FISICA/MENTE

 

 

http://www.nexusitalia.com/settimana02080902.htm

 

Il topo nel formaggio

Tom Bosco

Le vacanze sono proprio finite: anche le scie chimiche sono tornate alla grande su numerose città italiane, riducendo il cielo a una bruma lattiginosa (che rende praticamente impossibile continuare a osservare gli aerei mentre operano al di sopra di queste “nuvole”) il che, dati i recenti cataclismi che hanno imperversato praticamente lungo tutto il pianeta, porta a domandarsi se possa mai esserci un nesso causale tra queste operazioni aeree e certe violente manifestazioni meteorologiche le quali, forse, non sono proprio del tutto “naturali”. Magari non sono create, ma in un certo qual modo “favorite”. Mah... peccato non avessi pellicola nella macchina fotografica un paio di giorni fa, con tutte quelle “X” che attraversavano il cielo. Quello del clima sta diventando un argomento scottante, nel vero senso della parola: recenti misurazioni effettuate con aerei dotati di speciali apparecchiature e una rielaborazione dei dati ricavati via satellite dalla NASA hanno determinato che il ghiaccio delle calotte polari sta cambiando molto più rapidamente del previsto (decenni invece che millenni), con imprevedibili conseguenze sul clima globale e sul livello dei mari. Intanto Johannesburg si sta rivelando per il fallimento che è, e che non poteva altro che essere, e sono talmente disgustato che non mi ci soffermerò. C’è invece un’altra notizia che ha imperversato per diversi giorni nei media, che non ha fatto altro che confermarmi (se mai ce ne fosse bisogno) che delle due l’una: o ci prendono tutti per idioti, oppure certi giornalisti non sono in grado di porsi neppure le domande più elementari. Insomma, a Stoccolma arrestano ‘sto tizio che voleva introdurre una pistola nascosta nel bagaglio a mano (già questa è un’idea brillante, non vi pare?) nell’aereo per Londra su cui stava per imbarcarsi, e io dovrei credere alla versione ufficiale secondo la quale le sue intenzioni erano di dirottare l’aereo per farlo precipitare sull’ambasciata americana? No, dico, avete mai volato sul cielo di Londra? Come avrebbe mai potuto trovarla in mezzo a quella immensa distesa di abitazioni? Forse col GPS che guarda caso non mi risulta che avesse con sé? Insomma, un altro squilibrato spacciato per pericoloso terrorista, e un’altra bufala per il popolo bue... come pure quella dei comandanti dell’Air Force statunitense pronti a ordinare ai propri piloti in volo l’11 settembre di fare i kamikaze e schiantarsi contro gli aerei dirottati. Già, perché dovete sapere che di quei pochi caccia in volo, alcuni non erano nemmeno armati!!! Pensate che l’intero territorio nazionale statunitense era protetto da soli 14 aerei, dato che mai si sarebbero aspettati un attacco terroristico di quelle proporzioni, e così hanno dovuto dirottare verso l’emergenza anche gli aerei disarmati in addestramento... bah! A me pare un ridicolo tentativo di giustificare in qualche modo le innumerevoli anomalie che hanno costellato il sistema di difesa aerea americano quel tragico giorno di quasi un anno fa.

E intanto, nel bel mezzo della cosiddetta “Guerra al Terrorismo” che ne è seguita, è stato pizzicato un topo nel formaggio: i doganieri del porto di Amburgo hanno confermato di aver bloccato una nave israeliana carica di materiale bellico, destinato ad uno dei paesi dell’ormai famoso “Asse del Male”, e cioè l’Iran. Alla faccia della coerenza...

In America, nel frattempo, pare che in certe audizioni a porte chiuse nell’ambito delle indagini del Congresso sull’11 settembre, sia saltato fuori che il Segretario di Stato ed altri due funzionari di tale dipartimento, il direttore della CIA, tre senatori e un membro del Congresso si erano incontrati col capo dei servizi segreti pakistani (ISI), il quale prima degli attacchi aveva trasferito la somma di 100.000 dollari al presunto leader degli attentati, il famigerato Mohammed Atta.


