Alema (che è altro e lo dichiara), ma alla sinistra dei Ds: non doveva spingersi di più, e almeno interrogarsi su che significano questi ‘movimenti’? Non fosse che per verificare se sono sempre i vecchi (voglio dire: già noti) ‘centri sociali’, o anche altro, come a me sembra?...

Fa riflettere che proprio l’affacciarsi in altre figure di una critica al modello sociale, che era lo specifico dei socialisti e comunisti, lasci interdetti e contrariati gli epigoni di quei partiti.

Siamo tutti incapaci di uscire dalla nostra scatola e rimescolarci. Incapaci di azzardare un processo unitario, proclamarlo e verificarlo in cammino, con iniziative dichiarate, con un’agenda precisa. Di provarci in atti di rottura e di invenzione: unirsi non è una sommatoria dell’esistente. La sinistra diessina è anch’essa troppo autoreferenziale, stretta al suo sito.

Stretta, forse, alle compatibilità della lotta interna. La guerra è stata sempre per le sinistre un crudele rivelatore. Stavolta dalle sinistre europee non è venuto neppure un tentativo di interpretazione autonoma dei fatti e tanto meno una reazione diversa da quella del presidente Bush. Anzi, paradossalmente, l’amministrazione americana è parsa interrogarsi di più sia sulla provenienza dell’attacco sia sulla risposta. Bin Laden e Al Qaeda non sono un gruppetto criminale, sono una frazione della jihad, nascondono i loro uomini ma non l’intenzione, sono insediati in Afghanistan fra quei Taleban che avevano avuto sostegno dagli Usa in chiave anti-Urss, traversano ricattandole tutte le dittature arabe, si sono alimentati nel giro d’affari finanziario mondiale, puntano al rimescolamento del potere saudita, hanno mezzi ingenti, hanno frequentato e conoscono tecniche di intelligence americane. Il mondo arabo è adiacente all’Europa, si è intrecciato con la sua storia: non siamo quelli che dovrebbero saperne di più?

Se intendo bene, tu ritieni che la sinistra italiana ed europea poteva avanzare un’analisi, forse prevedere come volgeva un certo fondamentalismo degli ultimi dieci o quindici anni, capirne il pericolo e avanzare una proposta sua...

Sì, stava nella nostra collocazione, persino nella nostra esperienza. C’era stata in passato una qualche presenza nel Mediterraneo; c’era la questione Israele-Palestina che ci interpella ancora più direttamente degli americani; c’era la tremenda vicenda dell’Algeria. È un mondo lacerato, antico, modernissimo e arretrato – insomma un vulcano. Non dovevamo avanzare almeno qualche proposta di disinnesco? Lavorare sul serio per il ritiro degli Usa dal Medio Oriente e per la fine delle sanzioni contro l’Iraq, per sanare almeno in parte la ferita della Guerra del Golfo. Insistere per il rientro di Israele nei confini del 1967, rispettando le risoluzioni dell’Onu invece che guardare da spettatori al prolungarsi di negoziati sempre più avari e all’insediarsi delle colonie, con il risultato che Arafat si è indebolito e la destra israeliana rafforzata; abbiamo delegato agli Usa di premere su Israele e ci siamo chiamati fuori, e adesso la situazione s’è aggravata al punto di essere fuori controllo; neanche gli Usa sono in grado di sanare facilmente lo sbrego, anche se oggi preferirebbero rattopparlo in fretta. Promuovere una politica verso i paesi arabi che desse loro un interlocutore diverso dagli accordi leonini fra dittature e interessi petroliferi, e poi strategici, militari americani... Non facendo nulla di questo, neppure tentando, siamo ormai alla terza guerra ai bordi dell’Europa in dieci anni.

