FISICA/MENTE

 

 

 

Affare Iraq, costi e profitti
Gli Usa pagano da soli la guerra, ma partono appalti «multinazionali» (non solo Halliburton)
MANLIO DINUCCI


«Il presidente Bush si sta confrontando con i costi della guerra in Iraq, sia in vite che in dollari», scrive The New York Times. Non si sa che cosa lo preoccupi di più: le vite americane perse in questa guerra (altrettanti colpi alla sua immagine politica), o i miliardi di dollari più del previsto che essa verrà a costare. Il presidente sta chiedendo al Congresso 75 miliardi di dollari, ma è appena un anticipo. Solo per inviare le forze nel Golfo - hanno specificato funzionari dell'amministrazione - sono stati spesi 30 miliardi di dollari, più 5 miliardi al mese per tenervele. Questi «fondi aggiuntivi» si sommano ai 399 miliardi del budget del Pentagono (di cui 17 per l'arsenale nucleare), ai 40 per i militari a riposo, ai 36 per il dipartimento della sicurezza della patria, agli almeno 35 per i servizi segreti, portando la spesa militare e paramilitare annua a circa 585 miliardi di dollari: oltre un quarto dell'intero bilancio federale. La guerra è però più lunga del previsto: se durerà un mese, stima l'organizzazione Taxpayers for Common Sense, si spenderanno nel 2003 oltre 110 miliardi di dollari. Molto più costosa sarà anche l'occupazione del paese, in quanto gli Usa, vista l'attuale resistenza irachena, vi dovranno mantenere più forze di quanto prevedessero. Inoltre, mentre nel 1991 gli alleati si addossarono circa l'89% del costo della guerra (80 miliardi al valore attuale del dollaro), è quasi impossibile che l'attuale «coalizione» sia in grado di fare altrettanto. Tutto questo, mentre il congresso prevede per il bilancio federale 2004 un deficit di 320 miliardi di dollari, che saliranno ad almeno 400 con il costo della guerra: un record storico che eclissa quello di 290 miliardi del 1992. L'amministrazione ha deciso, con un atto che non ha precedenti dopo la seconda guerra mondiale, di confiscare proprietà irachene negli Usa per 1,5 miliardi di dollari, ma è ben poca cosa: solo a Israele vengono dati, nel quadro del «massiccio budget per la guerra», 10 miliardi di dollari.

A tutto questo si aggiunge il costo dei contratti, per un valore di almeno 100 miliardi di dollari, che diverse agenzie governative, nel momento stesso in cui le prime bombe cadevano su Baghdad, hanno cominciato a stipulare per «la ricostruzione dell'Iraq del dopoguerra» (The Washington Post, 21 marzo). Da essi sono escluse le società non-statunitensi, poiché solo il personale di quelle statunitensi è autorizzato da Washington a «prendere visione dei documenti classificati» relativi ai lavori di ricostruzione. I primi sette contratti, stipulati dall'Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid), riguardano «la riparazione di infrastrutture, tra cui strade e ponti, e la gestione di porti e aeroporti iracheni». Ad accaparrarseli è «un piccolo gruppo di gigantesche multinazionali statunitensi, alcune delle quali strettamente legate all'amministrazione Bush: tra esse figura una affiliata della Halliburton, la società già diretta dal vicepresidente Cheney», il quale continua a ricevere dalla società un «compenso differito» (una sorta di pensione) di un milione di dollari l'anno, che si aggiunge alla «liquidazione» di oltre 20 milioni di dollari in azioni che ha avuto quando ha lasciato l'incarico. Altre società beneficiarie dei contratti per la «ricostruzione dell'Iraq» sono il Bechtel Group, nel cui consiglio di amministrazione siede l'ex-segretario di stato George Shultz, e la Fluor, che lo scorso aprile ha assunto Kenneth Oscar, già vicesegretario del settore dell'esercito addetto all'acquisto di armamenti (35 miliardi di dollari annui), e ha nel suo consiglio di amministrazione l'ammiraglio a riposo (ma sempre attivo) Bobby Inman, già direttore dell'Agenzia della sicurezza nazionale e vicedirettore della Cia.

L'amministrazione Bush sta dunque facendo, con il denaro pubblico, un enorme investimento sull'Iraq. E' evidente quindi che voglia recuperarlo. Per questo respinge seccamente ogni richiesta che sia l'Onu ad amministrare il paese nel dopoguerra, quando, secondo i piani di Washington, saranno riportati a pieno regime i pozzi petroliferi e ne saranno attivati altri per sfruttare quelle che sono le maggiori riserve petrolifere del mondo, quando si costruiranno sul territorio iracheno le basi destinate a rafforzare la presenza militare statunitense nell'area strategica del Golfo. Questo, in sintesi, è lo scopo della guerra. Scopo che l'amministrazione Bush cerca di nascondere in vari modi. Tra questi, l'ordine impartito alle unità corazzate, prima di iniziare l'invasione dell'Iraq, di «non esporre sui carri armati le bandiere dei reggimenti e neppure quella americana» (The New York Times, 20 marzo), perché «la bandiera darebbe ai cittadini iracheni la falsa idea che siamo un esercito di conquista, che vuole la terra e la ricchezza irachena per gli Stati uniti, e non una forza di liberazione». (Fonte : Il Manifesto del 27 marzo 2003).

28 marzo 2003


Tutto è pronto per insediare il nuovo governo provvisorio
A Kuwait City si lavora giorno e notte sugli incarichi
La squadra della Casa Bianca
per il "protettorato" dell'Iraq

Alla scelta partecipano anche le varie anime
dell'opposizione, sunnita e sciita, al regime di Saddam
dal nostro inviato CARLO BONINI

KUWAIT CITY - Il capitano di fregata della marina degli Stati Uniti Nat Jones è l'ombra di Jay M. Garner, designato dalla Casa Bianca come futuro governatore provvisorio dell'Iraq "liberato". Nat Jones spiega che "il generale ha ancora molto da lavorare e non sotto i riflettori", soprattutto se dovesse prevalere l'idea di insediare subito, prima della caduta di Bagdad, un governo di transizione. Sessantaquattro anni, generale in pensione, Jay M. Garner ha sistemato il suo stato maggiore tra le villette a schiera del più riparato dei compound dell'Hilton di Kuwait City. L'albergo, affacciato su una bianchissima spiaggia del Golfo e protetto da cavalli di frisia, nidi di mitragliatrici e blocchi di cemento armato, è un porto di mare. Marines e ufficiali inglesi hanno qui il loro comando operazioni.

Nonostante l'andirivieni, Garner riesce a svolgere con discrezione il suo lavoro diplomatico con gli sherpa dell'opposizione irachena in esilio. Si sono visti gli sciiti del "Consiglio Supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq" di Muhammad Baqir al Hakim e quelli del al-Wifaq al-Watani di Iyad Alawi. Si sono visti i consiglieri di Al-Halas, l'Alto consiglio per la salvezza nazionale dei due ex ufficiali iracheni in esilio Nizar Hazragi e Wafiq Samarrai, i fedeli del "Movimento monarchico costituzionale" di Ali bin Sharif, i laici dell'Iraqi National Congress di Ahmad Chalabi, i curdi di Talabani e Barzani. A tutti, come del resto anche agli ambasciatori dei Paesi alleati (Italia compresa), Garner, scelto dal sottosegretario alla difesa americano Paul Wolfowitz, ha promesso la fine delle sanzioni, il contributo essenziale dell'Onu nel futuro del Paese. E a tutti ha consegnato un "protocollo" per la ricostruzione dell'Iraq liberato, impegnandosi a trasferire presto il suo staff nel nord del Paese, dove si raccolgono oggi i leader dell'opposizione.

