FISICA/MENTE

 

 

 

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14 gennaio 2003
tomdispatch.com

Le guerre in Iraq

Chalmers Johnson

 

"'Dalla prospettiva delle analisi di mercato, non si presentano nuovi prodotti ad agosto' ha affermato Andrew H. Card Jr., il Capo di Gabinetto della Casa Bianca, a proposito del lancio questa settimana della campagna per la guerra con l'Iraq". -- New York Times, 7 settembre 2002

 

"Dopo tutto, questo è il tizio [Saddam Hussein] che ha cercato di far fuori mio padre". -- Il presidente George W. Bush, Houston, 26 settembre 2002

Nelle ore immediatamente successive agli attacchi dell'11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld richiese la stesura di un piano per un attacco americano all'Iraq. Il giorno seguente, in una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, Rumsfeld insistette ancora sulla necessità di fare dell'Iraq "un obiettivo principale della prima ondata della guerra contro il terrorismo" (1). Si presume che il presidente abbia risposto dicendo che "occorre preparare l'opinione pubblica prima di poter procedere contro l'Iraq", scegliendo invece l'Afganistan, un obiettivo molto più facile.

Queste dichiarazioni e le occasioni in cui sono state pronunciate sono degne di nota poiché all'epoca gli Stati Uniti non avevano ancora stabilito che gli attentatori suicidi facessero parte della rete di Al Qaeda di Osama bin Laden e non è mai stata pubblicata nessuna prova che dimostrasse che Al Qaeda avesse contatti con l'Iraq. In realtà, l'edizione 2001 della relazione annuale del Dipartimento di Stato americano dal titolo "Patterns of Global Terrorism" (Schemi di terrorismo globale - N.d.T.) non riporta nessuna azione di terrorismo globale collegata al governo dell'Iraq. Ma, fu solo il 22 settembre 2001 che il Segretario di Stato Colin Powell promise di rilasciare alla stampa informazioni che provassero che Al Qaeda e Osama bin Laden fossero colpevoli di aver pianificato ed eseguito gli attacchi a New York e Washington e che il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice dichiarò alla CNN, "Chiaramente siamo in possesso di prove, storiche e di altro tipo, sulla connessione della rete di Al Qaeda agli avvenimenti dell'11 settembre". Tuttavia, queste prove non sono mai state rese pubbliche. Fino al momento in cui la lista dei passeggeri non rivelò che la maggior parte dei dirottatori aerei proveniva dall'Arabia Saudita, io stesso pensai che si trattasse di un contraccolpo delle politiche americane praticate in uno dei tanti paesi del mondo. Quindi, l'iniziale designazione dell'Iraq come obiettivo da parte di Rumsfeld implica che l'Amministrazione Bush aveva un piano segreto tra le mani.

Sin dalla prima guerra americana contro l'Iraq, la Guerra del Golfo del 1991, coloro che, alla Casa Bianca e al Pentagono, la pianificarono e l'attuarono hanno desiderato ritornarvi per terminare ciò che avevano iniziato. Avevano espresso questo desiderio in relazioni scritte per l'allora Segretario alla Difesa Cheney durante l'ultimo anno dell'Amministrazione di George H.W. Bush. E durante il periodo in cui non ricoprirono cariche di potere, dal 1992 al 2000, redassero piani che descrivevano i loro progetti nel caso in cui i Repubblicani avessero riconquistato la Casa Bianca. Nella primavera del 1997, alcuni di loro fondarono il Project for the New American Century (PNAC), il Progetto per un nuovo secolo americano, e cominciarono a fare pressioni per un cambiamento di regime in Iraq.

In una lettera al presidente Clinton datata 26 gennaio 1998 richiesero "la destituzione del regime di Saddam Hussein", e in una lettera datata 29 maggio 1998, si lamentarono con il presidente della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich e con il Senatore Trent Lott che Clinton non li aveva presi in considerazione, reiterando al contempo il consiglio di rovesciare Saddam Hussein. E aggiunsero "Dobbiamo stabilire e mantenere una forte presenza militare statunitense nella regione, essere pronti ad usare questa forza per proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo Persico e, se necessario, appoggiare la destituzione di Saddam". Queste lettere portavano la firma di Donald Rumsfeld; William Kristol, direttore della rivista di destra Weekly Standard e presidente del PNAC; Elliott Abrams, il cospiratore colpevole dell'affare Iran-Contra che nel 2002 Bush nominò direttore della politica del Medio Oriente del Consiglio di Sicurezza Nazionale; Paul Wolfowitz, attuale vice di Rumsfeld al Pentagono; John Bolton, attuale sottosegretario di stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale; Richard Perle, attuale presidente del Defense Science Board; William J. Bennett, Segretario all'Istruzione del presidente Reagan; Richard Armitage, attuale vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato; Zalmay Khalilzad, ex consulente della UNOCAL e ambasciatore di Bush in Afganistan; e molti altri importanti militaristi americani. Oltre ai firmatari delle lettere, vi sono anche i fondatori del PNAC, tra i tanti Dick Cheney; I. Lewis Libby, attuale capo dello staff di Cheney; e Stephen Cambone, burocrate del Pentagono in entrambe le amministrazioni Bush. Le loro idee sono state rapidamente diffuse grazie ad un rapporto datato settembre 2000 intitolato "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces, and Resources for a New Century" (Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze e risorse per il nuovo secolo - N.d.T.) e da un libro curato da Robert Kagan e William Kristol, Present Dangers: Crisis and Opportunity in American Foreign and Defense Policy (Pericoli odierni: crisi e opportunità nella politica estera e di difesa americana - N.d.T.). (2)

Dopo che George W. Bush diventò presidente, molti di questi uomini ritornarono a ricoprire posizioni di potere nell'ambito della politica estera americana. Per nove mesi, erano rimasti in agguato. Stavano aspettando, per dirla con le parole del documento del PNAC "Rebuilding America's Defenses", un "evento catastrofico e catalizzante, una nuova Pearl Harbor" che avrebbe mobilitato l'opinione pubblica e avrebbe consentito loro di mettere in pratica le loro teorie e i loro piani. L'11 settembre era quello che ci voleva. Condoleezza Rice riunì i membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale e chiese loro di "pensare al 'modo di trarre vantaggio da queste opportunità' per cambiare alla base la dottrina americana e l'aspetto del mondo sulla scia degli avvenimenti dell'11 settembre". Disse "Penso davvero che questo periodo sia analogo a quello tra il 1945 e il 1947, quando la paura e la paranoia portarono gli Stati Uniti alla Guerra Fredda con l'Unione Sovietica. (3)

Tuttavia, l'Amministrazione Bush non poteva semplicemente entrare in guerra con l'Iraq senza presentare alcun collegamento con gli attacchi dell'11 settembre. Quindi, all'inizio si imbarcò in una facile guerra con l'Afganistan. Vi era per lo meno una connessione visibile tra Osama bin Laden e il regime talibano, sebbene gli Stati Uniti avessero contribuito allo sviluppo terroristico di Osama più di quanto avesse mai fatto l'Afganistan stesso. Nel frattempo, la Casa Bianca lanciò una delle campagne propagandistiche più straordinarie degli ultimi tempi in modo da convincere l'opinione pubblica americana che un attacco a Saddam Hussein avrebbe dovuto far parte della "guerra al terrorismo" americana. Questo tentativo di montare la "febbre per la guerra", a sua volta, suscitò nel mondo intero una profusione di congetture sui veri motivi che si nascondevano dietro l'ossessione che il presidente Bush nutriva per l'Iraq.

La prima e più ovvia manovra dei falchi della guerra fu quella di rivendicare che, parafrasando il presidente, "(Saddam) possiede le armi più mortali del nostro tempo". Il problema di questa motivazione è che probabilmente non è vera e, anche se lo fosse, suggerisce il bisogno di disarmare l'Iraq e non di muovergli guerra per rovesciare Saddam Hussein. C'è stato un tempo in cui l'Iraq era sicuramente in possesso di armi di distruzione di massa, ma tra il 1991 e il 1998, la Guerra del Golfo, le sanzioni dell'ONU e i suoi ispettori portarono alla distruzione di tutte o quasi tutte queste armi e della capacità irachena di produrne altre. Scott Ritter affermò "Con i miei sette anni a capo delle ispezioni sulle armi in Iraq per le Nazioni Unite, posso testimoniare personalmente sia sulla portata dei programmi sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, sia sull'efficacia del lavoro svolto dagli ispettori dell'ONU al fine di eliminarle". (4) Rumsfeld, che non ha mai rinunciato a nessuna idea in grado di contribuire alla sua causa rispose che "l'assenza di prove non è prova dell'assenza". In realtà, il PNAC non si era mai molto interessato alle armi di distruzione di massa di Saddam, tranne che per trovarvi una comoda scusa. "Mentre il conflitto non risolto con l'Iraq fornisce una giustificazione immediata, il bisogno di una solida presenza di forze americane nel Golfo trascende il problema del regime di Saddam Hussein", riportava un relativo passaggio del documento "Rebuilding America's Defenses". (5)

Il modo in cui l'amministrazione aveva insistito sul pericolo che Saddam potesse fornire armi nucleari a "malintenzionati" cominciò ad assomigliare ad una storia della prima guerra in Iraq secondo cui i soldati iracheni avevano tolto dei neonati dalle incubatrici in un ospedale del Kuwait e, come disse il padre del presidente Bush, "li avevano sparpagliati a terra come legna da ardere". Queste parole furono pronunciate alcuni giorni prima che le Nazioni Unite, il 29 novembre 1990, autorizzarono l'uso di "qualsiasi mezzo necessario" per espellere l'Iraq dal Kuwait. Dopo la fine della guerra, si scoprì che il Kuwait aveva ingaggiato un'importante società di relazioni pubbliche di Washington, la Hill & Knowlton, per diffondere la storia e per preparare la presenza di un presunto testimone oculare che il 10 ottobre 1990 confermasse davanti al Congresso la veridicità di questi fatti. Risultò che il testimone era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait a Washington, che, nell'agosto del 1990, era molto lontana da quell'ospedale di Kuwait City. Altri testimoni che affermavano di aver assistito alle atrocità perpetrate dagli iracheni ammisero in seguito di essere stati imbeccati dalla Hill and Knowlton. (6)

Il 7 ottobre 2002, il presidente Bush diede il proprio contributo a quella che fu sicuramente una delle ragioni più bizzarre per una dichiarazione di guerra all'Iraq e al suo "dittatore omicida con armi di distruzione di massa". In un discorso tenuto a Cincinnati, fece prima di tutto notare che "Saddam Hussein è un dittatore omicida, dedito alle armi di distruzione di massa", quindi avvertì che "l'Iraq possiede una crescente flotta di velivoli aerei sia con equipaggio che radiocomandati in grado di sganciare armi chimiche e biologiche su una vasta area. La nostra preoccupazione è che l'Iraq stia studiando metodi di utilizzo di questi veicoli aerei radiocomandati per missioni che hanno come obiettivo gli Stati Uniti". Si suppone che in questa occasione Bush si stesse riferendo ai jet di addestramento Czech L-29, di cui l'Iraq acquistò 169 unità tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Il jet L-29 è un aereo a singolo motore e a due posti, progettato per addestramenti di volo di base per piloti principianti, la versione sovietica del Cessna americano. È dotato di una gittata di circa un chilometro e mezzo e di una velocità massima che si aggira intorno ai 270 chilometri orari. Vi sono alcuni documenti che testimoniano che anche prima della Guerra del Golfo l'Iraq aveva sperimentato la conversione di questi aerei in velivoli radiocomandati, ma non è da escludere che si trattasse di aerei per l'irrorazione delle colture. (7) Comunque, Bush non spiegò in che modo questi lenti velivoli avrebbero potuto raggiungere il Maine, che, a 10.000 chilometri di distanza dall'Iraq, è il punto geografico più vicino del continente statunitense, o la ragione per cui questi aerei non sarebbero stati abbattuti non appena avessero oltrepassato i confini iracheni.