Quelli che dici sono obiettivi difficili: tutti. Aggiungo una considerazione. La risposta Usa allude a una rilettura e a un’attualizzazione del progetto di governo mondiale. Le cronache e le immagini del paese afgano che abbiamo dinanzi in questi giorni sembrano frutto di allucinazione: tale è la desolazione di quei luoghi, la nudità delle esistenze, l’immagine di fame, di precarietà degli abitanti, che si stenta a credere che questo sarebbe l’antagonista, il nemico del possente universo capitalistico. No, questa guerra va oltre e fuori da quel misero altipiano d’Asia. Mi pare che l’imperatore d’America, nel momento in cui è provocato a reagire all’offesa, lavora a ridefinire il mondo. Gli hanno fatto crollare le Due Torri, la new economy ansima e il capitalismo, che era trionfatore, fatica non solo a controllare, ma persino a misurare le contraddizioni che evoca.
È su questo scenario che si iscrive quella che si annuncia come una lunga guerra. Pensa all’Asia, alla Cina. Si avverte negli Usa una domanda, una inquietudine, non solo sugli esiti e i tempi della cattura di bin Laden e dello spegnimento della rivolta che il suo terrorismo sembra alimentare, ma sulla ristrutturazione della bilancia di governo mondiale. Che sicuramente si riflette anche nel rapporto con l’Europa. L’America ridimensiona persino il ruolo della Nato. Mette avanti altri interlocutori, cerca la già infida Russia. Di certo guarda alla Cina.
Anche per queste ragioni, ma non solo per esse, dire no alla guerra resta una rivendicazione ineludibile. C’è stato in questi anni un appannamento del senso che gli avevamo dato nell’era dell’atomica e di altri strumenti di sterminio di massa. Leggo i giornali italiani. Ascolto i discorsi. Non usano mai la parola ‘guerra’. C’è un’ipocrisia, un inganno.

Dovremmo sforzarci di leggere anche cosa è il terrorismo di bin Laden in uno scacchiere dove l’attentato è stato sempre di casa, per la acuta conflittualità e il mancare o venir meno di una sua espressione e razionalizzazione politica. Che il fondamentalismo, più o meno o per niente terrorista, sia diventata nel decennio della globalizzazione l’ideologia della protesta non solo contro le dirigenze che chiamiamo con un eufemismo ‘moderate’ ma contro gli Stati Uniti, sfidandoli crudelmente in casa, è un problema. Non stava nella tradizione dell’Islam, che è stato una grande cultura e più tollerante della nostra quando conquistò il Mediterraneo. Nasce forse anche dal fallimento dei tentativi di politicizzazione laica degli anni cinquanta e sessanta; c’è una responsabilità anche dell’Urss, che non abbiamo mai esaminato.

Sì. E non ci si è resi conto abbastanza di che cosa poteva diventare un’organizzazione terrorista in presenza d’una tecnologia e di una comunicazione che rendono possibile l’accesso alle armi più sofisticate. L’attacco alle Due Torri è impressionante anche per questo. È stato sconvolgente non solo per il numero dei morti, la funebre grandiosità della rovina, l’aver colpito il cuore di New York, l’avere fatto migliaia di morti – è impallidito anche il volto di quel che ho chiamato ‘guerra celeste’, mirata, che prometteva di lasciare le retrovie al loro vissuto quotidiano –; sono state varcate insomma molte soglie che sembravano inviolabili. Ma sconvolge anche perché ha usato tutti i mezzi della modernità: armi, tecnologia, intelligence. Insomma bin Laden e i suoi sono un intreccio pauroso di interessi e fanatismo, di modernità e di arretratezza. Rifiutare la guerra per combatterlo domanda non solo un livello di convinzioni pacifiste difficile a reggere, ma anche un ardimento, una convinzione, una volontà di tentare il tema arduo di una risposta ‘non violenta’ – un’alta consapevolezza sul punto cui sono arrivate le armi, la scienza dell’uccidere, dello sterminio.
Bisogna avere paura, una paura matta, delle armi iscritte oggi nella cognizione dell’uomo. E bisogna cercare ostinatamente: altri modi di regolazione dei conflitti e delle disuguaglianze feroci che il capitalismo così sofisticato del terzo Millennio reca con sé. Qui non ci soccorre neppure Marx. E forse (dico: forse) devono essere messi in campo valori ed esperienze che so soltanto evocare con il linguaggio impolverato dei sentimenti: la tutela, il rispetto della vita altrui quale essa sia, la mitezza, la debolezza.
Che cos’è il congresso diessino se non si ‘compromette’ su questo? Se no, che intendiamo per politica?

