FISICA/MENTE

 

 

Afghanistan

 

di Manuela Ostini e Enrico De Giorgi

·        Introduzione

·        Breve storia dell’Afghanistan

·        Interessi economici

·        Osama Bin Laden nel contesto storico

·        Bibliografia

Introduzione

I recenti attacchi agli Stati Uniti hanno riportato alla ribalta della cronaca il ruolo strategico dell’Afghanistan in quello che il gruppo di studio “Guerra e pace” dell’Università la Sapienza di Roma (Guerra e pace, 2001) ha definito il “Grande Gioco” dell’Asia Centrale citando le parole dello zar russo Pietro il Grande.

      Il crollo delle Torri Gemelle a New York ha prodotto uno shock psicologico notevole, tant’è che il mondo occidentale ha improvvisamente modificato alcune delle sue abitudini (vedasi ad esempio la crisi mondiale delle compagnia aeree e le recenti previsioni sul traffico aereo per i prossimi cinque anni pubblicate dalla IATA, International Air Transport Association[1]), e la psicosi per eventuali attacchi batteriologici ha coinvolto Stati Uniti ed Europa. In Svizzera, ad esempio, lo stesso governo federale ha deciso di aumentare le riserve del vaccino antivaioloso (stanziando un credito aggiuntivo di dieci milioni di franchi svizzeri) e di acquistare il vaccino dell’antrace e l’antidoto botulinico[2].

Sarebbe però sbagliato credere che l’esistenza del terrorismo “islamico” sia stata rivelata al mondo intero solo lo scorso 11 settembre e che l’organizzazione Al-Quaida sia frutto dell’iniziativa privata di un solo uomo, ossia Osama Bin Laden. In un articolo apparso su “Le Nouvel Observateur” il 25 ottobre 2001, Vincent Jauvert spiega che Al-Quaida conta (o contava)  una ventina di campi di addestramento, da cui sarebbero passati da 10’000 a 25’000 uomini provenienti da oltre 20 paesi. Inoltre si precisa che uno dei complessi più importanti di Al-Quaida, quello di Duranta, era stato costruito dall’intelligence pakistana (ISI) con un notevole sostegno finanziario dell’intelligence americana (CIA) negli anni ’80, all’epoca dell’invasione russa in Afghanistan. Nell’articolo de “Le Nouvel Observateur” si citano inoltre le parole di Ahmed Mabrouk, uno dei capi militari di Al-Quaida, processato nel 2000 in Egitto, secondo le quali ci sarebbero approssimativamente un centinaio di cellule dell’organizzazione terroristica pronte a colpire obiettivi americani un po’ ovunque. È ovvio che le parole di Mabrouk devono essere considerate con attenzione, per non correre il rischio di lasciarsi ingannare dalla propaganda, comunque è indubbio (e lo confermano fonti della CIA e dell’FBI) che Al-Quaida è presente nei quattro continenti, con gruppi di combattenti pronti a tutto. A questo proposito mi sembra opportuno il riferimento ad un manuale trovato a Manchester dalla polizia metropolitana nella casa di un presunto membro di Al-Quaida. In questo manuale si elencano gli obiettivi dell’organizzazione, precisando che lo scopo primo è quello di “sopraffare i regimi infedeli e di rimpiazzarli con un regime islamico”[3]. Missioni secondarie sarebbero inoltre: “uccidere personale nemico e turisti stranieri”, “distruggere le ambasciate ed attaccare centri economici vitali”.

      La forza militare di Al-Quaida è piuttosto impressionante, nonché il suo potere economico e l’influenza politica dei suoi capi, Bin Laden in testa, soprattutto sul governo dei taliban. Sarebbe comunque sbagliato credere che Al-Quaida abbia potuto svilupparsi unicamente grazie ai milioni ereditati da Bin Laden e grazie al sostegno dei taliban, anche se è indubbio che la potenza economica di Bin Laden rende l’organizzazione piuttosto efficace e pericolosa. 

Nel prossimo paragrafo percorriamo brevemente la storia dell’Afghanistan dall’inizio del secolo scorso ad oggi. Questo breve percorso serve per meglio comprendere la situazione attuale e a fare un punto sulle condizioni che hanno favorito lo sviluppo di Al-Quaida.

Breve storia dell’Afghanistan

Paolo Virtuani, in un articolo apparso sul “Corriere della Sera Online” nel novembre 2001 (vedi bibliografia), elenca in modo sommario le differenti etnie presenti attualmente in Afghanistan: Pshtun (38%), Tajiki (25%), Hazara (19%) e Uzbeki (18%). È necessario valutare con attenzione la presenza di queste quattro etnie per meglio capire la storia dell’Afghanistan dal 1933 ad oggi, soprattutto per quel che concerne il periodo post-conflitto con la l’Unione Sovietica. Virtuani comincia il suo articolo affermando che “se la guerra [degli USA] in Afghanistan sembra difficile e complicata, aspettate a veder la pace” e fa appunto riferimento al puzzle etnico-politico, che sembra di non-facile soluzione.

      Dal 1933 al 1973 l’Afghanistan fu governata dal re Zahir Shah, che nel 1973, durante una sua vacanza in Italia, subì un colpo di stato da parte del principe (suo cugino) Mohammed Daud Khan. Il re Zahir Shad rimane in Italia con i figli: il suo esilio durerà per quasi trent’anni![4] 

Farhad Azad[5], di origine afgana e creatore del sito internet “http://www.afghanmagazine.com”, che ha quale scopo quello di promuovere l’arte, la letteratura e la musica afgana scrive: “sono nato in Afghanistan ed ebbe la fortuna di viverci in quei pochi anni di pace, attorno al 1970. Come ricordo l’Afghanistan? Ricordo la nostra casa di Kabul, la capitale. Ricordo una società moderna con strade, scuole e tutto quando possa offrire una società civilizzata. Ricordo l’arte, ricca, e la stupenda musica che suonavano alla radio. Felicità, gioia ed amore.” Il quadro offertoci da Farad sulla sua patria è piuttosto particolare, ma ci aiuta a capire come la società afgana sia stata pesantemente colpita dalle continue guerre civili e dalla guerra con l’Unione sovietica, durante gli anni ottanta. Ma andiamo passo per passo. 

      Il 28 aprile 1978 era prevista una conferenza internazionale sull’educazione a Kabul. A causa della mancanza di camere di hotel per ospitare i partecipanti, il governo afgano invitò tutti i turisti stranieri ad abbandonare il paese entro il 28 d’aprile, così da liberare le camere per gli invitati alla conferenza[6]. I gruppi filo-sovietici presenti in Afghanistan approfittarono dell’occasione (e dell’assenza di testimoni stranieri) per attaccare Kabul: fu la Rivoluzione di aprile, che portò alla proclamazione della Repubblica democratica dell’Afghanistan, sotto la guida del marxista Mohammed Tareki, che fu ne divenne il presidente. Le cronache dell’epoca raccontano che l’obiettivo principale dei rivoluzionari fu la stazione Radio-TV dell’Afghanistan a Kabul. Lo scopo evidentemente era quello di controllare le masse, che non disponevano di altro mezzo per informarsi su quanto stava accadendo. Mohammed Daud fu ucciso.

