FISICA/MENTE

 

 

L'apparato mediatico si prepara alla guerra

http://www.italy.indymedia.org/news/2002/09/79407.php 

Ieri sera prima di uscire per un po' di sano divertimento mi è capitato di incrociare per un quarto d'ora l'inizio della trasmissione di Bruno Vespa che presentava il film di Spielberg "Salvate il soldato Ryan"... strano che presentino un film di guerra proprio a ridosso dell'11 settembre e dell'imminente crociata contro il mostro iracheno. Devo proprio dire di non aver mai assistito se non forse su qualche trasmissione televisiva americana a una tale apologia della guerra, e il tutto era veramente ben congeniato! Durante la trasmissione veniva spesso fatto riferimento all'11 settembre come paragone allo sbarco in normandia, tema del film... e già qui ci sarebbe molto da dire, poichè le due tipologie di azione sono profondamente differenti... perchè non han parlato ad esempio dell guerra alla Serbia o dell'intervento in Afghanistan? Tant'è... si presenta subito un espertone militare molto di moda ultimamente sulla rai, tale colonnello (o generale, o vattelappesca) Jean, che subito illustra le meraviglie e i segreti dello sbarco... tra l'altro si parlava della guerra ai nazisti come "guerra vinta dagli occidentali" come se i tedeschi non lo fossero, altro evidente riferimento alla crociata cristiana contro i malefici musulmani. Prosegue un militare italiano reduce della Somalia, chiaramente in carrozzella per far pena al pubblico nostrano, che elenca come gli italiani siano andati in quella lontana terra per pacificare la situazione e non dimentica di notare che "gli italiani, prima di dare biscotti e viveri fanno sempre prima un sorriso"... chissà se prima di sparare fanno lo stesso... prosegue un reduce della campagna d'africa della seconda guerra mondiale a cui sono morti due fratelli nella stessa guerra, chiaramente sotto l'esercito fascista... il circo continua con un'intervento del signor Vespa, che esalta il clima di fratellanza e di estrema umanità che si sviluppa nello stesso plotone all'interno di una guerra, citando abilmente uno spezzone di film... e il turno di un reduce di Al-Alhamein, che combattè nella Folgore... e giù esaltazioni del ruolo della folgore... chiude signore e signori (rullo di tamburi) Lucia Annunziata! A domanda del tenente Vespa sull'opportunità o no di far vedere immagini di guerra in televisione, risponde chiaramente che ciò è sconveniente per non possibile pubblico infante... non è che forse è sconveniente far vedere immagini di guerra (e soprattutto di morti) per non impressione l'adultissima opinione pubblica? Avete notato come durante l'intervento in Afghanistan nelle televisioni italiane erano quasi del tutto assenti immagini di morti civili o militare che siano? La cara Annunziata poi prosegue raccontando delle sue esperienze come invitata di guerra e fa giustamente notare come durante un conflitto si riesca a cogliere lo spirito ultimo dell'uomo, dove "non esiste più destra o sinistra, ma solo l'uomo"...
Beh il tutto è stato non c'è che dire molto interessante... altro che grande fratello... in America già da molto tempo sono state istituite agenzie governative per influenzare l'opinione pubblica a ridosso di un intervento militare... che sia successo lo stesso in Italia (probabile) o che sia tutta un'idea del tenente Vespa (anch'esso probabile) o che le due opzioni vadano a braccetto (più probabile)?


 

GUERRA ALL'IRAQ: Sì MA ...

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Il piccolo Bush a lezione dal professor Kissinger

http://www.informationguerrilla.org/piccolo_bush_a_lezione.htm 


L'attacco all'Iraq va bene ma non deve apparire una «decisione presidenziale» bensì il frutto di articolate considerazioni geo-strategiche a beneficio del mondo. Il ruolo della Russia è essenziale. Per continuare a diminuire il peso del petrolio mediorientale, in particolare di quello saudita, e dell'Opec. Ma ha un costo