Un altro importante motivo addotto dall'Amministrazione Bush nella sua richiesta di una guerra contro l'Iraq è l'appoggio segreto di Saddam ad Al Qaeda negli attacchi terroristici dell'11 settembre. Nell'agosto del 2002, Rumsfeld informò Tom Brokaw della NBC News che "Al Qaeda è presente in Iraq". Il 26 settembre 2002, affermò che il governo statunitense aveva ottenuto una conferma "a prova di proiettile" dei legami tra l'Iraq e i membri di Al Qaeda, includendo "prove fondate" che dimostravano che i membri della rete terroristica si trovavano ancora in Iraq. Proseguì suggerendo che l'Iraq aveva offerto un porto sicuro a bin Laden e al leader dei talibani, il Mullah Mohammed Omar. Durante il suo discorso dell'11 ottobre, il presidente Bush aggiunse che "alcuni dei leader di Al Qaeda fuggiti dall'Afganistan hanno trovato rifugio in Iraq". Dato che queste "prove fondate" non sono mai state rese pubbliche, si deve supporre che Rumsfeld e Bush si stessero riferendo ai circa 150 membri di un gruppo chiamato Ansar al Islam ("Sostenitori dell'Islam") che si rifugiò nelle aree curde dell'Iraq settentrionale. Il problema è che quest'area è controllata dai probabili futuri alleati curdi dell'America e non da Saddam. Non vi sono prove dei legami tra Saddam e Osama bin Laden, argomento spesso sostenuto dalla CIA, e una simile collaborazione non sarebbe plausibile considerando il fervore religioso di Osama e lo spietato regime laico di Saddam, in cui l'unico oggetto di culto è Saddam stesso.

L'unico esempio dell'appoggio di Saddam al terrorismo antiamericano è stato il presunto tentativo di assassinare l'ex presidente George H.W. Bush durante il suo giro trionfale del Kuwait a metà aprile del 1993, episodio all'origine del commento del figlio durante il discorso propagandistico del 2002 in cui disse che Saddam "cercò di far fuori mio padre". Il 26 giugno 1993, due mesi e mezzo dopo l'attentato, il presidente Clinton rispose lanciando missili cruise su Baghdad che causarono la morte di diversi passanti innocenti. Tuttavia, le prove dimostrano che il tentativo di assassinio non si è mai verificato e che probabilmente i servizi informativi kuwaitiani coprirono la scoperta di un giro di contrabbando sul confine tra Iraq e Kuwait dichiarando che i contrabbandieri puntavano al padre di Bush. (8) Forse la ragione ufficiale meno convincente addotta dall'amministrazione nel giustificare il desiderio di sbarazzarsi di Saddam è il mancato rispetto delle risoluzioni dell'ONU. Il 30 settembre 2002, Rumsfeld organizzò uno spettacolo al Pentagono che vedeva protagonista il filmato di una "cinemitragliatrice" che riprendeva l'artiglieria antiaerea irachena mentre faceva fuoco sugli aerei militari americani e britannici durante una perlustrazione sulle "no-fly zone" nell'Iraq settentrionale e meridionale. Rumsfeld disse "Con ogni missile lanciato sul nostro equipaggio aereo, l'Iraq manifesta il suo disprezzo per le risoluzioni dell'ONU, un fatto da tenere in considerazione durante la valutazione delle loro recenti proposte di ispezione". Ma, il Segretario Rumsfeld dovrebbe sapere che non esiste nessuna risoluzione dell'ONU (o di un'altra autorità internazionale) che legittimi le "no-fly zone". Queste zone furono create in modo unilaterale nel marzo del 1991 dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia per la protezione dei curdi e degli sciiti che si erano ribellati contro Saddam in seguito alla Guerra del Golfo. Sebbene ciò trattenne Saddam dall'usare la sua potenza aerea, l'amministrazione Bush rimase a guardare mentre Hussein sedava le insurrezioni poiché temeva che la riuscita di una rivolta curda avrebbe destabilizzato l'alleata Turchia che da tempo era impegnata in una dura repressione della propria minoranza curda. Ben presto la Francia si ritirò dalla partecipazione alle "no-fly zone", ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna continuarono, intensificando di recente gli attacchi aerei, anche se, per la legge internazionale, sono chiaramente illegali. (9)

Poi, c'è la dichiarazione dell'amministrazione secondo cui la caduta di Saddam porterà la democrazia in Iraq e in altri paesi del Golfo Persico. In un'intervista con il Financial Times di Londra, Condoleezza Rice affermò che la libertà, la democrazia e la libera iniziativa non si "fermeranno di fronte all'Islam" e che dopo il rovesciamento del regime di Saddam mediante la forza militare, gli Stati Uniti "si dedicheranno totalmente" a trasformare l'Iraq in uno stato unificato e democratico. (10) Questa affermazione ricorda leggermente quella delle Forze Armate americane secondo cui la distruzione dell'Afganistan con bombardamenti ad alta quota era realmente un tentativo di liberare le donne afgane dai talibani. Se gli Stati Uniti fossero davvero interessati a riportare la democrazia nella regione del Golfo Persico, avrebbero potuto cominciare molto tempo addietro in Arabia Saudita o in una qualsiasi delle monarchie feudali in cui sono stati installati imponenti distaccamenti delle forze armate americane, come in Kuwait, in Bahrain, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e nell'Oman.

Visto che tutti i motivi che giustificano la belligeranza nei confronti dell'Iraq non hanno molto senso, alcuni osservatori internazionali sono andati a cercare altrove le vere ragioni dell'amministrazione. Una teoria preponderante è che il vero motivo risiede nel petrolio dell'Iraq. La grandezza delle sue riserve è seconda solo a quella dell'Arabia Saudita. Dato che sia il presidente che il vicepresidente sono entrambi ex dirigenti di compagnie petrolifere e che il padre del presidente, anch'egli un ex presidente, fondò nel 1954 la compagnia petrolifera Zapata Offshore, vi sono buone motivi per credere che questi uomini abbiano molta familiarità con la ricchezza petrolifera dell'Iraq. La società Zapata trivellò il suo primo pozzo in Kuwait. Nel 1963, Bush padre decise di fondere la Zapata con un'altra società creando il gigante petrolifero Pannzoil. Tre anni più tardi vendette le sue azioni diventando così miliardario. Nel 1998 e nel 1999, la Halliburton Company di Houston, presieduta all'epoca da Cheney, vendette a Saddam attrezzature per giacimenti petroliferi per circa 23,8 milioni di dollari. Forse, secondo questa linea di pensiero, la ragione dell'ossessione di Bush junior per l'Iraq è il desiderio di impossessarsi del suo petrolio. Gli Stati Uniti necessitano di una grande quantità di petrolio per coprire il fabbisogno del loro enorme settore automobilistico, oltre ad essere interessati al controllo di altri paesi la cui industria è analogamente dipendente dall'importazione di petrolio. Come osserva Anthony Sampson, esperto del settore e autore di un classico sulle compagnie petrolifere, Le sette sorelle, "Gli interessi petroliferi occidentali influenzano da vicino le politiche militari e diplomatiche e non è casuale che mentre le compagnie americane si fanno concorrenza per l'accesso al petrolio nell'Asia Centrale, gli Stati Uniti stiano costruendo basi militari nella regione". (11)

Gli Stati Uniti sarebbero in grado di cacciare Saddam, ma impossessarsi del petrolio iracheno è tutta un'altra faccenda. In ogni guerra, gli Stati Uniti rischiano di vedere Saddam ordinare la messa a fuoco dei giacimenti petroliferi, come fece in Kuwait nel 1991. Nel breve periodo, ciò avrebbe un effetto dirompente sul prezzo del petrolio e sull'economia degli Stati Uniti. Ma forse, nel lungo periodo, l'effetto sarebbe più preoccupante, dato che Francia, Russia, Cina e altri paesi hanno stipulato contratti multimiliardari con Saddam secondo cui vengono autorizzati ad eseguire trivellazioni nei giacimenti petroliferi iracheni. Al momento, questi contratti sono stati congelati a causa delle sanzioni dell'ONU, ma i paesi coinvolti vogliono chiaramente proteggere i propri investimenti. Non vedranno di buon occhio la prospettiva di venire tagliati fuori dagli Stati Uniti. Probabilmente non c'è niente che possano fare di fronte a un fatto compiuto dell'esercito americano, ma se gli Stati Uniti non favorissero i loro investimenti impedendo una trivellazione di vasta portata, le controversie legali che ne seguirebbero avrebbero una portata altrettanto ampia. Forse i magnati del petrolio alla Casa Bianca non stanno prestando molta attenzione a questo problema. Sono ipnotizzati da pensieri di dominio globale basati sul controllo delle principali fonti di petrolio.

Un'altra popolare teoria ritiene che l'interesse degli Stati Uniti in Medio Oriente sia essenzialmente influenzato dal Likud, il partito di governo israeliano. Si pensa che il desiderio di sbarazzarsi di Saddam rifletta la vasta gamma di interessi degli uomini di destra israeliani che vogliono garantire la continuità della loro superiorità militare nella regione. Molte delle figure chiave della seconda amministrazione Bush e del PNAC hanno profonde connessioni con il Likud. Tra questi, Richard Perle, presidente della Defense Policy Board, comitato che deve rendere conto al vicesegretario della Difesa Paul Wolfowitz; Douglas Feith, vicesegretario alle Difesa per la pianificazione politica, una delle quattro cariche più alte del Pentagono; e David Wurmser, assistente speciale del fondatore del PNAC John Bolton, Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi nell'amministrazione di Bush figlio. Tutti vantano un lungo curriculum di opposizione ad iniziative per la pace, come gli accordi di Camp David tra Israele e la Palestina, e di richieste di entrata in guerra degli Stati Uniti non solo contro l'Iraq, ma anche contro gli altri nemici di Israele, la Siria, il Libano e l'Iran.

