FISICA/MENTE

 

L´ANALISTA DELL´AMERICAN ENTERPRISE INSTITUTE


corrispondente da NEW YORK 

«Guerra anche alla Siria? E´ possibile»


Donnelly: c´è il sospetto che nasconda armi proibite di Saddam

www.lastampa.it/edicola/sitoweb/

Esteri/art9.asp+%22american+enterprise+institute%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8 

L´AMERICAN Enterprise Institute di Washington è uno dei pensatoi neoconservatori che contribuiscono a indicare il percorso dell'amministrazione Bush. Thomas Donnelly, esperto di strategia e sicurezza nazionale, è l'analista che segue l'evoluzione della crisi irachena interpretando le mosse tattiche del generale Tommy Franks come il lessico dei più stretti collaboratori del presidente George Bush. E' a Donnelly che si devono alcune delle più recenti e brillanti analisi sulla dottrina dell'attacco preventivo e la guerra al terrorismo contro l'«Asse del male». In questa intervista affronta il tema Siria.


Perché il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, e il Segretario di Stato, Colin Powell, a meno di 72 ore di distanza hanno ammonito la Siria a stare alla larga dal conflitto in Iraq?

«Perché l'Amministrazione tiene gli occhi bene aperti sulla Siria di Assad. Sin da prima dell'inizio del conflitto in Iraq».

Che cosa è che preoccupa di più Washington?

«E' noto che Damasco ha fatto arrivare a Baghdad quantitativi di armi, fra cui missili anticarro, e volontari provenienti da diversi Paesi arabi. Sono gesti che descrivono bene la posizione dei siriani, ma non si tratta di aiuti militari che possono evitare il crollo del regime di Saddam né cambiare l'esito del conflitto. Sebbene non sia in possesso di informazioni di intelligence particolari o recenti, ritengo che la maggior preoccupazione dell'Amministrazione non è su ciò che Damasco ha inviato a Baghdad, ma sul contrario».

Cioè?

«Le armi di distruzione di massa. Il forte sospetto è che Saddam Hussein ne abbia spostata almeno una parte in Siria prima dell'inizio della guerra, per sottrarle alle ispezioni delle Nazioni Unite».

Perché il presidente Bashar Assad avrebbe dovuto accettarle, sapendo del rischio?

«I rapporti fra Siria e Iraq sono molto solidi. Assad è senza dubbio il leader arabo più vicino a Saddam. I motivi non mancano: ricevere in cambio denaro, forniture militari, know-how sui missili e sulle stesse armi di distruzione di massa. Il possesso di queste armi è sempre stato per Saddam Hussein uno strumento di dominio regionale, Assad probabilmente ha intenzioni simili. Per quanto riguarda il denaro non dimentichiamoci che l'Iraq negli ultimi anni ha esportato illegalmente petrolio attraverso l'oleodotto che arriva al Mediterraneo attraverso la Siria. Si tratta di miliardi di dollari la cui sorte è ignota».

Ma quale interesse avrebbe la Siria a sfidare apertamente il presidente Bush in questo momento?

«A Damasco hanno un'idea particolare dell'America. Ricordo quando Assad padre fece fare una lunga attesa all'allora Segretario di Stato Warren Christopher prima di riceverlo. Il punto è che l'America di Bush è una cosa diversa, e se il giovane Assad ha realmente nascosto parte dell'arsenale proibito di Saddam ha fatto una scelta davvero rischiosa».

Crede che gli Stati Uniti potrebbero lanciare un attacco militare contro la Siria?

«Credo che se alla fine della guerra in Iraq una parte delle armi chimiche e batteriologiche non dovessero trovarsi e se Washington avesse elementi sufficienti per ritenere che si trovino in Siria, vi sarebbe ovviamente la richiesta di inviare ispettori internazionali nel Paese per effettuare dei controlli».

Come è già avvenuto in Iraq...

«La vicenda irachena non è occasionale. La politica americana è di impedire che Stati complici del terrorismo si impossessino di armi di distruzione di massa. La Siria ha noti e consolidati rapporti con organizzazioni terroristiche come gli Hezbollah, Hamas e la Jihad islamica palestinese, responsabili di attacchi suicidi che hanno causato la morte di cittadini americani. Se Damasco venisse in possesso di armi proibite queste potrebbero cadere nella mani di queste organizzazioni. Da qui la necessità che Damasco possa essere sottoposta a un regime di ispezioni internazionali».

Insomma, la Siria rischia grosso?

«Se Assad, o qualche generale siriano, ha nascosto armi di distruzione di massa irachene direi proprio di sì. Rischiano di essere i prossimi. Il Medio Oriente è cambiato. E' diventato un posto pericoloso per dittatori deboli, amici dei terroristi e con armi proibite. Nell'area gli Stati Uniti e gli alleati della coalizione hanno un'armata di 300 mila uomini che resterà da quelle parti per qualche tempo».

Eppure la Siria del giovane Assad dopo l'attacco all'America dell'11 settembre diede importanti segnali di cooperazione nella lotta ad Al Qaeda.

«Certo, come d'altra parte Assad padre mandò i propri soldati a combattere contro Saddam nella prima guerra del Golfo nel 1991. La Siria è uno di quei Paesi che capisce il linguaggio della forza. Quando percepisce la presenza di un pericolo vero fa un passo indietro. Proprio per questo Donald Rumsfeld e Colin Powell sono stati così espliciti: hanno fatto intendere che questa volta Damasco rischia grosso. Vedremo presto se il messaggio è arrivato a destinazione».

