FISICA/MENTE

 

 

I falchi pensano già al «dopo Iraq»
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Marzo-2003/art32.html 

 

Onu, Iran, Siria, Francia, Germania nel mirino dell'America Enterprise Institute
ANGELA PASCUCCI

Li chiamano Black Coffee Breefing, ma non è la versione americana del «Caffè dello Sport», purtroppo. Sono gli incontri che l'American Enterprise Institute (Aei), uno dei più influenti nidi di falchi americani, promuove da qualche tempo a Washington sotto la dicitura «The Road to War...and Beyond» (La via verso la guerra...e oltre). Vale la pena di soffermarsi su quell' «oltre», come ha fatto ieri, con qualche preoccupazione, il Financial Times. In un incontro «speciale» tenuto venerdì mattina è stato infatti praticamente ridisegnato il globo terracqueo, una volta che sia stato, rapidamente, «raddrizzato» l'Iraq. A tale scopo si sono riunite alle 8,30 del mattino alcune delle teste d'uovo più influenti della destra, parte importante dell'avanguardia ideologica dell'amministrazione Bush. Il parterre comprendeva, tra gli altri, Richard Perle, capo del Consiglio della Difesa al Pentagono, Bill Kristol, del Project for the New American Century, direttore del Weekly Standard, fonte di ispirazione dei neo conservatori americani, nonché Radek Sikorski, della New Atlantic Initiative. Con loro alcuni membri dell'Aei.

In appena un'ora e mezza, davanti a un pubblico di pochi e qualificati invitati, è stata ridisegnata una riforma radicale dell'Onu; prefigurato un cambio di regime in Iran e in Siria; abbozzata una politica di «contenimento» nei confronti di Francia e Germania.

Allacciate dunque le cinture, perché questa guerra all'Iraq, «radicalmente diversa» dalla prima guerra del Golfo condotta da Bush padre, è solo l'inizio.

Se tutto va come deve andare, e l'inizio lo fa ben sperare, finirà presto, anche perché ci sono più manifestanti contro la guerra a San Francisco che iracheni vogliosi di battersi per Saddam Hussein, parola di Richard Perle. Il quale si è detto anche convinto che la caduta del dittatore di Baghdad darà l' «ispirazione» giusta agli iraniani per liberarsi dei loro mullah, con una opportuna azione maieutica degli Stati uniti, beninteso. Poi toccherà alla Siria «illuminarsi». Nel frattempo, toccherà occuparsi di Francia e Germania. Più della prima, assai sfrontata, che della seconda, per la verità. Anche se, come ha affermato Kristol, una vera diplomazia comincerebbe a darsi da fare per dividerle seriamente. Ma questo «sarebbe sperare troppo dal Dipartimento di stato». Con il che, anche Colin Powell ha ricevuto la sua razione.

Se si trattasse davvero solo dei deliri di un gruppo di tifosi del «Bar dello Sport», ci si potrebbe limitare a lasciarli chiusi al 12esimo del Wohlstetter Conference Center di Washington. Invece sono voci che riflettono in pieno la visione del mondo della fazione più agressiva e unilateralista del governo Usa, che ha i suoi più autorevoli rappresentanti, come ormai anche le pietre, terrorizzate, sanno, in Dick Cheney, il vice della Casa Bianca, in Donald Rumsfeld, capo del Pentagono, e nel suo vice Paul Wolfowitz. Tutti in piena ascesa, come missili.

 

«Non ci sarà pace prima dell'avvento del messia»
LE MONDE diplomatique - Settembre 2002

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/

Settembre-2002/0209lm12.02.html 


IBRAHIM WARDE
«Il Dio dell'islam non è il nostro Dio e l'islam è una religione malvagia e scellerata». Così si è espresso il reverendo Franklin Graham nell'ottobre 2001. Il caso ha voluto che, qualche settimana dopo, il pubblico scoprisse che suo padre, il reverendo Billy Graham, indubbiamente il predicatore più rispettato del paese, aveva l'abitudine di fare affermazioni altrettanto spiacevoli, ma sugli ebrei. La registrazione di una conversazione privata avuta nel 1972 con Richard Nixon nello studio ovale della Casa bianca era stata resa pubblica. Il pastore - che dagli anni '50 fu intimo amico e consigliere spirituale di tutti i presidenti - si lamentava (tra le altre cose) del controllo degli ebrei sui media: «bisogna spezzare questo controllo, altrimenti il paese è fottuto». Billy Graham presentò «scuse sincere» per queste affermazioni, «che non riflettevano per nulla il suo pensiero», e ha ricordato che aveva sempre appoggiato senza esitazioni lo stato di Israele. Invece, l'erede del suo impero di predicazione, non ha cercato di temperare le affermazioni anti-musulmane. Anzi, non ha fatto che amplificarle.
La transizione dall'anti-semitismo all'islamofobia colpisce ancora di più nel caso del pastore Pat Robertson. In un libro pubblicato nel 1990, si scagliava contro «gli ebrei liberali che negli ultimi quarant'anni si sono dedicati a ridurre l'influenza cristiana nella vita pubblica americana». In seguito, il celebre televangelista, che in un primo tempo si era rallegrato per gli attentati dell'11 settembre, sanzione divina imposta a un paese colpevole di aver tollerato aborto e omosessualità, si è accanito soprattutto contro i musulmani: «vogliono convivere con noi fino a quando non potranno controllare, dominare e persino, se necessario, distruggere». Nel luglio scorso, questo stesso Pat Robertson è stato insignito del Premio degli amici di Israele, conferito dall'Organizzazione sionista d'America (1).
L'interesse per il Medioriente non è recente. Dal XIX secolo, la regione è stata una terra di missione per numerose chiese protestanti, dove alcuni non avevano visto di buon occhio la creazione dello stato ebraico. Soltanto i gruppi fondamentalisti - che fanno una lettura letterale dei testi sacri - vedevano nella creazione di Israele la realizzazione di profezie bibliche. E, come nel caso del pastore Billy Graham, il «sionismo cristiano» poteva coesistere serenamente con l'antisemitismo, di cui a volte si nutriva. Il conflitto in Medioriente era però lungi dal figurare tra le prime preoccupazioni dei pastori e dei loro fedeli.
Bisogna risalire alla fine degli anni '70 per capire il rafforzamento della destra cristiana e l'alleanza con Israele. Gli sconvolgimenti sociali, politici ed economici dell'epoca crearono un terreno fertile per i gruppi religiosi reazionari, come la Moral Majority del pastore Jerry Falwell. In Israele, il Likud, partigiano del «ritorno» su tutta la terra di Israele (Eretz Israele) biblica, era alla fine arrivato al potere. Nel 1978-79, il reverendo Falwell si era recato in Terra santa, su invito del primo ministro Menahem Begin. Si compresero così bene che nel 1980 al pastore venne conferita la medaglia Vladimir Jabotinsky (dal nome del fondatore del sionismo «revisionista» e mentore di Menahem Begin, Itzhak Shamir e Ariel Sharon) (2).
Quegli anni furono egualmente segnati da sconvolgimenti all'interno della comunità ebraica statunitense. Due delle sue figure di punta, Irving Kristol e Norman Podhoretz, avevano rotto con la tradizione «liberal» (nel senso americano di progressista) alla quale gli intellettuali ebrei erano stati a lungo legati. Dopo aver militato a favore dei diritti civili, della «discriminazione positiva» e della distensione con l'Unione sovietica, avevano fatto un voltafaccia spettacolare, fondando così il movimento neo-conservatore. Numerosi punti comuni - la critica del welfare, il ritorno ai «valori tradizionali», l'anticomunismo puro e duro e un appoggio senza riserve al Likud - li avvicinavano ormai alla destra cristiana (3).
L'elezione di Ronald Reagan nel 1980 consacrò questa alleanza per una frazione - che restò a lungo minoritaria - della popolazione ebraica statunitense, tradizionalmente più vicina alla sinistra democratica.
I neoconservatori svolgevano allora la funzione di intellettuali di corte, mentre il presidente nominava nel suo gabinetto alcuni fondamentalisti d'assalto. Il segretario agli interni, James Watt, spiegò che l'inquinamento della terra non doveva essere fonte di inquietudine, poiché «il ritorno del Signore è vicino». Fu davanti all'Associazione nazionale dei gruppi evangelici che Reagan pronunciò, l'8 marzo 1983, il celebre discorso nel quale definì l'Unione sovietica l'«impero del male».
Nel 1989, giudicando la «missione compiuta», il reverendo Falwell affondò la sua «maggioranza morale». Le chiese fondamentaliste, d'altronde, erano indebolite dagli scandali dei televangelisti e la lobby israeliana Aipac (American Israeli Public Affairs Commitee) subì una delle sue rare sconfitte (4). Il presidente Bush si era infatti opposto a garantire un prestito di 10 miliardi di dollari fino a quando il primo ministro Itzhak Shamir avesse proseguito la politica con la quale incoraggiava l'insediamento di colonie nei territori occupati.
Inoltre, il crollo del comunismo toglieva sia un argomento di primo piano ai sostenitori dei movimenti anti-comunisti in America centrale (numerosi tra i fondamentalisti) che alla tesi geostrategica a favore di Israele («unico stato democratico e stabile in una regione minacciata dall'Unione sovietica»). L'Aipac allora cercò di convertire alla propria causa settori più ampi: piuttosto che concentrare i propri sforzi sugli stati con una forte presenza ebraica (New York, California, Florida, Illinois), la lobby pro-israeliana tesseva ormai alleanze in tutto il paese, anche là dove la popolazione ebraica era quasi inesistente (5). Nel corso degli anni di Clinton, le scappatelle del presidente e soprattutto la battaglia per l'impeachment riunirono di nuovo neo-conservatori e destra fondamentalista in una linea di difesa della virtù generosamente finanziata e molto ben organizzata.
Con l'aiuto della febbre millenarista, le presidenziali del 2000 hanno segnato il ritorno alla grande di Dio nel dibattito politico.
Il candidato repubblicano George W. Bush ha dichiarato che il suo filosofo politico preferito era «Gesù Cristo: ha salvato la mia vita», mentre il rivale Albert Gore ha rivelato che, prima di prendere una decisione, si chiede: «cosa avrebbe fatto Gesù?». Scegliendosi come vice il senatore Joseph Lieberman, un ebreo ortodosso noto per i suoi discorsi moralistici, ha fatto contenti tutti gli integralisti.
Ma sono soprattutto gli attentati dell'11 settembre 2001 ad aver cementato l'alleanza dei neo-conservatori e dei fondamentalisti, impegnati a trasformare lo «scontro delle civiltà» in una profezia che si autorealizza. L'islam è stato in effetti designato come il nuovo impero del male. Il discorso martellato senza sosta dai media e ripreso dalla quasi totalità dei parlamentari statunitensi (6) ha adottato le tesi del governo israeliano: poiché Yasser Arafat è il «bin Laden d'Israele», i due paesi sono uniti nella stessa lotta.
Sono d'altronde i falchi vicini ad Israele (come il segretario alla difesa, Paul Wolfovitz o lo stratega del Pentagono, Richard Perle) ad aver guidato il rinnovamento della dottrina di difesa: l'America ormai procederà a interventi preventivi contro i paesi in grado di dotarsi di armi nucleari, biologiche o chimiche - di qui l'urgenza di un «cambiamento di regime» in Iraq (si legga l'articolo in alto).
Tutti i grandi nomi della destra cristiana - Ralph Reed, Gary Bauer, Paul Weyrich - si sono impegnati nella nuova crociata, spesso teleguidata da Israele. Per esempio, è Ariel Sharon stesso che ha voluto che il rabbino Yechiel Eckstein, fondatore dell'International fellowship of christians and jews, reclutasse Ralph Reed, ex presidente della coalizione cristiana, per predicare la buona parola: 250mila cristiani hanno così inviato in Israele più di 60 milioni di dollari. Allo stesso modo, l'organizzazione Christians for Israel/Usa ha finanziato l'immigrazione di 65mila ebrei, con lo scopo di realizzare, a dire del suo presidente, il reverendo James Hutchens, «l'appello di Dio che consiste ad aiutare il popolo ebraico e ritornare e a ripristinare la terra di Israele» (7).
La retorica del presidente Bush («chi non è con noi, sta con i terroristi», «noi siamo buoni») ha favorito il discorso binario e manicheo che coincide con gli schemi del pensiero degli integralisti. Secondo un recente sondaggio Time/Cnn, il 59% degli statunitensi pensa che gli avvenimenti descritti nell'Apocalisse si realizzeranno (a Har Meggidar, situata nella pianura di Jezreel oggi in Israele - «Armageddon» nel Nuovo Testamento) e il 25% crede che gli attentati dell'11 settembre fossero stati predetti dalla Bibbia (8). Di qui il successo fenomenale della serie Left Behind (50 milioni di copie vendute): dieci volumi, a metà tra romanzo di anticipazione e guida pratica per la fine dei tempi, che pretendono di offrire la chiave dei misteri dell'Apocalisse (9).
In alcuni ambienti fondamentalisti, l'intransigenza di Ariel Sharon e il suo spirito guerriero vengono accolti con esaltazione. Non è stata difatti la sua visita - puramente provocatoria - del 28 settembre 2000 al monte del Tempio (la spianata delle Moschee) ad aver scatenato il ciclo di violenza di cui non vediamo ancora la fine? Secondo le scritture, è proprio in questo luogo sacro che verrà eretto il terzo Tempio, preludio alle sanguinose guerre escatologiche. In queste condizioni, una soluzione pacifica o delle concessioni territoriali potrebbero compromettere - o ritardare - la realizzazione delle profezie.
Come ha sottolineato il pastore Hutchens: «non ci sarà pace prima dell'avvento del Messia».
Malgrado un'apparente solidità, l'alleanza tra estremisti israeliani e fondamentalisti cristiani si basa su un malinteso. In effetti, la cronologia prevista dai fondamentalisti è inquietante: prima i flagelli, le sofferenze e le guerre; poi la ricostruzione del Tempio e l'arrivo dell'Anticristo; infine, il secondo avvento del Messia e la lotta finale a Gerusalemme tra il Bene e il Male. I giusti saranno allora trasportati «in estasi» in cielo. I due terzi degli ebrei saranno convertiti, gli altri eliminati o destinati alla dannazione (10). Per alcuni, la fine del mondo è più vicina di quanto sembri.
Nel gennaio 1999, il reverendo Jerry Falwell ha dichiarato che l'avvento del Messia potrebbe prodursi nei prossimi dieci anni. Ha egualmente affermato che l'Anticristo è già tra noi e che è «ebreo e maschio» (11).