Perle è un membro del consiglio di amministrazione del Jerusalem Post e l'autore del capitolo "Iraq: Saddam Unbound" (Iraq: Saddam è libero - N.d.T.) nel libro del PNAC Present Dangers. In privato, Feith è un socio di un piccolo studio legale di Washington specializzato nel rappresentare i produttori di munizioni israeliani in cerca di connessioni con le industrie di armi americane. Prima di arrivare al Dipartimento di Stato, Wurmser era a capo dei progetti sul Medio Oriente dell'American Enterprise Institute (AEI). Inoltre, è l'autore del libro Tyranny's Ally: America's Failure to Defeat Saddam Hussein (1999) (Alleato della tirannia: il fiasco americano nello sconfiggere Saddam Hussein - N.d.T.), pubblicato dalla AEI e la cui prefazione è stata scritta da Perle. Durante l'amministrazione Reagan, Feith fu il consulente legale speciale di Perle, all'epoca vicesegretario alla difesa per gli affari di sicurezza internazionale. Un altro personaggio, Meyrav Wurmser, moglie di David Wurmser e cofondatrice del Middle East Media Research Institute (Memri), fornisce servizi di traduzione e diffusione di storie attinte dalla stampa araba che immancabilmente mettono gli arabi in cattiva luce.

Nel luglio del 1996, questi quattro personaggi scrissero un documento di presa di posizione per l'allora subentrante Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu del partito Likud intitolato "A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm" (Un cambiamento netto: una nuova strategia per la difesa del regno - N.d.T.). Nel documento, si invitava Israele a ripudiare gli Accordi di Oslo, così come il concetto sottostante di "pace in cambio di terra" e ad annettere permanentemente tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Inoltre, si raccomandava ad Israele di sostenere l'eliminazione di Saddam Hussein come primo passo verso un cambiamento di regime in Siria, Libano, Arabia Saudita e Iran. Nel novembre del 2002, il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, anch'egli membro del Likud, ripeté le stesse parole mentre spronava gli Stati Uniti ad impegnarsi ad attaccare o sovvertire il governo iraniano non appena avessero finito di sistemare Saddam. Vi sono molti altri funzionari e parassiti della seconda amministrazione Bush che sostengono questi punti di vista o hanno opinioni simili. Date le loro rinomate simpatie, è plausibile pensare che stiano cercando di metterli in atto con il pretesto della "guerra al terrore". (12)

E ancora, un'altra teoria perfettamente ragionevole è che la febbre della guerra americana contro l'Iraq sia una macchinazione degli scaltri politici della Casa Bianca. È stato suggerito che, indipendentemente dallo scoppio della guerra con l'Iraq, la campagna contro Saddam Hussein aveva lo scopo di influenzare la politica interna americana e le elezioni del novembre del 2002. Secondo molti commentatori, si è trattato di un caso di utilizzo di "armi di distrazione di massa". (13) L'obiettivo era sostenere la dubbiosa legittimità della presidenza di George W. Bush e distrarre gli elettori americani dai suoi trascorsi non proprio cristallini. Dovendo affrontare le elezioni di medio termine del 2002, i leader del partito repubblicano avevano estremo bisogno di deviare la discussione dagli stretti legami del presidente e del vicepresidente con la corrotta Enron Corporation, dall'enorme deficit di bilancio federale costantemente in crescita, dai tagli fiscali che favoriscono fortemente i ricchi, da una grave perdita delle libertà civili dovuta al Ministro della Giustizia Ashcroft, dalla rottura dei trattati sui missili anti-balistici e sul riscaldamento globale da parte del presidente e dall'imbarazzo di aver preso atto che Al Qaeda è ben lungi dall'essere stata sconfitta.

Da questo punto di vista, l'influenza dei consiglieri politici chiave della Casa Bianca, Karl Rove e Andrew Card, si è dimostrata molto più efficace di quella del Segretario alla Difesa Rumsfeld o del Segretario di Stato Powell. Vi sono prove che suggeriscono che fu Rove a prendere la decisione che soverchiava l'unilateralismo degli ordini dei falchi del Pentagono e che, il 12 settembre, portò il presidente a tenere un discorso alle Nazioni Unite in cui si richiedevano nuove ispezioni in Iraq. Rove si era reso conto che l'opinione pubblica americana stava reagendo tiepidamente allo scoppio di una guerra in Medio Oriente senza l'appoggio di nessun alleato. Questa prospettiva si inserisce perfettamente nel recente contesto storico. Durante la Guerra del Vietnam, le decisioni relative alla politica estera del presidente Kennedy, di Johnson e di Nixon si basarono quasi esclusivamente su considerazioni di politica interna piuttosto che su grandi strategie o sulle stime dei servizi informativi. (14) Per George W. Bush, la strategia ha funzionato. Evento raro nella moderna storia politica americana, il partito che da due anni governa la Casa Bianca ha visto accrescere il suo potere al Congresso, ottenendo il controllo di entrambe le Camere.

Concordo con alcuni aspetti di ognuna di queste spiegazioni. Il petrolio, Israele e la politica interna hanno tutti avuto un ruolo nell'atteggiamento dell'amministrazione Bush nei confronti dell'Iraq. Ma sento l'esigenza di inserirli in un contesto storico più ampio. Una seconda guerra tra gli Stati Uniti e l'Iraq segnerebbe anche il culmine di un processo iniziato mezzo secolo fa, quando gli Stati Uniti per la prima volta fecero un uso segreto e illegale della CIA (Central Intelligence Agency) per rovesciare un governo eletto democraticamente. Il colpo di stato del 1953, orchestrato dalla CIA, contro il Primo Ministro iraniano Mohammad Mossadeq scatenò una serie di eventi che videro anche lo scoppio della rivoluzione dell'Ayatollah Khomeini del 1979 contro lo Scià e il suo padrone, gli Stati Uniti. Questa rivoluzione distrusse uno dei due pilastri della strategia americana nel Golfo Persico: lo sviluppo di stati satellite autoritari e dittatoriali, come l'Arabia Saudita e l'Iran, da utilizzare come fonti di petrolio e baluardi contro l'influenza sovietica. La rivoluzione islamica in Iran comportò un importante riassetto della politica estera americana nella regione. Nello stesso anno, l'Unione Sovietica invase l'Afganistan e gli Stati Uniti cominciarono segretamente a fornire armi agli afgani anti-sovietici, così come a Osama bin Laden. Ciò provocò una serie complessa di schieramenti che in ultima analisi portarono i veterani della resistenza afgana anti-sovietica ad organizzare gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 contro New York e Washington.

Dopo la rivoluzione del 1979 in Iran, gli Stati Uniti decisero di spalleggiare il nemico giurato del clero islamico appena salito al potere, vale a dire il tiranno laico iracheno Saddam Hussein. Nel settembre del 1980, Saddam invase l'Iran. Quando l'Iran stava avendo la meglio, l'amministrazione Reagan cominciò in segreto a fornirgli informazioni satellitari e armi, compresi i primi fondamenti per lo sviluppo di armi biologiche e gli ingredienti basilari degli agenti chimici che, per dirla con le parole memorabili del presidente Bush, utilizzò "per gassare il proprio popolo". La guerra Iraq-Iran causò uno spaventoso numero di perdite umane da entrambe le parti. Nel 1990, gli Stati Uniti lasciarono che Saddam pensasse che la conquista del Kuwait sarebbe stata tollerata. A partire dagli anni Venti, ogni leader iracheno si è ripromesso di invadere il Kuwait per riunificarlo con l'Iraq, e Saddam non faceva eccezione. In seguito, gli Stati Uniti colsero l'occasione presentatasi con l'invasione irachena del Kuwait per estendere su larga scala il loro impero di basi militari nel Golfo Persico. Come osserva lo studioso di questioni medio orientali Stephen Zunes, "Gli Stati Uniti utilizzarono l'invasione irachena del Kuwait come scusa per l'allargamento, a lungo desiderato, dell'egemonia militare, politica ed economica nella regione". (15) A loro volta, gli attacchi dell'11 settembre hanno fornito agli Stati Uniti una nuova occasione di espandere il loro potere e la loro influenza nell'area e questa volta, con la potenzialità di usare le nuovi basi nel Golfo Persico per instaurare ancora più basi negli antichi territori compresi tra i fiumi Tigri ed Eufrate in Iraq.

In sintesi, credo che la vera spiegazione del piano del governo americano per una seconda guerra contro l'Iraq sia la stessa della guerra nei Balcani nel 1999 e in Afganistan nel 2001-2002: le pressioni implacabili dell'imperialismo e del militarismo. Concordo con Jay Bookman, un redattore dell'Atlanta Journal-Constitution, quando chiede, "Perché l'amministrazione sembra non preoccuparsi di una strategia di uscita una volta destituito Saddam? Perché non ce ne andremo. Dopo la conquista dell'Iraq, gli Stati Uniti creeranno basi militari permanenti nel paese da cui dominare il Medio Oriente, il vicino Iran compreso". (16)

NOTE 1. CBS News, come riportato dal New York Times, 5 settembre 2002, p. A10; Bob Woodward, Bush at War (New York: Simon and Schuster, 2002); e Chris Bury, "A Tortured Relationship: U.S.-Iraq relations, Part 2: War," ABC News, 18 settembre 2002. 2. Robert Kagan e William Kristol, editori, Present Dangers: Crisis and Opportunity in American Foreign and Defense Policy (San Francisco: Encounter Books, 2000). 3. PNAC, "Rebuilding America's Defenses," p. 51; e Nicholas Lemann, "The Next World Order," New Yorker, 1 aprile 2002, p. 44. I am indebted to John Pilger for drawing my attention to the PNAC's activities. Vedi New Statesman, 16 dicembre 2002. 4. Scott Ritter, "Is Iraq a True Threat to the U.S.?" Boston Globe, 20 luglio 2002. 5. PNAC, "Rebuilding America's Defenses," p. 14. 6. Vedi Tom Regan, "When Contemplating War, Beware of Babies in Incubators," Christian Science Monitor, 6 settembre 2002; e Associated Press, "Not All Iraq Claims Backed by Evidence," 22 dicembre 2002. 7 Vedi Victoria Samson, "Unmanned Aerial Vehicles: Iraq's 'Secret' Weapon?" Center for Defense Information Terrorism Project, 10 ottobre 2002. 8. La fonte più importante su questo argomento è Seymour Hersh, "A Case Not Closed," New Yorker, 1 novembre 1993. 9. Stephen Zunes, Tinderbox: U.S. Foreign Policy and the Roots of Terrorism (Monroe, Maine: Common Courage Press, 2003), p. 86; Robert Dreyfuss, "Persian Gulf-or Tonkin Gulf?" The American Prospect, fol. 13, n. 23 (dicembre 2002); e Eric Schmitt, "Pentagon Shows Videos of Iraq Firing At Allied Jets," New York Times, 1 ottobre 2002. 10. James Harding, Richard Wolffe e James Blitz, "U.S. Will Rebuild Iraq as Democracy, Says Rice," The Financial Times, 22 settembre 2002. 11. Anthony Sampson, "West's Greed for Oil Fuels Saddam Fever," The Observer, 11 agosto 2002. 12. Vedi, inter alia, Brian Whitaker, "U.S. Thinktanks Give Lessons in Foreign Policy," The Guardian, 19 agosto 2002; Jill Junnola, "Perspective: Who Funds Whom?" Energy Compass, 4 ottobre 2002; Eric Margolis, "After Iraq, Bush Will Attack His Real Target," The Trotonto Sun, 10 novembre 2002; Margolis, "Bush's Mideast Plan: Conquer and Divide," The Toronto Sun, 8 dicembre 2002; Sandy Tolan, "Beyond Regime Change," Los Angeles Times, 1 dicembre 2002; e Jim Lobe, "Neoconservatives Consolidate Control over U.S. Mideast Policy," Foreign Policy in Focus, 6 dicembre 2002. 13. Dan Plesch, "Weapons of Mass Distraction," The Observer, 29 settembre 2002; e Brian J. Foley, "War Cries: Weapons of Mass Distraction," CounterPunch, 8 novembre 2002. 14. La miglior fonte su questo argomento è Daniel Ellsberg, Secrets: A Memoir of Vietnam and the Pentagon Papers (New York: Viking, 2002). 15. Zunes, Tinderbox, p. 85. 16. "The President's Real Goal in Iraq," Atlanta Journal-Constitution, 29 settembre 2002.

