FISICA/MENTE

 

 

Da CLARISSA.it

http://www.clarissa.it/12sicurezza.htm#_msoanchor_1 

NOTA DEL CURATORE

Sperando di fare cosa gradita ai numerosi amici che ce l’hanno richiesta, presentiamo di seguito la traduzione integrale del

 Documento  sulla Strategia Nazionale degli Stati Uniti d’America del 17 settembre 2002

All’interno del documento, abbiamo evidenziato alcuni passaggi a nostro giudizio particolarmente critici. Abbiamo volutamente ridotto i commenti in nota al minimo. Eventuali ulteriori rilievi sono lasciati alla  riflessione del lettore, con l’avvertenza che possono esserci altre affermazioni importanti che non abbiamo   sottolineato, e che il lettore stesso potrebbe scoprire. Indicazioni e commenti sono perciò assai graditi.

E ora qualche considerazione generale sul Documento:

1)       innanzitutto, si tratta di un lavoro pregevole per chiarezza, completezza, coerenza ed esplicitazione del punto di vista dell’attuale élite imperiale americana. Invece scandalizzarsi,  i commentatori nostrani (i politici non vale nemmeno la pena prenderli in considerazione) meglio farebbero a chiedersi perché gli italiani e gli europei non sono in grado di esprimere  una prospettiva altrettanto ben articolata  

2)      la chiave di volta della linea di pensiero sviluppata nella National Security Strategy (di seguito NSS) risiede nella coincidenza, presunta o reale, degli interessi degli USA con quelli della libertà, della democrazia e del libero mercato, cioè nel fatto che gli USA sono il paese-modello in cui meglio si sono realizzate queste aspirazioni dell’umanità moderna. Una simile assunzione può essere vera oppure no, ma è tuttavia la premessa da cui deduttivamente si ricava la responsabilità imperiale degli USA, intesi come Empire of Freedom: il che comporta altresì una responsabilità morale. Sulla buona fede di chi abbraccia questa linea ideale, non ci esprimiamo. Si tenga comunque presente che tutta la storia degli USA, come  si evince ad esempio da un grande classico come la Storia degli Stati Uniti d’America di Morison e Commager[1], vive  della polarità fra una autorappresentazione  come Nuova Gerusalemme, che in quanto tale non si vuole più sporcare le mani con il Vecchio Mondo, e un’altra autorappresentazione nel ruolo di crociati del citato Empire of Freedom, predestinati ad imporre al mondo la nota One Best Way americana. A questa polarità ideale si assomma una polarità per così dire a carattere verticale, cioè di tensione fra princìpi ed interessi, fra enunciazioni e buona fede, sicché di volta in volta le posizioni isolazioniste o quelle imperiali sono inquinate e condizionate dal piombo alle ali  della più machiavellica geostrategia politica, militare ed affaristica. Se non si capisce questa caratteristica  degli USA, non si capisce nemmeno come possano convivere in un solo paese Bush, Wolfowitz, Gore Vidal, Noam Chomsky e i gruppi petroliferi e industriali che hanno più di un motivo per arrivare, con la guerra all’Iraq, a occupare in permanenza il centro dell’Hearthland eurasiatica

3)      Non è male rileggersi il libro V, 83-110, delle Storie di Tucidide, cioè la famosa ambasceria degli Ateniesi ai Meli. Riportiamo soltanto questo passaggio:

ATENIESI: Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Medi o che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi; ma ugualmente pretendiamo che neppur voi crediate di persuaderci dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni, non vi siete uniti a loro per farci la guerra o che non ci avete fatto alcun torto. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, perché siamo certi, di fronte a voi, persone informate, che nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito ad una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede.[2]

Chi si aspetta ancora oggi un linguaggio del genere dagli USA non ha ben presente il carattere della politica nordamericana, e della politica contemporanea in genere. Lo scadimento degli impulsi spirituali a codificazioni teologico-etiche ha creato l’esigenza di una qualche forma di fondamento dialettico ideale per l’azione politica. Con qualche eccezione, nessuno, a far data dalla Rivoluzione Francese in poi, si metterebbe a proclamare apertamente la propria pretesa ad una Lebensraum di dimensioni mondiali senza un opportuno apparato religioso, etico e giuridico. Sotto questo profilo, per la natura originariamente religiosa della struttura sociopolitica e del dibattito interno alle Tredici Colonie americane, e per conseguenza degli USA, tutte le operazioni al di fuori dei confini dell’Unione hanno avuto questo carattere bifido, dall’occupazione delle Filippine alla Guerra Fredda, passando per quegli autentici capolavori che furono gli interventi nelle due Guerre Mondiali. Il presidente McKinley diceva le preghiere prima di decidere se attaccare Cuba per renderla “indipendente”. Oggi, a quanto riferiscono i quotidiani, le lunghe giornate di lavoro alla Casa Bianca si aprono con seminari di studi e meditazioni bibliche.

Lasciando impregiudicata la questione della buona fede, e senza soggiacere a seduzioni da guerra occulta, resta insomma il fatto che l’ideologia dell’unicità e della superiorità del modello nordamericano si salda sistematicamente con l’opzione isolazionista così come con quella imperiale, rendendo sempre ambigua la natura della politica USA.

4)       In tutti i modi, come ognuno potrà constatare da sé  Empire of Freedom o semplicemente Empire che sia – la NSS si caratterizza per una dimensione globale strutturata in modo puntuale per aree geografiche e tematiche. Essa è quindi comunque un programma imperiale, e lo è in un’accezione più esplicita che in passato, come appare chiaro ogni qualvolta il documento dice che, dopo avere esperito tentativi di persuasione degli alleati ed amici, gli Stati Uniti faranno da soli, perché sono i migliori interpreti delle aspirazioni dell’umanità moderna, e perché sono abbastanza forti da farlo.

5)       Decida ciascuno come vuole, si è detto. Per parte nostra, mentre abbiamo poco da eccepire alla forza (si eccepisce male un fatto), restiamo dell’idea che ci sia tutto da eccepire sulla pretesa di qualsivoglia nazione a ritenersi la più alta interprete della dignità dell’uomo. Modelli similari furono già propri dell’Impero Britannico, della Germania nazionalsocialista e dell’URSS. Non ne sentiamo più il bisogno, ed una volta di più ci richiamiamo al patriottismo universalista e cooperativo di Mazzini e di Garibaldi. Questo ordine di constatazioni, da solo e di per sé stesso, ci basta a chiudere il discorso sulla liceità della NSS. I corollari pratici di controllo, regolazione delle relazioni fra popoli, interventi militari discendono dalle premesse, buona fede o no. Soltanto i forzati dell’Occidentalismo a tutti i costi – tipo la pur competente Lucia Annunziata, che ha detto sì alla guerra in Kossovo e adesso dice NO[3] alla guerra in Iraq – possono trovare nuova la NSS. Essa è vecchia di decenni, e sarebbe ora di trovarle un’alternativa seria, invece di stupirsi tutte le volte che  viene illuminata nella sua interezza.

6)       Infine un’annotazione logica: una qualsivoglia entità che, per tracciare i confini della propria sicurezza, ha necessità di definire una rete di protezione che copre l’intero globo o è un individuo – che teoricamente può sentirsi minacciato da tutto il resto del mondo – o è un impero – che praticamente allunga la sua ombra su tutto il resto del mondo. In questo secondo caso, la Homeland non è che la base fisica di una Nation a carattere universale.