http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/27/27A20020409.html  

 La Rivista de il manifesto numero  27  aprile 2002

La normalità dell’atomica

L’OROLOGIO DELL’APOCALISSE
Isidoro D. Mortellaro  

«Benché questa sia pazzia, pure c’è metodo in essa»: così da qualche secolo constata, presago, Polonio al cospetto di Amleto. A conclusioni analoghe è giunto il «Bullettin of Atomic Scientists», dopo l’11 settembre, ma soprattutto di fronte all’impressionante escalation, verbale e strategica, di Bush il Giovane. Infatti, netto, e incontrastato, ormai si staglia il suo tentativo di trasformare l’atomica in arma non di sola deterrenza ma d’uso concreto, in ferro adeguato al mondo del XXI secolo. E così il 27 febbraio l’organizzazione degli scienziati atomici americani ha provato a lanciare un inequivoco segnale al mondo. Ha spostato in avanti, a sette minuti dalla mezzanotte, la lancetta di quel Doomsday Clock, l’«orologio dell’apocalisse», che fin dalla propria nascita, nel 1947, costituisce il logo dell’associazione e da allora, come simbolico timer, prova a segnalare al mondo l’approssimarsi, il pericolo di una possibile ecatombe nucleare 1. Mai nell’ultimo decennio del Novecento, dopo la caduta del Muro, dopo la dissoluzione della morsa bipolare, ci si era avvicinati tanto all’ora fatale. A distanze simili o più corte, del resto, ci si era portati nel lungo inverno della guerra fredda solo in occasione di palpitazioni terribili del mondo unificato dal terrore nucleare: crisi di Cuba, euromissili, o magari per salutare l’allargamento del ristrettissimo club del bottone rosso, quando, preceduto da funeste eplosioni, qualche nuovo socio si univa alla schiera.
A distanza di pochi giorni, la cronaca ha dato ragione a chi aveva deciso di far nuovamente rimbombare nel cervello del globo quel sinistro ticchettio. Sono del 9 marzo le rivelazioni del «Los Angeles Times», seguito a ruota dal «New York Times» 2. Entrambi hanno svelato le parti segrete della Nuclear Posture Review (NPR), il documento con cui il dipartimento della Difesa, diretto da Donald Rumsfeld, ha proceduto all’inizio dell’anno, secondo un esplicito mandato congressuale e specifici impegni elettorali di Bush, a rivedere complessivamente gli orientamenti strategici statunitensi circa la progettazione e l’impiego dell’arma nucleare.
Apparentemente, non sembrano esservi novità di rilievo. Alcune indicazioni, infatti, erano già trapelate a febbraio 2001, quando Rumsfeld aveva sapientemente fatto filtrare le prime indiscrezioni sui principi ispiratori della futura revisione strategica; altre ancora a novembre, durante il summit Bush-Putin, in gran parte dedicato a una riduzione dei missili strategici per gentlemen’s agreement e non per trattato; altre infine a gennaio 2002, al momento di illustrare al Congresso la nuova NPR. Inoltre, aveva già provveduto a far luce la lenta ma univoca formazione della squadra presidenziale. A cuore e cervello della nuova Amministrazione si è venuta addensando un’inquietante schiera di Old Cold Warrior, coriacei legionari della guerra fredda, paladini per oltre un trentennio dell’unthinkable, dell’impensabile: ovvero della odierna possibilità – nella globale asimmetria segnata nel secolo nuovo dall’iperpower a stelle a strisce – di sdoganare l’atomica dai vecchi fondali della MAD, la Mutua Distruzione Assicurata. Sospinto da un ossessivo e generale unilateralismo, aveva poi aggiunto vivide pennellate al quadro generale il meticoloso abbattimento d’ogni accordo in materia di armamento nucleare. Nell’ottobre 1999, regnante Clinton, il Congresso aveva già provveduto a negare la ratifica del trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari, CTBT. Bush, soprattutto dopo il trauma fatale dell’11 settembre, ha trasformato quel varco in voragine. E così, mentre i bombardamenti in Afghanistan accompagnavano proposte di riarmo che già portano gli Usa a impegnare da soli oltre il 40% delle spese militari del mondo intero, uno dopo l’altro sono stati accantonati o denunciati lo START, il trattato sulla riduzione degli armamenti nucleari strategici, e l’ABM ovvero la proibizione di difese antimissile, che faceva ombra all’ulteriore sperimentazione dell’agognato scudo spaziale. In apparenza resiste ancora il trattato-quadro contro la proliferazione delle armi nucleari, che in realtà corazza un regime di apartheid globale: da una parte il club atomico di cui gli Usa sono primo attore; dall’altra, il resto del mondo impegnato a star lontano dalla tentazione finale.
