FISICA/MENTE


La strategia degli USA nel dopo guerra fredda

Andrea Catone

 

Gli Stati Uniti sfrutteranno l'opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta. Ci impegneremo attivamente per portare la speranza della democrazia, dello sviluppo, del libero mercato e del libero commercio in ogni angolo del mondo[1].

 

            1. Difesa preventiva

            Il documento diffuso dalla Casa Bianca nel pieno di una forsennata campagna di guerra annunciata col dichiarato intento di aggredire l’Iraq e rovesciare il governo di Saddam Hussein – con o senza l’avallo dell’ONU – è stato interpretato prevalentemente come l’enunciazione a chiare lettere di una strategia della “guerra preventiva” che straccia gli ultimi brandelli della carta dell’ONU e del diritto internazionale, fondato sul concetto di “legittima difesa”. Alessandro Portelli, nel bell’articolo su la rivista del manifesto[2], vede nella guerra preventiva “il cuore del documento”, che infatti recita al capitolo 5°: “Prevenire le minacce dei nostri nemici nei nostri confronti, nei confronti dei nostri alleati ed amici con armi di distruzione di massa”. In esso si espone l’opzione della guerra preventiva, anche in caso di minacce di lieve entità nei confronti degli USA:

“Dobbiamo essere preparati a fermare gli "Stati canaglia" e i loro clienti terroristi prima che siano in grado di minacciare o colpire gli Stati Uniti e i loro alleati ed amici con armi per la distruzione di massa” (5.6).

“Ci sono voluti quasi dieci anni per comprendere la vera natura di questa nuova minaccia. Dati gli obiettivi degli "Stati canaglia" e dei terroristi, gli Stati Uniti non possono più fare affidamento soltanto su di un atteggiamento reattivo come nel passato. L'incapacità di dissuadere un potenziale aggressore, l'immediatezza delle minacce odierne e la gravità dei danni che potrebbero essere provocati dalle scelte dei nostri avversari in fatto di armamenti non consentono questa opzione. Non possiamo consentire ai nostri nemici di attaccare per primi” (5.8).

Gli Stati Uniti sostengono ormai da lungo tempo l'opzione dell'attacco preventivo per contrastare una minaccia anche di moderata entità alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore è la minaccia, maggiore è il rischio insito nell'inazione: e più è stringente la motivazione per intraprendere un'azione preventiva di autodifesa, anche se rimangono incerti il tempo ed il luogo dell'attacco nemico. Per precedere o evitare tali atti di ostilità da parte degli avversari, gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente. (5.12)

La parola chiave per giustificare la guerra preventiva è Threat, minaccia. Minaccia che proviene da indefiniti “nemici” e “Stati canaglia”, i quali – diversamente dall’URSS, nemico pericolosissimo ma riconoscibile – possono procedere nell’ombra, mascherarsi, e sono disposti ad usare armi di distruzione di massa al primo colpo. Diversamente che nel periodo della guerra fredda, la deterrenza non è più efficace e bisogna dunque agire per disarmare terroristi e stati canaglia prima che siano in grado di nuocere. Bush sembra andato a scuola da Sharon, che la guerra preventiva contro i palestinesi la attua da tempo.

Il cuore del sillogismo di Bush è tutto nei nuovi caratteri che la minaccia ha assunto: è una minaccia globale, estesa, indefinita, oscura, capace di mimetizzarsi. Non ha un volto preciso, neppure quello di Bin Laden o Saddam Hussein, che ne sono solo alcune materializzazioni episodiche. Cosa c’è di più temibile, e minaccioso, del nemico ignoto e oscuro?

E’ sintomatico il modo in cui nel documento si parla del terrorismo, anzi, del terrore[3]. Il termine “terrorista” appare sin dalle prime battute dell’Introduzione:

[A] “Difenderemo questa pace giusta dalle minacce dei terroristi e dei tiranni” (0.2).

I “terroristi” qui non vengono definiti per un qualsivoglia progetto politico, sembra cioè che non il progetto politico, ma il metodo di lotta usato costituisca la loro quintessenza. Non si sa, non si deve dire cosa chiedano, bisogna sapere soltanto che sono una minaccia della pace. E la minaccia è tanto maggiore, in quanto “oscura” e malefica, capace di ritorcere contro gli USA “il potere delle moderne tecnologie”:

[B] Ora, oscure reti di individui possono seminare grande caos e sofferenze nella nostra terra, a costi assai minori di quelli di un singolo carro armato. I terroristi si sono organizzati per penetrare all'interno delle società aperte e per aizzare il potere delle tecnologie moderne contro di noi. (0.3).