 

Jorg Huygens

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LA STRATEGIA

della

SICUREZZA NAZIONALE

degli

STATI UNITI D’AMERICA

 

Il Presidente degli Stati Uniti d’America

 

Settembre 2002

Introduzione. 5

1. Lo scenario della strategia internazionale degli Stati Uniti 7

2. Sostenere chi aspira alla dignità umana. 8

3. Rafforzare le alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e prevenire  attacchi contro gli Stati Uniti e le nazioni amiche. 10

4. Collaborare con altri per sgominare i conflitti regionali 13

5. Impedire ai nostri nemici  di minacciare noi, i nostri alleati e i nostri amici con le armi di distruzione di massa. 16

5. Dare inizio ad una nuova era di crescita economica globale attraverso il libero mercato e il libero commercio. 19

7. Espandere il cerchio dello sviluppo aprendo le società e costruendo l’infrastruttura della democrazia. 23

8. Elaborare programmi per agire di concerto con gli altri centri principali del potere globale  26

9. Trasformare delle istituzioni della sicurezza nazionale degli Stati Uniti per far fronte alle sfide e alle opportunità del XXI secolo. 30


 

Introduzione

Le grandi lotte del XX secolo tra libertà e totalitarismo si sono concluse con una vittoria decisiva delle forze della libertà e di un unico modello sostenibile per il successo nazionale: libertà, democrazia e libera impresa. Nel XXI secolo, solo le nazioni che partecipano all’impegno per la protezione dei diritti umani fondamentali e per la difesa della libertà politica ed economica saranno in grado di sollecitare le potenzialità dei loro popoli e di garantirne la prosperità futura. I popoli di tutto il mondo vogliono dire ciò che pensano; scegliere chi li governa; praticare liberamente la propria religione; educare i propri figli, maschi e femmine; possedere beni; e godere dei frutti del proprio lavoro. Questi valori di libertà sono giusti e veri per ogni persona, in ogni società e il dovere di proteggere questi valori contro i nemici rappresenta la comune vocazione di chi ama la libertà in tutto il mondo e in tutti i tempi.

Oggi, gli Stati Uniti godono di una posizione di impareggiabile forza militare e di grande influenza economica e politica. Attenendoci alle nostre tradizioni e ai nostri principi, non usiamo tuttavia la nostra forza per spingere in favore di un vantaggio unilaterale. Cerchiamo invece di creare un equilibrio di potere che favorisca la libertà umana: condizioni in cui tutte le nazioni e tutte le società possano scegliere da sole i benefici e le sfide che pone la libertà politica ed economica. Rendendo il mondo più sicuro, permettiamo infatti ai popoli di tutto il mondo di migliorare le loro vite. Difenderemo questa pace giusta dalle minacce dei terroristi e dei tiranni. Preserveremo la pace intrecciando buoni rapporti tra le grandi potenze. Estenderemo la pace promuovendo società libere ed aperte in tutti i continenti. Difendere la nostra Nazione dai suoi nemici è il primo e fondamentale impegno del Governo federale. Oggi, però, questo compito è cambiato drasticamente. I nemici del passato avevano bisogno di grandi eserciti e di grandi capacità industriali per minacciare l’America. Ora, oscure reti di individui possono seminare grande caos e sofferenze nella nostra terra, a costi assai minori di quelli di un singolo carro armato. I terroristi si sono organizzati per penetrare all’interno delle società aperte e per ribaltare il potere delle tecnologie moderne contro di noi. Per sconfiggere questa minaccia, dobbiamo usare tutti gli strumenti del nostro arsenale, a partire da una migliore difesa e sicurezza interna, fino all’uso dell’intelligence e alla chiusura delle fonti di finanziamento dei terroristi. La guerra contro il terrorismo globale è un’impresa globale di durata incerta. L’America aiuterà le nazioni che hanno bisogno della sua assistenza per combattere il terrore, e considererà responsabili le nazioni compromesse dal terrorismo, perché gli alleati del terrorismo sono i nemici della civiltà. Gli Stati Uniti e i paesi che cooperano con loro non devono consentire ai terroristi di sviluppare nuove basi interne.  Insieme, cercheremo di togliere loro ogni rifugio.

Il pericolo più serio che corre la nostra Nazione consiste nell’intersezione tra l’estremismo e le tecnologie. I nostri nemici hanno dichiarato apertamente di star cercando di procacciarsi armi per la distruzione di massa, e abbiamo prove per ritenere che lo stiano facendo con determinazione. Gli Stati Uniti non permetteranno che questi loro tentativi riescano. Costruiremo difese antibalistiche ed altri mezzi difensivi. Coopereremo con altre nazioni per bloccare, contenere e vanificare i tentativi da parte dei nostri nemici di acquisire tecnologie pericolose. E, come dicono i principi del senso comune, oltre a quelli dell’autodifesa, l’America agirà concretamente contro tali minacce emergenti prima che esse abbiano preso pienamente forma. Non possiamo difendere l’America e i suoi amici semplicemente sperando che vada tutto bene. Dobbiamo quindi essere preparati a sgominare i piani dei nostri nemici, utilizzando i migliori servizi di intelligence e procedendo con fermezza. La storia giudicherà duramente quanti avranno visto questo pericolo imminente, ma non avranno agito. Nel nuovo mondo su cui ci siamo affacciati, l’unica strada per la salvezza è la strada dell’azione.

Nel difendere la pace, ci avvarremo altresì di una storica opportunità di preservare la pace. Oggi, la comunità internazionale ha la migliore occasione, dalla nascita degli Stati nazionali nel XVII secolo, di costruire un mondo dove le grandi potenze si trovino tutte dalla stessa parte, unite dai pericoli comuni rappresentati dalla violenza e dal caos seminati dal terrorismo. Gli Stati Uniti lavoreranno su questi interessi comuni per promuovere la sicurezza globale. Siamo inoltre sempre più uniti da valori comuni. La Russia si trova al centro di una transizione all’insegna della speranza, sta procedendo verso un futuro democratico e rappresenta un partner nella guerra al terrorismo. I leader cinesi stanno scoprendo che la libertà economica è l’unica fonte di ricchezza nazionale. Con il tempo, scopriranno che la libertà sociale e politica rappresenta l’unica fonte di grandezza nazionale. L’America promuoverà il progresso della democrazia e dell’apertura economica in entrambe queste nazioni, perché queste sono le migliori fondamenta su cui costruire la stabilità interna e l’ordine internazionale. Resisteremo strenuamente a qualunque aggressione proveniente da altre superpotenze, anche se accogliamo con gioia la loro pacifica ricerca della prosperità, del commercio e del progresso culturale.

Infine, gli Stati Uniti sfrutteranno l’opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta. Ci impegneremo attivamente per portare la speranza della democrazia, dello sviluppo, del libero mercato e del libero commercio in ogni angolo del mondo. Gli eventi dell’11 settembre 2001 ci hanno insegnato che Stati deboli, come l’Afghanistan, possono rappresentare un grave pericolo per i nostri interessi nazionali non meno degli Stati forti. La povertà non trasforma le persone povere in terroristi e assassini: ma la povertà, la debolezza delle istituzioni e la corruzione possono rendere gli Stati deboli vulnerabili nei confronti di reti terroristiche e trafficanti di droga all’interno dei loro confini.

Gli Stati Uniti staranno al fianco di qualunque nazione che voglia costruirsi un futuro migliore perseguendo i benefici della libertà per il proprio popolo. Il libero commercio e il libero mercato hanno dato prova della loro capacità di far superare l’indigenza ad intere società, e gli Stati Uniti lavoreranno quindi al fianco di singole nazioni, intere regioni e tutta la comunità commerciale globale per costruire un mondo che commerci liberamente e cresca quindi nella prosperità. Gli Stati Uniti, con gli impegni che si sono assunti per il nuovo millennio, daranno maggiori aiuti allo sviluppo alle nazioni che governano con giustizia, che investono nei loro popoli e che promuovono la libertà economica. Continueremo altresì a guidare il mondo nello sforzo per ridurre lo spaventoso numero delle vittime dell’AIDS e di altre malattie infettive.  Nel costruire un equilibrio di potere che privilegi la libertà, gli Stati Uniti sono ispirati dalla convinzione che tutte le nazioni abbiano responsabilità importanti. Le nazioni che godono della libertà devono lottare attivamente contro il terrore. Le nazioni che dipendono dalla stabilità internazionale devono contribuire a impedire la diffusione di armi per la distruzione di massa. Le nazioni che richiedono aiuti internazionali devono governare in modo saggio, perché tali aiuti siano ben spesi. Per la libertà di prosperare, ci aspettiamo e pretendiamo affidabilità.