SERGIO FINARDI


Sembra circolare in queste settimane una sorta di incredulità rispetto ad un attacco militare statunitense all'Iraq. Le reazioni - alcune inaspettate, sia all'interno che all'estero - alle tante notizie che circolano e sono fatte circolare ad arte rispetto a tale attacco - «imminente», «in autunno», «a fine anno», «fra un po'», «fra tanto» - sembrerebbero giustificare tale incredulità e dovrebbero far pendere l'ammnistrazione di Bush verso più meditati consigli. Persino l'ex-capo degli ispettori Onu, il repubblicano ed ex-marine Scott Ritter, afferma che le capacità irakene relative alla costruzione di armi di distruzione di massa sono ormai inesistenti o consegnate (se fosse rimasta intenzione) ad un futuro lontano (lo ha detto in una affollatissima assemblea pacifista a Boston il 23 luglio, ma non di fronte alla commissione esteri del senato che lo ha incredibilmente escluso dalle udienze convocate per valutare il parere di «esperti» in materia). Improbabile, dunque, trovare una via per il sostengo dell'azione militare, quando politici, militari e paesi alleati esprimono così tanti dubbi sulla fattibilità dell'attacco.

Credo ci si sbagli. C'è qualcosa di più oscuro in atto, e non è l'attacco in sè. Credo che le notizie fatte circolare in questi mesi siano parte di questa «oscurità incombente». Sono servite da ballon d'essai e da sviamento. Credo che gli accordi - in particolare tra Usa, Gran Bretagna e Russia - siano invece fatti, e relativi a tre processi: la preparazione di una giustificazione forte per l'attacco; di un quadro istituzionale multilaterale che ponga su basi permanenti l'intervento contro paesi e regimi ritenuti ostili agli interessi delle potenze; di un ulteriore ridimensionamento dell'Opec e dell'Arabia saudita nel teatro petrolifero mondiale.

Il primo processo - mentre l'attenzione è rivolta a dimostrare che non vi è alcuna giustificazione normativa o fattuale per un attacco nelle presenti condizioni - potrebbe avere di mira la creazione di un casus belli: nei mesi o nelle settimane a venire potrebbe essere improvvisamente rinvenuto «qualcosa» atto a convincere i riottosi che vi è un pericolo reale, qualcosa di connesso alle «armi di distruzione di massa», o qualcosa di limitato ma atto ad innescare una reazione militare irakena all'interno del territorio nazionale. Ci si ricordi della falsa strage di Racak, in Kosovo, e del ruolo che vi ebbe lo statunitense Walker, capo della missione Osce in Kosovo. Una cosa che non si potrebbe fare con gli ispettori Onu sul campo, da qui probabilmente il rifiuto, che appare oggi tanto assurdo, financo di considerare le offerte irakene. Potrebbe non essere la Cia questa volta (c'è sempre una prima volta) ad inaricarsene. In fondo non è l'unico servizio segreto del mondo.

Il secondo processo è relativo alla teorizzazione della politica del «colpo preventivo», guà ben presente in documenti strategici circolati in questi mesi. Formulare tale politica sulla scena internazionale implica una necessità di inquadramento contraddittoria: da un lato non deve potersi applicare a tutti gli Stati (ci si immagina facilmente le conseguenze); dall'altro deve trovare un sostegno «istituzionale» internazionale che la renda diversa da un esercizio unilaterale della semplice potenza. Ai tempi del bombardamento della Jugoslavia si inventò - con la complicita dei governi di «sinistra» europei - la incredibile modifica post factum dello statuto della Nato. Oggi il processo potrebbe essere più lento, ma potrebbe essere facilitato dal rinvenire evidenze che vi erano ragioni «segrete» e ben fondate per un attacco all'Iraq. «...Se avessimo avuto le mani libere per agire, avremmo evitato...».