Anche in questo secondo passo abbiamo soltanto “I terroristi”, indefiniti e indefinibili. E la minaccia fa tanto più paura quanto meno è definita. Qui in sovrappiù, c’è l’aspetto della trama oscura – tanto più minacciosa in quanto oscura. Ed è rete! Sono “oscure reti”(shadowy networks). Ma rete è internet, reticolare è l’immagine che viene data oggi del mondo. La rete non si può colpire facilmente, spezzato un nodo ne rimangono altri, la rete può infiltrarsi, può “penetrare all’interno” delle società libere, aperte. Il pericolo rappresentato un tempo dal “monolite” URSS, un pericolo massiccio, grande, un “impero del male” ben visibile, viene rimpiazzato da un nemico oscuro, tentacolare, mimetico, ubiquo che è fuori e dentro. Senza confini precisi. Il che costituisce il passepartout ideologico per giustificare una guerra condotta senza limiti di spazio o di tempo, e, come vedremo, senza regole che non siano quelle dettate dagli USA che fanno la guerra. Un terrorismo ubiquo giustifica la possibilità di intervenire militarmente ovunque: una situazione totalmente diversa dai tempi della guerra fredda, quando i rispettivi “campi”, o le “sfere d’influenza” erano delimitate. La sconfitta dell’URSS apre agli USA uno spazio mondiale, come affermava un anno fa il Rapporto quadriennale della difesa (con introduzione di Rumsfeld):

“Diversamente dal periodo della guerra fredda dove le aree geografiche più importanti della competizione erano ben definite, il periodo attuale ha già imposto richieste per l’intervento militare USA su ogni continente e contro una vasta varietà di avversari[4]”.

Ma questi terroristi oscuri, reticolari e ubiqui non minacciano solo la sicurezza nazionale degli USA, ma tutte le “società aperte”, le società del libero mercato. Nel ricorrere a questo termine Bush rispolvera il vecchio armamentario della guerra fredda: gli basta sostituire a “comunismo” “terrorismo” e il gioco è fatto. Il nemico delle “società aperte” era in passato il mostro totalitario comunista, oggi sono i terroristi.

Nel gioco dello scambio di termini che Bush opera per rievocare e risuscitare l’antico odio e ossessione del comunismo su cui aveva prosperato il complesso militar-industriale americano nel tempo della guerra fredda, Bush svela indirettamente una verità dell’attuale politica del governo USA: sotto il pretesto del terrorismo, si varano leggi liberticide quali il Patriotic Act del 26 ottobre 2001. La strategia della guerra imperialista planetaria ha bisogno di un rigido controllo interno. Gli USA sono già in guerra, e la guerra richiede stato d’emergenza, corti marziali, sospensione delle garanzie costituzionali. Dov’è mai la Open Society?

Il terzo passaggio è un’ulteriore estensione della minaccia dei terroristi (sempre indefiniti). Ora essi sono “globali”, per cui:

[C] “La guerra contro i terroristi di raggio globale [terrorists of global reach] è un'impresa globale di durata incerta” (0.4)

C’è palesemente un crescendo della minaccia di questi indefinibili terroristi. Ora essi abbracciano il mondo intero, è un terrorismo globalizzato. Ma non basta ancora per giustificare tutta la guerra che gli USA hanno appena avviato con l’Afghanistan e l’Asia centrale e si apprestano ora a portare a Baghdad. Con i “terroristi” non è in gioco solo il presente, ma il passato e il futuro dell’umanità, in una parola, la civiltà stessa:

[D] “gli alleati del terrore sono i nemici della civiltà” (0.4)

