FISICA/MENTE

 

 

Parla la pacifista americana Sara Flounders, dell'"International Action Center", il gruppo dell'ex ministro della giustizia, Ramsey Clark

 JEAN TOSCHI VISCONTI

L' International Action Center (Iac) è un attivo gruppo di pacifisti americani fondato nel 1991 dall'ex ministro della giustizia, Ramsey Clark, noto per le sue opposizioni ad alcune decisioni politiche degli ultimi governi statunitensi. Il centro nasce per protestare contro la guerra del Golfo e le sanzioni all'Iraq, causa della morte di oltre mezzo milione di bambini. Si batte contro il razzismo, gli stupri, la povertà e denuncia il militarismo. Si schiera contro l'impiego dell'"uranio impoverito" - materiale nucleare di scarto impiegato per costruire carri armati, bombe e granate - riconosciuto come la causa della Sindrome del Golfo negli Stati uniti e di molte forme di cancro dei civili iracheni.

Sara Flounders, uno dei maggiori esponenti del gruppo e autrice di un interessante libro Bosnia Tragedy in cui racconta come il Congresso Usa il 5 novembre 1991 approvò la legge (101/513) che sanciva la dissoluzione della Jugoslavia attraverso il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni nazionaliste, si trova a Washington per partecipare a radio-dibattiti sul Kosovo, da dove risponde ad alcune nostre domande.

Perché gli Stati Uniti si sono seccamente opposti alla creazione di una Corte internazionale per i crimini di guerra?

L'unico possibile successo di un simile tribunale è costituito dal fatto che le maggiori potenze mondiali vi partecipino, e credano nell'importanza di una Corte internazionale imparziale. Questo non è affatto nell'agenda degli Stati uniti. Il governo statunitense vuole un Tribunale che giudichi qualsiasi nazione abbia nel mirino, con la certezza di non essere mai indagato a sua volta. Questa è la ragione principale delle difficoltà sorte per creare la Corte internazionale. Molto apertamente, gli Usa hanno manifestato il timore che molto presto potrebbero diventare oggetto di giudizio e questo dimostra la loro vulnerabilità.

Gli Stati uniti hanno cercato di istituire per anni una Corte internazionale per i crimini che agisse sotto il Consiglio di sicurezza dell'Onu, il che avrebbe dato agli Stati uniti, principalmente, e alle altre maggiori potenze il controllo su di essa. Il Tribunale per i crimini nell'ex Jugoslavia dell'Aja è praticamente un sotto-comitato del Consiglio di sicurezza come la Corte penale per il Rwanda. Un simile tribunale ha tutte le protezioni desiderate dagli Usa. Possono mettere sotto giudizio qualsiasi nazione piccola o media e sono loro stessi i giudici, gli accusatori e gli esecutori delle condanne. Un simile tribunale ha inoltre un enorme valore propagandistico ed anche la capacità, come si è visto al Tribunale dell'Aja, di arrestare e accusare anche dei capi di stato, personaggi liberamente eletti, e decidere chi deve e non deve presentarsi alle elezioni. Poi, molti casi di crimini di guerra delle due ultime generazioni dopo la seconda guerra mondiale e prima della costituzione di un Tribunale internazionale imparziale, coinvolgerebbero gli Stati uniti: che si parli di devastazione del Vietnam, mine nei porti del Nicaragua, del bombardamento senza pretesto della Libia, di invasione del Libano, del crimine verso l'Iraq che continua ancora oggi, del ruolo degli Stati uniti in Indonesia, dove centinaia di migliaia di persone furono assassinate per intervento diretto di Washington che fornì le liste dei comunisti e progressisti ai militari golpisti. Oppure di "Scuola delle Americhe", nello stato della Georgia, una scuola d'addestramento per gli elementi che formano gli squadroni della morte nei paesi sudamericani. Un Tribunale per i crimini di guerra imparziale sarebbe costretto a mettere sotto processo gli Stati uniti. Gli Stati uniti lo sanno, per questo non vogliono nessun Foro internazionale dove i loro atti possano essere esaminati.

Il 19 luglio scorso, il Senato americano ha definito all'unanimità Slobodan Milosevic - lo stesso che ha firmato con Clinton e Holbrooke la pace di Dayton - criminale di guerra e ha chiesto al governo americano la sua incriminazione al tribunale speciale per i crimini di guerra. Senza nominare le responsabilità, ormai provate, nello scatenare la guerra di Tudjman e Izetbegovic. Perché solo ora? Ha a che fare con l'istituzione della nuova Corte internazionale o con la situazione in Kosovo?

Credo che la decisione dipenda da entrambi i problemi, ma è principalmente guidata dalla situazione in Kosovo. Quando la risoluzione è stata votata, Holbrooke, l'inviato americano per i Balcani disse che si sarebbe dovuto focalizzare l'attenzione sulla causa del problema. Quello che vogliono sancire è che gli Usa non sono in nessuna misura responsabili, e lo sono principalmente, per l'inizio, lo sviluppo e la continuazione della guerra nella regione. Soprattutto per il pubblico domestico in America, devono avere qualcuno da incolpare. La dichiarazione di Holbrooke è stata rivelatrice, dimostra che vogliono definire un capro espiatorio. Molti accusano Milosevic di essere stato troppo collaborativo, di avere fatto troppi accordi con gli Stati uniti, e questo è un esempio di cosa gli ha portato. Dovrebbe essere giudicato da una Corte internazionale e non da quella istituita dagli Usa, dove hanno ogni potere.

Qual è la politica americana in Kosovo e nei Balcani?

Ritengo che gli Stati uniti armino e finanzino l'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck). I fondi vengono in grande parte dagli Usa, dalla Germania e da alcuni altri paesi europei. La notizia dei finanziamenti evoluti dalla mafia kosovara ricorda quello che succedeva con i Contras in Nicaragua: viene data carta bianca per controllare una parte del traffico di droga al di là delle loro proprie risorse, ma in verità li usano come socio nascosto (cold partner). In Nicaragua il socio nascosto dei trafficanti era la Cia, come per le forze dei Mujaheddin in Afganistan e la droga fluiva in Europa e negli Stati uniti. Il denaro proveniente era impiegato per gli extra, l'olio per lubrificare il meccanismo bellico, ma i veri fondi per la macchina da guerra venivano dagli Stati uniti. Oggi, le armi che possiede l'Uck - sei mesi fa le loro forze erano di 60-100 elementi (dati della stampa americana e della Casa bianca) - vengono dagli Stati uniti e l'armata è una creazione della politica americana non solo della repressione serba. Lo provano gli stessi armamenti di cui sono dotati: oggi hanno tubi da spalla per missili ad aria, lanciagranate supermoderne, tubi anticarro. I vecchi gruppi di liberazione con fondi, contatti, volontà, determinazione come Olp e Ira non hanno mai potuto ottenerli. Non si spiegherebbe altrimenti che un gruppo nato in pochi mesi, sia in possesso di armamenti introvabili sul mercato internazionale a meno che non gli siano stati consegnati. Non bastano i kalashnikov dell'Albania in rivolta del '97. La storia della forte mafia kosovara è una copertura delle responsabilità di Washington.

A questo punto l'Uck è armato, ma non può essere riconosciuto ufficialmente, perché non esiste un rappresentante ufficiale. L'indipendenza del Kosovo creerebbe gravi scompensi nei Balcani, forse un'esplosione. C'è lo status quo...

Effettivamente l'Uck non ha potere politico, non un programma, nessuna leadership, quindi nessuna credibilità, ciònonostante Holbrooke li incontra e negozia la loro entrata nel processo di pace. A suo tempo Henry Young, ambasciatore americano all'Onu, per avere soltanto stretto la mano all'ambasciatore dell'Olp ad un incontro mondano, fu rimosso dal suo posto. La Cina per 20 anni non ha potuto occupare il suo seggio alle Nazioni unite. Questo dimostra che quando il governo degli Stati uniti non vuole riconoscere un'entità è irriducibile. Qui, al contrario, c'è un gruppo, l'Uck, una completa invenzione creata pochi mesi fa senza una propria leadership almeno conosciuta e una provata autonomia, e Holbrooke dice che deve partecipare agli incontri di pace.

Quale sarà la decisione del governo americano sul Kosovo?

La sua posizione ufficiale è contro l'indipendenza, a favore dell'autonomia del Kosovo. Devo però ricordare che era anche ufficialmente contraria alla dissoluzione della Jogoslavia, però stava lavorando in quel senso. Oggi, è lo stesso. Credo che quello che vuole per il Kosovo non è una vera indipendenza, ma un Kosovo dipendente e debole come vuole sia ogni singolo stato dei Balcani, anche per vigilare sulla subalternità dell'Europa. Il governo Usa vorrebbe eleggere un presidente "politico" per legittimare futuri interventi, come desidera farlo in Russia per le stesse ragioni. La situazione in Cecenia non è diversa da quella del Kosovo. In effetti vogliono una via diretta per la Russia e per il Caucaso, così in altre zone dove hanno interessi di petrolio. E un'altra sorgente di interesse in Kosovo sono le miniere, le raffinerie, le fabbriche: l'esercito che controllerà il territorio, avrà miniere e installazioni industriali.

Ora quale può essere la soluzione per il Kosovo? Uno statuto speciale, trasformarlo in una Repubblica inserita nella Federazione jugoslava o intervenire con la Nato e poi installare "basi" come in Bosnia?

