FISICA/MENTE

 

 

L’ARTE DI FARSI ATTACCARE

di Georg Huygens

 

Tecniche di provocazione del partito della guerra negli Stati Uniti dal 1896 ad oggi.

 

E al dio degli inglesi non credere mai

Fabrizio De André, Coda di Lupo, 1978

 

 “Non sono uno storico di mestiere, però ricordo che non ci fu solo Alamo[1][1], ma anche la Maine[2][2] – lo abbiamo scoperto cent’anni dopo, che quella nave non l’avevano fatta esplodere gli spagnoli; e poi c’è stato il nostro intervento nella prima guerra mondiale[3][3], da cui l’Europa non è mai guarita[4][4]; e Franklin Delano Roosevelt[5][5], che ha invitato i giapponesi a distruggere la nostra flotta a Pearl Harbor. Allora, non è giunto il momento di indagare su questo governo sovversivo che esiste all’interno del governo, e cioè il partito della guerra con i suoi spietati servizi segreti?”

John Paul Leonard

Tree of Life Publications

Prefazione a Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà

 

Nota del curatore

“E’ un fatto documentato e di storico dominio, che il governo americano e l’apparato dell’intelligence militare in passato abbiano deliberatamente provocato atti di terrorismo contro sé stessi, prevedendo grosse perdite di civili e di militari, per giustificare successive azioni militari. L’esempio a cui pensiamo è Pear Harbor. Lo History Channel (USA) ha recentemente mandato in onda un documentario prodotto dalla BBC, Betrayal at Pearl Harbor che, utilizzando tra i vari materiali storici anche alcuni documenti americani ora resi accessibili, ha dimostrato che il presidente Franklin D. Roosevelt e i suoi massimi consulenti militari sapevano benissimo che il Giappone stava per sferrare un “attacco a sorpresa” contro gli Stati Uniti, in seguito alla provocazione di questi ultimi, ma consentì che l’attacco si verificasse, per giustificare l’entrata in guerra. Una dettagliata documentazione su questo fatto è stata fornita da Robert Stinnett, nel suo autorevole studio Day of Deceit: The Truth about FDR and Pearl Harbor. Stinnett ha prestato servizio nella marina statunitense dal 1942 al 1946 e gli sono state conferite dieci decorazioni sul campo e una Presidential Unit Citation”.

Così  lo studioso inglese Nafeez Mosaddeq Ahmed in Guerra alla libertà: il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre[6][6].


1. 1940: il memorandum McCollum

 

Il libro  di Stinnett è stato pubblicato in italiano, con il titolo Il Giorno dell’inganno – Pearl Harbor: un disastro da non evitare, per i tipi del Saggiatore (Milano, 2001; l’edizione americana è del 2000). Il volume è pregevole per chiarezza e completezza, ed ha un apparato documentale di 167 pagine su 294 di testo. Da esso emerge la centralità di un documento, redatto dal capitano di corvetta Arthur H. McCollum il 7 ottobre 1940. McCollum era il capo del reparto dell’estremo Oriente dell’ONI (Office of Naval Intelligence). Ma lasciamo la parola a Stinnett:

“McCollum aveva una formazione perfetta per formulare le tattiche e le strategie contro il Giappone. Nato a Nagasaki nel 1898 da genitori missionari battisti, trascorse l’infanzia in varie città giapponesi. Capiva la cultura giapponese: ne aveva imparato la lingua prima ancora di imparare l’inglese. Dopo la morte del padre la famiglia ritornò in Alabama. A diciott’anni McCollum fu ammesso all’Accademia navale. Dopo la laurea il guardiamarina ventiduenne fu mandato all’ambasciata statunitense di Tokyo com addetto navale. Fece anche un corso di ripasso di giapponese. McCollum non era un pallone gonfiato, ma gli piacevano le feste e il drink preferito della comunità navale giapponese: lo scotch Johnny Walker con l’etichetta nera. Aveva sempre qualcosa da dire: dopo avere raccontato una lunga storia, faceva una pausa con la sua frase preferita, “in altre parole”, e ripartiva con una versione ancora più lunga…Il bollettino redatto dal capitano di corvetta McCollum nell’ottobre 1940, composto di cinque pagine (a cui ci riferiremo d’ora in poi come il bollettino delle otto azioni) propose un piano sorprendente, inteso a creare una situazione che avrebbe mobilitato un’America riluttante a partecipare alla lotta dell’Inghilterra contro le forze armate tedesche che stavano annientando l’Europa. Le otto azioni miravano ad incitare virtualmente un attacco giapponese nei confronti delle forze armate terrestri, aree e navali americane alle Hawaii, oltre agli avamposti coloniali olandesi nella regione del Pacifico.

Secondo i sondaggi d’opinione dell’estate del 1940, la maggioranza degli americani non voleva che il paese venisse coinvolto nella guerra con l’Europa. Tuttavia i capi delle forze armate e del ministero degli esteri concordavano nel ritenere che una Germania nazista vittoriosa avrebbe minacciato la sicurezza degli Stati Uniti. Avevano perciò la sensazione che gli americani avessero bisogno di una chiamata ad agire.

McCollum avrebbe rivestito un ruolo fondamentale in questo piano. Il suo nome in codice era F2. Controllò il percorso dei servizi informativi delle comunicazioni per FDR dal 1940 al 7 dicembre 1941, e fornì al presidente i rapporti di questi sulle strategie militari e diplomatiche giapponesi. Tutti i rapporti militari e diplomatici giapponesi destinati alla Casa Bianca, che venivano intercettati e decodificati, passavano dalla sezione Estremo oriente dell’Asia dell’ONI, che lui presiedeva. La sezione serviva da smistamento per tutti i tipi di rapporti dei servizi informativi, non solo del Giappone, ma di tutti gli stati dell’Asia orientale.

Ogni rapporto preparato da McCollum per il presidente si basava sulle intercettazioni radio raccolte e decodificate da una rete mondiale di crittografi delle forze armate e intercettatori radio americani. L’ufficio di McCollum faceva parte della stazione US, un centro crittografico americano segreto situato nel quartier generale principale della Marina, all’incrocio fra la Diciottesima Strada e Constitution Avenue N.W., a circa quattro isolati dalla Casa Bianca.[…]

Il bollettino delle otto azioni di McCollum era datato 7 ottobre 1940ed era stato indirizzato e spedito a due dei più fidati consiglieri militari di Roosevelt: i capitani  della marina Walter S.Anderson e Dudley W.Knox. Anderson era il direttore dell’ONI[…]. Knox era d’accordo con il bollettino delle otto azioni di McCollum, e lo fece subito avere ad Anderson con il seguente commento moderato: “sono d’accordo con il suo piano. Dobbiamo essere pronti su entrambi i fronti e probabilmente abbastanza forti da badare ad entrambi”.[…] Il bollettino di McCollum termina con la firma di Knox. Benché la proposta sia indirizzata ad Anderson, l’autore non ha trovato alcuna traccia che indichi se lui o Roosevelt l’abbiano vista. In ogni caso una serie di registrazioni presidenziali segrete, oltre ad informazioni collaterali dei servizi informativi negli archivi della Marina, offrono prove definitive che l’avessero visto. A cominciare dal giorno successivo, con il coinvolgimento di FDR, i propositi di McCollum furono sistematicamente messi in pratica.

Per tutto il 1941, a quanto pare, spingere il Giappone a compiere un atto aperto di guerra era la principale politica che guidò le azioni di FDR nei suoi confronti. Direttive dell’Esercito e della Marina che contenevano la frase “atto diretto” furono spedite ai comandanti del Pacifico. I membri del gabinetto di Roosevelt, in particolare il ministro della guerra Harry Stimson, favorirono notoriamente quella politica, secondo il diario dello stesso Stimson. Le annotazioni che vi si trovano mettono Stimson insieme ad altri nove americani che conoscevano o erano associati con questa politica di provocazioni del 1941.

L’impronta di Roosevelt si può trovare in ognuna delle proposte di McCollum. Una delle più scioccanti era l’azione D, lo schieramento deliberato delle navi da guerra americane nelle acque territoriali del Giappone o subito fuori di esse. Nel corso degli incontri segreti alla Casa Bianca, Roosevelt si fece personalmente carico dell’azione D. Definì le provocazioni “missioni a sorpresa”:”Voglio semplicemente che sbuchino qua e là e che i giapponesi continuino a chiedersene la ragione. Non mi importa di perdere due o tre incrociatori, ma non voglio correre il rischio di perderne cinque o sei.

L’ammiraglio Husband Kimmel, il comandante della flotta del Pacifico, obiettò alle missioni a sorpresa affermando:”E’ una mossa sconsiderata, e compierla porterà alla guerra””.[7][7]

Il resto del libro dimostra, con una documentazione a dir poco impressionante, le tesi appena riportate. Il quadro sociale e politico contemporaneo, e le ragioni di grande strategia politica, che dovevano condurre a Pearl Harbor, sono affrescate con vigore nel bel “romanzo” storico di Gore Vidal, L’Età dell’Oro, che, per inciso, fa espresso riferimento al memorandum McCollum.[8][8] In Vidal, che da l’idea di sapere moltissimo della politica americana del XX secolo, si perde in precisione analitica quello che si guadagna in ampiezza complessiva.

            Le analogie fra Pearl Harbor e la strage dell’11 settembre 2001 sono state suggerite da più parti. Nahfez Mosaddeq Ahmed fa anche riferimento all’operazione Northwoods, nel periodo della crisi di Cuba. Se ne dovrà parlare.

            Abbiamo ritenuto opportuno tradurre integralmente il memoriale McCollum, in modo che il lettore possa farsi una idea diretta di che si tratta. Purtroppo, secondo uno strano vezzo, gli editori italiani hanno la propensione a non tradurre INTEGRALMENTE i documenti in allegato a certi tipi di studi, pur sapendo benissimo che non tutti sono in condizione di leggere l’inglese. Così ha fatto Il Saggiatore per Sinnett, e Fandango Libri per L’incredibile menzogna di Thierry Meyssan, che riporta per esteso la documentazione dell’operazione Northwoods.[9][9] Tutt’al contrario, Lucia Annunziata, nel suo pur discutibile e alquanto flebile NO – la seconda guerra irachena e i dubbi dell’Occidente, ha avuto il garbo di proporre al pubblico italiano la traduzione integrale del documento sulla sicurezza cosiddetta nazionale di Bush del 17 settembre 2002.[10][10]

Al di là di questi dettagli, resta il fatto che il memorandum McCollum è un documento storico di interesse eccezionale. I contenuti sono talmente espliciti da non meritare apparentemente un commento. In realtà, essi sono di particolare spessore strategico, come ognuno potrà constatare. Stinnett ha analizzato il testo in maniera molto esauriente, e rimandiamo per intanto al suo libro.

E’ invece il caso di sottolineare la peculiare lucidità, sistematicità e sintesi con cui McCollum condensa la situazione mondiale dell’epoca. Da questo punto di vista, il suo è un documento che va letto con molta attenzione anche per l’aspetto lessicale e soprattutto  per l’articolazione del pensiero: che è molto istruttiva, e molto simile ad elaborazioni analoghe dei giorni nostri.

 OP-16-F-2                 ONI[11][11]            7 Ottobre 1940

 

Promemoria per il Direttore

 

Oggetto: Valutazione della situazione nel Pacifico e proposte per l’azione degli Stati Uniti.

 

1. Gli Stati Uniti si trovano attualmente dinanzi ad una Germania e ad un’Italia ostili in Europa e ad un Giappone ugualmente ostile in Oriente. La Russia, grande collegamento terrestre fra questi due gruppi di potenze ostili, è al momento neutrale, ma con ogni probabilità è favorevolmente orientata verso le Potenze dell’Asse, e ci si può attendere che tale atteggiamento favorevole verso queste Potenze si accresca in modo direttamente proporzionale all’estendersi dei loro successi nel prosieguo della guerra in Europa. La Germania e l’Italia hanno avuto successo nella guerra sul continente europeo e tutta l’Europa è  sotto il loro controllo militare o è stata costretta alla sottomissione. Soltanto l’Impero Britannico si sta opponendo attivamente con la guerra alla crescita del dominio mondiale della Germania, dell’Italia e dei loro satelliti.

 

2. Gli Stati Uniti sono rimasti in principio freddamente distaccati dal conflitto in Europa e c’è una considerevole evidenza a supporto dell’opinione che la Germania e l’Italia cerchino con ogni mezzo in loro possesso di alimentare il perdurare dell’indifferenza americana fino al risultato definitivo della lotta in Europa. Paradossalmente, ogni successo degli eserciti tedeschi e italiani ha accresciuto negli Stati Uniti la simpatia e l’aiuto materiale per l’Impero Britannico, al punto che al momento attuale il governo degli Stati Uniti si trova impegnato in una politica di fornitura di ogni aiuto, eccetto l’impegno militare diretto, unitamente alla possibilità in rapida crescita che gli Stati Uniti divengano in un futuro molto prossimo alleati a pieno titolo dell’Impero Britannico. Il fallimento[12][12] finale della diplomazia tedesca ed italiana nel mantenere gli Stati Uniti nel ruolo di spettatore disinteressato li hanno costretti ad adottare la politica di sviluppare minacce contro la sicurezza degli Stati Uniti in altre aree del mondo, e specialmente per mezzo della minaccia di rivoluzioni in America meridionale e Centrale, valendosi di gruppi controllati dall’Asse e sollecitando il Giappone a porre in essere ulteriori aggressioni e minacce in Estremo Oriente nella speranza che usando questi mezzi gli Stati Uniti diventassero così intellettualmente confusi e timorosi per la loro sicurezza diretta  da portarli ad un tale stato di preoccupazione per la preparazione della sola difesa, in modo da precludere virtualmente qualsiasi forma di aiuto statunitense alla Gran Bretagna. Come ulteriore risultato di questa politica, la Germania e l’Italia hanno successivamente concluso un’alleanza militare con il Giappone  contro gli Stati Uniti. Se i termini del trattato che sono stati resi pubblici e le dichiarazioni palesi dei leaders tedeschi, italiani e giapponesi sono credibili, e non sembra ci siano fondati motivi per dubitarne, le tre potenze totalitarie sono concordi nel muovere guerra agli Stati Uniti, possa essa scaturire dall’assistenza all’Inghilterra, o dal tentativo di interferire energicamente con gli obiettivi giapponesi in Oriente e, in più, Germania e Italia si riservano espressamente il diritto di determinare quale aiuto americano alla Gran Bretagna, a parte l’impegno bellico diretto, sia o no motivo di guerra una volta che esse avranno sconfitto la Gran Bretagna stessa. In altre parole, dopo che l’Inghilterra sarà stata sistemata i nemici decideranno se procedere immediatamente ad un attacco agli Stati Uniti. A causa della situazione geografica, né la Germania né l’Italia sono in condizione di offrire alcun aiuto materiale al Giappone. Il Giappone, al contrario, può essere di grande aiuto sia alla Germania che all’Italia minacciando e possibilmente anche attaccando i dominions britannici e le vie di rifornimento dall’Australia, India e Indie Occidentali olandesi, indebolendo in tal modo concretamente la posizione inglese di opposizione all’Asse in Europa. In cambio di questo servizio, il Giappone riceve mano libera per impadronirsi di tutta quella parte dell’Asia che gli è possibile arraffare, con la promessa aggiuntiva che Germania ed Italia faranno tutto ciò che è in loro potere per mantenere l’attenzione americana talmente concentrata da evitare che gli Stati Uniti intraprendano vere e proprie azioni aggressive contro il Giappone. Qui abbiamo di nuovo un altro esempio di come la diplomazia dell’Asse e giapponese sia finalizzata a mantenere immobilizzata la potenza americana, e con minacce ed allarmi  rendere così confusa la coscienza dell’America da precludere una pronto e decisivo intervento degli Stati Uniti in ambedue le sfere d’azione. Non potrà mai  essere sottolineato troppo  energicamente che l’ultima cosa che desiderano sia le potenze dell’Asse in Europa che il Giappone in Estremo Oriente è un’immediata azione bellica da parte degli Stati Uniti in ambedue i teatri di operazioni.