I terroristi non erano ancora stati definiti come “nemici della civiltà”. Finora erano solo “nemici”. Ma ora, i loro sostenitori divengono “nemici della civiltà” (enemies of civilization). I “terroristi” lo sono a maggior ragione. Nei primi passi del documento, i “terroristi”, associati ai tiranni, erano nemici pericolosi che minacciavano la pace, gli interessi nazionali americani, le “società aperte”. Ma ora sono diventati il male assoluto, la negazione della civilization. Così la lotta contro di essi diviene ideologica, di principio, il bene contro il male. E una lotta di principio, per la difesa della civiltà, ammette qualsiasi mezzo, poiché non è in gioco solo la sopravvivenza di un individuo, di gruppi, di una società, ma dell’intera civiltà. Da Huntington alla Fallaci questo è il filo conduttore: trasformare la guerra imperialista in una crociata, in una battaglia di civiltà. Va da sé che con civilization s’intende quella fondata sull’unico modello che il documento ritiene adeguato al mondo, quello basato su “libertà, democrazia e libera impresa” (0.1), “libero commercio e libero mercato” (0.9; 1.5.5; 6.1). Il pensiero unico, il fondamentalismo del mercato è qui espresso e rimarcato più e più volte.

Inoltre, questo ulteriore passaggio apporta un ulteriore mattone alla costruzione ideologica del documento: la coincidenza, anzi, l’identificazione degli interessi nazionali americani (è il documento della “strategia di sicurezza nazionale”) con quelli dell’universo mondo e con tutto il percorso storico da esso compiuto. Senza ambiguità o incertezze l’American Way of Life è diventata qui la “civiltà”. I nemici degli USA sono i nemici della civiltà…

 

            2. Una strategia di espansione planetaria. Il Mein Kampf di George Bush

            Ed è quest’aspetto che sembra essere sfuggito ad alcuni lettori del documento, che ne hanno molto giustamente sottolineato la scandalosa dottrina della guerra preventiva, con tutto il seguito di azzeramento di ogni norma di diritto internazionale e di assunzione degli USA come unico arbitro[5] , ma non ne hanno colto tutta la portata imperialistica aggressiva ed espansiva, ritenendolo invece un documento di chiusura, di difesa da una minaccia:

“L’«impero» […] ha anche smarrito – conquistando tutto – una visione espansiva della propria “missione”. La nuova dottrina strategica USA è un inno disperato alle ragioni della difesa delle proprie condizioni di vita a scapito di chiunque altro[6]”.

Non è così. La strategia americana esplicitata nel documento della Casa Bianca del settembre scorso espone un programma di espansione imperialistica degli USA su scala mondiale. Il documento, infatti, parte dalla premessa che l’unico modello di società che possa garantire prosperità e sicurezza è quello basato sul libero mercato e la liberaldemocrazia; tutto ciò che a questo modello non si conforma è il Male: economie non aperte alla penetrazione capitalistica, controllate centralmente da un potere statale (command-and control economies), generano tirannide e terrorismo (6.3). La guerra di lunga durata contro il terrorismo proclamata da Bush è vista – letteralmente – come un’occasione favorevole, una opportunity[7], per esportare con la forza delle armi, campo in cui gli USA hanno attualmente il primato mondiale indiscusso, il modello classico capitalista, in modo da rilanciare un nuovo ciclo espansivo, “una nuova era di crescita economica globale attraverso liberi mercati e libero commercio”[8].

A ben guardare, questo documento non è affatto di tipo “difensivo”, di un esecrabile “eccesso di difesa” che l’idea di “guerra preventiva” potrebbe evocare (si interviene per prevenire una minaccia, un pericolo più o meno remoto), ma aggressivo, è il Mein Kampf del XXI secolo. Il documento e tutte le azioni del governo USA confermano che, al di là di divergenze tattiche interne tra “falchi” e “colombe”, che riguardano essenzialmente il come meglio vincere la guerra, e non la strategia di fondo, gli USA, come hanno detto Castro e Mandela, sono oggi il maggiore fattore di instabilità nel mondo, i più pericolosi produttori di guerra, sono il nemico principale dei popoli.