Alla lunga credo che quest'ultima sia la strategia del governo americano. Hanno diverse basi nella regione includendo Albania e Macedonia, vogliono il controllo delle ferrovie e delle strade e per ottenere tutto questo sono pronti a fare scatenare caos e guerra per anni per giustificare la loro occupazione militare. La stessa strategia impiegata in Bosnia. E' importante considerare cosa può succedere alla Serbia se perde il Kosovo, perché parte della loro energia elettrica proviene dal carbone delle miniere. Sarebbe un vero colpo. Credo, però, che questa sia la politica che stanno seguendo. Ora gli Stati uniti prenderanno il ruolo di negoziatori fra le forze di Rugova e quelle dell'Uck. E' una partita di lungo periodo. Sono ambedue creazioni degli Usa. Bob Dole, ex candidato repubblicano alla presidenza, è il rappresentante politico ufficiale della "Repubblica del Kosovo". E l'attuale capo della Cia è John Tenè, di origine albanese - ha avuto un ruolo nella tenuta e nella caduta di Berisha. Questo dimostra che ambedue i partiti, democratico e repubblicano, sono uniti in questa politica: possono avere direttive diverse, ma sono ambedue d'accordo nello staccare il Kosovo dalla nuova Federazione jugoslava. E anche nel loro diritto d'intervento.

Contatti: International Action Center - 39 West 14th Street, #206, New York, NY 10011 - phone: 212-633-6646 fax: 212-633-2889 web site: http://www.iacenter.org email: iacenter@iacenter.org


 

COS'È L'UCK? DOCUMENTO TEDESCO RIVELA IL RUOLO SEGRETO DELLA CIA 

http://www.ppl.it/radiocittaperta/jugoslavia/uck.html 

 

Di Gary Wilson

Le forze che generano e sostengono l'Esercito di Liberazione del Kossovo (UCK) sono rimaste per lo più nascoste. Cosa ci sia realmente dietro l'UCK diviene più importante ora che il Presidente Bill Clinton ha iniziato una guerra contro la Jugoslavia.

Numerosi rapporti nel passato hanno menzionato le forze coperte coinvolte con l'UCK. Per esempio il 15luglio 1998 il giornale radio della Public Broadcasting System riportava che veterani di guerra del Vietnam stavano addestrando mercenari dell'UCK in Albania.

Finanziamenti per l'UCK sono stati nascosti, molti di essi forniti attraverso vendite di droga.

Almeno ogni quotidiano europeo ha riportato di noti legami tra l'UCK e le vendite di droghe illegali in Europa. Solo i media USA lo ha ignorato.

I media europei, comunque, non menzionano la storia dell'uso di vendita di droga illegale da parte della CIA per reperire denaro per le varie azioni coperte. Questo dato - dalle varie operazioni segrete nel sud est dell'Asia durante la guerra del Vietnam sino al finanziamento della guerra Contra contro il Nicaragua - è stato documentato.

Recenti rapporti dei media relazionano numerose agenzie militari e spionistiche imperialiste all'UCK. Questo è significante sin da quando sia il segretario alla difesa William Cohen che il più alto generale USA Henry Shelton hanno detto la scorsa settimana che l'obiettivo dell'operazione militare USA contro la Jugoslavia è la vittoria dell'UCK.

Il 19 aprile, il membro canadese del parlamento David Price disse ai reporter che 50 soldati canadesi stanno lavorando con l'UCK in Kossovo per aiutare a fare rapporti su "dove le bombe stanno cadendo" così possono meglio calcolare "dove andrebbe diretta la prossima bomba", riporta l'agenzia stampa UPI. L'opposizione alla partecipazione del Canada nella guerra USA contro la Jugoslavia sta crescendo rapidamente nel paese.

Il settimanale Jane's Defence ha riportato il 20 aprile: "Confermato l'impiego di forze speciali". L'articolo affermava che unità speciali dalla Gran Bretagna, USA, Francia "ed altre unità NATO" stavano lavorando in maniera coperta in Kossovo.

Il 18 aprile il Sunday Telegraph di Londra riportava che la SAS, una unità delle forze speciali britanniche, sta gestendo due campi di addestramento UCK vicino Tirana, la capitale albanese. Stando al "Telegraph" le unità UCK addestrate dalle SAS stanno infiltrando il Kossovo, usando telefoni satellitari e cellulari per aiutare la guida delle missioni di bombardamento NATO.

Lo stesso articolo affermava che l'UCK ha anche contatti con l'MPRI basato in Virginia, che sta apparentemente espandendo il suo ruolo. MPRI è una operazione coperta - il "Telegraph" la definiva una organizzazione professionale mercenaria - che è stata messa in piedi da alti ufficiali dell'esercito USA.

Con l'MPRI il Pentagono fece un contratto per organizzare l'esercito croato, che è conosciuto per aver portato avanti la più vittoriosa campagne nei Balcani dopo l'invasione nazista del 1940: l'offensiva dell'agosto 1995 contro i contadini serbi nella regione della Kraijna.

Un reportage del 28 luglio 1997, del settimanale "The Nation" dettagliò il ruolo giocato dall'MPRI e dal Pentagono in questa campagna criminale che lasciò centinaia di migliaia di dei serbi senza casa. Infine, lo scorso 21 marzo, il New York Times pubblicò una storia di prima pagina sul rapporto del Tribunale Internazionale dell'Aia sui Crimini di guerra che caratterizzava questo attacco come probabilmente il più brutale evento nei Balcani dell'ultimo decennio. Il rapporto fu in seguito rapidamente archiviato.

Il Governo Croato ha recentemente confermato che numerosi dei suoi generali "sono partiti" per andare a lavorare con l'UCK.

Un rapporto più rivelatore fu rilasciato l'8 aprile da Juergen Reents, addetto stampa del Partito del Socialismo Democratico (PDS) in Germania. Il PDS ha ricevuto almeno tanti voti quanti il Partito Verde, che è parte della Coalizione Governativa della Germania. Il PDS si è attivamente opposto alla guerra della NATO alla Jugoslavia.

Reents ha detto che il rapporto proviene da qualcuno che mantiene una "posizione strettamente confidenziale ed alta negli uffici del governo tedesco". Il rapporto gli è giunto attraverso un prete cattolico che ha tenuto l'identità segreta ma ha permesso di verificare l'autenticità della persona.

Il rapporto asserisce che alti ufficiali NATO, USA, Britannici e tedeschi stanno "mentendo completamente nelle condanne pubbliche su tutti i fatti riguardanti la guerra balcanica". Esso afferma che non ci sono immagini di alcuna uccisione di massa o di truppe che costringano a forza il popolo del Kossovo fuori dalle loro case. Non ci sono immagini alcune poiché ciò non è avvenuto.

La NATO ha disperatamente tentato di creare alcune immagini ma non ne è stata capace, asserisce il rapporto.

Il rapporto afferma che la NATO ha fatto sapere nei campi rifugiati il Albania e Macedonia che chiunque possa produrre un videotape, fotografie di ogni tipo - incluse foto messinscena - e mostrarli sarà pagato con 200.000 $ USA. Ancora nessuna immagine è apparsa.

Il rapporto afferma che il governo tedesco sa che la NATO ha coscientemente creato la crisi dei rifugiati. Per esempio, il rapporto dice che la NATO ha colpito e distrutto vicino ad ogni struttura idrica per l'acqua potabile in Kossovo. Esso asserisce inoltre che ci sono unità UCK in Kossovo - una è interamente composta di mercenari USA, l'altra di mercenari tedeschi - che si rapportano ai comandi militari di questi paesi.

Forse più rivelatrice è la descrizione del rapporto di una operazione coperta della CIA , cinicamente chiamata "Operazione Radici". È finalizzata a seminare divisioni etniche in Jugoslavia per incoraggiare la sua rottura.

Il rapporto dice che questa operazione si stava avviando "sin dall'inizio della presidenza Clinton". È una operazione congiunta con il servizio segreto tedesco, che ha anch'esso cercato di destabilizzare la Jugoslavia.

L'obiettivo finale di "Radici", stando a questo rapporto, <<è la separazione del Kossovo, con lo scopo di farlo divenire parte dell'Albania; la separazione del Montenegro, come l'ultima via di accesso al Mediterraneo; e la separazione della Voivodina, che produce molto del cibo per la Jugoslavia. Questo porterebbe al totale collasso della Jugoslavia come vitale Stato indipendente>>.

Il rapporto asserisce che l'UCK è stata fondata dalla CIA. E la fondazione fu finanziata attraverso operazioni di smercio di droga in Europa.

Quando apparve che un accordo per l'autonomia del Kossovo stava per essere raggiunto tra Slobodan Milosevic e Ibrahim Rugova nel 1998, la CIA spinse gli attacchi dell'UCK contro unità di polizia jugoslave. I tentativi della polizia jugoslava di contenere l'UCK furono usate come pretesto per gli attacchi NATO.

L'autenticità di questo rapporto non può essere attualmente verificata in maniera indipendente. Ma molto di esso è coincidente con quanto è già noto. Esso aiuta ad esporre le forze reali dietro la guerra in Jugoslavia e mostra chi sono i reali aggressori.

- FINE -

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[Traduzione in italiano a cura di Radio Città Aperta]


Per ulteriori informazioni sul coinvolgimento dell'UCK nel traffico di droga e il sostegno di Soros vedi sul Coordinamento Romano per la Jugoslavia

E su Tactical Media Crew l’articolo di Chossudosvski


La guerra

I rapporti occulti tra la Cia, il narcotraffico e la guerriglia kosovara 

Come ti finanzio l'Uçk

Michel Chossudovsky

(Professore di Economia all'Università di Ottawa e collaboratore di Le Monde Diplomatique)

Liberazione 22 aprile 1999

http://www.geocities.com/CapitolHill/Congress/8506/archivio99/ap220499a.html 

Annunciato dai media di tutto il mondo come una missione umanitaria volta a mantenere la pace, il feroce bombardamento Nato di Belgrado e di Pristina va ben al di là della rottura del diritto internazionale.

