FISICA/MENTE

 

 

GfP.176-177-178-179 – la Contraddizione, 74, Roma 1999 (cfr. anche Invarianti, 33, Roma 1999)

 

LA QUESTIONE BALCANICA

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LA SETA E IL CONCIME

La penetrazione del capitale finanziario attraverso i Balcani

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Gianfranco Pala

 Il denaro non olet:

 che abbia realizzato il prezzo del concime oppure quello della seta, questo non si può assolutamente ricavare da esso, e ogni differenza individuale è svanita nelle mani del suo possessore.

Questa estinzione è però un'estinzione universale. La circolazione è parimenti il costante svanire di questa differenza. Tutti sono così dichiarati liberi e uguali. (Marx)

La disgregazione della Jugoslavia, la guerra, le sanzioni, l'isolamento internazionale e il mantenimento di un'economia in stato d'assedio, insieme a una resistenza burocratica al cambiamento, hanno impedito una riforma radicale dell'economia.

Non c'è da aspettarsi che la situazione cambi finché le relazioni della Jugoslavia col resto del mondo non si normalizzino e il governo adotti un programma di riforme strutturali e di stabilizzazione "stile Fmi".

La transizione è rinviata. (Eiu, 1° novembre 1998)

 

L'età dell'imperialismo, si sa, tra le altre cinque peculiarità (oltre a monopolio, finanza, materie prime, fine del colonialismo) è caratterizzata so­prattutto dal movimento di capitali, oltre che di merci. Sicché le vie di comuni­cazione - la "via della seta" che a Marco Polo servì per aprire i mercati dell'est - sono diventate vie di penetrazione del capitale stesso e del suo modo di produ­zione. Ora, seta o concime o gas fa lo stesso: codeste vie - questi canali di espansione, chiamati "corridoi" - costituiscono l'alveo, o meglio le direttrici in cui si collocano e si legano gli anelli delle catene transnazionali degli investi­menti diretti del capitale monopolistico finanziario, dominante nel nuovo ordine mondiale. Grave limite sarebbe - e in effetti lo è stato e lo è, anche nella proble­matica più attenta - considerarli meramente come vie per il trasporto delle merci (strade, ferrovie, fiumi, condotti idrici o energetici, ecc.), anziché quali realmen­te sono, ossia matrici delle future prossime filiere di produzione, in grado di di­slocare i capitali internazionali in aree sempre più remote dal punto d'origine.

In effetti l'"aggiustamento strutturale" balcanico è a vasto raggio. Da quanto, con tutta schiettezza, ha affermato il rappresentante degli industriali del­la fiera del levante di Bari - spostata a Tirana per ottobre prossimo - trapela, for­se involontariamente, la verità ultima: <l'Albania è per noi una testa di ponte per lavorare ed esportare in tutto lo scacchiere balcanico; siamo andati in Alba­nia guardando alla Macedonia, alla Bulgaria, alla Romania>, ecc. Qualcuno ne dubitava? La "matrice delle filiere" di produzione e di investimento, oltre che di scambio, sta là, si è detto poc'anzi, donde partono i "corridoi".

E se i parvenus pugliesi non possono osare allungare il loro sguardo og­gettivamente miope più lontano della Bulgaria, sarà più semplice capire il signi­ficato strategico della tesi che si vuole qui sostenere. Ossia, che gli Usa intenda­no strutturare i corridoi per allungare gli anelli delle proprie catene transnazio­nali fino alle coste russe cinesi e coreane del Pacifico, attraverso lo sconfinato territorio eurasiatico dell'ex Urss. Qualora riescano nel loro intento, possono la­sciare l'instabile regione balcanica alle cure europee: e questo - tra i paesi impe­rialisti aggressori (se non va loro storto qualcosa) - sembra essere il possibile patto di spartizione della terra di conquista dell'emisfero boreale, racchiusa più o meno tra i paralleli del tropico del cancro e del circolo polare artico e tra il 15° e il 135° meridiano a est di Greenwich e di Blair.

Dunque, è necessario tentare un'analisi economica di quanto la cosiddet­ta "guerra" prospetterà, anche attraverso codeste "direttrici" di penetrazione imperialistica.[1]  Allora è bene cercare di ricostruire l'intero quadro: sia quanto è accaduto negli anni - dai '70 ai '90 - della disgregazione jugoslava (e non solo), sia quale sia sempre stata la collocazione territoriale strategica dei Balcani, "una regione che è probabile che rimanga potenzialmente volatile" - volatile (sic), così le fonti del potere definiscono un'area militarmente esposta all'aggressione nemica. I Balcani - l'"antica montagna boscosa", come vuole l'etimo turco - rappresentano, per così dire, una peni-penisola, segnata rispetto al continente so­lo dal corso del Danubio, piuttosto che da una catena montuosa. Quindi è per natura terreno di passaggio, bramato da chiunque abbia voluto nel corso della storia oltrepassarlo, verso le ricchezze naturali e sociali a est e a nord, verso gli sbocchi dei traffici e al mare a ovest e a sud.

Si capiscono quindi, nei secoli, le direzioni di movimento: da un lato cercare lo sbocco al mare per chi non l'ha, impedendo l'accesso alle materie prime da parte di chi ne scarseggia; dall'altro esattamente il contrario, rincorre­re le ricchezze da saccheggiare, impedendo lo sbocco al mare degli stati interni. E l'"antica montagna boscosa" lì in mezzo, come "un enorme cazzo tra due co­glioni" - per dirla in italiano con Diderot: i coglioni di turno sono stati, via via, impero austro-ungarico e impero ottomano, Prussia e Turchia, impero britanni­co e Russia zarista, Germania nazista (con la caricatura italo-fascista) e Urss, e infine - col terzo incomodo estraneo d'oltre Atlantico - lo scontro triangolare Germania-Russia, Usa-Russia ma soprattutto Usa-Germania, con Milosevic a far da tragico "cazzone" (per proseguire con la parafrasi nella citazione del "ni­pote di Rameau"). Ecco che, di nuovo oggi, la lotta per il controllo dell'attraver­samento dell'"antica montagna boscosa" torna a coinvolgere direttamente - ma per conto terzi, in conto capitale - i clan e i satrapi locali.

Burocratizzazione e corruzione servono per conservare lo status quo, l'immobilismo mascherato da riforme e revisione della costituzione - Eltsin do­cet. Del resto la corruzione è coessenziale al potere, anche del capitale, in forme a esso peculiari. Sicché - da sempre - mentre la corruzione dei forti è coperta dal potere stesso, che la manda impunita, fino al suo stesso abbattimento che può avvenire solo per via rivoluzionaria, la corruzione dei deboli è usata dal potere sia per servirsene in tempi di ordinaria follia, sia per avere al momento opportu­no i propri capri espiatori. Come Suharto o Saddam Hussein, Ceausescu o Mar­cos, e via scaricando anche zombie alla Pinochet, i satrapi dell'imperialismo so­no abbandonabili in qualsiasi momento in cui il capitale finanziario lo desideri. La Jugoslavia non è sfuggita a tale destino. Oggi è toccato a Milosevic, domani può essere il turno perfino del ras fascista Franjo Tudjman, se è vero che solo ora la comunità internazionale - il "condominio imperialistico", per usare le stesse iniziali, come dice Diana Johnstone - comincia (alla buon'ora!) a consi­derare la Croazia come regime autoritario da condannare: è un "avvertimento"?!

Lungi dall'essere un problema etnico - come tuttavia ormai appare fin nella realtà quotidiana dei protagonisti coatti delle diverse popolazioni - la radi­ce reale del conflitto tra le singole repubbliche e il governo federale della Jugo­slavia è cominciata ben altrimenti. Essa venne alla luce quando si trattò di deci­dere a chi (a quale repubblica, ossia a quale clan coperto nell'apparato di potere politico federale mascherato da "partito comunista"), sarebbero andati i soldi dei finanziamenti esteri e delle privatizzazioni, per uscire da quella crisi che l'inter­vento esterno - l'"aiuto"! - del capitale internazionale stesso aveva provocato, nel tentativo di scrollarsi di dosso le proprie difficoltà e contraddizioni. Ed è proprio questo il punto: giacché dietro quella rissa locale per l'accaparramento della ricchezza e del potere da parte dei bottegai slavi del sud, si stagliava netta una lotta ben più grande; era la guerra, prima economica e poi militare, tra i poli imperialistici per cercare di concludere la fase mostruosa della "transizione al capitalismo". Quella "transizione" stava (e sta) ancòra fallendo, o comunque ri­tardava al punto da compromettere la stabilità del capitalismo mondiale; richie­deva perciò un'azione più forte e risolutiva e una forma dietro cui camuffarsi.

Ma il "camuffamento dei delitti di stato" (per parafrasare Brecht) non è certo la via migliore per rispondere alla violenza dell'imperialismo e ai disastri economici e sociali da esso provocati. Altre devono essere le risposte da cerca­re: risposte di classe, anzitutto, e in nessun modo nazionalistiche. Il dato di fatto - non da prendere mai per sé, bensì soltanto come base da cui partire - è che, a dieci anni dal picconamento del muro di Berlino, quasi nessun paese dell'ex Comecon e dell'ex Jugoslavia ha recuperato i livelli produttivi di allora: evviva il liberomercato! <In realtà quello della Jugoslavia del dopo Tito è stato uno dei più giganteschi fallimenti economici della storia, di cui nessuno voleva pagare il conto> - ha scritto Alberto Negri, in uno dei suoi lucidi articoli, perfino sull'or­gano che ha sempre sostenuto l'avvento del liberomercato nell'est, il Sole 24 ore. Viste le delizie comportate dalla "transizione" al capitalismo, conviene quindi esaminare brevemente le vicende di quel periodo.

Per trentacinque anni, dalla guerra di liberazione alla fine degli anni '70, neppure le ibride ambiguità privatistiche del cosiddetto "socialismo autoge­stionario" titoista e, più ancora, il clima politico internazionale, dominato dalla "guerra fredda", hanno compromesso la crescita della Jugoslavia. Non è male constatare questa verità attraverso le parole, sicuramente non sospette, di un an­timarxista giurato come Harold Lydall. Egli avverte sùbito che si sta al cospetto di uno "stato a partito unico", pienamente "fedele ai princìpi del marxismo-leninismo" [?!?], "senza libertà", con "censura sulla stampa", "sindacati istitu­zionalizzati", "ostilità all'iniziativa privata", forte "propaganda antireligiosa", e sistematico "indottrinamento marxista". Ebbene - scrive Lydall - <nonostante tutte queste contraddizioni, per la maggior parte del periodo 1950-79 la Jugosla­via non solo è sopravvissuta ma ha prosperato>; dopo una stasi per la crisi inter­nazionale dei primi anni '70, nel 1974-79 si è registrata una crescita del pil del 7%, così come sono ancora aumentati produzione industriale, occupazione, li­vello di vita, servizi sociali, ecc. A tutto ciò - ricorda ancora Lydall - si aggiun­ga la stima per il ruolo internazionale tra i paesi non allineati, reputazione che, tuttavia, "dipendeva praticamente dall'aiuto finanziario dell'occidente" (come sottolineano i documenti dell'Eiu).

La forma dell'autogestione - per il carattere in definitiva "privato" delle decisioni economiche affidate alle singole unità (cooperative) della produzione sociale, il cui controllo centrale necessariamente si allentò progressivamente, fino a sfociare nella riforma liberista del 1965 - costituiva perciò, in confronto con le "economie di comando" della zona di influenza sovietica, un primo chia­ro invito all'appoggio estero. La spartizione del mondo, dopo le conferenze di Teheran e Yalta, aprì le grandi manovre dell'imperialismo Usa attraverso la "guerra fredda": quindi l'allontanamento della Jugoslavia titoista dall'Urss stali­nista rappresentava un boccone appetitoso. Così, "negli anni '50, la Jugoslavia ricevette grandi prestiti esteri, principalmente dagli Usa, successivamente dalla Bm, e negli anni '70 dalle banche commerciali in petrodollari" (questi ultimi per affrontare la crisi internazionale ed energetica in particolare).

Ma i nodi cominciarono a venire al pettine: ed erano, appunto, quelli de­terminati dalle ripercussioni della lunga ultima crisi mondiale di sovraproduzio­ne irrisolta. Le condizioni poste dal grande capitale finanziario internazionale, in rottura prolungata, erano sempre più difficili da sostenere per il governo fede­rale jugoslavo. Tuttavia, fino al 1979 esse erano rispettate, pur con grandi sacri­fici per le popolazioni, soprattutto quelle meridionali più povere: il dualismo tra nord (Slovenia, Croazia e in parte Vojvodina)  e sud (Macedonia, Kosovo, Mon­tenegro e parte della Bosnia) già segnava un divario più che doppio negli indica­tori economici principali, che tra Slovenia e Kosovo saliva a 6:1!

