FISICA/MENTE

La base americana a Cuba trasformata in carcere
per i Taliban catturati in Afghanistan


I prigionieri incappucciati nelle gabbie di Guantanamo


Centosessanta celle, quattro torri
fari accesi tutta la notte per sorveglianza


di RUI FERREIRA


GUANTANAMO
- Nelle loro celle che assomigliano pericolosamente a gabbie per animali, i prigionieri della guerra dell'Afghanistan confinati a Guantanamo si trovano letteralmente alla mercé dei venti. "Se arriva un uragano questa gente si bagnerà, si bagnerà molto", dice senza nascondere un sorriso tra le labbra il tenente colonnello Bill Costello, portavoce del centro di detenzione XRay, situato a mezzo miglio appena dalla frontiera con Cuba.
Il nome dell'accampamento che ospita già 158 prigionieri è in sé già un'ironia. Le celle misurano due metri per due e si trovano praticamente all'aria aperta. Hanno un tetto di compensato e pavimento di cemento, ma invece di pareti sono avvolte da due file di fil di ferro che le danno l'aspetto di una gabbia.

Siccome non ci sono pareti, le guardie hanno una visione completa di ciò che fanno i detenuti, come se si trattasse, per l'appunto, di una macchina a raggi X. "È una collocazione provvisoria finché non sarà terminata la prigione che dobbiamo costruire", spiega Costello. Il problema è che non c'è una data in vista per il completamento di questa costruzione, che d'altronde non è stata nemmeno iniziata. Una volta cominciati i lavori, le prime 300 unità non sarebbero pronti prima di 55 giorni.
La Base Navale di Guantanamo, sulla costa sud-occidentale di Cuba, è sotto amministrazione statunitense dal 1903. Quando arrivò al potere nel 1959, Fidel Castro denunciò l'accordo, bloccò l'accesso alla base, tagliò la fornitura di acqua potabile e la circondò di mine e di una recinzione rafforzata. Da allora, il recupero della base è diventata nel discorso ufficiale cubano una questione di sovranità.

I militari non potrebbero aver scelto un posto migliore per costruire il campo XRay. Vicino alla frontiera con Cuba si trova la zona più arida e asciutta di tutta la base. Lì la temperatura a metà della mattina raggiunge facilmente i 40 gradi centigradi. La brezza c'è appena.
Ci sono 160 celle, una baracca per la polizia militare che li guarda, quattro torri di controllo, una piccola infermeria da campo, circa 30 latrine portatili e due recinzioni attorno a tutto il perimetro. La sera, vengono accese 16 potenti fasci di luce che non sono spenti per tutta la notte. Sono tanto forti che danno l'idea che il sole non tramonti mai nell'accampamento XRay.

"Le guardie devono avere una visione totale e assoluta di quello che fanno i detenuti", dice il colonnello Terry Caricco, capo dell'accampamento. I militari autorizzano la stampa ad avvicinarsi a circa 200 metri dal posto e controllano costantemente i loro movimenti all'interno della base, l'uso di binocoli è indispensabile per vederli. Le regole per i giornalisti sono così severe che ai fotografi è vietato usare obiettivi che superino i 200 millimetri. È perché non si possa identificarli, secondo la spiegazione dei portavoce militari. Lo stesso succede con l'arrivo alla base da Kandahar. La stampa può assistere allo sbarco da una collina adiacente alla pista principale dell'aeroporto, ma non si può fotografare in maniera assoluta. Di fatto, le uniche fotografie dei prigionieri che scendono dagli aerei è possibile scattarle grazie a Fidel Castro, che ha dato accesso alla stampa internazionale a un osservatorio dalla parte cubana in una collina adiacente alla pista. I portavoce dei militari ammettono in privato che è una situazione ridicola, ma spiegano che il comandante della base, il generale Michael Lehnert, ha deciso che non si possono fotografare gli arrivi. E gli ordini sono ordini.

Sabato scorso, il C141 della forza aerea ha toccato terra nell'aeroporto della base alle 2.09 del pomeriggio. Cinque minuti più tardi si è fermato davanti a un gruppo di ufficiali della base e di personale di terra all'inizio di una delle piste. Con i motori ancora accesi, quattro camionette con a bordo fanti di marina armati di mitragliette di grosso calibro hanno circondato il velivolo, mentre attorno si spiegavano circa 30 agenti antisommossa, armati da caschi con la visiera di plastica, scudi e manganelli elettrici.
Una immensa struttura metallica di colore blu, con tazze e lavelli rudimentali, è stato ciò che è sceso per primo dall'enorme pancia dell'aereo. "Sono bagni portatili", ha detto Costello. "Nei voli normali hanno le porte, ma le hanno tolte per questo viaggio".