Mentre Milosevic è demonizzato, ritratto come un dittatore senza rimorsi, l'esercito di liberazione del Kosovo (KLA o Uçk) viene appoggiato come un serio movimento nazionalista che lotta per i diritti dell'etnia albanese. La verità è che l'Uçk è sostenuto dalla criminalità organizzata con la tacita approvazione degli USA e dei loro alleati.

Seguendo uno schema stabilito durante la guerra in Bosnia, l'opinione pubblica è stata accuratamente fuorviata. Il multimiliardario (in dollari) traffico di narcotici nei Balcani ha avuto un ruolo cruciale nel "finanziare il conflitto" in Kosovo, in accordo con obiettivi economici, strategici e militari occidentali.

Ampiamente documentati da dossiers in possesso delle polizie europee, riconosciuti da numerosi studi, i legami tra Uçk e gruppi criminali in Albania, Turchia ed Unione Europea sono a conoscenza dei governi occidentali e dei servizi segreti fin dalla metà degli anni '90.

Il finanziamento della guerriglia in Kosovo pone domande critiche e certamente mette a dura prova i proclami di una politica estera "etica". L'occidente dovrebbe appoggiare una fazione che sembra essere in parte finanziata dal crimine organizzato? (Roger Boyes ed Eske Wright, "Drug Money Linked to the Kosovo Rebels", The Times, Londra, 24 marzo 1999.)

Mentre i leaders dell'Uçk stringevano la mano del Segretario di Stato USA Madeleine Albright a Rambouillet, Europol (l'organismo di polizia europea con sede all'Aja) stava «preparando un rapporto per i ministri dell'Interno e della Giustizia europei sul collegamento tra Uçk e gangs albanesi della droga» (stessa fonte). Nel frattempo, l'esercito ribelle veniva accuratamente esaltato sui media (nei mesi precedenti i bombardamenti) come ampiamente rappresentativo degli interessi dell'etnia albanese in Kosovo.

Con il leader Uçk Hashim Thaçi (un "libero combattente" 29enne) elevato al rango di capo negoziatore a Rambouillet, l'Uçk è diventato di fatto il timoniere del processo di pace, in rappresentanza della maggioranza albanese e nonostante i suoi legami con il traffico di droga.

L'occidente contava sulla propria marionetta-Uçk per imporre un accordo-fotocopia che avrebbe trasformato il Kosovo in territorio occupato sotto amministrazione occidentale.

Ironia della sorte, Robert Gelbard, inviato speciale americano in Bosnia, aveva descritto in passato l'Uçk come "terrorista". Cristopher Hill, capo negoziatore americano e architetto dell'accordo di Rambouillet, «è stato anche lui fortemente critico verso l'Uçk per i suoi presunti rapporti col traffico di droga» (Philip Smucker e Tim Butcher, "Shifting stance over KLA has betrayed Albanians", Daily Telegraph, Londra, 6 aprile 1999).

Inoltre, solo due mesi prima di Rambouillet, il Dipartimento di Stato USA aveva riconosciuto (sulla base di rapporti degli osservatori USA) il ruolo dell'Uçk nel terrorizzare e sradicare gli albanesi: «L'Uçk minaccia o rapisce chiunque abbia contatti con la polizia... rappresentanti dell'Uçk hanno minacciato di uccidere abitanti dei villaggi e bruciare le loro case se non si uniscono all'Uçk (atteggiamento continuato da quando la Nato sta bombardando). Le minacce dell'Uçk hanno raggiunto tale intensità che i residenti di sei villaggi della regione di Stimlje sono pronti ad andarsene» ("KDOM Daily Report", rilasciato dal Bureau of European and Canadian Affairs, Office of South Central European Affairs (EUR/SCE), U.S. Department of State, 21 dicembre 1998; compilato da EUR/SCE (202-647-4850) su rapporti giornalieri dei componenti statunitensi della Missione di Osservazione Diplomatica nel Kosovo).

Chi finanzia i combattenti

Ricordate Oliver North e i Contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della Cia in America centrale, Haiti ed Afghanistan, dove "combattenti per la libertà" erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal traffico di droga. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico illegale di narcotici. Caso dopo caso, il denaro, ripulito nel sistema bancario internazionale, ha finanziato operazioni segrete. Secondo l'autore Alfred McCoy, il disegno dei finanziamenti occulti ebbe origine durante la guerra in Indocina. Negli anni '60, l'esercito di Meo in Laos fu finanziato attraverso il traffico di droga nel quadro della strategia di Washington contro le forze combinate del governo del principe Souvanna Phouma e del Pathet Lao (Alfred McCoy, "The Politics of heroin in Southeast Asia", Harper && Row, New York, 1972).

Lo schema seguito dalla politica della droga in Indocina è stato da allora replicato in centro America e nei Caraibi. «La curva crescente dell'importazione di cocaina negli USA», scriveva il giornalista John Dinges, «seguiva quasi esattamente il flusso di armi e consiglieri militari verso il centro America» (John Dinges, "Our Man in Panama -- The Shrewd Rise and Brutal Fall of Manuel Noriega", Times Books, New York, 1991).

I militari in Guatemala e Haiti, cui la Cia forniva segretamente sostegno, erano notoriamente coinvolti nel traffico di droga verso la Florida del Sud. Come rivelato negli scandali Iran-Contras e della Banca di commercio e credito internazionale (Bcci), c'erano forti prove che operazioni segrete erano state effettuate attraverso il lavaggio dei proventi della droga. Il "denaro sporco" riciclato attraverso il sistema bancario - spesso attraverso la copertura di una compagnia anonima - diventava "denaro segreto" usato per finanziare vari gruppi ribelli e movimenti di guerriglia, tra cui i contras nicaraguensi e i mujaheddin afghani. Secondo un dossier del 1991 di Time Magazine: «Poiché gli Stati Uniti volevano sostenere la causa dei ribelli Mujaheddin in Afghanistan con missili Stinger ed altro hardware militare, divenne necessaria la piena collaborazione del Pakistan. Dalla metà degli anni '80, l'ufficio operativo della Cia a Islamabad fu una delle piú grandi stazioni di spionaggio del mondo. Diceva allora un funzionario del servizio segreto Usa: "Se la Bcci costituisce un certo imbarazzo per gli Usa, tanto che le indagini non sono state ancora concluse, allora c'è molto da fare riguardo agli occhi chiusi dagli Usa verso il traffico di eroina in Pakistan"» ("The Dirtiest Bank of All", Time, 29 luglio 1991, p. 22).

Gli aiuti tedeschi

Dai primi anni '90, Bonn e Washington si sono accordati per stabilire le rispettive zone d'influenza nei Balcani. Anche i loro servizi segreti hanno collaborato.

Secondo l'analista di questioni di intelligence John Whitley, l'appoggio occulto ai ribelli del Kosovo fu stabilito come impresa comune tra Cia ed il tedesco Bundesnachrichtendienst (Bnd, Servizio informazioni federale) (che in precedenza aveva avuto un ruolo chiave nello stabilirsi di un governo di destra nazionalista in Croazia, sotto la direzione di Franjo Tudjman) (Truth in Media, Phoenix, 2 aprile 1999; vedi anche Michel Collon, "Poker Menteur", editions EPO, Bruxelles, 1997).

L'obiettivo di creare e finanziare l'UÇK fu inizialmente affidato alla Germania: «Essi usavano uniformi tedesche, armi della ex Germania dell'est ed erano in parte finanziati con denaro proveniente dalla droga» (citato in Truth in Media, Phoenix, 2 aprile 1999).

Secondo Whitley, la Cia ebbe successivamente il ruolo di addestrare ed equipaggiare l'UÇK in Albania (stessa fonte). Le attività occulte del Bnd tedesco erano coerenti con l'intento di Bonn di espandere il proprio "Lebensraum" nei Balcani (lo "spazio vitale", formula usata da nazisti e fascisti per le operazioni coloniali, NdT). Prima dell'inizio della guerra civile in Bosnia, la Germania e il suo ministro degli Esteri Hans Dietrich Genscher avevano attivamente sostenuto la secessione, «forzato il passo della diplomazia internazionale» e fatto pressioni sugli alleati occidentali per il riconoscimento di Slovenia e Croazia.

Secondo il "Geopolitical Drug Watch" (osservatorio geopolitico sulla droga), sia la Germania che gli USA appoggiavano (benché non ufficialmente) l'idea della formazione di una "Grande Albania" che comprendesse Albania, Kosovo e parti della Macedonia (Geopolitical Drug Watch, No. 32, giugno 1994, p. 4).

Secondo Sean Gervasi, la Germania cercava di aver mano libera dai suoi alleati «per ottenere il dominio economico in tutta l'Europa Centrale (Mitteleuropa)» (Sean Gervasi, "Germany, US and the Yugoslav Crisis", Covert Action Quarterly, No. 43, inverno 1992-93).

Uçk e fondamentalismo

L'agenda nascosta di Bonn e Washington prevedeva di scatenare i movimenti nazionalisti di liberazione in Bosnia e Kosovo col fine ultimo di destabilizzare la Jugoslavia. L'ultimo obiettivo veniva inoltre perseguito "chiudendo un occhio" sull'afflusso di sostegni finanziari e di truppe mercenarie dalle organizzazioni fondamentaliste islamiche (v. Daily Telegraph 29 dicembre 1993).

Mercenari finanziati da Arabia Saudita e Kuwait hanno combattuto in Bosnia.

E lo schema bosniaco è stato replicato in Kosovo: si riferisce che mercenari Mujaheddin provenienti da diversi Paesi islamici combattano a fianco dell'Uçk in Kosovo. Istruttori tedeschi, turchi e afghani avrebbero addestrato l'Uçk nella guerriglia e nella tattica di diversione ("Kosovo in Crisis", Truth in Media, Phoenix, 2 aprile 1999).