E l'Iran?

«E' un caso diverso rispetto alla Siria. Non vi sono, per ora, sospetti che nasconda armi di distruzione di massa e inoltre, sebbene sia legato a organizzazioni terroristiche, è militarmente più forte della Siria. Un attacco all'Iran sarebbe assai più complesso da un punto di vista militare che non alla Siria, assai più debole».

http://digilander.libero.it/giovaniemissione/appideepeso.htm 

Le idee hanno un peso

di Roberto Bosio

Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si  incontrarono nel villaggio svizzero di Mont Pelerin, vicino a Montreux. Il momento per loro era grave "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo", perché la libertà veniva minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata". 

Da allora molte cose sono cambiate, perché i neo-liberali hanno compreso la lezione di  Gramsci sull’egemonia culturale: se occupate la testa delle persone, i loro cuori e le loro mani li seguiranno. E così, partendo da un nucleo all’Università di Chicago, formato dal filosofo economista Friedrich von Hayek e dai suoi studenti – come Milton Friedman -, i neo-liberali hanno creato una rete internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, che ha costruito un efficiente quadro ideologico, che si è imposto in tutto il mondo. Non importa quanti milioni di dollari hanno  speso, perché il risultato ottenuto è straordinario: il sistema neo-liberale è diventato la condizione naturale e normale dell’umanità, anche se provoca enormi disastri. Queste che vi presentiamo sono solo alcune armi del loro arsenale.

La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è nata nel 1919 - grazie all’opera del futuro presidente USA Herbert Hoover -, nell'università di Stanford. Ha pubblicato rapporti sulle rivoluzioni russa e cinese, e  annuari sugli affari comunisti. Ha un budget annuo di circa 17 milioni di dollari, utilizzato anche per finanziare i lavori di Edward Teller – che avrebbe ispirato il personaggio del Dottor Stranamore -, e di celebri economisti liberali come George Stigler e Milton Friedman. 

L'American Enterprise Institute è stata creata nel 1943, e opera gomito a gomito con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Ha alle sue dipendenze un centinaio di persone, la metà dei quali esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti, contenenti analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, supera i 10 milioni di dollari, ma è in calo - come l’influenza che esercita. 
La Heritage Foundation è la più nota, perché legata alla figura di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti.

Infine citiamo il Cato Institute, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato da William Casey – poi direttore della Cia -, che si caratterizzano per le critiche ai programmi governativi di ridistribuzione dei redditi, e raccomandano in ogni occasione il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali.

In Inghilterra, bisogna ricordare il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, e soprattutto l’Adam Smith Institute – che ha sede a Londra -: secondo Brandon Martin, esperto in materia,  "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione (…) per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".

Da molti anni, centinaia di milioni di dollari sono stati spesi per divulgare l'ideologia neoliberale. Da dove vengono tutti questi soldi? Negli anni Cinquanta ha avuto un ruolo centrale il William Volker Found, salvando  riviste traballanti, e finanziando numerosi libri e colloqui in varie università americane. In seguito, numerose fondazioni di ricche famiglie americane hanno contribuito alla causa: la Fondazione Ford, la Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994), che ha finanziato tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni. Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti  hanno ricevuto diverse decine di milioni di dollari, mentre le sole quattro riviste progressiste americane a diffusione nazionale, hanno beneficiato  negli stessi anni, di contributi per 269.000 dollari. 

Grandi e antichi patrimoni industriali americani, - solo per fare qualche nome la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) - finanziano le cattedre di diritto e economia nei migliori atenei degli USA, come Harvard, Yale, Stanford, e ovviamente Chicago. Il “generoso” donatore, che offre montagne di soldi, può condizionare le nomine dei professori, e indirizzare la ricerca.

Il denaro permette di inventarsi i dibattiti di sana pianta. Nel 1988, Allan Bloom, direttore del centro per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago – creato con diverse decine di milioni di dollari dalla Olin – organizza una conferenza. L'oratore proclama la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest – che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin. Il direttore di questa rivista è un altro neoliberale, Irving Bristol – che riceve altri soldi dalla Olin come professore alla Business School della New York University. Un altro intellettuale di destra, Samuel Huntington – che dirige guarda caso l'istituto di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari -, vine chiamato a "commentare" questo intervento nello stesso numero della rivista. Questo “dibattito” viene infine ripreso dalle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Così il cerchio ideologico si chiude.  Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle[1] 

 Breve storia di due brillanti allievi della dottrina neo-liberale: gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Ovvero vent’anni di opportunità per le élite economiche  

Nel 1979, Margareth Thatcher diventa primo ministro. Il valore centrale della sua dottrina – e del neo-liberalismo – è la nozione di concorrenza: tra Paesi, regioni, imprese e naturalmente individui. La concorrenza è un valore centrale perché separa il montone dagli agnelli, gli uomini dai ragazzi, gli adatti dai non adatti. La concorrenza è sempre una virtù, i suoi risultati non possono essere un male. Secondo la Thatcher “Il nostro lavoro è di vantare le disuguaglianze, e di fare in modo che i talenti e le competenze possano esprimersi, per il beneficio di tutti”. In altri termini, non inquietatevi per quelli che potranno restare al palo nella battaglia della concorrenza, le persone non sono uguali per natura, ma questo è un bene perché i contributi dei più forti, porteranno vantaggi a tutti. La storia però, ci dice esattamente il contrario.  