L'organismo che governerà la transizione irachena si chiamerà "Ufficio per la ricostruzione e l'assistenza umanitaria" ("Office of reconstruction and humanitarian assistance", ORHA) e "lavorerà in stretto contatto con il Comando unificato delle Forze Armate anglo-americane". In due cartelle, Garner ha sintetizzato le indicazioni del Pentagono. "L'obiettivo strategico dell'ORHA - si legge nel documento di cui Repubblica è in grado di rendere conto - è un Iraq unito, con un'identità nazionale che rispetti le differenze religiose, etniche e tribali, governato da un esecutivo liberamente eletto, informato allo Stato di diritto, che riconosca il principio di non belligeranza e rifiuti il sostegno al terrorismo e all'uso e proliferazione delle armi di distruzione di massa. L'Iraq adotterà una libera economia di mercato".

Nei corridoi dell'Hilton, da martedì scorso, si affollano funzionari del Pentagono, ex ambasciatori, burocrati del Tesoro e del Commercio americani che si dice saranno protagonisti nella nuova amministrazione. Secondo il New York Times, sarebbe addirittura pronta l'ossatura del nuovo governo che, oggi, prevede 22 ministri. Ne dovrebbero far parte, con la responsabilità del dicastero dell'industria, Timothy Carney, ex ambasciatore in Sudan; al commercio, Robin Raphel, ex ambasciatore in Tunisia; agli esteri, Kenton Keith, ex ambasciatore in Qatar; al ministero dell'informazione, l'ex direttore della Cia James Woolsey. Robert Reilly, già direttore di "Voice of America", sarebbe già a buon punto nella definizione della nuova "radio dell'Iraq libero".

Sono quattro - si legge ancora nel documento - i passi che il "governo provvisorio" muoverà nell'immediato dopoguerra, "in attesa di trasferire la propria sede a Bagdad, quando le condizioni di sicurezza lo consentano. 1) Immediati contatti con i ministeri iracheni e le amministrazioni cittadine. 2) Continuità della pubblica amministrazione e, al tempo stesso, formazione dei funzionari alle procedure di una società libera. 3) Le pubbliche amministrazioni non interromperanno i propri servizi nell'interesse del popolo iracheno. 4) Conclusa questa fase di prima emergenza, il controllo delle amministrazioni sarà restituito alle autorità irachene secondo un calendario che dipenderà dai progressi di ogni amministrazione riformata. Le funzioni del governo e delle amministrazioni saranno restituite quanto prima al controllo del popolo iracheno".

La coalizione anglo-americana - insiste il documento - "si adopererà con la ORHA per potenziare le capacità e le risorse secondo questa scala di priorità: a) Acqua; b) Cibo; c) Ospedali; d) Assistenza sanitaria; e) Alloggi". Lo sforzo sarà accompagnato dalle risorse e dalla cooperazione dell'Onu, degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative. Il piano sarà coordinato nel territorio da tre "vice-governatori" o "governatori regionali" (Nord, Centro, Sud) che l'ORHA provvederà a nominare tra personalità irachene non compromesse con il regime.

(5 aprile 2003)


Risorse energetiche e controllo geopolitico
Il Grande Gioco nell'Asia centrale
Sergio Cararo

Chi governa l'Europa orientale comanda la zona centrale;
Chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica
Chi governa la massa eurasiatica comanda il mondo
Harold Mackinder (padre della moderna geopolitica)

Per cercare di comprendere le cause e gli obiettivi di una guerra, occorre prendere in esame tutte le ipotesi, gli interessi materiali in gioco, le forze sociali o economiche che spingono verso un conflitto e soprattutto verso un esito dello stesso che corrisponda ai propri obiettivi.
L'amministrazione statunitense, ha dichiarato che la "guerra infinita" durerà mesi se non anni, che un intero sistema politico, economico, civile ed internazionale dovrà piegarsi alle esigenze di un conflitto con caratteristiche nuove.

E' indubbio che, in questa vicenda, il casus belli - gli attentati dell'11 settembre al cuore economico e politico degli Stati Uniti - sia stato al di sopra dell'immaginazione (1).
E' anche vero che nella storia più recente, gli autori degli attentati e gli attentati stessi, sono passati in secondo piano rispetto allo sviluppo degli avvenimenti. Nell'esame della storia, che rapporto di grandezza è rimasto tra l'attentato di Serajevo, l'affondamenento del piroscafo Lusitania e la Prima Guerra Mondiale? O tra l'affondamento della nave americana Maine e la conquista di Cuba e l'espulsione definitiva della Spagna dal gruppo delle potenze coloniali? Oppure, per parlare di casus belli, tra il bombardamento su Pearl Harbour e la parte della Seconda Guerra Mondiale combattuta in Asia e nel Pacifico?
Della guerra infinita conosciamo solo alcuni dettagli: l'individuazione e la caccia a Osama Bin Laden ritenuto il responsabile degli attentati sulle Twin Towers, i bombardamenti e i massacri sull'Afganistan dei taliban accusato di ospitarlo, il pieno controllo della prima fase della guerra nelle mani degli Stati Uniti.
Gli obiettivi dichiarati di questa guerra sono la lotta al terrorismo internazionale e la "dissuasione" per chiunque - siano essi una organizzazione terroristica o Stati - dal minacciare o attaccare gli interessi strategici statunitensi nel proprio territorio nazionale o nel resto del mondo.
E' noto che le dottrine elaborate dai vari centri decisionali del potere degli Stati Uniti, hanno una concezione molto ampia e flessibile dei propri interessi strategici. In fasi diverse, mutano le linee guida che ispirano e orientano la politica internazionale statunitense (inclusa quella militare). In alcune fasi si impongono interessi materiali, scuole di pensiero e chiavi di lettura, in fasi diverse se ne impongono altre. Il cambiamento della politica USA verso il Medio Oriente cioè verso Israele e palestinesi oppure verso l'Iraq e l'Arabia saudita, indica la "flessibilità" degli orientamenti che si impongono di volta in volta.
In questo lavoro, si è cercato di ricostruire i passaggi delle scelte operate nell'ultimo decennio dagli Stati Uniti in un'area come l'Asia centrale che oggi - con l'attacco all'Afganistan - appare al centro dell'azione politica e militare degli USA. Dalla ricostruzione degli eventi, emerge un cambiamento di posizione degli Stati Uniti già nella seconda metà degli anni Novanta.
Con la nuova amministrazione Bush, sembrano aver acquisito maggiore influenza e potere decisionale i settori ispirati da una chiave di lettura fortemente geopolitica degli interessi strategici statunitensi. Consiglieri come Brzezinski, Huntington, Wolfowitz in questa fase paiono avere maggiore peso decisionale nella formazione degli orientamenti della politica internazionale statunitense e di una amministrazione fortemente compenetrata con il business del petrolio e l'economia di guerra.