All’epoca vi erano due partiti marxisti in Afghanistan: il Partito Khalq (più moderato), di cui era leader Tareki, ed il Partito Parcham (più radicale), di cui era leader Babrak Karmal. I due partiti giunsero ad un accordo per guidare assieme il Paese (e le cariche politiche e di governo furono divise equamente fra i membri dei due partiti), ma l’alleanza durò solo qualche mese. Tareki infatti ebbe presto l’impressione di aver consolidato a sufficienza il suo potere, tanto da poter far a meno dell’appoggio del partito Parcham. Così, nell’agosto 1978, offrì ai membri del Partito Parcham delle cariche prestigiose all’estero (fra cui quella di ambasciatore in Cecoslovacchia a Babrak Karmal). La mossa era strategica, volta principalmente ad allontanare dall’Afghanistan i membri del partito Parcham.

Le riforme del regime di Tureki, volte alla sovietizzazione e laicizzazione del Paese, suscitarono il malcontento di larghi strati della popolazione. In questo contesto maturò e si sviluppò la resistenza islamica armata. A metà del 1979 le formazioni di guerriglia islamica, riunite in un unico fronte di resistenza sostenuto da Pakistan, Cina ed Iran controllavano quasi l’80% del territorio afgano. Tareki venne ucciso ed il suo partito Khalq si spaccò definitivamente. La guida del paese fu inizialmente assunta da Hafizullah Amin, poi giustiziato, e quindi dal leader del partito Parcham, Bebrak Karmal.

 

      L’espansione dei movimenti radicali islamici (sostenuti appunto da Pakistan, Cina ed Iran) fecero presto temere all’URSS che pure le sue repubbliche Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan ne potessero venire coinvolte. Il 24 dicembre 1979 le truppe dell’Armata Rossa attraversarono il confine con l’Afghanistan a nord: fu l’invasione della Russia.

      Testimonianze raccolte recentemente (nel gennaio del 1998) da un giornalista di “Le Nouvel Observateur[7], sembrerebbero confermare il coinvolgimento della CIA (e quindi degli Stati Uniti) in questa fase delicata della storia dell’Asia Centrale. In un’intervista di “Le Nouvel Observateur” apparsa il 15 gennaio 1998, l’ex direttore della CIA, Zbigniew Brzezinsky, affermò che l’allora presidente americano Carter firmò una “direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo-sovietico di Kabul”, quegli stessi integralisti islamici che più tardi confluiranno, almeno in parte, nell’organizzazione di Bin Laden.

L’intelligence americana era consapevole del fatto con un loro sostegno agli oppositori del regime filo-sovietico afgano, avrebbe favorito in qualche modo l’intervento sovietico in Afghanistan. I russi infatti temevano che gli Stati Uniti potessero assumere un ruolo strategico decisivo nella regione.

Dall’altra parte, fra gli scenari strategici considerati con ottimismo dal governo americano, vi era inoltre quello di un indebolimento considerevole dell’Unione Sovietica, a causa del loro coinvolgimento in una guerra difficile o addirittura insostenibile, come quella contro l’Afghanistan[8].    

Nel corso del 1980 gli aiuti americani contro l’avanzata russa divennero ancora più importanti. In questo contesto, un ruolo fondamentale era svolto dai servizi segreti pakistani (ISI), che con finanziamenti cospicui da parte di USA e Arabia Saudita, gestirono autonomamente la guerra con la Russia in Afghanistan. È utile ricordare che il piano strategico americano ed il coinvolgimento degli Stati Uniti “dietro le quinte”, non era noto al popolo afgano, come neppure agli arabi stranieri che raggiunsero gli integralisti islamici afgani per sostenerli nella guerra religiosa (la jihad islamica) contro gli infedeli comunisti.

Alcuni dati: nel 1987 l’America (attraverso il Pakistan) avrebbe fornito alle forze della guerriglia islamica in Afghanistan 65000 tonnellate di armi (fra cui i micidiali missili Stinger di cui si è parlato spesso anche dopo gli attentati contro gli Stati Uniti) ed aiuti economici fino a 470 milioni di dollari. L’intelligence pakistana, fortemente sostenuta dalla CIA, raggiunse uno staff di ben 150’000 persone.

      Agli inizi del 1989, l’Unione sovietica ritirò definitivamente le sue truppe dall’Afghanistan, con un pesante bilancio: 13’310 morti e 35’478 feriti! La sconfitta sovietica nel conflitto afgano sarà un fattore determinante nel processo di dissoluzione dell’URSS, che difatti avverrà nel dicembre 1991. La strategia americana sembrava aver raggiunto i suoi obiettivi! Oggi si sarebbe tentati di affermare che alcune conseguenze dell’appoggio americano agli integralisti era state ignorate. Significative a questo proposito le parole di Zbigniew Brzezinsky[9]: “cosa è più importante per la storia del mondo? I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”.  Le risposte a queste domande retoriche di Brzezinsky oggi sarebbero forse meno scontate. Nel frattempo il governo di Babrak Karmal richiama dalla Russia Mohammed Najibullah, al quale verrà affidata la polizia segreta. Lo stesso Najibullah sostituirà Karmal alla guida del paese nel 1986. Najibullah cercherà di raggiungere un coprifuoco con i Mujahideen e di creare un governo di larghe intese, purtroppo senza successo.

 

Fra il 1989 ed il 1992 l’Afghanistan conobbe continue guerre civili fra il governo di Najibullah (sostenuto da alcune fazioni anti-sovietiche) ed i Mujahidden. L’alleanza che governò il paese in quel breve lasso di tempo fu chiaramente forzata ed imposta dall’esterno per motivi di carattere economico. Pakistan ed Iran avevano forti interessi e sostenevano attivamente fazioni diverse. Dopo la guerra con l’URSS, il Pakistan aveva interesse ad installare un governo islamico a Kabul, per disinnescare la questione “Pashtunistan[10] e potersi quindi dedicare al Kasmhir (forte risorsa di uranio!), dove vi erano guerre sanguinose con l’India.

Pure gli Stati Uniti gradivano un governo di stampo islamico-sunnita: infatti un governo di questo tipo avrebbe costituito un freno decisivo per un eventuale ritorno dei russi (gli infedeli nemici comunisti) ed inoltre avrebbe esercitato una pressione contro il vicino Iran islamico-sciita (e suo nemico storico).

Nel 1992 i mujaheddin tagiki[11] sostenuti dall’Iran e fedeli a Rabbani e Massud (il “leggendario” capo dell’Alleanza del Nord[12]) si impossessarono di Kabul, togliendola all’uzbeko Dostum e ad Hekmatjyr, leader della fazione appoggiata dal Pakistan.

Il paese era continuamente minacciato da guerre civili e scontri fra le fazioni e le diverse etnie, finché nel 1994, appaiono i taliban (letteralmente, “studenti di teologia”), un gruppo armato che dichiara di voler garantire la libertà di traffico e di transito nell’Afghanistan. Agli inizi del 1995 i taliban controllavano sette province afgane su 28 e nel febbraio 1995 arrivarono a Kabul, dove in  pochi mesi sconfissero i partiti dei mujaheddin ed il governo sempre più debole e diviso di Rabbani. Per questa loro ascesa al potere, i taliban poterono contare sull’aiuto economico e militare del Pakistan, che ambiva infatti ad un controllo dell’Afghanistan attraverso un governo islamico, filo-pakistano. Nel 1998 i taliban arrivano a conquistare Mazar-i-Sharif (a nord) ed a controllore ben il 90% del territorio afgano.

 

Nel frattempo gli Stati Uniti si erano in parte disinteressati dell’Afghanistan. Il crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto nel dicembre del 1991, aveva fatto spostare l’attenzione dell’America verso altre zone dell’Asia Centrale, nonché verso il Kosovo. In questo contesto, è da considerare l’intervento degli USA nella Guerra del Golfo con l’Iraq, nel 1991.