In realtà le decisioni assunte nella nuova NPR e svelate il 9 marzo ci traghettano in un altro mondo, davvero oltre il Novecento, oltre le costrizioni che hanno congelato la guerra e la seconda metà del secolo. Univoca e radicale la principale direttrice di marcia: allargare il possibile spettro di utilizzo delle armi atomiche, predisponendo, in ogni evenienza, piani contro almeno sette paesi, ovvero oltre a Russia, Cina, Libia e Siria, i tre paesi dell’axis of evil, l’«asse del male»: Iraq, Iran e Corea del Nord. In maniera esplicita si chiede ai militari di prepararsi all’utilizzo dell’atomica nel caso di un conflitto tra arabi e Israele, in una guerra tra la Cina e Taiwan e nel caso di un attacco della Corea del Nord contro il Sud. Quanto alla progettazione e al dispiegamento di vecchi e nuovi ordigni, si indica la strada maestra dell’integrazione delle armi nucleari con le nuove tecniche elettroniche e informatiche. Si vogliono armi capaci di distruggere bersagli resistenti ad attacchi non nucleari o collocati a grandi profondità; devono essere pronte a ogni emergenza, a garantire rappresaglie per attacchi con mezzi di distruzione di massa, ovvero nucleari, chimici o batteriologici, così come devono esser capaci di seguire e colpire armamenti mobili e di assicurare comunque precisione e danni collaterali contenibili. La progettazione di mini-atomiche, per colpire bunker e postazioni sotterraneee, si affianca così all’armamento strategico tradizionale. Di questo si conferma la riduzione, dalle 6.000 testate attuali a 1.700/2.200 circa, in linea con il declassamento della Russia da nemico numero uno a possibile avversario tra altri. Si chiarisce, però, definitivamente che solo in minima parte le testate eccedenti potranno essere smontate e riciclate; le altre dovranno essere stivate e manutenute in modo da dispiegarle rapidamente, alla bisogna. Sul piano degli orizzonti strategici generali gli Usa mutano completamente la loro postura: in luogo della ‘Triade’ nucleare – assicurata al tempo del confronto con l’Urss da missili intercontinentali, bombardieri strategici e sottomarini e finalizzata alla minaccia della MAD, della Mutua Distruzione – ora scelgono un Triad composto da «un braccio offensivo», le forze nucleari più quelle convenzionali, da «difese attive e passive», ovvero scudo spaziale più altre forme di difesa, e «una infrastruttura flessibile di difesa», ovvero un arsenale scientifico e produttivo pronto a sfornare nuovi armamenti, atomici o meno, più o meno sofisticati. Spingendo sull’integrazione più stretta d’ogni tecnologia disponibile, attraverso la deterrenza a tutto campo, si vuole perseguire la full spectrum dominance, il dominio di qualsiasi campo di battaglia. Quanto poi si possa contribuire a rinnovare i fasti di un neo-keynesismo militare è argomento di discussione. Intanto, Wall Street brinda.
La nuova NPR smentisce radicalmente, in primo luogo, tutti quegli osservatori, anche quelli più attenti – quale, ad esempio, Arundhati Roy – che, guardando all’America del dopo 11 settembre, avevano pensato che «il suo arsenale di armi nucleari non vale neppure il proprio peso come ferro vecchio» 3. Al contrario, riguardando il mondo attraverso la voragine di Ground Zero, i Rumsfeld e i Cheney ridisegnano una nuova centralità dell’arma atomica. In soffitta finisce l’idea di deterrenza che nel ‘900, l’altro secolo ormai, presiedeva al suo possibile utilizzo. Sotto la scorza irritante e cupamente immaginifica del gergo fanta-guerresco, nette si stagliano due scelte epocali: mescolare armi convenzionali e nucleari; traguardare nel mirino atomico Stati non in possesso di armamento nucleare. La prima presuppone una ripresa in grande stile della sperimentazione nucleare, sulla linea del primo passo compiuto dal Congresso in materia di CTBT, ma non ancora coronata da una decisione definitiva e soprattutto costellata di divieti congressuali, ad esempio a sperimentare mini-nukes, mini-atomiche. Soprattutto segna l’oltrepassamento di una soglia, l’abbattimento di una distinzione – tra convenzionale e nucleare – che prima faceva anche barriera, ostacolo. Integrare, mescolare significa già pensare una compatibilità, allenarsi e allenare all’Impensabile, predisporsi all’Unthinkable. La seconda decisione viola l’ultimo trattato in materia ancora formalmente lasciato indenne dal rullo compressore di Bush & Co.: il trattato generale contro la proliferazione nucleare, NPT. Pietra angolare di quell’impegno sottoscritto finora da oltre 180 nazioni – si sono chiamati fuori e non a caso solo Israele, India, Pakistan e Cuba – è infatti l’impegno delle cinque potenze o superpotenze dotate di armamento atomico a non attaccare in nessun caso paesi che ne siano sprovvisti. Solo a fronte di questa garanzia le altre nazioni possono infatti accettare, in epoca di fantastica diffusione di conoscenze e tecnologie, lo stato di apartheid nucleare globale che le tiene lontane da un teorico, ma catastrofico, scudo di sicurezza e alla mercè dei grandi. Bush di fatto demolisce quest’ultimo contrafforte. E non è un caso che proprio su questo versante la sua squadra provi a nascondere un certo imbarazzo, tentando di annacquare la svolta compiuta. Ora si invoca una qualche continuità e si ammette ciò che prima si era sempre voluto mantenere coperto: ovvero la direttiva segreta PPD-60 del presidente Clinton del 1997 con cui, all’ombra della NPR del 1994, si contemplava la possibilità di un first strike, un primo colpo nucleare da parte degli Usa – e così anche della Nato – nel caso di possibili minacce di distruzione di massa.
