FISICA/MENTE

 

 

http://www.cnnitalia.it/2002/MONDO/nordamerica/01/28/guantanamo/ 

 

Rumsfeld: i detenuti di Guantanamo
non sono prigionieri di guerra

28 gennaio 2002
Articolo messo in Rete alle 15:05 ora italiana (14:05 GMT)

GUANTANAMO (CNN) --

Durante la visita al campo Raggi X di Guantanamo, il segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld ha evitato la questione dello status dei detenuti talebani e di al Qaeda, insistendo sul fatto che sono trattati bene.

Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno aspramente criticato l'amministrazione americana per le condizioni del centro di detenzione allestito nella base statunitense a Cuba e hanno sostenuto che i 158 detenuti dovrebbero essere considerati prigionieri di guerra ai quali vanno applicate le Convenzioni di Ginevra. Tra i diritti previsti da queste Convenzioni c'è quello di non collaborare con gli inquirenti.

Il dipartimento di Stato ha suggerito al presidente Bush di prendere in esame la possibilità di applicare tali Convenzioni ai detenuti di Guantanamo, ma senza con questo considerarli prigionieri di guerra.

Al momento, Washington li definisce come "combattenti illegali". E questo punto di vista è stato ribadito da Rumsfeld durante la vista al campo Raggi X: "Al Qaeda è ovviamente parte di una rete terroristica, il contrario di un esercito. Non girano in uniforme con le armi in mostra e con insegne e si comportano in modo diverso dagli eserciti. Sono terroristi".

A Guantanamo talebani e uomini di al Qaeda sono tenuti in celle all'aperto le cui pareti sono grate di metallo. L'amministrazione di Washington ha più volte ripetuto, di fronte alle critiche, che il trattamento loro riservato è umano e rispettoso della loro fede religiosa. Ma i trasferimenti di detenuti dall'Afghanistan a Guantanamo sono stati sospesi, ufficialmente in attesa che le strutture del campo vengano ampliate.

Intanto le autorità Usa hanno fatto sapere che alcuni detenuti hanno assunto un ruolo guida e sembrano intenti a studiare i sistemi di sicurezza. "Abbiamo indicazione che molti hanno ricevuto addestramento e stanno osservando le procedure di sicurezza. Abbiamo visto tentativi di nascondere materiali e coordinare attività. Dato il loro passato, è qualcosa che avevamo previsto", ha detto il generale Michael Lehnert, comandante del campo Raggi X.



Guantanamo, un carcere "fuori legge" http://www.ilnuovo.it/nuovo/TG/articles/0,1344,6572,00.html  

 

 

Le condizioni limite cui sono tenuti i prigionieri di Al Qaeda  nella base militare di Guantanamo, a Cuba, e la natura del loro statuto giuridico stanno inasprendo le polemiche tra due opposti schieramenti. Da una parte gli Stati Uniti, dall'altra l'Onu, Amnesty International, la Croce Rossa Internazionale e il governo britannico. Secondo l'America i detenuti non avrebbero il diritto di appellarsi alla Convenzione di Ginevra come prigionieri di guerra.
(20 gennaio 2002, ore 17:30)
Sospeso il trasferimento dei prigionieri talebani nel super-carcere, dopo l'ondata di proteste per le condizioni di detenzione.
(aggiornamento 24 gennaio 2002, ore 7:00)
Servizio di Guendalina Dainelli

