FISICA/MENTE

 

 
Lo scandalo Enron                                                                                        4 febbraio 2002

Il gigante senza scrupoli. 


Leggete, ha dell'incredibile

http://www.cumulidineve.it/pensieri/Enron.htm 

 

 
Ci sono storie talmente assurde che uno si sente in imbarazzo a raccontarle.
Tutti gli Stati Uniti sono in questo momento sconvolti da uno scandalo assolutamente fantascientifico.
La Enron, colosso dell'energia, settima industria Usa per fatturato, un giro d'affari superiore a quello di molti stati africani messi assieme, e' fallita licenziando migliaia di dipendenti. Ma questo fallimento e' stato particolarmente disastroso perche' i dirigenti della Enron avevano avuto un'idea geniale: vendere azioni dell'azienda ai dipendenti costringendoli pero' a un accordo che li vincolava a non rivendere le azioni. Cosi' quando il valore della Enron e' crollato in borsa da 86 dollari a 26 centesimi, bruciando quasi 60 miliardi di dollari nel giro tre mesi, i dipendenti che avevano investito tutti i loro risparmi in quei titoli hanno guardato crollare le quotazioni in borsa, senza poter fare nulla.
Questo disastro da 60 miliardi di dollari ha colpito banche, assicurazioni, e milioni di risparmiatori.
Le azioni Enron erano considerate solidissime e negli anni '90 il loro valore era cresciuto di 10 volte. La stampa Usa magnificava la Enron: nel 1996 la rivista Fortune la indicava come l'azienda piu' innovativa del pianeta e il Financial Times nel 2000 l'aveva proclamata "Azienda energetica dell'anno". Tutti compravano Enron, il suo amministratore delegato, Kenneth Lay, era amico intimo dei presidenti Bush, e tutti nell'alta societa' parlavano bene di lui e facevano a pugni per essergli amico.
E Bush si e' mostrato veramente rattristato davanti alle disgrazie che hanno colpito il suo amico.
Ora potete immaginare lo stupore di milioni di risparmiatori americani quando si scopre che i dirigenti della Enron non hanno perso una lira nel crollo in borsa. Anzi, pare ci abbiano guadagnato. Si', perche' loro non avevano firmato nessun impegno a non vendere le azioni  della Enron in loro possesso.
La gente ha iniziato a sentire puzza di bruciato e si e' chiesta: ma come e' possibile che un colosso come la Enron fallisca cosi' improvvisamente? Dove sono finiti tutti i soldi? La Enron era arrivata a fatturare 130 miliardi di dollari all'anno.
Cosi' sono state fatte ricerche, aperte inchieste, ed e' stato come spalancare il coperchio dell'inferno.
Innanzi tutto si e' scoperto che quelli della Enron avevano trovato un metodo efficacissimo per essere simpatici: pagavano l'amicizia a peso d'oro. Due milioni di dollari a George W. Bush dal 1993 a oggi, e piu' di 400 mila dollari al partito repubblicano negli ultimi 3 anni. 97.350 dollari a Phil Gramm, senatore repubblicano del Texas. Ma a volte i favori non vengono pagati in denaro ma con sistemi piu' raffinati.  Hanno ingenti pacchetti azionari il vice presidente Dick Cheney, Karl Rove, capo di gabinetto (250 mila dollari) Donald Rumsfeld segretario della difesa, il suo vice William Winkenwerder, il ministro della giustizia John Ashcroft, il vicesegretario al tesoro Mark Weinberger, il sottosegretario all'economia Kathleen Cooper, il sottosegretario all'educazione Eugene Hickock e gli ambasciatori in Russia, Irlanda e Emirati Arabi. Alcuni dirigenti (e azionisti) della Enron sono poi entrati direttamente nel governo del paese: Larry Lindsay e' oggi consigliere economico del presidente, e Robert Zoellick  e' diventato rappresentante Usa per il commercio. Facevano di tutto per dare l'idea che se gli affari andavano bene per Enron andavano bene per tutti. E non erano  tanto schifiltosi: il 70% delle loro donazioni andava ai repubblicani, il 30% ai democratici. Tanto che Clinton minaccio' di interrompere gli aiuti al Mozambico se non fosse stato concesso alla Enron il diritto di costruire i suoi oleodotti.
E gia' che c'erano finanziavano anche i politici inglesi. Perfino il partito di Tony Blair ha ricevuto almeno 50 mila dollari da questa organizzazione benefica e John Wakenam, ex ministro dell'energia nel governo di Margaret Tatcher e supervisore allora della privatizzazione dell'industria elettrica britannica, siede nel consiglio di amministrazione della Enron.
 Ma nessuno e' in grado di dire quanti politici e funzionari pubblici la Enron abbia foraggiato in tutto il mondo, si parla di decine e decine di milioni di dollari e di opere faraoniche realizzate per compiacere i politici.
Il 7 aprile 2000 la famiglia Bush siede al completo, in tribuna d'onore, per l'inaugurazione dello stadio di Houston, che la Enron ha pagato circa100 milioni di dollari. L'appalto della costruzione e' stato affidato alla Brown & Root, azienda che fa parte di un gruppo il cui amministratore delegato e' Dick Cheney, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
In cambio dello stadio e della sua gentilezza, la Enron ha ottenuto, negli anni una serie notevole di ammorbidimenti legislativi sull'energia e l'inquinamento.
E ha anche firmato un contratto da 200 milioni di dollari per la fornitura di energia elettrica alla citta'.
Tra gli altri risultati di questa politica lungimirante il fatto che oggi Houston, capitale del Texas, sia una delle citta' piu' inquinate degli Usa. 
 
Ma perche' Kenneth Lay voleva avere tanti amici? Perche' aveva un progetto ambizioso che comprendeva una specie di monopolio dell'energia in buona parte del mondo, oleodotti che attraversano mezzo pianeta (Kosovo e Afghanistan compresi), leggi di sgravio fiscale per le aziende energetiche e addirittura una borsa on-line mondiale dell'energia e delle materie prime, controllata interamente dalla Enron e che, nata nel 1999, e' arrivata a registrare 6000 transazioni al giorno per circa 2,5 miliardi di dollari.
La Enron chiedeva aiuti, spallate a regolamenti comunali, deroghe ai controlli antitrust, robetta.
Ma via via che oggi le inchieste procedono viene fuori ben altro.
Innanzi tutto i procedimenti penali in corso mettono alle strette, insieme a molti dirigenti, l'ex vicepresidente della Enron, Clifford Baxter. Alle richieste sempre piu' insistenti di fornire documentazioni contabili la Enron oppone un fermo rifiuto, vengono pubblicate dalla stampa fotografie di dipendenti Enron che portano via casse e casse di documenti dalla sede della compagnia. Ma l'inchiesta va avanti e un mattino Clifford Baxter viene trovato morto in un'auto, all'interno di un parcheggio di Houston. Ha una pistola in mano e la polizia dice che si e' suicidato sparandosi alla testa.
Ma la situazione diventa ancora piu' grave quando si scopre che i dirigenti della Enron avevano costituito una rete di societa' che prendevano commesse di lavoro dalla Enron fatturando cifre vertiginose che finivano in compiacenti paradisi fiscali. E non si tratta delle misere 64 societa' fantasma del povero Berlusconi. Le societa'  sussidiarie della Enron sono 881, domiciliate in alcuni tra i piu' affidabili paradisi fiscali del pianeta: 692 alle Cayman, 119 alle Turks e Caicos, 43 alle Mauritius, 8 alle Bermuda. Questo meccanismo raffinatissimo e' servito per stornare guadagni prima e per nascondere le perdite. La Enron nella sua fase discendente e' riuscita a contabilizzare 600 milioni di profitti inesistenti. Tra l'altro, grazie a questo sistema la Enron e' riuscita a non pagare una lira di tasse in 4 degli ultimi 5 anni. Anzi, nel 2000 un'imposta di 112 milioni di dollari si era trasformata alla fine in un credito di 278 milioni di dollari. Sostanzialmente si svuotavano le casse dell'azienda e si faceva a meta' con i politici e con le istituzioni addette al controllo della regolarita' dei bilanci.
Si', perche' la Enron era sottoposta, in teoria, a fior di controlli. E oggi, a fianco dei dirigenti Enron, sul banco degli imputati siede anche David Duncan, dirigente della societa' di certificazione, Arthur Andersen, accusato di aver distrutto documenti rilevanti riguardanti la Enron. Duncan, appellandosi al Quinto emendamento costituzionale, ha dichiarato di non voler testimoniare contro se stesso, a meno che non gli venga garantita l'immunita'. Ma il deputato James Greenwood, presidente della sottocommissione della Camera davanti alla quale Duncan e' comparso, e' andato giu' pesante. Si e' rivolto a Duncan dicendo: "La Enron svaligiava la banca, la Arthur Andersen forniva l'auto per scappare e lei era al volante".
Ma questa e' una storia piena di colpi di scena.
E in effetti la rapina in banca e' stata la piu' grande della storia del mondo. E i metodi usati lasciano a bocca aperta.
Come sapete Los Angeles e' la citta' che in 15 anni ha sconfitto l'inquinamento. Pochi sanno pero' che questo e' avvenuto nonostante una serie impressionante di cause intentate contro l'amministrazione della citta' e lo stato della California, accusati dai produttori di auto di limitare la liberta' di commercio con leggi che impediscono la circolazione delle auto piu' inquinanti. Ma la strada legale deve essere sembrata troppo incerta alla lobby del petrolio e allora la Enron ha organizzato un dispetto di proporzioni bibliche. E' riuscita a diventare fornitrice di energia elettrica anche in California e ora e' accusata da molti di aver scientemente organizzato il grande, disastroso black aut dell'anno scorso al solo scopo di mettere in difficolta' la politica antinquinamento della citta' e ottenere maggiore liberta' nella produzione di energia elettrica.
E c'e' infine chi ricorda che la Enron, la prima finanziatrice della campagna presidenziale di Bush, sia l'azienda che ha tratto i maggiori guadagni dalla guerra in Kuwait e in Kosovo e, se non fosse fallita, avrebbe ricavato guadagni enormi anche dalla guerra in Afghanistan... E c'e' infine chi ricorda un film nel quale un presidente inventa una guerra finta per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dallo scandalo che sta per travolgerlo. Ma nei film e' tutto finto. Nella realta' le guerre si combattano davvero con vere bombe e veri morti.

 Da "Il cacao della domenica, Dario Fo e Franca Rame News" del 03/02/2002


 

Uno scandalo che sfiora il presidente

Scoppia l'Enrongate
Il crollo del colosso energetico imbarazza la Casa Bianca

http://www.grandinotizie.it/dossier/008/fatti_perche/018.htm 

Rischia di trasformarsi in un caso delicato per la Casa Bianca il fallimento della Enron, il colosso texano dell'energia andato in bancarotta a dicembre 2001 (vedi anche IL FATTO Enron).