Secondo un'agenzia di stampa tedesca, sostegno finanziato da Paesi islamici all'Uçk è stato incanalato attraverso l'ex capo del Servizio Nazionale Informazioni albanese (NIS), Bashkim Gazidede (Deutsche Presse-Agentur, 13 marzo 1998). «Gazidede, notoriamente musulmano praticante, che lasciò l'Albania nel marzo dello scorso anno (1997) è attualmente (1998) indagato per i suoi contatti con organizzazioni terroristiche islamiche» (stessa fonte).

Le vie per la fornitura di armi all'Uçk sono gli scoscesi confini montuosi in Albania, Kosovo e Macedonia. L'Albania è anche un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l'Europa occidentale di eroina di qualità. Il 75% dell'eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioi di droga provenienti dall Turchia passa dai Balcani. Secondo la Dea (Drug Enforcement Administration, l'antidroga americana), «si stima che 4-6 tonnellate di eroina partano ogni mese dalla Turchia, avendo come destinazione l'Europa occidentale [attraverso i Balcani, NdA]» (Daily News, Ankara, 5 marzo 1997). Un recente rapporto dell'Agenzia criminale federale tedesca suggerisce che: «gli albanesi sono attualmente il principale gruppo nella distribuzione dell'eroina nei Paesi consumatori dell'Occidente» (citato in Boyes e Wright, op. cit.).

Il riciclaggio del denaro

Per prosperare, i gruppi criminali coinvolti nel traffico di stupefacenti nei Balcani hanno bisogno di amici in alto loco. Circoli di contrabbandieri con supposti collegamenti con lo stato turco si dice controllino il traffico di eroina attraverso i Balcani, «cooperando strettamente con altri gruppi con cui hanno legami politici o religiosi», compresi i gruppi criminali del Kosovo (ANA, Atene, 28 gennaio 1997; vedi anche Turkish Daily News, 29 gennaio 1997). In questo nuovo ambiente finanziario globale, potenti lobbies politiche sotterranee, associate in vari crimini, coltivano legami con importanti figure politiche ed ufficiali del sistema militare e dei servizi segreti.

Il traffico di stupefacenti nondimeno si serve di rispettabili banche per ripulire grandi quantità di denaro sporco. Tenendosi comodamente lontani dalle operazioni di contrabbando vero e proprio, potenti interessi bancari, in Turchia, ma principalmente nei centri finanziari dell'Europa ocidentale, discretamente raccolgono grasse commissioni per operazioni di lavaggio di parecchi miliardi di dollari. Per questi organismi la posta in gioco è altissima, per cui bisogna rendere sicuro il passaggio delle spedizioni di droga fino ai mercati europei.

La connessione albanese

Il contrabbando di armi dall'Albania al Kosovo e alla Macedonia cominciò all'inizio del 1992, quando il Partito democratico giunse al potere, capeggiato dal presidente Sali Berisha.

Un'estesa economia sotterranea e un commercio attraverso il confine furono rivelati. Si era sviluppato in grande stile un traffico triangolare di petrolio, armi e droga soprattutto come risultato dell'embargo imposto dalla comunità internazionale a Serbia e Montenegro e del blocco applicato dalla Grecia contro la Macedonia.

L'industria e l'agricoltura in Kosovo si erano assottigliate nella bancarotta seguita alla letale "medicina" economica imposta dall'Fmi a Belgrado nel 1990. Fu imposto un embargo alla Jugoslavia. Albanesi e serbi furono spinti in una povertà abissale. Il collasso economico creò un ambiente favorevole al progresso dei traffici illeciti. In Kosovo, il tasso di disoccupazione aumentò fino a raggiungere il 70% (secondo fonti occidentali).

La povertà e il collasso economico ebbero l'effetto di inasprire le tensioni etniche che covavano. Migliaia di giovani disoccupati, anche poco piú che teen agers, furono arruolati nelle file dell'UÇK (Brian Murphy, "Uçk Volunteers Lack Experience", The Associated Press, 5 aprile 1999).

Nella confinante Albania, le riforme liberiste adottate dal 1992 avevano creato condizioni favorevoli alla criminalizzazione delle istituzioni statali. Il denaro del traffico di droga veniva ripulito anche nelle finanziarie a piramide albanesi (Ponzi schemes) che spuntarono come funghi durante il governo dell'ex presidente Berisha (1992-1997) (v. Geopolitical Drug Watch, No. 35, 1994, p. 3).

Questi investimenti-ombra erano parte integrante delle riforme economiche imposte dai creditori occidentali all'Albania.

I baroni della droga in Kosovo, Albania e Macedonia (con legami con la mafia italiana) erano diventati le nuove élites economiche, spesso in associazione con interessi occidentali. A sua volta, il profitto finanziario del commercio di droga e di armi era riciclato verso altre attività economiche (e viceversa), tra cui un ampio racket di prostituzione tra Albania e Italia. Gruppi criminali albanesi operavano a Milano, ed «erano diventati cosí potenti col racket della prostituzione da superare i calabresi in forza e influenza» (The Guardian, 25 marzo 1997).

L'applicazione della "forte cura economica" sotto la guida delle istituzioni di Bretton Woods (Fmi), a guida statunitense, aveva contribuito a far naufragare il sistema bancario albanese e precipitare il collasso dell'economia albanese. Il caos risultante mise in grado le multinazionali americane ed europee di conquistarsi una posizione di rilievo. Varie compagnie petrolifere occidentali (Occidental, Shell, British Petroleum ecc.) fissavano attentamente gli abbondanti e inesplorati depositi di petrolio albanesi. Gli investitori occidentali erano altresí interessati alle ampie riserve albanesi di rame, oro, nickel e platino...

La Fondazione Adenauer manovrava al coperto per conto delle compagnie minerarie tedesche. Il ministro della Difesa di Berisha, Safet Zoulali (sospettato di essere coinvolto in traffico illegale di petrolio e stupefacenti), fu l'architetto dell'accordo tra la tedesca Preussag (che controlla le miniere di cromo albanesi) contro i competitori del consorzio a guida americana Macalloy Inc., associato con Rio Tinto Zimbabwe (stessa fonte).

Le piramidi mafiose

Grandi quantità di narcodollari sono state riciclate anche nei programmi di privatizzazione che hanno portato all'acquisizione da parte delle mafie dei patrimoni dello stato. In Albania, il programma di privatizzazioni ha condotto praticamente dalla sera alla mattina allo sviluppo di una classe proprietaria fermamente devota al "libero mercato". Nel nord del Paese, questa classe era associata con le "famiglie" gheghe (termine con cui sono conosciuti gli albanesi del nord) legate al Partito democratico.

Controllata dal Partito democratico sotto la presidenza di Berisha (1992-97), la maggiore "piramide" finanziaria albanese, Vefa Holdings, era sorta dalle "famiglie" gheghe del nord Albania col sostegno di interessi bancari occidentali. Vefa è stata indagata in Italia nel 1997 per i suoi legami con la mafia, che si suppone usasse la Vefa per ripulire grandi quantità di denaro sporco (Andrew Gumbel, "The Gangster Regime We Fund", The Independent, 14 febbraio 1997, p. 15).

Secondo un rapporto di agenzie di stampa (basato su fonti dei servizi segreti), i principali membri del governo albanese durante la presidenza di Sali Berisha, tra cui membri del gabinetto e membri della polizia segreta Shik erano probabilmente coinvolti in traffico di droga e armi in Kosovo: «I sospetti erano seri. Droga, armi, sigarette di contrabbando si pensa che fossero tutte maneggiate da un'organizzazione condotta liberamente dal Partito democratico al governo, la Shqiponia. (...) Nel corso del 1996 il ministro della Difesa, Safet Zhoulali, [era sospettato di] aver sfruttato la sua carica per facilitare il trasporto di armi, petrolio e sigarette di contrabbando. (...) I baroni della droga del Kosovo (...) operano impunemente in Albania, e gran parte del trasporto di eroina e altre droghe attraverso l'Albania, dalla Macedonia e dalla Grecia e instradate verso l'Italia, si crede sia organizzato dalla Shik, la polizia segreta di stato. (...) Gli agenti dei servizi sono convinti che la catena di comando nel racket si spinga fino alla cima, e non hanno avuto esitazioni nel fare il nome del ministro nei loro rapporti» (Andrew Gumbel, "The Gangster Regime We Fund", The Independent, 14 febbraio 1997, p. 15).

Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare a dispetto della presenza fin dal 1993 di un grande contingente di truppe americane al confine albano-macedone, col mandato di rafforzare l'embargo. L'Occidente aveva chiuso un occhio. I proventi del petrolio e della droga venivano usati per finanziare l'acquisto di armi (spesso in termini di scambio diretto): «Gli invii di petrolio in macedonia (aggirando l'embargo greco nel 1993-94) possono essere usati per coprire l'eroina, come anche la distribuzione di Kalashnikov ai "fratelli" albanesi del Kosovo (Geopolitical Drug Watch, No. 35, 1994, p. 3).

I clan tribali del nord, o fares, avevano anche sviluppato legami con le organizzazioni criminali italiane (Geopolitical Drug Watch, No. 66, p. 4). A loro volta, queste avevano un ruolo chiave nel contrabbando di armi attraverso l'Adriatico verso i porti albanesi di Durazzo e Valona. All'inizio, nel 1992, le armi incanalate in Kosovo erano in gran parte armi leggere, come Kalashnikov AK-47, armi automatiche Rpk e Ppk, automatiche pesanti calibro 12,7 ecc.