note:

* Ricercatore alla Harvard Univesity (Boston, Stati uniti), autore di Islamic Finance in the Global Economy, Edimburgh University Press, 2000.

(1) Pat Robertson, The New Millenium: 10 trends that will impact you and your family by the year 2000, World Publishing, Dallas, 1990, Christian Broadcasting Network, 21 febbraio 2002. Si veda anche Ingrid Carlander, «La Foire aux miracles des télévangelistes américains», Le Monde diplomatique, giugno 1988.

(2) Grace Halsell, Prophecy and Politics: The Secret Alliance between Israel and the US Christian Right, Lawrence Hill, Westport (CT), 1989.

(3) Norman Podhoretz, Breaking ranks: A Political Memoir, Harper and Row, New York, 1980.

(4) Si legga Serge Halimi, «Le poids du lobby pro-israélien aux Etats Unis», Le Monde diplomatique, agosto 1989.

(5) «How Israel Became a favorite Cause of the Conservative Christian Right», The Wall Street Journal, 23 maggio 2002.

(6) Con 94 voti contro 2 al Senato e 352 contro 21 alla Camera dei rappresentanti, il Congresso statunitense ha proclamato che «Israele e gli Stati uniti sono impegnati in una causa comune contro il terrorismo».

(7) Jeffrey I.Sheler, «Evagelicals Support Israel, but Some Jews Are Skeptical», U.S. News and World Report, 12 agosto 2002.

(8) Time, 23 giugno 2002.

(9) Ultimo volume uscito: Tim La Haye e Jerry Jenkins, The Remnant: On the Brink of Armageddon, Tyndale House, 2002.

(10) Cfr. Per esempio: http://www.bible-prophecy.com, http://bci.org/prophecy-fulfilled, http://www.raptureready.com
(11) The Washington Post, 16 gennaio 1999.
(Traduzione di A. M. M.) 

http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/010914a.htm 

Il nemico dentro di noi

di Thomas Friedman

Ieri mattina presto a Gerusalemme, mentre ero ancora sdraiato dopo una notte insonne, la televisione sintonizzata su Cnn e l'alba che si alzava sui luoghi santi, le mie orecchie hanno in qualche modo afferrato una frase del segretario americano per i trasporti, Norman Mineta, riguardanti le nuove precauzioni che saranno messe in atto negli aeroporti statunitensi sulla scia degli indescrivibili attacchi terroristici di martedì: "Non ci saranno più check in esterni agli aeroporti" ha detto. Mi sono immediatamente immaginato un gruppo di terroristi, qui, da qualche parte in Medio Oriente, mentre sorseggiano il caffè guardando Cnn e scoppiano a ridere in maniera isterica: "Ehi, capo, hai sentito che cosa hanno detto? Abbiamo appena fatto saltare in aria Wall Street e il Pentagono, e la loro risposta è: mai più check in esterni?"

Non vorrei criticare il Signor Mineta. Sta facendo quello che può. Non nutro alcun dubbio sul fatto che il team di Bush, quando avrà identificato chi ha commesso simili azioni, gliela farà pagare cara. Eppure c'è stato qualcosa di talmente assurdo, inutile e tipicamente Americano nel divieto del check in esterno agli aeroporti, che non ho potuto fare altro che chiedermi: ma il mio paese ha veramente compreso che questa è la Terza Guerra Mondiale? Che se questo attacco è stato la Pearl Harbor della Terza Guerra Mondiale, significa che avremo di fronte una lunga, lunga guerra?

Questa Terza Guerra Mondiale non ci contrappone ad un'altra superpotenza. Contrappone noi, l'unica superpotenza del mondo, il simbolo, la quintessenza dei valori liberali dell'Occidente e del libero mercato, a tutti gli uomini e le donne che, ovunque, nutrono una superpotente rabbia. Molta di questa gente superpotentemente adirata proviene da stati sull'orlo della decadenza nel terzo mondo e nel mondo arabo. Non condividono i nostri valori, sono arrabbiati per l'influenza che l'America ha nelle loro vite, nelle loro politiche, sui loro figli, per non parlare del nostro supporto ad Israele, e spesso incolpano l'America per l'incapacità delle loro civiltà a padroneggiare la modernità. Quello che li rende superpotenti, però, è la loro genialità nel sapere adoperare il mondo informatico, Internet e le sofisticatissime tecnologie che essi disprezzano per attaccarci. Pensateci: essi hanno trasformato i nostri più avanzati aerei per il trasporto civile in missili cruise, manovrati dall'uomo, guidati dalla precisione - una diabolica via di mezzo fra il loro fanatismo e la nostra tecnologia. La Jihad Online. E pensate a quello che hanno colpito: il World Trade Center - il faro del capitalismo americano che li attira e li respinge al tempo stesso, e il Pentagono, l'incarnazione stessa della superiorità militare americana.

Pensate ai luoghi che le bombe-umane Palestinesi hanno colpito maggiormente in Israele. "Non hanno mai colpito sinagoghe o insediamenti o zeloti religiosi israeliani," ha sottolineato Ari Shavit, giornalista dell'Haaretz. "Hanno colpito il negozio della pizza Sbarro, il centro commerciale Netanya, la discoteca Delphinarium. Hanno colpito l'Israele yuppie, non l'Israele yeshiva." E allora, che cosa occorre per combattere una guerra contro simile gente, in un simile mondo? Prima di tutto, noi in quanto Americani non saremo mai in grado di identificare gruppi così minuscoli, spesso stretti da vincoli famigliari, che vivono in posti come l'Afganistan, il Pakistan, o la selvaggia Valle della Bekaa in Libano. Gli unici che possono identificare questi gruppi che vivono nell'ombra e che si trasformano costantemente, gli unici che possono dissuaderli, sono le loro stesse società. Gli ufficiali israeliani potranno dirvi che l'unica volta che non hanno avuto alcuna difficoltà, che hanno avuto il pieno controllo della situazione sulle bombe-umane e sui gruppi radicali palestinesi, come Hamas e la Jihad Islamica, è stato quando Yasser Arafat e l'Autorità Palestinese li hanno ricercati, imprigionati o fermati.

