FISICA/MENTE

 

 

FREE CONGRESS FOUNDATION

Fondata nel 1977 da Paul M. Weyrich. Ha per motto:

"La nostra è una guerra culturale. L'America torni alla cultura che l'ha fatta grande, la nostra cultura giudaico-cristiana e occidentale"

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Ideazione.com

Speciale attacco all'occidente

http://www.ideazione.com/settimanale/numeri_speciali/speciale_USA/kopel.htm 

E ora?


di David B. Kopel



Ora, l'Arabia Saudita dovrà dimostrare se merita di essere considerata un alleato degli Stati Uniti. Gli Usa l'avevano difesa dopo l'invasione irachena del Kuwait. Gli Usa avevano perfino acconsentito alla sua richiesta di vietare ai soldati americani di esercitare la loro libertà di religione, quando erano sul suolo arabo per difendere l'Arabia stessa da Saddam Hussein. Ora l'Arabia Saudita userà la propria immensa influenza sui talebani, per far sì che Osama bin Laden e le sue truppe siano consegnati immediatamente agli americani? Se gli arabi non ci sosterranno nel momento del nostro massimo bisogno, essi non sono nostri alleati.

Coloro che chiedono di aumentare il budget della Cia, dovrebbero svelare a quanto esso ammonti attualmente, e perché sia inadeguato. In realtà, il bilancio della Cia è completamente segreto. E' pur vero che vi sono buone ragioni per tenere segreti i singoli capitoli di spesa, ma la giustificazione per la segretezza dell'intero budget è debolissima. In Canada, in Gran Bretagna e perfino in Israele le spese complessive per l'intelligence sono pubbliche.

La Costituzione prevede che: "Periodicamente sarà pubblicato un regolare rendiconto delle entrate e delle uscite di tutto il denaro pubblico". Non ci sono eccezioni. Durante la Seconda guerra mondiale, il presidente aveva rispettato la Carta, rendendo pubblico il bilancio dell'Ufficio per i servizi strategici, il predecessore della Cia. Gli ex direttori della Cia Turner, Gates e Deutch, come l'unanimità dei membri della Commissione Brown-Aspin del 1996, riconoscono che non vi è alcun rischio per la sicurezza nazionale nel rivelare il budget complessivo della Cia.

La Cia, che ha già perso due miliardi di dollari spendendoli nelle attività sbagliate, è in grave deficit. Forse, quello di cui essa ha bisogno non sono più soldi, ma una leadership migliore. Come i viscidi avvocati che si radunano sulla scena dello scontro, così sicuramente i fautori del governo illimitato faranno a gara per mostrare come gli atti di guerra di martedì 11 settembre rendano necessario conferire maggiori poteri a un governo intrusivo e incostituzionale. Invece di ammettere che le misure restrittive sui viaggiatori onesti, messe in atto dopo il disastro del Twa Flight 800, non sono state in grado di proteggerci, essi chiederanno altre delle medesime non-soluzioni fallimentari.

Dovremmo ricordarci che, come negli anni dopo Pearl Harbor, non sempre chiedere che il governo abbia più potere ci renderà più sicuri, e talvolta peggiorerà le cose. L'imprigionamento dei cittadini americani di origine giapponese; i controlli sui prezzi e sui salari; e i controlli "di emergenza" sugli affitti a New York City (che sono tuttora in vigore) sono solo alcuni esempi di come la libertà e la forza americana siano state ferite dalla distruttiva espansione del governo. La prima fonte della nostra forza è la nostra libertà e la società aperta. Gli Stati Uniti hanno già l'esercito più potente del mondo. Non abbiamo bisogno di digrignare i simbolici denti, denti di nuove leggi, ma della volontà di usare il nostro attuale potere di guerra. Paul Weyrich, leader della Free Congress Foundation(*), correttamente scrive: "La verità è che se noi continueremo a indebolire la nostra Costituzione, i terroristi avranno ottenuto la più grande vittoria immaginabile. Il loro trionfo non sarà solo nelle migliaia di persone che hanno ucciso, ma anche nel crollo delle nostre istituzioni democratiche. Se il presidente Bush riuscirà a mantenere una condotta responsabile dove noi forniremo la giusta risposta a coloro che hanno perpetrato questi indicibili crimini, e al tempo stesso saprà difendere le nostre libertà indisponibili, egli passerà alla storia come il più grande presidente dell'epoca moderna".