In realtà, quella scelta, mai ammessa ufficialmente, costituiva la possibile eccezione all’interno di un altro quadro strategico: l’atomica allora era finalizzata ancora a dissuadere, come «weapon of last resort», ordigno finale. È il quadro strategico ora a mutare, con la scelta di fare dell’atomica un’arma sì eccezionale, ma normalizzata, integrata tra i ferri abituali della guerra. Il tutto scoperchiato da una calcolata fuga di notizie e commenti, da un annuncio che di per sé già suona minaccia, segna un colpo, una spallata al regime, alle regole e agli equilibri internazionali complessivi instaurati nei decenni passati sulle materie ultime del nucleare. La mancanza di imbarazzo o reticenza negli uomini e nelle donne dell’entourage presidenziale è sommamente rivelatrice. Ci si limita al più a derubricare il tutto in «normale pianificazione» – «a posture, not a plan» – quando invece non si offre conferma, come nel caso del vicepresidente Cheney, che definisce le indiscrezioni sull’esistenza di piani per attacchi preventivi: «a bit over the top», un pizzico sopra le righe.
Ora la Nuclear Posture Review è sul tavolo del comando strategico Usa che ne sta ricavando piani operativi. Il Congresso – in cui pure l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term favorisce il sorgere di primi interrogativi sulla guerra e sui suoi obiettivi – non ha potuto o saputo far altro che prenderne atto. Contrastarla o anche provare a limitarla avrebbe richiesto risorse politiche e legislative eccezionali, già scarse in materia così bipartisan come quella militare e, comunque, inattingibili negli equilibri istituzionali segnati dal dopo 11 settembre e dall’ascesa della nuova presidenza imperiale. Diversa comincia a essere piuttosto l’interrogazione nell’opinione pubblica più avvertita e soprattutto più attenta al quadro internazionale. Il «New York Times» del 12 marzo, e non Noam Chomsky, ha riservato agli Usa l’etichetta di «Nuclear Rogue», fuorilegge nucleare. E posizioni analoghe hanno adottato i maggiori quotidiani, dal «Washington Post» al «Los Angeles Times», prendendo di mira la segretezza delle decisioni o il rischio su cui viene spinto il globo.
Inquietante piuttosto è il sostanziale silenzio in cui nel mondo è risuonato l’annuncio. Rotto magari dall’usuale protesta diplomatica o dalla nota degli addetti ai lavori di questo o quel paese preso di mira. Cina e Russia sono state al gioco, edotte forse già da tempo di sviluppi cui provano piuttosto ad adattarsi e speranzose magari in possibili contraddizioni nel campo altrui. Stupefacenti l’ignavia e il silenzio europei. Nella Nato – ancor oggi con l’arma imbracciata della mobilitazione generale, giusta Art. 5 del proprio Statuto – non si è mosso ciglio. Come se le decisioni d’oltre Atlantico non modificassero radicalmente la propria costituzione militare e politica, l’assetto di un’alleanza piena di segreti militari e geneticamente fondata sull’ombrello atomico dispiegato dagli Usa sull’Europa occidentale. All’Art. 62 del Nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza approvato nell’aprile 1999, si può utilmente leggere: «la massima garanzia della sicurezza degli alleati è costituita dalle forze nucleari strategiche dell’Alleanza, in modo particolare da quelle degli Stati Uniti…esse continueranno a compiere un ruolo essenziale instillando incertezza nella mente di ogni aggressore». Cosa accade della Nato e dell’Europa quando quelle armi dal piede vengono portate alla spalla e si inizia a prender la mira?
E che dire dell’Europa raccolta nel massimo consesso a Barcellona, proprio mentre si infittivano rivelazioni e impegnative dichiarazioni dell’Amministrazione americana. Il Consiglio europeo ha taciuto, fingendo di ignorare il terremoto indotto dalle scelte statunitensi negli equilibri internazionali e nella propria PESC (Politica Estera e di Difesa Comune) che, come recita l’Art. 17 dei Trattati dell’Unione europea, si è disegnata «compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata…nell’ambito del Trattato dell’Atlantico del Nord». Certo c’è stata qualche dichiarazione isolata di condanna, ma non è mancato il tentativo, ad esempio del ministro della Difesa Martino, di derubricare il tutto a banale e periodico riordino di scartoffie, usualmente catastrofiche come tutte le carte di programmazione militare, e perciò lontane dalla realtà.