E’ questo il carattere principale del documento: l’enunciazione di una guerra di lunga durata per sottomettere il mondo, avvalendosi di “una forza militare impareggiabile” (0.2), lascito della vittoria nella guerra fredda. Del resto, la consapevolezza di un mutato ruolo degli USA nelle relazioni internazionali c’era già 12 anni fa, all’indomani della prima guerra del Golfo, che avrebbe costituito l’inizio della nuova era ad egemonia americana[9]. Il Quadrennial Defense Review Report esponeva già le premesse di questa linea:

“Il ruolo di sicurezza dell'America nel mondo è unico. Esso fornisce un senso generale di stabilità e fiducia, decisivo per la prosperità economica che reca beneficio a gran parte del mondo [...] Lo scopo delle Forze armate degli Stati uniti è proteggere e promuovere gli interessi nazionali degli Stati uniti e, se la deterrenza fallisce, sconfiggere decisamente le minacce a questi interessi. [...] Come potenza globale, gli Stati uniti hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo. Gli Stati uniti hanno interessi, responsabilità e impegni che abbracciano il mondo [...] Precludere il dominio di aree cruciali, particolarmente l'Europa, l'Asia nordorientale, il litorale dell'Asia orientale, il Medio Oriente e l'Asia sudoccidentale [...] Contribuire al benessere economico comprende l'accesso ai mercati e alle risorse strategiche chiave [...] Le Forze armate statunitensi devono mantenere la capacità, sotto la direzione del Presidente, di imporre la volontà degli Stati uniti e dei partner della loro coalizione a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali [...] Cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati[10]".

            Ciò che è notevolmente mutato nell’ultimo documento USA – anche rispetto al Quadrennial Review – è la prospettiva di fase. Nei documenti precedenti del 1991, 1992 e anche, in parte, del 2001 (preparato prima dell’11 settembre, con alcune aggiunte successive) prevaleva ancora una strategia di mantenimento della centralità americana, da preservare rispetto ad attacchi o alla possibile crescita militare ed economica di possibili concorrenti, soprattutto in Asia e in Europa. Ora si passa ad una strategia apertamente di attacco, offensiva.

Ora si scrive che solo attaccando gli USA possono difendersi, è una guerra di lunga durata nazionale e su scala globale, per la difesa della civiltà. Ciò che mancava o non era così accentuato ed enfatizzato nei precedenti documenti era l’aspetto di guerra di civiltà, che implica una divisione del mondo tra Bene e Male; ed è bene solo ciò che è open society e libero mercato, male ciò che non lo è, tutti i paesi che adottano un controllo sulle proprie economie. Questi paesi sono degli attuali o potenziali nemici della civiltà. Il mondo non potrà essere tranquillo se non quando tutti questi paesi saranno stati normalizzati, cioè condotti all’unico modello accettabile e vincente nella sfida tra libertà e totalitarismo nel XX secolo, quello del libero mercato. Per difendere la civiltà bisogna attaccare questi paesi, in cui si annidano i focolai del terrorismo e della tirannide. Non si tratta quindi solo di qualche rogue State, ma di tutti i paesi non “occidentali”. Il documento passa in rassegna l’intero mondo e distribuisce voti di buona condotta per i più fidati o di quasi sufficiente ma non troppo (Russia[11]) o di ancora insufficiente (Cina[12]). L’unico metro è il modello USA.

La crociata che Bush propone non è quindi solo contro il terrorismo, che è definito non soltanto una minaccia, ma anche un’opportunità (tipico della mentalità americana) di trasformare un pericolo in un’occasione di espansione. Nell’economia complessiva del documento, all’elemento “lotta al terrorismo” e “guerra preventiva” si affianca con rilevanza non minore l’elemento guerra di espansione per aprire nuovi mercati e possibilità di investimento per i capitali USA e dell’Occidente. E’ il documento della crociata della “globalizzazione” imperialistica. Con la forza delle armi, con tutto il peso del loro impiego o della minaccia del loro impiego distruttivo, bisogna ridisegnare il volto del globo, cambiare regimi e istituzioni di tutti i paesi ancora con economie controllate centralmente e di comando. E’ questa la missione degli USA, cui Bush chiede ad alleati e amici di affiancarsi. Così si aprirà una nuova era di prosperity and peace!

Torniamo un attimo all’Introduzione, dove si dice che la minaccia per la pace viene da “terroristi e  tiranni” (0.2). L’affiancamento della figura del tiranno a quella del terrorista amplia lo spettro d’azione dell’interventismo USA. “Tiranno” (tyrant) è un termine dell’antichità classica, non a caso qui impiegato per evocare l’universalità di una lotta alla “tirannide” valida per tutti i tempi: l’eterno scontro tra libertà e tirannide, filo conduttore di una visione liberale della storia, che fa il suo ingresso sin dalle prime parole dell’Introduzione di Bush:

“Le grandi lotte del ventesimo secolo tra libertà e totalitarismo si sono concluse con la vittoria decisiva delle forze della libertà” (0.1).

