FISICA/MENTE

 

 

DOPO LE TORRI LIBERTA' ZERO 

(INTERVISTA A GORE VIDAL)

da "L'Espresso", 29 novembre 2001

Per l'America l'attentato alle Torri durante il Martedì delle Tenebre è un danno sì spaventoso, ma inferiore al k.o. inflitto alle libertà in via di estinzione. La tesi, al limite del paradosso e della provocazione, porta la firma di Gore Vidal, lo scrittore americano che da sempre esercita con elegante ironia il ruolo di coscienza critica degli Stati Uniti. Ed è l'asse portante del suo ultimo libro, "La fine della libertà" (Fazi editore, lire 25 mila), un pamphlet in cui si adombra il rischio che le garanzie democratiche, già disattese in nome della lotta al terrorismo e alla droga, vengano soppresse da una nuova forma di totalitarismo, in nome della crociata contro Bin Laden.

"Con la recente richiesta al Congresso di poteri speciali supplementari", spiega Vidal nella sua terrazzatissima casa di Ravello (vive da pendolare fra la Costiera Amalfitana e Los Angeles), "la Casa Bianca si è data enormi poteri, molto maggiori di quelli che limitavano le libertà individuali dei cittadini con le leggi contro il terrorismo del '91. Già nel '95, secondo un sondaggio di Cnn-"Time", il 55 per cento della popolazione era convinto che il governo federale fosse "diventato così potente da rappresentare una minaccia per i diritti dei comuni cittadini". Oggi in America il clima è decisamente peggiorato. La polizia può eseguire intercettazioni senza mandato giudiziario, deportare residenti legittimi, turisti e immigrati privi di permesso senza rispettare le procedure di legge. Una volta alienato, un diritto inalienabile può essere perduto per sempre. E in tal caso diventeremmo uno squallido Stato imperiale".

Il tasso di popolarità di Bush è però altissimo. La maggioranza degli americani accetta di sacrificare le libertà pur di giungere alla cattura dello sceicco del terrore.

"Solo il 5 per cento dei cittadini si interessa di politica. Ma dal momento che il paese è stato attaccato in maniera orribile è normale che la gente si stringa intorno al proprio presidente. Nei panni di Bush non mi farei però molte illusioni. Ai tempi della Guerra del Golfo anche il padre aveva dalla sua parte il 90 per cento dei consensi. Ma dopo appena qualche mese Bill Clinton lo sfrattò dalla Casa Bianca".

Ma perché l'America, che è considerata la culla della democrazia, ha una cultura politica così insufficiente?

"Perché è una democrazia da multinazionali. Un sistema dove il potere, come nel caso di Bush, può essere comprato. Dove il governo rappresenta solo i ricchi che in pratica lo noleggiano. E dove domina un solo partito. Fra i repubblicani e i democratici la differenza è solo nelle sfumature. In concreto, ci sia Clinton o ci sia Bush alla Casa Bianca, rimane il fatto che i lavoratori sono senza assistenza medica e il sistema scolastico di base è misero. Nessuno da noi conosce le lingue straniere. E neanche la geografia. Secondo un sondaggio, messi davanti a un mappamondo senza scritte, l'80 per cento degli intervistati non sono riusciti nemmeno a indicare con esattezza la collocazione degli Stati Uniti. È logico che da noi i cittadini si disamorino della politica e oltre la metà non vada neanche a votare".

Ammetterà però che la strategia bellica di Bush si sta rivelando vincente.

"Continuo a pensare che questa sia una guerra stupida. Come quella del Vietnam, che è servita solo a Hollywood per creare personaggi come Rambo e produrre film di cassetta. C'era bisogno di massacrare incolpevoli popolazioni civili per mettere in rotta i talebani? Risultati più brillanti avremmo ottenuto ingaggiando agenti segreti nel mondo musulmano, magari in Indonesia dove si sente meno il fascino di Al Qaeda, per metterli sulle piste di Bin Laden".

L'America è minacciata anche dall'incubo dell'antrace. Ma secondo l'Fbi è probabile che gli untori siano i gruppi neonazisti fra cui maturò la strage di Oklahoma City.

"La cultura antagonista sta prendendo piede. Le milizie possono disporre di circa 200 mila uomini. Ma sono fiancheggiate da altri 4-5 milioni di simpatizzanti. Quasi un terzo partito. Cittadini che si definiscono arrabbiati per la progressiva limitazione di libertà. Per la militarizzazione dell'Fbi che ha portato alla strage dei Davidiani a Waco. E se la prendono con il governo. Se le cose continueranno a degenerare non escludo neppure uno scenario da guerra civile".