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Limes, Laden e la memoria corta

E' interessante notare come certi personaggi dimentichino la storia, ma soprattutto quello che hanno pubblicato.... Vi invio due articoli di LIMES, uno sui paesi arabi (Afghanistan, Bin Laden) e uno sugli USA (si parla di Talebani) in allegato e qui sotto... "un bel tacer non fu mai scritto" 

LIMES

 

1994 / 2 - MEDITERRANEO, L'ARABIA VICINA  
 
Da mujahidin ad arditi dell'islam 
 
di Alberto NEGRI
 
In Afghanistan hanno combattuto molti volontari islamici che, tornati a casa, hanno sfruttato l¹esperienza militare contro i russi per abbattere i governi musulmani moderati. Il ruolo della Cia e i collegamenti fra i gruppi terroristici fondamentalisti. 1. NON sono passati molti anni da quando democratici e repubblicani erano uniti sui banchi del Congresso americano in un coro appassionato per appoggiare la "giusta guerra" dei mujahidin afghani contro il regime di Najibullah e dei suoi alleati sovietici. Soltanto due anni, poi, sono trascorsi dalla caduta di Kabul, nell¹aprile Œ92, e dalla vittoria della resistenza contro i comunisti. Un¹altra guerra adesso insanguina l¹Afghanistan: il primo ministro fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar, in un¹alleanza di convenienza con un ex comunista, il generale uzbeko Rashid Dostum, sta mettendo alle corde il presidente Rabbani mentre le ambasciate a Kabul sono state chiuse, le organizzazioni umanitarie internazionali hanno sbarrato le loro sedi nella capitale e una nuova ondata di profughi si è rovesciata oltre i confini con il Pakistan. La resistenza dei mujahidin ha vinto contro Mosca, l¹Afghanistan come Stato unitario forse è condannato a non esistere per le feroci divisioni etniche e tribali, ma a Washington l¹"operazione Kabul" viene comunque classificata come uno dei più clamorosi successi della politica estera degli Stati Uniti negli anni Ottanta. Resta da spiegare perché l¹America, in stretta partnership con il Pakistan e gli arabi del Golfo, abbia riversato la maggior parte dei suoi aiuti all¹integralista Hekmatyar. Rimane in parte un mistero perché l¹ex direttore della Cia, William Casey, abbia puntato esclusivamente su un leader islamico che poi si è rifiutato di incontrare Reagan, che si è alleato con tutti i leader musulmani più radicali, che ha aiutato il terrorismo islamico in Asia e in Medio Oriente. Non è chiaro perché Hekmatyar e altri capi radicali afghani e di quell¹area continuino a ricevere sostanziosi aiuti dall¹Arabia Saudita, paese che, in feroce concorrenza con l¹Iran degli ayatollah, ha tentato di mettere il proprio "sigillo" finanziario e ideologico su un buon numero di movimenti integralisti in Medio Oriente e Nordafrica. Con esiti per lo meno controversi come si può notare volgendo lo sguardo alle sponde meridionali del Mediterraneo. Risultati discutibili, considerando che la pista afghana è citata con frequenza dalla stampa internazionale tra le matrici del terrorismo e della guerriglia islamica diffusi dall¹Alto Nilo fino alle montagne dell¹Atlante. Nel bilancio Œ93, la Cia è stata costretta a iscrivere 65 milioni di dollari in un capitolo di spesa destinato a coprire gli acquisti sul mercato nero del Medio Oriente di centinaia di missili Stinger americani non utilizzati dai mujahidin durante la guerra contro il regime di Kabul. "Una ricaduta negativa ampiamente sopportabile se giudicata sull¹arco di un conflitto durato oltre dieci anni", si giustificano i servizi di intelligence. "Ma forse gli americani", dice lo specialista del Medio Oriente Olivier Roy, consigliere di Parigi ai tempi del conflitto afghano, "stanno girando il mondo con valigie gonfie di dollari per comprare il silenzio dei loro ex alleati: perché gli Stati Uniti hanno molte cose da nascondere e gli islamici hanno dei dossier su di loro". 2. Conosciuto per la sua intransigenza, come l¹"uomo che dice sempre no", Hekmatyar, dell¹etnia dominante pashtun (Ahmed Shah Masud invece è tagiko), a metà degli anni Settanta differenzia le sue posizioni da quelle dello Jamiat-e-Islami, il raggruppamento di Rabbani, fondando nel Œ77 il partito degli hezbi, l¹ala più estremista nel fronte fondamentalista afghano. Contrario a ogni compromesso con l¹Occidente, salvo quello di ricevere soldi, il suo obiettivo è quello di formare in Afghanistan uno Stato islamico controllato dai pashtun. Il Pakistan, che già ai tempi del presidente Ali Butto, aveva puntato su Hekmatyar, convince Washington a dare fiducia al barbuto quarantenne del Partito di Allah. "Un giorno sono stato ricevuto da Casey", racconta l¹ex agente della Cia Vincent Cannistraro, all¹epoca uno dei supervisori dell¹area afghana, "per porre alcune questioni sulla giustezza delle nostre scelte. Ma Casey e molti altri dell¹Agenzia credevano al 110 per cento quello che gli raccontavano i pakistani: sul campo non esisteva miglior comandante militare di Hekmatyar ed era lui quello in grado di infliggere i colpi più pesanti all¹Armata rossa". A Hekmatyar finisce la fetta più grossa dei finanziamenti americani: si calcola circa il 60 per cento degli 8 miliardi di dollari che, attraverso vari canali, Washington ha erogato durante l¹arco della guerra. La Cia chiude anche gli occhi sui traffici di Hekmatyar e delle tribù ai confini tra Afghanistan e Pakistan: i camion pagati dagli americani non viaggiavano mai vuoti tra Peshawar e le vallate dove combattevano i mujahidin. All¹andata trasportavano armi, e al ritorno in Pakistan pasta di eroina. Secondo una statistica delle organizzazioni internazionali, nel Œ79 in Pakistan quasi non esistevano eroinomani, alla fine della guerra erano diventati due milioni. Ma non è stato il narcotraffico probabilmente l¹effetto più incontrollabile e insidioso della guerra afghana. Youssef Brodanski, direttore del Centro di ricerche del Congresso Usa sul terrorismo, sostiene che agli inizi degli anni Ottanta combattevano in Afghanistan tra i 3 mila e i 3.500 arabi: alla fine del decennio soltanto tra i battaglioni di Hekmatyar ne erano stati arruolati 16 mila. Gli Stati Uniti credevano allora di manipolare gli islamici come uno strumento maneggevole ed efficace per mettere alle corde Mosca. L¹amministrazione americana inoltre aveva delineato un altro obiettivo di questo grand jeu che opponeva Est e Ovest in un¹area che era già stata teatro delle manovre delle potenze inglese e russa alla fine del secolo scorso. Washington infatti si proponeva di incoraggiare un fondamentalismo sunnita e di stampo conservatore, alleato dell¹Occidente, da opporre all¹integralismo sciita degli ayatollah iraniani. Questa visione "strategica" degli americani era condivisa dai sauditi che per anni hanno foraggiato i fondamentalisti afghani sunniti e tutti i movimenti integralisti che si comportassero in modo tale da ottenere i petroldollari dei severi custodi della Mecca. Tutto nella speranza che questi gruppi entrassero nella sfera di influenza occidentale e degli arabi moderati. La "fedeltà" degli integralisti afghani alla causa degli Stati Uniti e dei loro alleati era comunque tutta da provare ancor prima che finisse la guerra contro gli shuravi (così venivano chiamati i russi a Kabul). Nel giugno dell¹87 Hekmatyar stringe un accordo con Teheran. In cambio di un aumento degli aiuti iraniani, Teheran gli chiede di approfittare dei suoi legami in campo occidentale per infiltrare agenti afghani negli Stati Uniti e in Canada, una rete che più tardi servirà anche alla repubblica islamica per operazioni segrete. Non soltanto all¹interno della Cia, come riferisce l¹agente Cannistraro, ma anche pubblicamente vi furono critiche alla politica americana nella regione. Il deputato repubblicano della Florida, BilI McCollum, conosciuto del resto come un sostenitore della causa dei mujahidin, era convinto che Casey puntando su Hekmatyar avesse scelto il cavallo sbagliato. "Già in quel periodo", ha dichiarato qualche tempo fa McCollum, "era chiaro che Hekmatyar aveva dei forti legami con Teheran e con gruppi integralisti eversivi in varie regioni del Medio Oriente. Ma sia la Casa Bianca che il Dipartimento di Stato erano ossessionati dall¹Unione Sovietica". Gli americani durante gli anni Ottanta si servirono di una serie di "stelle" di prima grandezza della galassia integralista per annodare rapporti con i combattenti della guerra santa. Uno di questi eminenti personaggi è il tunisino Rashid Ghannouchi, considerato dal Centro di studi sul terrorismo del Congresso uno dei principali responsabili della rete islamica in Occidente, insieme al sudanese al-Turabi e allo sceicco egiziano Omar Abdul Rahman. La vicenda dei rapporti tra gli Usa e lo sceicco cieco egiziano presenta molti lati oscuri. Secondo una versione della storia, Rahman - indagato e poi arrestato come ispiratore dell¹attentato alle torri del World Trade Center - sarebbe stato presentato ad agenti americani della Cia da Hekmatyar in Pakistan nell¹88. Questo darebbe credito alla tesi secondo cui sarebbe stato un agente della Cia all¹ambasciata americana di Khartoum a rilasciare il visto allo sceicco per entrare negli Usa. Gli americani sostengono invece che a dare via libera a Rahman sia stato un agente irano-sudanese infiltrato nella sede diplomatica Usa. L¹attentato alle Torri Gemelle di New York dimostra quanto può rivelarsi pesante per gli Usa l¹eredità della strategia di Casey in Afghanistan. Gran parte dei protagonisti dell¹affaire sono infatti ex combattenti della guerra santa contro Mosca. Tariq el-Hassan, un sudanese, arrestato l¹estate scorsa, che progettava di far saltare il tunnel delle Nazioni Unite e quello della sede newyorkese dell¹Fbi, per diversi anni aveva gestito in Usa un centro di transito dei volontari per l¹Afghanistan. 3. L¹internazionale afghana del terrorismo islamico ha una delle sue basi riconosciute a Peshawar ai confini settentrionali del Pakistan. In quello che fu uno degli avamposti delle Indie britanniche alle porte dell¹Hindukush si addestrano circa tremila arabi di diverse nazionalità tutti ex mujahidin in Afghanistan: 800 algerini, 600 egiziani, 400 giordani, 400 libici, qualche decina di palestinesi. Ma ci sono anche malesi, cinesi, musulmani americani. Tutti i capi dell¹islamismo radicale sono passati da Peshawar: lo sceicco cieco egiziano Abdul Rahman con i figli, il tunisino Rashid Ghannouchi, Mohammed Shawki Islambuli, fratello di uno degli assassini del presidente egiziano Sadat, predicatore oltranzista e comandante militare. Islambuli (e tanti altri come lui), quando il clima politico in Pakistan volge al brutto, si rifugia nella sua base di Jalalabad, la Samarkhiel Guest House. Per molti mujahidin del Jihad il punto di riferimento obbligato in Afghanistan è Gulbuddin Hekmatyar. Quello che fu il grande beneficiario degli aiuti americani e sauditi durante la guerra contro Mosca è diventato anche il protettore dei "folli di Allah". Il primo ministro afghano, in guerra aperta contro il presidente Rabbani e il comandante Masud, il 14 gennaio di quest¹anno ha fatto sapere che non costringerà all¹esilio gli egiziani e gli altri militanti integralisti arrivati nella valle di Peshawar e in Afghanistan per combattere il regime comunista di Kabul. E ha risposto con un no secco alla richiesta del Cairo che voleva l¹estradizione di cittadini egiziani implicati in attentati. A Peshawar si trovano alcuni dei capi in esilio del Fis, il movimento integralista algerino, e in questa città, una sorta di Cafarnao di frontiera, vengono stampati due giornali diffusi clandestinamente in Algeria. Da Peshawar, nel marzo Œ93, è partito il fax della Jamaat islamiya diretto in Egitto e negli Stati Uniti che minacciava di morte i turisti e gli investitori stranieri che fossero rimasti in Egitto. Alle porte della piana di Peshawar inizia la zona tribale, una terra di nessuno dove di fatto la giurisdizione pakistana non è mai entrata. In questa area le organizzazioni arabe hanno impiantato basi a Sadda, Khalde, Miram Shah. Dopo il passo del Kyber, in Afghanistan, ci sono campi di