FISICA/MENTE

 

 

POLITICA USA IN MEDIO ORIENTE - CRONOLOGIA

La lista qui sotto presenta alcuni episodi specifici della politica statunitense in Medio Oriente. La lista minimizza i motivi di scontento nei confronti degli Stati Uniti perché esclude le politiche generalizzate di lunga durata, come l'appoggio USA a regimi autoritari (invio di armamenti all'Arabia Saudita, addestramento della polizia segreta dello scià in Iran, fornitura di armi e aiuti alla Turchia malgrado gli spietati attacchi ai villaggi curdi, etc.) La lista esclude anche le azioni di Israele nelle quali gli Stati Uniti sono indirettamente implicati poiché per anni Israele è stato il primo o il secondo beneficiario degli aiuti degli Usa ed ha ricevuto armamenti altamente tecnologici nonché il beneficio diplomatico del potere di veto nel consiglio di sicurezza.
1948: Creazione dello stato d'Israele. Gli USA rifiutano di fare pressione su Israele perché permetta il rientro dei palestinesi espulsi. 1949: La CIA spalleggia il colpo di stato militare che depone il governo eletto della Siria. 1953: La CIA aiuta a rovesciare il governo democraticamente eletto di Mossadeq in Iran (che aveva nazionalizzato la compagnia petrolifera britannica), aprendo le porte ad un quarto di secolo di dittatura dello scià Mohammed Reza Pahlevi. 1956: Gli Usa tagliano i finanziamenti promessi per la diga di Assuan in Egitto dopo che l'Egitto ha ricevuto armi dal blocco orientale. 1956: Israele, Gran Bretagna e Francia invadono l'Egitto. Gli USA non appoggiano l'invasione, ma il coinvolgimento degli alleati NATO nuoce severamente all reputazione di Washington nella regione. 1958: Le truppe statunitensi atterrano in Libano per garantire la "stabilità". primi anni '60: Gli USA tentano invano di assassinare il leader iracheno Abdul Karim Qassim. 1963: Gli USA sono accusati di fornire i nomi dei comunisti da uccidere al partito iracheno Ba'ath (in seguito guidato da Saddam Hussein). La repressione anti-comunista in Iraq è feroce. 1967: Gli USA bloccano ogni sforzo del consiglio di sicurezza di far osservare la Risoluzione 242 sul ritiro degli israeliani dai territori occupati durante la guerra del 1967. 1970: Guerra civile tra Giordania e OLP. Israele e USA si preparano ad intervenire a lato della Giordania se la Siria appoggia l'OLP. 1972: Gli USA bloccano gli sforzi di Sadat per un accordo di pace con l'Egitto. 1973: L'aiuto militare statunitense rovescia le sorti di Israele nella guerra contro Siria ed Egitto. 1973-75: Gli USA appoggiano i ribelli curdi in Iraq. Quando, nel 1975, l'Iran raggiunge un accordo con l'Iraq e chiude le frontiere, l'Iraq massacra i curdi e gli USA negano loro rifugio. Kissinger spiega che "le attività segrete non devono essere confuse con le azioni umanitarie".
1978-79: Gli iraniani cominciano a dimostrare contro lo scià. Gli USA garantiscono appoggio "senza riserve" a Reza Pahlevi e lo spingono ad usare la forza. Fino all'ultimo, gli USA tentano inutilmente di organizzare un colpo di stato per salvargli il trono. 1979-88: Gli USA , sei mesi prima dell'invasione sovietica dell'Afganistan, iniziano in segreto ad aiutare i Mujahiddin. Nei dieci anni successivi, gli Stati Uniti forniscono addestramento e più di 3 miliardi di dollari in armi e aiuti. 1980-88: Guerra Iran-Iraq. Quando l'Iraq invade l'Iran, gli USA si oppongono ad ogni azione di condanna del consiglio di sicurezza. Gli Stati Uniti cancellano l'Iraq dalla lista delle nazioni che sostengono il terrorismo e permettono il trasferimento di armamenti americani. Allo stesso tempo, lasciano che Israele fornisca armi all'Iran e nel 1985 le forniscono direttamente, sebbene in segreto. Gli USA assicurano informazioni di intelligence all'Iraq. L'Iraq usa armamenti chimici nel 1984; gli USA ristabiliscono le relazioni diplomatiche con il paese. Nel 1987 gli Stati Uniti mandano la marina nel golfo Persico, prendendo le parti dell'Iraq; una nave da guerra statunitense abbatte un aereo iraniano, uccidendo 290 civili. 1981, 1986: Gli USA tengono manovre militari a poca distanza dalle coste libiche in acque reclamate dalla Libia, con il chiaro proposito di provocare Gheddafi. Nel 1981 un aereo libico lancia un missile e due aerei libici sono abbattuti. Nel 1986 la Libia lancia un missile che cade lontano da ogni bersaglio e gli USA attaccano le navi di pattuglia e le installazioni costiere libiche, uccidendo 72 persone. Quando una bomba esplode in un night-club di Berlino provocando due morti, gli Stati Uniti accusano Gheddafi di essere il mandante (possibilmente vero) e bombardano a più riprese la Libia, uccidendo dozzine di civili tra cui la figlia adottiva di Gheddafi. 1982: Gli USA danno il nulla osta all'invasione israeliana del Libano, che fa più di 10.000 vittime. Gli USA scelgono di non invocare la legge che proibisce a Israele l'uso di armamenti americani se non in auto-difesa. 1983: Truppe statunitensi sono inviate in Libano come parte di una forza di peacekeeping multinazionale; intervengono su di un solo lato della guerra civile. Sono ritirate dopo un attacco dinamitardo suicida contro gli alloggi dei marines. 1984: I ribelli afgani spalleggiati dagli USA aprono il fuoco su un aereo civile. 1988: Saddam Hussein trucida migliaia di curdi e usa armi chimiche contro di loro. Gli USA infittiscono i legami economici con l'Iraq. 1990-91: Gli USA rifiutano ogni tipo di soluzione diplomatica dell'invasione irachena del Kuwait (respingendo, per esempio, ogni tentativo di collegare le due occupazioni regionali, del Kuwait e della Palestina). Gli Stati Uniti guidano una coalizione internazionale in guerra contro l'Iraq. Vengono bombardate infrastrutture civili. Per promuovere la "stabilità", gli USA rifiutano di aiutare le insurrezioni post-belliche degli sciiti nel Sud e dei curdi nel Nord del paese, negando loro l'accesso alle armi sequestrate all'esercito di Saddam e non proibendo le rappresaglie degli elicotteri filogovernativi. 1991: All'Iraq vengono imposte sanzioni economiche devastanti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna bloccano ogni tentativo di rimuoverle. Centinaia di migliaia di civili muoiono.