Il 1979 fu perciò il primo anno della svolta finale per le sorti della Jugo­slavia: Tito non era ancora morto, la Jugoslavia multietnica ancora formalmente unita, ma - si badi bene - la controffensiva imperialistica disegnata dal "piano Kissinger" di cinque anni prima era in piena attuazione, a cominciare dalla stra­tegia relativa al problema del cosiddetto debito estero - ossia il "credito estero", per la pletora di capitale monetario sotto forma di petrodollari (la pretesa "se­conda crisi" petrolifera) e di eurodollari (il varo provvisorio dello Sme). L'infla­zione mondiale aveva adempiuto al suo còmpito, e ora al capitale serviva il suo "rientro" (la tragicommedia dell'"inflazione programmata"), l'inversione di ten­denza dei tassi d'interesse (da negativi a positivi, a partire dal rendimento delle obbligazioni statali, dai T-bond ai Bot, ecc.) e il controllo stretto della politica monetaria e creditizia. Senonché quest'ultima sussiste soltanto con una profon­da correzione delle politiche economiche reali che stanno alla base della crisi. Fmi e Bm erano i principali organismi sovrastatuali preposti per far rispettare le "regole" dell'imperialismo transnazionale a tutti i paesi - soprattutto, ma non solo, quelli dominati e deboli in via di programmata disgregazione [cfr.no.72].

Poteva la Jugoslavia resistere ancora? Gli anni '80 si aprirono anche con il massiccio attacco Usa all'Europa dell'est, a cominciare dalla Polonia (con l'appoggio iperattivo del Vaticano), dalla Romania di Ceausescu (che così bene aveva "servito", a spese della propria popolazione, prima di essere eliminato), poi i paesi Baltici, l'Ungheria, ecc., fino al picconamento del muro di Berlino, quasi a mo' di coronamento rituale del decennio trascorso. Potevano la zona del Comecon, la regione balcanica e la Jugoslavia resistere ancora a quel processo che avrebbe moltiplicato per tre, in pochi anni, il numero delle entità statali di­sgregate e sottomesse? Si legge perciò che la Jugoslavia entrò, "dagli anni '80, in crisi permanente, economica politica nazionale etnica": il che è vero per la crisi; ma occorre anche aggiungere come, pur dai pochi elementi appena trac­ciati, si potesse capire quanto l'"odio razziale" e la "pulizia etnica" non fossero affatto le cause di codesta crisi, ma solo invenzioni del cinismo imperialistico - "invenzioni" che necessariamente hanno però avuto una tragica effettualità.

Nel 1979-85 gli andamenti economici sono stati tutti improntati a nega­tività e crollo verticale [cfr. scheda]. Una delle conseguenze del "mitico '89", a séguito della riunificazione tedesca, è stata che con il muro sono crollate le pre­senze degli emigrati stessi in Germania, con il loro rientro forzato a centinaia di migliaia, peggiorando una situazione già drammatica per l'intera economia na­zionale. Quindi dall'inizio degli anni '80 - con forti pressioni del Fmi per l'au­mento dei tassi d'interesse, con l'intento di abbattere l'inflazione - si cercò di ottemperare ai pagamenti, a grave prezzo per la popolazione, attraverso continui rinnovi. Anche il cosiddetto "programma di stabilizzazione", avviato dal gover­no nel maggio '80, non fu mai attuato; l'unica cosa che rimase, insieme alle pre­cedenti indicazioni, fu il passaggio al laissez faire attraverso il controllo dell'emissione di moneta da parte della banca centrale, imposto dal Fmi. Ma ciò, come fu detto e sempre ripetuto dagli organismi sovrastatuali, ha come "male necessario" (sic!) disoccupazione e fallimenti.

L'intervento, pertanto, non ha fatto altro che peggiorare la situazione generale, tanto che nel 1986 il Fmi impose un "aggiustamento strutturale", fa­cendo varare al governo uscente di Branko Mikulic il famigerato "tasso d'infla­zione programmata"! Trascinatasi per tutto l'87, la rinegoziazione generale dei debiti col Fmi avvenne nel 1988, attraverso misure "nuove", ma sempre uguali a se stesse: rialzo dei tassi, taglio dei salari, ulteriore controllo dei prezzi, stretta creditizia, ecc. Tali misure condussero a numerosi fallimenti e a un'ondata di proteste sociali, giacché - come scrive ancora l'insospettabile Lydall - <tutte queste misure erano dirette essenzialmente a ridurre il livello di vita della popo­lazione, nell'immediato e nel futuro; nessuna di queste misure dette un qualche impulso allo sviluppo, basandosi prevalentemente sulla "sostituzione all'impor­tazione" che spesso risulta più costosa ed economicamente inefficiente>. Senza dubbio l'obiettivo della rovina della popolazione è stato raggiunto.

Nel frattempo il costo del debito [ossia, i pagamenti dovuti all'estero sul valore delle esportazioni] era raddoppiato; nel 1987 le perdite sull'indebitamen­to estero raggiunsero i 25 mmrd lire. Nel periodo 1979-88 la bilancia commer­ciale segnò un andamento che vedeva le esportazioni in valore crescere del 20%, ma il loro volume aumentò del 40%; al contrario, mentre il valore delle importazioni diminuiva del 10%, il loro volume crollava del 40%, a indicare il forte peggioramento del livello di vita delle popolazioni. Questo andamento a forbice, che danneggiava le capacità di commercio internazionale della Jugo­slavia, una volta si chiamava scambio ineguale. Le perdite (soprattutto per pe­trolio e macchinario) erano salite a 15 mmrd lire. Così, nell'88 il Fmi impose la liberalizzazione dei cambi, collegata al controllo sulle aperture di credito banca­rio, proprio mentre la banca centrale federale perdeva sempre più importanza ri­spetto a quelle delle singole repubbliche.

La svalutazione, si è detto, doveva riallineare tassi reali e nominali; con un'economia così disastrata, in mancanza di valuta, sempre più spesso si ricor­reva al surrogato del baratto. Dall'inizio degli anni '90, ormai, è cronaca. Ma merita sottolineare un evento importante - forse la svolta che ha segnato l'inizio dello sganciamento di Milosevic da parte dei patrons americani, dopo che Slobo nell'87 aveva "bruciato" Mikulic e si era fittiziamente accreditato come tardo gestore del piano di "liberalizzazione" del Fmi 1988. Il piano in 15 punti di Dra­goslav Avramovic del 1995 [cfr. scheda] che prevedeva lacrime e sangue - au­sterità e sacrifici - era "bestiale" e fallì (insieme al vecchio "Drago"); ma non fallì per questo, quanto per l'imprevedibile appoggio popolare che l'anno prima ebbe "padre Abramo" contro Slobo, e quindi per la perdita di affidamento inter­nazionale e potere e ricchezza personale di quest'ultimo: tanto che ancor più sangue e lacrime sono state versate. L'ultima notte della Jugoslavia era iniziata.

In tempi di disgregazione degli stati (soprattutto i deboli), obiettivo Usa è stato comunque anche quello di bloccare i processi di integrazione che avrebbero potuto rappresentare punti di forza competitivi. Per cui alla riunifica­zione tedesca, non potendola rinviare oltre, sono state create grandi difficoltà (soprattutto come oneri economici e vincoli militari), bloccando prima l'ulterio­re espansione verso l'est europeo - con una tenaglia, a nord nei paesi baltici, e a sud nei paesi balcanici - per poi trasferirne la tensione sul processo di costitu­zione dell'Ue e dell'euro. La risposta tedesca, rivoltasi al sud verso lo sbocco sull'Adriatico, è stata frenata dagli Usa con le guerre jugoslave 1993-99.

Analogamente, nello stesso periodo gli Usa hanno sabotato i colloqui per la riunificazione della Corea, inaspettatamente ben avviata negli anni '90 del dopo guerra fredda; là è stato preso a pretesto - in un paese che la crisi eco­nomica e i disastri naturali hanno letteralmente portato alla fame, e la cui base produttiva a sostegno dell'apparato militare non è proprio florida - il riarmo nu­cleare nordcoreano. Lo spettro "comunista" si aggirava per l'Asia, nuovamente agitato dal capitale Usa, timoroso solo, in realtà, che la potenza di una Corea unita si sarebbe semmai potuta avvalere della potenziale minaccia atomica del nord sostenuto dalla forte economia in crescita del sud. Gli Usa dovevano anche frenare la concorrenza giapponese e intanto preparare contromosse (con deter­rente militare in zona) alla riunificazione cinese (Hong Kong e anche Taiwan).

Gli Usa si accingevano così a prendere i classici due o tre piccioni con una fava. Brandendo la spada di Brzezinski contro l'unificazione - definita an­tiamericana e comunista filocinese - il nord della Corea è stato ancor più isolato e affamato, avvertendo indirettamente la Cina a non fare passi falsi, e il sud è stato posto all'epicentro di una devastante crisi economica e sociale. Ciò mette­va al contempo sull'avviso i nipponici a non farsi per ora troppe illusioni su un loro espansionismo imperialistico sulle sponde dei cinque paesi toccati dal mar del Giappone - una delle aree geografiche a massimo rischio nel mondo attuale. La grande crisi dell'est Asia, alla fine del 1997, giungeva perciò come degna conclusione dell'infame strategia yankee di aggressione ai paesi di cui non vuo­le perdere il controllo economico e politico: anche quella una vera e propria guerra - combattuta senza sparare bombe, ma titoli in borsa. Altro che le favo­lette della crisi dei "mercati finanziari" e delle bolle speculative!

1997: ecco allora che forse comincia a essere possibile cercare di spie­garsi che cosa sia successo in quell'anno. Si è ricordato altrove che fino a dopo gli accordi di Dayton (fine '95) gli Usa erano contrari alla disgregazione "tede­sca" della Jugoslavia; sicché hanno fatto di tutto per tenere in piedi quei satrapi locali che avrebbero potuto garantire un residuo di coesione - di qui l'appoggio anche a Milosevic nell'accordo spartitorio con Tudjman. E in effetti il mediato­re americano ambasciatore Holbrooke asserì che lo smembramento balcanico era il "più grande errore collettivo dell'occidente, in materia di sicurezza, dagli anni '30". Ma poi, con Madeleine Albright, nuova segretaria di stato proprio dal '97, tale errore lo hanno fatto tutti "collettivamente". In effetti, l'ultimo rapporto '98 dell'Eiu sull'ex Jugoslavia scriveva che ancòra in dicembre "ci sono divi­sioni entro il governo Usa sulla politica verso il regime di Milosevic": una, rap­presentata da Holbrooke (per il quale, come per gli europei, una guerra sarebbe un'ipotesi sbagliata) che "continua a considerare Milosevic come la chiave per qualsiasi soluzione a lungo termine"; l'altra, rappresentata da Albright, la quale vuole "vedere soluzioni più radicali: il completo distacco del Kosovo dalla Ju­goslavia serba e il culo di mr. Milosevic" - madame, quelle delicatesse!

Il '97 appunto: crisi coreana e crisi generale estasiatica. L'era albrightia­na è lo stessa in cui si preparava il terreno balcanico: fallimento, provocato, del­le "piramidi" finanziarie albanesi (il pil albanese, dopo il volo di quasi il 10% nel '94, fu fatto crollare al 2%); le manovre speculative di Soros, il quale - oltre a cose più grandi in giro per il pianeta - inventava e pagava la radio belgradese B.92 fatta però conoscere nel mondo (anche dell'asinistra) come "indipenden­te"; le Ong "umanitarie", da lui stesso caldeggiate e finanziate d'intesa con la Bm, per seguire una diversa tattica di dolce strangolamento finanziario (carota) rispetto alla lobby militare aggressiva Usa-Nato (bastone). Ecco la parvenza dell'"indipendenza" e delle "voci della libertà" - nei residui brandelli dell'ex Ju­goslavia, dove l'opposizione di  classe era ormai inghiottita dal rigurgito nazio­nalistico - alla ricerca di una soluzione "democratica" che doveva rappresentare la "spina nel fianco" (sic!) di Milosevic. Cominciava lo sganciamento dal ban­chiere di Kissinger, divenuto inaffidabile mediatore della finanza sporca, ina­dempiente o tardivo nel processo di privatizzazione e liberalizzazione affidato­gli dal Fmi, in vista delle elezioni del settembre '97. Fu allora che avvennero gli assassinî - attribuiti alla mafia locale (e la Cia?!) - di uomini di Milosevic (il pe­troliere Todorovic, il gen. Stojic, ecc.). Si può così delineare il senso del cam­biamento della strategia internazionale Usa - protagonista appunto Madeleine Albright - che passava decisamente alla controffensiva con la guerra economica al Giappone e con la preparazione del terreno di guerra militare in Europa.

In attesa di una possibile ripresa dell'accumulazione generale, che di­pende dagli stanziamenti a medio termine per gli ide a venire, per il momento c'è spazio solo per trasferimenti di plusvalore tra lobbies reciprocamente in lot­ta: non è vero che la guerra "crei" keynesianamente ricchezza, in una fase di so­vraproduzione mondiale, ma può solo spostare profitti a favore di alcuni e a danno di altri capitali (a parte l'affamamento della popolazione, comunque sem­pre operante). Questa consapevolezza è ciò che ha mosso la recente strategia Usa, contro Europa e Giappone. I costi dell'aggressione aerea si trasformano perciò in entrate, sì, ma intanto solo per la lobby militare industriale (a es., la Boeing in crisi per eccesso di produzione di missili Cruise), sottratte ad altri set­tori industriali. Tali somme sono state valutate in 100 mrd lire al giorno, che di­ventano 180 "chiavi in mano": moltiplicato per 60 giorni fa dai 6 agli 11 mmrd. Per la Bosnia e la ricostruzione di Sarajevo sono stati spesi o stanziati 8 mmrd lire sùbito, più circa 16 mmrd l'anno.

