FISICA/MENTE

 

 

CATO INSTITUTE

http://www.ideazione.com/Cyberpolitics/cyberpolitics_siti/Cato_Institute.htm 

 

Il Cato Institute è il fiore all'occhiello dei libertarian statunitensi. Fondato a San Francisco, nel 1977, da Edward H. Crane and Charles G. Koch, l'istituto prende il nome dalle "Cato's Letters", un carteggio tra i pensatori inglesi John Trenchard e Thomas Gordon pubblicato sul "London Journal" dal 1720 al 1723. Definite da Clinton Rossiter come "la fonte di idee politiche più popolare, citata e stimata del periodo coloniale", le Cato's Letters sono state raccolte in volume nel 1755, diventando una delle principali ispirazioni filosofiche che hanno messo in moto la Rivoluzione Americana.

A due secoli di distanza, l'eredità culturale di questo pamphlet proto-libertarian è stata raccolta dal Cato Institute, che è presto diventato uno strumento politico insostituibile per chi vuole diffondere, non solo negli Stati Uniti, "i principi del governo limitato, della libertà individuale e della pace". L'istituto insegue questo obiettivo con la sua rivista bimestrale "Regulation", ma anche pubblicando libri e brevi studi monografici su sicurezza sociale, politica monetaria, spese militari, commercio internazionale e una miriade di altri argomenti.

Dalla primavera del 1995, poi, l'organizzazione ha deciso di tuffarsi nel Cyberspazio. E il risultato di questa intuizione è, molto semplicemente, il miglior esempio di comunicazione politica presente sul versante a stelle e strisce di Internet. Le iniziative del Cato Institute trovano, nel World Wide Web, uno strumento ideale di propaganda e approfondimento. E il materiale a disposizione è sempre strutturato con intelligenza e proposto in una forma graficamente gradevole, soprattutto in "Policy Report", una rivista "elettronica" che commenta - da un punto di vista rigorosamente libertarian - i principali avvenimenti della politica Usa.

Il vero punto di forza del sito, però, è la sua capacità di sfruttare pienamente le potenzialità multimediali offerte dalla Rete. Nella sezione "Audio & Video" sono raccolte le riproduzioni sonore di tutti i convegni più importanti organizzati dal Cato Institute negli ultimi anni. Qualche esempio? José Piñera, ministro del Lavoro in Cile dal 1978 al 1980, parla della più spettacolare (e riuscita) privatizzazione di un sistema pensionistico. Alan Greenspan, il presidente della Federal Reserve Board, e Stanley Fischer, del Fondo Monetario Internazionale, si occupano di moneta e flussi di capitale. Una decina di esperti del settore analizzano lo stato dell'economia mondiale in piena Rivoluzione Digitale. Lori Fena della Electronic Frontier Foundation e Charles Platt di Wired cercano di tratteggiare il futuro di Internet dopo il 2000. Ce n'è per tutti i gusti, insomma, con qualche centinaio di ore di trasmissione in Real Audio (in lingua inglese, naturalmente) pronte per essere scaricate da ogni modem del pianeta.

Nel 1997, infine, il Cato Institute ha dato vita ad un sito dedicato esclusivamente alla riforma dei sistemi di sicurezza sociale. Anche in questo caso, si tratta di un lavoro di straordinaria efficacia, con articoli, editoriali, conferenze, analisi scientifiche e testimonianze degli esperti di fronte al Congresso. C'è addirittura una "calcolatrice interattiva" (realizzata in linguaggio Java) che permette ai cittadini americani di misurare il proprio vantaggio economico individuale nel caso di una eventuale privatizzazione del sistema pensionistico. E i numeri, anche quelli "virtuali", parlano chiaro.

a cura di Andrea Mancia
da Cyberpolitics (Ideazione editrice)

 

Klamm

http://klamm.splinder.it/1044227118 

"Su quali principi si dovrà basare la legge marziale?". Sembra uno scherzo, ma non lo è. Il CATO Institute s'interroga dal 1998 sulla colonizzazione del pianeta Marte. Già ieri, parlando del nuovissimo libro di Kagan, era venuta fuori la contrapposizione marziani/venusiani. Ma è roba già vecchia di un vecchio mondo. Perché il CATO Institute vuole andare più avanti di tutti (più avanti persino di quelli del Foglio che già l'estate scorsa, grazie a Christian Rocca che ce l'ha ricordato, avevano pubblicato, in cinque puntate, proprio alcuni stralci dell'ultimo libro di Kagan). Dicevamo. Il CATO vuole andare oltre. Pensateci. Noi siamo qua con Saddam. E vabbé. Poi si discute di globalizzazione (un argomento pallosissimo di suo, poi quando te lo gabellano per nuovo è ancora peggio). Poi, leggiamo delle boiate incredibili. Sempre e solo fuffa internazionale. E l'unico divertimento serio è rimasto il Caro Leader Kim Jong Il. Ma quelli del CATO no. Loro no. Dicono ciao ai terrestri e pensano a Marte. Dagli torto.


http://www.privacy.it/torres199511.html 

Internet al rogo?

di
Asdrad Torres

Docente associato al dipartimento delle scienze dell'informazione e della comunicazione, università di Rennes-II, Francia.

 

Alcuni vedono in Internet un progetto portatore di speranze contro il re denaro, il potere dell'impresa e il controllo sociale. A titolo di esempio si cita volentieri l'uso che ne hanno fatto numerose associazioni progressiste (1): questa rete internazionale non è forse servita a denunciare l'esecuzione programmata del giornalista americano Mumia Abu-Jamal o i soprusi dell'esercito messicano nel Chiapas? Ma le holding multimediali, che minacciano di svuotare di ogni contenuto progressista le autostrade dell'informazione, stanno entrando in forze in Internet. Molti altri mercanti aspettano solo che sia resa più sicura la procedura relativa al pagamento elettronico per impegnarsi a fondo nella rete, come già hanno fatto i più temerari. Mentre alimenta presso alcuni il timore di un suo "snaturamento", la componente commerciale d'Internet cresce ormai più velocemente del nucleo originale. In quanto norma di comunicazione, Internet è decantato per il suo orientamento democratico e ugualitario. Non c'è distinzione alcuna fra un server che fornisce informazioni e un terminale a partire dal quale un utente le consulta, diversamente da quanto avviene per l'utente di Minitel dove la separazione è totale. Su Internet, ogni consumatore è un potenziale produttore (e viceversa). Tuttavia, la neutralità della norma è ben lontana dall'assicurare una qualunque uguaglianza sociale in materia di comunicazione, anzi. Statistiche alla mano, John Barlow, "internauta" avveduto, spiega : "Non c'è grande diversità umana nel ciberspazio, dove viaggiano uomini di meno di cinquant'anni, che dispongono di abbondante tempo di accesso ai computer, maneggiano con grande destrezza le tastiere, hanno opinioni solidamente radicate e soffrono di una tremenda timidezza nei contatti diretti, in particolare con persone dell'altro sesso (2)". Nelle nostre società sempre più frantumate, la verosimiglianza di un accesso universale a Internet non supera la cerchia dei "collegati". In un paese come la Francia, le diverse migliaia di franchi richiesti per l'acquisto del materiale informatico escludono tuttora milioni di persone. Il calo dei prezzi, spesso detto "vertiginoso", non risolve niente perché viene notevolmente attenuato dalle politiche commerciali ed editoriali: "Per essere interattivi e conviviali, ci vogliono infatti apparecchi sempre più potenti" spiegava un responsabile del settore di micro-informatica del grande magazzino Carrefour, al momento dell'uscita sul mercato di un computer multimedia "grande pubblico", al prezzo di 26.000 franchi [oltre 8 milioni di lire]! "L'apertura di un server Internet (Web) ammette un esperto che milita per la diffusione di Internet senza parlare dei privati, non è neanche alla portata della prima associazione che arriva". L'investimento in materiale informatico e telecom è un primo grosso ostacolo. Poi, molto presto, la bolletta del telefono per una linea permanente diventa gravosa per le borse modeste. Inoltre, si ha un bel dire, ma le competenze tecniche richieste rimangono alte e poco diffuse, il che limita il volontariato. Nel mondo dell'"associazionismo, una delle priorità è la formazione di chi deve formare". Superata questa barriera, la presenza su Internet originale o meno rimane, come su qualsiasi rete, inutile, senza un minimo di audience. La battaglia per la visibilità è già avviata fra proponitori di servizi commerciali. Alcuni si accordano per citarsi a vicenda sui rispettivi servers. Altri, forti di una audience iniziale, vendono il diritto di figurare nelle inserzioni pubblicitarie elettroniche. In mancanza di un annuario "ufficiale", il controllo dei repertori diventa un obbiettivo capitale. Lo dimostra alla perfezione l'assorbimento del Global Network Navigator, uno dei più noti repertori d'Internet, da parte di America Online, un venditore di teleservizi già solidamente affermato ma arrivato da poco sulla rete. Questa realtà mette a dura prova l'idea di un Internet democraticamente autoregolato, capace di garantire, al di fuori delle grandi potenze finanziarie, il successo dei servizi migliori. L'egualitarismo naturale d'Internet è un'idea che si fonda tanto sulla miopia quanto sulla fede in un determinismo tecnologico.