Il proseguire del traffico di narcotici ha consentito all'UÇK di sviluppare rapidamente una forza di circa 30.000 uomini. Piú di recente, l'UÇK ha acquisito armamenti piú sofisticati, tra cui razzi antiaerei e anti-corazzati. Secondo Belgrado, alcuni fondi sono pervenuti direttamente dalla CIA, «attraverso un cosiddetto governo del Kosovo, con sede a Ginevra, Svizzera. Il suo ufficio di Washington impiega la società di pubbliche relazioni di Ruder Finn - noto per le sue diffamazioni del governo di Belgrado» (citato in Workers' World, 7 maggio 1998). L'UÇK ha anche acquisito equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell'esercito jugoslavo. I campi di addestramento dell'UÇK in Albania sembra si concentrino «sull'addestramento con armi pesanti - granate a propulsione razzo, cannoni di medio calibro, uso di carri e mezzi di trasporto corazzati, ed anche sulle comunicazioni e sistemi di comando e controllo» (secondo fonti governative jugoslave, vedi http://www.gov.yu/terrorism/terroristcamps.html).

Queste cospicue forniture di armi all'esercito ribelle del Kosovo sono coerenti con obiettivi geopolitici occidentali. Cosa non sorprendente, c'è stato silenzio totale dei media internazionali sul traffico di armi e droga in Kosovo. Nelle parole di un rapporto del 1994 del Geopolitical Drug Watch: «il traffico [di droga e armi] viene giudicato in base alle sue implicazioni strategiche (...). In Kosovo, droga e armi alimentano speranze e timori geopolitici» (Geopolitical Drug Watch, No. 32, giugno 1994, p. 4).

Il destino del Kosovo era già stato tracciato accuratamente prima della frima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato era entrata in un "matrimonio di convenienza" insano con la mafia. I "combattenti per la libertà furono messi sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e Bonn di «finanziare il conflitto in Kosovo» con l'obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani. La distruzione di un intero Paese è il risultato. I governi occidentali che hanno partecipato alle operazioni Nato portano un grave fardello di responsabilità per la morte di civili, l'impoverimento sia delle popolazioni di etnia serba che albanese, e il destino di coloro che vengono brutalmente sradicati da città e villaggi in Kosovo come risultato dei bombardamenti.


 

Cronologia degli attentati commessi 

dall’UCK

dall’aprile del 96 al febbraio del 98

http://www.bollettino.it/numeriarretrati/aprile99/bollettino%20Uck%202.htm 

 

Stiamo assistendo oltre al bombardamento della Nato ad un bombardamento della propaganda imperialista dei mass-media: i lamenti dei profughi, solo donne e bambini, dove sono finiti gli uomini? Li hanno uccisi i" serbi cattivi"? No, si stanno addestrando in alcuni campi sia in Macedonia (la TV francese l’11 aprile si è fatta sfuggire un'immagine di un campo profughi in Macedonia dove dei militari Usa stavano addestrando dei militari dell’UCK!!!) e in Albania, con basi di reclutamento anche in Italia ed in altri paesi europei, e negli Usa ovviamente. Molti tg nostrani e non solo, parlano degli uomini dell’UCK come i nuovi "partigiani", poiché non contenti dell’aggressione che la Nato sta conducendo sulla pelle dei jugoslavi devono anche infangare la memoria dei milioni di partigiani morti contro il nazi-fascismo nella II guerra mondiale.

Vogliamo dare un nostro piccolo contributo su chi siano questi figuri (vedi intervista a Sara Flounders) e del loro operato.

 

1996

22 aprile: Blagoje Okulic, un profugo serbo dalla Croazia, viene ucciso dall’UCK. È stata la prima vittima di una lunga serie.

20 maggio: Armand Daci, studente albanese viene ucciso da un cecchino dell’UCK.

16 giugno: attacco contro la caserma di polizia, vicino Podujevo , Goran Mitrovic viene gravemente ferito.

17 giugno: attacco alla caserma di polizia di Siplje vicino Kosovska Mitrovica, Pedrag Djordievic viene ucciso.

Nello stesso giorno una bomba è stata lanciata contro la caserma della polizia di Luzani.

11 luglio: un poliziotto Sredoje Radojevic viene ferito da un colpo di pistola nella cittadina di Podujevo

2 agosto: attacco armato in tre caserme della polizia a Pristina, Podujevo e a Krpimej

28 agosto: 3 bombe vengono lanciate nel villaggio di Celopek, vicino Pec, Klina e Decani.

Nel villaggio di Donji Ljupce, l’ispettore di polizia Ejup Bajgora, albanese, muori sotto i colpi d’arma da fuoco.

31 agosto: 2 bombe vengono lanciate nella caserma di Vucitrn dove erano d’istanza i dormitori delle forze armate Jugoslave.

A Rudnik, un altro attentato ad una caserma di polizia.

A Podujevo dei poliziotti vengono feriti mentre pattugliavano la zona di Pristina-Podujevo.

A Glugovac:sparatoria contro una caserma della polizia.

25 ottobre, uccidono due ufficiali di polizia nel villaggio di Surskis a Podujevo erano Dragan Rakic e Milos Nicolic.

16 novembre: attacco terroristico contro la caserma di polizia nel villaggio di Rznic.

26 dicembre: Faik Belopolja, albanese, di Podujevo, operaio della forestale in Serbia, viene ucciso a colpi di pistola.

1997

9 gennaio: con un fucile automatico viene ucciso Malic Saholi, albanese, maneger di un supermarket e deputato al comune di Podujevo e membro del partito Socialista serbo.

11 gennaio a Vucitrn 26 colpi vengono sparati contro la casa di Lujbisa Mitrovic.

13 gennaio: Fazil Hasani, albanese, operaio nel corpo forestale del villaggio di Bbrabonic viene ucciso.

16 gennaio: attentato dinamitardo all’università di Pristina, contro il prof. Papovic:1 morto e 2 feriti gravi.

17 gennaio a Reketnica vengono assassinati padre e figlio: Zen e Nazmi Durmisi, albanesi. L’Uck accusava la famiglia Durmisi d’essere pro-jugoslavi.

1 febbraio : viene incendiata delle macchine della polizia, degli ufficiali Jugoslavi reagiscono ed uccidono 3 terroristi dell’UCK.

5 marzo: una bomba esplode davanti alla Scuola di lingue dell’università di Pristina. 4 persone vengono ferite gravemente- 2 erano serbi e 2 albanesi-Adryana Dremka, Lindita Maksuti, Borivoje Popovic e Ivan Maksimovic. Una seconda bomba è stata disattivata in tempo.

21 marzo: Podujevol’ Uck spara 5 colpi di pistola contro l’ufficiale di polizia Branislav Milovanovic

25 marzo: vicino al villaggio di Sicevo vengono uccisi Jusuf Haljiljaj e Fehmi Hazirai, entrambi albanesi.

10 aprile a Banjica vicino Glogovac, l’Uck uccide Ramiz Liegka, un lavoratore albanese del comune di Glogovac.

6 maggio a Lozica vicino Klina, Hetem Dobruna operaio albanese viene ucciso.

16 maggio a Srbica vicino Kosovska Mitrovica, Miomir Kikovic e Radisav Blonic, due poliziotti vengono feriti gravemente.

19 giugno: nella zona di Pristina Podujevo e Nis, l’Uck spara contro le macchine della polizia.

3 luglio a Trstenik, nel comune di Glogovac sparano uccidendo Ali Calapek, albanese, operaio membro del partito socialista serbo e membro della commissione elettorale locale.

21 luglio a Pec viene ucciso Miroljub Petrovic

3 agosto a Bradis viene incendiata una macchina della polizia

4 agosto a Rudnik sparano contro una vettura della polizia, gli ufficiali Milomir Dodic e Zoran Boskovic vengono feriti gravemente, alcuni passanti leggermente feriti

23 agosto viene ucciso a Srbica un operaio albanese della forestale: Sadi Morina, la colpa di Morina era quello di "lavorare a servizio per la Serbia".

24 agosto a Zub vicino Djakovicaun albanese Kcira Ndue viene assassinato, mentre il fratello Bekim Ndue viene ferito gravemente

2 settembre Ljimon Krasnici, d’etnia albanese accusato dall’Uck di essere un "traditore" viene

assassinato nella sua casa

12 settembre una dozzina d’attentati vengono compiuti a danni di caserme della polizia di Pec, Glogovac , Decani e a Djiakovica

13 settembre una bomba a mano viene lanciata nella stazione di polizia di Luzano

14 settembre, un’altra bomba mano viene lanciata contro la stazione di polizia di Kijevo

23 settembre: l’Uck , spara a Milan Stanojevic, comandante della polizia municipale di Djakovica Precinct

13 ottobre la stazione di polizia di Calopek viene attaccata da un commando dell’Uck.

16 ottobre conflitto a fuoco tra i terroristi dell’Uck e la polizia di Klincina, Adrijan Krasnici muore.

17 ottobre attacco nel quartiere di Babaloc, vicino Decani dove vivono 120 famiglie di profughi serbi .

18 novembre un deputato albanese della repubblica federale della Jugoslavia, Camil Gasi, viene ferito gravemente.

25 novembre: un commando dell’Uck occupa per 15 ore una stazione di polizia a Srbica.

A Decani nel villaggio di Rznic un ufficiale della polizia Dragic Davidovic viene assassinato e Ljubisa Ilic ferito gravemente, Bojan Trboljevac, Srdjan Pavlovic e Neddeljko Aksentijevic inizialmente feriti , moriranno in ospedale successivamente.

4 dicembre: l’Uck rivendica la responsabilità dell’attentato all’aeroporto di Pristina, del 26 novembre, dove uccisero 5 persone.