Nell’Inghilterra ante Thatcher, circa una persona su dieci era sotto la soglia della povertà, vent’anni dopo una persona su quattro, e un bambino su tre è ufficialmente povero. Si tratta di persone che non possono riscaldare la loro casa in inverno, che devono mettere delle monete nel contatore per avere elettricità o acqua, che non hanno un indumento caldo o impermeabile, …[2]

Per capire le “riforme fiscali” del duo Thatcher-Major (il premier conservatore venuto dopo la Dama di ferro) bastano poche cifre: durante gli anni Ottanta, l’1% dei contribuenti riceveva il 29% di tutti i benefici dovuti alle diminuzioni d’imposte. Un single che guadagnava la metà del salario medio un aumento delle imposte pari al 7%, quando un single che guadagnava 10 volte il salario medio, otteneva riduzioni del 21%. Il settore pubblico viene brutalmente ridotto, privatizzando tutto il possibile, perché non obbedisce alla legge del mercato. I neoliberali considerano che tutto ciò che è pubblico è per definizione “inefficiente”. Il governo della Thatcher ha utilizzato il denaro dei contribuenti per cancellare i debiti e ricapitalizzare le imprese prima di metterle sul mercato – i servizi di erogazione dell’acqua hanno ricevuto 5 miliardi di sterline per coprire i debiti, più altri 1,6 miliardi per rendere il matrimonio più attraente per gli acquirenti potenziali. Eppure la maggior parte del settore pubblico in Inghilterra era redditizia: nel 1984, le imprese pubbliche hanno contribuito con più di 7 miliardi di sterline al bilancio del Tesoro – che poteva redistribuirli per colmare le differenze sociali –. Tutto questo denario va ora nelle mani di azionisti privati. I servizi delle relazioni pubbliche hanno molto insistito sul potere dei piccoli azionisti in queste compagnie, in effetti 9 milioni di inglesi hanno acquistato delle azioni, ma la metà ha investito meno di 1000 sterline, e la maggior parte ha venduto quasi subito, non appena ha potuto incassare qualche guadagno. Gli impiegati di British Telecom hanno acquistato solamente l’1% delle azioni, quelli di British Aerospace l’1,3%, ecc. In Gran Bretagna – come nel resto del mondo, la stragrande maggioranza delle azioni di società privatizzate sono oggi nelle mani di istituzioni finanziarie e dei grandi investitori.

Il fine della privatizzazione è stato semplicemente il trasferimento di ricchezze dalle tasche dello Stato a mani private.

Kevin Phillips, un analista repubblicano, ex-consigliere del Presidente Nixon, ha pubblicato nel 1990 un libro dal titolo "The Politics of Rich and Poor", nel quale esaminava l’effetto sulla ripartizione dei redditi della politica di Reagan, elaborata in gran parte dai conservatori della Fondazione Héritage. Durante gli anni Ottanta l’1% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare il proprio reddito familiare medio del 50%. Il loro reddito pro-capite è passato da un confortevole valore di 270.000 $, a uno, decisamente inebriante, di  405.000 $. Per ciò che riguarda gli altri: il 10% più povero ha toccato il fondo, perdendo il 15% di redditi già magri; da una media già molto bassa di 4.113 $ annuale, sono scesi ad un livello inumano di 3.504 $. Nel 1977, l’1% più ricco delle famiglie americane aveva un reddito medio 65 volte maggiore del 10% più povero. Dieci anni dopo, il rapporto era diventato di 115 a 1.

Non c’è niente di misterioso in queste tendenze. Le politiche sono fatte specificatamente per fornire a quelli che sono già ricchi ancora di più, diminuendo le imposte e i salari. La giustificazione teorica e ideologica di queste misure, è che redditi più elevati per i ricchi e profitti più elevati portano maggiori investimenti, una migliore ripartizione delle risorse, e quindi più impieghi e benessere per ognuno. In realtà, in modo perfettamente prevedibile, il movimento di denaro verso la parte alta della scala sociale genera bolle speculative, una ricchezza cartacea, e l’aumento delle crisi finanziarie di grandi dimensioni (come è avvenuto in Asia, Russia, e America Latina). Se i redditi sono ridistribuiti verso la massa dei meno abbienti, saranno invece utilizzati per il consumo e quindi porteranno benefici all’impiego[3].

Quale modello di sviluppo abbiamo?  Qualche anno fa, Lawrence Summers, già capo-economista della Banca mondiale e oggi segretario – cioè ministro - del Tesoro degli Stati uniti, affermava che “Non ci sono limiti alla capacità di portata in un futuro prevedibile; non c'è un rischio di apocalisse a causa del riscaldamento del clima o di altri fattori ecologici. Se mettiamo un limite alla crescita economica, pensando che esistano limiti naturali, faremmo un tremendo errore che costerebbe un patrimonio in termini di costi sociali”. L'assenza della natura nel modello dominante di sviluppo è impressionante, e trova il suo fondamento nell’illusione che la natura sia illimitata: un ammasso infinito di materie prime da utilizzare per favorire la crescita economica. In questo vuoto ecologico, non solo è possibile ma auspicabile  trasformare il mondo a immagine di Los Angeles.