http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/montellasocialforum/pop39.html 


Eric Margolis, stimato e attento osservatore del mondo arabo, suggerisce una tesi dirompente: che tutti i paesi arabi si uniscano sotto l'egida della Lega Araba che li rappresenta ed inviino migliaia di "scudi umani" a Baghdad
La proposta

Fratelli arabi, unitevi!

 

di Eric Margolis
 http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=2771 

Come dovrebbero comportarsi i paesi arabi di fronte alla sempre più imminente guerra di invasione dell'Iraq da parte degli anglo-americani? Eric Margolis, stimato e attento osservatore del complicato mondo arabo, suggerisce una tesi, forse discutibile, ma certamente dirompente: che tutti i paesi arabi si uniscano sotto l'egida della Lega Araba che li rappresenta ed inviino migliaia di "scudi umani" a Baghdad. Così che l'attacco contro l'Iraq diventi un attacco contro tutti gli arabi. Una tesi solo provocatoria? Leggiamo il bell'articolo di Margolis, e scopriremo che quanto appare come una provocazione forse lo è meno di quanto sembri. (rdn).

La vecchia massima "uniti resisteremo, divisi affonderemo" non e' mai stata tanto appropriata quanto per gli stati arabi, sgomenti di fronte alla "crociata evangelista" di Bush contro l'Iraq. L'allarmante debolezza e sottomissione del mondo arabo nei confronti dell'occidente non e' mai stata piu' evidente di oggi, con la sua aperta o  discreta cooperazione ai piani di Bush per invadere il paese "fratello" dell'Iraq. Sebbene il 99% degli arabi siano aspramente contrari ad un attacco anglo-americano all'Iraq, i loro regimi autoritari, che si servono  dell'aiuto USA contro i loro stessi popoli, stanno lentamente scavando la fossa del mondo mediorientale.

Ogni leader arabo sa che gli USA schiacceranno l'Iraq, ma nessuno di essi gli darà una mano, rischiando così di finire sulla lista nera di Washington. Allo scopo di deflettere la furia dei loro popoli provocata dalla prossima invasione dell'Iraq, i governanti arabi hanno ordinato ai loro media obbedienti di lanciare una campagna tesa ad indicare in Saddam il responsabile della guerra. La disunita' araba non e' mai stata così pateticamente alla ribalta.

I leaders arabi sono profondamente consapevoli della strategia dell'attacco USA all'Iraq, iniziata nel 1988 con una campagna di propaganda - la piu' massiccia dalla II Guerra Mondiale - ispirata dai neo-conservatori americani, supporters del Likud israeliano. Il piano fu accuratamente elaborato e passato all'amministrazione Bush da tre dei suoi campioni: Richard Perle, Paul Wolfowitz e Lewis Libby.

All'inizio di questo mese, il Washington Post ha pubblicato un rimarchevole articolo che rivela come un gruppo di falchi neo-conservatori dell'amministrazione Bush abbiano pianificato segretamente una guerra contro l'Iraq. «Molti neo-conservatori] sono forti supporters di Israele - scrive Glenn Kessler, del Post - e vedono nella rimozione di Saddam la chiave del cambiamento della dinamica politica del Medioriente».

Traduzione: la guerra contro l'Iraq è stata pianificata per assicurare ad Israele una posizione di dominio incontestabile in Medioriente, mettere fine alla resistenza palestinese, esigere la vendetta sugli hezbollah, garantire la sottomissione ad Israele dei regimi arabi e controllare il flusso del petrolio iracheno e saudita.

Ben sapendo, dunque, che Israele sta pressando l'amministrazione Bush ad una guerra contro uno dei loro "fratelli", una guerra il cui obiettivo dichiarato e' «ridisegnare la mappa del Medioriente», rovesciandone alcuni regimi, probabilmente anche quello dell'Arabia Saudita, e rubare il petrolio iracheno, i governi ed i potentati arabi restano paralizzati come cervi alla luce dei fari posteriori di un carroarmato.

Mai come adesso i regimi arabi hanno mostrato una più assoluta mancanza di legittimita'. Essi sono feroci nella repressione interna, ma deboli ed inetti quando devono fronteggiare minacce esterne. Contrariamente ad Israele, che è organizzato e determinato, i governanti arabi sembrano un gruppo di agitati e timorosi ometti intenti a tormentarsi le mani, ed i cui interessi raramente trascendono la ricchezza personale ed il potere. Cosa potrebbero fare gli arabi per evitare una guerra di aggressione contro l'Iraq che assomiglia sempre piu' ad una crociata medievale?

Formino un fronte diplomatico unito che chieda che le ispezioni continuino. Organizzino un boicottaggio petrolifero totale agli USA se l'Iraq dovesse essere attaccato. Inviino in Iraq 250.000 civili da tutto il mondo arabo a formare scudi umani attorno a Baghdad ed alle altre citta' minacciate. Boicottino Gran Bretagna, Turchia, Kuwait e stati del Golfo che si  uniscano o favoriscano l'invasione USA dell'Iraq.