 

3. L’esame della situazione europea porta alla conclusione che c’è ben poco che noi possiamo fare adesso, immediatamente, per aiutare la Gran Bretagna, che già non sia stato fatto. Non abbiamo un esercito addestrato da inviare in soccorso dell’Inghilterra, né lo avremo almeno per un altro anno. Attualmente stiamo cercando di aumentare l’afflusso di materiali verso l’Inghilterra e di sostenere la difesa dell’Inghilterra in ogni modo praticabile, e questo tipo di aiuto senza dubbio aumenterà. D’altra parte, è ben poco quello che la Germania o l’Italia possono fare contro di noi fin quando l’Inghilterra continua a combattere e la sua flotta mantiene il controllo dell’Atlantico. L’unico pericolo per la nostra posizione è una disfatta prematura dell’Impero Britannico, con la flotta che cada intatta nelle mani delle potenze dell’Asse. La possibilità che un evento del genere si verifichi  potrebbe essere concretamente ridotta se fossimo già militarmente a fianco dei Britannici o se come minimo prendiamo misure attive per diminuire la pressione sulla Gran Bretagna in altri teatri. In sintesi: la minaccia alla nostra sicurezza nell’Atlantico rimane modesta fintanto che la flotta inglese mantiene il dominio dell’oceano e resta favorevole agli Stati Uniti.

 

4. Nel Pacifico, il Giappone, in virtù della sua alleanza con la Germania e con l’Italia, è una precisa minaccia alla sicurezza dell’Impero Britannico, e una volta che l’Impero Britannico sia caduto la potenza di Giappone-Germania e Italia  sarà diretta contro gli Stati Uniti. Un potente attacco terrestre della Germania e dell’Italia attraverso i Balcani e il Nord Africa contro il canale di Suez, insieme ad una minaccia o ad un attacco giapponese contro Singapore, avrebbero conseguenze molto serie per l’Impero Britannico. Se il Giappone potesse essere deviato o neutralizzato, i frutti di un attacco riuscito al canale di Suez potrebbero non essere così conclusivi e benefici per le potenze dell’Asse, rispetto al caso in cui tale successo fosse accompagnato dalla virtuale eliminazione della potenza navale britannica dall’Oceano Indiano, aprendo così una via di rifornimento europea per il Giappone ed una via marittima per le materie prime orientali verso la Germania e l’Italia. Il Giappone deve essere sviato se il blocco britannico ed americano (?)[13][13] dell’Europa e possibilmente del Giappone (?) deve essere almeno in parte efficace.

 

5. Se, come evidenziato nel paragrafo 3, è poco quello che gli Stati Uniti possono fare per rimediare la situazione in Europa, essi sono invece in condizione di annullare realmente l’azione aggressiva del Giappone, e ciò senza diminuire l’aiuto materiale statunitense alla Gran Bretagna.

 

6. Un esame dell’attuale posizione del Giappone contrapposta agli Stati Uniti evidenzia la seguente situazione:

 

Punti di forza

1.        forte posizione geografica delle isole giapponesi

2.        un governo centrale capace e fortemente centralizzato

3.        rigoroso controllo dell’economia in termini bellici

4.        un popolo assuefatto alle privazioni e alla guerra

5.        un esercito potente

6.        una flotta ben addestrata pari a circa 2/3 della forza della flotta statunitense

7.        Varie riserve di materie prime

8.        Le condizioni del mare fino ad aprile rendono difficoltose le operazioni navali in prossimità del Giappone.

 

Punti di debolezza

1.         un milione e mezzo di uomini impegnati in una guerra logorante sul continente asiatico

2.         stretto razionamento dell’economia e dei rifornimenti alimentari in patria

3.         una seria carenza di fonti di materie prime per la guerra,  specialmente petrolio, acciaio e cotone

4.         totale isolamento dai rifornimenti europei

5.         dipendenza da lunghe vie marittime per i rifornimenti essenziali

6.         incapacità di aumentare la produzione ed il rifornimento dei materiali bellici in mancanza di libero accesso ai mercati statunitense o europeo

7.         principali città e centri industriali estremamente vulnerabili agli attacchi dall’aria.

 

7. Nel Pacifico gli Stati Uniti dispongono di una posizione difensiva molto forte, e di una flotta e di un’aviazione navale già ora capaci di operazioni offensive a largo raggio in quell’oceano. Altri fattori che attualmente giocano fortemente a nostro favore sono:

A.         le Filippine tuttora in possesso degli Stati Uniti

B.         il governo delle Indie Orientali olandesi amichevole e disponibile all’alleanza

C.        gli Inglesi tengono ancora Singapore ed Hong-Kong  e ci sono favorevoli

D.        consistenti forze armate cinesi sono tuttora in campo in Cina contro il Giappone

E.         una piccola forza navale statunitense già presente sul teatro delle operazioni, capace di minacciare seriamente le vie di rifornimento da sud del Giappone.

 

8. Le considerazioni precedenti portano alla conclusione che un’immediata azione di aggressione navale contro il Giappone da parte degli Stati Uniti  renderebbe il Giappone  incapace di fornire qualunque aiuto alla Germania e all’Italia a supporto  del loro attacco alla Gran Bretagna, e che il Giappone stesso si troverebbe ad affrontare una situazione in cui la sua flotta potrebbe essere costretta a combattere nelle condizioni più sfavorevoli,  oppure accettare un collasso piuttosto rapido del paese a causa della forza del blocco. Una immediata e rapida dichiarazione di guerra, successiva ad adeguati accordi con l’Inghilterra e l’Olanda, sarebbe estremamente efficace per condurre il Giappone ad un rapido collasso, eliminando così il nostro nemico nel Pacifico prima che la Germania e l’Italia possano realmente attaccarci. Inoltre, l’eliminazione del Giappone deve sicuramente rafforzare la posizione della Gran Bretagna  contro la Germania e l’Italia e, in aggiunta, un’azione del genere aumenterebbe la fiducia e l’aiuto di tutte le nazioni tendenzialmente amichevoli nei nostri confronti.

 

8.                    Non crediamo che dato lo stato attuale dell’opinione politica il governo degli Stati Uniti possa dichiarare guerra al Giappone senza qualcosa in più; ed è scarsamente possibile che un’energica iniziativa da parte nostra possa condurre i giapponesi a modificare il loro atteggiamento. Perciò, viene suggerita la seguente linea d’azione:

A.    accordarsi con la Gran Bretagna per utilizzare le basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore

B. Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e per poter ottenere rifornimenti nelle Indie orientali olandesi

C. Dare tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-shek

D. Mandare in Oriente, nelle Filippine o a Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio

E. Mandare due divisioni di sottomarini in Oriente

F. Tenere la flotta principale degli Stati Uniti, attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawai

G. Insistere con gli olandesi perché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto petrolio

H. Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, in connessione con un analogo embargo imposto dall’Impero Britannico.

 

Se con questi mezzi il Giappone potesse essere indotto a commettere un aperto atto di guerra, tanto meglio. In conclusione dobbiamo essere completamente pronti ad accettare la minaccia di una guerra.

 

A.H. McCollum

CC-Op-16

   Op-16-F

   File


2. 1962 – OPERAZIONE NORTHWOODS

 

 

Nota del curatore

 

Il progetto per l’Operazione Northwoods, la cui traduzione facciamo precedere da alcuni estratti del già citato lavoro di Meyssan, è da leggere con molta attenzione. E ciò non solo per la singolare somiglianza con alcuni aspetti delle stragi dell’11 settembre 2001, ma anche perché costituisce una sinossi delle tecniche di provocazione discretamente completa. Invitiamo il lettore italiano a ripensare anche a molti fatti avvenuti anzitutto nel nostro paese, ma non solo. Certe corrispondenze di metodo dovrebbero saltare agli occhi.

Non è necessario aggiungere altro.

Riferisce Meyssan:

“ …Anche se il presidente Kennedy ha sanzionato i metodi e i fallimenti della CIA, non ha rimesso in discussione la politica ostile di Washington nei confronti del governo dell’Avana. Crea un Gruppo Speciale Allargato incaricato di concepire e guidare la lotta anticastrista. Questo gruppo è composto da suo fratello, Robert Kennedy (procuratore generale), dal suo consigliere militare (il generale Maxwell Taylor), da (al consigliere per la sicurezza nazionale (Mc George Bundy), dal segretario di stato (Dean Rusk), assistito da un consigliere (Alexis Johnson), dal segretario alla difesa (Robert McNamara), assistito da un consigliere (Roswell Gilpatric), dal nuovo direttore della CIA (John McCone) e dal capo di stato maggiore interforze (il generale Lyman L. Lemnitzer).

Questo gruppo speciale allargato concepisce una serie di azioni segrete riunite sotto la denominazione generica di operazione Mangoose (Mangusta). Per realizzarle, il coordinamento operativo fra il dipartimento di stato, il dipartimento della difesa e la CIA è affidato al generale Edward Lansdale (assistente del segretario alla difesa, incaricato delle operazioni speciali, e a questo titolo direttore della NSA). Mentre in seno alla CIA è costituita ad hoc una unità, il Gruppo W, diretto da William Harvey.

[…]

Il generale Lyman Lemnitzer è uno specialista in operazioni segrete: nel 1943 aveva personalmente diretto i negoziati che puntavano a mettere l’Italia contro il Reich; poi, nel 1944, condusse insieme ad Allen Dulles i negoziati segreti con i nazisti ad Ascona (Svizzera) per preparare la capitolazione (operazione Sunrise). Partecipò alla creazione della rete Stay-behind della nato, riciclando alcuni agenti nazisti nella lotta contro l’URSS, e collaborò anche con l’espatrio clandestino in America Latina di accusati per crimini contro l’umanità…

Una corrispondenza segreta del generale Lemnitzer, da poco pubblicata,

dimostra che egli complottava con le forze americane in Europa (il generale Louis Norstad) e con altri ufficiali di alto rango per sabotare la politica di John F.Kennedy.

I militari estremisti denunciano il rifiuto di Kennedy di intervenire militarmente a Cuba. Considerano i civili della CIA responsabili della pessima organizzazione dello sbarco alla baia dei Porci e il presidente Kennedy un vigliacco per aver rifiutato l’appoggio dell’US Air Force. Per sbloccare la situazione pensano di fornire un pretesto politico a Kennedy per intervenire militarmente. Questo piano, chiamato Northwoods (Boschi del Nord) comporta approfonditi studi formalizzati dal brigadiere generale William H. Craig, e viene presentato dal generale Lemnitzer in persona al gruppo speciale allargato il 13 marzo 1962. La riunione, che si svolge al Pentagono, nello studio del segretario di stato alla difesa, dalle 14,30 alle 17,30, finisce molto male: Robert McNamara boccia in blocco il piano, mentre il generale Lemnitzer diventa minaccioso. Seguono sei mesi di ostilità permanente, tra l’amministrazione Kennedy e lo Stato Maggiore Interforze, poi l’allontanamento di Lemnitzer e la sua nomina a capo delle forze armate statunitensi in Europa. Prima di partire, il generale ordina di distruggere tutte le tracce del progetto Northwoods, ma Robert McNamara conserva la copia del promemoria che gli era stato consegnato.

Per John F.Kennedy, Lemnitzer è un anticomunista isterico sostenuto da multinazionali senza scrupoli…[egli] resiste ai generali Walzer, Lemnitzer e ai loro amici e impedisce all’America di impegnarsi ulteriormente in una guerra ad aoltranza contro il comunismo, a Cuba, in Laos, in Vietnam[14][14] o altrove. Il 22 novembre 1963 viene assassinato.

Il generale Lemnitzer va in pensione nel 1969. Ma nel 1975, mentre il Senato avvia indagini sul ruolo avuto dalla CIA durante l’amministrazione Nixon, Gerald Ford, che assume l’interim della presidenza dopo lo scandalo Watergate, gli chiede di partecipare a questa indagine. Dopo aver contribuito ad insabbiare la polemica, Ford lo chiama di nuovo per guidare un gruppo di pressione, il Committee on Present Ranger (CPD – comitato sul pericolo attuale). Questa associazione è una creazione della CIA, allora diretta da George Bush padre, e porta avanti una campagna contro il pericolo sovietico. Tra i suoi amministratori si trovano diversi responsabili della CIA e Paul D. Wolfowitz (attuale vicesegretario alla difesa e responsabile delle operazioni in Afghanistan. Contemporaneamente Gerald Ford  promuove il brigadiere generale William H.Craig, che aveva coordinato gli studi preliminari dell’operazione Northwoods, a direttore della NSA (National Security Agency).

Il generale Lyman L.Lemnitzer muore il 12 novembre 1988.

Nel 1992 l’opinione pubblica americana si interroga sull’assassinio del presidente Kennedy dopo il film[15][15] che mette in luce le contraddizioni della versione ufficiale. Il presidente Clinton ordina l’apertura di moltissimi archivi del periodo Kennedy. Nei documenti del segretario alla difesa Robert McNamara viene ritrovata l’unica copia conservata del progetto Northwoods.”

Segnaliamo, per concludere, che altre dettagliate informazioni sono reperibili in Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla Libertà, cit., pag.287 sgg.

STATO MAGGIORE INTERFORZE[16][16]

WASHINGTON 25, D.C.

 

 

                                    13 marzo 1962

MEMORANDUM PER IL SEGRETARIO DELLA DIFESA

 

Oggetto: Giustificazione per intervento militare USA a Cuba (TS)[17][17]

 

1.         Il JCS ha esaminato l’allegato memorandum per il Capo delle Operazioni, Progetto Cuba, redatto in risposta ad una richiesta di questo ufficio per una sintetica ma dettagliata descrizione di pretesti che potrebbero giustificare un intervento militare degli Sati Uniti a Cuba.

2.         Il JCS suggerisce che il memorandum proposto venga inviato come una presentazione preliminare utilizzabile a scopo di pianificazione. E’inteso che ci saranno analoghe presentazioni da parte di altre agenzie e che tali contributi verranno impiegati come base per la stesura di un piano tempificato. Progetti individuali possono pertanto essere presi in considerazione caso per caso.

3.         E’ inoltre inteso che la responsabilità principale per lo sviluppo degli aspetti militari e paramilitari del piano di base sarà assegnata ad una singola agenzia. Si consiglia di assegnare tale responsabilità per le operazioni militari  palesi e coperte (overt and covert military operations) al JCS.

 

Per lo Stato Maggiore Interforze

L.L.LEMNITZER

   Presidente del JCS

 

 

Allegato 1

Memo per il Capo delle Operazioni, Progetto Cuba

 

APPENDICE ALL’ALLEGATO A

 

BOZZA

 

MEMORANDUM PER IL CAPO DELLE OPERAZIONI, PROGETTO CUBA

 

Oggetto: Giustificazione per intervento militare USA a Cuba (TS)

 

1. Si fa riferimento al memorandum del Capo delle Operazioni del Progetto Cuba, per il generale Craig,  oggetto: “Operazione Mangoose”, datato 5 marzo 1962, col quale si richiedeva una sintetica ma dettagliata descrizione di pretesti da sottoporre al JCS come possibili giustificazioni per un intervento militare USA a Cuba.

2. I progetti elencati nel presente allegato valgono come presentazione preliminare utilizzabile a scopo di pianificazione.  E’inteso che ci saranno analoghe presentazioni da parte di altre agenzie e che tali contributi verranno impiegati come base per la stesura di un piano tempificato. Progetti singoli possono pertanto essere presi in considerazione caso per caso.

3. Tale piano, inclusivo di progetti scelti fra i suggerimenti allegati, o fra altre fonti, dovrebbe essere sviluppato per concentrare tutti gli sforzi  su uno specifico obiettivo finale che possa fornire adeguata giustificazione per l’intervento militare USA. Un piano del genere potrebbe autorizzare una costruzione logica di incidenti combinati con altri eventi apparentemente correlati per nascondere l’obiettivo finale e creare l’indispensabile impressione di avventatezza e irresponsabilità  su larga scala da parte dei Cubani, diretta ad altri paesi oltre che agli Stati Uniti. Il piano potrebbe anche integrare e tempificare opportunamente le sequenze di azione da perseguire. Il risultato atteso dall’esecuzione del piano dovrebbe essere quello di mettere gli Stati Uniti nell’apparente posizione di subire accuse da cui difendersi da parte di un governo cubano avventato ed irresponsabile, e di sviluppare a livello internazionale l’immagine di una minaccia cubana alla pace nell’emisfero occidentale.