L’avanzata dei taliban e la minaccia dell’integralismo islamico, nonché gli attentati perpetuati da Al-Quaida ad ambasciate americane, attirarono nuovamente l’attenzione di America e Russia su quell’area dell’Asia Centrale.

 

Per capire inoltre in quale contesto si possa essere sviluppata l’organizzazione di Osama Bin Laden, è utile tener presente il fatto che la guerra contro la Russia, fra il 1979 ed il 1989, ha fatto confluire nelle fila dei combattenti delle fazioni islamiche in Afghanistan quasi 35000 musulmani provenienti da diversi paesi. Inoltre in quel periodo il Pakistan (con l’appoggio dell’alleata America) fece costruire diversi campi di addestramento militare in Afghanistan. Molti di questi combattenti contribuirono in modo decisivo alla disfatta delle Russia nel 1989 e quindi al processo che ne provocò il crollo definitivo qualche anno dopo. Nacque quindi una fiducia estrema nelle proprie capacità e nella propria ideologia e ben presto si delineò un nuovo nemico, gli Stati Uniti, che sembravano decisamente più avvicinabili dopo che una potenza come l’Unione Sovietica era stata sconfitta.  

Interessi economici

Il ruolo strategico di Stati Uniti e Pakistan, nonché di Iran e Cina (e della Russia), vanno pure considerati in contesto economico. È vero che gli Stati Uniti (attraverso il Pakistan) cercarono di rallentare (o bloccare) l’espansione russa verso sud (con la nascita del governo filo-sovietico di Tareki). È pero necessario comprendere l’importanza della “posta gioco” anche da un punto di vista economico, per capire sino in fondo il coinvolgimento delle grandi potenze mondiali (USA in testa). Il crollo dell’Unione sovietica ha reso le ex-repubbliche russe particolarmente appetibili da un punto di vista economico, nonché da quello strategico. Da una parte la zona del Tukestan (che comprende Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghistan) presenta una quantità enorme di risorse naturali non ancora sfruttare: gas naturale, idrocarburi, oro.

Con il crollo dell’URSS i cinque paesi ex-sovietici si sono ritrovati con una struttura economica obsoleta, ed hanno bisogno di capitali esteri per gli investimenti: rappresentano quindi un mercato aperto per gli investitori occidentali. Un dato: nel 1998 il Turkmenistan è il quarto produttore mondiali di gas, che al 95% viene esportato. Parallelamente la penetrazione economica (e militare) di Russia ed USA: Newmont Mining (industria estrattiva), Technip (raffinerie), Daewoo, Siemens, Stet, Deutsche Telekom, Coca Cola sono alcune delle compagnie occidentali ed orientali che hanno investito sino a 5 miliardi nel solo 1998. Inoltre: l’Uzbekistan è pieno di basi militari americane ed il Tagikistan ospita ben 10'000 soldati russi!

Insomma gli interessi economici e strategici vanno di pari passo e l’attenzione delle grandi potenze è sempre rivolta all’Asia Centrale.

Nell’edizione della primavera 1999 di “Strategic Review” il Maggiore Adrian Burke della logistica del copro dei marines, descrive l’importanza strategica nella regione dell’Asia Centrale-Medio Oriente. Egli afferma: “L’insieme dei campi energetici della regione Asia centrale-Medio Oriente contiene la più grande concentrazione mondiale di riserve di idrocarburi e merita l’attenzione statunitense. Assicurare alle compagnie USA la leadership nello sviluppo delle risorse nella regione e azzerare l’influenza russa ed iraniana sull’esplorazione e sviluppo dei campi energetici, nonché sulle direttrici delle pipelines per l’esportazione costituisce la base di quella politica”. Egli prosegue sostenendo l’importanza di alleanze strategiche con Pakistan e Turchi in chiave anti-Iran ed anti-Russia e con l’obiettivo di realizzare delle condotte transcaspiche attraverso il Pakistan e l’Afghanistan!

In questo contesto fa pure considerato lo sforzo del Pakistan per instaurare un governo filo-pakistano in Afghanistan, ossia i taliban!

Osama Bin Laden nel contesto storico

I legami economici fra la famiglia Bin Laden e la famiglia Bush risalgono agli anni sessanta, quando il padre di Osama, Mohammed Bin Laden, sceicco saudito divenuto miliardario con commesse edili provenienti direttamente dalla famiglia reale saudita, comincia a fare investimenti negli USA.

Dopo la morte di Mohammed Bin Laden (incidente aereo), gli interessi della famiglia vengono gestiti dal figlio Salem Bin Laden (e fratello maggiore di Osama) che fonda una compagnia aerea in Texas.

Socio d’affari di Salem è suo cognato Khalid bin Mafhouz, proprietario della maggiore banca privata al mondo e banchiere della casa reale saudita. I due finanzieri sauditi cercano di entrare nei circoli politici-finanziari americani, al fine di influenzare a favore della famiglia reale saudita, le decisioni statunitense. A questo scopo prendono contatto J. Bath, imprenditore, amico personale di G. Bush junior ed agente CIA alle dipendenze di G. Bush senior, petroliere, politico e direttore della CIA dal 1976! Nel 1978 Bush junior fonda la Arbusto Energy e i due sauditi contribuiscono al capitale iniziale.

Nel 1981 Bush senior diventa vice-presidente e nel 1988 presidente degli USA. Bush junior invece si occupa di finanza e di alcuni progetti in confluiscono parecchi soldi degli “amici” sauditi. Nel 1987 Mafhouz acquista ad esempio il 17% delle azioni della società Harken Energy, di proprietà di Bush junior!

Dopo la morte in un incidente aereo di Salem, avvenuta nel 1988, il sodalizio Bush-Mafhouz si rompe definitivamente nel 1990. Nel frattempo si aggrava la crisi del Golfo ed il prezzo del petrolio subisce un forte ribasso. Bush junior si libera delle azioni della Harken Energy prima del crollo del prezzo del petrolio (e quindi della azioni della Harken). La società fallisce e Mafhouz ne subisce le conseguenze! Ora Mafhiuz è ricercato come braccio destro di Osama Bin Laden.

 

Il saudita Osama Bin Laden fra il 1980 ed il 1989 combatte a fianco degli integralisti islamici in Afghanistan, contro l’Unione Sovietica. All’epoca l’Arabia Saudita è un fedele alleato americano, con cui condivide pure interessi economici e strategici (si veda sopra). Anche l’Arabia Saudita vuole assumere un ruolo nella guerra afgano-sovietica, sostenendo economicamente (e militarmente, con “capitale” umano) i mujaheddin. Fra gli obiettivi dei reali sauditi vi è principalmente quello di risolvere una questione religiosa e politica interna, ossia quello di allontanare gli integralisti islamici dal paese, perché questi arrischiano di destabilizzare i regimi arabi moderati. Il principe saudita Turki al-Fayçal è incaricato di organizzare il sostegno clandestino all’opposizione islamica in Afghanistan. Sarai lui a contattare l’allora ventitreenne Osama Bin Laden, amico di corte, figlio di quel Mohammed che ha stretti legami economici con la famiglia reale, per chiedergli di organizzare il reclutamento degli arabi desiderosi di raggiungere la resistenza islamica in Afghanistan. Bin Laden ovviamente accetta l’incarico e nonostante sia anti-americano, sfrutta il sostegno statunitense (attraverso l’ISI, l’intelligence pakistana[13]) alla resistenza afgana.