Lo scenario mondiale era già assente in tutte e tre le mozioni congressuali. È un cambiamento di cultura che forse si è verificata durante la Guerra del Golfo, dopo la tua uscita, con l’adesione alla nuova Nato e alla guerra del Kosovo. Certo adesso anche i Ds vanno senza una obiezione a quella che chiamano un’azione di polizia internazionale, alla quale parteciperemo, ma non sapremo nulla salvo che non ci sarà misericordia e si indennizzeranno gli afgani con 700 milioni di dollari. Che sinistra è questa che non si alza in piedi urlando?

Tu chiedi: che sinistra è questa... E hai in mente i diessini. Ma la prima risposta che mi sale alla labbra è: ma questa formazione politica – i Ds – da tempo non è sinistra. È una forza di centro.
Non voglio fare giri di parole. Nei cruciali anni tra l’’89 e il ’90 – ai tempi della Bolognina per intenderci – non avvenne solo un mutamento di nome, ma la fine di un soggetto politico. Io faticai parecchio a persuadermene. Ed esitai a lungo a uscire da quel partito, proprio perché non mi rassegnavo. E speravo ci fosse ancora uno spazio di discussione. Me ne andai quando mi resi conto che non c’era e che quel Pds non era più un partito di sinistra, ma una formazione politica di centro – per stare alla geometria politica in uso. Rimbrottarla perché non si comporta come un partito di sinistra mi sembra francamente un nominalismo, un non guardare le cose in faccia.

Beh, si definiscono socialismo europeo, e così sono definiti.

Bisognerà pure che ci intendiamo sul vocabolario. Tra loro e alcuni loro alleati è molto in uso la parola socialismo. Socialismo europeo, di cui sarebbe alfiere Tony Blair. Che abbia a che fare Blair con il socialismo passato e venturo, confesso di non comprenderlo. Mi sgomenta il vocabolario in uso nella nostra platea politica. Quanti si dichiarano socialisti in Italia? Giuliano Amato, Valdo Spini, Ugo Intini, Gianni de Michelis! E Massimo D’Alema, Giorgio Ruffolo.
Ma la parola ‘socialismo’ evoca almeno una lettura di classe: che si creda non dico alla socializzazione dei mezzi di produzione, ma all’esistenza di un conflitto tra capitale e lavoro. E si programmi di suscitarlo e orientare – anche in un processo lungo, lunghissimo, gradualissimo quanto volete – questo conflitto e il suo esito a favore degli operai contro i padroni, per ricorrere al vocabolario di una volta.
Quanti fra i dirigenti e quadri dei Ds, da Morando a Veltroni a D’Alema a Giovanni Berlinguer accettano questo schema di lettura? E se non l’accettano, perché si rivendicano socialisti? E se Cesare Salvi o Marco Fumagalli pensano che D’Alema non lo sia, non dico lo ‘smascherino’, come si diceva una volta, ma spieghino, chiariscano se per loro invece dirsi socialista ha questo significato di classe oppure no, ha a che fare con lo specifico rapporto di produzione oppure no. Uscendo dalla rappresentazione della politica in termini di floricoltura: tra querce e ulivi, margherite e biancofiori, e cespuglietti vari.
Resta da chiedersi perché questa formazione di centro chiamata ‘Democratici di sinistra’ ha approvato la scelta americana della guerra in Afghanistan. E non soltanto i leader, compreso purtroppo Giovanni Berlinguer, ma quegli strati popolari (operai, intellettuali, ceto medio borghese ecc.) che ancora oggi sono il corpo e l’elettorato dei Ds. Qui però io sono meno sorpreso di te.