Siamo inoltre guidati dalla convinzione che nessuna nazione possa costruire un mondo migliore e più sicuro agendo da sola. Le alleanze e le istituzioni multilaterali possono moltiplicare la forza delle nazioni che amano la libertà. Gli Stati Uniti sono fedeli ad istituzioni di lunga data come le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione degli Stati Americani, la NATO ed altre alleanze dalla lunga storia.  Altre coalizioni basate sulla comune volontà di azione possono potenziare tali istituzioni permanenti. In ogni caso, gli obblighi internazionali vanno presi seriamente, non simbolicamente per raccogliere sostegno a favore di un ideale per poi non promuoverne la realizzazione.La libertà è un requisito non negoziabile della dignità umana: è un diritto di nascita di ogni persona, in ogni civiltà. In tutta la storia, la libertà è stata minacciata dalla guerra e dal terrore; è stata contrastata dagli alterni voleri degli Stati potenti e dai malvagi disegni dei tiranni; ed è stata messa alla prova dalla diffusione della povertà e delle malattie. Oggi, l’umanità ha tra le mani la responsabilità di far trionfare la libertà a dispetto di tutti i suoi nemici. Gli Stati Uniti accettano di buon grado la responsabilità di guidare questa grandiosa missione.

George W. Bush                                                         Casa Bianca, Washington, 17 settembre 2002

La causa della nostra Nazione è sempre stata  più ampia  della sua sola difesa. Lottiamo, come abbiamo sempre fatto, per una pace giusta, una pace che privilegi la libertà. Difenderemo la pace contro le minacce del terrorismo e dei tiranni. Preserveremo la pace costruendo buoni rapporti tra le grandi potenze. Ed estenderemo la pace promuovendo società libere ed aperte in tutti i continenti”.

Presidente Bush, West Point, New York 1° giugno 2002

1. Lo scenario della strategia internazionale degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti possiedono una forza e un’influenza senza precedenti - e senza pari - nel mondo. Sostenuta dalla fede nei principi della libertà e nel valore di una società libera, questa posizione  comporta però anche  responsabilità, obblighi ed occasioni senza precedenti. La grande forza di questa nazione deve essere utilizzata per promuovere un equilibrio di potere che favorisca la libertà.

Per la maggior parte del XX secolo, il mondo è stato diviso da una straordinaria lotta per gli ideali: visioni totalitarie e distruttive contro libertà e uguaglianza.

La grande lotta è finita. Le visioni militanti di classe, nazione e razza che promettevano l’utopia, ma davano miseria, sono state sconfitte e screditate. Tuttavia, ora l’America è meno minacciata da Stati conquistatori che da Stati perdenti. Non siamo più minacciati da flotte ed eserciti, ma da tecnologie catastrofiche nelle mani di pochi esagitati. Dobbiamo sbaragliare queste minacce alla nostra Nazione, ai nostri alleati e ai nostri amici.

Ma è anche un periodo di opportunità per l’America. Lavoreremo per tradurre questo momento di grande influenza in decenni di pace, prosperità e libertà. La strategia statunitense per la sicurezza nazionale sarà basata su di un internazionalismo squisitamente americano che rifletta l’unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali. Lo scopo di questa strategia è contribuire a rendere il mondo non soltanto più sicuro, ma anche migliore. I nostri scopi sulla via del progresso sono chiari: libertà politica ed economica, relazioni pacifiche con gli altri Stati e rispetto della dignità umana.

E questa via non appartiene ai soli Stati Uniti, ma è aperta a tutti.

Per ottenere i loro scopi gli Stati Uniti:

·        sosterranno le aspirazioni alla dignità umana;

·        rafforzeranno le alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e si occuperanno di prevenire attacchi contro gli Stati Uniti stessi e le nazioni amiche;

·        collaboreranno per risolvere i conflitti regionali;

·        impediranno ai loro nemici di minacciare con armi per la distruzione di massa gli Stati Uniti stessi, i loro alleati e i loro amici;

·        daranno inizio ad una nuova era di crescita economica globale grazie al libero mercato e al libero commercio;

·        espanderanno il cerchio dello sviluppo aprendo nuove società e costruendo l’infrastruttura della democrazia;

·        elaboreranno programmi per cooperare con gli altri centri principali del potere globale; infine

·        trasformeranno le istituzioni della sicurezza nazionale statunitense per far fronte alle sfide e alle opportunità del XXI secolo.

 

“Alcuni hanno timore che parlare in termini di ‘giusto’ e ‘sbagliato’ sia in qualche modo contrario poco diplomatico o indelicato. Io non sono d’accordo.  Situazioni differenti richiedono metodi differenti, ma non moralità differenti”.

Presidente Bush, West Point, New York, 1° giugno 2002

2. Sostenere chi aspira alla dignità umana

Nel perseguire i nostri obiettivi, il nostro primo imperativo consiste nel chiarire per che cosa ci battiamo: gli Stati Uniti devono difendere la libertà e la giustizia perché questi principi sono giusti e veri per tutti i popoli e in tutto il mondo. Nessuna nazione detiene l’appannaggio di queste aspirazioni, e nessuna ne è esentata. I padri e le madri di tutte le società vogliono che i loro figli ricevano istruzione e vivano liberi dalla povertà e dalla violenza. Nessun popolo della Terra desidera essere oppresso, o aspira alla servitù, o attende con bramosia che a mezzanotte la polizia segreta bussi alla sua porta.

L’America deve sostenere fermamente i requisiti non negoziabili della dignità umana: il diritto, i limiti al potere assoluto dello Stato; la libertà di parola; la libertà di culto; l’equità della Giustizia; il rispetto per le donne; la tolleranza religiosa ed etnica e la tutela della proprietà privata.

Questi requisiti possono essere soddisfatti in molti modi. La Costituzione americana ci ha dato tutto questo. Molte altre nazioni, con storie e culture diverse, in circostanze diverse, hanno racchiuso efficacemente questi principi fondamentali nei loro sistemi di governo. La storia non è invece stata clemente con quelle nazioni che hanno ignorato o deluso i principi e le aspirazioni dei loro popoli.

La nostra storia rappresenta una lunga lotta per stare al passo con i nostri ideali. Ma anche nei momenti peggiori, i principi contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza sono stati per noi una guida. Di conseguenza, l’America non solo è una società più forte, ma anche più libera e più giusta.

Oggi, questi ideali rappresentano un’ancora di salvezza per chi, solo, difende la libertà. E quando si presentano occasioni di apertura, noi possiamo promuovere il cambiamento, come abbiamo fatto nell’Europa centrale ed orientale tra il 1989 e il 1991, o a Belgrado nel 2000. Quando vediamo che i processi democratici attecchiscono tra i nostri amici di Taiwan o della Repubblica di Corea, e vediamo i leader eletti sostituire i generali in America Latina e in Africa, vediamo esempi di come i sistemi autoritari possano evolversi, sposando la storia e le tradizioni locali con i principi che noi tutti coltiviamo.  Comprendendo gli insegnamenti del passato e utilizzando le opportunità di cui disponiamo oggi, la strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti deve cominciare da questi principi centrali e guardarsi intorno alla ricerca di possibilità per ampliare i confini della libertà.

I nostri principi guideranno le decisioni del Governo sulla cooperazione internazionale, sugli aiuti esteri che offriremo, e sull’allocazione delle risorse. Guideranno inoltre le nostre azioni e le nostre parole negli organismi internazionali.