Il ministro della Giustizia John Ashcroft - che aveva avviato un'inchiesta ministeriale sulla vicenda - si è auto-ricusato a causa di un possibile conflitto di interessi. Ashcroft, infatti, nella campagna elettorale del 2000 aveva ricevuto sostanziose donazioni dalla Enron e anche il presidente George W. Bush aveva beneficiato di un sostegno della società per la sua vittoriosa campagna elettorale pari a 700 mila euro.

La Security exchange commission (Sec, l'equivalente statunitense della Consob), che sta conducendo una propria inchiesta sulla bancarotta della Enron, ha rivelato che alcuni dirigenti della Arthur Andersen - la società chiamata a certificare i libri contabili della Enron - hanno ammesso di aver distrutto un numero consistente di documenti ("forse migliaia") relativi alla multinazionale.

L'avvenuta distruzione di documenti contabili da parte della società di certificazione è avvenuta tra i mesi di settembre e dicembre del 2001, immediatamente prima del fallimento della Enron. Il crollo della società ha mandato sul lastrico 25 mila dipendenti che - ignari del dissesto finanziario - avevano reinvestito in titoli dell'azienda tutti i loro risparmi per assicurarsi la pensione. E ai quali era stata negata la possibilità di rivenderli, quando già alcuni dirigenti sapevano dell'imminente bancarotta.

La Andersen certificò una situazione contabile che non rispondeva al vero, ignorando perdite che stavano raggiungendo il miliardo di euro. Il titolo Enron scese da 90 dollari ad azione a 37 dollari. I 29 massimi dirigenti che hanno venduto le azioni in qual periodo hanno incassato 1,3 miliardi di euro. Il Congresso sta cercando di congelare i fondi residui e "bloccare" i ricavi dei manager.

Adesso il titolo Enron - scivolato a 30 centesimi - non vale più nulla: il 15 gennaio 2002 è stato sospeso da Wall Street: e ai 25 mila dipendenti non resta niente in mano.

Quello che interessa l'opinione pubblica è sapere se l'amministrazione Bush fosse o no a conoscenza del disastro imminente del colosso energetico texano. Dopo aver in precedenza negato, giovedì 10 gennaio 2002 la Casa Bianca ha ammesso l'esistenza di vari incontri tra dirigenti della società ed esponenti del governo Bush, compreso il vicepresidente Dick Cheney (con il quale ci sarebbero stati almeno quattro riunioni).

Il portavoce del presidente Ari Fleisher ha poi reso noto che il presidente della Enron, Kenneth Lay, ha chiamato direttamente, lo scorso autunno, il segretario al Tesoro Paul O'Neill e il segretario al Commercio Don Evans per esporgli i problemi finanziari della sua azienda. Sia Cheney che il presidente Bush, che è legato da una vecchia amicizia con il presidente della Enron, sostengono di non aver "mai parlato con Lay della situazione finanziaria del gruppo". La Casa Bianca "non fece nulla per salvare la Enron", si difendono a Washington. Ma, ha scritto il New York Times, "non fece nulla neanche per fischiare il fallo".

Ma la partita era falsata dall'inizio. La Enron, infatti, ha finanziato 75 dei 100 senatori che siedono al Campidoglio. Quando si dice la trasversalità...

