FISICA/MENTE

 

 

LE MONDE diplomatique - Luglio 2001 

I tre pilastri dell'egemonia di Washington


Con l'arrivo al potere di George W. Bush, stiamo assistendo ad una vera e propria svolta nel pensiero strategico americano. D'ora in poi verrà data priorità allo sviluppo e allo spiegamento di forze «high-tech» flessibili, capaci di intervenire ovunque nel mondo, e alla corsa tecnologica. Obiettivo: garantire in modo permanente il primato delle forze armate americane.

di MICHAEL T. KLARE *
Fresco vincitore delle presidenziali del 2000, George W. Bush ha incaricato il suo segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, di «rimettere in discussione lo status quo all'interno del Pentagono» e di elaborare «la strategia (americana) di guerra per il XXI secolo» (1). Una strategia che vediamo già profilarsi a grandi linee, anche se restano da definire i dettagli.
La nuova architettura della difesa americana poggerà su tre pilastri.
Prima di tutto, l'america-centrismo, cioè una dottrina di impiego delle forze che massimizzi gli interessi nazionali, anche nelle operazioni congiunte con gli alleati. In secondo luogo, la global reach, la capacità di proiettare la potenza militare Usa ovunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Infine, la supremazia perpetua, o per meglio dire l'utilizzo della scienza, della tecnologia e delle risorse economiche per assicurare sempre e comunque la superiorità delle forze e degli armamenti americani.
Intendiamoci, non sono idee totalmente nuove: già in passato altre amministrazioni hanno privilegiato un principio o l'altro. La novità viene piuttosto dalla loro formulazione in toni così articolati ed appassionati, al punto da configurare un'autentica svolta nel pensiero strategico degli Stati uniti.
Seguendo una prassi largamente diffusa, la dottrina militare americana ha sempre voluto che lo spiegamento di forze armate all'estero obbedisse agli interessi fondamentali della sicurezza nazionale. Ma gli obiettivi strategici si ammantavano di nobili ideali, focalizzando l'attenzione, di volta in volta, sulla difesa della democrazia, la lotta contro il totalitarismo, il mantenimento della pace. Se non sono completamente scomparse con l'avvento di George W. Bush alla presidenza, queste finalità sono ormai rigorosamente subordinate all'affermazione degli interessi nazionali.
Consapevoli di non dover più affrontare una minaccia globale, i leader americani attuali non vedono più nessun motivo imprescindibile per cui un qualche progetto di difesa collettiva debba prevalere sui loro interessi nazionali. «L'America dev'essere presente nel mondo» affermava Bush già nel 1999, «ma questo non vuol dire che le nostre forze armate siano la risposta a tutte le situazioni difficili in politica estera». Il ricorso alla forza per lui si giustifica solo alla luce degli «interessi nazionali permanenti» (2). Fuor di metafora, l'intervento degli Stati uniti dovrà sempre servire a realizzare i loro obiettivi chiave: proteggere i flussi di petrolio dei paesi del Golfo, garantire la sicurezza di Israele e di Taiwan, reprimere il traffico di stupefacenti in America latina, e via dicendo.
Contrastare gli stati-canaglia La priorità riconosciuta ai soli interessi nazionali comporta una ridefinizione della partecipazione Usa alle operazioni multilaterali di peacekeeping, attività secondaria agli occhi di Bush: «L'eccessiva esposizione [delle nostre forze armate] nelle operazioni [di peacekeeping] ha creato un grave problema per il morale delle truppe» (3). In realtà, le preoccupazioni presidenziali, più che dal morale delle truppe, derivano dal fatto che tali operazioni non sembrano giovare granché agli «interessi nazionali permanenti».
Anche il vice presidente, Dick Cheney, aveva dichiarato nell'agosto del 2000, in piena campagna elettorale: «Il problema consiste nel definire i nostri interessi strategici, quelli che meritano la mobilitazione di risorse e l'eventuale perdita di vite americane» (4). È evidente che molte delle operazioni di peacekeeping intraprese da Clinton non rientrano in questa definizione; di conseguenza, gli Stati uniti intendono rimettere in discussione la loro partecipazione alla forza multinazionale in Bosnia.
Una prospettiva analoga ispira la posizione dell'amministrazione Usa sulle armi antimissile (il progetto di un sistema di missili antibalistici noto come National Missile Defense, Nmd). Anche se il presidente ha affermato a più riprese che la realizzazione di tale sistema andrà a vantaggio non solo degli Stati uniti, ma anche dei loro alleati, il ragionamento di fondo punta in un'altra direzione.
E l'ha indicato lo stesso Bush, dichiarando che «la protezione dell'America diventerà una grande priorità nel prossimo secolo», il che comporta, dal suo punto di vista, lo spiegamento del sistema Nmd «al più presto possibile» (5). A dar credito al discorso politico, l'Nmd dovrebbe proteggere il territorio americano dagli «stati canaglia», cioè da quei paesi dotati di missili balistici e governati da leader irrazionali, come l'Iran o la Corea del Nord. Si tratterebbe semplicemente di una reazione prudente e difensiva degli Stati uniti di fronte al comportamento imprevedibile di altri paesi.
In realtà, da un'attenta lettura delle dichiarazioni ufficiali si evince che il programma Nmd è una pedina fondamentale in una strategia attiva ed offensiva. Neutralizzando i missili nemici, l'attuazione dell'Nmd eviterebbe ogni rischio che un futuro presidente americano sia dissuaso dall'attaccare un particolare «stato canaglia», per il timore di esporre gli Stati uniti alle rappresaglie di tale stato, armato di missili a testata chimica o nucleare. Nulla è detto esplicitamente, nero su bianco, ma molto si legge fra le righe, soprattutto nelle dichiarazioni di Rumsfeld. A suo dire, forse gli Stati uniti non avrebbero lanciato l'operazione Tempesta del Deserto contro l'Iraq nel 1991, se avessero saputo che Saddam Hussein poteva disporre di missili intercontinentali a testata nucleare.