Lei trascorre molto tempo in Italia. Rischiamo di scivolare anche noi verso il totalitarismo?

"L'Italia ha già avuto il fascismo. E forse in quei vent'anni si è immunizzata contro il totalitarismo. Siete un paese contraddittorio. Un po' anarchico, un po' compassionevole. Un esperimento di avanguardia teatrale".

 

BIBLIOGRAFIA

BOLAFFI A. e MARRAMAO G., "Frammento e sistema. Il conflitto-mondo da Sarajevo a Manhattan" - Donzelli 2002

BONATE L., "Terrorismo internazionale" - Giunti 1999

BORZI N. e CRIVELLI G., "I killer invisibili" - Il sole 24 ore 2001

CAMPANINI M., "Islam e politica" - Il Mulino 1999

CINGOLANI S., "Guerre di mercato" - Laterza 2002

CHOMSKY N., "Il club dei ricchi" - Gamberetti 1996

DI LELLO A., "Prima Guerra Globale. L'Islamismo, l'Occidente, l'Apocalisse" - Koinè Nuove Edizioni, 2002

FALLACI O., "La rabbia e l'orgoglio" - Rizzoli

LATOUCHE S. "L'occidentalizzazione del mondo" - Bollati Bringieri

LEWIS B., "L'Europa e l'Islam" - Roma, Carocci 1999

LIANG Q. e XIANGSUI W., "Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione" - Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001

OLIMPIO G., "La rete del terrore. Come nascono e agiscono i militanti delle Guerre Sante" - Sperling & Kupfer, 2002

PACE E.,"Islam e Occidente" - Edizioni Lavoro 1995

RAPETTO U. e DI NUNZIO R., "Le nuove guerre. Dalla Ciberwar ai Black Bloc, dal sabotaggio mediatico a Bin Laden" - Rizzoli 2001

SPATARO, "Il fondamentalismo islamico - L'Islam politico" - Edizioni Associate 1995

 

Gore Vidal è un "vero americano", molto di più di quanto lo siano i vari "neoconservatori" che stanno scatenando la guerra mondiale.

Gore Vidal è sostanzialmente un vero conservatore all'americana, non ha nulla a che vedere con il piccolo mondo della sinistra del suo paese.

Gore Vidal è laico e profondamente preoccupato per la perdita delle tradizionali libertà. Non dimentichiamo infatti che in Italia, con tutti i suoi servizi deviati, pestaggi di Genova e quant'altro, esistono libertà e garanzie che negli Stati Uniti del dopo 11 settembre se le sognano. E in questi giorni, con la promozione del Patriot Act II, le cose diventeranno
ancora peggiori.

Credo che sia importantissimo riflettere su questo, perché questa non è solo una guerra contro l'Europa sul piano politico ed economico. Sul piano culturale, è' una guerra contro l'Occidente: contro due secoli di stato di
diritto, libertà di pensiero e di espressione, diritto al dissenso, diritto a un equo processo, inalienabilità della cittadinanza. O più semplicemente, una guerra contro la stessa ragionevolezza che rappresenta il meglio
dell'Occidente, accanto a tante schifezze.

Miguel Martinez
http://www.kelebekler.com

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Lo scrittore attacca quella che definisce «la junta al potere». E teme per
i diritti civili nell’era della lotta al terrorismo
Gore Vidal: «La guerra a puntate, nuova dottrina politica dell’Impero»

«A Bush-Cheney interessa il dominio dell’energia mondiale»