Si potrebbe pur convenire sulla discrepanza tra i piani per l’Apocalisse e il più prosaico e prudente mondo degli uomini, se al silenzio sullo sdoganamento atomico non si fosse aggiunto il mutismo sul secondo tempo della guerra infinita, la guerra all’Iraq, l’axis of evil, l’«asse del male» preso di mira da Bush. Perché è già in quell’annuncio che il nuovo scenario si fa realtà e dal cielo della programmazione strategica piomba sulla terra per farsi guerra manovrata. Eppure Bush è stato chiaro il 29 gennaio nel suo messaggio sullo stato dell’Unione: «Saremo decisi, finché il tempo è a nostro favore. Non consentirò che il rischio si approssimi. Non starò con le mani in mano mentre il pericolo diventa sempre più vicino. Gli Usa non permetteranno che regimi pericolosi ci minaccino con le armi più distruttive». Prima ancora che la NPR vi accennasse con elaborate circonlocuzioni, la guerra preventiva era già stata annunciata. Mai nessuno ha osato in passato spingersi fino a questo punto: non gli americani con i sovietici impegnati nella rincorsa nucleare alla fine degli anni ‘40. Né sovietici e americani con i cinesi, o tutte le potenze nucleari con indiani o pakistani. E ora quella guerra, con la missione di Cheney in Europa e Medio Oriente, è uscita anche dal piano degli annunci per farsi arma nel gioco diplomatico e politico, trattativa con soci e alleati.
È su questo piano che il silenzio europeo diventa, oltre che scandaloso, suicida. Come è anche a questo livello che si misura ancora quanto spazio deve percorrere il globalismo democratico, il movimento dei movimenti, che, uscito rafforzato da Porto Alegre, non riesce ancora a schiodare la propria azione dal contrasto puntuale dei summit altrui e a darle autonomia. Nel quotidiano massacro mediorientale e nella progettazione della guerra all’Iraq, infatti, sta maturando una partita che può consegnare ai passi già compiuti da Bush e dai suoi conseguenze fatali e incontrollabili.
Bush programma un intervento contro un nemico, l’Iraq di Saddam Hussein, cui addebita ogni nefandezza e addirittura il possesso o la preparazione di armi di distruzione di massa. E si dichiara pronto anche al lancio o all’impiego di atomiche. Ma assieme a tutti i suoi alleati, compresi gli europei, tace del fatto che il nucleare in Medio Oriente è già una realtà, una minaccia concretamente esibita ed esercitata. Come documentano tutte le istituzioni deputate o allertate al controllo degli armamenti nucleari, comprese quelle statunitensi, l’armamento atomico di Israele, mai ufficializzato ma ormai ufficiosamente ammesso, allineerebbe fino a 200 testate, capaci con aerei o missili di raggiungere tutta l’area mediorientale. Si tace inoltre del fatto che, in realtà, già un’altra volta e proprio in quelle terre è stato compiuto un intervento preventivo e chirurgico, per quanto senza atomiche, contro installazioni nucleari. Era il 7 giugno 1981, quando caccia israeliani di fabbricazione americana bombardarono in Iraq il reattore nucleare di Osirak, costruito dai francesi presso Baghdad e sospettato di approntare materiale fissile passibile di applicazioni militari. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite allora condannò l’impresa come atto contrario alla Carta delle Nazioni Unite e al trattato NPT.
Già oggi la guerra infinita dichiarata dagli Usa e dall’Onu al terrorismo e in Afghanistan è divenuta nell’impostazione di Sharon una lotta senza quartiere per liquidare la questione palestinese. Il suo risultato intanto è la riduzione all’incrudelimento generale, quello che Ali Rashid con efficacia e dolore ha definito l’«imbarbarimento» delle parti in lotta 4. Già oggi attraversare quotidianamente la soglia della mutua distruzione è lì pratica sempre più diffusa, risorsa ultima e disperata di giovani e donne, per bocche affamate di guerra santa e orecchie vogliose di ticchettii ultimi. Intanto il conflitto israelo-palestinese si salda alla progettata impresa contro l’Iraq, mentre si riacutizzano contenzioso e inimicizia mortali tra Iran e Israele.
Come può essere reinterpretata, da cosa può finire accompagnata una nuova spedizione americana contro l’Iraq, condotta secondo i dettami di Bush II, all’insegna della lotta assoluta contro il male e con dispiegamento di atomiche? Già nella precedente guerra del Golfo Bush I dovette faticare, e non poco, a tener buoni gli israeliani costretti a ripararsi dagli Scud.
C’è un vecchio detto arabo per il quale un mondo siffatto regge solo perché «sostenuto dal palmo di un diavolo». È forse il caso di affrettarsi: anche quel diavolo dà segni di insofferenza.