La preparazione geopolitica della guerra infinita

Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene che chi ha il controllo della zona centrale controlla l'Eurasia e chi controlla l'Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell'URSS, gli Stati Uniti hanno sicuramente ipotecato il comando della zona centrale a proprio favore. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre passare al comando della massa eurasiatica."La capacità degli Stati Uniti di esercitare un'effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell'Eurasia, scongiurando soprattutto l'emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione". (2) Questa ambizione, esplicitata da Brzezinski, sembra aver ispirato la "svolta" della amministrazione statunitense nella seconda metà degli Novanta e soprattutto l'escalation di questi ultimi mesi.L'Afganistan dunque potrebbe trovarsi - suo malgrado - al posto giusto.
Per comprendere le motivazioni "forti" dell'attuale intervento militare contro l'Afganistan ed in Asia Centrale, sarebbe sufficiente aprire una carta geografica che includa tutta l'area definita eurasiatica. E' un'area assai ampia che include paesi con sistemi, risorse economiche e potenzialità militari assai diverse tra loro. Ma è soprattutto l'area che a partire dal biennio 1989-91, con la dissoluzione dell'URSS e del COMECON è stata "aperta" agli interessi ed agli investimenti americani ed europei .

Negli anni Novanta inizia l'assalto all'Eurasia

Dal 1993 l'Unione Europea ha lanciato il Traceca (Corridoio Caucasico TransEuropeo) entrato in fase attiva tra il 1994 e il 1995. Obiettivo di questo progetto era quello di bypassare la Russia per i trasporti, gli oleodotti e gli investimenti più generali tra l'Europa e l'Asia Centrale.
Tale progetto, non investiva solo le ambizioni degli europei e degli Stati Uniti, ma coinvolgeva anche le ambizioni di altri Stati della regione come la Turchia (membro della NATO, alleato di ferro degli USA, candidato ad entrare nell'Unione Europea).
Tra il 1993 e il 1994, a seguito di due incidenti navali,la Turchia avviava una offensiva a tutto campo tesa a ridurre il traffico di petroliere nello stretto del Bosforo. Veniva addirittura ventilata l'ipotesi di annullare il Trattato di Montreaux che "internazionalizza" il traffico nei Dardanelli e nel Bosforo. Le petroliere incriminate, provenivano tutte dai terminali petroliferi russi sul Mar Nero.
Nel 1994, un articolo comparso sul quotidiano turco Milliyet, rendeva nota l'esistenza di un progetto di oleodotto tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) che avrebbe tagliato defitivamente fuori la Russia dalle nuove rotte del petrolio dall'Asia centrale.
Nel 1994, con il "contratto del secolo" firmato tra l'Azerbaijan ed un consorzio di compagnie petrolifere guidato dalla British Petroleum (AIOC) è iniziata la "corsa" all'oro nero, al gas e ai mercati dell'Asia Centrale.
Sono state create così le condizioni per la "svolta" della strategia geopolitica degli Stati Uniti su quest'area. Parlare di svolta, non è una semplificazione ma è un indicatore storico, economico e geopolitico capace di spiegare molti avvenimenti della seconda metà degli anni Novanta.
Fino al 1993, infatti, gli USA puntavano a cooptare la Russia negli accordi sul Traceca e sulle pipelines. Dopo una fase di discussione, intorno al 1995 l'approccio dell'amministrazione statunitense cambia radicalmente sia per quanto riguarda l'Asia Centrale che i Balcani.
Nello stesso anno - il 1995 , oltre l'Azerbaijan, anche Georgia e Uzbekistan entrano nell'orbita degli interessi americani.
Tale cambiamento di posizione produrrà scelte operative a partire dal 1996, ossia l'anno in cui i Taleban conquistano Kabul dopo una "marcia trionfale" partita dal Pakistan e iniziata proprio nel 1995.
La dissoluzione dell'URSS e la frantumazione delle sue repubbliche, hanno consentito agli Stati Uniti di intervenire con efficacia in quest'area sia sul piano bilaterale sia sul piano multilaterale (es: includendo alcuni di questi paesi nella "parnership for peace" con la NATO).
I paesi europei ex Comecon (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria etc.) sono già stati integrati nella NATO e nella penetrazione degli IDE grazie alle privatizzazioni, alle facilitazioni per gli investimenti esteri, al cambiamento delle leggi sulla proprietà imposti dal FMI e dagli istituti finanziari internazionali.Ma nelle repubbliche asiatiche della ex URSS e nei Balcani le cose ancora non erano a questo punto.

La "normalizzazione" della regione Balcanica

Nel 1999 è stata "sistemata" la regione balcanica. Sono stati necessari due interventi militari della NATO (uno, cronologicamente indicativo, nel '95 in Bosnia ed uno più pesante nel '99 in Kossovo e Federazione Jugoslava) per definire degli assetti soddisfacenti per gli interessi americani e più vulnerabili per i "partner europei".
Attualmente nei Balcani, gli USA possono contare su alcuni risultati sicuri: hanno costruito una grande base militare in Kossovo (Camp Bondsteel); hanno neutralizzato il Corridoio strategico nr.10 sul quale convergevano gli interessi di Russia, Serbia, Grecia ed anche Germania; hanno dato il via al versante più occidentale del Corridoio strategico nr.8 sul quale convergono invece gli interessi americani e inglesi; possono contare sull'alleanza di tre paesi funzionali al Corridoio: Albania/Kossovo, Bulgaria ed una parte della riottosa Macedonia. L'attuale convergenza con i movimenti nazionalistici pan-albanesi, consente inoltre di controllare tutti gli snodi strategici dell'area in Kossovo, Albania e Macedonia (3).
La situazione è talmente consolidata, che il Dipartimento di Stato USA sta valutando l'ipotesi di ritirare una parte dei contingenti operativi in Kossovo, Macedonia e Bosnia, di lasciare solo gli uomini incaricati della piena operatività della base di Camp Bondesteel e di affidare il compito di polizia militare e di controllo al contingente militare italiano destinato a diventare il più numeroso nei Balcani.

I rapporti di forza nella regione eurasiatica

La situazione nel versante orientale della regione euroasiatica (Asia Centrale), presenta maggiori problemi per l'egemonia e il controllo da parte degli Stati Uniti. In questa regione convergono infatti gli interessi strategici della Russia e in qualche modo quelli della Cina. Vi sono poi potenze regionali ostili come l'Iran e potenze alleate come la Turchia in espansione nell'area turcofona ma con crescenti contraddizioni e spinte dissonanti all'interno. Alla sua periferia più prossima vi sono due potenze nucleari regionali come il Pakistan e l'India (quest'ultima dispone però di un potenziale umano enorme).
In mezzo, ma proprio in mezzo, vi è una terra di nessuno (una no man's land) chiamata Afganistan.
Quando l'URSS occupò l'Afganistan nel dicembre 1979, vi furono reazioni diverse. I palestinesi esultarono perchè la videro come un ritorno dell'URSS ad occuparsi dell'area più prossima al Medio Oriente ed un possibile punto di resistenza dopo il goodbye di Brzezinski all'OLP.
Per gli Stati Uniti - anche a seguito della caduta del regime dello sciah in Iran - ebbe lo stesso effetto, fatte le dovute proporzioni, degli attentati alle Twin Towers. Scattò dunque l'escalation della seconda guerra fredda che portò all'installazione dei missili in Europa, alla costituzione della Rapid Deployment Force (Forza di Intervento Rapido) con base nell'isola di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, al confronto globale Est-Ovest in tutte le aree e all'organizzazione economica, militare e politica delle forze che si opponevano alla presenza sovietica in Afganistan (tra questi anche Osama Bin Laden).