Ecco allora la domanda: che cosa dobbiamo fare noi affinché le società che ospitano i gruppi terroristici agiscano efficacemente e veramente contro di loro? Prima di tutto dobbiamo dimostrare di essere seri e che abbiamo ben compreso che molti di questi terroristi odiano la nostra esistenza, non soltanto la nostra politica.

Le persone che hanno pianificato i bombardamenti di martedì hanno unito il male a livello internazionale con il genio a livello mondiale e hanno ottenuto un devastante risultato. A meno che non siamo pronti a mettere i nostri migliori cervelli al lavoro per combattere contro di loro - il progetto Manhattan Terza Guerra Mondiale - siamo nei guai. Perché mentre questa è stata probabilmente la prima e più importante battaglia della Terza Guerra Mondiale, potrebbe anche essere l'ultima nella quale siano state utilizzate soltanto armi convenzionali non nucleari.

Secondo punto: per troppi anni abbiamo continuato a permettere che andasse avanti il doppio gioco dei nostri alleati in Medio Oriente. Ora deve finire. Un paese come la Siria ora deve decidersi: a Damasco preferisce un'ambasciata degli Hezbollah o una degli Stati Uniti? Se preferisce l'ambasciata degli Stati Uniti, allora non può continuare ad ospitare una galleria di farabutti appartenenti a gruppi terroristici. Questo significa forse che gli Stati Uniti debbano ignorare i problemi dei Palestinesi e i problemi dell'economia musulmana? No. Molti, in quest'area della terra, desiderano ardentemente il meglio dell'America, e non possiamo dimenticare che noi siamo il loro unico raggio di speranza. Ma a proposito dei Palestinesi, gli Stati Uniti illustrarono al tavolo delle trattative di Camp David un progetto che avrebbe concesso a Yasser Arafat molto di quello per cui egli ora afferma di lottare. Forse il progetto americano non era appropriato per i Palestinesi, ma affermare che il terrorismo con i kamikaze sia una risposta giustificata ad esso è assolutamente rivoltante.

Terzo punto: abbiamo bisogno di instaurare un serio e rispettoso dialogo con il mondo arabo e con i suoi leader politici sul motivo per il quale molti dei loro popoli stanno facendo passi indietro. L'Egitto, dopo la guerra del 1967, ha vissuto un periodo di autocritica che ha dato vita ad una paese più forte. Perché nessun leader arabo tollera oggi un simile processo di autocritica? Dove sono i leader musulmani che insegnano ai loro figli ad opporsi agli Israeliani, ma non a uccidersi o a uccidere innocenti civili? La vita è sacra, per quanto brutta possa essere. L'Islam, una grande religione che non ha mai perpetrato nei confronti degli Ebrei l'Olocausto di cui invece si è macchiata l'Europa, è sicuramente travisato quando è trattato alla stregua di un libro di istruzioni per addestrare i suicidi-bomba. Come mai nemmeno un solo leader Musulmano lo ha detto?

Queste sono alcune delle domande che dovremo porre mentre combatteremo la Terza Guerra Mondiale. Sarà una guerra lunga, contro un nemico intelligente e motivato. Quando ho fatto notare ad un ufficiale dell'esercito israeliano quale straordinaria impresa tecnologica debba essere stata per i terroristi dirottare gli aeroplani e poi dirigerli contro i punti maggiormente vulnerabili di ogni edificio, egli mi ha deriso. "Non è poi così difficile imparare a guidare un aereo quando si è già in volo," mi ha detto. "E ricordati che non hanno mai dovuto imparare come si fa ad atterrare."

Già, non hanno dovuto. Dovevano soltanto portare distruzione. Ma noi, al contrario, dobbiamo combattere con modalità che siano efficaci ma non distruggano la stessa libera società che stiamo cercando di proteggere. Dobbiamo combattere duro e atterrare senza danni. Dobbiamo combattere i terroristi come se non esistessero regole, e proteggere le nostre libere società come se non ci fossero terroristi. Non sarà facile.


 

Ecco chi guadagna con la guerra. Le azioni in borsa salgono
by lollo Tuesday February 11, 2003 at 03:33 PM

da Liberazione

http://italy.indymedia.org/news/2003/02/173742.php

Igiganti
BOEING Il 40 per cento dei suoi proventi annuali deriva da vendite di armamento. Il suo rinomato kit per bombe teleguidate Joint Direct Attack Munition (JDAM), ha avuto un tale successo in Afghanistan, che la Boeing quasi non riesce a far fronte agli ordinativi della US Navy e della Air Force. Richiestissimi anche i suoi Apache AH-64 e i bombardieri B2, che fabbrica in comparticipazione con la Northrop, per non parlare dei missili per ogni occasione, GBU-15, AGM-130, AGM-86 C. La sua interessante divisione Phantom Works è leader di mercato nella produzione di aerei senza pilota o droni: di gran moda fra i militari il suo X-45 UCAV, che ha inaugurato la "linea" di maggior successo nell'era della guerra robotica.

Non basta. Boeing ha trovato il modo di limitare i rischi del business e di assicurarsi commesse sicure. Richard Armitage, attuale vicesegretario di Stato e consulente del Pentagono dal '75, è presidente della "Armitage Associates LLP", la quale è consulente della Boeing. Karl Rove, alto consigliere (senior advisor) del Presidente, è un azionista della Boeing. Al Senato Ted Stevens (repubblicano dell'Arkansas), il presidente dell'Appropriation Committee (ossia dell'ufficio acquisti), ha ricevuto 34 mila dollari dalla Boeing per la sua campagna elettorale. Alla Camera, John Murtha (democratico), Jim Moran (democratico), Norm Dicks (democratico) devono gratitudine alla Boeing per averne ricevuto - rispettivamente - 27.349, 21.850 e 14 mila dollari di contributi elettorali. Tutti e tre siedono nell'Appropriation Committee per la Difesa.

NORTHROP GRUMMAN L'azienda è posizionata in modo ideale per raccogliere i frutti della guerra al terrorismo: capo-commessa del bombardiere B2, partecipa alla fabbricazione dei caccia F-18 EF e del nuovissimo Joint Strike Fighter. Il suo costoso e sofisticato Global Hawk (il più colossale aereo-spia senza pilota sulla Terra) ha raccolto recensioni entusiaste; inoltre, produce il drone X-47 per la Marina.

Ma ancora migliori dei suoi prodotti sono le sue connessioni nel governo Bush. Basta dire questo: James Roche, attuale ministro per l'Air Force, è stato presidente della Northrop. Dov Zakheim, vicesegretario alla Difesa col compito di Comptroller (capo della contabilità), né è stato consulente stipendiato. Douglas Feith, viceministro della Difesa per la Policy, è presidente dell'ufficio legale Feith & Zell (import-export di armi con Israele) che ha fra i suoi clienti proprio la Northrop. Anche Paul Wolfowitz, terzo viceministro della Difesa, in pratica il numero 2 del Pentagono, ne è stato consulente. Al Senato, il capo della maggioranza Trent Lott ha ricevuto dalla Northrop contributi per 20 mila dollari, John Warner (presidente dell'Armed Services) 22.450, Ted Steves (presidente dell'Appropriations Committee) 18 mila.

RAYTHEON Non occorre spendere molte parole. E' la ditta che produce il missile da crociera Tomahawk BGM-109, senza il quale le forze armate Usa non cominciano una guerra. Sull'Irak contano di lanciarne 3000 o più nelle prime ore, in via preliminare: e ogni missile costa 2 milioni di dollari. Nello splendido catalogo dell'azienda figurano gioielli come la Laser Guided Bomb "Paveway", indispensabile per "preparare la strada" all'invasione, e l'ormai celebre GBU-28 detta Bunker Buster, spacca-bunker: 2500 chili di esplosivo, un must per liquidare terroristi in caverna e dittatori nei rifugi.

E il vicesegretario di Stato Richard Armitage, attraverso la sua ditta Armitage Assoc, è stato consulente anche della Raytheon, nonché membro pagato dell'ufficio di consulenza. Come Sean O'Keefe, che oggi è vicedirettore dell'Office of Management and Budget, insomma quello che tiene i cordoni della borsa pubblica. Difficile che due così importanti ex consulenti, oggi in cariche-chiave, lascino mancare all'azienda - che è anche un poâ loro - i necessari ordinativi. Se poi dormissero, la Raytheon può contare sulla gratitudine di Edward Kennedy, che ha ricevuto dalla ditta contributi elettorali per 37.775 dollari, e che oggi al Senato presiede la commissione Armed Services.

LOCKHEED MARTIN Occorre dirlo? Le azioni di questa ditta non devono mancare in un serio portafoglio-titoli: massimo contractor militare, ha in catalogo tutto il necessario per le campagne più dispendiose. Dai celebri C-130 da trasporto ai caccia F-117 e F-16; è il capo-commessa del nuovissimo Joint Strike Fighter. Missili: Hellfire e AGM-142. Bombe e testate: dall'Advanced Unitary Penetrator al popolare BLU-109.

Soprattutto, diversi ex alti dirigenti della Lockheed siedono ora nelle poltrone giuste del governo Bush. Peter Teets, già amministratore delegato della ditta, è oggi assistente segretario all'Air Force. Gordon England, ex presidente dell'azienda, è segretario (ministro) alla Marina da guerra. Everet Beckner, l'ex vicepresidente, ora è al Dipartimento dell'Energia in qualità di Amministratore dei Programmi di Difesa. Un secondo vicepresidente Lockheed e azionista fra i maggiori, Norman Mineta, è diventato ministro dei Trasporti. Non basta? Sappiate allora che Lynn Cheney, moglie di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, è alto dirigente della Lockheed. Contratti assicurati. E poi vi lamentate del conflitto d'interesse di Berlusconi?