4.     Per la soluzione del problema cubano il tempo è un fattore importante. Di conseguenza, il piano deve essere tempificato in modo da essere operativo entro pochi mesi da ora.

5.     Dato che l’obiettivo finale è un aperto intervento militare, si consiglia che la responsabilità principale per lo sviluppo degli aspetti militari e para-militari del piano, sia per le operazioni palesi che per quelle coperte, sia assegnata al JCS.

 

ANNESSO ALL’APPENDICE ALL’ALLEGATO A

               PRETESTI PER GIUSTIFICARE L’INTERVENTO MILITARE USA A CUBA                                       

 

(Nota: Le linee d’azione seguenti sono una presentazione preliminare utilizzabile soltanto per finalità di pianificazione. Non sono organizzate in ordine cronologico o ascendente. Unitamente a proposte analoghe da parte di altre agenzie, esse sono finalizzate per costituire un punto di partenza per lo sviluppo di un unico piano integrato e tempificato. Tale piano consentirà la valutazione di progetti singoli nell’ambito del contesto di un insieme di azioni coordinate intese a condurre inesorabilmente all’obiettivo di un’adeguata giustificazione per l’intervento militare USA a Cuba).

1.         Dato che sembra vantaggioso l’uso di legittime provocazioni come base per l’intervento militare US a Cuba, un piano segreto e depistante, comprendente azioni preliminari del caso come quelle poste in essere in risposta alla Forza 33 c, potrebbe essere effettuato come tentativo iniziale di provocare reazioni da parte di Cuba. Dovrebbero essere rafforzate azioni di disturbo più azioni di depistaggio per convincere i cubani dell’imminenza di una invasione. La nostra situazione militare nel corso dell’esecuzione del piano dovrà consentire un rapido cambiamento dall’esercitazione all’intervento, se la reazione cubana lo dovesse giustificare.

2.         Sarà pianificata una serie di ben coordinati incidenti che si verificheranno a Guantanamo e dintorni per dare la schietta impressione  di essere provocati da forze ostili cubane.

a.     Incidenti per costruire un attacco credibile (non in ordine cronologico):

(1)               cominciare con voci(molte). Usare radio clandestine

(2)               paracadutare cubani amici in uniforme “dell’altra parte”  per inscenare un attacco alla base

(3)               catturare sabotatori cubani (amici) all’interno della base

(4)               far scoppiare disordini vicino all’ingresso principale della base (cubani amici)

(5)               far esplodere munizioni all’interno della base; cominciare a sparare

(6)               incendiare aerei nella base (sabotaggio)

(7)               tirare colpi di mortaio dall’esterno dentro la base. Qualche danno alle installazioni

(8)               catturare un gruppo d’assalto in avvicinamento dal mare o in prossimità di Guantanamo City

(9)               catturare un gruppo di miliziani che attaccano la base

(10)          sabotare le navi in rada; grandi incendi – naftalina

(11)          affondare una nave vicino all’ingresso della rada. Pilotare i funerali per le finte vittime (può prendere il posto di (10)).

 

b.     gli Stati Uniti dovrebbero reagire con operazioni offensive per assicurarsi i rifornimenti di acqua e munizioni, distruggendo le postazioni di artiglieria e mortai che minacciano la base.

c.      Avviare operazioni militari US su larga scala.

 

3.         Potrebbe essere organizzato in diversi modi un incidente tipo “Ricordatevi del Maine” (a “remember the Maine” incident):

a.     potremmo affondare una nave US nella baia di Guantanamo ed accusare Cuba

b.     potremmo affondare una nave  drone[18][18] da qualche parte nelle acque cubane. Potremmo organizzarci in modo da provocare un incidente di questo tipo in prossimità dell’Avana o di Santiago come spettacolare risultato di un attacco cubano dall’aria o dal mare, o ambedue. La presenza di aerei o navi cubane anche solo semplicemente  per investigare le intenzioni della nave potrebbe facilmente costringere a pensare che la nave stava subendo un attacco. La vicinanza all’Avana o a Santiago aggiungerebbe credibilità specialmente per la gente che potrebbe aver sentito l’esplosione o visto il l’incendio. Gli Stati Uniti potrebbero reagire con un’operazione  aereonavale di soccorso coperta dai caccia per “evacuare” i membri superstiti dell’inesistente equipaggio. L’elenco delle vittime sui giornali americani dovrebbe provocare una utile ondata d’indignazione nazionale.

c.      Potremmo sviluppare una campagna di terrorismo comunista cubano nell’area di Miami, in altre città della Florida e persino a Washington. La campagna terroristica potrebbe essere diretta contro i profughi cubani che cercano rifugio negli Stati Uniti. Potremmo affondare un’imbarcazione (reale o simulata) carica di cubani e diretta in Florida. Potremmo favorire attentati alla vita dei cubani rifugiati negli Stati Uniti fino a pubblicizzare largamente l’estensione delle lesioni riportate nei varii casi. Potrebbe essere di aiuto per la costruzione dell’idea di un governo irresponsabile anche fare esplodere qualche bomba al plastico in punti accuratamente selezionati, arrestare agenti cubani e diffondere documenti predisposti per dar corpo ad un coinvolgimento di Cuba.

5. Potrebbe essere simulata una resistenza “con basi a Cuba, aiutata da Cuba” contro una vicina nazione caraibica (sulla scia dell’invasione della Repubblica Dominicana del 14 giugno). Sappiamo che Castro al momento sta sostenendo  tentativi clandestini di sovversione  contro Haiti, la Repubblica Dominicana, il Guatemala, il Nicaragua, e forse altri paesi.  Per denunciarli,  questi tentativi possono essere amplificati, ed altri ne possono essere ideati. Ad esempio, potremmo trarre vantaggio dalla suscettibilità dell’Aeronautica Dominicana riguardo alle intrusioni nello spazio aereo nazionale. Un B-26 “cubano”  o un  aereo tipo C-46    potrebbe effettuare dei raid incendiari notturni sulle piantagioni di canna. Potrebbero essere ritrovate bombe incendiarie di produzione sovietica. Ciò potrebbe essere associato con messaggi “cubani” ai clandestini comunisti nella Repubblica Dominicana; potrebbero anche essere scoperti, o intercettati, sulla costa carichi di armi “cubani”.

6.Una ulteriore provocazione potrebbe essere costituita dall’impiego di aerei tipo MIG da parte di piloti statunitensi. Intercettazione di aerei civili, attacchi a naviglio di superficie e distruzione di aerei USA senza pilota potrebbero rivelarsi utili come azioni complementari. Un F-86 adeguatamente riverniciato potrebbe convincere i passeggeri degli aerei che hanno visto un MIG cubano, specialmente se il pilota dell’aereo da trasporto facesse un annuncio del fatto. Il principale inconveniente di questa ipotesi  sembra essere il superamento dei rischio collegato all’ottenimento e alla modifica di un velivolo. In ogni modo, copie accettabili del MIG possono essere prodotte  partendo da materiali statunitensi in circa tre mesi.

7.Tentati dirottamenti di aerei civili e navi potrebbero apparire la prosecuzione di azioni di disturbo tollerate dal governo cubano. In concomitanza potrebbero essere favorite autentiche diserzioni di aerei e navi cubane, sia civili che militari.

8.E’ possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un aereo cubano ha attaccato e abbattuto un volo charter civile sulla rotta dagli Stati Uniti verso Giamaica, Guatemala, Panama o il Venezuela. La destinazione potrebbe essere scelta solo in funzione del fatto che la rotta prevista dal piano di volo passi sopra Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti universitari di ritorno da una vacanza o qualunque altro gruppo di persone con un interesse comune ad affittare un volo charter non programmato.

a.     Presso la base dell’Aeronautica di Englin, potremmo dipingere e numerare un velivolo che sia esattamente il duplicato di un aereo civile immatricolato come di proprietà di una organizzazione della CIA nella zona di Miami. Al momento stabilito la copia dovrebbe essere sostituita con il vero aereo civile e dovrebbe imbarcare passeggeri selezionati, dotati di false identità accuratamente predisposte. L’aereo-copia subito dopo l’immatricolazione dovrebbe essere convertito in un drone.

B.    Gli orari di decollo del drone e del vero aereo dovrebbero essere pianificati per consentire l’incontro a sud della Florida. Dal punto dell’incontro, l’aereo con a bordo i passeggeri dovrebbe scendere alla quota minima possibile e portarsi direttamente su un campo d’atterraggio ausiliario alla base dell’Aeronautica di Englin, dove ci si organizzerebbe per evacuare i passeggeri e riportare l’aereo allo stato originale. Nel frattempo il drone continuerà il volo come previsto dal piano di volo registrato. Sul cielo di Cuba il drone trasmetterà sulla frequenza internazionale di soccorso  un messaggio MAIDAY  in cui comunicherà di essere attaccato da un MIG cubano. La trasmissione sarà interrotta dall’esplosione dell’aereo, provocata da un segnale radio. Ciò farà sì che saranno le stazioni radio ICAO[19][19] dell’emisfero occidentale a comunicare agli Stati Uniti che cosa è successo all’aereo, e non gli Stati Uniti a cercare di “vendere” l’incidente.

9.      E’ possibile creare un incidente in modo da far sembrare che un alcuni MIG cubani comunisti abbiano distrutto un velivolo americano in volo su acque internazionali durante un attacco non provocato.

A.    All’incirca 4 o 5 F-101 faranno quota dalla base dell’Aeronautica di Homestead, Florida, fino in prossimità di Cuba. La loro missione sarà di invertire la rotta e simulare un bersaglio aereo per un’esercitazione di difesa aerea. Gli aerei dovrebbero effettuare cambiamenti di rotta ad intervalli frequenti. Agli equipaggi dovrebbe essere stato ordinato di tenersi come minimo a 12 miglia di distanza dalla costa di Cuba; in ogni modo, essi dovrebbero imbarcare munizioni da combattimento nel caso di attività ostile da parte dei MIG cubani.

B.    Durante il volo sopra descritto, un pilota preventivamente istruito dovrebbe condurre un Charley[20][20] a considerevole distanza in coda alla formazione. In prossimità dell’isola di Cuba, il pilota dovrebbe comunicare per radio che è stato attaccato dai MIG e sta precipitando. Non ci dovrebbe essere altra comunicazione. Il pilota dovrebbe volare a bassissima quota direttamente verso ovest, e atterrare in una base ausiliaria sicura a Englin. L’aereo dovrebbe essere preso in consegna da personale appropriato, ricoverato rapidamente e dotato di una nuova numerazione. Il pilota, che aveva effettuato la missione sotto falsa identità, dovrebbe assumere di nuovo quella vera e far ritorno al consueto posto di lavoro. Il pilota e l’aereo sarebbero così scomparsi.

C.  Esattamente nello stesso momento in cui l’aereo è stato presumibilmente abbattuto un sottomarino o una piccola unità di superficie dovrebbe spargere pezzi di F-101, paracadute, ecc., all’incirca a 15-20 miglia al largo della costa cubana, e allontanarsi. Al ritorno a Homestead, i piloti racconterebbero una storia vera, per quanto di loro conoscenza. Potrebbero essere inviate a fare ricerche navi e aerei, e le parti dell’aereo dovrebbero essere ritrovate.

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(1) per quanto riguarda il Sud Est asiatico la tesi di Meyssan è perlomeno discutibile. Né Kennedy né McNamara erano propriamente delle mammolette: è lecito solo affermare che, nel caso di Cuba, tennero una linea più equilibrata di quella degli “estremisti”. Nel testo completo di Meyssan sono rintracciabili vari comportamenti contraddittori degli esponenti “moderati” dell’élite americana. Va tenuto conto che essi sono comunque inseriti in una dinamica di potere che difficilmente consente colpi di testa, e che spesso riportano ad interessi solo temporaneamente e parzialmente contrapposti a quelli del partito della guerra.

(2) JFK, di Oliver Stone

(3) Joint Chiefs of Staff [lett.: Comitato dei Capi di Stato Maggiore: la denominazione usuale nella gran parte degli ordinamenti militari è Stato Maggiore Interforze]: nel seguito useremo la sigla JCS.

(4) Sta per: Top Secret.

(5) Senza uomini, teleguidata: nel séguito lasciamo l’espressione tecnica drone

(6) sta per International Civil Aviation Organization

(7) Charley: aereo da turismo


“ ATTACCO AL POTERE ” E WILLIS - MITRIONE

The Siege  (Attacco al potere)
regia di Edward Zwick
prodotto nel 1998 da E. Zwick e L. Obst per 20th Century Fox
con Denzel Washington, Bruce Willis, Annette Bening


UNA AGENZIA FEDERALE CHIAMATA HOLLYWOOD


Solita premessa. Hollywood dipende dalla grande e semi segreta Agenzia federale Usia (United States Information Agency, 30mila dipendenti), operativa sin dal 1° Agosto 1953 per lo scopo dichiarato, e cioè scritto nel suo atto costitutivo, di creare nel pubblico internazionale una certa voluta e falsa immagine degli Stati Uniti. In poche parole l’ Usia è il Ministero della Propaganda americano. La necessità era - ed è - di occultare la reale natura dell’entità americana per poter condurre impunemente una politica estera micidiale: gli Usa infatti non sono una democrazia, ma una dittatura dell’imprenditoriato che ha per obiettivo lo sfruttamento materiale ed umano
dell’intero mondo. Hollywood, come del resto le altre entità aziendali americane del settore dei media (reti Tv, case editrici e discografiche, eccetera), deve essere sia autoremunerativa che soddisfare le esigenze dell’ Usia. Come minimo, nessun film deve contraddire la versione della medesima sulla realtà americana, versione consolidata in ciò che si chiama Retorica di Stato Americana (Usa opulenti, democratici, libertari, buoni, eccetera; in breve gli Usa della Retorica di Stato Americana sono esattamente quelli che voi vi figurate in mente). L’Usia può anche arrivare a far produrre dei film ex novo, perché ha bisogno di un contenitore per certi temi speciali che le premono, ma in genere approfitta delle occasioni che si presentano per far inserire i suoi messaggi di valenza propagandistica, o politica o
culturale. I soggetti importanti di Hollywood, i Vip, collaborano alla sistemazione perché necessario per rimanere a galla, dopo che era stato necessario per emergere. I grandi attori e i grandi  registi di Hollywood sono così dei Divi di Stato e dei Registi di Stato, perfettamente equiparabili a dei funzionari governativi, a dei G-men di rango abbastanza alto. Io dunque esamino i film di Hollywood per segnalare al pubblico gli elementi di propaganda intenzionale fatti inserire dall’Usia.


LA TRAMA


Attacco al potere, visto il soggetto, è uno di quei film in cui l’ Usia interviene maggiormente, se non è proprio lei a idearli dall’inizio. La trama si svolge nei nostri anni a Brooklin, una frazione della città di New York che conta sui due milioni di abitanti. Dalle foto incorniciate appese in uffici pubblici si vede che il presidente in carica è Bill Clinton. Ad un certo momento si attivano in successione quattro cellule di terroristi arabi, che compiono attentati suicidi: è sequestrato e fatto saltare un
autobus carico di passeggeri; è fatto saltare un teatro pieno di gente; un furgone-bomba irrompe ed esplode in un grande edificio. I morti a questo punto sono 900. Le indagini sono condotte sin dall’inizio dall’Fbi (la polizia municipale di New York non compare), nella persona del funzionario Anthony Hubbard (Denzel Washington), che già era il “capo degli agenti speciali dell’Fbi” del distretto di Brooklin. Partecipa anche, ma a titolo personale, l’agente della Cia Sharon Bridget (Annette Bening). Dopo il terzo attentato il Presidente (cioè Clinton) proclama la legge marziale a
Brooklin. Arrivano così i soldati, comandati dal generale De Veraux (Bruce Willis), che compiono rastrellamenti di arabi e ne chiudono migliaia in campi sportivi dotati all’istante di recinzioni e catenacci. De Veraux tortura ed uccide personalmente un arabo, ma sono Hubbard e la Bridget a risolvere la situazione individuando la quarta ed ultima cellula terrorista, che era costituita dal solo giovane Shamir, che sino allora aveva finto di essere un confidente della polizia, un collaborazionista; nel conflitto a
fuoco sia Shamir che la Bridget muoiono. Il film termina con Hubbard che arresta De Veraux per l’omicidio dell’arabo.