La mia tesi è che sia largamente avvenuta una americanizzazione della base della sinistra, Ds inclusi. Che questo sia l’esito della svolta, combinato coi mutamenti sociali d’un ‘popolo’ per due terzi affluente e consumista e per un terzo superprecarizzato ed escluso. C’è ‘crisi della politica’, astensione dal voto, calo del bisogno di ‘un partito’, ritiro nel privato quando si smette di credere che è da scelte collettive che ne va anche della vita e delle libertà del singolo. La politica è un optional quando ci si è convinti che siamo in una società ‘aperta’ ai percorsi individuali, fra proprietà, consumi, sesso e famiglia.

Circa dieci anni fa abbiamo ragionato insieme sulla mutazione che il capitalismo del computer aveva apportato nel processo produttivo su scala ‘globale’. Non sapendo dargli un nome (almeno questa è la mia convinzione) lo chiamammo ‘post-fordismo’. Tu lo chiami ‘americanizzazione’, e a me può star bene, perché sottolinea la pellicola ideologica che avvolge la mutazione produttiva, e ne indica per nome il capofila.
La riflessione del decennio su scala mondiale e il vissuto, l’esperienza pratica, di questi ultimi anni permettono di definire caratteri e articolazioni di questa sconvolgente mutazione compiutasi nel tramonto del secolo con la stessa fredda enfasi con cui l’abbiamo letta nelle pagine di Marx (si licet...). È questa novità che ha spezzato e ricomposto in altre dimensioni e dislocazioni il soggetto operaio (uso il termine più semplice), che era per noi il protagonista della rivoluzione.
Penso che la innovazione capitalistica avviata negli anni settanta abbia dato nell’ultimo decennio del secolo il colpo definitivo nella sfida con l’Urss, e abbia inciso sul punto chiave della lettura marxiana: sulla figura del proletario collocato stabilmente nel territorio e partecipe (nei suoi modi e per quanto poteva) della dimensione statale, quale era venuta definendosi nell’Occidente, con una dilatazione della politica a livello di massa.
Altri hanno ragionato più e meglio di me sulla trasformazione dell’atto produttivo che ha condotto alla frantumazione e dispersione della soggettività proletaria e dei suoi sistemi di alleanza. Sia pure mantenendosi forte la dimensione nazionale – intreccio che non bisogna oscurare – il capitalismo di fine secolo si è ristrutturato e diramato nel pianeta, utilizzando al massimo la libertà d’azione cui attingeva, e con un ‘disordine’ che non sa bene come controllare.

Anche io penso che alla base c’è un mutare della produzione e perfino di certi rapporti classici di proprietà, più concreta ai vertici e frammentata alla base, sia nella pratica del lavoratore ‘autonomo’ che in quello possessore di qualche azione, per non dire di quel che diventeranno come figure sociali i detentori di fondi pensione. Ma pensando all’ex invaso di iscritti ed elettori del Pci, per americanizzazione intendevo una mutazione culturale, una idea di sé e della società. Alle variazioni della soggettività, su cui non serve un giudizio morale, ma è utile un giudizio politico. Ti provoco sul tuo terreno: mi accusi sempre di economicismo.

Davvero. E sai bene che io ostinatamente continuo a non credere nell’economicismo, e penso che il soggetto capitalistico sia intriso di politica e di ideologia. Dici americanizzazione? Non so. Da noi c’è ancora una partecipazione alla politica, e articolata, che negli Stati Uniti mi pare scomparsa, puramente professionale. C’è una forte partecipazione al voto in rapporto agli Usa. C’è il restare dei partiti come un soggetto permanente, per quanto quelli di massa si siano logorati. C’è un sindacato generalista e non riducibile a struttura corporativa. C’è, perfino nei moduli della contesa politica, l’uso dell’ideologia classista. C’è un forte solidarismo sociale contro uno spietato individualismo. C’è perfino un certo ateismo, in politica non si invoca Dio a ogni passo.