«Se non ci dotiamo di mezzi antimissile, vi è un forte rischio di venir indotti a modificare il nostro comportamento e a non servire al meglio i nostri interessi in un eventuale scontro con uno stato-canaglia armato di missili (6)». Su questo america-centrismo si innesta la volontà di potenziare le capacità d'intervento degli Stati uniti nel mondo. La loro strategia ha sempre privilegiato una capacità globale di proiezione delle forze: i militari americani vivevano la guerra fredda come una lotta globale in cui era necessario disporre di mezzi ingenti, adatti ad affrontare le forze nemiche in tutte le regioni del globo. Ma il teatro principale delle operazioni era comunque l'Europa, e quindi le forze americane erano strutturate in vista di una guerra terrestre su vasta scala nelle pianure della Mitteleuropa. Una guerra che avrebbe richiesto un grande spiegamento di carri armati, di artiglieria pesante, e via dicendo. All'epoca, il trasporto di tali mezzi pesanti non poneva alcun problema, in quanto gli Stati uniti potevano immagazzinare i loro sistemi d'arma nelle loro basi europee.
La fine della guerra fredda ha ribaltato questo scenario. Gli Stati uniti non prevedono più di dover affrontare una lunga guerra impegnativa, nell'Europa centrale o altrove; pensano piuttosto a campagne militari brevi ma intense, in località sparse da un capo all'altro del pianeta.
Stante l'impossibilità di far stazionare uomini e mezzi in ogni parte del mondo (e sapendo, peraltro, che ben pochi paesi l'accetterebbero), è giocoforza sviluppare mezzi d'intervento e di trasporto rapidi, partendo dalle basi sul territorio americano. Anche questa non è una novità assoluta, ma resta il fatto che la maggior parte delle armi del Pentagono sono state ideate e prodotte ai tempi della guerra fredda, e il loro trasporto risulta assai difficile. Il problema si è posto in tutta la sua evidenza durante la guerra del Kosovo, in cui gli spostamenti dei mezzi pesanti sono stati particolarmente lenti e laboriosi. A guerra finita, gli strateghi americani non hanno fatto mistero delle loro preoccupazioni al riguardo (7). Se il Congresso voterà gli stanziamenti richiesti, Bush darà la priorità a forze di combattimento flessibili e molto mobili. Per l'esercito questo segna la fine delle grandi unità di mezzi blindati, soppiantate da unità più piccole e manovrabili. Per compensare le loro dimensioni ridotte, queste ultime saranno dotate di munizioni guidate ad alta precisione (Precision Guided Munitions, Pgm). Analogamente, per la Marina, anziché puntare sulle navi da guerra di grandi dimensioni - portaerei, incrociatori - il Pentagono si doterà di «navi arsenale», piccole, invisibili ai radar, e armate di missili guidati di ogni tipo. L'aviazione subirà minori cambiamenti, data la sua mobilità, ma dovrà potenziare le sue capacità di rifornimento in volo e di trasporto delle truppe su lunga distanza.
In generale, come ha dichiarato il presidente Bush il 13 febbraio scorso, la strategia americana vuole forze di terra «più leggere e più letali»; forze aree «più adatte a colpire con estrema precisione obiettivi in ogni parte del mondo» e «forze navali in grado di massimizzare [le] capacità di intervento sul terreno» (8). È un impegno che comporta cambiamenti importanti nel programma di spesa del Pentagono e susciterà malcontento in ambienti militari e industriali influenti. Le resistenze non mancheranno, ma la nuova amministrazione è ben decisa ad innovare, dando ai militari i mezzi per combattere e vincere ovunque, e in particolare nell'est asiatico.
Il terzo elemento di questa visione strategica è la volontà di conservare la supremazia militare nel tempo. Indubbiamente, gli Stati uniti vantano una superiorità schiacciante, che nessun altro paese può pensare di sfidare nei prossimi decenni, ma l'amministrazione è proiettata ancora più lontano nel futuro e vuole assicurare che gli Stati Uniti resteranno la potenza militare dominante nell'arco di tutto il XXI secolo. «È un nostro obiettivo chiave, proiettare l'influenza pacifica americana sia nello spazio che nel tempo», dichiarava Bush nel 1999 (9), precisando che era necessario «mantenere una posizione di forza» per scongiurare che una singola potenza o una coalizione di paesi potesse minacciare la stabilità internazionale, in particolare in Asia. Le origini di questa posizione si trovano in un documento riservato del Pentagono, Defense Planning Guidelines 1992-1994 redatto nel 1992 (si legga in proposito l'articolo di Philip S. Golub). Per mantenere questa posizione di forza, Bush intende sfruttare l'enorme potenziale scientifico e tecnologico del paese, di modo che le sue armi, offensive e difensive, siano sempre una o due generazioni più avanzate rispetto a qualsiasi eventuale nemico.
In questo, Bush segue i teorici della cosiddetta «rivoluzione negli affari militari» (Rma), che intendono ridefinire la tecnologia bellica puntando sugli sviluppi più avanzati: munizioni autoguidate, impiego di satelliti e di mezzi sofisticati di ricognizione aerea, armi nucleari di bassa potenza, sistemi d'arma controllati da robot, e il famoso sistema anti-missile Nmd.
Una scommessa rischiosa Come si è visto, lo scudo antimissile Nmd serve per permettere alle forze militari americane di attaccare eventuali paesi nemici nel momento e con i mezzi di loro scelta. A livello regionale, in zone strategiche sensibili ciò comporta lo spiegamento di sistemi antimissile di intervento - Theatre Missile Defense (Tmd). Indubbiamente, l'Nmd rappresenta un elemento essenziale di questa strategia di supremazia permanente. E quindi il progetto dell'amministrazione Bush ha immense implicazioni per l'Europa e per tutto il mondo. La richiesta dell'Unione europea di un dialogo paritetico sulla sicurezza si scontrerà costantemente con coloro che, a Washington, sono abituati a stabilire le priorità americane, e ad informare i leader europei soltanto in seconda battuta.
Analogamente, i tentativi di migliorare le relazioni degli Stati uniti con la Russia e la Cina susciteranno comprensibilissimi sospetti sia a Mosca che a Pechino, timorose di venir relegate fra le potenze di secondo piano.
Quella di Bush quindi è una scommessa molto rischiosa. Il passato ci insegna che, quando una potenza dominante ha tentato di prolungare all'infinito la propria supremazia, altre potenze in ascesa hanno sempre reagito innescando spesso una corsa agli armamenti o guerre su vasta scala.


