FISICA/MENTE

 

L’“asse del male” come concetto etico-geostrategico

di Michele Paolini


La sostituzione di “rogues states” con “axis of evil” significa
uno spostamento del concetto dal piano psicologico a quello morale,
ma soprattutto dalla dialettica ricco-povero a quella Bene-Male


 

Articolo pubblicato sul numero 42 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", settembre-dicembre 2002

           http://www.odradek.it/giano/archivio/2002/42/Paolini42.html 


1. Dopo l’11 settembre è uscita dal vocabolario politico ufficiale statunitense l’espressione rogue states, “Stati canaglia”, con cui venivano definiti negli anni tra la caduta del muro di Berlino e quella delle Twin Towers cinque stati percepiti dagli Usa come minaccia in quanto tali. Essi erano Iran, Siria, Iraq, Libia e Corea del Nord. La definizione attribuiva caratteristiche psicologiche tipiche degli individui a entità più complesse, cui meglio avrebbe dovuto attagliarsi un giudizio fondato su categorie politiche e, se mai, etico-politiche . Comunque diversamente articolate. Dunque rogue states demarca l’inizio di un periodo in cui la psicologia interviene nella regolazione dei rapporti interstatali.
È il caso di notare come mancasse dalla black list l’Afghanistan, contro cui George W. Bush ha fatto partire l’attacco il 7 ottobre 2001. Ne segue ora l’occupazione militare, cui partecipa anche l’Italia.
2. Perché mancava l’Afghanistan? Non si è trattato ovviamente di un “errore di distrazione”. Il governo dei talebani era riconosciuto dai più stretti alleati degli Usa nel Golfo: i principi regnanti dell’Arabia Saudita. Anzi, sotto molti aspetti ne era un’emanazione. Bisogna inoltre ricordare che quando i talebani espugnarono Kabul, tra il 25 e il 26 settembre 1996, i governi schierati contro la loro ascesa furono quelli dell’Iran - perciò uno dei rogue states-, della Russia e dell’India. Non quello degli Stati Uniti. Dal canto loro, Arabia Saudita e Pakistan sostennero gli “studenti di teologia” con ogni mezzo.Quanto a Bill Clinton, come ha ricordato Ahmed Rashid,
“simpatizza apertamente con i talebani perché sono in linea con la politica antiraniana di Washington e rappresentano una pedina importante per il progetto di un gasdotto dall’Asia centrale che non passasse attraverso l’Iran” .
Soltanto alla fine del 1997, il 18 novembre, il segretario di Stato statunitense Madeleine Albright prese ufficialmente posizione contro il nuovo governo di Kabul, avviando una lenta inversione di marcia completata nel gennaio 1999, allorché il vicesegretario di stato Strobe Talbott lanciò l’allarme per i rischi derivanti dall’oscurantismo dilagante in tutta l’Asia centrale. Rischi di “talebanizzazione”, secondo un neologismo usato in quella occasione .
Il cambio di posizione è avvenuto peraltro in due tempi, a seconda che si operasse alla luce del sole oppure under the table. Sulla carta, esso è maturato tra 1997 e 1999. Ma under the table, sarebbero stati mantenuti contatti sia tra Osama bin Laden e i sauditi che tra i talebani e gli statunitensi fino al luglio-agosto 2001. Ossia fino a pochi giorni prima della tragedia alle Twin Towers .
3. La guerra all’Afghanistan ha prodotto alcuni risultati strutturali. Alla fine del 2001 i talebani sono stati sbaragliati e dispersi. I militari statunitensi si sono invece insediati stabilmente nelle Repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, a cominciare dalla più importante: l’Uzbekistan, cuore dell’Asia Centrale. A Kabul, il rovesciamento di un governo giudicato ostile ha portato alla presidenza Karzai. E dopo pochi mesi al ripristino del piano per la costruzione del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan in funzione antiraniana .
L’Iran fronteggia così una situazione di accerchiamento anche nella battaglia diplomatica per la ridefinizione dello status giuridico del Caspio. Cioè per la suddivisione delle risorse caspiche. Com’è noto, la questione riveste una grande importanza, anche perché gli Stati Uniti riconoscono da tempo nel Caspio e nell’Asia Centrale un polo energetico prospetticamente complementare al Golfo Persico.
Qual è la questione? Finché c’era l’Urss, i trattati riconoscevano a Teheran come a Mosca il 50% del controllo sulle acque in base ad un criterio fifty-fifty. E proprio al largo delle acque si trovano i maggiori giacimenti dell’area. Ora il dibattito riguarda non più Urss e Iran, ma cinque Stati rivieraschi: Russia, Kazakistan, Turkmenistan, Iran, Azerbaigian.