Se l'operazione "piano Marshall" per i Balcani "albanesi" va in porto, come joint venture tra Ue e Bm, si partirà (quasi simbolicamente con "soli" 600 mrd d'acconto); poi si vedrà quanto i privati saranno indotti a investire nel co­struire corridoi e filiere per migliaia e migliaia di km, e allora la lobby della fi­liera "grandi opere" entrerà in azione a sua volta per racimolare profitti al posto di altri settori. Tutto dipenderà dai profitti a vista per la ricostruzione, ma se l'o­perazione andasse bene per il capitale, questo, con la nuova spartizione imperia­listica del pianeta, potrebbe forse superare ancora una volta la propria crisi da sovraproduzione e instaurare, allora sì, un altro ciclo di accumulazione. Ma per adesso ancòra siamo alle premesse - e forse neppure a quelle.

La contesa tra "fratelli nemici" - i veri nemici, perché i nemici formali sono solo vittime sacrificali predestinate - scoppia dunque su questo terreno. La guerra - prima economica, poi politica e militare, anche come "non-guerra" ma solo in guisa di bombardamenti aggressivi di distruzione - è combattuta tra i po­li imperialistici per la spartizione del mercato mondiale. <In realtà - scrive an­còra nei suoi ottimi articoli Alberto Negri - si sta combattendo da dieci anni un lungo conflitto tra potenze e blocchi di potenze. La Serbia di Milosevic non è l'Irak di Saddam: la sua posizione geopolitica vale più del petrolio irakeno. Il Danubio, via d'acqua indispensabile per Romania e Bulgaria, scorre per un ter­zo in territorio serbo. Fino a prova contraria rete telefonica, elettrica e stradale sono ancòra un bene comune, non di Milosevic ma delle popolazioni balcani­che>. E scriveva Patrick Artisien che <fin dal dopoguerra il sistema di trasporti e comunicazioni in Jugoslavia ha rappresentato la principale strozzatura dell'e­conomia. Esso si è dimostrato incapace di affrontare la crescente esigenza di servizi, sia da parte degli utilizzatori locali che degli stranieri, turisti o impren­ditori. Perciò, lo sviluppo futuro dell'economia dipende da una politica costante di investimenti e razionalizzazione delle infrastrutture>. Si noti quanto aggiunge l'Eiu: che <la Jugoslavia è il principale incrocio nel cuore dei Balcani, come via più rapida per congiungere l'Europa occidentale col Medio oriente, ed è saggio "capitalizzare" codesta posizione geografica ammodernando le infrastrutture>.

Si tratta, cioè, di preparare il terreno agli impianti di produzione, ossia al capitale estero di conquista: <siamo qui anche per difendere le vie di comunica­zione est-ovest e dell'energia> - ha detto il generale inglese della Kfor Mike Jackson (colui che ha provocato la defenestrazione dell'esaltato Wesley Clark). Ma se l'ottica è quella detta - che non solo di petrolio e gas si tratta (come con errore di sopravalutazione fu fatto anche per l'Irak, per il medioriente in genera­le e pure per il Kurdistan), ma anche acqua (per l'industria, non per l'uso civile) e tlc, innanzitutto, e poi infrastrutture amministrative e istituzionali per organiz­zare credito, assicurazione, commercio, ecc. - allora non basta considerare co­municazione e mercato, bensì canali di investimento e produzione a doppio flusso in entrata e in uscita. I Balcani "occupano" le rotte di passaggio dell'Eu­rasia, che gli Usa non possono permettere che si saldino. In <una serie di pro­grammi comuni delineati a Bruxelles - scrive ancora Alberto Negri - sono previ­sti investimenti, da qui al 2015, per 170 mmrd lire e interventi su 18 mila km di strade, 20 mila km di ferrovie e 13 porti marittimi; ma in realtà, nelle retrovie dei campi di battaglia in Jugoslavia, Kosovo, Albania e Macedonia, ogni stato dell'Ue spinge per la soluzione geopolitica  ed economica più conveniente>.

Ogni gruppo di potere capitalistico, con la propria base nazionale di rife­rimento, ha perciò la propria convenienza. Occorre perciò esaminare questo punto: "la guerra nei Balcani ha interrotto le comunicazioni tra nord e sud, pri­ma per l'embargo e poi per gli eventi bellici" (Alberto Negri). Quindi significa­tiva è quella "specifica" di Jackson: difendere le vie est-ovest, orizzontali, gradi­te agli Usa e ai suoi fedeli seguaci (Gran Bretagna anzitutto, poi in parte Italia e Francia, ma soprattutto Turchia - e, chissà, Svezia e Finlandia); non le vie nord-sud, verticali, di preferenza della zona di influenza germanica, con l'ap­poggio interessato della Grecia. La spiegazione dei corridoi [che già abbiamo considerato negli ultimi due numeri della rivista] ha codesto fondamento.

 

Il grafico  è qui assai semplificato, rispetto alle cartine complete origina­li, per renderlo più immediatamente chiaro, cioè senza seguire i reali tracciati stradali o ferroviari, o le vere rotte marittime, sottomarine (Adriatico, Mar Nero e Caspio, o Baltico) e fluviali, ma solo le regioni attraversate. In qualche modo, essendo solo simbolico, ovviamente indica appena le direttrici di penetrazione ideali dell'espansione imperialistica, che prendono per riferimento concettuale (qualche centinaio di km più qua o più là, qui poco importano) i capoluoghi più importanti che ne sono interessati o coinvolti. Gli altri collegamenti reali - le in­tersezioni, le bretelle, gli snodi possibili, ecc. - si possono immaginare secondo gli sviluppi dei rapporti di forza interimperialistici.

La cartina, perciò, mostra senza ombra di dubbio la situazione: del perché i "corridoi orizzontali" VIII e V piacciano a Usa & co. (in particolare la "differenza" italiana nell'Ue, diversa dalla subalternità militare britannica, che come porti capolinea ha Bari nell'VIII e Ancona nel V, i cosiddetti "corridoi adriatici"). Se l'VIII non è che l'inizio della "via della seta" di Marco Polo, ver­so Samarcanda e Pechino, passando prima attraverso il Kurdistan occupato dai turchi, per il bacino idrico del Tigri-Eufrate (diga Ataturk), e poi nella zona montuosa del nord Iran ai confini col sud del Caucaso, sotto il mar Caspio, di­versa è la situazione del II. Ques'ultimo, che ripercorre la "rotta di Napoleone", è però ormai caratteristico della östpolitik tedesca, senza rischi di Beresina, ed è ancora oggi fuori del controllo yankee, ma rappresenta in prospettiva un'alterna­tiva competitiva - e di mediazione - da non escludere. Va notato che tutte le di­rettrici orizzontali seguono più o meno le condotte, esistenti o progettate, di af­flusso del gas naturale da est (Gazprom di Cernomyrdin in testa). 

Non c'è ancora nessun corridoio - indichiamolo perciò col numero 0 - ma una via "scandinava" più a nord, di penetrazione verso la Russia euroasiati­ca, è possibile. Del resto la storia non è nuova a questa linea di traffici: dal pe­riodo della potenza della monarchia e dell'esercito svedese si sono sempre svi­luppate connessioni commerciali economiche e culturali, con tanto di guerre per il controllo dei porti del Baltico (Riga, Danzica, ecc.), in direzione est, attraver­so la Finlandia, per la Russia a cominciare da Lenin[?]grado verso la Siberia ricca di materie prime, fino alla Corea sul "caldo" mar del Giappone. Oggi che la Norvegia è fuori dall'Ue, la Danimarca se ne è distanziata su molte cose, c'è da chiedersi perché la Svezia - che ha sempre avuto forti agganci col marco te­desco, essendo la Germania la sua massima controparte commerciale - abbia congelato l'euro, proprio come la Gran Bretagna, in un revival Efta. E se la Fin­landia è, sì, dentro il processo di integrazione europea, essa è in realtà più vicina alla politica Usa di quanto lo siano gli europei del centro sud. Che significato può avere la presenza del presidente finnico Athasaari nella "delegazione di pa­ce", insieme anche a Cernomyrdin (che è gasista in conto Usa, più che non rus­so)? Perciò non è affatto da escludere che questo inesistente e potenziale "corri­doio 0" possa concretizzarsi in chiave Usa e parzialmente antieuropea, proiet­tandosi all'indietro attraverso la Danimarca fino in Inghilterra.

Dalla cartina semplificata si vede altresì bene il contrasto con i corridoi "verticali", e del perché questi ultimi siano stati attaccati, in particolare quelli che corrono parallelamente all'ideale, ma pure concretamente fluviale, "corri­doio del Danubio", i cui ponti sono stati tutti demoliti, compromettendone an­che la navigabilità. Il più colpito è stato soprattutto il X - quello che segue gli alvei di Sava, Morava e Vardar, passando per Lubjana, Zagabria e Belgrado, per sboccare a Salonicco, in potenziale autonoma proiezione mediorientale - gradito alla Germania e appoggiato perciò dalla Grecia (il che spiega abbondantemente le resistenze manifestatesi in quel paese, pur se base Nato, contro le operazioni militari: altro che comune religione ortodossa!) e ovviamente da Serbia e Rus­sia: distrutto, a cominciare dalla più importante centrale elettrica serba, quella di Pancevo. Poi - praticamente lungo il letto del Danubio, fino ai confini austria­ci, dal mar Nero attraverso Belgrado (che è un importante porto fluviale), che non per caso rappresenta uno snodo col precedente - c'è il IV, in parte di riserva come seconda opzione tedesca, in parte messo in quarantena, in attesa dello sbocco turco controllabile dagli Usa (che però possono contare anche sulla bul­gara Vardar). Invece, il IX per ora è fuori tiro, ma non disprezzato dagli Usa stessi, perché capace di "aggirare" il controllo tedesco, attraverso paesi amici nuovi e "comprati" dell'ex Comecon - quella che, senza un briciolo di ironia, è stata chiamata l'"Europa ritrovata" (Baltici, Polonia, Cekia, Ungheria, Slovenia) - collegando appunto il fido trio baltico (in connessione scandinava) con l'inos­sidabile servo turco (in pericoloso equilibrio per Ocalan).

La semplificazione dell'illustrazione è utile anche, come si è accennato, per far capire come quelli (e gli altri) "corridoi" - o meglio, direttrici - si incro­cino in più punti, e che proprio quegli "snodi" possano rappresentare l'oggetto della mediazione tra gli imperialismi in lotta, qualora la spartizione risulti con­veniente per tutti loro (tranne che per i popoli, le nazioni e gli stati disintegrati, ovviamente). Si osservi che tutti i corridoi verticali debbono prima o poi con­giungersi con almeno uno di quelli orizzontali, per poter raggiungere la "fiera dell'est", le sue ricchezze e i suoi mercati di investimento. A es., il cosiddetto Traceca (corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia), che attraversa il control­lo dell'acqua mediorientale del bacino Tigri-Eufrate (la ricordata diga Ataturk nel Kurdistan occupato dai turchi), può arrivare fino alle coste del Pacifico ... Cina permettendo, passando sui corpi di paesi del Caucaso, Cecenia, Daghestan, Afghanistan, Pakistan e India, al sud, o della Corea, al nord. Sembra chiaro che non siamo più all'epoca paleomercantile della mitica "via della seta", bensì del­le "vie del capitale" che sono, se possibile, più infinite di quelle del signore!

 

Scheda

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IL CAMPO DEI MERLI

quando l'ex Jugoslavia toccò il Fondo

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*. *  [2]

Il "campo dei merli" - Kosovo Polje - fu il luogo della "battaglia del Kosovo", il 28 giugno 1389, dove caddero sia il capo serbo sia il capo musulmano.

"Il 7 aprile 1939 le nostre unità di terra, di mare e di aria furono richieste e calorosamente accolte dal popolo albanese, quale sicuro presidio dell'Italia fascista".

"Il 6 aprile 1941, senza dichiarazione di guerra, le forze aeree naziste bombardarono Belgrado, e la Jugoslavia fu invasa".

Dopo 600 anni i "merli" - kosovari e serbi - li ha presi il Fmi, con le bombe Usa-Nato.

 

            I risultati raggiunti dalla Jugoslavia nel secondo dopoguerra sono ve­ramente impressionanti, qualunque sia il criterio con cui li si valuti. In quel pe­riodo un'economia prevalentemente contadina, dilaniata dalla guerra, è stata trasformata in una società industriale e urbana moderna, con l'abolizione della povertà assoluta e della fame. Nell'ambito di tale sviluppo sono definiti i se­guenti "settori prioritari": energia elettrica, estrazione di carbone, estrazione e raffinazione di petrolio, estrazione di minerali non metallici, metalli ferrosi e non ferrosi, chimica di base, meccanica e cantieristica, agroindustria, trasporti stradali, turismo estero (tra i minerali più importanti ci sono, oltre al carbone, rame, nickel, e anche uranio). Le maggiori esigenze di importazione riguardano fonti di energia petrolifere (a parte il carbone, solo un terzo del petrolio è pro­dotto all'interno, in Vojvodina e Montenegro, ma il resto è importato soprattutto dalla Russia, insieme a tutto il gas), materie prime e macchinari; l'esportazione è concentrata soprattutto su manufatti di scarsa qualità e prezzo (verso l'Europa dell'est) o su semilavorati (verso l'occidente, Germania e Italia in testa).