Le emergenti
Ma questi sono i giganti del complesso militare-industriale americano. L'investitore sagace farà bene ad accaparrarsi le azioni delle imprese minori del settore, quasi invisibili ad occhio nudo, ma ricche di un lucroso avvenire. Per esempio:
la General Instruments Corp. , di cui è stato proprietario Donald Rumsfeld, attuale numero 1 del Pentagono; o la General Dynamics (aerei senza pilota) in cui Rumsfeld, da privato, ha avuto le mani in pasta. O la General Atomics Aeronautical Systems Inc. , produttrice del Predator: il drone più usato dalla Cia. Merita un occhio soprattutto la Alliant Technosystems. Mai sentita nominare? Questa relativamente piccola impresa del Minnesota è il maggior fornitore di munizioni per le forze armate americane: dalle bombe a grappolo CBU-87 e CBU-89 ai proiettili M829 da 120 mm. per carri armati, fino al PGU-14 Armor Piercing Incendiary, perforante e incendiario. Insomma tutto il materiale di consumo per la guerra infinita, e dio sa quanto consumi l'armata Usa. Non abbiamo scoperto nessuno specifico personaggio, già a libro paga della Alliant, che sia oggi nelle poltrone del governo Bush. Tuttavia, nel 2000, l'azienda ha speso 460 mila dollari per azioni di lobbying e versato a pioggia, nel 2001, contributi elettorali per 135.960 dollari. Qualcuno che le deve gratitudine, nell'esecutivo o nelle Camere, c'è di sicuro.


Cheney accusato di falso in bilancio: c'è anche un video


Un filmato del 1996 compromette ulteriormente il vicepresidente Usa, sotto accusa per irregolarità di bilancio della società Halliburton, che in passato guidava. Ieri la denuncia da parte di un gruppo d'avvocati

NEW YORK – C’è anche un video a mettere nei guai il vice-presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, sotto accusa per i sospetti di irregolarità di bilancio emersi a carico della compagnia petrolifera Halliburton da lui presieduta prima di candidarsi come vice di Bush. E’ un video promozionale diffuso nel 1996 e nel quale Cheney loda per i risultati conseguiti la società di revisioni contabili Arthur Andersen, travolta dallo scandalo Enron con l'accusa di aver certificato il falso e distrutto documenti compromettenti. Il video è stato recuperato dal Wall Street Journal, che lo ha diffuso via internet, proprio all’indomani del discorso del presidente George W. Bush per la "moralizzazione" delle grandi compagnie americane.

Dick Cheney era tornato alla ribalta delle cronache ieri, quando un gruppo di difesa dei diritti civili ha sporto denuncia nei suoi confronti e contro la società petrolifera da lui guidata dal 1995 al 2000, accusandoli di aver ingannato gli

azionisti gonfiando i bilanci contabili. La Judicial Watch, l'associazione con base nello stato della Virginia, che ha rispolverato il caso, sostiene che la Halliburton dal 1999 al 2001 ha gonfiato il proprio fatturato di 445 milioni di dollari, causandolo delle perdite nei loro investimenti. E sui bilanci di Halliburton lo scorso maggio la Sec (l'organo di controllo delle borse Usa) aveva aperto un'indagine, per fare chiarezza sulle modalità con le quali erano state messe a

bilancio le spese relative alle operazioni di costruzione. La Sec tuttavia non ha ancora avanzato alcuna accusa formale, mentre Ari Fleisher, portavoce della Casa Bianca, ha definito la nuova denuncia priva di qualsiasi fondamento. Tuttavia, il caso Cheney ha influenzato in negativo le contrattazioni a Wall Street, dove tra nuovi e vecchi scandali finanziari (ieri l’annuncio di un’inchiesta penale sulla società di tlc Qwest), gli investitori continuano a mostrare sfiducia.

(11 LUGLIO 2002, ORE 8:15)


Discorsi intorno
alla Globalizzazione

http://www.macondo.it/Discorsi/Angolagate.htm 

Angolagate: armi in cambio di petrolio

di Wayne Madsen

Mentre il congresso americano continua le sue indagini sull'affare Enron, i difensori dei diritti umani chiedono un approfondimento sul possibile ruolo dell'amministrazione Bush in un altro scandalo riguardante le risorse energetiche e una meschina influenza politica. Secondo una recente relazione dell' organizzazione non governativa britannica, la Global Witness, Bush e gli interessi petroliferi americani hanno stretto dei legami con alcune delle figure chiavi nello scandalo 'armi in cambio di petrolio' che ha devastato l'Angola.

Conosciuto in Francia come 'Angolagate', lo scandalo coinvolge l'uomo d'affari francese Pierre Falcone, capo di una ditta chiamata Brenco international, il suo collega Jean-Christophe Mitterand, figlio dell'ex presidente francese, e un russo di origine israeliana di nome Arkadi Gaydamak.

Secondo 'Tutti gli uomini del Presidente', una relazione del 25 marzo della Global Witness sull'Angolagate, Gaydamak ha canalizzato miliardi di dollari in armi e mascherati prestiti di petrolio presso il governo dell'Angola in cambio di contratti petroliferi lucrativi con compagnie petrolifere dell'Ovest. Falcone e Gaydamak, contando sull'accesso speciale che Mitterand aveva con il governo dell'Angola, riuscirono a trasferire in Angola qualcosa come 463 milioni di dollari in armi. L'effetto trappola del neo ripristinato esercito dell'Angola fu il rigetto dell'accordo di pace di Lusaka del 1994 tra il presidente dell'Angola Jose Eduardo dos Santos e il famoso leader ribelle dell'UNITA, Jonas Savimbi, il quale un tempo era il favorito della Central Intelligence Agency e che una volta il presidente Reagan salutò come il 'George Washington dell'Angola'.

L'esercito dell'Angola nuovamente ristabilito, -supportato da un apparato di compagnie mercenarie private americane come MPRI e AirScan-, entrò nel 1998 in una offensiva sanguinosa contro la UNITA e fu anche in grado di spingere i ribelli di Savimbi nell'interno della giungla, nella parte est del Paese. Ciò costrinse la UNITA ad estrarre e vendere un quantitativo maggiore di diamanti al mercato nero per comperare armi. Il commercio di 'diamanti sporchi di sangue' portò, in cambio, ad un grande numero di abusi dei diritti umani da parte dell'UNITA. Ironicamente , Savimbi, il George Washington dell'Africa secondo Reagan, fu ammazzato da truppe dell'esercito dell'Angola in una dispersa area del Paese il 22 febbraio, il giorno del compleanno del primo presidente dell'America.

Secondo la Global Witness, i legami fra il corrotto governo dell'Angola e l'amministrazione Bush puzzano come quelli che legano la leadership di Luanda con i passati e attuali membri del governo francese, sia socialisti che Gaullisti. In aggiunta al gigante petrolifero francese, la Total-Fina-Elf, altre compagnie petrolifere come la Chevron, la Texaco, la Philipps Petroleum, la Exxon Mobil e la BP-Amoco, - tutti con stretti legami con Bush e il suo team petrolifero della Casa Bianca- furono pesantemente coinvolte nel sostenimento politico di dos Santos in cambio di favorevoli e illimitate concessioni petrolifere.

Dopo aver trasferito circa 770 milioni di dollari, guadagnati con il petrolio, in conti bancari privati, dos Santos e i suoi compagni si convinsero che il pluralismo nel loro Paese sarebbe stato una presenza dannosa per i loro futuri interessi commerciali. Essi dunque abbandonarono velocemente il loro precedente credo marxista in favore di un tipo di capitalismo abbracciato da George w. Bush e Jacques Chirac.

Paris, Texas

Ci sono delle somiglianze tra le nuove relazioni di dos Santos con George W. Bush e lo storico legame tra la famiglia di Bush e la Casa di Saud. Entrambi rappresentano l'oscura natura della politica del petrolio che piazza l'economia statunitense, la sicurezza nazionale e gli interessi dei diritti umani, ben dietro la priorità data ad assicurare un massimo corporativo profitto per una strettissima e segreta fratellanza petrolifera internazionale.

Proprio come i passati legami finanziari di Bush con la famiglia di Bin Laden sono stati messi a nudo dai media, così è avvenuto anche per quanto riguarda i suoi legami con l'Angolagate e Falcone. La moglie di Falcone, Sonia, ex Miss Bolivia e amica della First Lady Laura Bush, divenne una valida sostenitrice durante la campagna elettorale di Bush nel 2000. I contributi venivano erogati alla campagna elettorale attraverso l'Essantè Corporation di Sonia, un distribuzione di prodotti di salute, bellezza e piacere sessuale (come una crema chiamata Entisse che il sito web della Essantè garantisce duplicare gli effetti del Viagra). Nel 2000 la Essantè, che è legata al traffico di armi della Brenco di Falcone attraverso gli stessi indirizzi corporativi e liste di società azionarie in Gran Bretagna e nelle Isole Vergini Britanniche, diedero rispettivamente alla GOP e alla campagna di Bush più di 100.000 dollari. Sonia era anche una delle prime sostenitrici di Bush. I documenti della Commissione Federale Elezioni rivelano che ella fu in primo piano con un contributo di 1000 dollari per il comitato esplorativo presidenziale di Bush il 14 Aprile del 1999. Ella ebbe a che fare con Bush anche in occasione della raccolta di fondi del 6 Ottobre del 2000- un evento della campagna di Bush che fruttò al netto 10.000 dollari per persona.

Solo dopo che il Newsweek e il The Arizona Republic pubblicarono i dettagli del commercio internazionale di armi di Falcone (che aveva coinvolto Gaydamak), il denaro ritornò dalla GOP all'Essantè, e allora mancavano solo pochi giorni prima della nomina di Bush. Il denaro, ovviamente, fu a disposizione di Bush per tutta la durata della contestata elezione in Florida e delle battaglie di stato e federali della Corte Suprema. La Commissione Nazionale Repubblicana affermò in una dichiarazione che il denaro era stato restituito per 'evitare che apparisse illegale'.