Il terzo processo è relativo non tanto al problema del petrolio irakeno, quanto alla bilancia di potere nel mondo del controllo delle correnti energetiche. Da almeno un anno la Russia sta facendo da contraltare all'Opec e si è mossa oggettivamente verso l'indebolimento della posizione dell'Arabia saudita e dei produttori del Golfo. La Russia potrebbe avere finalmente il via libera verso ciò che insegue ormai da qualche anno e che l'amministrazione Clinton aveva fortemente combattuto: il ritorno ad un controllo consistente su gas e petrolio dell'Asia centrale e del Caucaso, consentendo nel contempo che gli Stati uniti possano avere una presenza militare di controllo nell'area (cosa già in parte realizzata col pretesto della guerra in Afghanistan) e una forte partecipazione delle sue majors energetiche nelle aree di estrazione. La russa Gazprom, la maggiore entità mondiale nel campo dell'estrazione e fornitura di gas naturale, potrebbe entrare (ipotesi ventilata già nel 1997) nel consorzio CentGas per la ormai famosa condotta di gas turkmeno verso Pakistan e India via Afghanistan (non sembra molto evidente, ma la cosa ha a che fare con i primi passi per sganciare le forniture energetiche verso l'Asia orientale, grande mercato, dal condizionamento del Golfo e ridimensionare le carte economiche del mondo musulmano, Indonesia compresa, membro dell'Opec).

Fantasie? Se lo sono, le condivide Henry Kissinger, che in un quasi cifrato articolo comparso sulla San Francisco Chronicle il 9 agosto (La politica dell'intervento: "il cambio di regime" in Iraq è una strategia rivoluzionaria), afferma tra l'altro, rovesciando a favore dell'intervento, le giustificazioni contro di esso:

«Il tempo è venuto per definire una politica complessiva per l'America e per il resto del mondo. Il nuovo approccio è rivoluzionario (il riferimento è testualmente la frase di Bush «essere pronti ad una azione preventiva quando necessaria per difendere la nostra libertà»». E continua: «Un cambio di regime come fine di una azione militare sfida il sistema internazionale stabilito dal Trattato di Westfalia del 1648 che stabilì il principio di non-intervento negli affari interni di altri Stati. Inoltre, la nozione di giustificata azione preventiva va contro la legge internazionale moderna, che permette l'uso della forza soltanto in autodifesa contro pericoli attuali e non potenziali. Per trovare la nostra via in queste circostanze, l'amministrazione deve definire una strategia complessiva per se stessa e dichiarare apertamente questa politica al resto del mondo. Un conflitto di tale importanza non può essere sostenuto soltanto come espressione del potere presidenziale».

Dopo aver ricordato gli attacchi di Saddam all'Iran e al Kuwait (dimenticandosi però di dire che il primo fu incoraggiato e sostenuto militarmente e diplomaticamente proprio dagli Stati uniti e dai suoi servizi di intelligence militare), afferma in una surreale sequenza di frasi: «Il rovesciamento del regime irakeno e, al minimo, lo sradicamento delle sue armi di distruzione di massa (Kissinger non va alle conferenze di Ritter) avrebbe anche potenziali benefici politici: il cosiddetto mondo popolare arabo potrebbe concluderne che le conseguenze negative della jihad superano qualsiasi beneficio. Potrebbe incoraggiare un nuovo corso in Siria; rafforzare le forze moderate in Arabia saudita; aumentare le pressioni per una evoluzione democratica in Iran; dimostrare alla Autorità palestinese che l'America è seria circa la sua volontà di rovesciare tiranni corrotti (la vecchiaia fa perdere la memoria a chiunque o forse Pinochet era un tiranno onesto) e portarsi dietro una migliore bilancia nella politica petrolifera dell'Opec. Nello stesso tempo, l'intervento in Iraq deve porsi su un continuum il cui successo reale dipende dalla strategia che lo precede e lo segue».

Data la speciale responsabilità americana come maggiore potenza, «l'America deve lavorare per arrivare ad un sistema internazionale che si basi su qualcosa di più della potenza militare, ovvero che si sforzi di tradurre la potenza in cooperazione (...semi-volontaria). Anche quando, in materie di sicurezza nazionale quali l'Iraq, l'America agisce da sola, è nel nostro interesse nazionale di accoppiare a questo un programma di ricostruzione postbellica (pecunia non olet) che mostri al resto mondo che la nostra prima guerra preventiva è stata imposta dalla necessità e che noi perseguiamo l'interesse del mondo, non esclusivamente il nostro». «L'imminenza della proliferazione delle armi di distruzione di massa, il grande pericolo che questo implica, il rifiuto di un effettivo sistema di ispezioni (Kissinger non legge i giornali) e la dimostrata ostilità di Hussein si combinano per produrre un imperativo per una azione preventiva. Ma non è nell'interesse americano di stabilire l'azione preventiva come un principio universale a disposizione di ogni nazione. Noi siamo solo all'inizio del pericolo di proliferazione globale... Gli Stati uniti contribuirebbero molto ad un nuovo ordine internazionale se invitassero il resto del mondo, e specialmente le potenze nucleari maggiori, a cooperare per creare un sistema per affrontare questa sfida all'umanità su una base più istituzionale». Per esempio, un tribunale per i crimini degli altri.