Ritirino tutti i fondi a deposito sulle banche americane e britanniche. Accettino  pagamenti per il petrolio solo in euro, non in dollari. Mandino in Iraq truppe scelte della Lega Araba, sicche' un attacco all'Iraq diventi un  attacco a tutti loro. Cancellino commesse e contratti per l'acquisto d'armi americane e britanniche del valore di miliardi di dollari. Almeno avranno dato prova di possedere ormoni maschili ed orgoglio nazionale. Ma gli stati arabi non lo faranno. Diverranno piu' piccoli, temporeggeranno e poi si uniranno agli avvoltoi che si ciberanno della carcassa sanguinante dell'Iraq, nello sforzo di mostrarsi devoti servitori di Washington.

Gli efficienti servizi di sicurezza interni schiacceranno qualsiasi moto  popolare di protesta contro l'attacco all'Iraq, particolarmente in Egitto, Marocco e Giordania. Continueranno a torturare e giustiziare coloro che si oppongono alle loro politiche fallimentari. I campioni auto-proclamatisi della causa araba, Libia e Siria, staranno in silenzio. Non chiedetevi perche' Osama bin Laden, o l'idea di lui, sia così popolare. L'unico leader arabo che nell'ultima decade abbia mostrato spirito d'iniziativa è Saddam Hussein. Per quanto disastroso il suo  governo possa essere stato, solo lui e' stato in grado di ribellarsi al moderno padrone coloniale del Medioriente, gli Stati Uniti.

Il rifiuto di Saddam di piegarsi ai diktat anglo-americani nel 1991 costituisce il motivo dei continui bombardamenti sull'Iraq negli ultimi dieci anni e della determinazione di Bush a schiacciare l'Iraq ed uccidere il suo leader. Non si tratta di armi di distruzione di massa: si tratta di sfida. Gli USA sono determinati a fare dell'Iraq un esempio che serva da monito agli altri stati arabi sul prezzo terrificante della disobbedienza.

I "buoni" arabi che coopereranno, saranno ricompensati con armi e denaro. Quelli che non parteciperanno alla crociata del presidente Bush dovranno  affrontare il "cambiamento di regime" e la "liberazione". La resistenza palestinese sarà schiacciata. "Nadir" e' un termine arabo che indica il punto piu' basso. Le nazioni arabe stanno per raggiungere il loro.

(venerdì 21 febbraio 2003)


CASUS BELLI: LA GUERRA IN IRAQ E LE SUE IMPLICAZIONI ECONOMICHE E GEOPOLITICHE

di Sbancor

I miei antichi concittadini denominavano con “casus belli” il motivo per cui una guerra viene dichiarata. Gente pratica, i romani, quelli di allora, beninteso, avevano moltissimi motivi per dichiarare guerra. Uno era il principale: essi erano militarmente i più forti. E però come sempre il più forte fa, essi amministravano la guerra con la discrezione che competeva ad un impero. Mai e poi mai avrebbero fatto discendere la guerra da una superiorità razziale e religiosa. La razza non era concetto di gran moda fra i figli dei centurioni, usi a copulare in molti dei paesi occupati. La religione poi, per i romani, era legata al “genius loci”. Occupato un paese essi , solerti, si preoccupavano di quale fosse il Dio del luogo e prontamente gli erigevano un altare e lo includevano nel Pantheon. L’unico paese in cui questa operazione non riuscì fu Israele, ma, come dir e, la colpa era del Dio locale, che si pretendeva unico. Non a caso Israele fu l’unico paese sottoposto a deportazione di massa e pulizia etnica. Concetti che normalmente non erano parte dello strumentario romano in tema di imperialismo.

Nel caso dell’Iraq, qual è il “casus belli”?

La stampa mondiale, prodiga di articoli, ma altrettanto scarsa in notizie ha provato a costruire diversi “casi”, cioè motivi, per cui la guerra è giusta.

A ben vedere però nessuno regge, non dico a una critica serrata, ma neppure a una disanima superficiale. E’ vero la comunità internazionale non è mai stata prodiga di motivazioni. Nel caso della Serbia, ad esempio, solo la presenza al governo italiano della Sinistra (Do you remember Mr D’Alema?” un personaggio che ai tempi delle Botteghe Oscure era indistinguibile da un membro di seconda mano di una delegazione ufficiale del Partito Comunista Cecoslovacco) convinse il Paese ed il Presidente della Repubblica ad obliare l’art 11. della Costituzione. Negli USA Maddaleine Albright, rischiò l’ulcera, essendo lei caratterialmente dispeptica, per convincere il suo paese, indeciso se Sarajevo fosse sulla Est Coast oppure sulle West, a proclamare una guerra. Quanto sarà costato a Maddaleine finanziare i fondamentalisti islamici de ll’UCK proprio a lei giudea nicodemista? Gli altri Europei si accodarono per motivi oscuri. Avevano a che fare con raffinatissimi calcoli geopolitici, ma il risultato fu che i bombardamenti si concentrarono su Pristina, distruggendo il “Corridoio”più caro agli Europei. Della serie palle e martello.[1]

Assolutamente favorevoli alla guerra era la lobby umanitaria, “noveaux philosophes”, Verdi Tedeschi e pure Sofri Adriano, che invece di pensare ai guai suoi ne provoca di altri e ben più gravi. Pragmatico l’ex leader della Germania unita, il Cancelliere Kohl, era contrario. Pagò il suo dissenso con la tangentopoli germanica.

Lo schieramento progressista Clinton-Blair-Cohen-Bendit-Sofri-Gluksman (si licet de minima curant) lascia il posto nella guerra Irachena a una compagine petrolifera repubblicana e di destra ben più organica. Restano Blair e Sofri, come addetti stampa.

Ma le motivazioni scarseggiano.