note:

* Professore all'Hampshire College (Massachusetts), autore di Resource Wars: the New Landscape of Global Conflict, Metropolitan Books, New York, 2001.

(1) Citato dal New York Times, 29 dicembre 2000.
(2) Discorso del 23 settembre 1999 a Charleston, (South Carolina).

(3) Discorso del 14 febbraio 2001 a Charleston (West Virginia).

(4) Citato dal New York Times del 1° settembre 2000.

(5) Discorso già citato del 23 settembre 1999.

(6) Testimonianza dell'11 gennaio 2001 alla Commissione Difesa del Senato.

(7) Vedi The Economist, Londra, 11 novembre 2000, pp. 29-33, e The Wall Street Journal, New York, 4 maggio 2001.

(8) Discorso del 13 febbraio 2001 a Norfolk (Virginia)
(9) Discorso già citato del 23 settembre 1999.
(Traduzione di R.I.)

Introduzione di Carlo Terracciano alla "Dottrina Bush"

“L’ Impero del Bene” e i suoi piani
per il futuro del mondo

 “L’esercito americano è il miglior amico
 
degli indiani”- Generale Caster

Nel 1996 il grande storico inglese David Irving scrisse “Nuremberg, the last battle”, ora disponibile anche in italiano per le edizioni Settimo Sigillo col titolo “Norimberga ultima battaglia”. Oltre a descrivere, documentatissimo come al solito, la cronaca del processo ai vinti della II Guerra Mondiale da parte dei vincitori, i retroscena, gli interrogatori, le torture, l’occultamento di documenti fino all’infame epilogo delle condanne a morte per impiccagione, la tesi fondamentale del libro è che tutti i crimini di cui venivano incolpati i tedeschi erano stati ed erano a loro volta commessi da americani e russi, inglesi e francesi: “…intere popolazioni bombardate, assassinate, brutalizzate, assoggettate, deportate o messe in schiavitù, nazioni neutrali invase con l’inganno o con qualche pretesto, convenzioni internazionali ripetutamente violate". Un milione di soldati tedeschi internati morirono nei campi americani e francesi, che nulla ebbero da imparare dai russi in fatto di brutalità e deliberato sterminio. Sono passati quasi sessanta anni ed è con profondo turbamento, con orrore che oggi constatiamo come nulla sia cambiato nel comportamento degli odierni vincitori, in particolare per quanto concerne la superpotenza egemone mondiale rimasta dopo il crollo dell’URSS, gli Stati Uniti d’America, con il suo codazzo di alleati di ieri e di oggi, dall’Inghilterra ad Israele. Mentre quel circo mediatico della vendetta e del sovvertimento del Diritto Internazionale rappresentato dal Tribunale Internazionale dell’Aja conduce le nuove vendette postume sui vinti di ieri e di oggi per conto di Washington (salvo “staccare la spina” quando l’imputato Milosevic denuncia l’illegalità del procedimento e i crimini dei suoi nemici-testimoni d’accusa), gli Stati Uniti continuano a macchiarsi di ogni efferatezza, di ogni delitto, di ogni crimine e genocidio previsto dalle leggi internazionali. L’Amministrazione Bush, utilizzando il “provvidenziale” attacco a New York dell’11 settembre 2001 (e i cui retroscena pian piano emergono alla luce inchiodando proprio lui e i suoi uomini alla responsabilità per quei morti), ha scatenato una guerra d’aggressione nel mondo intero. La potenza militare americana, la connivenza di governi intimoriti e ricattati, in primis quello di una Russia passata da “impero del Male” a succube e autolesionista complice di second’ordine, l’umiliante sudditanza delle Nazioni Unite, l’arroganza sionista del boia Sharon, tutto concorre a far credere all’America che ogni suo atto criminale e contrario alla civile convivenza internazionale resterà impunito. Una satanica arroganza che invece, ne siamo assolutamente certi e facili profeti, condurrà il popolo americano, gli Stati Uniti stessi al disastro in meno tempo di quanto si creda. Il documento che segue, il testo integrale della cosiddetta “Dottrina Bush”, in realtà frutto dello staff militar-industriale che ha supportato l’ascesa al potere del padre e del figlio, va letto con la massima attenzione per almeno due motivi principali: l’ASSOLUTA IPOCRISIA retorica della sua ideologia di fondo e IL VELENO che si cela tra le righe, e talvolta scopertamente traspare. “Libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libero commercio”, “equità”, “giustizia”, “garanzie per minoranze etniche, religiose, politiche” sono parole e parole che si susseguono in ogni pagina, quasi ad ogni capitolo, mentre la mente del lettore corre alle notizie di cronaca internazionale che quotidianamente le smentiscono nel loro contrario. Perché in realtà, quello che si intende con esse è che il loro valore è rapportabile SOLTANTO all’interesse geostrategico, economico, politico e militare degli Stati Uniti stessi, in quanto sede privilegiata e bastione armato delle lobby internazionali economiche, politiche e religiose che possiamo collettivamente definire MONDIALISMO. Secondo il manicheismo biblico americano, se il XX secolo fu “diviso da una straordinaria lotta per gli ideali: visioni totalitarie e distruttive contro libertà ed eguaglianza”, oggi “la strategia statunitense per la sicurezza nazionale sarà basata su di un internazionalismo squisitamente americano che rifletta l’unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali”. Più chiari di così…  Il resto del mondo è avvertito. Loro sono “l’Impero del Bene”, della libertà (di fare quel che vogliono) e della democrazia (sempre per americani, o meglio per la ristretta cerchia di oligarchi mondialisti: insomma una plutocrazia); chi si adegua può avere un ruolo di servo nella casa del padrone, per chi non si adegua o peggio osa opporsi fame e infamia, ferro e fuoco. Atomico se non basta. E per dare una continuità anche ideale alla lotta americana all’Eurasia e al mondo è stato rispolverato persino il concetto di “Asse del Male” che riunisce il riferimento alle potenze dell’Asse della II Guerra Mondiale e l’impero del Male sovietico nella “III Guerra Mondiale”, la Guerra Fredda, che ha portato la Russia alla disintegrazione. E se dio ha dato agli USA la vittoria in entrambe i casi è evidente il Destino Manifesto che vuole la Nuova Israele estesa dall’Atlantico al Pacifico dominare su tutto il pianeta. La vera Israele ha invece il ruolo “della coda che muove il cane”. La lotta al terrorismo è globale, afferma il documento, ed in quanto tale non c’è limite territoriale e continentale all’intervento militare e poliziesco degli USA. E quando i singoli governi, pur alleati e succubi, tentennano o non sono all’altezza del compito loro imposto “sopperiremo noi alla forza di volontà e alle risorse mancanti”. Con le nuove regole approvate da tutto il Congresso americano, le stesse leggi di garanzia dei diritti vengono da una parte annullate per i nemici catturati (es: rapimento, uccisione segreta, processi segreti davanti a tribunali militari senza difesa e comminanti la pena di morte), dall’altra estesi nel tempo e nello spazio, cioè retroattivamente e scavalcando le legislazioni di tutti gli “stati sovrani” della Terra. A confronto della Dottrina Bush di intervento, anche il processo di Norimberga e quelli dell’Aja sembrano quasi il massimo del Diritto e della legalità. Infatti si teorizza a chiare lettere la “legittimità dell’attacco preventivo [a prescindere dalla] esistenza di una minaccia imminente, anche di “moderata entità alla nostra sicurezza nazionale”. Insomma: decidiamo noi chi e quando è pericoloso e come e dove attaccarlo! Ma dove il documento Bush raggiunge gli apici dell’assurdo, del grottesco, è nella definizione dei cosiddetti “stati canaglia”. E’ una rappresentazione farsesca dell’avversario demonizzato che sarebbe anche comica proprio se confrontata con l’America e la sua politica interna ed estera, se non fosse invece tragica per le conseguenze che ha avuto, ha ed avrà sui popoli vittime dell’american way of life. Gli “stati canaglia” “abbrutiscono il proprio popolo e sperperano le proprie risorse nazionali nell’interesse personale dei governanti”!  “non mostrano alcun riguardo per il diritto internazionale, minacciano gli stati confinanti e violano gravemente i trattati internazionali di cui sono contraenti” !!  “sono decisi ad acquisire armi di distruzione di massa, oltre ad altre tecnologie militari d’avanguardia, per usarle a scopo di minaccia o di offesa nel perseguimento dei disegni aggressivi dei propri regimi” !!! “sostengono il terrorismo su scala globale” !!!! infine “rifiutano i valori umani basilari e ODIANO GLI STATI UNITI PER TUTTO CIO’ CHE ESSI RAPPRESENTANO” [chissà perché!?- nota nostra] e… !!!!! punti esclamativi ad libitum… Non sappiamo se chi ha scritto per Bush queste righe abbia un sottile senso dell’humor o sia veramente convinto di simili paranoie. Una cosa è certa: OGNI PAROLA DI QUESTA DESCRIZIONE SI ATTAGLIA PERFETTAMENTE ED IN TOTO AGLI STATI UNITI D’AMERICA, l’unico, vero, completo STATO CANAGLIA  del mondo, l’Impero del Male, del sopruso, della menzogna elevata ad arte di dominio, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del popolo sui popoli, del genocidio ed etnocidio pianificati con decenni d’anticipo. Per quanto poi riguarda il mondo islamico oggi sotto attacco (e già si pensa alla Cina) le ultime pagine sono agghiaccianti: “La guerra al terrorismo non è uno scontro di civiltà. Rivela tuttavia lo scontro all’interno di una civiltà, una battaglia per il futuro del mondo mussulmano”. E saranno ovviamente gli USA a decidere chi è il “mussulmano buono” e chi no. Il primo passo per l’omologazione o l’annientamento. Non siamo ancora alle teorizzazioni del generale dai “lunghi capelli biondi” e delle “giacche blu” sull’ indiano buono/indiano morto, ma poco ci manca. E poi, in fondo, Caster non aveva proclamato l’esercito yankee “il miglior amico degli indiani”? La caccia all’ “islamico cattivo” secondo i parametri americani e sionisti è in atto da tempo in tutto il mondo. Ed in atto è il clima di linciaggio in nome della “difesa della civiltà occidentale e cristiana” dal terrorismo. A tale scopo, per scendere nel piccolo e nel volgare, vengono utilizzati persino microgruppuscoli di estremisti di destra, fanatici religiosi, per aizzare lo scontro tra le religioni e i popoli dell’Eurasia. Certe recenti violenze letterarie (valga per tutte il caso Fallaci, ma anche gli scritti di certa “nuova”destra reazionaria francese) o più teppisticamente fisiche (aggressioni e pestaggi di esponenti islamici in…diretta TV) non sono che la traduzione in piccolo, a livello di feccia nazionale oggettivamente strumentalizzata , della strategia globale della Dottrina Bush. Sotto il velo ipocrita della lotta al terrorismo e agli stati canaglia il presente documento rappresenta il programma esplicito del terrorismo internazionale del Superstato canaglia per antonomasia: gli Stati Uniti d’America. E’ quindi doveroso conoscerlo, ma anche utile per il futuro: quando cioè il mondo si sarà liberato di questi criminali internazionali e potrà finalmente trascinarli al Tribunale dei Popoli e della Storia, avendo in mano il documento scritto e firmato delle loro malefatte, del loro progetto folle e sanguinario di dominio globale. 