            Quei risultati sono stati raggiunti nonostante le difficoltà rappresentate dalla costruzione di un'unità nazionale in uno stato multinazionale con grandi disparità regionali ereditate dal passato, mentre si sviluppava un sistema di ge­stione economica unico per l'intero paese. Nonostante tali risultati di grande successo, la turbolenza dell'economia internazionale negli anni '70 ha posto al-l'economia una nuova serie di sfide, obbligandola ad adattarsi a situazioni quali ragioni di scambio peggiorate, prezzi delle fonti energetiche più alti, recessione nei paesi industriali, spostamenti nelle destinazioni internazionali dei capitali e minori prospettive occupazionali per gli jugoslavi all'estero. All'inizio degli anni '80 la questione era la capacità della Jugoslavia a rispondere a codeste sfi­de per mantenere il passo del cambiamento strutturale, in una fase in cui si assi­steva a un eccezionale stravolgimento delle istituzioni e degli strumenti di ge­stione dell'economia jugoslava, che procedeva con una tale rapidità di succes­sione da poter essere presto scavalcato dagli eventi.

            La Jugoslavia ha cominciato il periodo del piano 1976-80 in difficili cir­costanze economiche. Queste erano in parte causate da una serie di perturbazio­ni esterne del periodo 1974-76, e in parte riflettevano tendenze strutturali di lun­go termine che avevano cominciato a manifestarsi almeno dal periodo delle ri­forme economiche 1965-67. Inoltre, il piano 1976-80 fu varato in una fase di sostanziali cambiamenti nelle istituzioni economiche e politiche jugoslave. La costituzione jugoslava del 1963 e una serie di misure economiche prese tra il '64 e il '67 - usualmente conosciute come le riforme economiche del 1965, ca­ratterizzandosi come riforma di mercato - hanno segnato un mutamento decisi­vo rispetto al precedente sistema jugoslavo di gestione economica.

            Codeste misure hanno messo in atto due processi complementari: una riduzione del ruolo dello stato nella gestione economica (destatizzazione) e un trasferimento delle restanti funzioni statali da livelli superiori a enti di livello inferiore (decentralizzazione). Tali processi hanno comportato, tra l'altro, l'ab­bandono della centralizzazione delle decisioni d'investimento in favore di deci­sioni autonome prese dalle banche commerciali, la sostituzione di piani vinco­lanti con un sistema di programmazione indicativa, un considerevole trasferi­mento decentrato del sistema fiscale federale e un crescente ruolo del sistema dei prezzi di mercato per la destinazione delle risorse. Il sistema dell'autoge­stione (basato sulla proprietà privata e sull'iniziativa separata delle singole coo­perative) rappresentava un esplicito invito per favorire il passaggio al mercato, suscitando anche l'attenzione degli investitori e finanziatori stranieri.

            Nel suo funzionamento pratico, il modello economico del 1965 ha mo­strato sùbito alcune debolezze. Il trasferimento del processo decisionale di spesa e investimento pubblici ha privato le istituzioni federali del più potente strumen­to, in precedenza utilizzato, per indirizzare le risorse nelle aree di priorità socia­le. Benché tale ruolo dovesse teoricamente essere assunto dalle forze di merca­to, in pratica l'operatività del mercato risultava assai ridotta. La mobilità dei fondi da investire attraverso il sistema bancario era limitata e fortemente regio­nalizzata. Le imprese più forti erano in grado di accaparrarsi in anticipo le risor­se da investire, anche per la caratteristiche della contabilità finanziaria azienda­le. Come conseguenza di tali difetti, alcune tendenze negative dell'economia divennero la principale preoccupazione dei politici jugoslavi tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. Tali tendenze erano costituite dall'insorgere di una considerevole inflazione, da disavanzi della bilancia dei pagamenti, e dalla di­minuzione dell'efficienza degli investimenti.  Inoltre, c'era la preoccupazione che il sistema desse troppo potere alle strutture imprenditoriali della società, indebolendo perciò i fini sociali ed etici dell'autogestione.

            La costituzione del 1974 ha cercato di riconciliare il processo decisiona­le decentralizzato con le esigenze di un'azione nazionale coordinata, attraverso lo sviluppo di nuove procedure, particolarmente nella pianificazione degli inve­stimenti. Mentre tali procedure ammettevano il ruolo del mercato, ciò avveniva in una forma ridotta rispetto a prima, cercando di rendere le operazioni di mer­cato più coerenti col socialismo autogestionario. Il periodo successivo alla ri­forma del 1965, in effetti, aveva mostrato un sostanziale cambiamento nella struttura della bilancia dei pagamenti jugoslava: tra il '65 e il '71 ci fu un note­vole aumento del disavanzo commerciale, da circa il 3% del pil a quasi il 10%. Sta di fatto che fino al '65 la penetrazione delle esportazioni jugoslave era dop­pia della media mondiale (12% su 6%), mentre poi, dopo la riforma, è rallentata progressivamente fino a dimezzarsi (3% su 6%).Come conseguenza di codesta evoluzione, ci fu un rapido declino del rapporto tra esportazione e importazioni di merci, dall'85% circa del '65 al 56% del '71. Tale disavanzo commerciale fu in qualche modo bilanciato da un crescente avanzo nei servizi (alla produzione e non) e nei trasferimenti (soprattutto rimesse dei lavoratori emigrati, che diven­nero un'importante voce della bilancia dei pagamenti dopo il 1965).

            Nonostante tale compensazione, tuttavia, cominciarono a manifestarsi forti disavanzi nelle partite correnti; mentre fino al 1968 essi erano controllabili, una loro successiva rapida impennata fece precipitare nella crisi della bilancia dei pagamenti del 1970-71. Infatti, le difficoltà cominciate con gli anni '70 cre­scevano per l'indebitamento interno delle imprese, che è stata la causa principa­le che ha innescato il disavanzo commerciale estero. A tale proposito, uno dei più gravi problemi era costituito dal fatto che le imprese indebitate erano le principali azioniste delle banche creditrici, ciò che vanificava (anche attraverso la corruzione e l'arbitrarietà dei gruppi di potere) le manovre sui tassi d'interes­se; tale fenomeno negativo si è protratto e appesantito nei decenni successivi, quando le imprese dei gruppi di potere, privilegiate nella detenzione di valuta estera, attraverso trasferimenti contabili arbitrari, fruivano anche di credito age­volato e facilitazioni fiscali.

            Quindi l'indebitamento con l'estero - con la periodica ripresa dei prestiti e il conseguente aumento del costo per interessi - ha dato avvio a una spirale au­togenerantesi, nonostante il saltuario miglioramento della bilancia commerciale; quest'ultimo, tra l'altro, era dovuto quasi sempre esclusivamente al taglio delle importazioni e dei consumi interni [su precisa indicazione del Fmi], spingendo le imprese a produrre soprattutto per l'esportazione, e bloccando pertanto la for­mazione di capitale. Un pacchetto di misure di stabilizzazione, che comprende­va la svalutazione del dinaro, fu introdotto nel 1971.

            In séguito al successo di questo primo episodio di stabilizzazione, la po­litica macroeconomica divenne più espansiva nel 1974, e la crescita economica procedette assai spedita. Senonché la fase dell'espansione coincise con l'aumen­to dei prezzi del petrolio e con la recessione delle economie di mercato dei pae­si industriali. Quegli eventi ebbero un forte effetto sulle ragioni di scambio e sullo sviluppo dei principali mercati di sbocco per le esportazioni jugoslave, e annullarono gli effetti positivi delle rimesse degli emigrati. Ne conseguì un ulte­riore forte aumento del tasso (in termini nominali) d'importazione delle merci, con corrispondenti incrementi dei disavanzi, commerciale e delle partite corren­ti. Era necessario compiere un altro sforzo di stabilizzazione, con grave danno per lo sviluppo e col taglio delle importazioni in volume.

            Con l'avvio del piano 1976-80 l'economia jugoslava già procedeva a singhiozzo: a ogni fase di significativa espansione delle esportazioni, e del loro rapporto con le importazioni, con la successiva ripresa della crescita economica interna, seguiva necessariamente la ripresa delle importazioni e il calo delle esportazioni, riportando il rapporto al punto critico dell'inversione del ciclo. A questo punto i tassi di crescita cominciavano a cadere, sia in conseguenza delle carenze del commercio estero che interrompevano il flusso d'importazione de­gli elementi della produzione, sia come risultato di politiche recessive. Simili caratteristiche della bilancia dei pagamenti furono considerate, dalle autorità ju­goslave, come segno di una struttura assai debole, capace di bloccare lo svilup­po futuro; perciò l'ampliamento del settore esterno dell'economia fu posto co­me principale obiettivo strutturale del piano federale 1976-80.

            La scelta di una strategia di aggiustamento, pesantemente spostata verso la sostituzione delle importazioni, fu influenzata da vari fattori. Anzitutto, c'erano le preoccupazioni per la rapida crescita della dipendenza dell'economia dalle importazioni, in séguito alla liberalizzazione post-1965: ma, allora, un aumento della dipendenza dalle importazioni era coerente con i principali obiet­tivi delle riforme del '65 (apertura della Jugoslavia al commercio estero e alli­neamento della sua struttura produttiva ai "vantaggi comparativi" internaziona­li). Tali preoccupazioni, per l'accresciuta dipendenza dall'importazione degli elementi intermedi della produzione, furono aggravate dalle tendenze mondiali dei prezzi delle fonti di energia e dal crescente onere di spesa per l'approvvigio­namento petrolifero sul totale delle importazioni. Ulteriore pessimismo per la si­tuazione del commercio estero fu portato, durante la preparazione del piano, ol­tre che dalla recessione delle economie sviluppate di mercato nel 1974, dall'ele­vazione di barriere all'importazione dei prodotti agricoli jugoslavi da parte della comunità europea. Rimaneva sempre aperto il problema della disponibilità di capitale esterno per finanziare il divario tra l'investimento lordo interno e il ri­sparmio nazionale lordo, che per ammortizzare il debito esistente nel 1976, mantenendo però adeguate riserve di copertura, prospettava un disavanzo cor­rente che avrebbe richiesto prestiti esteri complessivi per oltre 15 mmrd lire.

            Tale strategia, per diversi aspetti, concordava con il programma di ag­giustamento raccomandato dalla Banca mondiale, che prevedeva maggiori inve­stimenti e risparmi, con una momentanea interruzione dello sviluppo. Nonostan­te gli sforzi di aggiustamento esterno, verso la fine del piano 1976-80 la Jugo­slavia attraversava la sua più profonda crisi degli scambi con l'estero degli ulti­mi vent'anni, accompagnata da un'inflazione senza precedenti, e con la prospet­tiva di tassi di crescita estremamente bassi per i successivi cinque anni. Il dete­rioramento dei risultati dell'economia jugoslava nel periodo post 1979 solleva ancòra oggi questioni su quali siano stati i fattori determinanti di quella crisi. Come ha potuto la Jugoslavia crollare da un avanzo delle partite correnti di cir­ca 250 mrd lire nel 1976 a un disavanzo di oltre 5 mmrd in soli quattro anni? La crisi fu conseguenza di una strategia inadeguata e della sua mancata attivazione politica, come la similitudine con le precedenti crisi valutarie indicherebbe, op­pure deve essere spiegata con i colpi portati dalla crisi mondiale? Le risposte a tali domande non hanno interesse solo per se stesse, ma sono della massima im­portanza per definire la strategia del piano 1981-85 e del quadro politico usata per renderla operativa.

            Le conseguenze degli sviluppi negativi del saldo delle partite correnti si riversarono sul conto capitale, con un rapido aumento del debito estero, sia a medio e lungo termine, sia a breve e per obbligazioni di pagamenti bilaterali. Inoltre, la quota jugoslava dei crediti in eurovalute destinati ai paesi in sviluppo fu ridotta dal 9,3% del '73 al 2,6% dell'80, peggiorando inoltre di molto le con­dizioni rispetto agli altri paesi in sviluppo. A sua volta questo aumento del debi­to si riversò di nuovo sulle partite correnti, attraverso l'imposizione di ulteriori oneri per il pagamento degli interessi passivi. Dato che il debito aggiuntivo era negoziato a tassi variabili, la Jugoslavia divenne ancor più vulnerabile per l'au­mento dei tassi d'interesse in eurodollari a partire dal '79. Il pagamento lordo solo per interessi è cresciuto da poco più di 500 mrd lire a 2 mmrd nel 1980. Nel complesso, pur se alla fine del piano 1976-80 la Jugoslavia era ancòra riuscita a raggiungere gli obiettivi aggregati di sviluppo e investimento, la sua posizione esterna si era considerevolmente indebolita diventando molto vulnerabile. Dun­que, com'è evidente da quanto esposto, gli attacchi esterni sono in larga misura responsabili di tale risultato.