Fonte: http://www.ilmanifesto.it


 

I giornalisti accompagneranno le truppe USA

http://www.peacelink.it/webgate/news/msg04259.html 



Fonte: New York Times

Journalists Are Assigned to Accompany U.S. Troops February 18, 2003 By RALPH BLUMENTHAL and JIM RUTENBERG Traduzione di Nello Margiotta - associazione PeaceLink - www.peacelink.it - in caso di utilizzo si prega di citare la fonte e l'autore. Giornalisti assegnati al seguito delle truppe USA Per la prima volta dalla II guerra mondiale e su una scala mai vista prima per l'esercito americano, saranno assegnati al seguito di unita' di combattimento e di supporto giornalisti che coprano tutti gli attacchi USA in Iraq e li accompagneranno per tutto il conflitto La mobilitazione dei media, richiedendo un vasto piano logistico, coinvolgera' almeno 500 tra cronisti, fotografi e membri di troup televisive, di cui almeno 100 di televisioni straniere ed internazionali , inclusa la tv araba Al Jazeera. Questo promette di offrire al pubblico americano e mondiale un posto in prima fila per la guerra che potrebbe iniziare entro poche settimane. Crescono anche nuove e complesse domande sulle regole giornalistiche di ingaggio, come per esempio come evitare che qualcuno tornando a casa non abbia dalla TV la prima notifica che un suo parente sia stato ferito o ucciso. Un altro problema e' come mantenere un segreto militare con un esercito di giornalisti ben forniti di strumenti elettronici. Dice Eason Jordan, direttore esecutivo della CNN " Loro non vogliono avere una copertura telvisiva in diretta di un convoglio di mezzi che si muova sull'autostrada Bassora- Baghdad che potrebbe rivelare agli iracheni dove questi mezzi si trovino" In accordo con una bozza di documento del Pentagono, alcune di queste regole giornalistiche di ingaggio prevedono che non possano essere effettuate riprese in diretta senza l'autorizzazione dell'ufficiale in capo Ci saranno forti restrizioni su qualunque pezzo giornalistico riguardante operazioni da effettuare od operazioni ritardate o soppresse . La data il luogo e l'ora di un'azione militare cosi come i risultati di una missione potranno essere descritti sono in termini generali. Altre regole di base devono ancora essere compilate. sia il Pentagono che i direttori di gornali hanno dato il benvenuto all'iniziativa.Cio' rappresenta un brusco cambio di direzione rispetto alle politiche restrittive sulle informazioni che il Pentagono ha mantenuto dai tempi della guerra nel Vietnam, che rispecchiavano la visione di molti comandanti del pericolo psicologico rappresentato dal mandare immagini di guerra direttamente nei salotti degli americani. Per esempio durante la guerra del Golfo fu dato un regolare accesso al fronte solo ad un ristretto gruppo di cronisti " In ogni modo tutto cio' rappresenta un fatto storico" ha detto Brian Whitman, portavoce del Dipartimento della Difesa ed ex maggiore delle forze speciali che e' direttamente impegnato ad assegnare i cronisti alle singole unita' operative. Ha ricordato come non piu' di 30 o 40 giornalisti seguirono le forze di sbarco americane durante il D-Day, benche' molti altri piu' tardi raggiunsero le truppe americane. Nel Vietnam cronisti visitarono le basi e seguirono operazioni belliche ma non furono assegnati a specifici battaglioni Non e' chiaro se il cambiamento della politica del Pentagono sia dovuto in parte alla necessita' di contrastare le proteste irachene per eventuali atrocita' delle truppe americane o smascherare atti di auto sabotaggio attribuiti agl iinvasori Ma Mr. Whitman ha detto di avere il pieno appoggio di Donald H. Rumsfeld e del generale Richard B. Myers, capo di stato maggiore. Alcuni direttori di testate giornalistiche televisive hanno detto che questo accesso potrebbe avere un prezzo. Dan Rather, anchorman della CBS, ha sussurrato che il Pentagono potrebbe rendere difficile la trasmissione di certe immagini se l raccontassero una storia diversa da quella che loro vogliono che sia raccontata "Un sacco di gente ha detto le cose giuste " ha detto Mr. Rather durante una