AMNESTY INTERNATIONAL SU IRAQ
Restano in vigore le sanzioni economiche imposte all'Iraq nel 1990 dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le informazioni che continuano ad arrivare parlano di migliaia di civili morti, compresi molti bambini, per la mancanza di cibo e medicinali provocata dalle sanzioni. A settembre, dopo aver esaminato il rapporto sull'Iraq stilato in base alla Convenzione sui diritti dell'infanzia, il Comitato per i diritti del fanciullo ha osservato che i bambini sono stata la categoria più colpita dalle sanzioni. Sono anche rimaste in vigore le due ‘zone di interdizione aerea' sul nord e il sud del paese.
A gennaio il governo ha proibito ad alcuni membri della Commissione speciale delle Nazioni Unite (UNSCOM) di ispezionare alcuni luoghi sospettati di essere fabbriche di armi, tra cui otto palazzi presidenziali. Una coalizione guidata dagli Stati Uniti ha minacciato l'Iraq di rappresaglie militari se non fosse stato dato libertà di movimento agli ispettori dell'UNSCOM. A febbraio l'Iraq ha firmato un memorandum d'intesa con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui consentiva l'accesso senza alcuna condizione o restrizione a tutti i siti sospetti. Però ad agosto l'Iraq ha sospeso la cooperazione con l'UNSCOM, inducendo il Consiglio di Sicurezza ad approvare a settembre la risoluzione 1194, che prorogava le sanzioni contro l'Iraq fino alla ripresa delle ispezioni sugli armamenti. In ottobre l'Iraq ha annunciato la fine di ogni cooperazione con l'UNSCOM. A novembre l'Iraq è tornato sui suoi passi, e le azioni militari da parte delle forze armate statunitensi e britanniche sono state bloccate prima ancora di cominciare. Infine, a dicembre, in seguito a un rapporto dell'UNSCOM in cui si affermava che l'Iraq non aveva dato la sua completa collaborazione agli ispettori delle Nazioni Unite, le forze aeree di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno bombardato l'Iraq per quattro giorni, uccidendo anche dei civili.
A febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che autorizzava l'Iraq a vendere un quantitativo di petrolio del valore di 5,2 miliardi di dollari ogni sei mesi, utilizzando il ricavato per scopi umanitari. In precedenza, il quantitativo consentito era pari a 2 miliardi di dollari ogni sei mesi.
Migliaia di soldati turchi sono rimasti sulle loro posizioni nel nord dell'Iraq (vedi Rapporto 1998), compiendo nuove incursioni a caccia di membri e combattenti del partito di opposizione in Turchia PKK (Partito Curdo dei Lavoratori).
A settembre, i leader del KDP (Partito Democratico del Kurdistan) e del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) si sono incontrati negli Stati Uniti, a Washington, e hanno firmato un accordo di pace che comprendeva l'impegno a eleggere un nuovo Parlamento nel 1999 nelle zone controllate dai due gruppi. Incontri successivi, per discutere dell'attuazione dell'accordo, hanno avuto luogo nel Kurdistan iracheno e in Turchia. Le due parti hanno effettuato anche scambi di prigionieri.
Ad aprile, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato le "violazioni sistematiche, diffuse e gravi dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale compiute dal governo iracheno", e ha prolungato di un altro anno il mandato del relatore speciale delle Nazioni Unite sull'Iraq.
Sono continuati gli arresti delle persone sospettate di essere oppositori
del governo, tra cui dei possibili prigionieri di coscienza, mentre decine di
migliaia di persone imprigionate negli anni passati sono rimaste in carcere.
Per tutto il corso dell'anno sono continuate a giungere denunce di arresti di persone sospettate di essere oppositori politici, tra cui possibili prigionieri di coscienza, anche se non è stato possibile accertarne il numero preciso. Migliaia di persone arrestate negli anni scorsi perché sospettate di essere oppositori politici o perché avevano partecipato a proteste contro il governo sono rimaste in carcere in condizione di incommunicado.
Dawud al-Farhan, noto giornalista e scrittore, è stato arrestato e incarcerato per almeno due mesi, a quanto pare dopo essere stato convocato al ministero dell'informazione nella capitale, Baghdad, a causa dei suoi articoli sul giornale "al-Zawra'" in cui criticava alcuni funzionari governativi e la situazione economica irachena. È stato rilasciato a settembre grazie a un condono presidenziale. Un gruppo di sospetti oppositori è stato arrestato nella città meridionale di al-Nassiriya, non sappiamo in che data. Sembra che siano stati incarcerati nell'al-Amn al-`Am direzione generale di sicurezza, a Baghdad, e condannati a morte. Non si conoscono i dettagli del processo. Tra loro vi erano Sayyid `Ubadi al-Batat, Yassin `Ali al-Washah e il tenente colonnello Muhammad Hardan al-Jubair. La loro sorte era ancora ignota alla fine dell'anno.
Secondo le informazioni disponibili, a febbraio il presidente Saddam Hussein ha ordinato la liberazione di centinaia di detenuti di nazionalità araba, tra cui palestinesi, libanesi, siriani ed egiziani. Più di cinquanta giordani erano stati rilasciati a gennaio. Tutti, pare, erano detenuti per reati penali comuni.
Parecchie famiglie curde sono state scacciate dalle loro case, e diversi
componenti di queste famiglie sono stati presi come ostaggi.
A gennaio le autorità hanno ordinato l'espulsione forzata di 1468 famiglie curde residenti nella provincia di Kirkuk verso le province sotto il controllo del KDP o del PUK, citando come motivo della deportazione "la sicurezza e l'importanza geografica della zona". L'ordine stabiliva anche che un membro per ogni famiglia sarebbe stato trattenuto come "ostaggio" fino al completamento dell'espulsione delle rispettive famiglie. Stando alle denunce, per la fine di giugno più di cento famiglie erano state deportate, e ancora di più nei mesi seguenti.
Vi sono state molte accuse di torture e maltrattamenti dei detenuti.
Vi sono state numerose denunce di torture e maltrattamenti dei prigionieri. I metodi usati comprendevano scariche elettriche in varie parti del corpo, lunghi periodi di sospensione appesi agli arti accompagnati da percosse, falaqa (la pratica di colpire le piante dei piedi, causando numerose fratture), ustioni da sigaretta e periodi di reclusione in isolamento.
Secondo quanto ci è stato riferito, almeno sei persone sono state punite
con il taglio delle mani.
Ad agosto, secondo quanto ci è stato riferito, il figlio maggiore del presidente, ‘Uday Saddam Hussain, ha ordinato che venissero tagliate le mani a sei membri del gruppo noto come Fida'yi Saddam (I combattenti di Saddam), per i reati di furto e di estorsione ai danni dei viaggiatori commessi nella città di Basra, nel sud del paese.
Non si hanno notizie sul destino di migliaia di persone ‘scomparse'
negli anni scorsi.
Non ci sono state altre notizie sul destino di migliaia di persone ‘scomparse' negli anni passati (vedi precedenti edizioni del Rapporto). Tra loro ricordiamo Sayyid Muhammad Sadeq Muhammad Ridha al-Qazwini, membro del clero sciita, nato nel 1900, che era stato arrestato nel 1980, a quanto pare per fare pressione sui suoi figli all'estero affinché ponessero fine alle loro attività contro il governo; e `Aziz al-Sayyid Jassem, scrittore e giornalista molto conosciuto arrestato nel 1991. Notizie non confermate indicavano che quest'ultimo era ancora in carcere nel 1996, ma il suo destino e le sue vicissitudini da allora restano ignote.
Eseguite centinaia di sentenze capitali, anche di prigionieri politici; è
possibile che alcune fossero esecuzioni extragiudiziali. La pena di morte
continua a essere comminata, anche per reati di natura non violenta.
Centinaia di condanne a morte sono state eseguite, tra cui anche quelle di detenuti politici; in alcuni casi può essersi trattato di esecuzioni extragiudiziali. La pena capitale ha continuato a essere comminata, anche per reati di natura non violenta. Le vittime comprendevano sospetti oppositori del governo, membri dei gruppi di opposizione, militari sospettati del coinvolgimento in tentati colpi di stato e altri accusati di reati comuni.
Muhammad Haj Rashid Hussain al-Tamimi è stato ‘giustiziato' verso giugno, e il corpo restituito ai suoi familiari. Era stato arrestato in casa sua a Baghdad nel dicembre del 1997 perché sospettato di star organizzando un gruppo di opposizione. Suo fratello, il colonnello Tariq Haj Rashid Hussain al-Tamimi, era stato a sua volta ‘giustiziato' nel 1988 per il suo coinvolgimento in un complotto per rovesciare il governo. Ad aprile un alto esponente del clero sciita, l'ayatollah sceicco Mortadha al-Borujerdi, di 67 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco nella città di al-Najaf, sembra mentre camminava verso casa dopo le preghiere dell'alba; in passato era sfuggito ad altri due tentativi di assassinarlo. A giugno, un altro importante esponente sciita, l'ayatollah supremo sceicco Mirza `Ali al-Gharawi, di 68 anni, suo genero Muhammad `Ali al-Faqih e altri due uomini sono stati uccisi a colpi di pistola di notte, mentre andavano in auto da Karbal' ad al-Najaf. Sembra che i loro corpi siano stati immediatamente cremati dalle autorità, senza che le famiglie avessero il permesso di tenere una cerimonia funebre. Pare che a novembre siano state arrestate otto persone per l'assassinio dei due ayatollah, e che le autorità abbiano affermato che il movente degli omicidi era stato il furto.