Più tardi le relazioni fra Bin Laden ed il principe Turki al-Fayçal si deteriorano, tant’è che nel 1995 Bin Laden organizza degli attentati anti-americani sul suolo saudita, fatto che destabilizzerà la monarchia saudita. Qualche anno prima la stessa Arabia Saudita aveva privato di Bin Laden della cittadinanza saudita! Nel 1998 il principe Turki avrebbe tentato di farsi consegnare Bin Laden dal governo dei taliban, ma senza alcun successo.

In questo contesto il Pakistan assume di nuovo un ruolo fondamentale. Sembrerebbe infatti che l’intelligence pakistana abbia favorito l’arrivo di Bin Laden in Afghanistan: la strategia pakistana consisteva nell’affidare a Bin Laden la guida dei campi di addestramento in Afghanistan, i quali avrebbero tra l’altro dovuto fornire la guerriglia ai taliban (sostenuti appunto dal Pakistan), nonché “sfornare” i combattenti estremisti islamici da inviare in Cecenia, Kashmir, Algeria e Kosowo.

      Significativo a questo proposito un episodio che risale al 1998, quando gli Stati Uniti tentarono di uccidere Bin Laden, bombardandogli il quartier generale. Sembrerebbe che il terrorista sia fuggito poco prima di questo attacco, informato, a detta di alcune fonti, dai servizi segreti pakistani, alla cui testa di trova Mohmood. Dopo gli attentati di New York e Washington dell’11 settembre, gli Stati Uniti pretenderanno che Mahmood venga allontanato dalla sua carica. Ciò avverrà di fatto il 7 ottobre, la sera prima del contrattacco americano in Afghanistan[14].

Bibliografia   

 

1.      Bodansky Y. (1999), Bin Laden, The Man Who Declared War on America (Amazon.de),  Prima Publishing.

2.      Eco U. (11 febbraio 2002), Le guerre sante passione e ragione, La Repubblica

3.      Fuerstenberg N. (13 dicembre 2001), « Bin Laden rivoluzionario come Trotzky », Intervista a Avishai Margalit, Il Nuovo.

4.      Guerra e Pace (2001), Afghanistan: la storia vera, Pubblicazione Centro Studi per la Pace (http://www.studiperlapace.it).

5.      IATA (11 febbario 2002), Passenger Forecast 2001-2005 Special Interim Edition (http://www.iata.org).

6.      Jauvert, J. (25 ottobre 2001), Qu’est-ce qu’Al-Quaida, Le Nouvel Observateur.

7.      Jauvert J. (25 ottobre 2001), Ce qu’il faut savoir sur Ben Laden, Le Nouvel Observateur.

8.      Virtuani P. (novembre 2001), Il futuro politico dell’Afghanistan: chi dopo i talebani ?, Corriere della Sera.

Vedi inoltre:

1.      http://www.afghanmagazine.com

2.      http://www.ciriello.com

 

[1] Si fa riferimento al rapporto intitolato “Passenger Forecasest 2001-2005: Special Interim Edition”, pubblicato dalla IATA l’11 febbraio 2002. In questo rapporto si fa chiaro riferimento agli attentati dell’11 settembre 2001, di cui si riconosce il notevole impatto sulle compagnie aeree di tutto il mondo. La pubblicazione della IATA è disponibile sul sito internet http://www.iata.org. 

[2] Vedasi “Informazione per i media” del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, 16 gennaio 2002, http://www.vbs.admin.ch/i/medien.

[3] Il manuale è pubblicato dal sito internet http://www.globalsecurity.org.

[4] Un lista completa dei sovrani e primi ministri dell’Afghanistan dal 1747 ad oggi è pubblicata in http://www.info-regenten.de/regent/regent-e/afghan.htm.

[5] Farhad Azad è nativo di Kabul, da dove partirà ancora giovane verso gli USA. Nel 1997 fonda http://www.afghanmagazine.com, un giornale online che ha quale scopo quello di favorire la cultura afgana.

[6] Questi dettagli delle Rivoluzione d’aprile sono stati tratti dalla testimonianza di Mohammad Ismail Sloan, noto esperto di scacchi afgano e perseguitato dal regime di Tareki. La testimonianza è stata pubblicata sul sito internet della società editrice giapponese Ishipress, di cui Ismail Sloan era collaboratore (http://www.ishipress.com/afghans.htm).

[7] Si fa riferimento ad un intervista all’ex direttore della CIA apparsa su “Le Nouvel Observateur” del 15 gennaio 1998.

[8] Nell’intervista di “Le Nouvel Observatuer”, Brzezinsky afferma che gli Stati Uniti ambivano ad offrire al nemico russo una “Vietnam” dell’Asia centrale.

[9] Vedi intervista di “Le Nouvel Observateur”, 15.1.1998.

[10] Si fa riferimento alla cosiddetta “Linea Durand” che divide i due territori dell’etnia pashtun tra Afghanistan e Pakistan.

[11] Si vedano le diverse etnie introdotte precedentemente.

[12] Sul capo storico dell’Alleanza del Nord Ahmed Shah Massud, ucciso il 9 settebre 2001 dai talebani, si veda un’intervista di Maria Grazia Cutulli, giornalista italiana uccisa dai taliban nelle prime fasi del conflitto con gli USA, lo scorso ottobre. L’intervista risale al 1995 ed è pubblicata su “Postcard from hell”, sito internet di Raffaele Ciriello (http://www.ciriello.com).

[13] Un documento significativo sui campi d’allenamento pakistani è pubblicato in http://www.india-emb.org.eg/Section%207E/English3.html.

[14] Su Bin Laden e la sua organizzazione, ulteriori dettagli possono essere trovati in Yossef Bodansky, Bin Laden, The Man Who Declared War on America, Prima Publishing, 1999.


 