note:
1  Il testo del comunicato è stato tradotto in italiano e pubblicato da «Internazionale» nel numero del 22 marzo 2002.
2  P. Richter, U.S. Works Up Plan for Using Nuclear Arms, in «Los Angeles Times», 9 marzo 2002 e M. R. Gordon, U.S. Nuclear Plan Sees New Weapons and New Targets, in «The New York Times», 10 marzo 2002.
3  A. Roy, Guerra è pace, Milano, Guanda, 2002, pp. 7-8.
4  Rompere il silenzio, in «il manifesto», 5 marzo 2001.


4 gennaio 2003
The Independent

I Doppi Standard Della Guerra Al Terrore

Robert Fisk

http://www.zmag.org/Italy/fisk-doppistandard.htm 

 

Penso di aver capito come stanno le cose: la Corea del Nord rompe tutti gli accordi nucleari con gli Stati Uniti, caccia via gli ispettori dell'ONU, si prepara a produrre una bomba l'anno e il presidente Bush la chiama una "questione diplomatica"; l'Irak consegna un resoconto di 12,000 pagine sulla sua produzione di armi (chimiche e biologiche), permette agli ispettori dell'ONU di girare per lungo e per largo all'interno dei suoi confini - e dopo 230 escursioni e la dichiarazione degli ispettori che di sostanze chimiche in Irak non c'e' neanche la puzza - il presidente Bush annuncia che l'Irak è una minaccia per l'America e siccome non ha proceduto al disarmo corre il rischio di un'invasione. E questo è tutto.