Ci sono state altre segnalazioni di esecuzioni di prigionieri, tra cui detenuti politici (vedi Rapporto 1998). Pare che a giugno siano stati uccisi più di sessanta persone nella prigione di Abu Ghraib vicino a Baghdad. La maggior parte era stata arrestata in seguito alla sollevazione contro il governo del marzo 1991. A settembre sembra siano stati uccisi almeno cento detenuti politici, tra cui ventun donne; i loro cadaveri sono stati sepolti in fosse comuni.
Diverse persone accusate di reati comuni sono state ‘giustiziate', tra cui un gruppo di dieci uomini a gennaio, per contrabbando, e altre due persone a maggio, per furto e omicidio. In entrambi i casi non si hanno informazioni su eventuali processi.
Non si hanno altre notizie sul gruppo di cinque uomini e una donna condannati a morte nel luglio del 1997 con l'accusa di aver organizzato attività di prostituzione e di aver contrabbandato alcolici in Arabia Saudita (vedi Rapporto 1998). Ghalib `Ammar Shihab al-Din, un giordano condannato alla pena capitale nel dicembre del 1997 per contrabbando, è stato rilasciato ed espulso in Giordania dopo la sospensione della sentenza (vedi Rapporto 1998).
Vi sono state segnalazioni di abusi contro i diritti umani anche nelle
zone sotto controllo curdo.
Nelle zone del paese sotto controllo curdo vi sono stati combattimenti tra le forze del governo turco e quelle del PKK. Come risultato, si parla di migliaia di profughi. Si ha notizia anche di abusi contro i diritti umani. Ad aprile, due membri del Partito Comunista dei lavoratori iracheni, Shapoor `Abd al-Qadir e Kabil `Adil, pare siano stati uccisi a colpi di pistola dai membri di un gruppo chiamato Lega Islamica ad Arbil, davanti all'ufficio per i disoccupati del sindacato. L'omicidio sarebbe da collegare agli scontri suscitati dal dibattito sui diritti delle donne in occasione della Giornata mondiale delle donne tra membri del Partito Comunista e della Lega Islamica. Sono state riportate minacce di morte da parte dei gruppi islamici contro donne che facevano parte delle organizzazioni femminili e contro membri di gruppi comunisti. In un caso, Nazanin `Ali Sharif, una dei leader dell'Organizzazione indipendente delle donne ad Arbil, sembra abbia ricevuto minacce di morte e sia sfuggita a un tentativo di assassinio a giugno; a luglio è fuggita all'estero chiedendo asilo.
È rimasta ignota la sorte di Ahmad Sharifi, un iraniano arrestato nel gennaio del 1997, pare da poliziotti del PUK, e quindi ‘scomparso'; così come quella di Bekir Dogan, un giornalista turco della televisione, che sembra essere ‘scomparso' da maggio del 1997, dopo che le forze di sicurezza del KDP avevano fatto irruzione nel centro culturale mesopotamico di Arbil (vedi Rapporto 1998).
Interventi di Amnesty International
Amnesty International ha chiesto al governo iracheno di liberare tutti i prigionieri di coscienza, di porre fine all'espulsione delle famiglie curde e di permettere a quelle già allontanate di ritornare alle proprie case. Ha anche sollecitato le autorità a sospendere le esecuzioni capitali e a riesaminare le condanne già inflitte, in modo da commutarle.
Amnesty International ha anche chiesto al governo dei chiarimenti sulla notizia dell'uccisione di centinaia di detenuti nelle prigioni di Abu Ghraib e al-Radhwaniya alla fine del 1997, accludendo un elenco delle 288 vittime. L'organizzazione ha anche espresso la sua opinione secondo la quale le procedure seguite nel processo a carico delle quattro persone di nazionalità giordana ‘giustiziate' nel dicembre del 1997 (vedi Rapporto 1998) violassero gli obblighi dell'Iraq in rapporto al Patto sui diritti civili e politici, che l'Iraq ha ratificato. Sono anche state chieste informazioni sul destino dei cinque uomini e della donna condannati a morte nel 1997 (vedi sopra). A giugno il governo ha risposto, accusando Amnesty International di ripetere le stesse accuse già presenti nei precedenti rapporti, e affermando che la lista delle esecuzioni portate a termine alla fine del 1997 era priva dei dettagli che avrebbero "facilitato la ricerca della verità". In ogni caso, il governo non ha risposto alla sostanza delle accuse di esecuzioni di massa e alle preoccupazioni di Amnesty riguardo alle altre violazioni dei diritti umani.
Ad aprile Amnesty International ha manifestato la sua preoccupazione per l'espulsione di famiglie curde dalla provincia di Kirkuk. A giugno, ha chiesto informazioni sulle circostanze degli omicidi di due alti esponenti del clero sciita, avvenuti tra aprile e giugno (vedi sopra), chiedendo i dettagli delle inchieste eventualmente in corso ed esprimendo le sue preoccupazioni. Nessuna risposta era ancora pervenuta alla fine del 1998.
Ad aprile Amnesty International ha scritto al KDP manifestando la sua preoccupazione per l'uccisione di due membri del Partito Comunista ad Arbil (vedi sopra). A maggio il KDP ha risposto che era stata subito avviata un'indagine e che una persona era stata arrestata. Alla fine dell'anno non erano ancora noti i risultati completi dell'inchiesta.
A novembre e a dicembre Amnesty International ha chiesto ai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Iraq di assicurare la massima protezione ai civili, in accordo con il diritto umanitario internazionale. In risposta, le autorità britanniche hanno indicato che in qualsiasi azione militare da parte loro "sarà fatto tutto il possibile per evitare vittime tra i civili". Nessuna risposta è arrivata dalle autorità statunitensi e irachene.
Amnesty
International - Sezione Italiana
Rapporto
Annuale 1999
Bushus et Saddagnus…
di
Alberto B. Mariantoni *
Chi è Saddam Hussein?
Chi è, realmente, George W. Bush?
Un Governo di «comparse»
Inutile sbalordirsi
I conti senza «l’oste»
«L’uovo di Colombo» americano
Diversi «piccioni» con una «fava»…
L’ «arma» del petrolio
Alberto B. Mariantoni
(*) Note biografiche sull’Autore
Iraq,
il disarmante dossier di Scott Ritter
tratto da www.informationguerrilla.org
TOMMASO DI FRANCESCO
Fonte:
http://www.ilmanifesto.it
Nell’infinito
“affaire Iraq” la storia degli ispettori è tutta racchiusa in un
vecchio sito web non più aggiornato dal 1999, quando il primo team di
“segugi” guidato dall’ex marine Scott Ritter, esaurì il suo
compito
Inviati
14/11/2002 15.04.30 ,
di
Roberto
di Nunzio
www.onu.org/Depts/unscom
rimane comunque una testimonianza di ordinaria follia
burocratico-diplomatico-militare, pieno com'è di documenti che
riferiscono di non aver trovato nulla o, scrivono gli ispettori, di
essere stati messi in condizione di non poter trovare nulla.
I nuovi ispettori, risultato dei recenti incontri di Vienna tra i
funzionari dell'Onu ed i rappresentanti iracheni, saranno guidati in
tandem da Hans Blix e Jacques Beaute. E già dal nome che è stato dato
loro dimostrano una propensione più muscolare all'azione:
"Action Team" (ora sotto le insegne "Unmovic" - www.unmovic.org).
Cosa hanno fatto gli ispettori a Vienna
Intanto sono stati costretti a "leggere" ed ordinare
qualche decina di migliaia di fotografie scattate dai satelliti e dagli
aerei spia negli ultimi anni per cercare di selezionare in modo
scientifico l'immensità del territorio dell'Iraq. Quindi insieme agli
istruttori militari hanno preso confidenza con i sofisticati programmi
di software con i quali sono equipaggiati i loro pc portatili. Pc che
"rispondono" ad una unità centrale che verrà installata a
Vienna, ai piani alti del palazzo delle Nazioni Unite. Qui convergeranno
tutti i testi, i dati, le foto e le immagini che gli ispettori
cattureranno in sede di ispezione, sempre qui tutto il materiale
verrà analizzato da esperti che a loro volta invieranno i dati "in
chiaro" al Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan e al
Presidente Bush.
Gli ispettori infine hanno avuto modo di familiarizzare con un
avveniristico equipaggiamento tecnico degno delle migliori "spy
stories". Dalla cortina di riserbo e segretezza che protegge il
lavoro preparatorio filtra la curiosità di una valigetta
"24ore" con una maniglia molto speciale: in caso di presenza
di raggi gamma (e quindi di laboratori atomici) la maniglia potrà
cambiare colore avvertendo gli ispettori che si trovano in un luogo che
potrebbe necessitare di controlli approfonditi.
Il compito degli ispettori
Per ora attendere il segnale di via libera dopo l'approvazione
di Saddam Hussein della Risoluzione "1441" del Consiglio di
Sicurezza dell'Onu.
Ma fuori e dentro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite molti
tra i paesi più influenti sembrano essere in totale disaccordo
tra loro. Ad eccezione di George W. e Tony Blair.
Kofi Annan, in versione "pompiere" sostiene che ogni
discussione è legittima, anzi servirà certamente a rafforzare il ruolo
ed i compiti degli ispettori.
I quali dal canto loro, per bocca del "team manager" Hans Blix
premono affinchè almeno una prima parte di loro possa giungere in Iraq
entro la fine della prossima settimana.