L’accostamento dei due termini – terroristi e tiranni –, quasi fosse naturale, cela un inganno: alla figura classica del “tiranno” si affianca quella moderna del terrorista globale che “minaccia la pace”. Quindi, la pace è minacciata anche dal “tiranno”. E chi sono i “tiranni”? Tutti i regimi diversi dal libero mercato, unico “modello sostenibile” emerso dalla lotta epocale del XX secolo. Quindi, la guerra preventiva bisognerà portarla anche a tutti i regimi “tirannici”. Bush sembra imbracciare la bandiera della rivoluzione francese e della guerra rivoluzionaria per portare sulla punta delle baionette la libertà ai popoli oppressi dall’étandard sanglant de la tyrannie E’ questa, come il documento scrive in seguito, il precipuo internazionalismo degli USA:

“La strategia statunitense per la sicurezza nazionale sarà basata su di un internazionalismo squisitamente americano che rifletta l'unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali. Lo scopo di questa strategia è contribuire a rendere il mondo non soltanto più sicuro, ma anche migliore. I nostri scopi sulla via del progresso sono chiari: libertà politica ed economica, relazioni pacifiche con gli altri Stati e rispetto della dignità umana” (1.4).

Questo “internazionalismo” è stato già all’opera e ha colto significativi successi nel 1989-91 nei paesi dell’Europa centro-orientale e in URSS e nel 2000 a Belgrado (con buona pace di quanti, a “sinistra”, si erano infervorati per la “rivoluzione” del 5 ottobre a Belgrado):

noi possiamo incoraggiare il cambiamento come abbiamo fatto in Europa Centrale ed Orientale tra il 1989 ed il 1991, oppure a Belgrado nel 2000” (2.5).

E’ questa la missione americana: “Promuoveremo la crescita e le libertà economiche al di fuori dei confini statunitensi” (6.2). Anzi, si tratterà di “espandere lo sviluppo aprendo le società chiuse e costruendo l’infrastruttura della democrazia” (è il titolo del capitolo VII). Ridisegnare non solo i confini, ma le istituzioni degli Stati del Medio Oriente è il programma già esposto dai consiglieri del presidente[13].

Forse non era mai stata spiegata in termini così chiari in un documento ufficiale degli USA la nozione di imperialismo. In altri testi di propaganda la guerra si rendeva necessaria per la difesa nazionale, o per difendere i popoli, o per diritti violati o per la libertà… Qui la guerra si fa per aprire le porte al capitale, per accelerare – come fu nell’imperialismo di fine ottocento – questa apertura, cosa che i “normali” meccanismi dell’economia non riescono a fare nei tempi ristretti imposti dall’incedere della crisi di sovrapproduzione. Ora Bush dice ai nuovi crociati dell’Occidente: c’è un mondo da conquistare, chi è con me (o meglio, sotto di me, sotto la mia ala) godrà qualche frutto, chi non mi segue, patirà le conseguenze.

 

            3. Crisi economica e guerra

            Il documento è propagandistico e ideologico nel senso marxiano del termine. E’ una smaccata apologia del libero mercato, che non avrebbe mai crisi ma darebbe una perenne prosperità e benessere:

Nel ventunesimo secolo, solo le nazioni che condividono il mandato a proteggere i basilari diritti umani e a garantire la libertà politica ed economica saranno capaci di far emergere il potenziale dei loro popoli ed assicurare loro la futura prosperità” (0.1).

“Libero commercio e libero mercato hanno provato la loro capacità di liberare intere società dalla povertà” (0.8).

“[Gli USA] innescheranno una nuova era di crescita economica globale attraverso libero mercato e libero commercio” (1.5.5)

“La crescita economica, appoggiata dal libero commercio e dal libero mercato, crea nuovi posti di lavoro e redditi più alti. Permette alle persone di innalzare le proprie vite al di fuori della povertà” (6.1).

“Le lezioni della storia sono chiare: le economie di mercato, e non le economie ‘dirigistiche’ che contemplano la mano pesante del governo, sono il modo migliore per promuovere la prosperità e ridurre la povertà” (6.3).