Vedi anche Punto Bush del 21 gennaio 2002

Grandinotizie.it/16 gennaio 2002



La rivista de il manifesto  numero  29  giugno 2002

Le meraviglie della finanza

IL CASO ENRON E I FONDI PENSIONE
Robin Blackburn  

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/29/29A20020613.html 

Il crollo della Enron ha gettato una luce rivelatrice non solo sull’avidità di grossi imprenditori, revisori contabili e politici ma anche sul profilo del deregolato capitalismo ‘anglosassone’ emerso dalla bolla speculativa del mercato azionario. Ha anche messo in luce la vulnerabilità delle ampie fasce di popolazione le cui pensioni sono rimaste intrappolate nel sistema di risparmio che è parte integrante dell’economia neoliberista. Oltre a colpire gli impiegati della Enron, il tracollo ha danneggiato decine di milioni di partecipanti dei piani previdenziali individuali 401(k) e a prestazione definita a. La venalità dei dirigenti di Houston e il loro tentativo di liquidare grandi quantità di stock options b prima del crollo dell’impresa sono stati imitati da molti dirigenti di altre sedi, il che illustra perfettamente che il capitale di cui questi e altri grandi azionisti dispongono ha caratteristiche e diritti ben diversi da quelli dei risparmi dei loro impiegati. L’impotenza dei dipendenti della Enron, e di tutti quelli che hanno visto le proprie pensioni congelate nelle azioni e obbligazioni dell’impresa, rientra nel normale funzionamento dell’attuale sistema di risparmio.
Il fallimento della Enron è significativo non solo per le dimensioni dell’impresa – altre società fallite nello stesso momento, come la K-Mart o la Ltv, avevano più dipendenti e più pensionati – ma perché ha rappresentato l’avanguardia della strategia aziendale neoliberista, la prova vivente che la finanziarizzazione e la deregulation sono la tendenza del futuro. È questo che ha prodotto instancabili sostenitori del neoliberismo come Paul Krugman1, molto orgoglioso di figurare sul libro paga dell’azienda. Alla Enron interessava molto di più ottimizzare le opportunità di scambio che l’attività poco eccitante della produzione di elettricità. L’impulso decisivo è arrivato non dagli investimenti produttivi, dall’innovazione, o dall’abilità di intermediazione, ma dall’ingegneria finanziaria. Nel 2001, però, persino i profitti ricavati dalle sue attività speculative si sono ridotti notevolmente con l’arrivo di nuovi concorrenti, forse proprio perché era stata la prima ad aver operato in questo modo. Le sue ostinate pressioni per la deregulation riflettevano infatti il desiderio di sfuggire alla concorrenza aprendo nuovi spazi.
Emersa nel 1987 dalla fusione della Houston Natural Gas con la Internorth, due imprese di pipelines di gas naturale, la Enron sin dagli anni ’90 ha fatto grandi pressioni lobbistiche per ottenere la deregulation nei prezzi di gas e elettricità, e ne ha tratto grandi profitti, trasformandosi da produttore in gestore finanziario dei prodotti energetici, con un’operazione che ha coinvolto quattro continenti. Alle soglie del 2000, la Enron dominava il mercato energetico sia dei pronti che dei futures c e offriva oltre 3000 contratti di altri futures e derivati per ogni cosa, dai cavi alle fibre ottiche fino alle previsioni meteo. A luglio 2001, «Fortune», basandosi sul bilancio dichiarato l’anno precedente, la classificava settima per giro d’affari fra le maggiori corporations americane. Dopo il fallito boom della new technology, le azioni della Enron hanno continuato a salire sulla base di ricavi e di una redditività apparentemente forti. L’impresa sembrava combinare il meglio del ‘vecchio’ e del ‘nuovo’: non una improvvisata società internet di servizi commerciali, ma un’impresa che poteva contare su patrimoni reali, reti di trasporto, centrali elettriche, navi cisterna, ecc., oltre che sugli alti profitti derivanti dalle sue attività speculative.
Negli anni ’90, i rapporti politici politici della Enron, e quelli della sua società di revisione contabile e consulenza, la Arthur Andersen, le garantirono l’approvazione di tutta una serie di deregulations. Kenneth Lay, direttore dell’impresa, elargì prebende ai politici di tutti i partiti. Nel gennaio 1993, allo scadere della prima amministrazione Bush, il capo della Commissione per la negoziazione dei futures sulle materie prime, Wendy Gramm, moglie del senatore Phil Gramm, fece approvare su richiesta della Enron una nuova norma che sottraeva esplicitamente al controllo statale i contratti dei derivati dell’energia e gli ‘swap’ d sui tassi di interesse, aprendo all’azienda la strada per la libera speculazione sui futures dell’energia. La Gramm fu poi accolta nella squadra della Enron. Sotto l’amministrazione Clinton, donazioni per circa due milioni di dollari ai Democratici fecero guadagnare alla società oltre un miliardo di dollari in prestiti agevolati. Nel maggio 1996, durante una cerimonia alla Casa Bianca, l’allora presidente Clinton ha salutato Kenneth Lay – che giocava a golf con lui e dormiva nella stanza da letto di Lincoln – definendolo bravo «cittadino del mondo delle imprese», per la politica illuminata nei confronti del personale, che prevedeva una partecipazione agli utili delle azioni della Enron e generose indennità pensionistiche e sanitarie. Il 12 novembre 1999 Clinton trasformò in legge il Gramm-Leach-Bliley Act, culmine del processo di deregulation finanziaria, abrogando il Glass-Steagall Act del 1933.
Lo stesso George W. Bush ricevette mezzo milione di dollari di finanziamenti per la campagna elettorale; e alcuni membri autorevoli della sua amministrazione, tra cui figurava il suo consulente economico e il segretario alla difesa, erano sul libro paga della Enron. A seguito del blackout elettrico in California nel 2000, Bush istituì una commissione per la politica dell’energia con a capo il vicepresidente. Cheney, con il benestare di Bush, recentemente si è rifiutato di rendere pubblici alcuni documenti del suo coinvolgimento nei rapporti con la Enron, ma da altre fonti è emerso che alcuni funzionari dell’impresa hanno incontrato la commissione in sei diverse occasioni e hanno giocato un ruolo decisivo nelle conclusioni da essa delineate (esempio: «Indirizzare il ministero dell’energia alla collaborazione con la Ferc [Commissione federale di regolamentazione per l’energia] per ridurre le restrizioni sui trasferimenti di energia mediante proposte di tariffe incentivanti»). Kenneth Lay ha fornito una lista dei candidati per la Ferc, due dei quali sono stati regolarmente nominati, e uno di loro alla carica di presidente 2.
Quando il Congresso Usa ha avviato le indagini sul crollo dell’impresa è emerso che, dei 248 membri del Congresso che sedevano nelle undici commissioni della Camera e del Senato coinvolte nell’inchiesta, almeno 212 hanno ricevuto denaro dalla Enron o dalla Arthur Andersen. Quest’ultima, aiutata, tra gli altri, dal senatore Joseph Lieberman, esercitando forti pressioni su Washington e su Londra, era riuscita a far abrogare la legge che impediva ai revisori contabili di ricevere dai clienti compensi per le consulenze. In Gran Bretagna, la Arthur Andersen aveva stilato un rapporto favorevole sull’iniziativa di finanziamento (Pfi = Project Financing Initiative) privato per il Tesoro tanto cara al New Labour, in seguito al quale aveva ricevuto la concessione per una Pfi sostenuta dal governo, destinata a scorporare le diverse componenti del sistema metropolitano londinese (progetto al quale il sindaco della capitale si era opposto energicamente).
Queste due società godevano di grande stima negli ambienti ufficiali grazie a, e non nonostante, le loro abili e disinvolte pratiche di mercato. Insieme hanno contribuito a fare il buono e il cattivo tempo della politica. Perché allora, quando la Enron ha dichiarato bancarotta a dicembre 2001, non è stato fatto alcun tentativo di salvare l’azienda, ad esempio con un’operazione come quella della Long Term Capital Management (Ltcm) del 1998? e La lezione della Ltcm Sebbene la società operasse come corporation finanziaria, non era soggetta né agli standard di trasparenza propri delle società di brokeraggio né ai vincoli di deposito di una banca. Tuttavia le banche che operavano con la Enron – tra cui il gigantesco gruppo di controllo JP MorganChase and Citibank – dovevano essere ben consapevoli del regime anomalo di cui godevano i loro clienti e avranno avuto altre fonti di informazione oltre alle revisioni contabili; ciononostante, queste banche hanno concesso grossi prestiti all’impresa e hanno potuto farlo perché, grazie a un complicato processo di ingegneria finanziaria, avrebbero evitato molti rischi. Esso prevedeva la creazione di due strumenti molto complessi: le obbligazioni garantite (Cdo) e la cartolarizzazione dei prestiti (Abs). Chi comprava questi prestiti – che comprendevano pensioni e fondi comuni d’investimento – poteva guadagnare se riusciva a farsi rimborsare al momento giusto, ma in caso contrario rimaneva esposto a pesanti perdite.
Come spiega un articolo apparso sul «Financial Times», questi ‘derivati di credito’ f divennero molto popolari negli anni ’90 tra le case assicuratrici e i gestori di fondi:
L’Associazione del mercato obbligazionario stima che negli Usa il solo mercato della cartolarizzazione dei prestiti è cresciuto da 315 miliardi di dollari nel 1995 a 1.048 miliardi di dollari nel 2001; le obbligazioni garantite sono passate nell’insieme da 1 miliardo del 1995 a 300-400 miliardi di dollari nel 2001 […] È sempre più evidente che i regimi di contabilità e le regolamentazione esistenti non erano preparati all’esplosione dell’ingegneria finanziaria […] La Enron ha rappresentato un tipico esempio […] L’ipotesi della Financial Services Authority, che le compagnie di assicurazione potessero non sapere esattamente a cosa andavano incontro nel comprare tali titoli, è senz’altro plausibile. Persino le società finanziarie più sofisticate hanno ammesso la difficoltà di capire i complessi strumenti messi sul mercato da Wall Street […] Visto che alcuni prodotti finanziari di trasferimento del rischio, come le obbligazioni garantite, sono crediti deboli presentati come forti, alcuni fondi pensione e fondi comuni d’investimento hanno investito in prodotti che li hanno esposti a rischi e volatilità indesiderati 3.
Negli ambienti finanziari, qualcuno afferma che la lezione della Ltcm era servita e che erano già state prese tutte le precauzioni. Nel 1998, la Federal Reserve Bank di New York era intervenuta perché, se non lo avesse fatto, il crollo dei fondi speculativi avrebbe avuto un effetto devastante sul sistema finanziario. Molte banche, anche alcune banche centrali, stavano usando la Ltcm per mettersi al riparo: se l’avessero lasciata cadere, la crisi avrebbe trascinato tutti con sé. Anche per questa ragione era stato possibile per la Federal Reserve Bank convincere quattordici banche a investire 3,6 miliardi di dollari per l’operazione di salvataggio finanziario. Il caso della Enron è stato alquanto diverso: il suo crollo ha senz’altro comportato pesanti perdite su vastissima scala – si parla addirittura di 60 miliardi di dollari – ma questa volta le banche sono state attente a fare scaricabarile con il debito. Le perdite sono state trasferite ai dieci milioni di impiegati che avevano investito i loro piani individuali 401(k) e i piani previdenziali nelle azioni della Enron oppure, mediante il Fondo Osprey, nelle obbligazioni dell’azienda, o ancora, in derivati di credito o ‘società veicolo’ g (special purpose entities) come Jedi II e Lcm II; ma esse furono scaricate anche sugli stessi dipendenti della Enron. Quando il ministro del Tesoro di Clinton Robert Rubin, attualmente alla Citigroup, telefonò al suo vecchio ministero per suggerire un’operazione di salvataggio, gli fu risposto che l’amministrazione «non la riteneva necessaria». Il crollo della Enron non ha suscitato alcuna preoccupazione particolare, finanziaria o di altro tipo 4.