LA RIVISTA DEL MANIFESTO

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/35/35A20030115.html 

numero  35  gennaio 2003 Sommario

Umano non umano

MODELLO GUANTANAMO
Judith Butler  

Judith Butler è una delle figure di maggiore spicco nel panorama internazionale della teoria femminista, e se non la più importante certo la più discussa filosofa femminista statunitense. Docente all'università di Berkeley in California e frequentatrice di Women's Studies europei, ha pubblicato nell'87 il suo primo libro (Subjects of Desire) e nel '90 il secondo, Gender Trouble, testo cruciale per la messa a fuoco delle categorie del sesso, del genere e dell'identità, accolto come un manifesto del lesbismo e della queer theory e tuttora testo cult nei campus americani. Del '93 è Bodies that Matter, tradotto da Feltrinelli nel '95 col titolo Corpi che contano e con una introduzione di Adriana Cavarero, del '97 The Psychic Life of Power. Filosofa di talento e di solida formazione classica, Butler appartiene a quella stagione post-strutturalista che si caratterizza non solo per il suo debito nei confronti dei pensatori della crisi del soggetto (Nietszche, Freud, Foucault, Lacan, Derrida, Deleuze), ma anche per uno stile del pensiero che intreccia e interroga la filosofia con la psicoanalisi, la linguistica, la critica testuale. Femminista dichiarata, Butler appartiene a quella generazione del femminismo americano costitutivamente attraversata e tormentata dalle differenze sociali, etniche e sessuali fra donne e dalla frammentazione dell'identità che ne consegue. Decostruzione della categoria dell'identità, analisi della costituzione del corpo sul confine fra materialità e linguaggio, critica del paradigma normativo eterosessuale e dei dispositivi di inclusione/esclusione, accettazione/abiezione che esso comporta, critica del potere e del biopotere sono gli assi principali del suo lavoro, che sul piano politico sfocia in una strategia di radicalità democratica basata sulla destabilizzazione e lo shifting delle identità. Sia pure latenti, questi assi sono riconoscibili anche fra le righe del testo che qui proponiamo, un atto d'accusa feroce del passaggio di sovranità che negli Stati Uniti si va producendo all'ombra dell'emergenza antiterrorista: fine della divisione dei poteri, progressivo svincolamento del potere politico dalla soggezione alla legge, crollo dello Stato di diritto con le relative conseguenze sul piano del diritto penale (demolizione delle garanzie processuali) e del diritto internazionale (violazione di trattati e convenzioni). Non a caso infatti il ragionamento di Butler si sviluppa a partire dal caso dei detenuti di Guantanamo, che non è solo emblematico del rapporto fra detenzione indefinita e guerra infinita, ma è anche paradigmatico di quel dispositivo simbolico di abiezione dei "corpi che non contano", che nelle società occidentali ordina gerarchicamente le differenze etniche e sociali, penetrando le esistenze individuali, le identità collettive nonché le categorie politiche apparentemente più garanti dell'universalismo dei valori e dei diritti. Fino alla generalissima categoria dell'umano, fondativa dei diritti fondamentali, dalla quale 'gli animali' in gabbia di Guantanamo risultano di fatto esclusi, anzi, per l'appunto, abietti.
Il testo è stato pronunciato da Judith Butler l'estate scorsa in una conferenza presso l'Università di Utrecht; ringrazio Rosi Braidotti per avermelo segnalato.
(ida dominijanni) Il 21 marzo di quest'anno il Dipartimento della Difesa, d'intesa col Dipartimento della Giustizia, ha emanato nuove direttive per i tribunali militari dinanzi ai quali sarebbero stati processati dagli Stati Uniti alcuni dei presunti terroristi detenuti e dei prigionieri catturati, nel paese e a Guantanamo Bay. Ciò che sin dall'inizio è stato sorprendente in questi arresti, e continua a essere motivo di allarme, è che alla maggior parte dei detenuti non sono stati garantiti l'assistenza legale e nemmeno il diritto a un processo. I nuovi tribunali militari sono in effetti una cosa diversa dalle corti di giustizia alle quali i detenuti hanno diritto. Alcuni di loro verranno processati, altri no, e nessuno lo è stato ancora al momento in cui scrivo. Il diritto all'assistenza legale, all'appello e al rimpatrio, sancito dalla Convenzione di Ginevra, non è stato garantito a nessuno dei detenuti di Guantanamo, e sebbene gli Stati Uniti abbiano dichiarato di considerare i Talebani 'coperti' dall'accordo di Ginevra, è ormai chiaro che anche i Talebani non godono dello status di prigionieri di guerra; anzi, nessuno dei prigionieri di Guantanamo ne usufruisce.
In nome di un allarme dettato da ragioni di sicurezza e dall'emergenza nazionale, siamo davanti ad una vera sospensione del diritto nelle sue forme nazionali e internazionali. E insieme con la sospensione del diritto emerge un nuovo modo di esercitare la sovranità dello Stato, che si realizza al di fuori della legge e attraverso una elaborazione delle burocrazie amministrative, per cui i funzionari ora non solo decidono chi verrà processato e chi verrà detenuto, ma si arrogano il potere definitivo di decidere sulla possibilità di detenere qualcuno a tempo indeterminato.
È estremamente importante porsi alcuni interrogativi: in quali condizioni gli uomini cessano di essere titolari dei diritti umani fondamentali, se non universali? Come interpreta il governo degli Stati Uniti queste condizioni? E in quale misura siamo in presenza di una lente razziale ed etnica attraverso la quale si guardano e si giudicano queste vite imprigionate, in maniera tale che le si considera meno che umane o comunque deviate rispetto alla comunità umana riconosciuta? Affermando che alcuni prigionieri saranno detenuti indefinitamente, lo Stato si arroga il potere, prolungato all'infinito, di esprimere un giudizio su chi è pericoloso e non è titolare dei diritti fondamentali riconosciuti dalla legge. Tenendo indefinitamente in stato di detenzione alcuni prigionieri, lo Stato si attribuisce un potere sovrano definibile solo oltre e contro gli ambiti esistenti: civile, militare e internazionale. I tribunali militari possono prosciogliere qualcuno da un reato; tuttavia non solo il proscioglimento è soggetto a riesame amministrativo obbligatorio, ma il Dipartimento della Difesa ha anche chiarito che esso non necessariamente mette fine alla detenzione. Inoltre, secondo le disposizioni del nuovo tribunale, chi rientra sotto la sua competenza non può avvalersi del diritto di appello presso le corti civili degli Stati Uniti. È evidente, dunque, che la legge stessa è o sospesa o considerata uno strumento che lo Stato può usare allo scopo di tenere sotto controllo e sorveglianza una certa parte di popolazione. Lo Stato non è soggetto alla norma giuridica, e la legge può essere sospesa o usata in modo strumentale e non imparziale per rispondere alle esigenze di uno Stato sovrano, che agisce nel nome dell'autoconservazione e, in nome dello stesso principio, estende il proprio potere.
Emergenza indefinita Lo Stato accresce il proprio potere in almeno due modi. Nel contesto dei tribunali militari, i processi sono in realtà strutture consultive per l'esecutivo, poiché è proprio l'esecutivo che non solo decide se un 'detenuto' deve subire o no un processo, ma designa il tribunale, sottopone a revisione il processo e ha l'ultima parola in materia di colpevolezza e innocenza e della pena da comminare, se dovuta. Non esiste alcuna parvenza di separazione dei poteri in simili circostanze, perché questi processi non sono un diritto per i detenuti, che viceversa sono esposti alla volontà (ad libitum) del potere esecutivo. I casi che riguardano i detenuti a tempo indeterminato sono riesaminati periodicamente da funzionari, non dalle corti. Questi atti non hanno fondamento nella legge, ma in un'altra forma di provvedimento. In questo senso sono già fuori dalla sfera giuridica, dato che la decisione, ad esempio, sul quando e sul dove si può fare a meno di un processo e considerare infinita una detenzione non ha luogo all'interno di una procedura legale; non è una decisione presa da un giudice, per ottenere la quale bisogna esibire prove, né una tesi che si dimostra rispettando procedure definite o attenendosi a protocolli precisi di prove e argomentazioni. Si tratta invece di provvedimenti unilaterali emanati da funzionari, funzionari di governo, che suppongono, puramente e semplicemente, che un certo individuo o, per meglio dire, un gruppo costituisca un pericolo per lo Stato. Questa 'supposizione' si verifica nel contesto di una situazione di emergenza che, si sottintende, giustifica la sospensione della legge, incluso il processo dovuto a questi individui. Ma se la detenzione può essere infinita, e tali detenzioni si giustificano presumibilmente sulla base di una situazione di emergenza, allora il governo immagina una situazione di emergenza protratta nel tempo, se non indefinita. La detenzione 'indefinita' del prigioniero non sottoposto a processo - o del prigioniero processato dal tribunale militare e detenuto, a prescindere dall'esito - è una pratica che presuppone il prolungamento indefinito della guerra al terrorismo. E se questa 'guerra' diventa una parte permanente dell'apparato statale, una condizione che giustifica ed estende l'uso dei tribunali militari, allora l'esecutivo configura una propria funzione giudiziaria, tale da calpestare la separazione dei poteri, il principio dell'habeas corpus (per i prigionieri di Guantanamo Bay) e il diritto a un giusto processo.