addestramento per i combattenti della guerra santa finanziati e controllati dallo Hezb-i-Islami di Hekmatyar e da Abdul Rasul Sayyaf dell¹Ittihad. Si ritiene che almeno 20 mila mujahidin arabi siano stati istruiti alle tecniche della guerriglia in no manŒs land. Per salvare la faccia davanti alle capitali occidentali e del Medio Oriente, ogni tanto le autorità pakistane danno il foglio di via a qualche drappello di mujahidin: 230 egiziani sono stati spediti in Sudan, altri 700 combattenti islamici sono stati espulsi verso altre destinazioni. Il mufti di Dusambé (Tagikistan), Qazi Turadzhon Zoda, è stato dichiarato persona non grata e adesso vive a Jalalabad, dove è rifugiato anche Daulat Usman, leader del Partito della rinascita islamica. Frequenti i loro viaggi a Islamabad per incontrare diplomatici iraniani, sauditi e uomini dell¹ intelligence pakistana: si ritiene che ricevano ingenti fondi da Stati del Golfo, Iran e Libia. La guerriglia tagika, basata in Afghanistan e condotta in prevalenza da gruppi radicali islamici, sta applicando metodi che sono la copia carbone di quelli sperimentati dai mujahidin nella lotta contro Mosca. Ma intanto nell¹area di Peshawar hanno il loro nucleo operativo personaggi come Boudjemah Bounoua, che dirige un centro di assistenza ai mujahidin (finanziato, si dice, dal Kuwait), ed è uno degli uomini più ricercati dai servizi algerini. Sempre a Peshawar avrebbe trovato rifugio un altro dirigente del Fis, conosciuto con il nome di battaglia di Abdul Mejid. Sulla presenza di membri del Fis in Pakistan e Afghanistan il condizionale è d¹obbligo. Si spostano infatti di frequente appoggiandosi alla rete dell¹Iiro, l¹International Islamic Relief Organisation, che tra l¹altro fornisce biglietti d¹aereo gratuiti per Peshawar, via Karachi, ai militanti che riescono a uscire clandestinamente dall¹Algeria e raggiungono l¹Europa. L¹Iiro è diretta da un saudita, Yusuf el Hamda, un ex mujahidin afghano che ha aperto 90 uffici dell¹organizzazione in 60 paesi. Principi e uomini d¹affari kuwaitiani e sauditi vengono tuttora indicati tra i principali finanziatori dei gruppi islamici afghani. Tra i nomi ci sono quelli del saudita Yusef Abdellatif Jamil, sceicco yemenita, residente in Arabia Saudita, di Abdel Mejid Zendani e di Osama Ibn Laden, ricco uomo d¹affari saudita che adesso si è spostato in Sudan. Sia Riyadh - che in tredici anni di guerra ha inviato circa 10 miliardi di dollari agli afghani - che Kuwait City ufficialmente hanno ridotto da tempo il loro aiuto alle organizzazioni di stanza a Peshawar. Storia nota, anche alle cronache di costume, è quella di Yusuf Islam, ben più conosciuto come Cat Stevens, l¹ex pop star convertitasi all¹islam nel Œ77, finanziatore e propagandista dell¹organizzazione integralista Muslim Aid con base a Londra in Digswell Street. Dopo aver ricevuto l¹ordine dalle autorità pakistane di levare le tende, Muslim Aid opera adesso dall¹Afghanistan. Fondi sauditi privati e pubblici alimentano sempre le casse della Lega islamica mondiale (Al-Rabita al-Islamiya al-Alamiya). Con sede alla Mecca e diretta da un afghano, Abdullah Javid, ha filiali anche in Tagikistan e in Bosnia. Grande influenza sul fondamentalismo islamico ha poi la Jamaat e Islami, partito pakistano diretto da Qazi Hussein Ahmed. Questa organizzazione è direttamente sostenuta dai servizi segreti pakistani e tra le sue attività c¹è il finanziamento e l¹addestramento dei combattenti in Afghanistan, Tagikistan e Kashmir. La sede della Jamaat, una grande villa coloniale a Islamabad, è considerata un laboratorio del radicalismo islamico internazionale. A Peshawar, un giorno dell¹ottobre 1988, arriva un signore corpulento, con la barba bianca e gli occhi nascosti da spesse lenti da sole: è lo sceicco egiziano Omar Abdul Rahman, cieco, sofferente di diabete, venuto a visitare, accompagnato da due figli, i battaglioni della guerra santa. Per due anni lo sceicco vive a Peshawar con rapide puntate nei campi di addestramento di 1.200 mujahidin a Sada, in un angolo di mondo, come ha lasciato scritto il Lawrence, "talmente sperduto che ben pochi l¹hanno mai sentito nominare". Nei suoi giri per i campi dei guerriglieri Rahman è accompagnato dal luogotenente palestinese Abdullah Azam. Con i suoi sermoni Rahman infiamma i mujahidin e lancia la guerra santa non soltanto contro i kuffar, gli infedeli, ma anche contro gli islamici e i capi di Stato arabi miscredenti e avversari degli integralisti. I guerriglieri di Rahman sono quelli che poi si infiltreranno a centinaia in Algeria, nella valle dell¹Alto Nilo, in Egitto e in Sudan. Non solo. Dalle file dei combattenti dello sceicco cieco escono anche, secondo le autorità americane, i nuclei dei terroristi islamici. Ma questo Washington lo dirà soltanto dopo che Rahman verrà arrestato, nel luglio Œ93, al centro islamico di Brooklyn con l¹accusa di aver ispirato l¹attentato al World Trade Center. Alle sue spalle lo sceicco ha una lunga storia come capo religioso e oppositore strenuo dei regimi egiziani. Il 28 settembre del Œ70 balza agli onori della cronaca quando dall¹alto della moschea di Fayyum lancia un fatwa, una sentenza che proibisce ai "veri islamici" di pregare davanti alla bara del rais appena morto, Jamal Abdel Nasser. Rahman è gettato in carcere ma viene salvato dalla galera soltanto dalla nuova politica inaugurata dal presidente Anwar Sadat, che si appoggia ai Fratelli musulmani per contrastare la sinistra nasseriana. Nel Œ74 lo sceicco diventa mufti e comincia a emanare una lunga serie di fatwa, tra cui quello della condanna a morte a Sadat per il suo viaggio a Gerusalemme. Grande predicatore, visionario, estremista, Rahman viene indicato come il Khomeini egiziano. Le autorità del Cairo lo imprigionano più volte tra l¹81 e l¹86 e alla fine lascia l¹Egitto per il Pakistan ma con in tasca una carta verde per gli Stati Uniti, rilasciata, secondo la stampa egiziana, proprio da agenti della Cia. Quando i mujahidin ridiscendono vittoriosi i sentieri della guerriglia sui picchi dell¹Hindukush prendono strade diverse. Lo sceicco Rahman continuerà negli Usa la propaganda per il Jihad, questa volta contro I ŒOccidente e i regimi arabi "corrotti", altri resteranno in "servizio attivo" in Medio Oriente. Tra questi ultimi il miliardario saudita Osama Ibn Laden, indicato come uno degli "importatori" di mujahidin dall¹Afghanistan in Medio Oriente e nel Maghreb. In una recente intervista al quotidiano libanese Al-Safir, viene accusato da Abdul Mansur, capo del partito yemenita del Congresso, di essere la mente e l¹istigatore dell¹ondata di violenze e omicidi politici in Yemen tra il Œ93 e gli inizi del Œ94. In Yemen ci sono stati numerosi arresti e qualche condanna a morte di membri del Jihad islamico ritenuti responsabili di attentati mortali: molti di loro avrebbero ammesso collegamenti con Laden, di essere stati addestrati o di aver combattuto in Afghanistan. Quando sarà riscritta la storia della resistenza afghana - afferma sull¹Independent del 6 dicembre Œ93 Robert Fisk introducendo un¹intervista a Laden - bisognerà assegnare un ruolo di primo piano a questo uomo d¹affari, sia per il suo contributo alla guerriglia che per la parte avuta nelle recenti vicende del fondamentalismo islamico. Laden arriva in Afghanistan alla fine del Œ79 e dopo pochi mesi è già in grado di far affluire in Afghanistan migliaia di combattenti arabi, egiziani, algerini, libanesi, tunisini, kuwaitiani, turchi. Laden, fatto piuttosto insolito per un businessman, combatte in prima linea, faccia a faccia contro gli uomini dell¹Armata rossa. "Ho visto un russo che mi puntava un fucile a meno di trenta metri", racconta, ma soprattutto rifornisce i mujahidin di armi ed equipaggiamenti. Titolare di una grande impresa di costruzioni, con le attrezzature importate in Afghanistan via Peshawar fa scavare lunghi tunnel nella montagna di Zazi, nella provincia di Bakhtiar, dove i guerriglieri insediano ospedali sotterranei e depositi di armi al riparo dalle incursioni dell¹aviazione sovietica. Diretti da Laden, centinaia di mujahidin bucano la roccia con i martelli pneumatici, aggrediscono la montagna come forsennati a colpi di piccone, sbadilano tonnellate di terra e di pietre. E alla fine, a forza di braccia, confezionano la grande beffa ai danni dell¹Armata rossa e dei soldati del regime di Kabul: decine di tunnel, cuniculi, bunker che nascondono alla vista dei nemici l¹esercito della guerra santa. Adesso la società di Laden sta costruendo una strada di 800 kilometri in Sudan, la sua nuova patria, per collegare Khartoum a Port Sudan. Il suo braccio destro è l¹ingegnere saudita Mohammed Saad e tra i dipendenti della società ci sono centinaia di reduci dall¹Afghanistan. Quanti guerriglieri ha aiutato a espatriare naturalmente Laden non lo dice ma, secondo i servizi occidentali e degli Stati del Maghreb, in Sudan vengono addestrati per il Jihad guerriglieri e terroristi che poi passano in Egitto, Algeria e Tunisia. Magro, allampanato, con una gran barba e una lunga galabeja che arriva ai piedi, Laden nelle poche fotografie in circolazione appare più simile lui stesso a un mujahidin che al prototipo dell¹uomo d¹affari arabo. Il suo nome è stato fatto anche tra i combattenti bosniaci di Travnik come uno dei finanziatori delle milizie musulmane. Il modello della guerra santa in Afghanistan costituisce il punto di riferimento di buona parte dei gruppi armati islamici combattenti nel Maghreb. In alcuni casi c¹è una discendenza "diretta" tra l¹esperienza maturata dai capi nelle file di mujahidin e la costituzione di cellule armate. Ma il termine "afghano" è usato anche soltanto per indicare dei gruppi armati che si sono resi protagonisti di azioni terroristiche o di guerriglia sanguinose. In ogni caso la vittoria islamica contro l¹Armata rossa alimenta il mito del mujahidin, un mito che possiede una straordinaria forza di penetrazione e diventa il simbolo di un riscatto totale tra i battaglioni infiniti di poveri e diseredati delle società arabe. Morire con il kalashnikov in mano per il Jihad, per ristabilire la purezza dell¹islam contro tutti e tutto, può a molti giovani arabi apparire una sorte migliore di un presente senza speranze. All¹inizio di quest¹anno sul settimanale libanese Al-Wasatè comparsa un¹intervista, forse l¹unica e sicuramente mai realizzata, a Sayf Allah Jaafar, considerato il capo dei Gruppi islamici armati (Gia),la formazione, fondata nel giugno del Œ91, che ha rivendicato decine di attentati mortali in Algeria. Alla domanda se il Gia si ispira ai metodi dei mujahidin, Sayf Allah risponde testualmente: "Molti musulmani nel mondo si sono ispirati a loro. Noi dobbiamo tantissimo ai mujahidin afghani, questo è innegabile". Jaafar, 30 anni, soprannominato ovviamente l¹Afghano, ha militato tra l¹84 e l¹85 nei gruppi più radicali della guerriglia contro Mosca. Al suo ritorno in Algeria ha sposato la figlia di Masouri Meliani, uno dei capi del Fronte islamico di salvezza (Fis), che è stato arrestato, condannato a morte e impiccato. Jaafar è stato ucciso il 26 febbraio scorso dalle forze speciali antiterrorismo durante un rastrellamento sulle alture di Algeri. La sua morte ha scatenato un ondata di attentati dei gruppi islamici armati. Veterano dell¹Afghanistan è pure Kamareddin Kharban, anche lui membro del Fis, ufficiale dell¹esercito algerino, Kharban nell¹83 butta la divisa alle ortiche e parte per Peshawar dove in breve diventa, con l¹appoggio dei servizi pakistani, uno dei capi della legione araba che combatte con i mujahidin. Kharban torna in Algeria nell¹87 e organizza delle cellule clandestine modellate sull¹esperienza della guerriglia afghana. Il suo ritorno in patria avviene poco dopo l¹uccisione, il 13 gennaio Œ87, di Mustafà Bouyali, ex maquisard, reduce dell¹Afghanistan, che tra l¹81 e l¹85 aveva costituito un¹organizzazione di 16 cellule per la lotta armata. La presenza di Kharban è stata segnalata anche in Bosnia, dove avrebbe costituito una rete di combattenti per appoggiare i musulmani bosniaci.
 