La duttilità delle tecnologie dell'informazione dovrebbe invitare alla prudenza. I modi di comunicazione fra gli individui non si riducono mai alla trasposizione meccanica delle proprietà tecniche degli strumenti di mediazione. A esempio, il sistema telematico francese, sebbene costruito secondo un modello gerarchico, ha scatenato una forma di comunicazione trasversale, le chatlines erotiche. E, nello stesso ordine di "contro-impiego", l'impostazione egualitaria d'Internet non impedisce lo sviluppo di comportamenti asimmetrici di puro consumo, che accelerano la banalizzazione della rete. "Comunità virtuali" I gruppi informali di dibattito (o news) nati con Internet vengono frequentemente assimilati a una forma estrema di democrazia. Essi costituiscono centinaia di "luoghi" di dibattito ai quali ogni individuo che abbia accesso alla rete può partecipare senza alcuna formalità. La varietà dei temi trattati rispecchia la straordinaria diversità dei poli d'interesse. Sarebbero quindi effettivamente realizzate le condizioni del pluralismo e della libertà di espressione. Ma i gruppi di news non sono dei forum dove si esprime liberamente il contraddittorio. Funzionano come spazi privati aperti, in cui la partecipazione implica l'adesione alle regole che si è dato il gruppo fondatore. Così, un gruppo di dibattito sulla penalizzazione dell'aborto sarà implicitamente vietato ai fautori del diritto di scelta. D'altra parte, molti gruppi di dibattito vengono "scremati" degli interventi ritenuti inopportuni da un "moderatore" spesso bene intenzionato ma onnipotente. Le limitazioni dell'espressione contraddittoria suscitano una proliferazione di spazi compartimentati che dimostrano ampiamente che la moltiplicazione non è il toccasana del pluralismo (3). Pur non costituendo un modello di democrazia, le news esplorerebbero nuove dimensioni della comunicazione suscettibili di estendere domani il campo della libertà d'espressione a delle "comunità virtuali". Certo, le news consentono a gruppi comunitari che condividono gli stessi riferimenti di affrancarsi dai vincoli di tempo e di spazio che rendevano improbabile il loro incontro. Ma la creazione di cyber-comunità in uno spazio scorrelato dal mondo reale rimane un'illusione. John Barlow rileva: "Nel 1987, ho sentito parlare di un luogo che avrei potuto visitare senza lasciare il Wyoming. Mi sembrava che, dentro il Well (Whole Earth Lectronic Link), ci fosse quasi tutto quanto uno possa trovare recandosi in una piccola città . In seguito il mio entusiasmo per la virtualità si è raffreddato. In realtà, a parte il rapporto interattivo con la gente con cui scambio la posta elettronica, non dedico più molto tempo alle comunità virtuali. Mi sembra che gran parte degli esiti a breve scadenza che mi prefiguravo siano rimasti altrettanto lontani nel futuro di quanto lo erano quando mi sono collegato per la prima volta". Noam Chomsky ritiene che il funzionamento dell'istituzione Internet abbia conservato l'impronta delle origini della rete: "Essenzialmente un monopolio di settori relativamente privilegiati, di persone che hanno accesso ai computer nelle università". Forse si potrebbe aggiungere quello che Christian Huitema, presidente dell'Internet Architecture Board (Lab) chiama "lo spirito Internet, ereditato dalle idee libertarie dei ricercatori che, negli anni sessanta, hanno sviluppato questa rete di reti (4)". Ammesso che questo spirito esista, esso sembra ingabbiato nella contemplazione di sé stesso, al punto da occultare le condizioni che hanno presieduto alla sua genesi e al suo sviluppo. Tutto funziona infatti come se "il pensiero Internet" fosse refrattario all'idea che la rete costituisce un bene comune alla società nel suo insieme, che ha lavorato per finanziarlo, e non soltanto proprietà dell'élite che lo ha elaborato. Il "pensiero Internet" si mostra altrettanto refrattario all'idea che la folla dei nuovi arrivati possa influire sulle norme stabilite dal nucleo originale. "C'è un numero infinito di regole di buona condotta più o meno formali nei news groups. Un utente che non le rispetti rischia di ricevere migliaia di lettere di internauti' che cercheranno di rieducarlo (5)". I guardiani dell'ortodossia "Rieducarlo": questa formula esprime la mentalità dei guardiani di una certa ortodossia. Una volta avvenuta l'integrazione nella comunità, "si ritiene che tutti gli utenti abbiano gli stessi diritti", afferma Christian Huitema. Eppure, quando si tratta di decidere, alcuni sembrano più uguali di altri. "Come ogni società di tipo anarchico precisa Huitema Internet ha espresso un'aristocrazia composta da chi ha dato di più alla rete. Ma respingiamo i monarchi, i presidenti e anche i voti perché rischieremmo di produrre decisioni arbitrarie". Questi principi di riproduzione e di legittimazione di un sistema di baronato ricordano quanto certi concetti di base d'Internet siano estranei ai valori democratici. L'ambiguità ideologica non riguarda solo le istanze ufficiali.

Nella nebulosa Internet, l'Electronic Frontier Foundation (Eff) (6) si è battuta per l'estensione alle reti elettroniche delle garanzie costituzionali americane previste per lo scritto (primo emendamento); inoltre la Eff si è fatta notare per aver denunciato certe pratiche federali e per aver difeso le vittime di restrizioni alla libertà di comunicare. Tuttavia questa associazione, che sbandiera posizioni piuttosto radicali, si avvale per gran parte dei suoi lavori dei finanziamenti di società quali At&t, Mci, Bell Atlantic, Ibm, Sun Microsystems, Apple o Microsoft. La spiegazione corrente sottolinea una convergenza d'interessi: ogni ostacolo alla libertà di comunicare intralcerebbe anche lo sviluppo dei mercati di queste società. Ma se certe ditte, non particolarmente note per la loro battaglia in favore della libertà di espressione sia in generale che al loro interno , possono appoggiare la lotta di Eff, è perché questa fondazione difende una "libertà di comunicare" che non valica la soglia dell'azienda.

D'altra parte, nel chiedere ai paesi del G7 di adottare come principio fondamentale la tutela della libera circolazione delle informazioni sulle reti elettroniche, la Eff non fa alcuna distinzione fra aziende e individui. Mancanza di immaginazione, ingenuità oppure autocensura? Poco importa per le lobby industriali. La dichiarazione che tre di esse che finanziano la Eff rivolgono allo stesso G7, è priva di falsi pudori; "Le leggi di certi paesi relative alla protezione dei dati vietano o restringono la trasmissione d'informazioni personali oltre le frontiere. Tuttavia, a patto che siano stati predisposti i necessari limiti, le restrizioni in nome della tutela della vita privata non devono costituire un ostacolo al diritto degli affari (legitimate business) di svolgersi mediante gli strumenti elettronici sia all'interno che oltre le frontiere (7)". Il campo rimane quindi libero per un'offensiva ideologica volta ad attribuire alle aziende il fascino di una cittadinanza finora riservata alle persone. Del resto, di fronte a uno stato dalle mire liberticide, aziende e cittadini non condividono forse obbiettivi comuni? Di questo passo, si arriva a sfiorare un discorso anarco-liberale. E molte delle idee che fluttuano nello "spirito Internet" sono sufficientemente vaghe da essere perfettamente reversibili. La destra americana, che ha perfettamente capito, si dice sicura di cementarle. "Meno stato, più libertà", questa la parola d'ordine del Cato Institute, uno dei laboratori di idee (think tank) che alimentano la riflessione politica negli Stati uniti (8). Questo istituto di ricerca, che coniuga posizioni aperte sulle questioni sociali con un ultraliberalismo devastante sulle questioni economiche, naviga agevolmente nelle acque dello spirito Internet. Esso fa sua la rivendicazione della Eff di estendere il primo emendamento a tutti i mezzi di comunicazione, ma ricollocandolo nella prospettiva di una deregolamentazione totale. Quanto a garantire "l'accesso a tutti", la miopia di alcuni "internauti" lascia qui il posto a un discorso elaborato.