recente presentazione in TV del piano di copertura informativo delle operazioni di guerra " Nella nbbia della guerra queste cose hanno la maniera di cambiare" L'altra settimana il Pentagono ha assegnato gli accrediti a giornali, agenzie e network televisivi. questa settimana gli organizzatori stanno registrando i nomi dei corrispondenti selezionati per completare l'assegnazione o poter cosi' permettere loro le vaccinazioni contro il vaoiolo e l'antrace gia' effettuate dalle truppe combattenti. Il Pentagono ha gia' addestrato 232 giornalisti alle condizioni di combattimento in 4 diversi corsi settimanali in basi militari interne e ,dando l'idea del senso di urgenza trasmesso dall'amministrazione Bush, ha "esaurito il tempo" per allenarsi ulteriormente, ha detto Mr. Whitman. Ai gironalisti non e' stato permesso di portare od utilizzare armi. Diversamente da molti corrispondenti durante la II guerra mondiale e quella del Vietnam non indosseranno uniformi militari, benche' essi possono comprare il loro equipaggiamento. Si sono forniti del proprio elmetto e del proprio corpetto antiproiettili ma sara' dato loro il cosiddetto dispositivo NBC per proteggersi contro attacchi nucleari chimici e biologici. Parteciperanno al trasporto delle loro unita' dividendo con esse i pasti e l'alloggio. "Non pagheranno per i sei piedi di terra su cui si sistemeranno e per le razioni di viveri, benche' tutto cio' non possa loro piacere" Ha detto Mr. Whitman. Ai giornalisti sara' proibito di possedere propri veicoli. Puo' essere che l'Iraq si stia preparando alla sua offensiva mediatica, dice Peter Arnett, il cronista televisivo che 12 anni fa fu l'unico giornalista occidentale a trasmettere sull'unico telfono satellitare da Baghdad per CNN durante la guerra del 1991. Ora a Baghdad, ha detto dopo che vi e' tornato per il National Geographic Explorer e la MSNBC, ci sono da 200 a 300 teefoni satellitari ed una dozzina di video telefoni. "Avro' molta piu' concorrenza" Le logistiche di sistemazione del dispiegamernto dei media sono state sempre poche per scoraggiare alcuni dei piani militari, ha detto mr. Whitman. Gli accredti sono stati assegnati sulla base dei bacini di utenza; le pirincipali tesate di Boston, San Francisco, Atlanta e Houston. per esempio, hanno ricevuto da quattro asei accrediti ciascuno che potrebbero essere coperti in parte da freelance. Nessun accredito e' satto assegnato specificatamente a qualcuno che scrivesse un libro, benche' alcuni giornalisti, come nel passato, potessero anche scrivere libri L'assegnazione era aperta a uomini e donne. La reazione alla nuova politica verso i giornalisti e' satta chiaramente positiva, anche se cauta. David Halberstam, che era stato nel Sud Vietnam per il New York Times, a partire dal 1962 e che vinse il premi Pulitzer nel 1964 ha definito la nuova impostazione un benvenuto cambiamento rispetto al 1991 " dato i controlli dell'ultimo minuto che erano eccessivi". Ma il punto cruciale era l'accesso: "Puoi andare dove vuoi?" Dice che i cronosti potrebbero beneficiare dall'esser molto vicini alle truppe. I soldati parleranno sempre con i cronisti avendoli sul campo. Il borbottio ha un inalienabile diritto di dire la verita'" Donatella Lorch, una corrispondente del Newsweek che ha coperto guerre in Africa, nei Balcani e in Afghanistan, dove passo' a settimana con un unita' delle forze speciali, ha detto che la nuova politica, solleva un sacco di questioni per i cronisti. Ha detto che potrebbero essere sottoposti ad una considerevole pressione per rimanere critici ed indipendenti di fronte a truppe con cui convivono tutti i giorni. Mr. Arnett ha detto che rimane da vedere con quanta velocita' sara' permesso ai cronisti sul campo di pubblicare i loro articoli. Se fossero intralciati per charimenti, i cronisti potrebbero perdere lo scoop a vantaggi dei loro colleghi presenti al briefing del Pentagono. Ma niente, ha concluso, potrebbe uguagliare l'opportunita' di essere vicini al comabttimento. ------ TESTO ORIGINALE Fonte: http://www.nytimes.com/2003/02/18/international/middleeast/