· Non si può accusare Saddam di filoterrorismo: l’unico “terrorista vero” residente in Irakera Abu Nidal, compianto membro del consiglio d’amministrazione della BCCI la banca finanziatrice dell’atomica pakistana e di chi sa quali altri misfatti (si sa…si sa..), strappato all’affetto dei suoi cari dai mitra dei servizi segreti iracheni. Non so perché, ma ho il fondato timore che la CIA, lo abbia annoverato tra le perdite…Comunque gli unici campi di AL Qaida in Irak stanno nelle zone Kurde, teoricamente alleate agli USA e membri dell’opposizione a Saddam.

· Non si può accusare Saddam di fondamentalismo religioso. L’unico fondamento che venera è il suo dispoticissimo potere.

· Le armi di distruzioni di massa ci sono. Ma forte è il sospetto che le abbiano fornite gli Stati Occidentali e – ahimè – che le abbiamo finanziate proprio noi via BNL-Atlanta. L’atomica irachena è un sogno tramontato sotto le bombe israeliane. Certo, in futuro, Saddam potrebbe averne una, come tutti d’altronde. Ma allora perché non preoccuparsi subito di disarmare Pakistan e Israele, le uniche due potenze nucleari dell’area?

 

Esaurite queste motivazioni ufficiali veniamo a quelle ideologiche.

· Adriano Sofri dice che contro il male la guerra è lecita. E porta l’esempio della guerra ad Hitler. Debolissimo paragone. L’unico somiglianza che mi viene in mente fra il Rais e il Fhurer è l’origine dei finanziamenti che li hanno portati al potere o comunque soccorsi in momenti difficili. Nel caso di Hitler parliamo del finanziamento in pool del 1932, organizzato da Schroeder, con la benedizione di Montagu Norman, dissennato governatore della Bank of England, e fra gli altri con i contributi onerosi dell’antisemita J.P.Morgan e del semita Max Warburg. La geopolitica di allora pensava utile rafforzare Hitler contro le mire espansioniste di una Francia che aveva troppo oro per essere gradita al guardiano della Sterlina all’Impero Brita nnico, e alle venali oligarchie di Wall Street. E poi dare una lezione ai comunisti, non fa mai male. Ieri come oggi la geopolitica crea mostri.

· “Il Foglio” e i suoi redattori (ex di tutto), hanno una tesi più brutale: la democrazia ed il libero mercato si può, e si deve, esportare sulle canne dei fucili. Che questo sia detto, fra gli altri da antichi estimatori di Pol Pot e di Khomeini, compromette già all’inizio la forza all’argomentazione e invita allo sganascio. L’unico esempio storico recente, escluso l’impero romano, che comunque esportava il diritto e non la democrazia, è costituito da Napoleone Bonaparte. Sul Bonaparte aprirei una grande discussione storico militare. Le armate francesi crearono le Repubbliche cisalpine e cispadane, inventarono il tricolore italiano, portarono ovunque il diritto amministrativo francese, terrorizzarono i “codini” di tutta europa e fecero sussultare pure l’Impero Britannico. Ma l’idea imperiale di Bonaparte era comunque francocentrica e autocratica, le sue derivazioni politiche dalla Grande rivoluzione sempre più flebili. Fino a scomparire del tutto nella proclamazione dell’Impero. I risultati politici finali poi furono disastrosi: dal 1815 in poi le idee di un nuovo ordine mondiale democratico dovranno sottoporsi ai nazionalismi, ai risorgimenti, e troveranno infine un eco solo nel pensiero rivoluzionario socialista ed anarchico e nella Comune del 1870. E d’altra parte tutto si può dire della “crociata afghana”, tranne che ha riportato la democrazia nell’area. Personaggi come il Generale Dostum e il Presidente Uzbeko Karimov sono più degni di un museo lombrosiano di un manicomio criminale che degli annali della democrazia. Rispondono solerti, che questo è solo l’inizio. Guerra infinita, appunto.

Veniamo dunque a più serie motivazioni. Che si possono così schematizzare:

· Il controllo dei pozzi petroliferi. (Dottrina “Cheney”)

· La teoria delle alleanze instabili finalizzate al controllo di aree strategiche. (Paul Wolfowitz)

Le due teorie non sono contraddittorie, anzi. Entrambe rappresentano la “Logica dell’Impero”. In una sono più forti gli argomenti di geopolitica, nell’altra quelli “energetici”.

Va detto che gli USA non hanno mai fatto una guerra per il Petrolio. L’unica guerra a fini petroliferi può essere considerata il “bening neglect” adottato dagli Inglesi negli anni ’30 nella guerra fra Haschemiti e Sauditi, da cui la dinastia Saud sostituì gli Hussein come punto di riferimento del mondo arabo. Quella sciagurata guerra in cui il colonnello Lawrence avrebbe voluto combattere con gli Hussein, suoi antichi alleati (e non solo) nella rivolta del deserto, ma l’efficace Servizio di Sua Maestà Britannica glielo impedì. Poco dopo l’aviere Ross (Lawrence) trovo la morte in un incidente di motocicletta. Al funerale per l’aviere Ross partecipò, fra l’incredulità generale, J.B.Shaw, e molti altri.

Ma tornando ad oggi vediamo i conti petroliferi.

Nel 1980 gli USA importavano dai paesi arabi OPEC il 47% del totale delle importazioni di petrolio. Oggi, 2002, ne importano il 24,8%.

La dipendenza dal petrolio mediorientale degli USA è dunque diminuita. Nuovi partner sono apparsi sul mercato. La Russia produce 10 milioni di barili di petrolio giorno e ne esporta fra i 4. e i 5 milioni. Il Venezuela da solo copre il 12% dell’import americano (e questo spiega il malanimo nei confronti di Chavez.). Poi vi è il petrolio del mare del Nord, soprattutto norvegese, l’Angola e tanti altri partner diversi dai mediorientali.