All'amministrazione democratica, che invoca la necessità di una regolamentazione volta a garantire un minimo di uguaglianza, il Cato Institute replica: "Il vice presidente Gore reclama un accesso garantito ai servizi, il che significa che i fornitori saranno costretti a offrire servizi gratuiti a certi clienti.

Nei fatti, gli individui hanno già un accesso garantito a qualunque servizio disponibile sul mercato, fin che essi pagano per ottenerlo (9)". Secondo il Cato Institute, converrebbe sostituire il diritto commerciale comune a tutte le disposizioni che regolano la comunicazione. Un'idea che è stata ripresa al volo da un altro think tank, la Progress and Freedom Foundation (Pff) vicina a Newton Gingrich, presidente della Camera dei rappresentanti che reclama lo scioglimento della Federal Communications Commission (un organismo che corrisponderebbe in Francia a una combinazione tra il Consiglio superiore dell'audiovisivo e la direzione generale delle poste e telecomunicazioni). "Un po' di materiale informatico e molta deregolamentazione": alle generazioni future non resterebbe che ispirarsi all'eroe del cyber-western celebrato dai teorici della Pff: "Il pirata informatico (hacker) ha ignorato tutte le pressioni sociali e violato tutte le regole per sviluppare competenze grazie al suo rapporto intenso e precoce con un'informatica onnipresente e a buon mercato (10)". Gli stessi autori ultraliberali definiscono le scuole delle "istituzioni di massa" ereditate da un'era industriale ormai superata. La glorificazione del pirata, "vitale per la crescita economica e la supremazia commerciale" non annuncia quindi un appello generale all'insubordinazione, bensì delle opzioni piuttosto preoccupanti di politica educativa.

In queste condizioni, dobbiamo spedire Internet al rogo? Questa domanda sembrerà fuori posto alle migliaia di utenti che difendono, su Internet e ovunque, le libertà democratiche quotidiane. Come riassume l'universitario Jon Wiener: "Internet rende disponibili immense risorse di informazioni su una scala che non ha precedenti. Agevola le comunicazioni dirette, e questo potrebbe rafforzare la democrazia. Ed è anche un piacere. Ma non è un nuovo mondo di libertà, sostanzialmente diverso dal nostro in termini di libertà di parola e di censura, di calunnia e di diffamazione, di gerarchia sociale e sessuale, per non parlare della pubblicità e del commercio [...]. La realtà virtuale non si è affrancata dai limiti della vita reale (11)". Possiamo dispiacerci che Internet sia lo specchio delle nostre società non egualitarie, deplorare che i dibattiti di questo fine secolo lascino la loro impronta sulle idee che li attraversano ben più che non viceversa. Ma possiamo anche rallegrarcene, perché l'immersione di Internet nel mondo reale significa che il corpo sociale ha presa su di esso.

 

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(1) Carlos Alberto Afonso, "Al servizio della società civile", e Roberto Bissio, "Ciberspazio e democrazia", le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1994.

 

(2) John Perry Barlow, "Howdy Neighbours", The Guardian, 25 luglio 1995.

 

(3) Si legga Andrew L. Shapiro, "Street Corners in Cyberspace", The Nation, New York, 3 luglio 1995.

 

(4) Christian Huitema, "Un Français à la tâte d'Internet", Internet Reporter, maggio 1995.

 

(5) Ibidem.

 

(6) Creata da J.P. Barlow e Mitch Kapor, cofondatore multimilionario della societa di sviluppo del software Lotus. Si legga Yves Eudes, "L'odissea dei pirati nella giungla Internet", le Monde diplomatique/Il manifesto, giugno 1995.

 

(7) Eurobit-ITT-Jeida, Global Information Infrastructure. Tripartite Preparatory Meeting, 26/27 gennaio 1995.

 

(8) Si legga Serge Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1995.

 

(9) The Cato Handbook for Congress, Cato Institute, Washington, 1995.

 

(10) Esther Dyson, George Gilder, George Keyworth e Alvin Toffler, The Cyberspace and the American Dream: A Magna Carta for the Knowledge, Progress for Freedom Foundation, Washington, 22 agosto 1994.

 

(11) Jon Wiener, "Free Speech on the Internet", The Nation, 13 giugno 1994.

 

(Traduzione di M.G.G.)

(Ndr: Ripreso nel novembre 1995 dal Manifesto)


Per saperne di più

http://members.tripod.com/~Corneliu/settembre6.htm


 

I siti

 

Sono incalcolabili i siti sul web che trattano di problematiche religiose, socio-politiche, geostrategiche, economico-finanziarie. Per quanto concerne il dibattito “interno” alla società statunitense e quello sul sostegno o meno alle scelte dell’Amministrazione di Bush junior, sono utili i siti di area “conservative”: Conservative HQ Richard Viguerie's political news & commentary site, Cybercast News Service CNSNews.com "The right news. Right now.", Pat Buchanan's group The American Cause. Da non trascurare quelli dei mass media: http://www.nationalreview.com/september11/sept11-index.asp, CNN All Politics, Washington Times The conservative daily newspaper in Washington D.C. http://www.washtimes.com/  - "Daybook" of news events in Washington D.C. at Washington Times: Scheduled news conferences, Congressional action, White House events, rallies, and more!, World Net Daily On-line conservative daily newspaper!,

http://www.chroniclesmagazine.org/  di Thomas J. Fleming animatore del Rockford Institute, la  Washington Post soprannominata dagli avversari "Pravda-on-the-Potomac".

Estremamente importanti quelli delle fondazioni, definite in inglese “think tank” (serbatoi di pensiero) che forniscono alla Presidenza ed alle istituzioni sia federali che degli stati e locali, consulenze, progetti, personale qualificato, analisi e tracciano scenari. La più vicina oggi all’Amministrazione repubblicana è la The Heritage Foundation www.heritage.org/  , ma anche la ben nota, sin dagli anni 1960 Rand Corporation http://www.rand.org/  (i suoi scienziati sono all’origine del progenitore militare di quello che poi sarà internet) benché con un approccio più “tecnologico-militare” che non politico-culturale; poche settimane fa un suo rapporto segreto sulle responsabilità saudite  nel sostegno agli islamisti ed a bin laden (arrivato alla stampa) ha rivelato che gli USA ormai non guardano in faccia più nessuno. Anche l’American Enterprise Institutehttp://www.theamericanenterprise.org/  è di area conservative; mentre la  Brookings Institution  http://www.brookings.org/dybdocroot/ e la Hoover Institutionhttp://www.hoover.org/, sono di impostazione liberal ; il J. T. Olin Institute -  http://www.wcfia.harvard.edu/olin/homepage.htm è famoso per esser quello in cui tiene i corsi Samuel Huntington. Ma vi sono numerosi ed influenti ambienti che criticano le decisioni di Bush jr e del suo staff pur non essendo “di sinistra” come il Cato Institute  http://www.cato.org/, Americans Against World Empire Opposing U.S. war with Iraq, Kosovo e AntiWar.com Committee Against U.S. Intervention, gruppi detti negli USA “Libertarian” (più o meno ultraliberali), che contrastano l’interventismo esterno e l’aumento del controllo statale. Due dei più forti elementi di disaccordo sono il progettato attacco all’Irak e la recente nascita, per la prima volta nella storia della nazione, di un “ministero degli Interni” (homeland security) che lederebbe le autonomie locali e limiterebbe i diritti del singolo cittadino: mentre la Heritage e la Rand sono impegnati direttamente in questi programmi, oltre alle tre sigle “libertarian” citate, anche elementi conservatori come quelli di Chronicles e di American Cause, avversano fortemente tali decisioni. Oltre a un sito che è una miniera di dati e commenti sulla politica internazionale,    www.stratfor.com/, va citato il più importante strumento disponibile in italiano per comprendere le questioni geopolitiche, la rivista Limes http://www.limesonline.com/  e la gemella “italo-cinese” in lingua inglese Heartland.