Per le modalità della suddivisione, il ventaglio delle soluzioni possibili sembra contenuto nell’alternativa tra due opzioni sfavorevoli all’Iran. Da una parte c’è l’ipotesi di attribuire una porzione del 20% ad ogni stato. Teheran pensa ad essa come al male minore, ipotizzando questa spartizione su base aritmetica. Dall’altra parte c’è l’ipotesi di una quota nazionale iraniana ridotta al 14%. E ad essa tendono gli altri Stati litoranei, in base all’idea di un’assegnazione proporzionale all’estensione della linea costiera.
L’11 settembre ha spinto la Russia al “nuovo dialogo energetico” con gli Stati Uniti. Da allora la posizione di Mosca sembra condizionata dall’intesa con Washington anche sul Caspio. L’occupazione statunitense dell’Afghanistan mette comunque sotto pressione l’intero ovale compreso tra Caucaso, Caspio e Asia centrale.
4. L’11 settembre la Libia non era ormai più considerata un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti. Le autorità tripoline erano state però a lungo accusate di alimentare occultamente forze o fenomeni fatti rientrare a Washington nell’area semantica del “terrorismo internazionale”. Nel maggio 1981 gli Usa avevano chiuso per questo motivo la loro missione diplomatica, sottoponendo successivamente ad embargo il petrolio libico (marzo 1982).
Il leader libico Muammar Gheddafi venne dichiarato responsabile degli attacchi lanciati nel dicembre 1985 contro gli aeroporti civili di Roma e Vienna. Nel gennaio 1986 gli Usa imposero sanzioni e congelarono i beni libici. Il 5 aprile 1986 Gheddafi venne accusato di avere commissionato un attentato contro una discoteca di Berlino Ovest, in cui rimasero uccise tre persone, tra le quali un cittadino statunitense. Il 14 aprile 1986 furono perciò bombardati dall’aviazione statunitense, per rappresaglia, obiettivi a Tripoli e Bengasi.
Due anni dopo, il 21 dicembre 1988, fu ancora attribuita ai servizi di sicurezza libici la paternità dell’attentato che fece esplodere sopra Lockerbie, in Scozia, il volo numero 103 della Pan Am, uccidendo 270 persone. Il rifiuto opposto da Tripoli alla consegna di due sospetti attentatori libici portò ad un embargo internazionale, approvato dall’Onu il 15 aprile 1992 e tolto solo dopo sette anni, nel 1999, in seguito alla consegna - avvenuta il 5 aprile 1999 - alle autorità scozzesi e olandesi dei due ricercati. Uno dei quali, Abdel Basset Ali al-Meghri, è stato poi riconosciuto colpevole il 31 gennaio 2001.
Rimangono tuttora in vigore le sanzioni statunitensi disposte dall’Iran Libya Sanctions Act (Ilsa) del 1996. L’Ilsa prevede sanzioni contro le compagnie estere che investano in Libia più di quaranta milioni di dollari nei settori petrolio e gas per un periodo superiore a un anno. Il 27 luglio 2001 il Congresso statunitense ha approvato l’estensione dell’Ilsa per cinque anni .
I rapporti tra la Libia e i governi occidentali hanno conosciuto una svolta ai primi di agosto del 2002 con la visita in Libia del viceministro degli esteri britannico Mike O’Brien, occasione in cui i libici si sono dichiarati pronti a pagare risarcimenti ai familiari delle vittime e ad assumersi in qualche forma la responsabilità di quanto accaduto a Lockerbie. Il che sarebbe la conditio sine qua non per una revoca delle sanzioni completa e definitiva .
5. Il riavvicinamento risulta tanto più significativo se si considerano alcune linee evolutive dei rapporti anglo-libici tra il 1969 e il 2002.
Una delle prime iniziative prese da Muammar Gheddafi nel 1969 - quando conquistò il potere - fu la nazionalizzazione del settore petrolifero. Ciò danneggiò soprattutto gli interessi della Gran Bretagna, perché la British Petroleum era proprietaria della maggior parte degli impianti. Dal 1970, i beni libici depositati presso la City vennero congelati e il rovesciamento del leader di Tripoli diventò in breve una priorità per i governanti inglesi da allora succedutisi. In questo contesto, dopo il 1979, l’impegno occidentale in Afghanistan contro l’Urss andò a vantaggio anche dei movimenti religiosi radicali libici, cui venne dato un forte appoggio. Ciò avrebbe dovuto favorire una loro partecipazione alla guerra santa antisovietica. Infatti, li avvicinò progressivamente alla rete di Osama bin Laden.
L’intreccio di questi rapporti presenta risvolti a dir poco perversi. Secondo dichiarazioni di un ex agente britannico, David Shayler, sarebbe per esempio comprovata la collaborazione nel novembre 1996 tra elementi dei servizi di sicurezza inglesi e affiliati libici di Osama bin Laden nei preparativi di un attentato contro Gheddafi . D’altra parte, il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden venne spiccato dall’Interpol proprio su domanda delle autorità libiche, il 15 aprile 1998. Non su richiesta degli Stati Uniti né della Gran Bretagna.