LIMES 1996/4 L¹America e noi L¹Europa a stelle e strisce  
 
di Stefano CINGOLANI
 
Gli Stati Uniti non rinunciano a una forte presenza in Europa. Nel nostro continente va la metà degli investimenti americani all¹estero, da cui dipendono 14 milioni di posti di lavoro. Il ŒTerzo Impero¹ e il progetto di Unione atlantica. Dopo anni di incertezza e confusione, gli Stati Uniti hanno riconosciuto che il loro legame con l¹Europa, lungi dall¹essersi esaurito dopo la guerra fredda, è diventato più importante. E più conflittuale. Il primo allarme è suonato in Bosnia. L¹amministrazione Bush prima si era opposta alla divisione dell¹ex Jugoslavia, poi aveva definito la crisi una faccenda interna europea. Clinton aveva ereditato un dossier che non conosceva e del quale non si preoccupava. Ma gli eventi lo hanno costretto a trasformare i Balcani nel principale test case della nuova politica estera americana. Il secondo fanalino rosso si è acceso con le trattative del Gatt, durante le quali i contrasti commerciali hanno assunto la portata di conflitti per la supremazia economica e tecnologica non più solo in Asia, ma anche in Europa. Le tensioni si sono fatte ancora più acute dopo l¹approvazione delle leggi Helms-Burton e D¹Amato che prevedono sanzioni contro le imprese (anche non americane) in affari con i ³cattivissimi² del mondo: Cuba e gli Stati accusati di sostenere il terrorismo (Iran, Iraq e Libia, mentre la Siria per ragioni di politica estera americana è stata lasciata da parte). L¹arma della ³guerra economica² viene usata per dirimere un conflitto di interessi tra Europa e Usa. E lo scontro è così aspro che Clinton viene lasciato solo quando lancia l¹operazione Desert Strike contro l¹Iraq. Che cosa accade? Un fossato si sta aprendo tra le due rive dell¹Atlantico, ben più grande e pericoloso di quello che divide il Pacifico? O siamo di fronte a liti in famiglia sia pure più aspre del normale? Una cosa è certa: l¹America oggi sa bene che non può abbandonare l¹Europa. La riscoperta dell¹Europa La virata verso il Vecchio Continente matura lentamente ed esce a poco a poco dalle nebbie del dopo guerra fredda, ma a cominciare dal 1994 diviene sempre più chiara. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino, l¹Europa sembrava chiusa in tre cerchi scarsamente comunicanti l¹uno con l¹altro: a occidente la Comunità europea intenta a fare i conti con inflazione e disavanzo pubblico per rispettare i criteri di Maastricht e gettare le fondamenta dell¹Unione economica e monetaria; al centro i paesi dell¹ex Patto di Varsavia che si incamminavano verso l¹economia di mercato e la democrazia, muovendosi in una terra di nessuno, un sostanziale vacuum strategico (militare e in parte anche economico); ad oriente un¹Unione Sovietica che si disgregava rapidamente e una Russia sconvolta dalla implosione del comunismo. Il 1992 segna uno spartiacque: 1) entra in crisi il Sistema monetario europeo, con l¹uscita della sterlina e della lira, così quel che doveva essere un processo di unificazione lento, ma senza soluzione di continuità, rischia di introdurre nuove fratture separando un nocciolo duro franco-tedesco dai paesi del Sud (Italia, Spagna e Portogallo) e del Nord (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca); 2) scoppia la guerra in Bosnia e l¹Europa si dimostra incapace di agire manifestando una crisi politica e di identità che si aggiunge a quella economico-valutaria; 3) la Russia liquida il comunismo e l¹Unione Sovietica. La caduta di Gorbacev è la conseguenza inevitabile del fallimento della transizione graduale; 4) arriva alla Casa Bianca un presidente democratico che punta tutte le sue carte sull¹economia e sulla soluzione dei problemi interni, confortato dal dotto rapporto di un think tank influente soprattutto tra i democratici (il Carnegie Endowment for International Peace di Washington) secondo il quale la sicurezza economica è diventata più importante di quella militare. ³Il rinnovamento interno dell¹America è la vera priorità della nazione², è scritto nel documento. Sullo scacchiere internazionale, è meglio ³imparare a risolvere più problemi possibili attraverso l¹Onu e, in economia, attraverso la cooperazione con Giappone e Germania². Per un paio d¹anni l¹amministrazione Clinton seguirà questo benign neglect verso gli affari esteri, ³concentrandosi come un laser² (parole del giovane portavoce di Clinton, George Stephanopoulos) sull¹economia americana. Ma la Cnn e i sondaggi Gallup imporranno un cambiamento sostanziale. Sul piano strategico il vero punto di svolta è la sofferta decisione di intervenire in Bosnia in seguito alla delusione verso gli europei, incapaci di sviluppare una coerente ed energica politica nei Balcani. Non è un caso che sempre in questo periodo, il 5 maggio 1994, Clinton vari la Direttiva 25 e abbandoni il multilateralismo e l¹appoggio all¹Onu. Nel delineare i princìpi che guidano l¹intervento all¹estero, si specifica che Marine e Gi non saranno mai più posti sotto il comando straniero. Certo, brucia il fallimento in Somalia. Ma più in generale viene fatta cadere l¹idea di delegare la sicurezza alle Nazioni Unite, alla Comunità europea o a qualsiasi istituzione multinazionale. ³Se non è più il momento dell¹Europa, ne consegue che torna il tempo dell¹America², scrive Simon Serfaty direttore degli studi europei al Center for Strategic and International Studies(113). Richard Holbrooke ha spiegato in più occasioni il nuovo orientamento. Alla fine della guerra fredda - osserva il più celebre negoziatore americano - si è manifestata negli Usa una tentazione al ritiro dall¹Europa. Abbiamo resistito per una ragione molto semplice: il nostro interesse economico. Il contesto delle nostre relazioni è venuto via via cambiando, ma perdura un basilare interesse a restare in Europa: un continente libero dal dominio di una qualche potenza o dalla combinazione di potenze a noi ostili; partner prosperi aperti alle nostre idee, ai nostri beni, ai nostri investimenti; una comunità che condivide gli stessi valori e che si estende il più possibile attraverso l¹intero continente non più lacerato da conflitti che drenano risorse dagli Stati Uniti e dal resto del mondo. Gli Usa sono una potenza del Pacifico, ma non una potenza asiatica. Sono invece definitivamente una potenza europea. Gli americani non sono rimasti cinquant¹anni in Europa per anticomunismo - riconosce Holbrooke - ma per garantire l¹equilibrio della regione. E questa esigenza resta intatta, più che mai(114) . Certo, quando tra l¹estate e l¹autunno ¹95 si compie la svolta bosniaca, Clinton non è in grado di inserire il neointerventismo americano in uno schema teorico nel quale sia reso chiaro l¹interesse nazionale. E stenta a trovare il consenso del Congresso dove prevale un sentimento isolazionista. Ma chi comanda in Europa (tra Usa, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna), torna ad essere determinante anche per decidere chi comanda in Asia (tra Usa, Russia e Cina). La trasformazione della Nato in strumento di sicurezza attiva anche fuori dei propri confini diventa una partita determinante. L¹America non può più fare marcia indietro e si trova, anzi, a dover risolvere un¹equazione a più incognite, le cui variabili fondamentali restano, ancora una volta, la Germania e la Russia. Strobe Talbott, ex giornalista, ex corrispondente da Mosca e slavofilo, aveva convinto l¹amministrazione non solo che Elcin era il minore dei mali, ma che rappresentava il veicolo della conversione occidentale di un immenso paese che mai nella sua storia aveva conosciuto la democrazia. La scommessa di Talbott-Clinton è giunta al punto di favorire in ogni modo (non solo con il denaro, ma anche con l¹intelligence) la vittoria di Elcin pur sapendo che ormai non era più in grado di governare la Russia. Nel frattempo, però, si è fatto strada un approccio più realistico, rappresentato da Henry Kissinger e da quei repubblicani che ancora hanno voglia di pensare alla politica estera (ad esempio l¹influente senatore dell¹Arizona John McCain, eroe del Vietnam e ascoltato anche alla Casa Bianca). La Russia non è assimilabile sic et simpliciter all¹occidente, quindi nei suoi confronti occorre un atteggiamento diverso: non impicciarsi nelle vicende politiche interne, ma porle dei paletti, delle discriminanti esterne molto chiare. Una sorta di neocontenimento ad occidente con l¹allargamento rapido della Nato verso est in modo da bloccare sul nascere quella vocazione imperiale naturale nella potenza eurasiatica(115). A rafforzare questa impostazione è la lettura che proprio Kissinger dà della solenne firma dell¹accordo russo-cinese: per il modo in cui è stato presentato, ancor più che per i suoi contenuti, va oltre una normalizzazione dei rapporti dopo trent¹anni di tensioni e conflitti di frontiera. La reintegrazione dell¹Eurasia è la priorità assoluta della Russia. Quindi egemonia nella Cis. Poi ripresa di influenza in Europa centrale. Infine una politica che cerchi di recuperare il ruolo di grande potenza. In cooperazione o in alternativa con gli Usa? In Bosnia, Mosca ha mostrato che può essere cooperativa, se i suoi interessi e legami storici non vengono minacciati. Con Desert Strike ha sperimentato il gioco competitivo. La Germania resta l¹alleato fondamentale degli Usa, come ritiene una componente forte dell¹amministrazione (rappresentata da Holbrooke e da Peter Tarnoff, entrambi provenienti dal Council on Foreign Relations, uno dei think tanks più influenti sui democratici, nel quale è confluito il fior fiore dei diplomatici allievi di Cyrus Vance). Tuttavia nulla è scontato nel gioco strategico della geopolitica europea dopo la guerra fredda. Lo si è visto nel caso della Bosnia quando è emerso, soprattutto nella prima fase, il conflitto