IL TERRORISMO ARABO SECONDO L’USIA


1) Il film tratta di terrorismo arabo. Già questo, considerato l’intero contesto hollywoodiano, è propaganda. Infatti Hollywood affronta l’argomento “terrorismo” in modo selettivo: sempre tratta il terrorismo altrui e mai quello americano. Storia e attualità offrono una profusione incredibile di atti terroristici “made in Usa”. Solo quelli nei confronti di Cuba dovrebbero bastare: esplosione nel 1960 del mercantile francese Le Coubre ancorato all’Avana; invio nell’isola dal 1961 al 1963 di almeno sei team di killer professionisti presi in prestito da Cosa Nostra per uccidere Castro;
attacchi di aerei privi di insegne a pescherecci e manifatture cubane protratti per tutti i Sessanta e i Settanta, e cioè per vent’anni di seguito; contaminazione col Photoxin dei sacchi di iuta usati per imballare lo zucchero cubano, per sabotarne l’esportazione; invio nel 1969 e nel 1970 di aerei che sparsero cristalli per provocare siccità in zone fertili e piogge torrenziali in lande desertiche; diffusione nel 1961 di un’epidemia negli allevamenti di tacchini dell’isola; diffusione nel 1971 di un’altra
epidemia negli allevamenti di maiali; diffusione nel 1981 di una influenza perniciosa che colpì 300.000 persone, delle quali 158 morirono (101 bambini); sabotaggio con bomba del 7 ottobre 1973 del DC8 della Cubana Airlines in volo da Barbados all’Avana con 73 persone a bordo, tutte morte; attentati dinamitardi agli alberghi cubani nel 1997 per danneggiare il turismo, in uno dei quali trovò la morte il turista italiano Fabio di Celmo. E potremmo portare migliaia di altri casi simili accertati che hanno riguardato e riguardano i quattro angoli del mondo: gli Air Commandos e i Navy Seals sono corpi speciali dedicati statutariamente ad attentati terroristici, per non parlare dei circa 80.000 agenti di campo della CIA, e tutta questa gente è sempre in missione, a fare o preparare qualche cosa contro qualcuno.
Orbene, mai Hollywood ha preso spunto da uno di quei fatti per fare un film.
Lo avesse fatto direi che sarebbero normali anche film sul terrorismo arabo, o nord irlandese, o che altro. Ma non lo ha fatto ed allora tutti i film di Hollywood sul terrorismo altrui sono automaticamente propaganda, realizzati come sono non per trattare storie di terrorismo in sé ma per colpire selettivamente qualcuno.
2) In ogni caso terrorismo arabo, e rivolto contro gli Stati Uniti. Come tratta Hollywood il fenomeno? Per valutare ciò dobbiamo sapere come stanno le cose. Le cose stanno come nessun telegiornale qua in Europa Occidentale dice ma come ognuno dentro di sé realizza: gli Stati Uniti opprimono obiettivamente gli arabi in generale e i palestinesi in particolare, e questi e quelli operano le ritorsioni che possono. Non ci sono dubbi sull’oppressione. Gli USA sostengono regimi arabi invisi alle popolazioni come in Egitto, Giordania, Arabia Saudita, eccetera, perché gli permettono un conveniente uso del petrolio mediorientale, e tormentano regimi popolari come in Libia, Iran e Iraq perché non glielo permettono. L’Iran si è liberato solo nel 1979 della tremenda dittatura esercitata dagli USA tramite lo Scià, mentre gli stessi USA nel 1991 hanno guidato una coalizione che ha provocato 300.000 morti in Iraq. E 300.000 morti non sono una cosa da nulla. Come non lo erano stati del resto i 290 passeggeri dell’aereo di linea iraniano abbattuto intenzionalmente (a scopo intimidatorio) nel 1988 dall’incrociatore americano Vincennes. Inoltre c’è  naturalmente la questione di Israele, che solo gli Stati Uniti tengono in vita, partecipando ogni tanto ai massacri: nel 1982 i cannoni da 400 mm della corazzata New Jersey aprirono il fuoco sui campi profughi palestinesi in Libano facendo migliaia di morti, le solite donne, i soliti bambini, eccetera. Neanche queste sono
cose da nulla. I terroristi arabi che colpiscono gli Stati Uniti pensano dunque di avere motivi validi e concreti per le loro azioni. Non ho detto che li hanno; ho detto che sono convinti di averli. Il che solo concorda con la natura umana: nessuno si dedica a tali cose senza essere convinto di avere motivi validi e concreti.
Il governo statunitense sa benissimo tutto ciò, così come lo sa l’intero establishment dominante nel paese. Sono anzi i primi a saperlo. Ma non va detto. L’USIA ha così preparato la sua versione sull’argomento “ Terrorismo arabo anti-americano e anti-israeliano ”. E’ una versione semplice: i terroristi arabi sono giusto dei pazzi fanatici religiosi, che si danno da fare non per vendicare - sia pure dal loro punto di vista - concreti morti e concreto sangue ma solo perché odiano la civiltà Occidentale. La odiano perché percepiscono che tale civiltà, data la sua forza oggettiva, è destinata a disgregare il loro fasullo mondo islamico fatto di curiosi muezzin, di donne velate, di paradisi dove schiere di vergini urie attendono i giusti. In poche parole odiano il Progresso. Questi terroristi se la prendono specialmente con l’America non perché questa abbia fatto loro torti particolari, ma perché l’America è il simbolo dell’Occidente, la sua punta di diamante. Se la prendono anche con Israele non perché li ha spodestati dalla loro terra, torturati a migliaia e assassinati a decine di migliaia, ma perché è una testa di ponte dell’Occidente nel loro mondo. Si può
verificare che tale versione è stata imposta in tutti i film di Hollywood che hanno trattato il soggetto del terrorismo arabo, e ricordo in particolare Delta Force (1986) di Menahem Golan, con Chuck Norris; Wanted, vivo o morto (1987) di Cary Sherman; Frantic (1988) di Roman Polansky con Harrison Ford; Navy Seals: pagati per morire (1990) di Lewis Teague con Charlie Sheen; True Lies (1994) di James Cameron con Arnold Schwarzenegger. La versione è stata IMPOSTA: i registi, gli sceneggiatori e i produttori di Hollywood sanno benissimo come stanno le cose, proprio come lo sa il più sprovveduto di noi, ma appunto c’è la supervisione e la censura finale dell’USIA.
Non ci sono dubbi che la versione sia stata imposta anche per Attacco al potere. Per tutto il film i giovani arabi sospettati e spiati dagli investigatori dell’FBI sono  presentati come esagitati carichi di un odio che non si sa da dove provenga. Dobbiamo essere vigili e notare anche quello che non c’è ma che logicamente avrebbe potuto e dovuto esserci: un bel monologo di uno di quei terroristi, magari diretto alla sua ragazza come si fa normalmente nei film, dove spiega la sua versione della storia, le sue motivazioni. MANCA. Solo nel finale Shamir dice qualcosa in merito all’agente della CIA Bridget che si accinge ad uccidere. E cosa dice? Solo
questo (è un monologo di 8 secondi): qualche farfugliamento isterico, sconclusionato, e poi chiara la frase che preme al regista e a chi dietro di lui, e cioè l’accusa all’America di “voler insegnare al mondo come vivere”. Questo sarebbe il motivo di tutto, l’unica colpa dell’America: essere troppo grande, troppo forte, troppo attraente. Essere il Progresso. Il regista ci mostra come Shamir prima di accingersi a compiere il suo attentato suicida e sanguinosissimo (ed inoltre perverso: vuole fare una strage nella folla che protesta contro gli internamenti per farne ricadere la colpa sul governo) pratichi abluzioni rituali islamiche e indossi un sudario: chiara indicazione per il pubblico della natura religiosa-culturale delle sue motivazioni. Il particolare del sudario è macabro, inserito per colpire il subconscio del pubblico e caricare di negatività questi attentatori.
3) Gli arabi sono presentati come una razza inferiore. Ciò perché sia così sono ritenuti dagli americani, e sia perché utile per togliere valore a qualunque loro rivendicazione. Sono presentati esattamente come gli indiani nei famigerati western di Hollywood: cenciosi, velleitari e fanatici, portatori di una cultura in estinzione perché non all’altezza. Sono anche sporchissimi, evidentemente abituati a vivere sotto le tende: l’appartamento in cui sono sorpresi dall’FBI i tre membri della cellula N°3 non potrebbe essere più lercio. Si è trattato di una indicazione precisa data allo scenografo, per convogliare il messaggio per via subliminale. Per contro la regia ci fa sapere che i tre della cellula passavano il tempo a guardare la televisione, mangiare pizza e bere drinks: inveiscono contro l’America ma i suoi agi piacciono anche a loro. Come gli indiani, che ululavano ma ricercavano i buoni utensili e il buon whisky.
4) Si è detto che il generale De Veraux tortura e uccide un arabo. Lo fa in un gabinetto, dove l’uomo è sistemato nudo su una sedia. La scelta del gabinetto - precisamente un orinatoio - non è casuale ed ha valenza subliminale: quello è il posto per tale gente. Fatto il lavoro De Veraux esce e si toglie i guanti: guanti di gomma, sanitari. Vedremo che c’è molto ma molto d’altro su questo episodio.
5) Assai curato il personaggio di Faruk Haddad, detto Frank, il vice di Hubbard all’FBI. E’ un arabo americano inserito nella vicenda ostensibilmente perché conosce arabi e lingua, ma in realtà per fargli ricoprire il ruolo dell’arabo buono, esattamente così come nei western c’era sempre l’indiano buono, quello voglioso di integrazione e collaborazionista (indiano buono che poi, la Storia insegna, ha fatto la stessa fine degli altri; in effetti, non erano indiani “buoni”, erano indiani deficienti).
Durante i rastrellamenti dell’esercito anche suo figlio viene internato, lui ha un momento di ripensamento (l’America lo ha tradito) e lascia l’FBI dopo quindici anni di servizio. Ma l’America gli piace troppo: può dare dei dispiaceri, creare delle incomprensioni, ma è sempre la società migliore e più avanzata del mondo. Così riprende il distintivo che gli porge Hubbard e torna con entusiasmo a combattere per il Bene. La regia ci suggerisce anche cosa piaccia in particolare a Frank dell’America: il fantastico sviluppo tecnologico (Frank adora i marchingegni elettronici e invidia il rilevatore a microonde in dotazione all’esercito; al contrario degli arabi cattivi e testoni lui il Progresso lo capisce, e quindi lo apprezza).
6) Si parla nel film di un certo sceicco Ahmed Bin Talem, famigerato sponsor del terrorismo. Evidentemente voleva ricordare lo sceicco Osama Bin Laden, ora famosissimo perché accusato dagli USA dell’attentato dell’11 settembre 2001 e già allora indicato dalla CIA come principale mandante degli attacchi terroristici antiamericani, e cioè come Mostro Internazionale N°1. Citare Ahmed Bin Talem era un elemento di propaganda perché così il film non solo sosteneva intenzionalmente le accuse della CIA, già una presa di posizione, ma anche voleva fare ciò senza parere, in modo nascosto, subliminale (il nome Bin Talem invece di Bin Laden).


ALTRA PROPAGANDA


7) Il paese sembra impreparato agli attentati terroristici. Questi non mobilitano una burocrazia poliziesca precisa, che sembra non esistere: le indagini rimangono nelle mani del funzionario FBI del quartiere; non arrivano personaggi con tutti i tipi di divisa e di qualifica, ognuno dei quali sappia perfettamente cosa fare. Evidentemente è impreparato perché tali attentati qui sono rari, trattandosi di un Paese così in armonia con se stesso e col mondo. Invece questo non è il Paese dell’armonia: ogni anno si verificano mediamente 150 attentati terroristici, solo i più clamorosi dei
quali giungono ad avere un’eco all’estero (come gli attentati  alle Twin Towers di New York del 1993, di Oklahoma City del 1995 che provocò 169 morti, di Atlanta durante le Olimpiadi del 1996, per non parlare di quello epocale dell’11 settembre 2001 che ha raso al suolo le medesime Twin Towers facendo 2.700 morti; Theodore Kaczinski, Unabomber, prima di essere arrestato nel 1996 aveva compiuto 16 attentati), ed una burocrazia poliziesca precisa in merito non solo esiste ma è anche elefantiaca. Altro che funzionario di quartiere dell’FBI.
8) Agli Stati Uniti fa comodo fare credere che i loro Presidenti comandano.
Così allontanano la cognizione del loro vero sistema politico, che è una dittatura dell’imprenditoriato esercitata collegialmente tramite il Congresso, e possono eventualmente incolpare un singolo uomo per i misfatti di una categoria. E’ così una legge dell’USIA per Hollywood che i Presidenti siano presentati come ammantati di potenza suprema. Attacco al potere non è eccezione, e l’unica entità pubblica che interviene al di sopra del funzionario Hubbard saltando ogni grado intermedio che come appena detto sembra non esistere è il Presidente, che ordina la legge marziale per Brooklin.
9) C’è un omaggio subliminale al becero senatore Jesse Helms, noto per la sua spietatezza all’interno contro i dissidenti politici, che fa finta di credere “comunisti” o “nazisti”, e all’estero contro i paesi che non chinano il collo, che fa finta di credere “nazisti” o “comunisti”: c’è una riunione di alti papaveri ed un senatore, che prende la parola e gode di qualche inquadratura, è impersonato da un attore che somiglia a Helms. Vecchio trucco: in Furore John Ford aveva fatto impersonare il direttore di
un ostello per poveri a una comparsa che somigliava al presidente Delano Roosevelt.
10) Gli Stati Uniti vogliono propagandare un’immagine di società multirazziale in armonia, dove tutti hanno pari opportunità e partecipano con pari entusiasmo alla vita civile, orgogliosi di far parte di una tale Great Society. E’ ciò che ci si aspetta da un paese multirazziale e democratico. Balle naturalmente. Stiamo parlando di una Nazione che è stata schiavista sino al 1865 (sino a ieri, cioè); che ha dato nominalmente diritto di voto a tutti solo nel 1964 (un’ora fa, praticamente); che in
questo preciso istante esclude ogni minoranza riconoscibile da qualunque posizione di potere effettivo, sia politico che economico; ed il cui gruppo etnico dominante WASP ( White Anglo Saxon Protestant ) si crede il popolo eletto. Così, come nei film di guerra di Hollywood i reparti presentano una composizione che riflette rigorosamente la percentuale nella popolazione (tot anglosassoni, tot caucasici, tot neri, e se c’è posto un ispanico, un giallo, un ebreo, quant’altro), allo stesso modo si presenta in Attacco al potere la sezione dell’FBI di Brooklin comandata da Hubbard, arricchita per l’occasione dall’arabo Faruk-Frank. (Il film La sottile linea rossa fa
eccezione, perché i soldati sono tutti bianchi; ma c’è un motivo, per il quale rimando alla mia analisi del film pubblicata anche su questo stesso giornale).
Si fa di più in questo film: l’attore Denzel Washington è infatti un nero.
E’ lui, un nero, il protagonista del film; la parte di Bruce Willis è del tutto secondaria. Come ognuno sa è una rarità per Hollywood concedere la parte di protagonista a un nero. Perché non rende al botteghino. Le cose sono andate presumibilmente nel seguente modo. Si tratta di un film altamente politico, la cui stesura è caduta quindi completamente nelle mani dell’USIA, se come già detto non è stata lei ad avviarlo. Questa voleva presentare il Paese nel modo più innocuo possibile, vittima innocente di un malvagio e ingiustificato terrorismo arabo. Cosa di meglio  che affidare la parte del capo investigatore americano a un nero? E’ come dire: I neri stessi ci amano al punto di combattere in nostra difesa, tanto li rispettiamo e siamo delicati con loro; che motivi possono mai avere gli arabi per odiarci? La scelta avrebbe però comportato sacrifici al botteghino per la 20th Century Fox e allora il Divo di Stato Bruce Willis
accettò una particina per fornire un nome nei manifesti. O più probabilmente dovette accettare, perché si trattava di una comparsata davvero poco attraente: come vedremo De Veraux-Willis è utilizzato per riabilitare un mostro.
11) Hubbard trova modo in un rapido scambio di battute di dirci cosa è l’FBI: lo scopo dell’FBI, dice, è “opporsi al crimine”. Non è vero. L’FBI - Federal Bureau of Investigations  - è la polizia politica americana e il suo scopo è di controllare e reprimere il dissenso politico interno. Fu l’FBI a condurre tutte le grandi repressioni sociali americane del Novecento: la Red Scare del 1920-22; la neutralizzazione del movimento sindacale del 1945-47; l’Era McCarthy del 1950-60; la soppressione del movimento per i diritti civili dei neri e delle Pantere Nere del 1964-72.
12) L’FBI represse il movimento delle Pantere Nere nel seguente modo: suoi anonimi agenti tendevano agguati in strada ai leader del movimento e li uccidevano. Gli agguati dell’FBI avvenivano spesso all’uscita di bar, di notte. Con questo sistema furono eliminate alcune decine di persone. Bobby Seale, scampato ai sicari dell’FBI ma tenuto in carcere sino al 1997 con pretesti, appena uscito ha rilasciato una intervista, diffusa anche da Rete 2, dove ha confermato quelle procedure. Ebbene il film contiene una scena designata specificatamente a riabilitare l’operato dell’FBI del periodo: la cattura da parte della squadra di Hubbard di un sospetto terrorista, che
avviene all’uscita di un bar, di notte. La scena ricorda gli agguati omicidi di allora ma li colloca adesso in un contesto positivo. Ciò ha valenza subliminale: il subconscio dello spettatore conclude che anche gli agguati di allora erano a fin di bene.
13) Diversi elementi di propaganda riguardano la CIA. C’è un suo agente nel film, ed è una donna, e di aspetto dolce e fragile; morendo cerca di recitare il Padre Nostro, aiutata da Hubbard. Ci sono agenti della CIA donne e con un dolce aspetto, ma visto il tipo di film si è certamente trattato di una scelta precisa, allo scopo di porre in buona luce l’Agenzia. Invece il fatto che la medesima reciti il Padre Nostro è una invenzione propagandistica completa: gli agenti della CIA - specie quelli operativi
sul campo - non sono tipi da preghiere, per quanto delicato sia il loro aspetto; sono dei mercenari, dei veri assassini di professione, e senza dubbio ciò vale anche per gli agenti donna. Quindi Hubbard - da funzionario dell’FBI ligio alla legge come sono
certamente tutti i funzionari dell’FBI, non è vero? - vuole arrestarla perché per legge la CIA non può operare sul territorio nazionale statunitense. E’ vero che così è per legge, ma è altrettanto vero che all’atto pratico la legge è ignorata, come tutti sanno negli Stati Uniti, compreso Edward Zwick. Potrei fare decine di esempi a supporto, non ultimo l’assassinio dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier compiuto nel 1973 a Washington - la capitale, sita ben all’interno del territorio degli StatiUniti - da un team di agenti della CIA guidato dal funzionario della stessa Orlando Bosch (un collega della nostra dolce Sharon Bridget).