I prigionieri sono scesi 25 minuti più tardi, uno a uno, scortati da due uomini della polizia militare con casco e guanti di gomma gialli. Ma hanno potuto appena vedere, sentire o annusare l'ambiente nel quale si trovavano, giacché sono arrivati con occhi bendati, con tappi nelle orecchie, una maschera che copriva loro il naso e la bocca e quello che sembra essere un pesante cappotto di colore blu sopra la solita tuta arancione dei prigionieri negli Stati Uniti. Inoltre calzavano pesanti guanti e semplici scarpe di tela con suola di plastica, anche queste di colore arancione, e calze blu. Erano tutti ammanettati piedi e mani alla cintura.
Quando arrivano all'accampamento, i prigionieri sono sottomessi a un controllo che dura circa due ore, durante le quali restano rannicchiati come sono arrivati, vale a dire ammanettati, con gli occhi bendati e le orecchie tappate. Passano un controllo medico, gli si scatta una foto, si prendono le impronte digitali e li si consegna gli unici oggetti personali che hanno il permesso di tenere con sé.
Se sono arrivati con la tuta arancione, made in Messico, gli consegnano anche un paio di ciabatte fabbricate nella Repubblica Popolare Cinese, due secchi americani, tre asciugamani di provenienza sconosciuta, un dentifricio, una spazzola senza manico per evitare che questo possa servire da arma offensiva, una saponetta e uno shampoo.

Questo ultimo articolo richiama l'attenzione. Prima di lasciare l'Afghanistan, i militari hanno tagliato loro la barba e rapato la testa, il che rende lo shampoo un articolo superfluo all'interno delle piccole celle. Ma il generale non si è scomposto quando gli si è fatto notare l'incongruenza. "Stiamo valutando se permettere loro di lasciarsi crescere la barba e i capelli", dice. Il taglio dei capelli è stata fatto soltanto per motivi igienici, ma una volta nella base potrebbe non essere motivato, ha aggiunto. "Per noi la barba non è un problema. Nelle forze armate abbiamo molti bravi soldati musulmani per i quali abbiamo stabilito delle norme per l'uso della barba che la loro religione esige e non abbiamo avuto problemi", ha tenuto a precisare Lehnert. Tuttavia, non hanno ancora deciso come procedere quanto ai riti religiosi. Per il momento, su una delle torri è stato collocato un cartello che indica ai reclusi la direzione verso cui devono girarsi per pregare cinque volte al giorno verso la Mecca.
Ma contrariamente a quanto promesso non è stato ancora consegnato loro il Corano. Secondo una fonte che conosce bene il problema, sembra che nessuno a Washington abbia deciso ancora quale delle cinque versioni conosciute del Corano è adatta ai prigionieri della base navale di Guantanamo. Martedì è arrivato qui un cappellano musulmano della marina, ma in principio aiuterà soltanto le guardie a gestire i prigionieri. Non è chiaro se avrà un contatto diretto con loro.

I prigionieri ricevono tre pasti al giorno, almeno uno di questi caldo, confezionati secondo i precetti religiosi musulmani. Passano la giornata quasi sempre sdraiati, quando vogliono recarsi alle latrine o alle docce devono chiedere permesso e sono scortati da due soldati. Il portavoce della base non ha voluto confermare se restano ammanettati anche quando fanno la doccia. "Questo riguarda la sicurezza e non posso fare commenti in proposito", ha detto. La proporzione tra le donne e gli uomini soldato che stanno a guardia dei prigionieri è di uno a dieci. I soldati tentano di evitare il contato visivo con il prigioniero. Anche quando gli parlano non lo guardano negli occhi. Ma alcune volte è impossibile evitarlo. E quello che incontrano fa raggelare il sangue. "Fa spavento. Soltanto pensare che vogliono uscire dalle celle e sgozzarci, è veramente terribile", dice la soldatessa Jodi Smith di 22 anni.