 

Articolo uscito su IL QUOTIDIANO della Calabria e Basilicata Speciale 11 settembre Dossier Pagina  VIII “ La storia”  Anno 8 n° 249   mercoledì  11  settembre  2002 con lo stesso titolo


 

Concetti strategici degli USA 

dalla fine della guerra fredda

 http://utenti.lycos.it/ArchivEurasia/concetti.html 

Da leader del Mondo Libero a potenza predatrice

 
Se il fondamento della politica estera degli Stati Uniti d'America nel periodo della guerra fredda era stato unico e in definitiva riducibile a tre semplici enunciati - "contenimento" (containment) dell'URSS, freno alla diffusione mondiale del "comunismo", promozione della crescita economica nel "mondo libero" sotto l'egida Americana - con la caduta del muro di Berlino si apre una fase caratterizzata da una pluralità di concezioni strategiche possibili. 
 Queste risultano appartenere a tre filoni principali, che gli strateghi statunitensi (tradizionalmente affezionati all'uso di espressioni-chiave) hanno definito come  internazionalismo trionfante, neo-isolazionismo o disimpegno e neo-interventismo selettivo

 1.
 E' nel campo dell'internazionalismo trionfante che si collocano le opzioni dottrinarie caratterizzate da un'istanza di continuità con la politica estera degli anni 1945-1989; una continuità che peraltro, almeno in alcune posizioni, è corretta dall'urgenza di "cogliere il momento favorevole", di avvantaggiarsi al massimo della posizione di unica superpotenza mondiale. 
 Un concetto chiave di questa corrente è quello celebre di nuovo ordine mondiale (New World Order), coniato dal presidente Bush nel 1990 in occasione della prima campagna di aggressione contro l'Irak e in seguito passato a definire il nuovo ruolo e le nuove "responsabilità" degli USA. Il concetto in sé non esprime novità sostanziali rispetto alla fase precedente: preoccupazione per la stabilità, mantenimento dello statu quo, riconoscimento della "leadership globale" degli USA. Più interessante è la riflessione sull'applicazione pratica del concetto, avvenuta con l'operazione Desert Storm e il suo proseguimento nel Golfo Persico. Affiora la giustificazione della guerra preventiva come strumento di preservazione dell'ordine mondiale, ma allo stesso tempo - con il divario evidente fra potenza militare dispiegata e risultati conseguiti in termini di condizioni per una pace duratura - una scissione fra potenza militare e responsabilità politica; scissione che secondo alcuni le successive scelte operate in Somalia e Bosnia confermerebbero. 
 Ma se i vertici politici mostrano tutta la loro carenza nel dare sostanza al concetto di nuovo ordine mondiale, i vertici militari suppliscono con entusiasmo. 
 Nel 1992 uno dei tanti "scoop pilotati" porta alla pubblicazione sulle pagine del New York Times di un rapporto "segreto" del Pentagono (Defense Planning Guidance, redatto sotto la direzione del sottosegretario alla Difesa per gli affari politici, Paul Wolfowitz) interpreta esplicitamente il nuovo ordine mondiale come volontà degli USA di mantenere il proprio status di superpotenza unica facendo leva soprattutto sulla potenza militare, da impiegarsi - se del caso - anche unilateralmente. La NATO, in questa prospettiva, è il veicolo degli interessi americani in Europa e il massimo garante della sicurezza europea. 
 E' un giornalista (Charles Krauthammer) a coniare il significativo concetto di momento unipolare per descrivere il carattere al tempo stesso assoluto e temporaneo della supremazia USA; fra due, tre decenni nuovi rivali potranno essere abbastanza forti per sfidarla. Ma unipolarità implica anche concentricità attorno ad un polo: quindi, al centro dell'ordine mondiale, una confederazione occidentale di cui il Gruppo dei Sette è una specie di prefigurazione), e al centro di questa gli USA. Cerchi concentrici dove la distanza dal centro si misura in perdita di sovranità. Obiettivo finale, la formazione di quel mercato comune mondiale preconizzato da Fukuyama nella sua Fine della storia. Ma l'obiettivo primo, e il primo compito da realizzare, è l'unificazione dell'Occidente economicamente avanzato. 
 Precursore in questa direzione era stato Robert Strausz- Hupé, che sin dal 1957 aveva agitato la necessità di unificare il mondo sotto la bandiera a stelle e strisce "nell'arco di una generazione" (!) e - campione del mondialismo ante litteram - bollato l'idea di Stato-nazione come un'odiosa invenzione ideologica francese e come "la forza più retrograda del XX secolo". Il sogno federalista mondiale di Strausz-Hupé (nel quale la NATO era il nucleo fondante) investiva gli USA del ruolo di "architetti di un impero senza imperialismo", con la cultura anglosassone a fare da tramite fra le culture antiche e la nuova cultura mondiale emergente. La miseria di tale concezione non le impedisce di continuare a fare adepti, fra cui Strobe Talbott, attuale numero due del Dipartimento di Stato di Clinton. 
 Joseph Nye sottolinea invece gli aspetti "morbidi" del pensiero internazionalista. Dopo la guerra del Golfo Persico, è chiaro che la potenza economica non ha mandato in soffitta la potenza militare. Gli USA sono al primo posto perché egemoni sul piano del hard power (potere di coercizione) come del soft power (potere di persuasione). Questo secondo aspetto rinvia agli istituti transnazionali nei quali gli USA devono assicurarsi il controllo in ultima istanza: il World Trade Organization (ex GATT), il FMI, il Trattato per la non-proliferazione nucleare, e via dicendo. In questo delirio di onnipotenza, il ruolo possibile dell’America è stato descritto come quello di "grande organizzatore" mondiale, paragonabile a quello svolto dalla Gran Bretagna nei secoli XVIII e XIX, all’Austria fra il 1812 e il 1818, al Papato nei secoli XII e XIII, fino all’Atene prima della guerra del Peloponneso. 
 Si arriva a rigurgiti "spengleriani" (con tante scuse a Oswald Spengler) nell’appello di Ben Wattenberg, direttore di Radio Free Europe, affinché il popolo Americano riconosca il suo "nuovo destino manifesto" (new manifest destiny) nel compito di promuovere nel mondo la "democrazia di tipo americano". Qui è la cultura ad assumere una funzione primaria, e gli USA dispongono delle migliori armi anche su questo terreno: il mondo dello spettacolo, i media, la lingua inglese, il turismo, l’istruzione universitaria (sic) e i sistemi informatici – senza dimenticare il business dell’entertainment. Insomma, Coca Cola, Bill Gates e Pamela Anderson al servizio del mondo unipolare a dominanza USA. 
 Altri non esitano a riciclare con disinvoltura termini oggigiorno messi al bando dall’ossessione puritana del politically correct. Il conservatore d’assalto Irving Kristol dalle pagine del Wall Street Journal (agosto 1997) celebra "il giorno non lontano .. in cui il popolo Americano prenderà coscienza di essere una nazionale imperiale… una grande potenza può essere insensibilmente condotta ad assumersi delle responsabilità senza esservisi esplicitamente impegnata". 