Operando così, sono andati persi 1/3 dei terreni coltivabili della terra e delle foreste tropicali, 1/4 delle risorse idriche disponibili e del patrimonio ittico… e non s’intravede un’inversione di tendenza[4].

In biologia, la nozione di sviluppo porta un senso di potenza, di forza, è un processo dinamico che si compie secondo la natura di ogni organismo, ma non è senza fine. Un organismo biologico che crescesse senza fine sarebbe mostruoso, e destinato a morte sicura. La coscienza comune della gente, dei cittadini, percepisce questa dimensione ecologica, mentre i maestri che impongono la loro legge, non hanno ancora  accettato questa dimensione. Ci troviamo in pieno modello non di sviluppo ma di autodistruzione; siamo entrati nel paradosso dove la crescita è un articolo di fede, che si accompagna ad una crescente indisponibilità delle condizioni vitali per realizzarla; lo sviluppo divora se stesso.

Questo modello ha orrore anche della diversità naturale. Il biologista E.O. Wilson stima che perdiamo forse più di 250 specie viventi al giorno, cioè undici all’ora; a questo ritmo avremo perduto il 20% di tutte le specie fra venti a quarant'anni. Stiamo perdendo in qualche decennio milioni di anni di storia della vita sulla terra: è un vero e proprio ecocidio. Come scrive l'antropologo italiano Fabrizio Sabelli “Come il genocidio rappresenta, in un certo qual senso, la dottrina di base della criminalità nazista, è lecito sostenere che l'ecocidio si possa analogamente configurare se non come una dottrina, di certo come una pratica di base della criminalità ambientale dei centri del potere economico neo-liberale; una pratica senza dubbio non arbitraria e neppure eccezionale, ma in qualche modo programmata e sistematica, legittimata da dottrine economiche che poche persone osano, oggigiorno, contestare”[5].

 

[1] Cf. George S., Fondi e Fondazioni. Come il pensiero diventa unico, in “Le Monde diplomatique”, Edizione italiana, settembre 1996; e George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “'Economic Sovereignity in a Globalising World”,
Bangkok, 24-26 Marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/.
  [2] Questi esempi provengono dal rapporto 1996 del British Child Poverty Action Group.

[3] George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics
and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “Economic Sovereignty in a Globalising World”, Bangkok, 24-26 marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/ .

 
[4] Bologna G., Italia capace di futuro, Emi, Bologna, 2000, p. 10.

[5] Per quanto contenuto nel paragrafo (eccetto dove è indicato diversamente) Cf. George S., Lezione di chiusura al Corso dell’UNICEF Italia, La Sapienza, Roma, 5 maggio 1994, scaricato dal sito http://www.tni.org/georg 