15 dicembre :tre macchine con 16 passeggeri civili serbi viene aggredito sulla strada che porta da Srbica a Klina, derubandoli, i tre uomini dell’Uck, secondo le testimonianze portavano addosso delle bombe a mano e dei fucili automatici nuovi, mai visti in Jugoslavia.

19 dicembre: sempre sulla strada tra Klina e Srbica, 8 uomini dell’Uck fermano una famiglia serba, i componenti della famiglia Sapic vengono picchiati, minacciati ed insultati.

25 dicembre: vari attentati, dinamitardi, scontri a fuoco e macchine della polizia incendiate a Podujevo, nel villaggio di Zakut.

 

1998

 

4 gennaio :l’Uck rivendica la responsabilità di una serie d’attentati: nella repubblica macedone, un bomba alla caserma di polizia di Prilep, a quella di Kumanovo e alla corte municipale di Gostivar.

9 gennaio : Djordje Belic viene assassinato nella sua casa a Stepanica

12 gennaio a Stimlje vengono assaltate sette case d’ufficiali di polizia. A Gradac un lavoratore albanese della forestale Sejdi Muja viene ammazzato accusato di essere un "traditore", poiché lavorava nel servizio forestale serbo.

13 gennaio: l’UCK dichiara che il suo stato maggiore si trova a Pristina, e si assumo la responsabilità di aver fatto una serie di attentati in Macedonia, questo per ribadire che oltre il Kosovo. il loro obiettivo e quello di allargare il conflitto sia in Macedonia che in Montenegro..

14 gennaio: La sede centrale del Partito Socialista serbo viene attaccata durante la notte da una sassaiola, rompendo tutti i vetri delle finestre e scrivendo sui muri:" buon anno serbi".

19 gennaio: a Srbica il cimitero ortodosso serbo viene profanato distruggendo numerose tombe.

23 gennaio: il deputato Desimir Vasic del consiglio comunale di Josanica viene ucciso a colpidi pistola.

25 gennaio a Malisevo due poliziotti vengono feriti. Nella stessa notte a Grabanica, i terroristi dell’Uck attaccano la casa la famiglia Dijuric.a Urosevac lanciano una bomba su una casa di un poliziotto.

26 gennaio a Turicevac, sparano con armi automatiche all’elicottero del ministro degli affari interni della Serbia.

27 gennaio: a Turicevac, un gruppo terroristi armato dell’Uck sequestrano Veroslav Vukojcic e Radmila e Zvezdana Vukajlovic, li picchiano selvaggemente e si fanno consegnare 500 marchi tedeschi da Vukojvcic e 850 marchi dalle Vukajlovic.

28 gennaio : la polizia jugoslava sequestra alla famiglia Tahirsljiaja, di Decani, un arsenale di pistole e fucili automatici, di provenienza USA, 7 persone della famiglia fiancheggiatrice dell’Uck vengono arrestate.

A Sibovac l’Uck da fuoco alla casa di Dragoljub Spasic.

10 febbraio: un gruppo dell’Uck appare a New York in una conferenza pubblica, seguita da un ricevimento per raccogliere fondi, vi partecipano 150 albanesi. In questa occasione , l’Uck rivendica di aver ammazzato 50 poliziotti di etnia serba e svariati albanesi "corrotti" solo nel 1997.

15 febbraio: Fik Abdulahu, impiegato albanese nella società elettrica nazionale, viene ucciso mentre si recava a lavoro nei pressi del villaggio Staro Cikatovo.

18 febbraio: l’Uck ritira le armi ad un gruppo albanese di Drenica, poiché questo villaggio non da il supporto necessario alla loro causa, ovvero quelle armi servono per sparare e non per stare rinchiuse dentro le case.

Sparatoria a Dobre Vode contro un posto di blocco della polizia.

19 febbraio a Luzani viene ucciso Nebojsa Cvejic mentre ritornava dal lavoro.

A Podujevo, bombe incediarie vengono lanciate contro le case di serbi profughi dalla Croazia.

20 febbraio: sulla strada Srbica-Klinavengono ammazzati dall’Uck: Miroland Ristic e Zdravko Djiuricic.

22 febbraio: Ali Raci , alòbanese operaio del settore agricolo della compagnia jugoslava viene ucciso nel villaggio di Dobre Vode.

26 febbraio :sparano con fucili automatici e lanciano granate contro i profughi serbi dall’Albania nel campo di Babaloc per tre ore.

27 febbraio :attaccano un altro gruppo di case di profughi serbi dalla Croazia a Srbica.

Vengono sequestrati dalla polizia di Prizren : 12 chilogrammi di esplosivo con relativi timer , un baule di granate e 120 lanciarazzi , alcuni esponenti dell’Uck sono stati arrestati.

28 febbraio: viene fatta saltare in aria la casa della famiglia Culafic del villaggio di Donji Ratis.

Scontro armato tra la polizia e l’Uck , 4 poliziotti rimangono uccisi e diversi feriti.


 

Storia segreta dei negoziati di Rambouillet


http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/

LeMonde-archivio/Maggio-1999/9905lm04.02.html 


La ragione (ufficiale) dell'offensiva contro la Serbia è che Belgrado si era rifiutata di firmare l'accordo detto di Rambouillet. In realtà, i dirigenti jugoslavi ne avevano accettato i principi. Rimaneva da discutere la natura della forza da dispiegare in Kosovo. I serbi escludevano la presenza della Nato, ma avevano escogitato un'altra formula.