 2.
Ad una maggiore sobrietà è improntato – almeno in apparenza – il pensiero neo-isolazionista. I suoi esponenti riconoscono l’impossibilità per l’America di gestire efficacemente una politica estera internazionalista, economicamente e militarmente: lo vieta, fra l’altro, un bilancio della difesa che negli anni ’90 è prossimo a 300 miliardi di dollari annui, a fronte del gonfiarsi del debito interno, di un tasso di risparmio fra i più bassi del mondo, di un sistema dell’istruzione fallimentare (evviva la sincerità) e di una scarsa propensione a reinvestire capitali nella sfera della produzione invece che nella sfera finanziaria. 
 Isolazionismo non significa – né ha mai significato, nella storia degli USA – volontà di isolamento. E’ una dottrina politica che non preclude lo sviluppo crescente di relazioni economiche con l’esterno, esprimendo tuttavia un desiderio di disimpegno finalizzato, in ultima analisi, a non legare in alcun modo le mani all’azione politica Americana. 
 Tradizionale cavallo di battaglia del pensiero repubblicano, accentuato dalla sconfitta nel Vietnam, il neo-isolazionismo ha la sua tendenza "nazional-populista" in Patrick Buchanan. L’ex collaboratore di Nixon e Reagan auspica il totale ritiro delle forze USA dall’Europa e dall’Asia, ma senza disarmare. Il primato Americano deve essere mantenuto in mare, nell’aria e nello spazio; l’interventismo non viene escluso, a patto che non sia di terra (evidente la natura del compromesso raggiunto con Clinton in occasione dell’aggressione contro la Jugoslavia). 
 Questa specie di riedizione della "dottrina Monroe" è condivisa e radicalizzata da Ted Carpenter, direttore del Cato Institute. Carpenter si batte per una strategia indipendente, libera da impegni onerosi ed obsoleti; gli "interessi vitali" degli USA vanno rigorosamente definiti, l’interventismo a tutto campo va rigettato; i conflitti locali (Europa inclusa) non devono essere considerati una minaccia ai suddetti "interessi vitali".   "Quali sono gli interessi vitali dell’America?" si domanda Edwin Feulner, presidente della Heritage Foundation, ed elenca cinque punti: salvaguardare la sicurezza nazionale (territorio, confini, spazio aereo americani); prevenire la minaccia da parte di una potenza antagonista in Europa, nell’Estremo Oriente e nel Golfo Persico (il riferimento è rispettivamente a Russia, Corea del Nord, Iran e Irak); mantenere la capacità di accesso degli USA ai mercati esteri; proteggere gli Americani da "terrorismo e criminalità internazionale"; preservare la possibilità di accesso alle risorse strategiche. 
 Corollario della tesi di Carpenter è il giudizio netto sulle alleanze attuali e sulla NATO – un’eredità del passato di cui disfarsi. Il tutto in un contesto di "pessimismo della ragione": l’istante unipolare non durerà. 
 E’ ancora il Cato Institute, per voce di Barbara Conray, a negare che nel perseguimento della leadership politica e militare possa consistere il fondamento della politica estera Americana. Essere il "Gendarme del Mondo" presenta costi superiori ai benefici. 
 Attorno a questo assunto, un ampio ventaglio di posizioni non crede nella possibilità che l’egemonia USA sopravviva alla guerra fredda. Non nasceranno nuove superpotenze, anzi le crisi regionali condurranno ad una crescente frammentazione del potere. Gli USA devono quindi adoprarsi per "compartimentare" questa instabilità regionale, senza intervenirvi attivamente. I 40 anni della guerra fredda hanno conferito eccessiva preminenza alla politica estera, lamenta l’ex ambasciatore all’ONU Jeane Kirkpatrick: è ora che l’America affronti questioni di ordine inferiore. 
 Perché il potere oggi è essenzialmente economico, ed è su questo terreno che si svilupperà la vera competizione. L’opzione mondialista non avrà come premio un mondo costituito attorno ai valori americani. E la difficile situazione socioculturale dell’America rende urgente un profondo rinnovamento all’interno. 

 
3. 
 Agli "opposti estremismi" dell’internazionalismo e dell’isolazionismo si contrappone la corrente di pensiero favorevole ad un neo-internazionalismo pratico (practical internationalism, secondo l’espressione di Richard Gardner, attuale consigliere di Clinton). 
 Il concetto chiave che ispira buona parte dell’azione di politica estera dell’amministrazione Clinton è quello di sicurezza multilaterale (identificato con la figura del segretario di stato aggiunto per gli affari esteri Tarnoff). L'interpretazione stretta di questa dottrina vede gli USA limitare l'uso della forza ad un contesto multilaterale, salvo il caso in cui certi loro interessi vitali siano messi in gioco. A seguito delle critiche che hanno bersagliato l'amministrazione per il modo con il quale sono state trattate le crisi in Bosnia e in Somalia, Si è riscontrato uno spostamento a favore di un concetto allargato di sicurezza multilaterale, secondo il quale la multilateralità è un mezzo, non un fine, e l'azione unilaterale non va esclusa in assoluto. 
 Legato al concetto di sicurezza multilaterale è quello di indipendenza strategica. Se la dottrina del contenimento esprimeva la volontà di impedire in Eurasia il dominio di una potenza egemone, ora - restando fermo questo obiettivo strategico - l'America rinuncerebbe ad agire in prima persona e punterebbe a mantenere una situazione di equilibrio fra potenze a livello globale e a livello regionale; l'indipendenza strategica degli USA consisterebbe nel poter sfruttare la rivalità fra le altre potenze potendo beneficiare dei vantaggi geopolitici derivanti dall'insularità, dalla lontananza dal teatro dei conflitti, dalla superiorità militare e nucleare. 
 In questa riedizione della teoria dell'equilibrio delle forze, Henry Kissinger precisa che gli USA non potranno più fare fronte contemporaneamente a tutte le situazioni di crisi potenziale: si impone una selezione. Nell'interventismo selettivo di Kissinger, alcune crisi potranno esigere un intervento unilaterale dell'America, altre richiedere un'azione soltanto multilaterale, altre ancora non meritare alcun tipo di intervento militare. In questa prospettiva viene meno, in quanto irrealizzabile nel nuovo contesto mondiale, l'intento di costituire un ordine globale fondato sugli interessi Americani (la cosiddetta "Pax Americana"); il ruolo dell'America viene così a rassomigliare a quello dell'Inghilterra nel XIX secolo 

 Questa concezione viene ripresa e rafforzata dalla riflessione di Zbigniew Brzeszinski. Il concetto di impegno globale selettivo (global selective commitment) riassume per gli USA 
 • il possibile scollamento fra i propri interessi in politica estera e quelli dei tradizionali alleati 
 • il mantenimento del ruolo di principale polo di dissuasione nucleare 
 • il mantenimento di vantaggi militari (aviazione, marina) su alleati e non 
 • l'impegno selettivo e proporzionato in forme variabili di cooperazione su scala regionale (la NATO essendo l'esempio classico) 
 A questo indirizzo - che l'amministrazione Clinton ha fatto proprio - si coniuga quello di allargamento della "comunità liberale". 
 Alcuni autori di questa corrente di pensiero hanno apertamente candidato la supremazia economica al ruolo primario, ricacciando in secondo piano sicurezza e diffusione di valori (si pensi in proposito alla rapida riconversione della CIA - o per lo meno delle sue strutture "evidenti" - allo spionaggio economico). Alla bipolarità del mondo della guerra fredda si sostituirebbe una tripolarità - USA, Europa e Giappone - di superpotenze economiche. Una concezione funzionale all'urgenza di mantenere i mercati esteri aperti alla concorrenza e agli investimenti Americani. In questo contesto, la promozione di sistemi di leadership collettiva - collettiva, beninteso, ma rigidamente controllata dagli USA - diventa un obiettivo primario da promuovere; pena l'emergenza di blocchi regionali sempre più "chiusi" all'influenza del capitale a stelle e strisce. 

 Il segretario di stato Warren Christopher nel 1992 ha affermato che la "sicurezza economica" rappresenta l'obiettivo primario di politica estera dell'amministrazione Clinton. Il segretario di stato aggiunto Strobe Talbott nel 1994 ha parlato di "diplomazia per una competitività globale" - che cosa intenda con questa definizione, lo ha chiarito perfettamente lo stesso Strobe Talbott: stare in guardia affinché i nuovi raggruppamenti economici regionali non si pongano obiettivi contrastanti con i famosi interessi superiori degli Stati Uniti. L'Unione Europea - fra gli altri - è avvertita. 
 L’America come Big Corporation che deve sfruttare una temporanea posizione di forza sul mercato per plasmarlo e trasformarlo ai propri fini. E’ quanto suggerisce in The Reluctant Sheriff (1997) Richard Haas, maître à penser della Brookings Institution, ed ex consigliere di Bush: "Obiettivo della politica estera americana deve essere operare, con gli altri attori che condividono le stesse idee, a migliorare il funzionamento del mercato e a rafforzare il rispetto dele sue regole fondamentali. Con il consenso, se possibile, con la forza, se necessario". Non il Gendarme del Mondo, impegnato 24 ore su 24 a combattere i cento Imperi del Male, ma lo Sceriffo, che – quando la situazione rischia di divenire incontrollabile – raccoglie in fretta volontari e mercenari e parte alla volta di una spedizione punitiva. 
 Ci ricorda qualcosa? 