Il terrorismo funziona


di Noam Chomsky 7 novembre 2001
http://www.ecn.org/ponte/chomsky/chomsky1.html

Il terrorismo funziona: è l'arma dei forti. E' un errore analitico molto grave dire, come si fa abitualmente, che il terrorismo è "l'arma dei deboli". Come qualsiasi altro tipo di violenza, il terrorismo è l'arma dei forti. Di fatto lo è in un modo travolgente.
Semplicemente si dice che è l'arma dei deboli perché il forte esercita anche il controllo sul sistema di indottrinamento e perché il suo terrore ( il terrore del forte ) non conta come tale.
Cominciamo dall'idea comunemente accettatta che ciò che è successo l'11 settembre è un accadimento storico, che cambierà il corso della storia. La domanda è: "perché?"
La seguente domanda ha a che fare con la "guerra al terrorismo". "Da cosa esattamente?"
Altra domanda in relazione con la prima sarebbe "Cos'è il terrorismo?"
La domanda più importante che dobbiamo farci a partire dall'11 settembre è: "cosa sta succedendo?" Implicita è la domanda su cosa possiamo fare.
Secondo il New York Times ci sono tra i sette e gli otto milioni di persone sul punto di morire di fame in Afghanistan.
di fatto questo era già certo da prima dell' 11 settembtre. Questa gente dipendeva dagli aiuti internazionali per sopravvivere.
Il 16 settembre The Times assicurava che "gli USA hanno esigito dal Pakistan la sospensione del transito dei convogli che trasportano alimenti per la popolazione civile afgana". Che io sappia all'interno degli USA non si è prodotta nessuna reazione di fronte all'esigenza di imporre a milioni di persone la morte per fame.
La minaccia degli attacchi militari dopo l'11 settembre ha fatto sì che molti lavoratori delle organizzazioni di aiuto internazionale venissero ritirati dai loro programmi.
"Il paese ( Afghanistan ) era in coma; noi abbiamo semplicemente staccato la macchina". Così diceva un lavoratore addetto agli aiuti internazionali secondo Times Magazine.
La agenzia dell'ONU Programma Alimentare Mondiale, che era il più grande programma funzionante nel paese, ha potuto ricominciare la distribuzione di alimenti all'inizio di ottobre, ma ad un ritmo considerevolmente minore.
In Afghanistan non ci sono lavoratori delle organizzazioni umanitarie, così che il sistema di distribuzione degli alimenti trova molti ostacoli. Tutto il lavoro fu interrotto appena iniziarono i bombardamenti. Poco dopo ricominciò il programma degli alimenti delle Nazioni Unite ( anche se molto lentamente ), mentre le agenzie di aiuti umanitari lanciavano critiche mordaci di fronte all'ainiziativa nordamericana di lanciare pacchi-viveri, denunciandola come "una arma propagandistica che fa più male che bene", come commentava il Financial Times di Londra.
Dalla prima settimana di bombardamenti il New York Times informava, in una pagina interna e dentro una colonna dedicata ad altre questioni, che secondo i calcoli dell'ONU, presto ci sarebbero stati più di 7 milioni e mezzo di afgani che avevano bisogno di un pezzo di pane e che entro poche settimane il duro inverno avrebbe reso impossibile la distribuzione in molte zone del paese. Secondo l'articolo, mentre cadevano le bombe la distribuzione degli aiuti non raggiungeva la metà del necessario. Un commento casuale, che ci dice che la civiltà occidentale anticipa già lo sterminio di tre o quattro milioni di persone.
Intanto il leader della civiltà occidentale rifiutava con disprezzo, ancora una volta, le offerte di trattative che avrebbero potuto portare al raggiungimento del supposto obiettivo, Osama bin Laden.
Lo stesso giorno in cui l'offerta veniva rifiutata, l'inviato speciale dell'ONU responsabile della distribuzione di alimenti pregava i nordamericani di sospendere i bombardamenti per tentare di salvare milioni di vittime. Che io sappia la richiesta non è stata riportata dai media. Pochi giorni dopo, altre agenzie di aiuto umanitario come Oxfam e Christian Help si unirono alla petizione dell'ONU. Anche queste rimasero invisibili.
Sembra che quello che sta accadendo sia una specie di genocidio silenzioso. Quello che sta accadendo ci offre un'idea abbastanza certa di cosa sia la cultura delle elites, una cultura di cui siamo parte. Tutto l'accaduto è indicativo che, succeda quel che succeda - noi non lo sappiamo - si stanno traccianodo piani e ponendo in pratica programmi che potranno condurre alla morte vari milioni di persone nelle prossime settimane. Tutto molto casuale, senza commenti, senza discutere sul tema. E' quasi, quasi normale, qui e in buona parte d'Europa. Ma non nel resto del mondo. Di fatto, non almeno nell'altra buona parte d'Europa.
Ma andiamo ad una questione un po' più astratta, dimenticando per il momento che apparentemente stiamo sul punto di assassinare tre o quattro milioni di persone. Non i Talebani, ma le loro vittime.
Un avvenimento storico.
Andiamo ora alla domanda sull'avvenimneto storico dell'11 settembre. Credo che sia un avvenimento storico, sfortunatamente non a causa delle sue dimensioni. Malgrado sia sgradevole pensarlo, non è tanto inusuale, malgrado che probabilmente è il numero di vittime sia il più elevato in questo tipo di crimini .
Per disgrazia, ci sono tipi di crimini terroristici con effetti più estremi.
Senza dubbio, l'11 settembre fu un avvenimento storico perché ha prodotto un cambiamento. Il cambiamento consiste nella direzione verso cui vengono puntate e pistole. Questo è nuovo. Radicalmente nuovo.
L'ultima volta che il territorio nordamericano fu attaccato e si trovò minacciato fu durante l'attacco britannico contro Washington nel 1814. Dopo gli attacchi la stampa parlava di Pearl Harbour, ma non è una buona analogia. Qualunque sia la nostra idea su Pearl Harbour, i giapponesi bombardarono basi militari in due colonie nordamericane, non il territorio nazionale ( che per certo non era minacciato ). Queste colonie erano state strappate ai loro abitanti in un modo per niente gradevole. Gli USA preferivano parlare delle Hawai e delle Filippine come "territori", anche se in realtà si trattava di colonie.
In questa occasione è il territorio nazionale che ha sofferto un attacco su grande scala. Durante questi duecento anni, noi, gli USA, abbiamo espulso e praticamente sterminato la popolazione indigena del paese. Vari milioni di persone. Abbiamo conquistato la metà del Messico. Depredato qua e là nei Caraibi e in America Centrale e alcune volte più in là.