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK -

Nel suo ultimo libro, Le Menzogne dell'Impero e altre tristi
verità (Fazi), Gore Vidal, uno dei massimi uomini di lettere americani,
accusa la «junta» (alla sudamericana) Cheney-Bush di aver saputo in
anticipo dell'attentato dell'11 settembre ma di aver «chiuso gli occhi» per
potere avere poi la giustificazione per scatenare la guerra globale al
terrorismo. «Una scusa - scrive Vidal, 77 anni - per impossessarsi delle
riserve di petrolio irachene e mediorientali, dopo aver spianato la strada
agli oleodotti che gli Usa costruiranno in Afghanistan».
Una guerra per il petrolio?
«E’ ovvio che il vero scopo di questa guerra è ottenere il controllo dei
pozzi di oro nero iracheni: i più ricchi al mondo, dopo quelli dell'Arabia
Saudita. Ma almeno la metà degli americani ha capito l’antifona e milioni
di persone scendono in piazza a protestare».
Crede davvero che metà del Paese la pensa come lei?
«Certo, anche se queste dimostrazioni sono spesso ignorate dalle
corporation americane. Proprietarie dei nostri media e insieme dei consorzi
petroliferi che l'amministrazione Bush ha una gran fretta di far sbarcare
in Iraq e dintorni, visto che secondo le stime governative il mondo sarà a
corto di petrolio entro il 2020».
Ma secondo i sondaggi il sostegno alla guerra e a Bush stanno aumentando.
«Un aumento insignificante. Purtroppo i media non fanno altro che
disseminare fedelmente la propaganda dell’amministrazione, la cui versione
dei fatti è l'unica campana che la maggior parte degli americani potrà mai
ascoltare. Ma grazie a Internet, al giornalismo europeo e ad altre fonti,
verità scomode come quelle di cui scrivo sono sempre più accessibili. In un
recente sondaggio il 48% degli americani ha detto che, se le elezioni si
tenessero oggi, voterebbe per qualsiasi candidato democratico al posto di
Bush. La notizia è apparsa a pagina 24 del Los Angeles Times mentre il New
York Times , portavoce della corporate America , l'ha soppressa».
Come giudica la copertura delle tv?
«E’ patriottica e di parte. L'amministrazione ha letteralmente cooptato i
giornalisti, incastonandoli e mimetizzandoli nelle varie unità militari da
dove vedono ben poco e riportano ancora meno».
Secondo alcuni la guerra può essere comunque giustificata se alla fine
libererà un popolo oppresso da anni di crudele e sanguinaria dittatura.
«Al governo americano non importa nulla del popolo iracheno e ancora meno
della sua libertà e benessere. La prima Guerra del Golfo ha causato la
morte per fame e malattia di mezzo milione di bambini iracheni. All'impero
globale interessa solo il dominio dell'energia mondiale ed è ciò che sta
ottenendo».
Adesso che il tabù della «guerra preventiva» è stato rotto, quale sarà il
prossimo Paese a essere attaccato?
«Nel corso dell’ultima campagna elettorale in Israele, il premier Sharon ha
detto che sarà l'Iran. L'unica cosa certa è che la guerra semi-permanente e
"a puntate" adesso fa parte della dottrina politica degli Stati Uniti».
Secondo alcuni esponenti dell'amministrazione Bush una rapida conclusione
del conflitto e un numero limitato di vittime civili potrebbero contenere
il dilagante anti-americanismo.
«Non sono un profeta. La mia preoccupazione principale è mantenere le
libertà civili sancite dalla Costituzione Usa ma disintegrate
dall’amministrazione Bush col Patriot Act varato dal Congresso 45 giorni
dopo l'11 settembre. Il suo artefice, John Ashcroft, ha già pronto il
raddoppio, «il Patriot Act numero 2», che revocherà la cittadinanza
americana e deporterà qualsiasi persona nata in America in odore di
terrorismo. Vorrei poter dire che il mio cuore piange per ogni iracheno e
americano danneggiato da questa avventura ma non è così: non sono un
sentimentale per principio. Però tremo per il mio Paese, e per questo mi
batto contro chi vuol revocare il nostro diritto "alla vita, alla libertà e
al perseguimento della felicità" fissato da Thomas Jefferson nella
Dichiarazione di Indipendenza».
Alessandra Farkas
Esteri
http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=ESTERI&doc=BASSO

 

http://www.nexusitalia.com/USAsentinella.htm

GLI USA, DA SENTINELLE DEL MONDO A STATO DI POLIZIA?

 

Sappiamo tutto della “campagna d’Afghanistan”; i mass media hanno abbondantemente, quotidianamente diffuso le notizie selezionate dagli Usa e che vanno considerate le sole verità degne di attenzione.

Sappiamo molto meno, invece, di un altro fronte in cui si combatte una guerra molto diversa, ma non meno drammatica: intendo quell’attacco alla costituzione, al diritto, alla privacy ed alla libertà che si conduce negli Stati Uniti.

Subito dopo lo sventurato 11 settembre 2001, infatti, il governo americano decise che era necessario attuare una politica di pesante controllo poliziesco sul paese, per debellare la minaccia del terrorismo. Ma se lo scopo dichiarato sembrava di pura e semplice legittima difesa, ora sono molti i cittadini statunitensi i quali temono che la guerra al terrorismo non sia che un pretesto per realizzare uno stato di polizia orwelliano.