            Questa situazione, caratterizzata dal forte aumento del disavanzo corren­te nel 1979, è stata ulteriormente aggravata dall'incapacità delle repubbliche di pervenire a un accordo sul quadro politico per il 1980-81 e sul riassetto dell'e­sposizione delle banche commerciali. Come conseguenza di tali circostanze, nel 1980 la Jugoslavia si è trovata nell'impossibilità di ottenere crediti a medio e lungo termine dal settore finanziario commerciale nella misura programmata. Ciò ha riportato la banca centrale jugoslava a svolgere il ruolo di prestatore, af­fidandosi a linee di credito concordate con governi amici della Jugoslavia, piut­tosto che a i normali canali commerciali. Perciò la posizione è peggiorata sensi­bilmente, combinandosi con gli spostamenti dell'"atteggiamento del mercato" finanziario internazionale dei capitali avverso alla Jugoslavia (e in genere per i prestiti ai paesi dell'Europa orientale), condizionando così in maniera determi­nante la strategia per gli anni '80.

            Si ricordi che l'80 è l'anno di inizio della strategia di attacco ["aiuto", dicono i testi ufficiali] alla Polonia, con il conseguente spostamento dei finan­ziamenti delle banche commerciali, che seguivano quel ricordato "atteggiamen­to del mercato" antijugoslavo; poi, nell'81, vennero messi in crisi tutti i paesi indebitati dell'Europa dell'est, per facilitarne la "transizione" al libero mercato [ossia, il crollo]. In sintesi, nel 1980 si registrò il crollo della crescita del pil ad appena il 2%, da quasi il 7% raggiunto negli anni '70. Conseguentemente, si al­largava la richiesta di debiti esteri (da 10 a 15 mmrd, portando il totale dell'80 tra i 30 e i 40 mmrd), con interessi (raddoppiati in 5 anni) al 15%.

L'economia jugoslava, come l'analisi ha indicato, era soggetta a una serie di influenze negative, esterne e interne, nel periodo 1976-80: peggiora­mento delle ragioni di scambio, aumento dei prezzi del petrolio, forte inflazione mondiale, aumento internazionale dei tassi d'interessi nominali e reali, diminu­zione delle rimesse degli emigrati, crollo delle esportazioni e alta inflazione in­terna. Interessante è sottolineare come, tra il '75 e il '79, il cambio nominale tra dinaro e dollaro sia peggiorato appena del 10%, molto meno cioè del differen­ziale inflazionistico. In effetti, analizzando l'indice del corso del cambio ponde­rato agli scambi commerciali effettivi, si spiega il perché di tale circostanza in funzione della direzione dei flussi commerciali jugoslavi con le economie di mercato sviluppate. Il grande peso del marco tedesco in codesti flussi, e l'ulte­riore spostamento a suo favore nel periodo considerato, ha fatto segnare una più forte svalutazione (17%) del dinaro sul marco.

            Il significato del programma antinflazionistico stava innanzitutto nella visione complessiva degli strumenti di politica economica. Nel suo insieme, tale programma rappresentava un sostanziale affidamento al meccanismo di mercato nella destinazione delle risorse, subordinando al rispetto delle sue regole e ri­sposte la fondamentale ricerca dell'efficienza. La credibilità del programma di­pendeva sostanzialmente dalla consequenzialità delle azioni inerenti il collega­mento tra le perdite delle imprese e la diminuzione dei redditi dei dipendenti, ta­le da fornire un quadro sicuro per la politica dei redditi da lavoro. Tali temati­che erano inaffrontabili nel passato, tanto che il programma antinflazione non era tale da garantire il suo successo nemmeno in quella occasione.

            L'elemento più significativo dell'intera strategia consisteva nel ritorno a un'economia più aperta, con maggiori riferimenti alla tecnologia straniera e ai prezzi internazionali, alla liberalizzazione e all'impiego delle forze di mercato, come stimoli per la concorrenza e l'efficienza, anche per superare i criteri regio­nalizzati di destinazione degli scambi con l'estero. Occorre considerare che la Jugoslavia avrebbe dovuto continuare a essere un importatore netto di capitali per il prossimo futuro: ma affinché ciò potesse avvenire, la Jugoslavia aveva la necessità di rifinanziare il suo debito esistente, cosa che ha cominciato a presen­tare difficoltà già nel 1981-82; in tale periodo, dovette ricorrere a crediti garan­titi su base governativa, prendendo a prestito notevoli somme da Fmi e Bm.

            Le rinegoziazioni del debito estero furono avviate a maggio 1980, attra­verso un "accordo" di stabilizzazione col Fmi, che imponeva a giugno la svalu­tazione del 30% del dinaro (soprattutto su marco, principale controparte, e natu­ralmente su dollaro) in chiave antinflazionistica; poi, i negoziati ripresero con più efficacia nel 1982 [nell'ambito del programma generale di aggiustamento di tutto il debito estero mondiale dei paesi poveri e in sviluppo, da parte del Fmi sulle linee del piano Baker, segretario di stato Usa], in concomitanza con il pia­no jugoslavo di stabilizzazione a lungo termine, attraverso la commissione fede­rale che fu però scarsamente operativa. In base alle previsioni di allora, tra l'83 e l'85 il conto capitale della bilancia dei pagamenti avrebbe sicuramente neces­sitato di ragguardevoli finanziamenti per tre componenti: ammortamento del debito esistente, reperimento di crediti all'esportazione e ricostituzione delle ri­serve valutarie. Nelle condizioni in cui versa il mercato internazionale dei capi­tali, la Jugoslavia avrà grandi difficoltà nel reperire tutti i finanziamenti neces­sari, attraverso l'accensione di nuovi prestiti.

            Anche in tema di occupazione, la Jugoslavia iniziò gli anni '70 con risul­tati impressionanti. Ciò si rifletteva anche nella dinamica del cambiamento strutturale della composizione della forza-lavoro. La percentuale di occupati nella piccola agricoltura privata a bassa produttività cadde rapidamente nel pe­riodo postbellico, con un sostanziale spostamento verso i più produttivi settori industriale e terziario. Fino al '65, un ruolo essenziale, per offrire opportunità di occupazione fuori dell'agricoltura, fu svolto dall'espansione del settore sociale. Dopo il '65, invece, fu l'emigrazione all'estero a dare un crescente contributo per assorbire il deflusso dal settore agricolo, e contrastare la disoccupazione e sottoccupazione interna.

            Nonostante il sostanziale progresso raggiunto nel periodo postbellico, negli anni '70 il mercato del lavoro jugoslavo è stato caratterizzato da significa­tivi squilibri strutturali. Dopo gli aumenti dei prezzi del petrolio del 1973-74 la complessiva situazione occupazionale jugoslava è radicalmente cambiata. La successiva recessione nell'Europa occidentale si è accompagnata a un muta­mento della politica dei paesi ospiti verso i lavoratori immigrati, riducendo così anche la richiesta di lavoratori jugoslavi. Col loro ritorno, l'emigrazione netta, che prima del '73 aveva rappresentato un'importante componente della doman­da di lavoro, si trasformò in un'accresciuta pressione sul mercato interno del la­voro. Comunque, sebbene l'economia jugoslava abbia continuato a essere carat­terizzata da alti livelli di sottoccupazione rurale, ha avuto sempre bassi livelli di disoccupazione effettiva.

            Il programma jugoslavo di stabilizzazione a lungo termine ammetteva apertamente che la situazione degli anni '80 avrebbe richiesto soluzioni radicali e riforme complessive, non essendo più sufficienti rimedi parziali. Con poche limitazioni, si propendeva per un ampio impiego delle leggi di mercato (per fat­tori e prodotti) e della concorrenza internazionale per conferire maggiore effi­cienza all'economia jugoslava e per contrastare fallimenti e disoccupazione fri­zionale. Rimaneva tuttavia la difficoltà di applicare un programma di mercato a causa delle differenze regionali dovute ai diversi livelli di efficienze e produtti­vità delle varie repubbliche. La mancata ripresa dei settori economici definiti "prioritari", e una forte spinta alla frammentazione regionale degli investimenti interni contro i precedenti tentativi di joint venture e mobilità interregionali, an­davano ovviamente a svantaggio delle repubbliche e province deboli del sud; tutto ciò, quindi, accompagnato da un crescente processo di destatizzazione, con forte aumento della politicizzazione delle decisioni locali, favorì fin dal lontano 1981, sùbito dopo la morte di Tito, l'avvio della "primavera" del separatismo del Kosovo (che Tito aveva saputo controllare con concessioni e norme speciali per la regione più povera).

            I prossimi anni '80 e '90 saranno difficili per l'economia jugoslava, co­me per molti altri paesi in sviluppo a reddito medio. Una condizione di instabili­tà nel commercio internazionale, le incertezze sulla reperibilità di finanziamenti esterni e la volatilità dei tassi di interesse internazionali, complica considerevol­mente gli obiettivi di aggiustamento strutturale della Jugoslavia. Va a merito dei responsabili della politica jugoslava aver riconosciuto, dagli anni '80, la ne­cessità di procedere a radicali revisioni del quadro politico: era imperativo rin­novare tale quadro il più presto possibile, per dargli credibilità interna e esterna. Il programma di stabilizzazione e antinflazione è in grado di affrontare le esi­genze di aggiustamento, e purché abbia adeguato sostegno dalla comunità inter­nazionale e sia applicato con decisione e coerenza la Jugoslavia potrà uscire dall'attuale crisi con un'economia più efficiente e flessibile. [Così si concludeva il rapporto degli "ispettori" inviati in "missione" dalla Bm nel giugno 1981, alla fine del periodo degli "impressionanti risultati raggiunti dalla Jugoslavia", in re­lativa autonomia, prima che l'"aiuto" imperialistico la disgregasse].

            A partire dagli anni '80, perciò, precise condizioni furono poste dal Fmi, in merito alla positività dei tassi di interesse reali, all'abolizione del con­trollo sui prezzi e all'aggancio dei salari alla "produttività"; nel 1986 il governo di Branko Mikulic, pur accettando le critiche sull'inefficienza dell'economia jugoslava, nel tentativo di rinegoziare al meglio (con la "sorveglianza avanzata" del Fmi, fino al '91) l'enorme debito estero in costante crescita, di fatto non ri­spettò le clausole del Fmi, abbassando il tasso d'interesse e controllando di nuo­vo i prezzi, e quindi irrigidendo ancor più il sistema. Giusto un anno dopo, di­cembre '87, appena salito al potere in Serbia Slobodan Milosevic (sostenuto da Kissinger), il Fmi fu richiamato dai nuovi sostenitori di un sistema maggior­mente orientato al mercato, più convinti nelle sue funzioni di controllo e guida per il ripianamento del debito estero altrimenti insostenibile.

            Tuttavia continuava la contraddizione di un'economia dove non funzio­nava né la pianificazione centrale né le leggi del liberomercato; si giunse co­munque all'"accordo" col Fmi (aprile 1988) sulla "radicale liberalizzazione eco­nomica e di tutti i prezzi, da raggiungere entro il 1990". L'indebitamento era continuato a salire fino all'87, prima soprattutto in conto capitale per l'alta valu­tazione del dollaro, e poi [con la successiva discesa che seguiva la caduta pilota­ta del dollaro dopo il Plaza] per il rialzo dei tassi d'interesse; i pagamenti di quest'ultimo, più la restituzione per ammortamento, arrivava già a 10 mmrd, pari al 40% del valore delle esportazioni. Il fatto era che <in uno scenario di cri­si internazionale, il rapido aumento dei tassi di interesse Usa, combinato con l'indebolimento del dollaro, influì negativamente sulla componente degli inte­ressi passivi in valuta pregiata da parte della Jugoslavia, ed esacerbò quindi i problemi di pagamento del debito> [cfr. Artisien].

            A evitare codesta tendenza non bastava che ormai, nel 1988, la banca centrale operasse "in base a orientamenti occidentali, su princìpi di libero mer­cato", con un aumento della sua autonomia dal governo. Solo attraverso i depo­siti in valuta estera (rivalutati a fine anni '80, anche di venti volte per la svaluta­zione del dinaro) era possibile l'autofinanziamento delle importazioni con i fon­di ottenuti per le esportazioni; ma ciò riusciva solo ai privilegiati, come sopra accennato, i quali tale negoziazione sui cambi potevano fare, anche se non so­prattutto, attraverso il "mercato nero"; in tal modo essi accrescevano il loro po­tere sulle banche controllate e rispetto alle imprese non autorizzate all'operazio­ne. In simili condizioni risultarono dimezzati gli scambi con l'Urss [in via d'e­stinzione], mentre erano relativamente in forte crescita quelli con Germania e Italia (1983-88).