Le mappe a disposizione dimostrano alcune cose.

1. Gli Stati Uniti sono ancora assenti dall'Eurasia sul piano di strutture di controllo permanenti (basi militari, corridoi aerei riservati, accordi bilaterali o organismi multilaterali in cui operare come primus inter pares.

2. In quest'area possono manifestarsi ambizioni di potenze rivali all'egemonia statunitense (Cina, Russia, India singolarmente o in accordo tra loro);

3. In Eurasia si sono rivelate riserve petrolifere significative e ancora poco sfruttate. Con la dissoluzione dell'URSS si è aperta la possibilità di raggiungerle e controllarle, cosa questa impossibile fino al 1991.

4. L'Afganistan, dal punto di vista geopolitico, è collocato al posto giusto.

Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire in Afganistan, la situazione sul campo a livello euroasiatico era la seguente:

1) I Balcani (terminale del Corridoio nr.8), dopo la guerra contro la Jugoslavia nel 1999 e la "rimozione" di Milosevic nel 2000, sono in gran parte sotto controllo statunitense. Le ambizioni europee e l'influenza della Russia sull'area slava sono state ridimensionate.

2) Nella regione caucasica, Georgia e Azerbaijan (tratto intermedio del Corridoio nr.8) sono sotto controllo statunitense. La prima con il porto di Supsa sul Mar Nero, è il terminale petrolifero di un oleodotto proveniente da Baku. Questo corridoio è alternativo a quello che da Baku va in Russia, attraversa la Cecenia e sfocia sul terminale russo di Novorossik sul Mar Nero. Georgia e Azerbaijan hanno chiesto di entrare nella NATO. In attesa di definizione dello status di membri NATO, la Georgia nel 1997 ha dato vita al GUUAM (patto di assistenza militare tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan, Moldavia) sotto la supervisione americana (è indicativo che la seconda riunione del GUUAM sia stata tenuta...a Washington). La Turchia, vantando anche le comunanze turcofone, si è incaricata di custodire l'Azerbaijan e di affiancarlo contro il nemico comune, l'Armenia, che si è ovviamente legata alla Russia e ne ospita alcune basi militari. L'Azerbaijan ha assunto un valore strategico particolare:"Un Azerbajian indipendente, collegato ai mercati occidentali da oleodotti che non passino attraverso il territorio controllato dai russi, rappresenterebbe un importante canale di accesso per le economie avanzate e consumatrici di energia alle repubbliche ricche di petrolio dell'Asia centrale" esplicita ancora una volta Brzezinski.

3) A Sud-ovest, nell'autunno del 1999, il progetto petrolifero Baku-Ceyhan (Turchia) era riuscito a vincere le resistenze delle compagnie petrolifere statunitensi impegnate in Azerbaijan (grazie alla promessa di rilevanti sgravi fiscali). Questo percorso avrebbe dovuto tagliare definitivamente fuori la Russia dalle rotte del petrolio del Mar Caspio.
Più a nord, dopo mesi di attentati e "sifonamenti" dei secessionisti islamici (vicini anch'essi a Bin Laden) all'oleodotto Baku-Novorossik ed a quello in costruzione tra Kazachistan e Novorossik, il riaccendersi della guerra in Cecenia (ottobre '99) aveva il compito di evidenziare agli occhi degli investitori come quella rotta non "fosse più sicura";

4) Più a Est gli Stati Uniti avevano cercato di bypassare la Russia e l'Iran avviando un corridoio energetico (gas e petrolio) verso sud. Dai giacimenti del Turkmenistan e tendenzialmente del Kazachistan, il corridoio doveva attraversare l'Afganistan, il Pakistan e sfociare nel porto pakistano di Gwadar. In pratica questo sarebbe diventato il terminale orientale del Corridoio nr.8. Era la quadratura del cerchio. Le riserve di idrocarburi sarebbero state veicolate a Ovest ed a Est saltando i "rivali" Russia e Iran e sotto stretto controllo americano. Il regime dei taliban in Afganistan e quello militare in Pakistan dovevano assicurare tale quadratura del cerchio.

Il "Silk Road Strategy Act"

Come è stato già segnalato, dal 1993 è iniziata la grande marcia di avvicinamento degli USA al controllo dell'Eurasia. Per dare un ritmo sostenuto a questa marcia, alla fine del 1997, il Congresso USA ha discusso il "Silk Road Strategy Act" (Documento strategico per la "Via della Seta").

Il primo obiettivo del documento era quello di recidere le relazioni tra le repubbliche asiatiche della ex URSS e la Russia.

Il secondo era quello di riannodare il filo del dialogo con l'Iran approfittando di eventuali divisioni tra "riformisti" e "conservatori" come suggerito in un articolo di Foreign Affairs del maggio/giugno 1997 scritto a sei mani proprio da Brzezinski insieme a Scowcroft e Murphy e da un documento curato nel 1998 dall'attuale viceministro della Difesa, il falco Wolfowitz.

Il terzo era quello di installare basi militari permanenti negli snodi strategici della regione. A tale scopo può essere utilizzata l'estensione della NATO ai paesi dell'Est (inclusi Georgia e Azerbaijan). Ma nel versante orientale non esisteva fino ad oggi nulla di paragonibile alla NATO, ragione per cui gli Stati Uniti hanno ritenuto di dover operare direttamente sul campo e dotarsi delle strutture necessarie: "La densità dell'infrastruttura fissa e mobile degli Stati Uniti è minore che in altre regioni cruciali. Ciò rende importante assicurare agli Stati Uniti ulteriori accessi alle regione e sviluppare sistemi capaci di effettuare operazioni impegnative a grandi distanze con un minimo supporto basato sul teatro di operazioni" ammette una importante pubblicazione strategica americana (4)
Il progetto di costruzione di basi militari statunitensi in Afganistan, Uzbekistan e Pakistan, corrisponde pienamente ai disegni strategici USa in Asia Centrale. Anche qui, una volta diradato il polverone della guerra e dell'emergenza, resteranno così come è accaduto nel Golfo e nei Balcani, delle basi militari permanenti degli Stati Uniti.

La competizione energetica e geopolitica in Asia Centrale

Quali sono i problemi che fino ad oggi hanno ostacolato il progetto di penetrazione e controllo statunitense degli snodi strategici euroasiatici? E come si stanno modificando i rapporti di forza nella regione a seguito della guerra?