Il governo Bush non ha mai fatto mistero della direzione che intendeva prendere: John Ashcroft, attorney general (ministro della giustizia) si è così espresso nei confronti di coloro che osservavano con sgomento la restrizione delle libertà fondamentali in America: “La vostra tattica aiuta solo i terroristi, corrode la nostra unità nazionale e diminuisce la nostra risoluzione. Danno munizioni ai nemici dell’America e deludono gli amici dell’America. Incoraggiano la gente di buona volontà a stare zitta davanti al male”. (1)

Della medesima opinione è Sandra Day O’Connor, della Suprema Corte di Giustizia, che visitando il Ground Zero del WTC, ha dichiarato: “Sono preferibili maggiori restrizioni alla libertà personale piuttosto che si ripeta un tale evento nel paese”. (2)

Con  l’Usa Act, noto anche come Usa Patriotic Act (Legge patriottica Usa), la cui esatta denominaione è Uniting and Strenghtening America Act (più o meno: Legge americana di unità e rafforzamento), approvato l’11 ottobre 2001 dal Senato con 97 voti favorevoli ed uno contrario, il governo Bush ha imposto misure di impressionante portata: ha ampliato la sorveglianza sulla gente comune, ha autorizzato la CIA allo spionaggio domestico, ha previsto tribunali militari per i sospettati di terrorismo, ha pesantemente limitato i diritti dei detenuti (tanto che l’ordine degli avvocati ha protestato con forza), ha permesso che agenti federali ascoltino i discorsi tra arrestati ed i loro legali, ha auspicato la realizzazione di un gigantesco sistema di identificazione personale con un colossale database che raccoglierebbe informazioni capillari su tutti, e registrerebbe dagli acquisti ai movimenti, dal reddito agli investimenti. (3)

Senza dimenticare, poi, la richiesta di studiare forme di tortura per indurre i prigionieri a rivelare le informazioni di cui sarebbero in possesso!

L’Usa Act è stato considerato come il ritorno al maccartismo; forse questo giudizio è eccessivo, ma di certo ora il governo Bush ha carta bianca per zittire gli oppositori: è sufficiente venire accusati di terrorismo e per esserlo non occorre essere fondamentalisti islamici con la barba cisposa e l’occhio fanatico; basta essere sospettato di commettere “atti che appaiono tesi ad influenzare la politica di un governo con l’intimidazione o la coercizione”.

Questa, che ci crediate o no, è una delle definizioni che l’Usa Act dà di terrorismo: pensate alle possibili conseguenze…

Martin Luther King sarebbe oggi considerato come terrorista? E perché no? Visto che mobilitava masse di neri che potevano benissimo essere ritenuti una intimidazione al governo.

Fino a che punto si tratta di critica democratica e non di intimidazione? Dove finisce una e comincia l’altra? E chi stabilisce il limite?

Il segretario dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca, il signor Ari Fleischer, ha recentemente ammonito i suoi concittadini: “La gente deve stare attenta a quello che dice e a quello che fa” (People have to watch what they say and what they do): è una richiesta di collaborazione o una minaccia?

Perplessità e preoccupazioni non provengono solo da esponenti della cultura democratica statunitense, ma addirittura dal direttore dell’ufficio di New York della Alta Commissione dell’ONU sui Diritti Umani, il signor Bacre Ndiaye, che ha comunicato: “E’ evidente che alcuni governi stanno ora introducendo misure che possono colpire l’essenza delle garanzie dei diritti umani. In alcuni paesi, attività nonviolente sono state considerate alla stregua di terrorismo, e sono state adottati provvedimenti eccessivi per sopprimere o ridurre diritti individuali, inclusi la presunzione di innocenza, il diritto ad un giusto processo, libertà dalla tortura, diritto alla privacy, libertà di espressione e d’assemblea e il diritto di chiedere asilo”. (4)

Sarebbe davvero grottesco se la cosiddetta liberazione dell’Afghanistan dovesse corrispondere alla istituzione di un regime semi-totalitario proprio nella nazione che, dal XVIII secolo, si presenta al mondo come faro di libertà e garante della più fulgida democrazia.