Per impedire aggressioni future, gli autori delle atrocità di martedì devono essere completamente distrutti, anche se questo significa infrangere la sovranità territoriale delle nazioni che li ospitano. Offendere l'opinione del mondo non deve essere una preoccupazione per noi. Non è stato Le Monde ad attaccarci, quindi se Le Monde o The Guardian apprezzino la risposta americana è molto meno importante del fatto che ogni terrorista sulla faccia della terra deve capire che un attacco all'America sarà una sentenza di morte per se stesso e la propria intera organizzazione. Come dimostra il fallimento del tentativo di eliminare le armi dalle scuole, l'ostracismo verso le armi legalmente detenute semplicemente fornisce un incentivo ai malfattori, garantendo loro che nessuno potrà opporsi alla loro volontà. E' scandaloso che qualche dirottatore armato di coltello sia stato in grado di tenere in ostaggio un gran numero di passeggeri. Come primo passo per rendere gli aerei commerciali più pericolosi per i dirottatori, i piloti dovrebbero essere muniti di pistole. Lo storico Clayton Cramer domanda: "Se non vi fidate di un pilota armato di pistola, perché vi fidate di lui quando è al comando del velivolo?".

L'addestramento necessario a sparare a un aggressore a distanza molto ravvicinata può essere svolto in un fine settimana. Dovrebbero essere scelte pistole e munizioni che abbiano una elevata frangibilità e un basso potere penetrante - cioè un basso rischio che la pallottola penetri le pareti d'acciaio dell'aereo, o trapassi un dirottatore e colpisca un passeggero. In ogni caso, i rischi che un dirottatore si trovi di fronte a un tentativo di resistenza sono molto inferiori ai rischi che egli riesca a farla franca. Per la stessa ragione, dovrebbe essere permesso ai funzionari di volo che lo desiderino di portare armi nascoste. E i passeggeri? Quarant'anni fa, gli sportivi tenevano abitualmente i loro fucili nel vano sopra la testa. Quali che siano i benefici prodotti negli ultimi trent'anni dalle leggi che vietano ai passeggeri di portare le loro armi legalmente possedute in volo, essi sono stati ampiamente sorpassati dalle morti di un solo giorno, che sono il risultato dell'aver trasformato gli aerei in zone tranquille per i terroristi.

E, lettori, se mai doveste trovarvi su un aereo dirottato, ricordate che è meglio per voi morire da eroi, dopo aver guidato gli altri passeggeri contro i dirottatori, che permettere passivamente che il vostro aereo sia usato per distruggere migliaia di altri innocenti. Dagli anni '70 fino a non molto tempo fa, era comune buonsenso dei terroristi di tutto il mondo evitare di agire negli Stati Uniti, perché sapevano che questo avrebbe portato alla distruzione dei loro centri di addestramento e di loro stessi. Gli atti di martedì mostrano che tale deterrente non è più credibile. Che tipo di risposte hanno fornito gli Stati Uniti al terrorismo? Bombardare una fabbrica di aspirina in Sudan per distrarre l'attenzione pubblica dal Dna sul vestito di Monica Lewinsky? Un solo raid su Tripoli durante l'amministrazione Reagan, che non ha neppure ucciso Gheddafi? Gli uomini che dirottano aerei possono anche avere il coraggio dell'inferno dei piloti kamikaze, ma i loro codardi padroni no. Quando i capi terroristi e i loro ospiti impareranno che un attacco all'America è la garanzia della loro morte, allora finirà la guerra contro gli Stati Uniti d'America. 

14 settembre 2001

da National Review on line

(traduzione dall'inglese di Carlo Stagnaro)

(*) [questa nota è di Roberto Renzetti]Fondata nel 1977 da Paul M. Weyrich. Ha per motto: "La nostra è una guerra culturale. L'America torni alla cultura che l'ha fatta grande, la nostra cultura giudaico-cristiana e occidentale". Per leggere lo schifo di tale fondazione, basta dare un'occhiata al discorso di Charlton Heston, vicepresidente dell'associazione americana delle armi, alla Fondazione nel suo ventesimo anniversario (lo trovate qui, in inglese: http://www.vpc.org/nrainfo/speech.html).