1) I rapporti tra Stati Uniti e Russia. Alla fine del '99 veniva pensionato Eltsin e saliva al potere Putin. Con lui è tornata al potere anche una nuova forma di percezione degli interessi "strategici" russi. Sostenuto dai boss delle società petrolifere e del gas, Putin ha avviato una politica più "aggressiva" sulle repubbliche ex sovietiche tesa ad impedire che la Russia venga tagliata fuori dalle rotte del petrolio che continua a rappresentare il 70% dell'export russo. Indicativa è la recente notizia dell'inaugurazione della pipeline tra Kazachistan e il terminale russo di Novorossik e quella di una joint venture tra Russia e Kazachistan per la fornitura di gas kazaco alla Russia che sarebbe in dirittura d'arrivo. La sua commercializzazione verrebbe quindi affidata alla infrastrutture russe capaci di arrivare anche sui terminali di sbocco.In questi mesi le relazioni tra Stati Uniti e Russia sembrano essere migliorate. Se su alcuni temi dell'agenda bilaterale come lo Scudo antimissili e l'estensione della NATo alle repubbliche baltiche non c'è ancora intesa, alcuni osservatori sostengono che sul business petrolifero stia invece crescendo accordi e cooperazione strategica. Il segretario americano all'energia Spencer Abraham ha partecipato all'inaugurazione della pipeline kazaco-russa che, secondo il Sole 24 Ore, "rappresenta una vittoria della Russia" dopo aver rappresentato negli anni novanta una sfida contro il tentativo degli USA e della Turchia di togliergli il controllo dei flussi pteorliferi e di gas dell'area. In cambio di questa sconfitta della strategia politico-energetica seguita deagli USA, la Russia ha ignorato le richieste dell'OPEC di tagliare la produzione per far risalire i prezzi del petrolio. L'amministrazione statunitense ha dichiarato di aver "molto apprezzato" la scelta russa (5).

2) Le relazioni tra Stati Uniti e Cina. A luglio 2001, Russia e Cina avevano raggiunto un importante trattato della durata di 20 anni. Era il "Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese". Il trattato parla di "partnership strategica per far fronte alla crescente egemonia americana".Quasi contemporaneamente anche l'India ha siglato un accordo militare-commerciale con la Russia per 10 miliardi di dollari.E' abbastanza chiaro come queste iniziative nuocessero profondamente agli interessi strategici americani in Asia Centrale. Cogliendo l'occasione della guerra in Afganistan, tra Stati Uniti e Cina è iniziato un linkage a più facce.
A ottobre, al vertice dell'APEC di Shangai, la Cina aveva fatto gli onori di casa consentendo agli Stati Uniti di "incassare" un documento politico (contro il terrorismo) in una sede dove storicamente si parla solo di problemi economici. La Cina si è schierata con la coalizione internazionale contro il terrorismo architettata da Washington per legittimare la "guerra infinita" e l'aggressione all'Afganistan. In compenso ha ottenuto due risultati: uno è molto simile a quello portato a casa dalla Russia sulla Cecenia ossia il placet americano ed occidentale per le soluzioni di forza contro i secessionisti musulmani nello Xinkiang (i cinesi lo definiscono Turkestan orientale). "Anche la Cina è vittima del terrorismo" ha detto il ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan "il gruppo del Turkestan orientale è certamente un 'organizzazione terroristica e colpirla è parte della lotta contro il terrorismo".
L'altro risultato, forse ancora più ambìto, è che Bush ha fatto propria - almeno in questa fase - la dottrina de "Una sola Cina", dottrina con cui la Repubblica Popolare Cinese nega da sempre l'esistenza della Repubblica Cinese di Taiwan. Alla luce di quanto avvenuto nei mesi scorsi tra Cina e Stati Uniti, questo non è certamente un dettaglio (6).


3) Competizione a tutto campo tra le multinazionali petrolifere.
Nella competizione senza esclusioni di colpi in corso da anni nell'Asia centrale, anche l'Italia, tramite l'ENI, ha cominciato a manifestare ambizioni di grandezza nell'area.
L'ENI, ha recentemente soffiato alle compagnie USA (Exxon-Mobil) il contratto sugli immensi giacimenti di Kachagan, in Kazachistan. Ha inoltre siglato un supercontratto con la Russia sul giacimento di Astrakan. L'ENI ha avviato il gasdotto sottomarino Bluestream in collaborazione con la Russia. Questo gasdotto, che porterà dalla Russia il gas in Turchia, rimette in gioco Mosca e, nei fatti, rende obsoleto il progetto Baku-Ceyhan sul quale l'amministrazione USA aveva riposto molte aspettative. Nel 1998 gli USA avevano dichiarato apertamente la loro opposizione al progetto Blue Stream e nel corso del 2000 hanno fatto pressione sui parlamentari turchi affinchè non approvassero il progetto, ma il pressing si è rivelato inutile.
Infine, ENI e TotalFinaElf stanno "dilagando" in Iran firmando contratti e concessioni miliardarie sui giacimenti di South Pars approfittando dell'assenza USA dovuta all'embargo contro Teheran. Emergono indiscrezioni su telefonate di fuoco tra l'Albright prima e Powell poi verso le autorità italiane. Contatti e preparativi fervono anche con l'Iraq suscitando anche qui l'ira degli Stati Uniti."Le divergenze con l'Europa in merito all'Iran e all'Iraq sono state considerate dagli Stati Uniti non come una questione tra pari, bensì come una manifestazione di insubordinazione" è stato il commento perentorio di Brzezinski. Le vecchie ingerenze di una volta dunque non avevano funzionato.
Lo scontro per il controllo delle riserve energetiche è ormai decisivo e frontale. In gioco ci sono le prospettive di tenuta e sviluppo delle principali economie capitaliste ed innanzitutto di quella statunitense, che dell'energia a basso costo ha fatto uno dei suoi pilastri. Ma la partita per le risorse energetiche è ancora più complessa e vitale per gli interessi strategici. Su questo ci sono in circolazione analisi tecniche, economiche e politiche molto dettagliate (9).

4) Alleanza e rottura con i taliban e i sauditi.
In questi anni, più di qualche osservatore ha documentato gli stretti rapporti tra gli Stati Uniti, i sauditi e il regime dei taliban in Afganistan. L'interesse comune era rappresentato dal progetto di oleodotto/gasdotto dal Turkmenistan a Gwandar in Pakistan attarverso l'Afganistan. Su questo progetto convergevano la compagnia americana Unocal e quella saudita Delta Oil. "Nonostanti si ostini a negarlo, Washington appoggia completamente questo progetto...Non appena la città (Kabul, NdR) è caduta in mano ai talebani, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un documento in cui giudica "positiva" la loro vittoria e annuncia l'invio di una delegazione ufficiale a Kabul" scriveva cinque anni fa Le Monde Diplomatique (7).
Ma l'accordo tra la compagnia statunitense Unocal, quella saudita Delta Oil e il regime dei Taliban per la pipelines attraverso l'Afganistan, è poi saltato. Alcuni dicono perchè non è stato raggiunto l'accordo per le royalties sull'oledotto-gasdotto. Altri perchè i sauditi avrebbero voluto gestire interamente l'operazione (è questo lo zampino di Bin Laden che ha fatto imbufalire definitivamente gli americani?).
Nell'agosto del 1998 gli USA lanciarono dei missili sull'Afganistan come rappresaglia per gli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania. Ma l'Unocal abbandonerà il progetto e l'Afganistan solo quattro mesi dopo, nel dicembre 1998. In compenso, il "neo-presidente" afgano Kirzai, un pashtun nominato come nuovo leader del paese dalla recente conferenza di Bonn, era ed è ancora un consigliere sul libro paga della Unocal