Ricordo solo che le Pentagon Papers nel 1972 rivelarono che la CIA stava spiando negli Stati Uniti circa 200.000 cittadini, mentre circa 400 suoi agenti erano infiltrati nei media nazionali. Oggi come oggi non ci sono Pentagon Papers che facciano rivelazioni ma non è impensabile immaginare che i cittadini spiati siano 400.000 e gli infiltrati nei media 800. E nel film Hubbard vuole arrestare la Bridget. Questa è ancora più grossa di quella dell’agente CIA che recita il Pater Noster.
14) Un grande cavallo di battaglia della propaganda di Stato americana è il seguente: i misfatti ed efferatezze varie compiute dagli Stati Uniti all’estero sono sempre dovuti all’eccesso di zelo personale di singoli militari, agenti o funzionari, o alla loro sempre personale crudeltà o corruzione.
Mai, come ovviamente invece è, i medesimi misfatti ed efferatezze sono il risultato di una volontà cosciente del governo americano. Così quando il funzionario della CIA Dan Mitrione alla fine dei Sessanta organizzava gli Squadroni della Morte in Uruguay e istruiva i poliziotti locali nelle tecniche di tortura tenendo corsi di addestramento nella cantina della sua villetta di Montevideo dove martoriava personalmente sino alla morte delle persone innocenti, ebbene tutto ciò lui non lo faceva eseguendo gli ordini del superiore e del superiore del superiore e così via sino al Congresso; no, per carità, lui lo faceva per eccesso di zelo personale anticomunista,
unito forse a un certo sadismo congenito ( altrettanto sadicamente Mutrione fu poi rapito e giustiziato dai Tupamaros ). Così per i 16.500 oppositori politici sud vietnamiti torturati e uccisi dalla CIA con la collaborazione della polizia locale nell’ambito del programma Phenix voluto da John F. Kennedy: eccesso di zelo dei funzionari CIA sul posto. Quando le Pentagon Papers rivelarono che erano aerei della CIA e del Pentagono che esportavano alle Hawaii l’eroina del Triangolo d’Oro, eroina che poi da là andava in tutto il mondo coi proventi di ritorno che finivano in banche della Florida, la commissione d’inchiesta senatoriale concluse: alcuni funzionari della CIA e alcuni generali del Pentagono corrotti. Al solito si potrebbero fare decine e decine di esempi.
Il generale De Veraux-Bruce Willis è appunto uno di questi personaggi cari alla propaganda dell’USIA. Un funzionario statale - nel caso un generale operativo dell’esercito - troppo compreso del proprio ruolo, che per eccesso di zelo nel difendere quella cosa grande, buona, irripetibile che è la sua Patria, l’America, travalica gli ordini (sempre troppo moderati, inadeguati a quel mondo cattivo che c’è là fuori) sino a infrangere la legge, sino a compiere crimini aborriti dalla sua stessa America. Ecco - ci dice il film - sono tipi del genere che hanno creato gli Squadroni della Morte in America Latina; che hanno fatto mitragliare da elicotteri i raccoglitori di banane guatemaltechi in sciopero contro la United Fruits; che hanno fatto torturare a morte 16.500 oppositori politici sud vietnamiti; che hanno eseguito la strage di My Lai; che hanno fatto bombardare ospedali in Corea, Vietnam e Iraq; che hanno fatto 4 milioni di morti in Corea e 6 milioni di orti in Vietnam; che hanno fatto bombardare i campi di palestinesi in Libano; che hanno... che hanno... che hanno. Chi ha fatto tutto ciò è sempre stato il governo americano, sapendo ciò che faceva, ed il regista del
nostro film in merito non fa che fare propaganda, quella che gli impone lo
stessissimo governo. La scena finale riassume la versione dell’USIA: Hubbard rinfaccia a De Veraux il suo comportamento illegale e lo sfida ad ordinare ai suoi soldati di ucciderlo; De Veraux, pure perverso, non vuole spingersi a tanto (Hubbard in quel momento rappresenta la Vera America, che lui rispetta) e si fa arrestare per l’omicidio dell’arabo.


CHI SI RIVEDE, DAN MITRIONE

 

15) Ed ecco la parte per cui dovremo sempre ricordare Bruce Willis, se non come attore almeno come uomo. L’episodio in cui De Veraux tortura l’arabo nel gabinetto vuole premeditatamente rievocare le torture eseguite da Dan Mitrione nella sua cantina di Montevideo, che lui aveva fatto attrezzare come un orinatoio - con rubinetti, scarichi a terra e piastrelle alle pareti - per gli schizzi di sangue delle vittime e le altre perdite corporali.

E’ lui il mostro che Willis riabilita. La già buona ( e non casualmente ) somiglianza fisica di Willis con il fu Mitrione, un uomo di 50 anni di origini italiane, stempiato, è esaltata aumentando con ritocchi la sporgenza del naso dell’attore. Al tempo sui giornali comparvero foto di Mitrione in divisa ( prima di entrare nella CIA era stato il capo della polizia municipale di Richmond, Indiana ), e anche De Veraux è in divisa. Il messaggio subliminale per il pubblico è che Dan Mitrione era giusto un elemento come De Veraux e che le sue vittime erano dopotutto dei terroristi.
Invece Mitrione obbediva agli ordini dei superiori nel quadro del Public Safety Program varato dal Congresso per l’America Latina e le sue vittime erano accattoni e accattone fatti rapire a caso nelle strade di Montevideo. L’episodio costituisce dunque una riabilitazione surrettizia di Dan Mitrione, la cui vicenda al tempo fece molto e negativo clamore per gli USA.
Una operazione analoga a quanto fatto nel film Forrest Gump con l’attrice scomparsa Jean Seberg, anche se in scala assai ridotta e all’incontrario: Mitrione è riabilitato mentre la Seberg è diffamata. Bravo Willis. Il pubblico italiano potrà dire di non aver mai sentito nominare Dan Mitrione. Ma Hollywood-USIA non produce solo per l’Italia; produce per il mondo e ci sono paesi dove l’episodio ha lasciato lunghi strascichi nella memoria. Negli stessi USA ad esempio, dove ai funerali di Mitrione a Richmond parteciparono Frank Sinatra e Jerry Lewis, o in Francia, che produsse un
film sulla vicenda: Etat de siege  ( L’amerikano, 1973 ) di Costantin Costa Gavras, con Yves Montand e Renato Salvatori.


ANCORA PROPAGANDA

 

16) Invece il fatto che De Veraux fa rastrellare gli arabi di Brooklin e li fa rinchiudere in campi sportivi attrezzati con recinzioni vuole rievocare il colpo di Stato in Cile del 1973, quando come tutti ricordano i sospetti oppositori furono rinchiusi negli stadi a decine di migliaia. E’ una riabilitazione perché suggerisce che anche in quell’occasione ci fosse qualche valido motivo. Non c’erano invece validi motivi: occorreva solo ribaltare un governo Allende che rendeva difficile alle Multinazionali
statunitensi lo sfruttamento del Paese. Si sa tutto sulla vicenda: il colpo del ’73 in Cile fu richiesto da 10 Multinazionali statunitensi operanti in loco, che poi

contribuirono con fondi; fu deciso dal Congresso; fu approvato da Nixon; fu diretto da Kissinger; e fu fatto eseguire al generale Augusto Pinochet.

Anche questo episodio rivela dunque dei collegamenti con Etat de siege, un film dedicato al sovvertimento violento statunitense dell’America Latina. In effetti questo film è stato un riferimento importante per i congegnatori di Attacco al potere: volevano anche riabilitare - dato che vi era l’occasione - i misfatti compiuti dagli Stati Uniti in America Latina ed un sistema ottimo era di richiamare surrettiziamente un film critico ma famoso sull’argomento e quindi di ribaltarne altrettanto surrettiziamente le tesi.
E’ un po’ complicato, ma tutta la propaganda americana è complicata, sofisticata, basata com’è su una scienza psicologica avanzatissima, e se ci si vuole difendere occorre essere all’altezza. Per quegli stessi congegnatori il collegamento con Etat de siege è stato così importante da condizionare il titolo stesso dell’opera, che in originale è The Siege, una parola che compare uguale, anche come pronuncia, nel titolo del film di Costa Gavras. Per il pubblico italiano l’aggancio è venuto a mancare, o per questioni di lingua o perché qui L’amerikano non ha lasciato tracce (per forza : in questo Bel Paese tutto libertà e senza censura il film è stato ritirato subito dopo l’uscita nel 1973).
17) De Veraux è dunque un generale dell’esercito e l’USIA non manca l’occasione di fargli dire qualche utile falsità in proposito. Gliene fa dire due. De Veraux dice testualmente che l’Army è “la più temibile macchina bellica della storia del mondo”. Le forze armate di terra americane sono ben lungi da questo livello. Anzi, sono e sono sempre state di una debolezza stupefacente. Marina e Aviazione sono fortissime, ma l’Army è così. Per la dimostrazione di questa affermazione rimando al mio Sacrifici Umani del 1993 (Edizioni Il Cerchio), dove è anche contenuta la spiegazione del fenomeno.
Qui mi devo limitare a fare osservare che gli Stati Uniti hanno sempre perso o non vinto tutte le guerre che potevano risolversi solo con le forze di terra (Corea, Vietnam, anche Guerra del Golfo del 1991), pur avendo sempre goduto di una ampia superiorità sia numerica che naturalmente di mezzi (in Vietnam 51 divisioni contro 10 divisioni nord vietnamite e 120.000 guerriglieri). I vertici militari e politici americani lo sanno benissimo (sono i primi a saperlo) ma non vogliono certo che il mondo se ne accorga: nei conflitti evitano con varie scuse gli scontri di terra e fanno polverone con l’aviazione, e per il resto ci pensa l’USIA con la propaganda, tramite
soprattutto Hollywood.
La seconda falsità è la seguente. Sempre De Veraux dice che l’Army non è adatta per gli interventi di polizia, benché sia stata costretta a farne qualcuno “all’estero”, “ad Haiti e in Somalia”. E’ una falsità doppia.
Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti hanno compiuto circa 500 interventi armati all’estero, 218 documentati uno per uno dal 1945 al 1975 ; altro chequalche intervento”. Quindi questi interventi non sono certo a scopi di polizia: sono nell’ambito della politica neo coloniale statunitense nel mondo a favore delle loro Multinazionali.
18) Il pericoloso generale americano si chiama De Veraux. Non si chiama Jones, Brown o Smith; si chiama De Veraux. Non è per caso e vuole suggerire per via subliminale che i funzionari americani che travalicando gli ordini fanno del male all’estero non sono veri americani; non sono WASP anglosassoni ma di altre etnie, del caso francese. Anche Mitrione, ammicca infatti la regia, non era un WASP, perché di origini italiane. I WASP sono buoni.

 

 

ATTACCO ALLA VERITA’


Così, passo dopo passo, inquadratura dopo inquadratura e senza che noi ce ne
accorgiamo minimamente, il film ci propina un numero insospettabile di menzogne. E cioè:
- che il terrorismo arabo antiamericano è un fatto religioso-culturale;
- che gli USA non hanno fatto torti agli arabi;
- che gli arabi sono una razza inferiore;
- che gli USA non sono abituati al terrorismo interno;
- che gli USA sono una democrazia;
- che il Presidente ha grande potere;
- che l’FBI è una normale polizia civile;
- che la CIA non opera nel territorio nazionale;
- che gli agenti della CIA sono persone brave e anche religiose;
- che il sen. Jesse Helms è un benintenzionato;
- che negli USA c’è una perfetta integrazione e armonia razziale;
- che le nefandezze americane nel mondo sono dovute a iniziative di singoli;
- che Dan Mitrione era giusto uno di questi singoli;
- che questi singoli non sono normalmente dei WASP;
- che il colpo di Stato in Cile aveva validi motivi;
- che le forze di terra americane sono forti;
- che gli interventi armati americani all’estero sono pochi;
- che gli stessi sono motivati da esigenze di “ polizia internazionale ”.


Già notevole ma non basta. Come tutti i film di propaganda, oltre ai singoli e isolabili elementi di falsità appena visti, Attacco al potere contiene infatti anche dei messaggi subliminali di sintesi, ottenuti convogliando tramite tanti particolari e dialoghi opportunamente strutturati e connessi delle impressioni  generali  agli spettatori. Nel caso i messaggi sono i seguenti:
a) che l’America è oltremodo preoccupata e impreparata di fronte agli attacchi terroristici ( che trova del tutto immotivati ) e può reagire dissennatamente ricorrendo alle Forze Armate e a elementi come De Veraux, che poi fanno sfracelli e colpiscono anche gli innocenti, in patria e può capitare anche all’estero.
b) che gli arabi americani si devono guardare dal coprire i terroristi arabi perché il governo potrebbe perdere la testa a tal punto da considerare nei loro confronti gli stessi provvedimenti presi a suo tempo con i giapponesi americani (internamento coatto). Non sarebbero quindi dei provvedimenti tipici di uno stato totalitario, ma dettati solo da isteria e inesperienza.
Sono delle minacce al mondo, e agli arabi americani, convogliate tramite Hollywood.