Questi prigionieri sono detenuti, a tempo indeterminato; essi però non vengono chiamati 'prigionieri', perché se così fosse, entrerebbero in gioco i diritti propri dei prigionieri. Sono detainees, detenuti in attesa di incerti giudizi, e per loro l'attesa può non aver mai fine. Fino a quando lo Stato decide che questa situazione pre-legale sia 'indefinita', afferma che ci sono individui trattenuti dal governo per i quali la legge non si applica, non solo nel presente, ma anche per un futuro indefinito. In altre parole, ci sono individui per i quali la tutela della legge è indefinitamente rimandata. Lo Stato, in nome del suo diritto di proteggere se stesso e, dunque, in nome della sua sovranità, estende il proprio potere aldilà della legge; perché, se la detenzione è indefinita, allora lo è anche l'esercizio illegittimo della sovranità dello Stato. In questo senso, la detenzione indefinita fornisce la condizione per l'esercizio indefinito del potere statale extra-legale. Anche se la giustificazione della mancata celebrazione dei processi, e della concomitante assenza del diritto a un giusto processo, all'assistenza legale, al diritto di appello e così via, è che siamo in una situazione di emergenza nazionale, una situazione che si considera fuori dall'ordinario, tuttavia dalla pratica della detenzione indefinita discende che anche questo potere extra-legale dello Stato si prolungherà a tempo illimitato. Si tratta dunque non già di una circostanza eccezionale, ma di uno strumento attraverso il quale l'esercizio extra-legale del potere dello Stato giustifica se stesso più o meno indefinitamente, ponendosi come fattore più o meno permanente della vita politica degli Stati Uniti.
Prove e processi I tribunali militari si usano non solo per coloro i quali sono stati arrestati all'interno degli Stati Uniti, ma anche per gli alti gradi dell'organizzazione attualmente detenuti a Guantanamo Bay. Il "Washington Post" ha riferito che "c'è poco spazio per l'utilizzazione dei tribunali perché la grande maggioranza dei 300 prigionieri trattenuti presso la base navale americana di Guantanamo Bay, a Cuba, è costituita da manovalanza. I funzionari dell'amministrazione hanno altri progetti per molti dei prigionieri subalterni attualmente a Guantanamo Bay: detenzione indefinita senza processo. I funzionari americani intraprenderebbero questo tipo di azione nei confronti dei prigionieri che a loro avviso potrebbero rappresentare un pericolo di terrorismo anche se non hanno prove di reati compiuti in passato".
"Potrebbero rappresentare un rischio di terrorismo." Questo significa che alla base di una detenzione indefinita senza processo c'è una congettura. Si potrebbe semplicemente rispondere a questi fatti dicendo che qualunque detenuto merita un processo, e credo che questa sia la cosa giusta da dire, e la dico. Ma non sarebbe sufficiente: dobbiamo considerare quale senso avrebbe un processo nei casi in cui un fermato fosse processato presso questi nuovi tribunali militari.
A quale genere di processo ha diritto un qualunque individuo? In questi nuovi tribunali i criteri probatori sono molto vaghi. Di fatto notizie indirette o un semplice 'sentito dire' avranno il valore di prove rilevanti, mentre sarebbero respinti nei processi regolari, tanto nel sistema delle corti civili quanto in quello delle corti militari regolarmente costituite. E se è vero che i processi sono generalmente la sede in cui possiamo verificare se un 'sentito dire' risponde o no a verità, in cui le notizie indirette devono essere documentate da prove persuasive oppure respinte, allora il più profondo significato del processo è stato stravolto dall'idea di una procedura che ammette esplicitamente affermazioni non comprovate, e in cui le affermazioni che sono ammissibili non possono essere valutate in termini di equanimità e con i metodi non coercitivi usati negli interrogatori per raccogliere le informazioni.
Il Dipartimento della Difesa dice esplicitamente che questi processi vengono predisposti "solo per individui che operano a livelli relativamente alti tra i Talebani o in Al Qaeda, contro i quali esistono prove convincenti di terrorismo o di crimini di guerra" (21 marzo 2002). Se i processi sono riservati ai capi contro i quali esistono prove convincenti, questo vuol dire o che i fermati di livello relativamente basso sono coloro a carico dei quali non esistono prove convincenti o che, anche se ci sono prove contro di loro, non hanno diritto di conoscere il capo di imputazione, di preparare una tesi difensiva o di ottenere il rilascio o la sentenza attraverso le normali procedure di un tribunale. Dato che la nozione di 'prova convincente' è stata di fatto riscritta fino a includere prove ritenute convenzionalmente non convincenti, come il 'sentito dire' e le notizie indirette, e dato che esiste una possibilità che gli Stati Uniti ritengano che un tribunale militare nuovo non troverebbe alcuna prova convincente contro i membri di quell'organizzazione, gli Stati Uniti ammettono in effetti che né il 'sentito dire' né le informazioni indirette avrebbero valore di prova per condannare i militanti di basso grado. Dato inoltre che si pensa che sia stata l'Alleanza del Nord a cedere i fermati Talebani e di Al Qaeda alle autorità degli Stati Uniti, sarebbe importante sapere se quell'organizzazione ha avuto fondati motivi per identificare gli individui detenuti, prima che gli Stati Uniti decidessero di fermarli a tempo indeterminato. Se manca questa prova, allora ci si potrebbe chiedere addirittura perché siano detenuti. E se c'è la prova, ma a questi individui non si permette di andare al processo, ci si potrebbe a buona ragione chiedere quale valore venga attribuito a queste vite, visto che si opera come se fossero escluse da quel paniere di garanzie previsto dalle leggi vigenti negli Stati Uniti e dalla legge internazionale sui diritti umani.
Un equivoco dell'umano Il Dipartimento della Difesa ha diffuso foto di prigionieri incatenati e in ginocchio, con le manette ai polsi, la bocca coperta da maschere chirurgiche e gli occhi nascosti da occhialoni scuri. Stando a quanto si dice, a ognuno sono stati somministrati sedativi ed è stata rasata la testa; le celle in cui sono detenuti misurano circa m. 2,44 per 2,44 per m. 2,16 di altezza, sono più ampie delle loro coperture e, come riferisce Amnesty International nell'aprile 2002, notevolmente più piccole di quanto consenta la legge internazionale. C'è da chiedersi se la lamiera chiamata 'tetto' riesca ad assolvere a una qualche funzione di protezione contro il vento e la pioggia. Le fotografie hanno suscitato una protesta internazionale perché quella degradazione - e la pubblicizzazione della degradazione - contravviene alla Convenzione di Ginevra, come ha osservato la Croce Rossa, e perché questi individui sono raffigurati senza volto e in una situazione di completa abiezione, come se fossero animali in gabbia. Lo stesso linguaggio usato dal segretario Rumsfeld durante le conferenze stampa sembra confermare l'idea che i detenuti non sono come gli altri esseri umani che entrano in guerra, ma sono, per questo aspetto, non 'punibili' dalla legge, ma meritevoli di un'incarcerazione eseguita con la forza, immediata e prolungata. Quando gli chiesero perché quegli uomini venissero imprigionati con la forza e trattenuti senza processo, il segretario Rumsfeld spiegò che, se non fossero stati imprigionati, avrebbero ucciso ancora. Insinuava che la detenzione è la sola cosa che impedisce loro di uccidere, che si tratta di esseri la cui sola inclinazione è uccidere: lo fanno come una cosa naturale. Sono pure e semplici macchine assassine? Se è così, non sono esseri umani, che devono essere imprigionati, che hanno diritto a un processo, alle dovute procedure, a conoscere e a comprendere i capi di imputazione. Sono meno che creature umane. Rappresentano, per così dire, un equivoco dell'umano, che fornisce la base allo scetticismo sull'applicabilità della tutela e delle garanzie legali.