Conquistiamo le Hawai e Filippine assassinando centinaia di migliaia i filippini. Dalla seconda guerra mondiale gli USA hanno esteso la loro influenza per tutto il globo con metodi che non è necessario descrivere qui. Ma sempre sui stava assassinando gli altri, la lotta si sviluppava sempre in altri luoghi: erano gli altri ad essere massacrati.
Nel casi dell'Europa, il cambiamento è più drammatico perché la sua storia ha più orrori di quella degli USA. Fondamentalmente, gli USA sono un germoglio dell'Europa. Durante i secoli l'Europa è andata assassinando gente per tutto il mondo. Così conquistò il mondo, non regalando caramelle. In tutto questo tempo, l'Europa ha sofferto guerre assassine, ma erano gli europei ad uccidersi tra loro. Lo sport preferito degli eurpoei durante i secoli era il mutuo assassinio. L'unica ragione per cui si pose fine a tutto questo nel 1945 non ha nulla a che vedere con la democrazia, nè col confronto reciproco o idee simili.
Aveva a che vedere col fatto che la prossima partita avrebbe significato la fine del mondo. Per gli europei e anche per i nordamericani. Avevano sviluppato tali armi di distruzione di massa che erano obbligati a porre fine al gioco.
Durante questo periodo assassino e violento gli europei si massacravano tra loro, ma massacravano anche altra gente. Ci sono piccole eccezioni, ma talmente piccole che sono certamente invisibili nella scala di quello che l'Europa e gli USA hanno fatto per tutto il globo. Questo è stato un primo cambiamento. La prima volta in cui le pistole erano puntate nella direzione contraria.
Il mondo si vede in maniera differente a seconda che si tenga la frusta in mano o se si dovuto subire le frustate per secoli.
Credo che la sorpresa e lo shock, pertanto, siano comprensibili. Questa è la ragione per la quale il resto del mondo guarda all'accaduto in modo abbastanza differente. Non manca la compassione verso le vittime dell'atrocità accaduta, nè il sentimento di orrore di fronte alle atrocità, il sentimento è generalizzato. Ma si vede da una prospettiva differente. Questo è qualcosa che dobbiamo cercare di comprendere.
Cos'è "la guerra contro il terrorismo?"
Nelle alte sfere la guerra contro il terrorismo è stata descritta come la lotta contro una piaga, un cancro diffuso da barbari, da "avversari depravati della civiltà". E' un sentimento che condivido.Le parole che ho citato furono pronunciate, senza dubbio 20 anni fa. Ho citato il presidente Reagan e il suo segretario di Stato. L'amministrazione Reagan cominciò il suo periodo di governo 20 anni fa affermando che la guerra al terrorismo internazionale si sarebbe convertita nella parte centrale della politica estera nordamericana, descrivendola nei termini che ho citato.
E così fu. L'amministrazione Reagan rispose a questa "piaga diffusa dagli oppositori depravati della civiltà" creando una straordinaria rete di terroristica, senza nessun precedente riguardo per dimensioni, una rete che compì atrocità di massa in tutto il mondo. Non ricorderò tutta la lista di atrocità, ma menzionerò un solo caso assolutamente incontrovertibile: la guerra USA-Reagan contro il Nicaragua. E' incontrovertibile perché esiste una serie di dettami utorità internazionali più importanti: il Tribunale Internazionale di Giustizia, il Tribunale Mondiale, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Questo è un caso che non ammette controversia, almeno tra chi ha un minimo di considerazione per la legalità internazionale, ( il traduttore non ha la minima considerazione per la legalità internazionale, ma ritiene comunque attendibile, in questo caso, quanto affermato dalle menzionate organizzazioni ), i diritti umani, la giustizia ecc.
Il caso del Nicaragua è specialmente rilevante, non solo per il suo carattere incontrovertibile, ma perché offre un precedente su come uno Stato che rispetta la legge risponderebbe ( di fatto, su come rispose ) di fronte a un caso di terrorismo internazionale che non ammette discussione. Un caso di terrorismo che, per certo, fu più estremo degli avvenimenti dell'11 settembre. La guerra USA-Reagan contro il Nicaragua terminò con decine di migliaia di assassinati e il paese completamente rovinato, forse per sempre.
Il Nicaragua rispose, ma i nicaraguensi non risposero bombardando Washington. Risposero portando gli USA di fronte al Tribunale Mondiale in una causa in cui non ebbero difficoltà nel trovare le prove. Il Tribunale Mondiale diede ragione al Nicaragua, condannando quello che definì "esercizio illegale della forza", sinonimo di terrorismo internazionale. Il Tribunale esigette dagli USA la fine dei crimini e pagare le riparazioni ( al Nicaragua ). I nordamericani, per risposta, rigettarono la sentenza del Tribunale col più assoluto disprezzo e annunciarono di non accettare più la giurisdizione di quel tribunale.
Il Nicaragua ricorse allora al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dove si discusse una risoluzione dove si chiedeva a tutti gli Stati di rispettare la legalità internazionale. Non si fecero nomi, ma tutto il mondo capì. Gli USA posero il veto. Attualmente gli USA sono l'unico paese del mondo ad essere condannato dal Tribunale Mondiale per atti di terrorismo internazionale e che ha posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva agli Stati membri di osservare la legalità internazionale.
Il Nicaragua ricorse allora all'Assemblea Generale dell'ONU, dove il veto tecnicamente non esiste, ma dove un voto degativo degli USA equivale al veto.
L'Assemblea Generale approvò una risoluzione simile: votarono contro solo USA, Israele ed El Salvador. L'anno seguente, il Nicaragua tornò a presentare il caso di fronte all'Assemblea Genarale dell'ONU. In questa occasione gli USA poterono contare solo sull'appoggio di Israele, così due voti si opposero al rispetto della legalità internazionale. A quel punto il Nicaragua aveva esaurito tutti i ricorsi legalia sua disposizione ed era arrivato alla conclusione che questi ricorsi non funzionano in un mondo dominato con la forza.
Il terrorismo funziona: è l'arma dei forti. E' un errore analitico molto grave dire, come si fa abitualmente, che il terrorismo è "l'arma dei deboli". Come qualsiasi altro tipo di violenza, il terrorismo è l'arma dei forti. Di fatto lo è in un modo travolgente.
Semplicemente si dice che è l'arma dei deboli perché il forte esercita anche il controllo sul sistema di indottrinamento e perché il suo terrore ( il terrore del forte ) non conta come tale.