La produzione dell’Irak è oggi intorno ai 3-3,5 milioni di barili/giorno. Quasi interamente dedicati all’export, parte nel programma “Oil for Foods”, parte, “illegalmente” attraverso la Siria e in misura minore la Giordania.

Senza embargo e con nuovi investimenti l’Irak potrebbe attestarsi fra i 4 e i 5 milioni di barili giorno.

Non è poco. Ma non è nemmeno tanto da giustificare una Guerra, neppure economicamente, almeno in termini di cash-flow.

William D. Nordhaus, affermato economista e autore di un libro di testo giunto alla 17ma edizione, prova a fare i conti di quanto costerebbe un'avventura militare americana in Iraq. La guerra del golfo del 1990-1991 appare una bazzecola, per le casse americane, in quanto gran parte di un conto di 80 miliardi di dollari fu girato agli alleati, soprattutto all’Arabia Saudita. Con tutta la cautela e le riserve del caso, Nordhaus stima a 121 miliardi i costi di un'eventuale vittoria lampo e a 1600 miliardi i costi di un molto più probabile conflitto protratto: la differenza sono spiegati dai “costi di occupazione” per dieci anni. A differenza del 1991 infatti questa volta l’America non potrebbe ribaltare i costi della guerra: le maggiori entrate della rendita petrolifera servirebbero per la ricostruzione dell’Irak, mentre i costi di occupazione sono stimati in 500 miliardi di dollari totalmente a carico degli USA. La American Academy of Arts and Sciences invece ha una stima maggiore: 2 mila miliardi di dollari.

In realtà l’attacco all’Irak non si spiega con il petrolio.

Neanche guardando al futuro. Il petrolio del futuro sta nell’Asia Centrale, per ora in Kazakistan, nei giacimenti del Caspio. Probabilmente in Cina nello Xin Xiang.

Ma il petrolio dell’Asia Centrale per ora è solo una opzione strategica a cinque/dieci anni. Occorrerà infatti costruire gli Oleodotti. E per non ingolfare il Bosforo, occorrerà portarlo via Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan, fino al golfo persico. Il vecchio progetto Unocal (USA) e Delta Oil (sauditi) che probabilmente ha influito sulla guerra afghana. L’attuale presidente Kharzai è infatti un ex consulente Unocal.

Il petrolio irakeno ha invece una funzione tattica. Toglie potere ai Saud. Una valvola di 3-5 milioni di barili giorno fuori dal controllo OPEC, impedisce ad Arabia Saudita, Emirati del Golfo e Iran di stabilire i prezzi del petrolio. Un rubinetto di petrolio con funzioni di arbitro dei prezzi del mercato vale molto solo se si assume che i più di 10 milioni di barili giorni dell’Arabia Saudita e i 5 dell’Iran siano a rischio. Ma è credibile che il più fedele alleato degli USA, i Saud, siano la mano che ha armato il peggior attacco agli Stati Uniti della Storia?

Da un po’ di tempo è iniziata in America una campagna contro i sauditi. Non sono solo gli avvocati delle vittime di Ground Zero a indicare nei sauditi i responsabili dell’11 settembre. Anche il Council On Foreign Relations in alcune sue recenti pubblicazioni, soprattutto in “Terrorist financing”, un rapporto di una task force “indipendente”, indica nella rete di solidarietà religiosa saudita uno dei principali sponsor finanziari di Osama bin Laden.

Qui non importa il fatto, sicuramente vero, importa invece il “timing” della denuncia. Anche un idiota con qualche esperienza mediorientale avrebbe all’indomani dell’11 settembre facilmente individuato nei sauditi, se non nel Re, certo nella complessa famiglia, il vero finanziario sponsor di Osama, altro che i quei caprai montanari dei “talebani”!

Ma perché ora attaccare i Saud, attraverso l’Irak ? Perché la successione è in corso e ancora incerta? Perché incominciano a ritirare i soldi investiti negli USA non solo dalla Borsa. Perché il totale degli investimenti sauditi in America ammontano a circa 1.200 miliardi di dollari, che se ritirati tutti insieme possono provocare una crisi finanziaria di rara bellezza. Perché i Saud controllano una delle più grandi banche americane, Citygroup?

Sono Tesi non priva di realtà, come ha sottolineato l’ultimo numero di “Limes”. Tesi che si sposa con i sogni della corona britannica di ridare l’Irak agli hascemiti del nuovo Re Abdullah.

Tesi che può giustificare perché l’Irak, una volta deciso che bisogna fare una guerra sia il posto giusto. Ma non può giustificare il perché della Guerra.

Come in Afghanistan, d’altronde, la geopolitica spiega solo perché lì e non altrove. Non spiega perché per raggiungere quegli obiettivi la via scelta sia la Guerra.

La Guerra è la continuazione della Politica con altri mezzi, ma occorre aver esaurito tutte le carte politiche perché sia legittimata. Qui invece le carte politiche non sono state neanche tentate. Anzi è stato escluso a priori che l’Afghanistan e l’Irak potessero essere affrontati con un combinato disposto di politica ed intelligence. Insomma la strategia del Golpe, che ha funzionato in Guatemala, in Cile, in Argentina, in Nicaragua, in Indonesia e che ora prosegue in Venezuela non è stata neanche presa in considerazione.

Anche a rischio di uno scontro con l’Europa e l’Onu, la scelta della guerra dell’Amministrazione Bush sembra irrevocabile. Il governo dei petrolieri americani sembra compatto. Ma poi si scopre che i petrolieri Inglesi e Americani, per non parlare dei Francesi e degli Italiani, di questa guerra, e degli effetti destabilizzanti sull’area (rischio dell’allargamento del conflitto all’Iran, peggioramento al di là dell’ipotizzabile del conflitto arabo-israeliano) e sul prezzo del petrolio hanno paura.