Le donne non hanno avuto alcun addestramento particolare a causa della loro condizione, ma una fonte militare ha detto che devono riferire ogni incidente con i prigionieri di natura sessuale. "Chiaramente, in casi d'insulti o aggressioni riceveranno una risposta adeguata, la stessa che se lo facessero a un uomo", ha riferito la fonte.
Una delle soldatesse ha detto durante un incontro con i giornalisti che questa settimana uno dei prigionieri ha fatto un gesto di resistenza quando lei ha dovuto condurlo alle latrine.
"Non ha ottenuto molto. Il mio collega lo ha afferrato con più fermezza e mi ha detto di fare loro stesso. Lo abbiamo portato in due. Se non gli è piaciuto, a me non importa", ha spiegato.
In generale, le guardie e i prigionieri hanno un rapporto molto freddo e distante. È un comunicare in tono di comando, con un linguaggio che non ammette discussioni, spiega il tenente Angel Lugo, responsabile dell'unità medica del campo.
"Non possono scambiare alcuna parola, né dire loro dove si trovano", ha aggiunto l'ufficiale, originario di Porto Rico. Tuttavia, i prigionieri non lo ignorano del tutto. Quando sono arrivati a Guantanamo, le autorità hanno permesso loro di spedire una cartolina ai familiari, indicando che si trovavano in una base navale degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. "Se sanno o no dove si trova Cuba, non lo so, né m'importa", dice Costello.

Rui Ferreira, giornalista del Miami Herald, ha scritto questo reportage in esclusiva per Repubblica - Traduzione di Guiomar Parada

(25 gennaio 2002)

 

LE MONDE diplomatique - Aprile 2002

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Aprile-2002/0204lm09.02.html

Senza diritti a Guantanamo


di Olivier Audeoud*
La situazione giuridica dei prigionieri catturati in Afghanistan dalle truppe statunitensi è al centro di un dibattito complicato dalle dichiarazioni di Washington e da una certa compiacenza internazionale in nome della lotta al terrorismo. In effetti, secondo gli Stati uniti, i detenuti trasferiti nella base militare di Guantanamo, sull'isola di Cuba, sono «combattenti illegali che non hanno nessun diritto nell'ambito della Convenzione di Ginevra».
In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che la Convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929, rivista nel 1949, relativa al trattamento a cui sono sottoposti i prigionieri di guerra, dovrebbe essere applicata ai detenuti di Guantanamo. La Convenzione, accettata dagli Stati uniti, è valida «in caso di guerra dichiarata o in qualunque conflitto armato insorto tra due o più parti contraenti, anche se lo stato di guerra non è stato riconosciuto da una di esse». La parola «guerra» è stata esplicitamente sostituita dall'espressione «conflitto armato»; questa espressione più generale si applica evidentemente all'intervento statunitense in Afghanistan: secondo i lavori preparatori della Convenzione di Ginevra, qualunque scontro tra stati che provochi l'intervento delle forze armate è un conflitto armato nel senso inteso dalla Convenzione.
Gli Stati uniti, incontestabilmente, hanno intrapreso un'azione armata contro l'autorità di fatto in Afghanistan.
La Convenzione deve essere applicata, qualunque sia la durata del conflitto, il suo caratere più o meno sanguinoso, l'importanza delle forze sul campo e la loro posizione giuridica. Concerne «i membri delle forze armate di una parte in conflitto, come i membri delle milizie e dei corpi di volontari che facciano parte di queste forze armate» catturati da uno dei belligeranti.
Questa ampia terminologia è stata scelta per evitare le ambiguità dovute alla diversa provenienza dei combattenti. I taliban e i volontari dell'Afghanistan apartengono quindi chiaramente alla categoria dei prigionieri di guerra. La definizione di terroristi, invocata da Washington per qualificare alcuni detenuti, in particolare i membri di al Qaeda, non è applicabile e la nozione di «combattente illegale» è sconosciuta al diritto internazionale. Il principio è quello della presunzione che ogni individuo preso con le armi in mano è prigioniero di guerra, salvo prova contraria. Ma solo una giurisdizione ufficiale potrebbe stabilire la posizione dell'accusato (1).
Il trasferimento di prigionieri a Guantanamo aumenta la confusione giuridica sulla posizione dei detenuti. Secondo la Convenzione di Ginevra, «i prigionieri di guerra devono essere sempre trattati con umanità», e «devono anche essere sempre protetti, in particolare contro qualsiasi atto di violenza o di intimidazione, contro gli insulti e la curiosità pubblica» (art. 13) I trasferimenti sono sottoposti ad eguali condizioni: «il trasferimento dei prigionieri di guerra si effettuerà sempre con umanità e in condizioni che non dovranno essere meno favorevoli di quelle di cui godono nei loro spostamenti le truppe della Potenza detentrice» (art. 46). Arbitrio e confusione È d'obbligo constatare che il trattamento dei detenuti non corrisponde a queste esigenze. Il rifiuto di applicare la Convenzione conduce a una logica di assenza di diritto che permette, in particolare, alle autorità statunitensi di interrogare i prigionieri senza rispettare nessuna regola. In effetti, i prigionieri di guerra sono soltanto tenuti a declinare il loro nome, grado e reparto militare. Devono poi essere rilasciati e rimpatriati alla fine delle ostilità. La scelta del luogo di detenzione non è unicamente legata alla prossimità con il territorio degli Stati uniti, ma anche, a quanto pare, al fatto che la base in questione non si trova sul suolo statunitense.
Secondo Washington, la Costituzione degli Stati uniti non si applicherebbe qui. In questo modo vengono messe da parte le giurisdizioni di diritto comune, a vantaggio dei tribunali militari. La scelta di corti marziali permette così di evitare l'applicazione dei diritti di difesa garantiti dalla Costituzione statunitense. Secondo la Convenzione di Ginevra, i prigionieri hanno diritto a un processo giusto e leale, alla difesa e alla possibilità di fare appello (2). Ma il tribunale militare previsto dall'amministrazione statunitense non ottempera a tali condizioni. Il dipartimento di stato - ed è un segno di confusione e di imbarazzo - ha dichiarato che, oltre che da avvocati militari, gli accusati potranno essere difesi da avvocati civili, che le udienze potranno essere pubbliche se il top secret della difesa non è in causa, che la pena di morte potrà essere comminata soltanto all'unanimità e che, infine, potrebbe essere istituita una commissione d'appello. Al di là di queste ambiguità, è facile constatare che gli Stati uniti non rispettano il diritto internazionale, né gli impegni presi nei confronti della Convenzione di Ginevra.