 

http://utenti.lycos.it/Corneliu/qualunque.htm 

Il "qualunquismo" statunitense è di destra

  

Nel 1976, il sociologo nordamericano Donald I. Warren pubblicava un volume importante sulle nuove tendenze del ceto medio americano e sulla sua reazione politica a quello che comunemente viene definito Establishment. In The Radical Center: Middle Americans and the Politics of Alienation, Warren individuava i segni crescenti di un malcontento che andava diffondendosi presso una fascia di popolazione compresa fra i trenta e i sessant’anni, numericamente quasi doppia negli Stati del Sud rispetto a quelli del centro-nord, composta soprattutto di cittadini di origine nordeuropea (ma molti erano i discendenti degli italiani), e composta più di cattolici e di ebrei che non di protestanti laddove fra questi ultimi spiccavano comunque i mormoni e i battisti. Il reddito medio familiare veniva stimato fra i 3 e i 13mila dollari annui e l’estrazione sociale era spesso quella dell’operaio specializzato o semispecializzato con un’istruzione maturata nella scuola secondaria e raramente completata con il college.

Warren lì definì MAR, "Middle American Radical", e nel 1982, con un saggio intitolato Message from MARs, il politologo Samuel T. Francis trasformò la sigla in uno messaggio diretto: il ceto medio statunitense esprime profonda insoddisfazione e si scaglia contro il "Leviatano federale" dei burocrati di Washington, emissari locali compresi. Storia, insomma, di una ribellione morale e politica di ampi strati della società civile contro un governo percepito come unicamente teso a favorire il grande, grandissimo capitale e — contemporaneamente e senza soluzione di continuità — destinato ad affogare nella palude dell’assistenzialismo più deresponsabilizzante, penalizzante e scialacquatore.

Sebbene i MAR abbiano rappresentato uno stato d’animo generalizzato più che un vero e proprio movimento politico organizzato e strutturato, a partire dalla metà degli anni Settanta la loro crescente visibilità sociale e politica è sostanzialmente coincisa con l’insorgere di quella che il sociologo Kevin Phillips ha battezzato "New Right". Ovvero, quella "nuova famiglia" della Destra americana (con la "Nuova Destra" francese e italiana essa ha in comune solo il nome) configuratasi come raggruppamento spesso eterogeneo di sodalizi, associazioni, periodici, piccole fondazioni e singoli attivisti che ha svolto un’importante ruolo alla vigilia e in occasione della prima elezione di Ronald W. Reagan alla Casa Bianca. Secondo alcuni la New Right si allontanava dalla filosofia dei grandi pensatori conservatori degli anni Cinquanta e Sessanta, ma per altri essa ha solo cercato di riformularne il messaggio culturale in una nuova dimensione di attivismo politico. La "Nuova Destra" statunitense è stata "populista" e anticomunista; alfiere della famiglia tradizionale e recisamente contraria all’aborto; spesso sovrapponibile alla cosiddetta "Destra cristiana" dei vari Jerry Falwell (leader della Moral Majority), ma pure portatrice di una forte componente cattolica di sensibilità tradizionalista; sospettosissima delle élite finanziarie e degli oligopoli economico-industriali (la nota Trilateral Commission ne è divenuta il bersaglio eccellente) nonché favorevole alla diffusione massima della proprietà privata in un’ottica di riscossa dello "Small Business" e dello Stato limitato. L’hanno rappresentata piuttosto bene periodici come il Conservative Digest e The New Right Report, nonché opere come il programmatico The New Right: We’re Ready To Lead (1980), introdotto da Falwell e scritto da Richard A. Viguerie (il "fondatore" del movimento), ma soprattutto il più filosofico The New Right Papers (1982), una raccolta di saggi (qui compare quello di Francis già citato) che rappresenta il raccordo fra "Old Right" conservatrice del dopoguerra e "Nuova Destra". Tradizione e libertà, patriottismo, disgusto per il progressismo inaugurato dalla "dittatura" rooseveltiana degli anni Trenta che, favorevole solo al "Big Business", al "Big Labor" e al "Big Government", ha sancito il dominio delle grandi Corporation, dei cartelli delle "grandi famiglie" e dello statalismo; ha promosso una spesa pubblica ingente, l’elevata imposizione fiscale e lo strapotere dei sindacati; ha permesso lo stravolgimento della Costituzione federale, nonché il decadimento dell’istruzione e della cultura, strette in una spirale di generale involuzione del paese: fra anni Settanta e Ottanta, la New Right ha insomma espresso il ceto medio americano.

Tramontata, per mille ragioni, quest’esperienza — o trasformatasi in altre realtà, ivi compreso il "tradimento" di molti suoi esponenti passati dalla critica dell’Establishment all’adesione a esso —, il mondo dei MAR è invece sopravvissuto, pur modificato, fino ai giorni nostri. Soprattutto ne sono sopravvissute (o si sono acuite) le preoccupazioni, i timori, le aspettative: il "messaggio da Marte", cioè, si è fatto ancora più cogente.