Carlo Terracciano


LE MONDE diplomatique - Novembre 2001 

GLI STATI UNITI E IL BIOTERRORISMO
Gli ambigui risvolti della guerra batteriologica


Dopo aver vissuto l'impensabile distruzione del World Trade Center e del Pentagono, gli americani si trovano di fronte a qualcosa di ancor più difficile da immaginare: la guerra batteriologica. Il bioterrorismo sul suolo statunitense semina un'angoscia che ricorda i timori di guerra nucleare degli anni '50. Eppure, poche settimane prima dell'11 settembre, Washington - decisa ad impedire ispezioni alle sue installazioni - si è rifiutata di sottoscrivere il protocollo di verifica e controllo della Convenzione internazionale per la messa al bando delle armi biologiche. Salvo poi, dopo il sopraggiungere di questo nuovo pericolo, ricredersi e auspicarne una rapida approvazione.

di SUSAN WRIGHT *
La paura del ricorso alle armi biologiche - il «nucleare dei poveri» - da parte di paesi non occidentali ostili o «irresponsabili» è stata sistematicamente coltivata dall'Occidente. Eppure queste armi, di impressionante capacità distruttiva, sono state sviluppate inizialmente proprio dai paesi industrializzati, in particolare Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, ex Urss, Germania, Giappone e Canada (1). Alcuni di questi paesi raccomandano da tempo il disarmo biologico, ma mantengono poi altri mezzi di distruzione di massa, in particolare le cosiddette forze di dissuasione nucleare che ne rafforzano la difesa e ne fanno progredire gli obiettivi geopolitici.
Nel 1968, il primo ministro laburista inglese Harold Wilson aveva lanciato l'idea di una Convenzione internazionale che mettesse al bando le armi biologiche. In questo modo tentava di rispondere alle proteste contro i programmi britannici di guerra chimica e batteriologica (2). La scelta di puntare sulle armi biologiche si basava su due ragioni. Primo, il governo, che agiva di concerto con Washington, era sicuro che gli Stati uniti non avrebbero rinunciato alle armi chimiche. Secondo, i consiglieri governativi ritenevano che le armi biologiche, troppo sensibili alle condizioni climatiche e alle mutazioni genetiche, non garantissero certezza d'impatto e fossero quindi di dubbia utilità. Sir Solly Zuckerman, consigliere scientifico del primo ministro, le aveva definite «armi prive di valore militare (3)».
In realtà, se i paesi occidentali non avevano niente da perdere con l'abbandono delle armi biologiche (potendo sempre contare sulle armi nucleari), avevano invece molto da guadagnare privando gli stati non nucleari di un eventuale mezzo di distruzione di massa a basso costo (4). Non molto tempo dopo, gli Stati uniti arrivarono alla stessa conclusione e, nel novembre 1969, anche il presidente Richard Nixon decise di smantellare il programma americano di guerra biologica e di sostenere la Convenzione proposta da Londra. Come dichiarava William Safire, dal 1969 al 1973 suo portavoce: «Se qualcuno utilizza batteri contro di noi, lo annientiamo con le armi nucleari (5)».
Così, nella Convenzione per il bando delle armi biologiche del 1971, è stata sancita un'asimmetria strategica tra l'Occidente e il resto del mondo. Mentre gli stati forti mantenevano il loro ombrello nucleare, gli stati deboli firmatari della Convenzione sulle armi biologiche (Biological Weapons Convention, Bwc) non disponevano più, dal canto loro, di alcun mezzo di dissuasione. Ricordiamo inoltre che molti dei paesi deboli avevano sottoscritto anche il trattato di non proliferazione nucleare.
Alla fine della guerra fredda, la decisione americana di imporre severe sanzioni economiche agli stati sospettati di detenere armi chimiche o biologiche, gli «stati canaglia», ha aumentato quest'asimmetria.
Nel Medioriente, i paesi occidentali hanno applicato la politica dei «due pesi, due misure». Da una parte, un silenzio quasi totale ha circondato l'arsenale nucleare israeliano e lo sviluppo segretissimo di armi chimiche e biologiche a Ness Ziona. Dall'altra, si è assistito prima ad un'intensa offensiva diplomatica, poi alla messa in opera di pesanti sanzioni economiche contro gli stati arabi vicini ad Israele che sembravano eccessivamente interessati a quelle stesse armi.
L'esempio più vistoso di questa politica è stato il disarmo forzato dell'Iraq. Negli anni successivi alla guerra del Golfo del 1991, l'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) ha smantellato il programma nucleare militare iracheno, mentre nel 1998 la Commissione speciale dell'Organizzazione delle Nazioni unite (Unscom) ha distrutto gran parte del suo programma biologico e chimico. Nonostante questi successi, le sanzioni economiche contro l'Iraq sono state mantenute, con conseguenze terribili per la popolazione, ma senza arrecare nessun danno a Saddam Hussein e ai suoi accoliti.
Gli Stati uniti, peraltro, pur insistendo sulle sanzioni contro gli «stati canaglia», non si mostrano poi molto zelanti nel sostenere o rafforzare le misure della Convenzione che li riguardano in prima persona. Di fatto, le amministrazioni Clinton e Bush hanno entrambe indebolito la Convenzione, le cui prescrizioni erano già in origine piuttosto vaghe.
Prendiamo ad esempio la proibizione relativa allo «sviluppo, la produzione e lo stoccaggio» di armi biologiche e tossine. Questa interdizione presenta grosse lacune. La Convenzione, infatti, autorizza lo sviluppo, la produzione e forse anche lo stoccaggio di limitate quantità di agenti biologici patogeni se utilizzati per la produzione di mezzi di difesa quali vaccini, terapie o speciali tute protettive. La stessa ricerca è ammessa de facto, visto che la Convenzione non ne fa cenno.
Inoltre, non sono previsti meccanismi di verifica e di controllo.
Infine, salvo nel caso estremo di stoccaggio di armi biologiche, è difficile fare una distinzione tra usi difensivi e offensivi, a meno di non volersi affidare a rischiose analisi circa le intenzioni degli uni e degli altri.
Nel 1995, i firmatari della Convenzione hanno deciso di negoziare un protocollo di verifica e controllo, in particolare un regime di ispezioni che imporrebbe di dichiarare ogni attività collegata alla guerra biologica. Ma questa ricerca di trasparenza si è scontrata con problemi insuperabili, soprattutto con l'ostinazione della diplomazia dell'amministrazione Clinton.
Una pericolosa zona d'ombra L'ex presidente aveva certo appoggiato con decisione la Convenzione, ma ha poi ceduto alle pressioni delle industrie biotecnologiche e farmaceutiche, che desideravano un regime debole che non le esponesse ai rigorosi controlli degli ispettori internazionali (6). Da allora, i negoziatori americani hanno imposto clausole di salvaguardia che hanno reso molto meno incisive le condizioni di ispezione e hanno affidato in larga misura il controllo agli stessi stati. Washington ha anche insistito affinché fossero ridotte al minimo le ispezioni alle installazioni militari degli stati con considerevoli programmi di difesa biologica. In altre parole, solo una piccola parte delle installazioni di difesa biologica americana poteva essere ispezionata.
Alla fine degli anni '90, molti esperti ritenevano che il protocollo di verifica e di controllo fosse stato svuotato della sua sostanza.
Nel frattempo si insediava la nuova amministrazione Bush che con il suo unilateralismo dichiarato (7) sferrava un'offensiva contro il disarmo. Il 25 luglio 2001, respingeva in toto il protocollo considerato non solo inefficace, ma pericoloso per la sicurezza nazionale americana (8).
Una settimana prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, il New York Times rivelava uno dei motivi fondamentali di questa decisione: l'amministrazione voleva nascondere alcuni dei suoi programmi di guerra biologica (9). Secondo l'inchiesta del giornale newyorchese, tre erano i progetti particolarmente sconcertanti: il test di un'installazione sperimentale che usava organismi generalmente inoffensivi, ma dotati di caratteristiche simili ad agenti patogeni utilizzati come armi biologiche; il test di una bomba batteriologica, di cui alcuni componenti non erano ancora a punto; un piano d'ingegneria genetica su un ceppo resistente di antrace.
Il secondo progetto, la bomba, costituisce una violazione diretta della Convenzione, che proibisce formalmente lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di attrezzature e vettori capaci di liberare agenti patogeni. Di fatto, tutti questi progetti si situano al limite di ciò che è proibito dalla Convenzione, in una zona d'ombra dove le distinzioni giuridiche non hanno più senso. Si può ben immaginare quale sarebbe stata la reazione dell'Occidente se Osama bin Laden fosse stato catturato nell'atto di fare la stessa cosa sulle montagne dell'Afghanistan.
Tutti questi progetti minano la Convenzione e stimolano lo sviluppo di nuove armi biologiche in tutto il mondo. Uno dei primi scenari catastrofici frutto dell'ingegneria genetica si basava sull'idea che si potesse creare un agente patogeno modificato contro il quale non ci fosse alcuna difesa (10). È proprio per questo che, sin dal 1975, alcune voci si sono alzate per reclamare la proibizione assoluta di ogni modifica genetica di questo tipo. L'argomento, secondo il quale bisognerebbe comunque insistere con l'ingegneria genetica su agenti patogeni per creare un vaccino, è privo di fondamento. La natura, infatti, produce talmente tanti agenti patogeni modificabili, con un numero così grande di geni alterabili, che un solo vaccino non sarebbe comunque efficace. Tutti gli esperti in difesa biologica lo sanno. Allora, perché gli Stati uniti insistono su questo progetto?
Dall'11 settembre, si assiste ad una mobilitazione americana per la protezione contro il bioterrorismo. Il Congresso si prepara a concedere 1,5 miliardi di dollari per la difesa militare e civile in questo campo. Una parte del finanziamento forse servirà a potenziare le misure di protezione civile. Ma, in assenza di trasparenza democratica, questo sostegno massiccio ai programmi di difesa biologica potrebbe minare ancora di più la Convenzione, proprio quando questa dovrebbe essere rafforzata con un rigoroso regime di ispezioni, che esiga la trasparenza da parte di tutte le istituzioni che utilizzano agenti patogeni pericolosi o attrezzature di manipolazione di agenti biologici.
Inoltre, i divieti della Convenzione dovrebbero essere ampliati per includere qualsiasi modifica di agenti biologici a scopi militari e tutta la ricerca che va in questo senso. Questo divieto dovrebbe essere assoluto e universale. Ogni lavoro di modifica genetica destinato a sviluppare vaccini o terapie contro agenti patogeni naturali dovrebbe essere condotto da laboratori civili sottoposti a regole e controlli internazionali. Solo così le popolazioni potranno essere davvero protette.



