FISICA/MENTE

 

 

Perle, il Principe delle tenebre

di Giuseppe Genna


Quando si asserisce che George Bush Jr è la marionetta dei poteri forti, sarebbe equilibrato denunciare chi tira i fili della marionetta. Se non i nomi dei burattinai, possiamo però concederci il piacere di enunciare i nomi dei fili con cui la marionetta viene mossa. Uno di questi fili si chiama Richard Perle. Nel clan che sta scatenando il Nuovo Disordine Mondiale egli è noto con un significativo soprannome: "the Prince of Darkness", il Principe delle Tenebre. Fino a qualche giorno fa Perle presiedeva un organo consultivo dell'Amministrazione, istituzione centrale al Pentagono: il Defense Policy Board (DPB). Si è dimesso per conflitto d'interessi (adesso vi raccontiamo quale), senza però abbandonare la carica di membro del DPB: Donald Rumsfeld ha accettato le sue dimissioni dalla presidenza del board, non dal board stesso. Perle è l'uomo che detta i tempi della politica dei falchi.

Insieme a Paul Wolfowitz e ad Ari Fleischer è l'ispiratore e il responsabile della strategia della guerra preventiva. Il 27 marzo ha chiesto - parole sue - che l'Amministrazione adotti, quale modulo fondamentale, "l'idea di una guerra perpetua".
Le dimissioni di perle sono una bufala. Il Corriere e Repubblica le hanno fornite attraverso dispacci minimi e perentori, asetticissimi. La realtà smentisce simili dispacci di regime. Il deputato del Congresso John Conyers (democratico del Michigan) chiede che si continui a indagare intorno ai conflitti d'interesse (non uno: diversi) di cui Perle è protagonista. Il senatore democratico Sander Levin insiste che a Perle sia preclusa definitivamente non solo la presidenza bensì ogni forma di partecipazione alle riunioni del DPB.
Il 21 marzo Perle aveva definitivamente screditato l'ONU: "Non ci permette di avere le mani libere. E' fuori dalla Storia", liquidando al contempo una pietra miliare della politica di difesa americana, la cosiddetta dottrina del contenimento, rovesciandola nella dottrina dell'attacco preventivo che "ha più senso se priva di legami con le altre nazioni". Da prendere con le molle: Richard Perle ufficialmente non fa parte del governo. Ha adottato una ben nota strategia: quella dell'eminenza grigia. Lavora in un ufficio porta a porta con quello del capo della Difesa, Rumsfeld. Ha piazzato suoi uomini in ruoli chiave del Pentagono. Non è che Perle si risparmi, però. Per esempio, al Defense Forum, qualche giorno fa, dichiarava: "Questa guerra ci darà l'opportunità di ripensare l'assetto delle relazioni internazionali", avendo come target primario il bombardamento diplomatico del Palazzo di Vetro. Esplicitamente, Richard Perle si autolegittimato quale curatore fallimentare dell'ONU secondo le nuove strategie americane.
Quali siano queste nuove strategie americane ce lo dice sempre Perle. Prima il metodo - vale a dire l'ammissione della menzogna utilizzata come piede di porco per scardinare democrazia e consenso di massa: "Per mesi i nostri ufficiali - ha dichiarato Perle, sempre al Defense Forum - hanno ritenuto che la strategia di persuasione più efficace consistesse nel parlare di 'armi di distruzione di massa', perché parlare di 'cambio di regime' non avrebbe portato all'autorizzazione dell'ONU". Quindi: "Il cambio di regime è a tutt'ora una sorta di tabù. Adottando la strategia di comunicare con la gente al modo in cui si esprimono i diplomatici, a mio avviso, è stato un errore che ci ha condotto a fallire la comunicazione nei confronti di tutti gli abitanti del pianeta, che in realtà condividono i nostri stessi valori". Infine la scontata conclusione del perverso ragionamento: "E ci sono anche alcuni consulenti legali dell'Amministrazione che sostengono che il 'cambio di regime' non è contemplato nello statuto dell'ONU. La risposta da fornire a tutto ciò è che bisogna rivedere lo statuto dell'ONU".
La base di Perle, come spesso accade agli esponenti dei poteri forti, è del tutto extraistituzionale. Si chiama American Enterprise Institute e viene cogestito da Perle stesso e da Micheal Ledeen, uno stronzo di provata fama noto anche in Italia per i contatti che ebbe con la P2 (da leggere quanto Francesco Pazienza ne dice nel suo libro Il disubbidiente, edito da Longanesi). Il 21 marzo, i due dioscuri dell'oscuro think tank hanno detto la loro sul conflitto in Iraq: hanno detto che la guerra non deve limitarsi all'Iraq. Michael Ledeen: "L'Iraq non è tutta la guerra. La guerra è di carattere regionale. Non possiamo vincerla davvero se ci limitiamo soltanto all'Iraq. Penso che le nazioni che sostengono il terrorismo insieme all'Iraq, e specificamente l'Iran e la Siria, sappiano molto bene questo. Credo che il piano di Saddam sia di andare a rifugiarsi in Siria, esattamente come Osama Bin Laden se ne è andato a trovare asilo in Iran nel bel mezzo della guerra in Afghanistan".
La storia umana, tuttavia, non consente strategie facili da realizzare secondo i desideri di ogni leader che emerga dal pantano delle vicende mondiali. Così anche Perle si è visto recapitare a casa uno scud a mezzo stampa. Il 17 marzo, il New Yorker, in un articolo a firma Seymour Hersh, raccontava per filo e per segno quale ruolo avesse Perle nella Trireme Partners LP: un'azienda privata che vive di contratti governativi per fornitura di armi e che aveva appena ottenuto la prima commessa per la ricostruzione in Iraq: milioni di dollari. Passano tre giorni e il New York Times assesta un altro colpo alla credibilità pubblica del mostruoso Richard Perle: Stephen Labaton pubblica un pezzo in cui si forniscono le prove della partecipazione di Perle alla Global Crossing, il gigante delle comunicazioni attraverso fibra ottica che ha dichiarato bancarotta (per inciso: siamo sulle sogli di un'ulteriore Enron). Secondo il cronista del New York Times, Perle stava cercando di vendere le sue partecipazioni in tutta fretta, prima del crollo della Global, precisamente alla Hutchison Whampoa Ltd: una vendita che avrebbe fruttato 750.000 dollari, 600.000 dei quali dipendenti dal ruolo di Perle al Pentagono. Spulciando le carte, riservatissime, della transizione, si poteva leggere che Perle era il rappresentante unico della società in funzione del suo impiego al Defense Policy Board. Perle ha tentato di difendersi sul Washington Post, dicendo che quell'affidavit era un errore grammaticale. Errore di strategia da parte dello Stratega: scegliere il concorrente del NYT è stato letale, perché il Times ha iniziato una autentica campagna stampa contro Perle, che lo ha obbligato a dimettersi dal consiglio di amministrazione della Global e, nello stesso giorno, dalla presidenza del DFB.
Perle sembra in declino, ma c'è tempo: la merda resta a galla per questioni non di volume, quanto di peso specifico. Va detto poi che bisogna fare molta attenzione ad attaccare Perle: si rischia l'accusa di antisemitismo, come sottolinea Eric Alterman, columnist di the Nation (tra l'altro: qui potete trovare una versione più complessa della storia di Perle). Alterman sottolinea i rapporti stretti che intercorrono tra Richard Perle e la destra israeliana; e ricorda come nel 1996, insieme a Douglas Feith (attualmente numero tre di Donald Rumsfeld), lo stesso Perle avesse steso un documento per l'allora premier israeliana Benjamin Nethanyau, dove asseriva che "la rimozione di Saddam Hussein è un obbiettivo strategico per Israele".
Inviato da giuseppe genna