Menzogne umanitarie

http://www.geocities.com/msnicola2/newpage1.htm 


Gli stati poveri sono "falliti", quelli che si oppongono "canaglie", alla fine "noi" civilizzeremo "loro". Nel vero paradiso del terrore, gli Usa, i media lavorano per rendere normale l'impensabile


JOHN PILGER


Iguerrafondai della buona società potrebbero non dover attendere molto per il secondo round. Il vicepresidente Usa, Dick Cheney, ha avvertito la scorsa settimana che l'America potrebbe assumere l'iniziativa contro un numero di paesi compreso "tra 40 e 50". La Somalia, accusata si essere un "rifugio" per al Qaeda, va ad aggiungersi all'Iraq in cima alla lista di potenziali obiettivi. Compiaciuto di avere rimpiazzato i cattivi terroristi dell'Afghanistan con i terroristi buoni dell'America, il ministro della difesa Usa, Donald Rumsfeld, ha chiesto al Pentagono di "pensare l'impensabile", avendo respinto le "opzioni post-Afghanistan" in quanto "non abbastanza radicali".
Un attacco americano sulla Somalia, ha scritto un giornalista del Guardian accreditato presso il Foreign Office, "offrirebbe l'opportunità di regolare un vecchio conto: 18 soldati statunitensi furono brutalmente uccisi lì nel 1993...". Egli ha evitato di menzionare il fatto che i marines hanno lasciato tra 7.000 e 10.000 somali morti, secondo la Cia. Diciotto vite americane meritano un regolamento di conti: migliaia di vite somale no.
La Somalia fornirà una palestra ideale per la distruzione finale del'Iraq. Comunque, come riferisce il Wall Street Journal, l'Iraq presenta un "dilemma" perché "restano pochi obiettivi". "Siamo arrivati all'ultima capanna", ha detto un funzionario Usa, riferendosi al bombardamento quasi giornaliero dell'Iraq che non fa notizia.
Essendo sopravvissuto alla guerra del Golfo nel 1991, il controllo di Saddam Hussein sull'Iraq è stato da allora rafforzato da uno dei più spietati embarghi in epoca moderna, fatto rispettare dai suoi ex amici e fornitori di armi a Washington e Londra. Al sicuro nei suoi bunker costruiti dagli inglesi, Saddam sopravviverà a un nuovo blitz - a differenza del popolo iracheno, che è tenuto in ostaggio con la complicità del suo dittatore dalle pretese sempre diverse dell'America.
In questo paese, la propaganda velata giocherà il suo ruolo predominante come di consueto. Poiché tanta parte dei media anglo-americani è nelle mani di vari guardiani di provata fede, il destino dei popoli iracheno e somalo sarà riferito e dibattuto con il rigido presupposto che i governi statunitense e britannico siano contro il terrorismo. Come per l'attacco all'Afghanistan, la questione sarà come "noi" possiamo affrontare al meglio il problema delle società "incivili".
La verità più saliente resterà tabù. Questa consiste nel fatto che la longevità dell'America come stato terrorista e come rifugio per terroristi batte tutti. E' indicibile che gli Usa siano il solo stato ad essere stato condannato ufficialmente dal Tribunale mondiale per il terrorismo internazionale e ad aver posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che imponeva ai governi di osservare il diritto internazionale. Recentemente Denis Halliday, l'ex assistant secretary general delle Nazioni unite che ha preferito dimettersi piuttosto che amministrare quella che ha descritto come una "politica di sanzioni genocida" contro l'Iraq, è incorso nell'indignazione di Michael Buerk della Bbc. "Non si può tracciare una equivalenza morale tra Saddam Hussein e George Bush [senior], non è vero?" ha detto Buerk. Halliday stava partecipando a uno dei programmi sulla scelta morale in cui Buerk è presentatore, e aveva fatto riferimento all'inutile massacro di decine di migliaia di iracheni, in gran parte civili, da parte degli americani durante la guerra del Golfo. Halliday ha osservato che molti sono stati sepolti vivi, e che l'uranio impoverito è stato usato ampiamente ed è quasi certamente la causa di un'epidemia di cancro nell'Iraq meridionale.
E' indicibile che la storia recente dei veri crimini dell'occidente faccia di Saddam "un dilettante", come ha detto Halliday; e poiché non è possibile confutare razionalmente questa verità, quelli che ne parlano vengono tacciati di "anti-americanismo". Richard Falk, professore di politica internazionale a Princeton, lo ha spiegato. La politica estera occidentale, spiega, viene diffusa dai media "attraverso uno schermo morale/legale farisaico, a senso unico [con] immagini positive dei valori e dell'innocenza occidentali, dipinti come minacciati, legittimando una campagna di violenza politica senza restrizioni".
Il potere di cui godono Rumsfeld e il suo vice, Paul Wolfowitz, e i loro collaboratori Richard Perle e Elliot Abrams significa che molta parte del mondo è oggi apertamente minacciata da un fascismo geopolitico, che si è sviluppato a partire dal 1945 e ha avuto un'accelerazione dopo l'11 settembre.
L'attuale gang presente a Washington è formata da autentici fondamentalisti americani. Loro sono gli eredi di John Foster Dulles e Alan Dulles, i fanatici battisti che, negli anni '50, gestirono rispettivamente il Dipartimento di Stato e la Cia, distruggendo i governi riformisti in un paese dopo l'altro - Iran, Iraq, Guatemala - e riducendo a brandelli accordi internazionali, come gli accordi di Ginevra del 1954 sull'Indocina, il cui sabotaggio da parte di John Foster Dulles condusse direttamente alla guerra del Vietnam e a cinque milioni di morti. Documenti ora declassificati ci dicono che per due volte gli Stati uniti sono stati sul punto di usare le armi nucleari.
I paralleli si trovano nella minaccia di Cheney a "40 o 50 paesi", e nella guerra "che potrebbe non finire finché siamo in vita". Il vocabolario del giustificazionismo verso questo militarismo viene fornito da lungo tempo, e da entrambe le coste dell'Atlantico, da quegli "studiosi" fabbricati in serie che hanno tolto l'umanità dallo studio delle nazioni e l'hanno congelata con un linguaggio funzionale al potere dominante. I paesi poveri sono "stati falliti", quelli che si oppongono all'America sono "stati canaglia"; un attacco da parte dell'occidente è un "intervento umanitario" (uno dei più entusiasti guerrafondai, Michael Ignatieff, è ora "professore di diritti umani" a Harvard). E come al tempo di Dulles, il ruolo a cui è ridotta l'Onu è quello di rimuovere le macerie dei bombardamenti e fornire "protettorati" coloniali.
Gli attacchi alle torri gemelle hanno dotato la Washington di Bush di un grilletto, ma anche di una coincidenza notevole. L'ex ministro degli esteri pakistano Niaz Naik ha rivelato che a metà luglio alcuni alti funzionari americani gli avevano detto che l'azione militare contro l'Afghanistan sarebbe partita avanti a metà ottobre. Il segretario di Stato Usa, Colin Powell, in quel momento era in viaggio in Asia centrale, e già raccoglieva il sostegno per una "coalizione" di guerra anti-Afghanistan. Per Washington, il vero problema con i Taleban non erano i diritti umani; questi erano irrilevanti. Semplicemente, il regime talebano non aveva il controllo totale dell'Afghanistan: fatto che impediva agli investitori di finanziare gli oleodotti e i gasdotti provenienti dal Mar Caspio, la cui posizione strategica in relazione alla Russia e alla Cina e i cui giacimenti fossili largamente intatti sono di interesse cruciale per gli americani. Nel 1998, Dick Cheney disse ai rappresentanti dell'industria petrolifera: "Non so pensare a un momento in cui una regione sia emersa altrettanto improvvisamente per diventare così significativa strategicamente come il Caspio".
In verità, quando andarono al potere nel 1996, i Taleban non furono solo bene accolti da Washington. I loro leader volarono in Texas, all'epoca governata da George W. Bush, e furono intrattenuti dai dirigenti della compagnia petrolifera Unocal. Fu offerta loro una fetta dei profitti degli oleodotti: si parlò del 15%: Un funzionario Usa osservò che, con il passaggio del gas e del petrolio del Caspio, l'Afghanistan sarebbe diventato "come l'Arabia Saudita", una colonia petrolifera senza democrazia e con una persecuzione legalizzata delle donne. "Possiamo convivere con questo" disse. L'accordo andò a monte quando due ambasciate americane furono bombardate in Africa orientale, e la colpa fu attribuita a al Qaeda.
Sui media i Taleban sono debitamente passati in cima alla lista dei demoni, una lista a cui si applicano le normali esenzioni. Ad esempio, è esentato il regime di Vladimir Putin a Mosca, responsabile dell'uccisione di almeno 20.000 persone in Cecenia. La scorsa settimana Putin è stata intrattenuto dal suo nuovo "amico intimo", George W. Bush, nel ranch di Bush in Texas.
Bush e Blair sono esentati permanentemente - anche se ogni mese muoiono più bambini iracheni, in gran parte a causa dell'embargo anglo-americano, del numero totale dei morti delle torri gemelle: una verità che non viene messa a conoscenza dell'opinione pubblica. L'uccisione di bambini iracheni, come l'uccisione dei ceceni, come l'uccisione dei civili afghani, è ritenuta meno abominevole dal punto di vista morale che l'uccisione di americani.
Avendo assistito a una quantità di bombardamenti, sono stato colpito dalla capacità di coloro che si definiscono "liberali" e "progressisti" di tollerare deliberatamente la sofferenza degli innocenti in Afghanistan. Che cosa hanno da dire questi commentatori presuntuosi, che non vedono virtualmente nulla delle lotte che avvengono nel mondo esterno, alle famiglie dei rifugiati bombardati a morte nella polverosa città di Gardez l'altro giorno, molto dopo che questa era caduta in mano alle forze anti-talebane? Che cosa hanno da dire ai genitori dei bambini morti i cui corpi giacevano sulle strade di Kunduz domenica scorsa? "Quaranta persone sono state uccise" ha riferito Zumeray, un profugo. "Alcuni di loro sono stati bruciati dalle bombe, altri sono stati schiacciati dai muri e dai tetti delle case quando sono crollati per l'esplosione". Che cosa gli può rispondere Polly Toynbee del Guardian: "Non vedi che il bombardamento funziona?" Lo definirà un anti-americano? Che cosa possono dire gli "interventisti umanitari" alle persone che moriranno o resteranno mutilate per le 70.000 "cluster bombs" rimaste inesplose?
Da molte settimane l'Observer, un giornale liberal, sta pubblicando resoconti privi di riscontri che hanno cercato di collegare l'Iraq con l'11 settembre e la paura dell'antrace. I principali narratori di questa storia sono "Fonti di Whitehall" e "fonti di intelligence". "Le prove si stanno accumulando..." recitava uno degli articoli. La somma delle prove è "zero", fumo negli occhi per la gioia di Wolfowitz e Perle, e probabilmente Blair, che probabilmente proseguirà con l'attacco. Nel suo saggio "The Banality of Evil", il grande dissidente americano Edward Herman ha descritto la divisione del lavoro tra coloro che disegnano e producono armi come "cluster bombs" e "daisy cutters", coloro che prendono le decisioni politiche di usarle, e coloro che creano le illusioni che ne giustificano l'uso. "Tocca agli esperti e ai grandi media - ha scritto - normalizzare l'impensabile per il pubblico medio". E' tempo che i giornalisti riflettano su questo, e si assumano il rischio di dire la verità su una minaccia spropositata a molta parte dell'umanità che nasce non in luoghi lontani, ma vicino a casa.