note:

* Storica delle scienze ed ex ricercatrice all'Istituto delle Nazioni unite sul disarmo di Ginevra. Attualmente dirige un progetto di ricerca internazionale sulla guerra biologica e le relazioni Nord-Sud all'Università del Michigan, Stati uniti. È coautrice di Preventing a Biological Arms Race, Mit Press, Cambridge (Stati uniti), 1990.

(1) Erhard Geissler and John Ellis van Courtland Moon, a cura di, Biological and Toxin Weapons: Research, Development and Use from the Middle Ages to 1945, Oxford University Press, Oxford, 1999. Leggere Gilbert Achcar, «Il bioterrorismo, uno spettro che si aggira per il mondo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1998.

(2) Leggere Susan Wright, «The Geopolitical Origins of the 1972 Biological Weapons Convention», in S. Wright, a cura di, The Biological Warfare Question: A Reappraisal for the 21st Century, in stampa.

(3) Leggere Uk Foreign Office, Ronald Hope-Jones to Moss, 4 luglio 1968, Fco 10/181, U.K. Public Records Office.

(4) Vedere Us Department of State, American Embassy London to State Department, 30 luglio 1968, telegramma 11305, «Uk Working Paper on Biological Weapons», 30 luglio 1968, classificato «segreto», Rg 59, Pol 27-10, Archivio nazionale.

(5) William Safire, «On Language: Weapons of Mass Destruction», The New York Times, 19 aprile 1998.

(6) Leggere Susan Wright e David Wallace, «Varieties of Secrets and Secret Varieties: The Case of Biotechnology», Politics and the Life Sciences 19
(1), Maryland University (Stati uniti), marzo 2000, pp.
33-45.

(7) Vedere Philip S. Golub, «La nuova strategia imperiale degli Stati uniti», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2001.

(8) Elizabeth Olson, «U.S Rejects New Accord Covering Germ Warfare», New York Times, 26 luglio 2001.

(9) Leggere gli articoli di Judith Miller, Stephen Engelberg e William J. Broad, nel New York Times del 4 settembre 2001 e il loro libro collettivo, Germs: Biological Weapons and America's Secret War, Simon and Schuster, New York, 2001.

(10) Royston C. Clowes e altri, «Proposed Guidelines on Potential Biohazards Associated with Experiments Involving Genetically Altered Microorganisms», 24 febbraio 1975, Recombinant Dna History Collection, MC100, Institute Archives, Mit Libraries, Cambridge, Massachusetts

 

 

Terrorist Organization Profiles from the ICT Database
 
 
Organization (Click on organization name for profile)
National Affiliation
Abu Sayyaf Group (ASG) Philippines
Al-Gama'a al-Islamiyya (The Islamic Group, IG) Egypt
Al-Qa'ida (the Base) Afghanistan
Armata Corsa France
Armed Islamic Group (GIA) Algeria
Aum Shinrikyo Japan
Basque Homeland and Freedom (ETA) Spain
Chukaku-Ha (Nucleus or Middle Core Faction) Japan
Democratic Front for the Liberation of Palestine (DFLP) Palestinian
Fatah - Revolutionary Council (Abu Nidal Organization) Lebanon
Fatah Tanzim Palestinian
Force 17 Palestinian
Hamas (Islamic Resistance Movement) Palestinian
Harakat ul-Mujahedin (HUM) Pakistan
Hizballah (Party of God) Lebanon
Hizb-ul Mujehideen Pakistan
Irish Republican Army (IRA) Northern Ireland
Jamaat ul-Fuqra Pakistan
Japanese Red Army (JRA) Japan
Jihad Group Egypt
Kach and Kahane Chai Israel
Kurdistan Worker's Party (PKK) Turkey
Lashkar-e-Toiba Pakistan
Lautaro Youth Movement (MJL) Chile
Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE) Sri Lanka
Loyalist Volunteer Force (LVF) Northern Ireland
Manuel Rodriquez Patriotic Front (FPMR) Chile
Martyrs of al-Aqsa Palestinian
Moranzanist Patriotic Front (FPM) Honduras
Moro Islamic Liberation Front (MILF) Philippines
Mujahedin-e Khalq Organization (MEK or MKO) Iran
National Liberation Army (ELN) Colombia Colombia
National Liberation Front of Corsica (FLNC) France
Nestor Paz Zamora Commission (CNPZ) Bolivia
New People's Army (NPA) Philippines
Palestine Liberation Front (PLF) Iraq
Palestinian Islamic Jihad (PIJ) Palestinian
Party of Democratic Kampuchea (Khmer Rouge) Cambodia
Popular Front for the Liberation of Palestine - General Command Palestinian
Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) Palestinian
Popular Struggle Front (PSF) Syria
Qibla and People Against Gangsterism and Drugs (PAGAD) South Africa
Real IRA Northern Ireland
Red Army Faction (RAF) Germany
Red Brigades (BR) Italy
Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC) Colombia
Revolutionary Organization 17 November Greece
Revolutionary People's Liberation Party/Front (DHCP/F) Turkey
Revolutionary People's Struggle (ELA) Greece
Sendero Luminoso (Shining Path) Peru
Sipah-e-Sahaba Pakistan (SSP) Pakistan
Tupac Amaru Revolutionary Movement (MRTA) Peru
United Self-Defense Forces of Colombia Colombia