“Il concetto di ‘libero mercato’ si è affermato come principio morale prima di diventare un pilastro dell'economia” (6.8).

Il documento ignora la recessione americana, anche se vi è qualche accenno allo stato di salute non buono di alcune economie. E gli annunci sbandierati di una nuova era futura di prosperità e benessere, una volta scongiurata con la guerra duratura la minaccia del terrorismo (cfr. capp. VI e VII), lasciano trapelare che proprio la recessione economica è il cuore del problema. Ed è proprio questa la ragione della fretta con cui si fanno rullare sempre più assordantemente i tamburi di guerra. C’è sempre meno tempo di fronte alla crisi che incalza. Se gli Usa non affermano la loro leadership, se non controllano a pieno l’arma delle risorse energetiche e del petrolio, non potranno continuare a finanziare, attraverso il debito, l’enorme complesso militar industriale. Per questo, non si tratta più, come nel documento strategico di Bush sr. di 11 anni fa, di mantenere una posizione di centralità, ma di fare la guerra di espansione. Alla guerra commerciale subentra la guerra armata.

 

            4. Occultamento delle contraddizioni interimperialistiche

Il documento non si limita ad occultare la crisi economica. Esso tende ad evitare di mettere in luce le contraddizioni con gli altri poli imperialistici, invitati a far fronte comune contro la tirannide, il terrorismo, gli “Stati canaglia”. Ma questa visione di scontro di civiltà e di un Occidente o di un G8 compatto contro il fondamentalismo è il desiderio e l’opzione strategica degli USA, cui farebbe molto comodo presentarsi alla testa di una crociata della “civiltà” contro la barbarie. Ma è visione ideologica e occultante le contraddizioni con i capitalismi europeo e giapponese e con altre potenze emergenti sulla scena mondiale (Cina, Russia). Vi sono in Europa centri di propaganda e istituti che si stanno preoccupando di diffondere questa visione[14]. Il tentativo è quello di unire sotto l’unica bandiera USA tutti i paesi capitalistici. In questo senso il recente comunicato radiofonico di Bin Laden diffuso da Al Jazira (ed esperti USA si sono affrettati ad assicurarne l’autenticità) gioca perfettamente a favore di questa strategia USA, mettendo nello stesso calderone paesi che spingono in ogni modo per l’attacco all’Iraq (USA, Gran Bretagna) e paesi europei che hanno dichiarato in vario modo la loro contrarietà (Germania, Francia). Agente della CIA o imbecille politico, l’effetto che può ottenere è quello di favorire il compattamento di un fronte oggi diviso.

Infatti lo scenario che si presenta nel dopo guerra fredda non significa soltanto che gli USA sono rimasti unica superpotenza militare, ma anche che è venuta meno la presunta minaccia militare dell’URSS che costringeva i paesi capitalistici europei all’alleanza militare con gli USA. Se la paura della rivoluzione e del comunismo aveva costretto all’alleanza i nemici-fratelli capitalistici altrimenti in spietata concorrenza per la spartizione del mondo (come fecero prussiani e borghesi francesi contro la Comune di Parigi, come intervennero nel 1919 eserciti di tutti i paesi belligeranti contro la repubblica dei soviet) oggi, quando l’URSS non c’è più, la contraddizione tra capitali non può non riemergere e solo la cecità di alcuni teorici dell’«impero» non vuole vederla. La perdita del monopolio del dollaro quale valuta di riferimento delle transazioni internazionali costituirebbe un grave colpo per l’economia USA che non riuscirebbe più a farsi finanziare da tutti gli altri paesi del mondo, come fosse un tributo, l’enorme debito con cui paga il budget della difesa.

            La rappresentazione degli interessi USA come interessi dell’Occidente è mistificante. La categoria di “Occidente” ha cambiato completamente di senso dopo la fine dell’Urss-Oriente. Bush cerca di ridarle significato col surrogato del fondamentalismo islamico e l’invenzione di un nuovo nemico globale.

            Bisogna invece lavorare perché la contraddizione si approfondisca, promuovendo un movimento di massa con l’obiettivo di evitare che i paesi europei partecipino alla guerra di Bush.