Fatto ancora più interessante fu che solo poco prima che Falcone fosse arrestato in Francia nel Dicembre del 2000 (in compagnia del figlio di Mitterand), la polizia scoprì dei documenti in computer che contenevano una lettera nella quale Falcone invitava l'allora candidato Bush ad incontrarsi con dos Santos nel rench di Falcone, l'Arizona Paradise Valley. Sebbene non ci siano tracce che tale incontro abbia avuto luogo, Bush ospitò dos Santos alla Casa Bianca poco prima che Savimbi fosse ucciso. La datazione di questo incontro solleva serie questioni riguardo al trasferimento di denaro nelle casse della campagna elettorale di Bush e sul suo impatto nel cambiamento della politica, da lungo tempo tenuta, di sostenimento di Savimbi da parte del Partito Repubblicano.

Fatto interessante è che il maggiore ufficiale della campagna di Bush in Arizona, il senatore di stato Scott Bundgaard, fece in modo che Sonia Falcone incontrasse Bush all'aeroporto di Phoenix giusto prima che la Essantè versasse una somma di 20.000 dollari nel seno della campagna di Bush. Secondo la Global Witness, c'è una buona ragione per credere che le donazioni a Bush erano in realtà fatte da Pierre Falcone stesso usando 'conti codificati' tenuti presso la UBS Bank in Svizzera, la Bank Leumiin di Tel Aviv e la Banque Rothschild a Monaco.

Il collegamento con Cheney

Il resoconto della Global Witness rivela anche che gli investigatori francesi hanno scoperto ambigui legami tra il governo dell'Angola e la Halliburton, una vecchia azienda del vice presidente Dick Cheney, nonché della sua filiale Brown & Root. Gli investigatori ritengono che il successo della Halliburton in Angola sia legata alle intercessioni di Falcone con Luanda: fatti che avrebbero dovuto direttamente portare benefici a Cheney quando egli era a capo dell'azienda tra il 1995 e il 2000. Secondo l'articolo dell'Associated Press del 26 ottobre del 2000, l'ambasciata statunitense in Luanda assisté la Halliburton garantendogli un prestito di 68 milioni di dollari da parte della Export-Import Bank per l'Angola nel 1998, durante la principale attività militare in corso tra dos Santos, Falcone e Gaydamak. La AP citò un messaggio da parte dell'ambasciata americana in Luanda al Segretario di Stato Madeleine Albright che dichiara 'Il nostro agente commerciale è letteralmente accampato fuori degli uffici della compagnia petrolifera nazionale, il ministero del petrolio e la banca centrale per cercare di ottenere il trasferimento di fondi ... La linea finale: migliaia di posti di lavoro per gli Americani e un piede nella porta per la Halliburton nel guadagnare contratti sempre più importanti'.

Cheney, che un tempo era un sostenitore della UNITA, sembra aver cambiato idea dopo che i vecchi guerriglieri sostenuti dalla CIA sono stati considerati una minaccia per gli interessi petroliferi americani. Savimbi, come Laurent Kabila e Joseph Mobutu del Congo, Manuel Noriega di Panama e Sadaam Hussein dell'Iraq, divenne solo un'altra risorsa, disponibile alla CIA, che sopravvive alla sua stessa utilità.

Un altro confidente di Bush che ha avuto vasti interessi nel sostenere dos Santos è Condoleezza Rice, Consigliere della Sicurezza Nazionale di Bush. Ex direttrice della Chevron e, fino a poco tempo fa, omonima di una nave cisterna della Chevron, la SS Condoleezza Rice (da allora rinominata la SS Altair Voyager), la Rice avrebbe avuto una buona ragione per vedere l'Angola stabilizzata sotto il regime di dos Santos e definitivamente eliminata la Unita, una minaccia per il suo vecchio datore di lavoro.

Forse il legame più ironico che è stato descritto nel resoconto della Global Witness è quello che coinvolge l'ex 'fugitive financier' Marc Rich. Quest'ultimo sembra aver avuto la parte principale nello scandalo armi in cambio di petrolio attraverso una compagnia petrolifera di nome Glencore con base in Svizzera. L'azienda giocò un maggior ruolo nel garantire un totale di 1 miliardo di dollari in prestiti petroliferi per l'Angola nel 1998. La prima serie di prestiti nel 1993 coinvolse la Glencore, Falcone e Gaydamak. Subito dopo Gaydamak organizzò la vendita di elicotteri e munizioni russe attraverso la compagnia slovacca chiamata ZTS-OSOS. L'accordo del 1998 di un miliardo di dollari compresero i prestiti della Export-Import Bank che erano spinti da Halliburton e Cheney. Il GOP convenientemente informò sul perdono di Rich da parte del presidente Clinton senza però descrivere i legami del vice presidente con i vasti prestiti internazionali e la sordida influenza politica del finanziere fuggitivo.

I legami dell'amministrazione del presidente Chirac con l'Angolagate sono così chiari quanto quelli degli altri capi politici francesi - di destra e di sinistra, Socialisti e Gaullisti.Quello che non è chiaro è quello che si sono detti Chirac e il neoeletto presidente Bush il 18 dicembre 2000 in Washington, DC, presso l'ambasciata francese in un incontro senza precedenti tra un presidente neoeletto e un leader straniero in una missione diplomatica straniera. Visto che proprio quattro giorni dopo la Suprema Corte consegnò la Casa Bianca a Bush, l'incontro tra Bush e Chirac si coprì di un'aurea di mistero. Era una mera coincidenza che Chirac fosse il primo leader straniero a incontrarsi con il delfino americano, proprio prima dell'inaugurazione della presidenza di Bush? Sotto l'aspetto cronistico, un gran numero di accusatori francesi che investigarono sull'Angolagate avrebbero voluto conoscere la risposta.

Al telefono.

C'è ancora un altro elemento di disturbo che appare dai legami di Bush con dos Santos. La Global Witness riferisce che c'era un accordo segreto tra l'azienda Francese Communications et Systemes, il Ministro della Difesa francese e dos Santos per acquistare, durante il 2000, due tipi di apparecchiature per il monitoraggio delle comunicazioni; dovevano servire per localizzare, nella macchia dell'Angolia, le chiamate dal cellulare GSM e del telefono satellitare di Savimbi. I due sistemi - Murene (per le chiamate dal GSM) e Menta (per le chiamate satellitari), erano intese a localizzare le forze di dos Santos a localizzare il quartier generale di Savimbi che era costantemente in movimento nella jungla.

Apparentemente i multimiliardari sistemi di intercezione non furono gli unici mezzi nel localizzare Savimbi. Comunque esistono dei validi argomenti riguardo a quanto ufficiali e non ufficiali risorse americane pesarono nel catturare Savimbi, il recalcitrante ex alleato americano. Secondo le fonti governative americane, Savimbi fu pedinato dalle forze portoghesi, alleate della NATO, le quali erano aiutate da privati mercenari provenienti da Israele e dal Sud Africa. Jardo Muekalia che fu a capo dell'ufficio dell'UNITA a Washington finchè non fu obbligato a chiudere nel 1997, sostiene che le forze militari che alla fine riuscirono nell'assassinio di Savimbi erano supportate da immagini commerciali satellitari e da altri supporti tecnici forniti dalla Brown & Root di Houston, la vecchia compagnia di Cheney. Sia il Dipartimento di Stato che il Pentagono smentiscono veementemente qualsiasi ruolo del governo statunitense nell'assassinio di Savimbi.

Ma spesso gli Stati Uniti usano tali stregonerie di intelligence per aiutare a catturare capi fastidiosi. Nel 1996 secondo fonti statunitensi e britanniche, la NSA avrebbe trasmesso ai Russi i dati della posizione del Presidente Ceceno Dzhokar Dudayev (egli fu colpito da un missile di superficie mentre parlava sul suo telefono satellitare). Nel 1999, il New York Times riportò che la Turchia aveva catturato il leader curdo del Partito dei Lavoratori, Abdallah Ocalan, dopo che fu localizzato il suo telefono cellulare dagli agenti statunitensi, britannici e israeliani.

Gli interessi petroliferi di Falcone e Bush non coincisero solo in Angola. La Brenco di Falcone ha significativi interessi anche in Colombia e Venezuela, due recenti bastioni della Cia e dell'attività paramilitare statunitense in supporto degli interessi petroliferi americani nella regione. Gaydamak fu coinvolto in affari con Falcone in America Latina dal 1993.

Cosa interessante è che, sebbene l'Interpol l'11 gennaio del 2001 abbia emesso un ordine di arresto per Gaydamak, questo continui a viaggiare tra Israele, Gran Bretagna e Sud America usando i suoi passaporti israeliano, canadese e dell'Angola, eludendo la polizia, e passando da una capitale all'altra con il supporto del governo Israeliano. In Francia Falcone e il figlio di Mitterand sono già stati arrestati e rilasciati in libertà provvisoria. Se l'amministrazione di Bush fosse realmente interessata a catturare e portare davanti alla giustizia tutti quelli che sono coinvolti nel consolidamento del terrorismo, come quello che è accaduto per anni in Angola, dovrebbe fare delle pressioni in Israele per porre fine alla protezione diplomatica di Gaydamak e cooperare con l'Interpol per portarlo davanti al banco della giustizia. Comunque, considerando il fatto che così tanti membri dell'amministrazione di Bush appaiono avere dei legami con l'Angolagate, una tale prospettiva appare desolante. E che cosa significa per l'Angola la continuazione dello stato di guerra in beneficio delle compagnie petrolifere? Le conseguenze sono disastrose:

l'Angola è uno degli stato più poveri nel mondo;

Nel Paese la carestia è in crescita con un bilancio di un bambino che muore per malnutrizione e complicanze ogni tre minuti;

L'aspettativa di vita è di 45 anni in un Paese che ha guadagnato nel 2001 5 miliardi di dollari con la vendita di petrolio;

La guerra civile in Angola ha fatto mezzo milione di morti moltissimi rifugiati;

Diecimila bambini sono stati mutilati dalle mine da terra.