 4.
Abbiamo voluto dedicare un paragrafo a parte a Samuel Huntington. Il saggio dal titolo The Clash of Civilizations? - con tanto di punto interrogativo - apparve nel bimestrale Foreign Affairs nell'estate del 1993. L'approfondimento della questione - e la scomparsa del punto interrogativo - viene tre anni dopo con il volume The Clash of Civilizations and the New World Order. Il nucleo dell'argomentazione, rispetto al tema che qui ci interessa, è esposto all'inizio del settimo capitolo: 
 "L'ordine instaurato all'epoca della guerra fredda fu il prodotto del dominio delle due superpotenze sui rispettivi blocchi e dell'influenza da essi esercitata sul Terzo Mondo. Nel mondo emergente, il concetto di potenza globale è ormai obsoleto, il villaggio globale un sogno. Nessun Paese, neanche gli Stati Uniti, vanta significativi interessi di sicurezza su scala globale. Gli elementi costitutivi dell'ordine internazionale in un mondo più complesso ed eterogeneo quale quello odierno, vanno individuati all'interno delle singole civiltà e nelle interazioni fra queste. Il mondo sarà ordinato in base alle civiltà o non lo sarà affatto. Al suo interno, gli stati guida delle diverse civiltà prendono il posto delle superpotenze, si ergono a tutori dell'ordine all'interno delle rispettive civiltà e, tramite il negoziato con gli altri stati guida, nei rapporti fra esse. ... Uno stato guida può svolgere la sua funzione di tutore dell'ordine perché gli stati membri lo considerano culturalmente affine. ... Laddove sono presenti, gli stati guida rappresentano l'elemento cardine del nuovo ordine internazionale fondato sulle civiltà". 
 E qui il discorso ci riguarda da vicino. Qual è infatti la "nostra" civiltà secondo Huntington? 
 "Durante la guerra fredda gli Stati Uniti erano al centro di un ampio e variegato gruppo di Paesi accomunato dall'obiettivo di impedire l'ulteriore espansione dell'URSS. Questo gruppo, variamente denominato Mondo libero, Occidente o Alleati, comprendeva molte ma non tutte le società occidentali, Turchia, Grecia, Giappone, Corea, Filippine, Israele ... Con la fine della guerra fredda ... l'Occidente multiculturale della guerra fredda si riconfigura in un nuovo raggruppamento più o meno coincidente con la civiltà occidentale". 
 La violenza alla geopolitica operata da Huntington è strumentale all'azzeramento di ogni differenza fra il mondo anglosassone e la civiltà europea in un concetto di civiltà occidentale che assorbe la seconda nel primo. 
 Fin qui, l'esito dell'analisi è sconcertante, ma efficace sul piano della teorizzazione del ruolo egemone degli USA e dell'alleato britannico sull'Europa. 
 E' quando l'autore cerca di forzare la realtà nei suoi schemi che emergono le incongruenze più evidenti ma anche più interessanti. 
 Definiti i conflitti di faglia (fault-line conflicts) come "conflitti fra stati limitrofi appartenenti a gruppi di civiltà diverse che vivono in seno ad una stessa nazione" - in opposizione ai conflitti fra stati guida che coinvolgono gli stati principali delle diverse civiltà - Huntington passa ad esaminare in questa chiave i principali scontri degli anni '80 e '90. 
 Vediamo il caso di maggiore interesse. Qui - ricordiamolo, siamo nel 1996 - Huntington si riferisce alla guerra di Bosnia, ma l'argomentazione è perfettamente applicabile al conflitto del Kosovo. 
 In una guerra di faglia agirebbero attori di primo livello (nel caso bosniaco, i contendenti serbi e croati, oltre ai bosniaci stessi), di secondo livello (i governi delle tre popolazioni coinvolte), e di terzo livello, per lo più i rappresentanti delle rispettive civiltà- - in questo caso Germania, Austria, Vaticano, stati e gruppi cattolici europei al fianco della Croazia, Russia, Grecia e altri Paesi e gruppi ortodossi al fianco della Serbia, e - al fianco dei bosniaci - diversi stati Islamici e... gli Stati Uniti d'America! 
 Si tratta di una "parziale eccezione", ammette Huntington, di "un'anomalia", che potrebbe essere spiegata come un errore dell'amministrazione Clinton, troppo condiscendente verso le "forti pressioni dei suoi amici nel mondo musulmano". 
 Un'anomalia tanto poco anomala da ripetersi, come un perfetto copione, nel caso dell'aggressione angloamericana alla Jugoslavia che ha avuto come pretesto la questione del Kosovo. 
 Curiosamente, questa raffinata concezione teorica finisce per demolire gli stessi presupposti sui cui vorrebbe fondarsi... oppure? 
 Oppure, ancora una volta, c'è qualcosa che non si voleva ancora dichiarare apertamente - forse quella concezione di "Third American empire" avente i Balcani come territorio conteso, pubblicizzata da Michael Lind e Jacob Heilbrunn nel gennaio 1996 (Washington Post). Allora sì, diviene comprensibile come gli USA possano presentarsi come "attori di terzo livello" - o come padrini mafiosi, fuor di metafora - di uno "pseudo Islam" cui è affidato il ruolo di cuneo, a vietare la ricomposizione di un grande spazio europeo. 

 5.
  Due parole a mo' di conclusione. E' tempo di rimettere la realtà sui piedi. Come l'isolazionismo degli USA in politica estera non è mai esistito, riducendosi alla preferenza - nel periodo fra le due guerre - per i metodi indiretti basati sulla coercizione economica e sulla manipolazione diplomatica - e quindi è una finzione l'appello ad un supposto neo-isolazionismo - allo stesso modo l'urgenza di contrastare un declino che si annuncia irreversibile, sul piano politico, diplomatico, economico, militare, svuota di ogni contenuto di "disimpegno" l'interventismo pratico e selettivo: dietro la maschera dell'America garante della "sicurezza multilaterale" e degli equilibri regionali, sta l'organizzazione sistematica della destabilizzazione diplomatica, politica, finanziaria e militare a livello mondiale - a partire dal "cuore del mondo", dal continente eurasiatico. 
 Qui sta il significato storico della guerra di Jugoslavia. 
 Ma, se in ogni menzogna si nasconde un briciolo di verità, allora siamo debitori a Huntington di una lezione preziosa. In un mondo nel quale saranno sempre più le civiltà, nel loro reciproco rispettarsi, comprendersi e coesistere, a produrre senso, di fronte all'assenza di senso della globalizzazione, gli USA e i loro omologhi in terra d'Albione sono davvero un'anomalia che deve scomparire. 


“Carthago Delenda Est”
15.06.99 

Loic Wacquant, 

http://www.comune.bologna.it/iperbole/assminsto/Sche_2000wacquant.htm 

Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale

 