[1] Dall’introduzione di G. W. Bush al The National Security Strategy of the United States of America, settembre 2002, www.withehouse.gov, trad. it. in Liberazione 10.10.2002. Un’altra traduzione si trova in http://www.assopace.org/bush1.htm. Il documento è costituito da un’introduzione di G. W. Bush e da 9 capitoli, all’inizio di ognuno dei quali vi è una citazione da discorsi tenuti da Bush: all’indomani dell’11 settembre 2001, alla seduta congiunta del congresso (20.9.2001), alla Banca interamericana di sviluppo (14.3.2002), a Monterrey in Messico (22 marzo 2002), a Berlino (23 maggio 2002), all’Accademia di West Point (1° giugno 2002), da cui è preso il maggior numero di citazioni. Nel riportare i passi del documento farò riferimento ai capitoli (all’introduzione assegno il numero 0), seguiti da un numero che indica ogni paragrafo ed eventualmente un altro numero indicante un punto di quel paragrafo; ad es. 1.5.4  indica il capitolo I (veduta d’insieme della strategia internazionale dell’America), paragrafo 5 (Per raggiungere questi obiettivi gli Usa), punto 4 (Preverranno i nostri nemici dal minacciare noi, i nostri alleati e nostri amici con armi di distruzione di massa).

[2] Alessandro Portelli, “La cultura di Bush”, la rivista del manifesto, novembre 2002, p. 39-43.

[3] Nel testo americano ricorre sia la parola Terror, che Terrorism e Terrorist. “America will help nations that need our assistance in combating terror. And America will hold to account nations that are compromised by terror, including those who harbor terrorists— because the allies of terror are the enemies of civilization” (0.4); “Russia is in the midst of a hopeful transition, reaching for its democratic future and a partner in the war on terror” (0.6); “Nations that enjoy freedom must actively fight terror” (0.9); “Throughout history, freedom has been threatened by war and terror” (0.11). “Strengthen Alliances to Defeat Global Terrorism” (3.0); “The enemy is terrorism - premeditated, politically motivated violence perpetrated against innocents” (3.1). Questo uso indifferenziato di “terrore” e “terrorismo” produce uno strano effetto quando, riferendosi alla classica espressione della guerra fredda, si evoca “l’equilibrio del terrore”, balance of terror (5.2).

[4] Quadrennial Defense Review Report - America’s Security in the 21st Century, 30.9.01, p. 6, in http://www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf

 

[5] Si veda in particolare il capitolo 9, § 15, in cui senza mezzi termini e senza una larva di giustificazione si sostiene il diritto all’impunità per le truppe USA all’estero: “Intraprenderemo le azioni necessarie per assicurarci che i nostri sforzi per venire incontro ai nostri compiti di sicurezza globale e di protezione degli americani non siano danneggiati dalle potenziali investigazioni, indagini o persecuzioni della corte criminale internazionale (ICC), la cui giurisdizione non si estende agli americani e che noi non accettiamo”.

[6] Claudio Del Bello, “Il nuovo assolutismo americano e la distruzione della politica”, Giano, n. 41/2002, p. 13.

[7] Il termine ricorre più volte e rivela direttamente quanto il “terrorismo” sia utile alla Casa Bianca. Esso offre l’occasione, l’opportunità di lanciare la guerra planetaria: “Dal momento che noi difendiamo la pace, noi trarremo anche vantaggio dalla storica opportunità (historic opportunity) per preservarla (0.6). “Infine gli USA useranno l'opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà nel mondo. Lavoreremo attivamente per portare la speranza di democrazia, sviluppo, libero mercato, libero commercio in ogni angolo del mondo (0.7). “Oggi l'umanità conserva nelle proprie mani l'opportunità per un ulteriore trionfo della libertà sui suoi nemici. Gli USA accolgono la nostra responsabilità per condurre questa grande missione” (0.11). “Questo è anche tempo di opportunità per l'America. Lavoreremo per tradurre questo momento di influenza in decenni di pace, prosperità e libertà”(1.4). “[Gli USA] trasformeranno le istituzioni di sicurezza nazionale americana per far fronte alle sfide e alle opportunità del secolo ventunesimo” (1.5.8). “Questa strategia trasformerà le avversità in opportunità” (3.13). “Gli eventi dell'11 settembre 2001, hanno fondamentalmente cambiato il contesto delle relazioni tra gli Stati Uniti e gli altri centri principali del potere globale, e aperto vaste e nuove opportunità”. (8.18)

[8] E’ il titolo del capitolo VI.