 

Le bugie della guerra in tre cartine

Tutti i nemici/amici con cui potremmo

 fare una guerra  

http://www.joinelba.it/archivio/2003/03/030318.htm#1 

Ma davvero quella che sta per scatenarsi in Iraq è una guerra per la democrazia nel Mondo?

E’ una guerra contro tutte le dittature? E’ una guerra per eliminare tutte le armi di distruzione di massa?   Basta esaminare le tre cartine del mondo per capire che non è vero.

In nero i regimi dittatoriali, o gli Stati retti da una falsa democrazia autoritaria,  o dove è in corso un conflitto armato o una guerra civile.

Vanno compresi anche Cuba; Sud Africa e Zambia per l’appoggio militare dato ai ribelli nella RD del Congo; la Turchia per la ribellione in Kurdistan; la Gran Bretagna per l’Irlanda del Nord; la Spagna per il conflitto con l’ETA, gli Stati Uniti per interventi militari in vari paesi.

Dopo l’Iraq, faremo la guerra anche a tutti questi paesi?

In rosso gli stati che producono armi di distruzione di massa, che le detengono con grossa probabilità , o le ospitano nel proprio territorio, o fanno parte di alleanze militari che possiedono armi di distruzione di massa.

Va compreso anche il Giappone per la presenza di basi americane che a volte ospitano armi       

   nucleari.   Dopo l’Iraq, faremo la guerra anche a tutti questi Stati?

In blu i paesi “amici” che aderiscono ad alleanze militari e accordi bilaterali o che ricevono aiuti militari ed economici dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Francia, e da altri Paesi della Nato.

In arancio i paesi “neutrali”, in rosso gli “Stati Canaglia” o che compongono il cosiddetto ’asse del Male”: Libia, Somalia, Siria, Iran. Iraq, Corea del Nord (la Libia sembra destinata ad uscire da questo elenco, come, recentemente, è stato fatto per il Sudan dopo che è diventato un alleato degli USA, pur rimanendo una dittatura che massacra la minoranza cristiana ed animista).  Dopo l’Iraq, faremo la guerra anche ai dittatori nostri alleati e nostri amici? 

 

A cura di Umberto Mazzantini


 

 

Da Il Manifesto - 13 novembre 2002

Bioterroristi. Chi?

http://www.mail-archive.com/disarmo@peacelink.it/msg00129.html 



In corso a Ginevra la conferenza sulle armi biologiche

MANLIO DINUCCI


Si è aperta l'11 novembre a Ginevra, con la partecipazione di 146 paesi, la conferenza sui possibili meccanismi di verifica della Convenzione internazionale sulle armi biologiche, il trattato del 1972 che proibisce lo sviluppo, la produzione e il possesso di agenti biologici utilizzabili a fini bellici. Il trattato è rimasto finora sulla carta, in quanto non prevede misure di verifica. Tutte le maggiori potenze, pur avendolo ratificato, hanno avuto così praticamente mano libera per sviluppare nei propri laboratori armi biologiche sempre più micidiali: batteri e virus che, disseminati per via aerea o attraverso vettori (pulci, mosche, zecche), sono in grado di scatenare epidemie nel paese bersaglio. Tra questi vi sono il batterio Yersinia Pestis, causa della peste bubbonica (la temutissima «morte nera» del Medioevo) e il virus Ebola, contagioso e letale, per il quale non è disponibile alcuna terapia. Con le tecniche della moderna ingegneria genetica, si possono produrre oggi anche agenti biologici a cui la popolazione bersaglio non sarebbe in grado di resistere, non disponendo del vaccino specifico. Vi sono inoltre seri indizi sull'esistenza di ricerche finalizzate allo sviluppo di un'arma biologica in grado di annientare il sistema immunitario, con effetti analoghi a quelli dell'Aids. Queste e altre armi biologiche si stanno sviluppando nei laboratori militari delle maggiori potenze. E' però possibile che anche altri paesi, a livello scientifico più basso, possano realizzare armi biologiche che, anche se rudimentali, sarebbero comunque pericolose. I moderni eserciti sono dotati di sensori che segnalano la presenza di agenti patogeni e hanno sistemi di protezione e vaccini. E' invece impossibile proteggere la popolazione civile da un attacco con armi biologiche. Anche perché esse hanno un tempo di incubazione molto breve e non sono facilmente identificabili: si possono infatti usare agenti patogeni endemici nella popolazione bersaglio o in grado di mimare una infezione endemica. Dato il crescente pericolo di proliferazione di tali armi, diviene sempre più urgente stabilire meccanismi di verifica che rendano operativo il trattato. C'è però un ostacolo che lo impedisce: il rifiuto dell'amministrazione Bush di sottoscrivere un accordo che permetta ispezioni nei laboratori dei paesi aderenti alla Convenzione, in quanto - argomentano a Washington - esse renderebbero possibile lo spionaggio industriale ai danni delle industrie farmaceutiche statunitensi. Il primo tentativo di stabilire meccanismi di verifica, nel luglio 2001, è così fallito. Vi è ora la pratica certezza che anche la conferenza in corso a Ginevra si concluda con un nulla di fatto: l'amministrazione Bush ha fatto sapere, alla vigilia, che gli Stati uniti intendono rimandare ogni discussione al 2006. Perché Washington non voglia ispezioni nei laboratori statunitensi appare chiaro da un'inchiesta del New York Times (4 settembre 2001), in cui si rivela che il Pentagono ha costituito nel Nevada un laboratorio segreto, in cui «simula» la produzione di agenti patogeni per la guerra biologica, e che «programmi analoghi, iniziati sotto il presidente Clinton, sono stati fatti propri dall'amministrazione Bush, che intende espanderli». Tra questi, «un piano per produrre con l'ingegneria genetica una variante potenzialmente più efficace del batterio che provoca l'antrace, una malattia mortale ideale per la guerra batteriologica»: la stessa variante usata negli attentati terroristici all'antrace dopo l'11 settembre. Ma, mentre rifiuta qualsiasi ispezione nei laboratori statunitensi, l'amministrazione Bush pretende che quelli iracheni siano ispezionati a fondo per ricercare presunte armi biologiche. Sostiene anche che esse sono in possesso di altri «stati canaglia» - Iran, Libia, Corea del nord, Cuba - che prima o poi ne dovranno rispondere di fronte al tribunale supremo di Washington. Su quale base giuridica l'amministrazione Bush fondi il suo rifiuto delle ispezioni e la contemporanea pretesa che altri paesi siano sottoposti a ispezioni e puniti con la guerra, viene chiaramente enunciato nel documento della Casa bianca The National Security Strategy of the United States (20 settembre 2002) «E' il momento di riaffermare il ruolo essenziale della forza militare americana. Le nostre forze saranno abbastanza potenti da dissuadere potenziali avversari dal perseguire uno sviluppo militare nella speranza di sorpassare, o uguagliare, la potenza degli Stati uniti».

