FISICA/MENTE

 

 

 

Richard Cooper

 

Consigliere personale del presidente per gli affari esteri: "L'Europa e più in generale l'occidente dovrebbero abituarsi ad applicare due pesi e due misure [...] Altrove quando si tratta di stati collocati al di fuori del continente post-moderno europeo, dobbiamo tornare ai metodi più duri di un epoca che ci ha preceduto: la forza, l'attacco preventivo, lo stratagemma, in poche parole tutto ciò che e' richiesto per occuparsi di quelli che ancora vivono del XIX secolo [...] dobbiamo usare le leggi della giungla".
E ancora lo stesso: "...anche se in Europa le parole impero e imperialismo sono divenute obbrobri, le opportunità, se non proprio la necessità di una colonizzazione, sono tanto forti quanto lo erano nel XIX secolo". Quello che serve oggi è "...un imperialismo che abbia per scopo, come ogni imperialismo, di portare l'ordine e l'organizzazione .... come Roma [l'occidente] trasmetterà ai cittadini dell'impero alcune sue leggi, gli rassicurerà un po' di denaro  e costruirà
qualche strada ".
Richard Cooper da "The New Liberal Imperialism" in The London Observer, 7 aprile 2002.

 

LE MONDE diplomatique - Settembre 2002

Il neo-colonialismo secondo il vangelo di Blair
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2002/0209lm10.02.html 


Ph. G.
Gli americani non sono i soli a sognare impero e ri-colonizzazione: anche gli ambienti delle élite inglesi ne cercano un surrogato o una qualche sorta di palliativo consolatorio. I consiglieri di Anthony Blair, anch'essi impegnati in una lotta trascendentale contro il male, riflettono sull'opportunità di un «nuovo imperialismo liberale».
Tanto che Robert Cooper, consigliere personale del primo ministro per gli affari esteri, nel mese di aprile ha esposto progetti che oltre-Manica hanno provocato molto scalpore.
Nel mondo immaginato da Cooper, l'Europa e più in generale l'Occidente dovrebbero «abituarsi ad applicare due pesi e due misure». A suo dire, «dobbiamo, tra di noi, agire secondo le leggi e nel quadro di un [sistema] di sicurezza aperto e cooperativo. Altrove, quando si tratta di stati collocati al di fuori del continente post-moderno europeo, dobbiamo tornare ai metodi più duri di un'epoca che ci ha preceduto: la forza, l'attacco preventivo, lo stratagemma, in poche parole tutto ciò che è richiesto per occuparsi di quelli che ancora vivono nella guerra del tutti contro tutti del XIX secolo». Tra di noi, aggiunge, «rispettiamo la legge. Ma quando ci muoviamo nella giungla, dobbiamo usare le leggi della giungla».
Ovviamente la giungla è in Africa, in America latina e in Asia, dove «il caos è la norma e la guerra uno stile di vita (way of life)».
Allora «anche se in Europa le parole impero e imperialismo sono divenute obbrobri, le opportunità, se non proprio la necessità di una colonizzazione, sono tanto forti quanto lo erano nel XIX secolo». In sostanza, secondo Cooper, quello che ci serve oggi «è una nuova forma di imperialismo, accettabile dal punto di vista dei diritti umani e dei valori universali (...). Un imperalismo che abbia per scopo, come ogni imperialismo, di portare l'ordine e l'organizzazione (...). Come Roma [l'Occidente] trasmetterà ai cittadini dell'impero alcune sue leggi, gli assicurerà un po' di denaro e costruirà qualche strada» (1). Forse il teorico laburista si è ispirato, apportandogli alcune correzioni, alle tesi dello storico di destra Paul Johnson, che anni fa aveva esposto una visione simile. In un articolo pubblicato nel New York Times Sunday Magazine nel 1993, Johnson sosteneva che «alcuni stati non sono in grado di governarsi da soli (...). È una missione del mondo civilizzato governare queste zone disperate». Per poi aggiungere che l'Occidente «avrà la soddisfazione di ricevere la gratitudine di milioni di persone che, grazie a questa rinascita altruista del colonialismo, troveranno l'unica via d'uscita possibile dalla loro miseria» (2). Poco dopo gli attentati dell'11 settembre, lo stesso autore aveva giustificato la colonizzazione della Cina nel XIX secolo in questi termini: «Le grandi potenze civilizzate hanno introdotto in Cina, un paese grande e incoerente, il principio dell'extraterritorialità (...). Nel 1900 un gruppo terrorista militante denominato i Boxer presero d'assalto Pechino con la tacita aprrovazione del governo (...). Per riprendere Pechino fu allora istituita una forza internazionale che includeva, oltre a truppe europee, forze americane e giapponesi (...). Forse oggi l'America e i suoi alleati si troveranno nella situazione in cui dovranno non solo occupare ma amministrare stati terroristi». Più chiaramente, «i paesi che non possono vivere in pace (...) non devono aspettarsi una piena indipendenza» (3).



note:


(1) Richard Cooper, «The New Liberal Imperialism», The London Observer, 7 aprile 2002.