DOPO L’11 SETTEMBRE 2001


Tranne qualche aggiustamento per la sincronizzazione, l’analisi precedente risale al 1998, quando la scrissi per l’uscita del film in Italia. Ora siamo alla fine del 2001 e non possiamo non notare come quelle minacce dei messaggi di sintesi si siano realizzate nella vera pratica. C’è stato l’attacco alle Twin Towers e gli USA hanno reagito ricorrendo veramente alle Forze Armate e facendo veramente sfracelli all’estero: hanno addirittura portato la guerra ad un Paese, l’Afghanistan, e sembra ne preparino altre contro la Somalia, il Sudan, l’Iraq, chissà quanti altri. Gli arabi americani non sono stati dimenticati: in base all’USA Patriot Act introdotto dal governo americano il 13 novembre 2001 già 5.000 di loro sono stati convocati, questionati e debitamente intimoriti dalla polizia, mentre 1.200 sono stati arrestati arbitrariamente; tutta la comunità sa di essere una sorvegliata speciale, un altro passo e c’è il campo di concentramento, magari in Alaska dato che l’America non ha una Siberia. La precisione con cui il film ha anticipato una tale reazione in una tale evenienza – una reazione non scontata, non ovvia - lascia dei sospetti: captava forse
questo film gli echi di strategie politiche che filtravano dalle stanze del potere, di scenari che si stavano preparando, compresi magari gli attentati? Non lo sappiamo; è un’altro dei tanti dubbi lasciati dall’attentato dell’11 settembre.

John Kleeves  


 

Freiheit zu geben durch Freiheit[1][1]

F.Schiller  

LIBERTA’ PER LA LIBERTA’  

Clarissa mette in rete una serie piuttosto corposa di materiali riguardanti, direttamente e indirettamente, la strategia mondiale degli Stati Uniti d’America.

La ricchezza delle fonti di studio proposte ci obbliga ad una serie di chiarimenti preliminari, perché non vogliamo essere scambiati per quello che non siamo, né – soprattutto – intendiamo indurre nei lettori altro atteggiamento che non sia quello della ricerca libera da pregiudizi.

Quello che vogliamo dire subito è che sarebbe inutile catalogare Clarissa in una delle tante parrocchie dell’antiamericanismo. Non siamo antiamericani più di quanto non siamo anti-qualche altra cosa. Le definizioni per contrapposizione non ci piacciono. Siamo invece fermamente convinti che l’America, la migliore America, abbia dato, stia dando e possa dare in futuro il suo contributo all’evoluzione del mondo, come tanti altri popoli. Non è un caso che molti dei materiali che presentiamo siano proprio americani.

Distinguiamo nettamente il popolo americano, la civiltà degli Stati Uniti, la sua cultura,  dall’uso strumentale che ne viene fatto, e da molto tempo, da una parte della sua classe dirigente, purtroppo dominante anche se non in modo continuativo e pacifico.

Questa parte – è la nostra ipotesi storica – si considera l’erede dell’Impero Britannico, che a sua volta si considerava l’erede dell’Impero Romano. Non solo: questa minoranza ha un retroterra di tipo razzistico, parte cioè dal presupposto di una superiorità della “razza” angloamericana rispetto al resto dei popoli del mondo. Tale superiorità sarebbe dimostrata  dalla potenza economica, militare e culturale. Sulla base di  premesse del genere, e con l’apporto di un mondo affaristico ben poco afflitto da questioni ideologiche e assai interessato al denaro, una vera e propria corrente imperiale ha diretto la politica americana dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti. Da Monroe a Theodore Roosevelt al profeta Wilson, a F.D.Roosevelt, fino all’attuale dirigenza, la sfera di interessi americana si è dilatata fino a coprire il mondo intero. Il tutto quasi sempre contro la volontà del popolo americano, tendenzialmente isolazionista e fedele (right or wrong, my country) al messaggio di libertà e felicità dei Padri Fondatori. La Nuova Gerusalemme, per presupposti razziali, per politica di potenza con pingui ritorni economici, per supponenza da evangelizzazione democratica, si è assunta il ruolo di imporre al mondo la libertà.

Ora, non c’è cosa più assurda che imporre la libertà. Non c’è cosa più contraria alla libertà del dogma che la libertà degli altri debba avere gli stessi contenuti della propria. Non c’è cosa più vile che far passare per libertà una politica schiettamente imperiale. E non c’è cosa più infame che trascinare un popolo che ha il sentimento della propria libertà, e quindi istintivamente di quella altrui, come il popolo americano, in guerre che quel popolo non vuole. E trascinarcelo come? Con un rosario di attacchi subiti volentieri, quando non preparati direttamente. Dal Maine, al Lusitania, a Pearl Harbor fino ai giorni nostri, c’è sufficiente evidenza storica per pensare che mai il popolo americano, dopo la guerra civile, sia stato coinvolto in qualche guerra che davvero lo riguardava. Perfino per la minaccia comunista o per quella nazionalsocialista esistono prove storiche sulla praticabilità di altre soluzioni, compresa quella di bloccarle per tempo con un circoscritto intervento militare nel 1919/20(la prima), o con la fermezza diplomatica (la seconda).

E’ stato necessario di conseguenza alimentare artatamente una serie di crociate, con tanto di feroci Saladini e Terre Sante da liberare, per scatenare la capacità bellica delle masse americane. Basta vedere che razza di metodi di indottrinamento e addestramento[2][2] sono stati usati nelle due guerre mondiali per mandare al fronte, altro che salvare!, il soldato Ryan.

Che poi questo abbia portato alla sconfitta di alcuni regimi totalitari, può essere un fatto positivo. Purtroppo però una ricerca storica accurata conduce a trovare atteggiamenti angloamericani alquanto ambigui verso il comunismo, il fascismo e il nazionalsocialismo. E’ perciò qualcosa più di una stravaganza  l’ipotesi storica che le ragioni dell’intervento americano in Europa non siano  state in definitiva così limpide. Quanto alle politiche seguite verso il Giappone, il mondo arabo e la Cina, qui il gioco è scoperto, e risulta molto difficile usare dei paramenti ideali, plausibili – forse troppo - verso i regimi del continente europeo.

Condurre il popolo in guerra coartandone il consenso: questa sarebbe la democrazia? E’ questo il modello di democrazia che dovrebbe valere a livello mondiale, a tacer poi della struttura sociale statunitense? Ci rifiutiamo di crederlo. Era questo che sognavano Washington, Jefferson, Adams? Assolutamente no.

Se poi si insiste nella tesi che, anche in regime di democrazia rappresentativa[3][3], sono le élites che vedono più lontano, allora bisogna dire le cose come stanno, e smascherare (con nomi, fatti, progetti) quello che non è più il giorno dell’inganno, ma il secolo dell’inganno. E su questo punto l’evidenza storica è schiacciante.

Ricordiamoci che la terra pullula dei cadaveri delle vittime dei più disparati destini manifesti. Seguitando con questo tipo di idee, altri se ne aggiungeranno. Gli statisti americani sanno benissimo che la partita con il destino manifesto della Russia non è chiusa, e che quella con il destino manifesto della Cina si sta aprendo[4][4]. D’altra parte, se il cosiddetto Occidente insiste con la teoria della propria superiorità, e ne fa la base per una politica di rapina, che cosa ci si può attendere di diverso?

Che cosa sta aspettando, il cosiddetto Occidente, per ricordarsi della prospettiva di autocoscienza e indipendenza nazionale, democrazia, cooperazione che fu propria di Mazzini e Garibaldi, ma anche – fra i tanti – di Walt Whitman?

Che gli si dica, come gli si deve dire, che non uno dei tre fondamentali principi spirituali dell’età contemporanea – Libertà, Uguaglianza, Fraternità – ha finora trovato attuazione, e massimamente nella politica internazionale? Che aveva, ed ha ragione Whitman, quando dice: “hai creduto anche tu, o amico, che democrazia significasse solo elezioni, politica, il nome di un partito? Io dico che la democrazia è utile solo laddove, procedendo il suo corso, essa giunga ad avere la sua fioritura e i suoi frutti nel comportamento, nelle più alte forme di scambio tra gli uomini e le loro credenze – religione, letteratura, università, scuole – democrazia nella vita pubblica e privata, e nell’esercito e nella marina”?[5][5] E non parliamo, per pietà, del cosiddetto libero mercato.

La libertà non si impone. Imperi democratici non sono mai esistiti, a meno di non considerare tali le strutture fortemente élitarie di Atene, Roma, Londra.

Come molti, in questo periodo, abbiamo letto L’età dell’oro di Gore Vidal. Ne siamo usciti con un profondo senso di compassione per il normale cittadino americano, un essere umano come noi e come voi. L’immagine che Vidal dipinge della classe dirigente americana induce una immensa pena, perché è tutta di prima mano, nasce da esperienza diretta.

“Hopkins salutò allegramente Caroline.”Ricorda quello che ha detto Harry Truman:”Il paese intero è altrettanto colpevole quanto qualsiasi individuo, per quel che è accaduto a Pearl Harbor””.

“Glielo hai scritto tu?”

“Non farmi domande e non ti dirò bugie”.

Mrs. Hopkins guardò di traverso Caroline, che sorrise – compassionevole, almeno lei sperava – e se ne andò. Solamente quando nel corridoio si trovò dietro a un corpo anestetizzato su un carrello, cominciò a chiedersi come diavolo il popolo americano, nella sua ignoranza attentamente coltivata, potesse essere responsabile di un attacco provocato da una classe al governo il cui primo principio era quello di non informarlo mai di nulla che non riguardasse il suo benessere”[6][6].

Ed è ancora così: ma dobbiamo sperare che non sia più così, ed operare in tal senso, per il popolo americano e per tutti gli altri.

Dobbiamo agire perché possa esserci una risposta positiva al terribile interrogativo di Whitman:

“Vediamo i figli e le figlie del Nuovo Mondo, ignari del suo genio, incapaci di scoprire ciò che autoctono, universale e vicino, importare ancora ciò che è distante, parziale e morto. Vediamo qui Londra, Parigi, l’Italia – non originali e superbe come nel mondo cui appartengono – ma di seconda mano, in un mondo cui non appartengono. Vediamo frammenti di Israele, Roma, Grecia; ma dove, sul suo stesso suolo, è possibile vedere una qualche fedele, nobile, orgogliosa espressione dell’America stessa? A volte mi chiedo se c’è posto per lei nella sua stessa casa”[7][7].

Come italiani, cittadini di un paese che soffre di un’identità  dimenticata, noi siamo profondamente vicini “ai figli e alle figlie del Nuovo Mondo”. E per essi vogliamo ricordare quanto ha detto Mazzini:”la Patria non è il territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso d’amore che stringe in uno tutti i figli di quel territorio”.[8][8]

E’ trovare questo pensiero d’amore, che noi auguriamo al popolo americano. E in questo senso, e non con i sorrisi di madreperla e gli occhi vitrei degli attuali padroni degli USA, permetteteci di concludere dicendo con tutto il cuore: Dio benedica l’America, e la illumini.

NOVE IPOTESI DI RICERCA SULLA POLITICA IMPERIALE DEGLI USA

 

1.        E’ priva di fondamento storico e ideale la pretesa degli Stati Uniti d’America di ergersi a modello e a difesa della libertà politica, economica e culturale degli altri popoli del mondo, perché essi stessi retti ormai da molto tempo da una oligarchia ben poco rappresentativa della volontà popolare e capace di usare ogni mezzo per condizionare la coscienza delle masse

2.        E’ dimostrabile nei dettagli che la frazione dominante della classe dirigente degli Stati Uniti d’America ha perseguito, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, un lucido disegno imperiale, basato sulla  supposta superiorità razziale, culturale, economica e politica dei popoli anglosassoni

3.        Nell’attuazione del proprio disegno strategico, questa  minoranza ha scalzato progressivamente l’imperialismo britannico, che aveva identici obiettivi, ad esso sostituendosi e proseguendone l’azione con altri e più raffinati mezzi

4.        Seguendo questa linea, la frazione dominante statunitense ha coinvolto, usando tecniche di provocazione anche sanguinose, il popolo americano  in due guerre mondiali e in un’infinità di conflitti e confronti militari politici ed economici,  facendo strumentalmente leva sugli ideali democratici

5.        L’élite in questione ha sì permesso ai popoli europei di liberarsi dai regimi totalitari e di avere libere istituzioni, ma ciò con lo scopo, se non prevalente almeno parallelo, di ridurne in modo sostanziale l’indipendenza nazionale in molte delle sue articolazioni politiche, economiche e culturali

6.        Nel quadro del suo disegno imperiale la minoranza dirigente degli Stati Uniti d’America si è associata con chiese, sette, gruppi etnico-religiosi, circoli economici e finanziari per controllare tutte le risorse umane, politiche, culturali e materiali del pianeta

7.        Il gruppo in questione intende usare e sta usando a tal fine tutti i processi di globalizzazione e comunicazione in campo culturale, economico e politico

8.        Non esiste fondamento diverso da una strategia imperiale alla pretesa degli Stati Uniti d’America di far ricorso all’intervento armato preventivo, e a qualsiasi altra forma di intervento contro altri popoli

9.        Manca ogni giustificazione storica alla pretesa degli Stati Uniti d’America di intervenire al di fuori del proprio territorio sotto l’egida della guerra al terrorismo, in considerazione del fatto che il terrorismo, ed in specie quello islamico, è una creazione diretta e indiretta della politica di potenza perseguita sistematicamente dagli USA in Medio Oriente da almeno settanta anni a questa parte.


[1][1] Dare la libertà attraverso la libertà

[2][2] J.Bourke, An Intimate History of Killing: face-to-face Killing in Twentieth_century warfare, trad. italiana Le Seduzioni della Guerra, Argalia, Urbino, 2000

[3][3] rappresentativa di chi, poi? L’attuale presidente americano è stato eletto, com’è noto, da una risicata maggioranza all’interno del 50,8% degli aventi diritto al voto. Perciò, se gli va bene, rappresenta qualche spicciolo in più del 25% dell’elettorato americano.

[4][4] Cfr. sul punto Quiao Liang, Wang Xiangsui, Unrestricted Warfare, Edizioni dell’Esercito Cinese, traduzione italiana Guerra senza limiti. L’arte della Guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice Goriziana, Gorizia, 2001. Gli autori sono due ufficiali di Stato Maggiore dell’Aeronautica cinese, nonché docenti all’Accademia militare di Whampoa. L’aspetto tecnico militare è estremamente interessante, ma passa in secondo ordine rispetto alla prospettiva nazionalista e sprezzante con cui gli autori guardano all’Occidente, dicendo purtroppo cose verissime. D’altra parte la dottrina della guerra senza limiti deve circolare da un pezzo negli Stati Uniti. E’ stato molto citato, a proposito dell’11 settembre, Debito d’onore dell’ex-analista dei servizi USA Tom Clancy, soffermandosi sulla scena finale dell’attacco aereo suicida alla Casa Bianca, senza far notare che il ponderoso technotriller (600 pagine nell’edizione italiana) è un sommario sulla guerra economica, psicologica, e perfino sulle tecniche di omicidio – con armi individuali e con missili tirati dagli elicotteri nelle case – impiegate ai giorni nostri dagli israeliani. Clancy e il suo giro giocano sul codice romanzesco per a)fare soldi; b)rendere incredibili, romanzeschi appunto, scenari operativi di normale amministrazione. E’ la replica americana della tecnica dell’ex-spia inglese Ian Fleming , il creatore di 007, che invece ha fatto sognare il mondo con un personaggio che fa esattamente quello che gli uomini dei servizi segreti non fanno

[5][5] Walt Whitman, Democratic Vistas, Washington 1871, trad. italiana Prospettive democatiche, Il Melangolo, Genova 1995, pag.89

[6][6] Gore Vidal, The Golden Age, 2000, trad. italiana L’età dell’oro, Fazi, Roma, 2001, pag. 297. Lo Harry Hopkins del brano è il noto consigliere di Roosevelt.

[7][7] Whitman, op. cit., pag.140

[8][8] Giuseppe Mazzini, Dei doveri dell’uomo, Mursia, Milano 1984, pag.65. Il testo fu scritto nel 1860.


 

L'opinione.  