Usafasci0202

L’emergenza di uno Stato USA fascista e teocratico

(J.Stanton e W. Madsen- 17-2-2002- centro ricerca sulla globalizzazione)

http://www.romacivica.net/forumdac/Usafasci0202.htm 

Traduzione di E. Giardino (Forum DAC) dedicata ai "fans italici" del modello USA di ogni latitudine : di destra, di centro-destra, di centro e di centro-sinistra. Il messaggio del "padrone" è sempre più chiaro ed efficace, di quello dei suoi sudditi "interpreti".

Il centro canadese di Ricerca sulla globalizzazione – www.globalresearch.ca – ha messo in rete una serie di articoli "molto illuminanti" sulla cosiddetta "globalizzazione".

Solo alcuni titoli di autori diversi , come esempio :

  • "crimini di guerra USA e Nato in Jugoslavia" (a proposito del processo a Milosevic);
  • Sparisci Mr. Wolfensohn (presidente della Banca mondiale)
  • Questa non è giustizia: Il tribunale dell’Aja ha sostituito la giurisprudenza di pace di Norimberga con la licenza di uccidere per l’occidente ;
  • truffe finanziarie e la famiglia Bush (scandalo Enron come punta di un iceberg);
  • L’amministrazione Bush sostiene terroristi in Kosovo, Macedonia e Cecenia;
  • L’emergenza di uno Stato USA fascista e teocratico (tradotto qui in italiano)

Gli storici ricorderanno che , nel periodo tra il nov.2000 ed il febbraio 2000, la DEMOCRAZIA- così come concepita dai fondatori della Dichiarazione di indipendenza e dalla Costituzione USA- ebbe realmente fine. Morta la "Democrazia", nacque lo "Stato USA fascista e teocratico" (nel seguito "Lo Stato"). La nuova era fascista fu progettata ed avviata principalmente dalle organizzazione repubblicane che fondarono, sostennero e poi inserirono George Bush II^ nel suo ufficio. Una uguale complicità in tale atrocità ebbe il partito democratico, corrotto e dedito ai propri interessi. Ma la più grande tragedia in questa orrida svolta degli eventi fu che il pubblico (la gente) ed i media accolsero l’avvento del fascismo. I coraggiosi sforzi del partito dei "Verdi" furono troppo deboli ed arrivarono troppo tardi.

Tre eventi accelerarono la caduta della Democrazia USA.

Le elezioni del 2000 (versione USA di un colpo di Stato), l’attacco allo "world trade center" ed al pentagono, eminentemente da parte di terroristi provenienti dall’Arabia saudita (osannati e corrotti alleati USA che fondarono la rete di Al Qaeda e dei talibani ), la risposta USA ad esso – sotto una valanga di bancarotte di transnazionali (Enron in primo luogo) – che fornì la prova evidente- a chi aveva il coraggio di guardarla –che il processo democratico USA era una mistificazione.

L’Amministrazione Bush – composta da ex dirigenti di grado alto della Enron – potrebbe descrivere il peggior collasso finanziario della storia mondiale solo come una "tragedia", quasi fosse un uragano o un terremoto, non provocati dall’uomo.

Così l’Amministrazione andò avanti a convincere una nazione di " bestioline" che la Enron non era uno scandalo politico, ma un mero errore sfortunato che non si sarebbe ripetuto.

Invece altri collassi - tipo Enron- cominciarono a ripetersi con analoghe disastrose conseguenze per pensionati e lavoratori. In realtà, una lunga catena di abusi ed usurpazioni ebbero luogo in quel breve periodo di 15 mesi, al passo con la paura (e il"terrorismo" sbandierato).

Già prima dell’11 settembre consiglieri di Stato stavano attivamente smantellando trattati ed accordi sicuri e provati - come il trattato anti-missili balistici del 1972, pazientemente eleborato da Nixon e Brezhnev- azzerandone altri, come l’accordo di Kyoto sul clima o gli accordi di pace di Oslo, tra isreliani e palestinesi.

E’ superfluo ricordare che gli USA furono accusati dal voto della commissione ONU sui diritti umani per tutto un lasso di tempo e, ciononostante nominarono tre sospetti violatori dei diritti umani (J.Negroponte, Otto Reich ed Elliot Abrams) a funzioni di alto rango del Dipartimento di Stato e del Consiglio nazionale di sicurezza (molti altri esempi di boicottaggio USA-Israele in sede ONU si trovano nel libro di Choamsky: 11 settembre, le ragioni di chi ? In conferenze internazionali Cuba ha denunciato sistematicamente il "sovvertimento"USA dell’impianto dell’ONU e del Diritto internazionale,sia in tempo di pace che di " guerra".USA ed Israele hanno sistematicamente ignorato risoluzioni ONU – per es. su Cuba e Palestina – votate da quasi tutti i Paesi del mondo, con l’eccezione di USA, Israele e… 2-3 sudditi fidati.

Dopo l’11 settembre vedemmo la sospensione di norme costituzionali ed internazionali USA, ovvero modifiche dettate da esigenze di Stato. Poi , una legge chiamata impropriamente " del patriottismo USA" e la istituzione di tribunali militari USA, videro la luce con la stessa superficialità con cui Hitler stracciò la Costituzione tedesca sulla scia dell’incendio del Reichstag nel 1933. I portavoce del Pentagono cominciarono a guardare oltre l’11 settembre. Etichettarono "attivisti, anarchici ed opportunisti" come terroristi di domani. Così l’FBI cominciò a scandagliare i siti WEB che lo Stato considerava sediziosi ed antipatriottici, in qualche caso, cominciando a chiuderli : una sorte di versione "cyber" dell’incendio nazista dei libri. Con la cattura di J.Walker Lindh nel Nord dell’Afganistan, i cittadini USA furono inondati dai misfatti del "talebano americano", il traditore. Dai tempi della "caccia alle streghe" di Mc Carthy e dell’esecuzione dei Rosemberg, il Paese non era stato subissato da una tale tempesta di accuse

frettolose per atti di tradimento.

Fuori dai teleschermi "orwelliani" di tre reti CATV, vi fu qualche accenno agli stretti contatti tra le compagnie petrolifere USA- come la UNOCAL – ed i talibani ; anche il fatto che che la compagnia- con buonapace di Lindh – aveva fatto pagamenti in contanti al regime (talebano) in cambio di un agognato oleodotto trans-afgano di petrolio e gas naturale. Tutto ciò con la partecipazione attiva di membri del governo Clinton e Bush II^. Le leggi USA proibiscono tali rapporti – per es. per il "foreign corrupt practise act"- ma esse furono aggirate.

Tale ipocrisia e la schiacciante influenza del petrolio sulla politica estera USA sono descritte nel nuovo libro di un ex-agente CIA- Robert Baer- un esperto del mondo islamico. Egli afferma che " i tentacoli della grande rete petrolifera vanno dal Mar Caspio alla Casa Bianca".

Il petrolio avrebbe poi convinto l’Amministrazione Bush a cambiare la sua sconsiderata ed inefficace guerra anti-droga in Colombia in una operazione anti-insurrezionale, a difesa degli oleodotti delle compagnie USA. Fu così violata la legge del Congresso che limitatava a 500 il numero dei militari-privati in Colombia. Bush annunciò che voleva molti militari-privati per "stabilizzare" l’intera regione andina.