da "Le Monde Diplomatique - il manifesto " del Settembre 1996

fondi e fondazioni
Come il pensiero diventa unico

http://www.ilmanifesto.it/g8/archivio/neoliberismo_e_debito/3b334d5d3035d.html 


Susan George*

Se i neoliberali (1) e il pensiero unico (2) sembrano oggi padroni del campo ideologico, non è sempre stato così. Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale il neoliberalismo era ovunque meno che minoritario. Negli Stati uniti i suoi padri fondatori non disponevano, all'inizio, di molte carte vincenti, ma in compenso avevano assimilato un principio essenziale: le idee hanno conseguenze. Nel 1948 Richard Weaver aveva scelto questa massima come titolo di un libro che avrebbe conosciuto una lunga carriera e suscitato una vasta eco oltre Atlantico (3).
Non a caso, il libro era stato pubblicato dalla University Press di Chicago: è infatti l'università di questa città (4) che ha costituito il nocciolo duro del neoliberalismo nascente. Di August Friedrich von Hayek, economista e filosofo austriaco in esilio, quest'editrice aveva pubblicato nel 1944 un libro molto influente, La via della schiavitù (5); e ha inoltre fatto conoscere, accanto ai lavori di vari astri nascenti del movimento, le opere di un altro giovane e brillante economista, un certo Milton Friedman (6). La scuola di Chicago, costituita da economisti familiarmente chiamati Chicago Boys, è divenuta celebre, e i suoi membri ne hanno portato l'influenza in tutto il mondo, e in particolare nel Cile del generale Pinochet. La sua dottrina economica, oltre che filosofica e sociale, è insegnata urbi et orbi. I libri di Milton Friedman ad esempio Capitalismo e libertà sono divenuti successi editoriali (7).
Per il neoliberale la libertà individuale non risulta affatto dalla democrazia politica o dai diritti garantiti dallo stato: libertà significa, al contrario, essere liberi dall'ingerenza dello stato, che deve limitarsi a stabilire una cornice per consentire il libero gioco del mercato. E' indispensabile la proprietà privata di tutti i mezzi di produzione, e dunque la privatizzazione di tutti quelli appartenenti allo stato. Il mercato ripartisce nel migliore dei modi le risorse, gli investimenti e il lavoro, mentre la beneficenza e il volontariato privati devono sostituire la quasi totalità dei programmi pubblici destinati ai gruppi socialmente meno favoriti.
L'individuo ridiventa così interamente responsabile della propria sorte. Per mettere in pratica un programma del genere che è l'esatto contrario del New Deal o della dottrina dello stato sociale i neoliberali hanno sempre saputo che bisognava incominciare dalla trasformazione del paesaggio intellettuale.
Prima di avere conseguenza per la vita dei cittadini e della società, occorre infatti che le idee vengano propagate. Bisogna permettere a chi le produce, le pubblica, le insegna e le diffonde di farlo in condizioni favorevoli. Per questo, fin dal 1945 il movimento neoliberale non ha mai cessato di reclutare pensatori e finanziatori, e di dotarsi di importanti mezzi finanziari e istituzionali. Il suo arsenale si compone in parte da "think-tanks", i più influenti dei quali hanno sede negli Stati uniti. Non è superfluo ricordare qui ancora una volta (8) le attività di alcuni di essi.
La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è stata fondata nel 1919 dal futuro presidente Herbert Hoover, e ha la sua sede nel campus dell'università di Stanford. E' celebre per le sue raccolte di documenti sulle rivoluzioni russa e cinese.
Alla sua vocazione iniziale di combattente nella guerra fredda (in particolare attraverso il suo annuario International Communist Affairs) ha affiancato, a partire dal 1960, un settore economico. Grazie al suo budget annuo di circa 17 milioni di dollari, quest'istituzione ha finanziato, accanto a molti altri, anche i lavori di Edward Teller (uno dei padri della bomba atomica, generalmente considerato come l'ispiratore del personaggio del dottor Stranamore) e quelli di economisti quali George Stigler e Milton Friedman, che fanno la spola tra Stanford e Chicago.
Anche l'American Enterprise Institute (Aei) è un'istituzione di vecchia data: è stata infatti fondata nel 1943 da alcuni uomini d'affari, in contrapposizione a vari aspetti del New Deal. L'Aei, che ha la sua sede a Washington, si distingue per il suo senso delle pubbliche relazioni intellettuali e del marketing delle idee, e lavora a diretto contatto con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Negli anni 80 l'Istituto aveva alle sue dipendenze circa 150 persone, delle quali una cinquantina esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti e all'elaborazione di analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, che riflette il declino relativo della sua influenza, era di 12,8 milioni di dollari nel 1993, un po' inferiore a quello raggiunto dieci anni prima. La Heritage Foundation è la più nota, in quanto più strettamente associata alla presidenza di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti. Particolarmente attiva presso i media, è la più citata tra tutte le istituzioni, e pubblica tra l'altro un annuario degli esperti in materia di politica pubblica (public policy), contenente i nomi di 1500 ricercatori ed esperti neoliberali, repertoriati sotto settanta voci. Una vera pacchia per i giornalisti frettolosi, che possono ricorrere al loro avallo "scientifico" citandone le enunciazioni a sostegno dei loro articoli. Vanno menzionati inoltre due centri intellettuali: il Cato Institute, in piena ascesa, sostenitore del "governo minimalista" e specializzato in studi sulla privatizzazione, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato nel 1978 da William Casey, futuro direttore della Cia, che ha esercitato una grande influenza con le sue critiche ai programmi governativi di redistribuzione dei redditi. Questi due "think-tanks" raccomandano invariabilmente il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali. Tra i "think tanks" e il governo esiste un sistema di vasi comunicanti che ha permesso agli ex combattenti della presidenza Nixon di trovare rifugio durante l'interregno di James Carter; e lo stesso avviene per quelli del periodo Reagan-Bush sotto l'attuale presidenza Clinton. Fuori dagli Stati uniti, la rete delle istituzioni intellettuali neoliberali è meno fitta. Nel Regno unito, i "commandos di Mrs.
Thatcher", come volentieri si definiscono, hanno tuttavia segnato importanti punti a proprio vantaggio nella lotta ideologica. Vanno menzionati il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, l'elenco delle cui pubblicazioni si legge come un Whos Who degli economisti conservatori, e soprattutto l'Adam Smith Institute di Londra che, a detta di Brandon Martin, esperto in materia, (9) "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione in seno alla nuova destra per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".
La palma dell'anzianità e dell'influenza a lungo termine spetta però alla Société du Mont Pèlerin. Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si sono incontrate, su invito del professor Friedrich von Hayek, per un colloquio di dieci giorni nel villaggio svizzero di Mont Pèlerin, nei pressi di Montreux. Dopo aver sottolineato la gravità del momento "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo" , il gruppo dichiarò che la libertà era minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata (10)". Tra il 1947 e il 1994, la Società di Mont Pèlerin ha svolto 26 colloqui, tutti della durata di una settimana, in città sempre diverse. Nel 1994 è stata la volta di Cannes. Nel settembre prossimo i suoi membri, il cui numero è passato da 40 a oltre 450, torneranno alle origini austriache di Hayek riunendosi a Vienna. La società vanta volentieri i sei premi Nobel per l'economia usciti dai suoi ranghi, ma è più reticente per quanto riguarda l'elenco dei suoi membri, tutti aderenti a titolo personale: preferisce evitare "la pubblicità e la mediatizzazione". (11) Da molti anni, centinaia di milioni di dollari vengono spesi per la produzione e la diffusione dell'ideologia neoliberale. Da dove viene questo denaro? Nella fase iniziale, negli anni tra il 1940 e il 1950, il William Volker Fund ha giocato un ruolo centrale. Al suo intervento si deve il salvataggio di riviste traballanti, il finanziamento di numerosi libri pubblicati a Chicago, il pagamento delle cambiali scoperte dell'influente Foundation for Economic Education, o l'organizzazione di colloqui in varie università americane. Sempre il Volker Fund ha finanziato la partecipazione degli esponenti americani alla prima riunione della Società di Mont Pèlerin.
Già negli anni 60 i neoliberali non erano più del tutto marginali. Numerose fondazioni di grandi famiglie americane hanno iniziato allora a sostenerli, e non hanno mai cessato di finanziare le loro istituzioni. La Fondazione Ford, vero e proprio "elefante" della munificenza, aveva dischiuso le porte di molte altre fonti di centro-destra e di centro concedendo 300.
000 dollari di sovvenzioni all'American Enterprise Institute. La Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994) finanzia tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni (12). Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti (The National Interest, The Public Interest, New Criterion, American Spectator) hanno ricevuto da varie fonti 27 milioni di dollari. A titolo comparativo, le sole quattro riviste progressiste americane di diffusione nazionale (The Nation, The Progressive, In These Times, Mother Jones) hanno beneficiato collettivamente, durante lo stesso periodo, di un totale di contributi volontari di soli 269.000 dollari (13).
Alcune fondazioni che poggiano su grandi e antichi patrimoni industriali americani, quali la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) finanziano anche alcune cattedre presso le più prestigiose università statunitensi. Si tratta di "rafforzare le istituzioni economiche, politiche e culturali sulle quali si basa l'impresa privata", secondo l'opuscolo della Fondazione Olin, che già nel 1988 aveva stanziato per questo obiettivo 55 milioni di dollari. E' ovvio che con importi simili il generoso donatore ha il diritto di nominare i professori che occuperanno le cattedre, e di dirigere i centri studi (14). Esistono ormai cattedre Olin di diritto e di economia presso le università di Harvard, Yale, Stanford e in numerose altre, tra cui ovviamente quella di Chicago (15). Lo storico francese François Furet, che ha ricevuto 470.000 dollari in quanto direttore del programma John M. Olin di storia della cultura politica all'università di Chicago, è uno degli illustri beneficiari di queste liberalità.
Il denaro permette così di organizzare la notorietà e il "campo" nel quale si svolgeranno i dibattiti, costruiti di sana pianta.
Nel 1988 Allan Bloom, direttore del centro Olin per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago (che percepisce annualmente dalla Fondazione Olin 36 milioni di dollari) invita un oscuro funzionario del dipartimento di stato a pronunciare una conferenza. L'oratore si esibisce proclamando la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La sua conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest (rivista che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin) il cui direttore è un notissimo neoliberale, Irving Kristol, finanziato all'epoca a un livello di 326.000 dollari dalla Fondazione Olin in quanto professore alla Business School della New York University. Irving Kristol invita Bloom, insieme a un altro rinomato intellettuale di destra, Samuel Huntington (direttore dell'Istituto Olin di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari) a "commentare" quest'articolo sullo stesso numero della rivista. A sua volta, Kristol interviene con un suo "commento".
Il "dibattito", così lanciato da quattro beneficiari di fondi Olin, a proposito di una conferenza Olin su una rivista Olin, è riprodotto subito dopo sulle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Oggi, tutti hanno sentito parlare di Francis Fukuyama e della Fine della storia, divenuto un bestseller in varie lingue! Il cerchio ideologico si chiude quando si arriva a occupare le pagine dedicate ai dibattiti sui grandi quotidiani, la radiodiffusione e gli schermi. Questo trionfo è stato ottenuto praticamente senza colpo ferire. Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle.