Allora Tripoli accusava bin Laden dell’assassinio di due cittadini tedeschi uccisi a Sirte il 10 marzo 1994. Nella circostanza, mentre la Libia ne reclamava la consegna, gli Stati Uniti temporeggiavano. Eppure a bin Laden era già stato attribuito l’attacco del 25 giugno 1996 contro la base militare statunitense di Daharan, in Arabia Saudita, in cui avevano perso la vita diciannove uomini. Ed era dal 28 febbraio 1998 che il principe saudita aveva lanciato il suo programma di guerra agli Stati Uniti .
6. L’espressione axis of evil, “asse del male”, sostituisce quella di rogue states con il discorso sullo stato dell’Unione tenuto da George W. Bush il 29 gennaio 2002. In esso, il presidente aveva fissato come primo obiettivo la distruzione delle basi afghane da cui, a suo dire, erano partiti gli attentatori dell’11 settembre. C’era poi un secondo obiettivo:
“Our second goal is to prevent regimes that sponsor terror from threatening America or our friends and allies with weapons of mass destruction. Some of these regimes have been pretty quiet since September the 11th. But we know their true nature. North Korea is a regime arming with missiles and weapons of mass destruction, while starving its citizens.
Iran aggressively pursues these weapons and exports terror, while an unelected few repress the Iranian people's hope for freedom.
Iraq continues to flaunt its hostility toward America and to support terror. The Iraqi regime has plotted to develop anthrax, and nerve gas, and nuclear weapons for over a decade. This is a regime that has already used poison gas to murder thousands of its own citizens - leaving the bodies of mothers huddled over their dead children. This is a regime that agreed to international inspections - then kicked out the inspectors. This is a regime that has something to hide from the civilized world” .
Il passaggio da rogue states a axis of evil ha aggravato in qualche modo il giudizio negativo contenuto nella prima forma con l’aggettivo rogue, dando alla classificazione originaria un’inclinazione morale nuova. Il disvalore di cui il “nemico” sarebbe portatore è ora qualcosa di radicale. Ciò semplifica drammaticamente un universo di problemi teorici, la cui discussione sarebbe spettata in realtà a studiosi del rapporto tra ethos e politica internazionale. Solo questi avrebbero potuto offrire risposte ragionate ad un interrogativo altrimenti inquietante: “si possono formulare giudizi morali sugli Stati - come se fossero persone - in base ad una sorta di proprietà transitiva che trasferisce ad essi il giudizio morale espresso sul conto di chi ne regge le sorti?” Senza attendere i tempi lunghi del lavoro intellettuale, Bush l’ha fatto. Il che subordina le strutture della geopolitica non soltanto a categorie psicologiche (rogue), bensì - appunto - morali (evil).
Che senso ha tutto questo? Vuol dire imporre un sistema di valutazione qualitativo e simmetrico (Bene vs. Male) anziché quantitativo e non simmetrico (ricchi vs. poveri). Un conto è dichiarare guerra al Male, altro è dichiararla - per così dire - a una formica. Specie per chi ha dimensioni da elefante. Meglio far prevalere il punto di vista morale. Il Male non si misura, si combatte. Naturalmente, su un piano di eguaglianza tra belligeranti. Il che sopprime il punto di vista materiale e mistifica le geometrie della contrapposizione. In altre parole, il Male fa recuperare alla guerra il senso dell’equilibrio.
Non a caso, pochi giorni dopo, ai primi di febbraio, Bush ha ripreso l’espressione axis of evil per sostenere la richiesta di un aumento della spesa militare di 48 miliardi di dollari:
“Terrorist states and terrorist allies are an axis of evil, seeking weapons of mass destruction. But I've put them on notice. The United States of America will not permit the world's most dangerous regimes to threaten us with the world's most destructive weapons. [...] We need to be agile and quick to move. We need to be able to send our troops onto battlefields in places that many of us never thought there would be a battlefield. We need to be agile and mobile. And, therefore, we need to replace aging aircraft, and get ready to be able to defend freedom with the best equipment possible. Our men and women deserve the best weapons, the best equipment, and the best training. And therefore, I've asked Congress for a one-year increase of more than $48 billion for national defense, the largest increase in a generation” .
Questo “semplice” differenziale aggiuntivo sulla spesa militare precedente rappresenta di per sé una grandezza incomparabilmente superiore a quelle messe in campo dall’“asse del male”. Perciò una richiesta simile sarebbe risultata poco appropriata alla luce di un confronto con le risorse destinate alla spesa militare dai terrorist states. Ecco come:

Spese militari (miliardi di dollari)
Iran 9,7 *
Iraq 1,3
Corea del Nord 5,1**
Totale “ axis of evil” 16,1
Stati Uniti 318,4***
.
* anno 2000; ** anno 2001; *** anno 2002
Fonti: Cia, World Factbook 2002; “Il Sole 24 Ore” 24 ottobre 2002.

I dati provengono da fonti a diverso titolo vicine ai centri di spesa occidentali e alle loro agenzie di ricerca . È possibile e molto utile un raffronto. Il che permette qualche osservazione:
1) occorrono circa venti “assi del male” per pareggiare la spesa militare statunitense;
2) l’aggregazione del dato relativo ai tre terrorist states non ha alcun senso politico, dal momento che tra essi non c’è nessuna forma d’integrazione o coordinamento né affinità ideologica;
3) l’unico confronto significativo è tra i singoli Stati. Ed evidenzia questi rapporti: Usa-Iran circa 33 a 1, Usa-Corea circa 62 a 1, Usa-Iraq circa 244 a 1. I risultati non divergerebbero in modo sostanziale se sostituissimo al budget militare statunitense del 2002 quello - più modesto - del 1999. Si sarebbe comunque trattato di 283,1 miliardi di dollari . In un ragionamento sugli ordini di grandezza, ciò non modifica molto. Inoltre, il senso della sproporzione sarebbe stato caso mai ancora più sconcertante se avessimo considerato il budget statunitense del 2003, il cui importo è cresciuto a 355,4 miliardi di dollari .
Il senso della sproporzione si ritrova negli stessi termini con i dati relativi alla ricchezza prodotta:

Prodotto interno lordo (miliardi di dollari)
Iran 347*
Iraq 59,9**
Corea del Nord 22,6*
totale “axis of evil” 429,5
Stati Uniti 9255*
*anno 1999; **anno 1999, stime
Fonti: Cia, World Factbook 2002