            Intanto la disoccupazione raggiungeva il 12%, i salari diminuivano del 15%, l'inflazione arrivava provvisoriamente al 200%, l'offerta di moneta cre­sceva del 240%, gli interessi nominali risultavano decuplicati da 50% a 500%: tutto ciò denotava "l'ulteriore caduta dei livelli di vita a séguito dell'introduzio­ne, nel maggio 1988, di un pacchetto di austerità sotto l'egida del Fmi, che con­tribuì al crescente clima di insoddisfazione popolare e di risentimento naziona­le. Il divario tra nord e sud aggravò la radicata diffidenza tra repubbliche e na­zionalità, resuscitando i nazionalismi serbo e albanese nel Kosovo". Ma il pro­cesso fallimentare accelerava: nel 1989 l'inflazione superava il 2000%; l'offerta di moneta il 2300% (e gli interessi nominali sui depositi il 28000%). Si giunse così al programma di deflazione introdotto da Ante Markovic (favorevole al li­beromercato, come del resto tutti i dirigenti jugoslavi, sia provenienti dalla Lcj sia da nuovi partiti) il 18 dicembre 1989: ancòra una volta "stretta monetaria e fiscale, congelamento dei salari, cambio fisso del dinaro, ancorato al marco te­desco 7 contro 1, reso pienamente convertibile". Così, l'inflazione crollò dal 2700% dell'89 a zero nel giugno '90, ma con una recessione della produzione industriale di quasi il 20%; perciò i salari furono diminuiti ulteriormente "non per la prima volta negli ultimi dieci anni" [e neanche per l'ultima!], riuscendo a essere solo compensati parzialmente con beni in natura dalla campagna e intac­cando i risparmi in valuta pregiata.

            Dopo il crollo del Comecon nell'89 - che per la Jugoslavia significava [come per Cuba] la fine dell'importazione a prezzi politici del petrolio, insieme al crollo dei prezzi all'esportazione dei manufatti (per la loro qualità scadente e non competitiva) - nell'estate '90 la commissione Cee avrebbe scelto la Jugo­slavia come prima potenziale controparte tra i paesi dell'est europeo. Ma si sa che a Slovenia e Croazia piace essere considerati centro-europei piuttosto che est-europei. Sicché nel 1990 si intensificò il boicottaggio di Slovenia e Croazia alle riforme di Markovic, per mantenere alle due repubbliche tutti i vantaggi economici, nonostante che "le recenti riforme economiche e politiche favorisca­no l'abbandono del sistema dell'autogestione".

            Nel 1991, dopo la scissione delle due repubbliche del nord ovest, la sva­lutazione portò al cambio della moneta (10000 vecchi dinari per ogni nuovo di­naro) con nuovo ancoraggio al marco; il pil scese dell'8%, con disoccupazione in aumento, anche a causa del continuo rientro degli immigrati dalla Germania riunificata (alla fine furono almeno 300.000 i lavoratori tornati in Jugoslavia); si pose inoltre il problema, mai definitivamente risolto, della spartizione dei debiti dell'ex Jugoslavia, insieme a quella dei patrimoni federali nelle diverse repub­bliche e all'estero. In simili condizioni [di condizionamento economico interna­zionale e interno], fu inevitabile, nel '92, la fortissima ripresa dell'inflazione con un'ulteriore svalutazione (20000%); la disoccupazione ufficiale arrivò al 17% e in Kosovo al 40%.

             L'imposizione delle sanzioni occidentali nel maggio 1992 si è aggiunta ai devastanti effetti della frammentazione economica provocata dalla violenta disgregazione della federazione jugoslava nel 1991, portando a un'inflazione senza precedenti stimata in 116 mmrd % [!?] nel 1993. Sebbene le condizioni rimanessero difficili, un notevole miglioramento si ebbe nel 1994 in séguito a un programma introdotto il 25 gennaio dall'allora governatore della banca cen­trale, Dragoslav Avramovic. Fino al settembre 1994 esso è pienamente riuscito a mantenere il valore del nuovo dinaro nella parità (1:1) col marco tedesco, ab­battendo l'inflazione. Senonché, verso la fine dell'anno si è riaffermata la vola­tilità di prezzi e corso del cambio in risposta a politiche salariali e creditizie "permissive". In dicembre, Avramovic annunciò un pacchetto di riforme che comprendeva stretta fiscale e creditizia, liberalizzazione dei prezzi e congela­mento dei salari, mirante a stabilizzare il dinaro e controllare l'inflazione.

            Sùbito dopo l'abolizione delle sanzioni, nel novembre 1995, Avramovic lanciò un programma di stabilizzazione in quindici punti che prospettava la sva­lutazione del dinaro al livello del mercato nero, per riportarlo alla convertibilità, l'introduzione di tassi d'interesse regolati dal mercato, la privatizzazione del settore delle imprese statali, l'abolizione delle quote su esportazioni e importa­zioni e la riduzione dei dazi doganali. Mentre la manovra su prezzi e valuta ha avuto successo, le altre misure non hanno mai neppure avuto corso effettivo. Avramovic, nella battaglia politica tra banca e governo, è stato destituito dalla sua carica nel maggio 1996 con una delibera del parlamento federale. "Senza una regolarizzazione delle relazioni tra la Jugoslavia e le istituzioni finanziarie internazionali, il governo avrà molti problemi per non lasciare l'economia alla deriva nel 1997" (alla fine del processo di disgregazione, nel 1996, la Serbia avrebbe accettato la quota di 36,5% rispetto alla ex Jugoslavia proposta dal Fmi per la riammissione, ma gli Usa impedirono l'operazione proseguendo nelle sanzioni "secondarie" unilaterali, costituite dal cosiddetto "muro di recinzione") [scritto gennaio '97].

            In sintesi, i primi anni '90 fino all'ulteriore separazione della Bosnia e della Macedonia da Serbia e Montenegro, hanno registrato per il pil '90-'93 un crollo del 55%, mentre la disoccupazione raggiungeva il 30%; il salario del '93 era il 20% di quello del '90, ed equivaleva "nominalmente" a 10.000 lire al me­se, in confronto a un valore di mercato del paniere dei consumi familiari di quat­tro persone pari a 170.000 lire! Poi, con la conclusione del conflitto bosniaco, il pil serbo montenegrino nel 1996 era cresciuto quasi del 6%, ma con l'inflazione che riprendeva a correre oltre il 90%, ma pure con un disavanzo corrente di 3 mmrd e un debito estero ancòra intorno ai 18 mmrd.

            Il governo serbo tentò allora un'ulteriore rinegoziazione di 4 mmrd di debiti commerciali, con il cosiddetto club di Londra, al 15% di interesse; a ciò andavano aggiunti 9 mmrd dovuti alle istituzioni del G.10 (cosiddetto club di Parigi) più 5 mmrd a Fmi e Bm; il che portava il totale dell'indebitamento este­ro al 60% del pil (250% delle esportazioni, di cui 140% solo per interessi). Era stata nel frattempo varata la riforma bancaria, per cercare di tamponare i falli­menti conseguenti al crollo delle "piramidi" dei fondi d'investimento; nel frat­tempo, i depositi in valuta estera, per un ammontare di 7 mmrd, rimanevano congelati dal 1991, e il ministro delle privatizzazioni serbo aveva fatto approva­re l'attesa legge, entrata in vigore il 1° novembre 1997.

Senonché il problema delle privatizzazioni concerne la loro lentezza, l'arbitrio e i trucchi contabili. In base alla nuova legge, la privatizzazione, anche se non obbligatoria, diverrà inevitabile per l'80% delle imprese piccole e medie, il cui 60% delle quote sarà offerto alla popolazione; di una cinquantina di grandi imprese in difficoltà, il governo ne ristrutturerà quelle vitali, offrendole a par­tners strategici; la cessione delle banche, al contrario, per lo stato di crisi ormai endemica del settore, sarà decisa centralmente; il ricavato dovrebbe servire per fondi pensione e altri fondi sociali: ma proprio tale procedura prevista dalla nuova legge è considerata incerta e ancora inaffidabile dagli osservatori inter­nazionali, perché ritenuta troppo lenta e farraginosa per gli stranieri.

            Condizione base continua a essere considerata la normalizzazione col Fmi, che tuttavia non può avvenire finché non si verifichino gli eventi [ossia, la caduta di Milosevic e il pieno controllo della "transizione" economica, politica e militare] senza i quali gli Usa impediscono di rimuovere il ricordato "muro di recinzione" eretto contro la Serbia. Alla fine del 1998, con i bombardamenti rin­viati ma incombenti, ovviamente tutta l'economia era già in crisi gravissima; la banca centrale aveva iniziato a tentare operazioni di rafforzamento della disci­plina finanziaria, intervenendo sui debiti delle banche, costretta a dilazionare i pagamenti di stipendi e pensioni, per non emettere nuova moneta. Le difficoltà produttive dell'economia reale restavano enormi.

            [Non occorre ricercare descrizioni, ufficiali o meno, per documentare la situazione economica del 1999, a séguito delle smisurate distruzioni provocate dai bombardamenti: "I programmi di ristrutturazione e privatizzazione si ag­giungono (sic) alle difficoltà economiche immediate, e la ridefinizione degli scambi su diversi fronti - entro la Jugoslavia, l'Europa orientale e il Medio oriente dopo-golfo - significa che la stabilità economica è in qualche modo sal­tata". Dunque se la "transizione" al capitalismo - al liberomercato, come dicono i padroni del mondo - è rinviata, ma continua, significa che per adesso è fallita. E non solo in Jugoslavia, ma in quasi tutta la zona ex Comecon, come confer­mano i fatti che annunciano il 2000 prossimo venturo].

 

Nota

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SUL BEL DANUBIO BLU

valzer di piccoli satrapi in conto capitale

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Gf.P.

 

Tutti i popoli della terra commetterebbero un delitto se si contentassero di scuotere il giogo di un re per obbedire a bottegai.

La monarchia non sta nello stemma e neppure nella corona, essa sta nel privilegio; ed il privilegio di tutti i privilegi è la ricchezza. Abbatta l'asta rivoluzionaria questo nemico; e trono e nobiltà di sangue e fasto bottegaio, tutto si piegherà con esso, come un muro con le sue fondamenta.

Lo lasci illeso, e tutto si risolleverà nelle sue spalle.

(Theodor Schuster)

 

La storia del potere nei paesi danubiani è piena di prìncipi e viceré, governatori militari e vojvoda, bani e besughi, i quali - in nome di una vera indi­pendenza assai raramente, anzi quasi mai, raggiunta nel corso dei secoli - si so­no perlopiù limitati a occupare, come satrapi circondati dai propri clan, i posti che potevano arrecar loro qualche vantaggio. Ma quello, appunto, era ed è sem­pre stato un sottopotere da bottegai - a costoro delegato o concesso, consentito o tollerato, secondo il mutare delle circostanze e delle convenienze - e per ciò stesso necessariamente subordinato al potere reale, di turno sull'antica monta­gna boscosa a sud della vallata blu. E se piccoli nazionalismi sono potuti sorge­re, qua e là, con la stessa rapidità storica con cui sono poi stati soffocati, essi hanno sempre vegetato all'ombra dell'uno o dell'altro "impero" in conflitto per la spartizione balcanica. Gli "imperi" di un tempo - ottomano, austro-ungarico, russo, tedesco, britannico e francese - si sono trasformati, nell'ultimo secolo e passa di storia, nell'imperialismo del capitale, prima statale nazionale e poi transnazionale sovrastatuale. Su quegli imperi del passato che si sono saputi ag­giornare si confrontano, da un lato, quelli ridimensionati o dissolti, dall'altro, quelli della nuova era, in primo piano l'imperialismo Usa con tutti gli annessi sovranazionali su di esso basati. E su questo nuovo quadro si misurano, anche, i piccoli satrapi danubiani oggi chiamati a operare in conto capitale.

Si sono cominciate a delineare le prospettive imperialistiche che attra­versano e oltrepassano l'area balcanica, quale esito della "terza guerra" che ha visto quell'area come proprio teatro in questo secolo; prospettive, tuttavia, che acquistano senso solo su una seria analisi della base oggettiva economica della Jugoslavia del secondo dopoguerra. Epperò non è male, dopo di ciò, tentare di conoscere e interpretare anche la recente dinamica, storica anzitutto ma anche fenomenica, di quel sottopotere, fino ai suoi esiti sempre più deliranti nel loro nazionalismo (vero e falso a un tempo) e nel loro opportunismo (quest'ultimo sicuramente tanto vero quanto ambiguo corrotto e tragico). Qui può trattarsi, per ora, solo di brandelli di storia - e spesso solo di cronaca[3] - sulle vicende politi­che e soggettive che hanno accompagnato la disintegrazione jugoslava. Come "nota", questa non ha alcuna pretesa di esaustività fattuale o tanto meno di com­piutezza logica, ma solo appunto di "notizia" da rammentare senza sistematicità.