Paolo Cortesi

(1)   Citato in The Washington Post del 7 dicembre 2001
(2)   La citazione si trova nell’articolo The Constitution in danger di Nancy Chang, apparso sul numero di novembre-dicembre 2001 della rivista pacifista Nonviolent activist, che si può consultare anche in rete: www.warresisters.org/
(3)   Vedi http://www.ccops.org/  E’il sito della associazione Concerned Citizens Opposed to Police States.
(4)   http://www.arabicnews.com/ansub/Daily/Day/011225/2001122530.html


Usa, la scommessa è la conquista di un potere incontrollato

http://www.talkinaboutinvolution.org/showControlDocument.php?id_documento=23 

 

di Harvey Wasserman - Ringraziamo Susanne Scheidt per la traduzione - 9.10.2002 da CommonDreams.org

a cura del Gruppo ricerca dell'Action for Peace

Ci stiamo avviando verso le elezioni più importanti nella storia degli USA.

Con il suo discorso sulla guerra che George W. Bush sta diffondendo attraverso la TV, egli sta coprendo ciò che oggi è la vera scommessa: il futuro della democrazia. Non quella in Iraq: la nostra democrazia, qui, negli Stati Uniti. Mai nella storia degli USA siamo stati così vicini, quanto lo siamo oggi, ad un regime a partito unico dominato da un unico uomo, svincolato da ogni controllo. E considerando che gli USA sono l'unica superpotenza militare del mondo, l'attuale crisi ha raggiunto proporzioni davvero globali.

La realtà è semplice: l'ala destra del Partito Repubblicano controlla tre dei quattro Poteri del paese e per mettere le mani anche sul quarto rimasto, gli manca un voto solo. L'Esecutivo, il Giudiziario, i media ed il Parlamento (Casa dei Rappresentanti) sono tutti in mano ai Repubblicani. Il Senato sta barcollando sull'orlo dell'abisso. E la legge USA-Patriotic Act, approvata sotto l'impatto del 11 settembre, ha azzerato la maggior parte delle garanzie costituzionali che avevano dato a questo paese la struttura e la consistenza di una democrazia.

Se (dalle elezioni) in novembre il Congresso passerà ai Repubblicani, non vi sarà più alcun controllo istituzionale e non rimarrà alcun contrappeso a garanzia che la democrazia, nata qui due secoli fa, possa sopravvivere.

Primo, i Repubblicani controllano il potere Esecutivo, conquistato grazie ad un verdetto giudiziario con il quale, a suo tempo, si chiuse una procedura elettorale molto discutibile e tramite esso conducono una politica di estrema destra con tale aggressività che permette di distanziare sempre di più l'opposizione.

Secondo, i Repubblicani controllano il potere Giudiziario che aveva formalmente insediato Bush alla Presidenza e che attualmente è dominato da rappresentanti dell'ala destra, molti dei quali con incarichi a vita e venuti su già nell'epoca di Nixon.

Terzo, i Repubblicani controllano il "quarto potere" nel paese. Praticamente tutti i media degli USA sono attualmente in mano a sei aziende. Con qualche preziosa eccezione, non vi è alcun dibattito serio sull'argomento centrale dal quale dipende la vita degli americani e nessuna copertura da parte dei grandi media viene accordata al movimento per la pace, per la giustizia sociale, per la salvaguardia dell'ambiente, dei diritti dei lavoratori o delle minoranze, tanto per controbilanciare la martellante crociata dei portavoce dell'ala destra.

L'unica istituzione rimasta in piedi - ma ormai barcollando - è il Congresso. La Casa dei Rappresentanti è saldamente in mano alla Destra Repubblicana. L'opposizione della minoranza Democratica è debole, priva di esponenti forti e senza direzione.

Grazie alle defezioni di Jim Jeffords di Vermont, i Democratici dispongono di una maggioranza per un solo voto nel Senato USA. E questo unico voto è tutto ciò che separa attualmente i Repubblicani dell'estrema destra dal dominio totale ed incontrollato del potere negli USA.

A questa pozione letale per la democrazia statunitense, si è aggiunta la legge USA Patriot Act, approvata dopo l'11 settembre, che praticamente azzera i diritti costituzionali, una volta ritenuti intoccabili e garantiti dalla Costituzione.

Detto in parole povere: l'Esecutivo adesso ha il potere di definire chiunque voglia un "terrorista", senza dover produrre alcun indizio tangibile, ha il potere di detenere la persona definita "terrorista" senza dover produrre alcun formale atto di accusa ne concedergli accesso alla difesa legale e senza dovere nemmeno notificare pubblicamente l'avvenuto arresto.