18MEDI.html?ex=1046560179&ei=1&en=a156b1671c65eb9d


Tempeste di false notizie

http://www.ilmanifesto.it/oggi/art128.html


Per la prima volta gli americani non hanno più il monopolio delle informazioni sulla guerra. Ma non mancano le televisioni fedeli a Washington, mentre quelle «nemiche» vengono bombardate
Nel sud dell'Iraq Un carro armato iracheno distrutto nei pressi di un pozzo petrolifero di Rumaila, nell'Iraq meridionale (foto Reuters). Sono poche, spiega Giulietto Chiesa, «le trasmissioni televisive che si sforzano di spiegare cosa sta realmente accadendo in Iraq, sia al fronte che sul campo diplomatico»


GIULIETTO CHIESA


La tempesta di sabbia sul deserto iracheno è scemata, in compenso il mondo intero è tempestato di scemenze. Uragani di incongruenze, contraddizioni, menzogne, di pura e semplice propaganda del regime imperiale, prodotta da servi, vassalli, nani e ballerine televisive, si abbattono sulle popolazioni del mondo intero. A riprova che la vera guerra che si sta combattendo è per il dominio globale. L'Irak e il suo «sanguinario dittatore» (né più, né meno di altri che siedono regolarmente a tavola con l'Imperatore) non è che un pretesto. Ma per dominare occorre conquistare le menti e i cuori e, se non si hanno argomenti forti per farlo, non c'è che un modo: impedire che alle menti giungano messaggi diversi e che ai cuori giungano emozioni diverse da quelle dei conquistatori.

Invece sta accadendo proprio questo: che, per la prima volta, nelle ultime tre guerre dell'Impero (Kosovo «umanitario», Afghanistan della «giustizia infinita», cioè della vendetta, Irak «preventivo») il monopolio americano-occidentale dell'informazione e dell'emozione è stato spezzato.

Rimane dominante, è chiaro. Ma non è più esclusivo. Per la prima volta la guerra viene raccontata e mostrata attraverso gli occhi di coloro che sanno che saranno sconfitti.

E' una prospettiva inedita, resa possibile dalle stesse tecnologie moderne che quelle guerre consentono di vincere. E' una contraddizione insuperabile in termini pacifici. E' per questo che la prima preoccupazione dell'Imperatore è quella di bombardare le stazioni televisive dell'avversario o di accecare coloro che cercano di raccontare l'avversario. La televisione di Belgrado aprì la serie. Il bombardamento della redazione di Al Jazeera a Kabul fu il secondo episodio. I missili sulla tv di Baghdad saranno l'affermazione della nuova norma planetaria. Le anomalie vanno eliminate. La Rai non sarà bombardata, perché riproduce (salvo eccezioni lodevoli) la filosofia dell'Impero. Ho sentito una eroica corrispondente da Baghdad riferire che la popolazione non ha paura dei missili americani, perché «ha fiducia nella tecnologia americana»! Non vi pare fantastico?

Il fatto è, però, che gli «argomenti» di questi manutengoli restano paurosamente deboli e si scontrano con un'opinione pubblica che reagisce. Per fortuna siamo ancora in Italia, e in Europa, e non in un paese dominato dalla Cnn e, ancor più, da Fox News.