In ogni caso, il cosiddetto 'conservatorismo compassionevole' di Bush, è stato un mito per la gente dell'Angola e una fortuna per gli amici degli affari petroliferi come i Falcone e i Ken Lay del mondo. L'amministrazione di Bush non sembra infastidita dalla rovina provocata dai cartelli delle compagnie petrolifere in Africa.

17 maggio 2002

Per un ulteriore approfondimento: www.globalwitness.org Global Witness Report

Wayne Madsen è un giornalista di Washington che si occupa di cronaca
riguardante i servizi segreti, la sicurezza nazionale e gli affari
stranieri. Egli è anche Senior Fellow della Eletronic Privacy Information
Center (EPIC) in Washington, DC e autore di 'Genocide e Covert Operations in
Africa 1993-1999' (Mellen Press).

tratto da www.corpwatch.org. Nostra la traduzione.

Data: 14-09-2000

Fonte: "Sega", "Monitor", "Kapital"

Autore: Autori vari



"Carri armati, aziende e corridoi"

NOTIZIE EST #343 - BULGARIA/ITALIA
14 settembre 2000

http://www.notizie-est.com/article.php?art_id=424 

CARRI ARMATI, AZIENDE E CORRIDOI

[Raccogliamo per comodità in un numero solo di "Notizie Est" cinque diversi pezzi, di breve o media lunghezza, che riguardano tutti più o meno direttamente la Bulgaria e l'Italia. Per facilitare la lettura li abbiamo numerati e ne diamo qui di seguito un indice in breve: 1) un pezzo sull'imminente "sbarco" in Bulgaria di militari italiani, 2) una notizia in breve sul probabile acquisto da parte dell'ENEL del maggiore complesso idroelettrico bulgaro, 3) un pezzo su come scandali recentemente scoppiati a Sofia hanno riportato alla luce i contatti intercorsi tra la STET e faccendieri bulgari e russi, 4) un articolo sul possibile aggiramento del Corridoio n. 8 in seguito alla distensione Grecia-Turchia, dal quale emerge un inedito asse greco-turco-russo-italiano, 5) un articolo dalla stampa bulgara sulle conseguenze che potrebbe avere per i progetti di corridoi dal Mar Caspio l'elezione di Bush jr. - (A. Ferrario)]


1) L'ESERCITO ITALIANO "SBARCA" IN BULGARIA

Il 9 agosto scorso, a Sofia, il viceministro bulgaro della difesa Salamanov e l'attaché militare presso l'ambasciata italiana a Sofia, Stefano Orti, hanno firmato un accordo per l'arrivo a ottobre in Bulgaria di 700 soldati italiani della brigata "Granatieri di Sardegna". I soldati compiranno nel paese delle esercitazioni nel corso dei mesi di ottobre-novembre presso un poligono per carri armati nei pressi della citta' di Haskovo. Per l'"affitto" del poligono i granatieri pagheranno circa 420 milioni di lire, di cui 50 milioni per le cosiddette tasse ecologiche, che in Bulgaria sono decisamente inferiori rispetto a quelle italiane. Secondo le dichiarazioni di un ufficiale bulgaro anonimo, raccolte dal quotidiano "Monitor", i soldati italiani, dopo la fine delle esercitazioni, "probabilmente non andranno in Kosovo" (il periodo tra ottobre e novembre sara' particolarmente "caldo" per il pre- e dopo-elezioni), come invece era avvenuto l'anno scorso con una brigata francese che aveva compiuto analoghe esercitazioni in Bulgaria. I granatieri italiani giungeranno al poligono dopo essere sbarcati all'aeroporto militare di Plovdiv, e saranno raggiunti sul luogo delle esercitazioni da 60 carri armati Leopard e da 180 blindati che giungeranno via mare fino al porto di Burgas. Va notato che con questa operazione l'esercito italiano otterrà un non indifferente "know-how": a Plovdiv si trova la sede delle forze internazionali interbalcaniche di pronto intervento, nell'ambito della quale l'Italia svolge un ruolo di primo piano, mentre Burgas e' un importante porto sul Mar Nero e snodo del previsto Corridoio n. 8 [si veda sotto] e, infine, Haskovo e' una delle regioni della Bulgaria in cui e' piu' alta la presenza della minoranza turca. Va infine notato che nello stesso periodo 650 carristi francesi compiranno analoghe esercitazioni presso il poligono di Novo Selo, nella Bulgaria centrale.

(da "Monitor" [Sofia] e "Sega", 10 agosto 2000)


2) L'ENEL METTE LE MANI SULLA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA IN BULGARIA?

L'italiana ENEL con ogni probabilità acquisterà una quota di controllo del maggiore complesso idroenergetico della Bulgaria, un passo molto importante, se si tiene conto che il paese è il principale produttore ed esportatore di elettricità della regione. Ecco quanto scrive a proposito il settimanale di Sofia "Kapital": "L'ENEL e' candidata all'acquisto di una quota di controllo della società mista 'Complesso Idroenergetico Gorna Arda', formata dalla turca Dzejlan e dalla NEK [la società elettrica di stato bulgara], ha annunciato la societa' italiana. Se il progetto andrà in porto, ad acquisire la quota di controllo sara' la Erga - una societa' controllata dall'ENEL e specializzata nella produzione di elettricita' mediante fonti rinnovabili. 'L'ENEL e' costretta a vendere a societa' private 15.000 megawatt su un totale di 63.000 megawatt di potenza installata e dovra' vendere anche parte delle proprie societa' di distribuzione a Roma, Milano e in altre citta'. Queste vendite genereranno una grande liquidita'. Questo fatto, congiuntamente a un'ottima situazione del rapporto capitale-debiti, genera grandi opportunita' di investimento, ivi incluso all'estero. La sola Erga prevede di realizzare investimenti per 800 milioni di dollari nei prossimi tre anni. La strategia dell'azienda prevede lo sviluppo delle attivita' estere, sia nell'ambito dei nuovi orientamenti delle proprie attivita', sia nei settori tradizionali', hanno spiegato a 'Kapital' Maurizio Bezzeceri, direttore dello sviluppo delle attivita' presso la Erga, e Giovanni Fragasso, direttore dello sviluppo organizzativo e delle risorse umane della Enel Hydro. La condizione esplicita posta dagli italiani e' quella di ottenere una quota di controllo della societa'. [...] Il valore complessivo dell'investimento [che verra' effettuato per la razionalizzazione del complesso idroenergetico] sarà di 220 milioni di dollari. [...] Parte del finanziamento verra' assicurato dalla Erga, mentre la rimanente quota verra' messa a disposizione da parte di banche europee. [...] La settimana scorsa il presidente dell'ente energetico bulgaro, Ivan Siljaski, ha confermato di fronte ai giornalisti che il 51% della societa' mista per l'idroenergetica potrebbe andare all'ENEL". Il settimanale bulgaro riporta anche una breve scheda informativa sull'ENEL: "L'ENEL e' la seconda societa' elettrica d'Europa dopo la francese EDF. Fino all'anno scorso la societa' era monopolista statale nella produzione, nel trasporto e nella distribuzione dell'elettricita' in Italia. Nel 1999 l'ENEL ha registrato un giro d'affari di 21 miliardi di euro, con un utile in bilancio di 9 miliardi di euro e un utile dopo le tasse di 2,3 miliardi di euro". Finora e' stato privatizzato il 37,4% della societa', spiega "Kapital", e il processo continuera' fino al superamento della quota del 50%. In considerazione della perdita della posizione di monopolista, la societa' diversifichera' le proprie attivita', aggiugendo a quelle tradizionali nel settore elettrico anche nuove attivita', nei settori del gas, dell'acqua e delle telecomunicazioni".

(Da "Kapital", 5-11 agosto 2000).