Nella conferenza stampa del 21 marzo, il consulente generale del Dipartimento della Difesa, Haynes, risponde alla domanda di un giornalista in un modo che conferma come questo equivoco sia ben vivo e operante nella loro mente. Il pericolo che questi prigionieri rappresenterebbero sarebbe diverso dai pericoli che si potrebbero provare in una corte di giustizia e risarcire attraverso una pena. Un giornalista, preoccupato per il tribunale militare, chiede se un individuo che venisse assolto da questo tribunale sarebbe rilasciato. Haynes risponde: "Se si tenesse un processo proprio in questo momento, si può pensare che qualcuno potrebbe uscirne assolto, ma non potrebbe essere rilasciato automaticamente. Le persone che sono detenute a Guantanamo Bay, a Cuba, sono combattenti nemici che abbiamo catturato sul campo di battaglia mentre cercavano di nuocere ai soldati americani o alleati, e sono persone pericolose. Per il momento, non abbiamo intenzione di rilasciarne nessuno, a meno che non scopriamo che non rispondono a quei criteri. Una volta o l'altra in futuro...". Il giornalista a questo punto interrompe, dicendo: "Ma se non potete condannarli, se non riuscite a provarne la colpevolezza, perchè continuate con il ritornello "pensiamo che siate pericolosi anche se non possiamo imprigionarvi", perché continuate a metterli in carcere?" E dopo qualche scambio di battute, Haynes va al microfono e spiega che "le persone che tratteniamo a Guantanamo sono trattenute per un motivo preciso che non è legato a nessun crimine particolare. Essi non sono trattenuti sulla base del fatto che sono necessariamente criminali". Non saranno rilasciati, a meno che gli Stati Uniti scoprano che "non rispondono a quei criteri", ma non è chiaro di quali criteri Haynes stia parlando. D'altra parte, se è il nuovo tribunale militare che stabilisce i criteri, quel tribunale non garantisce il rilascio del prigioniero, anche qualora lo assolva. La ragione di questo sta nel fatto che del prigioniero si può supporre che sia pericoloso, ma non ci vengono forniti i criteri in base ai quali quel convincimento si forma. Stabilire la pericolosità non è come stabilire la colpevolezza e, a modo di vedere di Haynes, in seguito confermato dai portavoce dell'amministrazione, il potere dell'esecutivo di giudicare pericoloso un detenuto vanifica qualsiasi decisione di colpevolezza o innocenza presa da un tribunale militare.
Sulla scia di questo approccio altamente qualificato ai nuovi tribunali militari, noi pensiamo che questi sono tribunali le cui norme probatorie si allontanano in modo radicale sia dalle norme procedurali delle corti civili sia dai protocolli delle corti militari, che esse vengono usate contro alcuni detenuti, che l'Ufficio del Presidente decide chi ha i requisiti necessari per questi tribunali militari secondari, e che in materia di colpevolezza o innocenza l'esecutivo ha l'ultima parola. Se un tribunale militare assolve una persona, la persona può ancora essere considerata pericolosa, il che vuol dire che la decisione del tribunale può essere vanificata da un giudizio extra-legale di pericolosità. Dato che il tribunale militare è esso stesso extra-legale, ci troviamo di fronte, a quanto pare, alla replica del principio della prerogativa dello Stato sovrano che non conosce confini. A ogni passo del percorso, l'esecutivo decide la composizione del tribunale, designa i suoi membri, stabilisce se chi deve essere processato ne ha diritto, si assume il potere sul verdetto finale; ad alcuni impone il processo e ad altri no; fa a meno della procedura probatoria convenzionale. E giustifica tutto ciò ricorrendo a una decisione di 'pericolosità' che esso solo è in condizione di prendere. Un certo livello di pericolosità porta un essere umano fuori dai confini della legge, e persino fuori dai confini dello stesso tribunale militare, riduce quell'essere umano a una proprietà dello Stato, lo mette in una condizione per cui può essere trattenuto all'infinito. Ciò che vale come 'pericoloso' è ciò che è considerato pericoloso dallo Stato, cosicché, ancora una volta, lo Stato postula che cosa è pericoloso, e nel farlo stabilisce le condizioni per vanificare e usurpare la legge, idea di legge che è già stata usurpata da un tragico facsimile di processo.
Se gli individui sono puramente e semplicemente considerati pericolosi, allora non si tratta più di decidere se siano stati commessi atti criminosi. In effetti 'supporre' qualcuno pericoloso è un giudizio campato in aria che, in questi casi, opera per vanificare quelle decisioni per le quali sono richieste prove. La licenza di stigmatizzare e categorizzare e di trattenere sulla base del semplice sospetto, che si esprime in questa operazione del 'supporre', è potenzialmente enorme. Abbiamo già visto come opera nelle questioni razziali, nella detenzione di centinaia di arabi residenti o di cittadini arabo-americani, talvolta sulla sola base del cognome; si verificano attacchi a individui del Medio Oriente per le strade degli Stati Uniti, e si designano come bersagli i professori nelle università.
In realtà, quando Rumsfeld ha gettato nel panico periodicamente o ha 'allertato' gli Stati Uniti, non ha detto alla popolazione cosa cercare, ma solo di aumentare il livello di sorveglianza rispetto ad attività sospette. Questo panico privo di un oggetto si trasforma troppo rapidamente in sospetto nei confronti di tutte le persone con la pelle scura, specialmente quelle che sono arabe o sembrano tali a una popolazione non sempre abituata a distinguere, per esempio, tra sikh e musulmani o sefarditi o ebrei arabi e pakistani-americani. Una popolazione di persone islamiche, o ritenute islamiche, viene designata come bersaglio da questo mandato del governo di stare su alti livelli di allerta, con il risultato che la popolazione araba degli Stati Uniti viene visivamente accerchiata, fissata, sorvegliata, braccata e controllata da un gruppo di cittadini che si vedono nel ruolo di soldati di fanteria nella guerra contro il terrorismo. Quale genere di cultura pubblica stiamo creando se fuori dalle prigioni, sulla metropolitana, negli aerei, per strada, sul posto di lavoro si attua un certo 'contenimento indefinito'?
Animali fuori controllo Se una persona o una popolazione vengono ritenute pericolose, e non è necessario mostrare o provare alcun atto pericoloso per stabilire che questo è vero, lo Stato stabilisce unilateralmente la popolazione detenuta, sottraendola alla giurisdizione della legge, privandola delle tutele legali a cui i soggetti sottoposti alla legge nazionale e internazionale hanno diritto. Sono popolazioni che non sono soggetti, esseri umani che non vengono concepiti come tali all'interno di un quadro di cultura politica, in cui la vita umana è sostenuta da diritti legali, leggi, e dunque esseri umani che non sono umani.
Abbiamo visto la prova di questa assenza di riconoscimento dell'essere umano nelle foto diffuse dal Dipartimento della Difesa che ritraggono i corpi incatenati di Guantanamo. Il Dipartimento della Difesa non le ha tenute nascoste, anzi le ha rese di pubblico dominio senza problemi. La mia ipotesi è che abbiano interpretato queste fotografie come l'espressione di una vittoria, il ribaltamento dell'umiliazione nazionale, il segno di una difesa ben riuscita della propria reputazione. La reazione internazionale è stata imbarazzata: invece di una sorta di trionfo morale, molti, tra i quali vari parlamentari inglesi e attivisti europei dei diritti umani, vi hanno visto un fallimento morale. Invece di un'operazione di difesa, molti hanno visto vendetta, crudeltà e un disprezzo nazionalista e compiaciuto delle convenzioni internazionali. E parecchi paesi hanno chiesto che i loro cittadini venissero rimandati in patria per essere processati.
Ma c'è qualcos'altro in questa degradazione che richiede un'attenta lettura. C'è una riduzione di esseri umani allo stato animale, quello in cui ci si rappresenta l'animale fuori controllo, ed è perciò necessario privarlo totalmente della libertà. Il linguaggio che gli Stati Uniti usano per descriverli indica che queste persone sono eccezionali, che non possono minimamente essere individui, che bisogna imprigionarle perché non uccidano, che sono realmente riducibili a una brama di uccidere e che i normali codici penali e internazionali non sono applicabili a esseri simili.