E allora qual è la forza potente che spinge verso il peggiore dei Mali: una guerra che non esclude l’opzione nucleare?

E se avesse avuto ragione Arbatov, fedele e raffinato servitore di tutti gli autocrati russi, da Stalin a Eltsin, nel sostenere che la caduta del comunismo è stata per gli USA il colpo peggiore dalla fine della II° guerra mondiale, privandoli di quel nemico storico che dal 1946 in poi ha alimentato la guerra fredda?

E se ora dai meandri di un cervello malato, come quello di Huntington, si fosse diffusa come un cancro l’idea di sostituire al nemico comunista il nemico islamista? Chi ha permesso agli eretici whabbiti di impestare tutto l’Islam, dalla Cecenia, all’Algeria, dall’Indonesia allo Yemen, alla Somalia, alla Nigeria?

Che bello lo scontro di Civiltà! Che bello additare in un miliardario saudita il nuovo Robin Hood dei poveri e dei pezzenti! Un ex agente della CIA che guida le armate del III° mondo contro il sacro suolo degli USA, che punisce col sangue e col fuoco l’ingordigia americana. Un nemico ideale, abbastanza crudele e ramificato da durare, ma che ovviamente non può mai vincere! E come è facile accusare i pacifisti di essere alleati del Male!

E ci cascano tutti da Chomsky ai terzomondismi nostrani!

Guardiamo allora la questione da un altro punto di vista

La crisi americana e mondiale non sembra fermarsi, e se si ferma e solo per ristagnare. Gli Usa hanno un costo del denaro a livelli “giapponesi”. E ancora l’economia non riparte. L’Europa pure è ferma. La Germania e l’Italia fra un po’ spingeranno indietro tutta l’economia europea. La crisi della banche tedesche si trascina fra smentite e iniezioni di liquidità. Se crolla la Fiat saltano anche le prime quattro banche italiane. Il “buco” delle banche giapponesi si misura in trilioni di yen.

E allora?

Allora la vecchia politica della spesa pubblica militare sembra, come ai tempi della guerra di Corea, come ai tempi del Vietnam, come durante le guerre stellari di Reagan e la guerra del Golfo di Bush I°, fornire una via d’uscita.

Ed ecco alcune cifre banali. Alcune maledette correlazioni che stanno alla base dell’economia di guerra.

In dollari correnti le spese per la difesa negli Stati Uniti sono 451,3 miliardi di dollari nel III° trimestre 2002. Il 4,3% di un PIL americano che ammonta a 10.376 miliardi di dollari. E’ molto, ma ancora poco per rilanciare l’economia. La teoria del moltiplicatore keynesiano ci dice che su 1 dollaro speso in “militare” ritornano 2,5 dollari sul PIL.

E’ molto in termini percentuali. E’ ancora poco in termini assoluti.

Nel 2000, anno di “boom economico” la spesa militare contribuiva alla crescita del PIL americano per lo 0,0% Nel III trimestre del 2002, anno ancora di crisi, la spesa militare incide per lo 0,30% sulla crescita del PIL. Non è poco. Ma non basta ancora.

E allora?

E allora Guerra!

Guerra per mantenere il nostro stile di vita, guerra per continuare a consumare l’80% delle risorse in solo 7 paesi del mondo, guerra per le nostre belle automobili, guerra per la tv a colori, guerra per salvare le nostre belle banche, guerra per continuare ad ingrassare, mentre altrove c’è il problema della fame, guerra per le nostre malattie cardiovascolari e per i by pass, guerra per poter continuare a leggere su tutti i giornali che questo è il miglior mondo possibile nel migliore dei mondi possibili. Guerra per non finire come l’Argentina.

Guerra! E maledetto sia chi non ci va! Tanto le perdite fra i militari sono solo il 10% delle perdite totali. Gli altri sono civili.

Guerra! Guerra! Guerra!

(Segue il coro dell’Aida seguito dall’inno nazionale. Il Presidente Ciampi si commuove.)

P.S Mi si dice che il sostegno della Confindustria italiana alla Guerra sarebbe più convinto se a fronte di una nostra partecipazione ci venisse garantito il 30% della privatizzazione Gazprom Russia e l’oleodotto con la Libia. Che dice Presidente, si può fare?…….

Fonte: Rekombinant mailing list - http://www.rekombinant.org


31 ottobre 2002
ZNet

http://www.zmag.org/Italy/white-marines.htm 

Perché mi oppongo alla guerra contro il terrorismo
Un ex marine dice ciò che pensa

Chris White

 

Tanto più metto a confronto la logica opinione del mondo con le azioni dell'amministrazione Bush nella guerra al terrorismo, più mi rendo conto dell'argomento prevalente: l'ipocrisia. Nessuno, a qualsiasi ramo del governo appartenga, corre in prima persona un rischio fisico entrando in guerra con l'Iraq e possiamo scommettere che non lo corra neppure nessuno dei suoi familiari.

 

Vale a dire, fino al prossimo attacco terroristico. Metto "terroristico" tra virgolette perché la definizione del termine è soggettiva ed io stesso sono passato per il corpo dei marines, che è una componente dell'organizzazione "terroristica" più potente del pianeta: il governo degli USA. Naturalmente non chiamiamo "terrorismo" le nostre azioni, perché ogni nostra operazione è considerata legittima. Quando fummo condannati dal Tribunale Mondiale per la violenza in Nicaragua, abbiamo ignorato la decisione. Le nazioni che abbiamo offeso non possono proprio ignorare quanto gli abbiamo fatto.

Quando l'intero pianeta ci condanna per l'uccisione di 2.500-4.000 persone a Panama, noi siamo troppo impegnati a preparare la prossima invasione di un paese che non può contrattaccare.