Ha comportato tuttavia seri danni a molti piccoli risparmiatori. I clienti dei fondi pensione stanno facendo causa alla Enron e alla Andersen in quanto azionisti, ma anche chi ha venduto i ‘derivati di credito’ legati alla Enron ha subito un duro colpo. Nel complesso, i fondi pensione pubblici hanno perso tra i 5 e i 10 miliardi di dollari; e quelli privati forse anche di più. Il piano previdenziale dei dipendenti della Florida ha visto volatilizzarsi 325 milioni di dollari dal proprio conto azionario, con il gestore del fondo che continuava a comprare mentre le azioni della Enron precipitavano. Sono rimaste colpite anche le pensioni dei dipendenti pubblici degli Stati dell’Ohio, New York City e Georgia, mentre il fondo pensione dell’Università della California ha perso 145 milioni di dollari. Normalmente, questi fondi avrebbero dovuto garantire che la loro partecipazione azionaria in una qualunque società non fosse mai tanto consistente da intaccare la loro capacità generale di prestazioni previdenziali al di là di qualche punto percentuale. Ma qualcuno è rimasto troppo esposto con i Cdo legati alla Enron, o alla caduta delle azioni di società che hanno sofferto di ‘Enronite’ – come le finanziarie della stessa Enron, altre aziende del mercato dell’energia, o altre compagnie con contabilità inaffidabile – con il conseguente deterioramento del loro profilo di rischio.
È risaputo che la Enron incoraggiò i suoi stessi dipendenti a diventare grandi investitori; ma con l’implosione dell’azienda, molti scoprirono di aver perso tutti i loro risparmi, oltre che il posto di lavoro. Verso la fine del 2000, oltre la metà dei 2,1 miliardi di dollari del piano di pensionamento 401(k) era stata investita nella Enron; circa il 57% dei 21.000 impiegati della società erano entrati nel progetto. Mentre i dirigenti avevano venduto azioni per il valore di 117 milioni di dollari tra gennaio e agosto 2001, molti dipendenti scoprirono che le loro azioni erano congelate a seguito di una revisione tecnica del sistema 401(k), oppure perché non avevano raggiunto i cinquant’anni, soglia prevista per soddisfare le condizioni di investimento del piano. Fedele alla sua reputazione di pubblica benefattrice e importante datrice di lavoro, un’impresa della Enron, la Portland General Electric assunse alcuni consulenti ai reclami, per rassicurare i suoi dipendenti che erano stati colpiti. Contemporaneamente, come scriveva il «New York Times», i drastici ribassi azionari avevano volatilizzato anche i risparmi di molti impiegati della Nortel Networks Corporation, la Lucent Technologies e la Global Crossing, perché erano stati investiti in quantità eccesiva nelle azioni della società per cui lavoravano.
Alcuni fondi pensione – tra cui il fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California (Calpers) e quello degli insegnanti dell’Arkansas – avevano investito anche nelle famigerate partecipazioni fuori bilancio della Enron o nei ‘veicoli finanziari’, le cosiddette «Raptor I, II e III» o «Jedi I e II». Le Spe avevano permesso alla Enron di nascondere i debiti e di compiere operazioni con se stessa come controparte al fine di gonfiare il volume degli scambi. All’incontro della società Ljm di ottobre 2001 è emerso che l’89% delle sue transazioni erano avvenute con la Enron o con le sue affiliate. Perché i dirigenti dei fondi pensione erano disposti a rischiare i risparmi dei partecipanti del fondo in pratiche palesemente poco sicure? Sembra che alcuni fossero stati allettati dall’opportunità di investire in ciò che consideravano un’impresa di primo piano: nel 1993, il fondo Calpers aveva investito 250 milioni di dollari per contribuire alla formazione di Jedi I, che gli avevano fruttato il 23%; anche se, al momento di reclamare l’investimento tre anni dopo, aveva incontrato serie difficoltà, e alla fine era stato persuaso a convertire la propria richiesta in un nuovo investimento di 500 milioni di dollari di un nuovo ‘veicolo finanziario’ tipo «Raptor». Altri si saranno sentiti rassicurati per il coinvolgimento di soci finanziari di tutto rispetto, come la Merrill Lynch, che gestiva la promozione delle vendite per una di queste società, la Ljm2 Co-Investment. Secondo gli atti depositati presso un tribunale del Delaware, molti dei nomi di maggiore spicco nel mondo finanziario – tra cui la Citigroup, JPMorganChase, Cibc, Deutsche Bank e Dresdner Bank – erano ancora in società con la Enron, direttamente o indirettamente, quando questa dichiarò la bancarotta 5.
Massimizzazione dei profitti e finanziarizzazione Per la Enron, l’urgenza di truccare i conti nasceva in parte dalle enormi aspettative di profitto alimentate negli anni ’80 e ’90; puntare a tassi di crescita dei ricavi annuali a meno di due cifre sembrava cosa da rammolliti. Ma se la bolla speculativa permetteva alcuni buoni investimenti nella new technology, in ogni altro settore la corsa frenetica all’acquisto di azioni liquidò più progetti di quanti ne avesse incoraggiati. Nel settore dei servizi pubblici questo atteggiamento portò all’introduzione di ostacoli spropositati rispetto ai progetti di investimento: il capitale investito in una nuova centrale elettrica o in migliorie alla rete elettrica potevano richiedere oltre dieci anni per fruttare qualcosa, e comunque alla metà dei tassi giudicati interessanti dagli analisti finanziari. Una diretta conseguenza di ciò fu la crisi energetica del 2000 in California. Il «Financial Times» commentava: «Che la deregulation sull’energia in California sia fallita è fuori di dubbio […] Gli economisti ritengono che la crisi sia un segno ulteriore che, dopo anni di bassi investimenti, le infrastrutture statali non sono in condizioni di sostenere la crescita» 6. Nel dicembre 2000, con un terzo delle centrali pubbliche chiuse per riparazioni, la principale società fornitrice di elettricità, la Edison Pg&e (oggi in bancarotta), annunciò l’intenzione di aumentare i prezzi del 20%. Allora il Procuratore generale dello stato fece causa alla holding Pg&e accusandola di aver dirottato oltre 4 miliardi di dollari dalle sue attività di produzione sin dal 1996.
Quando si accorsero che le loro attività principali rendevano scarsi profitti, molte imprese si convertirono, sull’esempio della Enron, alla finanziarizzazione, che permetteva loro sia di manipolare la contabilità sia di ricavare profitti da un minore indebitamento. I derivati di credito possono essere basati sul debito del consumatore o sul debito delle imprese, e il primo garantisce tassi di interesse particolarmente alti. La General Electric, attraverso la sussidiaria Ge Capital, ricava tanto dal credito al consumatore, dal debito d’impresa e dagli accordi di leasing quanto dalla produzione di motori di aeroplani e di beni di consumo durevole. La Citigroup, che si è abilmente disfatta in buona parte dei rischi cui era esposta con la Enron, ha comprato, nel settembre 2000, la Associates First Capital per l’esorbitante somma di 31 miliardi di dollari. Ha suscitato grande stupore il fatto che un gigante finanziario come la Citigroup – la maggiore banca americana – fosse interessato a un’impresa nota per i suoi ‘prestiti strangolatori’ ai poveri, una società arricchitasi grazie all’uso, come ha scritto l’«Economist», di «tattiche da usurai e truffatori». L’acquisto della Citigroup le ha permesso di concedere prestiti al 20% con i soldi dei suoi clienti. Negli anni della bolla speculativa molti consumatori, incoraggiati dal valore crescente dei loro 401(k), si sono indebitati sperperando in nuovi beni di consumo. Mentre la maggioranza è potuta sfuggire agli artigli della Associates First Capital, molti hanno accumulato debiti sulle carte di credito che costavano loro circa il 20% di commissione all’anno. Mentre la massa del debito dei consumatori cresceva il 116% del reddito del 2001, il settore finanziario compensava in maniera consistente le altre perdite 7.
L’ideologia azionaria Secondo alcuni scrittori, dieci anni di infatuazione diffusa per il mercato azionario avrebbero generato una vera e propria «cultura di massa dell’investimento», fatta propria da ampie fasce della popolazione, che le ha portate a privilegiare scelte individuali basate sul mercato per risolvere qualsiasi problema. Così Adam Harmes avverte che non è tanto la diffusione del possesso di azioni quanto invece lo «stabile insediamento del mercato azionario nella vita di tutti i giorni» ad aver cambiato i valori e gli interessi di impiegati ed elettori, incoraggiando la predisposizione a proseguire sul cammino di privatizzazioni e deregulation. Harmes sottolinea che pubblicazioni come «Business Week» e «Fortune» hanno conquistato sempre più lettori, e molte reti televisive trasmettono ormai quotidianamente programmi dedicati al business. Così, «norme e pratiche del capitale finanziario» si sarebbero impresse tanto profondamente in risparmiatori e pensionati, che «neppure una tendenza al ribasso del mercato azionario potrebbe distruggerle» 8.
È indubbio che si sia effettivamente diffusa una certa ‘cultura dell’investimento azionario’; ma viste dalla prospettiva di ciò che ho definito «capitalismo grigio», le conclusioni di Harmes sono troppo pessimistiche 9. Nei mesi successivi al crollo della Enron, l’indignazione popolare non ha risparmiato né le istituzioni né gli individui: i banchieri e i contabili che avevano permesso ai dirigenti d’impresa di contrarre grossi prestiti mettendo a repentaglio i fondi pensione dei loro – e di molti altri – dipendenti sono stati oggetto di infamanti insulti (e anche la JPMorganChase ha rischiato una citazione per aver falsato le operazioni con la Enron). Pochi hanno cercato di far passare come ‘naturali’ i movimenti delle opzioni azionarie dei dirigenti o le falsificazioni dei bilanci. Eppure era ampiamente risaputo nella stampa finanziaria che le operazioni illecite dei dirigenti Enron avvenivano in molte altre imprese, che erano state possibili solo grazie alla complicità dei loro revisori dei conti, avvocati e banchieri, e che la società era riuscita a comprare l’influenza di quasi tutti i leader politici più potenti.
La bancarotta ha messo in luce tutta una serie di altri casi in cui sono venute alla luce le magagne del settore dei servizi finanziari. Revisioni contabili di manica larga hanno contribuito al fallimento di Cendant, Sunbeam, Waste Management e Global Crossing (a ogni dollaro che le ‘cinque grandi’ società di revisione guadagnano dalla loro attività, si aggiungono 2,69 dollari di spese di consulenza). L’ufficio newyorchese della Credit Suisse First Boston è stato multato per 100 milioni di dollari per aver preso tangenti dai suoi clienti durante la bolla speculativa azionaria; la Goldmann Sachs ha ricevuto aspre critiche dalla Borsa valori di Tokyo per 8000 scambi illegali; a Londra, la Merrill Lynch Investment Managers ha pagato 70 milioni di sterline a seguito di un patteggiamento con il fondo pensioni Unilever per compensare le croniche carenze nella gestione e nelle prestazioni fornite. Nei quattro anni precedenti il crollo della Enron, oltre 700 società americane sono state costrette a rinnovare la dichiarazione dei loro conti.
L’affare Enron ha anche portato a formulare moltissime proposte volte a rendere responsabili i consigli d’amministrazione, stabilire nuove strutture di regolamentazione, impedire che i dipendenti siano esposti alle vicende dell’impresa, rendere più rigorrosi gli standard delle pubblicazioni finanziarie promozionali, garantire l’autonomia dei revisori dei conti, e così via. Mentre le conseguenze legislative saranno probabilmente estremamente modeste, le questioni sollevate hanno implicazioni di ampia portata. Mettendo in discussione l’attività di quasi tutte le principali istituzioni e pratiche aziendali americane, il risultato finale dello scandalo Enron non ha ‘accreditato’ il funzionamento del sistema; al contrario, ha fornito un crudo ritratto del cinismo e dell’avidità dell’élite che ha sacrificato i risparmi di milioni di dipendenti appropriandosene indebitamente. Oltre a un certo numero di politici, diverse istituzioni prestigiose hanno rivelato elementi di una gestione corrotta e caotica.
Insiders e outsiders La Enron ha anche dato corpo ad altre ansie diffuse sulle prospettive dei fondi pensione e dei 401(k). Quando grandi compagnie come la Global Crossing, K-Mart e Ltv hanno dichiarato bancarotta nello stesso periodo, anche i piani previdenziali dei loro dipendenti sono rimasti colpiti. Anche gli impiegati di società estranee agli episodi di fallimento potevano ritrovarsi con un fondo pensione assai ridotto. La stampa finanziaria cercò di consolare i partecipanti dei fondi ricordando che una ripresa era nell’aria; ma, sapendo che il suo verificarsi poteva richiedere ancora molto tempo, ha anche rimproverato persone e istituzioni che non si sono preoccupate di impedire il disastro. Il senso di amarezza si è diffuso tanto profondamente da suggerire nuovi schieramenti: «Per molto tempo abbiamo creduto che il conflitto fondamentale nel capitalismo fosse tra proprietari e lavoratori», ha scritto un commentatore; «la Enron dimostra che il vero conflitto è tra insiders e outsiders; nel caso Enron, a perdere sono stati sia gli azionisti che i lavoratori» 10.