Ma la difficile mediazione tra tutte le parti, i colossali interessi in
gioco, il rischio che la situazione sfugga di mano ancora una volta come
negli anni passati, causeranno certamente un significativo rinvio della
partenza dell'"Action Team".
In questi giorni convulsi le notizie più importanti arrivano da
Londra e Washington, dove Tony Blair, in una intervista alla Bbc
conferma un incondizionato appoggio alla politica della "Guerra
Preventiva" Casa Bianca, anche se preferisce puntare l'azione
inglese sull'individuazione e l'eliminazione degli armamenti di
distruzione di massa ancora in possesso dell'Iraq, piuttosto che,
"tout court", l'eliminazione fisica di Saddam Hussein come
invocato a più voci dall'aministrazione Bush.
A questo proposito conviene ricordare che George W., ancor prima del
poderoso successo elettorale della scosa settimana, ha ricevuto dal
Congresso Usa l'autorizzazione ad usare la forza contro Saddam Hussein
come e quando vuole.
Guerre&Pace n. 92 - settembre 2002
STRATEGIE IMPERIALI
Dal Caucaso all'Asia Centrale
di Giampaolo R. Capisani
Nel quadro della politica di guerra degli Stati Uniti acquista particolare rilievo la rapida evoluzione della loro presenza (militare, ma anche strategica ed economica) in quello che era lo spazio post-sovietico
Mentre scriviamo, appare ormai imminente un’operazione militare su vasta scala in Iraq; negli Stati Uniti addirittura le domande dei giornalisti sembrano soffermarsi non sul quando, ma sul come e secondo quale scenario: l’opzione "Alleanza del Nord"? Quella dei bombardamenti chirurgici ? Quella di un attacco massiccio con successiva occupazione territoriale?…
BAGHDAD E NASDAQ
Tale operazione, considerata da diversi ambienti inevitabile e interpretata come una "seconda fase naturale" della cosidetta "Enduring Freedom" inaugurata in Afghanistan, sembra essere invece il risultato di una paziente costruzione dell’amministrazione Bush, programmaticamente conquistata dai "falchi" conservatori o reazionari (Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice e Zbigniew Brzezinski) a danno delle "colombe" (Colin Powell).
Né va dimenticata o sottovalutata la gigantesca portata emotiva, finanziaria e alla fin fine politica dei pesanti scandali finanziari, in assoluto i più gravi mai accaduti, poiché vedono concentrarsi negli ultimi due anni ben dieci dei venti maggiori fallimenti della storia economica statunitense: Enron, Pacific Gas and Electric, K-mart, Adelphia Communications, Global Crossing, Tyco, Worldcom, oltre alle difficoltà di Xerox e Merck ecc. Scandali che sono arrivati a investire il presidente G.W. Bush, (affari Harken Energy Corporation e Texas Rangers), il vicepresidente Cheney (affare Halliburton) e parte del loro entourage.
Sembra quanto mai realista vedere un nesso tra la pessima situazione della finanza (e dell’economia?) statunitense e l’imminenza dell’operazione irachena. Quanto più Bush è apparso tiepido ed evasivo circa l’adozione di nuovi meccanismi giuridici contro la bancarotta fraudolenta e le malversazioni dei manager, lasciando ad Alan Greespan il compito di denunciarne pubblicamente la "cupidigia", tanto più si è dimostrato risoluto e deciso contro i nemici "esterni" in un atteggiamento veicolato dalla stampa popolare con lo slogan: "Il nemico è altrove!" (sottintendendo che il nemico non può certo trovarsi tra noialtri americani!).
LA FINE DELLO SPAZIO POST-SOVIETICO
Anche alla luce di questo è importante mettere in maggiore rilievo una trama di relazioni che la stampa, sia quella anglosassone che quella specializzata, ha raramente preso in considerazione: l’evoluzione della presenza statunitense (militare, ma anche strategica ed economica) nei territori dell’ex Unione Sovietica (vedi anche "G&P" n. 86 e n. 78).
Con l’approssimarsi del 2003 almeno sette delle quindici ex repubbliche che formavano l’Unione Sovietica saranno integrate nella Nato (come i tre stati baltici) o ospiteranno basi e militari statunitensi (come l’Uzbekistan e il Kirghizstan in Asia centrale, la Georgia e l’Azerbaijan nel Caucaso).
Attraverso questa strategia "entrista" l’iniziativa di Washington metterà di fatto fine alla nozione di "spazio post-sovietico", intendendo con questo un preciso periodo di tempo (dalla dissoluzione dell’Urss nel 1991 alla guerra in Afghanistan nel 2002) e una serie di regioni geografiche nelle quali l’influenza e gli interessi russi erano giocoforza dominanti, in ragione dei lunghi decenni comunemente trascorsi nell’edificio federale sovietico.
OTTO MESI FA, LE PRIME BASI
Circa otto mesi fa nel quadro dell’Isaf (l’International Security Assistance Force, da cui dipendono le forze militari in campo in Afghanistan) vennero installate nei pressi di Termez in Uzbekistan e Manas in Kirghizstan le prime basi militari nell’Asia centrale ex sovietica, ufficialmente "destinate a rimanere operative per diversi anni" e ciascuna con effettivi dell’ordine di 1.500-2.000 soldati, un paio di dozzine di aerei da guerra tra F-15, F-18 e in quella kirghisa anche diversi Mirage 2000 francesi.
Ma la capacità operativa di queste basi supera una loro banale descrizione e delinea una grande capacità di proiezione esterna: grazie all’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo e all’utilizzo dell’aereoporto tagiko di Aini (prossimo alla capitale Dushanbe) le suddette basi, già qualificate come "nodi di osservazione", sono eventualmente in grado di controllare con aerei spia o con "droni" (cioè mezzi volanti ad altitudini poste al di sopra e al di sotto dei normali segnali radar) porzioni di territorio cinese, indiano, pakistano e perfino russo e ceceno e di poterlo fare in maniera assai più precisa e puntuale di quanto stiano attualmente facendo i satelliti militari. Il "New York Times" dell’8 maggio scorso, ad esempio, accredita la tesi che il missile con il quale due giorni prima la Cia avrebbe tentato di assassinare Gulbuddin Hekmatyar (ex primo ministro afghano del periodo post-sovietico e leader dell’Hezb-e-Islami dichiaratosi ostile al governo di Hamid Karzai), sarebbe partito da un drone decollato da Manas…
GLI USA ARRIVANO IN GEORGIA
La fase successiva del dispiegamento del dispositivo statunitense si sviluppa nel maggio 2002; nel quadro della "lotta mondiale al terrorismo" giunge nella Georgia ex sovietica un gruppo di circa 200 istruttori militari agli ordini del tenente colonnello R.M. Waltemeyer, con l’incarico di formare alcune unità speciali antiterrorismo (due di fanteria, un battaglione e una unità motorizzata per un totale di 1.500 uomini) che ufficialmente avranno il compito di catturare o eliminare elementi legati ad Al-Qaeda annidati, secondo Washington, nelle inaccessibili gole di Pankissi, al confine con la Cecenia.
Il contingente americano era già stato preceduto il 30 aprile dall’arrivo a Tbilisi (la capitale georgiana) di una ventina di "specialisti" nel quadro di un programma di sostegno militare costato 64 milioni di dollari (stessa cifra in euro) vale a dire tre volte il budget militare annuale della Georgia!
GEORGIA CONTRO CECENIA
L’arrivo dei "berretti verdi" ha evidentemente destato un certa agitazione a Mosca, poiché il Regno di Georgia divenne parte dell’Impero zarista fin dal 1801 e non appare secondario che di quel paese fosse originario un certo Josif Dzugasvili poi passato alla storia con il soprannome di Stalin.
Il ministero russo degli Affari esteri è parso reagire flemmaticamente: "La Georgia ha il diritto sovrano di prendere delle misure per assicurare la propria sicurezza di fronte alla minaccia del terrorismo internazionale". In effetti Mosca sembra avere accettato questa forma di cooperazione "nel nome della lotta contro il terrorismo ceceno", considerando probabilmente la presenza statunitense come il male minore, in cambio del riconoscimento da parte di Washington dei legami esistenti tra la guerriglia cecena e Al-Qaeda. "Penso che ci sia una influenza di Al-Qaeda" ha dichiarato il 27 febbraio Bush, mentre un responsabile del Pentagono (che ha voluto restare anonimo) si dice "assolutamente certo che Al-Qaeda si è infiltrata nelle gole di Pankissi".
Si tratta di un giro di valzer inconsueto da parte della Casa Bianca, che per anni aveva martellato sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia e aveva ricevuto il presidente indipendentista Aslan Maskhadov con gli onori di un capo di stato (l’ultima volta la scorsa estate). Gli Stati Uniti hanno confortato le tesi del Cremlino riconoscendo che i guerriglieri ceceni annidati nelle gole di Pankissi, in gran parte costituiti da volontari jihadisti arabi seguaci di Khattab (uno dei leader della guerriglia cecena di origine giordana ucciso dai russi il 20 marzo 2002) rappresentano un fronte locale di Al-Qaeda (alla stessa stregua del Kashmir indo-pakistano, del Sinkiang cinese e dell’Afghanistan).