Il modo di trattare questi prigionieri è considerato un'estensione della guerra stessa, non un problema post-bellico che attiene a processi e pene appropriati. La detenzione mette fine ai loro crimini. Se non fossero detenuti, e con la forza quando è necessario, certamente comincerebbero a uccidere; sono esseri in guerra permanente e perpetua. Ora è possibile che esponenti di spicco di Al Qaeda parlino in questo modo - Moussaui lo fa -, ma questo non vuol dire che ogni detenuto incarni quella posizione o che abbia l'obiettivo esclusivo di proseguire la guerra. Notizie provenienti anche dalla squadra investigativa di Guantanamo rivelano che alcuni detenuti erano coinvolti nello sforzo bellico solo marginalmente e transitoriamente. Ma lo stesso generale Dunlavey, che fa queste ammissioni, sostiene che il rischio è ancora troppo alto per pensare di rilasciarli. E Rumsfeld cita a supporto della detenzione forzata le ribellioni nelle prigioni afghane, durante le quali i prigionieri hanno cercato di impadronirsi delle armi e di dare vita a una battaglia all'interno del carcere. In questo senso, la guerra non è, e non può essere, finita; esiste la possibilità di guerra nelle prigioni, e c'è una giustificazione per la costrizione fisica, cosicché la prigione post-bellica diventa la prosecuzione del luogo medesimo della guerra. Sembrerebbero in campo le norme che regolano i combattimenti, non le norme che regolano il modo più appropriato di trattare i prigionieri separati dalla guerra stessa. In realtà, se si tratta di una guerra contro il terrorismo, come può finire?
Quando al consulente generale Haynes fu chiesto: "Potete davvero tenere prigionieri questi uomini per anni senza formulare un'accusa, solo per tenerli lontani dalla strada, anche se non li accusate di niente?", rispose: "È nostro pieno diritto, e non credo che qualcuno metta in discussione la nostra facoltà di tenere prigionieri dei combattenti nemici per tutta la durata del conflitto. E il conflitto è ancora in corso e per adesso non ne vediamo la fine" (corsivo mio).
Potere extra-legale L'esercizio del potere sovrano è legato alla situazione extra-legale di questi discorsi ufficiali. Essi diventano lo strumento attraverso il quale il potere sovrano estende se stesso; più riesce a produrre ambiguità, più aumenta di fatto il proprio potere apparentemente al servizio della giustizia. Queste dichiarazioni ufficiali sono anche rappresentazioni mediatiche, un modello di discorso di Stato, che delimita una sfera propria del modo di parlare ufficiale e distinta dal discorso giuridico. Quando molte organizzazioni e Paesi chiesero se gli Stati Uniti stessero rispettando i protocolli della Convenzione di Ginevra relativi al trattamento dei prigionieri di guerra, l'amministrazione cincischiò: sostenne che i prigionieri di Guantanamo venivano trattati in un modo "compatibile con" la Convenzione di Ginevra, non dissero di ritenere che gli Stati Uniti erano obbligati a onorare quella legge o che quella legge aveva valore vincolante per gli Stati Uniti. In realtà, nell'ultimo mese sono stati parecchi i casi in cui gli Stati Uniti hanno considerato la Convenzione di Ginevra non vincolante. Il primo esempio fu quell'affermazione che apparentemente onora la Convenzione, cioè che gli Stati Uniti stanno agendo in un modo compatibile con la convenzione o, in alternativa, che gli Stati Uniti stanno agendo nello spirito degli accordi di Ginevra. Dire che gli Stati Uniti agiscono compatibilmente con gli accordi è come dire che agiscono in modo da non contraddire gli accordi, ma non vuol dire che, in quanto firmatari degli accordi, si considerano vincolati ad essi. Riconoscere quest'ultima proposizione significherebbe riconoscere i limiti che gli accordi internazionali pongono alle rivendicazioni di sovranità. Agire compatibilmente con l'accordo significa definire la propria azione e giudicare quell'azione, sia pure in termini generali, compatibile con gli accordi. Le cose peggiorano, comunque, quando vediamo che certi diritti contemplati negli accordi di Ginevra all'Articolo 3, come il diritto alla consulenza legale, l'informazione sul capo di imputazione, l'esame da parte di una corte regolarmente costituita, il diritto di appello e il rimpatrio tempestivo, non vengono garantiti e non sono in programma. La vicenda si complica ulteriormente, ma forse diventa finalmente più chiara, quando ascoltiamo, come in realtà è avvenuto, che, ebbene, nessuno dei detenuti di Guantanamo deve essere considerato prigioniero di guerra secondo la Convenzione di Ginevra, perché nessuno di loro appartiene a "eserciti regolari". Sotto pressione, l'amministrazione Bush ha riconosciuto che i Talebani sono coperti dalla Convenzione di Ginevra, in quanto rappresentanti del governo afgano, ma non hanno diritto a essere considerati prigionieri di guerra in nome di quell'accordo. In realtà l'amministrazione ha finalmente detto con grande chiarezza che l'accordo di Ginevra non è stato pensato per questo genere di guerra, e dunque sono anacronistiche le clausole concernenti chi è o non è considerato prigioniero di guerra, chi ha o non ha titolo a godere dei diritti che tale condizione garantisce. L'amministrazione perciò respinge l'accordo in quanto anacronistico, ma afferma di agire in coerenza con esso.
Quando si manifestò un'indignazione diffusa, in risposta alla pubblicazione dei corpi incatenati di Guantanamo, gli Stati Uniti asserirono che stavano trattando con umanità questi prigionieri. L'espressione 'con umanità' fu usata assai di frequente, insieme con l'affermazione che gli Stati Uniti stavano agendo in modo compatibile con la Convenzione di Ginevra. È importante ricordare che uno dei compiti della convenzione di Ginevra era stabilire che cosa qualifica o no come umano il trattamento dei prigionieri di guerra. In altre parole, si trattava di cercare di stabilire un significato universale dell'espressione "trattamento umano" e di accordarsi su quali dovessero essere le condizioni da soddisfare prima che di affermare che veniva offerto un trattamento umano. L'espressione "trattamento umano" ha ricevuto così considerazione giuridica, e il risultato è stato un insieme di condizioni, formulate esplicitamente, che, se soddisfatte, configurano un trattamento umano. Quando dunque gli Stati Uniti dichiarano di trattare i prigionieri con umanità usano l'espressione a modo loro e per i loro scopi, ma non accettano che l'accordo di Ginevra stabilisca come si dovrebbe legittimamente usare. In realtà, riprendono l'espressione dall'accordo proprio nel momento in cui proclamano di agire compatibilmente con l'accordo. Ma, nello stesso momento, sostengono in realtà che l'accordo non ha potere su di loro. Analogamente, se gli Stati Uniti dicono di riconoscere che i Talebani devono essere considerati coperti dalla Convenzione di Ginevra, ma poi dicono che nemmeno i soldati talebani hanno titolo allo status di prigionieri di guerra, in realtà mettono in discussione il valore vincolante dell'accordo. Dato che l'accordo afferma che deve essere costituito un tribunale competente per decretare la condizione di prigioniero di guerra, e che tutti i prigionieri devono essere trattati come prigionieri di guerra fino a diversa decisione del tribunale competente, e dato che gli Stati Uniti non hanno provveduto a nessuno di siffatti tribunali e hanno preso unilateralmente le proprie decisioni, gli Stati Uniti disattendono ancora una volta i termini dell'accordo: il risultato è che il 'riconoscimento' che i Talebani sono coperti da un accordo che gli Stati Uniti considerano non-vincolante è di fatto privo di valore, specialmente quando continuano a negare lo status di prigionieri di guerra agli stessi individui che apparentemente riconoscono.
Gli Stati Uniti mostrano tracotanza, se non disprezzo, sia rispetto alla propria Costituzione che ai meccanismi del diritto internazionale, riducendo il diritto a strumento dello Stato o sospendendo la legge nell'interesse dello Stato. Quando un giornalista chiese ai rappresentanti del Dipartimento della Difesa perché si volesse un sistema di tribunali militari, dato che esistono già un sistema di corti civili e uno di corti militari, risposero che avevano bisogno di un altro 'strumento', viste le nuove circostanze. La legge non è ciò a cui lo Stato è soggetto, non è ciò che distingue tra azione statale legittima o illegittima, ma viene ora espressamente intesa come strumento, strumento di potere, che si può applicare o sospendere a piacere. La sovranità consiste ora nell'applicazione incostante, nel contorcimento e nella sospensione del diritto; è, nella sua forma corrente, un rapporto col diritto: di sfruttamento, strumentale, sprezzante, vanificante, arbitrario.