Anche in questo caso occorre una ventina di “assi del male” per pareggiare la ricchezza prodotta dagli Stati Uniti.
7. Il passaggio dai rogue States all’axis of evil indica comunque un’altra discontinuità. È da considerare la riduzione del gruppo da cinque a tre elementi: Corea del Nord, Iran e Iraq. Oltre alla Corea del Nord, rimangono incluse le due potenze petrolifere del Golfo Persico: Iran e Iraq. Siria e Libia sono state invece collocate fuori dal gruppo. Evidentemente, le precedenti categorie psicologiche si prestavano a qualche variazione, al contrario di quelle morali. Garantivano cioè una certa mobilità.
Ora però il Male è - per definizione - uguale a se stesso. Tautologico, irreversibile, immobile. In questo senso, l’axis of evil segna anche un irrigidimento manicheo del sistema internazionale. A meno di non trasferire agli Stati le possibili forme di mobilità morale ammesse - nelle varie culture - per gli individui. Ma ciò non sembra attualmente possibile. In questa codificazione simbolica manca il terzo luogo, quello del transito dal Male al Bene. Tertium non datur. L’“asse del male” istituisce una geometria chiusa, fatta per durare. È cioè funzionale a una logica di “militarizzazione lunga” dei rapporti internazionali.
Insomma, mentre lo schema dei rogue states era più dinamico, quello dell’axis of evil è statico.
8. Perché la Siria è stata tenuta fuori dall’“asse del male”? La sua posizione è complessa. In primo luogo, bisogna osservare che l’11 settembre 2001, al contrario della Libia, essa era ancora percepita dagli Stati Uniti come una minaccia. Almeno formalmente.
Lungo il corso degli anni Ottanta, al governo di Damasco è stato rimproverato costantemente un ruolo di sostegno e promozione ad attività internazionali di tipo terroristico. In generale, legate storicamente alla popolazione palestinese. Alcune di queste invece erano connesse con le organizzazioni libanesi ritenute responsabili dell’attacco suicida avvenuto a Beirut il 23 ottobre 1983 contro il quartier generale dei marines. Attacco che fece 241 vittime. Una vicenda traumatica nella politica estera degli Stati Uniti contemporanei.
Anche in questo caso può servire la descrizione di alcune linee evolutive inerenti il rapporto con le Potenze occidentali.
La Siria è stata coinvolta nella guerra civile libanese in modo diretto e ininterrotto dal 1976. Ciò naturalmente nel più ampio contesto del conflitto arabo-israeliano. Ne è rimasta implicata a vari livelli fino ad oggi. Il trattato sottoscritto con il Libano il 22 maggio 1992, pur riconoscendo al vicino un’indipendenza formale, pone in realtà le autorità di Damasco nella condizione di esercitare la propria influenza in modo più articolato ed efficace. Un punto di svolta si è avuto comunque nell’agosto del 1990, quando il presidente Hafez al Assad condannò l’occupazione irachena del Kuwait, unendosi alla coalizione a guida statunitense e inviando propri reparti a fianco delle forze alleate nella guerra del Golfo. Da allora la Siria dà segno di avere imboccato decisamente la strada del negoziato con l’Occidente, in una prospettiva di graduale armonizzazione delle relazioni arabo-israeliane. Il tentativo siriano mirava a riportare alla normalità soprattutto i rapporti con Stati Uniti e Gran Bretagna.
9. Tra 1997 e 2000 Damasco ha avviato negoziati con l’Unione europea (Ue) in vista di possibili forme di associazione. Lo sforzo complessivo del governo è andato nella direzione di un inserimento del paese nello spazio economico del Mediterraneo, con la speranza di attrarre investimenti esteri ed accrescere l’interscambio.
L’apertura ai traffici internazionali puntava anche a sfruttare meglio le possibilità offerte dalla collocazione geografica del paese, corridoio terrestre tra Golfo Persico e Mediterraneo. Non a caso, Damasco ha contemporaneamente riallacciato i legami diplomatici con Baghdad, giungendo alla firma di un accordo per la riapertura dell’oleodotto - chiuso dal 1982 - che collegava i giacimenti dell’Iraq settentrionale al porto siriano di Banias, sul Mediterraneo. La condotta, la cui portata può giungere fino a 1 milione di barili al giorno, potrebbe pesare sugli assetti complessivi del mercato energetico mondiale e quindi sulla geopolitica delle rotte.
Perciò, l’apertura di questo percorso verso il Mediterraneo - oltre a quello già attivo tra Kirkuk e il porto turco di Ceyhan - si accorda pienamente con la strategia statunitense, tesa a decongestionare il Golfo Persico attraverso la diversificazione geografica della produzione e delle rotte ed un controllo più diretto sulle varie province petrolifere.
10. Rimane un interrogativo sui tempi e sull’effettivo avanzamento nel processo di reinserimento internazionale in cui la Siria sembra avviata. Essi appaiono suscettibili di rallentamenti, accelerazioni o cambiamenti d’indirizzo anche in base agli sviluppi impressi alla situazione regionale dalla politica israeliana nei territori occupati.
Dopo l’11 settembre 2001, il processo mostra peraltro una netta accelerazione. Il 4 settembre 2002, David Satterfield, inviato in Medio Oriente per il presidente Bush in missione a Beirut, ha sostenuto la contrarietà dell’Amministrazione Usa di fronte ad una prospettiva di inasprimento delle relazioni con la Siria, perché ciò avrebbe limitato lo spazio di manovra per Washington nella gestione dell’emergenza irachena.
L’8 novembre 2002 la Siria ha votato la risoluzione 1441 dell’Onu, con cui il Consiglio di Sicurezza chiedeva il disarmo dell’Iraq. Un voto giudicato sorprendente - in quanto sostanzialmente ostile a Baghdad - da alcuni commentatori. Damasco ha giustificato la propria posizione sottolineando come la risoluzione 1441 abbia finalmente restituito alle Nazioni Unite il ruolo di centro decisionale competente. L’argomento appare specioso. La risoluzione infatti ha spianato la strada all’uso della forza, dandogli una veste procedurale e codificandolo. Grazie alla risoluzione 1441, la procedura ha dovuto seguire - in un contesto di presunta neutralità giuridica - il proprio ineluttabile corso.