ARCHITETTURA IMPERIALE
Sarà chiaro solo tra parecchi anni in questo gioco di specchi a chi sia effettivamente convenuta questa mossa, che in linea di massima appare un successo tattico russo, ma in realtà è un'affermazione degli Usa sul piano strategico. Quello che avrebbbe dovuto inquietare Mosca è che in cambio del linkage guerriglia cecena = terrorismo = Al-Qaeda si è determinata una nuova e decisiva presenza statunitense sul fianco meridionale della Russia; una presenza che assume la forma di un arco che a partire da occidente, cioè dalla Turchia e dalla base di Incirlik, si sviluppa poi nel Caucaso, nell’Asia centrale e in Afghanistan terminando con le Filippine: un posizionamento che sembra definire una vera e propria architettura imperiale.
Il dispositivo militare che sarebbe prematuro paragonare a un limes romano, ha tuttavia, proprio in maniera assai simile a un limes, la funzione di contenimento dei paesi non sottomessi alla logica della lotta mondiale al terrorismo (Cina); quella del controllo delle aree instabili (Pakistan); oppure ancora quella di mantenere sotto pressione gli "stati canaglia" che secondo la Casa Bianca costituiscono l’"asse del male": Iraq, Iran, Corea del Nord.
AL CENTRO DI INTERESSI ENERGETICI
Ma nel caso georgiano la presenza militare viene affiancata da un secondo dispositivo di carattere economico-strategico che ha per obiettivo di dare maggiore stabilità a un paese situato sulla rotta dell’evacuazione degli idrocarburi del Caspio attraverso l’oleodotto Baku (costa azera del Caspio)-Supsa (costa georgiana del mar Nero), proprio mentre sono appena iniziati i lavori per il raddoppio dello stesso oleodotto (da Baku a Tbilisi) e per la realizzazione della diramazione da Tbilisi a Ceyan (costa mediterranea della Turchia).
Il Btc (Baku-Tbilisi-Ceyan) è un progetto fortemente voluto (e in gran parte finanziato) dagli Stati Uniti, il cui costo totale è stato stimato in 2,9 miliardi di dollari; cioè un oleodotto assai più dispendioso di progetti che seguivano percorsi alternativi, ma nei disegni di Washington permette di aggirare Russia e Iran e di favorire Georgia e Turchia; quest’ultima particolarmente sfavorita dal fatto che il terminale di Ceyan, punto di arrivo del greggio iracheno, è rimasto praticamente inattivo dopo l’embargo conguente alla guerra del Golfo. Sempre nel maggio scorso si è svolto il summit di Trabzon tra i capi di stato turco, georgiano e azero che aveva in agenda proprio l’inizio dei lavori del Btc, ma che è servito soprattutto per consolidare l’alleanza Ankara-Tbilisi-Baku regionalmente contrapposta all’asse Mosca-Erevan-Teheran.
IL SOSTEGNO USA A SHEVARDNADZE
Tornando alla Georgia, è dunque evidente che con la loro presenza gli Stati Uniti intendono sostenere la traballante presidenza di Eduard Shevardnadze, che grazie alla sua posizione di ministro degli Esteri di Mikhail Gorbaciov è riuscito a conservare legami privilegiati con Washington e in primo luogo con l’équipe dell’ex presidente George Bush padre. Si dice che dei quattro attentati ai quali Shevardnadze è sfuggito in un decennio di presidenza, cioè dal 1992, due se non tre siano stati sventati da uomini della Cia che avevano il compito di proteggerlo. Di fatto si sa che l’ambasciata statunitense di Tbilisi (con circa un centinaio di addetti) è la terza per importanza dell’ex Urss, dopo quelle di Mosca e Kiev. Va inoltre ricordato che l’aiuto finanziario statunitense nell’ultimo decennio ha raggiunto il miliardo di dollari, cioè un livello analogo, se rapportato a una popolazione di soli cinque milioni di abitanti, agli aiuti in denaro elargiti da Washington a stati come l’Egitto o Israele.
Del resto ancora prima dell’11 settembre era già in essere un programma di assistenza militare: dieci elicotteri Huey UH-1H erano già stati consegnati lo scorso anno insieme a un’équipe di "collegamento militare" che dalla primavera del 2001 si è installata nei locali del ministero della Difesa georgiano. In agenda rimane anche la sostituzione di tutte le armi leggere dell’esercito georgiano con armi di fabbricazione statunitense.
Anche sul piano del sostegno interno al governo di Eduard Shevardnadze la presenza statunitense è stata discreta ma costante. Nel novembre del 2001, quando dopo l’assassinio di un giornalista a Tbilisi grandi manifestazioni percorsero le vie della capitale e della maggiori città del paese chiedendo le dimissioni di Shevardnadze e provocando una grave crisi di governo, Washington, visto il clima di pesante instabilità, decise di finanziare una parte dell’approvigionamento dell’elettricità di Tbilisi per aiutare Shevardnadze e il suo etablishment a superare l’inverno.
LE ASPETTATIVE VERSO GLI USA
L’originalità della situazione georgiana rispetto ad altre aree ex sovietiche nelle quali l’iniziativa statunitense legata alla lotta al terrorismo rappresenta una novità, come in Uzbekistan o in Kirghizstan, è che in questi ultimi paesi il potere centrale mantiene il controllo sul proprio insieme territoriale magari con delle difficoltà (come nel Fergana per Tashkent o la cittadina di Osh per Bishkek), mentre in Georgia i militari statunitensi hanno preso posizione in una paese frammentato e in una situazione di deliquescenza: conflitti separtisti irrisolti, come per l’Ossezia Meridionale e l’Abkhazia (quest’ultima autoproclamatasi indipendente da Tbilisi nel 1993, con il sostegno di Mosca, dopo sanguinosi combattimenti contro i georgiani); baronie regionali che hanno reso di fatto indipendenti regioni intere del paese, come l’Adjaria; tensioni interetniche che si vanno aggravando, come quelle con gli armeni nel distretto Akhalkalaki; zone franche dalla giurisdizione come il Pankissi, crocevia di contrabbando e di traffici illegali.
Tutti questi elementi riducono la legittimità e la sovranità territoriale dei governi di Tbilisi a ben poca cosa, mentre l’unico elemento di continuità della Georgia indipendente sembra essere quella dell’antagonismo con Mosca (che dispone ancora di tre basi militari in territorio georgiano) e con la Comunità degli stati indipendenti (Csi) ex sovietici.
Le aspettative verso gli Stati Uniti crescono anche a Baku, che già ospita numerosi tecnici di multinazionali statunitensi del petrolio impegnati a fare crescere il potenziale energetico dell’Azerbaijan. Già nei prossimi mesi, con la decisione di Washington di sospendere l’embargo di vendita di armi ad Armenia e Azerbaijan per via della guerra per il Nagorno-Karabakh, Baku dovrebbe ricevere forniture e assistenza militare per lo meno simile a quella garantita alla Georgia.
Mentre la sua nazione
si appresta ad attaccare l’Iraq, il segretario della Difesa americano
rilascia un intervista a Jim Lehrer (Pbs), nella quale distorce in
maniera evidente la verità sulla “cacciata”, 4 anni fa, degli
ispettori Onu da Baghdad. Fair denuncia un altro caso di disinformazione
Donald
Rumsfeld non la dice tutta
26/09/2002 20.31.16 , di red. Fare domande “scomode” a coloro che detengono il potere è uno
dei compiti primari del giornalista - soprattutto quando una nazione si
appresta a entrare in guerra. Ma Jim Lehrer, della PBS, ha fallito il
suo compito durante un’intervista con il segretario alla difesa Donald
Rumsfeld risalente allo scorso 18 settembre su “Newshour with Jim
Lehrer”. Anzi, il giornalista non ha saputo incalzare Rumsfeld nemmeno
quando questi ha fatto asserzioni “imprecise”. Un esempio: Rumsfeld ha fatto ripetutamente riferimento agli
ispettori militari della commissione speciale delle Nazioni unite (Unscom),
espulsi (secondo la sua versione) 4 anni fa dall’Iraq dicendo:
“Abbiamo osservato una situazione in Iraq in cui il regime ha violato
circa 16 risoluzioni delle Nazioni unite e , alla fine, ha sbattuto
fuori gli ispettori”. Poi Rumsfeld ha continuato dicendo che “è
passato del tempo... quattro anni da quando gli ispettori dell’Onu
sono stati cacciati e nessuno è stato più lì a vedere cosa
succede”. Nel dicembre del 1998, gli ispettori delle Nazioni Uniti non sono
stati affatto buttati fuori. Al contrario, E’ il capo della stessa
delegazione, Richard Butler, a dare l’ordine di evacuazione in
previsione di un possibile attacco aereo statunitense contro l’Iraq.
Lo conferma quanto detto da Madeleine Albright allo stesso Jim Leher nel
‘98 (17/12): l’allora segretario di stato americano spiego che
Butler “ha deciso per proprio conto che L’Unscom aveva esaurito il
suo compito”. Rumsfeld ha anche fatto dubbie asserzioni riguardo a non meglio
precisati piani iracheni “per invadere l’Arabia Saudita”. Si
è trattato presumibilmente di un riferimento alla posizione presa dal
Pentagono durante il settembre del 1990, dopo l’invasione irachena del
Kuwait: all’epoca, infatti, lo stato maggiore americano sosteneva che
Hussein stava ammassando centinaia di migliaia di soldati lungo i
confini sauditi e dunque preparandosi a attaccare anche questa nazione.