Partecipando a un programma della rete C-SPAN nel febbraio scorso, Rumsfeld apparve esasperato dai problemi legali sul caso Guantanamo, che in quel momento riguardavano soprattutto il trattamento umanitario e la condizione di prigionieri di guerra. Egli invece fece più volte riferimento a un concreto obiettivo militare e pubblico per giustificare il trattamento dei prigionieri a Cuba. Si chinò sul microfono ed esclamò che cercava solo di tenere questi individui lontani dalle strade e dalle centrali nucleari, in modo che non potessero uccidere. Dunque, bisogna che le persone siano messe in carcere perché non uccidano. Rispondendo a chi gli chiedeva se esse potessero aspettarsi dei processi, disse di ritenerlo ragionevole, senza tuttavia assumere alcun impegno in tal senso. Ma ancora una volta non capiva che il Dipartimento della Difesa è comunque tenuto ad agire tempestivamente in quella direzione dopo la conclusione di un conflitto o, per meglio dire, a impegnarsi a seguire la legge internazionale che ne fa un preciso obbligo e un diritto non subordinato ad alcuna condizione. Era "perfettamente ragionevole" tenerli lontani dalle strade, disse, in modo che non potessero uccidere. E dunque quel che sembra perfettamente ragionevole è la base di quel che lui e il governo stanno facendo, e la 'legge' è lì certamente per essere consultata, e le convenzioni internazionali sono lì come una sorta di modello, ma non come schema d'azione obbligatorio. L'azione è autonoma, al di fuori della legge: guarda alla legge, la prende in considerazione, la consulta, forse in qualche occasione opera persino in modo compatibile con essa. Ma l'azione è di per sé extra-legale, e si considera giustificata in quanto tale. In realtà la legge sembrava infastidire Rumsfeld. Rispondendo a tutte queste domande sui diritti e sulle responsabilità legali, sottolineò che intendeva lasciare questi problemi ad altri, a persone che, al contrario di lui, non avevano abbandonato gli studi giuridici. E poi rise, come se avesse inaspettatamente offerto una qualche lodevole prova della sua virilità americana. L'ostentazione della forza indifferente alla legge si condensava già prima nello slogan di Bush "vivo o morto", riferito a Osama bin Laden, e Rumsfeld sembra continuare nella situazione attuale questa tradizione senza scrupoli di una giustizia da vigilanti.
Non si preoccupa delle lamiere usate come tetti sulle celle in cui si trovano i prigionieri. Dopo tutto, dice convinto, sono stato a Cuba, e lì c'è bel tempo. E poi, come se questi problemi fossero zanzare intorno alle sue caviglie in un giorno di gran caldo a Cuba, dichiara: "Non sono un avvocato. Non mi interesso di quell'aspetto del problema".
Terrorismo Potreste dedurre che io voglio solo che venga rispettata la legge. E in un certo senso questo è, almeno in parte, ciò che voglio. Ma ho anche un problema rispetto alla legge. E credo che dovrebbe essere sottoposta a critica e a revisione. Ho scritto su questo tema su "The Nation" del 1° aprile 2002, e non voglio riprendere qui tutte le argomentazioni di allora. Ma in breve, sono preoccupata, ragionevolmente preoccupata, del fatto che la Convenzione di Ginevra è, in parte, un discorso di civiltà, e non sancisce in nessun luogo un diritto alla tutela dalla degradazione e dalla violenza e i diritti a un giusto processo in quanto diritti universali. Altre convenzioni internazionali lo fanno, e molte organizzazioni per i diritti umani sostengono che si può e si deve interpretare la Convenzione di Ginevra come valida per tutti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha sostenuto questa tesi pubblicamente (8 febbraio 2002). Kenneth Roth, direttore dello Human Rights Watch, ha argomentato con forza che ai prigionieri di Guantanamo devono essere garantiti quei diritti (28 gennaio 2002), e il Memorandum di Amnesty International al governo degli Stati Uniti (15 aprile 2002) chiarisce che cinquant'anni di diritto internazionale hanno costruito una presunzione di universalità, codificata chiaramente nell'Articolo 9 (4) dell'International Covenant on Civil and Political Rights, ratificato dagli Stati Uniti nel 1992. Posizioni analoghe sono state prese dalla International Commission on Jurists (7 febbraio 2002); e il gruppo di esperti dei diritti umani della Organization for American States ha fatto la stessa affermazione (13 marzo 2002), appoggiato dal Center for Constitutional Rights.
Di conseguenza il ricorso alla Convenzione di Ginevra, redatta nel 1949, intesa come unico documento regolativo di questa tematica, è in se stesso problematico. Bisogna assolutamente stabilire e applicare un criterio selettivo per il problema che attiene a chi abbia o non abbia diritto alla protezione in base alle clausole in essa contenute. In un certo senso, la Convenzione di Ginevra dà per scontato che certi prigionieri non possano essere protetti dal suo statuto, e privilegia chiaramente quei prigionieri che provengono da guerre tra Stati ben individuabili. In effetti, nella misura in cui la Convenzione di Ginevra dà appiglio a una distinzione tra combattenti legali e illegali, opera una distinzione tra violenza legittima e illegittima. La violenza legittima è quella operata da Stati o 'Paesi' riconoscibili, come dice Rumsfeld, e la violenza illegittima è precisamente quella commessa da chi è senza terra, senza Stato.
Nel clima attuale questa formulazione accresce la sua forza visto che varie forme di violenza politica vengono chiamate 'terrorismo', non perché ci siano tipi di violenza distinguibili gli uni dagli altri, ma perché così si caratterizza la violenza commessa da, o in nome di, autorità considerate illegittime dagli Stati riconosciuti. Il risultato è che Ariel Sharon liquida radicalmente e totalmente l'Intifada palestinese come 'terrorismo', proprio lui che usa senza scrupoli la violenza di Stato per distruggere cose e persone. L'uso del termine 'terrorismo' serve dunque per delegittimare certe forme di violenza attuate da entità politiche non statuali, nel momento stesso in cui sancisce una risposta violenta da parte degli Stati riconosciuti. Ovviamente questa è una tattica usata da molto tempo, perché gli Stati coloniali devono vedersela con i palestinesi o con i cattolici irlandesi, e fu anche una tesi sostenuta contro la ANC in Sudafrica.
Ma la nuova forma che queste argomentazioni stanno assumendo e la naturalezza di cui si rivestono non fanno che accrescere le conseguenze estremamente dannose che esse proiettano sulla lotta per l'autodeterminazione palestinese. Israele trae vantaggio da questa formulazione non ritenendosi responsabile verso alcuno Stato di diritto proprio nel momento in cui si sente impegnato in una autodifesa legittima, in virtù del fatto che si tratta di violenza di Stato. Nell'ambito della concettualizzazione della violenza mondiale, 'terrorismo' diventa il nome per descrivere la violenza della guerra illegittima, mentre quella legittima diventa prerogativa di chi può fare affidamento su un riconoscimento internazionale in quanto Stato legittimo.
Il fatto che questi prigionieri siano visti come semplici contenitori di violenza, come sostiene Rumsfeld, indica che essi non diventano violenti per lo stesso ordine di ragioni degli altri esseri politicizzati, che la loro violenza è in qualche modo costitutiva, senza ragioni e infinita, se non innata. Se questo è terrorismo piuttosto che violenza, è azione che non ha alcuno scopo politico, o che non si può leggere politicamente. Nasce, come si dice, dai fanatici, dagli estremisti, che non sposano un punto di vista, esistono al di fuori della 'ragione', e non hanno posto nella comunità umana. Che sia terrorismo o estremismo islamico vuol dire solo che la de-umanizzazione che l'orientalismo già provoca è elevata all'ennesima potenza, così che l'unicità e l'eccezionalità di questo tipo di guerra la rende esente dalle presunzioni e dalle protezioni dell'universalità e della civiltà.