(2) Paul Johnson, «The New Colonialism», The New York Times Sunday Magazine, 18 aprile 1993.

(3) Paul Johnson, «The Answer to Terrorism? Colonialism», Wall Street Journal, 9 ottobre 2001.

 

Aleksandr Dughin

ASPETTI GEOPOLITICI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE

http://utenti.lycos.it/ArchivEurasia/dugin_gawfs_it.html  

1. Valuta mondiale di riserva: la genesi


   Domanda: l’attuale moneta mondiale di riserva – il dollaro – è il risultato di un insieme di processi puramente economici? La risposta univoca è: NO.
   Come è accaduto che proprio il dollaro sia giunto a svolgere tale ruolo?
   E’ evidente che l’evoluzione dell’economia, ed in particolare del sistema finanziario, perno dell’economia contemporanea, procede entro un contesto multidimensionale. Passiamo rapidamente in rassegna le tappe dell’ascesa del dollaro ad una posizione di sovranità.
 

2. Le tappe dell’ascesa degli USA 


   Gli USA hanno incominciato a muoversi sistematicamente verso una posizione egemone nel mercato mondiale già a partire dal 1919. Secondo il belga Luc Michel (Nazionalismo economico contro l’economia mondiale, Elementy, n.4, 1993):
    «I primi concorrenti che fu necessario superare furono gli Inglesi, la cui presenza politico-economica si estendeva sull’intero pianeta. Le operazioni degli Americani si succedettero l’una all’altra. Le basi militari inglesi sparirono dalle Bermude, Giamaica, Antigua, Bahamas, St.Lucia e St.John’s, ed al loro posto apparvero basi militari americane. Anche in Islanda e Groenlandia fecero la loro comparsa gli americani, sebbene in precedenza questi paesi si trovassero entro la sfera di influenza inglese. Gli USA concessero all’Inghilterra enormi crediti (gli interessi sui quali erano già somme favolose), ricevendone l’accesso alle sfere finanziarie e commerciali chiave. Consolidamento dell’alleanza politica con il Canada, controllo sui capitali inglesi collocati presso imprese americane, infiltrazione a Singapore, nella costa occidentale dell’Africa e fino al Golfo Persico (isola del Bahrein)… La vicenda arrivò persino ad una inaudita interferenza negli affari di uno stato sovrano — il rappresentante del presidente Roosevelt, Harry Hopkins, presenziava alle sessioni riservate del gabinetto ministeriale inglese.
   Il processo di “decolonizzazione, stimolato dagli Stati Uniti,  fu in realtà la via dell’instaurazione dell’egemonia continentale Americana.
   Nel 1945 i massimi vincitori della guerra mondiale furono gli USA. L’unico concorrente degli USA, l’Unione Sovietica, era stremata da una guerra durata cinque anni sul proprio territorio e indebolita dalla perdita di milioni di vite. Oltre all’evidente divisione del mondo fra USA e URSS e all’asservimento dell’Europa occidentale da parte dell’America, Jalta significò anche la “defenestrazione» degli alleati “europei” dalla scena politica mondiale (Churchill mise in rilievo proprio questo). Da quel momento gli USA dominarono incontrastati nel mercato mondiale. Non restava loro altro da fare che rimodellare questo mercato mondiale a propria immagine e trarne il massimo vantaggio ».

   « Nel 1944 tutti gli economisti occidentali, tanto liberali quanto marxisti, prevedevano una inevitabile crisi dell’industria americana, legata ad una inevitabile ristrutturazione dell’economia con il passaggio dalla guerra alla pace. E a dispetto di queste previsioni, accadde qualcosa di completamente opposto. Grazie all’espansione economica degli USA in Europa ed ai giganteschi investimenti previsti dal piano Marshall, gli americani salvarono la loro posizione, preparando per se stessi un eccellente futuro mercato di smercio. 
    Il complesso militare-industriale, che nella logica delle prognosi economiche, avrebbe dovuto diventare un intralcio allo sviluppo economico e industriale, divenne al contrario il fattore garante del successo. Nessuno si aspettava che il periodo del dopoguerra si sarebbe rapidamente volto verso la guerra fredda. Assumendo su di sé la responsabilità a livello planetario della lotta contro il comunismo, gli USA si sostituirono definitivamente all’Inghilterra nel mondo capitalistico, facendo della propria potenza militare il principale garante della stabilità economica.   Poco alla volta, grazie alla preminenza del settore militare-industriale gli USA poterono definitivamente sbarazzarsi dell’ultima crisi borsistica del 1929. Il livello della disoccupazione si ridusse di 4,5 volte in rapporto all’anteguerra, officine e fabbriche lavoravano al 100% della propria capacità (prima della guerra: al 75%).
   Metà dei profitti mondiali appartenevano ora esclusivamente agli USA. L’America poteva ora imporre nel mondo un ambiente economico tale da risultare vantaggioso anzitutto per se stessa. Grazie alla “guerra fredda” gli USA non incontrarono alcuna difficoltà di ordine morale o politico a rimodellare l’economia mondiale in conformità ai propri schemi». 
   (Dominic Barukh, La riconversione della produzione americana)