Ma il St. Petersburg Times (06/01/91), pubblicò in seguito immagini da
satellite della regione che smentivano la tesi statunitense. Dopo la guerra, un non meglio precisato “senior commander”
dell’esercito americano ammise in un’intervista con il Newsday che
era stata un’esagerazione dire che l’Iraq stesse ammassando truppe
lungo il confine con l’Arabia Saudita. L’ufficiale spiegò tra
l’altro che “era in corso una grande campagna di disinformazione
intorno a quella guerra”. Recentemente la Cnn ha ben dimostrato fino a che punto un giornalista
può (e deve n.d.t.), evidenziare eventuali “imprecise affermazioni”
fatte dai rappresentanti delle Istituzioni. Lo scorso 18 settembre, ad
esempio, il reporter Richard Roth ha messo in chiaro la “confusione”
regnante riguardo alla vicenda degli ispettori dell’Onu in questo
modo: “Durante una nostra diretta, Donald Rumsfeld, segretario delle
Difesa... ha detto ‘guardate che è stato l’Iraq che ha sbattuto
fuori gli ispettori dell’Onu’. Ciò è impreciso: sono stati infatti
gli ispettori le Nazioni Unite ad andarsene, in conseguenza delle
pressioni esercitate su di loro dagli Stati Uniti. Lo conferma anche il
fatto che hanno avuto appena il tempo di portar via le loro valige prima
che l’attacco dell’esercito americano avesse luogo”. E’ sempre importante per i giornalisti correggere manipolazioni dei
fatti, ma quando un membro del governo offre disinformazione per
giustificare una guerra, il dovere giornalistico diventa un imperativo. L’azione proposta da Fair: contattate il Pbs NewsHour e stimolate
il suo comitato di redazione a correggere le imprecise affermazioni
fatte da Donald Rumsfeld. Contattate: Fair è l'osservatorio americano sui media che opera per garantire il
massimo pluralismo d'informazione. Traduzioni a cura di Alessio Jacona
Nonostante la più che dubbia veridicità delle affermazioni di Rumsfeld,
il giornalista Lehrer ha lasciato che il segretario della Difesa andasse
avanti senza fare alcun commento.
NewsHour with Jim Lehrer
newshour@pbs.org
_____________
Il
dossier Iraq, humor britannico Ignorate le
rivelazioni-bomba di un di Ornella Sangiovanni L’Iraq distrusse il suo intero stock di
armi biologiche e chimiche e di missili proibiti nel 1991: lo rivelò
nel 1995 ai funzionari dell’UNSCOM e dell’IAEA Hussein Kamel, genero
di Saddam Hussein, a capo del programma di armamenti iracheno, che fuggì
in Giordania nell’agosto 1995, e venne ucciso poco dopo il suo rientro
in Iraq, nel 1996. La notizia è stata pubblicata dal
settimanale Usa Newsweek
nel numero datato 3 marzo 2003 dal giornalista John Barry – uno
specialista sulle ispezioni degli armamenti in Iraq – che è riuscito
a entrare in possesso della trascrizione della testimonianza resa da
Hussein Kamel. Agli ispettori Kamel disse che dopo la
guerra del Golfo l’Iraq aveva distrutto tutti i suoi stock di armi
chimiche, biologiche, nonché i missili per lanciarle. Tutto ciò che
rimase furono piani, dischetti di computer, microfiches, e stampi per la
produzione. L’Iraq non aveva però abbandonato le sue ambizioni: le
armi furono distrutte in segreto, per nasconderne l’esistenza agli
ispettori nella speranza di riprendere la produzione una volta terminate
le ispezioni. Kamel- scrive Barry- rese la stessa
testimonianza – in sessioni separate - alla CIA e all’MI6, e
"un suo aiuto che disertò assieme a lui … confermò le
asserzioni di Kamel sulla distruzione degli stock delle armi di
distruzione di massa". Il servizio di Newsweek
– peraltro non ripreso da nessun’altra fonte di stampa – è stato
negato con forza dal portavoce della CIA, Bill Harlow, che lo ha bollato
come "non corretto, falso, sbagliato, non vero" lo stesso
giorno in cui esso veniva pubblicato (dichiarazione alla Reuters, 24
febbraio 2002). La notizia tuttavia veniva confermata il
26 febbraio, allorché Glen Rangwala, analista dell’università di
Cambridge e membro del CASI (la campagna contro le sanzioni all’Iraq
della stessa università) riusciva a entrare in possesso di una copia
completa della trascrizione della testimonianza di Kamel: un documento
UNSCOM/IAEA classificato come "sensitive". Nel testo Kamel dice inequivocabilmente :
"Ordinai la distruzione di tutte le armi chimiche. Tutte le armi
– biologiche, chimiche, missilistiche, nucleari, furono
distrutte". La defezione di Kamel è stata
ripetutamente citata da Bush e da funzionari chiave
dell’Amministrazione Usa come prova del fatto che 1) L’Iraq non ha
disarmato; 2) Le ispezioni non possono disarmarlo e 3) I disertori come
Kamel sono la fonte più attendibile di informazioni sugli armamenti
iracheni. Secondo l’articolo di Newsweek,
Kamel rese le stesse testimonianze ad analisti della CIA nell’agosto
1995. Se questo è vero, sono numerosi i
funzionari dell’Amministrazione che hanno avuto accesso alle sue
dichiarazioni. Il fatto che essi abbiamo ripetutamente
citato la sua testimonianza, senza però mai rivelare il fatto che egli
disse che le armi erano state distrutte, indica che l’Amministrazione
potrebbe stare nascondendo delle prove decisive. Questo, in particolare, getterebbe dubbi
sulla credibilità della testimonianza resa dal Segretario di Stato
Colin Powell il 5 febbraio 200 alle Nazioni Unite. In quell’occasione Powell, fra
l’altro dichiarò: "Ci vollero anni perché l’Iraq alla fine
ammettesse di aver prodotto quattro tonnellate del letale agente
nervino, VX … L’ammissione giunse solo dopo che gli ispettori
raccolsero documentazione a seguito della defezione di Hussein Kamel, il
defunto genero di Saddam Hussein"" Forse sarebbe utile che i giornalisti
chiedessero alla CIA di rendere pubbliche le trascrizioni dei suoi
colloqui con Kamel. Le sue affermazioni, infatti, anche se,
ovviamente, non provano che l’Iraq non possieda più stock di armi
chimiche o biologiche, consentono tuttavia quantomeno una buona dose di
scetticismo sul modo in cui l’Amministrazione Usa (e i mass media)
hanno affrontato finora la questione del disarmo dell’Iraq. IRAQ:
IL PUNTO SULLE ISPEZIONI Attualmente (al 1 marzo 2003) sono 120
gli ispettori dell’Onu presenti in Iraq. Sono stati sinora ispezionati
circa 350 siti (dall’UNMOVIC) e 150 (dall’IAEA). Il prossimo rapporto degli ispettori al
Consiglio di Sicurezza è previsto per il 7 marzo. (a cura di Ornella Sangiovanni) "STIAMO
DISSIPANDO LA NOSTRA LEGITTIMITA’ INTERNAZIONALE" - DIMISSIONI DI
UN ALTO DIPLOMATICO USA Un alto diplomatico americano, John Brady
Kiesling, consigliere politico presso l’ambasciata Usa di Atene, si è
dimesso dal suo incarico e dal servizio diplomatico a causa della
politica dell’Amministrazione Bush sull’Iraq. Lettera di dimissioni del
diplomatico Usa John Brady Kiesling Al Segretario di Stato Colin
L. Powell Atene, 27 febbraio 2003 Caro Segretario, Le scrivo per presentarle le
mie dimissioni dal servizio diplomatico degli Stati Uniti e dal mio
incarico di consigliere politico dell’Ambasciata Usa di Atene, a
decorrere dal 7 marzo. Lo faccio con il cuore pesante. Il bagaglio
della mia formazione comprendeva un sentito obbligo di restituire
qualcosa al mio paese. Prestare servizio come diplomatico Usa era un
lavoro da sogno. Venivo pagato per capire lingue e culture straniere,
per incontrare diplomatici, politici, studiosi e giornalisti, e per
convincerli che gli interessi degli Stati Uniti e i loro
fondamentalmente coincidevano. La mia fede nel mio paese e nei suoi
valori era l’arma più potente nel mio arsenale diplomatico. E’ inevitabile che in
vent’anni con il Dipartimento di Stato io diventassi più
sofisticato e cinico sui motivi burocratici limitati ed egoisti che
hanno definito a volte le nostre politiche. La natura umana è quella
che è, e io sono stato ricompensato e promosso per aver capito la
natura umana. Ma fino a questa
Amministrazione era stato possibile credere che sostenendo le
politiche del mio presidente io sostenevo anche gli interessi del
popolo americano e del mondo. Non lo credo più. Le politiche che adesso ci
viene chiesto di promuovere sono incompatibili non solo con i valori
americani ma anche con gli interessi americani. Il nostro inseguire
con fervore una guerra con l’Iraq ci sta portando a dissipare la
legittimità internazionale che è stata l’arma –sia di offesa che
di difesa - più potente dell’America fin dai tempi di Woodrow
Wilson. Abbiamo iniziato a smantellare la più grande e più efficace
rete di relazioni internazionali che il mondo abbia mai conosciuto. La
nostra strada attuale porterà instabilità e pericolo, non sicurezza. Sacrificare interessi globali
a politiche interne ed egoismo burocratico non è nulla di nuovo, e
certamente non è un problema solamente americano. Tuttavia, non
avevamo visto una tale distorsione sistematica dell’intelligenza,
una tale manipolazione sistematica dell’opinione americana dalla
guerra del Vietnam. La tragedia dell’11 settembre ci ha lasciato più
forti di prima, radunando attorno a noi una vasta coalizione
internazionale a cooperare per la prima volta in un modo sistematico
contro la minaccia del terrorismo. Ma, piuttosto che prendere il
merito di questi successi e partire da essi, questa Amministrazione ha
scelto di fare del terrorismo uno strumento di politica interna,
arruolando una al Qaida sparpagliata e ampiamente sconfitta come suo
alleato burocratico. Abbiamo disseminato terrore e confusione
sproporzionati nella mente del pubblico, facendo un collegamento
arbitrario fra i problemi che non hanno alcun rapporto fra loro del
terrorismo e dell’Iraq. Il risultato, e forse il motivo, è quello
di giustificare un’ampia assegnazione impropria di ricchezza
pubblica in diminuzione all’esercito e di indebolire le tutele che
proteggono i cittadini americani dalla mano pesante del governo.