La breve e occasionale narrazione delle vicende politiche della moder­na Jugoslavia comincia, dopo la vittoriosa guerra di liberazione, nel 1949 dalla rottura con Stalin. Fin dall'inizio degli anni '50 si avviò il decentramento statale con l'esperimento dell'autogestione. Nel 1952-53 si ebbe così praticamente la fine del collettivismo e - fatto simbolicamente molto significativo - la trasfor­mazione, non solo nominale, da Partito a Lega e da Fronte popolare ad Allean­za socialista. Quello fu, in antitesi al centralismo sovietico,  un chiaro passo che sollecitò l'imperialismo occidentale ad appoggiare - non solo politicamente e militarmente, ma anche e soprattutto finanziariamente - il non allineamento di Tito. Bisognò attendere il 1964, con la fase delle riforme revisioniste in Urss, perché la Jugoslavia stabilisse un collegamento esterno con il Comecon, e va­rasse la nuova costituzione contenente ulteriori misure di liberalizzazione: la base proprietaria di tipo privatistico - ancorché cooperativistico - ne facilitava enormemente l'attuazione. Fu sulla base di tali presupposti che nel 1971 si ebbe il primo tentativo di autonomia della Croazia, in odio alla prevalenza serba.

Nel 1974, perciò, visti i rischiosi limiti e i difetti della costituzione del di dieci anni prima, fu approvata una seconda riforma costituzionale: essa si basa­va sulla democrazia delegata, come strumento politico per porre limiti agli ec­cessi di liberismo che l'autogestione delle riforme di mercato del '65 aveva comportato, minando gravemente il potere centrale dello stato federale; tuttavia, con quella "delega" la reale rappresentanza era solo poco più che formale, in quanto ne risultò uno svuotamento istituzionalistico dei consigli operai, mentre si ebbe l'allargamento del federalismo (soprattutto sul piano della gestione eco­nomica, finanziaria e fiscale). Fu in quella circostanza che venne concessa, pro­prio per il crescere delle contraddizioni interregionali e del dualismo della so­cietà jugoslava, la massima autonomia alle province di Kosovo e Vojvodina. Ne risultò "uno degli stati più decentrati del mondo", e - per usare le precise parole della Bm - non rimaneva da osservare che "il fatto era che l'ideologia comunista si indeboliva e il nazionalismo si rafforzava". Bella scoperta!

Era l'inizio della crisi, quella del dopo '79. Essa coincise casualmente, ma certo non solo, col dopo Tito che, morto il 4 maggio 1980, pur con tutta la sua capacità soggettiva, non avrebbe potuto resistere all'oggettività del travol­gente peggioramento economico - causato in primo luogo dalla controffensiva imperialistica alla crisi mondiale - di tutti gli anni '80, '90 ... I diversi protago­nisti dell'oggi cominciarono a emergere allora, nella temperie della lotta per so­pravvivere alla crisi, approfittandone - per molti piccoli capi - con lo scopo di accrescere il proprio potere e le proprie ricchezze a danno delle popolazioni.

Dopo i sempre presenti, e già ricordati, pretesti etnici croati per il sepa­ratismo, nel 1985 si segnalò la prima seria ripresa del nazionalismo serbo, con il memorandum dell'accademia delle scienze. Questo documento di un gruppo di "intellettuali", che avevano in Dobrica Cosic (poi divenuto presidente della Ser­bia) il loro massimo esponente, era tutto svolto come una rilettura nazionalistica in chiave antititoista, contro la Croazia e contro l'autonomia delle province di Vojvodina e Kosovo, presentandosi come preludio alla disintegrazione jugosla­va. Il 1986 vide la conclusione della campagna nazionalista serba antialbanese di Milosevic. Interessante è leggere le parole di commento scritte tra l'agosto '91 e il dicembre '92 dai rapporti ufficiali internazionali dianzi citati.

"Il memorandum ha aperto la strada per Slobodan Milosevic, che diven­ne segretario del partito socialista serbo nel 1986. La sua ascesa è stata favorita dall'apparato di partito e dal sistema bancario, ma con un riferimento popolare. Tuttavia questo riferimento non aveva più niente di comunista, bensì di un na­zionalismo basato su seicento anni di storia dopo la sconfitta del Kosovo"; "sot­to Milosevic l'ex Lega dei comunisti è stata trasformata in un partito nazionali­sta la cui principale motivazione sta nel promuovere gli interessi serbi"; "il par­tito socialista serbo, erede serbo della Lcj, ha assai poco a che vedere col partito dell'epoca di Tito. Esso è lo strumento di Milosevic, i suoi obiettivi sono nazio­nalisti e non ha praticamente contatti con gli altri partiti socialisti. In teoria, es­so favorisce le riforme economiche, incluse le privatizzazioni; in pratica, ciò è improbabile che avvenga, volendo esso mantenere il controllo di tutte le leve del potere". Il primo atto indicato dal memorandum fu, sùbito nell'87, l'aboli­zione dell'autonomia delle province di Kosovo e Vojvodina.

Parlando di Milosevic conviene confortare le parole sopra riportate con altri pareri ufficiali o comunque di parte capitalistica: ciò per togliere equivoci sia, soprattutto, alla sua "demonizzazione" (al confronto con gli altri satrapi sla­vi del sud), sia anche, però, alle ambiguità di certa sinistra che le basta vedere nell'antiamericanismo (magari postdatato) motivi di alleanze. Riferendosi a quel periodo, scriveva Harold Lydall (funzionario Unctad): <Il partito ha dispe­rato bisogno di un capo coraggioso, essendo la vecchia Lcj ridotta a un simula­cro del passato: la sua composizione sociale registrava ormai solo il 5% di ope­rai e l'1% di contadini, rispetto al 43% di dirigenti d'impresa, il 25% di tecnici e il 23% di insegnanti>! Così, è su codeste basi che nella Serbia '87, all'interno di partito e governo, avviene un vero "colpo di mano" nazionalista e antialbanese, da parte di Milosevic e della sua maggioranza "familiare" (la moglie Miriana Markovic, i figli Marko e Marija, e parenti vari), con l'espulsione dei comunisti Pavlovic e Stambolic, e poi di Fadilj Hoxha, eroe albanese della resistenza, espulso con accuse personali pretestuose e false, in realtà perché albanese.

Non basta. Ancora nel gennaio '97, i rapporti ufficiali scrivono che <la continuità politica e ideologica non è mai stata una prerogativa del regno di mr. Milosevic. Per adattarsi alle mutevoli circostanze interne e internazionali, ha dovuto voltar gabbana più volte, da quella di padrone del partito comunista, a quella di riformatore dell'economia, di populista e di diplomatico. Dalla notte al giorno ha cambiato il suo ruolo di guida del nazionalismo serbo, riunificatore della Jugoslavia serba e paria internazionale, in quello di pacificatore>. Nessun osservatore internazionale, dunque, osava neppure lontanamente parlare di Mi­losevic come "comunista", tant'è che la sua derivazione kissingeriana e banca­ria erano esplicitamente presi a base dell'affidamento che il capitalismo faceva su di lui, fino al suo sganciamento solo in nome di democrazia e umanitarismo.

Di lui i padroni potevano dubitare per dispotismo opportunismo naziona­lismo, ma quanti fantocci di tal fatta essi hanno appoggiato nella storia! Sicché si spiega perché solo a "babbo morto" sia venuta a galla - se vera - la storia rife­rita da Alberto Negri a preludio di nomina e destituzione del "grande vecchio" Avramovic. A raccontare la storia ha aspettato il 1999 Steve Hanke, della fami­gerata università Johns Hopkins, già consulente del governo Markovic, e poi di quello Milosevic, nel cui àmbito sostenne la nomina di Avramovic stesso, ex funzionario della Bm, a governatore della banca centrale di Belgrado nel 1993. Hanke fa capire che "il crollo della federazione jugoslava avviene, prima anco­ra degli scontri etnici, con un colpo di mano finanziario", quando (7 gennaio 1991) il parlamento serbo avrebbe segretamente "regalato" 2.500 mrd lire - pari alla metà dell'"offerta di moneta" decisa dalla banca centrale per quell'anno cri­tico - a Milosevic e ai suoi amici, accelerando così la già programmata dissocia­zione di Slovenia e Croazia dalle sorti della Jugoslavia serba.

Un pretesto fu dato, indubbiamente, dalle proclamazioni chauviniste ri­volte contro gli albanesi dal neosegretario Milosevic. Fu però dalla "notte dei cristalli" di Zara, nel fatidico 1989, che prese concretamente corpo il primo vero assalto nazionalista e razzista: quello dei croati contro i serbi, che era in prepa­razione già molto tempo prima della comparsa di Milosevic, dall'inizio degli anni '80 a ridosso della morte di Tito. Alla fine del processo di ritorsione messo perversamente in moto, il ras fascista Franjo Tudjman riuscì così nel suo intento di eliminare praticamente la presenza serba in tutta la Croazia. Fu in quell'89 che si consumò la scissione della Lcj (prima Slovenia e Croazia, poi Bosnia e Macedonia); ma mentre alcuni capi locali, nell'orgia di socialdemocratizzazione del "dopo muro", si nascosero dietro le spoglie "comuniste" della disciolta Lcj - come a es. Milan Kucan in Slovenia, col partito del cambiamento democratico, vittorioso anche nella liberalizzazione del paese; o come in Serbia lo stesso Mi­losevic, col partito socialista - il croato Tudjman, con la unione democratica croata, da autentico fascista, che nemmeno il delirio di Berlusconi avrebbe potu­to chiamare ex comunista, non ebbe mai bisogno di indossare quella maschera . In Bosnia, emerse il musulmano Alija Izetbegovic, mentre il nazionalismo alba­nese macedone e montenegrino si andava assestando; il potere passava progres­sivamente alle singole repubbliche, a danno del governo centrale federale.

Il 25 giugno 1991, con la dichiarazione d'indipendenza di Slovenia e Croazia, gli osservatori occidentali eufemisticamente asseriscono: <Tudjman ha fatto l'errore [sic!] di non dare sufficiente attenzione ai problemi della minoran­za serba in Croazia>. Soltanto da ciò ne è conseguito - secondo un'osservazione di organismi internazionali scritta già con chiara "premonizione" (!?) nell'ago­sto '91 - che la risposta della grande Serbia di Milosevic alla separazione croata "solleva anche la prospettiva di una guerra in Bosnia". Anche: ma la colpa è ad­dossata a Slobo. Poco importa che vi fosse stato l'ampio sostegno tedesco e va­ticano all'indipendenza di Croazia e Slovenia - sfociato nel riconoscimento dato il 15 gennaio 1992, contro ogni parere dell'Europa (e degli Usa) - dato con il pretesto dell'"autodeterminazione" [sic] concessa ai tedeschi dell'est.

Tudjman, comunque, mirava al sodo, ossia ai soldi delle privatizzazioni, senza scheletri ex comunisti nel suo armadio fascista. Sicché ha brillantemente risolto il problema prendendolo di petto e facendo intascare quei soldi alla sua famiglia e al suo clan, nascosti nello stesso giro di "false privatizzazioni" [così - false - sono state definite anche dalla stampa padronale italiana]. In codesta operazione i "suoi" risultavano, a un tempo, sia come acquirenti privati di ban­che e aziende strategiche, sia come venditori "pubblici" in quanto funzionari statali o esponenti politici. Tuttavia il processo è lontano dalla fine, molte sono le questioni in sospeso, a partire dal nodo delle telecomunicazioni, mentre la gestione del credito è sempre più azzardata, per cui aumenta ogni giorno anche per Tudjman quello che gli esperti del capitale finanziario transnazionale chia­mano amabilmente "rischio paese", e che potrebbe farlo cadere in disgrazia.

Quello stile di potere personale, tuttavia, burocrazia d'apparato e cor­ruzione, non era prerogativa solo di Tudjman, e tanto meno appannaggio di Mi­losevic nella sua roccaforte di Belgrado, bensì ha caratterizzato tutto il processo di disfacimento della Jugoslavia. Interessante è notare che in un quadro simile rientra, a es., anche il fallimento Agrokomerc, nel 1987. Quella "cooperativa" era di Fikret Abdic, che in séguito sarebbe salito alla cronaca per le bande para­militari nella Bosnia serba. Abdic aveva emesso cambiali a vuoto per oltre 1000 mrd lire sulla banca locale Bihac, da lui stesso controllata; ma praticamente tut­ta la "cooperazione" agiva così, tanto che "nessuno discute che le banche siano principalmente gli agenti della burocrazia", ai vari livelli locale, regionale e centrale, con nomine lottizzate. Abdic, miseramente fallito, qualche anno dopo impugnò le armi col pretesto della difesa della nazionalità - patriottismo sempre buono, anche lì, per scampare la galera! Più capitalistiche, le imprese di Slove­nia e Croazia, vincenti, si opposero perciò nel 1987 alla norma di centralizza­zione del cambio valutario, il che non faceva altro che favorire la spirale infla­zionistica, per la necessità di liquidità interna mancante, attraverso l'emissione di carta moneta: era la vecchia storia della moneta cattiva che scaccia la buona.