Chi legge continua a chiedermi in lettere molto eloquenti, "Ma come fa a farla franca?". Me lo chiedo anch'io. Come fa Tony Blair a farla franca? Non troppo tempo fa nella Camera dei Comuni, il nostro caro Primo Ministro annunciava con il suo tono usuale di direttore scolastico - quello che si usa in classe con i bambini particolarmente svogliati o ottusi - che le fabbriche di distruzione di massa di Saddam c'erano ed erano "bene (pausa) avviate e pienamente (pausa) funzionanti." Ma anche l'amico di Pyongyang ha fabbriche che sono "bene (pausa) avviate e pienamente (pausa) funzionanti." E Tony Blair non dice niente.

Perchè tolleriamo questa situazione? Perchè la tollerano gli Americani? Nei pochi giorni recentemente trascorsi, c'è stato appena il più piccolo degli indizi che i media americani - i sostenitori più grandi e più colpevoli della campagna di falsità della Casa Bianca - hanno fatto, seppur timidamente qualche domanda. Solo mesi dopo che L'Independent aveva attirato l'attenzione dei suoi lettori ricordando gli incontri amichevoli tra Donald Rumsfeld e Saddam, a Bagdad, nel 1983, quando l'Irak spargeva gas velenoso sull'Iran, il Washington Post ha deciso per raccontare ai suoi lettori qualche dettaglio dell'accaduto. Il giornalista che lo ha fatto, Michael Dobbs, ha aggiunto le solite clausole per togliersi ogni responsabilità (le opinioni variano tra gli esperti del Medio Oriente ... se avrebbe o non avrebbe potuto Washington fermare il flusso di tecnologia necessaria alla costruzione di armi di distruzione di massa a Bagdad ... ), comunque la spinta c'è stata: abbiamo generato il mostro e il Sig. Rumsfeld ha fatto la sua parte.

Ma nessun giornale americano - o britannico - ha osato investigare il rapporto, quasi ugualmente pericoloso, che l'attuale amministrazione degli Stati Uniti sta forgiando alle nostre spalle con il regime militare in Algeria. Da ormai 10 anni in questo paese si combatte una delle guerre più sporche del mondo, presumibilmente fra gli "Islamisti" e le "forze di sicurezza", nella quale hanno perso la vita circa 200,000 persone - quasi tutti civili. Dettagli raccolti negli ultimi cinque anni sembrano provare che gli elementi di quelle stesse forze di sicurezza hanno partecipato ad alcuni dei massacri più sanguinosi, incluso lo sgozzamento di bambini. L'Independent ha pubblicato i resoconti più dettagliati sulle torture della polizia algerina e sulle esecuzioni extra-giudiziali di uomini e donne. Tuttavia gli Stati Uniti, malgrado la loro oscena "guerra al terrore", si sono accattivati il regime algerino partecipando al riarmo dell'esercito e promettendo ulteriore aiuti. William Burns, il sottosegretario degli Stati Uniti per il Medio Oriente, ha annunciato che Washington "ha molto da imparare dall'Algeria sul modo di combattere il terrorismo".

Certo, come no, le forze di sicurezza algerine possono insegnare agli Americani come si sfida un prigioniero, maschio o femmina che sia, a morire soffocato. Il metodo - il personale degli Stati Uniti può trovare gli esperti in questa particolare tecnica di tortura all'opera nello scantinato della stazione di polizia di Château Neuf, nell'Algeria centrale - è quello di coprire la bocca della vittima legata come un salame con un panno, inzuppare il panno con del detersivo liquido e il prigioniero soffoca lentamente. Naturalmente ci sono anche i soliti strappi di unghie e i fili elettrici fissati ai peni e alle vagine. Non dimenticherò mai la descrizione di un testimone oculare della violenza fatta su una donna anziana in una stazione di polizia, dalla quale poi emerse coperta di sangue, invitando gli altri prigionieri alla resistenza.

Alcuni dei testimoni di questi abomini erano ufficiali di polizia algerini che hanno cercato rifugio a Londra. Ma state tranquilli, il sig. Burns ha ragione, l'America ha molto da imparare dagli algerini. Già, per esempio - e non chiedetemi perché i giornali non ne hanno mai parlato - il capo di stato maggiore dell'esercito algerino è stato calorosamente accolto dalla sede centrale della NATO a Napoli.