Gli Stati Uniti:

·        parleranno onestamente delle violazioni dei requisiti non negoziabili della dignità umana, usando la loro voce e il loro diritto di voto nelle istituzioni internazionali per fare avanzare la libertà; utilizzeranno gli aiuti esteri per promuovere la libertà e per sostenere quanti si battono per essa con la non-violenza, garantendo che le nazioni che sono in cammino verso la democrazia vengano premiate per le misure che intraprendono;

·        metteranno in primo piano la libertà e lo sviluppo di istituzioni democratiche nelle relazioni bilaterali, cercando la solidarietà e la cooperazione di altre democrazie per esercitare pressione sui governi che negano i diritti umani affinché essi si incamminino verso un futuro migliore; infine

·        si impegneranno in particolar modo per promuovere la libertà di religione e di coscienza e la difenderanno dalle interferenze dei governi repressivi

 

Sosterremo la causa della dignità umana e ci opporremo a quanti la ostacolano.

“A soli tre giorni da questi eventi, gli americani non vedono ancora le cose con il distacco della storia. Ma la nostra responsabilità verso la storia è già chiara: rispondere a questi attacchi e liberare il mondo dal male. Ci è stata dichiarata guerra furtivamente, con l’inganno e con l’omicidio. Questa è una nazione pacifica, ma feroce quando viene provocata. Il conflitto è stato avviato secondo tempi e modi decisi da altri. Ma finirà in un modo e in un tempo deciso da noi”.

Presidente Bush, Washington D. C. (The National Cathedral) 14 settembre 2001

3. Rafforzare le alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e prevenire  attacchi contro gli Stati Uniti e le nazioni amiche

Gli Stati Uniti d’America sono in guerra contro il terrorismo globale. Il nemico non è un singolo regime politico, o un’unica persona, o una particolare religione o ideologia. Il nemico è il terrorismo: la violenza premeditata, politicamente motivata e perpetrata ai danni di innocenti.

In molte regioni, risentimenti pure legittimi impediscono l’emergere di una pace duratura. Tali risentimenti meritano di essere e devono essere risolti all’interno di un processo politico. Ma nessuna causa giustifica il terrorismo. Gli Stati Uniti non faranno concessioni alle richieste dei terroristi e non scenderanno a patti con essi. Non facciamo distinzione tra terroristi e persone che consapevolmente li ospitano o li aiutano.  La lotta contro il terrorismo globale è diversa da ogni altra guerra della storia. Sarà combattuta su molti fronti contro un nemico particolarmente sfuggente per un periodo lungo. Otterremo progressi attraverso l’accumulo graduale di successi, alcuni visibili, altri invisibili[4].

Oggi, i nostri nemici hanno visto i risultati che possono raggiungere e raggiungeranno le nazioni civilizzate contro i regimi che ospitano, sostengono ed utilizzano il terrorismo per raggiungere i propri scopi politici.  L’Afghanistan è stato liberato e le forze della coalizione continuano a dare la caccia ai talebani e ad Al-Qaeda. Ma non è questo l’unico campo di battaglia sul quale sfideremo i terroristi. Migliaia di terroristi addestrati sono ancora liberi in cellule sparse per l’America del Nord, l’America del Sud, l’Europa, l’Africa, il Medio Oriente e per tutta l’Asia.

La nostra priorità sarà innanzitutto sgominare e distruggere le organizzazioni terroristiche globali e attaccare la loro leadership, le loro centrali di comando, di controllo e di comunicazione, il loro supporto materiale e le loro finanze. Queste operazioni avranno un effetto inabilitante sulle capacità di pianificazione e di azione da parte dei terroristi.

Continueremo inoltre a sollecitare i nostri partner regionali ad intraprendere azioni coordinate per isolare i terroristi. Nel caso in cui la campagna regionale localizzi la minaccia ad un particolare Stato, faremo in modo che quest’ultimo abbia gli strumenti militari, legislativi, politici e finanziari per portare a termine il compito.

Gli Stati Uniti continueranno a collaborare con i loro alleati per neutralizzare i mezzi di finanziamento dei terroristi. Individueremo e bloccheremo le fonti di finanziamento del terrorismo, congeleremo i beni dei terroristi e di coloro che li sostengono, negheremo loro l’accesso al sistema finanziario internazionale, proteggeremo le organizzazioni benefiche legittime dagli abusi dei terroristi e impediremo la circolazione dei beni dei terroristi attraverso reti finanziarie alternative.

Tuttavia, per essere efficace questa campagna non va svolta necessariamente in sequenza, dal momento che l’effetto cumulativo delle azioni regionali contribuirà al raggiungimento dei risultati cercati.

Così sgomineremo e distruggeremo le organizzazioni terroristiche:

·        con azioni dirette e continuative attraverso tutti gli strumenti del potere nazionale ed internazionale. La nostra attenzione sarà rivolta nell’immediato a quelle organizzazioni terroristiche globali e a quei terroristi o Stati sostenitori del terrorismo che tenteranno di procurarsi o di usare armi per la distruzione di massa o loro precursori;

·        difendendo gli Stati Uniti, il popolo americano, i nostri interessi in patria e all’estero tramite l’individuazione e la distruzione della minaccia prima che raggiunga i nostri confini. Gli Stati Uniti si sforzeranno costantemente di ottenere il sostegno della comunità internazionale, ma al tempo stesso non esiteranno ad agire da soli, se necessario, per esercitare il loro diritto all’autodifesa agendo anche in via preventiva contro i terroristi, per impedire loro di fare del male al popolo americano e al nostro paese; infine

·        con il blocco di qualunque ulteriore sostegno economico, appoggio politico e asilo ai terroristi, convincendo o costringendo gli Stati ad accettare le responsabilità che discendono dalla loro sovranità.

Saremo inoltre impegnati in una guerra di idee[5], per vincere la battaglia contro il terrorismo internazionale. Ciò significherà:

·        utilizzare tutta l’influenza statunitense, e collaborare strettamente con gli alleati e gli Stati amici per chiarire che qualunque atto di terrorismo è illegittimo, in modo che il terrorismo venga visto alla stessa stregua della schiavitù, della pirateria e del genocidio, ossia come una condotta che nessun Governo responsabile possa condonare o supportare e che tutti dovranno contrastare;

·        sostenere i governi moderati e moderni, specialmente nel mondo musulmano, per garantire che le condizioni e le ideologie che promuovono il terrorismo non trovino terreno fertile in nessuna nazione;

·        ridurre le condizioni che stanno a monte del terrorismo, spronando la comunità internazionale a concentrare i propri sforzi e le proprie risorse sulle aree più a rischio; infine

·        usare mezzi diplomatici efficaci per promuovere la libera circolazione delle informazioni e delle idee per accendere le speranze e le aspirazioni libertarie di quanti abitano in società governate da sostenitori del terrorismo globale.

 

Pur riconoscendo che la migliore difesa è un buon attacco,  al tempo stesso cerchiamo di rafforzare la sicurezza interna americana per proteggerci e per sventare ulteriori aggressioni.  Questa Amministrazione ha proposto la più grande riorganizzazione del governo dai tempi in cui l’Amministrazione Truman creò il Consiglio per la sicurezza nazionale e il Dipartimento della Difesa. Il nostro piano generale per garantire la sicurezza interna, incentrato sul nuovo Dipartimento per la sicurezza interna e comprendente un nuovo comando militare unificato e una sostanziale ristrutturazione dell’FBI, contempla ogni livello di governo e implica la cooperazione tra settore pubblico e privato[6]. 

Questa strategia trasformerà le avversità in opportunità. Ad esempio, la gestione dei sistemi di emergenza sarà meglio in grado di far fronte non soltanto al terrorismo, ma anche a tutti gli altri pericoli. Il nostro sistema sanitario verrà corroborato per gestire non soltanto il bioterrorismo, ma tutte le malattie infettive e i pericoli che rischiano di causare numerose vittime. I controlli doganali non fermeranno solo i terroristi, ma miglioreranno anche l’efficienza dei traffici leciti.

Sebbene la nostra attenzione si concentri sulla protezione dell’America, sappiamo di aver bisogno dell’aiuto dei nostri alleati ed amici per sconfiggere il terrorismo nell’odierno mondo globalizzato. Ogni qual volta sarà possibile, gli Stati Uniti faranno affidamento sulle organizzazioni regionali e sui poteri degli Stati per adempiere ai loro obblighi contro il terrorismo. Qualora l’onere della lotta al terrorismo fosse al di sopra delle capacità dei singoli Governi, sopperiremo noi alla forza di volontà e alle risorse mancanti con qualunque tipo di aiuto che noi e i nostri alleati saremo in grado di offrire.