Mi oppongo a questa guerra come cittadino degli Stati Uniti, veterano e dottorando in storia. Mentre la mia esperienza militare è stata la prima cosa a rendermi scettico a proposito delle ragioni del nostro governo nei paesi in via di sviluppo, solo quando sono andato al "college" e ho cominciato a leggere centinaia di libri e migliaia di articoli, sono stato in grado di comprendere la profondità del disprezzo dei nostri governanti per le libertà che sostengono di difendere. Di regola ci siamo duramente impegnati a prevenire la crescita della democrazia nei paesi in via di sviluppo, mentre reclamavamo la legittimità come "forza di polizia mondiale" in ragione dei nostri cosiddetti valori "democratici". L'ipocrisia è sbalorditiva. Quando si indaga sulla nostra complicità con gli squadroni della morte, la tortura, i massacri, il saccheggio e la distruzione di massa, si arriva a capire che spesso la libertà minaccia l'attuale struttura del potere di questo paese.

Ero solito considerare questi incidenti come anomali a fronte della "protezione", apparentemente gratuita, che offrivamo al pianeta. Ma quando mi sono arruolato nei marines e ho capito perché avevo creduto nel governo: erano degli esperti in manipolazione. Appena usciti dalla scuola superiore, il corpo dei marines ci ha smontato e rimontato al fine di trasformarci in macchine, desiderose di difendere gli ideali delle elite al potere a Washington e dell'America delle imprese. Considerate un po' le imprese che investono nelle campagne politiche e traggono profitto dalla guerra: i produttori di armi, di tecnologie, di cibo, di vestiario, di munizioni, di petrolio, di farmaceutici, ecc. Gli interventi USA -a partire dalla seconda guerra mondiale- non sono stati fatti nel nome dei popoli del mondo (sebbene questa sia sempre la pretesa), ma per la conservazione dei poteri forti. Il fatto che essi siano stati condotti contro i principi del diritto internazionale (ad esempio il diritto di non intervento e quello di autodeterminazione), in se, stesso ne fa venir meno la loro legittimità giuridica. Se il governo USA fosse considerato sulla base della definizione ufficiale di terrorismo del FBI ("l'uso illegale della forza o della violenza contro persone o proprietà per intimidire o esercitare coercizione su un governo, sulla popolazione civile, o su una sua parte, a sostegno di obiettivi politici o sociali") la lista delle sue vittime a partire dalla seconda guerra mondiale dovrebbe includere:

Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Guatemala, Panama, Messico, Cile, Granata, Colombia, Bolivia, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Zaire, Namibia, Libano, Egitto, Grecia, Cipro, Bangladesh, Iran, Sud Africa, Filippine, Corea, Vietnam, Laos, Iraq, Cambogia, Libia, Israele, Palestina, Cina, Afganistan, Sudan, Indonesia, Timor Est, Turchia, Angola, Mozambico e Somalia.

Nell'addestramento dei marines l'inganno e la manipolazione si accompagnano con la necessità di motivare le truppe ad uccidere a comando. In una società democratica non puoi prendere dei civili per strada, dar loro dei mitragliatori e aspettarti che ammazzino senza far domande; per questo motivo le persone devono essere indottrinate a farlo.

Questo fatto da solo dovrebbe far scattare un campanello d'allarme nella nostra coscienza collettiva americana. Se la causa della guerra è giusta, allora perché dobbiamo compiere l'addestramento? Se si risponde che dobbiamo essere addestrati al mestiere di uccidere, bene, allora perché nel campo la maggior parte dell'addestramento non è finalizzata al combattimento? Perché ai militari vengono mostrati video di massacri militari USA col sottofondo musicale dei Metallica, costringendoci così a urlare con la gioia dell'istinto omicida quando vengono annientati dei corpi scuri? Perché i militari rispondono ad ogni ordine con un entusiastico "uccidi!", invece del "signorsì!" dei films?

Si potrebbe dire che l'indottrinamento militare prepari gli uomini a far uso della mancanza di rispetto nei confronti di tutte le creature viventi come strumento di distruzione del morale del nemico. L'addestramento stesso è prevalentemente una serie caotica di prove di volontà e di forza, tese ad eliminare ogni residua attitudine umana a sentirsi deboli, al fine di consentire ai capi militari di sfruttare l'obbedienza ai loro ordini quando è tempo di uccidere. I temi delle canzoni motivazionali sono strumenti per desensibilizzare uomini che sarebbero predisposti al rispetto delle donne in maniera tale da creare in essi un animale che -quando necessario- può essere attivato ad eseguire qualsiasi barbaro ordine. Ecco degli esempi di queste liriche: "Getta una caramella nel giardino della scuola, accertati che i bambini vi si raccolgano intorno. Carica un nastro nel tuo M-60, falcia i piccoli bastardi!! "E " Noi razziamo, ammazziamo, saccheggiamo e bruciamo, razziamo, ammazziamo, saccheggiamo e bruciamo!!" Si può concepire un livello più alto di atrocità che l'esercito voglia che i suoi uomini siano in grado di compiere? Dico uomini perché questo tipo di canzoni generalmente non vengono ripetute in presenza di donne. Questi canti sono finalizzati a motivare le truppe; godono di questo, ne sbavano e la fanno franca. Se uno li ripete centinaia di volte alla fine comincia accettarli come esempi da imitare.