A proposito di corruzione e violenza (vera o presunta, ma comunque sempre comodo alibi), significativa appare la posizione dell'ex "socialista" Alain Touraine, il quale ha "felicemente" congiunto l'antistalinismo, comoda maschera di anticomunismo, con lo chauvinismo francese antiamericano. Tou­raine comincia con l'asserire che <Milosevic porta avanti da oltre dieci anni, col freddo calcolo dell'ultimo dittatore comunista d'Europa [sic! - il virus berlu­sconiano ha colpito ancora], una politica sanguinaria e violenta che gli consen­te di restare  al potere come dittatore nazionalista>, per spartire a vantaggio dei serbi i resti dell'ex Jugoslavia. Sicuramente è vero che "la pace in Europa non dipende dagli europei, bensì dagli americani"; può anche esser vero che "gli obiettivi di Milosevic e quelli degli americani sono forse più compatibili che contrastanti" (giacché - dice - Milosevic non è stato abbattuto, pur potendolo es­sere). Ma tutto ciò serve a Touraine (o ad altri pentiti dell'asinistra come Cohn Bendit, ecc.) per concludere codesto intrigante paralogismo suggerendo ai serbi di disfarsi, sì, della "dittatura", ma di rifiutare al contempo l'occupazione del Kosovo da parte delle forze straniere, ossia americane, per una soluzione "de­mocratica" con l'"ipotesi dell'ingresso in un'Europa unita di questa parte del­l'Europa danubiana". Ossia, per evitare la sciocca "nostalgica" difesa dei go­verni slavi, nel nome posticcio della disciolta "lega dei comunisti", si finisce col sostenere in chiave antiamericana l'imperialismo europeo - ciò che una volta con Lenin si sarebbe chiamato socialimperialismo e socialsciovinismo.

La situazione del 1992 era ormai radicalmente cambiata, a partire dalle condizioni economiche oggettive della Serbia, ma anche per la posizione sog­gettiva di Milosevic [cfr.scheda]. La stessa accademia delle scienze (con Dobri­ca Cosic che era nel frattempo diventato presidente della Serbia) chiese le di­missioni dell'ex pupillo Milosevic, schierandosi con il partito di opposizione Depos (raggruppamento liberaldemocratico, sostenuto da intellettuali e studen­ti), verosimilmente foraggiato, con radio B.92, da George Soros. Il 27 aprile fu varata la nuova costituzione della "repubblica federale di Jugoslavia" di Milose­vic, sedicente unica erede della Jugoslavia; per tale motivo, e per l'appoggio ai serbi di Bosnia, il nuovo stato così definito non fu accettato dall'Onu. Il 27 maggio (Ue) e il 30 maggio (consiglio di sicurezza Onu: 13 a favore e 2 astenu­ti), fu deciso l'embargo totale contro la Serbia: petrolio, commercio e trasporto di merci serbe, investimenti esteri, voli aerei, rapporti culturali, sport e congela­mento di proprietà serbe (tranne aiuti umanitari). <La risoluzione 757 è conside­rata una delle più dure risoluzioni della storia dell'Onu> - scrissero gli esperti.

Nel 1993 il contrasto tra Milosevic e Cosic sfociò nel "caso Milan Pa­nic" - miliardario farmaceutico belgradese in California, Usa - chiamato dal ca­po dello stato come primo ministro. Fu accettato dal parlamento, fino alle ele­zioni (dicembre '92) parlamentari e presidenziali, nelle quali Panic fu schierato contro Milosevic stesso: un liberalismo federale classico [programma: ricono­scimento dei nuovi stati, società multietnica e multiconfessionale con autono­mia al Kosovo di Rugova, libertà di stampa e di parola, liberalizzazione del mercato e privatizzazioni] in netto contrasto con la "politica diametralmente opposta" del nazionalismo populista di Milosevic. Panic fu sconfitto e preferì tornare dai suoi miliardi in California, ma Milosevic pagò la vittoria a prezzo di un ulteriore isolamento tra i suoi ex sostenitori (Usa in primis).

Capitò così che l'ondivago Milosevic chiese la collaborazione di Voji­slav Seselj (partito radicale di estrema destra, fascista insomma), per formare il primo governo monocolore dopo le elezioni del '92; gli serviva per arrivare a una riforma maggioritaria in grado di destituire Cosic e sostituire il capo di stato maggiore (Zivota Panic con Momcilo Perisic - che oggi, destituito a sua volta all'inizio del '99, è a capo della nuova "opposizione" postbellica). All'epoca il fascista Seselj era "accusato di crimini di guerra" da Lawrence Eagleburger (ex segretario di stato Usa, con Bush!), nella noncuranza opportunistica di Milose­vic; ma dopo una rottura, nel settembre '93, Slobo stesso lo indicò come "crimi­nale di guerra e speculatore": vatti a fidare! Senonché nulla è definitivo, così in seguito entra ed esce dal governo Milosevic, fino al rientro '99 nel dopoguerra.

Oscillazioni simili Milosevic le ha avute col serbo bosniaco Radovan Karadzic, a séguito del suo rifiuto di accettare il piano Vance-Owen per la Bos­nia. Le assicurazioni serbe non furono ritenute sufficienti dagli organismi impe­rialistici sicché <le sanzioni internazionali contro la Serbia furono ulteriormente inasprite, deteriorando ancora l'economia. Milosevic, presentandole come in­giuste, ha rafforzato le sue posizioni interne> (la risoluzione 820, 17 aprile 1993, ancora più dura, aggiungeva il divieto per il trasporto di petrolio sul Da­nubio). Senonché - a fine '95, nonostante il siluramento di Avramomic, dimo­stratosi più professionalmente ultraliberista di lui - Milosevic pensò bene di cambiar veste; dopo aver appoggiato il "gruppo di contatto" per la Bosnia (ago­sto '94), accettò poi gli accordi di Dayton (novembre '95) e la pace di Parigi (dicembre '95), scaricando Karadzic. L'Onu perciò decise di rimuovere le san­zioni internazionali, ma gli Usa - preparando il passaggio di Madeleine Albright da ambasciatrice all'Onu a segretaria di stato - posero il loro veto e rinnovarono l'embargo, alzando quello che è stato chiamato il "muro di recinzione" della Serbia, su tre punti: revoca dell'annullamento delle elezioni amministrative vin­te dall'opposizione (novembre '96), collaborazione col tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra, garanzia dei "diritti umani" in Kosovo.

Il punto di svolta - così definito da fonti ufficiali sovrastatuali - si è avuto infatti a séguito dell'<annullamento dei risultati delle elezioni ammini­strative del 17 novembre 1996, che può diventare il più grande errore politico della carriera di mr. Milosevic. Fino ad allora il presidente serbo aveva ampia­mente rispettato le procedure della democrazia formale nella sua condotta elet­torale>. Perciò, diritti umani e crimini di guerra sono stati aggiunti per fare buon peso. Si è scoperto anche che i giudici sono nominati dal parlamento, violando l'indipendenza borghese dei poteri (ma dimenticando come operi la corte supre­ma in Usa!). In séguito ai provvedimenti internazionali sono seguite dimostra­zioni di massa e manifestazioni di piazza, in confusione tra liberiste e proletarie.

La circostanza curiosa era che, ancòra agli inizi del 1996, dai negoziatori internazionali Milosevic "era ancora considerato come l'unico politico di una certa statura, capace di negoziare la fine dell'isolamento internazionale della Jugoslavia". Ma alla fine del '96, col 1997 venne l'era Albright. Si cominciava a scrivere che <mr. Milosevic potrebbe avere i giorni contati. Il consenso popo­lare manifestato durante gli anni della guerra e delle sanzioni (1992-95), è desti­nato a erodersi in tempo di pace, per un diffuso senso di sconfitta (nella vita e nel lavoro, perdita della terra delle case e della dignità)>. L'inasprimento delle sanzioni (marzo '98) prevedeva il blocco delle armi, dei voli aerei, dei finanzia­menti esteri e degli investimenti, con congelamento delle proprietà serbe all'e­stero; nel contempo l'Usaid distribuiva però fondi nel solo Montenegro, per so­stenere lì il processo di privatizzazione. E - assai curiosamente e maliziosamen­te - si è scritto anche che tutto  ciò "ha sollevato dubbi sul futuro del più duratu­ro regime comunista [sic!] in Europa orientale". Ecco allora che, improvvisa­mente, il nemico sul campo - da amico sicuro a "cliente" ormai inaffidabile - ri­torna a essere dipinto come mostro "comunista"! Ma quando?!

Così, mentre veniva riscoperto Ibrahim Rugova, per fargli dire che "gli Usa possono svolgere  un ruolo fondamentale per risolvere il problema del Ko­sovo"(!), Milosevic nel 1998 - per evitare complicazioni costituzionali che ne avrebbero impedito la rielezione a presidente della Serbia per la terza volta con­secutiva - si fece eleggere presidente della federazione Serbia-Montenegro, dan­do peso politico a una carica che era onorifica. Solo l'inevitabile disunione di un'opposizione stracciona ha compensato le gravi difficoltà elettorali e parla­mentari del partito di Milosevic. L'opposizione di classe era diventata invisibi­le. Quella istituzionale era incentrata sul movimento per il rinnovamento di Vuk Draskovic (dentro e fuori la coalizione di governo, dichiaratamente "anticomu­nista e monarchico") e sul partito democratico di opposizione liberista, guidato da Zoran Gingic (eletto sindaco di Belgrado nel febbraio '97, e poi destituito dalla coalizione social-monarco-fascista di Milosevic, Draskovic e Seselj).

Si è detto altrove come - fino alla fine '98 - ci fosse ancòra dissenso nel governo Usa (Holbrooke contro Albright, per riassumere) sull'atteggiamento da tenere nei confronti di Milosevic. Di conseguenza anche sull'Uck le opinioni, non solo entro il governo Usa, ma anche tra questo e gli europei, erano contra­stanti, rendendo  comunque "improbabile l'ipotesi di una guerra totale". Addi­rittura ancòra nel febbraio '98, il rappresentante ufficiale Usa nella regione defi­niva l'Uck un'organizzazione "terroristica". Ma siccome <la portata e la veloci­tà della sconfitta dell'Uck ha còlto di sorpresa gli osservatori esterni, che aveva­no sottovalutato la capacità dello stato serbo indebolito di rispondere alla sfida kosovara> - prosegue la nota ufficiale - la valutazione politica e propagandistica sull'Uck tendeva rapidamente a cambiare; questo, afferma senza esitazioni un rapporto Eiu, nonostante che "le atrocità in Kosovo erano di gran lunga inferiori a quelle avvenute in Bosnia, e non è affatto questione di pulizia etnica".

Si possono trarre conclusioni e auspici considerando come la coscienza trasmutata della grande borghesia imperialistica - cosiddetta "occidentale" - si esprima, secondo le parole usate da Edmondo Berselli nientemeno che sul quo­tidiano padronale, portavoce del mondolibero e del suo mercato: <L'angoscia provocata dalla guerra si manifesta quindi poiché essa offre l'indizio di "che co­sa potrebbe esserci", o esserci ancòra, sotto la vernice [sic!] squillante dell'eco­nomia di mercato, sotto i lustrini [!] delle società culturalmente politeiste, sotto la pàtina [!] della ricchezza diffusa, sotto gli apparati del welfare, sotto lo spet­tacolo, il benessere, il consumo, sotto l'alta tecnologia, sotto il disincanto politi­co, perfino sotto il pacifismo. Noi vorremmo scommettere immediatamente sul­la tenuta delle nostre istituzioni politiche e sociali, e quindi definire impossibile che la superficie e l'intelaiatura delle società occidentali possano subire l'attac­co di forze irrazionali eruttanti al loro interno. Cresce psicologicamente la sfidu­cia verso la capacità delle democrazie di produrre la pace o di "trattare" la guer­ra. Ed è una sfiducia che può generare altra sfiducia, questa volta rivolta verso le nostre stesse istituzioni, verso noi stessi, che sembra talvolta impedirci di avere fiducia in quel "noi" che si concreta nella più grande e articolata delle in­venzioni [sic!] moderne, cioè la democrazia liberale>. Ma inventatene un'altra!


[1] Cfr., per un'esposizione dei dati economici, la successiva "scheda", Il campo dei merli, e per alcune impressioni politiche la "nota", Il bel Danubio blu; qui si riprendono solo i dati salienti. Cfr., per gli altri numerosi riferimenti, i Country reports dell'Eonomist intelligence unit (1989-99), tra cui un contributo di un consulente della Bm e dell'Ilo, Patrick Artisien, Jugoslavia to 1993: back from the brink?; cfr., inoltre, il rapporto a cura di Suman Bery, Jugoslavia: adju­stment policies and development perspectives, Bm, Washington 1983; il volume di Harold Ly­dall, Jugoslavia in crisis, Clarendon, Oxford 1989; e diversi pregevoli articoli di Alberto Negri, apparsi su il Sole 24 ore, 1999, e riproposti in Aa.Vv, La pace e la guerra, Il Sole, Roma 1999.

 

[2] Il testo di questa scheda è redazionale, ma tratto per intero (anche senza virgolette, è traduzione o sintesi secondo convenienza), da documenti ufficiali del Fmi e della Bm (in particolare, Jugo­slavia: adjustment policies and development perspectives, 1983) e della Eiu (ossia Economist intelligence unit: Country report, country profile, Jugoslavia e Serbia-Montenegro, 1989-99).

 

[3] Le fonti, "biografiche" o comunque pertinenti alcuni soggetti politici protagonisti della recente tragedia jugoslava - sono qulle stesse, ufficiali o giornalistiche, citate nei precedenti articoli.

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