Sì, ma temo che siano forme residuali, sia pur consistenti, di fronte all’avanzare d’un senso comune che nega in radice le ragioni della tradizione di sinistra italiana. Il punto è che quando questa viene meno, precipitiamo a destra. Siamo diventati di colpo, mancando un pugno di voti, il governo europeo più a destra. Non sarà casuale. Manca la sinistra e non ci si assesta affatto in una democrazia centrista, vanno al governo Berlusconi, Fini e Bossi. Non si può più elucubrare sul fattore K, bisognerà chiedersi qualcosa anche sulla fragilità della nazione italiana.

Di questa fragilità, scarsa consistenza democratica i comunisti erano stati sempre timorosi, e anche eccessivamente: a ogni passo più a sinistra, Amendola ci ricordava il tintinnar di sciabole. Anche il compromesso storico ha questa radice. Resta la domanda perché in Italia non è mai classe dirigente una borghesia illuminata. Fa impressione che Agnelli e perfino la Banca d’Italia, già famosa per la sua autonomia, siano saltati in braccio alla Casa delle libertà. Nondimeno restiamo un paese contraddittorio. Anzi penso che oggi si comincia a vedere i segni di una risposta, di un’inversione di tendenza, di una riscossa.
Lo annoto con tutta la trepidazione della speranza e l’incertezza che segue sempre alla catastrofe politica:
a. le minoranze che resistono alla mutazione capitalistica stanno dandosi una dimensione e una convergenza internazionali. Esse sono uscite dalle caserme o casematte nazionali in cui resistevano. E hanno iniziato a incontrarsi, a ragionare insieme, e anche – questo è forse il punto più interessante – a costruire appuntamenti di lotta comune.
Cerco di spiegarmi. Prima c’era nella sinistra europea e italiana il rimando ai guerriglieri del Chiapas; mi sembrava soprattutto un rimando sentimentale. Restavano la desolante separazione fra le varie sinistre, il ripiegamento quasi puerile di esse nelle caselle dei vari Stati europei, salvo scarsi momenti di scambio intellettuale. (Tra parentesi: io non ho mai creduto che Cuba fosse un punto di riferimento salvo il simbolo indistruttibile del volto del Che.) Da Seattle invece è partito uno scatto, s’è delineato l’incontro internazionale di forze antiliberiste, ma anche anticapitalistiche: sia pure con gli squilibri, gli scarti di pensiero (le retoriche anche) che conosciamo. In ogni modo è cominciato a germinare uno schieramento internazionale; con elementi persino intercontinentali. Certo, sono varie e a volte dubbie, o confuse, le culture, e diversi i livelli di iniziativa e di lotta. Però siamo usciti dagli antichi confini nazionali. Ed è tornato in campo un internazionalismo concreto, che sarà difficile per l’avversario di classe scongiurare e cancellare. No-global è uno scarno slogan, ma indica un orizzonte e una prima pratica di lotta ‘globale’, o mondiale. Torna un internazionalismo attivo, combattivo. Non voglio illudermi. Ma è un fatto nuovo dopo la frantumazione e la passività prodotte dalla sconfitta storica fra gli anni ’80 e’ 90.
b. In questa lotta è scesa in campo una nuova generazione, forse con un suo volto. Voglio dire che nelle pieghe della sconfitta si è perduta una parte: o delusa, o trascinata da altre scelte e modelli di vita. E tuttavia ora, visibilmente, giovani o giovanissimi stanno con militanti già maturi. Non si tratta di impercettibili minoranze. Dico di più: al di là della quantità, comincia un nuovo incontro di generazioni nella lotta. Negli ultimi due decenni del secolo erano rimasti visibili, e solo in certi paesi, gracilissime minoranze studentesche abbastanza corporative. Oggi il quadro giovanile a me sembra qualitativamente diverso: per l’orizzonte che si dà questa gioventù, e per la scelta di militanza che compie. Esagero forse; ma in una parte di queste minoranze giovanili torna quella scelta e passione per la politica, che sicuramente segnarono – nel bene e nel male – la fine dell’Ottocento e tutto il terribile Novecento.
Ora siamo nuovamente dinanzi alla grande crisi della guerra, e il messaggio americano è fortissimo. Ad altissima dose di simbolo.