   Nel 1945 gli USA avevano raggiunto gli obiettivi che si erano proposti agli inizi del XIX secolo.
   Come non ricordare le parole del senatore Beveridge, araldo dell’imperialismo americano alla fine del XIX secolo: « Il destino ha predeterminato la nostra politica – il commercio mondiale deve essere nelle nostre mani. Le nostre navi commerciali solcano tutti gli oceani. Abbiamo creato una flotta da guerra corrispondente alla nostra potenza. La legge americana, l’ordine americano, la civilizzazione americana regnano su tutte le rive, fino a quelle più lontane ed immerse nell’oscurità dell’ignoranza e della barbarie, ma esse giacciono prospere e felici sotto il controllo di forze date a noi da Dio ». 

François Perroux, eminente economista francese, scrisse: 
   « I rappresentanti del liberalismo neoclassico vissero nell’epoca del formarsi delle nazioni. Nel quadro di tali nazioni, secondo la loro teoria, l’interesse economico si riduceva alla massima libertà di scambio. La divisione del lavoro fra le diverse nazioni, a loro avviso, sarebbe in teoria proprio il modo più efficace di realizzare la libertà di scambio… Ma nella pratica le concezioni del liberalismo si scontrano con la realtà economica, nella quale esiste la già formata “disuguaglianza delle strutture”, ed a causa di tale ineguaglianza le nazioni più potenti e forti mirano ad assicurare per se stesse il massimo vantaggio economico a scapito delle restanti altre ».
 
 

3. Il contenuto geopolitico del dollaro a partire dal 1947


   Se la GEOPOLITICA è responsabile del fenomeno della globalizzazione del dollaro, occorre riferirsi alla situazione durante il periodo della “guerra fredda” 1949-1991. E’ in quel periodo il dollaro è divenuto ciò che è ora – la valuta di riserva mondiale.
   Emergendo come polo GEOPOLITICO dell’Occidente, gli USA hanno sfruttato al massimo soprattutto in quel periodo la “disuguaglianza delle strutture”. Se nella prima metà del secolo gli USA hanno ottenuto la posizione strategica della Gran Bretagna in cambio di crediti – vale a dire, impiegando il meccanismo finanziario – nell’epoca della “guerra fredda” alla soluzione dei problemi dell’Europa e del Giappone (Asia) venne offerto non soltanto il piano finanziario Marshall, ma anche la tutela strategico-militare. Gli USA divennero un polo complessivo, con una proiezione delle proprie strutture in due terzi del mondo. Il principale elemento concettuale della geopolitica americana di questo periodo fu l’esistenza stessa dell’URSS, del campo socialista. 
   Il «nemico comune», l’imperativo di difendersi dalla possibile «minaccia sovietica», furono gli argomenti centrali nell’organizzazione di strutture mondiali sotto il controllo degli USA. In ciò risiede anche il fondamento dell’imperialismo del dollaro: gli USA assursero al ruolo strategico (militare) di protettore dei paesi non-socialisti e di emittente di segni monetari ed ideologici.
   E’ importante sottolineare che in quel momento il dollaro incominciava ad acquisire una diversa qualità.
   L’abolizione del gold standard a seguito della crisi borsistica del 1929 fece della moneta nazionale una funzione del concreto saldo commerciale – secondo la teoria di Keynes e il “New Deal” di Roosevelt. Prosperità dei «grandi spazi economici» («isole economiche») – nelle differenti forme dello stalinismo e del nazional-socialismo europeo a partire dal convegno della Gran Bretagna di Ottawa nel 1932. In questo periodo la “valuta di riserva” non possiede una chiara espressione, dipendendo dalla congiuntura politica internazionale. Il che conduce alla seconda guerra mondiale. 
  Dopo di questa l’economia americana non fa ritorno né al puro modello liberale dell’epoca di Roosevelt, né al modello isolazionista di Keynes. Il dollaro acquista una nuova qualità: esso diviene un’unità GEOPOLITICA, funzione del potenziale strategico e ideologico degli USA, del ruolo degli USA nel contesto mondiale. 
   Il sistema finanziario mondiale, la funzione del dollaro in quanto valuta mondiale di riserva sono inseparabilmente legati alla concreta situazione geopolitica della seconda metà del XX secolo. Se non si considera il taglio geopolitico, analizzando i soli processi economico-finanziari, non si comprende nulla in questo campo.
 