Durante la lotta ai terroristi in Afghanistan, continueremo a collaborare con le organizzazioni internazionali come l’ONU, ma anche con le organizzazioni non governative e con altri paesi per offrire l’assistenza umanitaria, politica, economica e di sicurezza necessaria alla ricostruzione dell’Afghanistan, in modo che questo Stato non compia mai più abusi ai danni del proprio popolo, non minacci mai più le nazioni confinanti e non offra più rifugio ai terroristi.

Nella guerra contro il terrorismo globale, non dimenticheremo mai che, in sostanza, lottiamo per i nostri valori democratici e per il nostro stile di vita. La libertà è in guerra con la paura, e il conflitto non avrà una conclusione né rapida né facile. Nel condurre questa campagna contro il terrorismo, stiamo forgiando relazioni internazionali nuove e produttive, nonché ridefinendo quelle esistenti secondo modalità conformi alle sfide del XXI secolo.


“Costruiamo un mondo di giustizia, o vivremo in un mondo di sopraffazione. La grandezza delle responsabilità che condividiamo fa sembrare trascurabili i nostri punti di disaccordo”.

Presidente Bush, Berlino, Germania, 23 maggio 2002

4. Collaborare con altri per sgominare i conflitti regionali

Le nazioni coinvolte devono mantenere il proprio impegno attivo nelle contese regionali più critiche al fine di evitare un’escalation esplosiva e di minimizzare le sofferenze umane. In un mondo sempre più interconnesso, una crisi regionale può mettere a dura prova le nostre alleanze, riaccendere le rivalità tra grandi potenze e dare luogo a spaventose offese alla dignità umana. Quando esplode la violenza, e gli Stati esitano, gli Stati Uniti collaboreranno con i loro partner e alleati per alleviare le sofferenze e ripristinare la stabilità.

Nessuna dottrina può prevedere tutte le circostanze in cui sarà richiesto l’intervento degli USA - diretto o indiretto. Abbiamo risorse politiche, economiche e militari finite per far fronte alle nostre priorità globali. Gli Stati Uniti affronteranno ogni caso tenendo a mente i seguenti principi strategici:

·        Gli Stati Uniti devono investire tempo e risorse nella costruzione di relazioni ed istituzioni internazionali in grado di gestire le crisi locali al loro emergere.

·        Gli Stati Uniti devono essere realistici riguardo alla loro capacità di aiutare chi non è disposto o preparato a provvedere a sé stesso. Quando e dove i popoli siano disposti a fare la loro parte, noi saremo disponibili a muoverci con sollecitudine.

 

Il conflitto israelo-palestinese è di primaria importanza per via della gravità della sofferenza umana, degli stretti legami dello Stato di Israele e dei maggiori Stati arabi con l’America e dell’importanza della regione in vista di altre priorità globali degli Stati Uniti[7]. Nessuna delle due fazioni può però vivere in pace se non vi è libertà per entrambe. L’America resta ferma nel promuovere una Palestina indipendente e democratica, che viva al fianco di Israele in pace e sicurezza. Come tutti gli altri popoli, anche i palestinesi meritano un Governo che serva i loro interessi e ascolti le loro voci. Gli Stati Uniti continueranno a spronare tutte le parti in causa a guardare in faccia le loro responsabilità, e nel contempo noi una soluzione giusta  e definitiva al conflitto.

Gli Stati Uniti, la comunità internazionale dei donatori e la Banca Mondiale sono pronti a lavorare, al fianco di un Governo palestinese riformato, sullo sviluppo economico, sull’aumento degli aiuti umanitari, e su di un programma per istituire, finanziare e monitorare un sistema giudiziario realmente indipendente. Se i palestinesi abbracceranno la democrazia e il diritto, se combatteranno la corruzione e rifiuteranno fermamente il terrorismo, allora potranno contare sul sostegno americano per la creazione di uno Stato palestinese.

Anche Israele conta molto per il successo di una Palestina democratica. L’occupazione permanente ne minaccia l’identità e la democrazia. Gli Stati Uniti continuano quindi ad incalzare i leader israeliani affinché intraprendano misure concrete per sostenere la nascita di uno Stato palestinese realizzabile e credibile. Man mano che si procederà verso la sicurezza, le forze israeliane dovranno ritirarsi completamente fino a raggiungere le posizioni che occupavano prima del 28 settembre 2000. Inoltre, in conformità con le raccomandazioni della Commissione Mitchell, le attività di insediamento da parte di Israele dovranno arrestarsi. Con lo spegnersi delle violenze, la libertà di movimento dovrà essere ripristinata in modo da permettere ai palestinesi innocenti di riprendere il proprio lavoro e la propria vita normale. Gli Stati Uniti possono assumere un ruolo fondamentale, ma, in sostanza, una pace duratura potrà arrivare soltanto quando israeliani e palestinesi risolveranno le problematiche che li coinvolgono e porranno fine al conflitto. 

In Asia meridionale, gli Stati Uniti hanno inoltre sottolineato la necessità di dirimere le diatribe tra India e Pakistan. L’Amministrazione ha investito tempo e risorse per costruire con questi due Stati solide relazioni bilaterali che fungessero da volano per permetterci di assumere un ruolo costruttivo nella fase di acutizzazione delle tensioni nella regione. Per quanto riguarda il Pakistan, le relazioni bilaterali sono state stimolate dalla scelta da parte di questo Stato di unirsi alla guerra contro il terrorismo e di progredire verso una società più aperta e tollerante. L’Amministrazione, che vede le potenzialità di cui l’India dispone per diventare una delle grandi potenze democratiche del XXI secolo, ha lavorato duramente per trasformare le relazioni con questo Stato. In questa diatriba regionale, l’impegno statunitense, che si fonda su investimenti precedentemente contratti nelle relazioni bilaterali, guarda innanzitutto ai passi concreti che India e Pakistan intraprenderanno per contribuire a diminuire gli scontri militari.

L’Indonesia infine ha compiuto passi coraggiosi per creare una democrazia funzionante nel rispetto del diritto. Tollerando le minoranze etniche, rispettando il diritto ed accettando l’apertura dei mercati, l’Indonesia potrebbe rivelarsi in grado di sfruttare i meccanismi e le opportunità che hanno consentito ad alcuni paesi confinanti di uscire dalla povertà e dalla disperazione. È comunque l’iniziativa indonesiana che consente agli aiuti statunitensi di contare veramente.

Nell’emisfero occidentale, abbiamo formato coalizioni flessibili con paesi che condividono le nostre priorità, come il Messico, il Brasile, il Canada, il Cile e la Colombia. Insieme daremo vita ad un emisfero realmente democratico dove l’integrazione tra questi Stati promuova la sicurezza, la prosperità, le opportunità e la speranza. Collaboreremo con le istituzioni regionali, come il Summit delle Americhe, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e la Conferenza ministeriale della difesa delle Americhe, nell’interesse di tutto l’emisfero.

Alcune regioni dell’America Latina lamentano conflitti regionali, derivanti specialmente dalla violenza del traffico di droga e dei complici di questo commercio illegale. Il conflitto, nonché lo stesso traffico incontrollato di stupefacenti, potrebbe mettere in pericolo la salute e la sicurezza degli Stati Uniti[8]. Per questo abbiamo elaborato una strategia attiva per aiutare le nazioni andine a mettere a punto le proprie economie, a far rispettare le leggi, a sconfiggere le organizzazioni terroristiche e ad interrompere il traffico di droga, lavorando nel contempo all’altrettanto importante compito di ridurre la domanda di sostanze stupefacenti negli Stati Uniti stessi.