di PAUL-MARIE DE LA GORCE *
Il fallimento dei negoziati di Rambouillet sullo statuto del Kosovo proseguiti a Parigi dopo una sospensione di due settimane ha avuto una preistoria, cominciata nell'estate del 1998, quando gli scontri tra l'esercito jugoslavo e i ribelli albanesi hanno spinto la diplomazia americana a ricercare una soluzione politica della crisi, e terminata nel momento in cui il Gruppo di contatto, che si era assunto il compito di gestire l'intero dossier jugoslavo, ha presentato alle due parti il piano, il cui rigetto avrebbe provocato lo scoppio della guerra.
Proprio all'inizio dell'estate 1998 Richard Holbrooke l'ex vice- segretario di stato e mediatore americano nell'ex Jugoslavia giunse a Belgrado accompagnato dall'ambasciatore Usa in Macedonia, Christopher Hill e pretese dal presidente Slobodan Milosevic l'inizio di negoziati con i rappresentanti della comunità albanese del Kosovo. In pratica, con Ibrahim Rugova, vincitore incontestato delle elezioni organizzate all'interno della comunità albanese il 22 marzo 1998. I negoziatori designati da Belgrado si insediarono nel primo hotel di Pristina, capitale della provincia, e attesero a lungo che i loro interlocutori si presentassero. Alla fine, un incontro ci fu, a Belgrado, tra il presidente Milosevic e Rugova. Ma non portò ad alcun accordo politico. L'impasse era dovuta alla mutata situazione nella provincia, dove l'Esercito di liberazione del Kosovo (in albanese, Uck) si era imposto come forza rappresentativa della maggioranza della comunità albanese. Comparso subito dopo gli accordi di Dayton sulla Bosnia, nel dicembre del 1995, l'Uck si proponeva di raggiungere con le armi l'indipendenza del Kosovo. Fece parlare di sé nel febbraio 1996, quando pubblicò il "comunicato n&oord1", in cui rivendicava un attentato contro un campo di profughi serbi di Bosnia. L'Uck intesificò le attività nei due anni successivi e nella primavera del 1998 riuscì a strappare un successo strategico probabilmente decisivo, assumendo il controllo dell'altopiano della Drenica, nel cuore del Kosovo, che divenne la retrovia per tutti i suoi raid nel resto della provincia.
Nacque allora un'aspra competizione tra Rugova e il capofila dell'Uck, Adem Demaqi. Nessun contrasto divide i due uomini quanto all'obiettivo finale: l'indipendenza del Kosovo. Ma le loro personalità e i loro metodi non potrebbero essere più distanti: fautore risoluto del negoziato, il "presidente" Rugova era convinto che il Kosovo potesse, per tappe, accedere all'indipendenza senza passare per la prova di forza. Demaqi, invece, rappresenta la generazione di kosovari decisi a strappare l'indipendenza con le armi, nella logica dello smembramento dell'ex Jugoslavia, grazie all'aiuto delle potenze straniere. In un clima surriscaldato dagli scontri tra le forze jugoslave e la guerriglia, era prevedibile che la comunità albanese scivolasse verso le posizioni radicali dell'Uck e si sentisse solidale con i guerriglieri. Un altro risultato fu lo scontro, inevitabile, tra i fedeli di Rugova e i partigiani di Demaqi, che di fatto ha paralizzato i negoziati intrapresi tra mille difficoltà con i rappresentanti della Federazione jugoslava.
Nel frattempo, la diplomazia americana non rimaneva inerte.
Senza aspettare un incontro e un eventuale accordo tra le due parti, Holbrooke affidò al suo vice, Hill, il compito di elaborare un piano per una soluzione politica nel quadro di alcuni principi inderogabili: l'inviolabilità, almeno in linea teorica, delle frontiere jugoslave, per non creare un precedente che avrebbe rischiato di far saltare altre frontiere nella regione soprattutto quelle della Macedonia. Il Kosovo poi avrebbe goduto di una "autonomia sostanziale" con tutte le competenze interne proprie di uno stato. Infine, la provincia sarebbe stata occupata da forze della Nato, a garanzia dell'applicazione degli accordi conclusi. Insomma, le linee del piano che sarebbe stato presentato più tardi a Rambouillet erano già contenute nel progetto di Hill. Nulla è poi stato cambiato, tanto è vero che questo progetto venne pubblicato quasi integralmente a febbraio dal giornale albanese Koha Ditore. I negoziatori di Rambouillet non hanno fatto altro che riprendere il progetto americano, concepito e redatto da Hill.
Dopo il massacro di Racak, il 15 gennaio 1999, i governi dei paesi del Gruppo di contatto Stati uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Russia annunciarono che avrebbero messo a punto una soluzione politica per la crisi del Kosovo. E pregarono il governo di Belgrado e i rappresentanti della comunità albanese della provincia di venire a prenderne conoscenza e di discuterne attorno a un tavolo. Un invito che aveva la forma dell'ultimatum, almeno verso la Federazione jugoslava, minacciata di rappresaglie militari se si fosse rifiutata di partecipare alla progettata conferenza. In seguito il Gruppo si accordò sui principi fondamentali del piano da presentare alle due parti.
I principi erano dieci: necessità di mettere fine al più presto alla violenza e di rispettare il cessate il fuoco; soluzione pacifica della crisi con il dialogo tra gli avversari; periodo di transizione (ipotizzati tre anni), in cui escogitare una soluzione definitiva; divieto di modificare unilateralmente lo status provvisorio della provincia; integrità territoriale della Jugoslavia e, di conseguenza, degli stati vicini; rispetto dei diritti di tutte le comunità, soprattutto in tema di lingua, istituzioni religiose e insegnamento; elezioni libere e sotto il controllo dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce); immunità giuridsizionale per le azioni commesse durante il conflitto in Kosovo, tranne che per i crimini di guerra o contro l'umanità; amnistia e liberazione di tutti i prigionieri politici; participazione internazionale e cooperazione delle due parti nell'applicazione dell'accordo.
Per il Gruppo di contatto si trattava di principi non negoziabili. Nella loro prima versione furono accettati da Belgrado, ma non dai rappresentanti della comunità albanese, che trovavano imprecisa l'idea di una soluzione definitiva solo al termine di un periodo transitorio di tre anni e volevano che alla fine dei tre anni gli abitanti del Kosovo si potessero pronunciare per l'indipendenza.
A Rambouillet, dove fu presentato il testo completo dell'accordo, le posizione delle due parti non si ammorbidì granché.
Considerata da quel momento come rappresentativa degli albanesi del Kosovo, la direzione dell'Uck insisteva nel rifiutare un accordo che non prevedesse chiaramente il diritto all'indipendenza.
La delegazione jugoslava non pose obiezioni alla parte politica dell'accordo, ma ne rigettò le clausole militari; come previsto dal piano di Hill, il testo prevedeva che il Kosovo sarebbe stato occupato da forze della Nato.
Il rappresentante del governo di Belgrado a Rambouillet, il presidente della Serbia, Milan Milutinovic, accennò alla possibilità di un compromesso, evocando l'idea di una presenza "internazionale" in Kosovo: tutti intesero che si trattava di forze provenienti da paesi diversi, come la Russia, la Grecia o stati dell'Europa occidentale con l'esclusione di truppe alle dirette dipendenze della Nato cioè di un comando americano a sua volta dipendente dal presidente degli Stati uniti. Ma gli occidentali non raccolsero l'idea.
Trasformare il Kosovo in un protettorato Non era questa l'opzione scelta dalla diplomazia americana. Fin dall'inizio quest'ultima aveva puntato sull'accordo della parte albanese e sul rifiuto di Belgrado, il che avrebbe giustificato un ultimatum a Milosevic e, in caso di ulteriori resistenze, l'inizio dei bombardamenti sulla Jugoslavia.
In questo contesto la segretaria di stato Madeleine Albright planò a Rambouillet e, mettendo da parte i ministri europei che fino ad allora avevano condotto i negoziati, prese le redini della trattativa. Ma non riuscì a convincere i rappresentanti della comunità albanese, così che si dovette sospendere la conferenza.
Al tempo stesso, però, cominciarono trattative serrate con la direzione dell'Uck, prima in Macedonia, con l'intermediazione dell'ex candidato repubblicano alla presidenza degli Stati uniti, il senatore Robert Dole, poi, più discretamente, con una delegazione dell'Uck a Washington. Perché sortissero l'effetto desiderato, fu necessario escludere dalla direzione dell'Uck Adem Demaqi, le cui funzioni furono assunte da Hashim Taqi.
Quest'ultimo approfittò della situazione per formare un "governo provvisorio".
Al termine di queste manovre, gli Stati uniti si impegnarono su quattro punti, giudicati essenziali dall'Uck: le elezioni in Kosovo si sarebbero svolte il prima possibile, in modo che i dirigenti della comunità albanese potessero andare quanto prima al governo della provincia; il disarmo delle milizie, previsto dal piano di Rambouillet non avrebbe riguardato le armi individuali, considerate come proprietà personale; la presenza effettiva delle forze della Nato sarebbe stata una garanzia contro ogni attentato allo status provvisorio o definitivo del Kosovo da parte della Jugoslavia; al termine dei tre anni di transizione, l'ipotesi dell'indipendenza della provincia sarebbe stata esaminata se il contesto regionale e internazionale l'avessero permesso.
Così fu raggiunta a Parigi, rue Kléber dove si era trasferita la conferenza di Rambouillet la firma dell'"altra parte", per riprendere la denominazione dei rappresentanti della comunità albanese contenuta nel documento ufficiale. Ma si era anche persa ogni speranza di accordo da parte jugoslava. D'altra parte, i rappresentanti russi in seno al Gruppo di contatto non avevano avallato molti punti del documento finale (1), che fu presentato alle parti solo l'ultimo giorno della conferenza: questo documento non esprimeva più la posizione del Gruppo di contatto.
I punti non sottoscritti dai russi, che portavano i numeri 2, 5 e 7, assumevano una grande importanza se letti alla luce dell'annesso militare del piano, il quale prevedeva l'insediamento di forze della Nato in Kosovo e la loro libertà di movimento in tutta la Serbia. Così, il punto 2 trattava del controllo della polizia e della giustizia da parte dell'Osce. Il punto 5 riguardava l'applicazione delle clausole militari dell'accordo. Il punto 7 prevedeva esplicitamente che in caso di litigio, le due parti sarebbero ricorse alla Nato e solo ad essa.
Come immaginare che i dirigenti jugoslavi potessero dire sì a un piano che trasformava, ai loro occhi, il Kosovo in un protettorato dell'organizzazione militare atlantica? Tanto più che il piano presentato a Rambouillet e a Parigi prevedeva che lo statuto del Kosovo avrebbe prevalso su tutte le disposizioni costituzionali o legislative della Federazione jugoslava, le quali, quindi, non si sarebbero più applicate.
In queste condizioni il negoziato non poteva sfociare in un'intesa. La via della guerra era aperta.

note:

(1) Il testo integrale (in inglese) è disponibile nel sito Internet del Monde diplomatique: Http://www.monde-diplomatique.fr/  (Traduzione di R.L.)

 

 

Popoli e culture balcaniche: la truffa etnica

  http://digilander.libero.it/controcorrente2001/

Popoli%20Balcani2.htm   

Noi non solo abbiamo il piu’ grande interesse a che le popolazioni dell’Oriente [europeo] non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e di frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unita’ ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensi’ piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle.

Heinrich Himmler (Documento riservato del Reich, 15\V\1940, cit. da “KONKRET” n.4/94)  

Tko nece brata za brata, on ce tudjnca za gospodara (Chi ripudia suo fratello finira’ sotto lo stivale straniero).

Proverbio balcanico

 

La guerra in Jugoslavia, sia questa che quella che l’hanno preceduta nell’ultimo decennio, hanno fatto tornare di moda l’aggettivo “etnico”: siamo entrati in guerra per fermare una “pulizia etnica”, le atrocità commesse da ogni parte sono state generate da “odio etnico”, si praticano “stupri etnici”, eccetera. E’ come se la politica e l’economia avessero abbandonato i Balcani, ripiombati in quello che si definisce “un nuovo medioevo”. Premesso che io non credo affatto che sia così, e tornerò su questo punto, mi è sembrato utile dire qualche parola su quali siano le “etnie” che abitano i Balcani e in base a quali parametri esse si identificano e vengono identificate come tali. Il principale parametro identificativo dell’etnia nei Balcani non è l’appartenenza a un “sangue” o a una “lingua”, ma l’appartenenza ad una tradizione culturale. Da un punto di vista “razziale”, i Balcani sono abitati essenzialmente da due popoli, da due “razze”: gli Slavi e gli Albanesi (con minoranze italiane, magiare, rumene e turche).

Gli Slavi sono la maggioranza, sono indoeuropei, sono dilagati nella Penisola balcanica dai Carpazi nel VII secolo e la hanno occupata tutta.

Gli Albanesi sono anch’essi indoeuropei, e, se come pare probabile, la loro lingua discende dall’Illirico, sarebbero ciò che resta degli originari abitanti della penisola, gli Illiri.

Slavi e Albanesi hanno lottato insieme contro i Turchi al momento dell’espansione Ottomana, erano alleati, insieme agli Ungheresi, nella famosa battaglia del Kosovo (1389), che segnò la fine dell’indipendenza serba e dette inizio alla sottomissione quasi totale dell’Impero Bizantino ai sovrani ottomani. Il mitico Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese, lottò per vent’anni (1448-1468) contro i Turchi, e forse avrebbe ottenuto risultati migliori se Venezia e il Papa si fossero decisi ad appoggiarlo. La sua sconfitta consegnò definitivamente le terre albanesi ai Turchi, che le governarono fino al 1913.

Sudditi ottomani divennero anche gli Slavi, in misura maggiore o minore a seconda dell’espansione dell’Impero Ottomano, che, lo ricordo, nel 1680 era giunto quasi alle porte di Vienna. Nel vivo della carne slava passò quindi per secoli la mobile frontiera fra i Turchi e l’Europa.