Gli Stati Uniti d’America di oggi sono una nazione dove la disaffezione al voto (a parte certe sue profonde ragioni storiche) testimonia un malcontento diffuso, un’insoddisfazione generalizzata che in momenti della storia nazionale come quello clintoniano attuale riconosce un nemico certo nel progressismo della sinistra, ma che pure non si sente rappresentato dalla "destra ufficiale" (sempre che di Destra si tratti) del Partito Repubblicano. Infatti, se un certo favore popolare si rivolge a questo partito nel momento in cui esso indossa le tematiche care alla società civile — come con il Contract with America che nel 1994 ha portato Newt Gingrich e i "nuovi Repubblicani" alla conquista del Congresso dopo decenni di minoranza —, è altrettanto vero, traumaticamente vero, che il ceto medio americano si mostra sfiduciato quando gli stessi Repubblicani dimenticano i patti con i propri costituenti (Gingrich era ieri l’enfant prodige della New Right, oggi, conquistato dall’Establishment, la bête noire dei MAR).

La protesta dell’ "uomo qualunque" statunitense è vasta, profonda, decisa; è di destra perché percepisce come distintamente di sinistra le pratiche e le filosofie liberticide di chi ha fatto dell’arte del governo solo un servizio al proprio tornaconto, ivi compresi quegli esponenti di una "destra di facciata" che in realtà non differiscono affatto dai sedicenti socialdemocratici e dai liberal. "Mind You Own Business" è la divisa di questo vasto movimento di opinione composto di famiglie, di associazioni di genitori, di lavoratori, di contribuenti, di piccoli industriali, di artigiani: e non si tratta di un microcefalico egoismo "da bottegaio" all’insegna del mors tua vita mea o del "tanto peggio per gli altri". La devozione al "proprio orticello" è, secondo Edmund Burke "maestro" dei conservatori, l’origine dell’impegno civile; l’attaccamento alla "piccola squadra a cui si appartiene nella società", a iniziare dalla famiglia, è l’origine dell’affezione alla res publica in una dinamica (per dirla con Gustave Thibon) di "ritorno al reale" anti-ideologico per nulla gretto.

La filosofia del movimento è infatti quella dell’attenzione alle problematiche della vita concreta gestita secondo criteri di libertà altrettanto concreti, che nulla hanno a che spartire con i proclami giacobini e neogiacobini di Liberté astratta sempre marcata poi da un’eterogenesi dei fini che instaura dispotismi (anche in doppiopetto blu) insopportabili e soffocanti. La famiglia, come diceva qualcuno nell’Ottocento americano, è il castello in cui si fa quadrato per resistere ai nemici. Gli acri di terra posseduti (il ranch, la farm, oggi il giardinetto che non manca praticamente attorno a nessuna abitazione della "Smalltown America", o la piccola e media impresa) sono il frutto della lotta per la civiltà che sottrae spazi alla condizione brada.

Una geografia completa dell’ "uomo qualunque" nordamericano occuperebbe certamente un intero volume, forse anche due o tre. Eppure da una prima panoramica si deve pur partire. Piccole comunità, gruppi, organizzazioni, pubblicazioni (spesso locali), i "terzi partiti" e i loro capitoli o i loro affiliati regionali e provinciali, ma soprattutto privati uniti o raccordati spesso in maniera assai fluttuante costituiscono la morfologia di un movimento di opinione tanto diffuso, quanto difficilmente catalogabile univocamente. L’immagine che meglio di altre lo può rendere è quella del network, della rete. Peraltro, il Web, la rete informatica, ne è oggi uno dei veicoli privilegiati, grazie alla sua alta fruibilità e al suo vasto utilizzo. La navigazione dello spazio virtuale svela realtà sempre nuove e sempre in trasformazione (benché si tratti di modificazioni all’interno di un contesto dato che permane nel tempo con caratteristiche culturali precise) e si pone come strumento privilegiato di libera connessione fra esponenti e protagonisti di un mondo poco ufficiale, ma vivacissimo (ne offre un assaggio Andrea Mancia in Cyberpolitics. Guida ai siti politici su Internet, Ideazione, Roma 1998). È facile ricevere tonnellate di materiale, di documenti, di informazioni sulle attività di questa "Main Street" cibernetica, comunque riferita a una realtà assai concreta: l’albero informe delle url e dei siti internet affonda le proprie radici nella terra dura e spesso ingrata che da qualche secolo l’americano dissoda per liberare spazi di civiltà.