L'Afganistan nel "Grande Gioco" euroasiatico

L'Afganistan, pur essendo un paese povero e inospitale, è collocato geopoliticamente al posto giusto per consentire agli Stati Uniti di entrare di forza e direttamente nel "Grande Gioco sull'Eurasia".
"In virtù della sua ubicazione geografica, l'Afganistan ha sempre giocato un ruolo importante nella stabilità regionale ed è stato frequentemente al centro dell'attenzione delle grandi potenze" sostiene il Ten. Col. Lester W. Grau uno dei maggiori esperti militari americani della regione (8)
La campagna contro il terrorismo islamico si rivela a tale scopo pienamente calzante.
"Anche una possibile sfida del fondamentalismo islamico al primato americano potrebbe essere parte del problema in una regione contrassegnata dall'instabilità. Facendo leva su una condanna religiosa dello stile di vita americano e approfittando del conflitto arabo-israliano potrebbe provocare in Medio Oriente la crisi di più di un governo filo-occidentale, in definitiva compromettere gli interessi dell'America in quella regione, soprattutto nel Golfo Persico.
Fermo restando che, senza coesione politica e in assenza di uno Stato islamico, forte nel vero senso della parola, una sfida da parte del fondamentalismo islamico sarebbe priva di un centro geopolitico e rischierebbe, pertanto, di esprimersi soprattutto attraverso una violenza diffusa" scriveva quattro anni fa in modo sospettosamente "profetico" Brzezinski.
Poteva essere l'Afganistan lo Stato islamico "forte" in grado di rappresentare il centro geopolitico capace di compromettere gli interessi degli USA? Alla luce di quanto conosciamo e di quanto abbiamo visto di questo paese inospitale, povero e devastato da venti anni di guerre, appare difficile crederci. Eppure la maggiore potenza militare del mondo si è accanita su di esso in nome della lotta contro il terrorismo e la minaccia islamica. E' evidente come quest'ultima sia talmente indefinibile da potersi prestare a molte operazioni.
La Russia e la Cina, ad esempio, hanno lo stesso problema in Cecenia e nel Xinkiang, l'India ce l'ha nel Kashmir, l'Iran aveva persino minacciato di invadere la parte occidentale dell'Afganistan per proteggere gli sciiti filo-iraniani sconfitti e decimati dai Taliban. Tutte queste potenze regionali eurasiatiche non nascondono affatto di sostenere politicamente e militarmente i mojaheddin dell'Alleanza del Nord contro il regime dei Taliban e le ambizioni del Pakistan, sostenuti entrambi fino a pochi mesi fa dagli Stati Uniti.
Per una fase non certo lunga, gli interessi di questi "competitori" eurasiatici potranno essere cooptati dagli americani. Per questi ultimi occorre però uscire velocemente e in maniera definitiva dal rischio di impantanarsi in un lungo conflitto in Afganistan. In tal senso, occorre concordare con due potenze come Russia e Cina i limiti e gli interessi comuni nell'area (vedi il vertice APEC di Shangai, ottobre 2001) ma per Washington diventa urgente e necessario consolidare al più presto la presenza militare nella regione in un quadro di relativa stabilità.
Installarsi stabilmente in Afganistan e Pakistan, inserirsi in Uzbekistan e nel gigante eurasiatico del Kazachistan, testare le relazioni con Turkmenistan e Tagikistan, coronerebbe il progetto strategico degli Stati Uniti sull'Eurasia.

Obiettivo Kazachistan

Il giornale del business russo "Argumenty e fakti", riporta il 5 dicembre del 2000 che gli Stati Uniti hanno in progetto di costruire basi militari in Kazachistan, Georgia e Azerbaijan. La prima di queste tre repubbliche della ex URSS, è la "gallina dalle uova d'oro" dell'area. Le sue riserve di idrocarburi (petrolio e gas) sono le più grandi di tutta la regione e le uniche in grado di rendere economicamente vataggiosi gli oleodotti.
Sul Kazachistan è già in corso una guerra per l'accaparramento dei giacimenti che sta mettendo in duro contrasto Stati Uniti, Russia, Cina e ...Italia.
Alla fine dello scorso anno, la Shell ha perso il ruolo di "operatore" per il giacimento di Kashagan. Su questo giacimemento tra il dicembre 2000 e il gennaio 2001 rimangono in campo solo l'italiana ENI (già presente nei giacimenti di Tengiz e Karachaganan) e la francese ELF/TotalFina. Resta invece tagliata fuori l'americana Exxon/Mobil. Un'altra compagnia americana - la Chevron/Texaco - è invece presente a Tengiz. Ma la Chevron/Texaco, di cui è consigliere anche Condoleeza Rice, è anche una rivale della Exxon/Mobil. Quest'ultima ha finanziato la campagna elettorale di Al Gore, la sua rivale quella di Bush.
Il 12 febbraio di quest'anno, il governo del Kazachistan ha firmato la concessione all'ENI per il giacimento di Kashagan e la Exxon/Mobil ha fatto fuoco e fiamme chiedendo ed ottenendo anche le pressioni sull'Italia da parte del nuovo Segretario di Stato Colin Powell.
Non solo, il governo del Kazachistan, annunciava che entro il 2001 sarebbe entrata in funzione la pipelines tra Tengiz e Novorossik ossia quella preferita dalla Russia e sabotata dai secessionisti ceceni. I progetti statunitensi sulsubiscono così un altro duro colpo.
Chi metterà le mani sul Kazachistan, metterà le mani sulle riserve energetiche, sulla seconda repubblica della ex URSS, su una regione che confina direttamente con la Russia e la Cina...stringerà in pugno il cuore dell'Eurasia.

La mappa del tesoro del Caspio

Paesi
Petrolio
(mld.barili)
Gas
(mgl/mld metri cubi)
 
Riserve
accertate
Possibili
Totale
 
Kazachistan
10-17,6
92
102-110
53-83
Azerbaijan
3,6-12,5
32
36-45
11
Russia
2,7
14
17
N.d.
Turkmenistn
1,7
80
82
98-155
Uzbekistan
0,3
2
2
74-88
TOTALE
18,4-34,9
220
238-255
236-337

(Fonte: Energy International Agency)