Milano, Feltrinelli, 2000, p. 143

    “Tolleranza zero” è lo slogan coniato dal sindaco di New York Rudolph Giuliani per sintetizzare il suo programma politico con cui ha governato per anni la metropoli statunitense. Lo slogan si è non solo diffuso man mano in tutti gli Stati Uniti, trovando applicazione anche a livello federale, ma ha anche attraversato l’Atlantico per approdare prima in Gran Bretagna, poi nell’Europa continentale (sullo stesso tema si veda anche il volume di A. De Giorgi, Zero Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo).
    Wacquant analizza l’estendersi dello “stato penale” in parallelo al declino dello “stato assistenziale”, leggendo la “tolleranza zero” come la risposta autoritaria alla crescente pauperizzazione provocata dal ridursi dell’intervento pubblico nella sfera economica. Gli stati, secondo Wacquant, hanno rinunciato all’integrazione delle classi subalterne perché troppo costosa, preferendo la criminalizzazione e la punizione dura dei comportamenti “devianti” come il traffico di droga (la maggior parte dei carcerati sono in prigione per reati inerenti allo spaccio di sostanze stupefacenti) ma anche come il vagabondaggio o l’accattonaggio.
    Wacquant ripercorre la nascita e la diffusione della strategia della “tolleranza zero”, preparata dai
think thank neoconservatori come l’American Entrepise Institute, il Cato Institute, la Foundation Heritage ed il Manhattan Institute. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta questi prepararono i programmi politici che Reagan e la Tatcher avrebbero fatto propri, programmi basati sul “meno stato” in campo economico, e paradossalmente sul “più stato” per sanzionare i comportamenti criminali. Il Manhattan Institute ebbe un ruolo chiave nel diffondere programmi conservatori in materia di sicurezza, tramite conferenze, convegni, agganci col mondo accademico. Il Manhattan Institute offrì trentamila dollari a Charles Murray, “un politologo disoccupato di reputazione mediocre” per scrivere un saggio sulla necessità di favorire le politiche repressive e di diminuire la spesa sociale perché “individuava nell’eccessiva generosità delle politiche di sostegno ai gruppi svantaggiati la causa dell’incremento della povertà negli Stati Uniti. In tal modo, infatti, si ricompensava l’inattività provocando la degenerazione morale delle classi popolari, in particolare le unioni “illegittime”, causa ultima di tutti i mali della società. Diretta conseguenza di tutto ciò sarebbe stata la violenza urbana”. Questo saggio fu poi lanciato con un grande battage pubblicitario e fu da quel momento che si articolò l’offensiva culturale neoconservatrice in materia di sicurezza.
    Già in quel saggio erano esposte le idee fondamentali della riscossa politica e culturale neoconservatrice: il darwinismo sociale, principio in base al quale lo stato non deve fornire aiuti pubblici per non favorire comportamenti parassitari, il ritorno ai valori familiari tradizionali ed il loro supposto abbandono come causa di disgregazione sociale, le norme penali per contenere ribellioni o comportamenti devianti delle classi povere, non più assistite dai programmi di intervento pubblico.
    Wacquant riassume la rivoluzione neoconservatrice degli ultimi venti anni nella formula “declino dello stato economico, diminuzione dello stato sociale e glorificazione dello stato penale”. Il preteso liberalismo neoconservatore vuole una società “libera, ossia liberale e non interventista “in alto”, in particolare in materia fiscale e per quanto riguarda l’uso della forza lavoro, intrusiva e intollerante “in basso”, cioè nei confronti dei comportamenti pubblici degli appartenenti alle classi subalterne presi nella morsa della disoccupazione e della precarietà da un lato, del declino della protezione sociale e dei servizi pubblici dall’altro”.
    Il ruolo attuale del sistema penale ricorda quello dell’Europa e degli Stati Uniti agli albori della rivoluzione industriale, quando “l’imprigionamento si presentava in primo luogo come un metodo di controllo delle popolazioni devianti e dipendenti”. L’autore si richiama esplicitamente ad una visione foucaultiana, nel senso di considerare le norme penali come norme di controllo sociale dei ceti marginali. Wacquant in questa direzione si spinge forse un po’ troppo in là, deplorando anche l’introduzione di norme più severe nei confronti di gravi infrazioni al codice della strada; pensando alla situazione italiana, caratterizzata da un notevole grado di inciviltà stradale, questo esempio non è certo opportuno. Questo probabilmente dipende dall’idea foucaultiana dell’impossibilità di definire il concetto di crimine e di devianza, pena la trasformazione della sociologia in una sorta di “morale laica” asservita ad interessi di potere. Ma, a parte questa accettazione in toto del pensiero foucaultiano fino alle sue più discutibili applicazioni, il libro è pregevole perché analizza la costruizione delle politiche di “tolleranza zero” mettendo in rapporto la “devianza criminale” con le forme di legittimazione del potere, applicando le più felici intuizioni foucaultiane dell’analisi della “microfisica del potere” e del disvelamento degli interessi (di legittimazione del potere, appunto) che stanno dietro ai luoghi comuni della “repressione della criminalità”.
    Secondo Wacquant, le normative penali e la repressione carceraria hanno un vero e proprio carattere classista: nelle carceri della California, per esempio, “sei “ospiti” su dieci sono neri o latinos; meno della metà al momento dell’arresto aveva un impiego a tempo pieno, mentre i due terzi proveniva da famiglie con reddito inferiore alla metà della soglia di povertà”. Addirittura, negli Stati Uniti, da una ricerca risulta che la condizione di disoccupato è addirittura più pregiudizievole di quella razziale, riguardo alla probabilità di finire in prigione.
    Il basso tasso di criminalità e di carcerazione dei paesi che non hanno ancora completamente ceduto alla politica della “tolleranza zero”, come i paesi scandinavi, l’Austria e la Germania, si spiegherebbe invece con la solidità dello stato sociale di quei paesi, ancora non troppo intaccato dalle politiche neoliberiste.
    Il libro smentisce, citando numerose ricerche, tutte le tesi dei sostenitori della “tolleranza zero”: non è mai stato rilevato alcun nesso tra politiche repressive e diminuzione del tasso di criminalità. La “tolleranza zero” si risolverebbe perciò non in un rimedio al problema della criminalità, ma in una ben precisa politica di gestione dei conflitti sociali e di legittimazione del potere.

 Fabrizio Billi


 

Le idee hanno un peso

di Roberto Bosio

http://digilander.libero.it/giovaniemissione/appideepeso.htm 

Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si  incontrarono nel villaggio svizzero di Mont Pelerin, vicino a Montreux. Il momento per loro era grave "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo", perché la libertà veniva minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata". 

Da allora molte cose sono cambiate, perché i neo-liberali hanno compreso la lezione di  Gramsci sull’egemonia culturale: se occupate la testa delle persone, i loro cuori e le loro mani li seguiranno. E così, partendo da un nucleo all’Università di Chicago, formato dal filosofo economista Friedrich von Hayek e dai suoi studenti – come Milton Friedman -, i neo-liberali hanno creato una rete internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, che ha costruito un efficiente quadro ideologico, che si è imposto in tutto il mondo. Non importa quanti milioni di dollari hanno  speso, perché il risultato ottenuto è straordinario: il sistema neo-liberale è diventato la condizione naturale e normale dell’umanità, anche se provoca enormi disastri. Queste che vi presentiamo sono solo alcune armi del loro arsenale.

La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è nata nel 1919 - grazie all’opera del futuro presidente USA Herbert Hoover -, nell'università di Stanford. Ha pubblicato rapporti sulle rivoluzioni russa e cinese, e  annuari sugli affari comunisti. Ha un budget annuo di circa 17 milioni di dollari, utilizzato anche per finanziare i lavori di Edward Teller – che avrebbe ispirato il personaggio del Dottor Stranamore -, e di celebri economisti liberali come George Stigler e Milton Friedman. 

L'American Enterprise Institute è stata creata nel 1943, e opera gomito a gomito con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Ha alle sue dipendenze un centinaio di persone, la metà dei quali esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti, contenenti analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, supera i 10 milioni di dollari, ma è in calo - come l’influenza che esercita. 
La Heritage Foundation è la più nota, perché legata alla figura di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti.

Infine citiamo il Cato Institute, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato da William Casey – poi direttore della Cia -, che si caratterizzano per le critiche ai programmi governativi di ridistribuzione dei redditi, e raccomandano in ogni occasione il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali.

In Inghilterra, bisogna ricordare il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, e soprattutto l’Adam Smith Institute – che ha sede a Londra -: secondo Brandon Martin, esperto in materia,  "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione (…) per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".

Da molti anni, centinaia di milioni di dollari sono stati spesi per divulgare l'ideologia neoliberale. Da dove vengono tutti questi soldi? Negli anni Cinquanta ha avuto un ruolo centrale il William Volker Found, salvando  riviste traballanti, e finanziando numerosi libri e colloqui in varie università americane. In seguito, numerose fondazioni di ricche famiglie americane hanno contribuito alla causa: la Fondazione Ford, la Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994), che ha finanziato tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni. Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti  hanno ricevuto diverse decine di milioni di dollari, mentre le sole quattro riviste progressiste americane a diffusione nazionale, hanno beneficiato  negli stessi anni, di contributi per 269.000 dollari. 

Grandi e antichi patrimoni industriali americani, - solo per fare qualche nome la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) - finanziano le cattedre di diritto e economia nei migliori atenei degli USA, come Harvard, Yale, Stanford, e ovviamente Chicago. Il “generoso” donatore, che offre montagne di soldi, può condizionare le nomine dei professori, e indirizzare la ricerca.