[9] Cfr. National Security Strategy of the United States, di Bush sr., agosto 1991 e Defense Planning Guidance, redatto da Paul D. Wolfowitz, allora sottosegretario al Pentagono per la politica e oggi segretario aggiunto alla difesa e I. Lewis Libby, oggi consigliere per la sicurezza del vicepresidente Dick Cheney, pubblicato nel 1992.

[10] Cfr. Quadrennial Defense Review Report - America’s Security in the 21st Century, 30.9.01, p. 6, in http://www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf.

[11] “il fatto che la dedizione ai valori basilari del libero mercato e della democrazia non sia ancora uniforme in Russia, senza contare le dubbie credenziali in fatto di lotta alla proliferazione delle armi per la distruzione di massa, rimangono motivo di grande preoccupazione. È proprio questa debolezza della Russia a limitare le opportunità di cooperazione” (8.11).

[12] “Un quarto di secolo dopo l'inizio del processo di disfacimento delle peggiori caratteristiche del legame con il Comunismo, i leader cinesi non hanno ancora compiuto la successiva serie di scelte fondamentali circa il carattere del loro stato. Nell'inseguire capacità militari avanzate che possano minacciare i suoi nemici nella regione pacifico-asiatica, la Cina sta seguendo un percorso vecchio che, alla fine, ostacolerà il suo stesso progetto di grandezza nazionale” (8.14). “Ancora permangono regole fortemente legate all'idea di partito unico di derivazione comunista. Per rendere quella nazione realmente affidabile per i bisogni e le aspirazioni dei propri cittadini molto lavoro resta da fare. Solo permettendo alla popolazione cinese di pensare, di riunirsi, e professare liberamente, la Cina potrà raggiungere il proprio pieno potenziale” (8.16). “Vi sono, tuttavia, altri settori nei quali abbiamo profondi disaccordi. Il nostro impegno per l'auto-difesa di Taiwan disciplinato dall'accordo "Taiwan Relation Act" è una cosa. I diritti umani un'altra. Ci aspettiamo che la Cina rispetti i suoi impegni in materia di non proliferazione” (8.17).

[13] Si veda l’articolo di due esponenti dello staff strategico USA, R. D. Asmus e K. M. Pollack, “Rifondiamo la NATO per democratizzare il Medio Oriente”, in Limes - L’Arabia americana, n. 4/2002. In esso si sostiene la tesi di una possibile cooperazione tra Europa e USA, sotto l’egida di una NATO rifondata ad hoc, per “modernizzare il Medio Oriente, mettendo da parte le divergenze sul conflitto arabo israeliano” (p. 79), ridisegnando gli assetti istituzionali ed economici di tutta la regione, dall’Iraq all’Iran, dall’Arabia all’Egitto, dove le “moribonde economie nazionali” tardano ad essere privatizzate (p. 81). Ma la guida del processo non può che essere degli USA: “E’ impensabile dare all’Alleanza atlantica una nuova prospettiva strategica senza la leadership degli Stati Uniti e del loro presidente” (p. 85). Cfr. anche, nello stesso numero della rivista l’art. di John C. Hulsman e James A. Phillips, Un piano americano per il dopo-Saddam, p. 33 sgg.

[14] La “Fondazione liberal” presieduta da Ferdinando Adornato (Forza Italia) ha costituito un “Comitato di Difesa” con l’obiettivo di “diffondere la coscienza tra i cittadini che siamo in guerra con il terrorismo internazionale”, che è una guerra dell’Occidente, della “civiltà occidentale”, contro “l’odio fondamentalista terrorista [...] Dopo l’11 settembre nulla è più come prima poiché il terrorismo fondamentalista islamico ha crudelmente aperto la guerra contro l’America e l’Occidente”. Del comitato fanno parte Luigi Ramponi, presidente commissione difesa della Camera; Mario Arpino, ex capo di stato maggiore della difesa; Ammiraglio Venturoni, ex capo di stato maggiore della difesa; Vincenzo Camporino, vicecapo di stato maggiore della difesa; Carlo Jean, studioso di strategia e collaboratore di Lime.


 

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