Traduzione di Marina Impallomeni - tratto da www.ilmanifesto.it (Abbonatevi e sostenete il giornale!)

www.johnpilger.com 


 

Usa sott'accusa: non fermarono i massacri delle milizie alleate
Rivelazioni che rischiano di compromettere l'attacco all'Iraq


"In Afghanistan crimini di guerra anti Taliban"


dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI

http://www.repubblica.it/online/esteri/settembretre/zucconi/zucconi.html 

TUTTA aggrappata ormai alla pretesa di "superiorità morale", la dottrina della "guerra preventiva" inventata da Bush nella sua solitudine politica per giustificare l'assalto a Saddam prende un bruttissimo doppio colpo sul fronte interno. Le contemporanee rivelazioni del New York Times, sulla complicità di Reagan e la collaborazione americana nell'uso di gas nervino durante la guerra del raìs contro l'Iran, e lo scoop di Newsweek sulle atrocità commesse dalle truppe coloniali alleate in Afghanistan contro centinaia di prigionieri Taliban asfissiati in camion sigillati, sono il corrispettivo giornalistico e fattuale delle critiche strategiche e politiche sollevate da destra e da sinistra, da europei e da arabi, contro l'attacco.

Il risveglio atteso e inevitabile della libera stampa americana, uscita dal ricatto del patriottismo unanimista e il rialzarsi delle "teste fredde" non più intimidite dagli scalmanati dell'interventismo, segnalano un fenomeno inedito nella storia del conflitto con il terrorismo, una sorta di Vietnam "preventivo", di campagna dissuasiva lanciata prima, e non dopo, il possibile disastro morale e militare della guerra.

Poiché ogni guerra, e dunque anche quella combattuta in Afghanistan e quella prevista in Iraq, è sempre e prima di tutto guerra di propaganda, la conquista dello high ground, dell'alta quota morale, è indispensabile per vincerla quanto lo sono le alture per le fanterie. Lo è in particolare per gli Usa che, per natura e cultura, dalla Grande guerra alla Normandia alla Corea all'Afghanistan hanno sempre, e molto spesso ben a ragione, sentito il bisogno della "moralità superiore", per intervenire e per rintuzzare ogni accusa di imperialismo.

Nell'Afghanistan scelto come bersaglio della vendetta allo stupro di Manhattan e di Washington, le immagini di bambini con aquiloni nel cielo, di donne finalmente liberate dalle inferriate del burqa, di stereo e cassette di musica profana scambiate nei suk, ci erano state vendute come gli spot rassicuranti e morali di una guerra che in realtà nessuno di noi, neppure coloro che sono andati a morire per raccontarla, ha davvero mai visto, ma che molti cominciano a sospettare sia stata molto meno "pulita", molto meno efficace (Osama e Omar sono ancora vivi e attivi) e molto meno morale di quello che i volti di giovani donne liberate ci avessero mostrato nei telegiornali.

Ma ora, dopo mesi di ricerca e di inchiesta che non avrebbero prodotto nulla senza la collaborazione di qualche "talpa" nella forze americane (dettaglio fondamentale per capire perché questi fatti emergano proprio ora) Newsweek scopre che gli ascari afgani del sergente Dostum, noto criminale di guerra ai tempi dell'occupazione sovietica divenuto poi "generale" e grande amico dell'America nell'Alleanza del Nord, si sarebbero macchiate di atrocità degne degli Einsatzgruppen SS in Ucraina o in Polonia. Che avrebbero rinchiuso in camion sigillati centinaia e centinaia di Taliban arresi (quasi mille secondo molte organizzazioni umanitarie internazionali, anche se le cifre delle atrocità di guerra vanno sempre lette con prudenza), trasportandoli sotto il sole dei deserti per giorni fino alla loro morte per inedia e per asfissia e poi gettando i cadaveri in fosse comuni lontane dalle telecamere. Un fatto che oggi permette al Pentagono di rispondere che loro non c'erano, che se c'erano, erano pochi soldati delle Special Force e comunque non hanno visto niente.

Molto più grave delle rivelazioni del New York Times, che confermano soltanto un fatto ben noto, che Saddam Hussein fu una creatura degli Usa e poi un protegé di Reagan fino all'ancora inspiegabile occupazione del Kuwait, queste notizie dall'Afghanistan strappano la facciata propagandistica della "guerra buona". Fanno intravvedere quali, spaventose faide di sangue potrebbero colpire l'Iraq se la dittatura della gang dei Tikrit oggi al potere fosse rimpiazzata da altri capi clan imposti da Washington e aiutano a capire la inflessibile opposizione americana alla Corte di Giustizia Internazionale sui crimini di guerra che rischierebbe, se fosse aperta un'indagine sul massacro dei Taliban, di scoprire che forse non tutti i soldati delle Special Force americane erano voltati dall'altra parte, mentre si sigillavano prigionieri sui camion e poi si scaricavano "come cassette di pesci al mercato", dice un testimone oculare, i loro cadaveri nelle fosse.

Solo un osservatore molto ingenuo, molto stupido o molto in mala fede, avrebbe potuto credere che la guerra in Afghanistan, come ogni altra guerra, sia "una festa da ballo" e la moralità degli eserciti in combattimento, regolari o irregolari, è sempre, come scrive il grande storico inglese delle battaglie, John Keegan, "la moralità relativa" di chi alla fine conquista il fortino nemico. Ma sono stati gli americani, è stato in particolare Bush nella solitudine dei suoi argomenti ad agitare la moralità come casus belli, a cercare nella superiorità etica quella giustificazione per i piani di guerra che neppure i suoi consiglieri più ringhiosi riescono a spiegare con prove di colpevolezza irakena nell'attacco a Manhattan o con la formula dello "Stato canaglia", che allora si dovrebbe applicare ad altre nazioni dotate di armi devastanti. Statisti, leader di quelle nazioni europee che gli ossessi della guerra come Richard Pearle definiscono gentilmente "irrilevanti", generali americani in pensione e in servizio, "vecchi saggi" come Kissinger, come Clark, il comandante dell'operazione Nato in Kossovo e Scowcroft, già braccio destro di Bush padre, senatori e deputati di maggioranza e di minoranza, persino il fedelissimo Blair e gli ambigui Sauditi stanno quotidianamente demolendo gli argomenti militari e politici per l'intervento militare in Iraq e accusando Bush di "doppio unilateralismo", di voler agire da solo senza ascoltare né il resto del mondo né il Congresso.

Per questo, il solo argomento utilizzabile in pubblico rimane la linea della moralità, "il formidabile atto d'accusa morale" contro Saddam del quale ora parla la consigliera Condoleezza Rice, o l'immagine di "quell'uomo cattivissimo che non ha esitato neanche a gasare i suoi stessi cittadini e provoca guai a tutti i vicini" come dice, con la consueta mancanza di articolazione verbale, George Bush. L'incrinatura della pretesa di guerra "morale" di fronte alla scoperta dell'immoralità esposta da Newsweek, la demolizione dello sdegno per la cattiveria di un Saddam che gassava i nemici utilizzando con la complicità di Washington, sono il segnale che, oltre i sondaggi popolari ancora favorevoli ad aggredire Baghdad, i giornali liberi e le teste fredde sanno che non ci sarà nulla di "morale" in un attacco all'Iraq. E che denunciare la sporcizia delle guerre prima che scoppino è più saggio che dover riaprire dopo le fosse comuni della propaganda.

(19 agosto 2002)


 

 

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