note:

*Professore di diritto, Parigi X-Nanterre.

(1)
Paradossalmente, gli Stati uniti avrebbero potuto far riferimento al protocollo addizionale del 1977, che rifiuta ai «mercenari» lo status di prigionieri di guerra. Ma non hanno accettato questo protocollo.
Inoltre, la definizione di mercenario è legata all'ottenimento di un vantaggio personale, cosa che non sembra pertinente in questo caso. Lo status di mercenario darebbe comunque ai detenuti i diritti degli imputati di diritto comune.

(2) Gli stati che hanno loro cittadini in detenzione a Guantanamo hanno il diritto di esercitare la protezione diplomatica e di esigere il rispetto delle norme del diritto comune da parte degli Stati uniti.
In funzione delle accuse, che sono ancora indefinite, possono chiederne l'estradizione per giudicarli sul proprio territorio.
(Traduzione di A. M. M.)

Sciopero della fame a Guantanamo Bay

28 febbraio 2002
Articolo messo in Rete alle 18:05 ora italiana (17:05 GMT)

Protesta per un turbante proibito dalle regole

http://www.cnnitalia.it/2002/MONDO/nordamerica/02/28/Guantanamo/ 

GUANTANAMO, Cuba (CNN)

-- Circa cento talebani e membri di al Qaeda detenuti alla base Usa di Guantanamo hanno iniziato giovedì uno sciopero della fame, per protestare contro quella che giudicano una violazione dei loro diritti di pregare senza essere disturbati.

L'episodio che ha provocato lo sciopero della fame è avvenuto mercoledì, quando un detenuto ha fabbricato un turbante usando un lenzuolo, violando così il regolamento della prigione.

Le guardie hanno temuto che il turbante potesse essere usato per nascondere oggetti e hanno intimato all'uomo di toglierlo. Il detenuto si è rifiutato e così i soldati hanno fatto irruzione nella sua cella, nel momento in cui l'uomo stava recitando le preghiere. I musulmani sono tenuti a dedicare tutta la propria attenzione alla preghiera, che si svolge cinque volte al giorno e la cui libertà è garantita dalle regole della prigione di Camp X-Ray.

I compagni del detenuto hanno quindi deciso di entrare in sciopero della fame. Le autorità della base Usa a Cuba, che hanno reso noto l'episodio definendolo "uno sfortunato incidente", non intendono lasciare che gli scioperanti si lascino deperire e hanno anche spiegato alle guardie che la preghiera non va interrotta.

I soldati comunque hanno seguito la procedura correttamente, "anche se in un momento inadeguato", e pertanto non ci saranno né scuse né provvedimenti disciplinari.



ai-pisa-informa

http://www.mail-archive.com/ai-pisa-informa@yahoogroups.com/msg00009.html 

Guantanamo, ricorso alla Corte dei detenuti «I diritti civili».