11. La creazione di uno spazio mediterraneo in qualche misura complementare al Golfo sembra ricollegare non soltanto l’Iraq alla Siria, ma anche la stessa Siria alla Libia. Il che significa tra l’altro - come si vedrà - all’Italia.
Per lo sviluppo di questo spazio sono in fase di studio o realizzazione grandi progetti infrastrutturali, che ne costituiscono le gigantesche nervature.
1) La linea ferroviaria transmaghrebina di collegamento Egitto-Tunisia attraverso 2000 chilometri di coste libiche, che fungerà da collegamento sulla direzione Est-Ovest.
2) Il gasdotto sottomarino Greenstream di collegamento tra Libia e Italia, lungo la direzione Sud-Nord .
3) Il progetto per una linea energetica dalla Siria al Marocco, cui potrebbe fare da complemento anche un oleodotto Italia-Libia, affiancato al gasdotto Greenstream .
La vendita di gas libico all’Italia rientra nel cosiddetto “Progetto Libia” dell’Eni. Essa dovrebbe raggiungere nel 2006 il volume di 8 miliardi di metri cubi l’anno. Nell’anno 2000 l’Italia ha consumato gas naturale per 70,4 miliardi di metri cubi e l’ha importato da vari fornitori, i più importanti dei quali sono stati l’Algeria (28,1 miliardi di metri cubi) e la Russia (21 miliardi di metri cubi). Il gas naturale dunque arriva già all’Italia dall’Africa Settentrionale. In particolare, via gasdotto, dall’Algeria a partire dal 1996.
La condotta libica dovrebbe rinsaldare i legami transmediterranei già esistenti tra Italia, Libia, Tunisia e Algeria .
12. In una prospettiva più ampia, l’Italia è impegnata nella ricerca di una posizione internazionale sempre più competitiva . Sotto questo profilo, essa interpreta certamente un ruolo di primo piano nella promozione delle “strategie di approvvigionamento energetico della regione euromediterranea” . Proprio con questa profondità strategica e con questa proiezione verso l’esterno vedono la luce le grandi opere di infrastrutturazione su scala nazionale, nonché le ambizioni dei vari nodi logistici nazionali.
Uno di questi è il porto di Trapani, già oggi primo scalo della Sicilia per il traffico dei container. Esso mira ad acquisire la funzione di piattaforma logistica nei lavori per il gasdotto Greenstream verso la Libia. Un altro è Messina, dove sorgerà il progettato ponte sullo stretto, in linea con Trapani lungo l’asse Ovest-Est. La sua realizzazione è prevista per il 2011 e dovrebbe assicurare il collegamento stradale e ferroviario con le dorsali tirrenica ed adriatica. Di lì con l’intera struttura delle reti di trasporto transeuropee. Un terzo nodo è Bari, terminale adriatico del corridoio paneuropeo numero 8, della cui realizzazione l’Italia - controllandone il segretariato - è capofila. Il corridoio 8 collega Italia, Albania, Macedonia e Bulgaria fino al terminale di Varna, sul Mar Nero e costituisce sia lo sbocco verso l’area balcanica di un output di investimenti italiani già cresciuto in modo consistente tra il 2000 e il 2002 sia una delle future linee dell’input energetico proveniente dal Caspio.
13. Queste osservazioni ancora parziali vanno connesse ad altri elementi di analisi. Ciò per contribuire alla rappresentazione di uno scenario il più possibile completo .
Gli Usa percepiscono Corea del Nord, Iran e Iraq come radicale ed unitaria minaccia morale. Questa viene riassunta nella formula demonologica di “asse del male”. La minaccia però appare poco consistente da un punto di vista materiale. Attraverso di essa si giustifica comunque il ricorso alla leva militare, con cui viene ad attuarsi il passaggio da una fase di controllo ad un’altra di dominio sull’Iraq.
Se non c’è minaccia morale, quali sono le ragioni di quanto accade? Sono varie, intrecciate tra loro, connesse ai settori strategici dell’economia capitalistica, riconducibili alle camaleontiche e multipolari manifestazioni di una - questa sì - radicale “crisi di civiltà” .
In primo luogo, c’è una minaccia interna: la recessione. L’“asse del male” fornisce allora il pretesto per una politica di incremento della spesa pubblica militare a sostegno del complesso militare-industriale .
In secondo luogo, c’è una minaccia interna ed esterna, cioè globale: la crisi energetica. La guerra allora garantisce il libero accesso delle imprese petrolifere statunitensi e britanniche (fattore interno) alle riserve energetiche irachene (fattore esterno), di vitale importanza prospettica. Ciò con grande scorno dei monopoli concorrenti (Russia, Francia, Italia), costretti a rimanere ai margini e accontentarsi delle briciole (altro fattore esterno). Il tutto a condizioni di privilegio per statunitensi e britannici.
In terzo luogo, c’è una minaccia esterna: la questione palestinese, detonatore del conflitto generale con il mondo arabo e con le popolazioni pauperizzate. Un conflitto sociale internazionale.
Lo “sdoganamento” di Siria e Libia permette l’apertura di un asse infrastrutturale di scorrimento tra Iraq “liberato”, Siria e Mediterraneo, comprese Libia e Italia. Il che aiuta a comprendere meglio il reinserimento internazionale di Libia e Siria, uscite dal gruppo dei rogue states.
La strategia statunitense tende a decongestionare il Golfo Persico, in senso sia economico che geopolitico, creando altri poli di sviluppo e altri assi di traffico. Uno di essi nell’ovale tra Caspio e Asia Centrale ed un altro nel Mediterraneo. Entrambi con funzioni di contrappeso e riequilibrio rispetto al Golfo.
Soltanto un alleggerimento delle pressioni sul Medio Oriente, dal punto di vista degli Stati Uniti, preparerebbe le condizioni per una soluzione negoziata al conflitto israelo-palestinese ed arabo-israeliano in genere. Perciò gli Usa cercano nella Siria una sponda politica. L’unilateralismo sarebbe così la leva per un movimento di riorganizzazione degli spazi strategici su base multipolare. Nel disperato tentativo di uscire dall’impasse dell’ingovernabilità globale.