note:
* Direttore associato, Transnational Institute, Amsterdam; autrice, tra l'altro (con Fabrizio Sabelli) di Crediti senza frontiere, Ediz. Gruppo Abele, 1994.

(1) La terminologia può prestarsi a confusione. Negli Stati uniti i neoliberal si definiscono neoconservatori (o neocon), dato che qui essere liberal vuol dire essere piuttosto di sinistra, e comunque votare per i democratici.
(2) Il "pensiero unico" è stato identificato, definito e denunciato per la prima volta da Ignacio Ramonet nel suo editoriale de le Monde diplomatique del gennaio 1995.

(3) Richard Weaver, Ideas Have Consequences, University of Chicago Press, Chicago, 1948.

(4) Leggere Serge Halimi, "L'universita di Chicago, un angolo di paradiso ben difeso", le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1994.

(5) August Friedrich von Hayek, La via della schiavitù, Rusconi, 1995.

(6) Ad esempio, Russel Kirk (The Conservative Mind, 1953), Leo Strauss, (Natural Right and History, 1953).

(7) Milton Friedman, Capitalismo e libertà. Studio Tesi, 1995.
Il testo originale, Capitalism and Freedom, era stato pubblicato nel 1962.

(8) Leggere l'inchiesta di Serge Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1995. Sullo stesso tema, James Allen Smith, The Idea Brokers: Think-Tanks and the Rise of the New Policy Elites, The Free Press, New York, 1991; e George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement since 1945, Basic Books, New York 1976.