Il Dipartimento Usa: «Li trattiamo così perché non sono in terra Usa». Emendamento Miranda addio? 

FRANCO PANTARELLI 

NEW YORK - Quella in corso rischia di essere ricordata come la settimana cruciale in cui le destra americana riuscì ad avere ragione di quello che per decenni è stato il vanto dei giuristi di qui e l'oggetto del culto di tutti gli ammiratori degli Stati Uniti: la salvaguardia dei diritti dei cittadini di fronte alla legge e chi l'amministra. Lunedì è stata presentata alla Corte d'Appello di Washington l'istanza di 16 detenuti nella base di Guantanamo, due inglesi, due australiani e dodici kuwaitiani, perché venga loro riconosciuto «il più elementare dei diritti», come dice uno dei loro avvocati: quello di conoscere la ragione della loro detenzione, di parlare con i loro avvocati e di vedere i loro parenti. E oggi, di fronte alla Corte Suprema, cioè il massimo organismo giudiziario, verrà discusso un caso che potrebbe portare addirittura all'annullamento del famoso «emendamento Miranda», quello celebrato in tanti film in cui il poliziotto, al momento di arrestare uno, gli ricorda che ha «il diritto di tacere», perché «ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lui», che ha diritto alla presenza di un avvocato e che se non ce l'ha ha il diritto che ne venga nominato uno d'ufficio. Dei detenuti di Guantanamo si è parlato molto e sull'amministrazione Bush sono piovute condanne dell'Onu, dei più fidati fra gli amici degli Stati Uniti, compresa la Gran Bretagna, per non parlare di tutte le organizzazioni in difesa dei diritti umani. Ma ora quella loro situazione di «detenuti anomali» si trova ad essere discussa non più in termini di «emergenza» ma in termini di legge, e il terreno su cui la disputa si svolge è talmente balordo che un verdetto della Corte d'Appello a favore dell'operato del governo costituirebbe una sorta di trionfo dell'abuso. Il concetto sostenuto da Paul Clement, il rappresentante del Dipartimento della Giustizia, è stato infatti che se i detenuti in questione si trovassero sul territorio degli Stati Uniti i loro diritti verebbero certamente rispettati, per carità. Ma siccome si trovano a Guantanamo, che tecnicamente è solo una striscia di terra che gli Stati Uniti hanno «in affitto», la legge americana non vale. Clement ha spiegato che la necessità di tenere quei detenuti nell'attuale condizione sta nel fatto che ogni volta che i servizi segreti ottengono qualche nuova informazione ci si possa rivolgere a loro per verificarne l'affidabilità, ma se quelli ottengono il diritto di parlare con gli avvocati o di vedere i parenti viene a mancare ogni «efficacia». In conclusione, ha detto Clement ai tre giudici della Corte d'Appello, «tenerli prigionieri ha un senso solo se li si tiene in questo modo». E allora ben venga il cavillo che Guantanamo, formalmente, è «territorio cubano», una cosa che gli Stati Uniti si sono rifiutati di ammettere per 50 anni. Insomma «si direbbe che Guantanamo è unica - argomentano gli avvocati Joe Margulis, difensore dei due inglesi e dei due australiani, e Thomas Wilner, che rappresenta i dodici kuwaitiani - l'unico posto al mondo in cui il governo può fare ciò che vuole, senza controllo». Ma non pare che la Corte d'Appello condividerà la sua stupita indignazione. Uno dei tre giudici, Raymond Randolph, è stato nominato da Bush padre; un altro, Stephen William, è stato nominato da Reagan e il terzo, Merrick Garland, è stato nominato da Clinton. Quello da cui scaturisce il rischio per l'emendamento Miranda non è un caso di terrorismo, ma è evidente che l'amministrazione Bush è pronta ad approfittare di un risultato «buono» per poter fare anche in casa ciò che per ora ritiene di poter fare solo in «territorio cubano». E infatti, il ricorrente ufficiale alla Corte Suprema è la città di Oxnard, 60 miglia da Los Angeles, ma la Casa Bianca ha dato il proprio appoggio. Il problema è che un poliziotto di quella città, il sergente Ben Chavez, non solo non ha usato la classica formula «garantista» verso Oliviero Martinez, un uomo da lui arrestato (e poi non accusato di nulla) 5 anni fa, ma ha continuato a interrogarlo malgrado questi avesse in corpo cinque colpi sparati da un collega di Chavez. «Sto morendo, che volete da me», si sente in una registrazione dell'interrogatorio. Martinez ora è cieco e con le gambe paralizzate e il processo che ha portato alla Corte Suprema riguarda il ricorso alla sua richiesta di risarcimento. Gli argomenti contro l'emendamento Miranda sono due: uno, che deve valere nei processi penali, non civili, com'è questo il caso; due, che la legge viene violata solo se il modo di interrogare è «tanto eccessivo da scuotere la coscienza della comunità» - cinque pallottole non scuotono abbastanza? L'emendamento Miranda si chiama così perché la sentenza della Corte Suprema del 1966 che lo ha stabilito riguardava un accusato di violenza carnale che si chiamava Ernesto Miranda. «Un'intera generazione di americani è cresciuta con la fiducia in quella garanzia», dice l'Aclu, l'associazione per la difesa delle libertà civili. «Se la teoria dei ricorrenti dovesse passare, quella fiducia ne risulterebbe distrutta». Tratto da Il Manifesto Per annullare l'iscrizione a questo gruppo, manda una mail all'indirizzo: ai-pisa-informa-unsubscribe@yahoogroups.com Amnesty International gruppo 10 Pisa Via Lungarno Fibonacci 1 e-mail gr010@amnesty.it sito web http://www.pisa.amnesty.it