E' utile avere come riferimento le carte ed istogrammi seguenti. Da una parte vi è il consumo di energia pro capite nel mondo e dall'altra i fabbisogni energetici.

 

 

Anche le seguenti due carte danno importanti informazioni. Nella prima è rappresentato il Prodotto Interno Lordo di vari Paesi del mondo, mentre nella seconda vi sono gli "investimenti" in armamenti. Si noti lìenorme sproporzione delle spese USA rispetto a tutto il resto del mondo.

 


 


ANALISI DIFESA

 

http://www.analisidifesa.it/numero21/ef-assmale.htm 

              ENDURING FREEDOM

              GLI USA DICHIARANO GUERRA ALL’"ASSE DEL MALE"

Bush allarga il campo d’azione di “Enduring Freedom” ufficializzando la lista dei nemici contro i quali intende combattere. L’escalation ha preso il via con il discorso sullo “Stato dell’Unione” nel quale sono stati chiaramente indicati Iran Iraq e Corea del Nord, “stati canaglia” che minacciano la sicurezza internazionale e sostengono il terrorismo. All’intervento di Bush hanno fatto seguito le dichiarazioni del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleeza Rice, e infine l’annuncio dello stesso presidente di una richiesta al Congresso di approvare uno stanziamento di ben 369 miliardi di dollari per la Difesa nell’anno fiscale 2003 più altri 10 miliardi a ulteriore sostegno della sicurezza anti-terrorismo. Un Bilancio definito apertamente “di guerra”, in crescita del 15% rispetto al 2002, che dimostra la volontà di combattere fino in fondo i nemici USA per chiudere la partita con il terrorismo e con i paesi che possono minacciare la sicurezza globale ed interna. Sul piano strategico l’indicazione dei nemici irakeni, iraniani e nordcoreani sancisce di fatto la conferma che le rivelazioni diffuse settimane or sono dai servizi segreti israeliani circa un imminente attacco irakeno contro lo stato ebraico con l’obiettivo di creare un compatto fronte arabo contro Gerusalemme e Washington, hanno trovato credito e supporto dalle analisi dell’intelligence statunitense e britannico. Nonostante i timori europei che stanno allargando ulteriormente il divario con gli USA nel campo della Sicurezza, Washington sembra intenzionata a combattere da sola la guerra contro i ”rogue states” anche se è certo il supporto di Israele ed è in fase di definizione quello britannico. Del resto da tempo la CIA ha evidenziato come entro dieci anni almeno 6 paesi disporranno di missili balistici e armi di distruzione di massa capaci di raggiungere il territorio statunitense.

Per questo la lotta contro L’Asse del Male dovrà essere combattuta in tempi abbastanza brevi puntando alla rapida costituzione dello Scudo antimissile previsto dal Programma National Missile Defense, blocco dell’export nordcoreano di armi e tecnologia balistica ed NBC e sulla distruzione degli arsenali strategici di Teheran, Bagdad e Pyongyang. Il primo bersaglio nella lista è l’Iraq di Saddam Hussein contro il quale è stato messo a punto un piano che prevede pesanti attacchi aerei condotti dai jet imbarcati sulle portaerei e basati in Kuwait e Turchia, incursioni di forze speciali e un intervento massiccio di forze terrestri della 3a Armata (il cui comando è stato trasferito in Kuwait) a sostegno delle insurrezioni che l’opposizione al regime dovrebbe scatenare in varie aree del paese. L’operazione, della durata prevista di un paio di mesi, non è priva di incognite ad alto rischio poiché si ritiene che Saddam risponderebbe con attacchi chimico-biologici contro Israele condotti con missili balistici e con aerei senza pilota (UAV) lanciati in missioni suicide. L’alleanza tra Bagdad e Damasco potrebbe provocare un attacco di truppe siriane sul Golan e dal confine libanese creando il contesto ideale per un intervento dell’Iran che già dispone di armi B/C e di missili balistici derivati dai Nodong nordcoreani in grado di colpire Israele mentre secondo molti esperti è ormai vicino allo sviluppo di testate atomiche. La strategia di Washington contro la Corea del Nord sembra invece essere per il momento limitata ad azioni politiche rafforzando il blocco commerciale alla dittatura comunista e i controlli tesi ad impedire l’export di missili balistici e tecnologia per la produzione di armi di distruzione di massa (incluse quelle nucleari) che hanno favorito il riarmo strategico di Iran, Irak, Libia e Siria ma anche della Al Quaeda. Un’iniziativa militare contro Pyongyang richiederebbe invece un ampia inteso con Seul e Tokyo.


 