ALTRI AMERICANI D'ATTACCO

- Senatore Henry Cabot Lodge gia' dal 1895: "Nel 19mo secolo nessun popolo ha eguagliato le nostre conquiste, le nostre colonizzazioni e la nostra espansione [...]. Ora nulla ci fermerà"

- Charles Krauthammer, editorialista del Washington Post, 1999: "...dai tempi di Roma nessun paese e' stato culturalmente, tecnicamente e militarmente tanto dominante".

- Stephen Peter Rosen, accademico, direttore dell'istituto Olin per studi strategici di Harvard: "una entità politica che dispone di una potenza militare schiacciante e che utilizza questo potere per influire sul comportamento degli altri stati non può che definirsi impero [...] il nostro scopo non e' combattere un rivale, poiché non ve ne sono, ma conservare la nostra posizione imperiale e mantenere l'ordine imperiale". Da Harvard Review, maggio - giugno 2002.

- Michael Ignatief, un altro accademico, professore al Harvard: "...un ordine plasmato a vantaggio esclusivo degli obiettivi imperiali americani [...] l'impero sottoscrive gli elementi dell'ordine giuridico internazionale che gli convengono. (l'organizzazione mondiale del commercio, WTO per esempio), ignorando completamente o SABOTANDO quelli che non gli convengono (ilo protocollo di Kyoto, la Corte penale
internazionale, ecc.) Da "Barbarians at the Gate" in
New York Review of Books 28 febbraio 2002.

- A volte il cinismo e il disprezzo vanno a braccetto: Charles Krauthammer: "l'America ha vinto la guerra fredda, si e' infilata in tasca la Polonia e la repubblica Ceca, e dopo ha polverizzato la Serbia
e l'Afghanistan. En passant ha dimostrato l'inesistenza dell'Euro".


 

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