Quando ad essere chiamata in causa è la stessa condizione umana dei prigionieri, è segno che abbiamo usato uno schema troppo angusto per comprendere l'umano e abbiamo mancato di espandere la nostra concezione dei diritti umani, fino a potervi includere anche coloro i cui valori possono mettere alla prova i limiti dei nostri. L'immagine dell'estremismo islamico è molto riduttiva in questo momento, data l'estrema ignoranza sulle varie forme politiche e sociali che l'Islam assume, le tensioni, per esempio, tra i musulmani sunniti e sciiti, e l'ampia gamma di pratiche religiose che hanno poche implicazioni politiche, se pure ne hanno, o le cui implicazioni politiche sono pacifiste. Se presumiamo che ogni essere umano va alla guerra come noi, o che la violenza che usiamo è violenza che ricade nell'ambito della natura umana riconoscibile, facciamo uso di una cornice culturale limitata e limitante per comprendere quello che si deve intendere per umano. Essere umani implica molte cose, una delle quali è che siamo esseri che devono vivere in un mondo in cui ci sono e ci saranno scontri di valori, e che questi scontri sono un segno di quel che è una comunità umana. Una prova della nostra reale umanità è verificare se continuiamo a far valere una concezione universale dei diritti umani nei momenti di risentimento e di incomprensione, proprio quando pensiamo che gli altri si siano messi al di fuori della comunità umana quale noi la conosciamo. Sbagliamo, perciò, se pensiamo che una sola definizione, o un solo modello di razionalità, possa essere l'unico elemento distintivo dell'umano, e poi procediamo per deduzioni da quella visione precostituita dell'umano fino a tutte le sue varie forme culturali. Quella strada ci porterebbe a chiederci se alcuni esseri umani che non incarnano la ragione e la violenza nel modo stabilito dalle nostre definizioni sono ancora umani o se sono "eccezionali" (Haynes) o "unici" (Hastert) o "davvero cattivi" (Cheney), visto che ci presentano un caso limite dell'umano, che, sfortunatamente, non abbiamo finora accolto.
Ripensare l'umano Affrontare quello che per qualcuno è un caso limite dell'umano è una sfida per ripensare l'umano. E il compito di ripensare l'umano fa parte del percorso democratico di una dottrina dei diritti umani in evoluzione. Non dovrebbe essere sorprendente trovare che esistono schemi razziali ed etnici attraverso i quali generalmente si forma ciò che è riconoscibile come umano. Un'operazione critica di ogni cultura democratica è contestare questi schemi, permettere a un insieme di strutture dissonanti e sovrapponentesi di diventare visibili, accettare le sfide della traduzione delle culture, specialmente quelle che emergono quando ci troviamo a vivere in prossimità di coloro i cui valori e convincimenti sfidano i nostri a livelli davvero fondamentali. Cosa ancora più importante, non si tratta del fatto che 'noi' abbiamo un'idea comune di quello che è umano, perché gli americani sono formati da molte tradizioni, incluso l'Islam in varie forme, dunque ogni valutazione di sé radicalmente democratica dovrà venire a patti con l'eterogeneità dei valori umani. Questo non è un relativismo che indebolisce le rivendicazioni universali; è la condizione per cui si potrà articolare una concezione concreta e aperta dell'umano, il modo in cui le concezioni dell'umano anguste e implicitamente limitate dal punto di vista razziale e religioso dovranno lasciare il posto a una concezione più aperta di come ci pensiamo in quanto comunità globale. Non comprendiamo ancora i modi, e in questo senso la legge dei diritti umani deve ancora imparare a conoscere il significato pieno dell'umano. È, potremmo dire, un compito continuo dei diritti umani rielaborare l'umano quando la loro presunta universalità non ha campo d'azione universale.
Il problema di chi viene trattato umanamente presuppone che risolviamo prima il problema di chi conta o no come essere umano. Ed è questo il punto in cui il dibattito sulla civiltà occidentale e l'Islam non è solo un dibattito accademico, una strampalata caccia all'orientalismo da parte di Bernard Lewis, Samuel Huntington e simili, che con regolarità producono resoconti monolitici dell''Est', combattendo i valori dell'Islam con i valori della 'civiltà' occidentale. In questo senso, 'civiltà' è un termine che lavora contro una concezione aperta dell'umano, un termine che non trova posto in un internazionalismo che prende seriamente l'universalità dei diritti. Il termine 'civiltà', e ciò che ne consegue nella pratica, determina una produzione dell'umano differenziata e offre uno standard culturalmente limitato di quello che si presume essere l'umano. Non è solo che alcuni esseri umani sono trattati come esseri umani e altri vengono de-umanizzati; è che la de-umanizzazione diventa la condizione per produrre l'umano fino al punto che una civiltà 'occidentale' definisce se stessa al di sopra e contro una popolazione considerata illegittima per definizione, e umana con qualche dubbio.
Il problema è, piuttosto, come una nozione falsa di civiltà fornisca la misura in base alla quale si definisce l'umano nello stesso momento in cui una distesa di cosiddetti esseri umani, spettralmente umani, decostituiti, vengono mantenuti e detenuti, fatti vivere e morire all'interno di una sfera di vita extra-umana ed extra-giuridica. Non è solo il trattamento disumano dei prigionieri di Guantanamo, che attesta che questi esseri incatenati sono, politicamente, indegni dei diritti umani fondamentali. Vediamo all'opera un capriccioso proceduralismo estraneo alla legge, e la trasformazione del carcere nel luogo in cui diventano più forti certi metodi operativi non vincolati alla legge, senza relazione col processo, con la pena e con i diritti dei prigionieri. Vediamo, in effetti, lo sforzo di mettere in piedi un sistema giudiziario secondario e una sfera di detenzione non-legale, che di fatto fa della prigione stessa una sfera extra-legale mantenuta dal potere extra-giudiziario dello Stato.
Legge e sovranità Potrebbe sembrare che il sottinteso normativo della mia analisi sia l'idea che lo Stato deve essere vincolato alla legge e non considerare la legge come qualcosa di meramente strumentale o superfluo. È vero. Ma non mi interessa il principio della legge di per sé, bensì il posto che la legge occupa nell'articolazione di una concezione internazionale dei diritti e degli obblighi che limitano e condizionano le pretese della sovranità dello Stato. Sono ben consapevole che i modelli internazionali possono essere sfruttati a proprio vantaggio da coloro i quali esercitano il potere, ma penso che un nuovo internazionalismo debba nondimeno battersi per i diritti delle persone senza Stato e per le forme di autodeterminazione, che non si risolvano in forme capricciose e ciniche di sovranità dello Stato. Autodeterminazione per un dato popolo, a prescindere dalla situazione attuale dello Stato, non è la stessa cosa dell'esercizio extra-legale della sovranità allo scopo di sospendere i diritti alla cieca. Ne consegue che non può esserci esercizio legittimo di autodeterminazione che non sia condizionato e limitato da una concezione internazionale dei diritti umani, che fornisca una cornice vincolante per l'azione dello Stato. Sono favorevole, per esempio, all'autodeterminazione palestinese, e anche alla creazione dello Stato palestinese, ma quel processo dovrebbe attuarsi con il supporto e i vincoli dei diritti umani internazionali. Analogamente, sono ancora più appassionata alla rinuncia di Israele alla religione come prerequisito per i diritti di cittadinanza, e credo che nessuna democrazia contemporanea possa e debba basarsi su condizioni di partecipazione escludenti, come la religione.
L'amministrazione Bush ha rotto negli ultimi due anni numerosi trattati internazionali, molti dei quali avevano a che fare con il controllo e il traffico delle armi, e molti di questi annullamenti sono stati decisi prima degli eventi dell'11 settembre. Anche la richiesta degli Stati Uniti di una coalizione internazionale dopo quegli eventi era tale da lasciar presumere che gli Stati Uniti avrebbero stabilito i termini, preso l'iniziativa, determinato il criterio per l'adesione e capeggiato gli alleati. Questa è una forma di sovranità che cerca di assorbire e strumentalizzare la coalizione internazionale, più che sottoporla a una prassi di autolimitazione, in virtù dei suoi obblighi internazionali. Analogamente l'autodeterminazione palestinese verrà assicurata in quanto diritto solo se esiste consenso internazionale sul fatto che di fronte a un esercizio violento e smisurato delle prerogative sovrane da parte di Israele bisogna far valere questi diritti. Il mio timore è che la detenzione indefinita dei prigionieri di Guantanamo, dove non sono possibili diritti di appello presso le corti federali, diventerà un modello per marchiare e gestire i cosiddetti terroristi nelle varie parti del mondo in cui non sono immaginabili appelli ai diritti e alle corti internazionali, e che vedremo risorgere una sovranità dello Stato violenta e autoesaltantesi, a scapito di ogni impegno alla cooperazione mondiale, che possa appoggiare e ridistribuire in modo totalmente nuovo i diritti di riconoscimento dovuti a qualsiasi essere umano. Dobbiamo ancora diventare umani, a quanto sembra, e per il momento questa prospettiva sembra ancor più radicalmente in pericolo, se non preclusa per un tempo imprecisato.
(traduzione di Maria Caterina Dominijanni)