4. Modello Trilateralista e finanza


   La Commissione Trilaterale, fondata nel 1973, si pose il compito della riorganizzazione dello spazio economico mondiale in grandi blocchi sotto il controllo dell’Occidente e degli USA. Il significato geopolitico del progetto consisteva nel forzato isolamento dell’URSS con l’aiuto della “strategia anaconda”. A tale fine il mondo intero andava suddiviso in tre zone geoeconomiche – USA, Europa e regione dell’Asia-Pacifico. 

   Lo sviluppo economico impetuoso esigeva la creazione di centri direttivi aggiuntivi, oltre agli USA, ed anche che si preparasse la legittimazione di nuove strutture di direzione globale (ad esclusione dell’URSS). Alle tre regioni geoeconomiche designate in quella sede non era attribuito uguale significato: in posizione privilegiata era la regione Americana, le altre due restando ausiliarie. L’iniziativa della Trilaterale proveniva da Rockefeller e George Franklin, allora dirigenti del CFR.

   Là vennero per la prima volta decisi il processo di unificazione europea e dell’introduzione delle valute dell’Europa e dell’Asia-Pacifico.
   Le valute ausiliarie vennero chiamate a favorire l’omogeneizzazione economica degli spazi corrispondenti, integrandoli in paradigmi economico-finanziari tali da assecondare al massimo e consolidare la posizione privilegiata degli USA, basata sulla «disuguaglianza geopolitica delle strutture».
   L’euro e il potenziale “yen dell’Asia-Pacifico” sono essenzialmente progetti della Commissione Trilaterale. Fra l’altro, la perestrojka cinese prese l’avvio negli anni ’80 proprio con contatti del governo cinese con il rappresentante della Trilaterale George Bertwin, a capo dell’ufficio europeo.
   Al dollaro come valuta mondiale di riserva, provvista di un insieme di obblighi geopolitici assunti dagli USA e, di fronte agli USA, da altre potenze, si progettava di affiancare due valute di riserva macro-regionali complementari
   Un processo non rapido, ed ancora in corso.
 

5. Sincope : il crollo dell’USSR, l’inattesa e straordinaria sfida dell’unipolarità


   La Commissione Trilaterale presupponeva un lento strangolamento dell’URSS, con il graduale assorbimento dell’URSS entro la logica dell’atlantismo e l’agevole riconversione dei settori dell’Eurasia Sovietica nella zona di influenza delle tre regioni macroeconomiche.
   In questo senso il futuro euro, il dollaro e l’ipotetica valuta asiatica sarebbero serviti da strumenti di graduale coinvolgimento dell’economia dell’URSS nel sistema mondiale, con il graduale disinnesto delle strutture del campo socialista. Anche questo processo venne avviato sotto la diretta influenza della Trilaterale e dei suoi rappresentanti gorbacheviani a Mosca alla metà degli anni ’80.
   Ma alla soglia degli anni ’90 accadde l’imprevedibile: in luogo del graduale ciclo di convergenza ed integrazione dell’URSS, questa improvvisamente si  dissolve da sé ed avvia unilateralmente un attivo processo di autoliquidazione. 
   Il rublo venne svalutato, per cui senza mezzi termini venne agganciato al dollaro. Gli USA vennero direttamente coinvolti nel sistema finanziario post-sovietico.
   In parallelo a ciò si autoliquidava rapidamente il principale elemento della mappa geopolitica del mondo della “guerra fredda”, la cui stessa presenza costituiva il massimo elemento portante, sul piano concettuale e strutturale, dell’intera costruzione geopolitica su cui, fra l’altro, si basava il dollaro. 
   Incontrando al posto della chiaro e prevedibile «avversario sovietico» un  “buco nero” imprevedibile, caotico, irrazionalmente aggressivo, non contemplato in nessuno dei graduali progetti economico-finanziari positivi, gli USA si trovarono inaspettatatamente un una situazione nuova.
   Questa nuova situazione geopolitica coinvolgeva gli USA in un processo di accelerata, straordinaria unipolarità. Nell’economia USA questo si accompagnava al surriscaldamento del mercato delle alte tecnologie, alle piramidi finanziarie, all’ascesa del settore puramente finanziario a scapito del settore reale. Anche il Complesso Militare-Industriale, fondamentale nel sistema economico degli USA, si trovava di fronte ad una situazione nuova, nettamente distinta dalla precedente.
 