LE MONDE diplomatique - Marzo 2002

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Marzo-2002/0203lm01.01.html

L'asse del male

di Ignacio Ramonet

Tre fronti. I cittadini devono sapere che la globalizzazione liberista attacca oramai la società su tre fronti. Il primo, centrale in quanto riguarda l'umanità nel suo insieme, è quello dell'economia. Questo fronte è sottoposto alla guida di quello che sarebbe davvero il caso di chiamare l'Asse del male (1), costituito dal Fondo monetario internazionale (Fmi), dalla Banca mondiale e dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Un asse malefico che continua ad imporre al mondo la dittatura del mercato, la preminenza del settore privato e il culto del profitto, provocando sull'intero pianeta guasti terrificanti: dal megafallimento fraudolento della Enron alla crisi monetaria in Turchia, dal catastrofico tracollo dell'Argentina alle devastazioni ecologiche un po' ovunque...
E la prossima conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo, che si terrà a Monterrey in Messico dal 18 al 22 marzo, rischia di aggravare ulteriormente il disastro generale, affidando al settore privato la funzione di principale attore dello sviluppo dei paesi del Sud (2). È particolarmente scandaloso che i capi di stato e di governo, e segnatamente quelli dell'Unione europea, rifiutino di adottare una serie di misure indispensabili a favore dello sviluppo, che sono le sole in grado di salvare dalla miseria due terzi dell'umanità.
Sono da porre in rilievo dieci misure essenziali: annullare totalmente il debito dei paesi poveri; adottare per il debito di tutti i paesi del Sud un sistema di regolamento equo e lungimirante; definire le garanzie affinché i futuri finanziamenti siano fondati su impegni soddisfacenti e i fondi vengano utilizzati per uno sviluppo sostenibile; ottenere dai paesi ricchi l'impegno a dedicare almeno lo 0,7% della propria ricchezza al finanziamento dello sviluppo; riequilibrare i termini degli scambi tra Nord e Sud; garantire la sovranità alimentare in ogni paese; controllare i movimenti irrazionali dei capitali; vietare il segreto bancario; dichiarare fuori legge i paradisi fiscali, e infine imporre una tassazione internazionale sulle transazioni finanziarie.
Il secondo fronte, clandestino, silenzioso, invisibile, è quello ideologico. Con la collaborazione attiva di molte università, di prestigiosi istituti di ricerca (Heritage Foundation, American Enterprise Institute, Cato Institute) grandi media (Cnn, The Financial Times, Wall Street Journal, The Economist, imitati in Francia e altrove da una folla di giornalisti asserviti) è stata creata una vera e propria industria della persuasione, volta a convincere gli abitanti del pianeta che la globalizzazione liberista porterà alla fine la felicità universale. Grazie al potere dell'informazione, gli ideologi hanno così costruito, con la complicità passiva dei sudditi, ciò che potremo definire un delizioso dispotismo (3).
Questa manipolazione è stata ufficialmente rilanciata dopo l'11 settembre con la creazione, da parte del Pentagono, di un'istituzione squisitamente orwelliana: l'Office for strategic influence (l'Ufficio per l'influenza strategica), esplicitamente incaricato di diffondere false informazioni per «influenzare l'opinione pubblica e i dirigenti politici, sia nei paesi amici che in quelli nemici (4)». Come negli anni più bui del maccartismo e della guerra fredda, sotto il controllo del ministero americano della difesa si è così costituito una sorta di ministero della disinformazione e della propaganda, incaricato di stabilire la verità ufficiale, come nelle dittature più grottesche. Tanto scandalosa era questa circostanza che alla fine di febbraio il segretario alla difesa americano ha dovuto dichiarare che l'Ufficio in questione era stato ufficialmente chiuso.
Il terzo fronte, che finora non esisteva, è militare. È stato aperto all'indomani del trauma dell'11 settembre scorso, allo scopo di dotare la globalizzazione liberista di un apparato di sicurezza in piena regola. Gli Stati uniti, che un tempo erano tentati di affidare questa missione all'Organizzazione dell'Atlantico del Nord (Nato), hanno deciso di assumersi questa missione da soli, dotandosi di mezzi considerevoli per esercitarla con un'efficacia a dir poco impressionante (si legga qui di fianco l'articolo di Paul-Marie de La Gorce). La recente guerra in Afghanistan contro il regime dei taliban e la rete al Qaeda ha convinto Washington dell'inutilità di chiedere, per missioni di questa portata, una collaborazione militare di livello non minimale ai principali alleati strategici, cioè al Regno unito e alla Francia, o anche alla stessa Nato (5).
Questo atteggiamento sprezzante ha avuto una recente conferma quando Washington ha annunciato, senza aver consultato i suoi alleati, un imminente attacco contro l'Iraq. Le proteste delle cancellerie europee, peraltro sempre più flebili, non hanno per nulla impressionato l'amministrazione americana. La funzione dei vassalli è quella di inchinarsi; e l'America aspira oramai a esercitare un dominio politico assoluto. «Gli Stati uniti sono, in qualche modo, il primo stato proto-mondiale - ha constatato William Pfaff - . Hanno la capacità di porsi alla testa di una visione moderna dell'Impero universale, un impero spontaneo i cui membri si sottopongono volontariamente alla sua autorità (6)». Un impero che aspira a realizzare nei fatti la globalizzazione liberista.
Tutti gli oppositori, tutti i dissidenti, tutti i resistenti a questo punto devono sapere che saranno combattuti su questi tre fronti: economico, ideologico e militare. E che l'epoca del rispetto dei diritti umani sembra ormai giunta al termine, come dimostra lo scandalo delle gabbie di Guantanamo, dove diversi cittadini europei sono sequestrati in una sorta di bagno penale tropicale... L'asse del Male (Fmi, Banca mondiale, Wto) aveva finora dissimulato il suo vero volto. Ora lo conosciamo.


note:


(1) Nel suo discorso sullo stato dell'Unione, il 29 gennaio scorso, il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha parlato di un «asse del Male», che secondo la sua opinione sarebbe costituito dall'Iran, dall'Iraq e dalla Corea del Nord.

(2) Si legga «Progetto di conclusione e decisioni della Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo», Nazioni Unite, Assemblea generale, 30 gennaio 2002, documento A/AC.257/L.13.

(3) Si legga Ignacio Ramonet, Propagandes silencieuses, Galilée, Parigi, 2000.

(4) International Herald Tribune, 20 febbraio 2002.

(5) Si legga Ignacio Ramonet, Guerres du XXIème siècle, Galilée, Parigi, 2002.

(6) International Herald Tribune, 7 gennaio 2002.


 

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