L’11 settembre non ha fatto tanto danno alla struttura della società
americana quanto noi siamo determinati a fare a noi stessi. E’ la Russia dei Romanov
realmente il nostro modello: un impero egoista, superstizioso che si
agita verso l’autodistruzione in nome di uno status quo condannato? Dovremmo chiederci perché
non siamo riusciti a convincere una parte maggiore del mondo della
necessità di una guerra contro l’Iraq. Negli ultimi due anni
abbiamo fatto troppo per asserire ai nostri partner mondiali che
interessi ristretti e mercenari degli Stati Uniti calpestano i valori
prediletti dei nostri partner. Anche laddove i nostri fini non sono in
discussione, lo è la nostra coerenza. Il modello dell’Afghanistan
è di scarso conforto per alleati che si chiedono su che base
intendiamo ricostruire il Medio Oriente, e a immagine e interessi di
chi. Siamo davvero diventati ciechi, come lo è la Russia in Cecenia,
come lo è Israele nei territori occupati, secondo il nostro
consiglio, sul fatto che una potenza militare schiacciante non è la
risposta al terrorismo? Dopo che le stragi di un Iraq post-bellico si
uniranno a quelle di Grozny e di Ramallah, ci vorrà uno straniero
coraggioso che si allinei con la Micronesia per seguire la strada che
indichiamo. Abbiamo ancora una
coalizione, una buona. La lealtà di molti dei nostri amici è
impressionante, un omaggio al capitale morale americano accumulato in
oltre un secolo. Ma i nostri più stretti alleati sono meno persuasi
della giustificazione per una guerra che del fatto che sarebbe
rischioso permettere agli Usa di lasciarsi trasportare in un completo
egocentrismo. La lealtà dovrebbe essere reciproca. Perché il nostro presidente
condona l’approccio borioso e sprezzante verso i nostri amici e
alleati che questa amministrazione sta promuovendo, anche fra i suoi
più alti funzionari? "Oderint dum metuant" è davvero
diventato il nostro motto? Vi esorto ad ascoltare gli
amici dell’America nel mondo. Anche qui in Grecia, preteso terreno
di coltura dell’anti-americanismo europeo, abbiamo più amici e più
stretti di quanto il lettore di giornali americano possa immaginare.
Anche quando si lamentano dell’arroganza americana, i greci sanno
che il mondo è un posto difficile e pericoloso, e vogliono un sistema
internazionale forte, con gli Usa e l’UE in stretta partnership.
Quando i nostri amici hanno paura di noi piuttosto che per noi, è
tempo di preoccuparsi. E adesso hanno paura. Chi dirà loro in modo
convincente che gli Stati Uniti sono, come erano, un faro di libertà,
sicurezza, e giustizia per il pianeta? Signor Segretario, ho un
enorme rispetto per il suo carattere e la sua abilità. Lei ha
preservato per noi più credibilità internazionale di quanto meriti
la nostra politica, e ha salvato qualcosa di positivo dagli eccessi di
una Amministrazione ideologica ed egoista. Ma la sua lealtà verso il
presidente si spinge troppo oltre. Stiamo sforzando al di là dei suoi
limiti un sistema internazionale che abbiamo costruito con tanta
fatica e ricchezza, una rete di leggi, trattati, organizzazioni e
valori condivisi che pone dei limiti ai nostri nemici molto più
efficacemente di quanto abbia mai limitato la capacità dell’America
di difendere i propri interessi. Mi dimetto perché ho provato
e non sono riuscito a riconciliare la mia coscienza con la mia capacità
di rappresentare l’attuale Amministrazione americana. Ho fiducia nel
fatto che il nostro processo democratico alla fine si correggerà da
solo, e spero che in modo modesto potrò contribuire dall’esterno a
definire politiche che servano meglio la sicurezza e la prosperità
del popolo americano e del mondo che condividiamo. John Brady Kiesling GUERRA
ALL’IRAQ: A RISCHIO TUTTA L’ARCHEOLOGIA IN MEDIO ORIENTE Una guerra all’Iraq fermerebbe le
ricerche archeologiche non solo in questo paese ma in tutto il Medio
Oriente. Sulla questione hanno scritto di recente sia il New York
Times che il Washington Post, riferendo le preoccupazioni di
studiosi e ricercatori americani per l’impatto che un conflitto
potrebbe avere sul patrimonio archeologico del paese e per le ricerche
nell’intera regione Per l’Iraq timore principale riguarda
non tanto i danni che i monumenti potrebbero subire nel corso della
guerra, ma il saccheggio a cui essi sarebbero esposti nella fase
successiva al conflitto. La paura di una guerra ha comunque già
avuto i suoi effetti su tutta la regione. Tutte le équipe archeologiche
straniere hanno lasciato l’Iraq già da alcuni mesi, sospendendo a
tempo indeterminato gli scavi in località come Uruk, Assur, Nimrud e
Ninive. Ma anche quelle che lavorano in Siria, Giordania e in alcune
località della Turchia meridionale dubitano che quest’anno
ritorneranno a scavare. Anche in Egitto si vanno diffondendo le
preoccupazioni fra i ricercatori, mentre sono stati abbandonati i
progetti per riprendere le ricerche archeologiche in Iran. Ci potrebbero
essere ripercussioni anche per l’archeologia in Israele, già colpita
per la situazione interna del paese: quasi nessuno dei 30 scavi
americani è probabile che riprenda, e perfino le équipe israeliane
quest’anno hanno deciso di non scavare. Un nervosismo diffuso e la decisione di
interrompere le ricerche viene confermata da Rudolph Dorneman, direttore
esecutivo dell’American School of Oriental Research, che
coordina il lavoro archeologico in Israele, Giordania, Siria e in altri
luoghi della regione. Dal canto loro, archeologi e
rappresentanti di gruppi culturali hanno cercato di allertare i
funzionari dell’Amministrazione Usa sulla devastazione culturale che
una guerra porterebbe alla culla di una civiltà così antica. Essi hanno avuto incontri con funzionari
del Dipartimento di Stato e di quello alla Difesa, sottolineando
l’importanza di rispettare la convenzione dell’Aja sulla protezione
dei beni culturali in caso di conflitto armato. La Convenzione, del
1954, obbliga le parti belligeranti a non colpire siti di interesse
culturale e monumenti tranne quando essi ospitino o siano nelle
vicinanze di installazioni militari. Gli Stati Uniti l’hanno firmata
ma non l’hanno mai ratificata. Ma archeologi e collezionisti concordano
sul fatto che la preoccupazione maggiore è il saccheggio dopo una
guerra, come avvenne già nel 1991, quando i danni ai siti furono lievi,
ma non così i saccheggi che subirono sia i siti che i musei.. E temendo che i saccheggi possano essere
peggiori dopo un’altra guerra, l’Archaeological Institute of
America ha diffuso una dichiarazione che invita "tutti i
governi" ad aiutare a proteggere musei e siti sia durante che dopo
una guerra e ad aiutare le autorità irachene a ricostruire i musei e a
fare rispettare leggi contro il saccheggio. Dal canto suo, il
Dipartimento di Stato ha aggiunto un gruppo di lavoro ai 16 già
esistenti per studiare il futuro dell’Iraq. Esso dovrebbe iniziare le
discussioni nel mese di marzo. RICOSTRUZIONE:
PER L’IRAQ NESSUN PIANO MARSHALL Ricostruire l’Iraq dopo una guerra
costerà almeno 30 miliardi di dollari nei primi tre anni. E’ questa
la stima fornita dal responsabile dell’UNDP, Mark Malloch Brown, e
riferita in un articolo pubblicato il 31 gennaio scorso dal New York
Times. Malloch Brown ha richiamato
l’attenzione sul compito immane di questa ricostruzione, se gli Stati
Uniti e i loro alleati decidessero di fare una guerra. Malgrado la ricchezza petrolifera del
paese, sottolinea il funzionario Onu, questa sarà una impresa assai più
costosa e complessa della ricostruzione dell’Afghanistan. "E’ un posto assai danneggiato che
ha bisogno di un aiuto enorme", ha detto Malloch Brown, ammonendo
che l’Iraq non sarà in grado di contare su un rinnovato flusso di
petrolio per pagare la propria ricostruzione. L’industria petrolifera del paese,
infatti, è in grave degrado dopo oltre un decennio di scarsi
investimenti, e avrà bisogno di un enorme flusso di nuovi capitali per
essere riportata a standard competitivi sul mercato globale. I "pianificatori" delle Nazioni
Unite tuttavia ritengono difficile che l’Iraq riceva i grossi
investimenti necessari per la ripresa dell’industria petrolifera finché
non avrà ripianato i suoi debiti: almeno 60 miliardi di dollari di
debito commerciale e ufficiale – secondo stime dell’Onu – più 170
miliardi di dollari di risarcimenti per danni di guerra. La produzione di greggio è scesa dai 3,5
milioni di barili al giorno di prima della guerra del Golfo ai 2,1
milioni di barili attuali, il che fa 13 miliardi di dollari all’anno.