Tra gli insiders rientrano certamente la JPMorganChase e la Citibank, che hanno scaricato i loro rischiosi prestiti concessi alla Enron su case assicuratrici e gestori di fondi e, in definitiva, sui moltissimi partecipanti dei piani pensionistici: gli outsiders. Adesso milioni di lavoratori sono piccoli azionisti o azionisti indiretti ma continuano a mantenere lo status di outsider, perché non hanno il controllo effettivo sui beni depositati a loro nome, che siano di un piano individuale 401(k) o a prestazione definita. I 401(k) possono essere investiti massicciamente nelle azioni della società in cui i clienti del fondo lavorano, come nel caso della Enron; ma anche se investono altrove, in genere ai dipendenti viene chiesto di scegliere tra una gamma definita di fondi, riservati ai principali fornitori commerciali, e sono questi ultimi a decidere se onorare o ignorare il diritto di voto dei lavoratori come azionisti nel fondo.
Nei piani aziendali, normalmente il datore di lavoro nomina gli amministratori fiduciari, che spesso comprendono un funzionario dell’impresa esperto di finanza, che a sua volta sceglie i gestori dei fondi. Gli amministratori fiduciari sono obbligati per legge a investire il denaro come farebbe un ‘esperto prudente’; ma dal momento che gli standard di prudenza e di competenza richiesti sono quelli stabiliti dallo stesso settore dei servizi finanziari, il risultato finale è un ulteriore incoraggiamento al potere delle grosse corporations finanziarie che offrono i servizi di gestione dei fondi: Morgan Stanley, Merrill Lynch, Fidelity, State Street, Barclays Global Investors, e via dicendo. Questi giganti hanno interesse che le corporations non finanziarie richiedano i loro servizi; perciò spesso non usano aggressivamente del loro potere di azionisti delegati; le banche fanno più soldi con le assicurazioni e con la partecipazione a fusioni e acquisizioni che con la gestione dei fondi.
Come i titolari di polizze, i partecipanti ai piani pensionisitci hanno un’influenza minima sugli amministratori fiduciari, e ancora meno sui gestori dei fondi. Quasi tutti i fondi pubblici, e alcuni del settore privato, concedono qualche rappresentanza ai sindacati, ma rimangono comunque legati alla regola dell’‘esperto prudente’. In quasi tutti i piani, i datori di lavoro collaborano con le corporations finanziarie; i servizi di gestione dei fondi offerti da queste ultime dovrebbero essere separati con una ‘muraglia cinese’ dai servizi di merchant banking, che esse possono fornire. Ma l’effetto generale è ciò che Allen Sykes ha denominato «duplice carenza di responsabilità», a spese del partecipante del piano previdenziale e dell’azionista (nominale).
Che le grandi corporations e le istituzioni finanziarie usino la leva del capitale finanziario per mettere in campo i patrimoni dei piccoli risparmiatori non è una novità – Rudolf Hilferding ha notato un fenomeno analogo già un secolo fa nel suo classico saggio sul capitale finanziario– ma oggi i fondi pensione costituiscono la fonte principale del risparmio della ‘gente minuta’. E se le somme accumulate da quasi tutti gli impiegati sono piccolissime, insieme rappresentano una grossa fetta della proprietà azionaria. A dicembre 2000, le attività dei fondi pensione Usa si aggiravano intorno ai 7000 miliardi di dollari: appena 300 miliardi meno della ricchezza complessivi dei miliardari del paese. È sbagliato pensare che gli azionisti non abbiano un potere reale: negli anni ’80 e ’90 riuscirono a imporre come principale obiettivo dell’azienda un ‘valore degli azionisti’, e ottennero la rimozione di diversi direttori generali di una serie di grandi società (GM, Coca-Cola, ecc.). Ma nel braccio di ferro tra gli alti dirigenti e la massa degli azionisti, i primi si sono dimostrati capaci di assicurarsi una ‘remunerazione’ talmente smisurata – non solo attraverso lo stipendio ma anche attraverso le stock options – che talvolta ha persino danneggiato il corso delle azioni. Dal momento che spesso le istituzioni finanziarie non vogliono che i propri dirigenti siano chiamati a rispondere, gli azionisti più ‘attivi’ sono stati i fondi pensione del settore pubblico come il fondo Calpers o l’Arkansas Retirement System, che hanno messo in campo le proprie squadre di analisti. Paradossalmente, sono stati spesso loro a insistere per imporre gli standard capitalistici più rigorosi.
A febbraio 2002, «Business Week» pubblicava un servizio sull’«investitore tradito», dal quale emergeva che l’81% degli investitori non aveva fiducia negli operatori del ‘big business’, e si sentiva «adirato e disilluso» 11. Il servizio ignorava la differenza tra gli avidi investitori mordi e fuggi, puniti per le loro speculazioni, e la grande massa degli azionisti dei 401(k) e di piani analoghi che risparmiano per la pensione e non hanno nessuna intenzione di ‘giocare in borsa‘. La maggior parte dei 45 milioni dei sottoscrittori del 401(k) non cambiano mai il loro gestore e raramente modificano la gestione dei portafogli. (Una delle ragioni per cui i fondi pensione spendono così tanto in pubblicità è la certezza che, una volta conquistato un nuovo cliente, di solito lo si mantiene per tutta la vita.) Oggi sono queste le persone che si sentono derubate dei loro risparmi da parte degli amministratori. «Business Week» ha osservato con una certa durezza che molte di queste persone sono «figli del baby boom, cresciuti nell’era delle proteste e della mobilitazione sociale». Il periodico riferiva di un sondaggio tra gli ‘investitori professionisti’ da cui emergeva che anche tra i dipendenti dei fondi, il 43% era «estremamente preoccupato» per le possibilità di «diffuse operazioni di falso in bilancio». La verità è che anche loro erano, forse solo parzialmente, insiders, consapevoli che qualcosa non andava per il verso giusto, ma che speravano comunque di ricavarne qualcosa e si sentivano rassicurati per il forte coinvolgimento di tutti gli altri.
Mentre lo scandalo Enron cominciava a venire alla luce, emergeva la terribile complessità delle ‘aggressive’ strategie contabili dell’impresa. I suoi affari comportavano certamente aspetti complessi, ma nella maggior parte dei casi gli inganni perpetrati dai dirigenti, e ignorati dai revisori e dai banchieri, prevedevano stratagemmi tra i più antichi nella storia delle frodi finanziarie. Normalmente ci si aspetta che un qualsiasi analista abbastanza competente e indipendente riesca a individuare un forte divario tra ricavi dichiarati e il flusso effettivo di cassa; o a sospettare che gli ‘swap fantasma’ e la contabilità basata sui ‘proventi dalle vendite’ riflettano il gonfiamento artificioso del volume di affari; a preoccuparsi dei veri scopi delle società fuori bilancio; o a chiedersi se sia giusto contabilizzare i prestiti come poste di garanzia o o come attività; metà Wall Street era coinvolta nella vendita dei titoli con Raptor, Chewco, Jedi, Lmj ecc., o nello scaricare obbligazioni Osprey. Ma è stata soprattutto l’avidità e la sicurezza offerta dalle cifre, e non un’astuzia diabolica, a spiegare come la Enron sia riuscita ad abbindolare tanta gente 12.
Una nuova tendenza verso l’investimento sociale?
Persino i fondi di previdenza più attivi e vigili, che erano nella posizione di sapere ciò che stava accadendo alla Enron, hanno scelto di non parlare. Come abbiamo visto, il fondo Calpers aveva capito che qualcosa non quadrava con le partecipazioni fuori bilancio, quando aveva avuto difficoltà a riscuotere il suo capitale nel 1996. Sapeva anche che il direttore finanziario della Enron Andrew Fastow era un funzionario dell’Lmj3 e decise a dicembre 2000 di non comprare partecipazioni nella società. Ma nonostante la sua posizione di aperta critica alla gestione delle grandi compagnie, il Calpers non ha fatto niente per rendere pubbliche le sue preoccupazioni. A seguito dello scandalo Enron, però, il fondo decise che doveva ripulire la sua immagine. A febbraio 2002 annunciò che avrebbe ritirato tutti i suoi investimenti in Tailandia, Malesia, Indonesia e Filippine, perché preoccupato per le condizioni sociali di questi paesi. Un articolo spiega: «L’ultima mossa del Calpers implica un revisione dei suoi criteri sui ‘paesi qualificati’ che, per la prima volta, attribuiscono la stessa importanza a questioni come le condizioni di lavoro, le regole del mercato, la tutela degli investitori e la trasparenza dei conti». Un altro rapporto aggiunge che il piano previdenziale avrebbe usato d’ora in poi parametri etici anche per le società americane, sottolineando che il suo annuncio precedente aveva fatto precipitare le azioni nelle Filippine, Tailandia e Malesia 13.
Quali che fossero le ragioni del fondo Calpers, la sua sterzata verso valori di responsabilità sociale sarà significativa. Si tratta di uno dei fondi pensione più importanti nel mondo, che da solo gestisce 151 miliardi di dollari in attività, oltre a dare lavoro ad altri gestori di fondi. La decisione non è necessariamente positiva: è possibile che il Calpers usi la sua influenza nell’interesse dei lavoratori del Sudest asiatico? La sua posizione riflette solo uno sforzo simbolico o un velato protezionismo? Queste e altre domande hanno bisogno di risposte, ma in ogni caso l’azione del Calpers rappresenta una vittoria schiacciante per il movimento di responsabilità sociale negli investimenti e un atteggiamento che, se perseguito, potrebbe senz’altro essere perfezionato e migliorato. I paesi in questione possiedono ancora aree speciali di esportazione (Special exportation zones = Sez) in cui la tutela della forza lavoro è praticamente inesistente. Si calcola che circa 27 milioni di persone, in un migliaio di Sez nel mondo, siano sottoposte a condizioni di lavoro troppo dure 14. Il divieto di organizzazione sindacale in queste aree è stata una preoccupazione centrale del movimento contro lo sfruttamento della manodopera, e la decisione del Calpers ha rappresentato certamente un successo nell’ambito di questa campagna, anche se saranno da tenere sotto stretto controllo la sua effettiva realizzazione e le sue conseguenze.
Come effetto collaterale dello scandalo Enron, la spinta all’investimento sociale ha rappresentato almeno una vittoria simbolica. È da sottolineare che la decisione del fondo Calpers è giunta in un momento in cui i paesi del Sudest asiatico cominciavano ad attirare nuovi investimenti, dopo il crollo del 1998. Talvolta, si può pensare che i partecipanti dei piani previdenziali insisterebbero sugli alti tassi di rendimento a prescindere dalla fonte dei profitti, ma di questo non ci sono prove concrete. I dipendenti di industrie a rischio o di dubbia reputazione, d’altro canto, difenderanno sempre ciò che fanno contro ogni attacco possibile: è in gioco la loro stessa sopravvivenza, non soltanto l’idea di uno o due punti percentuali sui soldi che riceveranno quando andranno in pensione. Del resto, gli stessi consumatori sono spesso i più accesi difensori delle perforazioni artiche per il petrolio o di basse imposte sulla benzina, mentre i fondi pensione potrebbero presentare possibili alternative. Per lanciare una campagna sulle pratiche migliori, è più efficace usare una società finanziaria che il boicottaggio dell’investimento azionario; il gruppo energetico Icem e i sindacati dei minatori hanno mobilitato l’autorità dei fondi pensione per cambiare le politiche del RioTinto, e i risultati iniziali sono promettenti.
La programmazione della crisi di finanziamento Com’era prevedibile, l’entusiasmo del «Wall Street Journal» per i 401(k) – «una delle grandi invenzioni del moderno capitalismo» – è rimasto immutato nonostante il loro indebolimento dopo il crollo della Enron:
Ci sono dei rischi per ogni investimento che miri a trarre profitto dalla prosperità capitalistica americana. I vecchi piani a prestazione definita, tanto cari ai gruppi anti-401(k), comportano il rischio che l’intera mondo delle imprese, o l’industria, entri in crisi: gli impegni pensionistici diventano ‘fluttuanti’, e questo va a discapito dei lavoratori che non hanno alcuna possibilità di diversificare gli investimenti. Chiedetelo ai metalmeccanici americani 15.