La propaganda nella tv italiana per le nonnette

12/03/2003 14.22.41 , di Mr Hyde

 

Magari capita di rado, ma se di pomeriggio non si ha nulla da fare non è del tutto inutile assistere ad uno di quei programmi d’intrattenimento confezionati per lo più per pensionati, disoccupati e gente a casa con l’influenza.
Le chiamano trasmissioni “leggère”, senza troppe pretese, ma che camuffate da salottino disimpegnato in realtà sono veri e propri lavaggi del cervello. Il pubblico di questo genere di programmi è di un tipo particolarmente vulnerabile, essendo costituito da persone ingenue, che in cuor loro sperano tanto sinceramente quanto vagamente che la guerra non ci sia: sono le famose “persone per bene”.

Parecchie “persone per bene” sono anche particolarmente sensibili ad un tipo di religiosità semplice: è la “religiosità popolare”, fatta di miracoli, madonnine, santi e santini. E quelli de “L’Italia sul Due” - che va in onda dopo pranzo sul secondo canale Rai - con questa roba ci vanno a nozze. Martedì 11 marzo sono bastati un collegamento da San Giovanni Rotondo, l’Elisabetta Gardini che tesse come sempre l’agiografia di Madre Teresa, la Sidney Rome, l’immancabile americana di ogni salottino prebellico che si rispetti (Vespa docet, con la Clarissa Burt accanto al burqa), il frate delle massaie di cui non ricordo il nome e l’espertino di studi strategici Margelletti, che con il buon Nativi condivide sia la ragion d’essere - quella di renderci familiari le strategie d’aggressione del Pentagono e gli ordigni che gli angloamericani scaricheranno sugli iracheni - che un’espressione pacioccona, quindi rassicurante, chiaramente in linea con i delicati compiti che deve assolvere.

Questo tipo di programmi di norma procede così. Il discorso generale deve infondere speranza e fila perciò sul binario degli esempi di vita cristiana e delle opere di bene, ma con cadenza regolare s’infilano i momenti clou per cui è stato fatto il programma. E’ a quel punto che l’espertino di strategia, dopo aver precisato che anche lui, come gli altri ospiti, prega con gran fervore, spara la prima bomba (poco “intelligente”): «Giorni fa ero in preghiera con un amico iracheno, che da sei anni non sa più nulla della moglie e dei figli, fatti sparire dalla polizia politica irachena… lui è islamico, ma ognuno ha pregato come suo costume». Simpatica davvero, tipo quella dei soldati iracheni arresisi al confine con il Kuwait ma rimandati indietro dagli inglesi perché la guerra non è ancora cominciata (fosse vero, come minimo avremmo le foto dell’esilarante avvenimento!).

Dopo un’altra dose di filmati melensi pieni di espressioni contrite ed imploranti, di folle bisognose di un “segno”, dopo una bella botta di “speranza” insomma, la parola torna a Margelletti, un vero torrente in piena: «La guerra, i militari sono gli ultimi a volerla, perché poi sono loro che vanno a prendersi le schioppettate!». E il frate gli tiene mano: «Ma Saddam è furbo, manda gli altri ma lui sta a casa…». Sarà anche così, ma se il buon pastore alle anime preferisce il gregge dell’opinione pubblica, sarà bene che s’informi sulla limpida carriera da imboscato di George W. Bush!

Ma la trasmissione dev’essere “leggèra” (e si è capito che non lo è per niente), e Margelletti ne ha in serbo una davvero fenomenale: «I nostri bambini vengono tirati su con i cartoni di Walt Disney (notoriamente sul libro paga della Cia, forse per questo gli sta simpatico), ma Saddam ha cresciuto il figlio Uday con ben altri spettacoli: lo scioglimento nell’acido, dal vivo, degli oppositori politici». «Ecco - conclude l’ecumenico uomo di preghiera prestato alla geopolitica - dobbiamo sperare che l’Iraq abbia un sistema democratico (notare che nessuna Risoluzione Onu ne richiede l’attuazione: starebbero freschi gli Usa, un’oligarchia del denaro!), dove gli iracheni possano scegliere, in libere elezioni, chi li governa». E poi giù ancora con scene di processioni, di negretti nutriti dai missionari e di gesti ieratici della salvifica gerarchia vaticana. Tutto il tempo avanti così, con quest’altalena tra “sacro” e “profano”, tra religione e propaganda filoamericana.

“L’Italia sul Due” ha tutta l’aria di non essere lì per quello che sembra. Non è una trasmissione d’intrattenimento. Una volta Rosy Bindi - inedita pasionaria! - si è messa lanciare anatemi contro gli angloamericani, e la conduttrice, in preda ad una crisi di panico, le ha tolto la parola con la classica scusa che si doveva chiudere il collegamento; un’altra volta Capanna, saturo di questa stronzata del “disarmo iracheno”, si è messo a reclamare ispezioni negli Usa e in Israele, ma di nuovo è stato interrotto. Tutte cose più che sensate, mi pare, ma per la conduttrice no. Pericolose, anzi. Mi dicono addirittura che una donna di spettacolo americana residente da molti anni in Italia ha smontato nella stessa trasmissione la leggenda per cui Bush sarebbe il “presidente di tutti gli americani”: «Macché - ha replicato su per giù - ma se l’ha votato appena il 25% degli aventi diritto!». In pratica la signora Kate Rush stava svelando l’arcano… che gli Stati Uniti non sono una “democrazia”, ma che loro si mimetizzano dietro quella sacra parola alla quale qui in Europa attribuiamo ben altri significati. Ma niente da fare, zacchete, anche quella volta è scattata la censura della conduttrice.

Ecco, un po’ di chiarezza su queste cose andrebbe fatta. Chi comanda nelle televisioni italiane? Quelle private, si sa, sono il luogo d’elezione dell’ingerenza esterna, ma quella di Stato vogliamo o no che sia uno strumento al servizio del popolo italiano e non di potentati esterni e dei loro lacchè? I conduttori, in base a quali criteri vengono scelti? E’ solo l’inviato negli Usa che deve dare prova di fedeltà incondizionata alla banda di gangster di Washington oppure si controlla anche il pedigree dei conduttori di programmi per nonnette? Perché gli ospiti accreditati, per gli stessi argomenti sono sempre i soliti? E perché se un tal giorno hanno voglia di sfogarsi d’improvviso da “autorevoli” che erano diventano “impazziti”?

E’ chiaro che in Italia, un Paese di servi scimuniti, mai nessuno andrà fino in fondo a questo discorso, compresa la benemerita Usigrai, un bell’elefante illuso di nascondere la verità dell’asservimento della Rai al padrone d’oltreoceano dietro il dito “Biagi e Santoro”; che ne pensa Giulietti di quest’indegno sfruttamento della buonafede delle “persone per bene” e della credulità popolare mirato a supportare la propaganda di uno Stato estero per un’aggressione che, né più né meno, è la stessa cosa che Saddam Hussein inflisse al Kuwait con le conseguenze che ne derivarono?

La naturale “speranza” che alberga nel cuore dell’ingenuo credente, programmi apparentemente neutri la convogliano sulle truppe americane, alle quali spetterà il compito di realizzarla. Ecco che cos’è la tv d’intrattenimento pomeridiano in Italia: una propaganda peggiore di quella dei telegiornali, o quantomeno più subdola, ché almeno in quel caso lo spettatore più bovino (con tutto il rispetto per i bovini!) parte un minimo prevenuto. Qui, invece, le nonne e le zie d’Italia vengono quotidianamente infarcite fino agli occhi di propaganda, sfruttando la loro ingenuità e buonafede. Con filmati che mescolano Padre Pio, schiere di lebbrosi e morti di fame a scene preconfezionate - e ritrasmesse mille volte - di giubilo di truppe americane, di marce di truppe americane, di sbarchi di truppe americane. Come per dire: “L’America è l’armata del Bene e la benedice anche Padre Pio!”.


“National Security Strategy” o nuovo totalitarismo?

Riflessioni e letture tra pace e guerra                                           

   (27 febbraio 2003)     

Andrea Ventura

        

Nell’ottobre del 1905 lo zar annunciò la concessione di una Costituzione e di una serie di libertà civili tra cui l’abolizione della censura. Trockij, con un gesto plateale, stracciò davanti alla folla il manifesto dello zar, ma non fu quella la strada che seguì la rivoluzione; piuttosto quel documento venne applicato letteralmente: i tipografi immediatamente si rifiutarono di stampare qualsiasi giornale che accettasse ancora di sottoporsi alla censura, e quando essa tornò a colpire un giornale il giorno dopo 100 giornali in tutta la Russia riportarono ciò che doveva essere censurato. Era ormai impossibile qualsiasi azione di controllo della stampa fino a quando, a Mosca, un’insurrezione avviata nella più totale impreparazione per arrestare il declino della rivoluzione fornì il pretesto per tre giorni di sistematico bombardamento d’artiglieria pesante sulla popolazione civile. L’autorità zarista era ristabilita.

Oggi la libertà di stampa sembra un fatto acquisito, almeno in Occidente, anche se l’Occidente non disdegna di ricorrere ad azioni criminali contro i mezzi di informazione fuori dei suoi confini. Ricordiamo il bombardamento della sede della televisione di Stato Jugoslava nel quadro dell’intervento “umanitario” della NATO in Kossovo sostenuto anche dal governo D’Alema, in spregio all’ONU allo statuto della NATO e alla nostra Costituzione, e quello della sede di Kabul della TV araba Al Jazeera ad opera degli americani poco prima dell’entrata delle loro truppe nella città. Ma purtroppo, nonostante la libertà che i sistemi democratici si concedono al loro interno, dobbiamo convenire con Asor Rosa (La guerra, Einaudi 2002, p. 5) quando nota che oggi “al massimo dell’informazione corrisponde il minimo della verità”, e certo non è sulle bombe che conta la censura: senza alcun evidente comando dall’alto i mezzi di comunicazione di massa a grande diffusione spostano i loro occhi ora su un’area ora su un’altra del mondo; massacri e ingiustizie appaiono e spariscono dai teleschermi e dalla stampa senza alcun nesso con la loro gravità o col fatto che siano effettivamente cessati. Così rimangono ignote al grande pubblico le inquietanti domande sull’11 settembre.

         A distanza da un anno e mezzo da quell’evento che ha segnato il mondo, la piatta e acritica ripetizione all’infinito delle verità ufficiali vuole definitivamente seppellire quegli interrogativi che nelle settimane e nei mesi successivi trapelavano dalla lettura dei giornali. Riprendiamoli brevemente:

E’ mai possibile che un gruppo di una ventina di persone armate di semplici coltellini abbia potuto colpire in quel modo il cuore della massima potenza militare mondiale?

Come è potuto accadere che dopo un’ora dal primo impatto sulle torri, dopo mezz’ora dal secondo, un altro aereo dirottato abbia vagato a lungo sui cieli dell’area più protetta del mondo senza che alcun aereo militare sia riuscito ad intercettarlo? “E ora viene il bello: un pilota del quale vogliono farci credere che fosse stato addestrato in Florida presso una scuola di piloti di Piper Club e di Chessna conduce, nel giro di due minuti e mezzo, una perfetta spirale discendente di 7000 piedi, portando l’aereo in posizione appiattita tanto bassa da tagliare i fili elettrici che attraversano la strada davanti al Pentagono, per poi infilarsi con la precisione di uno spillo sulla fiancata dell’edificio” (G. Vidal, La Repubblica, 26 settembre 2002).

Perché, quando ormai appunto era chiaro che gli aerei dirottati erano fatti precipitare, il sistema di difesa antimissile del Pentagono non ha abbattuto l’aereo?

“Su questi eventi è stata evidentemente imbastita una storia” (G. Vidal, ibidem). Chiesa, Galli, Vidal, Ahmed e altri argomentano sostanzialmente nello stesso modo: è impossibile che i servizi segreti non sapessero nulla di quello che si stava preparando, ed è probabile che i sistemi di sicurezza e le procedure automatiche di difesa siano state deliberatamente disattivate. Dato il quadro, non può neanche essere scartata la tesi estrema di T. Meyssan (Il Pentagate, Fandango Libri 2003) secondo la quale i danni subiti dal Pentagono sarebbero incompatibili con l’impatto di un aereo, del quale peraltro manca qualsiasi traccia, e indicherebbero invece che l’edificio è stato colpito da un missile. Ad un attacco esterno si potrebbe essere sovrapposto un episodio di guerra interna.

Ma gli interrogativi non finiscono qui. Nei giorni precedenti l’11 settembre sui mercati finanziari americani sono stati osservati anomali movimenti speculativi in previsione di un ribasso delle azioni delle compagnie aeree che, colpite dai dirottamenti, sono poi effettivamente crollate, come anche di una compagnia che occupava 22 piani del World Trade Center. Molti quindi, lontano dalle caverne dell’Afganistan, anzi nel cuore degli Stati Uniti, sapevano e hanno fatto affari.

Salvo i grandi mezzi d'informazione, molti poi ricordano che nelle settimane successive l’America è stata gettata nel panico dalla diffusione di lettere all’antrace; queste, oltre a causare alcuni morti, hanno costretto Camera e Senato a sospendere le sedute. Sul momento da ambienti dell’amministrazione Bush venne la proposta di reagire bombardando Baghdad, ma l’antrace risultò poi di provenienza … americana!

Chi speculò in Borsa lucrando milioni di dollari sulla morte dei suoi concittadini? Chi ha voluto gettare l’America nel terrore? Cosa è veramente successo in quei giorni? Domande scomode, meglio dimenticarle, volgere gli occhi fuori dell’America e ripetere all’infinito che Saddam mente e che è un pericolo per la comunità internazionale.

 

 Non è vero che senza freni razionali o senza una morale esterna di tipo kantiano la tendenza naturale dell’uomo sia verso il suo “destino fatale di guerra” (Asor Rosa, op. cit., p. 143); all’opposto, soprattutto con la formazione delle società moderne dove il consenso delle masse è essenziale, la spinta alla guerra ha dovuto molto spesso essere artificialmente provocata dai gruppi dirigenti. Lo osserviamo fin dalla Francia del 1792 quando il popolo appena affacciatosi alla politica, ma ancora indolente e privo di volontà guerriera, venne deliberatamente e coscientemente, possiamo dire in modo pianificato, spinto alla guerra contro un nemico esterno quasi del tutto inventato. Ci vollero alcuni anni, e poi Napoleone, prima che la Francia riuscisse a costruire un esercito veramente combattivo. Oppure nelle trincee della prima guerra mondiale, dove erano necessari massacri e decimazioni per spingere i soldati al combattimento. E anche nelle rivoluzioni la tendenza alla violenza non è “fatale”. La rivoluzione francese nella campagne, come racconta Lefebvre, fu sostanzialmente incruenta, semplicemente i contadini rifiutavano in massa gli obblighi feudali e bruciavano gli archivi dei castelli, badando bene che nessuno restasse accidentalmente coinvolto; anche in Russia, come riporta Franco Venturi, negli anni antecedenti all’abolizione della servitù della gleba interi villaggi sparivano, i contadini si trasferivano altrove per non servire più e talvolta passavano anche a salutare il vecchio padrone per il quale avevano lavorato tanti anni; pacifica fu anche la prima fase della rivoluzione russa del ’17 che molti non avrebbero mai voluto macchiata di sangue. E’ noto l’episodio dell’esercito bolscevico e di Krasnov, generale del governo Kerensky, quando subito dopo l’ottobre si fronteggiarono a lungo nei pressi di Pietroburgo senza che i rispettivi comandanti riuscissero a convincere i soldati ad uccidersi, finché il secondo si disgregò. E’ chiaramente superfluo ricordare anche il terrore rivoluzionario, i massacri del ’48 e dei comunardi nel ’71, le decine di milioni di morti delle due grandi guerre, i campi di sterminio, ma non può essere accettata una visione secondo la quale la tendenza naturale dei popoli sarebbe verso la guerra, pena la mancanza di comprensione di quello che avviene sotto i nostri occhi. Questa storia ci è stata raccontata fin troppo, mentre quella di coloro che si sono ribellati senza ricorrere alla violenza e alla distruzione troppo spesso è stata dimenticata.

Brzezinski: “Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, diretta, percepita a livello di massa” (riportato da G. Vidal, Le menzogne dell’impero, Fazi editore 2002, p. 17).

Rumsfeld: “Come è già stato per il passato, il solo avvenimento capace di galvanizzare la nazione e di costringere il governo ad agire [potrebbe] essere un attacco distruttore contro il paese e la sua popolazione, una sorta di Pearl Harbour spaziale” (riportato da G. Galli, L’impero americano e la crisi della democrazia, Kaos edizioni 2002).