Roma, 19:25


Iraq, Amnesty: foto iracheni nudi, legati, con soldati Usa



Quattro giovani iracheni camminano in un parco completamente nudi e scalzi con le mani legate dietro la schiena, seguiti a qualche passo di distanza da soldati americani in divisa e armati. E'una delle fotografie pubblicate con grande risalto oggi dal più diffuso quotidiano norvegese "Dagbladet", per la quale Amnesty International si è detta "profondamente turbata" e ha sollecitato le autorità americane ad "aprire un'inchiesta sull'episodio e a renderne pubbliche le conclusioni".

"I metodi americani in Iraq: li denudiamo" è il titolo della foto a colori che occupa tutta la prima pagina di Dagbladet. Un altro scatto ritrae invece un iracheno a torso nudo con una scritta in arabo "Alì Baba-ladro" sul petto.

"L'articolo - riferisce Amnesty - cita una fonte militare Usa secondo la quale questo trattamento costituisce un metodo efficace per dissuadere i ladri dall'entrare nel parco Zawra di Baghdad, dove sono state scattate le foto, e pertanto verrà utilizzato ancora. Un altro militare statunitense avrebbe dichiarato che i soldati Usa non sono autorizzati a trattare i prigionieri in modo inumano".

"Se queste fotografie sono vere, - sottolinea l'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani - siamo di fronte ad un'agghiacciante modo di trattare i prigionieri. Questi trattamenti degradanti sono una evidente violazione delle responsabilità delle potenze occupanti ".(red)

25 aprile 2003


Washington, 23:35


Guantanamo, Myers: minori dentenuti "pericolosi terroristi"



Secondo il capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, generale Richard Myers, i minori detenuti nella base navale statunitense di Guantanamo sono "pericolosi terroristi". La dichiarazione di Myers è stata fatta in una conferenza stampa tenuta insieme al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.

La presenza di minorenni fra i detenuti di Guantanamo era stata ammessa ieri dalle autorità militari statunitensi, secondo le quali sono "meno di una mezza dozzina" e rinchiusi in aree separate rispetto ai prigionieri adulti.

Oggi, Myers ha sottolineato che "nonostante la loro età, si tratta di gente molto pericolosa", che è necessario tenere rinchiusa per evitare possibili attentati. "Alcuni di loro hanno ucciso - ha spiegato Myers - e altri hanno dichiarato l'intenzione di uccidere ancora. E anche se possono essere minori, non stiamo parlando di una banda di quartiere, ma di qualcosa di molto più grave, di una banda terroristica". E la loro prigionia, ha specificato Myers, è stata decisa "per un'ottima ragione, che è la nostra sicurezza".

Rumsfeld, dal canto suo, ha assicurato che quei prigionieri "non sono bambini", e che "tutto ciò che si fa a Guantanamo viene fatto in modo legale".

I ragazzi vengono guardati a vista da secondini abituati a trattare con i minori e ricevono anche lezioni per imparare a leggere, scrivere e fare di conto.

Secondo le autorità statunitensi, ai detenuti di Guantanamo viene riservato un trattamento adeguato alla Convenzione di Ginevra. Nel frattempo, gli Usa hanno sempre rifiutato di attribuire loro uno status di prigionieri di guerra, lasciandoli in una limbo giurisdizionale nel quale i tribunali stranieri non possono inserirsi in alcuna maniera. Fra l'altro, a nessuno di loro è stata mossa una precisa accusa. I rilasciati sono stati finora venti. (red)

25 aprile 2003


 

 

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