6. Il nuovo ruolo dei settori geoeconomici


   L’imprevedibile ritmo di liquidazione e disintegrazione del polo geopolitico sovietico (= eurasista) creava una nuova situazione sulla mappa geopolitica complessiva del mondo, e correlativamente gettava una nuova sfida al sistema finanziario degli USA. Tale sistema da quel momento avrebbe dovuto avviare la realizzazione accelerata dell’unipolarità, ossia della globalizzazione. 
   Alcune degli stadi pianificati in precedenza scomparivano. Conseguentemente, sorgeva in linea di principio una situazione nuova ed inattesa: il dollaro era costretto a diventare valuta mondiale di riserva rapidamente e senza passaggi intermedi, gli USA acquisivano l’egemonia incontrastata sul piano strategico, maturava l’esigenza di una rapida ristrutturazione delle istituzioni internazionali – ONU – che riflettevano gli equilibri della pace di Jalta, l’America era costretta precipitosamente a servirsi della «disuguaglianza delle strutture».
   Questo si manifestò sotto la direzione dei democratici dell’amministrazione Clinton. La «fine della storia» di Fukuyama era venuta troppo presto.
   Si creavano problemi economici e logistici di grande rilievo.
   In generale: gli USA non erano pronti ad assumere dall’oggi al domani il ruolo di globalizzatore unipolare. Questo si esprimeva

  •  nella comprensione politica di questo stesso fatto da parte degli americani (la vittoria di Bush jr);
  •  nella crisi del mercato surriscaldato nello stile delle piramidi finanziarie, con lo scivolone degli indici NASDAQ e Dow Jones ;
  •  nell’approssimarsi della catastrofe del dollaro quale valuta mondiale di riserva;
  •  nell’impreparazione dei soggetti geopolitici fondamentali ad inserirsi nella globalizzazione nei nuovi tempi e modi degli USA.


   L’assenza del polo eurasista, la trasformazione dell’Eurasia in un «buco nero» generava problemi geopolitici non valutati in una prospettiva di breve periodo.
   La presenza di un’opposizione convenzionale, formale e prevedibile a medio termine da parte dell’Eurasia rappresentava l’elemento principale della strategia americana nella prima metà del XX secolo. Rimosso tale elemento, l’intera costruzione era messa a repentaglio.
   L’assenza di una formale e limitata minaccia ad Oriente cambiava radicalmente sia il significato geopolitico dell’Unione Europea, sia il correlativo ruolo e missione dell’euro.
   L’Unione Europea si sviluppava non in condizioni di scontro con l’URSS, come si era supposto – e questo argomento era stato decisivo nel modellare la conservazione dell’influenza americana in Europa, anche dal punto di vista della visione finanziaria – bensì proprio nel momento dell’autoliquidazione dell’URSS. Di conseguenza, essa assume una funzione completamente diversa, rivelandosi un potenziale soggetto geopolitico a livello planetario. L’introduzione dell’euro acquista  un significato diverso. In linea di principio, si tratta di una sfida al dollaro in quanto valuta mondiale di riserva.
   Il nuovo ingresso dell’Europa sulla scena della storia è gravido dei più seri scossoni per la globalizzazione nella sua forma unipolare. Si impone la variante dell’integrazione «regionale o continentale» o della globalizzazione multipolare, il che in entrambi i casi va contro quel processo in cui, come trascinati da una valanga e indipendentemente dalla propria volontà, sono oggi coinvolti gli USA.
   Qualcosa di analogo è vero anche della regione dell’Asia-Pacifico. Qui si somma il fattore Cina. Ma anche il solo euro e l’Unione Europea erano sufficienti perché il dominio unipolare degli USA ne venisse seriamente scosso, e conseguentemente venisse indebolito il dollaro e gli strumenti del sistema finanziario internazionale ad esso legati.
   Nella misura in cui il dollaro è legato alla geopolitica mondiale, e non soltanto all’economia USA, un mutamento nello schieramento di forze in quella sfera automaticamente comporta un mutamento radicale nella funzione del dollaro. Il dollaro cambia la sua natura, e da qui la sua funzione di valuta mondiale di riserva perde il suo carattere di evidenza. 
   Gli USA devono definire ex novo il proprio ruolo nel mondo e in relazione a ciò rifondare sulla nuova mappa geopolitica la funzione della valuta mondiale di riserva – il dollaro. L’estrema difficoltà di tale compito è fuori discussione 
   L’intero sistema economico degli USA è fondato sulla ridistribuzione globale del lavoro nella condizione schumpeteriana della «disuguaglianza delle strutture».
   La trasformazione di questo sistema reca con sé serie conseguenze.
   Lo stesso è possibile affermare in relazione alla «nuova economia», con i settori finanziario-borsistici sovrasviluppati. Gli attori paradigmatici reali, che sono invariabilmente rimasti fuori del quadro della «new economy», ma che predeterminano le fondamentali tendenze di base dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli USA. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i «proletari della borsa valori», semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza. dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del CFR, del Bilderberg Club e della Trilateral – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati.
 