Appunto. Tu stesso hai osservato che sul Kosovo «non c’è stato un movimento per la pace adeguato» o «la parola disarmo l’avete dimenticata». Non è un deficit di cultura, è un mutamento dell’idea di sé e del mondo ora che l’egemonia è del capitale e una sola superpotenza detiene le redini del pianeta. Certo le abbiamo consegnato le nostre. Come se il declino dello Stato nazionale, salvo quello degli States, fosse ‘oggettivo’. Non è da questo che viene la cruda indifferenza al mondo non nostro? Che vuol dire che ci siamo sentiti attaccati tutti dall’attacco alle Due Torri? Non abbiamo creduto che eravamo protetti dalla democrazia ma anche dall’ombrello atlantico di Berlinguer, dio gli perdoni? Non ci pareva questa la normalità, tale da poter e da dover essere protetta anche da una o più forme di guerra?

No. Non c’è oggi nella gente l’agghiacciante indifferenza che ci fu, almeno che io sentii, di fronte alla guerra del Kosovo. Nel nostro paese, per esempio, c’è un’emozione. Persino la stupefacente controversia e la corsa un po’ ridicola per partecipare alla Perugia-Assisi sono degli indicatori. È stato un evento europeo, ha visto tornare una peculiarità italiana.
Riguarda solo ristrette minoranze? Non lo so. È da verificare. Ma l’emozione è grande. L’hanno attizzata gli americani stessi, bruciati dall’attacco di bin Laden e reagendo con la guerra.
Infine oggi discutiamo e combattiamo sull’Asia. Trovo amarissima, persino assurda questa guerra a confronto con la nudità di quel paese, la sofferenza dell’Afghanistan. E tuttavia si rompe il silenzio ipocrita dell’Occidente sul Terzo e Quarto mondo, che tornano sulla scena in termini di confronto sui grandi fini.
Sono bolle che presto si sgonfieranno? Non lo so.
Odio questa guerra. Ma essa dice anche che quella del Golfo, non andò proprio a meraviglia per l’arroganza americana. E tutti veniamo richiamati a una riflessione su temi enormi e inquietanti come il rapporto con l’Islam. C’è come una mano oscura che ci riconduce in quella controversia mondiale, che sorse – ti ricordi? – negli anni cinquanta: Nasser, il campo dei ‘non allineati’, l’India di Nerhu, l’Algeria, l’America Latina, Castro. Con tutte le differenze che conosciamo.
Io sono convinto che nel movimento dei no-global si sta costruendo dolorosamente, faticosamente, un filo che lo lega agli afgani di quella lontana terra d’Asia, quelli che subiscono e i Taleban e le bombe. È un ragionamento ingenuo, arcaico? Eppure gli oppressi dalla società capitalistica, disarticolati dalla mutazione di fine secolo nelle metropoli, avevano perduto quel contatto con il Terzo e Quarto mondo, che a metà del Novecento fu fertile e portò persino all’incredibile vittoria nel Vietnam; davanti a questa guerra sono come obbligati a ritrovarne la percezione.
Intendo dire: certo, è stata sconfitta l’ipotesi di una rivolta antimperialista che significasse liberazione di masse. E non possiamo essere nemmeno sorpresi dall’handicap che ha pesato nella sinistra novecentesca nel venire a un confronto col capitalismo al di fuori delle casematte nazionali, nella dimensione globale. È molto più grande il potere degli Usa. E tuttavia l’americanizzazione di cui parli sta rivelando le sue contraddizioni.
Sono, ripeto, segnali effimeri destinati a consumarsi rapidamente? In ogni modo vedo uno stacco, una differenza rispetto all’ultimo decennio del Novecento.