Per quanto riguarda la Colombia, riconosciamo il legame tra gruppi terroristici ed estremisti che minacciano la sicurezza dello Stato e attività illecite legate allo spaccio di droga che contribuiscono a finanziare le operazioni dei suddetti gruppi. Stiamo lavorando fianco a fianco con la Colombia per difendere le istituzioni democratiche, per sconfiggere i gruppi armati clandestini sia di destra, sia di sinistra, consentendo alla sovranità nazionale di estendersi sull’intero territorio dello Stato, e per garantire i servizi di sicurezza di base al popolo colombiano.

In Africa, promesse ed opportunità si affiancano a malattie, guerre e ad una povertà disperata. Ciò rappresenta una minaccia sia per un valore di base statunitense - il mantenimento della dignità umana - sia per una nostra priorità strategica - combattere il terrorismo globale. Gli interessi e i principi americani, perciò, portano nella medesima direzione: collaboreremo con altri organismi affinché il continente africano possa vivere nella libertà, nella pace e affinché la sua prosperità cresca nel tempo. Insieme ai nostri alleati europei, dobbiamo contribuire a rafforzare i fragili Stati africani, ma anche a costruire una capacità autonoma di mettere in sicurezza confini ora permeabili, e a dare vita alle infrastrutture legali e di intelligence necessarie a negare rifugi ai terroristi.

In Africa, si assiste ad un ambiente ancora più letale, con guerre civili locali che si diffondono oltre confine, creando zone di guerra regionale. La costituzione di coalizioni basate sulla comune volontà e di accordi cooperativi per la sicurezza rappresenta una chiave di volta per far fronte a queste minacce transnazionali emergenti.

Le imponenti dimensioni e la grande diversità dell’Africa richiedono una strategia di sicurezza incentrata sugli impegni bilaterali e costruita su coalizioni basate sulla comunanza di intenti. Per questa regione, l’Amministrazione si concentrerà su tre strategie interconnesse:

·        paesi con forte influenza sugli Stati confinanti, come Sudafrica, Nigeria, Kenya ed Etiopia rappresentano punti focali a cui ancorare gli accordi regionali e richiedono un’attenzione specifica;

·        un coordinamento con gli alleati europei e con le istituzioni internazionali è essenziale per una mediazione costruttiva dei conflitti e per il successo delle operazioni di pace; infine

·        gli Stati africani in via di riforma e le organizzazioni sub-regionali devono essere sottoposte ad un rafforzamento, come mezzo principale per far fronte alle minacce transnazionali in modo sostenuto.  In sostanza, il percorso più sicuro per la libertà politica ed economica si presenta nell’Africa sub-sahariana, dove la maggioranza delle guerre è motivata da conflitti per le materie prime e per l’accesso a determinate zone di importanza politica, e i conflitti sono spesso tragicamente dichiarati con il pretesto di differenze etniche e religiose. La transizione verso l’Unione africana, con il suo impegno dichiarato in favore della governabilità e di una responsabilità comune per i sistemi politici democratici, offre opportunità importanti per consolidare la democrazia nel continente.

 

“Il pericolo più serio per la libertà sta nell’intersezione fra l’estremismo e le tecnologie. Quando iniziano a diffondersi armi chimiche, biologiche e nucleari, insieme alla tecnologia dei missili balistici, anche gli Stati deboli e i piccoli gruppi possono ottenere il potere catastrofico di colpire le grandi nazioni. I nostri nemici hanno dichiarato questa precisa intenzione e sono stati scoperti alla ricerca di queste terribili armi. Essi vogliono avere la possibilità di ricattarci, o di colpirci, o di colpire i nostri alleati, ma noi ci opporremo con tutta la nostra potenza”.

Presidente Bush, West Point, New York 1° giugno 2002

5. Impedire ai nostri nemici  di minacciare noi, i nostri alleati e i nostri amici con le armi di distruzione di massa

La natura della minaccia rappresentata dalla Guerra Fredda ha obbligato gli Stati Uniti e i loro amici ed alleati ad attribuire molta importanza alla deterrenza dell’uso della forza da parte dei nemici, dando luogo ad una sinistra strategia consistente in reciproche garanzie di distruzione. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, lo scenario della nostra sicurezza è profondamente mutato.

L’impronta caratteristica del nostro rapporto con la Russia non è più lo scontro, ma la cooperazione, e i vantaggi di questo cambiamento sono chiari: è finito l’equilibrio del terrore che ci contrapponeva; si è assistito ad una storica riduzione degli arsenali nucleari; e cooperiamo in settori come la lotta al terrorismo e la difesa missilistica, cose che fino a poco tempo fa sarebbero state inconcepibili.

Ma sono sorte nuove terribili sfide rappresentate dagli “Stati canaglia” e dai terroristi. E benché nessuna delle minacce contemporanee sia paragonabile, per puro potere distruttivo, a quello che l’Unione Sovietica aveva predisposto contro di noi, la natura e le motivazioni che animano questo nuovi avversari, la loro determinazione ad ottenere poteri distruttivi un tempo disponibili soltanto per i più forti Stati del mondo, e la grande probabilità che essi utilizzino armi per la distruzione di massa contro di noi rendono più complesso e pericoloso lo scenario della sicurezza odierno.  Negli anni Novanta, abbiamo assistito al sorgere di uno sparuto numero di “Stati canaglia” che, per quanto dissimili sotto importanti aspetti, hanno in comune una serie di caratteristiche. Questi Stati:

·        abbrutiscono il proprio popolo e sperperano le proprie risorse nazionali nell’interesse personale dei governanti;

·        non mostrano alcun riguardo per il diritto internazionale, minacciano gli Stati confinanti e violano gravemente i trattati internazionali di cui sono contraenti;

·        sono decisi ad acquisire armi per la distruzione di massa, oltre ad altre tecnologie militari d’avanguardia, per usarle a scopo di minaccia o di offesa nel perseguimento dei disegni aggressivi dei propri regimi;

·        sostengono il terrorismo su scala globale; infine

·        rifiutano i valori umani basilari ed odiano gli Stati Uniti per tutto ciò che essi rappresentano.

·         

All’epoca della guerra del Golfo, abbiamo raccolto prove inconfutabili del fatto che i piani dell’Iraq non si limitavano all’utilizzo di armi chimiche contro l’Iran e contro lo stesso popolo iracheno, ma si estendevano fino all’acquisizione di armi nucleari ed agenti biologici. Negli ultimi dieci anni, inoltre, la Corea del Nord è divenuta il principale fornitore mondiale di missili balistici, e ha testato missili sempre più efficaci sviluppando nel contempo un proprio arsenale di armi per la distruzione di massa. Altri “Stati canaglia” sono alla ricerca di armi nucleari, biologiche e chimiche. La ricerca e il commercio globale di tali armi da parte di questi Stati rappresenta ormai un pericolo che incombe su tutte le nazioni.

Dobbiamo essere disposti a fermare gli “Stati canaglia” e i loro clienti terroristi prima che siano in grado di minacciare o colpire gli Stati Uniti e i loro alleati ed amici con armi per la distruzione di massa. La nostra risposta deve sfruttare appieno il rafforzamento delle alleanze, la costituzione di nuovi accordi con ex avversari, l’innovazione nell’uso delle forze militari, le tecnologie moderne, compreso lo sviluppo di un efficace sistema anti-balistico, e l’aumento dell’importanza attribuita alla raccolta e all’analisi di informazioni di intelligence.

La nostra strategia complessiva per combattere le armi per la distruzione di massa prevede:

·        Operazioni preventive antiproliferazione. Dobbiamo mettere in campo misure deterrenti e difensive contro la minaccia prima che essa sia sferrata. Dobbiamo garantire che le capacità fondamentali - individuazione della minaccia, difese attive e passive e capacità di contrattacco - siano integrate nella trasformazione della nostra difesa e nei sistemi di sicurezza interni. La controproliferazione deve altresì essere integrata nella dottrina, nella formazione e nell’equipaggiamento delle nostre forze armate e di quelle dei nostri alleati, per garantirci di poter vincere ogni conflitto contro avversari dotati di armi per la distruzione di massa.