In questo caso l’affermazione del «Wall Street Journal» rappresenta una magra consolazione per i 40 milioni di partecipanti dei sistemi a prestazione definita. La difficile situazione di decine di migliaia di metalmeccanici americani, rimasti intrappolati nelle aree della siderurgia in via di deindustrializzazione della West Virginia e dell’Ohio, è almeno altrettanto negativa di quella degli ex dipendenti della Enron: essi infatti si sono resi conto che la rivalsa dei partecipanti ai fondi a prestazione definita sulle attività dell’impresa diventavano illusorie proprio quando essi ne avrebbero avuto realmente bisogno, cioè in seguito al fallimento del loro datore di lavoro. La Pension Benefit Guaranty Corporation Usa (Pbgc), creata nel 1974 per impedire che il fallimento di un’impresa mettesse in serio pericolo i suoi dipendenti, ha talvolta permesso che le imprese in gravi difficoltà rinviassero o sospendessero il contributo al fondo pensione, attuando, in un certo senso, una sottospecie di ‘politica industriale’ che permetteva alle imprese di superare i momenti difficili. Negli anni ’80, la ‘tolleranza’ della Pbgc contribuì probabilmente a risollevare alcune società, salvando temporaneamente i posti di lavoro. Di fatto, una tale politica aumenta anche i rischi per i dipendenti e incoraggia una gestione fallimentare. A novembre 2001, 25 aziende Usa avevano fondi pensione estremamente esigui. La Ltv minacciò, e poi dichiarò, la bancarotta, che fece perdere il posto a 7500 lavoratori e le indennità a 52.000 pensionati, visto che l’assicurazione della Pbgc non copre tutti gli aspetti del piano aziendale.
Le scelte di politica industriale non dovrebbero compromettere i risparmi dei lavoratori per tenere a galla le imprese di un settore in crisi. In pratica, i piani a prestazione definita hanno questa tendenza tanto quanto i 401(k) controllati dalle società. Sono i beni dell’impresa patrocinatrice che dovrebbero garantire la futura pensione legata al salario. Nel caso di molte vecchie imprese, il fondo pensione vale più delle attività della stessa azienda, per cui il problema finanziario ha un forte impatto sullo stato di salute dell’impresa. Quando un’azienda sembra vicina al fallimento, anche se sindacati e istituzioni di controllo molto rigide le consentono di sospendere i contributi al fondo, la prospettiva resta comunque la dichiarazione di fallimento con la conseguente perdita del posto di lavoro per i dipendenti. Ma l’interruzione della contribuzione porterà inesorabilmente a un piano previdenziale sottofinanziato. È questo il dilemma con cui si confrontano i metalmeccanici negli Usa e molti altri partecipanti dei piani a prestazione definita del settore privato.
Il sindacato dei metalmeccanici ha insistito perché i lavoratori abbiano un maggiore controllo sui fondi pensione, e perché abbiano la possibilità di usare le attività di gestione per diversificare l’economia nelle aree siderurgiche in fase di ristrutturazione. Quando una grande impresa fallisce, non c’è ragione che vengano abbandonate anche le abitazioni e le infrastrutture sociali, anche se questo è in generale la tendenza del mercato. Investire localmente su un sistema di istruzione, nelle comunicazioni, in strumenti per la ricerca e la cultura, può migliorare le prospettive di una crescita economica, come hanno dimostrato le esperienze della Ruhr, della Baviera, di Quebec e della Catalogna. Ma un maggiore controllo da parte dei lavoratori e maggiori investimenti sociali non risolveranno di per sé il problema che sta alla base della crisi pensionistica. Il grosso calo dei contributi delle imprese significa che c’è un effettiva mancanza di risorse, oltre alle carenze del regime previdenziale. Al di là di questo, c’è la questione fondamentale di come riuscire allo stesso tempo a retribuire in modo decente i pensionati oggi e a risparmiare fondi sufficienti per far fronte a numeri maggiori in futuro.
Il panico delle pensioni in Gran Bretagna In Gran Bretagna, il deficit dei fondi pensione provocato dalla sospensione dei contributi delle imprese durante il boom del mercato azionario è stato uno dei fattori di un’incombente crisi delle pensioni che ha provocato il panico a febbraio di quest’anno. Sempre più imprese – tra cui nomi illustri come Bt, Sainsbury, Whitbread, Ici e LloydsTsb – hanno chiuso i piani pensionistici a prestazione definita. Secondo un corrispondente del «Financial Times», questo è stato il presagio dell’imminente annullamento dei piani di 8 milioni di dipendenti: «Agli occhi di molti sottoscrittori – quelli tra i quaranta e i cinquant’anni – questo apparirà come un furto: è stato rotto un contratto in cui il posto di lavoro avrebbe garantito una pensione sicura. Legalmente, è probabile che le società si trovino su un terreno solido, anche se questo deve essere ancora dimostrato in tribunale» 16.
Le prime pagine dei quotidiani britannici più popolari e della stampa finanziaria hanno riportato la crescente consapevolezza della crisi. Il «Daily Mail», autonominatosi «voce del Middle England», ha lanciato una campagna sul tema:
Le dimensioni crescenti della crisi delle pensioni si manifestano nei dati secondo cui, negli ultimi dieci anni, un piano aziendale su tre è stato smantellato. La rivelazione aumenta i timori che un’intera generazione di pensionati si trovi di fronte a una crisi di liquidità… Sorprendentemente, sono rimasti colpiti 58.000 piani aziendali 17.
Il quotidiano proseguiva poi con un supplemento di quattro pagine intitolato L’ignobile tradimento di ogni nostro futuro 18 e con una campagna in cui si faceva appello, tra l’altro, alla tutela e a una riforma nella gestione dei piani sul «salario finale» (cioè a prestazione definita):
Milioni di persone che hanno risparmiato per le pensioni sono rimaste intrappolate nei vecchi piani, carichi di oneri e penali. Prima di tutto dovrebbero essere rimosse le sanzioni sui trasferimenti… Poi tutti gli oneri e le penali attenuati, perché i contratti siano equiparati ai possessori di azioni.
La chiusura dei tradizionali piani aziendali a prestazione definita colpisce in primo luogo i dipendenti del settore privato, ma le pensioni del settore pubblico sono sempre più vulnerabili nella misura in cui si rompono i confini tra pubblico e privato a causa di out-sourcing h e privatizzazione. La decisione di chiudere i piani è stata il risultato di una serie di processi, tra cui la caduta del mercato azionario: a gennaio un titolo del «Financial Times» riportava: Per i gestori di fondi l’anno peggiore dal 1975, mentre da un sondaggio compiuto dal consulente previdenziale William Mercer su 500 tra le maggiori imprese britanniche emergeva che il 52% di esse avevano subito una riduzione patrimoniale del loro fondo pensione dopo che un crollo del prezzo delle azioni aveva annullato gli effetti dei nuovi contributi versati. Anche abolire l’agevolazione dell’Advance Corporation Tax è stato determinante; ma un fattore particolarmente critico è stato l’introduzione di un nuovo meccanismo di contabilità noto come Financial Reporting Standard 17. L’emanazione dell’Frs17 a novembre 2000, destinato a entrare in vigore nell’arco di tre anni, puntava a portare alla luce i costi del coinvolgimento dell’impresa nel finanziamento delle pensioni dei dipendenti, valutando le attività del fondo ai prezzi correnti e scontando le passività dal rendimento delle obbligazioni societarie. Qualsiasi deficit doveva perciò essere registrato nel bilancio.
Dal momento che, come abbiamo visto, i fondi pensione raggiungono spesso valori maggiori della stessa impresa che li finanzia, l’Frs17 può produrre un grandissimo impatto sull’equilibrio di bilancio. L’Ici, una delle imprese che ha chiuso i piani all’inizio del 2002, ha registrato, sotto il regime dell’Frs, una svalutazione dei fondi pensione di 453 milioni di sterline. Questo risultato è l’effetto del buon esito ottenuto dalle richieste, da parte delle imprese, di sottoporre alla garanzia di legge i piani pensionistici da loro promossi, mentre, come sottolineava il «Financial Times», era probabile che il risultato del passaggio ai piani a contribuzione definita si risolvesse in una netta riduzione della contribuzione dell’impresa: «La cruda realtà è che quando i datori di lavoro operano il passaggio tendono a ridurre il livello dei loro contributi». Per di più, chi sceglie di sottoscrivere un piano a contribuzione definita si sottopone al rischio di un continuo calo delle quote annuali al momento di andare in pensione».
I timori sulle pensioni in Gran Bretagna sono aumentati con la confusione e il mancato gradimento dei tentativi di riforma da parte del governo: la richiesta di partecipazione ai suoi piani pensionistici era stato modesto. Delle 570.000 polizze sottoscritte nel 2001, poche provenivano dalle fasce di reddito più basse, primo obiettivo delle riforme; e molte invece dalle conversioni da altri piani. Né i datori di lavoro né i gestori erano entusiasti dei termini che erano stati costretti ad accettare e il governo aveva accuratamente evitato norme eccessivamente cogenti. Gli altri ingredienti del nuovo regime – in particolare i crediti pensionistici – combinavano la grande complessità con la minaccia di diffusi accertamenti dei redditi. Nel febbraio 2002, il ministro della Previdenza sociale Alistair Darling si sentì obbligato a rispondere alla crescente ansia e confusione, e commissionò due nuove indagini su tutti gli aspetti della politica pensionistica. «Non ci saranno ‘tabu’, ha dichiarato: le pensioni pubbliche potrebbero anche essere sospese, e le garanzie e i crediti pensionistici appena creati abbandonati».
Le vie alla privatizzazione La bancarotta della Enron avrebbe avuto un impatto minore se altri 85 milioni di impiegati americani non si fossero sentiti esposti personalmente per le loro partecipazioni nei fondi pensione. Avvenuto appena due settimane prima che venisse pubblicato il rapporto della commissione Bush sulla Previdenza sociale, il crollo dell’impresa ha comportato una secca battuta d’arresto alla privatizzazione del sistema pubblico delle pensioni negli Usa; si diceva che adesso gli ex dipendenti della Enron non avessero «altro che le prestazioni pensionistiche della Previdenza sociale cui fare ricorso», e il timore che anche questa pensione minima fosse rimasta nelle mani di Wall Street sfociò nella reazione popolare. Lo stesso Bush si sentì costretto a fare appello alla tutela dei piani previdenziali, a misure più rigide per la stesura dei bilanci e a requisiti di trasparenza più severi. Queste misure tuttavia, di per sé limitate, dovranno essere rinforzate da Harvey Pitt, il nuovo presidente della commissione di controllo sulla Borsa (Sec), che in precedenza aveva favorito il settore della revisione contabile ottenendo che non si vietasse ai revisori contabili di ricevere parcelle per la consulenza dalle imprese commissionarie.
Sin dalla pubblicazione, nel 1994, da parte della Banca mondiale, del documento Prevenire la crisi di invecchiamento, la classica strategia pensionistica neoliberista è andata verso la privatizzazione percorrendo la via che potrebbe definirsi del ‘sistema d’appalto’, per cui tutti i dipendenti sono obbligati per legge ad aprire ‘conti individuali’ con un fornitore commerciale. Ma a causa della resistenza dell’opinione pubblica – intensificatasi dopo lo scandalo Enron – questa possibilità è diventata politicamente un problema. Adesso in Gran Bretagna è in discussione un’alternativa, quella della ‘privatizzazione implicita’. Nel febbraio 2002, un articolo del «Financial Times» raccomandava lo smantellamento della complessa legislazione che il ministro della Previdenza britannico aveva da poco adottato. Piuttosto, si legge nell’articolo, il governo dovrebbe attuare un «intervento chirurgico radicale»: la pensione pubblica complementare dovrebbe essere eliminata, l’età pensionabile per la prestazione pubblica di base dovrebbe essere innalzata gradualmente fino a 70 anni e il suo valore incrementato «a un livello che permetta la sopravvivenza» 19. Questa riforma, prosegue il giornale, darebbe a tutti coloro che sono in grado di farlo, un forte incentivo sia per risparmiare sia per lavorare. Nel frattempo, Bush progetta di spostare il prelievo sul salario dalla previdenza sociale al ‘conto individuale’. Indebolendo il sistema pubblico, questa misura preparerebbe il terreno per la piena privatizzazione suggerita dalla Banca mondiale. Ma anche la commissione Bush per la previdenza sociale ha ammesso la possibilità di un taglio alle prestazioni eliminando l’indicizzazione delle pensioni sulle retribuzioni.