tra la Germania filocroata e gli altri paesi i quali continuano a pensare alla Serbia come garante di un delicato equilibrio balcanico. Uno studio della Rand preparato per l¹ufficio del segretario alla Difesa spiega come la Germania stia espandendo la sua influenza verso est, in quel ventre molle rappresentato dall¹Europa centrale che resta attualmente ³un sistema anarchico dal punto di vista della sicurezza². Ciò avviene nel momento in cui la Russia si prepara a riasserire i propri interessi ad ovest recuperando una tradizione che va dal XVIII secolo fino al 1917. Diventa fondamentale, così, prevenire l¹eterno conflitto che nell¹epoca moderna ha sempre sconvolto l¹Europa(116). È a questo punto che in America matura la decisione più importante, in termini strategici, del dopo guerra fredda: l¹allargamento della Nato, superando il veto della Russia. Nella concezione americana deve andare di pari passo con l¹allargamento dell¹Unione europea. Il braccio economico e il braccio armato è essenziale che si espandano in tandem. Dalla prossima primavera la porta sarà aperta a tre dei quattro paesi che fanno parte del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Ungheria; resterebbe fuori la Slovacchia). ³L¹estensione delle garanzie previste dall¹articolo V della Nato non è un esercizio sulla carta², scrive il conservatore Jonathan Clarke del Cato Institute. ³Infatti impegnano gli Usa a difendere questi paesi contro ogni attacco esterno, portando il perimetro della difesa occidentale più vicino a Mosca e al calderone etnico dell¹Europa centrorientale²(117). Il segretario di Stato Warren Christopher ha lanciato la proposta di una Carta, un documento formale che sancisca la cooperazione con la Russia. Mosca ha replicato che l¹intesa deve precedere ogni mutamento della Nato. Nessuno può escludere che gli incerti equilibri al Cremlino impongano all¹Occidente una prudente frenata. La politica estera Usa non è abituata all¹idea di un geopolitical management e non ha esperienza nel gestire problemi complessi in tempo di pace e nel portare un ordine geopolitico nel Centro-Europa. Insomma, l¹America del Duemila, potenza dominante come la Francia del Seicento, avrà bisogno di un cardinale Richelieu. Il paradigma perduto Gli Usa, tuttavia, sono ancora alla ricerca dell¹identità perduta. Clinton si definisce il presidente della transizione, e si vanta di aver capito che la Grande trasformazione (dal sistema chiuso all¹economia globale, dall¹industria alla società dell¹informazione) si accompagna alla ridefinizione di tutti gli equilibri mondiali e che i due livelli (economico-sociale e internazionale) non marciano su binari paralleli, ma si intrecciano in continuazione. Gli manca, però, uno schema forte nel quale incastonare le sue intuizioni. Si sono susseguite teorie diverse nel tentativo di scovare che cosa sostituire al paradigma del contenimento che ha fatto da bussola per quasi mezzo secolo. Nel 1991 il giornalista e politologo Charles Krauthammer lancia l¹idea che al bipolarismo della guerra fredda e al multipolarismo un po¹ utopistico dei liberal, sia subentrato un ³momento unipolare². ³L¹unipolarità², scrive, ³è l¹immagine che più colpisce del mondo attuale. Ci vorrà una generazione o due perché sorga un¹altra potenza uguale agli Stati Uniti. Anche la nozione che la forza economica si traduca in influenza geopolitica è un altro mito rapidamente infranto²(118). Dopo i facili entusiasmi della guerra del Golfo Persico, questo solipsismo ha prodotto l¹ingenua immagine del global cop, il poliziotto globale incapace di affrontare le microminacce del caotico mondo post-guerra fredda. Prende corpo così l¹idea che l¹America sia una superpotenza non solo solitaria, ma senza una causa alla quale applicare il suo immenso potenziale (come sostiene Leslie Gelb, presidente del Council on Foreign Relations). Una situazione terribile, che la espone al pericolo di agire trascinata dagli eventi, di inseguire i fatti (magari quelli amplificati dai mezzi di comunicazione) e non capirli. Questa idea dello ³sceriffo riluttante² si scontra con la costante idealistica della politica estera americana che rende gli Usa incapaci di esercitare il puro gioco del balance of power. La ³Missione Liberale² meglio rappresenta la tradizione che va da Wilson a Roosevelt e se ne sente l¹eco nei documenti più alati dell¹amministrazione. Ma ogni velleità di fare dei diritti umani la pietra angolare della politica estera (alla Jimmy Carter) viene frustrata dalla realtà. Clinton fa un tentativo con la Cina, poi rinuncia e le rinnova la clausola di partner commerciale privilegiato. Con la Russia e la guerra in Cecenia non ci prova neppure. In Afghanistan appoggia i talebani, veri e propri ultrà islamici che impongono la sharia. La promozione della libertà e della democrazia, dunque, resta un punto di riferimento ideale, ma deve fare i conti con la geopolitica e la geoeconomia. Con l¹esplodere del terrorismo sul territorio americano diventa sempre più popolare la dottrina dello ³scontro delle civiltà², tra Occidente da un lato e una perversa alleanza di islamismo e confucianesimo dall¹altro. Tre anni fa l¹aveva lanciata Samuel Huntington, ex consigliere di Jimmy Carter e ora professore ad Harvard(119) ed era stato sommerso di critiche. Sfidando i luoghi comuni, aveva descritto un liberalismo occidentale in difficoltà per la mancanza di una sfida ideologica coerente e per l¹espansione culturale, sociale, economica di paesi in cui religione e autoritarismo creano una miscela esplosiva. Il confronto con l¹islam e il confucianesimo non è solo ideale, ma anche politico e militare. La propagazione dei valori occidentali presentati come universali, provoca una reazione comune e un conflitto che colloca ³l¹Occidente contro tutti gli altri², insiste il politologo americano. La linea di frontiera tracciata dalla spada dell¹islam passa per il Mediterraneo, per i Balcani, taglia il Mar Nero, attraversa il Caucaso per spingersi fin nel cuore dell¹Asia. Il fianco Sud dell¹Europa diventa di nuovo esposto e vulnerabile. Un confronto fra le esportazioni europee e americane All¹idealismo wilsoniano e al pessimismo spengleriano di Huntington si contrappone la cinica geopolitica di Henry Kissinger. Il suo libro Diplomacy ha riacceso antiche divisioni, ma ha anche fornito alimento a chi si ostina a cercare una strategia internazionale. ³L¹America è un¹isola fuori delle rive della larga massa di terra dell¹Eurasia le cui risorse e la cui popolazione eccedono di gran lunga quelle americane², scrive Kissinger. ³Il dominio di una singola potenza in ciascuna delle due principali sfere, l¹Europa e l¹Asia, resta una buona definizione del pericolo strategico per l¹America, guerra fredda o non guerra fredda²(120). In Europa ³non è interesse di nessun paese che la Germania e la Russia si fissino l¹uno con l¹altro o come partner principali o come avversari principali. (...) Senza l¹America, Gran Bretagna e Francia non possono sostenere l¹equilibrio politico nell¹Europa occidentale; la Germania sarebbe tentata dal nazionalismo e la Russia perderebbe un interlocutore globale. Senza l¹Europa, l¹America sarebbe risospinta, psicologicamente e geograficamente, verso la sua dimensione di isola fuori delle coste dell¹Eurasia²(121). La nuova logica dei blocchi A partire dalla metà degli anni Settanta, come risposta alla crisi petrolifera, l¹Occidente aveva riorganizzato i propri rapporti interni su una sorta di triangolo: gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania; tutti insieme, attraverso il coordinamento delle politiche monetarie ed economiche avrebbero dovuto mettere i paesi industrializzati al riparo da sussulti distruttivi. Questo ³governo mondiale² incardinato nel G7 (che in realtà è sempre stato un G3 allargato per motivi diplomatici) ha funzionato finché non ha fatto irruzione la nuova rivoluzione tecnologica che ha reso interdipendente l¹³economia di carta², creando nuove fratture nell¹³economia reale². I modelli di capitalismo (asiatico, renano, anglosassone) sono entrati in competizione tra loro. Il ³mercato globale² non ha esportato pace e libertà. L¹esclusione di intere aree geografiche, popolazioni, gruppi sociali, ha innescato nuove tensioni. Le priorità domestiche hanno preso il sopravvento su quelle internazionali. Tanto che interessi economici e sicurezza nazionale sono diventati interdipendenti. È proprio questo il maggior cambiamento introdotto da quella che alcuni - con una certa enfasi - hanno chiamato la ³Dottrina Clinton²: la sicurezza degli Stati Uniti dipende strettamente dal proprio sviluppo economico, la stessa pace del mondo è collegata al benessere, allo sviluppo e alla leadership economica degli States. La politica estera, quindi, si dà il compito di rilanciare e difendere il primato nella crescita, nella tecnologia, nei settori leader della nuova rivoluzione industriale e di combattere per far cadere le barriere alla circolazione delle merci americane. La libertà dei commerci resta un principio e un obiettivo, purché il tasso di crescita del reddito, della produzione e dell¹occupazione negli Stati Uniti aumentino sempre. Gli Usa, così, si confrontano a muso duro con il Giappone, consolidano la propria posizione di kingmaker in Asia e si ricollocano in un¹Europa che rappresenta pur sempre il principale mercato straniero. Il 50% degli investimenti esteri delle imprese americane è nell¹Europa occidentale e viceversa; da essi dipendono 14 milioni di posti di lavoro americani. Dal 1990 ad oggi gli investimenti diretti in Europa sono raddoppiati arrivando a 364 miliardi di dollari, mentre nell¹area del Pacifico, pur aumentando nello stesso periodo, superano di poco i cento. ³Le compagnie americane hanno fatto dell¹Europa la zona principale