(9) Brandan Martin, In the Public Interest?, Zed Books, Londra, 1993, p. 49.

(10) Statement of Aims, Mont Pèlerin Society, adottato l'8 aprile 1947, citato da George Nash, op. cit., p. 26.

(11) Queste indicazioni sulle attività intellettuali della Société du Mont Pèlerin ci sono state cortesemente fornite dal suo attuale presidente, Pascal Salin, docente all'università Paris-Dauphine e consulente molto vicino a Alain Madelin.

(12) Leggere Beth Schulman, "Foundations for a Movement: How the Right Wing Subsidises its Press", Extra!, Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) New York, marzo-aprile 1995.

(13) Leggere David Callahan, "Liberal Policy's Weak Foundations", The Nation, 13 novembre 1995.

(14) Jon Weiner, "Dollars for Neocon Scholars", The Nation, 1 gennaio 1990.

(15) Jon Weiner, ibid.
(Traduzione di P.M.)

12 Dicembre 2002
ZNet The New Statesman

Il tentativo americano di dominio globale

http://www.zmag.org/Italy/pilger-dominioglobale.htm 

John Pilger

 

La minaccia alla sicurezza delle nazioni e delle persone rappresentata dal terrorismo statunitense è stata delineata con precisione profetica in un documento scritto più di due anni fa e reso pubblico solo recentemente. Quello che serve all'America per dominare la maggior parte dell'umanità e delle risorse mondiali è, si legge nel documento, "qualche evento catastrofico e catalizzatore - come una nuova Pearl Harbor." Gli attacchi del 11 Settembre hanno fornito la nuova Pearl Harbor, descritta come l' "opportunità epocale".

 

Gli estremisti che da allora hanno strumentalizzato l'11 settembre vengono dai tempi di Ronald Reagan, quando sono stati creati gruppi di estrema destra e "serbatoi di cervelli" per vendicare la "sconfitta" americana in Vietnam. Negli anni '90 si aggiunse un nuovo programma: giustificare il rifiuto di un "dividendo di pace" a seguito della guerra freddo. Venne cosi creato il Project for a New American Century [Progetto per un Nuovo Secolo Americano, n.d.t.], insieme all'American Enterprise Institute [Istituto per l'Impresa Americana, n.d.t.], lo Hudson Institute ed altri, che da allora hanno fuso le ambizioni dell'amministrazione Reagan con quelle dell'attuale regime di Bush.

Uno degli "esperti" di George W. Bush è Richard Perle. Ho intervistato Perle quando era consigliere di Reagan; e quando parlò di "guerra totale", l'ho erroneamente liquidato come pazzo. Recentemente Perle ha usato di nuovo la stessa espressione, descrivendo la "guerra al terrore" degli USA. "Non si va per stadi", ha detto. "Questa è una guerra totale. Stiamo combattendo contro una varietà di nemici. Ce n'è una montagna là fuori. Tutto questo parlare che prima ci faremo l'Afganistan, poi l'Iraq... questo è il modo più sbagliato di affrontare la questione. Se mandiamo avanti la nostra visione del mondo, se la abbracciamo completamente senza cercare di mettere insieme una diplomazia intelligente, ma scateniamo una guerra totale... i nostri discendenti canteranno le nostre lodi per anni a venire."

Perle è uno dei fondatori di Project for a New American Century, il PNAC. Altri fondatori includono Dick Cheney, adesso Vice Presidente, Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, Paul Wolfowitz, Vice Segretario della Difesa, I. Lewis Libby, Capo del Personale di Cheney, William J. Bennett, Segretario dell'Istruzione di Reagan, e Zalmay Khalilzad, l'ambasciatore di Bush in Afganistan. Questi sono i moderni cartisti del terrorismo americano. L'influente relazione del PNAC, "Ricostruire le difese americane: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo", è un progetto degli obiettivi americani non solo nel nome. Due anni fa raccomandava di aumentare la spesa militare di circa 48 miliardi di dollari, in modo che Washington potesse "combattere e vincere simultaneamente su più importanti fonti di guerra." Questo è avvenuto. Diceva che gli Stati Uniti dovevano sviluppare armi nucleari per distruggere i bunker e fare delle "guerre stellari" una priorità nazionale. Questo sta avvenendo. Diceva che, se Bush avesse preso il potere, l'Iraq doveva diventare un obiettivo. E così è.

Per quanto riguarda le presunte "armi di distruzione di massa" dell'Iraq, queste venivano liquidate, attraverso lunghe perifrasi, come una scusa conveniente, cosa che di fatto sono. "Sebbene il conflitto non risolto con l'Iraq fornisce la giustificazione immediata," si legge, "il bisogno di una consistente presenza militare americana nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddam Hussein." Come hanno implementato questa grandiosa strategia? Una serie di articoli nel Washigton Post, scritti insieme a Bob Woodward (famoso dai tempi del Watergate) e basati su lunghe interviste con esponenti senior dell'amministrazione di Bush, rivelano come è stato manipolato l'11 Settembre.