Sia negli Usa che in Gran Bretagna, il capitale finanziario potrebbe spingere per un ridimensionamento delle prestazioni pubbliche – aumentando l’età pensionabile, o, nel caso degli Usa, attenuando il rapporto con le retribuzioni. Si tratta di un’alternativa accettabile per le direttive della Banca Mondiale, dal momento che i lavoratori sarebbero costretti a investire di più nei piani privati e, se ne hanno la possibilità, a continuare a lavorare dopo i sessant’anni. Alla fine, la ‘privatizzazione implicita’ – del tutto conforme alla concezione del Welfare State residuale – potrebbe dare altrettanto lavoro all’industria dei servizi finanziari. Nel contesto di un diffuso panico sulle pensioni, può sembrare politicamente sconsiderato ridurre l’assistenza pubblica. Ma questo è il tipo di riforma che potrebbe passare attraverso una serie di emendamenti apparentemente modesti che si sottrarrebbero al giudizio degli elettori e susciterebbero minore resistenza che una estesa privatizzazione coatta. Mentre la questione dei ‘conti individuali’ rimane oggetto della contesa, questa potrebbe essere l’opzione di riserva.
Negli Usa, alcuni sostenitori della privatizzazione della previdenza hanno posto la questione della maggiore redditività realizzata dai fondi pensione privati negli ultimi decenni, rispetto al tasso di rendimento dei fondi della Federal Insurance alimentata dai contributi sul salario. I loro calcoli prevedono una forma specifica di ‘conto generazionale’, nel quale prelievi e prestazioni vengono sottoposti a sofisticati calcoli attuariali secondo le fasce di età; il modello è simile a quello della Enron, o all’Frs17 britannico. Tutti rivelano il fascino di un modello mondiale livellato e finanziarizzato, in cui il futuro è ricondotto al presente mediante meccanismi di sconto. La Enron ha usato il; sistema del ‘profitto sulle vendite’ per inserire nella propria contabilità i futuri rendimenti scontati di molti anni a venire. L’Frs17 era stato ideato dall’Accounting Standards Boards (Asb) per costringere tutte le imprese a ‘mettere sul mercato’, al valore corrente, l’attivo e passivo dei loro fondi pensioni, usando – come abbiamo visto – il rendimento obbligazionario come tasso di sconto per il passivo. (In precedenza, alle imprese britanniche era stata concessa maggiore flessibilità nel determinare il tasso di sconto, come era stato fatto con le società americane). Mettendo da parte, ammesso che si possa, l’insabbiamento delle prove e le frodi, il modello di contabilità della Enron, dell’Frs17 e del ‘conto generazionale’ rappresentano una particolare logica del capitale che riduce spietatamente le opportunità per il futuro. Ma l’implosione della Enron e il panico sulle pensioni sono una prova del pericolo sistemico e della reazione popolare che un tale programma può scatenare.
David Tweedie, presidente dell’Account Standards Boards, è direttamente coinvolto nell’istituzione dell’International Accounting Standards Boards, creato per arrivare a un nuovo sistema globale di contabilità. Si pensa che questo favorirebbe, per quanto possibile, la spinta all’allineamento al mercato. Già sostenuto dalle banche centrali, l’Iasb riceve denaro anche dalle grandi corporations. L’anno scorso uno dei suoi funzionari – Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve – avvicinò Kenneth Lay, invitando la Enron a offrire un contributo per il buon lavoro svolto 20.
Ciò che il modello del ‘conto generazionale ’ non ha registrato è che i sistemi previdenziali a ripartizione non hanno bisogno di un simile trattamento: molte persone li considerano un metodo per finanziare le pensioni dei genitori e si augurano che allo stesso modo i figli potranno garantire le loro pensioni. Come approccio per le pensioni base questo sarebbe estremamente valido e al riparo dalle critiche rivolte al conto generazionale.
Di per sé, tuttavia, il sistema previdenziale a ripartizione non assicura, in una società che invecchia come la nostra, che si riesca a far fronte ai costi crescenti delle pensioni complementari e di quelle di base. Il capitale finanziario getta una seria ipoteca sugli anni a venire, avanzando grandi pretese sui futuri redditi – derivino dal capitale o dall’interesse sul debito – e preparando la riduzione dei redditi di dipendenti e pensionati. Trovare il modo di prefinanziare le pensioni complementari per tutti contribuirebbe a ridurre al minimo le pretese di capitalisti o redditieri sui futuri rendimenti. Se la politica di investimento dei fondi contribuisse a promuovere lo sviluppo sostenibile e la giustizia sociale, le generazioni future si troverebbero in condizioni migliori per sostenere i costi dell’invecchiamento della società.
I dipendenti californiani che investono nel fondo Calpers sono fortunati a partecipare a un piano pubblico con bassi costi di gestione: i partecipanti dei piani privati pagano tre o quattro volte tanto. Oggi, in Gran Bretagna, le autorità pubbliche stanno pensando di disfarsi dei sistemi a prestazione definita, lamentando i costi che comportano. La crescente tendenza delle grandi società ad abbandonare i loro piani a prestazione definita aggrava ulteriormente il problema del finanziamento. La crisi riflette i problemi che emergono sia dall’economia dopo lo scoppio della bolla speculativa sia dalle contraddizioni inerenti al «capitalismo grigio». Anche se gli standard di regolamentazione dovessero inasprirsi a seguito delloscandalo Enron, il potere irresponsabile del settore dei servizi finanziari non cambierebbe.
Il panico sulle pensioni riflette la nuova consapevolezza che i dipendenti siano stati ampiamente truffati dai loro datori di lavoro. Mettendo da parte esagerazioni e allarmismi, la crisi di finanziamento dell’intero sistema pensionistico risulterà aggravata per l’invecchiamento della popolazione. Le pensioni pubbliche superano di poco la soglia di povertà – e sono al di sotto nel caso di molte donne anziane – e solo il 50% dei dipendenti ha una pensione complementare. Ed è per questo che, a medio e lungo termine, la crisi potrà essere risolta solo trovando sostanziali fonti di finanziamento alternative. Per alcuni, la ‘cultura di massa dell’investimento’ degli anni ’90 sembrò offrire una soluzione possibile, ma oggi quelle speranze sembrano essersi brutalmente infrante.
Come superare la crisi di finanziamento Il crollo della Enron, l’indebolimento degli altri piani aziendali e il sottofinanziamento e le lacune dell’alimentazione delle pensioni pubbliche rendono urgente la proposta di alternative. Oggi, diversi esperti approvano il prefinanziamento delle pensioni pubbliche. In Gran Bretagna, Tony Lynes ha sollecitato questa misura sulla pensione pubblica complementare legata al reddito, un’idea lanciata per primo da Richard Titmuss negli anni ’50. Negli Stati Uniti, tra i sostenitori del prefinanziamento della previdenza sociale vi sono Alicia Munnell (Boston College), Peter Diamond (Mit) e Joseph Stiglitz (Columbia). Le resistenze provengono invece dal settore dei servizi finanziari, che teme un calo negli affari, e dai pensatori della sinistra, che contrappongono al potere finanziario gli enti previdenziali a finanziamento pubblico. C’è anche la possibilità di elevare il prelievo contributivo, ma per provvedere alla pensione complementare per tutti, sarebbe necessaria un’altra importante fonte di finanziamento, preferibilmente non un’imposta generale sul reddito, sulla quale gravano molte altre rivendicazioni.
Senza volerlo, i dirigenti d’azienda hanno fornito uno strumento possibile – le stock options – per provvedere le ingenti somme necessarie ad assicurare le future prestazioni pensionistiche sia ai dipendenti dell’azienda che ai cittadini nell’insieme. Queste stock options, in effetti, generalmente combinate con i prestiti agevolati, sono un premio dell’azienda ai dirigenti e ai dipendenti meritori 21. Pur applicando severe misure su tali opzioni, la legge può richiedere che tutte le imprese quotate in borsa emettano azioni equivalenti al 10 o 20% dei profitti annuali destinandole al fondo fiduciario della previdenza sociale (negli Usa) o a un insieme di enti pensionistici nazionali e regionali (sia in Gran Bretagna che negli Usa).
Questa misura di prelievo azionario non sottrarrebbe liquidità alle aziende, e per un determinato periodo, ad esempio cinque anni, l’azione non potrebbe essere venduta. Per le imprese sarebbe più facile versare i contributi, e avrebbero meno possibilità di ottenere l’esenzione dal versamento dei contributi previdenzailise nel caso dovessero trovarsi in difficoltà. In questo modo il contributo dei dipendenti verrebbe recuperato, e ci sarebbe la garanzia che tutte le imprese facciano la loro parte, senza compromettere il loro equilibrio finanziario. Il prelievo azionario, al contrario della tassa sulle società, non verrebbe trasferito ai consumatori attraverso un aumento dei prezzi.
Questo sistema può essere adeguato alle future esigenze pensionistiche, ma non è adatto a rispondere alla prestazione sociale corrente. Gli enti pensionistici sarebbero liberi di sviluppare le proprie politiche di investimento, ma rimarrebbero soggetti a una stretta revisione dei conti societari. Rappresenterebbero tutti coloro che hanno una partecipazione nelle future pensioni. Avrebbero bisogno di una consulenza specialistica attuariale e di investimento, fornita in alcuni casi dalle istituzioni accademiche e di ricerca, in altri casi dagli esistenti piani pubblici autogestiti. Le azioni ottenute tramite il prelievo verrebbero distribuite a questi comitati regionali in modo da impedire che i lavoratori si ritrovino con gran parte dei loro risparmi bloccati nelle azioni della società per cui lavorano. Il prelievo azionario produrrebbe l’effetto generale di ridurre le pretese di capitalisti e redditieri sui futuri flussi di reddito, attribuendo ai comitati pensionistici ampia autorità per stabilire le condizioni di gestione e i programmi di investimento.
Come i lettori avranno forse capito, l’approccio fin qui delineato si avvicina piuttosto ai fondi salariali proposti da Rudolf Meidner negli anni ’70 e parzialmente applicati in Svezia negli anni ’80 22. Anche se in quel caso le dimensioni del prelievo azionario furono ridotte dal governo di Olaf Palme, si poterono ricavare considerevoli somme di denaro, a riprova che questa misura può funzionare. Meidner trovò il modo di garantire che le multinazionali non si sottraessero al prelievo manipolando, o esportando, i profitti ricavati in Svezia. Quando i fondi furono chiusi da un governo conservatore negli anni ’90, i beni che essi controllavano furono usati per creare una serie di istituti di ricerca, che contribuirono a porre la Svezia in una posizione relativamente forte nell’economia della conoscenza. Nelle condizioni in cui furono applicati, tuttavia, i fondi salariali non avevano né le dimensioni né la forza per lanciare una vera e propria politica industriale . Per creare un nuovo sistema pensionistico sarebbero state necessarie maggiori risorse e poteri più vigorosi.
L’uso del prelievo azionario per contribuire al finanziamento di un sistema universale di pensione complementare, e l’istituzione di comitati regionali e democratici per le pensioni, in grado di portare a termine le proprie strategie economiche, rappresentano il tipo di misura che completerebbe e rafforzerebbe le misure anti-globalizzazione come la Tobin Tax e il bilancio partecipativo. Il panico pensionistico del 2002 in Gran Bretagna dovrebbe essere inquadrato nello stesso scenario internazionale che include i movimenti di sciopero francesi del novembre-dicembre 1995 e la mobilitazione popolare che ha rovesciato, nello stesso mese del crollo della Enron, il governo di de la Rúa in Argentina. Gli attacchi a pensioni e risparmi scatenano un forte risentimento nei confronti dei regimi responsabili. La Gran Bretagna ne ha avuto un assaggio nel 2000, quando un aumento irrisorio di 75 pennies sulle pensioni pubbliche si è trasformato in una minaccia di umiliazione per il governo New Labour, che è stato costretto a fare dietrofront prima della fine dell’anno. Questi episodi suggeriscono che la questione delle pensioni può costituire un punto d’incontro proficuo tra no-global e sindacati, autorità locali e nuovi movimenti sociali; tra chi è stato depredato della propria pensione e chi non si è mai potuto permettere di risparmiare.
(Traduzione di Francesca Buffo)