3) LA STET, LA SDS E I FACCENDIERI BULGARI E RUSSI

La Bulgaria è scossa da alcune settimane da un intricato scandalo, che ha portato alla luce gli stretti legami tra finanzieri russi legati alla mafia (Michael Corny e Grigorij Lucanski) e i loro "rappresentanti" locali (il pluriincriminato finanziere bulgaro Krasimir Stojcev, oltre all'imprenditore Vladimir Grasnov), i cui capitali, in questi anni, si sono concentrati soprattutto sulla "Mobiltel", la società che detiene il monopolio dei GSM in Bulgaria. Impossibile riassumere nei dettagli la dura e complessa resa dei conti tra il premier Kostov e tali ambienti, un tempo a lui vicini e ora diventati scomodi in conseguenza delle faide interne al partito al governo a Sofia, la SDS. L'ultimo sviluppo ha visto la moglie di Kostov dovere ammettere che la sua fondazione "caritatevole" ha ricevuto qualche giorno prima delle elezioni del '97 un lauto finanziamento da una società di Lucanski, che a sua volta sostiene di avere in passato finanziato il partito a suon di miliardi, in collaborazione con Stojcev, il quale in passato aveva già ammesso apertamente la cosa. Tra i fatti ritornati a galla dopo alcuni anni, ve ne è uno che riguarda direttamente l'Italia. La "Mobiltel" è stata acquistata nell'estate del '96 da due società di Lucanski, che la hanno rilevata da Stojcev. La società, secondo le accuse avanzate ora, era il canale attraverso il quale passavano i "fondi neri" della SDS, che nel '96 era impegnata nella campagna presidenziale e puntava a elezioni anticipate, poi ottenute con pressioni di ogni tipo nella primavera '97. Nel febbraio del '97 Stojcev si è infine dimesso anche da ogni incarico nella "Mobiltel" per diventare direttamente consulente della SDS in vista dell'imminente campagna elettorale (con la quale poi il partito ha conquistato la maggioranza assoluta, dopo una serie di manifestazioni e assalti al parlamento sapientemente orchestrati). Contemporaneamente al suo ritiro dagli affari, Stojcev annunciava l'imminenza della vendita della "Mobiltel" (da alcuni mesi comunque di proprietà di una società di Lucanski) all'italiana STET, società controllata dalla Telecom Italia e quindi indirettamente dal governo italiano. La STET ha posto allora tuttavia come condizione che alla "Mobiltel", invece di una semplice licenza, venisse assegnata dallo stato una concessione. Il governo tecnico di transizione guidato da Sofijanski, nominato nel periodo di interregno dopo le elezioni, però, ha respinto la richiesta nella primavera inoltrata del '97, la STET si è quindi ritirata dall'affare e la "Mobiltel" è passata infine nelle mani di Corny, un protetto dello stesso Lucanski e anch'egli vicino alla SDS. Secondo la ricostruzione del settimanale "Kapital", a suggerire a Stojcev la vendita di quote di controllo alla STET sarebbe stato l'ente statale per le telecomunicazioni, il quale poi avrebbe accettato un preventivo passaggio della "Mobiltel" in mano al faccendiere Lucanski stante la garanzia che comunque alla fine sarebbe stata venduta alla STET. L'operazione non è andata in porto e la STET ha rivolto i suoi interessi altrove, andando a firmare da lì a pochi mesi con i burocrati del regime di Milosevic il noto accordo megamiliardario per l'acquisto di una quota della Telekom serba. Da un punto di vista tecnico, riguardo alle vicende bulgare della STET in Bulgaria non c'è nulla da eccepire, ma non si può non rimanere sconcertati dalla leggerezza con cui una società nei fatti controllata dallo stato italiano abbia condotto per mesi trattative di acquisto con faccendieri come il bulgaro Stojcev, la provenienza dei cui capitali non è mai stata chiara e che è stato costantemente al centro di scandali e incriminazioni, o peggio ancora con società del russo Lucanski, condannato a sette anni di prigione per truffa in Lettonia negli anni '80, definito da un rapporto dei servizi segreti tedeschi "il capo della mafia russa", indicato dall'Interpol come persona che si interessa del contrabbando di armi e il traffico di narcotici, definito dal "Time" il più astuto e inafferrabile criminale del mondo e, infine, dichiarato persona non grata in Canada, Gran Bretagna e negli USA. L'operazione mancata è uno dei tanti capitoli degli affari del capitale italiano, a controllo statale o privato, in Bulgaria, ultimo dei quali è stato quello della vendita della Bulbank all'UniCredito, che ha sollevato una marea di critiche e di accuse (non ultima, come avevamo segnalato a suo tempo, quella dell'inaccettabilità del fatto che la figlia del premier Kostov studi all'Università Bocconi di Milano grazie alla borsa di studio di una non meglio precisata azienda italiana). Chi scrive si ricorda ancora come nei primi mesi del '97, cioè proprio nel periodo in cui la STET puntava all'acquisto della "Mobiltel", una delegazione italiana formata da Casini, Mastella e Gawronski si era recata a Sofia per appoggiare le manifestazioni della SDS intenta nelle sue operazioni di conquista del potere. I tre erano stati immortalati anche dalla televisione italiana mentre in una di queste manifestazioni, mano nella mano con Kostov, saltavano sul palco al grido di "chi non salta un comunista è". Visto quanto emerso nel frattempo, lasciamo giudicare al lettore cosa sia chi invece salta.

(da materiali pubblicati da "Sega", 8 settembre 2000 e "Kapital", 9-15 settembre 2000)


4) L'ALTERNATIVA AL CORRIDOIO N. 8
di Galina Aleksandrova - ("Kapital", 15-21 luglio 2000)


Turchia e Grecia hanno raggiunto un accordo per collegare le rispettive reti di gasdotti e per la costruzione di nuovi tracciati di tubature che trasporteranno petrolio e gas dalla regione caspica in Europa. Il 7 luglio, a Bruxelles, i due paesi e la Commissione Europea hanno firmato un accordo per la creazione di un gruppo di cooperazione per il trasporto di risorse energetiche dall'Asia Centrale in Europa nell'ambito di INOGATE. L'INOGATE (Trasporto Internazionale di Petrolio e Metano in Europa) e' il programma per la collaborazione tecnica presso l'UE che ha come compito quello di integrare i collegamenti di trasporto degli idrocarburi tra il Caucaso, l'Asia Centrale, l'Europa Centrale e Orientale.

Il gruppo di lavoro preparera' entro la fine di quest'anno un piano tecnico mirato al collegamento reciproco dei sistemi di gasdotti, che verra' proposto agli investitori privati. Tale progetto, tuttavia, fa parte di un piano piu' ampio di collaborazione tra la Turchia e la Grecia nel campo dell'energetica. L'obiettivo finale e' quello dell'integrazione delle reti di trasporto regionali nell'ambito di progetti di investimento piu' ampi, che dovranno essere avviati entro il 2002. Secondo alcuni osservatori, gia' durante l'anno prossimo attraverso la Turchia scorreranno significativi volumi di metano dall'Iran, dalla Russia e dall'Azerbaigian, che saranno superiori al fabbisogno del paese.

A CHE PUNTO SI TROVA LA BULGARIA
Da noi [in Bulgaria] tutti i governi, finora, per ottenere un nostro inserimento nei progetti transnazionali, hanno puntato esclusivamente sui vantaggi costituiti dalla nostra posizione geografica e sulla convinzione di poterli trasformare in introiti. La tesi e' la seguente: la Bulgaria si trova al centro dei Balcani e tutte le rotte stradali passano attraverso di essa, vale a dire che le principali vie di comunicazione per il trasporto e le risorse energetiche non possono aggirarci. E' tuttavia evidente, negli ultimi tempi, che la Bulgaria, pur continuando a essere al centro della regione, comincia ad assumere l'aspetto di un'isola, che viene aggirata dai progetti di effettiva importanza.

Mentre i progetti per il transito di oleodotti attraverso il nostro territorio continuano a rimanere solo al livello di idea, l'Azerbaigian e la Turchia hanno firmato un accordo per l'oleodotto Baku-Geyhan. Per quanto riguarda la Grecia, invece, non siamo riusciti a risolvere la disputa per la percentuale di partecipazione dello stato bulgaro nella societa' "Transbalkanpipeline", che avrebbe dovuto costruire l'oleodotto Burgas-Aleksandroupolis. La verita' e' che la Grecia non accetta la nostra posizione di una partecipazione equa (al 25%) dello stato greco e di quello bulgaro al progetto e vuole che nella societa' entrino aziende private in grado di garantire il finanziamento del progetto.

Il progetto per l'oleodotto Burgas-Valona e' anch'esso in ritardo per colpa nostra. L'accordo si e' insabbiato da qualche parte tra il Ministero per lo sviluppo regionale e l'edilizia e gli altri enti competenti, con i quali deve essere messo a punto.

I NOSTRI CALCOLI PER UN CENTRO ENERGETICO DEI BALCANI SONO ERRATI
Finora si contava sul fatto che l'oleodotto dal Turkmenistan attraverso l'Iran e la Turchia verso l'Europa sarebbe passato attraverso la Bulgaria. Tale progetto, e l'attuale posizione monopolistica del nostro paese nel transito del gas russo verso i paesi confinanti, ha alimentato piani ambiziosi per la trasformazione di Sofia nel centro energetico dei Balcani. Il nuovo progetto di collegamento del sistema di gasdotti turco con quello greco tuttavia altera il quadro generale. Alla costruzione di un gadotto di transito partecipa la societa' nazionale del gas italiana ENI in partnership con la russa Gazprom. Il gigante russo del gas ha gia' dichiarato l'intenzione di continuare a conservare la propria posizione di principale fornitore di gas alla Turchia, dividendo le forniture lungo tre flussi: attraverso la Bulgaria, tramite il progetto "Flusso azzurro" e come operatore nel gasdotto turkmeno in partnership con la ENI. Con il collegamento dei sistemi di gasdotti la Grecia potra' ricevere gas direttamente dalla Turchia, e di conseguenza il transito attraverso il territorio bulgaro verra' limitato.

La Gazprom controlla il 51% della societa' greca Prometeusgas, che sta costruendo la rete di gasdotti in Grecia. La ENI possiede anch'essa degli interessi in Grecia: la sua affiliata Italgas ha di recente vinto la gara per la costruzione di un terminal per l'esportazione del gas a Kavala. Recentemente la Grecia ha annunciato che e' in corso lo studio, insieme all'Italia, della possibilita' di costruire un gasdotto sotto il Mare Adriatico fino all'Italia (tra i porti di Igoumenitza e Taranto) per la fornitura di gas dalla Grecia. Tale progetto diminuira' significativamente il ruolo della Bulgaria nel transito e nella distribuzione dei flussi di gas nella regione. La Grecia e la Turchia, invece, diventeranno il principale asse per la fornitura del gas della regione caspica e della Russia in Italia e in Europa. Anche la Macedonia e l'Albania potranno rifornirsi direttamente dalla Grecia e non dalla Bulgaria.

Le forniture di gas destinate alla Turchia crescono soprattutto in conseguenza della costruzione di nuove centrali elettriche a gas. "A un dato momento ci troveremo completamente accerchiati da centrali a gas e la Bulgaria dovra' abbandonare l'ambizione di rimanere il principale produttore ed esportatore di elettricita' della regione", commentano i nostri esperti di energetica.