Nell'area del Mar Caspio la guerra già c'era

La zona del Caspio, negli anni novanta è costellata da conflitti. All'interno delle singole repubbliche e nelle relazioni tra le varie repubbliche, esistono da tempo tensioni e conflitti fino ad oggi valutati come di "bassa intensità".
Il 23 luglio di quest'anno, alcune navi della marina militare iraniana nel Mar Caspio, hanno minacciati e fatto allontanare due navi per le prospezioni petrolifere dell'Azerbaijan con a bordo tecnici della compagni anglo-americana BP/Amoco.
Qualche giorno dopo, il governo del Turkmenistan ha accusato l'Azerbaijan si sfruttare giacimenti nel Mar Caspio di cui il Turkmenistan rivendica la sovranità.
La questione irrisolta dello status delle acque Mar Caspio, sta alimentando una'aspra conflittualità tra le repubbliche che vi si affacciano.
Secondo alcuni osservatori la Chevron/Texaco intenderebbe ritirarsi dall'Azerbaijan perchè non sarebbe più conveniente ed anche l'ENI avrebbe sospeso le trivellazioni.
Come abbiamo visto sembra per ora in liquidazione il progetto di pipeline tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) fortemente voluta dall'amministrazione USA ed a cui molte compagnie anglo-americane avevano aderito con grande riluttanza. I costi di questa pipeline sarebbero erano già lievitati da 2 a 3 miliardi di dollari. Se, a quanto pare, non si riuscirà ad agganciare a questo progetto di olodeotto il petrolio del Kazachistan, la pipeline Baku-Ceyhan dovrà essere definitivamente abbandonata perchè diseconomica e il progetto azero-statunitense subirebbe la sconfitta strategica di cui parlavamo in precedenza.
L'Uzbekistan da almeno sei anni si è apertamente schierato con gli Stati Uniti. Il Turkmenistan si barcamena e si è detto neutrale nella campagna contro l'Afganistan. Ma entrambi questi paesi hanno il problema di come far arrivare ai mercati di sbocco le loro riserve di gas e petrolio. Sul piano economico resterebbe più vantaggiosa l'opzione russa, su quello politico per ora è fallita la "via afgana" sostenuta dagli Stati Uniti e imposta con il controllo sul territorio dei Talebani.
L'amministrazione USA ha deciso dunque di dare una "spallata" per entrare decisamente in campo nella regione.
L'Afganistan è la prima sperimentazione diretta degli USA per arrivare ad inserirsi in modo permamente nel "cuore" dell'Eurasia. L' ammissione del segretario alla Difesa Rumsfeld sull'obiettivo della costruzione di una base militare in Afganistan conferma tale chiave di lettura. Anche alla fine della guerra del Golfo, una volta diradata la polvere della guerra, sono rimaste nell'area - dove prima non c'erano - tre grandi basi militari: in Arabia Saudita, in Kuwait e in Oman.
Camp Bondsteel in Kossovo e Camp Rhino in Afganistan vorrebbero rappresentare le due "fortezze" estreme per il controllo del Grande Corridoio nr.8, un corridoio che corre da Est a Ovest seguendo la "Via della Seta". In mezzo ci sono paesi alleati come Turchia, Georgia, Azerbajian, Uzbekistan, c'è il cuore dell'Eurasia e, secondo i geopolitici...c'è il dominio del mondo.

E' evidente come gli Stati Uniti se intendono mantenere e rafforzare la loro egemonia mondiale non possono che intervenire stabilmente in Eurasia. Tutti i rischi indicati dal Rapporto Wolfowitz nel 1992 e più recentemente da Brzezinski , si stavano presentando tutti: emersione di potenze rivali in competizione con gli USA, perdurante assenza dallo scacchiere eurasiatico, fallimento del progetto di tagliare fuori dalle rotte strategiche Russia, Iran ma anche la Cina. Un quadro aggravato dalla possibilità che alcuni dei più importanti paesi petroliferi del Medio Oriente comincino tra pochi mesi ad adottare l'euro piuttosto che il dollaro per le loro transazioni internazionali. Impedire tutto questo è probabilmente una parte della vera posta in gioco di questa guerra.


NOTE:

(1) In realtà sarebbe più corretto parlare della "nostra immaginazione", perchè è impressionante il numero di libri pubblicati negli Stati Uniti che vedevano come scenario attentati suicidi contro la Casa Bianca o le Twin Towers.

(2) Zbignew Brzezinski: "La Grande Scacchiera", p.8. Longanesi 1998

(3) Vogliamo ricordare l'intervista al gen. Jackson ad Alberto Negri del Sole 24 Ore, nel quale si affermava testualmente che i contingenti militari americano e inglese, erano nei Balcani "per rimanerci a protezione degli oleodotti strategici che attraverseranno questa regione" (Sole 24 Ore, aprile '99).

(4) Quadriennal Defense Review, 30 settembre 2001.

(5) Piero Sinatti:"E nel gioco del petrolio Russia e USA sono alleati", Sole 24 Ore del 4 dicembre 2001

(6) Intervista del ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan su "La Stampa" del 24 novembre

(7) Olivier Roy: "Sharia e gasdotto, la ricetta dei talebani" in Le Monde Diplomatique, novembre 1996

(8) Military Review, US Army, settembre 2001.

(9) Tra le altre, segnaliamo i preziosi e allarmanti contributi di Alberto Di Fazio su "Contro le nuove guerre", edizioni Odradek che raccoglie le relazioni al convegno degli Scienziati e scienziate contro la guerra tenutosi al Politecnico di Torino nel giugno del 2000. Una sintesi della relazione di Di Fazio è disponibile anche sull'inserto di Contropiano del febbraio 2001


 

Woolsey, l'idiota della IV guerra mondiale

di Giuseppe Genna

Raramente le persone di buon senso, in qualunque spaziotempo siano apparse su questo pianeta, hanno avuto la possibilità di osservare una densità così intensa di criminali cinici e idioti in uno stesso luogo qual è oggi Washington. Già abbiamo tracciato il profilo del Principe delle Tenebre Richard Perle. Oggi ci occupiamo di James Woolsey, un'altra eminenza grigia che spinge l'Amministrazione Bush e il pianeta verso il baratro. Ex direttore della Cia (ricoprì l'incarico dal '93 al '95 - fu dimissionato per palese inadeguatezza al compito), questo bel tomo del Male se ne è uscito, il 3 aprile, durante un convegno presso la University of California a Los Angeles, con dichiarazioni al limite della psicosi dichiarata: "Stiamo entrando nella Quarta Guerra Mondiale. La Guerra fredda è stata la Terza. Questa quarta guerra mondiale, penso, durerà considerevolmente di più di quanto durarono per noi la prima e la seconda guerra mondiale". Inquietante e significativo parere di un personaggio inquietante e significativo: le cui ombre vi raccontiamo.

Prima di svelare gli altarini del falco James Woolsey, uno degli amichetti più intimi di Kissinger e Cheney, riportiamo fedelmente le sue sconcertanti dichiarazioni. Woolsey, oggi indicato dai media come un possibile candidato per una posizione chiave nella ricostruzione dell'Iraq, ha detto: "Questa è la Quarta Guerra Mondiale. I nemici sono i governanti religiosi dell'Iran, i 'fascisti' in Iraq e Siria e gli estremisti islamici come al Qaeda. Questa Quarta Guerra Mondiale, penso, durerà considerevolmente di più di quanto durarono per noi la prima e la seconda guerra mondiale. Speriamo non quanto i quattro decenni della guerra fredda. Mentre ci muoviamo verso un nuovo Medio Oriente, lungo gli anni e i decenni che verranno, renderemo molta gente nervosa: come alcuni nostri alleati. Vi vogliamo nervosi. Vogliamo che realizziate adesso, che per la quarta volta in cento anni, questo paese e i suoi alleati sono in marcia e che siamo dalla parte di quelli che voi - i Mubarak, la famiglia reale saudita - più temete: siamo dalla parte del vostro popolo".
Per naturale inclinazione, manderemmo volentieri affanculo, nei modi più rapidi e dolorosi, un criminale tecnocratico come Woolsey. Ma forse è più utile raccontare per filo e per segno chi è e quali poteri rappresenta questo patetico reazionario, una delle gemme della corona sul capo di George Bush jr. Cominciando dalla fine e citando Il War Game del Potere, un nostro articolo già apparso su Carmilla - dove si raccontava di un gioco di ruolo svoltosi presso il CFR nel gennaio 2000 e in cui si simulava uno scenario di crisi planetaria. Tra le direttrici scelte per uscire dalla crisi finanziaria: l'ipotesi di una guerra infinita a carattere "preventivo". Tra i potentissimi invitati a partecipare a quel Risiko allucinante, c'era James Woolsey. Ecco come si svolsero le cose:

22 gennaio 2000: a porte chiuse, nella sede del Council on Foreign Relation, uno dei templi di Henry Kissinger e dell'élite neoconservative, in piena Manhattan, si è fatto un gioco. Il gioco era un Risiko. Il Risiko più pericoloso degli ultimi anni: si trattava di un War Game, una simulazione di scenario mondiale, a cui parteciparono 75 eletti, tra cui l'ex direttore Cia James Woolsey. I risultati del War Game furono comunicati a 250 invitati prescelti, nell'àmbito di un convegno chiuso dal titolo assai significativo: The Next Financial Crisis: Warning Signs, Damage Control and Impact. I segni premonitori, il controllo dei danni e le conseguenze di una crisi planetaria dei mercati - così fu comunicato nel corso del convegno - aveva indotto i partecipanti del War Game a tre soluzioni fondamentali: un colpo di Stato contro il Presidente Usa, l'immissione di stratosferiche liquidità a vantaggio delle grandi corporates che sarebbero crollate per incapacità previsionale, e lo scatenamento di un conflitto a lunga durata per ripristinare un ordine mondiale sotto l'egida Usa.
[...] In pratica: 75 persone divise in quattro gruppi hanno provato a simulare la crisi finanziaria totale, in un allegro gioco di ruolo destinato a diventare realtà. Uno dei gruppi (guidato da Jessica Einhorn, ex direttrice della Mondial Bank) assunse le funzioni della Federal Reserve. Il secondo gruppo impersonò il Ministero del Tesoro. Terzo gruppo: le autorità che si occupano dei "regulative matters" - Antitrust e commissioni governative. James Woolsey, l'ex direttore della Cia, guidò le decisioni del quarto gruppo, quello dedito alla personificazione delle autorità di Sicurezza nazionale. A guidare il War Game era Peter Schwartz: un'autorità nel campo della strategic vision, consulente e organizzatore di giochi di ruolo per Royal Dutch Shell, multinazionale del petrolio.
Ed ecco lo svolgimento del gioco, i processi e gli esiti che presero corpo durante quell'incontro durato due giorni:
- Lo scenario iniziale: crollo dell'indice Dow Jones da 10.000 a 7.100 punti; prezzo del petrolio che schizza a 36$ al barile; crollo della divisa monetaria Usa nei confronti di euro e yen; bancarotta dell'Ucraina, impossibilitata a pagare le forniture petrolifere da parte della Russia e rischio di conflitto tra le due nazioni, entrambe nuclearizzate; fallimento di Lloyd Assurance e conseguente devastazione del mercato dei derivati.
- Prima mossa dei "giocatori del Council on Foreign Relations: il loro gruppo assume i poteri del Presidente degli Stati Uniti. Il primo atto è dunque un colpo di Stato: si sostituisce il governo eletto democraticamente con un comitato di affari che ne assume i poteri segretamente. Il Presidente non viene deposto con violenza: viene di fatto tenuto in ostaggio, sembra che sia lui ad assumere le decisioni cruciali e invece fa soltanto da marionetta del gruppo di golpisti.
- Seconda mossa: violazione totale delle regole di mercato. Il soccorso ai mercati finanziari si configura come golpe finanziario. Le autorità borsistiche di tutto il mondo non consentirebbero l'operazione pensata dal CFR. Che è questa: massicce iniezioni di liquidità agli speculatori rovinati dalla crisi, per potere fare fronte alle insolvenze ciclopiche senza svendere il proprio portafoglio di titoli a prezzi di liquidazione sul mercato in caduta libera. Durante la simulazione, i golpisti "contattarono la banca d'affari J.P. Morgan e proposero che la Federal Reserve aprisse una vasta linea di credito agli speculatori falliti. La Morgan si sarebbe assunta l'eccesso di collaterale, ma non avrebbe assunto il rischio di credito, che sarebbe rimasto a carico della Federal Reserve. La Mondial Bank accettò. Al convegno seguito al War Games, così Jessica Einhorn presentò la soluzione adottata: "Abbiamo tenuto aperti i mercati principali, lasciando cadere tutto il resto. Abbiamo abbassato i tassi di interesse e iniettato liquidità. Bisognava creare l'illusione della fiducia. Tutto ciò che il pubblico avrebbe visto era che il volume dei prestiti garantiti dalla federal Reserve alle banche era cresciuto". Cosa significasse "lasciare cadere tutto il resto" lo spiegò il gestore centrale del War Game, Peter Schwartz: "Per esempio, tutti quelli che in Africa hanno l'Aids devono morire il più presto possibile. Non devono essere tenuti in vita": sarebbero costati troppo ai mercati principali.
- Terza mossa: aumento del tasso di conflittualità nel mondo. Sotto le etichette di "guerra di reazione" o "guerra preventiva", si sarebbe dato inizio allo scatenamento di un lungo conflitto multinazionale. Proposta illuminante dell'ammiraglio a quattro stelle William Flanagan, comandante della flotta atlantica Usa tra il '94 e il '96, esimio partecipante al gioco di ruolo.

Un comportamento che Woolsey, se addita fascismi islamici, non dovrebbe avere difficoltà ad almanaccare quale fulgido esempio di fascismo americano. Ed è logico e coerente che sia così: Woolsey da anni è in pratica alle dipendenze dei think tank che si muovono intorno a Richard Perle, l'ideologo neoconservatore. Partecipare a think tank simili è molto vantaggioso per gente come James Woolsey: apre le porte dei consigli di amministrazione di multinazionali e corporates che contano. C'è da strabiliare nel verificare in quanti e quali board aziendali siede attualmente l'ex direttore Cia Woolsey: Linsang Partners, LLC; BC International Corporation; Fibersense Technology Corporation; Invicta Networks, Inc.; DIANA, LLC; Agorics, Inc.; and Sun HealthCare Group, Inc. E' anche membro del Board of Governors of the Philadelphia Stock Exchange. E, grazie a cariche che ha già ricoperto, mantiene il piedino in ulteriori realtà aziendali di àmbito tecnologico-militare: USF&G; Yurie Systems, Inc.; Martin Marietta; British Aerospace, lnc.; Fairchild Industries; Titan Corporation; DynCorp.
E' questo uomo, se ancora possiamo includerlo nella nostra specie, che per primo ha lanciato lo slogan più agghiacciante di questo periodo: stiamo entrando in una nuova Guerra Mondiale.

 

Inviato da giuseppe genna
 

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