Il denaro permette di inventarsi i dibattiti di sana pianta. Nel 1988, Allan Bloom, direttore del centro per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago – creato con diverse decine di milioni di dollari dalla Olin – organizza una conferenza. L'oratore proclama la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest – che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin. Il direttore di questa rivista è un altro neoliberale, Irving Bristol – che riceve altri soldi dalla Olin come professore alla Business School della New York University. Un altro intellettuale di destra, Samuel Huntington – che dirige guarda caso l'istituto di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari -, vine chiamato a "commentare" questo intervento nello stesso numero della rivista. Questo “dibattito” viene infine ripreso dalle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Così il cerchio ideologico si chiude.  Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle

  Breve storia di due brillanti allievi della dottrina neo-liberale: gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Ovvero vent’anni di opportunità per le élite economiche 

  Nel 1979, Margareth Thatcher diventa primo ministro. Il valore centrale della sua dottrina – e del neo-liberalismo – è la nozione di concorrenza: tra Paesi, regioni, imprese e naturalmente individui. La concorrenza è un valore centrale perché separa il montone dagli agnelli, gli uomini dai ragazzi, gli adatti dai non adatti. La concorrenza è sempre una virtù, i suoi risultati non possono essere un male. Secondo la Thatcher “Il nostro lavoro è di vantare le disuguaglianze, e di fare in modo che i talenti e le competenze possano esprimersi, per il beneficio di tutti”. In altri termini, non inquietatevi per quelli che potranno restare al palo nella battaglia della concorrenza, le persone non sono uguali per natura, ma questo è un bene perché i contributi dei più forti, porteranno vantaggi a tutti. La storia però, ci dice esattamente il contrario. Nell’Inghilterra ante Thatcher, circa una persona su dieci era sotto la soglia della povertà, vent’anni dopo una persona su quattro, e un bambino su tre è ufficialmente povero. Si tratta di persone che non possono riscaldare la loro casa in inverno, che devono mettere delle monete nel contatore per avere elettricità o acqua, che non hanno un indumento caldo o impermeabile, …[2]

Per capire le “riforme fiscali” del duo Thatcher-Major (il premier conservatore venuto dopo la Dama di ferro) bastano poche cifre: durante gli anni Ottanta, l’1% dei contribuenti riceveva il 29% di tutti i benefici dovuti alle diminuzioni d’imposte. Un single che guadagnava la metà del salario medio un aumento delle imposte pari al 7%, quando un single che guadagnava 10 volte il salario medio, otteneva riduzioni del 21%. Il settore pubblico viene brutalmente ridotto, privatizzando tutto il possibile, perché non obbedisce alla legge del mercato. I neoliberali considerano che tutto ciò che è pubblico è per definizione “inefficiente”. Il governo della Thatcher ha utilizzato il denaro dei contribuenti per cancellare i debiti e ricapitalizzare le imprese prima di metterle sul mercato – i servizi di erogazione dell’acqua hanno ricevuto 5 miliardi di sterline per coprire i debiti, più altri 1,6 miliardi per rendere il matrimonio più attraente per gli acquirenti potenziali. Eppure la maggior parte del settore pubblico in Inghilterra era redditizia: nel 1984, le imprese pubbliche hanno contribuito con più di 7 miliardi di sterline al bilancio del Tesoro – che poteva redistribuirli per colmare le differenze sociali –. Tutto questo denario va ora nelle mani di azionisti privati. I servizi delle relazioni pubbliche hanno molto insistito sul potere dei piccoli azionisti in queste compagnie, in effetti 9 milioni di inglesi hanno acquistato delle azioni, ma la metà ha investito meno di 1000 sterline, e la maggior parte ha venduto quasi subito, non appena ha potuto incassare qualche guadagno. Gli impiegati di British Telecom hanno acquistato solamente l’1% delle azioni, quelli di British Aerospace l’1,3%, ecc. In Gran Bretagna – come nel resto del mondo, la stragrande maggioranza delle azioni di società privatizzate sono oggi nelle mani di istituzioni finanziarie e dei grandi investitori. Il fine della privatizzazione è stato semplicemente il trasferimento di ricchezze dalle tasche dello Stato a mani private. Kevin Phillips, un analista repubblicano, ex-consigliere del Presidente Nixon, ha pubblicato nel 1990 un libro dal titolo "The Politics of Rich and Poor", nel quale esaminava l’effetto sulla ripartizione dei redditi della politica di Reagan, elaborata in gran parte dai conservatori della Fondazione Héritage. Durante gli anni Ottanta l’1% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare il proprio reddito familiare medio del 50%. Il loro reddito pro-capite è passato da un confortevole valore di 270.000 $, a uno, decisamente inebriante, di  405.000 $. Per ciò che riguarda gli altri: il 10% più povero ha toccato il fondo, perdendo il 15% di redditi già magri; da una media già molto bassa di 4.113 $ annuale, sono scesi ad un livello inumano di 3.504 $. Nel 1977, l’1% più ricco delle famiglie americane aveva un reddito medio 65 volte maggiore del 10% più povero. Dieci anni dopo, il rapporto era diventato di 115 a 1. Non c’è niente di misterioso in queste tendenze. Le politiche sono fatte specificatamente per fornire a quelli che sono già ricchi ancora di più, diminuendo le imposte e i salari. La giustificazione teorica e ideologica di queste misure, è che redditi più elevati per i ricchi e profitti più elevati portano maggiori investimenti, una migliore ripartizione delle risorse, e quindi più impieghi e benessere per ognuno. In realtà, in modo perfettamente prevedibile, il movimento di denaro verso la parte alta della scala sociale genera bolle speculative, una ricchezza cartacea, e l’aumento delle crisi finanziarie di grandi dimensioni (come è avvenuto in Asia, Russia, e America Latina). Se i redditi sono ridistribuiti verso la massa dei meno abbienti, saranno invece utilizzati per il consumo e quindi porteranno benefici all’impiego[3].
  Quale modello di sviluppo abbiamo? Qualche anno fa, Lawrence Summers, già capo-economista della Banca mondiale e oggi segretario – cioè ministro - del Tesoro degli Stati uniti, affermava che “Non ci sono limiti alla capacità di portata in un futuro prevedibile; non c'è un rischio di apocalisse a causa del riscaldamento del clima o di altri fattori ecologici. Se mettiamo un limite alla crescita economica, pensando che esistano limiti naturali, faremmo un tremendo errore che costerebbe un patrimonio in termini di costi sociali”. L'assenza della natura nel modello dominante di sviluppo è impressionante, e trova il suo fondamento nell’illusione che la natura sia illimitata: un ammasso infinito di materie prime da utilizzare per favorire la crescita economica. In questo vuoto ecologico, non solo è possibile ma auspicabile  trasformare il mondo a immagine di Los Angeles. Operando così, sono andati persi 1/3 dei terreni coltivabili della terra e delle foreste tropicali, 1/4 delle risorse idriche disponibili e del patrimonio ittico… e non s’intravede un’inversione di tendenza[4]. In biologia, la nozione di sviluppo porta un senso di potenza, di forza, è un processo dinamico che si compie secondo la natura di ogni organismo, ma non è senza fine. Un organismo biologico che crescesse senza fine sarebbe mostruoso, e destinato a morte sicura. La coscienza comune della gente, dei cittadini, percepisce questa dimensione ecologica, mentre i maestri che impongono la loro legge, non hanno ancora  accettato questa dimensione. Ci troviamo in pieno modello non di sviluppo ma di autodistruzione; siamo entrati nel paradosso dove la crescita è un articolo di fede, che si accompagna ad una crescente indisponibilità delle condizioni vitali per realizzarla; lo sviluppo divora se stesso. Questo modello ha orrore anche della diversità naturale. Il biologista E.O. Wilson stima che perdiamo forse più di 250 specie viventi al giorno, cioè undici all’ora; a questo ritmo avremo perduto il 20% di tutte le specie fra venti a quarant'anni. Stiamo perdendo in qualche decennio milioni di anni di storia della vita sulla terra: è un vero e proprio ecocidio. Come scrive l'antropologo italiano Fabrizio Sabelli “Come il genocidio rappresenta, in un certo qual senso, la dottrina di base della criminalità nazista, è lecito sostenere che l'ecocidio si possa analogamente configurare se non come una dottrina, di certo come una pratica di base della criminalità ambientale dei centri del potere economico neo-liberale; una pratica senza dubbio non arbitraria e neppure eccezionale, ma in qualche modo programmata e sistematica, legittimata da dottrine economiche che poche persone osano, oggigiorno, contestare”[5].

 

[1]
Cf. George S., Fondi e Fondazioni. Come il pensiero diventa unico, in “Le Monde diplomatique”,  Edizione italiana, settembre 1996; George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “'Economic Sovereignity in a  Globalising World”,
 Bangkok, 24-26 Marzo 1999, scaricato dal sito
http://www.tni.org/george
 

[2] Questi esempi provengono dal rapporto 1996 del British Child Poverty Action Group.

 

[3] George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “Economic Sovereignty  in  a Globalising World”,   Bangkok, 24-26 marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/

[4] Bologna G., Italia capace di futuro, Emi, Bologna, 2000, p. 10 

[5] Per quanto contenuto nel paragrafo (eccetto dove è indicato diversamente) Cf. George S., Lezione di chiusura al Corso dell’UNICEF Italia, La Sapienza, Roma, 5 maggio 1994, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/ .


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