·        Rafforzamento delle operazioni di non-proliferazione per impedire agli “Stati canaglia” e ai terroristi di dotarsi dei materiali, delle tecnologie e delle competenze necessarie per le armi per la distruzione di massa.  Intensificheremo la diplomazia, il controllo sugli armamenti, i controlli multilaterali sulle esportazioni e aiuti condizionati alla riduzione di questa minaccia che fungano da ostacolo agli Stati e ai terroristi che cercano di procacciarsi armi per la distruzione di massa e, in caso di necessità, vietino i relativi materiali e tecnologie.  Continueremo ad intrecciare coalizioni a sostegno di questi sforzi, promuovendo un aumento degli aiuti politici e finanziari per i programmi di non-proliferazione e di riduzione della minaccia rappresentata da tali armamenti. Il recente accordo stipulato dal G8 per investire oltre $20 miliardi in una partnership globale contro la proliferazione rappresenta un notevole passo in avanti.

·        Strategie efficaci di gestione delle conseguenze degli effetti di un eventuale utilizzo delle armi per la distruzione di massa da parte di terroristi o Stati ostili. Minimizzare gli effetti dell’utilizzo di armi per la distruzione di massa contro il nostro popolo fungerà da deterrente contro quanti possiedono tali armi e dissuaderà quanti cercano di appropriarsene, convincendo i nemici del fatto che non potranno raggiungere i loro fini. Gli Stati Uniti devono inoltre essere pronti a rispondere agli effetti di un utilizzo di armi per la distruzione di massa contro le loro forze armate di stanza all’estero, e ad aiutare amici ed alleati in caso di attacco.

 

Ci sono voluti quasi dieci anni per comprendere la vera natura di questa nuova minaccia. Dati gli obiettivi degli “Stati canaglia” e dei terroristi, gli Stati Uniti non possono più fare affidamento soltanto su di un atteggiamento di semplice reazione come nel passato. L’incapacità di dissuadere un potenziale aggressore, l’immediatezza delle minacce odierne e la gravità dei danni che potrebbero essere provocati dalle scelte dei nostri avversari in fatto di armamenti non consentono questa opzione. Non possiamo consentire ai nostri nemici di attaccare per primi.

·        Nella guerra fredda, specialmente dopo la crisi missilistica a Cuba, eravamo di fronte ad un avversario che generalmente si manteneva tale e quale e non cercava rischi. La deterrenza rappresentava una difesa efficace. Ma una deterrenza basata esclusivamente sulla minaccia di rappresaglia ha assai meno possibilità di successo contro i leader di “Stati canaglia” che sono più propensi ad accollarsi dei rischi, a mettere in gioco le vite dei propri cittadini e la ricchezza delle loro nazioni.

·        Nella guerra fredda, le armi per la distruzione di massa erano considerate l’estrema risorsa, il cui uso rischiava di distruggere anche chi le avesse usate. Oggi, per contro, i nostri nemici vedono tali armamenti come una scelta praticabile. Per gli “Stati canaglia”, queste armi sono strumenti di intimidazione e di aggressione militare ai danni dei loro vicini, e possono altresì permettere loro di cercare di ricattare gli Stati Uniti e i loro alleati, impedendoci di dissuadere o respingere la condotta aggressiva degli stessi “Stati canaglia”. Questi ultimi considerano inoltre tali armi come il mezzo migliore a loro disposizione per superare la superiorità convenzionale degli USA.

·        I concetti tradizionali di deterrenza non funzioneranno contro un nemico terrorista le cui tattiche dichiarate sono la distruzione sfrenata e l’uccisione di innocenti; i cui cosiddetti soldati, morendo, perseguono il martirio e la cui più potente protezione è l’assenza dello Stato. La sovrapposizione tra Stati che sostengono il terrorismo ed agenti che cercano di procurarsi armi per la distruzione di massa ci chiama all’azione. 

 

·        Per secoli, il diritto internazionale ha riconosciuto che le nazioni non dovevano subire un attacco prima di poter agire legalmente per difendersi contro forze che costituivano un pericolo di attacco imminente. I giuristi ed gli esperti di diritto internazionale hanno spesso subordinato la legittimità dell’attacco preventivo all’esistenza di una minaccia imminente, quasi sempre una mobilitazione visibile di eserciti, flotte e forze aeree in preparazione di un attacco.

 

Oggi dobbiamo però adattare il concetto di minaccia imminente alle capacità e agli obiettivi degli avversari odierni. Gli “Stati canaglia” e i terroristi non cercano infatti di attaccarci usando mezzo convenzionali. Sanno che simili attacchi sarebbero condannati al fallimento. Si affidano così ad atti di terrorismo e, potenzialmente, all’uso di armi per la distruzioni di massa, armi facilmente nascondibili e trasportabili in segreto e senza avvertimento.

Gli obiettivi di tali attacchi sono le nostre forze militari e la popolazione civile, in diretta violazione di una delle norme principali contenute nel diritto bellico. Come dimostrato dalle perdite subite l’11 settembre 2001, causare un numero enorme di vittime civili è l’obiettivo specifico dei terroristi e queste perdite sarebbero esponenzialmente più alte se i terroristi acquisissero ed utilizzassero armi per la distruzione di massa.

Gli Stati Uniti sostengono ormai da lungo tempo l’opzione dell’attacco preventivo per contrastare una minaccia anche di moderata entità alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore è la minaccia, maggiore è il rischio insito nell’inazione: e più è stringente la motivazione per intraprendere un’azione preventiva di autodifesa, anche se rimangono incerti il tempo ed il luogo dell’attacco nemico. Per anticipare o evitare tali atti di ostilità da parte degli avversari, gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente.  Gli USA non useranno la forza in tutti i casi per prevenire minacce emergenti, né è giusto che le nazioni usino la prevenzione come pretesto per l’aggressione. Tuttavia, in un’epoca in cui i nemici della civiltà ricercano apertamente ed attivamente le tecnologie più distruttive disponibili al mondo, gli Stati Uniti non possono rimanere passivi mentre i pericoli aumentano.

Procederemo sempre con decisione, soppesando le conseguenze delle nostre azioni. Per sostenere le opzioni preventive, gli Stati Uniti:

·        daranno vita a strumenti di intelligence migliori e meglio integrati per fornire informazioni tempestive ed accurate non appena emergono;

·        si coordineranno strettamente con gli alleati per dare una valutazione comune della pericolosità delle minacce; infine

·        continueranno a trasformare le loro forze militari per garantirsi la capacità di condurre operazioni rapide e precise con risultati decisivi.

Lo scopo del nostro agire sarà sempre quello di eliminare una minaccia specifica nei confronti degli Stati Uniti o dei loro alleati ed amici. La ragione alla base del nostro agire deve essere chiara, la forza misurata e la causa giusta.


“Quando le nazioni chiudono i mercati e le opportunità sono monopolizzate da pochi  privilegiati, nessun aiuto allo sviluppo - ma proprio nessuno - potrà mai essere sufficiente. Quando le nazioni rispettano i loro popoli, aprono i mercati, investono in una sanità ed in un’istruzione migliore, ogni dollaro di aiuti, ogni dollaro ricavato dai commerci e dai capitali interni è speso in modo più efficace”.

Presidente Bush, Monterrey, Messico 22 marzo 2002

5. Dare inizio ad una nuova era di crescita economica globale attraverso il libero mercato e il libero commercio.

La forza dell’economia mondiale migliora la nostra sicurezza nazionale, promuovendo la prosperità e la libertà nel resto del mondo. La crescita economica sostenuta dal libero commercio e dal libero mercato crea nuovi posti di lavoro e fa aumentare i redditi, permettendo inoltre alle persone di uscire dalla povertà, sollecitando riforme economico-legislative e la lotta contro la corruzione, e rafforzando infine l’abitudine alla libertà.