Le masse già terrorizzate d'oltre Oceano sono già state condizionate a tal punto da riconfermare la fiducia nell'Imperatore qualunque scelta violenta decida di fare. Ci vuole la resistenza attiva di una minoranza coraggiosa (che ancora esiste, per fortuna loro e nostra) per premiare la tremenda verità di «Bowling at Colombine». Ma l'invettiva di Michael Moore non arriverà mai nelle case del Nebraska, o nelle fattorie del Texas.

Ci hanno detto che gli iracheni, in odio al dittatore, si sarebbero arresi subito, senza combattere. E che avremmo visto assai presto le popolazioni esultanti circondare i liberatori-esportatori della democrazia coprendoli di fiori. Questo - lo sappiamo - sarà lo spettacolo che vedremo, a vittoria proclamata. Solo che la faccenda ritarda e la tabella di marcia diventa problematica. Allora combattono? Sì, ma sono quelli della Guardia Nazionale, scherani, aguzzini, torturatori. Tutto chiaro, pare, salvo una cosa: perché non li avevano previsti? Allora, tanto per correre meno rischi, si lancia la campagna «colpire e terrorizzare». Il dottor Stranamore ha detto proprio così: terrorizzare. E poiché chi terrorizza è un terrorista, per definizione, tutto è divenuto più chiaro. Donald Rumsfeld s'è lasciato sfuggire un lapsus.

L'altra cosa che stupisce è l'assenza - fin'ora - di quelle famose armi di distruzione di massa che gl'ispettori dell'Onu non erano riusciti a trovare. State tranquilli, a un certo punto le troveranno e ce le mostreranno con grande messe di particolari. Qualcuno, forse, si ricorderà delle molotov trovate alla Diaz, ma sarà bombardato. L'unica cosa emersa fino a questo punto è che i documenti della Cia che «provavano» lo stadio avanzato dell'atomica di Saddam sono stati riconosciuti falsi. E, quanto alle armi chimiche e biologiche, per ora non si sono viste. Ora i casi sono due: o Saddam Hussein sa perfettamente che la scamperà, cioè ne uscirà vivo. E questo appare improbabile (anche se, essendo stato, lui come Osama, un amico degli Stati uniti, non è proprio da escludere del tutto qualche patteggiamento segreto). Ma sarebbe l'unica motivazione perché, avendo quelle armi, non le usi. Oppure, come sembra più probabile (perché se non lo fanno fuori avranno perduto la faccia per sempre), dovrebbe usarle. Non ha via d'uscita. Perché non le spara? Per apparire umano prima di morire? Un dittatore sentimentale? Non quadra con il ritratto che ce ne hanno fatto. Comincia a sorgere il sospetto che non le avesse. Un bel guaio: tutte quelle maschere antigas sprecate. Comunque poco male: serviranno per la prossima guerra.

Per intanto prepariamoci al bombardamento di Al Jazeera, prossimo venturo.


 
LA REPUBBLICA DELLE PATACCHE
di Valerio Evangelisti

Il titolo de La Repubblica riprodotto qui sopra è un condensato di notizie
false, di quelli degni di passare alla storia. Il quotidiano diretto da Ezio
Mauro riprende quindi l'ingloriosa tradizione già inaugurata al tempo del
Kossovo (prima o poi ci divertiremo a pubblicarne un'antologia, lo
anticipiamo, perfida), che lo colloca tra i giornali più inaffidabili in
circolazione.
Certo, la stessa notizia della rivolta a Bassora appariva ieri anche su
molte altre testate. La differenza qualitativa sta nel fatto che La
Repubblica è il quotidiano più diffuso d'Italia (grazie anche alla quantità
di ammennicoli che distribuisce, dai CD ai libri alle videocassette ai DVD
ai palloncini colorati. no, questi ultimi non ancora) e, cosa più grave, ha
per qualche tempo fatto finta di essere contrario al conflitto in corso. Un
po' come Fassino, miserevole leader di una sinistra esangue e vigliacca, che
critica l'invasione dell'Iraq non per le vittime civili che provoca ma
perché avrebbe preferito una partecipazione ai bombardamenti un po' più
folta e variegata.