che esse possono sfruttare²(122). A differenza degli anni Cinquanta e Sessanta questa nuova ³americanizzazione dell¹Europa² tende a cambiare le regole del mercato assimilandolo a quello degli Usa. Elettronica, telecomunicazioni, biotecnologie, farmaceutica: in questi campi il primato è assicurato. La ³nuova sfida americana² avviene in una geografia economica che si articola in ³aree di libero scambio² intercomunicanti. ³La Dottrina Clinton rinchiude gli Usa nel cuore di ciascuno dei blocchi commerciali che stanno strutturando l¹economia mondiale²(123). L¹America del Nafta, l¹Asia del Patto del Pacifico, l¹Europa dell¹Ue sono in concorrenza. Ma al loro interno gli Stati Uniti vogliono avere un ruolo determinante. Un gioco duro in cui l¹America sviluppa una politica aggressiva e l¹amministrazione si attrezza con una vera e propria ³economic war room² (l¹Advocacy Center) che aiuta il made in Usa a vincere appalti all¹estero quando sono coinvolti governi stranieri(124). Quando Clinton ha deciso di firmare la legge Helms-Burton sull¹embargo a Cuba e quella di Al D¹Amato contro le imprese che commerciano con i paesi accusati di sostenere il terrorismo, non ha soltanto ceduto a esigenze elettorali. Sapeva bene che si sarebbe spinto fin oltre la soglia di un conflitto con i paesi europei, ma negli Stati Uniti oggi il mondo degli affari e il governo hanno scelto di battersi a muso duro anche contro gli alleati storici per difendere i propri interessi economici. Hanno abbracciato un ³liberismo al tabasco² che colpisce in modo forte l¹Unione europea. Quale Europa? La riscoperta del Vecchio Continente si accompagna, dunque, alla potente spinta a spezzare quella che una volta veniva chiamata ³fortezza Europa² le cui difese ormai stanno vacillando. Giù le mura del protezionismo e giù anche quella pretesa di fare da sola che si è rivelata del tutto velleitaria. L'Eurasia vista dall'Atlantico Perché restare in Europa? - si chiede Simon Serfaty(125). Come deterrente contro il revisionismo geopolitico della Russia; per garantire la sicurezza dei paesi dell¹ex Patto di Varsavia, non perché siano direttamente minacciati ma perché ci sono rischi di instabilità esportati o manipolati dai loro vicini; per consolidare la fiducia della Germania e degli altri Stati europei in una struttura occidentale più affidabile e meno controversa delle precedenti; come difesa contro piccoli conflitti dentro e fuori l¹Europa dove c¹è una convergenza degli interessi occidentali; per rispondere alle sfide comuni (terrorismo, ambiente, proliferazione delle armi di distruzione di massa). E, ultimo, ma non per importanza, perché resta il più grande mercato del made in Usa. Ma la domanda di oggi è: in quale Europa? Serfaty offre anche qui alcune formulette sintetiche: un¹Europa flessibile e competitiva; democratica e compatibile con i valori sociali e le politiche americani; resistente alle pressioni protezionistiche dell¹Unione europea o di suoi singoli membri; aperta a legami economici con i suoi vicini all¹Est a cominciare dall¹Europa centrale; capace di assumere una larga quota di difesa autonoma. Sandy Vershbow, consigliere speciale del presidente per la politica europea all¹interno del National Security Council, in una conversazione con l¹autore nel luglio scorso, ha spiegato che l¹obiettivo strategico resta l¹aggancio stretto della Russia all¹Europa, di una Russia destinata a tornare potenza globale. Per gli Usa, quindi, ha priorità l¹apertura ai paesi dell¹Europa centrale. Maastricht è una questione interna purché non diventi un ostacolo all¹espansione. La noncuranza di un tempo verso la moneta unica ha lasciato il posto a una nuova attenzione alle conseguenze dell¹euro sul dollaro e sullo yen. Ma gli americani continuano a denunciare i troppi impedimenti al libero scambio e a chiedere uno sforzo congiunto in due settori strategici: l¹Europa centrale e il Medio Oriente. Il primo banco di prova sarà promuovere l¹integrazione pacifica dei Balcani. La comunità atlantica La geopolitica europea alle soglie del Duemila presenta una terra di nessuno troppo ampia, fonte principale di caos politico, di insicurezza militare e di incertezza economica. A ovest l¹allargamento della Nato porta tre dei ³quattro di Visegrad² sotto l¹ombrello occidentale. A nord-est Mosca ³riprende² la Bielorussia. Mentre i paesi baltici stringono un legame con la Svezia ottenendo il viatico degli Usa (lo ha dato esplicitamente il segretario alla Difesa William Perry al vertice di Copenhagen il 23 settembre ¹96). Al centro, però, restano senza copertura paesi grandi come la Romania, la Bulgaria e l¹Ucraina. La prima bussa alla porta dell¹Unione europea, ma si apre agli Stati Uniti con intese militari ed economiche (la Citycorp è diventata la banca più importante del paese). La seconda è fortemente tentata dal richiamo slavo-ortodosso che la spinge da un lato verso la Grecia e dall¹altro verso la Grande Madre Russia. Il polmone ucraino, con il suo potenziale nucleare, resta nella linea d¹ombra a rischio continuo di conflitto con Mosca. Mentre da sud incombe il gran caos balcanico, a sud-est una Turchia islamizzata e meno affidabile fa da snodo con i tumulti del Caucaso. È uno dei punti di maggior tensione. Le immense risorse petrolifere danno al Mar Caspio un¹importanza strategica pari al Golfo Persico e sulla lunga mezzaluna che va dall¹Armenia all¹Himalaya, si estendono le mire egemoniche della Russia, dell¹Iran, della Cina. Ma si scaricano anche le tensioni non risolte con l¹Iraq e le nuove ambizioni della Turchia. Come creare un¹impalcatura di sicurezza che sia meno precaria e dotata di senso strategico? Michael Lind, brillante politologo, conservatore deluso, vede sorgere ³un Terzo Impero americano con una frontiera balcanica²(126). Il primo venne creato subito dopo la guerra con la Spagna del 1898 quando gli Usa presero le Filippine, Cuba, Portorico e buona parte dei Caraibi. Il secondo dal 1945 al 1989 e si estendeva dall¹Europa centrale all¹area del Pacifico. Il Terzo Impero ha avviato i suoi passi con la guerra del Golfo Persico che ha garantito il controllo della risorsa petrolio e un ruolo predominante nel Medio Oriente. Poi l¹intervento in Bosnia. Infine l¹allargamento della Nato. A differenza dei primi due, il Terzo Impero ³non può essere giustificato come mezzo per diffondere la democrazia e l¹autodeterminazione². Non solo: ³La sfida di consolidare una nuova sfera d¹influenza Europa-Medio Oriente ritirandosi progressivamente dall¹Asia richiederà che gli Stati Uniti sviluppino istituzioni e alleanze tipo Nato per gestire i vari protettorati che si sono venuti via via costituendo a partire dal 1990. I protettorati debbono essere protetti². In realtà, nessuno a Washington ha elaborato una così radicale visione del futuro geopolitico. Tuttavia, nel tentativo di chiudere il primo mandato presidenziale con una patina strategica, viene data grande importanza al discorso che il segretario di Stato Warren Christopher ha pronunciato il 6 settembre ¹96 a Stoccarda, nel quale lancia l¹idea di ³una nuova comunità atlantica per il Duemila² che sorgerà come la Fenice dalle ceneri della guerra fredda. Di che si tratta? Nel ¹95 gli Usa hanno lanciato l¹idea di un ³Nafta per l¹Europa². La Transatlantic Free Trade Area, come premessa per una nuova alleanza che completi la Nato sul versante economico e la trasformi in un organismo globale. A parte i settori di cooperazione economica, al vertice di Madrid erano stati individuati i campi di collaborazione politica: la ricostruzione della Bosnia, il consolidamento di un¹area di pace, sicurezza ed espansione economica nel Medio Oriente, lo sviluppo dei paesi del Centro ed Est-Europa. Al Nafta atlantico, dunque, si deve per forza di cose accompagnare una sorta di Nato-bis. Ma la nuova impalcatura è persino più ambiziosa. Charles Kupchan del Council on Foreign Relations la spiega così: ³La soluzione ai problemi dell¹Occidente è un¹Unione atlantica che dovrebbe assumere sotto di sé entrambe le organizzazioni, la Nato e l¹Unione europea. Quest¹ultima dovrebbe abbandonare le sue ambizioni federali e concentrarsi sull¹estensione del suo mercato unico all¹Europa centrale ad est e al Nordamerica ad ovest. La Nato diventerebbe il braccio difensivo, ma adottando degli impegni meno stringenti militarmente e lasciando spazio alla diplomazia preventiva, al peace-keeping e al peace-enforcing. In questo modo diverrebbe meno difficile anche l¹apertura ai paesi dell¹Europa centrale²(127). Un capitolo dello stesso saggio è intitolato significativamente ³Bye bye Maastricht². Christopher non può osare tanto. Ma è evidente la contraddizione tra allargamento dell¹Ue e rafforzamento del suo ³nocciolo duro². Il reticolo istituzionale vecchio e nuovo nel quale gli Stati Uniti vogliono stringere l¹Europa (questa Grande Europa dall¹Atlantico agli Urali ricorda più la ³casa comune² di Gorbacev che non quella gollista), rappresenta l¹unica alternativa - secondo lo studio della Rand - a un confronto aperto. Ma il rischio è di annacquare la Nato in una sorta di ³lasca struttura paneuropea² senza unghie e con scarsa capacità operativa. Esattamente quello che vuole la Russia. Lo strumento, quindi, è lungi dall¹essere chiaramente individuato. Tuttavia non esiste una vera alternativa a un legame organico con gli Usa. I pericoli di disintegrazione europea diverrebbero peggiori e i conflitti egemonici interni verrebbero esasperati. Il sogno dei federalisti si offusca e gli spettri della storia tornano a visitare le cancellerie d¹Europa. -- Gabriele De Veris "We all want to change the world But when you talk about destruction Don't you know that you count me out Don't you know it's gonna be alright"



 

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