In base a ciò, centinaia di presunti terroristi, senza nomi ne volti, sono attualmente detenuti indefinitamente a Cuba e probabilmente anche altrove, senza alcuna possibilità di fare un ricorso legale. Se non vi si porrà un argine, questo totale disprezzo per i diritti umani garantiti dalla Costituzione degli USA si diffonderà inesorabilmente come un cancro alla sostanza stessa della società americana distruggendo i principi di libertà e del dissenso.

L'impianto dei nostri diritti fondamentali è diventato esile sotto George W. Bush quanto lo è sotto i tanti dittatori del terzo mondo, installati dal padre di George W. Bush quando fu direttore della CIA.

Scomparirà anche l'ultima traccia di contrappeso al potere rimasta nel sistema, se i Repubblicani manterranno il controllo del Parlamento (Casa dei Rappresentanti) e riusciranno a riconquistare il Senato.

Questa faccenda americana si estende su scala globale con la dichiarazione della nuova Dottrina Bush, secondo la quale il governo USA si arroga il "diritto" di intervenire in qualsiasi paese e di destituire qualsiasi governo non gradito agli USA, prescindendo dai principi della sovranità dei paesi e della legalità internazionale.

La recente escalation della retorica di Bush non ha nulla da che fare con l'Iraq. Saddam Hussein è solo l'ultimo dei nemici di circostanza installati dall'America. Questa isteria anti-Iraq ha da che fare con un regime USA, non eletto, aggressivo, intenzionato a completare il golpe iniziato due anni fa.

L'economia americana è agli stremi, le quotazioni in borsa sono in caduta libera. Irrisolti scandali multi-miliardari macchiano le reputazioni di Bush (faccenda Harken Energy) e del suo Vice Dick Cheney (faccenda Halliburton). Sotto il loro regime, il tasso di disoccupazione negli USA è schizzato in alto mentre la qualità della vita è precipitata.

Il rimedio proposto da Bush a questi mali consiste in una detassazione dei ricchi, combinata ad una crociata senza quartiere contro il lavoro sindacalizzato, i diritti degli omosessuali, delle donne, delle minoranze e nell'avvio al saccheggio dell'ambiente. La sua politica estera finora si è risolta stracciando i trattati internazionali riguardanti gli sperimenti atomici, la difesa missilistica, le alterazioni metrologiche, la giustizia internazionale ed altro.

I più recenti discorsi di Bush sulla guerra imminente non ammettono l'argomento dei costi umani od economici. Bush e la maggior parte del suo governo sono guerrafondai codardi che avevano aggirato la leva militare in epoca della guerra di Vietnam. Egli stanno commercializzando un videogioco di guerra nel quale Saddam Hussein scompare, come per magia, senza che una goccia di sangue americana venga versata, senza produrre una sola vedova, un solo parente o orfano americani in lacrime. I veterani americani che soffrono dagli esiti della prima Guerra del Golfo semplicemente non esistono. E non esiste il caos lasciato in Afghanistan dopo aver fatto sloggiare i Taleban senza rintracciare Osama Bin Laden.

Una guerra vera contro questo particolare Saddam Hussein potrebbe costare da cento a duecento miliardi di dollari che l'attuale economia americana non si può permettere di spendere. Una tale guerra potrebbe destabilizzare su scala globale la distribuzione del petrolio e mandare in bestia gran parte del mondo mussulmano, forte di 1,2 miliardi di anime. I costi reali potrebbero comprendere quotazioni del petrolio alle stelle, un collasso economico e l'escalation del terrorismo verso dimensioni inimmaginabili, aerando per sempre sogni di libertà e di pace.

I Repubblicano stanno conducendo la campagna per le elezioni di novembre come un carro armato. Stanno vincendo la loro scommessa contro i Democratici, troppo timidi per opporsi ad una guerra senza volto e alla dichiarazione di un impero senza gambe. A monte vi è in attesa un corteo interminabile di nemici Orwelliani, disegnati secondo le circostanze, per fornire il pretesto permanente per il mantenimento della Legge marziale.

L'aggressione Harken-Halliburton contro l'Iraq è la fase due del golpe iniziato con l'installazione di un presidente non eletto. Questo golpe potrebbe completarsi il 5 novembre, con la vittoria finale sul Senato nelle elezioni.

Se succede questo, Saddam Hussein costituirà l'ultimo dei nostri problemi.
Tratto da http://www.informationguerrilla.org/usa_potere_incontrollato.htm 



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