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note: Il saggio di Robin Blackburn ha un ricchissimo apparato di note, che documentano tutte le tesi e le notizie offerte nel testo. Per ragioni di spazio siamo costretti, in questa traduzione, a rinviarne la pubblicazione integrale alla edizione on-line della «rivista». Le note residue, con esponenti numerici, sono dell’autore. Le note, con esponenti in lettere corsive dell’alfabeto, sono della redazione e chiariscono alcuni termini tecnici del lessico finanziario. a I fondi pensione a prestazione definita prevedono che l’ammontare della prestazione da corrispondere sia prefissata a una percentuale del reddito. I fondi pensione a contribuzione definita erogano, al momento del raggiungimento dei requisiti pensionistici, una prestazione proporzionale ai contributi versati e capitalizzati in funzione del rendimento netto conseguito dal soggetto cui è stata attribuita la gestione delle risorse finanziarie. I 401(k), poco sopra e spesso citati nel seguito, sono i conti pensione individuali connessi all’andamento del mercato finanziario. b Le stock options sono opzioni a prezzo scontato sulle emissioni azionarie delle imprese, molto spesso riservate come benefits agli alti dirigenti e in genere come premi e incentivi ai dipendenti delle società con il vincolo della invendibilità a termine. Poiché con questo sistema spesso i responsabili di bilancio e della finanza dell’impresa sono anche azionisti, si determinano sia massiccie distruzioni del risparmio dei dipendenti, sia fenomeni estesi di illecito condizionamento del mercato azionario (insider trading).
1  Paul Krugman, L’ascesa dell’e-man, «Fortune», maggio 1999: «La fuga della burocrazia degli affari dal mercato mi è diventata chiara solo di recente, dopo essere stato assunto nel comitato consultivo della Enron, un’impresa nata negli anni ‘80 dalla fusione di due compagnie di gasdotti. In passato, le società dell’energia cercavano di essere il più possibile integrate verticalmente: per possedere gli idrocarburi del sottosuolo, i distributori di benzina e ogni altra cosa ci fosse nel mezzo. La Enron possiede giacimenti di gas, oleodotti e servizi pubblici ma non è, né cerca di essere, integrata verticalmente; compra il gas dei pozzi e lo vende a destinazione, dà e prende in leasing le strutture (e la rete elettrica) con altre società, compra e vende elettricità, e in definitiva opera più come un operatore di borsa che fa il mercato che come una tradizionale corporation. È più o meno come la differenza tra la banca di tuo padre, che prende i soldi dai conti dei suoi clienti abituali e li presta ai suoi clienti abituali, e la Goldman Sachs. Certo, la soddisfazione e l’orgoglio dell’impresa è una stanza popolata da centinaia di donne e uomini in abiti casual che sbraitano al telefono davanti a schermi di computer, dove si scambiano e si fanno pacchetti con metri cubi e megawatt come se fossero derivati finanziari (invece della Cnbc, sugli schermi televisivi scorrono le immagini dei bollettini meteorologici). L’intero scenario sembra quasi allestito per illustrare la fine della corporation come la conoscevamo. Cosa è successo all’uomo in completo di flanella grigio? In parte è sicuramente rimasto vittima del sesso (pardon, volevo dire del genere), di droga e rock’n roll, cioè del cambiamento sociale; è rimasto anche vittima della tecnologia dell’informazione, che ha finito per distruggere, invece di rinvigorire, la corporation. Ma forse l’elemento scatenante è stato il cambiamento di linea, lo spostamento verso la politica di mercato, sebbene il ruolo del governo non sia stato del tutto eliminato. È ancora un’ipotesi plausibile che, in un mercato della telefonia totalmente deregolato, le imprese di comunicazione a lunga distanza si accaparrino le aziende locali negando ai propri clienti il diritto di collegarsi con i rivali, e che l’impero del male – o almeno il capitalismo monopolistico – stia per risorgere. Tuttavia, sempre più mercati – oggi di telefoni, gas, elettricità, domani forse di sistemi operativi e di accessi a internet ad alta velocità – sono caratterizzati da una combinazione di deregulation, che permette l’accesso di nuovi competitori, e di regulation basata sui ‘normali vettori’, che impedisce agli intermediari di praticare favoritismi, rendendo possibile un mercato senza imposizioni. Chi lo avrebbe mai detto? L’economia del millennio si sta rivelando più simile allo scenario prospettato da Adam Smith – o meglio ancora, dall’economista vittoriano Alfred Marshall – che il futuro dominato dalle corporations prefigurato da generazioni di sapientoni dei grandi cartelli. Rispolverate quei vecchi libri di testo: non sono mai stati tanto utili. c È un contratto a termine standardizzato che viene trattato su appositi mercati. Chi sottoscrive un contratto d’acquisto e/o vendita di un future si impegna ad acquistare/vendere a una data e a un prezzo prefissato il totale dei beni facenti parte del contratto. d Interest rate swap: nel mercato dei capitali gli swap sui tassi di interesse consistono nello scambio di flussi di pagamento periodici nella stessa divisa, determinati da tassi di interesse periodici.
2  Duncan Campbell, New Enron Scandal Link to Bush, «The Guardian», 2 febbraio 2002. L’ex presidente della commissione ha anche riferito di una telefonata ricevuta da Lay, per cui «lui e la Enron vorrebbero sostenermi come presidente, ma dovremmo prima concordare alcuni principi». e È l’intervento di salvataggio operato nel 1998 dalla Federal Reserve in seguito alla gravissima crisi dei fondi speculativi. f Sono strumenti finanziari derivati i cui valori variano linearmente al variare delle attività sottostanti.
3  Charles Pretzlick and Gary Silverman, What Goes Around, «Financial Times», 31 gennaio 2002. g Special purpose entities (Sep) sono società-taxi create da chi trasferisce o crea un patrimonio per realizzare uno scopo determinato. Molte grandi imprese si servono di questi strumenti, o ‘veicoli finanziari’, per accedere al capitale di rischio o di gestione. Il livello di capitale o il grado di riduzione del rischio ottenuti con queste tecniche al limite della legalità sono determinati dallo scopo specifico attribuito a questi strumenti o ‘veicoli finanziari’.
4  Se una delle banche – la prima candidata sarebbe la JPMorganChase – risultasse alla fine minacciata per le perdite accumulate (rivelate anche in seguito alla bancarotta argentina), e per le sue tecniche speculative, un intervento federale diventerebbe alquanto probabile.
5  Andrew Hill and Stephen Fidler, Enron Ties Itself Up in Knots, Then Falls Over, «The Financial Times», 30 gennaio 2002. Molti analisti assunti dalle società finanziarie sono sempre stati ottimisti sulla Enron, fino all’ottobre 2001. I partecipanti dei grandi fondi pensione non avrebbero dovuto lasciarsi coinvolgere dal notorio entusiasmo degli analisti di Wall Street, ma si fecero irretire dal fatto che le principali banche erano fortemente impegnate a configurare – e a vendere – le partecipazioni della Enron. Si veda Joshua Chaffin and Stephen Fidler, CSFB Team Played Key Role in Setting Up Enron Partnerships, in «The Financial Times», 4 marzo 2002. Nel suo saggio The Pursuit of Happiness (Londra 2000), Robert Kelsey, funzionario britannico di una banca investimenti che lavora a New York, fa un resoconto vivace, per quanto leggermente romanzato, dei tentativi di una banca britannica di prestare soldi a ‘Hardon’, uno scambista del settore energia di Houston, in cui è la banca a proporre un complesso labirinto di «opzioni swap».
6  Christopher Parkes, «The Finanacial Times», 27 divembre 2000.
7  Robert Brenner, The Boom and the Bubble, «New Left Review» 6, novembre-dicembre 2000, pp. 26-27 [trad. it., La bolla e il boom, «la rivista del manifesto», 14, febbraio 2001].
8  Adam Harmes, Mass Investment Culture, «New Left Review», 9, maggio-giugno 2001, pp. 123-124.
9  Robin Blackburn, The New Collectivism: Grey Capitalism and Pension Reform, «New Left Review» 1, gennaio-febbraio 1999.
10  E.J. Dionne, Shareholders and Workers in the Same Camp, «Washington Post», 20 febbraio 2002.
11  «Business Week», 25 febbraio 2002.
12  Jim Chanos, che gestisce il fondo speculativo Ursus Partners, ha fiutato l’inganno circa un anno prima il crollo della Enron, indicando l’impresa come uno dei suoi principali bersagli alla conferenza Bears in Hibernation [Orsi in ibernazione] tenuta a Miami a febbraio 2001. Chanos aveva meno accesso ai conti della Enron delle grandi banche, ciononostante osserva: «Sappiamo per esperienza che la contabilità basata sui ‘profitti sulle vendite’ producono nei dirigenti, stimolati dal fatto che essi sono titolari di stock options e di azioni provilegiate, l’irresistibile tentazione, di trarre profitti dal nulla». Jonathan Laing, Ursus Major, «Barron’s», 28 gennaio 2002.
13  Us Pension Fund Slashes Holdings in Southeast Asia, «International Herald Tribune», 22 febbraio 2002. Oltre alla complicità del Calpers nella truffa delle partecipazioni fuori bilancio della Enron, il fondo ha un’altra ragione per voler ripulire la sua immagine: il piano si è appena ripreso da uno sgradevole contrasto pubblico tra i suoi amministratori fiduciari sull’opportunità che al responsabile degli investimenti venisse permesso di guadagnare più di ogni altro funzionario pubblico nello Stato (il cui salario è di 260.000 dollari l’anno, una miseria per gli standard di Wall Street). Il conflitto si è risolto con le dimissioni del dirigente coinvolto. Investment Chief at Calpers Quits After Ruling on Pay, «New York Times», 14 novembre 2001.
14  Naomi Klein, No Logo, London 2000 [trad. it., Rizzoli, 2001], p.205. Anche gli azionisti di un altro grande fondo che riunisce gli accademici americani, il Tiaa-Cref, fanno pressioni per un approccio socialmente responsabile.
15  Raiding your 401(k), «Wall Street Journal», 20 dicembre 2001.
16  Nicholas Timmins, Pension Decisions That Ministers May Pay For, «Financial Times», 11 febbraio 2002.
17  Darren Behar e Matt Kovac, Pensions: the Crisis Deepens, «Daily Mail», 20 febbraio 2002.
18  Shameful Betrayal of All Our Futures: è chiaro il gioco di parole fra futuro e futures [NdT]. h L’out-sorcing è in genere l’affidamento ad aziende esterne di sezioni della produzione dell’azienda madre; qui il riferimento è all’affidamento del risparmio pensionistico dei dipendenti a società finanziarie esterne.
19  Back to Beveridge, «Financial Times», 18 febbraio 2002.
20  Michael Peel, Accounting Board Faces Enron Effect, «Financial Times», 15 febbraio 2002. Nel testo si legge che «l’impresa ha fatto trapelare di essere disposta a pagare per riuscire a influenzare le politiche della commissione».
21  Si veda Brenner, The Boom and the Bubble, cit. pp. 23-24 [trad. it. cit.].
22  Il piano originale è illustrato in Rudolf Meidner, Employee Investment Funds: An Approach to Collective Capital Formation, Londra 1978


Il saggio di Robin Blackburn è stato pubblicato,con il titolo di The Enron Debacle and the Pension Crisis, nel fascicolo marzo-aprile della «New Left Review» (http://www.newleftreview.net/) , che ringraziamo.




 

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