Intanto le truppe d’assalto CIA di Bush iniziarono a destabilizzare il governo venezuelano di Hugo Chavez, che cominciò ad apparire come un candidato dello " Asse del demonio" (Stati canaglia), per le sue autonome vedute in politica estera.

Con lo slogan "O con noi o contro di noi" lo Stato annunciò ai suoi alleati di lungo termine che esso si riservava il diritto di stabilire un nuovo ordine mondiale basato sulla "via occidentale".

Così regimi dittatoriali e totalitari furono fregiati col nome di Nazioni "amanti della libertà".

I dittatori militari divennero eroi. Bush II^, aprendo i giochi invernali di Salt Lake City in nome del nazionalismo USA, fece una smorfia al passaggio della squadra dell’IRAN, uno degli Stati canaglia.

Questo evoca ricordi di altri giochi olimpici del 1936, quando Hitler rivolse al suo luogotenente, sprezzanti commenti verso il velocista afro-americano Jesse Owens della squadra USA.

Sotto la maschera di una guerra infinita, lo Stato diventa sfacciato nella sua missione.

Sul fronte interno, scomparve ogni chiara distinsione tra Governo e Corporations, nonché tra Governo ed apparato militare. Propagandisti di governo, già propagandisti di Corporates, proclamarono che lo Stato poteva essere un buon "marchio"(logo) da vendere alla gente.

Così il Dipartimento di Stato nominò Capo della diplomazia internazionale un agente pubblicitario

della Madison Avenue, con lo scopo di reclamizzare gli USA all’estero, come si fa con scarpe, detersivi e deodoranti. Intanto lo Stato dette carta bianca alla CIA per assassinare leaders politici stranieri (come fa appunto Sharon con i leaders palestinesi), abrogando una legge di Ford del 1976 che metteva al bando tali delitti. Alcuni ufficiali senior cominciarono a protestare perché la destra di Bush nel Dipartimento della Difesa stracciava i principi USA di coalizione di pace internazionale/ militare e di operazioni umanitarie, a vantaggio di "operazioni di stabilità" ed "unilateralismo".

Il budget della Difesa esplose a 400 ML di dollari USA mentre le organizzazioni e le persone più ricche ricevevano riduzioni fiscali e sussidi governativi. Questi stessi destinatari specularono su milioni di persone e rapinarono i loro fondi pensione, spingendoli di nuovo al lavoro.

Lo Stato depredò la Sicurezza nazionale e gli acconti sanitari per trasferire miliardi di dollari ai contratti di Difesa, togliendoli dalle tasche dei vecchi ai quali aveva promesso assistenza per le prescrizioni sui farmaci : un inganno completo della "compassionevole e garantista Amministrazione Bush". In un Paese ammattito, bestiame e raccolti dovrebbero rappresentare materia di "sicurezza nazionale", come ebbe a dichiarare un eminente statista della Casa Bianca "la Nazione deve mangiare". Ma la macchina mediatica vorrebbe ora equiparare i discorsi di Bush II^- un individuo che si affida a carte di " atout" con una lista di coppie "antinomiche", Buono –Malfattore – con quelli di F, Deleano Roosevelt ed A. Lincoln.

Uomini di governo hanno dichiarato a più riprese che ogni dissenso contro iniziative di Governo saranno "marchiati" come atti "antipatriottici e terroristi". In questo clima migliaia di cittadini - di colore e non, con i loro amici - furono messi alla gogna dal Governo per aver criticato azioni del Governo. I dimostranti , che si opponevano alla rapina mondiale delle Corporations ignorando lavoro e protezioni sociali , vennero descritti come terroristi dell’economia e del commercio.Il segretario per la stampa della Casa Bianca spinse le persone a badare a ciò che essi dicono e fanno a seguito di satire e di comiche televisive.

Qual è il passo successivo ? La creazione di una "STASI" statunitense ? E’ proprio così .Lo Stato avviò comitati civici (come nell’Italia fascista ?), incoraggiando i residenti a costituirli: per riportare, tra l’altro, attività "sospette" e per "spionaggio diffuso", allo scopo di rafforzare il supporto "popolare" allo Stato.

 

Lo Stato agì rapidamente per ri-formare la cultura USA. Lavori artistici in antitesi con i funzionari del Dipartimento di Giustizia furono sottratti alla vista del pubblico dall’"Attorney" generale. Così egli contestò gli stessi "feticci" sociali e culturali – come ballo, alcool e sculture – che mandavano a morte un Afgano per editto dei talebani. Fu introdotto per legge il divieto di bruciare la bandiera.

Dio – il cui nome fu inserito nelle monete USA e nelle garanzie di lealtà nel 1950 - divenne ora indistinguibile dallo Stato. La religione di Stato fu considerata paternalismo biblico, a suo modo militante. Così non deve sorprendere che le donne, ancora una volta, perdono il controllo di sé stesse e dei loro uteri perché è lo Stato che dichara nato il "non nato" e soggetto allo Stato.

Funzionari statali stabilirono che la libertà può essere definita come l’abilità di massimizzare la ricchezza.

In tale rigido materialismo la "vita , la libertà e la ricerca della felicità.. "- concetti trascendenti così animatamente discussi dai padri della Costituzione- diventano merce avariata.

Lo Stato mischiò Dio, Patria ed affari in un unico credo.

La suprema Corte di intesa con lo Stato- avendo decretato l’entrata al potere di un Presidente in difetto di maggioranza in Florida e nel Paese – in linea con un Esecutivo sottomesso a zelanti religiosi (bigotti),pensò bene di far fuori altre leggi, incluse quelle sul diritto delle donne a scegliere.

Con l’apparizione dell’ 11 settembre, le Corti federali stabilirono il potere del Governo di irrompere in case ed uffici, infiltrarsi in telefoni ed E-mail, disporre "cimici spionistiche"…

Rinforzarono così , con miliardi di dollari , norme e poteri -privi di controllo - che dovevano invece dar conto del loro silenzio sui fatti dell’11 settembre.

Vista nel bagno acido della massimizzazione della ricchezza l’11 settembre divenne un "bonus" inatteso per lo Stato e per la sua missione di costruire un regime un regime fascista e teocratico a sostegno del suo Governo. Con un Congresso impaurito, una ricettività "corporate" dei media, un pubblico nervoso e largamente ineducato, lo Stato orchestrò brillantemente la distruzione della Società aperta.

Prima dell’11 settembre, lo Stato sapeva- con l’eccezione di qualche sprovveduto- che il Congresso poteva essere comprato. Ma si preoccupava dei media, del sostegno pubblico, di qualche timida ribellione sui giornali, della "bancarella " elettorale. Ma dopo l’11 settembre, con i media indistinguibili dallo "sforzo bellico", con la gente che vola e compra per patriottismo, lo Stato realizzò in pochi mesi la completa decimazione della democrazia USA.

Nota del traduttore :

Molto efficace l’uso del passato remoto, come se gli storici futuri raccontessero gli USA "al passato".

Il testo è così chiaro ed "atroce" che non servono molte parole per comprenderlo. Il video DAC del 1999

"Missioni umanitarie"aveva denunciato l’analogia USA-CIA-Nato con il nazismo ed i fascismo.

E’ questo il modello che i nostri governanti stanno "sognando e copiando " per noi ?

Davvero sperano che il mondo, l’Europa, l’Italia possano accettarlo e sopportarlo ? In nome di cosa ?

Cosa significano- in un simile contesto – gli slogan, le polemichette, le ipocrisie , il provincialismo o l’americanismo –clericalismo, che vediamo ogni giorno alla TV e sui giornali. E le etichette per le quali votiamo e facciamo il tifo , come si collocano rispetto a questa triste reltà che già intravvediamo ?

 

Roma 21 febbraio 2002


Torna alla pagina principale