LA "VIA EGNATIA" PUO' ELIMINARE IL CORRIDOIO N. 8
E' noto da lungo tempo che l'arteria di trasporto greca "Via Egnatia" e' un serio concorrente del corridoio transeuropeo n. 8. Dopo il disgelo nelle relazioni tra i nostri vicini meridionali, le chance del corridoio di trasporto greco sono notevolmente aumentate. In Turchia la "Via Egnatia" trova un'uscita nel Mar Nero e da li' anche verso la Georgia e l'Asia Centrale. In Grecia essa termina sul litorale adriatico a Igoumenitza, da dove partono i ferry-boat per l'Italia. E' vero che l'UE da' il proprio sostegno al progetto del Corridoio n. 8. Tuttavia, allo stesso tempo, negli ultimi anni la Grecia ha spinto per la "Via Egnatia", i cui finanziamenti provengono in massima misura dalla stessa UE. E' prevista anche la ricostruzione della linea ferroviaria Istanbul-Salonicco, che si sviluppera' come ulteriore elemento della "Via Egnatia". Il Corridio n. 8 per ora rimane ancora allo stadio esplorativo. La mancanza di un'infrastruttura stradale adeguata e il difficile terreno dell'Albania renderanno piu' costosa la costruzione del Corridoio e la rallenteranno. La Macedonia, da parte sua, ha problemi a garantire gli investimenti. La scorsa settimana il giornale "Nova Makedonija" ha annunciato che la societa' francese Sisitra ha rifiutato di stanziare fondi per portare a termine la costruzione della linea ferroviaria che mette in comunicazione con la Bulgaria. E' evidente che, vista tale situazione, la "Via Egnatia" sara' pronta molto prima di quando cominceranno i lavori effettivi per il Corridoio n. 8.

La "Via Egnatia" attirera' il trasporto pesante su strada dalla Turchia entro 1-2 anni, prevedono i consulenti. L'associazione degli spedizioneri turchi organizza gia' ora il trasporto dei TIR con ferry-boat attraverso la Grecia fino a Trieste. In una tale situazione, gli investitori esteri rifletteranno molto bene prima di investire i propri soldi nel Corridoio n. 8, visto che il flusso principale del traffico e' gia' indirizzato attraverso la Turchia, la Grecia e l'Italia. La verita' e' che i progetti in Bulgaria, Macedonia e Albania non attirano l'interesse degli investitori, tra le altre cose anche per le previsioni incerte relative al traffico, la politica energetica inconcludente e poco chiara e il cattivo ambiente d'investimento, ammettono in via non ufficiale consulenti bulgari e di altri paesi. Per tutti questi motivi, anche il progetto per il secondo ponte sul Danubio, lanciato dal governo bulgaro e sostenuto calorosamente dal Patto di Stabilita', non sta attirando come investitori aziende private, e verra' invece costruito con crediti garantiti dallo stato bulgaro. Contemporaneamente, il nuovo contesto politico in Grecia e in Turchia crea un ambiente d'investimento piu' favorevole e rappresenta una buon presupposto per attirare capitali esteri.

(titolo di "Notizie Est")


5) BUSH Jr. E IL PETROLIO
di Galina Aleksandrova - ("Kapital", 19-25 agosto 2000)

Il mondo degli affari legato al petrolio, non solo negli Stati Uniti, ripone grandi speranze nel tandem Bush-Chainey. La speranza e' che, in caso di vittoria di tale coppia alla elezioni presidenziali, si avra' una maggiore attivazione dei sondaggi nella regione caspica, nonche' nell'ambito dei progetti transnazionali per il trasporto del petrolio del Mar Caspio fino ai mercati dell'Europa e degli Stati Uniti. Ci si attendono anche determinati cambiamenti nelle priorita' tra i diversi progetti - un particolare che tocca direttamente la Bulgaria, che continua nonostante tutto a nutrire la speranza di accogliere alcuni dei grandi oleodotti transeuropei lungo uno di due percorsi: Burgas-Alexandroupolis o Burgas-Valona (noti anche con il nome di AMBO, dal nome della societa' registrata negli USA che sta mandando avanti il progetto).

Mosca e Washington da anni hanno in corso dispute in merito al trasporto del petrolio e del gas dalle ex repubbliche sovietiche. Mosca cerca di imporre l'oleodotto Baku-Novorosijsk, mentre Washington appoggia una rotta alternativa, da Baku attraverso la Georgia fino a Geyhan, con l'obiettivo di un integrazione economica e politica della regione del Caspio con l'Occidente. La terza variante e' quella del trasporto del petrolio del Caspio attraverso l'Iran. La Bulgaria ha le maggiori possibilita' di essere coinvolta nel grande gioco degli oleodotti solo nel caso in cui dovesse essere realizzata la variante "nord", secondo l'opinione di consulenti internazionali.

L'amministrazione Clinton si e' posta come priorita' fondamentale l'oleodotto Baku-Geyhan, quale alternativa al transito attraverso la Russia. In realta', fino a oggi non e' ancora stato deciso in via definitiva quali tra le possibili rotte verranno prescelte dai consorzi che operano nel bacino del Mar Caspio. L'accordo firmato alla fine dell'anno scorso per la soluzione Baku-Geyhan costituisce piu' che altro un atto politico e le societa' petrolifere sono nervose, perche' non gradiscono essere sottoposte a tali forti pressioni, affermano esperti del settore. Secondo i calcoli preliminari, lungo la tratta Baku-Geyhan verra' trasportato ogni anno 1 milione di barili e gli introiti ottenuti mediante le tasse sul transito saranno di circa 200 milioni di dollari per i primi 16 anni, ha dichiarato alla firma dell'accordo il ministro turo dell'energetica Dzumhur Ersumer. Tra le compagnie petrolifere, tuttavia, predomina l'opinione che il progetto e' tecnicamente troppo complicato, che esso richiede ingenti risorse finanziarie (il costo previsto dell'oleodotto e' di 4,2 milioni di dollari) e che cio' rendera' molto costose le forniture di petrolio. Lungo tale oleodotto sara' possibile trasportare il petrolio estratto nella parte meridionale del Mar Caspio, sopratutto in Azerbaigian. Per quanto riguarda il petrolio del Kazachistan, tuttavia, tale percorso viene considerato antieconomico. Il Mar Caspio non si e' rivelato affatto essere l'Eldorado che all'inizio degli anni '90 si riteneva potesse essere (complessivamente i giacimenti del bacino del Caspio vengono stimati come pari a 200 miliardi di barili, ma negli ultimi tempi le previsioni sono sempre piu' incerte) e il solo petrolio dell'Aerbaigian non sara' sufficiente a rendere redditizio l'oleodotto. Inoltre, anche se le previsioni relative ai giacimenti in Azerbaigian sono incoraggianti, la produzione nei fatti e' minima. Si prevede che nel 2005-2010 le estrazioni raggiungeranno 50-60 milioni di tonnellate all'anno, secondo quanto ha dichiarato di recente il presidente azero Gejdar Aliev. Tuttavia attualmente l'Azerbaigian estrae solo circa 6 milioni di tonnellate all'anno per il proprio fabbisogno e 10 milioni di tonnellate per l'esportazione. Baku-Geyhan forse verra' costruito, ma non bisogna lasciarsi prendere dalla fretta, secondo l'opinione degli esperti del settore petrolifero. Secondo questi ultimi, le grandi compagnie petrolifere puntano su Dick Chainey, che proviene dalle loro fila e dal quale quindi ci si attende una politica piu' realista riguardo ai progetti energetici, che tenga conto anche degli interessi del settore. [Chainey, spiega "Kapital", da cinque anni e' direttore esecutivo della societa' Halliburton, che negli ultimi anni e' diventata il n. 1 nelle forniture di impianti e di servizi all'industria energetica. La Halliburton ha un ufficio anche a Sofia e ha svolto lavori di indagine per la fattibilita' degli oleodotti che dovrebbero eventualmente attravesare il paese] [...]. La candidatura di Chainey e' stata apoggiata dalle grandi compagnie petrolifere americane, nelle quali e' nata la speranza di potere nuovamente tornare in Iran e in Libia. Ancora prima della sua candidatura, egli si e' pronunciato a favore della cancellazione del divieto alle societa' americane di investire nel settore energetico dell'Iran. Le societa' americane si interessano all'Iran non solo in considerazione delle sue enormi riserve di fonti energetiche, ma anche per la possibilita' di fare passare attraverso di esso l'oleodotto che trasportera' il petrolio dal Mar Caspio ai mercati mondiali. Poiche' gran parte dell'infrastruttura e' gia' costruita, questa variante sarebbe meno costosa dell'oleodotto Baku-Geyhan. Finora, tuttavia, la sua realizzazione e' stata impedita dai rapporti ostili tra Washington e Teheran. La conquista della carica di vicepresidente da Parte di Chainey e l'eventuale cancellazione delle sanzioni potrebbe portare infine alla sua realizzazione.

Nel corso del 2002 dovrebbe terminare la costruzione dell'oleodotto dal giacimento kazako di Tengiz fino al porto russo di Novorosijsk. Recentemente Vladimir Putin e il presidente kazako Nazarbaev hanno raggiunto un accordo per il trasporto del petrolio del Caspio attraverso il territorio della Russia fino a Novorosijsk. Si prevede che l'equipe Bush-Chainey dara' prova di sufficiente lungimiranza politica ed economica, evitando di puntare su una posizione completamente negativa rispetto a tale percorso e cercando invece un equilibrio tra gli interessi di Russia e USA in tale settore. Da tale momento in poi l'orologio comincera' a misurare il ritardo della Bulgaria, se il paese non sara' capace di inserirsi in modo adeguato nella corsa a ottenere il ruolo di paese sul cui territorio transitera' l'oleodotto che portera' il petrolio al Mediterraneo e all'Europa, hanno comentato dall'ufficio della Halliburton a Sofia. I concorrenti dei due progetti attraverso l'Europa sono la rotta Costanza-Trieste e quella Odessa-Brodi (verso la Polonia, che si collegherebbe al gia' esistente oleodotto 'Druzba'). Negli ultimi anni il progetto russo-bulgaro-greco attraverso Burgas fino ad Alexandroupolis e' passato progressivamente in secondo piano e non viene quasi piu' menzionato. In compenso, il progetto AMBO acquista sempre maggiore slancio. [...] [La fase esplorativa e' terminata e nel luglio scorso e' cominciata la ricerca di finanziamenti. Il relativo progetto, messo a punto, tra gli altri, anche dalla Halliburton, e' stato presentato alle parti interessate, come ha affermato Gligor Taskovic vicepresidente della AMBO e figlio di Vuk Taskovic, fondatore di quest'ultima. Si prevede che l'oledotto proposto avra' una capacita' di 750.000 barili al giorno e coprira' un percorso di 890 chilometri].





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