Promuoveremo la crescita e la libertà economiche al di fuori dei confini statunitensi. Tutti i Governi hanno la responsabilità di creare nuove politiche economiche e di rispondere alle sfide economiche che si trovano davanti. Metteremo a frutto i nostri impegni con altre nazioni per sottolineare i benefici derivanti dalle politiche che generano maggiore produttività e crescita economica, ad esempio:

·        politiche e discipline legislative per stimolare gli investimenti, le innovazioni e le attività imprenditoriali;

·        politiche fiscali - con particolare attenzione al minimo imponibile - che incentivino al lavoro e all’investimento;

·        rispetto delle leggi e nessuna tolleranza della corruzione, perché le persone siano fiduciose nelle loro possibilità di godere dei frutti dei loro sforzi economici;

·        sistemi finanziari forti che consentano l’utilizzo più efficiente dei capitali;

·        politiche finanziarie sane a sostegno dell’imprenditoria;

·        investimenti sulla sanità e sull’istruzione che migliorino il benessere e le abilità della forza lavoro e della popolazione nel suo complesso; infine

·        libero commercio che apra strade nuove per la crescita e che prepari il terreno per la diffusione di tecnologie ed idee che vadano ad aumentare la produttività e le opportunità.  Gli insegnamenti che provengono dalla storia sono chiari: le economie di mercato, non economie chiuse e controllate con mano pesante dal Governo, rappresentano il metodo migliore per promuovere la prosperità e per ridurre la povertà. Le politiche che rafforzano ulteriormente gli incentivi di mercato e le istituzioni del mercato sono importanti per tutte le economie: per quelle industrializzate, per quelle emergenti e per quelle in via di sviluppo.

 

Ritornare a una forte crescita economica anche in Europa e Giappone è vitale per gli interessi della sicurezza statunitense. Vogliamo che i nostri alleati abbiamo economie forti nel loro stesso interesse, nell’interesse dell’economia globale e nell’interesse della sicurezza globale. Gli sforzi profusi dall’Europa per rimuovere le barriere strutturali all’interno delle loro economie sono particolarmente importanti sotto questo aspetto, così come lo sono gli sforzi giapponesi per porre fine alla deflazione e per affrontare i problemi dati dai prestiti in sofferenza nel sistema bancario nipponico. Continueremo le regolari consultazioni con il Giappone e con i partner europei, compreso il Gruppo dei Sette (G7) per discutere delle politiche che stanno adottando per promuovere la crescita delle loro economie e per sostenere una maggiore crescita economica globale. 

Migliorare la stabilità dei mercati emergenti è inoltre centrale per la crescita economica globale. Occorrono flussi internazionali di capitali d’investimento per espandere le potenzialità produttive di queste economie.  Tali flussi consentono ai mercati emergenti e ai paesi in via di sviluppo di compiere gli investimenti necessari per innalzare il tenore di vita e ridurre la povertà. Il nostro obiettivo a lungo termine deve consistere in un mondo dove tutti i paesi abbiano una valutazione di affidabilità elevata, che consenta loro di accedere ai mercati finanziari internazionali e di investire nel loro futuro.

Crediamo in politiche che aiutino i mercati emergenti ad accedere a maggiori flussi di capitali a costi inferiori.  A questo scopo, continueremo a perseguire riforme finalizzate alla riduzione dell’incertezza sui mercati finanziari. Lavoreremo attivamente con altri paesi, con il Fondo Monetario Internazionale e con il settore privato per mettere in atto il Piano di azione del G7, stabilito quest’anno per prevenire le crisi finanziarie e risolverle in modo più efficace quando si presentano.

Il modo migliore per far fronte alle crisi finanziarie è impedire che avvengano, e abbiamo infatti spinto affinché il FMI migliori il proprio operato in questo senso. Continueremo a collaborare con il FMI per ottimizzare le condizioni politiche che ne favoriscono i prestiti e per concentrare la sua strategia di prestito sul raggiungimento della crescita economica attraverso l’adeguatezza delle politiche fiscali e monetarie, dei cambi, nonché delle politiche del settore finanziario.

Il concetto di “libero commercio” è nato come principio morale ancor prima di diventare una colonna portante dell’economia. Se si è in grado di produrre qualcosa che viene apprezzato da altre persone, si deve anche godere della possibilità di venderlo. Se altri producono qualcosa che noi apprezziamo, dobbiamo avere anche la possibilità di comprarlo. Questa è la vera libertà, la libertà per una persona, o per una nazione, di guadagnarsi da vivere. Per promuovere il libero commercio, gli Stati Uniti hanno elaborato una strategia completa:

·        Prendere l’iniziativa su scala globale. I nuovi negoziati commerciali globali che abbiamo contribuito ad avviare a Doha nel novembre 2001 avranno un programma ambizioso, specialmente nei settori dell’agricoltura, dell’industria, e dei servizi, il cui termine di realizzazione è fissato per il 2005. Gli Stati Uniti sono in prima linea per completare l’ingresso della Cina e di una Taiwan democratica nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e assisteranno inoltre ai preparativi per l’ingresso della Russia.

·        Promuovere le iniziative regionali. Gli Stati Uniti ed altre democrazie dell’emisfero occidentale hanno deciso di dare vita all’Area di libero commercio delle Americhe, il cui termine di realizzazione è fissato per il 2005.  Quest’anno, gli Stati Uniti proporranno ai propri partner negoziati per l’accesso ai mercati, incentrati sull’agricoltura, sui beni di produzione industriale, sui servizi, sugli investimenti e sugli appalti pubblici.  Offriremo inoltre maggiori opportunità al continente più povero, l’Africa, a cominciare da un utilizzo completo delle preferenze statuite dall’African Growth and Opportunity Act (legge per la crescita e le opportunità in Africa), per portare alla liberalizzazione del commercio.

·        Far avanzare gli accordi bilaterali sul libero commercio. A partire dall’accordo per il libero commercio siglato con la Giordania nel 2001, l’Amministrazione si attiverà quest’anno per completare tali accordi anche con il Cile e con Singapore. Lo scopo consiste nel raggiungere accordi sul libero commercio con una serie di paesi sviluppati e in via di sviluppo in tutte le regioni del mondo. Inizialmente, i nostri punti focali principali saranno l’America Centrale, l’Africa meridionale, il Marocco e l’Australia.

·        Rinnovare la partnership tra Esecutivo e Congresso. La strategia commerciale di un’Amministrazione dipende dalla produttività della collaborazione con il Congresso. Dopo 8 anni, l’Amministrazione ha nuovamente ottenuto la maggioranza in Congresso per la liberalizzazione dei commerci, approvando l’Autorità per la Promozione del Commercio e le altre misure per l’apertura dei mercati per i paesi in via di sviluppo contenute nel Trade Act (legge sul commercio) del 2002. Questa Amministrazione collaborerà con il Congresso per attuare nuovi accordi commerciali bilaterali, regionali e globali che si concludano secondo i dettami della neonata Autorità per la Promozione del Commercio.

·        Promuovere il collegamento tra commercio e sviluppo. Le politiche commerciali possono aiutare i paesi in via di sviluppo a conferire maggiore solidità ai diritti della proprietà privata, alla concorrenza, al diritto, agli investimenti, alla diffusione delle conoscenze, all’apertura delle società, all’efficienza nell’allocazione delle risorse e all’integrazione regionale: tutto ciò porta ai paesi in via di sviluppo crescita, opportunità e fiducia.  Gli Stati Uniti stanno mettendo in atto l’Africa Growth and Opportunity Act per fare accedere ai mercati quasi tutti i beni prodotti nei 35 paesi dell’Africa sub-sahariana. Faremo maggiore uso di questa legge e del suo equivalente per il bacino caraibico, continuando nel contempo a collaborare con le istituzioni multilaterali e regionali al fine di aiutare i paesi più poveri a trarre giovamento da queste opportunità. Oltre all’accesso ai mercati, l’area più importante in cui il commercio e la povertà si intersecano è rappresentata dalla sanità pubblica. Garantiremo che la flessibilità delle norme per la proprietà intellettuale sancite dal WTO sia sufficiente a consentire alle nazioni in via di sviluppo di procurarsi medicinali essenziali per pericoli eccezionali come l’AIDS, la tubercolosi e la malaria.


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