7.   Il tentativo di mettere un freno alla globalizzazione: il vicolo cieco concettuale di George Bush jr.


   Il rafforzamento dei settori europeo e dell’’Asia-Pacifico, l’emissione di una solida valuta regionale legata alla geopolitica non globale, ma continentale o insulare (indicativo, da questo punto di vista, il nuovo – cauto – riferimento al keynesismo delle moderne socialdemocrazie) restringe la funzione degli USA. 
   Questa necessità è soddisfatta – almeno in parte – dall’amministrazione Bush jr. Bush jr. rappresenta il tentativo di frenare la globalizzazione. Ma questo non serve a risolvere i problemi alla radice – la geopolitica americana è in “surriscaldamento”, overheated, l’impero americano è in “sovratensione”, overstretched.
   Siamo ad un vicolo cieco concettuale: gli USA non possono non proseguire in un’attiva globalizzazione unipolare, ma non sono in grado di proseguire.
   Esattamente lo stesso vale per il dollaro: gli USA non sono in grado di mantenere il dollaro come valuta mondiale di riserva, ma non possono rifiutare questa funzione del dollaro.
Siamo ad un paradosso – la scomparsa del nemico (URSS) ha posto il vincitore in una situazione svantaggiosa. Una tipica vittoria di Pirro.
 

8. Il secondo avvento dell’Eurasia


   L’originario progetto della Commissione Trilaterale fu steso allo scopo di liquidare gradualmente ma inesorabilmente l’URSS (Russia), smembrandola.
  Al contrario, l’URSS si è dissolta non gradualmente ma bruscamente, è divenuta un “nulla” geopolitico, ha dato impulso (almeno potenzialmente) all’esistenza storica dell’Europa e dell’Asia. 
In futuro il destino della Russia-Eurasia sarà direttamente legato al destino degli USA e, conformemente  a questo, al destino del dollaro.
Il collasso del signoraggio americano darà alla Russia una straordinaria occasione di rinascita. 
Ma questo potrà essere conseguito solo mediante l’attuazione di un’adeguata strategia geopolitica nei confronti dell’Europa e dell’Asia.
Se la Russia getterà il suo restante potenziale strategico – ivi incluso quello logistico e nucleare – a sostegno di tutte le alternative al globalismo unipolare, la storia ha una chance di continuare, e il crack del dollaro diverrà il crack della grande schiavitù geopolitica dell’umanità sotto il dollaro.
 
 

Febbraio 2001
 
 

Nota

Trilateral Commission

   L’ultimo stadio dell’organizzazione della rete segreta del mondialismo fu la creazione  della Commissione Trilaterale, che riunisce la “crema” del Council on Foreign Relations e del Bilderberg Club. E’ detta Trilaterale dal numero dei partecipanti fondamentali: USA, Europa e Giappone.

   Il centro della Trilateral Commission è situato negli USA (345 East 46th Street, New York). 

   La sua fondazione ebbe luogo nel luglio 1973. Ma la decisione venne approvata nel consiglio riservato del novembre 1972 dal presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller (leader del Bilderberg Club ed ispiratore del Council on Foreign Relations), da Max Konigt (vice presidente del Comitato per l’integrazione dell’Europa ‘Jean Monnet’) e George Franklin, formalmente capo del CFR.

   Il primo grandioso successo della Trilateral Commission fu quello di portare alla presidenza J. Carter, assoluto sconosciuto fino alla vigilia delle elezioni. Eletto presidente, Carter collocò alle massime istanze del potere membri della Trilateral Commission: Walter Mondale, Cyrus Vance, Harold Brown, Zbigniew Brzeszinski, Michael Blumenthal, Richard Cooper, Anthony Solomon, Samuel Huntington ecc.  In proposito la rivista americana Penthouse nel novembre 1977 scriveva: «Sarebbe scorretto affermare che la Trilateral Commission dirige il governo Carter. La Trilateral Commission è anche il governo Carter».

   Il senso dell’operato della Trilateral Commission, e ugualmente dell’intero mondialismo, può esprimersi con le parole di James Paul Barbourg, pronunciate di fronte al senato americano il 17 febbraio 1950: «Che lo vogliate o no, avremo un Governo Mondiale. La sola questione sarà se ciò avverrà tramite il consenso o la violenza».

 (L. Okhotin, La minaccia del mondialismo, Den’ 1991).


 

 Questo testo, gentilmente trasmessoci dall'Autore, verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista Elementy (Mosca).
 
 

Una ripresa appesa all'euro

Marcello De Cecco

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Le statistiche sul commercio estero degli Stati Uniti a marzo, fornite venerdì dal ministero del Commercio, aiutano ancor meglio di altri dati a capire perché la Federal reserve sembra avere innestato una marcia più alta con il rialzo dei tassi di riferimento di mezzo punto di martedì scorso, e con il contemporaneo annuncio che altri rialzi seguiranno a giugno e agosto.

Il commercio estero americano sembra aumentare senza posa, riflettendo una domanda interna robusta, un ritardatario convincersi degli importatori di petrolio americani a rifornire le scorte e una vigorosa domanda per i prodotti americani, che proviene dalle rinfrancate economie asiatiche e latino-americane assai più che dall'Europa.