La mattina del 12 Settembre 2001, senza alcuna prova su chi fossero i dirottatori, Rumsfled chiese che gli USA attaccassero l'Iraq. Secondo Woorward, Rumsfeld disse ad una riunione del Consiglio dei Ministri che l'Iraq doveva essere "uno dei principali obiettivi del primo round della guerra al terrorismo." L'Iraq venne temporaneamente risparmiato solo perché Colin Powell, il Segretario di Stato, convinse Bush che "l'opinione pubblica deve essere preparata prima che sia possibile una mossa contro l'Iraq". L'Afghanistan venne quindi scelto come l'opzione meno impegnativa. Se le stime di Jonathan Steele nel Guardian sono corrette, circa 20.000 persone in Afganistan hanno pagato con la loro vita il prezzo di questo dibattito.

L'11 settembre viene descritto ripetutamente come un' "opportunià". Lo scorso Aprile, il giornalista investigativo Nicholas Lemann ha scritto sul New Yorker che Condoleeza Rice, il consigliere più autorevole di Bush, disse al Presidente degli USA di avere convocato i membri più influenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale e di avere chiesto loro di "pensare a come fare a capitalizzare su queste opportunità", che la Rice ha paragonato a quelle dal "1945 al 1947": l'inizio della Guerra Fredda. A partire dall'11 Settembre, gli Stati Uniti hanno stabilito basi militari nei punti d'accesso cruciali a tutte le principali fonti di carburanti fossili, specialmente in Asia Centrale. La compagnia petrolifera Unocal costruirà un oleodotto attraverso l'Afghanistan. Bush ha rinnegato il Protocollo di Kyoto sulle emissioni di gas che causano l'effetto serra, i provvedimenti sui crimini di guerra della Corte Criminale Internazionale, ed il Trattato contro la Proliferazione Nucleare. Ha detto che "se necessario" userà le armi nucleari contro stati non nucleari. Sotto la copertura della propaganda contro le presunte armi di distruzione di massa dell'Iraq, il regime di Bush sta sviluppando nuove armi di distruzione di massa che violano i trattati internazionali sulla guerra nucleare e batteriologica.

Sul Los Angeles Times, l'analista militare William Arkin descrive un esercito segreto creato da Donal Rumsfeld, simili a quelli voluti da Richard Nixon e Henry Kissinger e che il Congresso aveva messo fuori legge. Questa "attività di supporto dei super-servizi segreti" metterà insieme "la CIA e l'azione militare clandestina, la guerra dell'informazione e l'inganno." Secondo un documento top-secret preparato per Rumsfeld, la nuova organizzazione, conosciuta con il suo nomignolo orwelliano Proactive Pre-emptive Operations Group [Gruppo Proattivo per le Azioni Preventive, n.d.t.], o P2OG, provocherà attacchi terroristi che richiederanno quindi un "contrattacco" da parte degli USA contro quei paesi che "accolgono i terroristi".

In altre parole, gli Stati Uniti uccideranno persone innocenti. Questi ricorda l'Operazione Northwoods, il piano che i capi militari presentarono al Presidente Kennedy per una campagna terroristica fasulla - completa di bombe, dirottamenti, incidenti aerei e morti americani - per giustificare un'invasione di Cuba. Kennedy rifiutò il piano. Venne assassinato pochi mesi dopo. Adesso Rumsfeld ha riesumato Northwoods, ma con risorse che nel 1963 non ci si sognava neppure esistessero, e senza un rivale globale che possa invitare alla prudenza. Bisogna continuamente ricordarsi che questa non è fantascienza: al potere ci sono uomini molto pericolosi, come Perle e Rumsfeld. Il filo rosso che unisce le loro riflessioni è l'importanza dei media: "il compito prioritario è avere dalla nostra dei giornalisti autorevoli che accettino la nostra posizione."

In codice "la nostra posizione" significa mentire. Certamente, come giornalista, non ho mai visto bugie ufficiali tanto pervasive come oggi. Possiamo anche ridere delle lacune del "dossier sull'Iraq" di Tony Blair e l'inutile bugia di Jack Straw che l'Iraq ha sviluppato la bomba atomica (che i suoi portaborse si sono affrettati a spiegare). Ma le bugie più insidiose, che giustificano un attacco non provocato all'Iraq legandolo ai potenziali terroristi che si dice stiano in agguato in ogni stazione della metropolitana, vengono quotidianamente mandate in onda come notizie. Non sono notizie; è propaganda nera. *

Questa corruzione rende i giornalisti e commentatori dei semplici pupazzi da ventriloquo. Un attacco ad una nazione di 22 milioni di persone sofferenti viene discussa dai giornalisti liberali come se fosse l'argomento di un seminario accademico, in cui si spostano le bandierine su una mappa, come usavano fare i vecchi imperialisti.

La questione per questi umanitaristi non è innanzitutto la brutalità del moderno dominio imperialista, ma quanto sia "cattivo" Saddam Hussein. Non ammettono che la loro decisione di aderire al partito della guerra segna ulteriormente il destino migliaia di innocenti Iracheni condannati ad aspettare nel braccio della morte internazionale dell'America. I loro ragionamenti incoerenti sono destinati a non funzionare. Non si può sostenere una pirateria assassina in nome dell'umanitarismo. Per di più, gli estremismi del fondamentalismo americano sono davanti ai nostri occhi da troppo tempo perché le persone di buon cuore e di buon senso non li riconoscano.

Con un ringraziamento a Norm Dixon e Chris Floyd.

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* Si definisce "propaganda nera" una strategia governativa basata sulla menzogna [n.d.t.].(torna al testo)



Segue...

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