In guerra lo stupro delle donne è un'arma, proprio come lo sono le armi convenzionali. Il film "Casualties of War" ("Vittime di guerra") lo illustra con chiarezza quando l'attore Sean Penn impugna il suo fucile con una mano e dice: "L'esercito dice che questo è un'arma, ma non lo è", quindi, afferrandosi per il cavallo dei calzoni con l'altra, dice: "Questo è un'arma". Il film, basato su una storia vera, racconta di una piccola unità di combattimento USA, che durante la guerra rapì, violentò ed uccise una vietnamita. Io ritengo che relativamente alla mentalità stupratrice dell'esercito i tempi non siano cambiati. Sebbene ai soldati vengano impartite lezioni di sensibilità che dicono loro di rispettare i civili e, soprattutto, le donne, ogni altra cosa, che si apprende e per la quale si è addestrati, è pervasa da un altro messaggio, che cancella ogni idea di rispetto in guerra. Questo, naturalmente, vale in generale, salvo i conflitti emotivi inerenti l'identità del killer, che è ciò che i fanti sono condizionati ad essere. Sono addestrati a irrobustirsi col sangue degli esseri umani e ciò vien fatto per creare una sensazione libidinosa per condizionarli al combattimento.

Lo stupro in tempo di guerra può essere praticato dagli uomini, che si sono convinti di poter fare qualsiasi cosa a una persona per sentirsi bene mentre partecipano alle orribili azioni in cui sono coinvolti. La stessa natura estrema della guerra genera la mentalità che permette alle persone di sorpassare i limiti della realtà desiderata. La guerra trasforma gli uomini normali in criminali, che allorquando hanno smesso di combattere non sono in grado di reprimere il killer che è in loro, come sostengono i manuali di addestramento.

L'ambiente militare è permeato di sesso. Visto che è di dominio pubblico che nella Marina Militare rituali sadici di iniziazione sono accompagnati -spesso contemporaneamente- da sesso e sofferenza fisica. Sebbene non ne abbia avuto esperienza personalmente, i rituali iniziatici spesso costringono gli uomini ad accarezzare i genitali di altri uomini e strumenti come i manici di scopa vengono utilizzati per la penetrazione anale. Spesso ciò accade alla presenza e con la partecipazione di militari di grado superiore. Lo scandalo "Tail Hook" del 1991 ha rivelato un rituale che risale almeno al 1986, nel corso del quale donne ufficiali di marina erano costrette per punizione a camminare tra due file di ufficiali maschi che le palpeggiavano il fondo schiena e il seno. Certamente non finisce qui. Nel caso di Okinawa tre uomini hanno progettato in ogni dettaglio il rapimento, il pestaggio e lo stupro di una ragazza di soli 12 anni.

La desensibilizzazione, operata nell'esercito, delle naturali inibizioni personali a far del male alle persone è un modo per temprarle o renderle dure di cuore (ing. "hard core"). Perciò acquista senso il motivo per cui questo è incoraggiato dai superiori: si trasformerebbe in un comportamento distruttivo in combattimento e in misura minore in tempo di pace. Questo certamente non vuol dire che il soldato sia innocente, tutt'altro. Ma se noi siamo d'accordo con la concezione che uno viene formato in gran parte dall'ambiente che lo circonda, allora possiamo accusare le istituzioni che hanno posto in essere questa particolare propensione in uomini che commettono tali orribili crimini nei confronti delle donne, mentre apparentemente difendono la libertà del mondo.

In tempo di guerra per gli strateghi la demonizzazione del nemico è decisiva e gli esempi di indottrinamento sopra riportati sono pertinenti al nostro presente. Prima di condurre un'esercitazione di sicurezza nel Qatar la mia unità è passata attraverso corsi di "indottrinamento mussulmano". Il livello di razzismo era incredibile. I mussulmani venivano chiamati "Ahmed", "teste di pezza", "teste di stracci" e "terroristi". Ci hanno detto che molti maschi mussulmani sono omosessuali e che il loro livello igienico è così primitivo che non dobbiamo neanche stringergli la mano. L'obiettivo era la demonizzazione per mezzo della femminilizzazione e della disumanizzazione, in modo da renderci più facile premere il grilletto allorquando ci fosse stato ordinato. Ma il Qatar era nostro alleato: immaginate, allora, il linguaggio che viene usato oggi in questi corsi di indottrinamento sull'Iraq e sull'Afganistan. La domanda è: come possiamo intervenire senza che nessuno lo desideri per proteggere delle persone che educhiamo l'esercito a disprezzare?

La popolazione irakena ha sopportato negli ultimi undici anni innumerevoli atrocità da parte degli USA. Non solo nel 1991 sono state uccise fra le 100-200 mila persone, ma il bombardamento è continuato anche dopo e le sanzioni hanno provocato la morte di un milione di persone su una popolazione di 17 milioni. I responsabili dell'ex UNSCOM sostengono dal 1998 di aver distrutto il 95-98% dell'arsenale militare di Saddam e che a causa di un'economia devastata la possibilità di armi nucleari è assolutamente inverosimile. Secondo il New York Times di oggi le ragioni degli USA -secondo cui Saddam usa il gas contro la sua stessa gente e odia gli USA- sono tali da giustificare nei confronti dell'Iraq un atteggiamento più duro che contro la Corea del Nord. Mentre perseguiamo iniziative diplomatiche nei confronti della Corea del Nord (che ha ammesso di possedere armi nucleari) preferiamo invadere l'Iraq che sosteniamo solamente che conducendo ricerche per produrre armi nucleari. Abbiamo forse dimenticato che il rapporto del 1994 al Congresso ha rivelato che negli anni '80 abbiamo rifornito Saddam di armi chimiche e biologiche? Anche se le perdite degli USA saranno inferiori a quelle dell'Iraq, non dimentichiamo il rischio cui sottoponiamo le truppe americane, che sono state indottrinate come me. E' buffo come le persone che hanno meno probabilità di andare in guerra siano quelle che lavorano alacremente a convincere gli altri a combatterla per loro.

Documento originale
Why I oppose the Us War on Terror
Traduzione di Giancarlo Giovine

Chris White è un ex fante dei marines e attualmente studia per il dottorato in Storia presso l'Università del Kansas a Lawrence. Fra il 1994 e il 1998 ha prestato servizio in posti come Diego Garcia, Camp Pendleton, America Centrale, Okinawa, Giappone e Doha, nel Qatar.

 

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