 

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2003/02_Febbraio/06/guantanamo.shtml 

Dopo un anno non conoscono le loro imputazioni

 

Guantanamo, 14 prigionieri tentano il suicidio

 

Il Pentagono: l'ultimo episodio il 16 gennaio scorso, forniremo aiuto psicologico. Circa 650 detenuti catturati in Afghanistan

 

WASHINGTON
- Almeno 14 detenuti nella prigione speciale statunitense di Guantanamo, sull'isola di Cuba, hanno tentato di togliersi la vita. Lo rende noto il Pentagono, precisando che l'ultimo episodio risale al 16 gennaio scorso. A fronte di questa notizia, le autoritá della Difesa Usa hanno fatto sapere che sono in atto azioni per prestare un aiuto psicologico ai prigionieri.
 

Le celle a Guantanamo clicca su una foto per andare alla galleria  

650 PRIGIONIERI
- A Guantanamo si trovano circa 650 presunti terroristi catturati nel corso della guerra in Afghanistan alla fine del 2001. Le condizioni nelle quali versano i prigionieri di Guantanamo hanno destato le critiche di molte associazioni in difesa dei diritti civili, prima tra tutte Amnesty International, che he denunciato il mancato rispetto di tutte le garanzie processuali oltre che dei diritti minimi.
I prigionieri di Al Qaeda clicca su una foto per andare alla galleria  

INFORMAZIONI
- Molti dei detenuti, che sono a Guantanamo da più di un anno, non conoscono ancora le imputazioni a loro carico. Non è loro permesso incontrare i familiari o avere un legale. Il segretario alla Difesa Usa, Donald Rumsfeld, ha invece più volte difeso il sistema della prigione di Guantanamo, sostenendo che le informazioni che si ottengono dai prigionieri sono di aiuto nella lotta al terrorismo.
6 febbraio 2003

 

Protesta la Croce Rossa: "L'aver scattato e diffuso
immagini dei prigionieri viola la Convenzione di Ginevra"


Guantanamo, accuse agli Usa
"Quelle foto sono disumane"

E intanto in Gran Bretagna non si fermano le polemiche
sul trattamento dei detenuti. Blair getta acqua sul fuoco


http://www.repubblica.it/online/mondo/attaccodiciannove/foto/foto.html


GINEVRA -
Gli Stati Uniti potrebbero avere violato la Convenzione di Ginevra, distribuendo fotografie dei prigionieri Taliban e di al Qaeda rinchiusi nella base di Guantanamo, a Cuba. A sostenerlo è il Comitato internazionale della Croce Rossa, che aggiunge così la sua voce a quelle di numerose organizzazioni già insorte contro il trattamento riservato da Washington a quanti sono stati catturati in Afghanistan.

Fotografie scattate a Guantanamo sono state pubblicate negli ultimi giorni da tutti i giornali: i detenuti sono ritratti in ginocchio e ammanettati. La Terza convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra però vieta l'esposizione degli arrestati in pubblico, ricorda Darcy Christen, portavoce della Croce Rossa.