Il mondo dell’ "uomo qualunque" nordamericano, del MAR, è un mondo di Destra, ossia conservatore nei princìpi e, nel concreto, innamorato degli spazi di libertà autentica contro cui si ergono le ideologie spersonalizzanti e la "politica politichese". Se dunque di network si tratta, lo è come parte dell’ancora più vasta e variopinta galassia della Destra statunitense della seconda metà del Novecento e come "rete di reti". Il mondo dei MAR è infatti attraversato, non sempre in maniera ordinata e accomodante, da sistemi solari di diversa estrazione o enfasi, che lo rendono alquanto eterogeneo. Per queste ragioni forte e debole allo stesso tempo, la Main Street "qualunquista" è una coabitazione fra gruppi religiosi, libertarian, conservatori, businessman, pro-lifer, lobby di vario tipo, e chi più ne ha più ne metta.

I libertarian — la cui filosofia, di derivazione "liberale classica", s’incentra sulla proprietà privata e sulla libertà massima di commercio e d’intrapresa contro ogni laccio e lacciuolo governativo — sono rappresentati da strutture organizzate come gli importanti Cato Institute, Reason Foundation e Ludwig von Mises Institute, fondato e diretto presso l’Auburn University dell’Alabama da Llewellyn H. Rockwell, Jr. e di cui è stato un importante animatore lo scomparso teorico dell’anarco-capitalismo Murray N. Rothbard. Ancora più fitto ed esteso è, però, il mondo libertarian "informale", dove le tematiche classiche di questa nebulosa si mescolano in maniera più fluida con la tradizione conservatrice e religiosa (esistono i Libertarians for Life, antiabortisti, e i Christian Libertarians) incontrandosi sul giusnaturalismo classico e spesso cristiano, e nelle battaglie all’insegna dello "Small is beautiful".

Dunque, l’Indipendence Institute del Colorado propugna il libero mercato e diffonde materiale sugli abusi federali (la tragedia dei Branch Davidians di David Koresh assediati dall’FBI e periti in circostanze non ancora del tutto chiarite nel ranch di Waco, nel Texas, rimane uno dei primi emblemi di questo mondo). L’Institute for Justice si preoccupa soprattutto di difendere i diritti delle persone, delle piccole comunità e delle piccole imprese nelle aule di giustizia del paese. Periodici informatici come The Anti-Statist, Liberator e Viewpoint veicolano poi dati e notizie in tempo reale.

La lotta contro la pressione fiscale è condotta da organismi come gli Americans for Tax Reform (ATR) di Grover Glenn Norquist, che, per rappresentare il movimento dei contribuenti, collabora con centinaia di altre organizzazioni attive a livello federale, statale e locale. Fra l’altro, l’ATR coordina la coalizione di sodalizi denominata Leave Us Alone, che mira a levare il cappio imposto dal governo federale sui cittadini: si tratta di associazioni di genitori, di sostenitori della libertà di educazione, di proprietari, di agricoltori, di piccoli imprenditori, di detentori di armi da fuoco. E qui s’inserisce un’altra questione assai importante.

Negli Stati Uniti, il libero possesso di armi da fuoco è garantito dal II Emendamento costituzionale. Diritto antico legato a precise dinamiche storiche del paese, oggi viene messo in discussione da più parti. Benché, dati alla mano, non sia mai stata dimostrata una diretta connessione fra la sua soppressione e la riduzione dell’attività criminale delle grandi metropoli, la pressione degli "abolizionisti" cresce. Così la National Rifle Association, sorta nel 1871, si batte in sua difesa in nome dell’ideale dell’ "Old America".

L’Americans Back in Charge Foundation punta a dare più voce ai cittadini spodestati dallo strapotere dei Palazzi. Esprime il movimento di opinione che si batte per l’introduzione di una limitazione precisi alla rieleggibilità dei membri delle strutture di governo nei suoi vari livelli; per la riforma dei criteri del finanziamento delle campagne elettorali, un problema connesso a quello della libertà di espressione; e gestisce un "osservatorio sul Big Government" per monitorare gli eccessi governativi in tema di sprechi e di abuso di potere.