Tu osservavi che i Ds sono una formazione di centro, ma che in Italia è ancora viva una politicità e restano strumenti importanti di conflitto sociale. Alcuni, e anche parte della Cgil, hanno pensato che nel congresso Ds prendesse espressione almeno una forte minoranza in grado di flettere la ‘modernizzazione’ preconizzata dal governo e dal centro,di intervenire sulle ineguaglianze crescenti, sulla deregulation dei mercati finanziari in crisi ricorrente, a difesa della quota dei profitti devoluta al lavoro, riformulando un intervento regolatore pubblico su produzione e mercato, invertendo l’attuale tendenza dalla natura pubblica a quella di merce dei beni-valore (scuola, sanità, ricerca, cultura, assistenza, previdenza, cura…). E, per conseguenza, rafforzare il ruolo delle istituzioni elettive e/o di autogestione sociale rispetto a quello dei privati – abolire insomma il concetto di sussidiarietà. Queste sono discriminanti che ogni giorno passano sulla vita della gente e la modificano.
Lo schieramento sulla guerra, che di fatto funziona non solo come trincea contro il terrorismo ma come opzione per tutta la politica degli Stati Uniti e per il loro ‘modello di civiltà’, sembra aver abbattuto forza e persuasione della mozione che si presentava ‘di sinistra’. Che cosa resta a un’area non ancora omologata? Se dovessi ritessere una ragion d’essere degli ex comunisti da dove ricominceresti?

Comincerei dalla piaga che brucia: e come brucia. Non so se fra qualche settimana la guerra afgana sarà finita. Certo non ne saranno dispiegate tutte le conseguenze. La conclusione non riguarderà solo il mondo arabo, ma anche la gerarchia mondiale. Nello schema di Bush (non so se Colin Powell abbia gli stessi pensieri) c’è un nuovo direttorio mondiale, che vede sul trono gli americano-inglesi, gli eredi dei Padri Pellegrini. Quindi tutta la partita dell’Europa (con l’euro in atto) sarà aperta. È da vedere se la sinistra sociale, i no-global, riusciranno a definire uno schieramento pacifista che profili una presenza d’una sinistra europea autentica, e in grado di rivolgersi anche sul Terzo e Quarto mondo, nel Medio Oriente e in Africa. C’è un pezzo di sinistra istituzionale italiana in grado di prendervi parte? Purtroppo i rapporti che aveva con le altre sponde del Mediterraneo sono consumati, e per giunta il Sud, che vi era più aperto, è pesantemente in mano della destra. Si può riprendere un dialogo con quei mondi?
E c’è la scadenza sociale. Destra politica e Confindustria vanno all’attacco di ciò che resta del Welfare e del potere del sindacato. Il conflitto sarà reso più pesante dalla caduta dell’unità sindacale e dall’incertezza in Cgil. Qui si tratta di tener fermo, contrattaccare. Come? Con quale schieramento? Qui conteranno la consapevolezza delle ferite, la prudenza e l’attenzione reciproca.
Un ruolo essenziale in questo possibile cammino unitario spetta a Rifondazione comunista, per ciò che essa è nella lotta e per il rapporto che ha con le nuove leve in campo. E non penso solo a un’intesa sull’azione, ma alla riflessione su un patrimonio di pensiero che ha bisogno di verifica e di arricchimento, e di molto coraggio nel leggere il capitalismo che ci ha sconfitto e tenta oggi strade violente.
Dei Ds, ho detto con franchezza che non credo a una loro vocazione di sinistra, con tutti gli auguri che posso fare a Giovanni Berlinguer. Ma se vorranno battere la destra di Berlusconi, e difendersi dalla nuova Santa Alleanza a direzione americana, dovranno pure costruire un legame alla loro sinistra: con accortezza e capacità di mutuo riconoscimento e ascolto. Spero che sinistra alternativa e centrismo diessino e (anche) sindacato confederale si impegnino nelle mediazioni necessarie. Direi: a ciascuno il suo, con la consapevolezza delle differenze ma anche della minaccia di una destra che mira a dilagare.
Sono in dura salita tutti. Sia il centro ulivista-diessino sia Rifondazione, sia la sinistra alternativa, sia il mondo dei no-global. Sono una singolare varietà di culture, di vocazioni, di sensibilità. Si stanno appena profilando dal mare grande dei nuovi bisogni i punti di raccolta e di difesa per riprendere un’offensiva sociale, a un livello inesplorato.
E c’è un’avvio, almeno una minaccia, di recessione. La destra al comando è feroce e rozza. Bisogna fermarla, batterla. Vengo da una generazione che per salvarsi dal nazismo e poi nella guerra fredda si è dovuta affidare a compromessi pesanti, persino con la monarchia dei Savoia. Fino – lo so bene – a fare dell’appello all’unità un rito, quasi una nenia. Sono segnato da questa storia, e ne conosco gli errori. Ma differenza e unità, ancora una volta, mi sembrano necessarie.