Christen non è voluto invece scendere nel merito delle condizioni dei detenuti a Guantanamo. Malgrado non riconoscano ai Taliban e agli uomini di al Qaeda lo status di "prigionieri di guerra", gli Usa garantiscono che viene riservato loro un trattamento umano. Washington ha comunque accettato di far visitare la base agli operatori della Croce Rossa; inizialmente, la squadra Icrc sarebbe dovuta rimanere per una settimana, ma l'arrivo continuo di altri prigionieri - oggi ne sono giunti altri 34 - costringerà a prolungare la missione.

E le condizioni dei detenuti di Guantanamo, tra cui tre cittadini britannici, stanno sollevando molte polemiche a Londra. Anche il tabloid "Mirror", che tradizionalmente sostiene il primo ministro Tony Blair, oggi ha attaccato il governo: "Che diavolo stai facendo in nostro nome, Blair?", ha titolato il giornale in prima pagina. Venerdì, una delegazione britannica ha ispezionato la base e oggi il portavoce del premier ha assicurato che i tre inglesi "non si sono lamentati della loro condizione". I prigionieri, ha dichiarato, "sono in buona salute e non è stato riscontrato nessun segno di maltrattamento fisico".

(21 gennaio 2002)

Guantanamo, la legge dei vincitori

"Il Corriere della Sera", 22 gennaio 2002

Goffredo Buccini

 

NEW YORK — Inginocchiati durante un’ispezione, incatenati nelle loro tute arancioni. Con mascherine azzurre sulla bocca, cuffie sulle orecchie, occhiali schermati con nastro adesivo. Davanti alle gabbie, quelle loro gabbie da nemmeno due metri per tre che viste nell’insieme sembrano un pollaio gestito da un sadico — fatte di travi e lamiere, cemento e filo spinato, esposte alla pioggia e al vento dei Tropici. Le barbe rasate a zero: per igiene, dicono i comandanti militari del campo; per umiliarli nella loro religione, replicano i difensori dei diritti umani di mezzo mondo.

Quel mondo che aveva guardato in lacrime le foto e le immagini dell’11 settembre, delle Torri che crollavano, dell’infamia contro la civiltà, e che adesso scopre queste altre foto, le prime uscite da Camp X-Ray, Campo raggi x, la galera a cielo aperto che gli Stati Uniti hanno attrezzato nella base di Guantanamo, il loro storico avamposto nell’isola di Cuba. Sono 110, per ora, i prigionieri catturati nei cento giorni della guerra d’Afghanistan e trasportati qui dalla base aerea di Kandahar con un volo di 27 ore, bendati, imbavagliati, legati e imbottiti di sedativi sui cargo C-17 dell’aviazione a stelle e strisce. Sono talebani, e forse militanti di Al Qaeda, ma nessuno pu? dirlo con certezza perché non se ne conoscono i nomi e non esistono accuse formali.

Diventeranno almeno mille nei prossimi tre mesi. Il governo ha pronti 30 milioni di dollari per costruire a Guantanamo («Gitmo» per generazioni e generazioni di Marines) nuove carceri di massima sicurezza solo per loro: ma fino ad allora li terrà nelle gabbie. «Potremmo trattenerne alcuni a tempo indeterminato, sono individui pericolosi», ha annunciato il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld. Senza processo, senza avvocati. Perché sono prigionieri, s?, ma per gli americani non hanno lo status di prigionieri di guerra, non vale per loro la Convenzione di Ginevra: «Sono combattenti fuorilegge, e noi non gestiamo un circolo ricreativo. Non provo la minima preoccupazione per il loro trattamento. Stanno comunque meglio di come stavano quando li abbiamo presi», ha aggiunto il ministro. Ma le foto di «Gitmo» adesso rischiano di allontanare l’America dalla nicchia di affetto e solidarietà che l’11 settembre le aveva garantito nel cuore di molti.

E’ difficile non vedere la voglia di vendetta in gabbie che ricordano l’«hotel Hanoi» allestito dai nordvietnamiti o le celle di punizione dei lager giapponesi nel «Ponte sul fiume Kway».
Persino l’alleato più fedele, la Gran Bretagna, manifesta segni di inquietudine nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, nei reportage dei suoi media. La Bbc si interroga su quelle foto che «sollevano proteste» e molti ritengono «uno scandalo»: foto scattate in parte all’atterraggio dei C-17 dopo il viaggio dall’Afghanistan, che già mostravano i prigionieri ridotti a oggetti, con bavagli, occhiali schermati e paraorecchie. «Quelli erano pronti a rosicchiare i cavi del C-17 per farlo precipitare», ha detto Richard Myers, il capo di Stato Maggiore. «Sono immagini che non rappresentano la vita di ogni giorno al campo. Le cuffie e gli occhiali li portavano durante il viaggio. E le mascherine servono a evitare che si diffonda la tubercolosi», assicura il comandante di X-Ray, generale di brigata Mike Lehnert. Ma il direttore dello staff medico di Amnesty International, Jim West, sostiene che «non esiste altra spiegazione di queste misure se non il tentativo di degradare la condizione umana».