Se, con un nuovo governo, la produzione salisse a 16 miliardi di dollari
all’anno, sarebbe ancora appena sufficiente a pagare per le necessità
essenziali e le riparazioni dopo una guerra. Gli Usa interverranno in aiuto, magari
con un nuovo "Piano Marshall"? L’esempio afghano non è incoraggiante. All’inizio – scrive l’editorialista
Paul Krugman, in un pezzo pubblicato sul New York Times (e
sull’International
Herald Tribune) il 21
febbraio scorso (The Martial Plan), i soldi non erano un
problema. La vittoria sui Talebani era una
questione di denaro ai signori della guerra locali, non meno che di
forze speciali e bombe "intelligenti". Bush però "promise che il nostro
interesse non sarebbe finito una volta vinta la guerra; questa volta non
avremmo dimenticato l’Afghanistan, saremmo rimasti per aiutare a
ricostruire il paese e a garantire la pace". Quanto denaro per la ricostruzione
dell’Afghanistan allora ha inserito l’Amministrazione nel suo budget
per il 2004 - si chiede Krugman? Niente: la "squadra" di Bush
se ne è dimenticata, e imbarazzati membri del Congresso hanno dovuto
inserire 300 milioni di dollari per coprire il "buco". L’Iraq riceverà lo stesso trattamento,
scrive Krugman, citando la recente dichiarazione del portavoce della
Casa Bianca, Ari Fleischer, secondo il quale l’Iraq potrebbe pagare la
propria ricostruzione, anche se gli esperti ammoniscono che potrebbero
volerci anni prima che i giacimenti petroliferi del paese possano
produrre secondo la loro potenzialità. Quest’Amministrazione – conclude
l’editorialista – "fa piani marziali, non piani Marshall:
miliardi per l’aggressione, neanche un centesimo per la
ricostruzione". Gli "scudi umani" stanno
diventando un grattacapo per Washington. Gli Stati Uniti hanno ammonito
l’Iraq a non collocare civili in siti militari nel tentativo di
impedire un attacco, dicendo che l’impiego di "scudi umani"
rappresenterebbe un crimine contro l’umanità punibile dopo ogni
guerra. L’argomento è stato affrontato sia dal
Segretario Usa alla Difesa, Donald Rumsfeld, che dal Capo degli Stati
Maggiori Riuniti, il generale dell’aviazione Richard Myers, il giorno
dopo l’arrivo a Baghdad di circa 100 attivisti partiti da Londra, i
quali hanno intenzione di posizionarsi nelle vicinanze di potenziali
obiettivi dei bombardamenti nel tentativo di impedire gli attacchi. L’impiego di "scudi umani"
"è una pratica che rivela disprezzo per le norme dell’umanità,
le regole del conflitto armato, e, mi si dice, la legge, la pratica e la
fede dell’Islam", ha dichiarato Rumsfeld durante una conferenza
stampa al Pentagono il 19 febbraio. "Collocare scudi umani"
– ha aggiunto – "non è una strategia militare, è assassinio,
una violazione delle leggi dei conflitti armati e un crimine contro
l’umanità, e sarà trattato come tale. Coloro che seguono gli ordini
[di Saddam NdR] di impiegare scudi umani pagheranno un prezzo pesante
per le loro azioni". Dello stesso avviso il generale Myers, il
quale ha detto che usare non combattenti – anche coloro che si
offrissero volontari - per proteggere potenziali obiettivi militari
"potrebbe essere considerato un crimine di guerra in ogni
conflitto". Un ammonimento che aveva già rivolto all’Iraq il 15
gennaio. La questione comunque sembra davvero
destare una certa preoccupazione a Washington. Il generale che dovrebbe guidare la
guerra – Tommy R. Franks, comandante del US Central Command –
ha dichiarato il 26 febbraio all’Associated Press, dal suo
quartier generale di Camp as Sayliyah in Qatar, che le forze americane e
alleate non potrebbero garantire la sicurezza dei civili che si
posizionassero intenzionalmente come "scudi umani" contro un
attacco a obiettivi iracheni. "Faremo del nostro meglio per
evitare vittime fra i non combattenti ma, ve lo dico, non ci riusciremo
al 100%", ha dichiarato. Una posizione condivisa dal ministro
della difesa britannico Geoff Hoon, anch’egli in Qatar, che nella
stessa conferenza stampa ha detto ai giornalisti: "Non è detto che
terremo necessariamente conto dei cosiddetti scudi umani". "Vorrei sottolineare a voi la
necessità che chiunque stia contemplando questo genere di azione torni
a casa piuttosto che fare il gioco di Saddam Hussein", ha aggiunto. E la campagna del Pentagono non si ferma.
Lo stesso 26 febbraio è stato diffuso un rapporto della CIA sull’uso
degli "scudi umani" (Putting Noncombatants at Risk:
Saddam’s Use of ‘Human Shields’), secondo il quale, fra
l’altro, gli iracheni avrebbero collocato installazioni militari nelle
vicinanze di scuole, moschee, magazzini di generi alimentari, e aree
residenziali in numerose aree popolate. Attualmente sono più di 100 i volontari
internazionali che si trovano a Baghdad con l’intenzione di proteggere
le infrastrutture civili da eventuali attacchi: tra loro anche un gruppo
di italiani. Il contingente più numeroso – partito
da Londra a fine gennaio - è arrivato nella capitale irachena alla metà
di febbraio, dopo un lungo tragitto via terra che ha toccato vari paesi
europei, e poi la Turchia e la Siria. Il coordinatore, Ken Nichols O’Keefe,
è un ex-marine che ha combattuto nella guerra del Golfo, rinunciando
successivamente alla cittadinanza americana per "disgusto" nei
confronti della politica Usa. (Vedi il suo "diario",
pubblicato sul quotidiano britannico The Independent, il 25
febbraio 2003). I primi gruppi di attivisti si sono già
posizionati presso installazioni civili: presso la centrale elettrica di
Baghdad sud – un impianto che venne colpito da sei bombe nel 1991 e
tuttora opera solo a metà della sua capacità di prima delle guerra –
presso un impianto per la lavorazione e lo stoccaggio di riso e grano
nella zona nord della città, e presso la raffineria di al Dura,
anch’essa colpita durante la guerra, e che malgrado sia ancora
piuttosto malconcia, raffina 60.000 barili al giorno di petrolio:
combustibile di vitale importanza per i trasporti pubblici, il
riscaldamento, gli ospedali di Baghdad. I rapporti con le autorità irachene però
sembra non siano proprio idilliaci. Il rifiuto da parte di queste alle
richieste dei gruppi di volontari di dislocarsi presso ospedali e
scuole, da un lato, unito alla delusione per i numeri non proprio
significativi rispetto alle esigenze del compito, hanno convinto già un
primo gruppo – composto in prevalenza di inglesi, a rientrare a casa. E coloro che sono rimasti in Iraq
starebbero "riconsiderando" la loro strategia. Per ulteriori informazioni e
aggiornamenti: www.humanshields.org Una delegazione di 23 pacifisti dell’Iraq
Peace Team – il gruppo di
attivisti organizzato dall’associazione Voices in the Wilderness che
con delegazioni a staffetta è presente dal settembre 2002 in Iraq - si
è recata nella zona smilitarizzata nel sud del paese, lungo il confine
con il Kuwait, dove ha installato una "Tenda della Pace" e
fatto un digiuno di quattro giorni. L’intenzione era di inviare un
messaggio sia ai militari americani al di là del confine che agli
americani contrari a una guerra all’Iraq. "Speriamo con tutto il cuore che il
nostro messaggio ai 90.000 soldati americani già dispiegati in Kuwait e
ai pacifisti che si trovano negli Stati Uniti possa aiutare a impedire
una guerra", dice la dichiarazione
di intenti letta durante una
conferenza stampa a Baghdad da Charlie Liteky, 72 anni, di San
Francisco, un decorato della guerra del Vietnam. Preghiamo perché ciascuno di voi, dice
il testo, rivolgendosi ai militari e ai marinai americani, possa tornare
presto "alla propria famiglia e ai propri cari senza dovere
partecipare agli orrori della guerra". Riconosciamo "che siete stati messi
in una posizione piena di ansia e di pericolo, per la quale condividiamo
la responsabilità. Riconosciamo che siete in questa posizione perché
in patria non siamo noi a governarci – ma siamo invece governati da
una minoranza che decide su questioni di guerra e di pace
nell’interesse di pochi, non dei molti. La nostra democrazia inadeguata ci ha
portato in
passato a impantanarci in situazioni mortali, e ora sull’orlo di un
altro conflitto che può essere descritto solo come una tragica guerra
dell’impero". L’appello ai militari è quello di
umanizzare gli iracheni "…le persone comuni che popolano le città
e i villaggi del paese, che lavorano nei negozi e nei ristoranti, vanno
a scuola, praticano la loro religione, celebrano compleanni, matrimoni e
funerali; che, come gli innocenti in ogni guerra subiranno le maggiori
sofferenze – e che sono praticamente identici alle nostre famiglie in
patria, specialmente nel loro desiderio di pace". Fu proprio il generale e presidente
Dwight Eisenhower – proseguono gli attivisti – a dirci:
"Ricordate che tutti i popoli di tutte le nazioni vogliono la pace.