E gli Americani stanno imparando. Un funzionario di sicurezza nazionale legato alla CIA il mese scorso ha divulgato che quando si tratta di prigionieri, "i nostri uomini potrebbero prenderli un pò a calci con l'adrenalina dell'immediato aftermath." Un altro funzionario della "sicurezza nazionale" degli Stati Uniti ha annunciato che "il controllo del dolore dei pazienti feriti è una cosa molto soggettiva". Ma bisogna essere giusti: gli americani potrebbero aver imparato questa cattiveria dagli algerini, ma avrebbero potuto pure averla imparata dai Talibani.

Nel frattempo, negli Stati Uniti continua la discriminazione contro i mussulmani. Il 17 novembre migliaia di iraniani, iracheni, siriani, libici, afgani, bahraini, eritrei, libanesi, marocchini, omaniti, qatari, somali, tunisini, yemeniti e sauditi sono arrivati negli uffici federali per rilasciare le impronte digitali. Il New York Times - il piu' timido dei quotidiani americani post 9/11 - ha rivelato (naturalmente soltanto nel quinto paragrafo dell'articolo): "... nel corso della scorsa settimana, i funzionari dell'agenzia ... hanno ammanettato e detenuto centinaia degli uomini chiamati a rilasciare le impronte. In alcuni casi i permessi di soggiorno erano scaduti, in altri casi gli uomini non sarebbero stati in grado di fornire una sufficiente documentazione sulla loro condizione di immigrati."

La polizia di Los Angeles ha esaurito la scorta di manette di plastica durante l'ammassamento dei nuovi carcerati. Tanti dei mille uomini arrestati senza indizi e senza processo dopo l'11 settembre sono di nazionalita' americana.

Il nuovo decreto "US Patriot Act" - del quale la maggior parte degli Americani ignora il significato - non ha niente a che vedere con il patriotismo. Rappresenta infatti una sigla raggelante: "United and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act" [uniti a rafforzare l'America con le misure necessarie all'intercettazione e ostruzione degli atti di terrorismo].

Il "Programma di Sicurezza Totale" per il quale sono stati stanziati 200 milioni di dollari, consente al governo degli Stati Uniti di monitorare le attivita' degli americani controllando gli scambi di posta elettronica e gli spostamenti su Internet. E malgrado i giornali non ne parlino, l'amministrazione di Bush chiede con insistenza che i governi europei faccino altrettanto e consegnino agli Stati Uniti i datafiles dei cittadini europei. La richiesta più recente - e più ridicola - da parte degli Stati Uniti e' stata quella di poter accedere alle liste di prenotazione della linea aerea Air France, allo scopo di "controllare" i passeggeri. Un comporamento del genere Saddam e Kim Jong non proverebbero nemmeno a sognarselo.

Le nuove regole si sono infiltrate anche nel mondo accademico. Prendiamo ad esempio l'amabile piccola università Purdue, in Indiana, nella quale ho fatto lezione qualche settimana fa. Ora sta mettendo su un "istituto per la sicurezza nazionale" con fondi federali. Fra i 18 "esperti" del dipartimento ci saranno funzionari di stato, membri del ministero della difesa e personale esecutivo della Boeing e della Hewlett-Packard i quali organizzeranno "programmi di ricerca" nelle "aree critiche". Mi chiedo quali mai saranno queste aree. Certamente non avranno niente a che vedere con le ingiustizie nel Medio Oriente, con il conflitto arabo-israeliano, o con la presenza di migliaia di truppe americane sul suolo arabo. Dopo tutto, come disse l'anno scorso Richard Perle, il più sinistro dei consiglieri pro-Israele di George Bush, "il terrorismo va decontestualizzato".

Nel frattempo - proprio in quel contesto - ci stiamo preparando alla guerra in Iraq, dove c'e' il petrolio, e stiamo cercando di evitare la guerra in Corea, dove il petrolio non c'e'. E i nostri leader la stanno facendo franca. Cosi' facendo minacciamo gli innocenti, torturiamo i nostri prigionieri e "impariamo" dagli uomini che dovrebbero essere sul banco degli imputati per crimini di guerra. E' questo, dunque, il nostro vero tributo agli uomini ed alle donne assassinati così crudelelmente nel crimine contro l'umanità dell'11 settembre 2001.


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