Gli acquisti all'estero degli americani, tuttavia, procedono ancor più allegramente delle loro vendite. A proposito di queste ultime, sembra veramente notevole la capacità delle imprese americane di stare sui mercati malgrado un dollaro che pare a tutti in Europa ampiamente sopravvalutato (ma in realtà il cambio effettivo della moneta americana, in contrasto col suo cambio con l'euro, ha oscillato per i primi mesi del 2000, prima di cominciare a crescere nel più recente periodo). Così come, sia detto per inciso, sembra notevole la capacità giapponese di mantenere il ritmo delle esportazioni nonostante uno yen fortemente rivalutato anch'esso, sia verso il dollaro, che è stato seguito dai principali paesi dell'Asia, che verso l'euro. Evidentemente sia americani che giapponesi beneficiano di parti e componenti comprati a prezzi modici dai loro fornitori, nei cui confronti si sono rivalutati, per tenere bassi i prezzi dei prodotti finiti che esportano.

Ma in Giappone la domanda interna, tenuta in piedi da continue iniezioni di spesa pubblica, resta tuttavia debole, onde il permanere di un gigantesco surplus commerciale (150 miliardi di dollari), mentre la domanda interna americana contribuisce potentemente alla crescita del prodotto interno lordo, che per il 2000 è ormai probabile farà segnare un 5% , una cifra da economia asiatica, e il risvolto è il deficit commerciale gigantesco, che a marzo è arrivato a 30 miliardi di dollari, e per l'intero anno si stima arriverà oltre i 400 miliardi di dollari, un valore che al cambio attuale equivale all'80% dell'intero prodotto interno lordo di paesi come Italia, Francia o Inghilterra. Visto che il Pil americano sta intorno agli 8000 miliardi di dollari, il deficit commerciale ne rappresenta ora il 4%, una percentuale alla quale, secondo la appropriata frase di Richard Cooper, eminente economista di Harvard, un paese deve fare debiti solo per pagare quelli già contratti. Ma, per citare invece James Baker, non dimenticato esponente della amministrazione Bush, deficit commerciale americano e cambio del dollaro sono un problema per gli altri paesi, non per gli Stati Uniti.

Greenspan sembra avere finora, col suo comportamento, avallato l'opinione del politico Baker più che quella dell'economista Cooper. Fino a che dura, infatti, il flusso gigantesco di importazioni serve a tenere bassa l'inflazione americana. Ora, come si diceva in apertura, la Fed sembra voler comunicare ai mercati la propria preoccupazione e la decisione di affrettare i tempi della propria azione deflazionistica. I mercati, infatti, sembrano essersene accorti e dopo un noncurante aumento del corso sia del Dow che del Nasdaq il giorno dell'annuncio della Fed, hanno cambiato opinione, e arretrano. Una immagine di come funziona il mercato di Borsa è data dal comportamento delle azioni delle società edilizie e dei fabbricanti di automobili, che arretrano da un bel po', pronosticando la fine del boom, mentre le vendite sia di case che di auto continuano a crescere allegramente, noncuranti dei tassi ai quali si prende a prestito la moneta sia per comprare le prime che le seconde. Fino a che la previsione dei prezzi delle case continua a rispecchiare il passato recente, questo comportamento si giustifica. Meno si comprende quello dei compratori di automobili, che sembrano impermeabili ai tassi di interesse che pagano sugli acquisti di auto. Evidentemente i compratori di case e automobili sono gente diversa dai compratori di azioni di case automobilistiche e di costruttori edili. Altrimenti, ci troveremmo di fronte a un interessante caso di schizofrenia generalizzata.

Il surplus dei paesi dell'Unione Europea con gli Stati Uniti è stato a marzo di 6 miliardi, quasi raddoppiato rispetto al mese precedente e oramai vicino a quello di un tradizionale grande fornitore del mercato americano come il Giappone (6,8 miliardi), mentre la Cina, in occasione del dibattito al Congresso sulla sua ammissione al rango di paese ammesso a fruire di bassi dazi doganali, ha prudentemente fatto regredire il proprio surplus a 5 miliardi di dollari.

A questo punto diviene comprensibile l'accanirsi dei mercati contro l'euro che, dopo la ripresa tecnica del martedì successivo alla fine delle vacanze giapponesi, prevista su queste colonne, ha ricominciato a perdere valore contro il dollaro e lo yen, uscendo ormai, per la prima volta, dalla banda larga del 15% entro cui la sua fluttuazione reale, e cioè a partire dal gennaio 1999, era rimasta, mentre nella fluttuazione virtuale, ricalcolata cioè coi valori delle monete componenti, dal 1988, il vertice superiore della banda stessa fu forato tra la fine del 1995 e l'inizio del 1996 e quello inferiore mai.