Solo i loro governi vogliono la guerra". Vi chiediamo, nostri
concittadini, pensare con la vostra testa e il vostro cuore e di fare la
cosa giusta". Ai pacifisti e a tutti coloro che negli
Usa il 15 febbraio hanno marciato per la pace viene poi rivolto un
appello perché questo "giorno storico di protesta non sia la fine
dei nostri sforzi, ma solo l’inizio": l’appello a un "un
massiccio, sit-down preventivo per la pace" da farsi in tutti gli
Stati Uniti come unico modo per evitare una guerra e un disastro
umanitario in Iraq . Il movimento per la pace – conclude la
dichiarazione, citando le parole del rev. Daniel Berrigan –
"otterrà successo solo quando mostrerà lo stesso coraggio per la
pace che i soldati mostrano per la guerra". La
Bbc rivela i contenuti di un documento LONDRA
- Proprio nel giorno in cui gli Stati Uniti devono presentare all'Onu e al mondo
le prove contro Saddam Hussein, dalla Gran Bretagna arriva una bordata che
minaccia di appannare la credibilità dell'operazione. Secondo i servizi segreti
del Regno Unito non esistono rapporti di collaborazione tra Al Qaeda e l'Iraq.
Anche se il segretario di Stato Colin Powell dovrà convincere il Palazzo di
vetro della pericolosità di Saddam e non dei suoi rapporti con Osama Bin Laden,
il collegamento tra il capo di Al Qaeda e il rais di Bagdad è stato sempre più
che sottinteso dall'amministrazione Bush. Anche il ministro degli
Esteri britannico Jack Straw, pur denunciando alla radio statale che l'Iraq creò
un "ambiente permissivo" di cui Al Qaeda si avvalse per operare sul
suo territorio, ha ammesso poi che la consistenza dei legami tra l'uno e l'altra
non è chiara, e che ogni eventuale iniziativa militare contro Saddam sarebbe
basata sulla violazione delle risoluzioni Onu in tema di disarmo piuttosto che
sulla connivenza con il terrorismo.
(4 febbraio 2003)
Falso il
rapporto contro Saddam Hussein. I servizi segreti inglesi hanno messo assieme
vecchi articoli di giornale (alcuni addiritura di dodici anni fa) e documenti
scaricati da internet
ORSOLA
CASAGRANDE
LONDRA
E pensare che tre giorni fa il premier ha liquidato il
dossier (quello sì recente, dato che risale a sole tre settimane fa) redatto
dai servizi segreti del MI5 come «roba vecchia». Perché ovviamente in quel
rapporto c'erano informazioni non gradite a Blair: l'intelligence britannica
infatti sostiene che non ci sia alcun legame tra Saddam Hussein e al-Qaida. Il
commento più duro alle imbarazzanti rivelazioni di ieri è quello dell'ex
ministra laburista dei trasporti, l'attrice Glenda Jackson: «Se il dossier
sull'Iraq presentato al parlamento e al paese come un documento affidabile e
aggiornatissimo, frutto del lavoro dell'intelligence britannica, anche se in
realtà si trattava di un documento che metteva insieme fonti e articoli anche
molto vecchi che nulla avevano a che fare con l'MI5, allora possiamo dire di
essere di fronte ad un altro esempio di come il governo stia cercando di
ingannare il paese e il parlamento sulla questione della guerra contro l'Iraq».
E naturalmente, ha aggiunto Jackson in una intervista alla Bbc Radio4, «ingannare
è un eufemismo per dire mentire».
Intervistato dalla Bbc Radio4 l'autore dell'articolo
copiato, lo studente californiano Ibrahim al-Marashi ha confermato che il suo
lavoro era stato pubblicato dalla Middle East Review of International Affairs.
«Le mie fonti - ha aggiunto - erano documenti che avevo ottenuto da ribelli
kurdi nel nord dell'Iraq e documenti che erano stati lasciati dai servizi
segreti iracheni in Kuwait». Più di dieci anni fa, s'intende.
Il dossier presentato dal governo britannico era stato
citato più volte dal segretario di stato americano Colin Powell come «estremamente
dettagliato e preciso». Powell ha nuovamente fatto riferimento al rapporto
britannico mercoledì quando ha presentato le nuove «prove» della colpevolezza
di Saddam Hussein al consiglio di sicurezza dell'Onu. «Vorrei - aveva detto
Powell - attirare l'attenzione dei miei colleghi sull'accurato rapporto
distribuito dal Regno unito... che descrive in minuzioso dettaglio le attività
con cui l'Iraq sta ingannando il mondo».
Il portavoce di Tony Blair ha ammesso che «ripensandoci,
avremmo forse dovuto citare le fonti, per evitare confusioni inutili. Ma nel
complesso - ha concluso - il documento è valido e accurato». Nessun imbarazzo
nemmeno per gli errori di ortografia che confermano che si è trattato proprio
di un'operazione di mero cut and paste. Tony Blair è quindi intervenuto
per cercare di chiudere la vicenda sostenendo di essere pronto ad affrontare il
test di popolarità. «Il pericolo -ha detto - posto dalle armi di distruzione
di massa è enorme e io ne sono convinto». Il problema è che Blair non sembra
essere disposto a sottoporre le sue paure al vaglio del parlamento. Rispondendo
alle interrogazioni di alcuni deputati il ministro della difesa Geoff Hoon ha
detto che «bisogna essere molto cauti sul pronunciamento del parlamento prima
che la guerra abbia inizio: non possiamo permetterci di passare informazioni al
nemico». Insomma, se un dibattito (e un voto) ci sarà a Westminster, avverrà
a bombardamenti in corso.
il manifesto -
08 Febbraio 2003
"super disertore"
Il Direttore Generale dell’IAEA, Mohammed El Baradei, afferma nel
suo rapporto
di "non aver trovato prove che l’Iraq abbia ripreso il suo
programma di armamenti nucleari dalla sua eliminazione negli anni
‘90", sottolineando di aver bisogno ancora di "alcuni
mesi" per continuare le ispezioni: mesi – ha detto - che
"sarebbero un investimento prezioso, perché potrebbero
aiutarci a evitare una guerra".
Blix dice inoltre che molte questioni
fondamentali restano ancora senza risposta, in particolare dove si
trovino l’agente nervino VX, 2 tonnellate di mezzi di coltura per
agenti biologici tipo l’antrace, 550 granate da artiglieria
riempite di iprite e 6.500 bombe chimiche di cui l’Iraq sinora non
ha dato conto. Inoltre, malgrado le assicurazioni date dall’Iraq
che esso avrebbe incoraggiato i suoi scienziati a farsi intervistare
in privato dagli ispettori, nessuna di queste interviste ha ancora
avuto luogo.
I rapporti si trovano a:
http://www.un.org/Depts/unmovic/Bx27.htm
(rapporto Blix)
http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n003.shtml
(rapporto El Baradei)
L’UNMOVIC impone all’Iraq la loro distruzione fissando il
termine per l’inizio al 1 marzo. Baghdad accetta e inizia la
distruzione entro la data stabilita.
I rapporti si trovano a:
http://www.un.org/Depts/unmovic/blix14Febasdel.htm
(rapporto Blix)
http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n005.shtml
(rapporto El Baradei)
Dal 5 gennaio le ispezioni vengono condotte con il supporto degli
elicotteri, mentre il 17 febbraio c’è stata la prima ricognizione con
l’impiego degli aerei U-2.
L’ufficio aperto a Mosul, nel nord del paese, è ora pienamente
operativo, mentre è prevista l’apertura di un altro nel sud, a
Bassora.
Le sue dimissioni sono state confermate dall’ambasciata americana di
Atene, che ha dichiarato che esse sono dovute a "ragioni
personali".
Kiesling è stato ha prestato servizio per circa 20 anni, ricoprendo
incarichi in Medio Oriente, Armenia e Grecia.
Quello che segue è il testo della sua lettera di dimissioni, nella
traduzione italiana.
top secret dei servizi segreti britannici
007
inglesi: "Non ci sono legami
tra Saddam e Bin Laden"
Oggi
Powell deve convincere l'Onu della pericolosità del rais
Da Repubblica.it
Ora da Londra, un dossier di almeno tre settimane fa di cui sono conoscenza il
premier Tony Blair e pochi altri, dice che non solo quel collegamento non
esiste, ma che Saddam e Bin Laden sono divisi da ideologie incompatibili ed
entrambi diffidano a vicenda. A rivelare l'esistenza del rapporto è la Bbc,
secondo cui tra il regime di Bagdad e l'organizzazione terroristica in effetti
nel passato vi sarebbero stati contatti, che però adesso non sussistono più.
Sarebbero dunque smentite le accuse di complicità con lo sceicco integralista
di origini saudite rivolte alle autorità di Bagdad da George W. Bush ancora una
settimana fa, in occasione del discorso sullo Stato dell'Unione.
Comunque questa fuga di notizie arriva per gli Usa nel momento peggiore e
all'indomani del no del presidente francese Chirac alla guerra. Secondo il
corrispondente della Bbc Andrew Gilligan, che ha visionato il rapporto, fonti
dell'intelligence hanno confidato negli ultimi giorni all'emittente il crescente
scontento per il modo in cui il lavoro dei servizi viene usato politicamente per
sostenere l'intervento contro l'Iraq. Non è probabilmente un caso che la
notizia sia apparsa poco prima dell'intervento al Consiglio di sicurezza di
Powell.
(5 febbraio 2003)