Bush, la sera stessa dell’11 settembre 2001: “Questa è una grande opportunità” (riportato dall’editoriale di Limes 1/2003, p. 12).

Le alternative che gli Stati Uniti si sono trovati di fronte dopo il crollo dello “impero del Male” erano sostanzialmente due: ripiegare su se stessi dopo aver sconfitto un sistema politico e ideologico avverso ai principi liberali, oppure occupare tutti i tasselli dello scacchiere mondiale lasciati liberi o indeboliti dal crollo della potenza avversaria. La tendenza all’isolazionismo di parte dell’opinione pubblica e dell’establishment americano è ben espressa dalle preoccupazioni che ritroviamo in un volume scritto prima dell’11 settembre (C. Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti 2001) dove viene aspramente criticata la politica americana di contenimento del comunismo, priva di rispetto per i diritti umani, ma soprattutto viene giudicata del tutto assurda la scelta di mantenere la stessa politica anche al termine della guerra fredda. Per Johnson il proseguimento di quella politica di potenza, privo ora di ogni giustificazione, provoca nei confronti degli Stati Uniti risentimenti, contraccolpi, “ritorni di fiamma” direttamente conseguenti alle operazioni americane nel mondo, mettendo a repentaglio tutto il sistema di vita e di dominio americano. Di qui il significativo titolo del volume.

L’amministrazione Clinton, col suo tentativo di disimpegnarsi dal Medio Oriente e da altre aree calde del mondo, e con la scelta di ridurre le spese militari e gli arsenali bellici rispettando e rafforzando una serie di trattati internazionali, era esposta a queste tendenze. Peraltro il problema dell’assenza in America di un sistema sanitario pubblico ed in genere di uno stato sociale analogo a quello dei paesi europei non può considerarsi disgiuntamente dall’immenso sforzo bellico che gli Stati Uniti hanno sostenuto nel corso della guerra fredda e negli anni ’80. I paesi europei, alleggeriti dal peso delle spese militari, protetti dall’ombrello nucleare statunitense, e con la necessità di sostenere il confronto diretto con le condizioni dei lavoratori nei paesi socialisti, hanno potuto più facilmente garantire anche agli strati inferiori della popolazione dei livelli di sicurezza sociale ignoti agli americani. Per l’America il crollo del comunismo poteva rappresentare l’occasione per una svolta anche in termini di politica interna.

Facile ricostruire i legami tra l’amministrazione Bush e il complesso d'interessi che ruotano attorno all’industria petrolifera e militare, complesso di interessi che ha anche visto assieme la famiglia Bush e quella Bin Laden. Vecchia storia quella di compattare la nazione contro il nemico esterno, di alimentare la paura per lo straniero, per ciò che non è controllabile, logica da cui discendono tutti i tentativi di dominio del mondo, di divisione del mondo tra Bene e Male, Bene e Male che poi sono tanto affini da risultare solo ieri stretti alleati: vale i combattenti islamici, ieri finanziati e addestrati dall’America nella guerra afgana contro l’URSS e oggi sotto le bombe, oppure reclusi come cani nella base americana di Guantànamo, forse torturati, comunque privati d'ogni diritto perché la base non è in territorio statunitense e quindi non vi si applicano le leggi americane, ma anche privati della protezione che la convenzione di Ginevra assicura ai prigionieri di guerra perché sono terroristi, ed è guerra solo ciò che all’America conviene considerare tale. Vale per il governo talebano con cui la Chevron di Condoleezza Rice faceva affari e la cui stabilità era quindi considerata dall’amministrazione americana una priorità fino a poco prima che fosse programmata la distruzione del paese, per Saddam i cui crimini contro la propria popolazione vennero ignorati fin quando faceva il gioco dell’Occidente, i cui otto anni di guerra contro l’Iran, costati un milione di morti, per le industrie belliche del mondo libero hanno rappresentato un ottimo mercato. I civili morti sotto le bombe in Afganistan e che moriranno in Iraq e nelle prossime guerre non sono mai stati né il Bene né il Male, né nemici né alleati. Forse non sono niente. Non contano: danni collaterali. Conta che oggi, dopo l’11 settembre, l’America sembra non avere più scelta. Con i propri morti ha invece la “grande opportunità” di proseguire la politica delle armi e della guerra. Ed ecco, nel settembre 2002, il documento che descrive oltre la guerra all’Iraq il mondo che Bush sta preparando. E se il futuro sarà quello che prospetta questo documento allora gli storici non avvicineranno l’11 settembre a Pearl Harbor, ma, forse, lo potranno piuttosto affiancare a quei fatti che nel 1934 hanno segnato il trionfo del nazismo e anticipato gli anni più tremendi dello stalinismo: la notte dei lunghi coltelli e l’assassinio di Kirov.

Un sistema totalitario persegue l’obiettivo del completo controllo della società, ma il conseguimento di questo obiettivo è l’ultimo atto di un processo che muove da una premessa: il nemico ci minaccia e si annida ovunque. Questo pensiero, potremo dire questo delirio, giustifica le azioni di controllo e quindi di aggressione preventiva del “nemico”, sia esso il popolo diverso che vive ai nostri confini, lo straniero che vive tra noi, coloro che oggettivamente sono “nemici di classe” perché la pensano diversamente o forse solo perché pensano. Allora ogni resistenza, ogni opposizione deve essere repressa preventivamente perché la sola possibilità di un suo coagularsi costituisce una minaccia.

In qualche modo questo pensiero è l’estrema conseguenza di un’idea essenziale borghese (che risale alle origini del cattolicesimo ed è uscito rafforzato dalla riforma protestante) secondo la quale l’uomo è naturalmente malvagio. Egli necessita quindi di un continuo controllo repressivo in quanto ovviamente, per qualsiasi ragione, l’autoinibizione razionale, morale o religiosa a distruggere può sempre cadere lasciando emergere la sua vera natura. La società umana per sopravvivere deve quindi essere sempre strutturata gerarchicamente, e lo sarà attorno al denaro dei ricchi o a un potere arbitrario se non può più esserlo attorno alla religione e al sangue dei re.

Possiamo affermare che il documento che sostiene la nuova dottrina dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre (The National Security Strategy of the United States of America, the White House, Washington D.C., 17 settembre 2002) esprime un pensiero compiutamente totalitario. Poche e stupide le sue idee chiave, che vanno conosciute anche perché forse la chiave per comprendere la clamorosa spaccatura tra gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, e quindi i termini della posta in gioco, può trovarsi nella prospettiva aperta da questo documento più che nella sorte di un regime indifendibile.

Vediamo: abbiamo vinto contro il totalitarismo e questa vittoria ci ha dato una supremazia militare che vogliamo mantenere a tutti i costi, ma che non ci garantisce perché un nuovi nemici ci minacciano. Questi nemici possono usare nuove armi e nuove tecnologie, e grazie ad esse anche un piccolo paese più minacciarci, quindi l’unico modo di garantire la nostra sicurezza è di agire prima che qualsiasi minaccia venga concretamente a definirsi. In altri termini, mentre l’equilibrio precedente era basato sulla deterrenza, e comunque nel passato si potevano vedere le azioni del nemico, gli spostamenti delle sue truppe, gli eserciti che si preparavano all’invasione, oggi per la nostra sicurezza bisogna agire anche se c’è incertezza sui tempi e sui luoghi dell’attacco nemico. In questa nuova situazione l’azione preventiva è l’unico modo di garantire la nostra sicurezza, cioè la migliore difesa è l’offesa. Migliaia e migliaia di terroristi popolano il mondo, dobbiamo inseguirli ovunque e rafforzare le nostre difese. Possiamo comunque trasformare questa nuova situazione in un’opportunità: far fronte all’emergenza e ai rischi del terrorismo consentirà di ridurre in genere tutti i rischi, attrezzare il sistema medico contro il bioterrorismo consentirà di ridurre i rischi di contrarre ogni tipo di infezione, controllare le frontiere

Per difenderci dal terrorismo consentirà di combattere tutti i traffici illegittimi etc. Un nuovo sistema di vita insomma! Inoltre, dato che il terrorismo prospera sulla povertà dei popoli e un mondo di poveri non è sicuro, dato che il libero mercato porta al benessere, e considerato che in un mondo globalizzato cade la distinzione tradizionale tra politica interna e politica estera, ne consegue che la liberalizzazione e l’apertura dei mercati di tutto il mondo diviene una questione centrale per il nostro interesse nazionale. Peraltro il “free trade” prima di essere un principio economico è un principio morale: la vera libertà in fondo consiste nel poter liberamente scambiare ciò che produciamo con chi ne ha bisogno. Certo, l’America cercherà di agire coi suoi amici e alleati, con la Comunità Europea, la Russia, l’India etc, e osserva con interesse le parziali aperture della Cina, ma è necessario chiarire che rivendichiamo il diritto di agire liberamente e da soli in ogni angolo del mondo: deve essere chiaro a tutti che la Corte Internazionale Criminale non si applica ai cittadini americani. Essi rispondono solo al loro paese. (Il documento è reperibile in rete)

Se sono falliti altri e più limitati controlli totalitari, difficile che abbia successo il controllo totalitario di tutto il globo terracqueo. Ma gli effetti della deriva totalitaria della massima potenza mondiale possono essere devastanti. Difficile opporsi, alcuni possono far poco, altri qualcosa, ma sicuramente la prima cosa da fare è capire; capire non tanto i legami tra politica economia e guerra, oppure i meccanismi utilizzati dagli Stati Uniti per esercitare un dominio che sembra ormai perfettamente in linea con la peggiore tradizione criminale dell’Occidente. Per questo basta spegnere la televisione a leggere qualche volume facilmente reperibile in qualsiasi libreria. Bisogna soprattutto capire il motore di questa deriva totalitaria, anche perché la sua violenza tende a generare attorno a sé, per reazione, comportamenti distruttivi che ne confermano i presupposti. Ogni resistenza deve quindi muovere anzitutto dal rifiuto radicale del nucleo che sostiene il pensiero totalitario, cioè appunto dal rifiuto dell’idea che il destino dell’uomo sia un “fatale destino di guerra” perché, se questo è il pensiero degli oppositori, allora presto vedremo, come “negazione della negazione” di hegeliana memoria, violenza illegalità e guerra dilagare, confermando la profonda convinzione che sostiene quel pensiero, fornendogli così forza e nutrimento. Né è accettabile quell’altro pensiero che, prendendo le mosse da Rousseau, alla naturale perversione dell’uomo ha voluto contrapporre l’idea che la cattiveria umana nasca dalla proprietà privata, dall’ineguaglianza materiale, pensiero che, combinandosi con la filosofia hegeliana, ha trovato espressione nel marxismo e nell’immagine di Marx della violenza come levatrice della storia, o in quella più cruda di Engels secondo cui la storia porta avanti il suo carro tra mucchi di cadaveri. La storia è certamente costellata di morte e distruzione. Dall’occupazione e lo sterminio dei paesi e dei popoli colonizzati, al commercio degli schiavi che ha arricchito le classi alte europee, dalle guerre mondiali alle guerre civili e di religione, al terrore rivoluzionario e controrivoluzionario, la storia è certamente segnata da mucchi di cadaveri. Ma questa storia non ci piace. Né è vero che le fondamentali conquiste civili e l’affermazione dei diritti dell’uomo siano sempre state conquistate col sangue. Forse talvolta, ma più spesso il sangue ha accompagnato il tentativo fascista e nazista di cancellarle. Ed infine il pensiero secondo il quale per far avanzare la storia occorre il sangue ne comprende un altro: chi non vuole uccidere non può fare la storia. E questo è sicuramente falso. E non è accettabile che dal fallimento del sogno di riscatto di chi ha imbracciato la composizione marxista di economia politica e filosofia hegeliana, si concluda che “ogni sogno di riscatto globale è tramontato. Continuare a pensarlo conduce talvolta, nonostante le buone intenzioni, a soluzioni criminali” (Asor Rosa, op. cit. p. 180, trascrizione non letterale).

Oltre 100 milioni di persone il 15 febbraio scorso sono scese in piazza in una straordinaria giornata di mobilitazione mondiale all’insegna del rifiuto della guerra. Non sembra che essi si siano curati molto dell’ammonimento di Hardt e Negri secondo il quale il rifiuto, cioè la dimensione fondamentale di ogni rivolta, pur eticamente accettabile sarebbe un “suicidio sociale” (M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli 2002 p. 193), ammonimento che ripropone così la scissione borghese tra politica, regno del reale che deve fare i conti con ciò che è, l’uomo cattivo appunto, ed etica che non porta a nulla. Né credo che quei manifestanti fossero molto convinti, come lo sono Hardt e Negri, di essere “delle scimmie e dei cyborg” (op. cit., p. 98) dato che non risulta che scimmie e cyborg abbiano mai protestato contro la guerra. Non sembra nemmeno che considerassero rivoluzionario il consumo di LSD (op. cit., p. 257) o che aspirassero, con Mengele, a “trasformazioni dei corpi… a dar vita a corpi post-umani” (op. cit., p. 205). Del tutto assente anche quella “matta bestialità naturale” di Asor Rosa (op. cit., p. 143), che invece i dimostranti hanno voluto lasciare appannaggio esclusivo dei potenti. Rousseau: “E' la canaglia, sono le donne del mercato a separare i combattenti e ad impedire ai galantuomini di sgozzarsi reciprocamente”. Impedire la guerra ai signori della guerra, smentire innanzitutto la loro logica, ostacolare i loro piani di mobilitazione della masse. Questo il senso profondo di quella giornata del tutto pacifica che ha scosso la coscienza di molti, intaccato la sicurezza dei potenti, così come lo hanno fatto le centinaia di migliaia, i milioni di persone che nel corso del 2002 in Italia sono scesi in piazza, senza rompere una sola vetrina, contro Berlusconi. I disastri di Genova sembrano per fortuna lontani. A Firenze gli attesi barbari che avrebbero distrutto la città hanno pacificamente preparato la manifestazione del 15 febbraio. Sembra esserci una consapevolezza diffusa che solo un rifiuto radicale, un NO netto senza violenza e distruzione, solo smentendo proprio quel pensiero sulla naturale distruttività umana, solo segnando coi comportamenti una distanza abissale dalla logica del potere e della guerra è possibile contrapporre un’altra voce a quella dei mezzi di comunicazione di massa ormai nelle mani di ristrettissimi gruppi legati al potere politico, e quindi smuovere gli orientamenti di un’opinione pubblica la quale, nei sistemi democratici, in ultima istanza ratifica le scelte di chi ci governa. Ma non risulta che, nonostante l’esistenza di una puntuale critica teorica a Freud e a tutto il pensiero che sostiene la naturale perversione dell’uomo - critica che si è sviluppata a partire dai lavori di Massimo Fagioli e che si è ampliata con le ricerche della “Scuola Romana di Psichiatria” - la centralità del confronto culturale sia un tema presente nel movimento. In assenza di ciò questa consapevolezza rischia di smarrirsi, perché si può insinuare il solito pensiero, erede del fallimento del marxismo e più a fondo dell’illuminismo, secondo il quale, con Scalfari, “la democrazia nel mondo non è possibile, come non lo è cambiare la natura umana” (G. Galli, op. cit., p. 161).

Gli intellettuali spiegano che il pacifismo è ingenuo, che la politica purtroppo è altro e la democrazia non è possibile. Più velenosi degli altri ce lo spiegano proprio coloro che vorrebbero essere per la pace. Condividono il pensiero cattolico e protestante, la Bibbia, Calvino, Hobbes, Schopenhauer e Freud. Condividono in ultima istanza il presupposto totalitario: “Lo stato di natura dell’uomo potrebbe essere il fascismo, non la democrazia” (Mailer, prima pagina dell’Unità, 26 febbraio 2003). Allora tutto è inutile: non resta che il conforto del pensiero religioso secondo il quale tutti gli uomini sono uguali davanti a dio quindi … non su questa terra, oppure la cupa disperazione di Asor Rosa, oppure rimanere nell’indifferenza e, comodamente seduti sui nostri divani, osservare sulla CNN gli effetti della politica delle bombe, grati al caso che sta facendo scorrere il breve arco della nostra vita sul lato di chi le butta e non di chi le subisce.


Segue...

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