I mercati comprendono che la ripresa europea è frutto solo della competitività conferita alle esportazioni dall'euro basso, mentre la domanda interna nei principali paesi europei tarda a muoversi (è dell'altro ieri l'annuncio che il volume delle vendite tedesche al dettaglio del marzo 2000 è notevolmente inferiore a quello dello stesso mese un anno prima, anche se il loro valore, per l'aumento dei prezzi, è cresciuto). Il mercato dell'auto è tutt'altro che brillante, particolarmente in Germania, e quello delle case è altrettanto sacrificato in Germania e solo scarsamente dinamico in Italia. I mercati sanno dunque che se la ripresa europea accelera, certo non ne beneficerà il valore dell'euro, spinto in giù dalla limatura dei surplus esterni dei principali paesi mentre sanno altrettanto bene che, se la ripresa interna nel cuore dell'Europa non accelererà, la Bce si limiterà a seguire la Federal Reserve, restando cioè dietro la curva delle scadenze e non dirigendola, come tende a fare la Fed. E continuerà a intervenire con operazioni di rifinanziamento a tassi fissi e quantità variabile secondo, tanto per cambiare, l'uso tedesco, mentre, in stato di necessità, non tarderebbe ad adottare il sistema italiano delle operazioni a tassi variabili.

Se le due principali autorità monetarie mondiali continueranno ad operare fuori sincronia, e cioè con obiettivi finali diversi, resterà aperto il differenziale di tassi a favore del dollaro, che fa sì che la gran parte delle operazioni finanziarie internazionali, nell'ultimo anno, si siano finanziate sui mercati europei e in euro.

Ma se volessimo fare i monetaristi, e guardare all'andamento della massa di M3 sia in Europa che negli Usa, vedremmo che in realtà è la Bce a tenere il comportamento meno espansivo, perché M3 in euro aumenta al 6% nell'ultimo anno, mentre M3 in dollari aumenta all'8%. Ma riescono le autorità monetarie a influenzare realmente e precisamente M3? In America se ne dubita apertamente da almeno un decennio, in Europa assai meno e da assai meno tempo, perché i sostituti della moneta si sono sviluppati da noi assai meno che in America. Se questo è vero, e se è quindi il mercato a crearsi, in America, la quantità di moneta che crede opportuno avere, l'opera di Greenspan appare veramente tardiva e insufficiente, perché ovviamente far crescere il prezzo del credito di due o tre punti non basta a convincere chi si aspetta che tutto continui ad andare per il meglio a fare meno debiti. Mentre ovviamente la crescita monetaria europea rispecchia la situazione opposta, se crediamo ai critici del monetarismo, o la volontà deflazionista della banca centrale europea, se crediamo ai monetaristi. Questi ultimi hanno dalla loro la correlazione tra moneta e prezzi che appare ora esistere sui due lati dell'Atlantico, che porta infatti i prezzi americani a crescere più di quelli europei. Il fatto che negli ultimi giorni alla discesa di Nasdaq e Dow è corrisposto l'ulteriore aumento del valore del dollaro in euro può provare quel che ho scritto due settimane fa, che la speculazione si sposta fra tre mercati, e non solo tra due, e il terzo è naturalmente quello delle valute. Le dichiarazioni della Fed di martedì hanno creato una certezza di aspettative, tracciando il corso dei tassi americani almeno fino ad agosto. Solo una decisa sterzata della Bce potrebbe ricreare incertezza e far cambiare corso alla speculazione. Ma ne vale la pena? Sembra proprio di no, visto che, se il fuoco americano si spegne, non sarà l'Europa l'area pronta a raccogliere il testimone col vigore della sua domanda interna. E se arretra la domanda americana, si spegne subito anche il piccolo boom europeo, fondato esclusivamente sulle esportazioni. Quindi la Bce può temere per i prezzi solo le conseguenze di un'ulteriore avanzata dei prodotti petroliferi. Ma questi torneranno ad arretrare quando il riaccumulo di scorte, specie in America, si sarà concluso. Ad affrettare la fine del fenomeno sarà il primo dato negativo sulle vendite di automobili. Che, se hanno ragione coloro che da qualche mese ormai vendono azioni delle case automobilistiche, non può tardare ancora molto. Ultima considerazione. Se guardiamo ai dati su M1 invece che a quelli su M3, vediamo che il tasso di incremento di questa definizione ristretta della massa monetaria è assai maggiore in Europa che negli Usa. La preferenza per la liquidità è dunque assai maggiore in Europa, e la Bce risulta di nuovo più prudente della Fed, perché non ha ritenuto di punire tale tendenza del pubblico europeo rialzando i tassi, e favorendo quindi gli investimenti monetari meno liquidi e dunque più direttamente stimolanti l'economia reale. I tassi bassi premiano la prudenza, riducendo il costo di opportunità del restare liquidi. Altre spiegazioni dei dati appena citati, in questo terreno teorico saldo quanto le sabbie mobili, sono tuttavia possibili. Due economisti, almeno tre spiegazioni, suona l'adagio. Perché smentirlo?

la Repubblica Affari & Finanza 22 maggio 2000


 

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