Esistono dunque organismi ben strutturati, spesso vicini ad ambienti repubblicani e neoconservatori (il prodotto più visibile, non sempre più significativo, dell’era Reagan), e realtà molto più indipendenti, "populiste" e polemiche proprio nei confronti dei circoli repubblicano-neoconservatori stessi.

Fra i primi certamente va annoverato tutto l’entourage che orbita attorno a The Heritage Foundation, il noto e prestigioso think tank di Washington (un curioso insieme di esponenti dell’Establishment e di difensori di tematiche care ai suoi critici anche severi), nonché il Council of Conservative Citizens, il Tax Reform Now, The American Conservative Union, i Citizens Against Government Waste, i Citizens for a Sound Economy, la Savers & Investors League, lo Small Business Survival Committee e The National Commission on Economic Growth and Tax Reform. Collaterale è The Free Congress Foundation di Paul M. Weyrich (già esponente di spicco della New Right), a cui è collegato il canale televisivo NET, National Empowerment Television, dove opera William S. Lind. Senza scordare il popolare commentatore radiofonico Rush Limbaugh che attraversa la nazione via etere (ma anche con un paio di libri e una newsletter) grazie a network piuttosto diffusi. Né vanno tralasciate le battaglie etiche, giuridiche e politiche di The Family Research Council, di The Federalist Society, del Frontiers of Freedom Institute, dell’About the Future of Freedom Foundation, di The Heartland Institute, di The Institute for Contemporary Studies, del Center for Individual Rights, della Family Foundation, di The National Fatherhood Initiative, degli Americans for a Balanced Budget, del Center for the Defense of Free Enterprise e del Forum on Economic Freedom.

Nel secondo dei due gruppi descritti, spesso lontanissimo dal primo, sono certamente da annoverare The Committee to Restore the Constitution, forte anche di tematiche "antiplutocratiche" e di riferimenti al poeta Ezra Pound; la Fingerprint Repeal, che si batte contro i controlli sui cittadini, dalle impronte digitali ai documenti d’identità; e gli Advocates for Self-Government.

Resta comunque vero che, al di là delle organizzazioni, il grosso di questo mondo è rappresentato da piccoli gruppi informali e da singoli, e che determinate tematiche tipiche dei MAR e/o dei discendenti della New Right trovano spazio su testate e in ambienti non sempre automaticamente definibile in termini di "qualunquismo" benché ricchi di materiale di riflessione politico-culurale per i molti cittadini di Main Street in disaccordo con il "Leviatano federale".

Fra questi figurano certamente quegli intellettuali (appunto) della New Right di ieri che, critici rispetto agli esiti politici del movimento, hanno creato la cosiddetta seconda generazione della "Old Right": Samuel T. Francis, Thomas J. Fleming e Clyde N. Wilson per esempio. Il primo, per molti versi teorico dei MAR, dopo le controversie che lo hanno diviso dal quotidiano The Washington Times, pubblica The Samuel Francis Newsletter. Fleming e Wilson (il primo dirige The Rockford Institute e il mensile Chronicles: A Magazine of American Culture in cui ritornano le tematiche del movimento America First!, dell’isolazionismo, del jeffersonismo e del "populismo" da cui nasce molta della filosofia MAR) sono divenuti fra i principali protagonisti di quel movimento "neo-sudista" che costituisce oggi un ennesimo network dentro il network dell’ "uomo qualunque" nordamericano. Infine il cattolico tradizionalista e chestertoniano Joseph Sobran, che, dopo aver polemicamente abbandonato il settimanale National Review di William F. Buckley Jr. (una delle voci ufficiali della Destra americana sin dal 1955), pubblica l’affatto politicamente corretto Sobran’s. Francis, Fleming, Sobran, Wilson, Rockwell, e ieri anche Rothbard, sono alcuni di coloro che si riconoscono in circoli come il John Randolph Club il quale, pur nelle differenze dei suoi animatori, costituisce, nei suoi pregi e nei suoi difetti, una delle immagini più evocative dell’insoddisfazione del ceto medio americano e della voglia di continuità con il passato dell’ "Old America" delle libertà autentiche: in esso si ritrovano tradizionalisti cattolici, libertarian, "Old-Rightist", "sudisti", MAR e populisti. È questo uno dei volti più importanti e sconosciuti dell’America profonda di oggi.

Marco Respinti

mimi@iol.it 

 

[Versione originale dell’articolo comparso in forma abbreviata

con il titolo L’uomo qualunque in versione americana,

in L’uomo qualunque, anno II, n. 15, 23-4-1998, pp. 12-13]


 

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