Veniamo all'episodio di Bassora, e a come è trattato. Il titolo potrebbe
sembrare vagamente dubitativo: "Bassora, segnali di rivolta" suona generico.
Non lo è però il perentorio sottotitolo: "La milizia di Saddam spara sui
civili". Rafforzato dall'intestazione del pezzo del due valorosi
corrispondenti di guerra, Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo: "Con i mortai
contro la folla".
E' nell'articolo che leggiamo la fonte della notizia che la coppia di
inviati, che ci figuriamo sepolti nelle trincee a condividere la dura vita
dei soldati, è riuscita a raccattare. Tale fonte è tratta da Skynews, il
canale satellitare del gruppo Murdoch: vale a dire il gruppo editoriale più
schierato a sostegno della nobile impresa anglo-americana. Ciò equivale a
dire che i due corrispondenti di guerra l'hanno appresa guardando la tv. C'è
da chiedersi perché La Repubblica li abbia mandati laggiù, in mezzo al
deserto, a guardare Skynews. Forse da quelle parti la ricezione è migliore.
Ma il racconto della genesi della preziosa informazione continua a pagina 7.
Da lì apprendiamo di un comunicato del Ministero della Difesa britannico,
cioè la bocca della verità, secondo il quale le forze alleate hanno
distrutto tre mortai che sparavano sulla popolazione civile di Bassora. Lo
conferma un giornalista inglese, ma in questi termini: "Non sono in grado di
dire altro che quello che mi è stato riferito dall'unica fonte che ho: gli
Scots Dragoons. Non ci sono giornalisti in città in grado di verificare.
Ritengo che le informazioni sulla rivolta siano di intelligence militare.
Posso solo dire che si sente sparare".
Dove hanno rintracciato, Bonini e D'Avanzo, le dichiarazioni del
giornalista? Dalla CNN. Dunque, dalla loro postazione, oltre a Skynews
ascoltano anche la CNN. E probabilmente anche Striscia la notizia, ma questo
non lo dicono.
Però, poco sotto, il duo di valorosi offre finalmente una qualche certezza.
"E' un fatto, comunque, che c'è stato un bombardamento aereo. Un caccia
americano ha sganciato una bomba ad alta precisione da 500 chili contro una
postazione di mortaio che dal centro di Bassora terrebbe sotto tiro i
civili".
Ah, fortuna che ci sono gli americani che bombardano! Il fine è quello, come
dimostra l'episodio, di salvare i civili che rischiano di essere ammazzati
dalle truppe irachene! Qualche dubbio può nascere dall'impiego del
condizionale ("avrebbe"), nonché dal sospetto che una bomba da mezza
tonnellata - naturalmente "ad alta precisione" - sia un po' esagerata per
distruggere tre mortai che occuperanno, bene che vada, cinque metri
quadrati, sacchetti di sabbia compresi.
Comunque l'articolo ha ormai raggiunto lo scopo: fare vedere che l'esercito
iracheno soffoca con la forza l'impeto spontaneo dei civili a fare entrare
in Bassora i liberatori, e che i bombardamenti sono fatti a fin di bene. Le
restanti due colonne del testo contengono infatti divagazioni su altri temi
e puro chiacchiericcio. C'era dello spazio da riempire e bisognava allungare
in qualche modo la broda.
Nel corso della giornata, poi, la tesi della rivolta di Bassora ha subito
progressivi ridimensionamenti. Prima alcuni capi dell'opposizione sciita
hanno detto di non avere avuto notizie di ribellioni, e che si trattava
forse di proteste per la carenza d'acqua. Poi lo stesso Blair ha ammesso che
le informazioni da Bassora non erano affidabili, ma che se rivolta ci fosse
stata si sarebbe trattato di un episodio minore e circoscritto. Infine il
corrispondente di Al Jazeera, unico giornalista straniero presente in città,
ha detto di non essersi accorto di alcuna rivolta. Ciò non ha impedito ai
telegiornali italiani della sera di rilanciare la notizia del tumulto, però
confinato ai "quartieri a nord".

Insomma, una bufala. Vedremo cosa scriveranno domani dal fronte gli Stanlio
e Ollio de La Repubblica, che immagino già incollati al televisore. O magari
alla Playstation, tanto per interagire un poco con gli eventi.


Pubblicato da Redazione at Marzo 27, 2003 04:46 AM

Tratto da http://www.carmillaonline.com/archives/2003/03/000122.html#000122


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