«Sono sconvolto — dice — perché le cuffie e gli occhiali li portano ancora nel campo. Quanto alle mascherine da ospedale, è molto improbabile che la tubercolosi possa diffondersi in luoghi aperti».
Altri gruppi umanitari parlano di «segregazione sensoriale»: «In quelle condizioni si soffre di allucinazioni», dichiara in tv Helen Bamber, della Fondazione medica per la tutela delle vittime della tortura. Quattro inviati della Croce Rossa sono arrivati sabato e parleranno con i prigionieri. Ma «tortura» è una parola che ormai filtra insidiosa.

Gli americani negano, «non esiste nessun trattamento inumano e siamo aperti, entro i limiti del possibile, ai suggerimenti della Croce Rossa». Per il resto oppongono la ragion di Stato e quella di un’emergenza che certo non è finita: dall’11 settembre 1500 sospetti terroristi sono stati catturati in 50 Paesi, ma i servizi segreti sostengono che almeno diecimila affiliati di Al Qaeda siano ancora sparsi per il mondo, «la loro rete attorno a noi». I detenuti di «Gitmo» devono confessare e servire da monito per i loro compagni ancora liberi: questa è la scomoda verità.

Lo status di prigionieri di guerra (che, per legge, dovrebbe essere stabilito non da Rumsfeld ma da un tribunale) li metterebbe al riparo dagli interrogatori e garantirebbe loro un giudizio, davanti alla corte marziale, ben più equo di quello dei tribunali militari segreti che Bush sta cercando di allestire. «Il nostro sistema sarà comunque molto più giusto di quello dei talebani e di Osama», ha detto il presidente. «Ma se il metro della nostra civiltà giuridica sono i talebani, siamo rovinati», ha osservato qualche commentatore.
Nel campo la vita è scandita dalle preghiere (cinque volte al giorno, l’unica libertà concessa) e dalle perquisizioni. Tre pasti (barrette di cereali, riso, fagioli, frutta), docce e controlli medici con le manette addosso. Un materassino di gommapiuma per provare a dormire con la luce delle lampade alogene sulla faccia.

Attorno ai due acri recintati, sette torrette con mitragliatrici e lanciagranate. Gli elicotteri che pattugliano il cielo senza sosta.
Fuori dal campo, l’assurdo pezzetto d’America che è Guantanamo in terra cubana: un McDonald’s, la scuola col bus giallo per i bambini delle famiglie della base, le vetrine con gli ultimi rollerblade a 50 dollari, il cinema che ora dà «Domestic Disturbance». E, attorno allo scorcio d’America, la Cuba del vecchio Castro, che per adesso non ha fatto una piega, ha rinunciato a usare lo scandalo di X-Ray e ad attaccare gli «odiati yankee» con la sua propaganda, contando sulla possibile fine dell’embargo contro il suo regime.

E’ molte cose il campo di «Gitmo». E’ scontro di civiltà e sta forse per diventare la prima galera globale del nuovo mondo: i prossimi ad arrivare dovrebbero infatti essere sei algerini, che non c’entrano nulla con la guerra in Afghanistan e sono stati arrestati in Bosnia su indicazione dei servizi americani, perché sospettati di preparare un attentato all’ambasciata Usa di Sarajevo (uno di loro avrebbe telefonato a un membro di Al Qaeda). Un giudice bosniaco ne aveva ordinato la liberazione per mancanza di prove, ma i militari americani se li sono fatti consegnare e presto li porteranno qui.

La vicenda pone grosse questioni di diritto internazionale. Morton Haplerin, del Consiglio per le Relazioni estere, dice: «E’ evidente che gli Stati Uniti vedono Guantanamo come un posto dove raccogliere persone catturate in tutte le parti del mondo. Ma non è chiaro cosa pensino di fare con questa gente». Kenneth Roth, di Human Rights Watch, sostiene che questa politica potrebbe offrire il pretesto, ai Paesi meno democratici tra quelli alleati agli americani, «per reprimere qualsiasi dissenso interno». Se davvero basta una soffiata per finire in una gabbia dall’altra parte dell’oceano, la nuova storia di «Gitmo» è appena 
incominciata.

 


 

 

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