I popoli slavi sono legati da vincoli etnico-linguistici ben più forti di quelli che legano per esempio i popoli romanzi o quelli germanici, fatte salve alcune aree, come la Scandinavia.

Mentre nel IV secolo d.C. le lingue germaniche sono già ben differenziate, la fine dello slavo comune si colloca alla fine del XII secolo. Quindi, quando parliamo di Serbi, Croati, Bulgari, Montenegrini, Sloveni prima del XII secolo ci riferiamo a collettività più o meno organizzate politicamente, che parlano dialetti della stessa lingua. Questo tra l’altro rese possibile l’uso degli stessi libri e della stessa lingua, lo slavo ecclesiastico antico, nell’evangelizzazione degli Slavi di Bulgaria, di Serbia, di Moravia, della Pannonia e della Rus’ kieviana, tra il IX e il X secolo. Dal canto suo, l’uso di questa stessa lingua quale lingua di cultura compattò l’identità slava anche quando le diverse parlate iniziarono a divergere; e nella Slavia che rimase ortodossa lo slavo ecclesiastico fu sino al XVIII secolo veicolo di una cultura comune e simbolo di una comune appartenenza etnica.

All’interno del mondo slavo, quando questo perde la sua compattezza, gli Slavi balcanici formano un unico grupo linguistico, quello slavo-meridionale (“jugo-slavo”), suddiviso al suo interno in due sottogruppi, quello orientale formato da bulgaro e macedone (quest’ultimo riconosciuto come lingua nel 1945, e prima dialetto occidentale del bulgaro; pensiamo a cosa significa questo in termini di definizione dell’identità e di rivendicazioni territoriali!) e quello occidentale, formato da sloveno, serbo e croato. Quando nell’Ottocento, con la nascita delle nazioni, gli Slavi si pongono il problema della codificazione di una lingua standard, tra i diversi dialetti parlati dai Serbi, dai Montenegrini, dai Musulmani di Bosnia-Erzegovina e del Sangiaccato e dai Croati ne viene scelto uno, comune alla maggioranza dei Serbi e dei Croati: nasce così il serbo-croato, lingua di una comunità slava che si vuole tale al di sopra delle differenze dialettali, religiose e culturali.

Ma quali sono invece le differenze religiose e culturali?

Prendiamo come esempio la Bosnia. Bosnia è il nome di una regione, chiamata così dal fiume Bosna. I Bosniaci sono gli abitanti della Bosnia: non esiste una razza bosniaca né una lingua bosniaca. Attualmente in Bosnia si riconosce l’esistenza di tre etnie: i Serbi bosniaci, i Croati bosniaci e i Musulmani bosniaci. Quest’ultima, l’“etnia” dei musulmani di Bosnia, nasce con la conquista Ottomana: una parte della popolazione indigena della Bosnia, dell’Erzegovina e del Sangiaccato, slava, aderisce alla cultura dei conquistatori e si converte all’Islam, mantenendo però la lingua e le tradizioni culturali dei propri antenati. Questo sincretismo dà anche vta ad una letteratura, che si esprime in lingua slava, elabora motivi del folklore slavo, ma utilizza l’alfabeto arabo. Nello stesso tempo nasce una produzione letteraria che adotta invece la lingua e le tradizioni letterarie arabe, persiane e turche. E’ da questo sincretismo culturale che nasce l’identità dei Musulmani bosniaci, al punto che oggi ci sono Musulmani bosniaci che non sono di fede musulmana, così come ci sono Croati che non sono cattolici e Serbi che non sono ortodossi. A sua volta, l’identità “nazionale” bosniaca che la guerra ha distrutto si sostanziava della coesistenza rara e incredibile di diverse culture (alfabeti, tradizioni letterarie) e religioni all’interno di una popolazione relativamente omogenea dal punto di vista del sangue e della lingua (sangue e lingua slavo-meridionali).

Ma il peso culturale dell’opzione religiosa non vale solo per l’Islam: anche per gli Slavi cristiani il fatto di gravitare nell’orbita della Chiesa di Roma o di quella orientale ha avuto conseguenze fondamentali per la determinazione dell’identità, a partire dall’uso di un alfabeto slavo o latino, per finire alla letteratura, alla filosofia, al diritto, alla concezione del potere, alla mentalità tout court. In genere, nei lunghi secoli di dominazione straniera sono state le chiese a tenere vivo il sentimento di appartenenza a una cultura quando tutti gli altri strumenti, a partire dall’insegnamento in lingua materna, erano negati.

Il processo di autoidentificazione delle diverse comunità slavo-meridionali si è dunque basato su una somma di fattori anche contrastanti: da un lato la comunanza slava, dall’altro le diverse tradizioni culturali e religiose, o anche quelle politiche e amministrative (per esempio il fatto di essere stati amministrati dagli austriaci o dagli ungheresi). Questa duplicità ha reso possibili, a seconda delle circostanze, diverse costruzioni ideologiche. Nel momento della dissoluzione degli Imperi, l’ideologia dominante è stata quella dello jugoslavismo: gli slavi meridionali come parti di una stessa comunità organizzata in un unico stato.

Cento anni dopo, con la fine della Jugoslavia di Tito e dell’intero sistema di equilibri europei, i diversi popoli che ne avevano fatto parte corrono invece a dare vita ad altrettanti stati-nazione. Per farlo, hanno bisogno di proiettare indietro nel tempo le loro storie i comunità nazionali (e qui si impegnano intellettuali, università, accademie), di promuovere processi accelerati e artificiali di differenziazione linguistica, ma soprattutto di assicurarsi il possesso esclusivo di un territorio con lo strumento più semplice e tradizionale: lo “spostamento” di intere popolazioni “rispedite a casa loro” in base di una riscrittura ad hoc della storia e della geografia.

Scoppiano guerre in cui si mescolano interessi diversi, si combatte per la “propria” storia, per la “propria” terra e, naturalmente, per il controllo di porti, ferrovie, centrali elettriche, vie commerciali, oleodotti, sbocchi al mare.  Per non parlare di interessi di altro genere, quelli di chi mesta nel torbido per poter meglio coltivare i propri traffici di armi, droga, denaro sporco, clandestini, ben più facili in paesi dilaniati dalla guerra e, nel caso della Federazione Serbo-Montenegrina, sottoposti a embargo e quindi necessitati a procurarsi svariati prodotti per “vie traverse”.

Cos’ha fatto l’Occidente? Ha salutato la fine della Jugoslavia (fine in gran parte provocata dalle pressioni economiche e politiche dello stesso Occidente) come la vittoria della libertà, chiudendo gli occhi sul pericolo che la separazione così frettolosa portava con sé, ha appoggiato tutti i movimenti separatisti, fino a quelli di matrice criminale e terroristica come oggi l’UCK, ha sottovalutato la frustrazione del popolo Serbo, il più “disseminato” per tutta la ex Jugoslavia e il più vessato dalle “pulizie etniche” (queste sì reali) in Croazia e in Bosnia. Oggi, per completare una frantumazione balcanica che serve solo ai nostri interessi geopolitici, strategici ed economici, bombardiamo la Repubblica Federale di Jugoslavia, ossia, fra le entità politiche sorte dalla vecchia Jugoslavia di Tito, l’unico Stato federale e multietnico che garantisce (almeno in linea di principio, il che non è poco, vista la traumaticità della sua storia recente e le fortissime pressioni destabilizzanti subite) l’autonomia culturale e politica ai soggetti che lo compongono.

Anche a voler credere (e non siamo certo noi fra quelli che ci credono) alla buona fede dell’Occidente, alla sua assoluta mancanza di interessi politici ed economici nell’area, alla sua volontà di cercare una soluzione giusta, che assegni ad ogni popolo la sua terra (quale “sua” terra? E per farci che cosa? Negli interessi di chi?), basta leggere qualche pagina di storia dei Balcani per capire la totale inutilità di un intervento che si prefigga questo scopo. Prendiamo un atlante: se osserviamo le carte politiche, se cioè privilegiamo il principio statuale, ci troviamo di fronte a un susseguirsi frenetico sulle stesse terre di padroni diversi, che dopo secoli di alterne vicende lasciano il posto a grandi imperi sovranazionali: quello Ottomano e quello Austro-Ungarico. Se osserviamo le carte dialettologiche o etniche, ci troviamo di fronte a continue migrazioni e rimescolamenti di popoli che toccano l’apice con il montare della marea turca. Dello stesso Kosovo nessuno sa dire con certezza se appartiene ai Serbi o agli Albanesi, nonostante l’impegno profuso dagli storici di entrambe le parti per provare la “serbizzazione” del Kosovo o, viceversa, l’“albanizzazione” della Vecchia Serbia (Rascia), ottenuta anche grazie a uno straordinario incremento demografico dell’etnia albanese. Non si può dire con certezza a chi appartenga per il semplice fatto che appartiene a tutti e due, così come l’intera Federazione jugoslava appartiene a tutti i popoli che la abitano e a differenza, per esempio, della Croazia di Tudjman, definita nella Costituzione “patria dei Croati”. Se non si convive e se non si vuole la deportazione di una delle due componenti (del resto, settecentomila Serbi sono emigrati negli ultimi dieci anni dalla Croazia e dalla Bosnia) l’unica soluzione è un’ennesima frantumazione territoriale, e poi un’altra ancora (Sangiaccato, Vojvodina e Montenegro sono in lista d’attesa), fino a ridurre i Balcani a un mosaico di staterelli con un pugno di abitanti ognuno (ma finalmente omogenei in base a tutti i parametri, finalmente di “razza pura”), privi di reale autonomia e condannati a essere protettorato di grandi potenze.  

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