Le divaricazioni sono diventate così grandi che non è semplice individuare i punti sui quali fare una qualche unità. Tu quali vedi? Fra sinistre critiche e centro diessino, intendo?

Ma sono squadernati sul tappeto! Ripeto: la guerra e quel che trascina e trascinerà. Già tra Israele e Palestina c’è un’altra rottura sanguinosa di una tregua fragile e impari, un’altra tragedia: che sarà domani? Affidiamo solo agli interessi di Bush di fermarla? Una mobilitazione unitaria mi pare perfino tardiva tanto è drammaticamente stringente.
E poi, se una linea antiliberista coerente non riesce a unificare, ci sono alcuni nodi almeno che la rendono obbligatoria: la difesa della contrattualità del sindacato, l’Articolo 18, l’attacco che verrà fatto alla previdenza. E una politica del Mezzogiorno. E una certa pulizia istituzionale che in queste settimane si è compromessa. La questione delle libertà politiche sulle quali si va a una stretta. Il federalismo. Può un partito di centro sopravvivere se non si batte su questo, alleandosi alla sua sinistra? I risultati dei Ds alle elezioni sono parlanti.
Qui facciamo lezione agli altri, ma guardiamo un momento a quelli che mi sono più vicini. Gracili minoranze noi stessi, non rinunciamo alle separazioni, alle risse, alla boria, alle indifferenze dell’uno verso l’altro. Ognuno di noi si sente autosufficiente, o al massimo si raccoglie nella sua cerchia di amici, o nella nicchia dei più prossimi: sempre con un tratto di orgoglio e di spocchia. Siamo minoranze difficili. È così. Ma non è tempo almeno di combattere questa dissipazione?
Io conosco il mio limite. So che ho in testa, inchiodata, la forma ‘partito’. E torno ad essa, che pure è vecchia di un secolo: forse vetusta. Bisogna vedere se le contraddizioni che ci stanno portando ancora a guerre e rovesciamenti, e stanno rinverdendo – per me non c’è dubbio – il ruolo della politica, chiedano forme inedite. Che ci dice l’avanzare dei no-global, così ostinatamente differenziati, e qualche volta caotici?
In ogni modo il cielo di piombo dell’ultimo decennio si sta rompendo. Partorirà nuove luci, spalancherà sentieri che io non so vedere?




Segue...

 

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